Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: ottobre |
2 ottobre 2003 - "LA REPUBBLICA" SU SITUAZIONE INTERNA FORZA ITALIA
"La Repubblica"
Faide, segreti e cortigiani la parabola di Forza Italia
La diffidenza verso Casini, la freddezza di An e Fini, l'appiattimento su Bossi: il premier si isola e si blinda. Il partito in mano a Bondi Cicchitto e Dell'Utri, l'isolamento degli ex dc, le preoccupazioni vaticane
Di Concita De Gregorio
ROMA - Alla fine è venuto il tempo della paura, dell'isolamento e dei guardiani alla porta. Di Forza Italia resta questo, alla vigilia di elezioni amministrative che due su tre degli ex generali di Berlusconi danno per perse: resta un monumento alle paure del capo ossessionato dai nemici interni - i democristiani a nove vite, forse una più delle sue - costretto ad appiattirsi su Bossi per ricacciare indietro l'Udc, gelato dalla freddezza di An, blindato nella fortezza vuota coi più fedeli maggiordomi a portare dispacci. "Al prossimo giro perdiamo il Piemonte e il Veneto", hanno sentito dire a Roberto Antonione il giorno dopo la sconfitta in Friuli. "Le prossime amministrative e le europee saranno un onere che non intendo accollarmi", pare abbia risposto Claudio Scajola a chi gli chiedeva: ma come, te ne vai dal partito così? Certo, Antonione e Scajola sono stati sconfitti dai due astri nascenti, la coppia Bondi-Cicchitto, e che dovevano dire. Ma perché poi Forza Italia sia finita nelle mani di un ex comunista voluto da Dell'Utri e di un ex socialista con tessera P2 è storia che conviene raccontare.
Brevissimo riassunto. Al principio era un partito di plastica, jingle bandiere e dietro nulla, come il set di un preserale tv. Poi venne Scajola detto il pitbull e ne fece un partito d'acciaio. Oddio: una struttura d'acciaio, diciamo. Niente di politico. Il suo mandato d'altra parte era quello: vincere le elezioni. Ci studiò un po', le vinse. Fece un bel lavoro sui candidati e sui collegi, bello nel senso di efficace, e pazienza per qualche sbavatura. Espugnato il palazzo, la mattina dopo i brindisi si trasferirono tutti al governo. Ministri, sottosegretari, presidenti di commissione: lasciarono gli uffici con le bandierine e le mappe cifrate del paese.
A ciascuno fu assegnato in premio un posto nuovo, una nuova più prestigiosa stanza. Sono passati gli anni, poi, e l'allegria dei brindisi è sparita. Sono arrivati i giorni dei tranelli, delle cordate e degli agguati. Altri brindisi: quello del giorno in cui Scajola dette del rompicoglioni a Marco Biagi, e perse il ministero. Quello, quest'estate, dei tre uomini in barca (Previti, Dell'Utri e Jannuzzi, a vela sul Barbarossa) il giorno in cui chiamò Berlusconi al telefono e disse: "Scajola è fuori dal partito, l'ho messo al governo ma senza portafoglio". Mesi torbidi, con Frattini, Pisanu, Antonione, Micciché, Formigoni, da ultimo Bondi e Cicchitto a disegnare una geografia di trame e capitrama nella corsa al più vicino al re. Ogni tanto interveniva il capo, costringeva Dell'Utri e Scajola a tavola insieme, per dire, a far finta di far pace. Fine del riassunto.
Oggi di Forza Italia è rimasta la fortezza coi videocitofoni, monumento alle paure del suo leader. "Paura di essere tradito da chi può sopravvivergli", spiegano e dunque via dalla linea di comando i vecchi democristiani che potrebbero scavargli fossati attorno, allearsi di notte col nemico. Paura mica dei comunisti, quella è propaganda. Paura degli alleati e in specie ossessione di Casini, l'erede naturale, l'unico politico che può pensare al "dopo" e intanto muoversi con relativa felpata autonomia. "Ha fatto come la Pivetti: io gli ho dato il potere e lui mi si è rivoltato contro", dice di lui il premier, e poiché ad ogni valutazione politica ne accompagna una privata aggiunge: "Da quando il suocero lo porta sulla barca di 40 metri si è montato la testa". A parte le valutazioni sui velieri, è in effetti bastato che Casini manifestasse, in privato, il suo gradimento per Scajola perché Berlusconi decidesse in un attimo Scajola no, fuori dal partito, e tutti i consiglieri dell'ultim'ora a dirgli bravo, lo vedi che quelli tramano contro di te, sono i democristiani il nostro cancro, sono i cattolici quelli che tra mille cerimonie ti preparano il piatto avvelenato.
Il principe del pensiero obliquo in chiave anti-Dc è Fabrizio Cicchitto, socialista, tessera P2 numero 945. E' a lui che Berlusconi ha messo in mano la fortezza minata dal nemico domestico: un ex socialista contro gli ex democristiani. "Bondi sarà l'uomo immagine, lo metto in vetrina. Cicchitto sta dentro e lavora", ha detto il giorno delle nomine uscendo dal comitato di presidenza. Fatale che il gruppone dei cattolici se la sia presa a male. Bondi, che anche le segretarie chiamano "il maggiordomo", è un ex comunista folgorato sulla via di Arcore dove vive con la foto del premier sul camino. Al cospetto del premier suda e impallidisce. Con Dell'Utri, suo mentore, ostenta una reverenza che sfiora la caricatura: lo ascolta parlare e sgrana gli occhi, congiunge le mani.
Cicchitto è arrivato al partito tardi, sull'onda lenta del risentimento verso "gli aguzzini del Psi di Craxi, non potevo certo andare coi pidiessini, i suoi carnefici". A Berlusconi è piaciuto subito, lo ha trovato perfetto in questo autunno del patriarca: esattamente l'uomo che serve a decifrare complotti, tastare il polso agli umori sotterranei, un occhio ai servizi segreti un orecchio ai sussurri di palazzo. Un mazarino minore, da anticamera. Evidente che Antonione e Scajola, i due predecessori, lo detestino. Gianni Letta, che lo conosce bene e non da ieri, non ama intrattenersi con lui.
Neanche questo sarebbe grave, se non fosse che si è allarmato il Vaticano: "Forza Italia è diventato un partito in mano ai laici e ai massoni, la componente cattolica è stata fatta fuori", dicono i vescovi e i cardinali. Sul tavolo del ministero di Scajola (non a palazzo Chigi, come lui sperava: una sede distaccata) una mano gentile ha fatto arrivare giorni fa un editoriale di un giornalista molto accreditato Oltretevere: spiegava che Ruini trova molto grave che i cattolici non siano rappresentati al vertice di Forza Italia, tanto grave che difatti - di lì a poco - Ruini lo ha pubblicamente detto.
La sindrome del complotto e lo stato d'assedio in cui Berlusconi vive contagia di sé tutto il partito, che del capo vive gli umori e i timori. Nelle stanze spesso vuote di via dell'Umiltà i pochi rimasti vivono sbarrati. Diffidano delle segretarie altrui. Non prendono appuntamenti se non lontano dalla vista dei vicini di corridoio. Parlarci comporta un lavoro di depistaggio che può durare giorni. Un ministro accetta di incontrarci in un bar dell'Eur, l'altro capo della città rispetto al suo ministero. Un altro prega di chiamarlo su una linea protetta di cui fornisce il numero, "mai più attraverso la segreteria per favore". Un importante presidente di commissione solitamente gioviale risponde dall'ufficio a monosillabi, e la sera richiama da casa. Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega alla consegna del microfono nelle conferenze stampa, è solito diffidare anche per scritto i colleghi forzisti dal parlare coi giornalisti non espressamente indicati da lui. Naturalmente un responsabile, mettiamo, della Farnesina non prende ordini da Bonaiuti, il quale del resto è stato ultimamente impegnato nella sua personale battaglia contro Bondi e quindi leggermente distratto. Deve spiegarsi anche così l'improvvida intervista sarda ai due inviati inglesi.
"La scelta di Bondi e Cicchitto è quella di un uomo che si vuole blindare - dice un alto esponente di governo, non più di partito - Berlusconi teme l'Udc perché sa che sta lavorando al "dopo". E' ossessionato dalla Gasparri, teme le imboscate dei suoi, Ha paura du un'emorragia di parlamentari stanchi di star lì a premere il pulsante. Qualcuno se ne è già andato, altri sono in procinto di farlo. D'altra parte l'Udc è l'unico approdo politicamente sensato per chi non condivida il Berlusconi eversivo, e pensi a sopravvivergli".
Sembrava che se ne dovesse andare Antonione, dopo lo schiaffo preso per mano di Bossi La Russa e Tremonti con la candidata Guerra, in Friuli. Berlusconi lo ha incontrato mezz'ora a fine luglio: "Della sconfitta non voglio parlare", gli ha detto. Così non ne hanno parlato. Si sospetta di Scajola, uno dei pochi ad avere un suo bacino elettorale. Ha sempre detto: "La fase che ci portò alla sconfitta elettorale del ?96 fu caratterizzata dalla forte presenza e visibilità di Previti e Dell'Utri". Ora Dell'Utri ha vinto la partita col suo Bondi, e sbeffeggia l'antico rivale nelle interviste: "Non sono molto amico di Scajola, se Berlusconi lo ha voluto al governo avrà qualche valore". Hanno sempre avuto idee molto diverse su come organizzare il partito, d'altra parte: oggi il partito "pesante" di Scajola è tramontato, si torna alla struttura leggera di Dell'Utri, allo "spirito dei club". Il pitbull stando così le cose avrebbe buone ragioni per guardare con simpatia agli amici dell'Udc, ma ha imparato la lezione e con le parole va cauto: "In Sardegna quest'estate ho condiviso con Berlusconi che in questa fase si debba rafforzare l'attività di governo", ha detto in giro. Tanto più che potrebbe anche essere per lui divertente stare a vedere cosa faranno Bondi-Dell'Utri-Cicchitto con le amministrative: è aperta la questione della lista unica, si sente anche dire che, vista la mala parata, per le comunali potrebbe non esserci il simbolo di Forza Italia sulla scheda.
Altri complimenti ai vincitori, questa volta dal Sud: "Intorno a Berlusconi sono rimasti solo fantocci incapaci di pensiero autonomo. Cicchitto gli piace perché gli racconta le chiacchiere dei parlamentari, scenari mefitici, congiurette e trame. Lui e Bondi alimentano la stagione della sua paura, ne assecondano le reazioni violente". E' un coordinatore regionale che parla, per il momento ancora in sella. "Adesso partiranno le vendette, faranno saltare tutti gli uomini di Scajola. Dell'Utri avrà la sua rivincita, ma in Sicilia l'Udc ha già superato Forza Italia.
E Berlusconi cosa fa? Nessun cattolico alla guida del partito, nessun uomo del Sud. E' sotto schiaffo dei centristi, sotto ricatto della Lega. E' assediato, e comincia a sbagliare". Dicono che il nuovo portavoce sarà il milanese Paolo Romani, uomo azienda della prima ora. Sono in corsa anche Nando Adornato e il senatore Lucio Malan, molto dipende da come andrà il voto sul ddl Gasparri di cui Romani si sta occupando come relatore a tempo pieno. Ai ciellini ha dato guerra per anni, Formigoni ha fatto di tutto perché Berlusconi glielo togliesse dalla Lombardia. Romani non è un Bondi né un Cicchitto, chissà se i vassalli lo lasceranno passare.
E chissà se lo saluterà con parole di benvenuto Giuliano Ferrara, ultimamente così ispido col premier eppure tra gli ultimi ad essere ancora ascoltato lassù in fortezza. Berlusconi lo ha chiamato il giorno dopo aver letto il fondo intitolato "Chi non sa scusarsi è un debole". Si parlava delle goffe scuse alla comunità ebraica dopo l'elegia del fascismo. "Mi scuso di non essermi scusato", gli ha detto Berlusconi. Che si dica tutto, ma non che è debole. Né spaventato, né assediato. Lo attaccano, perciò è solo legittima difesa. E poi quel Casini è un ingrato. E poi ha visto lungo Cossiga a dire che siamo alla resa dei conti.
Trentacinque franchi tiratori, ieri sera, alla Gasparri: non ci si può fidare di nessuno. Sarà bene controllare i telefoni, attivare le telecamere a circuito chiuso, mandare Bondi in tv e mettere Cicchitto di guardia, a fare la ronda.2 ottobre 2003 - P2 E TELEKOM SERBIA
"CENTOMOVIMENTI NEWS"
Prove tecniche di qualcosa
MASSIMO DEL PAPA
C'è qualcosa che non torna negli eventi accatastatisi negli ultimi giorni, la loro scansione non è facile da collocare, non è rassicurante. Nella notte di sabato su domenica, alle ore 3,23 l'Italia precipita in un lungo buio che la paralizzerà per ore, nelle zone più depresse fino a 18-20. Nella stessa mattina di domenica esce su "Repubblica", concessa ovviamente con qualche anticipo, l'intervista del vecchio venerabile della P2 Licio Gelli tutto contento per l'andazzo del governo corrente che, a suo dire, starebbe realizzando gli orientamenti del suo "Piano di Rinascita", di 28 anni anteriore. Il Piano di Rinascita era la carta costituzionale della P2, associazione segreta, incostituzionale ed eversiva di cui Gelli, secondo le conclusioni della commissione d'inchiesta presieduta da Tina Anselmi, rappresentava il punto d'incontro fra due piramidi disposte "a clessidra": quella sottostante, normale e italiana, e l'altra rovesciata, americana, che andava allargandosi salendo dal punto-G (come Gelli) alla base sempre più ampia, a suggerire l'immagine di una sudditanza dall'America che condizionava la nostra politica e la nostra democrazia, violava il principio di sovranità.
Assorbiti black out e revival piduista, passano ventiquattr'ore e il primo ministro beniamino di Gelli, nonché suo vecchio apprendista (fratello P2 n. 1816) compare a reti unificate, come un autocrate, sulle reti di Stato per un annuncio stravagante e tutto da decifrare, relativo ad una possibile riforma pensionistica destinata, se mai sarà, ad entrare in vigore tra 5 anni almeno; mentre parla, il presidente piduista si batte il petto ogni volta che accenna "allo Stato", novello Luigi XIV. Non solo, si direbbe, un tentativo di esorcizzare il braccio di ferro coi sindacati che nel '94 gli costò palazzo Chigi, quanto uno scorretto, illegale e antidemocratico messaggio subliminale, quasi a convincere il popolo che alternativa a se stesso non c'è, che lui sarà ancora qui a comandare (forse con più poteri) di qui al 2008.
Nessun accenno, nessuna spiegazione per il misterioso e di fatto inspiegato cortocircuito nazionale di poche ore prima; dopo il quale, tuttavia, si viene a sapere che il prezzo all'utenza dell'energia elettrica verrà innalzato per ammortizzare i danni patiti, e che la traumatica e prolungata sospensione di elettricità ha provocato un'ecatombe di elettrodomestici dai computer ai fax, dalle fotocopiatrici ai televisori alle lavatrici, di fatto obbligando i cittadini a fare ciò che il governo pretendeva da mesi e cioè aumentare i consumi, comperare di più.
