Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 - novembre |
14 novembre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: DIFESA PREPARA UNA MAXI MEMORIA
ANSA:
La difesa di Giulio Andreotti ha annunciato la presentazione di una maxi memoria che concludera' le arringhe al processo di Palermo. Nel documento saranno fissate le tesi difensive sui singoli capitoli della vicenda giudiziaria. Si prevede che la memoria venga depositata nell' udienza del 28 novembre. Oggi e' intanto intervenuto l'avvocato Gioacchino Sbacchi che, sul tema dei rapporti tra il senatore e i cugini Nino e Ignazio Salvo, ha affrontato il caso del vassoio d'argento. L'accusa lo ha indicato come il regalo di Andreotti per le nozze tra Angela Salvo, figlia di Nino, e il medico Gaetano Sangiorgi. Il senatore ha sempre negato di avere avuto rapporti con i Salvo (ha ammesso solo un occasionale incontro in una occasione pubblica) e di conseguenza di avere inviato un regalo di nozze di cui hanno parlato anche i collaboratori Vincenzo Sinacori, Giovanni Brusca e Gioacchino Pennino. Il vassoio fu acquistato, sostiene ancora l'accusa, dal notaio romano Salvatore Albano il quale ha detto che invio' il regalo a titolo personale e non per conto di Andreotti.16 novembre 2002 – PROCESSO PECORELLI: LE RICHIESTE DELL’ ACCUSA
"Il Corriere della sera"
"Delitto Pecorelli, condannate Andreotti"
Processo d'appello a Perugia, l'accusa gioca la carta del memoriale Moro e chiede 24 anni
DAL NOSTRO INVIATO
PERUGIA - L'ultimo, disperato tentativo di sostenere la richiesta di condanna per tutti gli imputati accusati dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli del sostituto procuratore generale Sergio Matteini Chiari, arriva a sorpresa.
Davanti al presidente della Corte d'Assise d'Appello, Gabriele Verrina, che lo sollecita a rispettare la mezz'ora di tempo concessa a tutte le parti per le repliche, il magistrato torna a sostenere la tesi che il direttore di Op è stato ucciso il 20 marzo '79 a Roma per ordine di Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, perché aveva intenzione di pubblicare parti inedite del memoriale di Aldo Moro.
Il pg deposita una memoria all'interno della quale sono inserite due pagine del testo dello statista ucciso dalle Brigate Rosse ritrovate, insieme con le altre, nel covo dei terroristi di via Montenevoso, a Milano, nell'ottobre 1990: invita i giudici a leggere con attenzione le carte e rinnova l'esortazione a ritenere attendibili le dichiarazione del pentito storico di Cosa Nostra, Tommaso Buscetta, il boss che con le sue "rivelazioni" nell'aprile '93 ha puntato l'indice contro il senatore a vita e contro Vitalone.
La replica degli avvocati di Andreotti, Franco Coppi e Giulia Bongiorno, è durissima: "E' l'ultimo tentativo di resurrezione dell'accusa: il testo prodotto è una vecchia versione del memoriale Moro, che era stata trascritta dalla polizia giudiziaria e che contiene oltre cento errori rispetto a quella ufficiale versione corretta".
E' la tarda mattinata di una giornata plumbea ed afosa. Dopo l'ennesimo "match" tra accusa e difesa, la Corte d'Assise d'Appello si ritira in Camera di consiglio per emettere la sentenza di secondo grado nel processo per l'assassinio di Pecorelli nell'aula-bunker di Capanne, alla periferia del capoluogo umbro. I giudici debbono decidere la sorte di sei imputati: Andreotti e Vitalone, insieme con i boss della mafia Pippo Calò e Gaetano Badalamenti, sono stati indicati dai magistrati come i "mandanti" del delitto, il killer delle Cosche Michelangelo La Barbera e l'ex esponente della famigerata Banda della Magliana, Massimo Carminati, come gli esecutori materiali.
Al termine della requisitoria Matteini Chiari ha chiesto per tutti la condanna a 24 anni di reclusione: il processo in Corte d'Assise si è concluso, 3 anni fa, con un'assoluzione generale "per non aver commesso il fatto". Davanti ai giudici di secondo grado, per un dibattimento stavolta relativamente breve (è iniziato lo scorso 13 maggio), accusa e difesa sono dunque tornati a confrontarsi sugli argomenti che la Procura di Perugia ha riproposto presentando l'appello, dopo mille incertezze, all'ultima ora del giorno in cui scadevano i termini. Un impianto accusatorio, quello dei pm, basato quasi esclusivamente sulle parole di Buscetta, secondo il quale l'omicidio del direttore del settimanale era stato organizzato da uomini delle Cosche nell'"interesse" di Giulio Andreotti.
Nella motivazione della sentenza di primo grado, i giudici avevano giustificato la decisione di assolvere gli imputati sostenendo che le tessere del mosaico accusatorio non combaciavano perfettamente.
La Corte d'Assise aveva sottolineato l'inesistenza della prova del collegamento tra la mafia e la Banda della Magliana e tra Giulio Andreotti ed il delitto e del coinvolgimento nella mafia nella spietata esecuzione di Pecorelli: il dibattimento si era concluso, dopo 162 udienze andate avanti per tre anni e mezzo, il 24 settembre del 1999.
Adesso è scattato il conto alla rovescia per la nuova sentenza.
