Almanacco dei misteri d' Italia


Uccisione Pasolini
le notizie del 2005

7 maggio 2005 - PASOLINI: PELOSI, NON L’HO UCCISO
ANSA:
PASOLINI: PELOSI, NON L’HO UCCISO, E’LA VERITA’,CHE DEVO FARE?
BASTA, PIETA’,SONO INNOCENTE,L’INTERVISTA A ‘OMBRE DEL GIALLO’
“Io sono innocente, non sono complice di nessuno. Non ho ucciso Pier Paolo Pasolini”. E’ con questa rivelazione straordinaria che Pino Pelosi, per 30 anni considerato l’assassino di Pier Paolo Pasolini, delitto per il quale ha trascorso nove anni in carcere e del quale si e’ sempre autoaccusato, risponde alle domande della giornalista Franca Leosini durante la trasmissione di Rai Tre “Ombre del giallo”, che andra’ in onda stasera alle 23:20.
“Ho vissuto 30 anni nel terrore - spiega Pelosi incalzato dalle domande della Leosini che gli chiede perche’ solo adesso ha deciso di cambiare la sua versione dell’omicidio accaduto nel 1975 all’idroscalo di Ostia - Adesso non ho piu’ paura. Le persone che mi avevano minacciato, che avevano minacciato la mia famiglia, saranno anziane o morte”. E aggiunge: “Questa e’ la verita’, che devo fare?”.
Pelosi ammette pero’ di non aver mai saputo chi fossero i tre uomini (“a me parevano grandi”) che oggi accusa essere gli assassini di Pasolini e che, a suo dire, minacciarono lui e la sua famiglia se avesse raccontato come fossero andate le cose.  E’ solo in grado di descriverli: “Uno aveva la barba, capelli un po’ ricci, parlavano un dialetto del sud, non so se siciliano o calabrese. Hanno detto parole tipo arruso, fetuso, sporco comunista, frocio”. Pelosi, incalzato dall’intervistatrice che gli chiede se li conosceva, ribadisce: “No, mai viste prima, avevo 17 anni”. E, dira’ nel corso dell’intervista, di non aver “piu’ visto e sentito nessuno”. Ma, gli chiede la Leosini, ha avuto l’ impressione che Pasolini li conoscesse? “Non credo - risponde - non credo”. Comunque, aggiunge “lo stavano a massacra””. E, in seguito, rispondendo alla domanda se all’idroscalo era solo con Pasolini e che idea si era fatto di quanto accadeva, risponde: “Era come se fosse stato preventivato un agguato”. Quello che tiene a ripetere e’ di aver vissuto 30 anni nel terrore: “Sono stato minacciato, io mia madre, mio padre. Adesso sono morti, sono solo, non ho piu’ paura ho fatto 9 anni di carcere, ho 46 anni, sono solo, non ho piu’ paura che queste persone sicuramente o saranno morte o saranno anziane. E comunque non le conosco”.
Si riscrive cosi’ dopo 30 anni la storia dell’omicidio di Pasolini? “Non ho piu’ paura, queste persone o saranno morte, perche’ all’epoca erano grandi, o avranno 80 anni”, dice. Ma non spiega perche’ in carcere ad un compagno di cella disse, a suo tempo che aveva ucciso Paolini: “beh, stava li’, mezzo morto io l’ho visto mezzo morto”.      Ma ecco come Pelosi ricostruisce quella sera: “Lui mi diceva dai andiamo insieme, ci andiamo a mangiare qualcosa, facciamo qualche toccatina.  Avevo 17 anni, ero totalmente immaturo”. E, ancora: “Ho capito che era un po’ di quella parte, si limitava a qualche toccata, mi dava 20 mila lire, cosi’ aveva detto”. Ma come si e’ comportato Pasolini con lui. “Normalmente, una persona civilissima, era, oserei definire - dice - un perfetto gentiluomo. Parlava italiano, era cortese, una voce morbida”. E aggiunge: “Non ho mai parlato male di Pasolini, che si sappia, qualcuno ha parlato male di me ma io di Pasolini non ho mai parlato male”. Pelosi passa poi a raccontare del suo rapporto con Pasolini una volta arrivati all’idroscalo: “Abbiamo fatto quell’atto sessuale, un rapporto orale, si e’ tolto gli occhiali”. Ma, conferma Pelosi rispondendo ad una domanda, “Pasolini non ha tentato nessuna violenza”.
Dopo il rapporto sessuale “sono uscito dall’ autovettura perche’ dovevo urinare, mi sono avvicinato alla rete - prosegue nel racconto - e mentre urinavo sono stato aggredito da una persona io e da due persone  lui”. Tre persone comparse “dal nulla”. “Io sono stato minacciato, picchiato da una persona che aveva la barba, era scuro”. Tanto che Pelosi afferma di averne viste tre “ma potevano essere anche cinque, io non lo so”, aggiunge. La persona che lo ha picchiato, lo ha minacciato “fatti i ca.. tuoi” spiega Pelosi che aggiunge “Pasolini e’ stato preso letteralmente da dentro la macchina e tirato fuori.  E li’ hanno cominciato a picchiarlo in modo inaudito, non so se con i bastoncini”. Hanno iniziato “accanto alla macchina e poi si sono allontanati. Ho cercato di reagire per prendere le parti del signor Pasolini, ho preso le botte, ho preso un bastonata, ho preso una mazzata al naso, ‘fatti i ca.. tuoi se no uccidiamo te e tutta la tua famiglia’ e questo poveraccio urlava e questi lo stavano a massacra””.
Pelosi non aveva detto a nessuno dove sarebbe andato quella sera. “Non sapevo dove andavo - spiega - ne’ conoscevo Pasolini come persona”. Gli aggressori sono spuntati di colpo e non hanno parlato ma hanno subito cominciato a picchiare. Pelosi afferma di non sapere se l’aggressione e’ avvenuta con “corpi contundenti diversi”. Queste persone volevano uccidere Pasolini o volevano solo dargli una lezione?. Qui Pelosi non e’ chiaro nella risposta e afferma: “Ero terrorizzato, avevo 17 anni, picchiato, ho visto quel poveraccio che rantolava io sono partito con la macchina. Io non l’ho ammazzato volontariamente”. E sottolinea, sul particolare di essere fuggito in auto e di essere passato sopra al corpo di Pasolini:
“Che si sappia, non ho ammazzato nessuno, sono innocente, se e’ successa una cosa del genere sono inconsapevole”.
Pasolini, dice Pelosi, “l’ho rivisto quando sono andati via, hanno minacciato me e la mia famiglia, m’hanno terrorizzato, mi hanno detto prendi la macchina e scordati di noi, non ci hai mai visto”. Pelosi non sa dire se ha schiacciato il corpo di Pasolini con la macchina, perche’ quel posto, “era tutto pieno d’acqua, c’erano buche”. Pelosi chiede che tutto finisca:
“Basta, pieta’. Io cerco un lavoro. Oggi mi arrangio dentro uno sfascio abusivo. Non cio’ la patente, non cio’ lavoro, mi hanno levato tutto. Chi fa le stragi gira con la patente”.

PASOLINI: PELOSI, SONO INNOCENTE; PROCURA PER ORA FERMA
MA LEGALI DI PARTE CIVILE CHIEDONO DI RIAPRIRE INCHIESTA
Pino Pelosi, per trent’anni considerato l’omicida di Pier Paolo Pasolini, e che per questo ha trascorso nove anni in carcere, cambia il corso di una vicenda giudiziaria che a molti era sembrata chiusa in modo frettoloso e’ dice: “Sono innocente, non ho ucciso Pasolini”.
Pelosi sceglie il piccolo schermo per fare quella che puo’ definirsi una rivelazione chock. “Ho vissuto 30 anni nel terrore”, spiega Pelosi in un’intervista di Franca Leosini nel corso della trasmissione di Rai Tre “Ombre del giallo”. Sul perche’ solo adesso ha deciso di cambiare la sua versione dell’omicidio accaduto nel 1975 all’idroscalo di Ostia, risponde: “Ora non ho piu’ paura. Le persone che avevano minacciato me e la mia famiglia, saranno anziane o morte”. E aggiunge: “Questa e’ la verita’, che devo fare?”.
Nonostante le rivelazioni di Pelosi la Procura di Roma non sembra intenzionata, al momento a quanto si apprende, a riaprire le indagini sull’omicidio del regista-poeta poiche’ le dichiarazioni fatte da Pelosi, condannato a 9 anni per quel delitto, vengono ritenute “generiche”.
Chi non tace sono invece i legali di parte civile che, tra l’altro, hanno appreso della nuova versione dei fatti in diretta dalla viva voce di Pelosi perche’ ospiti della stessa trasmissione e ignari della nuova versione. Per gli avvocati
Nino Marazzita e Guido Calvi, legali di parte civile nel processo, le dichiarazioni fatte da Pelosi giustificano la riapertura delle indagini da parte della magistratura sull’ omicidio avvenuto 30 anni fa all’Idroscalo di Ostia.
“In questa confessione - e’ il parere di Marazzita - c’e’ l’elemento preciso della notizia criminis per la riapertura delle indagini. La prima cosa che l’autorita’ giudiziaria dovra’ fare sara’ quella di sentire Pelosi”. Secondo il senatore Calvi “e’ doveroso che la magistratura accerti la fondatezza di quanto dichiarato da Pelosi e, se possibile, identifichi gli assassini che uccisero barbaramente Pier Paolo Pasolini”.  La verita’ di ‘Pino la Rana’ riaccende i riflettori su un delitto “storico” e, su quanto da piu’ parti si sosteneva, che Pelosi non fosse solo quella notte. “E’ ora che emerga tutta la verita’ - dice il regista Sergio Citti, amico e attore nei film di Pasolini - Bisogna riaprire l’inchiesta. Sono sempre stato convinto che Pelosi fosse stato solo un’esca giusta”.
La verita’ di Pelosi riaccende nel sindaco di Roma Walter Veltroni “interrogativi e dubbi e una ferita ancora dolorosa, una domanda di verita’ che allora non ebbe risposta”. Per il deputato dei Verdi Paolo Cento “e’ giunto il momento di riaprire questo capitolo anche per far luce su eventuali coperture che gli assassini possono aver avuto negli ambienti neofascisti”.

PASOLINI: LEGALI PARTE CIVILE, RIAPRIRE LE INDAGINI
MARAZZITA, PRIMA COSA DA FARE PER MAGISTRATURA E’ SENTIRE PELOSI
Per gli avvocati
Nino Marazzita e Guido Calvi (quest’ultimo senatore dei Ds), legali di parte civile nel processo sull’uccisione di Pier Paolo Pasolini, le dichiarazioni fatte da Pino Pelosi ad un programma televisivo ed anticipate oggi giustificano la riapertura delle indagini da parte della magistratura sull’omicidio dello scrittore-regista avvenuto 30 anni fa all’Idroscalo di Ostia.
“In questa confessione - ha detto Marazzita - c’e’ l’elemento preciso della notizia criminis per la riapertura delle indagini. La prima cosa che l’autorita’ giudiziaria dovra’ fare sara’ quella di sentire Pelosi”.
Secondo il senatore Calvi “e’ doveroso che la magistratura accerti la fondatezza di quanto dichiarato da Pelosi e, se possibile, identifichi gli assassini che uccisero barbaramente Pier Paolo Pasolini”.

8 maggio 2005 – PASOLINI, TORNA DOPO 30 ANNI L’IPOTESI DEL DELITTO POLITICO
 “La Stampa”
LE RIVELAZIONI DI IERI A «OMBRE SUL GIALLO», IL PROGRAMMA DI RAITRE
Pasolini, torna dopo 30 anni l’ipotesi del delitto politico
Pelosi: non sono stato io, lo hanno massacrato in tre gridando
«sporco comunista», ho taciuto finora perché mi minacciavano
Giacomo Galeazzi
ROMA
«Non sono io l’assassino di Pasolini ma tre uomini sui 45 anni, dal forte accento siciliano, scesi da una 1500 Fiat targata Catania, che lo assalirono gridandogli “Fetuso, arruso, sporco comunista” e minacciando di uccidere i miei genitori se non avessi taciuto su ciò che avevo visto quella notte». Nell’intervista a «Ombre sul giallo» trasmessa ieri sera da Rai Tre, Pino Pelosi cambia versione, si dichiara innocente e il caso della morte di Pierpaolo Pasolini si riapre a distanza di 30 anni.
Pelosi sostiene che a togliere la vita in modo barbaro a una delle più importanti voci della cultura italiana del ‘900 furono tre picchiatori che non conosceva e che volevano dargli una lezione. L’ex «ragazzo di vita» vide tutto e poi spaventato fuggì: Pasolini, già gravemente ferito, fu travolto da un’auto e rimase ucciso. «Finora ho vissuto nel terrore, sono stato minacciato io, mia madre, mio padre: adesso i miei genitori sono morti, sono solo, non ho più paura». Dichiarazioni che fanno riemergere la pista politica di estrema destra nell’assassinio di Pasolini, una tesi che non ha avuto finora riscontri probatori e che non era mai apparsa molto convincente. «Che un 17enne da solo non potesse uccidere un uomo forte e in piena salute come Pasolini era cosa ovvia prima ancora che nota - osserva il diessino Franco Grillini, presidente dell’Arcigay - che l’omicidio sia stato commesso in “concorso con altri” lo dice la prima sentenza che ha condannato Pelosi».
Il delitto Pasolini è l’archetipo della violenza che da sempre colpisce gli omosessuali. Nella sola città di Roma sono 150 gli omicidi ai danni di gay di ogni classe sociale negli utili 15 anni. «Molti di questi delitti sono stati risolti - aggiunge Grillini - di molti i colpevoli sono ancora in libertà, come, probabilmente, gli autori di quell’omicidio».

La procura di Roma, comunque, non sembra intenzionata a riaprire le indagini poiché la confessione di Pelosi, condannato a 9 anni per quel delitto, è ritenuta «generica». Nessun nome dei responsabili. «Saranno morti o anziani perché all’epoca erano già grandi. Io non li conosco - ripete Pelosi - credo che volessero dargli una bella lezione, qualche mese d’ospedale. Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato e avrebbero sparato anche a me. Gente come quella non si mette paura».
Paura la misero a Pelosi che temendo conseguenze per i familiari confessò di essere l’autore dell’omicidio: uscì in semilibertà dopo 7 anni. Malgrado gli anni trascorsi non rivela però alcun nome. Anche se qualcuno all’epoca nomi li aveva fatti: l’avvocato
Nino Marazzita, difendeva Pelosi e (nonostante la sua confessione) chiese la riapertura del caso citando come teste l’ex appuntato dei carabinieri Renzo Sansone che aveva condotto le indagini. Sansone nel ‘75 disse: «Pelosi non era solo, con lui c’erano i fratelli Borsellino di Catania, furono loro a dirmi che quella notte si trovavano lì».

