Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003 |
12 febbraio 2003 - PECORELLI: "L'UNITA'" ANTICIPA MOTIVAZIONI SENTENZA
ANSA:
"Non puo' sorgere alcun dubbio in ordine alla responsabilita' penale di Gaetano Badalamenti quale organizzatore" dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli "e di Giulio Andreotti quale mandante". Cosi' i giudici di Perugia motivano, secondo quanto riportato oggi dal quotidiano l' Unita', la condanna a 24 anni di reclusione inflitta dalla Corte d' appello al senatore a vita lo scorso 17 novembre. A proposito dei rapporti i cugini Salvo ed Andreotti nelle motivazioni della sentenza, sempre secondo quanto pubblicato dal quotidiano, i giudici scrivono che essi "erano tali da consentire" al senatore "di chiedere ai primi l' eliminazione dello scomodo Pecorelli". E secondo i magistrati perugini furono proprio i cugini Salvo ad intercedere presso Badalamenti e Bontate ("gli amici piu' intimi che avevano i Salvo, secondo quanto ha riferito Buscetta") per la realizzazione dell' omicidio. "Secondo quanto Bontate e Badalamenti ebbero a riferire a Buscetta - scrivono sempre i giudici perugini, secondo l' Unita' - Pecorelli dava fastidio all' on. Andreotti perche' attentava attraverso ricatti alla sua vita politica". E "tali circostanze costituivano per Andreotti un valido movente per volere l' eliminazione del giornalista".E' attesa a Perugia per le motivazioni della condanna a 24 anni di reclusione inflitta in secondo grado a Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti per l' omicidio di Mino Pecorelli e non ancora depositate nella cancelleria della Corte d' appello. Stamani sono stati diversi gli avvocati del capoluogo umbro, componenti dei collegi difensivi dei sei imputati, che si sono recati negli uffici di piazza Matteotti per chiedere informazioni dopo la pubblicazione di un articolo sull' Unita'. Chiuso nel suo ufficio e' rimasto per tutta la mattina Gabriele Lino Verrina, che aveva presieduto la Corte d' assise d' appello. Il giudice non voluto incontrare i giornalisti che lo attendevano. Lo stesso ha fatto il presidente della Corte d' appello di Perugia. Assente, invece, il giudice a latere Maurizio Muscato, estensore delle motivazioni (il termine per il loro deposito scade sabato prossimo). Per l' omicidio di Mino Pecorelli la Corte d' assise d' appello di Perugia, il 17 novembre scorso, aveva condannato a 24 anni di reclusione Andreotti e Badalamenti come presunti mandanti. Confermate invece le assoluzioni per gli altri imputati, Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera. Tutti e sei erano stati assolti con formula piena dai giudici di primo grado il 24 settembre del 1999.
Sta valutando le iniziative da prendere al riguardo il procuratore della Repubblica di Perugia Nicola Miriano dopo la pubblicazione su un quotidiano di parte delle motivazioni della sentenza d' appello del processo per l' omicidio di Mino Pecorelli non ancora depositate. "Se ci sono state responsabilita' le accerteremo", si e' limitato a dire il magistrato. Di "fatto gravissimo" parlano anche i difensori di Giulio Andreotti, gli avvocati Giulia Bongiorno, Franco Coppi e Giovanni Bellini. In mattinata i legali hanno ottenuto dalla cancelleria della Corte d' appello una certificazione con la quale e' stato attestato che alle 12.30 le motivazioni non erano state ancora depositate. "Il presidente Andreotti - ha detto l' avvocato Bongiorno - si e' accollato una condanna a 24 anni di reclusione senza fiatare e ha sempre tenuto un comportamento processuale irreprensibile. A tutto questo si replica violando nei suoi confronti i piu' banali principi di correttezza". "Qualcuno dovra' dare delle spiegazioni" ha detto invece l' avvocato Bellini. Di fatto "che lascia perplessi" parla anche l' avvocato Walter Biscotti, componente del collegio difensivo di Giuseppe Calo'.
13 febbraio 2003 - PECORELLI: DEPOSITATE MOTIVAZIONI SENTENZA APPELLO
"Il Nuovo"
"Andreotti fu l'ideatore del delitto Pecorelli"
Depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato il senatore a vita a 24 anni di reclusione per l'omicidio del giornalista. "Aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie".
PERUGIA - "E' stato l'ideatore dell'omicidio Pecorelli". E' per questo motivo che i giudici della Corte d'Appello di Perugia hanno condannato, a 24 anni di carcere il senatore a vita Giulio Andreotti. Lo hanno spiegato il presidente Gabriele Verrina e il giudice relatore Maurizio Muscato nelle motivazioni della sentenza, depositate alla cancelleria penale della Corte.
I giudici ritengono che il movente del delitto sia da collegare all'attività del giornalista. "Andreotti - si legge ancora nelle motivazioni - aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse comunque in maniera addolcita".
La corte spiega di aver dato una "insuperabile valenza probatoria" alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, che ha detto di aver ricevuto da Badalamenti e Bontate "confidenze" in merito al delitto. "L'omicidio - ha detto Buscetta ed hanno ripetuto i giudici - era stato organizzato da Bontate e Badalamenti". "Il movente - sempre secondo Buscetta - era individuabile nell'attività di giornalista che Carmine Pecorelli svolgeva in collaborazione con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e che era riferibile a documenti segreti provenienti da Aldo Moro o, comunque, riguardanti il caso Moro".
"Se Bontate e Badalamenti - sostengono i giudici - hanno programmato di eliminare lo scomodo giornalista in uno scenario politico alquanto torbido, lo hanno fatto a seguito di un'esplicita richiesta di un'entità politica riconducibile all'imputato Andreotti". "Ciò - continuano - appare evidente, se si considera che il sistema mafioso è un sistema complesso, esteso, resistente, che ha i suoi referenti anche e soprattutto nei partiti". "L'omicidio Pecorelli - concludono - è stato un delitto che ha avuto come movente il mandante politico, che è stato solo organizzato ed eseguito da esponenti della mafia, perchè intorno all'eliminazione di Pecorelli confluivano, per modo diretto, interessi politici e criminali legati da un comune filo conduttore".
La Corte d'assise d'Appello di Perugia condannò il 17 novembre scorso Giulio Andreotti e il boss mafioso Gaetano Badalamenti per l'omicidio di Mino Pecorelli, direttore di Op. Il delitto avvenne il 20 marzo del 1979. La sentenza ha in parte ribaltato quella di primo grado, che assolse tutti gli imputati: il senatore Andreotti, i mafiosi Badalamenti, Calò e La Barbera e l'estremista neo fascista Carminati.14 febbraio 2003 - MOTIVAZIONI SENTENZA PECORELLI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
"Delitto Pecorelli, Andreotti fu l'ideatore"
Le motivazioni della condanna in 368 pagine: "Consenso tacito" sull'omicidio. Il senatore: "Ma è uno scherzo..."
ROMA - Giulio Andreotti è stato l'"ideatore" dell'omicidio del giornalista Carmine Pecorelli. E, malgrado non ci sia la prova diretta che il senatore a vita lo commissionò alla mafia, la sua "partecipazione al delitto ha sicuramente assunto la forma del consenso tacito". E' questo il passaggio principale della motivazione con cui la Corte d'assise d'appello di Perugia, ribaltando l'esito del processo di primo grado e ritenendo pienamente credibili le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta, ha condannato il 17 novembre scorso a 24 anni di carcere l'ex esponente democristiano e il boss mafioso Gaetano Badalamenti, indicati dagli inquirenti come i mandanti dell'assassinio del direttore della rivista "OP" avvenuto a Roma il 20 marzo del '79. I giudici hanno invece confermato la precedente assoluzione degli altri imputati: l'ex ministro e attuale magistrato Claudio Vitalone, il cassiere di Cosa nostra Pippo Calò, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, presunto estremista di destra legato all'organizzazione criminale romana della banda della Magliana. LE REAZIONI - "Ma è uno scherzo...", ha detto Andreotti, costretto a letto dall'influenza, ai suoi avvocati Franco Coppi e Giulia Bongiorno quando gli hanno letto i brani delle 368 pagine della sentenza che lo riguardavano. "I giudici hanno affermato un nuovo principio che lascia attoniti: Andreotti non poteva non uccidere Pecorelli", hanno osservato amaramente i difensori. Che ricorreranno in Cassazione entro la fine del mese: "Presenteremo un'istanza per chiedere che il processo venga discusso il prima possibile", hanno annunciato, lasciando intendere che, secondo loro, l'unica strada percorribile per i Supremi Giudici è quella di annullare la sentenza emessa dal collegio presieduto da Lino Verrina. Decisione che, peraltro, sarebbe stata adottata non all'unanimità e al termine di una camera di consiglio molto tesa. "La motivazione è un atto di fede incondizionato nei confronti di Buscetta", è stata l'accusa dell'avvocato di Badalamenti, Silvia Egidi. Mentre per il legale della famiglia Pecorelli, Claudio Ferrazza, "la sentenza d'appello corregge un errore marchiano del primo grado".
L'OMICIDIO - Secondo i giudici del capoluogo umbro, il "movente del delitto è collegato eziologicamente all'attività del giornalista". Per quale motivo Andreotti sarebbe stato l'"ideatore" dell'agguato? Per la Corte, gli articoli sugli scandali Sindona, Italcasse e la cosiddetta vicenda degli "Assegni del Presidente" ma, soprattutto, la possibilità che Pecorelli venisse in possesso di una parte inedita del memoriale di Aldo Moro potevano creare problemi alla carriera politica di Andreotti. Nella motivazione della sentenza viene spiegato che "la mafia non aveva alcun interesse a uccidere Pecorelli in un contesto geografico ben lontano dalla Sicilia" mentre "tale interesse era ed è rinvenibile in capo ad Andreotti". Ma come viene giustificata la condanna del senatore a vita in mancanza di prove? "E' persona estremamente prudente, che ha sempre cercato di non esporsi direttamente tanto che, in casi molto meno gravi di un omicidio, ha fatto ricorso a intermediari per far conoscere i suoi desiderata", sostengono i componenti del collegio, sottolineando la "prova logica", da loro reputata "convincente e persuasiva", del "consenso tacito" al coinvolgimento di Andreotti (a cui, come per Badalamenti, sono state concesse le attenuanti per "l'età avanzata") nel delitto.
BUSCETTA - "L'omicidio di Pecorelli è stato commesso nell'"interesse" di Andreotti", ha raccontato ai magistrati il pentito morto nell'aprile del 2000, dicendo di averlo saputo da Badalamenti e da Stefano Bontade. Nella ricostruzione della Corte, tra gli organizzatori del delitto ci furono anche i cugini mafiosi Nino e Ignazio Salvo. E "non è pensabile - si legge nelle motivazioni della condanna del senatore a vita - che essi abbiano realizzato il loro proposito criminoso senza consultarsi con il diretto interessato prima di darvi corso"; se infatti Andreotti non fosse stato d'accordo "si sarebbe corso il rischio di fare cosa sgradita all'interessato con la conseguenza che, piuttosto che ottenerne la gratitudine, se ne sarebbe avuta la riprovazione".
Le dichiarazioni di Buscetta hanno "un'insuperabile valenza probatoria", hanno scritto nella motivazione i giudici. Per i quali, invece, non sono attendibili le affermazioni dei "collaboratori di giustizia" della Banda della Magliana che avevano indicato Vitalone e Calò come gli "intermediari" dell'assassinio e La Barbera e Carminati come gli esecutori materiali dello stesso.
Flavio HaverL'ANALISI
Buscetta rimane l'unico pilastro Bocciati i pentiti della Magliana
Evidenziata "la menzogna sui Salvo" L'effetto sul dibattimento di Palermo
ROMA - Alla fine, com'era intuibile fin dalla sentenza letta in aula il 17 novembre, è rimasto solo Tommaso Buscetta. Le dichiarazioni dell'ex-mafioso che nel 1984 decise di abbandonare Cosa nostra per collaborare con lo Stato, per i giudici togati e popolari di Perugia hanno una "insuperabile valenza probatoria". E portano alla conclusione racchiusa in tre righe, a pagine 323 delle motivazioni della condanna: "Il giornalista Carmine Pecorelli rappresentava un ostacolo insormontabile per l'ascesa di Giulio Andreotti perché era geloso custode di molti segreti e Giulio Andreotti ne ha richiesto e ottenuto la morte". Nelle lunghe dissertazioni che precedono e seguono questa frase, i giudici disegnano un quadro fosco e non sempre così chiaro e convincente come invece essi ritengono che sia. A pagina 319, ad esempio, scrivono che "non può revocarsi in dubbio che Andreotti abbia espresso il suo consenso alla deliberazione criminosa" dei boss mafiosi Tano Badalamenti e Stefano Bontade e, poco dopo, che "Andreotti è stato l'ideatore dell'omicidio Pecorelli"; salvo aver affermato, venti pagine prima, che "la partecipazione di Andreotti ha sicuramente assunto almeno la forma del tacito consenso". E poco dopo: fermo restando che Badalamenti e Bontade hanno organizzato il delitto, perché così hanno riferito a Buscetta, "non è pensabile che abbiano realizzato il loro proposito criminoso senza consultarsi, prima di darvi corso, con il diretto interessato", cioè Andreotti.
L'ideazione, insomma, diventa qualcosa di più sfumato fino a prendere le forme di un atteggiamento - il "tacito consenso" - che per i giudici corrisponde all'"approvazione, seppure non manifestata espressamente, ma chiaramente percepibile, di un'iniziativa altrui" come sarebbe stato l'assassinio del giornalista commesso "nell'interesse" dell'allora capo del governo. Del resto, si legge ancora nelle motivazioni, "spesso il linguaggio mafioso è fatto di parole non dette, di silenzi pesanti, di ammiccamenti". E Andreotti lo sapeva, anche perché lo scrittore Leonardo Sciascia - fanno notare i giudici - "a suo tempo aveva chiarito, sia pure in forma letteraria, il fenomeno mafioso e la sua potenza di dinamiche segrete e nascoste ai più".
Per gli avvocati del senatore a vita tutto questo è solo un assurdo teorema che non sarà difficile smontare davanti alla Corte di Cassazione. Per l'accusa, invece, è solo una piccola parte di verità: perché insieme alle sue certezze, la Corte d'assise d'appello ha buttato alle ortiche l'altro pezzo della propria ricostruzione e cioè la catena che legava ad Andreotti l'ex-senatore Claudio Vitalone, l'altro boss Pippo Calò e i presunti killer della mafia e della banda della Magliana. Con la stessa sicurezza che li ha portati a non avere dubbi sulle parole di Buscetta, i giudici hanno bollato come "intrinsecamente inattendibili" le dichiarazioni di tutti i pentiti dell'organizzazione criminale romana. Lasciando cadere forse l'unico elemento certo della ventennale indagine sull'omicidio Pecorelli: il proiettile che ha ucciso il giornalista proveniva dall'arsenale clandestino custodito negli scantinati del ministero della Sanità, frequentato da esponenti della Magliana e del terrorismo nero.