Recente, ma non ultima, l'inquietante testimonianza di Massimo Fini, nuovo aggiunto alla lunga lista nera degli epurati Rai in quanto non gradito a qualche innominabile. Fini, in una chiacchierata telefonica informale con chi scrive, ha parlato di regime da una parte feudale dall'altra inedito, fatto di ombre, di presenze-assenze, di segnali e perciò più inquietante, perchè non riconoscibile come le dittature classiche. Il giornalista, non riferibile ad alcuna lobby o schieramento politico, si è anche detto profondamente dispiaciuto soprattutto per l'équipe di giovani autori del programma, tutti giovani, realmente puliti e pieni d'entusiasmo, e che di fronte a situazioni come questa rischiano di trarre amare conseguenze.
Il tutto, in meno di 72 ore. Coincidenze, certo, nient'altro che casualità e sia maledetto chi parla di regime. Forse è vero, forse siamo piuttosto alle prove tecniche di "qualcosa". Qualcosa.3 ottobre 2003 - P2 E TELEKOM SERBIA: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
Pazienza, piduista e collaboratore del Sismi, regista occulto
Insabbiato un rapporto del Sisde sui destinatari delle tangenti
Telekom, la grande trappola
fu preparata due anni fa
Il manipolatore di Igor Marini è Antonio Volpe
Il documento degli 007 invdicava i nomi dei presunti corrotti
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO
L'uomo chiave della Grande Trappola organizzata in Commissione Telekom, contro Prodi, Fassino e Dini, è stato, almeno fino al 1993, un "collaboratore del Sismi", il servizio segreto militare. Si chiama Antonio Volpe. È uno spione "frammassone" specializzato nel ramo disinformazione. Muove lui, dunque, le fila di un affaire che, di giorno in giorno, ravviva il suo disegno, portandone alla luce il canovaccio, gli interpreti, gli sceneggiatori, le variazioni falsarie che ne truccano la genesi e ne confondono il percorso, le omissioni del presidente della commissione Enzo Trantino o di Palazzo Chigi (o, insieme, di Palazzo Chigi e di Trantino).
Quel che segue è la storia della più grave operazione di disinformazione venuta alla luce dopo la morte della Prima Repubblica, giunta a sfiorare addirittura il Presidente della Repubblica. È una storia che stringe in un solo nodo due intrecci. Nello sfondo e al proscenio del primo, sono in azione uomini collaterali a una intelligence fangosa e personaggi dall'opaco passato ricattati per farsi avanti e accusare Romano Prodi. Vi appaiono Antonio Volpe, il "collaboratore del Sismi", il suo compare Pio Maria Deiana e, infine, una faccia nota: Francesco Pazienza. È il direttore "occulto" del Sismi infiltrato da Licio Gelli a scrivere la trama della cospirazione, due anni fa.
Repubblica è in grado di produrre un appunto scritto di suo pugno sequestratogli in carcere. Vi si legge: "Se una persona si presenta da questo stronzo (è Pio Maria Deiana, ndr, vedremo che ruolo ha in commedia) e gli mostra questo foglio, l'unica cosa che può fare è mettersi completamente a disposizione. Altrimenti per lui sarebbe la fine (...) D'altronde, il solo fatto che il Bolognese abbia avuto rapporti con un personaggio simile ? se esce fuori ? è la fine per lui. Basta pomparlo un po' sui giornali e il gioco è fatto".
Il secondo intreccio ha il segno della politica (di una politica impastata di violenza e inquinata dalla calunnia). Ne emergono le mosse abusive di Enzo Tantino; un dossier del Sisde (l'intelligence civile) che già nel febbraio scorso indica il metodo corruttivo e addirittura i nomi e i cognomi dei sospetti beneficiari delle tangenti Telekom. Un dossier rimasto per sette mesi insabbiato tra la presidenza del Consiglio e la commissione di inchiesta parlamentare.
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1. (Dove si dà conto che l'impresa di Antonio Volpe muove da lontano)
E' Antonio Volpe il manovratore di Igor Marini. Stando alla verità ufficiale, i due li si può associare soltanto a partire dal 31 luglio di quest'anno, quando Volpe consegna alla commissione Telekom documenti che confermano le accuse del compare. Secondo la ricostruzione di Repubblica, i due cominciano a lavorare gomito a gomito quattordici mesi prima.
Siamo nel maggio 2002. Marini si è fatto informatore dei carabinieri, protetto come testimone di accusa e utilizzato quale "agente provocatore" contro l'avvocato romano Fabrizio Paoletti, che fa arrestare. Marini sostiene che Paoletti ha riciclato titoli esteri e sta tentando di negoziarli attraverso lo Ior, l'Istituto Opere Religiose, la cassaforte del Vaticano. Paoletti si ritrova con le manette ai polsi.
Qualche ora dopo l'arresto, secondo quanto accertato dalla Procura di Torino, Antonio Volpe è in Vaticano per preparare qualche ragionevole riscontro alle parole del compare (Marini). E' impegnato in misteriosi colloqui con padri della Compagnia di Gesù. Ma, soprattutto, ha in mano un documento - un prospetto finanziario su carta intestata dello Ior - che certifica un piano di trasferimento di importi da 512 mila dollari per 36 settimane su conti accesi a san Marino. E' lo stesso documento che i carabinieri hanno trovato nello studio di Paoletti al momento dell'arresto e che - ai loro occhi - "prova" che l'avvocato denunciato da Marini è un riciclatore.
Il prospetto Ior che Volpe si rigira tra le mani nel maggio del 2002, è un pezzo di carta importante. Non ha evidentemente nulla a che fare con Telekom Serbia. Ma Volpe ne ha bisogno. Perché quel pezzo di carta va manipolato per sistemare l'esca nella Grande Trappola. Il 2 dicembre 2002, Volpe (o forse Volpe e Marini insieme, dal momento che solo loro sono in possesso del documento) infilano in una busta quel prospetto finanziario e una lettera di poche righe che indica nell'avvocato Paoletti e in quel piano di pagamento dello Ior la pista da battere e la prima di "molte prove" per venire a capo della tangente Telekom. E' "l'anonimo", inviato alla commissione Telekom, che incardina l'avvocato Paoletti come "collettore" delle tangenti per "Mortadella" (Prodi), "Ranocchio" (Dini) e "Cicogna" (Fassino). E' "l'anonimo" che il presidente Enzo Trantino renderà noto soltanto l'8 gennaio e porterà sei giorni dopo, il 14, all'audizione di Paoletti. E tuttavia questa è soltanto la versione ufficiale e corretta perché l'anonimo di Volpe ha un incipit. Non conosciuto.
Intervistato dall'Espresso, oggi in edicola, Guido Longo, dirigente superiore di polizia e ufficiale di collegamento tra la Commissione Telekom e il Dipartimento di Pubblica sicurezza, nonché riferimento diretto del presidente Trantino per le indagini della commissione, riferisce che il documento arrivato a san Macuto in dicembre fu preceduto da una "telefonata anonima". Racconta il poliziotto all'Espresso: "Alla fine del novembre 2002, mi chiama il Presidente Trantino e mi dice che ha ricevuto una telefonata anonima. Un signore gli aveva detto che bisognava indagare su un certo avvocato Paoletti di Roma, che c'entrava con le tangenti Telekom...".
E' ragionevole pensare che non ci sia stata nessuna telefonata anonima. Ma che una fonte confidenziale, come si dice nelle questure, abbia spifferato o al presidente o a uno dei commissari Telekom il nome dell'avvocato Fabrizio Paoletti. Come è altrettanto ovvio ritenere che nella "telefonata" - che precede e annuncia la lettera anonima - vi sia la più antica traccia dell'ingresso di Antonio Volpe nei lavori della commissione.
Enzo Trantino lo incontrò direttamente? O fu qualcuno dei commissari a metterlo in contatto con questa "fonte anonima"? O fu uno dei commissari a incontrarlo direttamente riferendo poi a Trantino? Anche a voler bere la storiella della telefonata anonima, è difficile credere che, passando il filtro del centralino di san Macuto, o utilizzando utenze telefoniche private di Trantino, un anonimo possa conversare al telefono con il presidente di una commissione di inchiesta.
Come che sia, la "telefonata" e l'anonimo di Volpe ottengono l'effetto assegnato dal copione della Grande Trappola. L'8 gennaio il Presidente Trantino dispone la convocazione di Paoletti in Commissione. Volpe ne è informato in tempo reale. Addirittura con un qualche anticipo. La sera del 7, si mette in contatto, con un suo ex sodale, Gianni Romanazzi (oggi riparato a Bangkok), per ottenere subito quel che gli serve. Volpe spiega che i "suoi amici della Commissione e delle istituzioni" stanno indagando su tale società Lannock, una delle beneficiarie su san Marino del piano di trasferimento fondi dallo Ior a san Marino allegato all'anonimo. Aggiunge che "ha bisogno di tutti i documenti che riguardano quella società". In cambio, "terrà fuori Romanazzi" dalla storia Telekom.
Rimettiamo in ordine i fatti. Volpe ha in mano, nel maggio 2002, il documento finanziario necessario a incardinare Paoletti e Marini a san Macuto. Dunque, già diciassette mesi fa, si prepara ad alzare il sipario sulla Grande Trappola. Volpe lavora all'anonimo che, nel dicembre 2002, arriva a san Macuto e che Trantino tratterrà fino a gennaio. Volpe è ragionevolmente dietro la "telefonata anonima" che, alla fine di novembre 2002, "accende" l'attenzione del Presidente Trantino sull'avvocato Fabrizio Paoletti.
Non è tutto. Per comprendere come Volpe sia il più prossimo dei manovratori di Marini, vale la pena annotare qualche altra circostanza.
Ricorderete come l'accusa di corruzione di Igor Marini a Prodi, Dini, Fassino si serva di un racconto di cartapesta che vuole 120 milioni di dollari muoversi dalla banca Paribas di Montecarlo verso i conti di Mortadella, Cicogna e Ranocchio. E' una storia che non regge alle rogatorie della Procura di Torino, perché quei soldi non esistono e i fondi sono solo un inganno telematico. E', tuttavia, una storia ben congegnata. Peccato non sia originale, ma la copia carbone del canovaccio di una truffa di qualche anno prima ai danni della stessa Paribas. Per la quale è oggi a giudizio tale Marco Russo. Bene. Volete sapere chi denunciò Russo? Una segretaria della oscura fondazione dei "Caschi bianchi", di cui Volpe è presidente. Volpe, dunque, conosce i dettagli di quella truffa e suggerisce a Marini di utilizzarla per vestire così la sua calunnia politica.
Volpe lascia anche qualche altra traccia. Quando il 14 gennaio Paoletti viene ascoltato dalla Commissione Telekom (vedi Repubblica del 26 settembre), si sente rivolgere dal presidente Trantino una domanda su due croati sconosciuti anche al più ricco degli archivi di polizia, Zoran Persen e Tom Tomic.
Due comprimari del racconto di tangenti che il cacciaballe Marini sciorinerà nei mesi a venire. Da dove saltano fuori? Longo ammette con Repubblica: "Sono stato io a fare quei nomi a Trantino. Se non ricordo male, tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre 2002. Me li aveva fatti una fonte confidenziale. Come di gente collegata a Milosevic in affari di riciclaggio".
Una fonte confidenziale. Quale? Longo fa spallucce e, ovviamente, ne tace l'identità, ma non sa dare spiegazione a un'obiezione che lo lascia di sale. Tomic non si chiama "Tom", ma "Rados", come accerteranno soltanto due mesi fa le indagini della Procura di Torino. Dunque, chi - tra novembre e dicembre 2002 - poteva chiamarlo in quel modo? Ci sono due sole persone che lo facevano. Igor Marini e Antonio Volpe, come raccontano le carte della Procura di Torino. Sono loro le "fonti confidenziali" della Commissione o magari le fonti confidenziali di commissari che poi riferiscono a Guido Longo?
Dunque. Antonio Volpe è il primo contatto della commissione tra novembre e dicembre 2002. E' il redattore dell'anonimo. Maneggia informazioni confidenziali che Marini trasformerà in accuse e di cui la Commissione viene messa al corrente con largo anticipo. Tra gli amici che vanta a san Macuto ce ne è sicuramente uno, l'onorevole di Forza Italia Alfredo Vito tangentista confesso e ora implacabile inquisitore. I due si conoscono almeno a far data dai primi anni ?90, quando Volpe è "consulente per la sicurezza esterna dell'onorevole dc Gaetano Vairo". Li ritroviamo per certo insieme a san Macuto il 31 luglio, nell'ufficio del presidente Trantino, al momento della consegna dello scartafaccio che dovrebbe "confermare" le parole di Marini. E sono insieme, il 4 di settembre, quando li sorprende la Guardia di Finanza mentre in piazza san Silvestro, a Roma, si stanno scambiando documenti
Eccolo allora l'uomo chiave dell'affare Telekom. E' Antonio Volpe. Ma chi è questo tipaccio?
Il "frammassone" è al centro della geografia massonico-criminale che soffoca i lavori della Commissione. Ha un filo diretto con lo spione piduista Francesco Pazienza. E' in affari con un tale Pio Maria Deiana (mandate a mente questo nome). Traffica con i massoni Salvatore e Nicola Spinello. Ha commerci storti con Renato D'Andria. Assistito dall'avvocato Carlo Taormina, D'Andria è imputato nelle procure di mezza Italia per truffe e bancarotte. E' un uomo incline al dossieraggio calunniatore contro esponenti della magistratura e del centro-sinistra, per il quale si serve di una intelligence privata forte di 20 tra ufficiali e sottufficiali dei carabinieri.
Leggiamo quanto di Volpe scrivono i pubblici ministeri di Napoli che indagano sulle "deviazioni" della loggia spuria di Salvatore e Nicola Spinello. "Antonio Volpe si vanta di essere amico di Marco Affatigato, noto estremista di destra e tra i fondatori della "Lega" di Stefano Delle Chiaie". E' "collegato all'avvocato Egidio Lanari, già "Gran segretario della comunione massonica di Giorgio Paternò" e tra i promotori della "Lega Meridionale". La stessa che propose la candidatura di Licio Gelli e Vito Ciancimino". E' "primo vicepresidente, con funzioni di esperto nel settore della finanza, della "Lega Universale Frammassonica", loggia in contatto con Gelli, nonché nel piedilista della loggia "Oriente 1" di Roma, con numero di tessera 155".
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2. (Dove si propone qualche domanda sulla condotta del presidente Trantino e degli apparati per la sicurezza e le informazioni)
Guido Longo, a Repubblica, la racconta così. "Quando vengo a sapere che Antonio Volpe è stato a San Macuto per presentare dei documenti, sento puzza di bruciato, Quello lì, quel Volpe, io lo conosco. So che panni veste e di che carne è fatto. Diffiderei di lui anche se fosse in punto di morte. Storco la bocca quando vedo l'entusiasmo con cui viene accolto, e mi preoccupo. Così, anche se una vocina mi suggerisce di starmene al mio posto di ufficiale di polizia giudiziaria che fa soltanto quel che gli dicono di fare, mi faccio coraggio e chiedo di incontrare il presidente Trantino. Gli dico: "Presidente, questo Volpe va preso con le molle, questo è uno inattendibile assai e bisogna controllare bene che cosa vuole combinare prima di finire nei guai"". E Trantino? "Il presidente mi ascoltò con attenzione". E poi? "E poi niente, il colloquio, o meglio il monologo, finì lì...".