“La Stampa”
PARLA IL MAGISTRATO CHE CONDANNÒ IL RAGAZZO IN PRIMO GRADO
«Ho sempre pensato che non fosse solo»
Il giudice Salmè: «La pista fascista? Nessuno ha mai indagato sul movente»
ROMA
NON fu soltanto Pino Pelosi a uccidere Pasolini, ne siamo stati sempre convinti anche se poi i giudici d’appello lo esclusero». Alle 19, poco prima di prendere la parola al congresso nazionale di Magistratura democratica, il giudice a latere del processo Pelosi, Pino Salmè, oggi componente togato del Csm, ha aperto il libro dei ricordi, risalendo indietro nel tempo, a quel 1976 quando, assieme al presidente Carlo Alfredo Moro, condannò l’imputato Pino Pelosi a 9 anni per «omicidio in concorso con ignoti». Oggi che Pelosi ha chiamato in causa altre persone Salmè trova una conferma alla sua convinzione: «Nel passato ci sono state ragioni concrete per non credere alle diverse verità che Pelosi ha sfornato. Vorrei che adesso i suoi ricordi si facessero ancora più nitidi, per poter indicare non solo la provenienza degli assassini ma anche l’identità».
Che cosa vi convinse a ipotizzare, nelle motivazioni della condanna, che quella notte Pelosi non agì da solo?
«Intanto, perché sulla scena del delitto furono trovati oggetti che non appartenevano né al Pelosi né a Pasolini. Ricordo che fu trovato un plantare e un maglione verde. Contemporaneamente non c’erano altri oggetti che avrebbero dovuto esserci».
Ma la scena del delitto fu inquinata dalla presenza di curiosi e giornalisti che si aggiravano tra le baracche dell’Idroscalo di Ostia.....
«Vero, ma questo non toglie che anche altri indizi ci portarono alla conclusione che Pelosi non avesse agito da solo. Per esempio, la sproporzione tra le lesioni riportate dalla vittima e i mezzi lesivi utilizzati: un bastone e mezza tavoletta di legno spezzata. La perizia accertò forti lesioni sul corpo di Pasolini. Non ci convinse la presenza di tre oggetti contundenti diversi, un bastone e due tavolette di legno, appunto».
Questa presenza non prova nulla, nel senso che Pelosi potrebbe aver utilizzato volta per volta uno dei tre oggetti...
«Dubito, perché Pasolini era una persona allenata, uno sportivo aitante. Insomma, avrebbe saputo reagire, approfittare del momento giusto. Mi viene in mente un altro particolare: quando Pelosi fu abbordato da Pasolini, in piazza dei Cinquecento, il ragazzo si allontanò poi ritornò e salì sull’auto. Pelosi al processo si giustificò dicendo di essere andato a recuperare le chiavi di casa. E infine, furono trovate sul tetto dell’auto di Pasolini impronte digitali sporche di sangue che non sono mai state identificate».
La sentenza d’appello ha ribaltato il vostro giudizio: Pelosi quella notte era solo. Una verità processuale confermata anche dalla Cassazione...
«L’appello ritenne che gli indizi andavano valutati singolarmente. Essendo un processo indiziario con queste premesse le conclusioni non potevano che essere quelle».
Le nuove rivelazioni di Pelosi confermerebbero la pista politica dell’omicidio Pasolini, «un fetuso, uno sporco comunista....».
«Nel processo non si è indagato sulla causale e sugli eventuali mandanti di quell’omicidio. Nelle motivazioni scrivemmo chiaramente che ci occupammo soltanto della ricostruzione oggettiva dei fatti. A riflettere, il profilo inquietante di questa storia, 30 anni dopo, rimane quello delle indagini che furono fatte affrettatamente. Solo il medico legale della parte civile, per esempio, fece notare in dibattimento l’esistenza di tracce di pneumatici sulla canottiera di Pasolini. A dimostrazione che sul corpo passò un’auto».

“Il Corriere della sera”
«Erano in cinque, così Pasolini fu giustiziato»
Il regista Citti: quella sera doveva incontrare chi aveva rubato le pellicole di « Salò » . Io ho visto chi lo ricattava
DAL NOSTRO INVIATO FIUMICINO ( Ostia) - Sergio Citti era uno dei migliori amici di Pier Paolo Pasolini, era forse il più talentuoso dei suoi ragazzi di vita e adesso che sta fermo su una sedia a rotelle, adesso che tossisce, si tocca il cuore e che per fargli una domanda bisogna scrivergliela su un pezzo di carta, sordo com' è - « dillo pure, a bbbello... so' sordo come ' na campana » - adesso è interessante ascoltare la sua, personale verità su ciò che accadde, nella notte tra il primo e il 2 novembre del 1975, a Ostia, su un campetto sterrato dell' Idroscalo. « Quella notte, Pelosi era insieme ad altre quattro persone e quelle persone erano lì per uccidere Pier Paolo. Pier Paolo era scomodo. Scriveva cose scomode, anche sul Corriere . No, non fu un incidente, una lite: Pier Paolo fu giustiziato. Qualcuno aveva deciso che Pasolini dovesse morire » . Non casualmente, Sergio Citti parla nel sabato pomeriggio che precede, di poche ore, la messa in onda della trasmissione televisiva di Rai 3 Ombre sul giallo , alla quale Giuseppe Pelosi, detto « Pino la rana » , il diciassettenne arrestato poche ore dopo il delitto mentre sfrecciava sul lungomare di Ostia a bordo dell' Alfa Romeo 2000 Gt di Pasolini, ha affidato le sue confidenze. Pelosi sostiene di « non aver ucciso Pasolini » . Soprattutto, spiega di non essere stato da solo, quella notte. « C' era un gruppo di picchiatori, volevano dargli una lezione » . Ci sono dettagli che quasi si sovrappongono: c' è un nuovo senso generale della storia che, in qualche modo, pare avere punti in comune. Sergio Citti ha 72 anni e, nonostante il male che lo aggredisce, le gambe che non rispondono, ha mantenuto una lucidità sorprendente, un piglio forte: « Vorrei avere un confronto, con Pelosi. Un contraddittorio. Io e lui, davanti a un magistrato e alle telecamere. Pelosi si ostina a non raccontare tutto... » . Sergio Citti è un bravo regista ( Casotto ,Mortacci ,I Magi randagi ), ha collaborato anche con Federico Fellini, con Mauro Bolognini, con Bernardo Bertolucci e ora che « sento il mio corpo molto stanco, credo di dover raccontare la verità. O, almeno, la cospicua porzione di verità che penso di conoscere sulla morte del mio amico Pier Paolo » . Sergio Citti parla in una cucina al piano terra di un villino. Seduto al tavolo - e annuisce, e batte i pugni indignato - c' è an che il fratello Franco, l' attore. Il profumo di alici e quello del mare: « Certe volte, al mattino presto, si sentono le trombe dei pescherecci che rientrano in porto » . Alle pareti, tre fotografie in bianco e nero di Pasolini. « Per lui, a quel tempo, ero come un figlio - racconta Sergio Citti - Que sto si sapeva in giro, e lo sapeva pure un certo Sergio P., uno che gestiva un traffico di prostitute, avrà avuto l' età mia, sui quarant' anni e un giorno me lo ritrovo davanti, che scende dalla sua Mercedes, e mi fa: " Ce l' abbiamo noi la pellicola originale del film Salò o le 120 giornate di Sodoma ... Al tuo amico devi dire che se le rivuole, deve sganciare due miliardi di lire » . « Io sapevo che le pellicole erano state rubate a Cinecittà e così andai dal produttore del film, Alberto Grimaldi. Ma quello mi rispose che più di 50 milioni non era disposto a tirare fuori » . Citti ricorda di aver vi sto un paio di volte il ricattatore: « E una volta, in moto, mi portò davanti a un bar che poi riconobbi in certe immagini televisive successive al delitto: era il bar frequentato da Pelosi... » . Ecco, Pino Pelosi. Come c' entra, in questa storia? « C' entra perché avevano bisogno di un' esca per Pier Paolo e lo sapeva tutta Italia che a Pier Paolo piacevano i ragazzetti. Ma prima di arrivare a lui, all' esca, devo riferire ciò che Pier Paolo mi disse a Ostia, l' ultima volta che lo vidi, a cena » . Cosa le disse? « Che aveva trovato da solo un contatto per riavere le pellicole del film, che nonostante lui potesse montare ugualmente il film con alcuni spezzoni di pellicola, a lui interessavano gli originali. Mi disse che aveva un appuntamento ad Acilia, la sera del primo novembre » . Quella sera, però, Pasolini - dopo aver cenato con Ninetto Davoli e la moglie e due figlioletti da « Pommidoro » , un ristorante del quartiere San Lorenzo - passò alla stazione Termini: dove, secondo la ricostruzione ufficiale, adescò Pino Pelosi. « Invece fu quasi il contrario. Pelosi, con Pier Paolo, aveva una sorta di appuntamento. Era lui che doveva condurlo ad Acilia... e siccome volevano essere sicuri che Pier Paolo ci arrivasse davvero ad Acilia, scelsero un ragazzo di vita minorenne, un tipetto come piacevano a Pier Paolo, riccio, moro, muscoloso... » . Sergio Citti indugia: « Due riflessioni. La prima: Pier Paolo aveva già cenato e si fermò in un altro ristorante, il " Biondo Tevere", sulla via Ostiense, perché doveva aspettare la mezzanotte » . La seconda? « Se Pier Paolo avesse davvero rimorchiato " Pino la rana", se lo sarebbe portato lì vicino... sui prati della Tiburtina, ai monti del pecoraro ... e non sarebbe certo arrivato fino a Ostia » . Ma Pasolini, dice Citti, aveva un appuntamento: « Ad Acilia. Dove lo sequestrarono. Poi lo condussero a Ostia, all' Idroscalo. E lì ci fu il massacro. Il ricatto delle pellicole del film Salò era una scusa. Picchiarono per uccidere, professionisti. Ho sempre pensato che, quei quattro, potessero essere anche poliziotti o agenti segreti. Pier Paolo era scomodo. Aveva attaccato la Democrazia cristiana... » . Sergio Citti, senta: questa sua verità, ora, solo ora. Perché? « Perché si stavo ancora aspettà er magistrato ... » . ( ha collaborato Alessandro Fulloni ) DALL' OMICIDIO ALLA SENTENZA IN CASSAZIONE L' omicidio di Pier Paolo Pasolini, la confessione di Pino Pelosi e i processi Ecco la vicenda in tre date 2 novembre 1975 Il delitto ad Ostia La mattina del 2 novembre ' 75 il cadavere di Pasolini è trovato all' Idroscalo di Ostia sfigurato: è l' attore Ninetto Davoli a riconoscerlo ( nella foto un sopralluogo degli investigatori ). Il regista è stato colpito più volte alla testa e poi investito da una macchina. Nell' area circostante vengono trovati alcuni attrezzi usati per il pestaggio: un paletto e una tavoletta nera macchiati di sangue 26 aprile 1976 «Concorso con ignoti» La notte dell' omicidio i carabinieri fermano Giuseppe Pelosi, 17 anni, al volante di un' auto rubata, quella di Pasolini. Il ragazzo confessa di avere ucciso il regista e racconta di averlo incontrato la sera stessa in piazza dei Cinquecento a Roma. Il 26 aprile ' 76 arriva la sentenza di primo grado: Pelosi è condannato a 9 anni per omicidio in concorso con ignoti 26 aprile 1979 «No, ha agito da solo» La sentenza viene confermata in Appello il 4 dicembre 1976 e poi in Cassazione il 26 aprile 1979. La condanna definitiva: 9 anni di carcere. Cade però il concorso di ignoti: secondo i giudici Pelosi ha agito da solo. L' ex garzone di panetteria, ne sconterà solo sette, uscendo in semilibertà nel 1984. Rientrerà però in carcere per furto e rapina IL FURTO «Un certo Sergio chiese 2 miliardi per ridare le bobine. Lo rividi nel bar dove andava Pelosi» L' ESCA «Quel ragazzo era una esca. Ho sempre pensato che chi era con lui erano agenti segreti»
Roncone Fabrizio

Colombo: indagai subito con Antonioni e Moravia Ma rimasero solo sospetti
IL RICORDO
Alle sei del mattino mi chiamò Michelangelo e mi disse cos' era successo. Ci venne subito il dubbio che fosse stato massacrato da un branco o peggio attirato in un agguato ROMA - Furio Colombo risponde al suo telefonino mentre cammina lungo la Fifth Avenue di New York. È appena uscito da una libreria nella cui vetrina è esposta la ponderosa biografia di Pier Paolo Pasolini scritta da Dennis Schwartz: « Anche in questo volume c' è in appendice l' ultima intervista di Pasolini. Quella che feci io per la rivista Tuttolibri , proprio il giorno prima della sua morte. Cosa sta succedendo? Cosa senti? Come vedi il futuro? Cosa sta arrivando? Qual è il futuro che ci aspetta? Queste erano le domande » . Poi ci fu l' omicidio dell' Idroscalo e il numero di Tuttolibri , curato oltre che da Colombo anche da Arrigo Levi e da Alberto Sinigallia, uscì in anticipo con uno scoop che avrebbe voluto volentieri evitare. Era il 31 ottobre del 1975, quando l' inviato della Stampa Furio Colombo intervistò il regista friulano: « Avendo un rapporto di amicizia molto vivo con lui, andai a casa sua nel pomeriggio del giorno precedente al delitto e lì abbiamo avuto una lunga conversazione che si è trasformata in una intervista a cui mancavano due o tre risposte che Pasolini mi avrebbe dato il giorno dopo » . Invece tutto cambia all' alba di quel livido 2 novembre: « Dell' omicidio ho saputo alle sei del mattino da Michelangelo Antonioni. Lui si alzava sempre prestissimo » . Così quando non sono ancora le otto, Antonioni e Colombo, ai quali si unirà anche Alberto Moravia, sono già in via dell' Idroscalo a Ostia dove la polizia sta compiendo i primi rilievi sulla scena del delitto: « Abbiamo visto l' auto, i segni dei copertoni sul terreno, sentito i testimoni in zona e alla trattoria in cui era stato visto la sera precedente. Abbiamo rifatto il percorso a ritroso per condurre una piccola inchiesta: bussammo alle porte di molte case, andammo nelle osterie e, a ritroso, fino alla stazione » . La scena, con Moravia, Antonioni e Colombo alla ricerca di indizi, si vede anche nel film girato da Marco Tullio Giordana. Ecco. Gli indizi, i brandelli di prove che illuminassero quel prato dell' Idroscalo, per stabilire se Pasolini e Pino Pelosi erano davvero da soli, le hanno cercate da subito anche gli amici del regista. E il dubbio che Pasolini fosse stato massacrato da un branco riunitosi per caso o, peggio, fosse stato attirato in un agguato preordinato, è venuto anche a Colombo. Che poi lo ha condiviso con Antonioni e Moravia. Spiega però l' ex direttore dell' Unità: « Come si evince dal modo in cui ne abbiamo scritto allora su Tuttolibri e come si vede nel film di Giordana, abbiamo ascoltato quelle voci e intrattenuto quel pensiero da incubo quanto bastava per capire che non avevamo intravisto nulla che potesse sostenere questa storia del gruppo. Tutto può essere. Ma nessuno di noi potrebbe dire che avevamo trovato soltanto una traccia, una pista. Sospetti sì, e pure tanti ma nel senso intellettuale del termine. Sul piano giudiziario non abbiamo incontrato una sola persona che avesse potuto farci pensare che si era svolto un complotto o un agguato preordinato o un delitto politico » . Colombo, però, dice che lui e gli altri hanno a lungo convissuto con questa angosciosa ipotesi: « Ma non ne abbiamo scritto e né ne abbiamo detto perché nessuno di noi si è convinto che l' assassinio di Pasolini fosse, preordinato o meno, opera di una gang » . E Pino Pelosi? Perché ora insiste con un' altra versione che scarica la responsabilità dell' omicidio su ignoti riaprendo uno scenario per altro non escluso dalle sentenze? « Non lo so, non l' ho mai conosciuto neanche in un' aula giudiziaria, non so giudicare questo povero uomo. Vengono pensieri non particolarmente elevati su un personaggio così. Il quale diventa più importante se ha qualche cosa da dire e meno importante se non ce l' ha. Potrebbe essere anche vero che lui sa più cose. E allora avrebbe fatto bene a dirle subito » .
Martirano Dino