Un taglio così netto della catena delle responsabilità rischia di indebolire nel suo complesso la sentenza che ha condannato a 24 anni di galera l'ex-presidente del Consiglio. Mentre potrebbe tornare utile all'accusa in un altro processo che vede alla sbarra Giulio Andreotti: quello per associazione mafiosa in corso a Palermo. A leggere la sentenza depositata ieri, se il verdetto spettasse ai giudici di Perugia, la condanna per mafia del senatore a vita sembrerebbe quasi scontata. A parte il "contesto" tutto interno a Cosa nostra in cui viene inscritto il delitto Pecorelli, secondo la Corte "la menzogna pervicacemente sostenuta dall'imputato" sui suoi rapporti con i cugini Salvo "non può trovare spiegazione se non nella consapevolezza, da parte di Andreotti, dell'organica appartenenza dei Salvo alla mafia". E ancora: "Quanto emerso sulla base di inconfutabili elementi di prova in ordine ai rapporti di Andreotti con personaggi appartenenti a un'organizzazione mafiosa non può sconcertare più di tanto, ove si pensi ai colpevoli e consapevoli rapporti dello stesso Andreotti con Michele Sindona". Le carte esaminate a Perugia su questi punti sono le stesse all'esame dei giudici d'appello di Palermo; la partita giudiziaria dell'ex-uomo più potente d'Italia, prima che davanti alla Cassazione, continua in Sicilia.
Giovanni Bianconi14 febbraio 2003 - PECORELLI: MOTIVAZIONI; NESSUN ELEMENTO SU VITALONE
ANSA:
Esclude in maniera netta qualsiasi responsabilita' di Claudio Vitalone nel delitto la motivazione della sentenza d' appello relativa al processo per l' omicidio di Mino Pecorelli depositata ieri. Per il magistrato romano i giudici di secondo grado hanno confermato l' assoluzione del primo giudizio. Stessa decisione per altri tre coimputati, Giuseppe Calo', Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera. Condannati invece a 24 anni di reclusione in appello Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti, anche loro invece assolti in primo grado. "Non v' e' alcun elemento per ritenere che Claudio Vitalone abbia ricoperto un qualche ruolo nella vicenda" si legge nelle motivazioni. Secondo i giudici d' appello, inoltre, "non ci sono elementi per sostenere che Stefano Bontate, per fare eseguire l' omicidio di Carmine Pecorelli, si servi' di Pippo Calo' e, per suo tramite, di Danilo Abbruciati e compagni". Esclusa anche la partecipazione di La Barbera e Carminati. La Corte d' assise d' appello ha comunque sottolineato che il fatto di non avere potuto individuare intermediari ed esecutori materiali dell' omicidio non e' di ostacolo all' affermazione della responsabilita' dei mandanti. "L' omicidio - si afferma nelle motivazioni - non rientra nella categoria dei reati a concorso necessario, bensi' in quella dei reati a concorso eventuale, i quali possono essere commessi tanto da un solo individuo, quanto da una pluralita' di soggetti". Per quanto riguarda l' eliminazione del giornalista romano secondo i giudici e' stato dimostrato che Andreotti aveva la possibilita' di rivolgersi direttamente ai cugini Salvo e chiedere loro l' eliminazione "dello scomodo Pecorelli". "Egli per conseguire il suo scopo - e' detto ancora nelle motivazioni - non aveva necessita' di rivolgersi a Vitalone ne' ad altri perche' facessero da intermediari. Analogamente Stefano Bontate non aveva necessita' alcuna di rivolgersi a Pippo Calo' per organizzare l' omicidio e per farlo eseguire dal momento che in Roma aveva un suo rappresentante, Angelo Cosentino, soggetto abbastanza inserito nell' ambiente della delinquenza comune e dei terroristi, cui faceva capo una cosiddetta decina (una sorta di gruppo di fuoco - ndr)". "La motivazione - ha detto l' avvocato Arturo Bonsignore, uno dei difensori di Vitalone - elimina completamente anche quei schizzi di fango dei quali parlavano invece i giudici di primo grado. Esclude infatti qualsiasi tipo di contatto con gli scenari evocati dai collaboratori di giustizia, in particolare con gli ambienti della banda della Magliana. La Corte d' assise d' appello - ha concluso il legale - definisce inattendibili i pentiti dopo avere attentamente vagliato le loro affermazioni".19 febbraio 2003 - PECORELLI: INCHIESTA CSM E PROCURA PERUGIA SU FUGA NOTIZIE MOTIVAZIONI SENTENZA
ANSA:
Il Csm avviera' un' inchiesta sulla fuga di notizie che ha permesso all' 'Unita" di pubblicare stralci delle motivazioni della sentenza della Corte d' Appello di Perugia che ha condannato il senatore a vita Giulio Andreotti per l' omicidio Pecorelli, prima del loro deposito. A chiedere l' indagine sono stati i cinque membri laici della CdL, secondo i quali la vicenda "lede il prestigio dell' ordine giudiziario". Di qui l' esigenza di accertare "responsabilita' " e verificare se per qualcuno o per piu' magistrati di Perugia ricorrano "gli estremi per trasferimenti d' ufficio" per incompatibilita' ambientale o funzionale. "Le notizie apparse sulla stampa in particolare le anticipazioni dell' 'Unita" di parte delle motivazioni della sentenza Andreotti emessa dalla Corte d' Appello di Perugia legittimano interrogativi inquietanti in ordine all'inammissibile conoscenza della sentenza, prima del suo regolare deposito - scrivono i laici della CdL nella richiesta depositata al Comitato di presidenza del Csm e che secondo il regolamento di Palazzo dei Marescialli portera' automaticamente all' avvio dell' indagine - ancora una volta si e' consumata, tra fughe di notizie e una manipolazione mediatica preventiva, un' azione che lede il prestigio dell' ordine giudiziario, anche se e' divenuto abituale il 'deposito dei provvedimenti giudiziario in edicola'". Per questo, secondo il gruppo del Polo "appare indispensabile individuare le anomalie e le trasgressioni comportamentali che nel caso che ci interessa non possono non appartenere a momenti precedenti il rituale deposito: l' accertamento delle responsabilita' diventa una doverosa necessita'". Quindi la richiesta finale di aprire la pratica "per verificare, in un ambiente giudiziario nel mirino dei media, se corrano gli estremi per trasferimenti d' ufficio".Anche la procura della Repubblica di Perugia ha aperto un fascicolo (nel quale non e' stato comunque al momento ipotizzato alcun tipo di reato) dopo la pubblicazione da parte dell' Unita' di ampi stralci delle motivazioni del processo d' appello per l' omicidio di Mino Pecorelli prima del deposito del provvedimento. Sugli accertamenti viene mantenuto un riserbo assoluto. A coordinarli sarebbe comunque direttamente il procuratore capo Nicola Miriano. Subito dopo la pubblicazione delle motivazioni ai magistrati perugini si erano rivolti con una denuncia gli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi, difensori di Giulio Andreotti. La Corte d' assise d' appello aveva infatti condannato a 24 anni di reclusione il senatore a vita e il boss mafioso Gaetano Badalamenti ritenendoli i mandanti dell' omicidio di Pecorelli. I due erano stati assolti in primo grado cosi' come Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. Per questi ultimi la sentenza assolutoria e' stata confermata anche in appello. Gli avvocati Bongiorno e Coppi hanno chiesto alla procura perugina di chiarire la vicenda.
25 febbraio 2003 - CALO' E' NEL SUPERCARCERE DI ASCOLI
"Il Resto del Carlino"
Anche Calò al supercarcere di Marino
ASCOLI - C' un nuovo 'ospite' di tutto riguardo al super-carcere di Marino del Tronto: si tratta di Giuseppe Calò, un personaggio al centro di numerose inchieste e che è stato coimputato del senatore Andreotti nell'intricata vicenda legata all'omicidio Pecorelli. In questi giorni è al centro di un altro mistero, quello dell'omicidio Calvi. E proprio questa circostanza ha permesso di scoprire che da qualche tempo era stato trasferito ad Ascoli (in una segretezza assoluta visto che la notizia non era ancora trapelata): ha partecipato, infatti, all'udienza di ieri di fronte al Gip di Roma in video-conferenza proprio dal supercarcere di Ascoli dove c'è un locale attrezzato per questo tipo di necessità e già utilizzato anche da Riina.10 marzo 2003 - PECORELLI: TAORMINA CRITICA APPLICAZIONE PM CANNEVALE
ANSA:
L' on. Carlo Taormina ha annunciato oggi che presentera' un' interrogazione in merito all' applicazione del magistrato Alessandro Cannevale alla procura generale presso la Corte d' appello di Perugia per preparare - sostiene - il ricorso in Cassazione contro le assoluzioni nel processo per l' omicidio di Mino Pecorelli. In questo procedimento Taormina e' difensore di Claudio Vitalone, accusato di essere uno dei presunti mandanti del delitto ma poi assolto con formula piena in primo e secondo grado.
Secondo il penalista "non e' tollerabile che il Csm non provveda alla nomina del nuovo procuratore generale della Corte di appello di Perugia, posto vacante da un anno nonostante l' importanza di tale sede giudiziaria".
"In assenza di un pg nel pieno delle sue funzioni - scrive Taormina in un suo comunicato - e nonostante la presenza di espertissimi e preparatissimi magistrati presso la stessa procura generale ritengo vergognoso che il pubblico ministero Cannevale sia stato il magistrato che ha svolto le indagini, il magistrato che ha esercitato l' accusa in primo grado, il magistrato che ha impugnato la sentenza di primo grado con la quale tutti gli imputati furono assolti, il magistrato al quale e' stato affidato l' incarico di esercitare l' accusa nel processo di appello accanto ad un sostituto procuratore generale assai preparato e sia ora anche il magistrato applicato ancora alla procura generale per preparare il ricorso per Cassazione contro gli imputati assolti in secondo grado dopo essere stati assolti in primo grado".
Taormina chiede quindi che 'il Csm intervenga per interrompere questa perversa spirale e per accertare come sia possibile che un sostituto procuratore, giovanissimo e di pari esperienza, possa scavalcare oggettivamente intere procure della Repubblica e intere procure generali".26 marzo 2003 - PECORELLI: RICORSO LEGALI ANDREOTTI IN CASSAZIONE
ANSA:
E' stato depositato stamani in Cassazione il ricorso dei difensori di Giulio Andreotti, gli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi, contro la condanna a 24 anni di reclusione inflitta al senatore a vita per l' omicidio di Mino Pecorelli.
L' istanza si compone di 479 pagine divise in capitoli.
Per l' omicidio di Mino Pecorelli Andreotti era stato assolto con formula piena in primo grado, come come gli altri cinque imputati. Venne poi condannato in appello, insieme a Gaetano Badalamenti, il 17 novembre scorso.
La Corte d' assise di secondo grado aveva invece confermato le assoluzioni per Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera.Carmine Pecorelli e' stato ucciso e qualcuno ne ha voluto la sua morte; ma non e' certamente il sen. Giulio Andreotti il suo carnefice. Per questo gli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi, difensori dell' ex presidente del Consiglio, chiedono alla Cassazione di annullare senza rinvio la sentenza della Corte d' assise d' appello di Perugia. Chiedono cioe' ai Supremi giudici di assolvere Andreotti dall' accusa di essere stato, con Gaetano Badalamenti, il mandante dell' uccisione del giornalista. Un delitto per il quale entrambi sono stati invece condannati a 24 anni di reclusione il 17 novembre scorso dopo che la Corte d' assise di primo grado aveva prosciolto tutti e sei imputati.
I perche' della loro istanza gli avvocati Coppi e Bongiorno lo scrivono in 479 pagine depositate stamani in Cassazione. Un ricorso che critica pesantemente le motivazioni di primo grado, definite illogiche. Parlano di inesistenza del movente e del mandato a uccidere, di interesse da parte di Andreotti nell' omicidio. Di una "causale che si sgretola".
"Il movente - si legge nel ricorso - non e' mai stato nell' animo del sen. Andreotti e vive soltanto nell' immaginazione incontrollata della sentenza".
Gli avvocati Coppi e Bongiorno puntano a smentire le "evidenti falsita'" di Tommaso Buscetta facendo perno proprio sull' interrogatorio nel quale il pentito accusava Andreotti. Respingono, con motivazioni logiche e giuridiche, la tesi del consenso tacito sul mandato a uccidere. Definiscono il capitolo delle motivazioni dedicato a questo aspetto come uno dei "piu' intrisi di illogicita' e di contraddizioni". "Alla totale inesistenza di prove testimoniali e di dichiarazioni di collaboranti corrisponde - sostengono i legali - la totale inesistenza di comportamenti del sen. Andreotti dai quali possa dedursi che il mandato a uccidere sia stato da lui conferito direttamente o attraverso altri a Badalamenti e a Stefano Bontate".
Nel ricorso si bolla poi come "soltanto agghiacciante' l' affermazione della Corte d' assise d' appello di Perugia secondo la quale "una affermazione e' vera se il suo contrario non puo' essere dimostrato".
Una lunga parte del loro appello, gli avvocati Bongiorno e Coppi la dedicano proprio a Buscetta. Evidenziano come i giudici perugini abbiano considerato non utilizzabili alcuni verbali di interrogatori ai quali venne sottoposto don Masino. In particolare quelli del 6 aprile e del 2 giugno 1993 resi nell' ambito di una rogatoria internazionale (in quel periodo il pentito era infatti in Florida). Atti - sottolineano i legali - "grondanti di prove della falsita' di Buscetta". Secondo il ricorso il confronto tra le due rogatorie documenta "uno stridente, insuperabile, clamoroso contrasto: il 6 aprile Buscetta avrebbe parlato di una richiesta mentre solo 57 giorni dopo, disconoscendo quelle dichiarazioni, afferma che nulla sa di una richiesta". In definitiva i difensori di Andreotti sostengono che se il 6 aprile esisteva un' accusa e nasceva un processo fondato su quell' accusa, dal 2 giugno proseguiva il processo oramai svuotato dalla sua originaria accusa. La sentenza di secondo grado - sottolineano ancora - non ha dedicato un solo rigo a cercare di giustificare questa sfasatura: per la sentenza nessun documento attesta infatti questa sfasatura.
Gli avvocati Coppi e Bongiorno si sono quindi appositamente recati ieri a Perugia per fotocopiare l' intestazione del faldone che contiene quell' interrogatorio di don Masino e prova il suo inserimento agli atti del processo. Documento poi inserito nel ricorso in Cassazione.