Flavio Haver16 novembre 2002 – PROCESSO PECORELLI: DALL’ OMICIDIO AL PROCESSO D’ APPELLO
"La Gazzetta del sud"
DALL'OMICIDIO AL PROCESSO D'APPELLO
Il giornalista fu ucciso il 20 marzo 1979
PERUGIA - Carmine "Mino" Pecorelli viene ucciso a Roma il 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola calibro 7.65 poco dopo avere lasciato la redazione di "Op". Alle 20.40 il delitto viene segnalato alla sala operativa dell'Arma da Ciro Formuso, carabiniere ausiliario di passaggio in via Orazio dove il giornalista aveva lasciato la sua autovettura. Viene aperta un'inchiesta a carico di ignoti affidata al magistrato di turno, dottor Mauro, e a Domenico Sica. Nell'indagine vengono coinvolti Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti. Il 15 novembre del 1991 il giudice istruttore Francesco Monastero proscioglie tutti gli indagati per non avere commesso il fatto. Il 6 aprile 1993 Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, accusa Giulio Andreotti e le indagini ripartono. Due giorni dopo il verbale del pentito viene inviato dai Pm siciliani a quelli di Roma che il 14 aprile iscrivono Andreotti nel registro delle notizie di reato. Il 29 luglio il Senato concede l'autorizzazione a procedere per l'ex presidente del Consiglio. In base alle dichiarazioni di Buscetta il pm Giovanni Salvi indaga anche Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò. Nell'agosto '93 le dichiarazioni dei pentiti della banda della Magliana, in particolare quelle di Vittorio Carnovale, coinvolgono l'allora pm romano Claudio Vitalone. Il 17 dicembre 1993 l'inchiesta arriva alla procura di Perugia, competente a indagare sui magistrati romani. Nel capoluogo umbro Vitalone viene ufficialmente iscritto nel registro delle notizie di reato. In base alle accuse dei pentiti Fabiola Moretti e Antonio Mancini il 7 gennaio 1995 i pm umbri indagano Michelangelo La Barbera e chiedono la riapertura dell'inchiesta su Carminati. Il 20 luglio 1995 l'allora procuratore capo Nicola Restivo e i sostituti Fausto Cardella e Alessandro Cannevale depositano la richiesta di rinvio a giudizio, con l'accusa di omicidio, per Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera e Carminati. Quest'ultimo chiede e ottiene di essere processato con il rito immediato, saltando così l'udienza preliminare. Il 5 novembre '95 il gip Sergio Materia rinvia a giudizio gli altri cinque imputati. L'11 aprile del 1996 comincia formalmente il processo. A presiedere la Corte d'assise è Paolo Nannarone, che però risulta incompatibile in base alla sentenza della Corte costituzionale sul doppio ruolo dei giudici. Lo sostituisce Giancarlo Orzella, e il 6 giugno '96 il processo entra nel vivo. Il 30 aprile i Pm chiedono l'ergastolo per tutti gli imputati. Il 4 agosto cominciano a parlare le parti civili e le difese. Il 24 settembre '99 la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati "per non avere commesso il fatto". Il 13 maggio 2002 comincia il processo d'appello. Ieri la camera di consiglio.17 novembre 2002 – PROCESSO PECORELLI: ANDREOTTI E BADALAMENTI CONDANNATI IN APPELLO
ANSA:
(di Claudio Sebastiani)
Il senatore a vita Giulio Andreotti e' il mandante dell' omicidio di Carmine, "Mino" per gli amici, Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola. E' colpevole di quel delitto cosi' come il boss della mafia Gaetano Badalamenti. A sostenerlo e' la Corte d' assise d' appello di Perugia che ha ribaltato, contro tutte le previsioni, la sentenza di primo grado. Una decisione choc, arrivata questa sera dopo quasi 54 ore di camera di consiglio, senza che niente potesse far prevedere quella che e' stata una vera e propria rivoluzione. Al termine di un processo nel quale all' accusa era stata negata la riapertura parziale del dibattimento. Andreotti, Badalamenti, Claudio Vitalone e Giuseppe Calo', ritenuti dall' accusa i mandanti dell' omicidio Pecorelli, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati erano stati infatti tutti assolti in primo grado, il 24 settembre del 1999, per non avere commesso i fatti che venivano loro addebitati. Ora i giudici di secondo grado dicono che invece per almeno due di loro le accuse sono giustificate. Tanto giustificate da meritare una condanna a 24 anni di reclusione per un ex presidente del Consiglio e per un, presunto, boss mafioso. "Colpevoli del delitto previsto dall' articolo 575 del codice penale (cioe' di omicidio - ndr)" legge con calma in aula il presidente della Corte d' assise d' appello, Gabriele Lino Verrina, mentre Giulia Bongiorno, uno dei difensori di Andreotti, crolla sulla sua poltrona prima di correre a telefonare la notizia al "Presidente" con gli occhi arrossati. Una sentenza che accoglie, almeno per Andreotti e Badalamenti, le richieste del pm che aveva sollecitato anche la concessione delle attenuanti generiche considerate "equivalenti alle aggravanti", scongiurando cosi' la condanna all' ergastolo. Cosa ha portato la Corte a riformare parzialmente la sentenza di primo grado lo si leggera' nella sentenza. Il giudice "a latere" Maurizio Muscato avra' comunque 90 giorni per scriverla "considerata la particolare complessita' del caso" e' scritto nel dispositivo. Quello che successo appare comunque gia' ora sufficentemente chiaro. I giudici devono avere creduto alla ricostruzione dell' omicidio Pecorelli fatta da Tommaso Buscetta, a quella confidenza ricevuta proprio da Badalamenti. "Mi disse – ha sempre sostenuto don Masino riferendosi a Badalamenti - che quel delitto lo fecero loro, lui e Stefano Bontate, perche' interessava ad Andreotti". Un omicidio "della mafia" – hanno sostenuto i pm - ma "non di mafia", deciso per eliminare un giornalista considerato "scomodo" per l' ex presidente del Consiglio. Le affermazioni fatte da Buscetta vennero ritenute gia' attendebili dai giudici di primo grado, nei quali pero' si era insinuato il dubbio che non genuine potessero essere le confidenze ricevute. La Corte ritenne infatti che quella di Badalamenti potesse essere una sorta di millanteria per accreditarsi agli occhi di Buscetta. E invece le cose non andarono cosi', ha quasi sicuramente ritenuto il collegio giudicante d' appello. La Corte di secondo grado deve avere creduto alle parole di Buscetta e alle dichiarazioni autoaccusatorie di Badalamenti, ai riscontri forniti dall' accusa, anche per dirlo con certezza sara' necessario attendere le motivazioni delle due condanne. A chi non hanno invece creduto i giudici sono stati invece i pentiti della "banda della Magliana". A Fabiola Moretti e ad Antonio Mancini. Sono loro ad accusare gli altri quattro imputati. Lo fanno pero' non riferendo episodi di loro conoscenza diretta, ma appresi da quelli che erano considerati i boss della "banda della Magliana", Danilo Abbruciati e Renato De Pedis, entrambi morti nel frattempo. Sono Moretti e Mancini a chiamare in causa Vitalone e Calo', a parlare dei killer, di "Angiolino il biondo" identificato poi in La Barbera e di Carminati, estremista della destra romana noto per avere perso un occhio. Ma perche' Andreotti e Badalamenti dovevano voler morto Pecorelli?. Perche' dalle pagine di "Op, Osservatorio politico", il settimanale che dirigeva, poteva svelare fatti e circostanze potenzialmente letali - secondo i pm - per la carriera politica dell' ex presidente del Consiglio. In particolare il giornalista - sempre secondo la ricostruzione accusatoria - era venuto in possesso di parti inedite del memoriale di Aldo Moro attraverso la sua amicizia con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Carte per le quali entrambi sarebbero stati eliminati. Individuare un movente unico e' difficile e la stessa accusa ne ha proposti diversi, dalla vicenda degli "assegni del presidente" allo scandalo Italcasse. Secondo Franco Coppi, un altro dei difensori di Andreotti, nel processo perugino l' accusa nei confronti del suo assistito si era "sgretolata". Cosi' invece non e' stato. Per la Corte d' assise d' appello di Perugia Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti sono da stasera i mandanti dell' omicidio di Carmine, "Mino" per gli amici, Pecorelli.Mentre il presidente della Corte d' assise d' appello stava leggendo la sentenza per l' omicidio di Mino Pecorelli, l' avvocato Giulia Bongiorno, uno dei legali di Giulio Andreotti, e' crollata sulla sedia. La Bongiorno era accanto al prof. Franco Coppi, un altro dei legali di Andreotti. L' avvocato Bongiorno e' corsa poi fuori dall' aula per telefonare.