Quel che accade tra Longo e Trantino sollecita a riflettere su come e perché il "presidente gentiluomo" ha chiamato accanto a sé un piccolo gruppo di intelligence (ipse dixit). Il nucleo stretto è fatto di tre uomini. Tutti vengono da Napoli. Due di essi sono stati cooptati dall'avvocato Carlo Taormina. Sono magistrati. Si chiamano Salvatore Sbrizzi e Antonio D'Amato. I due pubblici ministeri hanno nel corso del tempo lavorato sulla rosa di nomi e di attività evocate, a quanto sostiene Guido Longo, dal nome dell'avvocato Fabrizio Paoletti. Massoneria (nell'indagine contro Salvatore e Nicola Spinello), dossieraggio e calunnia politica (nell'inchiesta contro Renato D'Andria e il tenente colonnello dei carabinieri Pietro Sica), l'una e l'altra attraversate dalle scorrerie di Antonio Volpe.
Il terzo uomo della "squadra" è Guido Longo. Come egli stesso ammette, è stato chiamato in Commissione direttamente da Trantino perché, dice, "abbiamo un amico in comune". L'amico in comune è il portavoce del "presidente gentiluomo", Domenico Calabrò (capo della redazione della Gazzetta del Sud a Catania), conoscenza dell'ex-prefetto di Catania Domenico Salazar, direttore del Sisde dal 1993 al 1994. C'è da chiedersi: perché questi uomini vengono chiamati in Commissione Telekom? Non si sono mai occupati di telefonia o di aziende telefoniche né di reati finanziari o di riciclaggio internazionale. Il nesso che lega il loro background professionale alla vicenda Telekom, a ben vedere, non è nel passato ma - sembra di poter dire - nel futuro: ovvero in quello che accadrà, nella Commissione, dopo il loro arrivo. Quel dopo prevede, con le mosse di Antonio Volpe, che il nome di Paoletti piova sui lavori della commissione. Sarà allora la "squadra", quella squadra messa insieme con lungimiranza, a far diventare (consapevolmente o inconsapevolmente, qui non importa) quel nome una corsia utile a condurre l'attenzione di Trantino a un discreto numero di spioni veri o presunti, massoni, facitori di dossier, costruttori di calunnie politiche. A un crocicchio di personaggi tutti disponibili per venir fuori dai guai con qualsiasi mezzo. Sono deboli e ricattabili, come vedremo.
I tre dell'intelligence "personale" di Trantino appaiono utili a indicare quei nomi che diventeranno poi bombe al veleno innescate sotto i banchi dell'aula di San Macuto. Quando Guido Longo sente puzza di bruciato, come dice, è troppo tardi. La sua parte in commedia è finita e può ormai abbandonare la scena.
Anche ricostruita così, la trappola non poteva fare molta strada. Antonio Volpe è troppo compromesso e screditato dalla sua storia personale per non essere un ordigno innocuo. Ci si poteva aspettare che, al primo apparire del figuro, venisse fuori un tale pandemonio da metterlo subito in fuga e con lui i suoi maligni ispiratori. Invece, nulla. Meno di niente. E' un'altra singolarità di questo affare. Se si esclude Guido Longo, non si ha notizia (per quel che se ne sa) di forza di polizia, carabiniere, finanziere, spione civile o militare che abbia indicato alla Commissione di tenersi al largo da Antonio Volpe. I commerci di quel mestatore framassone sono stati al setaccio di tutte le forze dell'investigazione, dalla Sicilia alla Lombardia. Perché questo silenzio? Perché nessuno si è fatto avanti tirando per la giacca Enzo Trantino, un ministro, qualche sottosegretario, magari qualche tipo dell'opposizione? Sembra intravedere qui una questione politica nuova e triste. Dinanzi alla Grande
Trappola che si consuma in pubblico con esperti della disinformazione presentati all'opinione pubblica dalla politica e dalla stampa addirittura come "supertestimoni", gli apparati della sicurezza e dell'informazione se ne lavano le mani, guardano altrove. Come se sapessero o intuissero che in Commissione Telekom fosse in corso un "regolamento di conti" cruento da cui è meglio star lontani. E' un segnale che inquieta. Davvero gli apparati dello Stato sono così subalterni al potere politico da venir meno alle proprie responsabilità istituzionali?
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3. (Dove si racconta di un documento insabbiato per sette mesi)
Gli apparati della sicurezza e l'intelligence non hanno denunciato, come avrebbero dovuto fare, Antonio Volpe, ma si sono occupati di Telekom Serbia. Non hanno fatto saltare in aria la Grande Trappola, ma hanno voluto indirizzare, in almeno un caso, l'investigazione lungo una strada che, secondo le loro informazioni, conduceva ai corrotti. Ecco che cosa ne è stato di questo tentativo.
E' il 7 febbraio del 2003, il Sisde (servizio segreto civile) indirizza al comando generale della Guardia di Finanza (II Reparto) e per conoscenza al Cesis (Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, alle dirette dipendenze del governo e del sottosegretario con delega ai servizi segreti Gianni Letta) il documento numero 2003. med. 0000534. Vi si legge: "L'acquisto del 29 per cento di Telekom Serbia è stato fatto a prezzo notevolmente superiore al valore reale. Tale surplus sarebbe poi tornato nella disponibilità dei vertici della società italiana attraverso la sovrafatturazione di acquisti di beni, servizi e infrastrutture necessari per la modernizzazione di Telekom Serbia e il successivo trasferimento ai destinatari degli importi differenziali, con pagamento estero su estero su conti cifrati".
"Tali acquisti da parte di Telekom Serbia - prosegue il Sisde - sono stati facilitati dall'inserimento nella società di dirigenti Telecom Italia i quali operando in territorio estero in seno a una società di diritto serbo, avrebbero agevolmente evitato il loro coinvolgimento in responsabilità penali". Gli 007 giungono a indicare i nomi degli "artefici del disegno criminoso: Giovanni Garau, all'epoca vice direttore generale di Telekom Serbia; Giordano Cristofoli, dirigente" (Repubblica svela i nomi appellandosi al diritto di cronaca ben consapevole che le loro responsabilità, se ci sono, dovranno essere accertate soltanto dalla magistratura). Il Sisde conclude indicando anche due appalti sospetti: l'installazione di una rete "Wireline local loop", una fornitura di ponti radio. Il documento ha in allegato tre "filmini".
Le informazioni del Sisde, se confermate, aprono orizzonti interessanti al lavoro della Commissione di Trantino perché finalmente si comprende come e chi movimenta il denaro: le tangenti dell'affare Telekom si muovono nella sovrafatturazione degli acquisti e vengono movimentate e percepite estero su estero da dirigenti della Telecom Italia. E' un'informazione che potrebbe chiudere, già in febbraio, la pantomima del conte Igor Marini, del suo manovratore Antonio Volpe, spegnere l'aggressività di Carlo Taormina o diradare gli incontri dell'onorevole Alfredo Vito con il "collaboratore del Sismi" framassone. E' lecito pensare, fino a prova contraria, che proprio perché scrive la parola "fine" al killeraggio politico di Prodi Fassino e Dini quel documento è stato insabbiato per sette mesi. Per capire come sono andate le cose, occorre fare attenzione alle date.
Il 7 febbraio del 2003 il Sisde invia il documento a Palazzo Chigi. Soltanto nella seduta del 12 settembre 2003, Enzo Trantino comunica che "la Commissione ha acquisito i seguenti atti segreti: (...) un documento trasmesso dal Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde), pervenuto in data 10 settembre 2003 (...)".
7 febbraio 2003/10 settembre 2003. Dove è stato quel documento per i sette lunghi mesi in cui la Grande Trappola comincia a macinare le vittime designate? Delle due, l'una. O Palazzo Chigi l'ha trattenuto nei suoi archivi non ritenendo di doverlo inviare alla Commissione nemmeno quando all'orizzonte appare il profilo di Antonio Volpe. O, al contrario, Palazzo Chigi invia il documento a San Macuto ed è Enzo Trantino, appassionato spettatore della pantomima del conte Igor Marini e delle manipolazioni di Antonio Volpe, a tenerselo chiuso in un cassetto tirandolo fuori soltanto quando le frottole del conte si sgonfiano come un malfatto soufflé. Quale che sia la risposta, quei sette mesi sono preziosi perché Antonio Volpe ha il tempo e il modo di farsi spalleggiare nella sua operazione di depistaggio da un suo compare, Pio Maria Deiana. L'uomo si fa avanti in agosto con due lettere.
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4. (Dove contro Prodi s'avanza un altro burattino)
L'8 e il 25 agosto giunge in commissione un altro lungo dossier. In due parti. Non è anonimo. E' firmato Pio Maria Deiana. Appare ben documentato. Svela questa storia.
La "Janua Dei Italia srl", e la "Progetto Cina srl.", società di Deiana, chiudono nel ?94, un contratto per la realizzazione in Cina di un impianto per il "trattamento di un milione di tonnellate annue di rifiuti tossico-nocivi". L'accordo ha come partner la Ansaldo. "Con espressa benedizione - scrive Deiana - dell'allora presidente dell'Iri, Romano Prodi". E, ancora, "usufruendo dei servizi di intermediazione di "Nomisma", società, guarda caso, fondata e costituita dal sig. Romano Prodi e alla quale è stata pagata a Londra la relativa intermediazione". E' una commessa di "un miliardo di dollari" che non va a buon fine, perché - "rivela" l'imprenditore - appesantita da "tangenti di cui non ho mai beneficiato". Di più: Deiana spiega che nella controversia che aveva opposto le sue società alla Ansaldo era apparso tale Roland Straub, avvocato svizzero utilizzato dall'Ansaldo di Prodi per "ingessarlo". Professionista che lui - Deiana - aveva "scoperto" destinatario con Fabrizio Paoletti di misteriosi denari provenienti da Mosca ("tangenti", va da sé). Quello stesso Roland Straub che Igor Marini colloca nella galleria dei mediatori del suo racconto farlocco di tangenti. Lo stesso Roland Straub di cui il Presidente della Commissione Telekom Enzo Trantino ha chiesto conto a Paoletti nell'audizione del 14 gennaio (in quell'occasione il nome viene declinato come Roland Strauber).
Deiana dunque è l'anello che tiene insieme Prodi e Paoletti. Che stringe in un'unica trama accusatoria un affare finito male in Cina (Ansaldo) e un affare finito peggio nei Balcani (Telekom). Con un denominatore comune, Prodi, uno stesso odore di "faccendieri" - gli avvocati Roland Straub e Fabrizio Paoletti - e - ovviamente - la stessa certezza che tangenti furono pagate. Nel suo dossier alla commissione, Deaiana si dice "a disposizione" per essere ascoltato. E non manca di ricordare che le sue ragioni - "sdegnate" dalle procure della Repubblica cui si è rivolto - sono state riproposte, in estate, alla Procura di Torino.
Non basta. Deiana fa continuo riferimento nel dossier ai suoi legami con Antonio Volpe. Spendere quel nome per iscritto - per quanto ne sa - deve essere sinonimo di garanzia con gli interlocutori. Volpe è stato suo socio e Deiana lo colloca ora nell'ufficio dell'ex presidente dell'Iri "Franco Nobili", a Roma. Ora, in Zaire, "con persone dei servizi segreti italiani" interessati all'acquisto di materiali sensibili.
Dell'esistenza del dossier, il Presidente Trantino dà comunicazione il 12 settembre. La storia finirà a pagina 3 del Giornale domenica 28 settembre. Era già finita su un sito ucraino in lingua inglese e italiana (www. forumpress. it).
Bisogna ora interrogarsi sul protagonista di quest'ultimo dossier. Che incrocia Volpe e vedremo chi altri.
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5 (Dove si ricostruisce la vita felice di Pio Maria Deiana e la sua infelicissima amicizia con Francesco Pazienza).
Povero Deiana, non poteva far altro che tirare fuori la testa e venire a raccontare le sue frottole contro Romano Prodi. I tempi della sua entrata in scena erano scritti nel copione da due anni, come dimostra un documento sequestrato a Francesco Pazienza dai pubblici ministeri di Roma. Il direttore occulto del Sismi infiltrato da Licio Gelli si ritiene il padrone della vita di Pio Maria Deiana. In una lettera scritta in carcere (di cui Repubblica è entrata in possesso), l'agente segreto della P2 racconta la vita del poveretto e che cosa Pazienza ne vuole fare. Leggiamo: "Pio Maria Deiana. La persona di origini sarde ha risieduto nell'area di Chiavari fino alla metà degli Anni Sessanta. Emigrava negli Stati Uniti dove operava in affari di piccolo cabotaggio con una società denominata Italia International. Suoi soci erano all'epoca un certo Mario Maggini e un certo Frank Tammaro. (....)
Trasferitosi a New York era utilizzato per bassi lavori di manovalaggio dalle locali famiglie mafiose. Nel 1971 Deiana veniva arrestato a Bogotà (Colombia), per avere tentato di acquistare una partita di smeraldi con traveller cheque rubati. Sarebbe restato in carcere per più di un anno. Altri 5 anni di carcere li avrebbe trascorsi in Angola per traffico illegale di diamanti e processato insieme a un gruppo di mercenari americani. La Drug Enforcement Agency ha un dossier su Deiana avendolo sospettato di un traffico di eroina negli StatiUniti (...). Tra il 1987 e il 1988 riuscì a turlupinare un ricchissimo finanziere svizzero truffandolo di circa 22 miliardi di lire italiane. (...) Sposatosi nel 1990 o 1991 risiederebbe in una villa sui colli romani. Egli cerca, ovviamente, di nascondere il suo burrascoso e criminale passato con donazioni a enti religiosi e opere di beneficenza. Suo socio nella Ianua Dei srl era un certo Volpe. Napoletano, in odore di camorra, truffatore arrestato più volte. (...) Nel 1993, Volpe divenne segretario del Presidente per le autorizzazioni a procedere della Camera e fu attaccato, per queste frequentazioni, da Bettino Craxi. (...) Il Deiana si troverebbe completamente spiazzato nel caso in cui qualcuno si dimostrasse a perfetta conoscenza del suo curriculum vitae".
È proprio quello che consiglia di fare Francesco Pazienza nella lettera a un misterioso e "carissimo Giulio". Ecco cosa gli scrive: "Se una persona si presenta a questo stronzo di Deiana e gli mostra questo foglio (dove Pazienza ha raccolto il curriculum del malvissuto, ndr), l'unica cosa che può fare è quella di mettersi completamente a disposizione. Altrimenti per lui sarebbe la fine. Comunque se dobbiamo mettere assieme il dossier completo io so sia come fare e come e dove andare. D'altronde il solo fatto che il Bolognese (Prodi, ndr), abbia avuto rapporti con un personaggio simile - se esce fuori - è la fine per lui, basta pomparlo un po' sui giornali e il gioco è bello che fatto (...)".