9 maggio 2005 – UCISIONE PASOLINI: DAI GIORNALI
“Il Corriere della sera”
«Aveva ragione Andreotti. Pier Paolo se l' è cercata»
IL CUGINO
ROMA - « Sull' omicidio di Johann Joachim Winckelmann, avvenuto a Trieste nella seconda metà del ' 700, sono state scritte decine e decine di storie romanzate, oltre ai versi di Goethe e a tutto il resto... Ecco, questa romanzeria fatta sulla vita adesso è sostituita dalla televisione che ha bisogno di alimentarsi con spettacoli spuri per rimestare sull' omicidio di un intellettuale famoso. Ma tutto questo non fa che allontanarci dalla verità, se una verità c' è. E, guarda il caso, dopo la confessione di Pelosi, arriva Sergio Citti a dire che erano 5 gli assassini di Pasolini e, forse, addirittura dei servizi segreti. Anzi no, erano i ricattatori che avevano rubato le pizze del film di Pasolini... Direi che è ora di finirla con questi polveroni » . Lo scrittore Domenico ( Nico) Naldini, cugino di primo grado di Pier Paolo Pasolini perché figlio di una delle sorelle Colussi di Casarsa, nel ' 75 lavorava alla « Pea » , la società che produceva i film del regista friulano oltre a quelli di Federico Fellini: « Ad agosto di quell' anno, alla Technicolor furono rubate alcune pizze con i negativi di lavori di Fellini, di Pasolini e di Damiano Damiani ma la cosa, poi, è risultata essere un storia maturata all' interno di Cinecittà. Ma alla Pea si era intrufolato uno di quegli avvocati che cercano di rimestare e che aveva indicato la pista della criminalità romana. E così nacque la leggenda. C' era un gran caldo in quel mese di agosto e Fellini, che come tutti sudava, fu immortalato da un fotoreporter mentre si asciugava la fronte con la faccia china. Bene, su un quotidiano romano uscì la foto con questa didascalia: il regista piange dopo il furto. Ricordo che ridemmo molto con Fellini di quella assurda didascalia. E poi, mi sembra pure che le pizze furono ritrovate in un sottoscala di Cinecittà » . Nico Naldini - che ha scritto molto su Pasolini fino a cristallizzare i suoi ricordi nel volume « Il treno del buon appetito » tra non molto riproposto in libreria con il titolo « Come non ci si difende dai ricordi » - confuta il racconto postumo di Sergio Citti secondo il quale il regista friulano fu ucciso nel tentativo di recuperare quella pellicola rubata: « Dopo il furto, Pasolini affrontò la situazione con un semplice intervento tecnico, un nuovo negativo ricavato dal positivo. E poi, i film di Pasolini costavano poco e quindi poteva girare nuovamente quelle scene: insomma, non aveva alcuna ansia di recuperare quel materiale. Quindi, la storia mi puzza di bufala. Sì, bufale che si inseguono e che si divorano l' un l' altra. E mi dispiace per lui perché è un mio carissimo amico ed è anche un bravo regista, ma la ricostruzione di Sergio Citti è assolutamente campata in aria » . Per motivi di umanità, Naldini si ferma qui. E in qualche modo conferma quanto scritto da Mario Cervi sul « Giornale » ( « Sono solo bufale penose » ) ma sposa anche le perplessità sollevate da Gianfranco Capitta sul « Manifesto » : « Nonostante la soddisfazione che queste parole tardive di Pelosi potrebbero avere per chi ne ha sempre intuito la verità... finisce per prevalere il dubbio. Sono passati 30 anni » . Per questo Naldini riparte dal caso dell' archeologo Winckelmann, accoltellato a morte a Trieste nel 1768 dal cuoco pistoiese Francesco Arcangeli, che a suo parere non è poi così lontano da quello di Pasolini: « Le fiammate che ciclicamente divampano su questo assassinio di 30 anni fa mi turbano nel profondo perché mi riportano dentro un fatto estremamente coinvolgente. Non mi ha fatto piacere rivedere in televisione le foto di Pasolini e penso che tutto questo serva ad alzare dei polveroni dietro i quali non c' è nulla. Pelosi, in tv, sembrava una vittima e gli avvocati che lo soccorrevano quando gli avrebbero dovuto chiedere: " Chi erano questi tre che hanno ucciso Pasolini?" » . Domande che ronzano da 30 anni nella mente di Nico Naldini. Lo scrittore, però, ha una sua certezza sulla possibilità di un omicidio rabbioso portato a termine solo da Pino Pelosi: « Pasolini aveva un grande istinto di difesa, i suoi allarmi scattavano subito perché si era ormai convinto di vivere in una società violenta ed era molto difficile, dunque, che cadesse in un agguato. E' andata purtroppo come si disse fin dal primo momento: e cioè che il ragazzo gli si rivoltasse contro con una rabbia tale da ridurlo in quello stato. L' errore di Pasolini è di non aver calcolato la potenzialità violenta di questo giovane » . Conclusione: « Naturalmente, se venisse fuori una novità seria sarei il primo a voler andare a fondo ma, credo, il giudizio più cinico e allo stesso tempo più intelligente lo ha dato Giulio Andreotti. Tanti anni fa, in televisione, disse così se non ricordo male: " In fondo, Pasolini se l' è cercata...". Puro cinismo democristiano ma ritengo che il senatore ci abbia azzeccato » . Il revisionismo a tutti i costi sull' omicidio Pasolini convince poco anche Enzo Siciliano, forse il più attento tra i biografi del regista friulano, che parla di « reality show penoso » . Tuttavia l' ex presidente della Rai dice che, volendo, si potrebbe ripartire dalla sentenza del tribunale per i minorenni presieduto da Alfredo Carlo Moro. Omicidio volontario in concorso con ignoti. Spiega Siciliano: « E' tutto scritto e i giudici, con la parte civile rappresentata da
Nino Marazzita e da Guido Calvi, avevano stabilito la verità. E' vero, è una verità monca ma la cosa curiosa, ora, è quel " fetuso comunista" che Pelosi oggi dice di avere ascoltato. Ecco, qui si apre uno spiraglio anche se io non posso sindacare quello che deve fare la magistratura » . Siciliano non crede che sarà tanto facile fare altri passi in avanti dopo le rivelazioni di Pelosi: « Sono passati 30 anni, può darsi che nella memoria si siano intrufolate nozioni acquisite poi. Il fatto è che Pasolini fu ucciso e c' è un rimorso collettivo su quella morte. C' è poco da dire. Perché questo è il fatto » .
Martirano Dino

 “La Repubblica”
IL RETROSCENA
L´esistenza di complici fu ipotizzata dalla sentenza di primo grado e cancellata in appello
Quel delitto nell´Italia dei misteri tra indagini monche e trame nere
Lo stesso presidente del tribunale che lo condannò sostiene che l´istruttoria fu carente
Eppure anche a sinistra si preferì separare la fine dello scrittore dal clima violento di allora
GIOVANNI MARIA BELLU
ROMA - «La reazione della procura di Roma lascia esterrefatti. Pino Pelosi dice di non aver agito da solo, dà una notitia criminis che conferma esattamente ciò che il tribunale di Roma aveva affermato nella sentenza di primo grado, ma non si riapre l´indagine. È un fatto inaudito». Nell´indignazione di Guido Calvi - senatore dei Ds e già avvocato di parte civile della famiglia Pasolini - non c´è solo il disappunto del penalista. C´è anche l´amarezza dell´uomo politico davanti al rischio di perdere un´occasione formidabile, molto probabilmente l´ultima, per capire se ai primi posti della lunghissima lista dei delitti politici italiani deve essere inserito, accanto al sequestro-omicidio di Aldo Moro, l´assassinio di uno degli intellettuali più importanti del Novecento.
Sono passati trent´anni, un tempo lunghissimo. Ma - sottolinea Calvi - è un tempo che non corrisponde a quello delle indagini, cioè dei tentativi effettivamente fatti per rispondere alla domanda cruciale - Pino Pelosi agì da solo? - e quindi chiarire la natura del delitto.
Il fatto è che il caso Pasolini ha seguito un andamento anomalo rispetto ad altre vicende giudiziarie nazionali, ad altri dei cosiddetti misteri d´Italia. Nel senso che, molto rapidamente, è uscito dall´ambito del diritto, della ricerca della verità, ed è diventato una metafora. «La pista dei complici - ricorda Aldo Giannuli, uno dei massimi esperti in materia di strategia della tensione - fu sostenuta all´inizio con forza solo dagli amici di Pasolini, ma non da un imbarazzatissimo Partito comunista. All´interno degli stessi movimenti dell´estrema sinistra, si preferì separare la fine di Pasolini dai fatti di violenza politica di quegli anni. Fu affrontata in un´altra chiave, come una tragedia che poneva con forza il problema della condizione degli omosessuali. Il movimento gay in Italia cominciò a svilupparsi allora».
Così la sentenza d´appello (4 dicembre 1976) - benché non la escludesse del tutto - divenne la pietra tombale per l´ipotesi del concorso. Poi ci furono il movimento del 1977, il sequestro e l´omicidio di Aldo Moro, il passaggio dagli anni delle "stragi nere" alla violenza omicida delle Brigate rosse. «Le indagini sull´eversione neofascista - ricorda Giannuli - restarono come congelate per circa un decennio. Ripresero con forza, a Milano, all´inizio degli anni Novanta». Ma ormai il "caso Pasolini", inteso come crimine e non come metafora, era entrato nei labili archivi della memoria collettiva.
Così, mai è capitato di analizzarlo nel contesto dei nuovi elementi che, in altre indagini, continuavano a essere raccolti. La clamorosa intervista di Pino Pelosi a Franca Leosini arriva a trent´anni dal fatto. Ma se si calcola il tempo reale delle indagini, è come se fosse trascorso qualche mese. Carlo Alfredo Moro, presidente del tribunale dei minorenni che in primo grado condannò Pelosi per omicidio in concorso con ignoti, nella stessa puntata di "Ombre sul giallo" ha detto a chiare lettere che, quanto alla ricerca di eventuali complici, l´istruttoria fu «assolutamente carente». Al punto che toccò al tribunale, nel corso del dibattimento, tentare di sviluppare quella pista. Ha aggiunto che, dopo la sentenza di condanna per omicidio "in concorso", s´aspettava che l´inchiesta andasse avanti. E che provò «meraviglia» quando seppe che, invece, s´era deciso di non fare niente.
Un sentimento che, trent´anni dopo, l´atteggiamento della procura di Roma ripropone. Non ci sono, infatti, solo le dichiarazioni rilasciate da Pino Pelosi nell´ultima puntata di "Ombre sul giallo". Rispetto all´omicidio Pasolini sono "fatti nuovi" anche le acquisizioni degli anni Novanta, in particolare quelle del giudice istruttore milanese Guido Salvini, autore della monumentale inchiesta sull´eversione nera. Così adesso sappiamo che nel 1972, tre anni prima del delitto del Lido di Ostia, alcuni neofascisti stuprarono Franca Rame su istigazione di alcuni ufficiali dei carabinieri. Sappiamo che l´accusa di omosessualità era una delle armi della guerra non ortodossa combattuta dall´Ufficio Affari riservati del ministero dell´Interno guidato da Federico Umberto D´Amato. Sappiamo che il delitto del Circeo, avvenuto meno di due mesi prima dell´omicidio Pasolini, non fu che l´ultimo atto di una serie di violenze sessuali compiute dal gruppo di Izzo, Ghira e Guido. Sappiamo che il gruppo Ludwig - che assassinò prostitute e omosessuali - era costituito dalle giovani leve degli stessi ambienti neofascisti veronesi che organizzavano le stragi degli anni Settanta. «È plausibile - dice il giudice Guido Salvini - che l´omicidio di Pier Paolo Pasolini sia maturato in quel contesto politico e culturale. L´istinto violento, il superomismo, l´odio verso i diversi, erano propri della destra eversiva italiana».
Sappiamo anche altro. Fatti che riprendono sinistramente vita dopo le dichiarazioni di Pelosi sugli insulti che i suoi carnefici rivolgevano a Pasolini durante il massacro: "Sporco comunista, fetuso". «Nel 1975, dopo la strage di Brescia - dice ancora Giannuli - i gruppi neofascisti erano stati abbandonati dai loro referenti istituzionali. Indeboliti, a volte allo sbando, rafforzarono i rapporti con ambienti mafiosi. In quegli anni, a Roma, stava nascendo la banda della Magliana. Una delle sue zone d´influenza era proprio quella di Ostia, il luogo del delitto».
Sappiamo, infine, delle coperture offerte da organi dello Stato a estremisti di destra, anche davanti a fatti non meno gravi dell´omicidio Pasolini, come la strage di Peteano: tre carabinieri le vittime, ma carabinieri anche i depistatori.
In definitiva abbiamo il materiale per riscrivere un poema civile analogo a quello che proprio Pier Paolo Pasolini scrisse, sul "Corriere della sera", un anno prima di morire: «Io so... Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli... Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno gli indizi».
Ecco, adesso gli indizi ci sono. La procura di Roma tenterà di trovare le prove?