"E' una follia non ci sono altre parole per commentare questa sentenza". E' questo il commento dell' avvocato Gioacchino Sbacchi, legale di Giulio Andreotti, alla sentenza della corte d' appello di Perugia che ha parzialmente riformato il giudizio di primo grado per l' omicidio di Mino Pecorelli, condannando a 24 anni il senatore a vita. Sbacchi assiste Andreotti, insieme all' avvocato Franco Coppi, nel processo d' appello in corso a Palermo, che vede imputato l' ex presidente del consiglio per associazione mafiosa.
"Una sentenza sconcertante": questo il primo commento di Franco Coppi, avvocato di Giulio Andreotti, subito dopo la lettura della sentenza d' appello. "Fanno piacere le assoluzioni degli altri imputati – ha continuato Coppi parlando con i cronisti - ed ora aspettiamo di conoscere le motivazioni della sentenza che riguarda Andreotti". La sentenza - secondo Coppi - sembra delineare "un delitto con i mandanti, ma senza esecutori. In questo modo la sensazione e' che siano stati ritenuti attendibili i pentiti".
"Il merito della vicenda sara' valutato con la lettura delle motivazioni della sentenza; questa condanna smentisce un luogo comune che si stava diffondendo fra i cittadini: che ci sono due pesi e due misure e che gli imputati considerati potenti dovevano essere sempre e inesorabilmente assolti". Lo afferma Antonio Ingroia, segretario di Md a Palermo e pm del processo al senatore Marcello Dell' Utri. "Credo comunque - aggiunge - che questa sentenza vada accolta in modo molto pacato, contrariamente a come e' stata accolta la notizia dell' assoluzione di questo processo e di quello che si e' svolto a Palermo. In quell' occasione, prima ancora di conoscere le motivazioni della sentenza, c' e' stata una criminalizzazione ingiusta dei pm che avevano sostenuto l' accusa nel processo al senatore, imputato di associazione mafiosa". "Il processo che si e' chiuso a Perugia - osserva il Pm - e' un caso, come quello di Palermo, non ancora definitivo e dove la parola fine verra' posta dalla Cassazione".
Per la gente quello per l' omicidio di Mino Pecorelli e' stato il processo a Giulio Andreotti, ma per la giustizia gli imputati erano sei. Oltre al senatore a vita e a Gaetano Badalamenti, oggi condannati in appello a 24 anni, ecco chi sono gli altri quattro, tutti assolti.
Claudio Vitalone e' nato a Reggio Calabria il 7 luglio 1936, ma da anni risiede a Roma. Sposato con quattro figli si laurea in giurisprudenza e dal 1961 e' magistrato. E' stato sostituto procuratore presso la procura della Repubblica e la procura generale della capitale. Vitalone comincia a svolgere attivita' politica nel 1952 iscrivendosi ai gruppi giovanili della Dc. Eletto senatore quattro volte, la prima il 3 giugno '79 nel collegio di Tricase, e' ministro del commercio estero nel Governo di Giuliano Amato e presiede varie commissioni, come l'antimafia e quella inquirente per i procedimenti di accusa. Ha svolto l'incarico di sottosegretario agli affari esteri nel sesto e settimo esecutivo guidato da Giulio Andreotti. A livello europeo e' stato coordinatore per l' Italia della lotta alla droga in seno alla Cee. Si e' dimesso da senatore il 6 agosto del 1992.
In carcere, ma in Italia, Giuseppe Calo' che sta scontando l' ergastolo per la strage del rapido 904. Palermitano, 68 anni, quello che e' considerato il cassiere della mafia e' accusato di essere stato il capo della famiglia di Porta nuova dopo avere giurato davanti a Tommaso Buscetta. Venne arrestato, nel marzo '85, a Roma dove - secondo i magistrati - era conosciuto come Mario Agliadoro. Sarebbe stato il collegamento tra mafia e criminalita' organizzata.
A Cosa nostra apparterrebbe anche Michelangelo La Barbera, 56 anni, originario di Palermo. Come Calo' e' sottoposto al 41 bis per l' omicidio del cognato Salvatore Inzerillo.
Assolto anche Massimo Carminati, nato a Milano 41 anni fa. Accusato di avere fatto parte dell' eversione di destra, dei Nar, sarebbe stato in contatto con la banda della Magliana. Ha perso l' occhio destro in un conflitto a fuoco.Sono due umbri Alessandro Cannevale e Sergio Matteini Chiari, i pm che hanno sostenuto l' accusa nel processo di secondo grado per l' omicidio di Mino Pecorelli.
Matteini Chiari, 61 anni, e' nato e cresciuto a Perugia. Entrato in magistratura nel 1967, l' anno successivo ha cominciato la carriera come giudice al tribunale di Belluno. E' quindi passato alla pretura di Gubbio, citta' dove ora vive. Dal 17 gennaio 1996 e' come sostituto alla procura generale presso la corte d' appello di Perugia della quale e' in questo periodo reggente. A breve lascera' pero' il ruolo di pm per assumere l' incarico di presidente di sezione presso la stessa Corte d' appello perugina.
Alessandro Cannevale, 47 anni, e' invece di origini ternane. Ha cominciato la carriera come pretore di Narni ed e' poi passato alla procura circondariale di Perugia. E' stato quindi trasferito a quella presso il tribunale dove ha fatto parte del pool che ha seguito le inchieste sulla cosiddetta "tangentopoli romana". Ha seguito con Fausto Cardella l' inchiesta sull' omicidio di Mino Pecorelli fin dalle prime battute.
Calabrese di origini e' invece Gabriele Lino Verrina, il presidente della Corte d' assise d' appello. In passato ha lavorato come giudice a Nuoro e a Spoleto. E' stato quindi pretore di Citta' di Castello prima di approdare alla Corte d' appello di Perugia.
Giudice "a latere" nel collegio e' stato invece Maurizio Muscato, originario dell' agrigentino. Anche lui ha lavorato come giudice a Spoleto prima di trasferirsi all' ispettorato del ministero della Giustizia dove e' rimasto per cinque anni. Qui l' approdo alla Corte d' appello di Perugia.Questo il testo della sentenza della Corte d'assise d'appello di Perugia con la quale sono stati condannati a 24 anni di reclusione Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti per l'omicidio di Mino Pecorelli.
"In nome del popolo italiano, la Corte di assise di appello di Perugia alla pubblica udienza del 17/11/2002 ha pronunciato la seguente sentenza: visti gli art. 591 e 592 c.p.p. dichiara inammissibile l'impugnazione proposta dall'imputato Claudio Vitalone e lo condanna al pagamento delle spese cui ha dato causa.