Ma un duro attacco e' riservato alla credibilita' stessa di Buscetta. I legali ricordano infatti che don Masino fu costretto ad ammettere di avere mentito a Giovanni Falcone. Sottolineano poi che il tribunale di Palermo "ha dimostrato e affermato perentoriamente l' inattendibilita' di Buscetta" proprio in merito all' omicidio Pecorelli. Secondo gli avvocati Coppi e Bongiorno la Corte perugina ha quindi omesso di verificare quanto fosse attendile il pentito. Ha anzi assunto una "falsa premessa" muovendo dal presupposto che Buscetta lo sia stato sempre ritenuto e "ignorando inspiegabilmente il fatto che altro giudice aveva definito inattendibile Buscetta proprio in merito" all' eliminazione del giornalista.
Nel ricorso vengono poi esaminati in dettaglio gli articoli di Pecorelli su Andreotti, in particolare quelli sul sequestro di Aldo Moro. Si sottolinea che il giornalista non aveva carte in grado di nuocere alla carriera politica del senatore. La versione del memoriale ritrovata nel 1990 viene considerata dai legali migliore per Andreotti di quella recuperata nel '78.
Gli avvocati Coppi e Bongiorno definiscono "una invenzione della sentenza" l' ipotesi che Andreotti si sarebbe preoccupato per le carte in mano a Pecorelli. "E' la sentenza - affermano - ad immaginare il contenuto dei documenti e a ritenerlo devastante". "Alla sentenza insomma - sottolineano i legali - sembra impossibile che Andreotti non si preoccupasse per gli articoli che Pecorelli minacciava di pubblicare27 marzo 2003 - PECORELLI: RICORSO A CASSAZIONE ANCHE PER DIFESA BADALAMENTI
ANSA:
I difensori di Gaetano Badalamenti, gli avvocati Silvia Egidi e Paolo Gullo, hanno presentato ricorso in Cassazione contro la condanna a 24 anni di reclusione per l' omicidio di Mino Pecorelli da parte della Corte d' assise d' appello di Perugia.
Nel provvedimento si chiede l' annullamento senza rinvio della sentenza del 17 novembre scorso che aveva riconosciuto Badalamenti colpevole di essere stato mandante del delitto insieme a Giulio Andreotti. I due erano stati invece assolti in primo grado cosi' come gli altri quattro imputati, per i quali il provvedimento e' stato invece confermato.
Ieri anche i difensori del sen. Andreotti avevano presentato ricorso in Cassazione.Gaetano Badalamenti, detenuto da anni negli Usa, ha sempre avuto un legittimo impedimento a comparire nei processi perugini, di primo e secondo grado, per l' omicidio di Mino Pecorelli, delitto al quale si e' sempre proclamato estraneo. Anche per questo la condanna a 24 anni di reclusione nei suoi confronti deve essere annullata.
Lo affermano i difensori del boss, gli avvocati Silvia Egidi e Paolo Gullo, nel ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d' assise d' appello di Perugia. Il collegio, infatti, il 17 novembre scorso ha ritenuto Badalamenti mandante del delitto insieme a Giulio Andreotti (entrambi erano stati invece assolti in primo grado).
L' istanza, una cinquantina di pagine, si apre proponendo ai Supremi giudici una serie di eccezioni formali. In particolare gli avvocati Egidi e Gullo tornano a contestare il ricorso alla videoconferenza per permettere al loro assistito di assistere alle udienze. Ribadiscono infatti che Badalamenti aveva il diritto di poter intervenire di persona al dibattimento. Se cio' non e' successo - si afferma nel ricorso - e' perche' l' imputato aveva un legittimo impedimento a tornare in Italia.
Sempre a questo riguardo i difensori di Badalamenti spiegano che nel 1999 venne attivata formalmente la procedura per il trasferimento dagli Stati Uniti. Un procedimento che - secondo i due legali - non si e' concretizzato per il mancato consenso delle autorita' statunitensi a dare il loro consenso formale. Non certo per assenza di volonta' da parte del loro assistito.
La parte centrale del ricorso e' invece dedicata alle affermazioni di Tommaso Buscetta. E' stato infatti lui a sostenere di avere appreso da Badalamenti che l' omicidio Pecorelli era stato organizzato da quest' ultimo e da Stefano Bontate nell' interesse di Giulio Andreotti. Una circostanza che il boss ha pero' sempre negato, dicendosi pronto al confronto con il pentito per poterlo smentire. E nel ricorso si sottolinea piu' volte l' inattendibilita' di don Masino.
Secondo gli avvocati Egidi e Gullo, Buscetta ha inventato le accuse nei confronti di Badalamenti per vendetta, ritenendolo responsabile dell' omicidio dei suoi familiari nella guerra di mafia. E' stato lo stesso don Masino - si afferma ancora nel ricorso - ad ammettere il suo odio quando e' stato interrogato nel corso del dibattimento di primo grado.
Gli avvocati Gullo ed Egidi criticano poi le motivazioni del processo d' appello per quanto riguarda la valutazione dell' attendibilita' di Buscetta. Un problema che - hanno affermato - e' stato saltato completamente.
Nel ricorso vengono invece riportate le affermazioni di alcuni testimoni, sentiti nei due processi perugini, che definiscono don Masino un millantatore. In particolare quella di Frank Coppola che defini' Buscetta "un soffiatore di vetro".
I difensori di Badalamenti hanno poi riportato stralci delle motivazioni della sentenza della Corte d' assise di Palermo per il primo maxiprocesso di mafia fatte proprie dai giudici perugini per evidenziare la credibilita' di Buscetta. Gli avvocati Gullo ed Egidi sottolineano che quella pronuncia e' datata e comunque in essa si afferma che Buscetta e' credibile quando descrive l' ambiente di Cosa nostra, ma non quando riferisce fatti specifici sugli omicidi.
Nell' inchiesta sull' omicidio Pecorelli - si sostiene ancora nel ricorso - le affermazioni di Buscetta non trovano conferme, ci sono invece solo ricorsi negativi. I difensori di Badalamenti sottolineano infatti che nessuno, dell' ambiente mafioso o all' esterno, sapeva del coinvolgimento di Badalamenti nell' organizzazione del delitto. I legali ritengono quindi che fosse praticamente impossibile la mancata diffusione di una simile notizia all' interno di Cosa nostra. Le vere prove che emergono dai processi di Perugia - concludono gli avvocati Egidi e Gullo - sono favorevoli a Badalamenti. Per questo chiedono alla Cassazione di assolvere definitivamente Badalamenti.1 aprile 2003 - PECORELLI: PROCURA FA APPELLO E CHIEDE NUOVO PROCESSO
ANSA:
Chiede che siano nuovamente valutate l' attendibilita' dei pentiti della banda della Magliana e delle loro affermazioni, ma ripropone anche l' importanza probatoria dei proiettili Gevelot che uccisero Mino Pecorelli il ricorso della procura generale di Perugia contro l' assoluzione di quattro imputati nel processo di secondo grado.
A firmarlo e' stato Alessandro Cannevale, il magistrato che ha seguito l' inchiesta fin dall' inizio e ora applicato presso la procura generale. Nel ricorso (depositato proprio alla scadenza dei termini) si invitano i Supremi giudici ad annullare con rinvio la sentenza della Corte d' assise d' appello che il 17 novembre scorso ha confermato l' estraneita' al delitto di Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera. I perche' dell' istanza sono illustrati in una sessantina di pagine.
La scorsa settimana alla Cassazione avevano invece presentato ricorso i difensori di Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti, condannati in secondo grado a 24 anni di reclusione (dopo essere stati assolti in primo) perche' ritenuti mandanti dell' omicidio. Per loro e' stato chiesto l' annullamento senza rinvio del pronunciamento, cioe' il definitivo proscioglimento.
Il procedimento dovrebbe ora essere esaminato dalla Cassazione a ridosso dell' estate o subito dopo le ferie.
Nel ricorso depositato oggi la procura generale perugina lamenta tra l' altro l' errata applicazione dell' articolo 192 del codice di procedura penale, quello sulla valutazione della prova, da parte dei giudici di secondo grado. In particolare in relazione alle dichiarazioni di Vittorio Carnovale, Antonio Mancini, Fabiola Moretti e Maurizio Abbatino (le loro rivelazioni sono alla base della ricostruzione accusatoria), ma anche per le intercettazioni ambientali disposte nel corso delle indagini. Secondo il pg la Corte d' assise d' appello ha "erroneamente ritenuto inattendibili" le affermazioni dei collaboratori e "privi di qualsiasi valenza probatoria" i risultati delle intercettazioni. Si evidenziano poi le "motivazioni assolutamente diverse" alla base delle assoluzioni nei due gradi di giudizio. Carnovale, Mancini e Moretti erano stati considerati sinceri primi dai giudici, totalmente inattendibili da quelli d' appello. Un giudizio che la procura generale contesta, chiedendo un nuovo processo per valutare la loro credibilita'.
"Profili di manifesta illogicita"' vengono poi evidenziati sulle considerazioni svolte dal collegio di secondo grado sulla deposizione del perito balistico Antonio Ugolini e sul sequestro di cartucce nei locali del ministero della sanita', considerato dagli investigatori un deposito della banda della Magliana. Nel ricorso vengono richiamate le motivazioni della sentenza di primo grado nelle quali si affermava che i proiettili usati per uccidere Pecorelli provengono proprio dal lotto trovato in quello scantinato. "Nessuna parola meritano secondo la Corte d' assise d' appello - sostiene Cannevale nell' atto depositato oggi - le considerazioni relative alla scarsa circolazione delle cartucce Gevelot e soprattutto le specifiche caratteristiche dei proiettili" che uccisero il giornalista. "Del tutto ignorate" poi, secondo il magistrato, le prove che collegavano il deposito a Carminati, indicato da quattro pentiti come esecutore materiale dell' omicidio.
Circostanze che ora la procura generale di Perugia chiede vengano sottoposte a una nuova valutazione da parte di altri giudici.19 maggio 2003 - TRAVAGLIO SU COMMENTO AVV. BONGIORNO A SENTENZA ANDREOTTI
da "Dagospia"
BUONANOTTE, AVVOCATO BONGIORNO - TRAVAGLIO DEMOLISCE L'"ASSOLUZIONE" ANDREOTTI E TRAFORA LA PRINCIPESSA DEL FORO...
Marco Travaglio per L'Unità
L'avvocatessa Giulia Bongiorno ci usa la cortesia di spiegarci i segreti dei suoi ultimi trionfi nei due processi Andreotti (una condanna a 24 anni per omicidio a Perugia e una mezza prescrizione per mafia a Palermo). Lo fa in una strepitosa intervista a Sette. Un'intervista piena di rivelazioni sconvolgenti ("Da bambina, in tv, ai cartoni animati preferivo Perry Mason") e di particolari inquietanti. Dopo la sentenza di Perugia la piccola Giulia, questo "fuscello leggero con anima di acciaio", questa donna sottile come un chiodo, apparentemente indifesa ma pronta ad azzannare l'avversario con l'arguzia", non ha retto più. Perché lei, per Andreotti, è più che un avvocato: è la sua "ombra, amica di famiglia, consigliere e figlia adottiva".
Dunque s'è ammalata come se avessero condannato lei: "di celiachia, un raro malanno che provoca rigetto di pasta, pane e ogni farinaceo". Anche Andreotti, per solidarietà, s'è sentito male. Ma per un'altra patologia ("sbalzi di pressione", ha confidato a Oggi) e per l'altro processo, quello per mafia. È l'alternanza. Tornando ai segreti della Perry Mason in gonnella, apprendiamo che è "testarda e stakanovista". E anche un po' bugiarda, visto che ripete la solita bufala: "Confermando l'assoluzione di primo grado, quella di Palermo diventa una sentenza matrioska che fa piazza pulita di Perugia". Due bugie in due righe: non è stata confermata nessun'assoluzione ("prescrizione per i reati commessi fino alla primavera 1980") e il delitto Pecorelli risale al 1979, cioè rientra nel periodo in cui i reati sono provati, ancorchè prescritti.
Ma il vero segreto è l'"esame a ragnatela": "Imparo a memoria i verbali delle indagini". Poi prepara domande. Ma non così, a caso: "A raffica. Penso a una domanda e individuo tre risposte, anche di più. E le scrivo su grandi fogli, tutte. Ognuna porta ad altre domande e a una serie di possibili risposte. Una selva di frecce, una ragnatela, appunto". Un genio. E meno male che c'era lei. Perché altrimenti - spiega - i giudici avrebbero preso sul serio le fanfaluche della Procura. Tipo i "viaggi segreti" di Andreotti, inventati dalla polizia che aveva "ignorato i posti giusti", non aveva saputo "aprire i cassetti giusti". Chi li ha poi aperti? La piccola Giulia, naturalmente. Purtroppo, però, le cose sono andate molto diversamente.
Mentre Fuscello d'Acciaio girava l'Italia sbattendosi da un ufficio all'altro, Procura e polizia si rivolgevano al Comando dei Carabinieri, che a sua volta raccoglieva i tutti i dati sui viaggi dalle stazioni periferiche. Ecco perché l'ufficiale di Pg, al processo, sbottò: "Ma le pare che io devo girare il mondo?". L'altra mirabolante scoperta riguarda le due versioni del memoriale Moro. Secondo l'accusa, quella integrale - molto più compromettente per Andreotti - finì in mano a Pecorelli, che fu ucciso per questo. "Ma a un tratto - scrive il cosiddetto intervistatore - irrompe la Bongiorno". E che ti scopre? Che fra le due versioni non c'è questa gran differenza. Purtroppo, però, né i giudici di Palermo né quelli di Perugia l'han presa sul serio. Infatti insistono entrambi sulle enormi differenze fra i due memoriali. E a Perugia Andreotti è stato condannato in appello proprio per Pecorelli.
Ma i colpacci della principessa del foro non finiscono qui: scopre pure la prova che "Andreotti aveva tentato il salvataggio delle banche di Sindona perché c'era un interesse pubblico". Se l'ex premier incontrava Sindona, bancarottiene e latitante, e tentava di salvare il suo impero malavitoso basato sul riciclaggio mafioso in parallelo all'opera meritoria della P2 e di Cosa Nostra, lo faceva per noi. Per l'"interesse pubblico". Purtroppo Giorgio Ambrosoli non lo capì, e non fece neppure in tempo a conoscere l'avvocatessa Bongiorno. Così si mise in testa di fare l'interesse pubblico contrastando quel salvataggio. E Sindona lo fece assassinare. Ma in nome dell'interesse pubblico, s'intende.10 giugno 2003 - PECORELLI: FIGLIO ESCLUSO DA FONDO SOLIDARIETA' VITTIME MAFIA
"Il Gazzettino"
Figlio di Pecorelli escluso dal fondo di solidarietà
Perugia
Mino Pecorelli sarebbe stato fatto uccidere: ora uno dei figli del giornalista, Stefano, si è visto respingere la domanda per accedere al Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso. Secondo il comitato del ministero dell'Interno che decide sulle istanze, la stessa Corte d'assise d'appello perugina ha infatti ritenuto estranea Cosa nostra al delitto. Lo stesso organismo ha ritenuto che non ci siano elementi in base ai quali ritenere che i due imputati si possano essere avvalsi di legami previsti dall'articolo 416 bis del codice penale.9 luglio 2003 - PECORELLI: IL 29 OTTOBRE CASSAZIONE ESAMINA RICORSI
ANSA:
Saranno discussi dalla Cassazione il 29 ottobre prossimo i ricorsi contro la sentenza della Corte d' assise d' appello di Perugia che il 17 novembre scorso ha condannato a 24 anni di reclusione Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti per l' omicidio di Mino Pecorelli, confermando invece l' assoluzione degli altri quattro imputati.