IL RICORDO
Pasolini i polveroni e la cattiva coscienza
ENZO SICILIANO
PORTATO a protagonista in un inedito reality show su Rai3, Pino Pelosi ha raccontato la sua verità sulla morte di Pasolini avvenuta trent´anni fa, la notte fra il 1° e il 2 novembre 1975, sul campo dell´Idroscalo a Ostia. Questa verità coincide per grosse linee con quanto era stato codificato nella sentenza di primo grado, firmata dal presidente Alfredo Carlo Moro del Tribunale dei Minori di Roma, e depositata in Cancelleria il 21 maggio 1976.
Pelosi dice che a uccidere Pasolini furono tre uomini, adulti quarantenni, uno di loro barbuto, spuntati dal nulla nel buio di quella notte: parlavano con accento meridionale, apostrofarono Pasolini come «fetuso comunista», lo tirarono giù dalla macchina dove si trovava e lo bastonarono fino a renderlo uno straccio insanguinato. Avrebbero minacciato anche Pelosi di morte, lui e la sua famiglia – e per questo lui avrebbe taciuto fino ad oggi, morti i genitori uno dopo l´altro di tumore, e probabilmente morti anche gli aggressori. A lui, quella notte, non era restato che fuggire sulla macchina dello scrittore – e, se gli era passato sopra schiantandogli il cuore, non se ne accorse, stravolto com´era dalla paura.
Se c´è una novità nel racconto di Pelosi, scaldato dalle telecamere, a parte la denuncia della presenza dei terzi a lui ignoti, è quel che dice di Pasolini: un uomo gentile, "che parlava italiano", e col quale il rapporto orale che aveva avuto si era svolto con quieta naturalezza fino alla conclusione. Solo a quel punto erano apparsi i tre, sgusciando all´improvviso dall´oscurità.
Nella sentenza Moro è riportata la deposizione di Pelosi diciassettenne.
Pasolini, concluso il rapporto, lo avrebbe invece inseguito con un paletto trovato a terra, avrebbe voluto «infilarglielo nel sedere o per lo meno lo aveva appoggiato contro il sedere senza nemmeno abbassargli i pantaloni», e lo aveva spaventato perché aveva «una faccia da matto». L´inseguimento era culminato in una colluttazione violentissima: quindi la fuga in macchina, Pasolini schiantato a terra, eccetera. Pelosi poco dopo fu sorpreso da una gazzella dei carabinieri del tutto netto da sangue o fango.
L´immagine del Pasolini sadico sparisce oggi dalle parole del Pelosi uomo maturo: riappare la persona gentile che conoscevamo. E questo non è di poco conto.
Quando non potevamo dare credito al fatto che Pasolini fosse stato ucciso da una singola mano, una certezza l´avevamo, che era stato ucciso un poeta dei più grandi che la letteratura italiana avesse avuto (sì, lo so, da allora, e sempre sarà, è un continuo correggere questa affermazione: ma non trovo ragioni concrete, se non di arida letterarietà, che la inficino). Ma era stato ucciso, oltre tutto, l´intellettuale che aveva messo sotto gli occhi di un paese intero l´equivoca realtà di un successo economico e industriale dal profilo all´apparenza forte ma alla sostanza fragilissimo.
Dissolvendosi quel barlume di borghesia che pure aveva dato un contribuito decisivo al formarsi di una coscienza repubblicana; dissolvendosi anche il tessuto connettivo della forza contadina che aveva nutrito con le emigrazioni interne la forza lavoro dell´industrializzazione; parcellizzandosi questa nella tragedia del lavoro nero e delle evasioni fiscali: Pasolini parlò di mutazione antropologica, di colpevoli responsabilità politiche, con una foga fino ad allora sconosciuta a qualsiasi altro intellettuale. Le parole dello scrittore erano brucianti per tutti. La destra continuò contro di lui una polemica di chiara marca "fascista". E la sinistra, specie dalle colonne dell´Unità, non risparmiò anche insulti, i più pesanti: l´accusa era di disfattismo. Difendevano Pasolini i giovani della Federazione Giovanile Comunista, Walter Veltroni, Gianni Borgna fra gli altri – e con essi lo scrittore ebbe un incontro pubblico sulla terrazza del Pincio a Roma, una sera tiepida di primavera, quando più infuriavano le sue polemiche "corsare" e "luterane". Là si capì quanto di vitalità, per niente pessimistica, il poeta offrisse alla prospettiva di un paese che doveva guadagnare senza infingimenti sulla via della libertà e della democrazia.
Quella rottura di schemi, contro ideologie ormai in stato di sclerosi, era giudicata eccessiva provocazione. Pasolini denunciava la stanchezza morale del paese, il suo cedere collettivo a prospettive di un imperio mediatico. Mise sotto accusa la centralità, allora incipiente, degli usi televisivi.
Era l´ultima volta che lo vidi: una settimana prima che lo uccidessero. Lui con Laura Betti erano venuti a trovarci una sera a casa dopo cena. Laura aveva portato una torta per i nostri ragazzi, ma loro già dormivano, e Pier Paolo lasciò un bigliettino sotto la porta della loro stanza con scritto, "Ciao". Era appena tornato da Parigi, andava a Stoccolma il giorno dopo. Raccontava che i film a luci rosse adesso sciamavano per le sale degli Champs Elysèes. «Finirà così: non più cinema, ma pornografia e televisione, e la televisione vorrà educare i nostri modi di vita, costruendo storie su misura, incollati i modelli gli uni agli altri, mostrando che la vita è impastata di continua serialità. E questo sarà il nuovo fascismo che avremo addosso, la nuova demagogia. Vedrai "Salò", e capirai cosa voglio dire quando sostengo che la politica favorendo la riduzione dell´eros alla semplice ripetitività del sesso eliminerà il problema della persona umana, dell´individuo». Il suo furore si scagliava contro i partiti di maggioranza relativa che governavano con cinismo il progressivo dissolvimento dello spirito pubblico. Guardava oltre ciò che appare e il suo sguardo era fulminante. In quel dissolvimento vedeva fuoriuscire violenza allo stato puro, una violenza che investiva tutte le forme della convivenza civile, a cominciare proprio dalla politica. La mutazione antropologica – cambiavano le facce, i corpi degli italiani, scriveva – gli appariva pari a una lebbra.
In tanti anni da allora la presenza di Pasolini è stata spesso invocata, dagli stessi suoi critici. Sono forme, queste, di nostalgia collettiva, che esprimono una specie di rimosso o di cattiva coscienza nei suoi confronti. L´omosessuale che il Pci aveva cacciato, quasi fosse un appestato, nel 1949 dalle proprie file aveva richiamato tutta la politica, non solo la sinistra, a un rendiconto generale che scaraventava oltre ogni ostacolo l´ossidato contenzioso fra destra e sinistra. Per questo, c´è da ripeterlo ancora una volta, Pasolini non cercò il suicidio attraverso una terza mano - fatto cui alludeva il servizio televisivo che accompagnava l´interrogatorio a Pelosi l´altra sera. Basta, non si insista su questa sciocchezza di comodo che finisce con lo scagionare ogni tipo di delitto.
Fu ucciso, non c´è altro da dire –, e da mano ignota, presente la triste controfigura di Pelosi. Lo capimmo subito. Su quella morte, va chiesto che non si sollevi altra polvere, o altre contraddittorie e confuse ipotesi. Sapevamo pure, senza che nessuno ce lo avesse detto: che, nel bastonarlo a sangue, i suoi assassini lo avevano apostrofato urlando «fetuso comunista».

ANSA:
PASOLINI: AL VIA LA TERZA INCHIESTA SULL’OMICIDIO
Si fara’ la nuova inchiesta, e sara’ la terza, sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Per due giorni, dalla procura di Roma, sono arrivate indicazioni che facevano ritenere insufficienti i presupposti per riaprire il caso, ma dopo una serie di valutazioni e, soprattutto, dopo l’annunciata iniziativa dell’avvocato
Nino Marazzita, legale dei familiari dello scrittore-regista, di presentare una formale richiesta, c’e’ stato il cambio di rotta.
Il fascicolo, intestato “atti relativi a”, privo cioe’ di ipotesi di reato e contro ignoti, conterra’ l’esposto di Marazzita, il quale chiedera’ di procedere per omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, nonche’ gli articoli di stampa e i video con le interviste rilasciate da Pino Pelosi, l’uomo condannato a nove anni di carcere per il delitto avvenuto all’idroscalo di Ostia nel 1975, e da Sergio Citti, il regista e amico fraterno di Pasolini.
Il primo atto della procura sara’ proprio quello di convocare Pelosi, detto “la rana”, e Citti. Il primo, intervistato durante il programma “Ombre del giallo”, ha negato a 30 anni di distanza di essere il responsabile della morte di Pasolini ed ha chiamato in causa, senza farne i nomi, tre uomini che hanno un accento del meridione.
Ancora piu’ pesante l’accusa di Citti: “Io so chi ha ucciso Pasolini e come avvennero i fatti - ha ripetuto in questi giorni nella sua casa in riva al mare a Fiumicino - lo dissi anche all’epoca, ma non sono mai stato chiamato per testimoniare.  Hanno chiamato altri che non c’entravano niente”. Secondo l’anziano regista la morte di Pasolini sarebbe collegata al mancato pagamento di riscatto per la restituzione delle “pizze” del film “Salo’ o le 120 giornate di Sodoma”.
Chi si e’ battuto fortemente per la riapertura dell’inchiesta sono i rappresentanti di parte civile. Secondo
Nino Marazzita e Guido Calvi la procura non puo’ non tenere in considerazione gli ultimi elementi emersi.
In particolare, il primo punta sulle “nuove tracce investigative fornite dalle dichiarazioni rilasciate, in televisione, da Pino Pelosi e, sulla stampa, da Sergio Citti”.  Si tratta, secondo Marazzita, di “tracce che vanno solidificate da un punto di vista giudiziario”.
L’apertura di una nuova inchiesta, per il legale, servira’ anche a riparare “alla incredibile decisione della Procura Generale dell’epoca la quale, di fronte alla sentenza di primo grado in cui si sosteneva che Pelosi non aveva agito da solo ma con ignoti, invece di riaprire le indagini impugno’ la sentenza.  Con il paradosso di farlo ancora prima che la sentenza fosse depositata”.

 “Il Messaggero”
Quella partita all’idroscalo che non si giocò più
Era una domenica piovosa: Stefano “ mocciolo” ed “er gazzella” trovarono il corpo del poeta
di GIULIO MANCINI
ROMA - Era domenica. Il giorno prima, 1 novembre, era piovuto a dirotto. Perciò Andrea “lomumba”, Stefano “mocciolo” e Angelo “er gazzella”, diversamente dal resto della squadretta, non volevano giocare: il campetto all’Idroscalo, l’unico gratis a Ostia, sarebbe stato poco più di un acquitrino. La sfida contro la ciurma di via dei Traghetti, però, imponeva a noi di via dei Panfili uno scatto d’orgoglio e capacità di sacrificarsi.
Appuntamento al campo alle 8. Faceva un freddo che ghiacciava persino la colatura del naso a chi, come noi, cavalcava bici e scalcinati motorini per arrivare in quell’estrema lingua di Ostia. Nonostante l’ora presta la “sardegnola”, donna perduta amica dei giovanotti per i suoi servizi economici, aveva già la stufa accesa come rivelava il filo di fumo bianco che si sollevava dalla prima baracca vicina a Tor San Michele. Per il resto stamberghe di calce e lamiera, case di una dignitosa sofferenza vissuta davanti al mare, tra pecore al pascolo ai piedi della torretta di Michelangelo.
Era gremito il campetto. Quei balordi di via dei Traghetti s’erano forse portati la claque, gente minacciosa di parola e di mano? No. Niente tifo nè partita: il capannello di curiosi era lì per guardare a braccia conserte un mucchio di cenci sanguinolenti. C’era un corpo; si intuiva dal braccio scoperto nonostante il gelo e piegato in modo innaturale sotto il busto. Il commissario Baradan, una pasta d’uomo dall’aspetto egiziano, si aggirava nei pressi. Confabulava con i poliziotti in divisa, indicava, parlottava con chi stava manipolando quel corpo irrigidito dal freddo e dalla morte. Tutt’intorno un brusìo reso confuso dal vento.
Chi poteva aver stracciato quella vita in modo così orribile? Perchè? Ma, soprattutto, chi era l’uomo dal viso schiacciato, mascherato di sangue e sabbia? Baradan carpì il segreto dell’identità violata. Ma non fece parola. A passo svelto andò da Bubi, mitico capitano di mare, costruttore di barche nel vicino cantiere Canados, per usare il telefono e comunicare tutto ai superiori romani.
Era Pasolini ma lo sapemmo solo nel pomeriggio. Era venuto a morire sul nostro campetto di calcio. Il destino lo aveva chiamato a finire la sua vita tra le baracche, in una borgata come tutte quelle che aveva descritto nelle sue opere. Uno scenario ideale persino per Ettore Scola che, poche settimane prima, vi aveva ambientato “Brutti, sporchi e cattivi” nella parte dove “Giacinto” Manfredi, avvelenato dalla famiglia, riusciva a liberarsi del topicida grazie alle sorsate di acqua di mare. Non sapeva Pasolini che, pur restando indimenticato scrittore e regista, la memoria della sua fine sarebbe stata cancellata da un porto. Unici emblemi rimasti: la scrostata stele in cemento di Mario Rosati ed il ricordo di quei ragazzini che annullarono la sfida per rendere omaggio a chi la partita con la vita l’aveva persa poche ore prima.