Visti gli art. 539, 542, 592, 605 c.p.p., 28 c.p.
in parziale riforma della sentenza in data 24/9/1999 della Corte d'assise di Perugia nei confronti di Calo' Giuseppe, Andreotti Giulio, Vitalone Claudio, Carminati Massimo, Badalamenti Gaetano e La Barbera Michelangelo, appellata dal procuratore della Repubblica presso il tribunale di Perugia, delle parti civili Pecorelli Andrea, Pecorelli Rosina e in via incidentale, da Pecorelli Stefano dichiara Badalamenti Gaetano e Andreotti Giulio colpevoli del delitto di cui agli art. 110, 575, 573, n.3 c.p. e, concesse le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alla circostanza aggravante della premeditazione, esclusa la circostanza aggravante di cui all'art. 112, n.1 c.p., condanna ciascuno dei predetti imputati alla pena di anni 24 di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, nonche' al pagamento in solido delle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio e di quelle sostenute dalle parti civili che liquida, quanto a Pecorelli Stefano, in euro 24.200, nonche' al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile assegnando al predetto a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva, euro 100.000, quando a Pecorelli Rosina, per entrambi i gradi di giudizio in euro 42.900, nonche' al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile, assegnando a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva, euro 50.000 e, quanto a Pecorelli Andrea in euro 24.200, nonche' al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile, assegnando a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva euro 100.000.
Conferma nel resto l'appellata sentenza nei confronti di Calo' Giuseppe, Vitalone Claudio, Carminati Massimo e La Barbera Michelangelo. Visto l'art. 544, comma 3/o, c.p.p., considerata la particolare complessita' del caso e, conseguentemente della motivazione, assegna il termine di giorni 90 per il deposito della motivazione della sentenza".Il processo per l' omicidio di Mino Pecorelli e' giunto, con la sentenza di oggi, al termine del suo secondo grado, a 24 anni dall' uccisione del giornalista. Saranno ora i difensori dei due condannati, Andreotti e Badalamenti, a decidere se presentare o meno ricorso in Cassazione contro la sentenza di appello, anche se l' impugnazione sembra scontata. Potra' altresi' presentare ricorso anche la pubblica accusa. Nel dispositivo della sentenza letto oggi dal presidente della Corte d' Appello di Perugia, Gabriele Lino Verrina, si da' tempo 90 giorni per la stesura delle motivazioni. Dopo la pubblicazione delle motivazioni, con le quali saranno a quel punto noti le ragioni che stanno alla base della sentenza, le parti hanno tempo 30 giorni per presentare ricorso alla corte suprema. Secondo quanto prevede l' art. 606 del codice di procedura penale, tra i motivi per cui si puo' presentare ricorso, "l' inosservanza o erronea applicazione della legge penale o altre norme giuridiche di cui si deve tener conto nell' applicazione della legge penale; mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta; mancanza o manifesta illogicita' della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento". Possono presentare ricorso sia gli imputati condannati, ovviamente per chiedere l' annullamento delle sentenza d' appello, sia il procuratore generale presso la corte d' appello per chiedere nuovamente la condanna di chi in secondo grado e' stato assolto. L' imputato, come previsto dall' art. 607 cpp, "puo' ricorrere in Cassazione contro la sentenza di condanna o di proscioglimento ovvero contro la sentenza inappellabile di non luogo a procedere". Nel caso in cui, passato il periodo di tempo previsto dal codice di procedura penale, nessuno presentera' ricorso in cassazione, allora la sentenza diventera' definitiva e quindi passera' in giudicato. Lo prevede l' art. 648 del codice di procedura penale, che recita: "sono irrevocabili le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali non e' ammessa impugnazione diversa dalla revisione. Se l' impugnazione e' ammessa, la sentenza e' irrevocabile quando e' inutilmente decorso il termine per proporla o quello per impugnare lì' ordinanza che la dichiara inammissibile". In ogni caso, sia se la sentenza dovesse divenire definitiva per mancanza di ricorso in cassazione, sia se dovesse essere confermata al termine del processo in cassazione dai giudici di Piazza Cavour, il senatore Andreotti, avendo superato i 75 anni (ne ha 83), non potra' mai essere condotto in carcere, ma dovra', eventualmente, scontare la pena in detenzione domiciliare.
Dunque, credibile Masino Buscetta, inattendibili i pentiti della banda della Magliana. Fu proprio Buscetta, infatti, a sostenere che l'omicidio di Mino Pecorelli fu organizzato da Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate (quest'ultimo deceduto da tempo), su richiesta dei cugini Salvo, nell'interesse di Giulio Andreotti. E che il movente era da ricercare nei segreti del sequestro Moro. Mai, pero', furono citati da Buscetta gli altri imputati del processo: nessun riferimento a Vitalone, ne' a Calo', come mandanti; nessun riferimento ai presunti esecutori materiali, Carminati e La Barbera. A coinvolgerli furono invece le dichiarazioni di alcuni discussi pentiti della cosiddetta banda della Magliana. Tutti ritenuti inattendibili, evidentemente, dai giudici d'appello perugini. Per cercare di capire, almeno in parte, la sentenza di questa sera, bisogna quindi tornare a 10 anni fa, esattamente al 26 novembre 1992, quando per la prima volta (l'ultima la fece a Perugia, al processo di primo grado) don Masino Buscetta parlo' del delitto Pecorelli. Senza citare Andreotti. Ai magistrati di Palermo disse: "Una notizia che ricordo con chiarezza e che mi fu data, in due occasioni successive e negli stessi termini, da Bontate Stefano e Badalamenti Gaetano, e' quella concernente l'omicidio del giornalista Pecorelli Mino, commesso a Roma... Il Bontate mi disse: 'anche l'omicidio di Pecorelli l'abbiamo fatto noi perche' ce l'hanno chiesto i Salvo'. Nel contesto del discorso quel 'noi' si riferiva chiaramente al Bontate stesso e a Badalamenti, ed era chiaro inoltre che si trattava di un omicidio 'personale' dei due, cioe' non deliberato dalla Commissione... Poi, nel 1982 a Rio de Janeiro, la stessa notizia mi fu data da Badalamenti Gaetano... Anche Badalamenti, che nulla sapeva dell'analogo precedente racconto a me fatto dal Bontate disse che l'omicidio del Pecorelli era stato fatto eseguire da loro due, su richiesta dei Salvo". Buscetta, che in un primo momento aveva pensato che si parlasse di un altro omicidio, chiese a Badalamenti che cosa c'entrassero i Salvo: "Badalamenti si mise a ridere, mi chiari' che egli stava parlando dell'omicidio di un giornalista di Roma, a nome Pecorelli, e che i Salvo ne avevano chiesto l'uccisione poiche' quegli disturbava politicamente. Egli non aggiunse altro, ne' io glielo chiesi". Nel corso di un successivo interrogatorio, il 6 aprile 1993, Buscetta - ormai deciso a parlare dei rapporti mafia-politica - coinvolse Andreotti32723m. "Secondo quanto mi disse Badalamenti, sembra che Pecorelli stesse appurando 'cose politiche' collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare quei segreti, inerenti al sequestro dell'onorevole Moro, segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla chiesa sono infatti cose che si intrecciano tra loro". Il 2 giugno '93, interrogato dai magistrati romani, all'epoca titolari dell'indagine sull'omicidio Pecorelli, Buscetta confermo' le dichiarazioni rese. Con qualche aggiunta e variante. Disse cosi' che "a dire di Bontate, la ragione dell'omicidio Pecorelli era nel fatto che Pecorelli dava fastidio ad Andreotti, in quanto stava appurando cose che gli erano d'ostacolo. Faccio presente che nel colloquio con Bontate non si parlo' espressamente di una richiesta di Andreotti, ma si fece esclusivamente riferimento ai Salvo". Buscetta aggiunse che anche Badalamenti - "il quale dichiarava di essersi incontrato con l'attuale senatore Andreotti a Roma" - "mi disse che l'omicidio era stato richiesto dai Salvo per fare un favore ad Andreotti". Buscetta ricordo' quindi "la regola ferrea, in Cosa Nostra, secondo la quale tra uomini d'onore si deve dire sempre la verita"'; "di conseguenza - aggiunse - Bontate e Badalamenti devono avermi detto il vero circa la richiesta ricevuta dai Salvo e questi, a loro volta, devono avere detto il vero a Badalamenti e Bontate circa le ragioni dell'omicidio". "Posso dire - prosegui' don Masino - che fu Badalamenti a dirmi che Giulio Andreotti era preoccupato che potessero trapelare segreti inerenti al sequestro di Moro. Ricordo che Badalamenti mi disse, quasi testualmente, che Andreotti era molto preoccupato perche' il giornalista stava tirando fuori delle porcherie; che il giornalista aveva fatto sapere ad Andreotti di conoscere queste cose e che Andreotti temeva che se fossero state rese pubbliche lo avrebbero danneggiato politicamente".