L' udienza e' stata fissata a partire dalle 10 davanti alle Sezioni unite.
Tre i ricorsi che saranno esaminati dalla Suprema corte. A essa si sono infatti rivolti i difensori di Andreotti e quelli di Badalamenti che sollecitano l' assoluzione dei loro assistiti (dichiarati estranei alle accuse in primo grado, il 24 settembre del 1999 con una sentenza poi riformata dai giudici di appello che hanno ritenuto i due mandanti del delitto).
La procura generale di Perugia ha invece chiesto alla Cassazione di annullare le assoluzioni, disposte in primo e secondo grado, di Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera.15 luglio 2003 - PROCESSO PECORELLI; IL RICORSO DI ANDREOTTI IN CASSAZIONE
"La Gazzetta del Sud"
Contro la condanna del senatore a vita accusato di essere il mandante dell'omicidio di Pecorelli
Andreotti, il ricorso alle Sezioni unite
L'udienza della Cassazione si terrà il prossimo 29 ottobre
ROMA - Il primo presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, ha accolto la richiesta del difensore di Giulio Andreotti, professor Franco Coppi, di far decidere alle sezioni unite della Suprema corte, il ricorso contro la condanna - emessa dalla Corte di assise di appello di Perugia - a 24 anni di reclusione pronunciata il 17 novembre 2002 nei confronti del senatore a vita, accusato di essere il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. I motivi che hanno spinto Marvulli ad assegnare questa delicata udienza al massimo consesso di Piazza Cavour sono di due tipi: uno attiene alla questione di diritto sollevata da Coppi; l'altra attiene al fatto che, in Cassazione, alla terza sezione penale, presta servizio il giudice Claudio Vitalone. Proprio questa circostanza ha fatto sì che Marvulli, per motivi di opportunità, assegnasse il caso alle sezioni unite dal momento che Vitalone è stato coinvolto nel procedimento sul delitto Pecorelli. Invece, per quanto riguarda la questione di diritto, l'obiettivo della difesa di Andreotti è quello di ampliare il potere di intervento della Cassazione sulle sentenze di condanna precedute da un verdetto di innocenza. Ecco, letteralmente, i termini della questione sulla quale le sezioni unite dovranno pronunciarsi: "Se e in quali limiti l'imputato assolto in primo grado e condannato in appello, possa dedurre mediante ricorso per Cassazione, la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione della sentenza di condanna, sull'assunto che entrambe le sentenze abbiano omesso di valutare decisive risultanze probatorie". Come si vede dal riferimento sia alla sentenza assolutoria (emessa, però, con formula non piena) che a quella di condanna, l'obiettivo del difensore di Andreotti è quello di puntare l'indice contro entrambe le sentenze e di travolgerle. Secondo indiscrezioni del Palazzaccio, l'accoglimento e la formulazione di una simile questione di diritto "apre la strada all'annullamento della sentenza di condanna". La richiesta di assegnare la decisione alle sezioni unite, è stata presentata da Coppi lo scorso 9 giugno. Il 10 giugno Marvulli ha deciso di assegnare l'udienza alle sezioni unite, il primo luglio, invece, ha fissato al prossimo 29 ottobre la data della discussione del ricorso e ha nominato il consigliere Giovanni Canzio come relatore del ricorso. È la terza volta, questa, che il primo presidente Marvulli decide di assegnare alle sezioni unite un ricorso delicato: prima di Andreotti, le sezioni unite sono state chiamate a occuparsi della richiesta di rimessione avanzata da Silvio Berlusconi e Cesare Previti, e del ricorso presentato dalla Procura di Palermo contro l'assoluzione del giudice Corrado Carnevale.21 agosto 2003 - PECORELLI: VIOLANTE REPLICA AD ANDREOTTI
ANSA:
PECORELLI: VIOLANTE REPLICA AD ANDREOTTI SU 'PANORAMA'
EX PRESIDENTE ANTIMAFIA SPIEGA PERCHE' SCRISSE A PM SCARPINATO
"Esiste una lettera dell'ex presidente dell'Antimafia, Luciano Violante, al procuratore Roberto Scarpinato in cui si dice che da una telefonata anonima si potevano avere grandi notizie su Mino Pecorelli. Perche' mandarla a Scarpinato a Palermo, se il processo era a Perugia?", si era chiesto Giulio Andreotti in un'intervista pubblicata la scorsa settimana da Panorama. Ora, sul numero del settimanale Mondadori in edicola da domani, Luciano Violante replica al senatore a vita.
"La lettera - afferma Violante nell'intervista a Panorama - fu da me inviata a Scarpinato, sostituto procuratore a Palermo, il 5 aprile 1993 mentre il processo Pecorelli fu trasferito da Roma a Perugia molti mesi dopo, tra la fine del 1993 e i primi giorni del 1994". Il parlamentare Ds spiega che ai tempi era presidente della Commissione Antimafia e di aver ricevuto una telefonata anonima proprio il 5 aprile. Di quella conversazione dice di aver informato l'allora capo della Direzione Distrettuale Antimafia, Michele Coiro, il quale gli suggeri' di parlarne con la Procura di Palermo. Violante ricorda che tento' allora di contattare Gian Carlo Caselli, ma in sua assenza parlo' con Scarpinato che gli chiese una comunicazione formale della vicenda.
E il testo della lettera, chiarisce ancora l'ex presidente dell'Antimafia, era il seguente: "La informo che stamane alle ore 9,20 mi ha telefonato una persona, con accento che sembrava torinese, la quale mi ha detto che in via Tacito, sede di Op, ci sarebbe un tale Patrizio, braccio destro di Mino Pecorelli, il quale possiederebbe la copertina del numero di Op che non fu mai stampato a causa dell'omicidio del suo direttore. Sulla copertina ci sarebbero sei nomi leggendo i quali si comprenderebbe chi possiede oggi i documenti di Pecorelli, che sarebbero custoditi in una valigetta. La persona, che non ha voluto rivelarmi la propria identita', richiamerebbe la prossima settimana per dare ulteriori notizie".23 ottobre 2003 - PECORELLI; GIOVANNI CANZIO CONSIGLIERE RELATORE
ANSA:
CASSAZIONE: PECORELLI; GIOVANNI CANZIO CONSIGLIERE RELATORE
LE UDIENZE IN PROGRAMMA DA MERCOLEDI' PROSSIMO
Sara' Giovanni Canzio il consigliere relatore dell' udienza nella quale la Cassazione esaminera' i tre ricorsi presentati contro la sentenza del processo d' appello per l' omicidio di Mino Pecorelli conclusosi con la condanna a 24 anni di reclusione di Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti e l' assoluzione degli altri imputati.
L' udienza si aprira' mercoledi' prossimo alle 10 davanti alle Sezioni unite. A guidare il collegio (nove giudici) sara' il primo presidente Nicola Marvulli.
Il consigliere Canzio illustera' in sintesi i fatti al centro del processo (Pecorelli venne ucciso a Roma il 20 marzo del 1979). Si soffermera' quindi sulle motivazioni della sentenza di primo grado, con la quale il 24 settembre '99 vennero assolti tutti gli imputati, e di quella d' appello, del 17 novembre scorso, quando Andreotti e Badalamenti furono condannati come presunti mandanti del delitto, mentre venne confermata l' estraneita' ai fatti degli altri. Presentera' infine i tre ricorsi.
A rivolgersi alla Cassazione sono stati i difensori di Andreotti e Badalamenti chiedendo l' annullamento senza rinvio delle condanne per i loro assistiti, cioe' l' assoluzione definitiva dei due. Un altro ricorso e' stato invece presentato dalla procura generale di Perugia che ha chiesto ai giudici di annullare le assoluzioni per gli altri quattro imputati, Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati.
Dopo il consigliere relatore prenderanno la parola i rappresentanti dell' accusa e poi delle parti civili. Saranno quindi i difensori degli imputati a svolgere la loro arringa.
E' prevedibile che l' udienza non si concluda mercoledi', ma prosegua il giorno successivo. Non e' escluso che la sentenza della Cassazione arrivi venerdi' 31 ottobre.23 ottobre 2003 - PECORELLI: VERSO GIUDIZIO CASSAZIONE SU ANDREOTTI
"Il Resto del Carlino"
Andreotti-Pecorelli, si avvicina il giorno del giudizio
PERUGIA - Le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione cominceranno il 29 ottobre, alle 10 del mattino, la discussione che porterà al verdetto di legittimità nella vicenda processuale di Giulio Andreotti, imputato per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Il terzo grado di giudizio, dopo un'assoluzione in primo grado a Perugia ed una condanna in appello nello stesso capoluogo umbro - a 24 anni per l'ex presidente del Consiglio e il boss detenuto Gaetano Badalamenti, quali presunti mandanti del delitto - si potrebbe concludere il 31 ottobre. La Suprema Corte, infatti, si è concessa due giorni di tempo. Prima è prevista la requisitoria del Procuratore generale, a seguire gli interventi della parte civile e infine l'arringa della difesa. Sono stati assolti, invece, lasciando così la scena del processo, gli altri coimputati: Claudio Vitalone, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati.
I dieci giudici della Cassazione chiamati al nuovo esame del caso, hanno davanti tre strade. Prima: l'annullamento della sentenza senza rinvio, quindi assoluzione piena per gli imputati, con accoglimento delle richieste della difesa e verdetto che diventa definitivo. Seconda ipotesi: annullamento della sentenza di secondo grado con rinvio ad altra Corte d'Assise d'appello. In questo caso, il processo ripartirebbe dall'assoluzione di primo grado. Terza ipotesi: condanna definitiva degli imputati per l'omicidio del direttore della rivista "Op", avvenuto il 20 marzo 1979 a Roma.27 ottobre 2003 - PECORELLI: IN SETTIMANA DECISIONE CASSAZIONE
"Il Tempo"
In settimana la decisione su Andreotti ROMA - Conto alla rovescia per la sentenza sul delitto Pecorelli che vede tra gli imputati Giulio Andreotti. Le Sezioni Unite penali, che mercoledì saranno chiamate a decidere se confermare o meno la condanna a 24 anni inflitta al senatore a vita nel novembre scorso dalla corte d'assise d'appello di Perugia. Uno dei legali di Andreotti, Franco Coppi, ha sempre affermato che "la sentenza sembra delineare un delitto con i mandanti ma senza esecutori. In questo modo la sensazione è che siano stati ritenuti attendibili i pentiti".30 ottobre 2003 - PECORELLI: PG CASSAZIONE CHIEDE ASSOLUZIONE ANDREOTTI
"Il Messaggero"
Colpo di scena alla prima udienza del processo di terzo grado. Il senatore a vita: "Non mi intendo di diritto, ma me lo aspettavo" Il Pg di Cassazione: "Assolvete Andreotti" "Non c'è prova di un suo consenso tacito al delitto Pecorelli. E Buscetta è inattendibile"
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA - Colpo di scena in Cassazione. E' stato il pg della Suprema Corte Gianfranco Ciani, ovvero la pubblica accusa, a chiedere in apertura di udienza la piena assoluzione di Giulio Andreotti dall'accusa di essere il "mandante politico" dell'omicidio di Mino Pecorelli. Accusa che il 17 novembre dello scorso anno era costata al senatore la pesante condanna a 24 anni, inflittagli dalla Corte d'Assise di Perugia che aveva sostanzialmente creduto alle rivelazioni del pentito di mafia Tommaso Buscetta.
"Una sentenza infedele al processo, che non ha tenuto minimamente conto delle motivazioni della difesa - ha tuonato Ciani - cancellate quella condanna senza rinvio ad altro giudizio". Poi ha aggiunto: "Non ci sono prove sul movente dell'omicidio indicato da Buscetta e neppure che Andreotti avesse rapporti di tale amicizia da potersi rivolgere ai cugini Salvo per poter chiedere un siffatto favore". Il Pg ha chiesto che venisse assolto anche Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi in carcere a Fairton negli Usa, coimputato di Andreotti in quanto sarebbe stato lui ad organizzare l'omicidio del giornalista romano "per fare un favore al Presidente". Chiesta anche la conferma delle assoluzioni di Claudio Vitalone, ora tornato giudice alla Suprema Corte, e degli altri imputati tra cui Pippo Calò, il presunto sicario Angelino La Barbera e l'armiere, ovvero l'ex terrorista nero Massimo Carminati.
Siamo dunque all'ultimo atto dell'odissea giudiziaria del sette volte presidente del Consiglio. Al più tardi venerdì le sezioni unite della Cassazione decideranno sulla sorte di questo processo che tanto scalpore ha provocato, e non soltanto in Italia, per le gravissime accuse mosse ad un uomo che ha rappresentato lo Stato e cinquant'anni di storia italiana. Se la Suprema Corte accoglierà il parere del Pg Ciani, calerà per sempre il sipario sull'omicidio di Mino Pecorelli il giornalista che, secondo Buscetta, fu eliminato dalla mafia su richiesta dei cugini Salvo perché in procinto di pubblicare imbarazzanti pagine del memoriale Moro che avrebbero gravemente danneggiato la carriera politica di Andreotti.
Ma questo per il Pg di Cassazione resta un teorema indimostrato: "Non c'è alcuna prova che Dalla Chiesa abbia consegnato a Pecorelli documenti che coinvolgevano Andreotti". Ciani non ritiene sufficienti i riscontri offerti dal processo di Perugia: non la testimonianza della compagna di Mino, Franca Mangiavacca, o del maresciallo Incandela, stretto collaboratore di Dalla Chiesa. E neppure i riscontri offerti dalle agende del giornalista che confermerebbero alcuni incontri con il generale nei mesi precedenti la sua uccisione. Ad avviso del pg Ciani non c'è prova che questi incontri fossero finalizzati al passaggio di documenti come anche non reggerebbe la teoria del "consenso tacito di Andreotti all'omicidio di Pecorelli". Sostiene il Pg: "Si può, al massimo, parlare di consenso presunto che non può trovare ingresso in tema di responsabilità penale".