10 maggio 2005 – UCCISIONE PASOLINI: DAI GIORNALI
“Il Corriere della sera”
«Chiedo scusa alla Fallaci, sul delitto aveva ragione»
L' ATTORE
ROMA - « Voglio chiedere pubblicamente scusa a Oriana Fallaci, l' unica ad aver scritto che Pasolini fu ucciso da tre persone, Giuseppe Pelosi e altri due » . Torquato Tessarin, ex direttore di produzione ma anche attore, ruoli secondari ma con grandi registi, una vita trascorsa a Roma ad inseguire il suo sogno del cinema, l' altra sera ha avuto come una « folgorazione » . Davanti alla tv, dove scorrevano le immagini « Ombre sul giallo » , il programma di Franca Leosini, Torquato è tornato indietro di trent' anni. Nella sua memoria si è illuminato un ricordo, rimasto tutto quel tempo in un angolo buio. Si è rivisto, intervistato alla televisione, un paio di settimane dopo il delitto. Lui, giovane, bruno e riccetto, un sosia di Ninetto Davoli, amico del regista e dei suoi amici, uno con le idee chiare, che sa tutto del suo ambiente, che dà alla Fallaci della « pazza esaltata » , che accusa la giornalista di scrivere di cose che non sa, sull' Italia come sul Vietnam. E' un fiume in piena di ironie, sarcasmi e apprezzamenti verso la reporter. Solo perché, sull' Europeo del 14 novembre 1975, la Fallaci aveva riportato una versione della morte del regista diversa da quella ufficiale, dove sulla scena compaiono due « teppisti » giunti su una moto che, assieme a Pelosi, colpiscono Pasolini con tavole di legno e catene. Forse la Fallaci, intendeva dire Torquato Tessarin, vuole saperne più di noi che conosciamo Pier Paolo, la sua vita, i rischi ai quali andava incontro accompagnandosi a ragazzi di vita. « Un delitto come ne accadono tanti, in quel mondo » , ripeterà per trent' anni tutte le volte che il discorso torna sulla fine tragica del regista. Torquato Tessarin si sente autorizzato a parlarne perché ha conosciuto Pier Paolo e i suoi amici. Insieme con Ninetto avrebbe dovuto girare un film, « I gemelli » : un' idea venuta all' aiuto di De Sica, Luisa Alessandri, per la somiglianza tra i due. Tra amici, durante una cena o a Brera, a Milano, in una manifestazione dove si parla di cinema, ripeterà senza esitazioni la sua verità, identica a quella ufficiale: non c' è nulla di misterioso in quella morte, sono incidenti che capitano nei rapporti tra omosessuali. Fino all' altra sera. Fino a « Ombre sul giallo » , dove la crudezza dell' immagine fa crollare in un istante una convinzione durata una vita. « Non sono io l' assassino di Pier Paolo Pasolini » , afferma Pino Pelosi. E l' attore, sconvolto, deve riconoscere di non aver capito nulla. « Quel cadavere era massacrato - dice Tessarin - . Una persona, da sola, non avrebbe potuto fare tanto scempio di un corpo. Meno che mai un ragazzino di 17 anni. Non dimentichiamo che Pasolini faceva judo, era cintura nera, e che giocava a pallone. Anche se Pelosi lo avesse colpito a tradimento, se, mettiamo, gli avesse dato all' improvviso un calcio sull' inguine, non avrebbe mai potuto ridurlo così. Pasolini l' avrebbe sopraffatto. E poi, magari, perdonato. Era fatto così. Era un signore » . EUROPEO, NOVEMBRE 1975 Pasolini si divincolò, i tre ripresero a colpirlo con le tavolette di legno e con le catene
Benedetti Giulio

Riaperta l' inchiesta sulla morte di Pasolini
Svolta dei pm di Roma dopo le parole di Pelosi e Citti. Marazzita sosterra' la tesi dell' agguato. Un teste dell' epoca: c' erano molte orme pensai all' opera di un branco
Il legale di parte civile chiede nuovi accertamenti
ROMA - Dopo due giorni la Procura cambia rotta. E decide di indagare ancora sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Sarà la terza inchiesta sull' omicidio avvenuto nel ' 75 all' Idroscalo di Ostia. Imagistrati restano cauti, ma ieri mattina il procuratore Giovanni Ferrara ha esaminato gli elementi a disposizione e ha deciso: il caso è riaperto. A far pendere la bilancia dalla parte del « sì » è stato l' avvocato
Nino Marazzita, legale dei familiari dello scrittore regista con il collega e senatore Ds Guido Calvi, che oggi chiederà formalmente di riprendere gli accertamenti. L' intestazione del nuovo fascicolo è « atti relativi a » : significa che non ci sono ipotesi di reato né tantomeno indagati. All' interno ci saranno la memoria di Marazzita, le registrazioni della Rai e gli articoli di stampa con le interviste rilasciate da Pino Pelosi e da Sergio Citti. L' ex « ragazzo di vita » e il regista saranno i primi testimoni interrogati dal procuratore aggiunto Italo Ormanni, a cui è stata affidata l' inchiesta. « Pino la Rana » , che a suo tempo confessò l' omicidio e scontò sette anni in carcere, ha cambiato versione e ha rivelato che quella notte, all' Idroscalo, gli assassini erano almeno tre: « Credo volessero dargli una bella lezione - ha detto in tv - . Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato » . Altri particolari, compatibili, li ha raccontati Citti: Pasolini sarebbe stato attirato in un tranello con la promessa di restituirgli le « pizze » di Salò , rubate a Cinecittà. Pelosi, a sua insaputa, avrebbe fatto da esca. Elo scrittore sarebbe stato ucciso in un agguato organizzato con cura. Il terzo testimone sarà Sergio P., arrestato nell' 86 per traffico di droga, indicato da Citti come il ricattatore che gli propose la consegna delle pellicole sparite in cambio di due miliardi di lire. Nella sua memoria Marazzita sosterrà la tesi dell' agguato: « L' imputazione - spiega - sarebbe di omicidio volontario premeditato, un reato che non si prescrive » . Se invece si rivelasse credibile il racconto di Pelosi, l' accusa sarebbe di omicidio preterintenzionale e gli assassini non potrebbero più essere perseguiti. L' avvocato indicherà anche i testimoni da interrogare, appunto l' ex « ragazzo di vita » e il regista, e proporrà un confronto fra i due. « All' epoca - ricorda Marazzita - ho sollecitato due volte alla procura generale l' interrogatorio di Citti, ma non è mai stato convocato. Non c' era la volontà di approfondire le indagini, si temeva che i mandanti del delitto fossero " politici". I nemici di Pasolini erano un' infinità » . Ieri un testimone dell' epoca ha confermato i dubbi sull' omicidio di trent' anni fa. « Per terra - ha detto Giorgio Iorio, 67 anni - erano visibilissime molte tracce di auto e orme di persone. Per questo, da subito, abbiamo pensato che a uccidere il nostro poeta e amico fosse stato un branco » . Ma, secondo Iorio, Pelosi non è convincente: « La sua testimonianza è apparsa allora e appare adesso smozzicata e inverosimile. Certamente copre qualcuno, ma è difficile capire chi » . Intanto il senatore verde Fiorello Cortiana ha riaperto uno degli scenari più discussi allora: ha chiesto, con un' interpellanza, se nell' omicidio ci sia stato un coinvolgimento dei servizi segreti.
Di Gianvito Lavinia

“La Repubblica”
IL RETROSCENA
I legami tra mafia e criminalità politica, la stagione delle bombe: dietro il massacro di Ostia una verità storica ancora da costruire
Trent´anni di occasioni perdute per ricomporre il puzzle italiano
Tracce abbandonate e voci non riscontrabili: a distanza di così tanto tempo appare improbabile individuare nuovi colpevoli
Forse però sarà possibile accertare il reale contesto in cui maturò la decisione di eliminare lo scrittore
GIOVANNI MARIA BELLU
ROMA - Come tentare di ricomporre un vaso rotto trent´anni fa. Non ci sono nemmeno tutti i cocci. Secondo Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione d´indagine sulle stragi, sarà molto difficile raggiungere un risultato valido sul piano giudiziario. Ma non è escluso - questa è d´altra parte la sorte di quasi tutti i cosiddetti "misteri d´Italia" - che si arrivi ad una ricostruzione storica convincente. In altre parole, è improbabile che dopo tanto tempo gli autori del massacro siano individuati e processati, ma è possibile che si riesca a capire se l´omicidio di Pier Paolo Pasolini va inquadrato nell´ambito della criminalità politica degli anni Settanta.
La memoria che sarà presentata oggi alla procura di Roma dall´avvocato di parte civile
Nino Marazzita indica i primi passi. I passi, per così dire, obbligati: interrogare Pino Pelosi, ascoltare Sergio Citti e poi, eventualmente, metterli a confronto. Il difficile verrà dopo. Se Pelosi non modificherà in modo sostanziale quel che ha detto a Franca Leosini nell´intervista andata in onda sabato scorso, sarà inevitabile per i magistrati inquirenti fare un lungo passo indietro. Tornare, appunto, al momento in cui il vaso fu rotto.
A molti degli errori della prima fase delle indagini non c´è purtroppo rimedio. Di certo non è più possibile ricostruire la scena del delitto. L´avvocato Marazzita ricorda che quello sterrato dell´Idroscalo fu transennato quando ormai era stato calpestato da decine di poliziotti, carabinieri, giornalisti, curiosi. Alcuni reperti fondamentali sono scomparsi, in particolare le tracce di sangue all´esterno dell´auto di Pasolini, cancellate dalla pioggia. È amaro costatare che se allora fossero state adottate alcune regole d´ordinaria diligenza investigativa si disporrebbe oggi di elementi di fatto idonei a verificare l´ultima versione di Pelosi. E, chissà, a indurlo a dire quello che ancora tace: i nomi degli aggressori di Pier Paolo Pasolini. «E´ poco verosimile - osserva Marazzita - che sia bastata la minaccia notturna di alcuni sconosciuti a indurlo a tacere per tanto tempo».
Tra i cocci perduti c´è poi il momento in cui (era passato appena un anno dall´omicidio) il tribunale dei minorenni affermò a chiare lettere che Pelosi non aveva agito da solo. Era il 1976 e la popolazione notturna della stazione Termini di Roma era ancora quella della sera in cui Pasolini avvicinò "Pino la rana". Ma la procura generale, («per ragioni politiche, perché si voleva che l´omicidio Pasolini restasse una storia di gay finita male», accusa l´avvocato) anziché aprire una nuova indagine preferì impugnare la sentenza.
Quel che l´ultimo Pelosi ha detto a proposito del momento del delitto (gli aggressori che gridavano a Pasolini "fetuso", oltre che "sporco comunista") rende amaro il ricordo del momento in cui un sottufficiale dei carabinieri disse che due mafiosi catanesi, tali fratelli Borsellino, gli avevano confidato di aver ammazzato Pasolini. Furono anche individuati a interrogati. Confermarono il racconto di Sansone ma, spiegarono, quella rivendicazione non era altro che una smargiassata. Tanto bastò per chiudere il caso. Neanche un accertamento invece fu svolto sul contenuto di una lettera anonima giunta all´avvocato Marazzita dove si diceva che Pasolini quella notte era stato pedinato da una Fiat 1500 di colore blu targata Catania. C´erano anche tre numeri di targa e allora sarebbe stato agevole fare una verifica, accertare se l´auto esisteva e chi ne era il proprietario.
Tuttavia il tempo trascorso non porta solo svantaggi alla nuova inchiesta. Da altre indagini possono venire nuovi elementi, anche se forse attengono più alla ricostruzione storica che a quella giudiziaria. Il più importante è che l´omicidio di Pier Paolo Pasolini rientra perfettamente nel modus operandi, nella mentalità, nella cultura di certi ambienti neofascisti dell´epoca. E che, in quegli anni, la saldatura tra la criminalità politica di destra e quella mafiosa era già avvenuta anche a Roma. Nel 1975 non lo si sapeva.
Pellegrino suggerisce poi un´altra pista, che pure deriva da quanto si è ormai accertato sugli anni della strategia della tensione. «Ho il dubbio - afferma l´ex presidente della commissione stragi - che i tanti "io so" della celebre poesia scritta da Pasolini nel 1974 non fossero solo le intuizioni di un grande intellettuale. Alcuni di essi sono così puntuali, così precisi, da suscitare il dubbio che Pasolini avesse veramente saputo qualcosa. Quando scrive "Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda antifascista (Brescia e Bologna 1974)", mostra una conoscenza interna di quel che era accaduto nella destra eversiva dopo il 1974, quando i neofascisti, abbandonati dagli apparati dello Stato, cambiarono strategia. E anche alcune delle cose che dopo la sua morte abbiamo letto su "Petrolio", penso alle vicende dell´Eni, alla morte di Enrico Mattei, mi confermano in questo dubbio: Pasolini intuiva o veramente sapeva?".

10 maggio 2005 – UCCISIONE PASOLINI: DAI GIORNALI
“Il Messaggero”
«Con Pino lì c’erano Johnny lo zingaro e i due fratelli Borsellino»
ROMA - E’ la storia di un anziano appuntato della Polizia, di un giovane killer e del suo anello, quella che
Nino Marazzita si prepara a raccontare ai pm romani che cercheranno di fare luce sulla morte di Pier Paolo Pasolini.
L’appuntato si chiama Renzo Sansone; e già dieci anni fa conosceva una verità alternativa a quella che è scritta nelle carte processuali. Raccontava l’appuntato che sicuramente la sera dell'omicidio di Pasolini, Pino Pelosi non era solo. Con lui, secondo Sansone, «c'erano anche i fratelli Borsellino, Franco e Giuseppe; furono loro stessi a dirmi che quella notte si trovavano li». Gli dissero anche altro, raccontava Sansone: «Sapessi come strillava, era per terra, sembrava un' aquila».
E insieme ai due Borsellino, secondo le ricostruzioni dell’avvocato Marazzita, con molta probabilità c’era anche Giuseppe Mastini, meglio conosciuto come Johnny lo Zingaro, il giovane che nel marzo ’87 tenne in scacco la polizia per venti ore, sequestrando una ragazza e uccidendo un agente di Ps. Il legale di Pasolini aveva scoperto che proprio Mastini aveva un forte legame con Pino Pelosi. I due erano detenuti entrambi nel carcere minorile di Casal del Marmo, fino a pochi giorni prima del delitto Pasolini; ed erano amici da molto tempo prima, da quando frequentavano insieme un bar in via Guido Angeli, al quartiere Tiburtino, e poi il Cral dell’Unione Monarchica, in via Donadoni.
A legare Giuseppe Mastini al delitto dell’Idroscalo c’è un anello, ormai celebre, del quale Pelosi si preoccupò di rivendicare la proprietà non appena venne arrestato. Era d’oro, con una pietra rossa, con due aquile incise e la scritta ”United States Army”; Pelosi chiese agli agenti di cercarlo nell’Alfa Gt 2000 sulla quale era stato fermato, ma l’anello venne trovato all’Idroscalo, accanto al corpo senza vita di Pasolini, come se qualcuno lo avesse perduto mentre riduceva in fin di vita lo scrittore.
Gli inquirenti chiesero a Pelosi come si fosse procurato quell’anello; e Pino la Rana disse di averlo acquistato da un amico steward che andava spesso negli States. Ma non gli credettero. E lui cambiò versione: ammise che era stato un suo amico, un certo Johnny, a regalarglielo.
Questo dettaglio convinse gli investigatori che l’anello potesse essere di Mastini, che non lo aveva ragalato a Pelosi ma lo aveva smarrito lui stesso, nelle concitate fasi del delitto di Pier Paolo Pasolini. Johnny lo Zingaro ha sempre negato ogni complicità nel delitto, limitandosi ad ammettere di aver conosciuto Pelosi in carcere. Ed è da queste circostanze, che adesso partiranno i nuovi accertamenti della Procura di Roma.
M.Mart.