18 novembre 2002 – SENTENZA PECORELLI: DAI GIORNALI
"La Stampa"
TRA LUSINGHE, MINACCE E RICATTI: LA VERA STORIA DEI RAPPORTI TRA IL GIORNALISTA ASSASSINATO LA SERA DEL 20 MARZO 1979 E I PALAZZI DEL POTERE "Una raffica di notizie" Il "gioco pesante" di Op Ai politici chiedeva abbonamenti, finanziamenti e regalie. A volte implorava, a volte pretendeva. In base alle risposte, cambiava linea
A ripensarci bene, era ben strana anche la pubblicità: "Op, una raffica di notizie", con tanto di fori di proiettile a disegnare il logo della testata. Quando si dice la più cupa preveggenza. E non l'unica. A qualche mese dalla sua fine, l'avvocato molisano Mino Pecorelli, giornalista, pirata, conoscitore e frequentatore di tutti gli angiporti della Prima Repubblica, pubblicò sulla sua rivista una noticina "a futura memoria" - proprio così volle intitolarla - dopo aver ricevuto delle minacce: "I nostri lettori e coloro che ci stimano - scriveva con un incongruo plurale majestatis - saprebbero riconoscere immediatamente la mano che ha armato chi vorrà torcerci anche solo un capello".
TROPPI MANDANTI. E invece quando poco dopo arrivò il momento, non ci fu uno solo dei suoi lettori in grado di riconoscere la mano assassina, ma anzi andò in scena una sinistra e immaginosa proliferazione dei possibili mandanti. Chi disse Gelli, chi la Guardia di Finanza, chi i terroristi rossi, i neri, la mafia, i petrolieri e giù giù, fino ai falsari di De Chirico e ai mercanti del porno. Del resto Pecorelli aveva troppi amici e nemici; e inoltre appariva assai mobile negli affetti, litigava e faceva la pace con estrema facilità. Era un uomo gentile, anche colto, mediamente di buon gusto, forse appena un po' troppo abbronzato. Ma viveva nello stesso serraglio alienante dei capi ed ex capi dei servizi segreti, i Miceli, i Mino, l'ufficio I delle fiamme gialle, gli Affari Riservati del Viminale, Dalla Chiesa, la P2. Non solo loro, ovvio. Ma quelli valgono il triplo. "Si sentiva l'unico in Italia a poter attaccare certe persone". Quasi un epitaffio questo del generale Maletti: "Pecorelli aveva una baldanza che gli piaceva, si divertiva immensamente in quel suo gioco". Era un gioco pesante all'interno del potere. Quando venne interrotto, la sera del 20 marzo 1979 in una strada buia dietro piazza Cavour, Panorama pubblicò in copertina la scena del delitto e la scritta: "Questo morto non vi farà dormire". A 23 anni di distanza non c'è alcuno che possa smentire quell'altra profezia. Se non fosse finita così, con una revolverata in bocca, a bruciapelo, e poi un altro paio nella schiena, il vetro dell'automobile spezzato, la portiera aperta e sangue dappertutto, ecco, se non ci fosse di mezzo un cadavere sarebbero più leggeri questi quattro cinque chili di riviste con le loro copertine a colori.
UNA RAFFICA DI NOTIZIE. Le immagini che secondo Pecorelli dovevano catturare l'attenzione all'edicola non erano un capolavoro di eleganza editoriale. Erano composizioni fotografiche che scimmiottavano lo stile del Borghese. Ma sarebbe improprio schiacciare Op sull'estetica trash, perché il vero richiamo, la cifra autentica di quel giornalismo allusivo e predatorio divenuto ormai quasi proverbiale, "alla Pecorelli", risiedeva semmai negli "strilli di copertina". E allora, a caso: "Esclusivo! Altri 12 ministri all'Inquirente"; "Devono cadere altre teste", "Pronto, chi spia?" (con Marilyn al telefono, sulle intercettazioni), "Forniture militari, la torta armata", "Petrolio & manette", "Raffinerie e contrabbando", "La banda del tubo all'assalto della pompa", "Gli assegni del Presidente", "Caso Moro: memoriali veri, memoriali falsi, gioco al massacro", "La Gran Loggia Vaticana" (un classico), "La grande fumata" (sui fascioli del Sifar), "Dove va la Sicilia" (altro evergreen con foto di Gheddafi), "Andreotti ha coperto Giannettini, ecco le prove". Andreotti, appunto: inutile ogni tentativo di comprendere ed esaurire l'argomento. Oltre a quintali di atti giudiziari e alla collezione di Op settimanale, su Pecorelli esistono almeno cinque libri, più l'antologia dei precedenti scritti (da Op quotiano) curata da Franca Mangiacca, oltre 1.100 pagine, purtroppo senza indice dei nomi. In tutti questi testi si trova scritto che un certo giorno degli anni ottanta, durante un certo processo capitato nel mezzo di un certo scontro tra le correnti dc, uno degli uomini di fiducia di Aldo Moro, e cioè Sereno Freato, pronunciò una frase sibillina che spostò l'attenzione sullo scudo crociato. Disse dunque Freato: "Mica lo abbiamo ammazzato noi, Pecorelli". Ed è possibile che con "noi" intendesse "noi morotei". Anche in politica era un giornalista sfuggente. Nipote di un carabiniere che aveva preso il posto del papà morto assai giovane, sicuramente "occidentale" (giovanissimo, aveva risalito il fronte con l'armata del generale polacco Anders), Pecorelli aveva anche bazzicato i ministri del Psdi. Però il potere vero, e come tale la vera fonte di notizie e di intrighi, era la Dc. E le sue diramazioni, le sue filiere all'interno degli enti pubblici, degli apparati di sicurezza, delle stesse istituzioni.