La reazione a caldo di Andreotti e dei suoi avvocati non poteva essere che di grande sollievo. "Mi sono laureato nel '41 e i miei ricordi di giurisprudenza sono un po' appannati, ma quella sentenza era davvero orribile", ha detto il senatore che si è dichiarato molto fiducioso nella giustizia. "Il procuratore generale è stato molto esplicito. Abbiamo grande speranza", è stato il commento dell'avvocato Franco Coppi. Mentre Gioacchino Sbacchi, il penalista palermitano, ha tirato un sospiro di sollievo: "Buscetta non era che la fonte di se stesso". Entusiasta l'avvocato Bongiorno: "L'accusa si è intelligentemente arresa di fronte agli errori patenti della sentenza perugina, è stato un atto di giustizia anche se naturalmente non è ancora il momento di cantare vittoria".
Diverso il parere delle parti civili. Delusa la sorella della vittima, Rosita Pecorelli. "Me l'aspettavo. In questa vicenda - aggiunge Rosita - non è la prima cosa strana che accade dopo l'uccisione di mio fratello". Mentre l'avvocato Alfredo Galasso critica lo sconfinamento del Pg: "La requisitoria è sorprendente perché è sconfinata nel giudizio di merito, nel quale la Cassazione non può e non deve entrare".
Favorevoli anche i primi commenti politici. Per Enzo Fragalà, An, crolla il progetto di criminalizzazione: "La sentenza di condanna per Giulio Andreotti non era frutto di errore giudiziario, ma di un pervicace disegno di una minoranza della corporazione in toga a tenere in piedi i teoremi politico-giudiziari che hanno avvelenato la vita politica italiana degli anni '90"."La Gazzetta del Sud"
LE REAZIONI ALLA REQUISITORIA DEL PG
Taormina, legale di Vitalone: "Non è un buon esempio per i cittadini che occorra farsi triturare per 10 anni prima di ottenere giustizia"
"Questo processo non doveva nemmeno cominciare"
Sergio Pestelli
ROMA - "Mi rimetto alla giustizia". Con queste uniche parole l'avvocato Raffaele Campione rappresentante, come parte civile, della vedova di Mino Pecorelli, si è rivolto alle sezioni unite della Cassazione. Lo ha reso noto l'avvocato di Giulio Andreotti, Giulia Bongiorno, sottolineando che "queste parole del difensore di parte civile sono la migliore dimostrazione di quanto sia erronea e viziata la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Perugia dal momento che è lo stesso legale a non chiedere che siano respinti i ricorsi degli imputati". Ma la richiesta di assoluzione ha scontentato, ovviamente, il pool di avvocati che rappresentano i familiari di Pecorelli: per Aurelio Galasso "la requisitoria del pg ha sconfinato nel giudizio di merito che è precluso in Cassazione". Il senatore a vita Giulio Andreotti, dal canto suo, si è detto subito "soddisfatto" per la richiesta di assoluzione chiesta nei suoi confronti dal pg della Cassazione. "Sono soddisfatto - ha detto Andreotti - dopo 10 anni di attesa". Per l'ex Presidente del Consiglio è una decisione attesa "considerando i fatti e le sentenze. Anche se in questi casi - precisa - bisogna sempre vedere come vanno concretamente le cose. Io non mi intendo molto di diritto, la mia laurea è del 1941, ma quella sentenza mi pare proprio orrenda. In verità - conclude - ero abbastanza ottimista ed ora aspetto la decisione della Corte". Più caustico Carlo Taormina - difensore di Vitalone - che ha detto: "questo processo non doveva nemmeno cominciare e non è un buon esempio per i cittadini italiani che occorra farsi triturare per 10 anni prima di ottenere giustizia". E il senatore-questore Mauro Cutrufo (Udc) commentando la richiesta di assoluzione da parte del pg della Cassazione dice: "Non praevalebunt. Ancora una volta i creatori di teoremi sono stati clamorosamente sconfessati dalla giustizia". "È ovvio - aggiunge Cutrufo - che c'è stato un disegno politico preciso per colpire in Giulio Andreotti l'esponente della DC che maggiormente poteva godere del credito e della fiducia degli italiani". Interpellato da "Radio Radicale", il capogruppo Udc alla Camera Luca Volontè commenta: "È un buon segnale dopo molti buoni segnali che riguardano il senatore Andreotti che è stato un pezzo di storia non solo della Dc ma anche del Paese". "Dopo il proscioglimento a Palermo - dice Volontè - questa richiesta del procuratore generale della Cassazione dà atto di una piccola parte della magistratura che ha tentato di riscrivere la storia del Paese prendendosela soprattutto con alcuni esponenti della Dc. Spero che questa richiesta del procuratore generale venga accolta e da quel momento in poi si possa guardare con più serenità a quanto di bene ha fatto la Dc e a quanto male è stato fatto ad alcuni suoi esponenti come il senatore Andreotti". Giuseppe Fioroni, esponente dell'esecutivo della Margherita, ha commentato così la richiesta di assoluzione di Andreotti: "La richiesta del procuratore generale della Cassazione di assoluzione piena per il presidente Giulio Andreotti rende atto dell'impegno politico di un uomo che ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo e alla crescita di questo Paese. Il comportamento del presidente Andreotti di fronte alla giustizia è un esempio per tutti coloro che invece di dimostrare la propria estraneità preferiscono dichiararsi impunibili o fuggire"."Il Mattino"
La vedova: mi rimetto alla giustizia
"Mi rimetto alla giustizia". Così, l'avvocato Raffaele Campione rappresentante, come parte civile, della vedova di Mino Pecorelli, si è rivolto alle sezioni unite della Cassazione. Lo ha reso noto l'avvocato di Giulio Andreotti, Giulia Bongiorno, sottolineando che "queste parole del difensore di parte civile sono la migliore dimostrazione di quanto sia erronea e viziata la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Perugia dal momento che è lo stesso legale a non chiedere che siano respinti i ricorsi degli imputati".30 ottobre 2003 - PECORELLI: CASSAZIONE, ASSOLTO ANDREOTTI
ANSA:
PECORELLI: ANDREOTTI DICHIARATO INNOCENTE
STESSO VERDETTO ANCHE PER BOSS GAETANO BADALAMENTI
Le sezioni unite penali della Corte di Cassazione hanno annullato senza rinvio la sentenza emessa dalla Corte d' Assise di Appello di Perugia il 17 novembre dello scorso anno, che aveva condannato a 24 anni di reclusione Giulio Andreotti e il boss mafioso Gaetano Badalamenti quali mandanti dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
L' annullamento senza rinvio della sentenza sancisce, in via definitiva, l' innocenza del senatore a vita riguardo al delitto, cosi' come quella di Badalamenti.
L' innocenza del senatore a vita e di Badalamenti - richiesta ieri dallo stesso Procuratore Generale - e' sancita dalla formula "per non aver commesso il fatto", indicata nel verdetto, definitivo, della Suprema Corte, di annullamento senza rinvio della sentenza di secondo grado di Perugia.
La Cassazione ha inoltre respinto il ricorso della Procura di Perugia contro le assoluzione di Claudio Vitalone, Massimo Carminati, Michelangelo La Barbera e Giuseppe Calo'.ANSA:
PECORELLI: ANDREOTTI INNOCENTE, ECCO PERCHE'
ACCUSE BUSCETTA NON PASSANO VAGLIO CORTE CASSAZIONE
Sono servite tre ore di camera di consiglio alle sezioni unite penali della Cassazione, presiedute dal Primo Presidente Nicola Marvulli, per annullare senza rinvio la sentenza di condanna a 24 anni di reclusione inflitti a Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti con l'accusa di essere i mandanti dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ucciso a Roma nel 1979. Un verdetto che sancisce l'assoluzione, irrevocabile, dei due dal fatto contestato.
A non aver superato il vaglio dei magistrati di legittimita' sono state le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, il collaboratore di giustizia che aveva detto di aver appreso da Gaetano Badalamenti e da Stefano Bontade che il delitto era stato eseguito nell' interesse del senatore a vita, preoccupato dalla possibilita' che Pecorelli pubblicasse un memoriale di Aldo Moro, che gli avrebbe rovinato la carriera politica.
A questa versione dei fatti ha creduto fortemente la corte di assise di appello di Perugia, che ha firmato la sentenza di colpevolezza. Ma per la Suprema Corte il controllo sulla veridicita' delle affermazioni del 'superpentito' avrebbe dovuto essere molto piu' rigoroso e approfondito. Scrivono, infatti, le sezioni unite, nei principi di diritto distribuiti stasera dopo la lettura del dispositivo, che "in tema di mandato omicidiario, la chiamata in reita' 'de relato' da parte di un collaboratore di giustizia deve essere, oltre che intrinsecamente attendibile con riferimento sia al dichiarante che alla fonte primaria, altresi' sorretta da convergenti ed individualizzanti riscontri estrinseci, inerenti sia al fatto che alla specifica condotta concorsuale dell'accusato, in qualita' di mandante".
In modo tale - proseguono le sezioni unite - che "la dichiarazione accusatoria del collaboratore di natura indiretta, a differenza di quella diretta, deve essere sottoposta ad un piu' rigoroso ed approfondito controllo del contenuto narrativo e della sua efficacia dimostrativa".
E' una doccia fredda quella che da Piazza Cavour si riversa sui giudici umbri, 'colpevoli' - secondo i giudici di legittimita' - di aver creduto acriticamente alla parola di don Masino che disse loro di aver saputo da Badalamenti che il delitto Pecorelli "u ficimu noantri nell' interesse di Andreotti". Non a caso la seconda massima di diritto estesa dalle sezioni unite e' scritta proprio su misura per questa frase attorno alla quale e' stato imbastito il processo di Perugia. "In tema di prova del mandato omicidiario - scrivono in proposito gli ermellini - l' indicazione di un possibile 'interesse' del mandante all'uccisione della vittima, non costituisce di per se' sola, riscontro estrinseco, come ipotetico 'movente' della chiamata in reita' 'de relato' di un collaboratore di giustizia".
Insomma Buscetta andava preso con le pinze e riscontrato in ben altro modo che non con la sua stessa parola, come hanno - del resto - posto in evidenza piu' volte nelle loro arringhe i difensori di Andreotti, avvocati Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi, che hanno fortemente criticato la "circolarita" della chiamata in causa dell'ex presidente del consiglio. Perche' proveniva sempre da un'unica fonte.
"Questo processo non avrebbe mai dovuto superare la stanza del Giudice dell'Udienza Preliminare - ha commentato Coppi, con amarezza, al termine di questa giornata che, pure, ha segnato una sua grande vittoria processuale - ma non riesco a gioire della decisione della Suprema Corte per la troppa sofferenza che e' costata".
Al termine del suo appello alle sezioni unite, affinche' assolvessero Andreotti, il difensore le aveva esortate ad annullare senza rinvio la condanna "per riscattare la magistratura dinanzi al giudizio della storia". Poi le tre ore di attesa per la camera di consiglio e, infine, e' stata proclamata definitivamente l'innocenza e l'estraneita' al delitto Pecorelli di uno dei piu' influenti e autorevoli politici italiani.ANSA:
PECORELLI: ANDREOTTI, FINITO UN INCUBO
NESSUNO POTRA' DIRE CHE HO BEVUTO CON MAFIOSI
Un incubo che finalmente se ne e' andato, cancellando una sentenza, quella di Perugia, che era un "orrore". Ma soprattutto, d' ora in avanti, nessuno potra' dire che Andreotti ha bevuto "anche un solo bicchier d' acqua con un mafioso": perche' dieci anni di processi e tre gradi di giudizio non lo hanno dimostrato.
E' contento, il senatore a vita e sette volte presidente del Consiglio quando arriva negli studi della Rai in via Teulada per partecipare alla trasmissione Porta a Porta. "Contento e sereno - ripete - perche' sapevo che sarebbe finita cosi' e che il sistema, pur con i suoi difetti, alla fine funziona". Non credeva, il senatore, che la giustizia potesse condannare a 24 anni di carcere chi, sono parole sue, ha fatto "leggi fortissime contro i mafiosi" e che ha messo "a repentaglio la mia vita e dei miei figli". Andreotti ha detto di aver trascorso la giornata "sbrigando la posta, perche' ne avevo accumulata tanta" e, una volta saputa la notizia della sua assoluzione, di aver pensato alla famiglia. "Che mi ha dato molto sostegno".
L' ex presidente del Consiglio si e' pero' tolto anche qualche sassolino dalla scarpa, come ad esempio quando ha parlato di "confusione" in un certo momento della vita politica. "La Costituzione - ha spiegato - ha sancito l' indipendenza della magistratura ma non dei magistrati, cioe' il singolo magistrato deve dare liberamente il suo giudizio, ma in certi anni vi fu una certa gerarchia, un certo controllo anche collegiale delle linee di condotta". Forse, ha aggiunto, "c' e' anche da rimpiangere il vecchio codice che dava maggiori garanzie della situazione attuale". Da Andreotti, infine, una critica a Violante, reo di una "gravissima scorrettezza" nei suoi confronti. "Durante la commissione Antimafia - ha detto il senatore a vita - Violante mi fece sapere se avessi voluto essere sentito all' inizio o alla fine e io dissi che forse era meglio alla fine. Sono ancora qui ad aspettare quella convocazione". Qualche giorno dopo, ha aggiunto Andreotti, arrivo' una telefonata anonima che diceva che andando ad un certo indirizzo si potevano avere notizie sulla morte di Pecorelli e Violante la mando' al pm di Palermo Scarpinato. "Tre giorni dopo venne fuori il mio nome", ha concluso, e quella fu "una gravissima scorrettezza".ANSA:
PECORELLI:ANDREOTTI,HO FATTO LEGGI FORTISSIME CONTRO MAFIOSI
"Non ho mai fatto un piacere a un mafioso". Anzi, "ho fatto leggi fortissime contro i mafiosi, tanto che nella stessa sentenza di Palermo c' e' scritto che ho messo a repentaglio la mia vita e quella dei miei figli". Cosi' il senatore a vita Giulio Andreotti, prima di partecipare alla puntata di Porta a porta, ha commentato la decisione della Cassazione.
Il senatore si e' detto "contento e sereno" della sentenza dei supremi giudici e di aver passato la giornata "a sbrigare la posta, perche' ero in arretrato". "Mi sento bene - ha concluso - gli anni sono quelli che sono e dieci anni fa ne avevo di meno. Ma sono sopravvissuto. Se adesso avessi altri 24 anni di vita dovrei essere grato a Perugia...".ANSA:
PECORELLI: DALL' OMICIDIO ALLA SENTENZA DEFINITIVA /ANSA
Carmine, Mino per chi lo conosceva bene, Pecorelli venne ucciso a Roma il 20 marzo del 1979. Un killer gli sparo' contro quattro colpi di pistola calibro 7.65 poco dopo che il giornalista aveva lasciato la redazione di Op.
Alle 20.40 il delitto viene segnalato alla sala operativa dell' Arma da Ciro Formuso, carabiniere ausiliario di passaggio in via Orazio dove il giornalista aveva lasciato la sua autovettura. La procura di Roma avvia un' inchiesta a carico di ignoti affidata al magistrato di turno, dottor Mauro, ed a Domenico Sica. Nell' indagine vengono coinvolti Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti.