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6. (A mo' di provvisoria conclusione).
Francesco Pazienza non ha capacità divinatorie, conosce da un lato Volpe, dall'altro Deiana. Scrive il copione di ciò che accade, di ciò che è accaduto. È certo che il suo obiettivo è colpire Romano Prodi. Tutti i tasselli, alla luce delle circostanze raccontate, sembrano andare al loro giusto posto. C'è una "corte dei miracoli" che viene chiamata intorno alla Commissione per annientare con false accuse la credibilità e l'immagine del presidente della Commissione europea, del segretario del maggior partito di opposizione, dell'ex presidente del Consiglio del 1995. Quel che non si sa è chi ha permesso a questi avanzi di un "piduismo" che sembrava definitivamente seppellito, di approssimarsi a una commissione di inchiesta parlamentare. Quel che è documentato è che il presidente della Commissione d'inchiesta parlamentare Enzo Trantino gli ha aperto le porte e gli ha preparato il desco. Quel che è certo è che un documento che avrebbe condotto altrove l'indagine, ben lontano dalle vittime politiche designate, è stato dimenticato per sette mesi lungo la breve strada che separa Palazzo Chigi dal palazzo san Macuto. Quel che accadrà, poi si vedrà.
(hanno collaborato Ettore Boffano e Alberto Custodero)ANSA:
TELEKOM SERBIA: CICCHITTO, CUILLO HA UNA BELLA FACCIA TOSTA
E INTERVISTA LICIO GELLI E' STATA UN FAVORE ALLA SINISTRA
"Gia' in altra occasione abbiamo avuto modo di rilevare che il dott. Cuillo ha una bella faccia tosta". Afferma Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore di Forza Italia, che replica alla "manovra diversiva" del portavoce del segretario dei Ds.
"Per far dimenticare le gravi responsabilita' politiche dell'on. Fassino - sostiene Cicchitto - nell'affare Telekom Serbia, perche' risulta dalla documentazione che egli era perfettamente informato dall'ambasciatore a Belgrado Bascone di tutti gli aspetti negativi di quella compravendita, si affanna a cercare di cambiare le carte in tavola e adesso si aggrappa a Licio Gelli".
"Sulla vicenda P2 - aggiunge Cicchitto a proposito dell'intervista di Gelli che lo ricordava come uno degli adepti della sua loggia - esistono ben due sentenze della magistratura che fanno luce sull'intera vicenda in termini totalmente diversi dalle interpretazioni di Cuillo e soci. Quanto alla recente intervista di Licio Gelli, essa e' chiaramente un grazioso favore fatto alla sinistra e conferma l'interpretazione che del personaggio ha recentemente dato l'on. Fragala' della Commissione Mitrokhin".ANSA:
TELEKOM SERBIA: L'IRA DI TRANTINO, BASTA CHIEDO I DANNI
IN 8 PUNTI RIBATTE A 'INFAMIE'. PRONTO A CHIARIMENTO POLITICO
(di Silvia Barocci)
La querela non gli basta. Da buon avvocato penalista Enzo Trantino sa che i tempi della giustizia non sono brevi. "Faro' un regalo al mio nipotino. Chiedo il risarcimento danni. Ora basta". E' prima mattina quando a Belgrado il presidente della Commissione Telekom Serbia sta per imbarcarsi per tornare a Roma. Del secondo dossier di Repubblica sa gia' da qualche ora. Ha quasi l'aria sfinita, di chi ha speso gia' fiumi di parole per difendere il suo onore e la sua Commissione. Percio' questa deve essere la volta definitiva. Almeno con la stampa. Perche' il chiarimento politico, per "mettere paletti" e "marcare la pista" cosi' da concludere i lavori della Commissione con una relazione, quello avverra' l'8 ottobre, in un ufficio di presidenza allargato ai rappresentanti dei gruppi parlamentari. Gli sara' permesso di andare avanti? "Ognuno si assuma le proprie responsabilita'. Io intendo proseguire".
La dialettica politica si', ma non il "linciaggio": l' "infamia" Trantino non l'accetta. Vorrebbe tenere subito una conferenza stampa. In aereo. Ma un C130 e' troppo rumoroso per parlare e farsi capire, punto per punto. Le due ore di volo le usa per buttare giu' gli otto paragrafi di un discorso con cui spiega e fornisce prove, "con la serenita' degli onesti" perche' - dice - "non sono solo. Io sono con gli atti e con i fatti". Innanzitutto Antonio Volpe, quello che il quotidiano di Piazza Indipendenza definisce uno "spione framassone specializzato nel ramo della disinformazione". Quel Volpe ando' nello studio di Trantino, a San Macuto, il 31 luglio, accompagnato da Alfredo Vito (Fi), ma vi e' rimasto "per soli due minuti": "Consegno' un plico, scompari' e non ne seppi piu' niente. Il plico fu trasmesso subito in archivio senza degnarlo di istruttoria". Insomma, a Volpe e a quelle carte la Commissione non diede alcun seguito. Eppure - fa notare Trantino - "potevano essere una spalla preziosa per lo stesso Marini".
E ancora: se Volpe e' uno dei burattinai di una trappola ordita due anni fa, come scrive Repubblica, allora vi e' quantomeno un'incongruenza logico-temporale: "La Commissione inizia i lavori nel luglio del 2002, mentre Volpe, a me ignoto, sarebbe all'opera da maggio. Dovevo prevederlo con due mesi di anticipo?", si chiede Trantino. Con Guido Longo, il superpoliziotto-consulente della Commissione Trantino non fece commenti su Volpe perche' dopo il 31 luglio "partimmo tutti per le ferie".
Ma il "crollo verticale" di Repubblica, secondo Trantino, e' sul dossier del Sisde che secondo il quotidiano romano sarebbe rimasto insabbiato per sette mesi. Trantino spiega che quel dossier (che chiama in causa Giovanni Garau, ex vicedirettore di Telekom Serbia, e il dirigente Giordano Critofoli quali presunti responsabili di un disegno criminoso di sovraffatturazioni di beni e servizi che avrebbe consentito di far rientrare in Italia quel surplus pagato per Telekom Serbia) "fu spedito l'8 maggio e arrivo' alla segreteria della Commissione (non la mia) il 13 maggio. Il giorno dopo ne fu data comunicazione in Commissione. L'11 giugno fu sentito Garau. Tempi piu' celeri non ne conossco. Forse dovevo sapere del dossier prima ancora del suo arrivo?".
Non solo. Dal momento che Garau, ascoltato in giugno, si dimostro' reticente, "decidemmo di chiedere di nuovo soccorso al Sisde". Con il risultato che il prefetto Mario Mori (direttore del servizio segreto civile) ci indico' un ufficiale del Sisde informato dei fatti, che venne ascoltato dalla Commissione in settembre; Garau e' stato invece convocato nuovamente l'8 ottobre, per essere sentito questa volta come testimone sotto giuramento. "E questo sarebbe l'insabbiamento?". Infine Pio Maria Deiana, colui che mosso da Francesco Pazienza poteva essere usato per calunniare i leader del centrosinistra. "Non lo conosco, non l'ho mai visto in vita mia!". Trantino lo giura su Dio ("mi vergogno di arrivare a questo", esclama). E' vero che quel Deiana in agosto invio' due dossier in Commissione, ma a quelle carte accompagno' una lettera nella quale "se la prendeva con Prodi e Nomisma": "Ho subito capito che voleva usare la Commissione, percio' lo ignorato con sdegno".
Un dubbio, pero', Trantino non riesce a chiarirlo, neanche a stesso: perche' la lettera anonima che chiamava in causa l'avvocato Paoletti arrivo' a San Macuto solo l'8 di agosto mentre il timbro postale era dei primi di dicembre? "Non lo so. Posso fare anche un'ipotesi teatrale, e cioe' che qualcuno abbia aperto la mia casella di posta a Montecitorio, visto che la chiave e' sempre appesa". Questo qualcuno avrebbe potuto tenere la lettera anonima per se', per un periodo, e rimetterla li' dopo un po' di tempo proprio per inguaiare il presidente. Ma chi? Un'intelligence deviata capitata nei pressi di San Macuto? "E' un'ipotesi come tante altre". Ma Trantino fa scudo sui suoi consulenti e collaboratori: "I miei sono leali e fidati, oltre che competenti".4 ottobre 2003 - TELEKOM E P2: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
Il presidente della Commissione Telekom Trantino
ha contestato le rivelazioni, ecco la replica di Repubblica
Quel muro di silenzio
sul dossier del Sisde
ROMA - Ieri, il presidente della Commissione Telekom, Enzo Trantino, in una conferenza stampa, ha risposto al dossier pubblicato da Repubblica venerdì. Qui di seguito le sue contestazioni e le nostre repliche.
Punto 1: Antonio Volpe.
"Volpe non ha avuto alcun seguito quando poteva essere una spalla preziosa per lo stesso Marini. Di fatti è apparso il 31 luglio scorso in commissione per consegnare un plico che gli era stato dato dal Romanazzi. Il dossier viene trasmesso in archivio senza che da parte nostra sia stato degnato di alcuna istruttoria. Poi Volpe sparisce e non ne so più niente".
Il dossier Volpe, che il presidente disdegna oggi, fu da lui considerato così influente che, il 31 luglio, con gran rumore mediatico, ne annunciò "l'immediata segretazione", prassi notoriamente riservata ad atti di rilievo. Va da sé che in quello stesso frangente fonti autorevoli della commissione "informarono" che nel dossier Volpe c'era il riscontro alle accuse di Marini.
Trantino spiega che il 31 luglio "Volpe sparisce". E' vero. Lascia San Macuto in compagnia dell'onorevole Alfredo Vito, commissario tangentista oggi fattosi inquisitore squisito. Riappare in piazza san Silvestro. Quando? Il 4 settembre. Con chi? Con Vito. Sorpresi dalla Guardia di Finanza a scambiarsi documenti. Se la collaborazione di Volpe non doveva avere alcun seguito, perché Vito incontrava Volpe? E Trantino era informato di quegli incontri?
Punti 2 e 7: Il dossier del Sisde.
"Il dossier dei servizi segreti è arrivato alla segreteria della commissione. Non a quella del presidente, il 13 maggio scorso dopo essere stato spedito l'8 maggio. Alla commissione viene comunicato l'arrivo del dossier il 14 maggio. E sulla base delle indicazioni contenute in quel dossier viene convocato Giovanni Garau (vice direttore di Telekom Serbia, ndr) per l'11 giugno. Tempi più celeri non li conosco. Forse dovevo dare notizia alla commissione del dossier prima ancora che arrivasse? Palazzo Chigi ha trattenuto il dossier? E a quale fine? Il depistaggio può essere condotto anche dal Vaticano! Dall'Onu. Mica Palazzo Chigi ha l'appalto delle poste. Garau viene ascoltato in una seduta molto tesa, durante la quale lo ammonisco a dire la verità. Garau non convince e perciò, noi che siamo Marini-dipendenti, si chiede ancora una volta soccorso al Sisde. Il Prefetto Mori, a questo punto, ci indica un ufficiale che viene ascoltato dalla commissione in settembre e ci invia nuovamente lo stesso dossier già acquisito. In seguito all'audizione del colonnello del Sisde viene riconvocato per l'8 ottobre prossimo Garau, questa volta come teste e non come semplice audito. Va così in fumo la trametta dei sette mesi di ritardo nel rendere noto il dossier".
Preoccupato di proteggere Palazzo Chigi, Trantino finge di non sapere che l'intelligence fornisce informazioni al Presidente del Consiglio non per uso privato e discrezionale (mi conviene diffondere questa notizia?), ma nell'interesse del Paese che, in febbraio, si chiede che cosa è accaduto nell'affare Telekom Serbia. Il documento del Sisde propone una prima possibile risposta. Il governo non ritiene utile trasmetterla alla Commissione che è alle prese con le frottole di un mestatore anonimo (Volpe). Lo fa tre mesi dopo la Guardia di Finanza (malaccorta). Tocca ora a Trantino. Dell'arrivo del dossier Sisde in Commissione Trantino dà notizia il 14 maggio, ma nella trascrizione agli atti del Parlamento in quella comunicazione cade qualsiasi riferimento alla provenienza dai servizi di intelligence civile. Perché? Trantino sembra non essere al corrente che quelle informazioni provengano dal Sisde. Se lo sa, non lo dice. Se lo ignora, appare inspiegabile che, dopo l'audizione di Garau, si rivolga proprio all'autore del dossier, il direttore del Sisde, prefetto Mori, chiedendo "ancora una volta soccorso" (in quale altra occasione Trantino è stato soccorso da Mori?). Il 12 settembre, nel ricevere l'ennesimo e identico dossier dal Sisde, Trantino tace alla Commissione che si tratta di un doppione. Perché? Perché Trantino, l'11 giugno, durante l'audizione di Garau, nonostante sia sollecitato dal commissario Maurizio Eufemi, "si riserva" di trasmettere le notizie di reato alla Procura di Torino per poi tenersele chiuse in un cassetto?
Ecco allora la "trametta".
a) Il rapporto Sisde fu inviato a Palazzo Chigi il 7 febbraio e di lì non si è mai mosso (avrebbe potuto raddrizzare i passi storti della Commissione).
b) Il rapporto Sisde non è mai approdato agli uffici della Procura di Torino (avrebbe potuto dare un'accelerazione alle indagini).
c) Il solito Alfredo Vito, due giorni prima che il Sisde trasmettesse il dossier a Palazzo Chigi e alla Finanza, già era in grado di contestare quegli stessi fatti contenuti nel documento al dirigente di Telecom Miranda. Perché Trantino non ha detto che Vito è un mago?
Punto 3: l'anonimo su Paoletti.
"L'anonimo arrivò a San Macuto l'8 gennaio, nonostante la data di affrancatura fosse dei primi di dicembre. Anche io non mi spiego i motivi di questo ritardo. Pensavo che vi fosse un disguido, oppure che vi fossero ritardi per la coincidenza delle festività natalizie. Se avessi voluto congelare la consegna alla commissione di quella lettera, allora sarebbe stato facile occultare la data dell'affrancatura dei primi di dicembre. Ma a quale fine?".
Trantino conferma che l'anonimo è del 4 dicembre. E che ne diede comunicazione soltanto l'8 gennaio. Dovrebbe dare conto del suo ritardo (o di quello della sua segreteria?). E' possibile a San Macuto, è addirittura "facile" occultare la data della corrispondenza? Davvero, presidente Trantino?
Punto 4: Volpe, il quinto burattinaio.
"La commissione inizia i lavori nel 2002 mentre Volpe, quinto burattinaio di serie, a me ignoto, è secondo Repubblica all'opera da maggio. Dovevo prevederlo almeno due mesi prima?".