QUIRINALE MASSACRATO. Nella scrittura indulgeva alla lamentazione civile; il suo era uno stile pieno di ahimé, ahinoi, o tempora o mores. Però conosceva anche l'arte dell'insinuazione e sapeva essere caustico come la soda che stura i lavandini e magari rompe i tubi. Ma soprattutto era informatissimo. Si tende a dimenticarlo, anzi a rimuoverlo perché è un argomento scomodo, anche sul piano storiografico. Ma Pecorelli fece moltissimo, per molti versi fu decisivo nella feroce campagna di delegittimazione che tra l'inverno del 1977 e il giugno del 1978 portò allo schianto della Presidenza di Giovanni Leone. Ancora oggi si preferisce addebitare quelle dimissioni al bestseller della Cederna (costruito in gran parte sui materiali di Op), o agli articoli dell'Espresso, o al lavacro dopo il ritrovamento di Moro a via Caetani, al risultato dei referendum, al voltafaccia di Zaccagnini. E tuttavia, prima di tutto questo, Pecorelli aveva letteralmente e crudelmente massacrato il Quirinale senza davvero trascurare alcun aspetto, compresi i più calunniosi. Fino a quando Leone dovette andarsene. Questo esito gli aveva dato nei palazzi molto potere, del genere meno simpatico, quello minatorio. Ma è anche probabile che l'avesse frustrato, dopo "sette anni di guerra" la mancanza di un riconoscimento, anzi che il merito della cacciata di Leone se lo fossero preso altri. Ulteriore stimolo ad aumentare la posta in quel suo gioco insieme generoso e pericoloso, romantico e bieco.
LA TATTICA DEL QUADRO. In più non l'aiutava il fatto di essere volubile e intermittente. Per tornare alla Dc era a favore e contro Bisaglia, a favore e contro Andreotti. In entrambi i casi, oltretutto, queste "simpatie" o "antipatie" correntizie si accendevano o si spegnevano per ragioni economiche. Spesso Pecorelli non aveva di che far uscire il giornale e perciò andava a bussare a quattrini dagli andreottiani (nella persona di Franco Evangelisti) o dai dorotei. In pratica chiedeva abbonamenti, finanziamenti e regalie. A volte implorava, a volte pretendeva. Come ogni giornalista ben sa, nei rapporti con i potenti gli articoli pubblicati o meglio ancora da pubblicare possono collocarsi lungo un arco di sentimenti che dalla più cordiale lusinga, altrimenti detta "marchetta", arriva fino alla minaccia vera e propria. Ossia: o ci mettiamo d'accordo o ti svergogno. Ha raccontato una volta alla Commissione P2 Federico Umberto D'Amato, direttore degli Affari Riservati del Viminale, che per mettersi d'accordo Pecorelli usava "il sistema del quadro". Andava cioè dal politico, gli diceva che aveva pronto un terribile articolo contro di lui, e certo gli dispiaceva di pubblicarlo, ma siccome il giornale era in difficoltà, non gli era rimasto che un quadro da poter vendere. Se il politico era interessato a quel quadro, la cosa si poteva accomodare. Si peritò di aggiungere D'Amato che i famosi quadri erano riproduzioni acquistate al Poligrafico dello Stato. Ma quando quella sera il killer con l'impermeabile bianco gli fece tòc-tòc sul parabrezza, Pecorelli non navigava certo nell'oro. Né gli servì la pistola che teneva nel cruscotto della sua Citroën.
SUPPOSTE E PROIETTILI. Tutto questo, per i giudici di Perugia, non esula dunque dai rapporti con il "Divo Giulio", o con il "Biscione", che era l'altro nomignolo di Andreotti su Op. Agli atti del processo ci deve essere anche un incredibile carteggio tra i due, a base di farmaci contro il mal di testa, malattia condivisa da entrambi. Pecorelli ringraziò per l'invio di un rimedio: "Sono fidente che il futuro possa accomunarci, oltre che nella sofferenza cefalgica, anche nella difesa dei grandi ideali della giustizia e della democrazia, attraverso un rapporto che, sorto così singolarmente da "supposte", sia sincero, duraturo e reciprocamente fiducioso". Ma davvero non si sa mai in che modo il futuro può accomunare due persone."Il Corriere della sera"
LA STORIA
LA RIVINCITA POSTUMA DEL PENTITO BUSCETTA
di GIOVANNI BIANCONI
ROMA - Al di là dell'oceano, in una località segreta dello Stato della Florida, Tommaso Buscetta parlò ai giudici di Palermo il 6 aprile '93. Parlò anche dell'omicidio di Mino Pecorelli, giornalista che navigava tra i servizi segreti e il sottobosco politico romano, fondatore e direttore della rivista "O.P.", ammazzato in una strada della capitale il 20 marzo 1979. Omicidio misterioso, che don Masino ricostruì sulla base delle confidenze ricevute fra l'80 e l'82 dai boss mafiosi Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. "In base alla coincidente versione dei due - rivelò Buscetta -, quello di Pecorelli fu un delitto politico voluto dai cugini Salvo in quanto a loro richiesto dall'onorevole Andreotti". "Secondo quanto mi disse Badalamenti - affermò ancora Buscetta -, sembra che Pecorelli stesse appurando "cose politiche" collegate al sequestro Moro".
Da quelle dichiarazioni - successivamente corrette e "precisate" in base ai ricordi - sono trascorsi quasi dieci anni di inchieste, processi, polemiche e colpi di scena, ma alla luce del verdetto di ieri il "caso Pecorelli" si può riassumere tutto nelle poche frasi di Buscetta. In attesa delle motivazioni che spiegheranno il percorso seguito dai giudici per condannare Andreotti e Badalamenti assolvendo tutti gli altri imputati, quel che si può dire fin d'ora è che hanno creduto a Buscetta, e solo a lui. Hanno ritenuto riscontrate le sue accuse, a differenza di quelle giunte da molti altri pentiti, di mafia e non.
Don Masino è morto due anni e mezzo fa, negli Stati Uniti, dopo una lunga malattia e dopo le assoluzioni di Andreotti nei processi di primo grado - a Perugia a Palermo, dov'è imputato di associazione mafiosa - nei quali rappresentava il principale testimone d'accusa. Testimone ritenuto insufficiente, anche se non bugiardo. La sentenza di ieri rappresenta dunque una sorta di riabilitazione postuma del primo pentito di Cosa Nostra. Primo e ultimo, viene da dire oggi, visto che alla fine le condanne riguardano esclusivamente le persone "chiamate" da lui.
Non siamo alla sentenza definitiva, e nuovi ribaltoni sono possibili, ma intanto siamo a una "verità giudiziaria" incardinata sulle parole dell'uomo che decise di rivelare a Giovanni Falcone i segreti di Cosa Nostra. Fino a un certo punto però. Ci volle la strage di Capaci e la morte dello stesso Falcone (23 maggio 1992) per far riaprire il libro dei misteri mafiosi custodito da Buscetta. Dopo quell'eccidio decise di dire anche ciò che aveva taciuto al giudice divenutogli amico, mettendo a verbale le accuse contro il presunto "referente romano" di Cosa Nostra: il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Compresa quella di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli, eseguito da sicari inviati da don Tano Badalamenti.