Il 15 novembre del 1991 il giudice istruttore Francesco Monastero proscioglie tutti gli indagati per non avere commesso il fatto.
Il 26 novembre del '92 Tommaso Buscetta riferisce ai pm di Palermo di avere appreso da Stefano Bontade, nel 1980, e da Gaetano Badalamenti, due anni dopo, che l' omicidio Pecorelli era stato eseguito da loro due su richiesta dei cugini Salvo.
Il 6 aprile 1993 Buscetta, in Florida, ancora davanti ai magistrati siciliani, sostiene che Badalamenti (il quale nega pero' la circostanza) gli avrebbe parlato anche di un interessamento di Andreotti al delitto. Due giorni dopo il verbale del pentito viene inviato dai pm siciliani a quelli di Roma che il 14 aprile iscrivono Andreotti nel registro delle notizie di reato.
Il 29 luglio il Senato concede l' autorizzazione a procedere per l' ex presidente del Consiglio. In base alle dichiarazioni di Buscetta il pm Giovanni Salvi indaga anche Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calo'.
Nell' agosto '93 le dichiarazioni dei pentiti della banda della Magliana, in particolare quelle di Vittorio Carnovale, coinvolgono l' allora pm romano Claudio Vitalone.
Il 17 dicembre 1993 l' inchiesta arriva alla procura di Perugia, competente ad indagare sui magistrati romani. Nel capoluogo umbro Vitalone viene ufficialmente iscritto nel registro delle notizie di reato.
In base alle accuse dei pentiti Fabiola Moretti ed Antonio Mancini il 7 gennaio 1995 i pm umbri indagano Michelangelo La Barbera e chiedono la riapertura dell' inchiesta su Carminati.
Il 20 luglio 1995 l' allora procuratore capo Nicola Restivo e i sostituti Fausto Cardella e Alessandro Cannevale depositano la richiesta di rinvio a giudizio, con l' accusa di omicidio, per Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calo', La Barbera e Carminati. Quest' ultimo chiede e ottiene di essere processato con il rito immediato, saltando cosi' l' udienza preliminare.
Il 5 novembre '95 il gip Sergio Materia rinvia a giudizio gli altri cinque imputati.
L' 11 aprile del 1996 comincia formalmente il processo. A presiedere la Corte d' assise e' Paolo Nannarone che pero' risulta incompatibile in base alla sentenza della Corte costituzionale sul doppio ruolo dei giudici. Lo sostituisce Giancarlo Orzella, e il 6 giugno '96 il processo entra nel vivo.
Il 30 aprile '99 i pm chiedono l' ergastolo per tutti gli imputati.
Il 4 agosto cominciano a parlare le parti civili e le difese.
Il 24 settembre '99 tutti gli imputati vengono assolti "per non avere commesso il fatto".
Il primo agosto del 2000 vengono depositate le motivazioni di quella sentenza.
Il 2 dicembre la procura di Perugia presenta appello contro tutte la assoluzioni.
Il 13 maggio 2002 comincia il processo d' appello.
Il 19 settembre i pm Alessandro Cannevale e Sergio Matteini Chiari chiedono la condanna di tutti gli imputati a 24 anni di reclusione.
Il 17 novembre la Corte emette la sua sentenza. I giudici riformano parzialmente la decisione di primo grado condannando a 24 anni di reclusione Andreotti e Badalamenti. Confermate invece le assoluzioni di Vitalone, Calo', La Barbera e Carminati.
Il 13 febbraio 2003 vengono depositate le motivazioni di quella sentenza.
Il 26 marzo i difensori di Andreotti presentano ricorso in Cassazione contro la condanna e lo stesso fanno il giorno dopo i legali di Badalamenti. Il primo aprile e' invece la procura generale di Perugia a rivolgersi ai Supremi giudici contro l' assoluzione di Vitalone, Calo', La Barbera e Carminati.
Il 29 ottobre comincia l' udienza davanti alle Sezioni unite della Cassazione e il pg chiede l' annullamento senza rinvio della sentenza di condanna per Andreotti e Badalamenti, cioe' la loro assoluzione definitiva, nonche' il rigetto del ricorso della procura generale di Perugia contro il proscioglimento degli altri quattro imputati.
Oggi l' annullamento, senza rinvio, della sentenza di secondo grado emessa dai magistrati di Perugia, che sancisce l' estraneita' di Andreotti e Badalamenti al delitto.ANSA:
PECORELLI: SORELLA, MINO E' UN CADAVERINO QUALSIASI
"E' un cadaverino qualsiasi...": sono le poche parole che Rosita Pecorelli, la sorella di Mino, si lascia sfuggire dopo la decisione della Cassazione.
Rosita Pecorelli e' amareggiata. Dice che si aspettava l' assoluzione di Giulio Andreotti, ma non quella di Gaetano Badalamenti. "Lasciamo stare - conclude - e mettiamo una pietra sopra a tutta questa vicenda".ANSA:
PECORELLI:QUATTRO COLPI PER UCCIDERE IL DIRETTORE DI OP/ANSA
Aveva lasciato da poco la redazione romana di Op, Osservatorio politico, per tornare a casa Mino Pecorelli la sera che venne ucciso, il 20 marzo del 1979: un delitto con esecutore materiale mai identificato e da questa sera anche senza mandanti, dopo la definitiva dichiarazione di innocenza, pronunciata dalla Cassazione, del senatore a vita Giulia Andreotti e del boss mafioso Gaetano Badalamenti.
Quel 20 marzo 1979 Pecorelli era appena salito in auto, parcheggiata in via Orazio, nel quartiere Prati, quando un sicario gli sparo' da vicino con una pistola munita di silenziatore: tre colpi lo raggiunsero alla schiena e uno in bocca, come a voler far capire che doveva tacere.
Le indagini si presentarono subito difficili, anche per il ruolo svolto da Pecorelli e dal suo Op, un' agenzia prima e un settimanale poi. In quel periodo il giornalista si era infatti occupato, sempre con un linguaggio ambiguo e criptico, di tante vicende, dallo scandalo dell' Italcasse, al crack della Sir di Nino Rovelli, dagli affari di Sindona a Giulio Andreotti, dalle Brigate Rosse, al sequestro e l' omicidio di Aldo Moro.
Ma chi era Mino Pecorelli? Di lui i pm perugini del processo di primo grado hanno parlato di come di uno "spregiudicato e scanzonato avventuriero della notizia" che con il suo Op era riuscito a scoprire cose che altri non sapevano. Nella stessa occasione l' avvocato Franco Coppi, difensore di Giulio Andreotti lo aveva definito un ricattatore, un giornalista che non aveva mai distrutto nessuno.
"Op? Una pubblicazione con gli aculei, pungente, che probabilmente aveva entrature con gli ambienti militari" ha detto di Pecorelli il senatore a vita nel suo interrogatorio davanti alla Corte d' assise di Perugia.
Originaria di Sessano, in Molise, la famiglia Pecorelli nel 1945 si trasferi' prima a Velletri e poi a Roma. Il padre, farmacista, mori' giovane, ad appena 37 anni. Nella capitale Mino Pecorelli - ricorda la sorella Rosita - frequento' il liceo classico e poi si laureo' in giurisprudenza e divenne avvocato. Professione che svolse con successo nello studio legale di Cesco Nigro.
Sempre secondo la sorella, Pecorelli era "un monarchico, un uomo di destra, ma sicuramente un democratico". Fu tra l' altro capo dell' ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo e probabilmente in quel periodo comincio' a innamorarsi del giornalismo.
Poi l' avventura con Op. Secondo i magistrati di Perugia che hanno indagato sulla sua morte, Pecorelli - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - "fu il precursore di un giornalismo aggressivo, impertinente, spregiudicato". Dalle colonne del suo giornale - sottolineano i pm - "egli lanciava stilettate che colpivano un obiettivo preciso, ma non sempre chiaramente individuabile da tutti i lettori. Certamente pero' individuato da uno di essi: l' obiettivo stesso. Questo poteva cambiare repentinamente: la persona oggi difesa ed apprezzata poteva essere attaccata con violenza nel numero successivo. E viceversa. Le sue rivelazioni, spesso 'a puntate', tenevano col fiato sospeso gli interessati: la sua tecnica era quella di lasciare intendere che sapeva di piu', che aveva altre prove".
Il direttore di Op fin dal primo numero aveva attaccato Giulio Andreotti. Lo aveva criticato per i rapporti con Salvo Lima e gli aveva affibbiato soprannomi, alcuni dei quali poi entrati nel comune gergo giornalistico, come quello di Divo Giulio. Tra gli altri obiettivi anche "personaggi legati 'a doppio filo' - secondo Pecorelli - al gruppo di potere dell' onorevole Andreotti", come lo stesso Claudio Vitalone.ANSA:
PECORELLI: VICENDA TRA LE PIU' CONTROVERSE D' ITALIA
(di Claudio Sebastiani).
E' stata una delle inchieste piu' controverse della storia politica e giudiziaria italiana (cosi' come i processi da essa scaturiti) quella relativa all' omicidio di Carmine Pecorelli, giornalista assassinato a Roma la sera del 20 marzo del 1979. Perche' secondo la tesi della procura della Repubblica di Perugia quel delitto sarebbe stato frutto di un patto scellerato tra uomini politici, boss mafiosi ed elementi della criminalita' organizzata, della banda della Magliana in particolare. Uno scenario smentito, pero', ora dalle sezioni unite della Cassazione, che hanno smontato il teorema secondo il quale il senatore a vita Giulio Andreotti ed il boss mafioso Gaetano Badalamenti erano i mandanti di quel delitto.
Secondo quanto sostennero i pm Fausto Cardella e Alessandro Cannevale nella richiesta di rinvio a giudizio, firmata il 28 marzo del 1995 mandanti di quell' omicidio furono Giulio Andreotti, Gaetano Badalamenti, Claudio Vitalone e Giuseppe Calo', mentre Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati sarebbero stati i presunti killer. Al delitto - secondo quanto hanno sostenuto i due magistrati - concorsero anche Antonino e Ignazio Salvo, Stefano Bontade, Salvatore Inzerillo, Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci, tutti morti nel frattempo. L' eliminazione del giornalista, direttore di Op, Osservatorio politico, venne organizzata per impedirgli di pubblicare articoli potenzialmente pericolosi per la carriera politica di Andreotti.
Ma come avevano fatto i pm Cardella e Cannevale ad arrivare a queste conclusioni? L' indagine sull' omicidio di Pecorelli venne inizialmente affidata al magistrato di turno quella sera, il dottor Mauro, ed a Domenico Sica. Il caso passo' poi al pm Giovanni Salvi. Le indagini - alimentate da alcuni pentiti e nel corso delle quali si ipotizzo' un coinvolgimento della P2 - non portarono a elementi concreti. Cosi il 15 novembre del '91 il giudice istruttore Francesco Monastero prosciolse tutti gli indagati, Licio Gelli, l' ex ufficiale del Sid Antonio Viezzer, Massimo Carminati, Cristiano e Valerio Fioravanti.
Un anno dopo l' indagine riparte. Tommaso Buscetta riferisce ai pm di Palermo di avere appreso da Bontade, nel 1980 a Palermo, e da Badalamenti, nell' '82 a Rio de Janero, che l' omicidio Pecorelli era stato organizzato da loro su richiesta dei cugini Salvo. All' inizio di aprile '93 lo stesso Buscetta, sentito in Florida per rogatoria ancora dai magistrati siciliani, sostiene che l' omicidio era stato richiesto da Andreotti, come gli avrebbe confidato sempre Badalamenti. Il verbale viene cosi' inviato ai magistrati di Roma che iscrivono nel registro degli indagati il senatore a vita il 14 aprile. Il 29 luglio il Senato concede l' autorizzazione a procedere. L' indagine che - in base anche alle dichiarazioni di Buscetta - coinvolge anche Badalamenti e Calo'.
Altra svolta nell' agosto '93 quando i pentiti della banda della Magliana, soprattutto Vittorio Carnovale, coinvolgono l' allora pm romano Claudio Vitalone. Di qui il trasferimento del fascicolo, il 17 dicembre, ai pm di Perugia (competenti a occuparsi di tutti i casi che coinvolgono le toghe romane). I sostituti Cardella e Cannevale indagano ufficialmente Vitalone. Raccolgono quindi le testimonianze di Antonio Mancini e Fabiola Moretti, anche loro pentiti della Magliana, in base alle quali iscrivono nel registro delle notizie di reato La Barbera e riaprono le indagini su Carminati.
Le indagini dei pubblici ministeri perugini sfociano in una richiesta di rinvio a giudizio di 511 pagine, con oltre 100.000 fogli allegati. A firmare l' atto e anche l' allora procuratore capo Nicola Restivo.
I sei imputati respingono in maniera ferma ogni addebito, ma il 5 novembre del 1995 il gip Sergio Materia li rinvia tutti a giudizio.
Il processo davanti alla Corte d' assise di Perugia prende il via l' 11 aprile del 1996. Il 30 aprile di tre anni dopo i pm Cardella (che poco dopo lascera' il suo incarico per quello di procuratore capo a Tortona) e Cannevale chiedono l' ergastolo per tutti gli imputati. Di avviso apposto i loro difensori invitano la Corte ad assolverli. Ed e' alla tesi innocentista (Badalamenti, detenuto negli Usa, ha tra l' altro chiesto piu' volte di essere sentito per smentire Buscetta) quella alla quale crede il collegio guidato da Giancarlo Orzella. Poco dopo le 19 del 24 settembre '99 i giudici assolvono tutti gli imputati per non avere commesso il fatto. Nelle motivazioni di quella sentenza si sottolinea tra l' altro che non esiste alcun elemento probatorio in grado di collegare Andreotti all' omicidio Pecorelli.
La procura perugina presenta pero' appello e si torna in aula. I pm, ancora Cannevale affiancato da Sergio Matteini Chiari, chiedono per tutti gli imputati la concessione delle attenuanti ma comunque la loro condanna a 24 anni di reclusione.
Il 25 ottobre 2002, l' avvocato Giulia Bongiorno, difensore di Andreotti, nella sua arringa difensiva spiega che quando Buscetta venne sentito dai pm di Roma (il 2 giugno '93) scagiono' in pratica il senatore a vita. "Escluse infatti categoricamente - afferma il legale - di avere saputo di una richiesta di Andreotti per far eliminare Pecorelli".
Il 15 novembre del 2002 la Corte d' assise d' appello guidata da Gabriele Verrina ritiene invece Andreotti e Badalamenti i mandanti dell' omicidio Pecorelli e li condanna a 24 anni di reclusione. Conferma invece l' assoluzione di Vitalone, Calo', La Barbera e Carminati.