Non prevederlo, Trantino non è mica un mago come Vito. Ma prendere atto del passato oscuro di Volpe quando gliene parla il consulente Guido Longo il 10 gennaio 2003 era una necessità. Tenere in considerazione l'allarme del poliziotto consulente quando gli dice "Presidente, Volpe è inattendibile", era un dovere.
Punto 5: I due croati Zoran Persen e Tom Tomic.
"I due croati entrano nel mirino della commissione a seguito di informazioni provocate proprio da Repubblica che nel febbraio del 2001 (altri tempi) scrisse delle tangenti di Milosevic. Era una pista da seguire. Guido Longo ha fatto si che fossero portati a conoscenza del presidente questi due nomi, così come la fonte li aveva riferiti, vale a dire non con il nome dell'anagrafico, ma con nomi ricorrenti. Persen e Tomic risultano inoltre collegati a 3 banche svizzere. Quando salta fuori il nome di Paoletti e la pista del riciclaggio si ipotizzò un collegamento tra l'avvocato romano e la pista serba. Ciò conferma quanto detto da Longo, considerato un inutile super poliziotto per Repubblica. Attendiamo inoltre di conoscere la fine dei documenti asseritamente scambiati tra Volpe e l'on. Vito a piazza San Silvestro".
E' falso. Come si può agevolmente verificare dagli archivi di "Repubblica", l'inchiesta del febbraio 2001 non ha mai evocato i nomi di questi due sconosciuti croati. Cosa c'entrano le 3 banche svizzere di cui Trantino parla e cui Persen e Tomic risultano collegati? Quando Trantino, il 14 gennaio, fa quei due nomi non esiste un solo atto, una sola informazione che colleghi Persen e Tomic a banche o tangenti. Trantino dice che l'"equivoco" sul nome di Tomic è dovuto alla fonte che ne aveva rivelato il nome. Il presidente vuole indicare quale è la fonte che lo ha ingannato? Il presidente sa - come "Repubblica" - che due sole persone chiamavano Tomic, "Tom": sono Antonio Volpe e Igor Marini.
Punto 6: Longo e Volpe.
"Il 31 luglio appare Volpe in commissione. Non c'è alcun incontro e commento da parte del dottor Longo su Volpe perché partiamo tutti per leferie".
E' deliziosa l'abitudine di Trantino alla variazione obliqua. Buona per i tribunali, appare pessima per rendere trasparente, come è doveroso, un affare così opaco. Chi ha detto che Longo parla di Volpe il 31 luglio? A "Repubblica" risulta (dovrebbe risultare anche a Trantino) che il dottor Longo parla di Volpe 7 mesi prima, il 10 gennaio. Il 31 luglio tutti partono per le ferie, dice Trantino. Devono essere state ferie brevi perché il 7 agosto la commissione è a Torino, carcere delle Vallette. C'è un'urgenza: sentire Marini e sulla base delle sue dichiarazioni chiedere l'arresto di Prodi, Dini, Fassino (lo fa Carlo Taormina).
Punto 8: Deiana
"Una persona assolutamente sconosciuta invia in agosto 2 dossier. Però nessuno se ne occupa. A settembre informo la commissione dell'arrivo di questi due dossier e li invio agli archivi senza mai chiedere di assumere alcuna iniziativa. Ma non era funzionale a Volpe quello che invece per noi era carta straccia? Deiana che non conosco non mai visto in vita mia se la prendeva con Prodi e Nomisma. Ho capito perciò che voleva usare la commissione e l'ho ignorato con sdegno".
Senza lo sdegno che oggi le accompagna, le denunce farlocche di Deiana sono state veicolate all'esterno della commissione. Sarebbe piaciuto a "Repubblica" che con la stessa solerzia, la pubblicazione su un quotidiano milanese di quei "veleni" fosse stata accompagnata dall'intervento severo e chiarificatore di un presidente gentiluomo. Trantino, ahinoi, tacque. In realtà, come sembra dimostrare il modus operandi della commissione, tutti questi figuri che la assediavano dovevano essere "a disposizione" per essere, secondo convenienza, accesi o spenti.
Punto 9 postscriptum: la buca delle lettere
"E' un'ipotesi teatrale. Ma la lettera anonima su Paoletti arrivò alla mia casella postale di Montecitorio, e questa, così come le altre caselle, ha la chiave appesa fuori perciò chiunque, parlamentari, segretari di parlamentari, potrebbe aver sottratto la lettera per un periodo, per poi rimetterla in un secondo momento. L'obiettivo potrebbe essere stato evitare che l'anonimo arrivasse a me, con l'intento di danneggiarmi".
Per una volta, il presidente ha ragione. Siamo alla farsa.
(Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo)
P. S. Prendiamo atto che dal presidente non viene una parola sulla lettera di Francesco Pazienza che annuncia con largo anticipo la Grande Trappola."Liberta'"
Trantino querelerà "Repubblica"
Nel caso Telekom spuntano la P2 i servizi e Pazienza
Roma - Una bufera. Attorno a Telekom Serbia tutto si mischia e di addensa come negli anni peggiori della Repubblica. I servizi deviati e infiltrati, eredità di un passato forse non spento. Paradisi fiscali. Accuse mai dimostrate a personaggi di primo piano del centro sinistra. Connivenze a volte indagate a volte solo sospettate di politici del centrodestra. Accuse e controaccuse. Querele e scontro politico.
La pubblicazione del secondo dossier di Repubblica, dove si sostiene l'esistenza della mano di una vecchia conoscenza come Francesco Pazienza, faccendiere e piduista, dietro l'apparizione in scena di Igor Marini, ha scatenato un pandemonio. Il presidente della commissione d'inchiesta Enzo Trantino ha querelato il quotidiano. Piero Fassino, segretario dei Ds, e Luciano Violante, capogruppo alla Camera, chiedono l'intervento di Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera e indagini serie sulla "cabina di regia" nascosta dietro le rivelazioni dei faccendieri su presunte tangenti a Fassino, Romano Prodi e Lamberto Dini.
Il presidente del Copaco, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, anticipa un'inchiesta sul ruolo del Sisde nella faccenda. Carlo Taormina, avvocato e parlamentare, reclama un intervento del ministro di Giustizia Roberto Castelli contro i magistrati di Torino e attacca Violante come "burattinaio delle toghe rosse", con le quali avrebbe ordito "operazioni di killeraggio" per "decapitare i vertici dei partiti anticomunisti facendo prendere il potere a quelli comunisti".
L'inchiesta di Repubblica ha portato in primo piano documenti e personaggi da brivido. Un foglietto sequestrato a Francesco Pazienza, una sorta di credenziale. Un documento del Sisde rimasto troppo a lungo nei cassetti prima di essere portato all'attenzione della commissione Telekom Serbia. Un faccendiere, Antonio Volpe, indicato come "collaboratore del Sismi" e "manovratore di Igor Marini" che prepara carte false tirando in ballo anche lo Ior del Vaticano. Si adira, in tutta questa confusione di accuse e controaccuse, Enzo Trantino. Il deputato di An aveva creduto di aver rintuzzato ogni accusa l'altro giorno, quando a Belgrado ha tentato di dimostrare che il nome di Igor Marini, il grande accusatore, non gli era stato suggerito da nessuno ma era emerso dai fatti. Per la verità Trantino aveva anche badato bene a prendere le distanze dal faccendiere in carcere a Torino, alle Vallette, per una storia di truffe e riciclaggio: "Se affonda Marini, non affonda la commissione", aveva detto. Adesso Trantino è furibondo perché Repubblica gli riconosce un ruolo attivo nel confondere le carte, nell'indirizzare l'indagine da una parte sola quella costruita a tavolino da quanti volevano approfittare della commissione d'inchiesta per gettare ombre sui governi di centrosinistra. Enzo Trantino sposta su altri eventuali responsabilità. Reclama la trasparenza della sua conduzione della commissione. Il dossier del Sisde? "Ci è stato inviato il 13 maggio 2003, il 14 ne ho dato comunicazione alla commissione. L'audizione di Giovanni Garau, dirigente di Telekom Serbia indicato nel dossier, fu fissata per l'8 giugno. E' insabbiamento?". Secondo Repubblica il documento è di febbraio, cominciato alla commissione a settembre. Se anche avesse ragione Trantino, perché Palazzo Chigi trattiene il documento fino a maggio e lo consegna al Parlamento solo dopo la prima audizione di Igor Marini (7 maggio)? E' quanto si chiedono adesso in parecchi.
Lucia ViscaANSA:
TELEKOM SERBIA: CASTAGNETTI, E' TORNATA LA P2
Quello che sta emergendo dalla vicenda Telekom Serbia e' il segnale, secondo il capogruppo della Margherita alla Camera Pierluigi Castagnetti, che e' tornata la P2. Castagnetti, parlando a Belluno in occasione del congresso provinciale della Margherita, ha sottolineato che la "politica deve tornare nelle istituzioni perche' oggi le vicende politiche sono intralciate da gente che mesta". "Penso alla vergogna della vicenda Telekon Serbia - ha aggiunto -: e' tornata la feccia, la P2, i servizi segreti, le persone piu' losche che falsificano i documenti". "Hanno trasmesso per mesi l'idea che siamo tutti ladri uguali", ha osservato Castagnetti riferendo, infine, che "Gelli, in un' intervista, si e' compiaciuto dal fatto che i suoi affiliati stiano operando. Di cio' non e' arrivata una sola smentita". "Noi in Parlamento - ha concluso - diremo che c'e' stata una grossa calunnia e attendiamo che sia chiesto scusa alle persone infangate".4 ottobre 2003 - DUE ARRESTI NELL'INCHIESTA SUL CASO AIAZZONE
"Il Corriere della sera"
DUE ARRESTI NELL'INCHIESTA SUL CASO AIAZZONE
"Tangenti a ex giudice". La denuncia partita dalla moglie
MILANO - Una mazzetta da 30 milioni di vecchie lire all'allora presidente del Tribunale di Biella, Mario Conzo, per aggiustare la causa sul fallimento della Aiazzone spa fa finire in carcere il titolare della società, Francesco Franceschini, che è anche presidente di Euromercato di Calenzano, e il suo commercialista Annibale Viscomi. Ex consigliere comunale Dc a Prato, da poco dimessosi da Fi, molto conosciuto in Toscana il nome di Viscomi era nelle liste della P2. Solo indagato il giudice che, dopo aver confessato, mesi fa è andato in pensione. È stata la moglie di Conzo a far scattare l'inchiesta con una denuncia alla Procura di Biella dopo aver rotto con il marito. L'indagine è passata per competenza ai pm milanesi Corrado Carnevali e Maurizio Romanelli e ieri le squadre giudiziarie di Gdf e polizia hanno arrestato Franceschini e Viscomi. La tangente fu pagata il 3 gennaio 2002 da Viscomi, ma l'intervento di una collega impedì a Conzo di influire sulla causa. Solo a luglio il magistrato raccontò alla moglie di aver versato 20 milioni sul suo conto e di aver getto il resto nella spazzatura. Confessò dopo che i pm di Milano lo convocarono per un'altra indagine in cui lui era vittima di un tentativo di corruzione. "Era estremamente spaventato - ha detto la donna - perché temeva per la vicenda relativa ad Aiazzone. Piangendo, mi ha riferito che aveva preso la mazzetta". Un anno dopo ha ripetuto tutto agli ex colleghi.
Giuseppe Guastella"La Nazione"
Ha gestito anche l'ippodromo
Due settimane fa Annibale Viscomi, uno dei due arrestati dalla Guardia di Finanza di Milano per corruzione
nell'ambito di una indagine su presunti favoritismi da parte del tribunale fallimentare nei confronti del gruppo Aiazzone, aveva consegnato all'onorevole Sandro Bondi le sue dimissioni dal partito. Viscomi viene ritenuto uno dei grandi elettori di Forza Italia, potendo contare su un pacchetto di 350 tessere a Montecatini. Noto in politica per il suo impegno trentennale essendo stato anche consigliere comunale della Dc a Prato, ha derivato le sue fortune dall'attività di commercialista essendo l'uomo di fiducia dei più grossi imprenditori e delle più grandi aziende di Prato, Pistoia e Firenze. Il suo nome era venuto fuori tra gli iscritti alla loggia P2. Con la società Villa Glori ha gestito per alcuni anni gli ippodromi di Firenze e di Agnano. Ha anche degli uffici a Manhattan.4 ottobre 2003 - TELEKOM SERBIA - LO SCONTRO SI ALLARGA AI SERVIZI
"Il Nuovo"
Telekom, lo scontro si allarga ai servizi segreti
Il centrosinistra intenzionato ad attivare il Copaco affinché si accerti se ci sono state "deviazioni". Castagnetti: "E' tornata la P2". Il Polo li diffida: "Non è la sede adatta".
ROMA - Sul caso Telekom-Serbia non si placano le polemiche. L'opposizione grida al complotto ordito a tavolino dal centrodestra per infangare alcuni suoi leader. La maggioranza replica definendo questa tesi una manovra diversiva per coprire precise responsabilità politiche. Insomma, dentro e fuori la commissione bicamerale che cerca di indagare su un'acquisizione quantomeno anomala, continua il dialogo fra sordi.
Al momento dunque la rissa verbale si sviluppa su un nuovo filone: le presunte rivelazioni secondo cui il caso Telekom-Serbia sarebbe stato architettato dentro le istituzioni all'inizio di questa legislatura per screditare deliberatamente e falsamente alcuni grossi esponenti ulivisti.
Il sospetto che l'ipotetico scandalo politico-finanziario possa essere stata congegnato addirittura da settori deviati dello Stato viene alimentato con forza dal centrosinistra. E difatti oggi dopo che già il senatore diessino Guido Calvi aveva adombrato un'azione inquinante ("Sento forte odore di P2 in questa vicenda") anche il capogruppo alla Camera della Margherita torna ad alludere pesantemente. "Con la vergognosa vicenda Telekom-Serbia - dichiara Pierluigi Castagnetti - è tornata la feccia, la P2, i servizi segreti, le persone più losche che falsificano i documenti. Hanno trasmesso per mesi l'idea che siamo tutti ladri uguali. Noi in Parlamento diremo che c'è stata una grossa calunnia e attendiamo che sia chiesto scusa alle persone infangate".
Insinuazioni e accuse a cui la maggioranza replica tetragona. "Stanno alzando un polverone, - commenta il senatore di An Giuseppe Consolo, membro della commissione Telekom Serbia - ma andremo avanti e proporrò di accelerare i lavori. Di menzogne sul presidente Trantino e sulle presunte deviazioni della Commissione ne sono state scritte tante. Con un fine chiaro: distrarre l'opinione pubblica dalle possibile responsabilità politiche del trio Prodi-Dini-Fassino".
Meno agguerrita e più circostanza la replica di Gustavo Selva (An), presidente della Commissione Esteri di Montecitorio. "L'iniziativa della Commissione parlamentare Telekom Serbia si basa su una mozione discussa il 6 marzo 2001, - sottolinea - quando a governare era il centrosinistra e per la quale mai ci fu alcun intervento di Berlusconi né da Palazzo Chigi. Nessun parlamentare del centrosinistra intervenne nel dibattito sulla mozione addirittura confinato nella notte fra il 6 e il 7 marzo e non vennero raccolti dai colleghi dell'allora maggioranza di centrosinistra i nostri reiterati inviti a sottoscrivere il documento visto che un quotidiano, non certo dell'area di centrodestra, aveva parlato di tangenti pagate e riscosse".