Da Palermo, i verbali di Buscetta furono dirottati a Roma, dove l'inchiesta sul delitto del giornalista stava ammuffendo in archivio. Il Gran Maestro della P2 Licio Gelli e un paio di terroristi neri erano stati inquisiti e prosciolti in istruttoria, lasciando quella morte senza colpevoli. Il fascicolo fu riaperto sulla base delle dichiarazioni di Buscetta, e fu riaperto anche il "caso Moro", possibile movente del delitto. Anche l'assassinio del generale dalla Chiesa, aveva rivelato don Masino, andava ricercato nei lati oscuri del sequestro del leader democristiano rapito e ucciso dalle Brigate rosse: "Pecorelli e dalla Chiesa sono cose che s'intrecciano fra loro".
Il fondatore di O.P. , che coi suoi articoli lanciava continui messaggi, aveva dimostrato di essere a conoscenza di parti del memoriale scritto da Moro nella "prigione del popolo" rimaste segrete nel 1978 e venute alla luce solo nel '90. Parti che all'epoca sarebbero state occultate perché non gradite a Giulio Andreotti. Di qui la necessità di eliminare Pecorelli, per sfuggire ai suoi ricatti. Questa - in soldoni - l'accusa messa insieme dai pubblici ministeri romani che però dovettero cedere l'inchiesta ai colleghi di Perugia; un pentito della Banda della Magliana, gruppo criminale che si muoveva tra Servizi segreti, mafia, camorra e terrorismo nero come i pesci nell'acqua, aveva infatti svelato che dietro l'omicidio Pecorelli c'era il magistrato romano, poi senatore democristiano "fedelissimo" di Andreotti, Claudio Vitalone. Altri pentiti di quella stessa banda fecero i nomi dei killer: l'ex-terrorista riciclato nella criminalità comune Massimo Carminati e un siciliano arrivato per l'occasione da Palermo, tale "Angiolino il biondo", riconosciuto in fotografia nel mafioso Michelangelo La Barbera. Con in più un elemento materiale molto suggestivo, già acquisito agli atti dell'inchiesta: il proiettile che uccise Pecorelli proveniva quasi certamente da un arsenale clandestino usato da terroristi neri e Banda della Magliana.
La saldatura tra l'indicazione del killer mafioso e le dichiarazioni di Buscetta permise di costruire la catena dell'accusa da Andreotti ai sicari, attraverso una serie di anelli intermedi, tra i quali un altro "uomo d'onore" dai solidi legami romani, Pippo Calò. Accusa che però non resse al processo di primo grado: tutti assolti. Perché non c'erano prove dirette, non perché i pentiti avessero mentito. Lo stesso Don Masino, sicuro delle sue affermazioni, non era convinto del coinvolgimento di Calò e La Barbera, e lo disse. Ora i giudici d'appello hanno deciso di credergli e di considerare riscontrate solo le sue dichiarazioni, spezzando in due la catena dell'accusa. La parte romana della ricostruzione è caduta, quella siciliana è rimasta. Perché è possibile individuare i mandanti di un delitto senza arrivare agli esecutori, soprattutto quando c'è di mezzo la mafia. Quella raccontata da Tommaso Buscetta.
Giovanni Bianconi"Il Corriere della sera"
"Vero giornalista, non ricattatore": così i giudici riabilitarono l'ex avvocato esperto in fallimenti
Amori, intrighi e scoop: una vita vissuta pericolosamente conclusasi con quattro colpi di pistola 23 anni fa
"Carmine Pecorelli era un vero giornalista: molto curioso e anche aggressivo nell'estorcere le informazioni, ma non nell'estorcere denaro. La voglia di pubblicare era talmente forte che non ha avuto riguardo neppure nei confronti dei suoi amici. Con i pregi e difetti insiti nella natura umana, Pecorelli è stato un giornalista appassionato del suo lavoro, schierato sul fronte politico e in posizione antagonista alla sinistra, ma non per questo indulgente verso la parte politica a lui vicina". Era morto ammazzato da 20 anni Carmine "Mino" Pecorelli, quando su di lui sono apparse queste affermazioni. Parole che lo hanno riabilitato agli occhi di un'opinione pubblica ormai convinta che quell'uomo assassinato a 51 anni, con 4 colpi di pistola, alle 20.45 del 20 marzo '79 in via Orazio, a Roma, fosse un ricattatore travestito da giornalista. Per giunta affiliato alla P2. A scriverle, infatti, il 24 settembre '99 erano i giudici della Corte d'assise di Perugia. In quella sentenza, che mandò assolti Andreotti e gli altri imputati, venne resa in qualche modo giustizia a questo avvocato molisano di buona famiglia che indossava giacche strette, collettoni e cravattoni e calzava scarpe con fibbie grosse. E che visse pericolosamente, morì tragicamente, e fu a lungo "maramaldeggiato" post mortem . Anche se alla sua figura, pur trascurata perché sovrastata da quella degli imputati, sono state dedicate in questi anni cinque biografie. Perfino i giudici di Perugia ne hanno tracciata una nel tentativo di "trovare, esaminando la sua personalità, la causa dell'uccisione". Che non è da attribuire - specificavano 3 anni fa - "a problemi di carattere familiare, anche se la sua vita sentimentale è stata complessa in quanto alla relazione con la moglie, Liliana Russo, da cui ha avuto un figlio, Andrea, si è aggiunta la relazione con la signora Amato da cui ha avuto un altro figlio, Stefano. E, cessata tale relazione, ne ha iniziata un'altra con Franca Mangiavacca che era cognata di Amato e nel contempo sua stretta collaboratrice nella redazione del giornale". Sempre secondo la biografia dei giudici perugini, "Carmine Pecorelli ha partecipato con fervore alla vita politica e sociale del Paese. Egli, infatti, alla giovane età di 16 anni si è arruolato volontario per combattere la Seconda guerra mondiale a fianco degli alleati e contro i tedeschi. Successivamente, benché svolgesse la professione forense come avvocato civilista, con specializzazione in diritto fallimentare, ha sentito il bisogno di un maggiore impegno nella vita politica e, lasciata la professione forense, si è dedicato all'attività giornalistica, fondando (nel 1968, ndr ), con un intermezzo durante il quale egli è stato portavoce del ministro Sullo, l'agenzia di stampa OP , che nel marzo 1978 si è trasformata in rivista settimanale".
Su quella rivista Pecorelli sollevò, spesso con un linguaggio allusivo, "importanti vicende di grande interesse pubblico" (scandalo Petroli, Italcasse, Sir...) e pubblicò "le lettere, con autentica in copia conforme, spedite dall'onorevole Moro durante il suo sequestro nonché di altri documenti segreti". Secondo la Corte d'assise di Perugia, Pecorelli pubblicò sempre tutto, ma non si fece mai dare denaro, tanto che "al momento della morte era titolare di conti correnti con modeste somme di denaro e proprietario dell'abitazione in via della Camilluccia". Insomma "un giornalista molto speciale, spregiudicato e odiatissimo" (hanno scritto due biografi), a cui Andreotti dava consigli su come combattere l'emicrania e che la sorella Rosita così ricordava: "Un mese prima di morire mi pregò di andare a casa sua. Era distrutto: mi disse che non aveva una famiglia, che faceva tutto da solo, che il mal di testa lo torturava. Piangeva come un bambino. Anche perché era molto spaventato".