Oggi la pronuncia definitiva della Cassazione, con la dichiarazione di innocenza per Andreotti e Badalamenti.ANSA:
PECORELLI: PROCURATORE PERUGIA ESPRIME 'DOVEROSO RISPETTO'
Manifesta un "doveroso rispetto" nei confronti della decisione della Cassazione sul processo per l' omicidio di Mino Pecorelli, il procuratore della Repubblica di Perugia Nicola Miriano.
"Se la suprema Corte ha stabilito cosi' - ha detto all' Ansa Miriano - vuol dire che e' giusto cosi'".30 ottobre 2003 - PROCESSO APPELLO PIAZZA FONTANA
ANSA:
PIAZZA FONTANA: APPELLO; ALTRA UDIENZA DEDICATA A RELAZIONE
Al processo di secondo grado per la strage di Piazza Fontana anche l' udienza di oggi e' stata dedicata alla lettura della relazione del presidente della Corte d' Assise d' Appello Roberto Pallini, il cui intervento aveva gia' occupato le intere prime due giornate di lavori.
Oggi Pallini ha ricostruito ancora i rapporti tra i vari imputati, soffermandosi soprattutto sulle motivazioni della sentenza di primo grado, che condanno' all' ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, mentre il quarto imputato Stefano Tringali ebbe tre anni di reclusione in quanto accusato solo di favoreggiamento.
In quella sentenza si riconosceva anche un collegamento con Franco Freda, peraltro uscito dalla causa in seguito all' assoluzione riconosciutagli a Catanzaro.
In aula non c'erano oggi imputati.31 ottobre 2003 - PECORELLI: ASSOLUZIONE ANDREOTTI, DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
La sentenza annulla, "per non aver commesso il fatto", la condanna a 24 anni in Appello. Dichiarato innocente anche Tano Badalamenti Delitto Pecorelli, assoluzione per Andreotti La Cassazione: non è stato il mandante. Il senatore: "Io sono sopravvissuto, Buscetta no"
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA - Assolto, definitivamente assolto dalla più grave delle accuse mai toccate ad un uomo politico. Andreotti non è mai stato il "mandante politico" dell'omicidio di Mino Pecorelli, non è stato lui ad ordinare ai boss: "Uccidete quel giornalista". E con lui è stato dichiarato innocente anche il coimputato, Tano Badalamenti da Cinisi, il boss di Cosa Nostra indicato nel processo come l'uomo che avrebbe organizzato il delitto su richiesta del senatore. Assolti tutti gli altri imputati, già usciti di scena per una duplice assoluzione in primo e secondo grado, ma per i quali la procura generale di Perugia aveva fatto ricorso in appello: il giudice Claudio Vitalone, il boss Pippo Calò, il presunto sicario Michelangelo La Barbera e l'armiere Massimo Carminati, indicato nella scenografia del delitto come intermediario tra mafia e banda della Magliana.
Andreotti si è mostrato raggiante: "Io sono sopravvissuto, Buscetta non c'è più, pace all'anima sua". La sorella della vittima, Rosita era invece addolorata: "Mio fratello è tornato ad essere un cadaverino qualunque". Più tardi a "Porta a Porta" il senatore è tornato a parlare della sentenza: "Sapevo che sarebbe finita così e che il sistema, pur con i suoi difetti, alla fine funziona". E ha proseguito: "Nessuno, d'ora in avanti, potrà dire che Andreotti ha bevuto anche un solo bicchier d'acqua con un mafioso".
Il verdetto delle sezioni unite penali della Cassazione, presidente Nicola Marvulli, sancisce l'innocenza degli imputati "per non aver commesso il fatto". E' un annullamento senza rinvio della sentenza di secondo grado di Perugia che aveva inflitto ai due imputati ben 24 anni di carcere.
La piena assoluzione era nell'aria, dopo la requisitoria del pg Gianfranco Ciani che aveva smantellato punto su punto la sentenza di condanna definendola "infedele al processo". Ieri la parola toccava alla difesa. Non soltanto agli avvocati di Andreotti, Franco Coppi e il penalista palermitano Gioacchino Sbacchi, ma anche a quelli dei coimputati, a cominciare dal senatore Carlo Taormina: insomma l'intero staff che in questi anni, ha fatto la spola tra Roma e Perugia per smantellare i "teoremi" dell'accusa. E nessuno ha risparmiato critiche al pentito Tommaso Buscetta, principale ispiratore di questo processo. Ma proprio attorno alla figura del più famoso pentito di mafia gli avvocati della difesa hanno giocato la scelta più ardua. La demolizione di Buscetta non era un'operazione indolore. Come avrebbero reagito le sezioni unite penali, presiedute da Nicola Marvulli, all'affermazione che il pentito era inattendibile? Con il rischio di dover rileggere dieci anni di processi di mafia. Il timore di un annullamento della sentenza, con rinvio degli atti a Roma o a Perugia, non era infondato nonostante l'intervento favorevole del Pg Ciani.
La parte del mattatore è spettata a Coppi e alla sua arringa appassionata e sapiente. Il famoso penalista ha concluso il suo intervento con un accorato appello. "Voi, signori giudici, annullerete questa sentenza e riscatterete la magistratura agli occhi della storia. Non solo Andreotti sarà giudicato dalla storia -ha ammonito Coppi- anche i giudici che lo giudicheranno saranno giudicati alla storia. Ecco perchè questi processi e queste sentenze sono importanti". Due ore per smantellare il vuoto culturale e giuridico di un verdetto che aveva choccato l'Italia, il provincialismo di una condanna che non aveva tenuto in alcun conto le motivazioni della difesa.
Amara invece la reazione degli avvocati di parte civile. L'avvocato Alfredo Galasso, che rappresenta la famiglia Pecorelli, ha commentato: "La cosa più drammatica è che non si saprà più chi e perchè ha ucciso Pecorelli. Si poteva dubitare di un mandato ad uccidere da parte del senatore, ma non della confessione stragiudiziale di Badalamenti. Tutt'al più si poteva annullare la sentenza con rinvio. Come possono Badalamenti o Buscetta essersi inventati tutto? Questa sentenza uccide per la seconda volta Pecorelli, riavvolge nel buio l'assassinio di un giornalista libero. L'impianto accusatorio non era una fantasia". E Andrea Pecorelli, il figlio della vittima si è chiesto: "Se Buscetta è considerato inattendibile a questo punto si dovrebbe chiedere la revisione per tutti gli altri processi nei quali è coinvolto come teste"."La Sicilia"
Cade il mito di Buscetta che "diceva sempre la verità"
tony zermo
Di essere previsto, era previsto. Ma la Cassazione poteva anche uscirsene ordinando un nuovo processo, oppure assolvendo Andreotti, ma non Tano Badalamenti. Invece tutti definitivamente prosciolti per non avere commesso il fatto, compresi l'ex senatore Claudio Vitalone, il cassiere della mafia Pippo Calò e i due presunti killer Massimo Carminati (banda della Magliana) e Michelangelo La Barbera (Cosa Nostra). La Suprema Corte ha sgombrato il campo delle congetture contenute in quella condanna in appello a Perugia definita "orrenda" da Andreotti, di solito misurato. Di certo c'è che il giornalista Mino Pecorelli fu ucciso, ma non su mandato del sette volte presidente del Consiglio. La tesi accusatoria di Perugia, non sorretta da alcuna prova, era che il direttore di "O.P." avrebbe ricevuto dal generale Dalla Chiesa i verbali dell'interrogatorio di Moro nella "prigione del popolo" delle Br, verbali che potevano danneggiare Andreotti e che Pecorelli avrebbe avuto intenzione di pubblicare. Ad aggiungere un altro tassello alla ricostruzione c'era quella dichiarazione di Buscetta: "Badalamenti mi disse che il delitto Pecorelli l'avevano fatto loro per un favore ad Andreotti". Ma due mesi dopo don Masino aveva ritrattato quelle parole.
Se la logica vale qualcosa, bastava chiedersi: ma se il presidente del Consiglio avesse ordinato di uccidere il giornalista non si sarebbe legato mani e piedi alla mafia? Non sarebbe stato sotto ricatto tutta la vita? E, se fosse stata vera l'accusa, quando il presidente Andreotti in Consiglio dei ministri diede il via a norme antimafia più severe, non poteva saltar fuori qualcuno che avrebbe potuto rovinargli per sempre la carriera politica svelando i retroscena della morte del direttore di "O.P."? Sarebbe bastato fare queste semplici considerazioni per capire che Andreotti non c'entrava nulla in quel delitto.
La sentenza definitiva della Cassazione fa crollare anche il mito di Buscetta come il pentito che "diceva sempre la verità". E invece don Masino era un abile manipolatore. Falcone, che lo aveva capito, insistette mesi per fargli confessare, davanti a prove evidenti, che ad ospitarlo durante la sua latitanza era stato Nino Salvo nella sua villa a mare di Santa Flavia. Buscetta accusava i nemici e copriva gli amici, per questo indicò Badalamenti, e di conseguenza Andreotti per il caso Pecorelli, perché don Tano aveva avuto un ruolo nella strage dei familiari di Masino. Ci volle tutta l'abilità di Falcone nel cercare i riscontri per tirar fuori la verità e impostare con Borsellino lo storico maxiprocesso ai quasi 500 boss di Cosa Nostra. Le accuse ad Andreotti e Badalamenti le considerò carta straccia, veleni mafiosi, ma questo cascame tuttavia venne raccolto da altri magistrati per impostare i processi all'ex presidente del Consiglio.
Restano le ombre di Palermo, che ci sono nelle carte processuali della pur doppia assoluzione, inutile nasconderlo. Il Tribunale nel proscioglierlo in primo grado scrisse che Andreotti aveva comunque mentito nel negare la sua conoscenza con i cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti padroni delle esattorie siciliane che si vantavano di "dare soldi a tutti i partiti". In appello è stato anche peggio, perché dire in sentenza che fino all'80 il presidente del Consiglio avrebbe intrattenuto rapporti confidenziali con i capi di Cosa Nostra, per poi convertirsi, non è che sia una critica leggera. Ecco perché l'ultima sfida è più difficile. La Cassazione - cui hanno fatto ricorso sia il senatore a vita e sia la Procura generale - dovrà tornare a decidere se Andreotti, almeno per un certo periodo della sua vita, fu colluso o no, magari ritenendo che la mafia si potesse tenere a bada e potesse essere utile alla sua corrente siciliana. E allora facciamolo presto quest'ultimo processo, perché Andreotti non è eterno."Il Corriere della sera"
I ricordi dell'avvocato Ligotti: "Don Masino non parlò di "una richiesta di Andreotti", ma solo "di un possibile interesse di Cosa Nostra""
"Buscetta non lo accusò mai d'essere il mandante"
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - "Attenzione all'equivoco, Buscetta non ha mai considerato Andreotti un mafioso", sussurra Luigi Ligotti cinque minuti prima che i giudici assolvano il Presidente. Cinque minuti prima, non dopo. E alle sette della sera è come se l'avvocato del primo grande pentito di Cosa Nostra morto in Usa anticipasse il verdetto d'assoluzione ritenendolo quasi scontato.
Ma se tutto si fondava sulle parole di "don Masino"...
"Appunto, attenzione all'equivoco. Come Andreotti non ha mai parlato male di Buscetta, dando atto della sua lealtà, così Buscetta non ha mai considerato l'ex presidente del Consiglio un mafioso".
Per il delitto di Mino Pecorelli si è parlato di un "mandato"...
"L'equivoco sta in un passaggio riduttivo: le parole di Buscetta sono state interpretate come se avesse fatto riferimento ad un "omicidio su mandato"".
Invece?
"Invece lo spiegò con chiarezza Buscetta: "Non ho mai voluto dire che quell'omicidio era stato commesso su richiesta di Andreotti. Io parlavo di un possibile "interesse" di Cosa Nostra..."".
Può precisare meglio?
"Intanto, Buscetta disse che non lo riteneva un delitto tipicamente mafioso. E questo servì in appello per l'assoluzione di Calò e La Barbera, i mafiosi. Per lui si poteva pensare, al più, ad un'azione eseguita dall'organizzazione mafiosa o da singoli mafiosi decisi a fare un favore. Quindi, non "un mandato a uccidere". Mai inteso dire altro".
Quella di Buscetta fu una ritrattazione?
"No. Una specificazione".
Avevano interpretato le sue parole in ben altro modo i magistrati di Perugia, e di Palermo...
"A Perugia venne interrogato nel settembre '96 e fu chiaro, al di là di ogni diversa interpretazione. Ma già nel gennaio '96, deponendo per il processo di Palermo, durante un'udienza in trasferta a Padova, aveva detto le stesse cose. Solo che da un punto di vista mediatico...".
Stiamo parlando dei magistrati, non dei cronisti. La sentenza d'appello avrebbe tenuto conto dell'interpretazione e non delle parole di Buscetta?
"Posso solo dire che l'affermazione chiarificatrice c'era già nel processo di Palermo, dieci mesi prima".
Da Ciriaco De Mita abbiamo saputo che Falcone non considerava Lima un mafioso. A maggior ragione si dovrebbe ritenere lo stesso per Andreotti, seppur processato a Palermo per associazione mafiosa e non per "concorso esterno". E Buscetta? Per Buscetta Lima e Andreotti chi erano?
"Buscetta mi ha sempre ripetuto che, intanto, il mafioso è siciliano. Che, fatta eccezione per un paio di calabresi ed un paio di napoletani, non ci sono uomini d'onore non siciliani. Per il resto, gli "organici" erano i Salvo, gli esattori. Ma lo stesso Lima stava in posizione diversa, appunto perché uomo politico, e quindi mai considerato un organico".
Nemmeno Lima mafioso?
"Apparteneva al settore tenebroso e difficile da decifrare delle collusioni tra mondo politico e mafia, quello che c'è stato e ci sarà sempre, credo. Un mondo trasversale...".
Trasversale fino a sfiorare politici di ogni colore?
"Io so per certo che per Buscetta le collusioni non avevano barriere ideologiche".
Che cosa sa lei? Di chi sa?
"Di un grosso personaggio della sinistra, del Pci, che Buscetta sapeva essere stato "combinato" in Cosa Nostra".
Un comunista di allora?
"Sì, c'erano quelli che combattevano e venivano uccisi. E qualche altro molto vicino all'organizzazione".
Lo sanno anche i magistrati?
"Gli interrogatori si concentrano su fatti specifici. Lui preferì non verbalizzare. Poi, combattuto, scrisse quel nome sulle bozze di un libro. E prima della stampa lo cancellò".