Ma va detto che il centrosinistra non demorde. E pare che sia intenzionato ad attivare il Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) affinché si accerti se in effetti ci sono state "deviazioni" per costruire uno scandalo ad arte. Un'iniziativa che però nel centrodestra si diffida dall'intraprendere. "Il Copaco non deve essere coinvolto nel durissimo scontro politico in atto nel Parlamento e nel paese, - Dichiarano duri Pasquale Giuliano (Fi) vicepresidente della Commissione Servizi e Fabrizio Cicchitto (Fi) componente della medesima Commissione - ma deve essere una sede di confronto serio e sereno per la migliore efficienza dei servizi segreti nella lotta al terrorismo interno e internazionale e allo spionaggio e per la loro imparzialità rispetto alle vicende politiche". Poi aggiungono: "Non vogliamo in alcun modo che la Commissione Servizi diventi una cassa di risonanza o una sorta di dependence della Commissione Telekom Serbia che, a sua volta, deve svolgere i suoi lavori nella pienezza dei poteri di inchiesta sulla materia chiaramente assegnati dalla legge istitutiva".7 ottobre 2003 - TELEKOM SERBIA: DAI GIORNALI
"Il Riformista"
VENTILATORE. ENZO BIANCO VUOL APRIRE UN'INCHIESTA. CICCHITTO SI OPPONE: IL COPACO NE RESTI FUORI
Sisde contro Sismi, è Telekom Serbia o la Prima Repubblica?
Di tutto il polverone sollevato sulla vicenda Telekom Serbia da Igor Marini & soci negli ultimi nove mesi, una cosa appare chiara: che mentre uno spezzone dei nostri 007 lavorava allo smontaggio delle rivelazioni del presunto superteste e dei suoi "compagni di merenda", un altro era alacremente impegnato nel confenzionamento di nuove bufale. Per quello che è dato oggi sapere, anche grazie alle inchieste di Repubblica, lo schema era piuttosto questo: da una parte c'erano gli uomini del Sisde, il servizio di intelligence che fa capo al Viminale, che già nel febbraio scorso avevano pronto un rapporto che tendeva ad escludere l'ipotesi di un coinvolgimento di politici da questa storia di tangenti, concentrando invece i sospetti su due dirigenti del gruppo Telecom (Giovanni Garau e Giordano Cristofoli); dall'altra invece c'era un ex collaboratore del Sismi, Antonio Volpe, molto inserito negli ambienti dei carabinieri (un fratello è colonnello dell'Arma, e la fondazione romana da lui presieduta, la White Helmes Europe vanta tra i suoi soci molti ufficiali delle forze dell'ordine) e con buoni contatti con il mondo della politica. Secondo la ricostruzione fatta da Repubblica, sarebbe stato Volpe il manovratore di Marini, e questo già un anno prima che il "Conte Igor" facesse la sua apparizione davanti alla Commissione d'inchiesta parlamentare, accusando "Mortadella, Ranocchio e Cicogna".
Dunque, il Sisde contro il Sismi, gli 007 "buoni" contro quelli "cattivi", i servizi che indagano contro quelli che cercano di inquinare le stesse indagini: si tratta di una semplificazione estrema, ovviamente, ma il quadro delineatosi finora, con i suoi addentellati con apparati dello stato deviati (il colonnello e i due sottoufficiali dei carabinieri al servizio del commercialista napoletano Roberto D'Andria, un professionista del depistaggio e dei finti dossier oggi agli arresti), esponenti di logge massoniche (Salvatore e Nicola Spinello, Egidio Lanari, Mario Mortera, ecc.) e di gruppi dell'eversione nera (Marco Affatigato, uno dei fondatori della "Lega" di Stefano Delle Chiaie, Maurizio Boccacci, del "Movimento politico occidentale"), truffatori e faccendieri in odore di mafia (Michele Amandini, Vittore Pascucci, Marco Russo), rievoca i tempi più buii della prima Repubblica. Quasi come se la vicenda Telekom Serbia avesse riportato a galla alcuni elementi, certo oggi marginali, di quell'intreccio torbido che l'operazione di bonifica del generale Nino Lugaresi, all'epoca di Spadolini, sembrava aver spazzato via - osserva il senatore diessino Massimo Brutti, del Comitato di controllo dei servizi (Copaco). Un'ipotesi supportata anche dalla contemporanea riapparizione (una coincidenza?) di alcuni personaggi-chiave di quegli anni, dallo spione Francesco Pazienza (il direttore occulto del Sismi, al tempo di Licio Gelli) al faccendiere Flavio Carbone, legati in vario modi ai protagonisti della "Marini-story".
E' anche per fugare queste ombre che il presidente della Copaco, l'ex ministro degli Interni Enzo Bianco (Margherita), ha annunciato che proporrà al Comitato di aprire un'indagine "nei limiti delle sue competenze". "Non vogliamo aprire un'inchiesta-bis, ma difendere l'onorabilità dei servizi", precisa Bianco, in polemica con i due componenti forzisti del Copaco, Pasquale Giuliano e Fabrizio Cicchitto, che per contro hanno chiesto al Comitato di tenersi fuori dal duro scontro politico in atto sulla vicenda Telekom. Già la settimana prossima il Copaco intende chiedere al sottosegretario Gianni Letta (che ha la delega sui servizi) di poter acquisire tutta la documentazione posseduta dalla Commissione di Enzo Trantino:"Per verificare se esiste un rapporto del Sisde e se il governo ne era al corrente, e per sapere se è vero che i servizi continuano ad avvalersi di personaggi già coinvolti in passato in gravi azioni di depistaggio". Bianco non nasconde le difficoltà. La presidenza del Consiglio non ha nemmeno comunicato all'organo di controllo dei servizi il nuovo organigramma seguito alle nomine degli ultimi direttori generali del Sisde e Sismi, i generali Mario Mori e Nicolò Pollari. Per non parlare della vicenda dell'uranio del Niger, un'altra spy-story nella quale i nostri 007 militari hanno fatto una figura certo non esemplare.7 ottobre 2003 - MASSONERIA: PIAZZA DEL GESU', C'E' CHI SI INVENTA NUOVA P2
ANSA:
MASSONERIA: PIAZZA DEL GESU', C'E' CHI SI INVENTA NUOVA P2
Il Gran Maestro della Massoneria di Piazza del Gesu', Luigi Danesin, promette "grande fermezza nei confronti di coloro che vogliono inventarsi una nuova P2" cercando di "far rifiorire uno scandalo simile".
Il Gran Maestro si dice sdegnato e preoccupato dalla possibilita' che "una qualsiasi forza politica, per trarre proprio vantaggio e gettare discredito su quella avversaria, sia disposta a riproporre all' opinione pubblica, inventandosela, una nuova P2".
"Un evento che allora - afferma Danesin - al di la' del rumore che ebbe sui media, al forte disagio procurato agli iscritti alla Massoneria regolare e al di la' delle illazioni, alla fine non ha poi trovato alcun riscontro nelle conclusioni cui era giunto il Procuratore di Palmi Agostino Cordova che aveva condotto l' inchiesta". Per il Gran Maestro di Piazza del Gesu', si tratta di un "teorema" che potrebbe "trovare facile presa sulle coscienze degli italiani", anche perche' teme che "la sopravvivenza di alcune Obbedienze spurie possa creare una facile confusione". Nel confermare la propria "massima disponibilita', trasparenza e collaborazione nei confronti dei media", la Gran Loggia d' Italia di Palazzo Vitelleschi afferma che "qualora ci fossero strumentalizzazioni nei propri confronti non esitera' a mettere in atto nelle sedi opportune i provvedimenti piu' ideonei per la tutela dell' Obbedienza e dei suoi singoli associati".7 ottobre 2003 - CALVI: FIGLIO PENSA DI INCONTRARE INVESTIGATORI A LONDRA
ANSA:
CALVI: GB, FIGLIO PENSA DI INCONTRARE INVESTIGATORI A LONDRA
Carlo Calvi sta considerando di volare a Londra per incontrare Trevor Smith, il commissario responsabile nel Regno Unito delle indagini sul banchiere trovato impiccato il 19 giugno 1982 sotto al ponte dei Frati Neri.
"Individui coinvolti nell'omicidio sono ancora in giro", ha raccontato il figlio di Calvi al pomeridiano Evening Standard. "Non penso che potro' mai uscire da un tribunale dicendo 'giustizia e' stata fatta' - ha aggiunto - ma dovrebbe essere possibile identificare il colpevole".
Lo scorso 29 settembre, 21 anni dopo la morte di Roberto Calvi, la polizia della City di Londra ha riaperto le indagini sul misterioso decesso del banchiere. Un'iniziativa presa in seguito alla decisione della magistratura italiana, che qualche mese fa ha incriminato quattro persone per la morte dell'ex presidente di Banco Ambrosiano.
Il figlio di Calvi, che attualmente si trova in Canada, ha detto al giornale londinese di essere convinto che l'omicidio di suo padre sia avvenuto ad opera della Banda della Magliana, fortemente collegata alla P2.
"Diversi membri di quel gruppo erano a Londra all'epoca", ha detto Carlo Calvi, che ha dedicato gran parte della sua vita a cercare di fare luce sulle circostanze della morte di suo padre. "Abbiamo speso circa 4 milioni di dollari in detective privati e altri 20 milioni in legali, esperti e rappresentanti in moltissime udienze. La nostra famiglia aveva delle risorse ma devo ammettere che si sono considerevolmente ridotte", ha sottolineato.
Calvi ha detto di sperare che le nuove indagini identifichino precisamente i responsabili dell'omicidio di suo padre osservando che saranno usate nuove tecniche, che non erano disponibili negli anni Ottanta. Il figlio del banchiere ha affermato di conoscere gia' la maggior parte dei nomi ed il perche' sia stato ordinato l'omicidio.
"E' stato ucciso per assicurarsi il suo silenzio", ha detto, spiegando che se suo padre fosse andato in Italia a testimoniare "avrebbe rivelato i dettagli di uno scandalo che coinvolgeva il Vaticano e i piu' alti vertici del governo".
Calvi ha detto all'Evening Standard che suo padre trasferiva denaro per conto della banca vaticana in compagnie sparse per il mondo. E questo per permettere al Vaticano di perseguire i suoi obbiettivi politici nei paesi in cui la Chiesa aveva un interesse. "Pagavano politici in posti come il Peru' e l'Argentina", ha detto. "E il Vaticano non voleva che si sapesse", ha aggiunto, osservando di credere che le decisioni cruciali venissero prese dai membri della P2. "Anche se avrebbe dovuto essere smantellata, molte delle persone che erano coinvolte sono ancora li' oggi. Alcuni dei responsabili della morte di mio padre sono morti. Ma altri sono ancora in giro, e sono ancora potenti".
Il figlio del banchiere morto 21 anni fa sostiene di avere molte prove, tra cui quelle riguardanti un importante politico italiano. Un uomo sospettato della morte dell'ex presidente di Banco Ambrosiano, avrebbe fatto una serie di telefonate dal suo albergo di Londra in Italia, al numero di un politico di fama internazionale, proprio nei giorni dell'omicidio. "L'uomo - di cui il giornale londinese non rivela il nome per motivi legali - e' quello che ha ordinato la morte di mio padre", ha detto Calvi.9 ottobre 2003 - TELEKOM SERBIA: CHI E' ANTONIO VOLPE
"Il Gazzettino"
CHI È Volpe è accusato di essere la fonte anonima della commissione "Framassone" ed ex spione Antonio Volpe, "framassone", collaboratore del Sismi almeno fino al 1993, sarebbe legato al faccendiere piduista Francesco Pazienza. Così lo dipinge un dossier pubblicato da "Repubblica" che lo ritiene il "burattinaio" di Igor Marini e lo indica come il primo contatto della Commissione Telekom Serbia. I pm di Napoli che indagano sulle deviazioni della loggia spuria di Salvatore e Nicola Spinello, scrivono che Volpe "si vanta di essere amico di Marco Affatigato, estremista di destra tra i fondatori della "Lega" di Delle Chiaie ed è primo vicepresidente, con funzione di esperto nel settore finanza, della "Lega universale framassonica", loggia in contatto con Gelli".9 ottobre 2003 - CALVI (DS) SU CICCHITTO
Adn Kronos:
Telekom Serbia: Calvi (Ds), Furbesco Depistaggio Di Cicchitto
"L'on. Cicchitto, piduista storico e di recente ricordato con ammirazione da Licio Gelli, si lancia in un formidabile rovesciamento della realta'. Sembra aver ben appreso le regole di queste operazioni frequentando funzionari corrotti, uomini dei servizi deviati ed altri gentiluomini legati come lui alla P2". Lo ha dichiarato Guido Calvi, vice presidente Ds della commissione Telekom Serbia.9 ottobre 2003 - TELEKOM SERBIA: REPUBBLICA CONTINUA L' INCHIESTA
"La Repubblica"
Tutte le manovre dell'intelligence parallela. Nelle carte
sull'agenzia di manipolazione anche i nomi di Previti e Dell'Utri
Telekom, il ruolo degli 007
così inquinarono l'inchiesta
Perché Sismi e Sisde non hanno fermato Volpe e gli altri?
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO
ROMA - La commissione Telekom Serbia è stata la "chiamata alle armi" di una doppia struttura di intelligence parallela (illegale o semilegale, si vedrà con il tempo). La presenza di 007 "atipici" era già affiorata nelle ricostruzioni del lavoro della commissione (vedi Repubblica, 26 settembre e 3 ottobre), ma oggi si può cominciare a dar conto di come le due "agenzie", dirette ? a quanto ha accertato la magistratura ? da Francesco Pazienza e Renato D'Andria, sfiorino alcuni nomi dell'inner circle di Silvio Berlusconi. È una storia che può prendere avvio con una domanda: quale ruolo hanno avuto i collaboratori del Sisde e del Sismi nella Grande Trappola e quali rapporti hanno con la nostra intelligence? Ecco dunque il problema che sarà sul tavolo del Comitato parlamentare di controllo che affronterà giovedì 16 ottobre la Grande Trappola di Telekom Serbia.
Gli 007 "atipici" che girano intorno e dentro la commissione Telekom si sono mossi all'insaputa dei Servizi o c'era chi nei Servizi sapeva? E, anche se questi "collaboratori" si sono mossi all'insaputa dei Servizi, perché i Servizi quando li hanno visti pubblicamente al lavoro non hanno battuto un colpo per proteggere le istituzioni dalla loro cospirazione?