ANSA:
PASOLINI: AVV.MARAZZITA PRESENTA DENUNCIA IN PROCURA ROMA
IL LEGALE, PELOSI E’ UNA PERSONA INCAPACE DI DIRE LA VERITA’
“Per la prima volta la procura di Roma ha la possibilita’ di affrontare con determinazione un fatto. In passato non ci fu la volonta’ politica di andare a fondo”. Lo ha detto l’ avvocato
Nino Marazzita dopo aver depositato oggi in procura la denuncia con la quale chiede la riapertura dell’ inchiesta sull’ omicidio di Pier Paolo Pasolini.
“La qualificazione giuridica dell’ omicidio - si legge nell’ atto di quattro pagine - non puo’ che essere quella di omicidio volontario commesso con l’ aggravante della premeditazione, che costituisce un’ ipotesi imprescrittibile”. “Pino Pelosi - ha detto il penalista ai giornalisti - e’ una persona incapace di dire la verita””.
Con l’ atto depositato oggi Marazzita, rappresentante di parte civile per conto della madre dello scrittore-regista al processo conclusosi con la condanna di Pelosi a nove anni di carcere, chiede alla procura di Roma di svolgere indagini “al fine di accertare l’ identita’ di coloro che tra l’ 1 e il 2 novembre 1975” uccisero Pasolini.
Le dichiarazioni di “Pino la rana” al programma “Ombre sul giallo”, in particolare la negazione di essere l’ assassino, ma di aver assistito ad un agguato ad opera di almeno tre persone, e l’ intervista del regista Sergio Citti, il quale “fornisce una traccia investigativa sicuramente utile”, sono gli elementi alla base dell’iniziativa del penalista.
Nella denuncia, di quattro pagine, Marazzita afferma che appare “opportuno verificare la fondatezza di quanto dichiarato da Pelosi; difatti gli elementi di indagine che indussero il tribunale dei minori prima e la corte di appello poi a ritenere certo o almeno possibile il concorso o comunque la presenza di altre persone, rimaste sconosciute, sembrano oggi corroborati dalle dichiarazioni di Pelosi”.
“Malgrado i giudici che condannarono Pelosi ritennero quantomeno possibile la presenza di altre persone - si legge ancora nella denuncia - non furono mai svolte indagini finalizzate alla ricerca degli eventuali complici”.
Per questo motivo il rappresentante della famiglia Pasolini chiede alla procura che siano sentiti Pelosi, Citti, con eventuale confronto tra i due, che sia ascoltato l’ appuntato dei carabinieri Renzo Sansone (il quale in un intervista del 1995 disse che all’idroscalo di Ostia erano in quattro: oltre a Pelosi, i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino e Giuseppe Mastini, detto Jonny il biondino) nonche’ l’eventuale interrogatorio di questi ultimi.

“Le dichiarazioni di Pelosi a ‘Ombre sul giallo’ - ha detto Marazzita ai giornalisti - sono la scoperta dell’ acqua calda:
non ha fatto che confermare la presenza di ignoti all’ idroscalo. Lui, tuttavia, e’ un bugiardo e non dice tutta la verita’. Questa e’ molto difficile da scoprire, ma la procura ha il dovere di approfondire tutta la vicenda”.
“Il movente dell’ omicidio si potra’ scoprire solo attraverso l’ identificazione dei responsabili - ha concluso l’avvocato - Pasolini era un personaggio scomodo e in quegli anni subi’ 17 aggressioni da parte dei fascisti, l’ ultima proprio un mese prima della morte”.

PASOLINI: CALVI, SPERANZE ESIGUE DI VERITA’ MA FIDUCIA IN PM
 “Le speranze di accertare la verita’ sono molto esigue ma confido nella magistratura, anche se siamo pronti a criticarla duramente, e nell’ intelligenza di questi magistrati che sono rigorosissimi”. E’ il parere dell’ avvocato Guido Calvi, parte civile di concerto con
Nino Marazzita nell’ omicidio Pasolini, espresso nel corso di una conferenza stampa svoltasi in Campidoglio.
Calvi ha sottolineato che questa mattina ha parlato personalmente con il procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara.  “Mi ha assicurato - ha specificato - che seguira’ personalmente questa vicenda”.
Il legale, senatore dei Ds, ha insistito sulla contestualizzazione storica dell’ omicidio di Pier Paolo Pasolini: “Era un obiettivo naturale, dissenziente, isolato e dichiaratamente omosessuale”. Erano gli anni “della strage di piazza Fontana, di Brescia, dell’ Italicus, dei servizi deviati, della destra eversiva e di una sinistra eversiva agli inizi - ha proseguito l’avvocato - Erano gli anni in cui lo Stato non sapeva rispondere, per in parte era colluso con quella destra e in parte tollerante con quella sinistra”.
Calvi e lo scrittore Enzo Siciliano, presente all’incontro, hanno sottolineato che l’ aggressione letale subita dal regista non era il primo atto di violenza a suo carico. Entrambi hanno ricordato i frequenti episodi in occasione delle prime dei suoi film o delle presentazioni di suoi libri. “E’ stata aggredito di continuo - ha dichiarato Calvi - dalla magistratura, dagli inquirenti e dai fascisti”.
Calvi ha definito Pasolini “un genio, un intellettuale tra i piu’ prestigiosi del ‘900 italiano, come fu Garcia Lorca per la Spagna”, ed ha dedicato un “ultimo pensiero a Laura Betti”.
Per Siciliano, l’autore di Petrolio “non se l’e’ cercata, a meno che non si dica che nell’ Italia codina e regressiva di quegli anni non poteva accadere altro a chi scriveva” le cose che scriveva Pasolini.
Sull’aspetto piu’ squisitamente artistico di Pasolini si e’ soffermato l’ assessore alla Cultura del Comune di Roma, Gianni Borgna, che ha segnalato il merito che ebbe il regista nel “creare una coscienza collettiva sulle borgate”. Roma “si ritiene offesa da quello che e’ accaduto - ha proseguito - faremo di tutto per coadiuvare la magistratura nell’ accertare la verita’, quella verita’ che per trent’anni non e’ stata cercata”.

PASOLINI: ENTRA IN CAMPO COMUNE ROMA COME PARTE OFFESA
L’AVVOCATO MARAZZITA HA DEPOSITATO LA DENUNCIA
Il Comune di Roma si inserisce nella nuova puntata della vicenda Pasolini. L’ assessore alla Cultura Gianni Borgna ha annunciato oggi che il Campidoglio diventera’ parte offesa e che nelle prossime ore per questo motivo depositera’ una memoria alla procura della Repubblica di Roma.
Borgna ha parlato di “Roma offesa”, del merito che ebbe il regista nel “creare una coscienza collettiva sulle borgate” e ha assicurato che sara’ fatto “di tutto per coadiuvare la magistratura nell’ accertare la verita’, quella verita’ che per trent’anni non e’ stata cercata”.
L’iniziativa del Comune segue di poche ore quella dell’ avvocato
Nino Marazzita, che in mattinata ha depositato l’ annunciata denuncia sul caso. Un atto che, come ha spiegato Marazzita, parte civile per conto della madre di Pasolini, potrebbe invertire la “volonta’ politica” dell’ epoca, che non ando’ a fondo nell’inchiesta.
Nell’ atto, composto di quattro pagine, come qualificazione giuridica si ipotizza l’omicidio volontario commesso con l’ aggravante della premeditazione, reato non prescrittibile. La denuncia chiede di “accertare l’ identita’ di coloro che tra l’ 1 e il 2 novembre 1975” uccisero Pasolini, sulla scorta delle dichiarazioni di “Pino la rana” al programma “Ombre sul giallo” e dell’ intervista del regista Sergio Citti. Di fare cioe’ quelle indagini che non furono fatte all’epoca, per individuare gli eventuali complici. Marazzita fornisce anche una pista investigativa iniziale: che sia ascoltato l’ appuntato dei carabinieri Renzo Sansone e coloro che, oltre a Pelosi, secondo lui erano all’ Idroscalo quella notte: i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino e Giuseppe Mastini, detto Jonny il biondino.
“Pasolini - ha detto il legale - era un personaggio scomodo e in quegli anni subi’ 17 aggressioni da parte dei fascisti, l’ ultima proprio un mese prima della morte”.
A coordinare le indagini, sotto la supervisione del procuratore Giovanni Ferrara, saranno l’aggiunto Italo Ormanni e il sostituto Diana De Martino. Il fascicolo, per il momento, e’ intestato “atti relativi a” e non contiene, quindi, ne’ ipotesi di reato ne’ indagati. Tra le prime iniziative degli inquirenti che, per la terza volta, riesamineranno i fatti avvenuti 30 anni fa, ci saranno le convocazioni in procura di Pelosi e del regista cinematografico Sergio Citti.
Certo, proprio perche’ sono trascorsi trent’anni, “le speranze di accertare la verita’ sono molto esigue”, ha confessato l’ avvocato Guido Calvi intervenendo alla conferenza stampa con Borgna e Enzo Siciliano. “Ma confido nella magistratura - ha proseguito - anche se siamo pronti a criticarla duramente, e nell’ intelligenza di questi magistrati che sono rigorosissimi”. Il legale, senatore dei Ds, ha insistito sulla contestualizzazione storica dell’ omicidio di Pier Paolo Pasolini: “Era un obiettivo naturale, dissenziente, isolato e dichiaratamente omosessuale”. Erano gli anni “della strage di piazza Fontana, di Brescia, dell’ Italicus, dei servizi deviati, della destra eversiva e di una sinistra eversiva agli inizi - ha proseguito l’avvocato - Erano gli anni in cui lo Stato non sapeva rispondere, per in parte era colluso con quella destra e in parte tollerante con quella sinistra”.
Enzo Siciliano ha ricordato che l’ aggressione all’ Idroscalo non era il primo atto di violenza subito dal regista. E che Pasolini “non se l’e’ cercata, a meno che non si dica che nell’ Italia codina e regressiva di quegli anni non poteva accadere altro a chi scriveva” le cose che scriveva Pasolini.

“Il Corriere della sera”
«Chiedo scusa alla Fallaci, sul delitto aveva ragione»
L' ATTORE
ROMA - « Voglio chiedere pubblicamente scusa a Oriana Fallaci, l' unica ad aver scritto che Pasolini fu ucciso da tre persone, Giuseppe Pelosi e altri due » . Torquato Tessarin, ex direttore di produzione ma anche attore, ruoli secondari ma con grandi registi, una vita trascorsa a Roma ad inseguire il suo sogno del cinema, l' altra sera ha avuto come una « folgorazione » . Davanti alla tv, dove scorrevano le immagini « Ombre sul giallo » , il programma di Franca Leosini, Torquato è tornato indietro di trent' anni. Nella sua memoria si è illuminato un ricordo, rimasto tutto quel tempo in un angolo buio. Si è rivisto, intervistato alla televisione, un paio di settimane dopo il delitto. Lui, giovane, bruno e riccetto, un sosia di Ninetto Davoli, amico del regista e dei suoi amici, uno con le idee chiare, che sa tutto del suo ambiente, che dà alla Fallaci della « pazza esaltata » , che accusa la giornalista di scrivere di cose che non sa, sull' Italia come sul Vietnam. E' un fiume in piena di ironie, sarcasmi e apprezzamenti verso la reporter. Solo perché, sull' Europeo del 14 novembre 1975, la Fallaci aveva riportato una versione della morte del regista diversa da quella ufficiale, dove sulla scena compaiono due « teppisti » giunti su una moto che, assieme a Pelosi, colpiscono Pasolini con tavole di legno e catene. Forse la Fallaci, intendeva dire Torquato Tessarin, vuole saperne più di noi che conosciamo Pier Paolo, la sua vita, i rischi ai quali andava incontro accompagnandosi a ragazzi di vita. « Un delitto come ne accadono tanti, in quel mondo » , ripeterà per trent' anni tutte le volte che il discorso torna sulla fine tragica del regista. Torquato Tessarin si sente autorizzato a parlarne perché ha conosciuto Pier Paolo e i suoi amici. Insieme con Ninetto avrebbe dovuto girare un film, « I gemelli » : un' idea venuta all' aiuto di De Sica, Luisa Alessandri, per la somiglianza tra i due. Tra amici, durante una cena o a Brera, a Milano, in una manifestazione dove si parla di cinema, ripeterà senza esitazioni la sua verità, identica a quella ufficiale: non c' è nulla di misterioso in quella morte, sono incidenti che capitano nei rapporti tra omosessuali. Fino all' altra sera. Fino a « Ombre sul giallo » , dove la crudezza dell' immagine fa crollare in un istante una convinzione durata una vita. « Non sono io l' assassino di Pier Paolo Pasolini » , afferma Pino Pelosi. E l' attore, sconvolto, deve riconoscere di non aver capito nulla. « Quel cadavere era massacrato - dice Tessarin - . Una persona, da sola, non avrebbe potuto fare tanto scempio di un corpo. Meno che mai un ragazzino di 17 anni. Non dimentichiamo che Pasolini faceva judo, era cintura nera, e che giocava a pallone. Anche se Pelosi lo avesse colpito a tradimento, se, mettiamo, gli avesse dato all' improvviso un calcio sull' inguine, non avrebbe mai potuto ridurlo così. Pasolini l' avrebbe sopraffatto. E poi, magari, perdonato. Era fatto così. Era un signore » . EUROPEO, NOVEMBRE 1975 Pasolini si divincolò, i tre ripresero a colpirlo con le tavolette di legno e con le catene
Benedetti Giulio