Felice Cavallaro"Il Corriere della sera"
L'EX ESPONENTE DEL PCI
ROMA - Sorride soddisfatto Emanuele Macaluso, anima storica del Pci e poi suo spirito critico, quando sente che Andreotti è stato assolto in via definitiva: "Io ho avuto la pazienza di leggere tutta la sentenza precedente che lo condannava e ho visto che non aveva né capo né coda, era fondata sulle dichiarazioni di un solo pentito, Tommaso Buscetta. E poi l'insensatezza della motivazione: Andreotti, che navigava nei mari tempestosi del suo partito, del suo Paese, dei rapporti internazionali, un uomo che aveva il potere che aveva, avrebbe dovuto temere un giornalista del sottobosco romano come Pecorelli? L'ho anche scritto in un libro: "Finirete per mettere Andreotti sull'altare. Lui seguirà diligentemente il processo e sarà una star"". Parole rivolte a chi?
"A chi ha confuso responsabilità politica con responsabilità penale. Responsabilità politiche, Andreotti ne aveva di molto pesanti, anche rispetto alla lotta alla mafia: il suo atteggiamento del "quieto vivere" nei confronti di Cosa nostra alla fine la ha rafforzata. Detto questo, un tribunale non può giudicare 40 anni di storia italiana. Attirandomi attacchi e insulti dal partito, ho sempre detto che quella era una via sbagliata, anche perché avrebbe creato sfiducia sia nella giustizia che nella politica".
Una critica a Luciano Violante, che era presidente della commissione Antimafia che avviò l'accusa, o a tutta la classe politica di 10 anni fa?
"Ora tutti parlano di Violante, invece non si deve dimenticare che la sua relazione all'Antimafia venne votata da tutti i componenti tranne il Msi (che però chiedeva una posizione ancora più dura) e la voce contraria del radicale Marco Taradash".
In commissione sedevano anche democristiani; liberali; esponenti socialisti; il rappresentante della Lega; oltre a Pds, Psdi, Rifondazione comunista, Verdi, Rete.
"Nessuno si dissociò dal documento che portava il nome del relatore pds Violante. Fu un atto di quello che chiamo il periodo della viltà del mondo politico".
Nel centrodestra ora qualcuno chiede che i giudici che nel grado precedente alla Cassazione avevano ritenuto colpevole Andreotti "paghino l'errore commesso" .
"Sarebbe sbagliatissimo, un atto di autoassoluzione della politica, che invece è la vera responsabile di questa storia, altro che i giudici".
Daria Gorodisky"La Sicilia"
E adesso sotto accusa è Violante
La sentenza riaccende lo scontro sull'uso dei pentiti. "Toghe rosse dirette dal leader Ds"
Roma. La sentenza della Cassazione chiude definitivamente una vicenda giudiziaria lunga e tormentata, iniziata nell'aprile '93 con le rivelazioni del pentito di mafia Tommaso Buscetta. E scoppia la polemica sull'uso e sulla credibilità data alle rivelazioni dei pentiti.
La Cassazione, con il ribaltamento della sentenza, ha infatti posto dei paletti ben precisi in tema di collaboratori di giustizia. Quando si parla di mandato di un omicidio, ha stabilito la Suprema Corte, la chiamata de relato da parte di un collaboratore di giustizia deve essere non solo intrinsecamente attendibile ma anche sorretta "da convergenti e individualizzanti riscontri estrinseci" relativi al fatto e alla specifica condotta dell'accusato, in veste di mandante".
Se per il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini "finalmente anche la magistratura italiana ha reso onore alla storia di milioni di democratici italiani", per l'ex presidente del Senato Nicola Mancino "l'assoluzione demolisce un teorema costruito intorno alla morte di Pecorelli e dà credibilità alla giustizia". "Finalmente è finita", ha sbottato il ministro Rocco Buttiglione. "Una speculazione decennale - sottolinea ancora Buttiglione - tesa ad infangare uno dei massimi politici europei ed anche la Democrazia Cristiana con la sua tradizione politica che ha dato la libertà al paese, è stata finalmente sconfessata. Auguri al presidente Andreotti dopo tanta sofferenza è stata finalmente riconosciuta la verità".
Il presidente dei senatori di Forza Italia Renato Schifani ha osservato che "è una sentenza dai molteplici benefici effetti". Certo è "che non sarà facile rimuovere quel macigno di iniquità che le iniziative giustizialiste di taluni hanno posto sulla strada della verità". E se il responsabile Giustizia di FI Giuseppe Gargani nota che questa sentenza "chiude la stagione dell'antimafia di Violante", per Gianfranco Rotondi (Udc) si apre "una "questione Violante". Non possiamo dimenticare che fu lui a assaltare Andreotti ai tempi in cui era Presidente dell'Antimafia". Più duro l'avvocato Carlo Taormina (Fi): "Andreotti e Vitalone, due martiri delle toghe rosse agli ordini di Violante. La centrale operativa di Violante, cioè, la Commissione Parlamentare Antimafia - sostiene Taormina - fu la fucina delle "veline" da spedire ai Giovanni Salvi di Roma e ai Caselli di Palermo. Violante deve essere cacciato dalla politica per aver riempito di fango il Paese".
"Comincio a ritenere che sia possibile ristabilire in Italia uno Stato di diritto in cui vigga la ragione del giusto processo in tutti i distretti giudiziari". Il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga commenta così l'assoluzione di Andreotti. "Certo - aggiunge Cossiga - a Milano e a Palermo ci vorrà un po' più di tempo...". Il ministro Maurizio Gasparri (An) si chiede se la "magistratura avrà il coraggio dell'autocritica davanti al Paese".
"Una sentenza che interviene dopo tanti anni dalla commissione del fatto non può essere una sentenza giusta", ha detto la responsabile giustizia dei Ds, Anna Finocchiaro. "Per me un motivo di grande sollievo - ha proseguito - Il fatto che uno degli uomini politici più rappresentativi della storia della Repubblica italiana non venga ritenuto un mandante di un'omicidio dovrebbe essere un sollievo per il Paese".
Elisabetta MartorelliANSA:
PECORELLI: AVVOCATO SBACCHI, SU PROCESSO PALERMO NON PARLO
"Sul processo di Palermo non parlo: c' e' un ricorso pendente in Cassazione e non mi sembra corretto esprimere valutazioni". L' avvocato Gioacchino Sbacchi, uno dei componenti del collegio di difesa di Giulio Andreotti, preferisce non fare commenti sull' unico procedimento ancora in corso nei confronti del senatore a vita.
"Abbiamo le nostre ragioni e le faremo valere - spiega - ma nelle sedi opportune". Il legale parla invece della decisione della Suprema Corte di annullare senza rinvio la sentenza della Corte d' assise d' appello di Perugia che condannava Andreotti a 24 anni di reclusione per l' omicidio Pecorelli. "E' la conferma - dice - che il sistema Giustizia funziona, sia pure con molte lentezze. Non possiamo dimenticare che questi dieci anni sono stati devastanti per la vita del senatore Andreotti".
Il penalista esprime anche un giudizio su come e' stata condotta l' inchiesta Pecorelli: "Certi processi - sostiene - non dovrebbero cominciare. Una volta raccolte le dichiarazioni di un collaboratore era giusto svolgere le necessarie indagini, ma occorreva archiviarle subito dopo in assenza di qualunque riscontro".
Ma la sentenza della Cassazione sul processo di Perugia incidera' anche su quello di Palermo? L' avvocato Sbacchi ribadisce di non volere entrare nel merito di un procedimento ancora pendente: "Lo abbiamo fatto con i motivi del nostro ricorso. Mi limito ad osservare che l' arco temporale che riguarda la vicenda Pecorelli coincide in larga misura con il periodo nel quale, secondo la Corte d' appello di Palermo, il senatore Andreotti avrebbe tenuto una condotta discutibile".ANSA:
PECORELLI:BOCCHE CUCITE AL PALAZZO GIUSTIZIA DI PALERMO
NON PARLANO PM DEL PROCESSO, ANCHE LA DIFESA PREFERISCE SILENZIO
(di Francesco Nuccio)
Bocche cucite al Palazzo di Giustizia di Palermo il giorno dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto Giulio Andreotti dall' accusa di essere il mandante dell' omicidio di Mino Pecorelli "per non avere commesso il fatto", annullando la condanna a 24 anni inflitta dalla Corte d' Assise d' appello di Perugia.
I Pm del processo di primo grado - Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli - non commentano la decisione della Suprema Corte. Ed anche l' avvocato Gioacchino Sbacchi, uno dei componenti del collegio di difesa di Andreotti, preferisce il silenzio ai facili collegamenti tra le due vicende giudiziarie: "Sul processo di Palermo non parlo. C' e' un ricorso pendente in Cassazione e non mi sembra corretto esprimere valutazioni. Abbiamo i nostri buoni motivi e li faremo valere nelle sedi opportune".
I due procedimenti, quello di Perugia e quello di Palermo, sono formalmente distinti. Ma a nessuno sfugge che la sentenza della Cassazione demolisce, quanto meno per i fatti del processo di Perugia, la credibilita' di uno dei testi chiave dell' accusa: Tommaso Buscetta. A non aver superato il vaglio dei magistrati di legittimita' sono state infatti proprio le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, che aveva detto di aver appreso da Gaetano Badalamenti che il delitto era stato eseguito nell' "interesse" del senatore a vita.
Ma al tempo stesso la Cassazione ha dettato linee di condotta strette e precise nella valutazione dei pentiti. "In tema di prova del mandato omicidiario - scrivono infatti i giudici - l' indicazione di un possibile 'interesse' del mandante all'uccisione della vittima, non costituisce di per se' sola, riscontro estrinseco, come ipotetico 'movente' della chiamata in reita' 'de relato' di un collaboratore di giustizia". Insomma Buscetta andava preso con le pinze e riscontrato in ben altro modo che non con la sua stessa parola, come hanno - del resto - posto in evidenza piu' volte dallee arringhe dei difensori di Andreotti, gli avvocati Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi.
La sentenza della Cassazione viene anche ad interferire sulle parti in qualche modo contigue delle vicende processuali di Palermo e di Perugia a carico di Andreotti. Segna un precedente che tornera' presto all' esame degli "ermellini", avendo tanto Andreotti quanto il Pg impugnato l' assoluzione di secondo grado di Palermo L' accusa di associazione mafiosa sostenuta dalla Procura di Palermo individua infatti un "rapporto triangolare" tra Andreotti, i cugini Salvo, Badalamenti e Bontade. E sarebbe stata proprio questa connection, a detta di Buscetta, a determinare l' uccisione di Mino Pecorelli, richiesta da Andreotti a Badalamenti e Bontade, allora incontrastati boss di Cosa Nostra, attraverso i potenti cugini Salvo, Nino ed Ignazio, esattori di Salemi da sempre democristiani, prima cerniera tra mafia e politica individuata da Giovanni Falcone nel 1984.
La Corte d' appello di Palermo, pur assolvendo il senatore a vita, non aveva tuttavia contraddetto la sentenza di Perugia, sostenendo che Andreotti avrebbe intrattenuto rapporti amichevoli con esponenti di Cosa Nostra fino al 1980, cioe' un anno dopo l' omicidio Pecorelli. Una vera e propria partecipazione del senatore Andreotti all' associazione mafiosa, "apprezzabilmente protrattasi nel tempo", ma ormai in prescrizione. Ed e' proprio per cancellare quest' ultima 'macchia' che i difensori di Andreotti hanno presentato una settimana fa un ricorso in Cassazione per chiedere una riabilitazione "piena" del loro assistito. Una strada seguita ieri anche dalla Procura Generale, che ha deciso di impugnare la sentenza di assoluzione, quando gia' era nota la requisitoria innocentista del Pg di Cassazione per la vicenda Pecorelli. La parola passa adesso nuovamente alla Suprema Corte, per il suggello definitivo su una delle vicende giudiziarie piu' discusse e controverse della storia italiana.ANSA:
PECORELLI: BONGIORNO, UN MISTERO DIECI ANNI DI PROCESSO
BUSCETTA RITRATTO', MOLTI PENTITI POI PARLARONO PER PROTAGONISMO
"E' un mistero come siamo stati dieci anni a fare un processo, visto che l'accusa dalla quale era originato era gia' stata rimangiata dal pentito". E' il commento dell'avvocato Giulia Bongiorno, uno dei tre legali di Giulio Andreotti, il giorno dopo la sentenza della Cassazione. L'accusa a cui fa riferimento e' quella formulata da Buscetta.
Ma Don Masino ha mai accusato esplicitamente Andreotti? "In realta' - risponde Bongiorno - se si analizza la sequenza di affermazioni di Buscetta, si nota un'anomalia. La sua primissima dichiarazione, quella che ha innescato il processo, e' stata fatta il 6 aprile '93 e riportata in un verbale, ma poi e' stata disconosciuta. Solo in quel verbale, Buscetta diceva di aver saputo che l'omicidio Pecorelli era stato commesso 'nell'interesse' di Andreotti. Successivamente, gia' a partire da due mesi dopo, il pentito ha sempre dichiarato di non aver mai detto che Andreotti aveva chiesto di uccidere il giornalista". E proprio la modalita' con cui i collaboratori di giustizia hanno fatto le loro rivelazioni, spiega, per l'avvocato, l'esito della sentenza di ieri. "Dal dispositivo - afferma - credo che si intuisca che e' stato accolto uno dei motivi principali per cui abbiamo presentato ricorso in Cassazione. Tutte le accuse fatte dai pentiti non si basavano su dati concreti, ma riferivano fatti appresi 'de relato', ossia da terzi. Il riscontro oggettivo non c'e"'. L'intera vicenda riapre, comunque, l'annosa questione dell'uso dei collaboratori di giustizia. "Molti dei pentiti - sottolinea Bongiorno - hanno fatto dichiarazioni solo per protagonismo giudiziario o per acquisire meriti. Ritengo che ci voglia davvero piu' cautela. Non si puo' processare una persona sulla base delle dichiarazioni di soggetti pronti, fino al giorno prima, a uccidere dietro compenso".ANSA:
PECORELLI: FIGLIO, REO LIBERO MEGLIO DI INNOCENTE IN CELLA
"Noi cercavamo un colpevole al di sopra di ogni ragionevole dubbio e il processo cosi' come e' stato impostato non ci avrebbe garantito questa sicurezza. Forse e' meglio un colpevole libero che un innocente detenuto". Andrea Pecorelli, figlio del giornalista Mino Pecorelli, cosi' commenta ai microfoni del tgLA7 all' indomani della sentenza che sancisce, in via definitiva, l' innocenza del senatore a vita Giulio Andreotti cosi' come quella di Gaetano Badalamenti.
"Oggi non e' il momento politico giusto per scoprire la verita' - dice il figlio di Pecorelli - un terzo grado di processo di merito non si era mai fatto, probabilmente e' stato fatto per l' importanza dell' imputato".
"Buscetta stato il primo pentito ed ha smantellato la cupola mafiosa. Ci sono mafiosi eccellenti che sono in galera per le sue dichiarazioni. Fino a tre giorni fa Buscetta era un pentito assolutamente attendibile. Ora - ha aggiunto Andrea Pecorelli - abbiamo scoperto che cosi' non e'. E all