Ci sono per lo meno tre nomi che avrebbero dovuto suonare come campanacci alle orecchie sensibili dell'intelligence. Antonio Volpe, collaboratore del Sismi almeno fino al 1993, è l'uomo chiave della calunnia che ha avuto in Igor Marini il suo perno. Francesco Pazienza, il direttore occulto del Sismi infiltrato dalla P2 di Licio Gelli, è il mandante di un falso dossier contro Romano Prodi, approdato in commissione. Renato D'Andria, "fonte confidenziale" del centro Sisde di Napoli almeno fino al 1993, è il tessitore di un metodo che, già in funzione grazie all'imperizia del pubblico ministero napoletano Salvatore Sbrizzi, si vede all'opera a San Macuto (è una coincidenza che quel pubblico ministero sia anche consulente della commissione).
Qui di seguito daremo conto di come i tre personaggi e le loro storie si incrociano con l'attività dei servizi segreti. Fiorirà qualche sorpresa.
* * *
Antonio Volpe è l'uomo chiave della Grande Trappola. Fin dal maggio dello scorso anno, con Igor Marini, prepara le condizioni dell'anonimo che farà esplodere l'affaire. Nei primi giorni di dicembre indica con una telefonata anonima la strada da percorrere al presidente Trantino. La conferma, qualche giorno dopo, con una lettera anonima. Cerca altri documenti. Incontra il deputato Alfredo Vito. Lo incontra ancora. Infine, giunge a testimoniare per confermare le accuse di Igor Marini. Ora, c'è un elemento in più per sostenere il ruolo di manovratore di Antonio Volpe. Ruolo che si è avvalso della "faccia" del presidente della commissione Enzo Trantino.
Il 14 gennaio, a San Macuto, all'avvocato romano Fabrizio Paoletti, Trantino rivolge una domanda di cui sin qui non si era riusciti a venire a capo. Chiede il presidente: "Ha mai avuto rapporti lavorativi con tale Jacob Zaglina e con Judel Gaddani, entrambe cittadine croate?". Paoletti ignora quei due nomi. E come lui li ignorano o dovrebbero ignorarli quanti stanno prestando attenzione alla deposizione. Chi sono le croate Jacob Zaglina e Judel Gaddani? Che c'entrano con Telekom Serbia? Nulla a ben vedere. Ma c'entrano con Antonio Volpe, l'uomo che Trantino continua a ripetere di "non sapere neppure chi fosse".
Per tirare il filo che lega le due croate a Volpe, è necessario leggere il rapporto che il Nucleo operativo carabinieri consegna il 23 aprile ?94 alla magistratura di Salerno. E' un incarto ponderoso, di oltre duecento pagine, svelato il 6 ottobre scorso dal Tg3. Vi si rintraccia la conferma della "collaborazione con il Sismi" di Volpe. La notizia che scioglie il senso della domanda di Trantino è a pagina 131 di quel rapporto. Scrivono gli investigatori dell'Arma: "Volpe Antonio convive con tale cittadina croata Ujdenica Zaklina, nata a Zagabria il 16 settembre ?64".
Ora, la "Zaglina" di san Macuto è la stessa "Zaklina" del rapporto dell'Arma? La sovrapposizione fonetica dei due nomi sembra rendere la circostanza molto verosimile. Se è così, come poteva Trantino che dice di aver conosciuto Volpe solo il 31 luglio, conoscere il nome della sua convivente il 14 di gennaio? Chi gli suggerisce quel nome? "Una fonte anonima", rivela oggi Trantino. Un'altra fonte anonima per venir fuori da un pasticcio.
Zaklina-Zaglina non è il solo passaggio di interesse nel rapporto dei carabinieri. Ad Antonio Volpe, gli investigatori dell'Arma dedicano una cinquantina almeno delle pagine del rapporto. Radicando questo nome ancor di più e meglio in un contesto che rimanda in ogni suo tratto ai servizi di intelligence. "Volpe - scrivono - viaggia a bordo di un'auto blindata ed è scortato da agenti della polizia di Stato". "E' collegato al famoso Anghessa, noto esponente della loggia massonica P2 di Licio Gelli (...) è stato verosimilmente collaboratore del Sismi". Finanche i suoi precedenti penali "sono stati ripuliti dall'archivio dati del Viminale".
* * *
"Carissimo Giulio...", scrive Francesco Pazienza dal carcere.
Finalmente si sa chi è quel Giulio, "carissimo". È Giulio Rocconi, un fiorentino di 36 anni, interlocutore in libertà del direttore occulto del Sismi della P2, più o meno il suo braccio operativo e in costante contatto telefonico con Licio Gelli. Pazienza gli si appoggia e lo utilizza per i suoi ricatti e inquinamenti. Dal carcere gli spiega come deve muoversi, a quale porta deve bussare, quale argomento ricattatorio deve usare per ottenere lo scopo. Abbiamo visto come funziona il "sistema" di Francesco Pazienza con Pio Maria Deiana (vedi Repubblica, 3 ottobre). Deiana è un malvissuto con un passato periglioso di trafficante di armi e di droga. L'uomo vive ora pacifico sui Colli Romani ricco di 22 miliardi di vecchie lire trafugati in Svizzera grazie a una truffa. Pazienza lo scova e gli manda Rocconi. Ecco che cosa lo spione della P2 consiglia al suo braccio destro: "Se una persona si presenta da quello stronzo (Deiana) e gli mostra questo foglio (il curriculum del malvissuto) l'unica cosa che può fare è quella di mettersi completamente a disposizione. Comunque, se dobbiamo mettere insieme il dossier completo, io so come fare... D'altronde il solo fatto che il Bolognese (Prodi, ndr) abbia avuto rapporti con un personaggio simile - se esce fuori - è la fine per lui, basta pomparlo un po' sui giornali e il gioco è bello che fatto...".
Come si sa, è quel che accade. Rocconi fa quel che deve. Deiana cede al ricatto. Arriva in commissione Telekom. Consegna un falso dossier (finito presto sui giornali) contro Romano Prodi.
Non è la sola operazione che vede protagonista Giulio Rocconi per conto di Francesco Pazienza. L'"agenzia" dello spione di Gelli, rinchiuso nel carcere di Livorno, non si attiva soltanto per costruire calunnie politiche, ma si dà da fare anche per raccogliere notizie, informazioni riservate che permettono altri ricatti o, manipolate, la costruzione di altri dossier. Al centro delle operazioni, c'è sempre Giulio Rocconi che si presenta, secondo alcuni testimoni ascoltati dalla procura di Roma, come "rappresentante dei servizi militari". L'uomo va in giro scortato da due poliziotti (autentici). È in grado di infiltrare la Polizia Criminale e la questura di Roma. Riesce a raccogliere un dossier (falso) contro Luciano Violante e il capo della polizia Gianni Di Gennaro. Mette le mani su documenti riservati negli uffici di polizia e su verbali di interrogatorio nelle procure. È quanto accade con l'ispettore della Criminalpol Davide Canzano, al servizio di Rocconi. Storia utile da raccontare.
L'ispettore della Criminalpol Davide Canzano viene spedito a interrogare in carcere il pentito Cosimo Cirfeta. Questo Cirfeta, un killer della Sacra Corona Unita pugliese, è noto alla cronache, e qualcuno lo ricorderà. Racconta ai pubblici ministeri che in carcere ha potuto assistere all'organizzazione di un complotto di alcuni pentiti contro Marcello Dell'Utri. "A Rebibbia, tre collaboratori mi hanno detto che dovevo costruire un castello accusatorio contro Berlusconi e Dell'Utri...". Cosimo Cirfeta spiega anche chi tira i fili della macchinazione: è Ilda Boccassini. "La dottoressa Boccassini - dirà Cirfeta - aveva il compito di prendere le informazioni tra i vari collaboratori delle accuse nei confronti di queste persone (Berlusconi e Dell'Utri)".
La faccenda finisce male per Cirfeta e per Dell'Utri (sono attualmente a giudizio per tentata estorsione e calunnia). Qui quel che conta dire è che Pazienza, con il fido Rocconi, prova a inserirsi nel pasticcio che vuole mandare per aria la credibilità dei pentiti che accusano a Palermo il presidente di Publitalia coinvolgendo nell'affare anche Ilda Boccassini (pm dei processi milanesi contro Berlusconi e Previti). L'ispettore Canzano, scrivono i giudici di Roma, insieme al suo collega ispettore Massimiliano De Cristofaro, "consegnano a Giulio Rocconi un floppy disk contenente copia digitale delle dichiarazioni rese dal pentito Cirfeta sulle sue accuse a Dell'Utri". Che uso ha fatto di quel floppy Rocconi? Lo ha consegnato ai Servizi di cui si diceva "rappresentante"? Lo ha fatto pervenire a Marcello Dell'Utri? Lo ha utilizzato per condizionare Marcello Dell'Utri?
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Via Ludovisi 35 è una delle tappe obbligate delle passeggiate romane di Antonio Volpe, è il luogo dove gli uomini di Francesco Pazienza incontrano gli uomini di un'altra agenzia di inquinamento. In via Ludovisi, 35 ha il suo studio Renato D'Andria. Cinquantasette anni, napoletano, D'Andria espone la targa di dottore commercialista. In realtà - a leggere quel che di lui scrivono i magistrati napoletani - è qualcosa di più e di diverso. "Imprenditore di rilievo nazionale, ha un capitale nascosto di circa 1000 miliardi (di lire ndr.)". "Ha conoscenze in settori vitali dello Stato". Per battere la concorrenza pulita, "ricatta" gli antagonisti. Per "spolpare imprese vitali, utilizza notizie riservate, ostacolando gli accertamenti e le investigazioni nei suoi confronti, indirizzandole sui concorrenti". Una "avventura birichina" (dice D'Andria), a cui associa il colonnello dei carabinieri Pietro Sica. "Insieme - scrivono ancora i magistrati napoletani - decidono di dare vita a una stabile struttura di intelligence dislocata in diverse zone del territorio nazionale".
Nell'intelligence di via Ludovisi 35, vengono reclutati "uomini delle forze dell'ordine, tutti appartenenti all'Arma dei carabinieri". È una "struttura deviata" che "intercetta abusivamente le conversazioni e pedina illegalmente" le sue vittime. Pronta "ad aggressioni fisiche", come il pestaggio (per fortuna, solo progettato) del presidente delle camere penali Giuseppe Frigo. ("Dobbiamo stroppiare Frigo. Fuori il palazzo di giustizia e quando esce lo stroppeano, lo sfregiano...").
A D'Andria vengono consegnate "notizie riservate, contenute negli archivi dell'Arma" e del "ministero dell'Interno", destinate a "formare fascicoli personali ad hoc al fine di ricattare". Quando la Dia di Napoli entra negli uffici di via Ludovisi ne trova 300. Ed è legittimo chiedersi chi, oltre D'Andria, ha o può aver accesso a quei fascicoli personali, alle informazioni (manipolate) che vi sono raccolte.
Si può ragionevolmente ipotizzare che l'agenzia di inquinamento e disinformazione si metta al servizio di committenti vari. Sicuramente del Sisde, di cui Renato D'Andria è fonte e collaboratore. A documentarlo, del resto, sono ancora una volta gli atti della Procura di Napoli, anno 1993. Vediamo.
D'Andria ha urgenza di liberarsi di un brillante ufficiale dell'Arma (Vittorio Tomasone) che, a Napoli, sta ficcando il naso nelle sue faccende. E con lui di un gruppo di "magistrati di sinistra" addetti alle indagini che lo interessano. Lo fa in due mosse. Confeziona sul carabiniere da eliminare uno dei suoi dossier manipolati che consegna al capocentro dell'intelligence civile a Napoli, il tenente colonnello Navarra della Guardia di Finanza. Che a sua volta gira le informazioni alla Finanza. La calunnia diventa così un atto di indagine e, quindi, una notizia di reato per la Procura, che apre l'inchiesta sul carabiniere di cui liberarsi.
La routine di D'Andria dice di un metodo e di un legame con il Sisde. Che lo stesso capocentro Sisde - interrogato dai pm napoletani - non riuscirà a smentire. Ammettendo che D'Andria era "fonte utile per il servizio". Ma c'è qualche cosa di più: la routine racconta anche come l'agenzia di manipolazione di via Ludovisi contasse su un'attenzione della magistratura. Ne parla lo stesso D'Andria al colonnello Sica, il 4 gennaio 2001. I due sono intercettati. Dice D'Andria: "Io al maggiore Vittorio Tomasone gli ho sparato addosso Sbrizzi... Bisogna fotterlo... E, se hai elementi, li dò a Sbrizzi, hai capito?".
Il magistrato Salvatore Sbrizzi non è un nome neutro nella Grande Trappola. Già sostituto procuratore a Napoli, lo si ritrova curiosamente a san Macuto, nell'intelligence personale del presidente Enzo Trantino. E lo si individua - è Trantino a indicarlo - come il consulente che, alla vigilia dell'audizione del 14 gennaio dell'avvocato Fabrizio Paoletti, redige l'ormai noto elenco dei 18 nomi che delineano la tela pronta ad avvolgere Romano Prodi, Lamberto Dini e Piero Fassino.
La sequenza di nessi che collocano D'Andria al centro di un sistema di inquinamento potrebbe già bastare. Se non fosse che, proprio sciogliendo questo garbuglio, imprevedibilmente si arriva - al crocevia tra indagini giudiziarie, servizi segreti e inquinamenti - a qualche nome eccellente. E' ancora una volta una conversazione intercettata tra D'Andria e il colonnello Sica a fornire la traccia. Scrivono i magistrati napoletani: "Alle 22.49 del 31 ottobre 2000, Sica chiede a D'Andria dei suoi rapporti con Cesare Previti. D'Andria riferisce che lo ha incontrato. Che "glielo ha presentato Giancarlo Paoletti, del Sisde"". Perché, grazie alla mediazione di una barba finta (oggi dimessosi dal Servizio), Previti e D'Andria si incontrano?
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Volpe, D'Andria, Pazienza. Si può tirare a questo punto qualche filo. Intorno a questi nomi si sono mosse, nel passato, delle macchine cospirative che volevano manipolare la vita politica e istituzionale del Paese. Queste agenzie di inquinamento, gli stessi metodi, gli stessi personaggi sostenuti da alcune coincidenze (Taormina difensore di Pazienza e D'Andria; Sbrizzi pubblico ministero e consulente della commissione; Alfredo Vito conoscente di Antonio Volpe da un decennio) si sono messi in moto per coinvolgere nell'affare Telekom, come corrotti, Prodi, Fassino e Dini. Questo è solo un aspetto della questione. Forse neppure il più grave. Perché appare gravissimo che questi personaggi abbiano avuto nel passato rapporti con gli apparati dell'intelligence e che non siano stati dagli apparati della sicurezza oggi tempestivamente fermati.
Forse il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti riuscirà a dirci il perché.
(Hanno collaborato Ettore Boffano e Alberto Custodero)10 ottobre 2003 - INTERVISTA COSSIGA SULLA MASSONERIA
"La Repubblica"
LE CONFESSIONI DI COSSIGA: "Io, Gelli e la massoneria"
L' ex presidente della Repubblica parla della P2 e racconta i suoi rapporti con le logge
Concita De Gregorio
Dice che la massoneria ha "ripreso respiro", in Italia. "Non nei quadri altissimi, piuttosto ai livelli intermedi dello Stato". Dice che la fase della grande epurazione che seguì lo scandalo della P2 è finita da tempo. "Persino Licio Gelli, mi risulta, è stato riammesso mesi fa alla massoneria". È vero: Gelli è stato riammesso a una delle logge, ed ha così ripreso anche ufficialmente la sua attività. Un rifiorire, insomma. Una nuova "cattedrale invisibile" che i liberi muratori riedificano sulle macerie della vecchia.