Riaperta l' inchiesta sulla morte di Pasolini
Svolta dei pm di Roma dopo le parole di Pelosi e Citti. Marazzita sosterra' la tesi dell' agguato. Un teste dell' epoca: c' erano molte orme pensai all' opera di un branco
Il legale di parte civile chiede nuovi accertamenti
ROMA - Dopo due giorni la Procura cambia rotta. E decide di indagare ancora sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Sarà la terza inchiesta sull' omicidio avvenuto nel ' 75 all' Idroscalo di Ostia. Imagistrati restano cauti, ma ieri mattina il procuratore Giovanni Ferrara ha esaminato gli elementi a disposizione e ha deciso: il caso è riaperto. A far pendere la bilancia dalla parte del « sì » è stato l' avvocato
Nino Marazzita, legale dei familiari dello scrittore regista con il collega e senatore Ds Guido Calvi, che oggi chiederà formalmente di riprendere gli accertamenti. L' intestazione del nuovo fascicolo è « atti relativi a » : significa che non ci sono ipotesi di reato né tantomeno indagati. All' interno ci saranno la memoria di Marazzita, le registrazioni della Rai e gli articoli di stampa con le interviste rilasciate da Pino Pelosi e da Sergio Citti. L' ex « ragazzo di vita » e il regista saranno i primi testimoni interrogati dal procuratore aggiunto Italo Ormanni, a cui è stata affidata l' inchiesta. « Pino la Rana » , che a suo tempo confessò l' omicidio e scontò sette anni in carcere, ha cambiato versione e ha rivelato che quella notte, all' Idroscalo, gli assassini erano almeno tre: « Credo volessero dargli una bella lezione - ha detto in tv - . Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato » . Altri particolari, compatibili, li ha raccontati Citti: Pasolini sarebbe stato attirato in un tranello con la promessa di restituirgli le « pizze » di Salò , rubate a Cinecittà. Pelosi, a sua insaputa, avrebbe fatto da esca. Elo scrittore sarebbe stato ucciso in un agguato organizzato con cura. Il terzo testimone sarà Sergio P., arrestato nell' 86 per traffico di droga, indicato da Citti come il ricattatore che gli propose la consegna delle pellicole sparite in cambio di due miliardi di lire. Nella sua memoria Marazzita sosterrà la tesi dell' agguato: « L' imputazione - spiega - sarebbe di omicidio volontario premeditato, un reato che non si prescrive » . Se invece si rivelasse credibile il racconto di Pelosi, l' accusa sarebbe di omicidio preterintenzionale e gli assassini non potrebbero più essere perseguiti. L' avvocato indicherà anche i testimoni da interrogare, appunto l' ex « ragazzo di vita » e il regista, e proporrà un confronto fra i due. « All' epoca - ricorda Marazzita - ho sollecitato due volte alla procura generale l' interrogatorio di Citti, ma non è mai stato convocato. Non c' era la volontà di approfondire le indagini, si temeva che i mandanti del delitto fossero " politici". I nemici di Pasolini erano un' infinità » . Ieri un testimone dell' epoca ha confermato i dubbi sull' omicidio di trent' anni fa. « Per terra - ha detto Giorgio Iorio, 67 anni - erano visibilissime molte tracce di auto e orme di persone. Per questo, da subito, abbiamo pensato che a uccidere il nostro poeta e amico fosse stato un branco » . Ma, secondo Iorio, Pelosi non è convincente: « La sua testimonianza è apparsa allora e appare adesso smozzicata e inverosimile. Certamente copre qualcuno, ma è difficile capire chi » . Intanto il senatore verde Fiorello Cortiana ha riaperto uno degli scenari più discussi allora: ha chiesto, con un' interpellanza, se nell' omicidio ci sia stato un coinvolgimento dei servizi segreti.
Di Gianvito Lavinia

11 maggio 2005 – UCCISIONE PASOLINI: DAI GIORNALI
“Il Messaggero”
Il Campidoglio entra nella vicenda giudiziaria riguardante l'omicidio dello scrittore-regista avvenuto all’Idroscalo di Ostia
«Adesso vogliamo la verità su Pasolini»
Il Comune: «Roma è parte offesa». Borgna: «Ha creato la coscienza collettiva delle borgate»
Il Comune di Roma entra in qualità di “parte offesa” nel caso-Pasolini. Lo ha annunciato ieri l'assessore alla Cultura del Comune di Roma, Gianni Borgna. Un gesto che può apparire simbolico ma che in realtà consentirà agli «amici» dello scrittore e alla città che Pasolini aveva scelto di vivere e raccontare nei suoi libri e nei suoi film di avere un ruolo nell’inchiesta
Roma è parte offesa per la morta dello scrittore e regista legato alla città. Pasolini, ha ricordato Borgna, che viveva a Ponte Mammolo, ebbe il merito «di creare una coscienza collettiva sulle borgate». La convinzione che muove la presa di posizione del Campidoglio è che dietro l’omicidio vi sia un movente più serio e più grave. Che non esistono misteri ma segreti da svelare.
«Le speranze di accertare la verità sono molto esigue ma confido nella magistratura, anche se siamo pronti a criticarla duramente, e nell' intelligenza di questi magistrati che sono rigorosissimi», ha spiegato l’avvocato Guido Calvi, parte civile insieme a
Nino Marazzita nell' omicidio Pasolini. Calvi ha parlato personalmente con il procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara. «Mi ha assicurato - ha specificato - che seguirà personalmente questa vicenda». Il legale, senatore dei Ds, ha insistito sulla contestualizzazione storica dell' omicidio di Pier Paolo Pasolini: «Era un obiettivo naturale, dissenziente, isolato e dichiaratamente omosessuale». Erano gli anni «della strage di piazza Fontana, di Brescia, dell' Italicus, dei servizi deviati, della destra eversiva e di una sinistra eversiva agli inizi - ha proseguito l'avvocato - Erano gli anni in cui lo Stato non sapeva rispondere, per in parte era colluso con quella destra e in parte tollerante con quella sinistra».
Calvi, che nella sua carriera ha difeso tra gli altri anche l’anarchico Pietro Valpreda, ha ricordato i tanti errori e le omissioni di una istruttoria «colpevolmente sommaria, sciatta e rozza». Le fotografie ignorate, l’autovettura che non fu protetta ma lasciata sotto la pioggia nei quattro giorni successivi alla morte dello scrittore, il maglione trovato nell’auto che non apparteneva nè a Pelosi nè a Pasolini. Ha ricordato il primo processo celebrato nell’aprile del 1976 davanti al Tribunale dei minorenni. La sentenza di condanna per omicidio volontari inflitta a Pelosi fu accompagnata dalla convinzione che vi fossero dei complici ignoti. Fu pronunciata da Carlo Alfredo Moro, fratello dello statista democristiano. «La Procura generale la impugnò ancora prima di conoscerne il dispositivo», ha ricordato Calvi. L’appello avrebbe successivamente disgregato quell’impianto giudiziario.
Calvi e lo scrittore Enzo Siciliano, presente all'incontro, hanno sottolineato che l' aggressione subita dal regista non era il primo atto di violenza a suo carico. Entrambi hanno ricordato i frequenti episodi in occasione delle prime dei suoi film o delle presentazioni di suoi libri. «È stata aggredito di continuo - ha dichiarato Calvi - dalla magistratura, dagli inquirenti e dai fascisti». Pasolini «era un genio, un intellettuale tra i più prestigiosi del '900 italiano, come fu Garcia Lorca per la Spagna».
Per Siciliano, lo scrittore friulano «non se l'è cercata, a meno che non si dica che nell' Italia codina, sessuofoba e regressiva di quegli anni non poteva accadere altro a chi scriveva». Sull'aspetto più artistico di Pasolini si è soffermato l' assessore alla Cultura del Comune di Roma, Gianni Borgna, che ha segnalato il merito che ebbe il regista nel «creare una coscienza collettiva sulle borgate». Roma «si ritiene offesa da quello che è accaduto - ha concluso - faremo di tutto per coadiuvare la magistratura nell'accertare la verità, quella verità che per trent'anni non è stata cercata».
C.Mar.

12 maggio 2005 – UCCISIONE PASOLINI: DAI GIORNALI
“La Stampa”
Oriana Fallaci: la mia verità negata sulla morte di Pasolini
Dopo l’articolo sull’Europeo, fu condannata per reticenza sulle fonti
«La mia scarsa stima del sistema giudiziario non è incominciata quando i magistrati si sono messi a fare politica. Ma per questa esperienza»
ROMA
ORIANA Fallaci è a New York e non avrebbe voglia di parlare di Pier Paolo Pasolini, della sua morte, delle inchieste e delle speculazioni successive, delle rivelazioni recenti, tardive e incomplete di Pino Pelosi. Tantomeno vorrebbe farlo per telefono. Però poi acconsente, «perché Pasolini era amico mio e di Alekos Panagulis». La stessa ragione per la quale, trenta anni fa - lei che era già «la Fallaci», quella del Vietnam, delle interviste ai potenti, dello scontro con Yasser Arafat, lei che non si occupava di cronaca - decise di misurarsi su un omicidio. Per lo smisurato affetto di una donna straordinaria verso uno straordinario uomo. E acconsente per un motivo insospettabile: «Vede, la mia scarsa stima del cosiddetto sistema giudiziario non è incominciata quando i magistrati si sono messi a fare politica, ossia ad applicare gli interessi dei loro partiti, la loro ideologia politica, al Codice Penale. E’ incominciata proprio per l’esperienza che ho avuto dopo la morte di Pasolini».
L’edizione dell’Europeo del 14 novembre 1975 fu nobilitata da un breve e fulminante articolo di Oriana Fallaci. Cominciava così: «Esiste un’altra versione della morte di Pasolini: una versione di cui, probabilmente, la polizia è già a conoscenza ma di cui non parla per poter condurre più comodamente le indagini. Essa si basa sulle testimonianze che hanno da offrire alcuni abitanti o frequentatori delle baracche che sorgono intorno allo spiazzato dove Pier Paolo Pasolini venne ucciso... Pasolini non venne aggredito e ucciso soltanto da Giuseppe Pelosi, ma da lui e da altri due teppisti, che sembrano assai conosciuti nel mondo della droga...». Oriana l’aveva scritto di getto, all’ultimo minuto, col giornale già quasi in stampa. Oggi ricorda: «Ho vissuto molto intensamente la morte di Pasolini perché era un amico. Aveva scritto una bella prefazione a un libro di Alekos Panagulis, un libro di poesie, “Vi scrivo da un carcere in Grecia” (1974, ndr)». Era il tempo in cui Alekos e Oriana vivevano insieme. Lui era stato imprigionato e torturato per l’opposizione al regime dei colonnelli, e da poco graziato. Chiese a Oriana di presentargli Pasolini e il sodalizio si allargò. «Nacque un rapporto frequente, andavamo spesso a cena», dice lei.
L’ultima, di cui Oriana narra nell’«Apocalisse» e alla quale Alekos mancò per via d’uno sciopero aereo, fu in un ristorante lungo la via Appia. Parlarono dell’omosessualità, dell’esclusiva riservata ai rapporti eterosessuali: la procreazione. Fu allora che Pasolini abbandonò per un istante la sua dolcezza: «Devo spiegarti perché odio, perché detesto, perché aborro il tuo libro “Lettera a un bambino mai nato”. E perché mi nausea ascoltare ciò che stai sostenendo. Io non voglio sapere che cosa c’è dentro un ventre di donna. Io inorridisco a sapere che cosa c’è dentro un ventre di donna. Una volta anche mia madre tentò di spiegarmi che cosa c’è dentro un ventre di donna. E ci litigai. Io che amo tanto mia madre». Poi Pasolini carezzò la mano di Oriana.
Ci sono molte cose che Oriana ricorda di Pasolini. Sono le cose per le quali si convinse a scrivere dell’assassinio, a scoprire tutto meglio e prima; a sopportare un’incriminazione e una condanna (per reticenza, quattro mesi di reclusione) che a pensarci oggi ci si immalinconisce. New York, 1966. Pasolini scoprì l’America e andò a far visita a Oriana in un grattacielo della Cinquantasettesima strada. «Mi disse: sono stato tutta la notte a “cercare” - e quando lui diceva “cercare” io so cosa intendeva - e a passeggiare nel Bronx. E mi ricordo che io balzai in piedi. “Che hai fatto?! Dove?! Ma lo sai cos’è il Bronx?!”. Ora il Bronx è meglio ma a quel tempo andare nel Bronx era come andare in un ghetto di Calcutta. E lui, camminando su e giù per il living room con un sorriso quasi beato mi fece il ritratto della sua morte. Mi disse: “Sai, io sono un gattaccio torbido che una notte morirà schiacciato in una strada sconosciuta...”».
La mattina in cui seppero del massacro di Ostia, Oriana e Alekos occupavano un appartamento all’Excelsior di Roma. «Si restò senza fiato», racconta. Si mise al lavoro. Rintracciò il testimone (o “la” testimone o “i” testimoni: «Io non rivelerò mai, mai, mai il nome della persona o delle persone da cui ho saputo che ad ammazzare Pasolini non era stato Pelosi da solo. Io sono una persona d’onore. Giurai di non fare il loro nome e non lo farò mai, morirò col mio segreto punto e basta») e scrisse una verità alla quale soltanto oggi pare si voglia prestare attenzione: Pelosi non poteva aver fatto tutto da solo. Lo diceva la logica. Lo dicevano le indagini di Oriana Fallaci per l’Europeo. Oggi lo dice Pelosi stesso. Lo dice (al Corriere della Sera di martedì 10 maggio) Torquato Tessarin, ex direttore di produzione di Pasolini. E’ stato uno dei pochi, forse il solo, a ricredersi: «Voglio chiedere pubblicamente scusa a Oriana Fallaci, l’unica ad aver scritto che Pasolini fu ucciso da tre persone». Trent’anni fa Tessarin dichiarava la Fallaci pazza ed esaltata, «visionaria come lo era stata nelle corrispondenze dal Vietnam».
Lei ora non se ne cura: «Io non so chi sia questo ex direttore di produzione e attore e regista che mi ha chiesto scusa sul Corriere. Non ho la minima idea di chi sia. Di quelli che componevano il piccolo mondo intorno a Pasolini ricordo soltanto il nome di un tale che chiamavano “Cavallo pazzo”. Non so se “Cavallo pazzo”, il quale pronunciava delle bestialità irripetibili, degli improperi vergognosi nei miei riguardi, sia questo direttore di produzione. Tutti del resto facevano a gara a chi era più bravo a insultare in modo più sconcio, più rozzo. Fu una rara, rara prova di inciviltà in un paese che l’inciviltà la conosce bene. Ma il punto non è quello che dicevano i cavalli pazzi. Il punto è il modo in cui si comportarono la polizia e poi la magistratura».
La polizia, spiega la grande scrittrice, «prese a perseguitarmi. Mi mandava, soprattutto all’ufficio dell’Europeo di via Boncompagni, vicino a via Veneto, degli strani individui che, si capiva, avevano il compito di trarmi in inganno, di tendermi trappole per farmi dire che avevo mentito e scritto cose non vere». Niente a paragone della magistratura: «Se lei mi chiede qual è l’immagine che io ho del magistrato, non è quella del signore con la barba bianca, gli occhiali e la toga nera dignitosamente assiso in tribunale. E’ quella del magistrato che per primo mi interrogò dopo gli articoli dell’Europeo, che mi convocò in procura e io andai da bravo cittadino - ho l’ingenuità dei bravi cittadini - non pensai di portarmi l’avvocato, andai, dissi, sentiamo, forse è interessato a quello che noi dell’Europeo abbiamo scritto. E trovai questo barbuto, maleducatissimo, che si dava un mucchio di arie, seduto dietro la scrivania squallida di una stanzuccia squallida, che mi trattava come una delinquente, sgarbato, aggressivo».
Voleva sapere i nomi dei testimoni ai quali Oriana Fallaci si riferiva nei reportage. Lei si appellò al segreto professionale, allo statuto dei giornalisti, alla norma deontologica che impone di tutelare le fonti, specialmente se rivelarne l’identità può metterle in pericolo. Era certamente quello il caso, e la Fallaci lo ripeté al processo, sia in primo che in secondo grado. Ma non le evitò la condanna e nemmeno le procurò la solidarietà, dovuta e sacrosanta, dell’Associazione della stampa. Non si tratta soltanto dell’ingiustizia: «Io so cosa significa essere condannati ingiustamente: è una delle cose più ributtanti che esistano». Si tratta anche di una questione di dignità. La tracotanza del pubblico ministero, l’aria di sufficienza di giudici maldisposti, l’alterigia e la villania degli avvocati a lei contrari. Le provò su di sé e «dopo quella duplice esperienza, davanti all’ingiustizia della giustizia non mi sono più stupita: il mio battesimo l’ho fatto in seguito alla morte di Pasolini».
Paradossalmente, ciò che più le è rimasto nella memoria di quelle udienze è l’immagine catastrofica e offensiva di un cancelliere donna: «Una ragazzaccia volgarissima, con questi capelloni tutti scarmigliati e con una maglietta, invece della toga - come io credevo che dovesse avere un cancelliere - una maglietta senza maniche, una t-shirt, con un grande topolino disegnato sul davanti. Vedere questo topolino seduto su uno scranno, a giudicare un cittadino trattato come fosse alla gogna, lo trovai mostruoso. Mi inorridì». Questa sciatteria insieme con le prevaricazioni e i vilipendi subiti la spingono oggi a riparlare di Pasolini: «Questa faccenda mi interessa soltanto nella misura in cui ha aperto la strada della mia disistima per il giornalismo, la polizia, la legge. Soprattutto della legge, soprattutto dei magistrati, del sistema giudiziario e di chi lo amministra».
La pena è stata amnistiata ma ad Oriana Fallaci importa poco. Ritiene che lo Stato le dovrebbe delle scuse, la rifusione dei danni morali e materiali. E in fondo le interessa relativamente riporsi la solita domanda: perché? Perché ci fu tanto accanimento contro di lei, e soltanto contro di lei, non contro altri dell’Europeo? E perché non si spesero altrettante energie per dimostrare che Pelosi non era un assassino solitario? Se l’è chiesto per un po’. Poi «mi sono guardata bene dal continuare a rimuginare sulle loro miserie morali e mentali. Ma è una domanda che io ora pongo a voi: perché gli dava tanto fastidio che l’Europeo avesse detto questa verità? Perché l’hanno rifiutata? Perché per rifiutarla se la sono presa con la Fallaci e basta? Sono domande senza risposta, per me sono come il dogma della verginità della Madonna». Ci si potrebbe rituffare nelle teorie dei complotti, nei grovigli politici, e in fondo questo era il sospetto di Tommaso Giglio, direttore dell’Europeo in quegli anni. Si potrebbe ragionare sul fatto che anche adesso sono in pochi a trovare la voce, e comunque è una voce flebile, per dire che pure quella volta la ragione era di Oriana Fallaci. Si potrebbero sostenere tante tesi, ma senza troppi appigli. Forse è sensato e sufficiente tornare all’inizio di questo articolo, ripetere che nel 1975 Oriana Fallaci era già Oriana Fallaci. Già quella del Vietnam, quella delle interviste ai potenti messi spalle al muro. La Oriana Fallaci detestata perché scriveva quello che nessuno sopportava leggere: in che direzione stava girando il mondo. O, per dirlo con parole sue: «Già a quel tempo e da parecchio tempo ormai ero il bambino di quella fiaba di Grimm, il bambino che dice: “Il re è nudo”».