Nella biblioteca dell'appartamento privato di Francesco Cossiga una parete intera è dedicata a testi esoterici: la sezione "massoneria" viene dopo quella "Templari". Ne conosce i capitoli e ne cita brani a memoria. Ha sempre avuto una passione per i misteri, in parecchi casi anche un ruolo. Per le 'intelligence', "che - sillaba - non fabbricano segreti ma forniscono gli strumenti per conoscerli e difenderli". Per le reti invisibili, per i dossier e per le spie. "A me piacciono le spie come ad altri piacciono i fiori", si legge nel sua ultimo libro, "Per carità di patria".
Qui parla dei suoi rapporti coi massoni, con Licio Gelli ('"l'ho incontrato quattro volte, la prima a palazzo Chigi"), coi piduisti di allora e di oggi. Parla di Moro, perché è a proposito di Moro che Gelli lo ha chiamato in causa nella sua conversazione con Repubblica. Di Berlusconi e di alcuni suoi ministri e collaboratori. Infine della sua presunta pazzia, "una leggenda nata proprio da un dossier che il Sid confezionò su di me su commissione". Nel corso di questo incontro squilla tre volte il telefono. Tre persone diverse, ogni volta l'ex presidente risponde: "Buonasera, generale".
Senatore Cossiga, lei è massone?
"Au contraire, madame. Una volta me lo chiese anche un pm, voleva impugnare la mia deposizione perché riteneva che ci fosse comunanza di interessi fra me e l'imputato, massone. Io non posso essere massone perché sono cattolico, e credo fermamente che le due condizioni siano incompatibili".
Non è mai stato tentato, nessuno glielo ha mai proposto?
"Mai. Tutti sanno che sono un fedele suddito di Santa Romana Chiesa.
Tra i non massoni, è tuttavia uno dei massimi esperti del ramo.
"Massimo non so. Ho tre buoni motivi per occuparmi di massoneria. Il primo è familiare: la mia famiglia materna, borghesia commerciale sassarese, ha antiche tradizioni massoniche. Mio nonno Antonio Zanfarini, medico e politico repubblicano, è stato Venerabile della loggia di Sassari. D'estate quando ero ragazzo dormivo in casa sua, una volta scoprii in una libreria chiusa tutta la collezione della rivista della massoneria italiana, quella con la copertina azzurra. Purtroppo poi mia, zia la distrusse".
Seconda e terza ragione.
"Seconda: la curiosità. Terza: la cocciutaggine. Io sono un liberal, molto rispettoso delle idee altrui. La massoneria è stata oggetto di grandi pregiudizi. Intendiamoci: ci sono anche associazioni sportive di ladroni, come ci sono logge pulite e logge sporche. La massoneria tradizionale, quando gli altri la attaccavano io la difendevo".
Ci sarà stata poi quella sua passione per i segreti, per le "cattedrali invisibili".
"Sì, guardi comunque che le reti di spionaggio e la massoneria sono cose diverse. La massoneria non è un mondo segreto, è un mondo esoterico, non un'associazione segreta ma un'associazione di segreti iniziatici. Quanto alle intelligence, è vero: la Dc che era un grande partito formava degli specialisti. I due che formò in questo ramo fummo io e Peppino Zamberletti. Amo i romanzi di Le Carrè, che è lo pseudonimo di un alto agente dell'intelligence inglese. Sono gli unici verosimili. James Bond è uno che verrebbe arrestato da un vigile urbano".
I due mondi - reti spionistiche e massoneria deviata - si sono però spesso sovrapposti. Di Gelli si è detto che lavorasse peri servizi americani, e che facesse il doppio gioco coi sovietici.
"Gelli non aveva legami con la Cia. Con gli americani sì: con ambienti iperatlantici, in chiave anticomunista. Fare il doppio gioco è stata sempre una delle sue caratteristiche. È un uomo complesso, Gelli. Aveva rapporti con tutti, a destra e a sinistra. Tra gli esponenti della P2 c'erano uomini vicini a Moro, a Pecchioli, a Pertini. L'ammiraglio Torrisi era grande amico di Pertini, e d'altra parte fu Teardo, altro piduista, il grande elettore del presidente socialista".
Lei quando ha conosciuto Gelli?
"Lo convocai a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio. Il Corriere della Sera aveva iniziato una campagna violenta contro di me: erano pressioni per avere la famosa legge sulla stampa. Mi dissero sottovoce: dipende da Gelli. Venne da me, si presentava come ingegner Luciani: Gli chiesi: che succede, mi dicono che lei controlli il Corriere. Mi rispose sorridendo: ho alcuni amici".
Da allora vi siete frequentati?
"L'ho visto quattro volte. La seconda fu lui a cercarmi, tramite un alto esponente dc. Voleva mettermi in contatto con l'ammiraglio Massera, uno dei comandanti militari argentini che era uscito dal triumvirato militare, e voleva rifarsi una verginità creando nel suo paese un partito socialdemocratico. Era massone ma non piduista. Chiesi a Massera di aiutarci ad avere le liste dei desaparecidos detenuti nelle loro carceri. Volevamo aiutare gli italiani. Un lavoro in cui mi fece da mediatore Lelio Basso. Un giorno mi portò i referenti della guerriglia argentina che vivevano a Parigi".
Non otteneste grandi risultati, coi desaparecidos. Torniamo a Gelli. Dice che gli elenchi sequestrati ad Arezzo erano parziali.
"È vero, lo ha confermato anche a me. Intanto c'è quella pagina mancante, quella che conteneva i nomi del generale Dalla Chiesa e di suo fratello. Fu strappata perché se si fosse saputo che nella P2 c'era Dalla Chiesa la vicenda avrebbe avuto tutto un altro spessore".
Non che non l'abbia avuto comunque.
"Guardi, le racconto un episodio. Io non conoscevo il contenuto degli elenchi della P2. Convocai il capo di stato maggiore dell'Arma dei Carabinieri generale Ferrara; gli chiesi cosa ne sapesse lui. Mi rispose: niente. Poi il responsabile della sicurezza del Viminale; un socialista, mi disse che con un'auto borghese il comandante generale dell'Arma si recava regolarmente ad Arezzo. Mi chiese se volessi saperne di più. Gli dissi di no: se avessero scoperto che pedinavamo il comandante dell'Arma, s'immagina...".
Senatore, all'epoca del Sequestro Moro c'erano piduisti al vertice dei Servizi e nel comitato di emergenza che lei riuniva al Viminale. Santovito, Grassini, Pelosi. Non ne sapeva niente?
"All'epoca non si sapeva della P2. Grassini era un vero galantuomo, amico di Pecchioli. Sa come si lavorava col Pci?".
Dica.
"lo chiamavo Pecchioli, gli dicevo vorrei nominare Dalla Chiesa capo del Servizio. Lui andava al partito, tornava e diceva: no. Però senta anche questo. Quando ero presidente della Repubblica si doveva nominare il capo di stato maggiore della Marina, uno dei candidati, Cervetti, aveva fatto parte della P2. Venne da me, e andò da Martinazzoli, un alto esponente del Pci. Disse: se non lo nominate non dite poi che siamo stati noi ad impedirvelo. È una partita fra voi e la Anselmi".
Sta dicendo che il Pci,aveva rapporti con uomini della P2?
" È stato Gelli che ha fatto arrivare al Pci attraverso il Banco Ambrosiano il prestito per Paese sera, o no? Una volta ho chiesto a Gelli: ma come mai nessuno ha mai detto dei suoi rapporti con Moro? Lo sa che Gelli si adoperò, coi rumeni, per farlo liberare?".
Veramente Gelli ha detto a Repubblica che per liberare Moro non avrebbe fatto niente. Ha raccontato dell'antipatia reciproca. Ha invece manifestato grande stima per lei, senatore.
"Io non credo che Moro abbia contestato al diplomatico Gelli di essere il rappresentante di un governo autoritario: era troppo fine per una tale grossolanità. D'altra parte non è nemmeno vero che la politica di Moro dispiacesse agli Usa, almeno non più dal momento in cui nasce il governo Andreotti".
La versione di Moro benvoluto dagli americani e di Gelli che si adopera per liberarlo è perlomeno stravagante.
"La verità è sempre più complessa di quel che sembra e quella che lei chiama stravaganza è un aspetto della storia. Sono convinto che la P2 nel sequestro Moro non abbia avuto un ruolo. L'intelligence americana era in contrasto con noi perché non volevamo trattare. Credo che il sequestro sia stato opera delle Br. l brigatisti non volevano soldi, né scambio di prigionieri. Volevano il riconoscimento politico. Sono gente di intelligenza e cultura superiore alla media. Li ho avuti qui, in questo salotto".
Torniamo alla massoneria. Lei dice che oggi vive una nuova primavera.
"Sì, dopo l'epurazione operata da Armando Corona. Fiorisce, come da tradizione: fra le forze armate, soprattutto Marina, nella magistratura, al ministero dei lavori pubblici. E molto altro, ovviamente".
Non le sfuggirà che, nonostante l'epurazione, le persone fisiche sono spesso le stesse di allora.
"Non è così. Ci sono moltissimi nuovi massoni. Inoltre fra i piduisti non erano molti i massoni autentici. C'era gente che aveva aderito per opportunità".
Berlusconi?
"Si è iscritto per convenienza, e difatti gli è convenuto. E' completamente a-massone. Un uomo pratico. Si figuri cosa gliene importa del rito di Osiride. E anche la scelta che fa adesso dei suoi collaboratori non credo sia da ricondurre all'appartenenza massonica: di Cicchetto si fida perché è un ex socialista come lui, e perché conosce il mondo dei servizi segreti. Diverso il caso di Martino".
Il ministro Martino?
"Massone di piazza del Gesù, loggia elegante, liberale, piemontese. Massone autentico, difatti uomo diversissimo da Berlusconi. Ma, scusi: non le ho raccontato di quando mandarono Pazienza ad Hong Kong per sputtanarmi".
No in effetti.
"Pazienza, che non era uomo della P2 ma dei servizi, dicevano lavorasse per i servizi francesi, era molto amico del nipote di Santovito. Un giorno lo contattarono i servizi segreti italiani perché andasse ad Hong Kong in missione coperta. Quando arrivò nell'albergo dove doveva attendere il contatto seppe che in quello stesso hotel stavo arrivando io, che ero presidente del Senato in predicato per il Quirinale. Capì che il suo compito era di farsi fotografare accanto a me, e se ne andò. Di sicuro anche questa storia è nel dossier".
Quale dossier?
"Quello del Servizio segreto su di me. Quello in cui si dice che andavo a fare l'elettrochoc in Romania".
Ma ci andava in Romania?
"Sì, ma non a fare l'elettrochoc. E nemmeno ero in cura da quel famoso psichiatra di Pisa, che ho sentito al telefono una sola volta per un amico. E neppure faccio uso di litio. Di farmaci antidepressivi sì, ho avuto periodi di depressione. Ma fra essere depresso ed essere pazzo c'è differenza. Questa faccenda della mia pazzia l'hanno messa in giro i miei colleghi di partito, e mi diverte molto. Quando ero presidente della Repubblica si facevano riunioni per decidere se sottopormi a perizia psichiatríca. Ma io parlavo così perché non avendo dietro nessuno del mio partito o usavo quel linguaggio o nessuno sarebbe stato a sentire".
Le picconate erano un'astuzia, insomma.
"Un espediente per dire sempre a voce alta la verità. Io non parlo mai a sproposito, mi creda. Ho buona memoria e una certa esperienza di vita. Se dico che la massoneria in Italia sta riacquistando vigore ho gli elementi per farlo. Inoltre, vengo dalla politica e so cosa sia. Non siamo rimasti in tanti con questo curriculum, non sembra anche a lei, madame?".10 ottobre 2003 - MASSONERIA: RAFFI A COSSIGA, NO RIABILITAZIONE GELLI E P2
ANSA:
MASSONERIA: RAFFI A COSSIGA, NO RIABILITAZIONE GELLI E P2
"Riaffermo ancora una volta come vi sia una totale inconciliabilita' fra Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani e piduismo: nessuna riabilitazione quindi nei confronti di Licio Gelli".
Lo ha dichiarato l'avvocato Gustavo Raffi, gran maestro del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani, la maggiore organizzazione massone italiana, commentando le dichiarazioni dell'ex presidente della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, pubblicate oggi da La Repubblica, secondo le quali "Gelli e' stato riammesso mesi fa in una delle Logge".
Il gran maestro Raffi e' a Washington per le celebrazioni in onore di Giuseppe Garibaldi organizzate dalla Italia Lodge della Gran Loggia del Distretto di Columbia.
Nella sua dichiarazione, contenuta in un comunicato diffuso a Washington, l'avvocato Raffi ha anche ricordato "di avere gia' smentito una simile circostanza sin dal novembre del 2001, quando Gelli fu nominato gran maestro onorario della autodefinitasi Gran Loggia Nazionale d'Italia di rito scozzese, con la quale ne' la Gran Loggia Unita d'Inghilterra ne' le massonerie ufficiali e regolari del mondo, tra cui il Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani, hanno mai avuto rapporti".10 ottobre 2003 - DEL MESE: FONTI DEVIATE USATE ANCORA
"La Repubblica"
Lettera di Del Mese, direttore del Cesis, al Comitato parlamentare di controllo sui Servizi
La denuncia del capo degli 007
"Fonti deviate usate ancora oggi"
Raccomandazione a Sisde e Sismi: "massima prudenza" con questi informatori
di CARLO BONINI
ROMA - Ancora oggi Sisde e Sismi hanno rapporti con professionisti della manipolazione che hanno dato prova di inquinare la vita pubblica. Lo scrive il segretario generale del Cesis, Emilio Del Mese, in una lettera trasmessa al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti che, non più tardi del 24 settembre scorso, lo aveva sollecitato a verificare se la nostra intelligence fosse ancora impicciata con manovali della disinformazione a uso politico, già indagati dall'autorità giudiziaria.
I "rapporti" dunque ci sono e si tratta - si legge nella lettera di Del Mese - di fonti "già entrate in contatto con l'area dell'intelligence, con la finalità di porre in essere attività devianti rispetto alle funzioni istituzionali dei Servizi". La presa d'atto è così nitida e asciutta nella sua formulazione che, aggiunge per iscritto lo stesso segretario generale del Cesis, la circostanza lo ha spinto a raccomandare ai direttori dei due servizi, Mario Mori (Sisde) e Niccolò Pollari (Sismi) di fare di questi "contatti deviati" un uso "estremamente prudente" e solo se le circostanze lo rendano "indispensabile".
Le rivelazioni delle inchieste di Repubblica sulla Grande Trappola di Telekom Serbia e le interferenze che nei lavori della commissione parlamentare hanno avuto "contatti deviati" di