«Ucciso da due motociclisti?»
COSA SCRISSE ALLORA
ROMA
Pier Paolo Pasolini fu ucciso a Ostia nella notte del 2 novembre 1975. Il 14 dello stesso mese, l’Europeo pubblicò il primo degli articoli con cui Oriana Fallaci raccontò che Pino Pelosi aveva complici e non aveva fatto tutto da solo.
L’articolo era titolato così: «Ucciso da due motociclisti?». Nel testo si leggeva: «A un certo punto la porta della baracca si spalancò e Pasolini uscì correndo verso la sua automobile. Riuscì a raggiungerla e si apprestava a salirci quando i due della motocicletta lo agguantarono e lo tirarono fuori». La settimana successiva un altro «pezzo», molto lungo, intitolato «Il testimone misterioso». Questo era l’inizio: «Nossignori, l’intervista col ragazzo-che-sa non appare col nome del ragazzo-che-sa. Non daremo il nome di quel ragazzo. Non ne forniremo neppure i dati somatici, nella speranza che ciò serva a non farlo riconoscere...».
Anche l’intervista era firmata da Oriana Fallaci, e riferiva di un lungo colloquio di Mauro Volterra, collaboratore dell’Europeo, col «testimone misterioso». Un piccolo capolavoro, tutto in romanesco: «E io come faccio a fidamme? Tu ormai me conosci come faccia...».

 17 maggio 2005 - PASOLINI: EX CARABINIERE A ‘OGGI’, PELOSI NON ERA SOLO

ANSA:

PASOLINI: EX CARABINIERE A ‘OGGI’, PELOSI NON ERA SOLO

 “Pelosi ha ragione, non era solo il giorno in cui Pasolini venne ucciso”. Il settimanale ‘Oggi’, per il numero in edicola da domani, ha rintracciato e intervistato il testimone chiave della nuova inchiesta.

Renzo Sansone, carabiniere in pensione e gia’ infiltratosi ai tempi del delitto nell’ambiente in cui maturo’ l’omicidio dello scrittore, conferma la versione fornita da Pino Pelosi: “La notte dell’omicidio - dice Sansone - con Pino c’erano anche i fratelli Giuseppe e Franco Borsellino e Giuseppe Mastini. Erano quattro ladruncoli cresciuti insieme e volevano solo derubare lo scrittore. Dopo il delitto, Giuseppe e Franco mi confessarono il loro dispiacere per come erano andate le cose: non si aspettavano che ci sarebbe scappato il morto”.

Sansone, secondo l’anticipazione di ‘Oggi’, fornisce anche una dettagliata ricostruzione dell’ omicidio: “All’Idroscalo, Pasolini chiede a Pino una prestazione sessuale, che lui non vuole dare. La discussione degenera in lite. Il ragazzo sta per avere la peggio quando, dal buio, saltano fuori gli amici, che hanno strappato da palizzate e insegne monconi di legno. Si buttano sullo scrittore e lo pestano a sangue. Gli assalitori lo credono morto e c’e’ il fuggi fuggi. Pelosi e’ fuori di se’, grida ‘Mo’ che fate? Me lasciate solo?’, salta sulla sua Alfa e passa due volte sul corpo di Pasolini. Quando e’ bloccato sul lungomare di Ostia ha solo un taglietto e gli abiti in ordine: segno che nel pestaggio ha avuto un ruolo marginale”.

 

21 maggio 2005 - PASOLINI: PELOSI ARRESTATO PER SPACCIO DI DROGA

ANSA:

PASOLINI: PELOSI ARRESTATO PER SPACCIO DI DROGA

Pino Pelosi, condannato a 9 anni di reclusione per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, e’ stato arrestato dai carabinieri della stazione di Orte, in provincia di Viterbo, per detenzione di droga a fine di spaccio.  Pelosi, secondo i militari, avrebbe trasportato insieme con altre due persone, padre e figlia, anch’essi arrestati, 400 grammi di cocaina destinati al mercato viterbese. Gli altri due arrestati sono M. M. 43 anni, e la figlia R. M. di 18 anni, residenti ad Orte.

L’operazione e’ stata coordinata dalla Compagnia di Civita Castellana, diretta dal tenente Edmondo Lo Mazzo su delega dalla Procura della Repubblica di Viterbo. Pelosi, a quanto si e’ appreso, non si sarebbe limitato a trasportare la cocaina ma avrebbe partecipato attivamente all’attivita’ di spaccio.  L’uomo, che solo alcuni giorni fa si era dichiarato estraneo all’omicidio del poeta e scrittore friulano, e’ rinchiuso nel carcere di Mammagialla a Viterbo.

Pino Pelosi, quando e’ stato bloccato, era in auto insieme con i due spacciatori, residenti a Vasanello e non ad Orte come scritto in precedenza, da tempo tenuti sotto controllo dai carabinieri della compagnia di Civita Castellana.

I tre stavano percorrendo la OrteþAttigliano e i 400 grammi di cocaina sono stati trovati nella borsetta della diciottenne.  Le successive indagini hanno portato i carabinieri ad accertare che almeno una parte della droga era stata trasportata proprio da Pelosi.

All’inizio nessuno aveva messo in relazione il suo nome con colui che era stato condannato dal tribunale dei minorenni di Roma per l’omicidio, avvenuto 30 anni fa, di Pier Paolo Pasolini. I carabinieri lo hanno scoperto quando i colleghi di Guidonia, citta’ dove “Pino la rana” risiede, hanno trasmesso il suo curriculum. Il pubblico ministero incaricato dell’inchiesta, dopo aver analizzato i rapporti dei carabinieri, ha chiesto al Gip la convalida dell’arresto. La decisione dovrebbe essere presa lunedi’ prossimo.

 

PASOLINI: PINO PELOSI TORNA IN CARCERE PER DROGA

ARRESTATO NEL VITERBESE CON DUE SPACCIATORI

Torna in carcere Pino Pelosi. E questa volta per una storia di droga.

Il suo nome questa volta non e’ legato all’omicidio di Pier Paolo Pasolini per il quale, “Pino la rana” fu condannato a 9 anni di reclusione. Pelosi e’ stato arrestato dai carabinieri della stazione di Orte, in provincia di Viterbo, per detenzione di droga a fine di spaccio. Con lui altre due persone, padre e figlia,  sorpresi con 400 grammi di cocaina destinati al mercato viterbese.

   Era esattamente due settimane fa, proprio di sabato, che Pelosi era tornato a far parlare di se’ e dello scrittore massacrato all’idroscalo di Ostia nel 1975. E lo ha fatto in modo eclatante. Con una intervista concessa alla trasmissione televisiva  “Ombre sul Giallo”. Un lungo racconto di quella notte di 30 anni fa con il quale, in sostanza, ha negato di essere il responsabile della morte di Pasolini. Chiamando in causa, senza farne i nomi, tre uomini che avevano un accento del meridione. Dichiarazioni che sono state sostenute con accuse ancor piu’ gravi fatte dall’amico fraterno di Pasolini, il regista Sergio Citti. “Io so chi ha ucciso Pasolini e come avvennero i fatti -ha ripetuto piu’ volte in queste settimane Citti- lo dissi anche all’epoca, ma non sono stato mai chiamato a testimoniare. Hanno chiamato altri che non c’entravano niente”.

Secondo l’anziano regista la morte di Pasolini sarebbe collegata al mancato pagamento di un riscatto per la restituzione delle ‘pizze’ del film “Salo’ e le 120 giornate di Sodoma”. Dichiarazioni che hanno determinato l’apertura di una nuova inchiesta sull’omicidio dello scrittore, la terza. Il fascicolo, intestato “atti relativi a”, privo cioe’ di ipotesi di reato e contro ignoti, contiene l’esposto dell’avvocato Nino Marazzita, il legale della famiglia Pasolini.

Pino Pelosi, oggi quando e’ stato bloccato, era in auto insieme con i due spacciatori, residenti a Vasanello, da tempo tenuti sotto controllo dai carabinieri della compagnia di Civita Castellana.

I tre stavano percorrendo la OrteþAttigliano e i 400 grammi di cocaina sono stati trovati nella borsetta della diciottenne.  Le successive indagini hanno portato i carabinieri ad accertare che almeno una parte della droga era stata trasportata proprio da Pelosi. Al momento del fermo nessuno aveva messo in relazione il suo nome con colui che era stato condannato dal tribunale dei minorenni di Roma per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. I carabinieri lo hanno scoperto quando i colleghi di Guidonia, citta’ dove “Pino la rana” risiede, hanno trasmesso il suo curriculum. Il pubblico ministero incaricato dell’inchiesta, dopo aver analizzato i rapporti dei carabinieri, ha chiesto al Gip la convalida dell’arresto. La decisione dovrebbe essere presa lunedi’ prossimo.

 

23 maggio 2005 - PELOSI, SONO TOSSICODIPENDENTE NON SPACCIATORE

ANSA:

DROGA: PELOSI, SONO TOSSICODIPENDENTE NON SPACCIATORE

DIFENSORE, PER LUI PIU’ CONFACENTI DOMICILIARI O LIBERTA’

Ha ammesso di essere tossicodipendente e di fare abitualmente uso di cocaina Pino Pelosi, comparso questa mattina davanti al Gip di Viterbo per l’udienza di convalida dell’arresto eseguito dai carabinieri di Orte sabato scorso.

L’ex ragazzo di vita, soprannominato “la rana”, gia’ condannato a 9 anni di carcere per l’omicidio del poeta e scrittore Pier Paolo Pasolini, si e’ difeso sostenendo di aver svolto solo un ruolo d’intermediario tra il fornitore e le due persone, padre e figlia, residenti a Vasanello (Viterbo), con le quali si trovava al momento dell’arresto e del sequestro di 384 grammi di cocaina.

Pelosi ha anche ammesso di aver organizzato il contatto tra i fornitori, dei quali pero’ non ha fatto i nomi, e gli spacciatori al solo scopo di procurarsi la droga per uso personale. Insomma, ha ritagliato per se’ un ruolo marginale e, soprattutto si e’ detto estraneo all’attivita’ di spaccio svolta dai due viterbesi.

Infine, Pelosi ha svelato che la sua compagna, dalla quale ha avuto un figlio poco tempo fa, e’ di nuovo incinta.

Alcune delle sue affermazioni relative al traffico di droga sono state pero’ confutate dai riscontri eseguiti dai carabinieri, tanto che il Gip ha convalidato l’arresto e gli ha negato gli arresti domiciliari. “Credo þ ha commentato all’uscita dall’udienza il difensore di Pelosi, l’avvocato V