Costantino Muscau"Il Corriere della sera"
"Ma il nome dell'assassino non si conosce ancora"
La sorella Rosita Pecorelli è scoppiata a piangere quando ha saputo della sentenza. "Anni di lotta, non c'è alcuna gioia"
ROMA - In passato era stata sempre presente in aula. Ieri, invece, Rosita Pecorelli non ce l'ha fatta. E ha preferito attendere la sentenza nella sua casa romana del quartiere Trionfale. Quando il suo avvocato, Francesco Crisi, le ha comunicato la notizia della condanna, è scoppiata a piangere. Un pianto liberatorio "dopo anni di lotta per difendere la memoria di mio fratello e per ottenere giustizia". Ma non c'è gioia nelle parole della donna perché, come ha spiegato il suo legale, "siamo comunque di fronte a un morto ammazzato e perché manca ancora un tassello per conoscere tutta la verità: il nome dei killer". "Risponde la segreteria telefonica... siamo spiacenti ma non è possibile lasciare altri messaggi". Squilla in continuazione il telefono in casa Pecorelli. Oltre ai difensori di parte civile, chiamano gli amici, le persone che in tutti questi anni hanno sostenuto la famiglia. Risponde una ragazza che fa da filtro e a molti spiega, con modi gentili ma fermi, che la madre "non se la sente di parlare perché è troppo provata". Sconvolta anche dagli attacchi ai giudici lanciati da numerosi politici pochi attimi dopo la lettura della sentenza. E, così, all'avvocato Alfredo Galasso la donna ricorda: "Noi abbiamo rispettato la sentenza di primo grado che aveva assolto tutti e l'abbiamo accolta con grande dignità. Mi piacerebbe che adesso ci fosse lo stesso rispetto".
Era il 24 settembre 1999. Cinque mesi prima i pubblici ministeri avevano chiesto la condanna all'ergastolo per tutti, ma i giudici non accolsero la tesi dell'accusa e mandarono assolti gli imputati. Pallida in volto, ma con voce pacata, Rosita Pecorelli commentò: "Oggi la legge non è stata uguale per tutti, ma una giustizia comunque è stata fatta nei confronti di Mino Pecorelli. Una giustizia morale. Mio fratello è entrato in questo processo come ricattatore ed è uscito come uomo che sapeva quello che scriveva, come giornalista che faceva grandi inchieste". Era questa la sua consolazione, che però non scalfì la sua determinazione a "continuare la battaglia, anche perché non mi aspettavo qualcosa di diverso. Lo so che ci sono state tante protezioni...".
Alla vigilia del processo d'appello, Rosita Pecorelli spiegò di essere "nauseata e sfiduciata". "Ormai - disse - non mi interessa più nulla. Ad un certo punto nella mia testa ho chiuso quel capitolo. E' come se non fosse mai esistito". In realtà non era così, non lo è mai stato e quell'atteggiamento di apparente distacco forse era soltanto un modo per difendersi da un'altra possibile delusione. Non è andata così. Ieri la donna ha potuto dire ai suoi legali che "un altro pezzo di giustizia è stata fatto, anche se nessuno potrà cancellare quello che mio fratello ha dovuto subire da vivo e anche dopo la sua morte".
"Ci colpisce - dicono adesso gli avvocati - che ci si stupisca di una condanna per i mandanti pur non avendo individuato gli esecutori materiali. Questo è un processo di mafia e in questi processi accade spesso. Del resto, non si capisce perché Buscetta e Badalamenti avrebbero dovuto mentire sull'omicidio Pecorelli e dire la verità su altro. Non avevano alcun interesse a farlo e la decisione presa dai giudici di Perugia lo dimostra".
Fiorenza Sarzanini"Il Corriere della sera"
Ligotti: la Cupola non c'entra, uccisero per fare un favore
MILANO - "Questa sentenza non è un terremoto. E' soltanto una "correzione", che rende giustizia in modo definitivo a Tommaso Buscetta". La voce stanca dell'avvocato Luigi Ligotti, difensore storico del più importante pentito di mafia, lascia trapelare anche un filo di mestizia per una persona che non c'è più.
Per essere una "correzione, farà molto rumore.
"I giudici d'Appello si sono limitati a riequilibrare la chiave di lettura di Cosa Nostra".
In che modo?
"In primo grado, era stato sancito il ridimensionamento delle regole fondanti della mafia, quelle che erano alla base anche del maxi-processo istruito da Falcone e Borsellino".
Qual è la regola fondante?
"Un uomo d'onore non può mentire a un altro uomo d'onore. Il fatto di avere negato questo in primo grado, significava smantellare almeno due decenni di storia di Cosa Nostra, così come la conosciamo".
In sintesi: Badalamenti non può avere mentito a Buscetta.
"Esatto. Un mafioso di quella importanza, che mente a un altro boss, è fuori dalla storia di Cosa Nostra. Accettare questa tesi, significava dire che la mafia è un'associazione senza regole interne, facendo crollare tutto quello che finora conosciamo".
Quindi secondo lei, questa sentenza non capovolge la prima.
"Dà soltanto una diversa valutazione dell'impianto probatorio. Badalamenti non fece millantato credito con Buscetta, ma disse la verità. Un dettaglio che cambia molto".
L'omicidio Pecorelli fu un delitto di mafia?
"Questo è il punto chiave della nuova sentenza: non fu un delitto di mafia, ma della mafia. Distinzione importante".
La chiarisca.
"La contemporanea assoluzione di Pippo Calò e Michelangelo La Barbera dimostra che la "Cupola" non centra. Di fatto, disancora il delitto da Cosa Nostra. Fu un delitto eseguito da alcuni, nell'interesse di altri, per fare un favore a terzi".
Questa sentenza può "condizionare" il processo d'Appello contro Andreotti a Palermo?
"Non credo. Tecnicamente non ci sarebbe nessun automatismo, proprio perché ieri è stato stabilito che il delitto Pecorelli non fu un delitto di mafia. Quindi, si tratta di due terreni diversi".
Ma ugualmente scottanti, per un mare di ragioni.
"Anche la lettura della sentenza di primo grado, così come quella di Palermo, indipendentemente dalle formule assolutorie sulle quali tutti si sono concentrati, avrebbe dovuto provocare un terremoto".
Marco Imarisio"Il Messaggero"
Pellegrino (Ds): "Sono allibito,
una condanna appesa al nulla"
di GIANNI GIOVANNETTI
ROMA - "Sono sbalordito". Giovanni Pellegrino, ex parlamentare diessino ed ex presidente della Commissione stragi, stenta a mettere insieme l'assoluzione di Palermo e la condanna di Perugia. E ancor di più quest'ultima lo sconcerta, visto che "con l'assoluzione di tutti gli altri, quella di Andreotti e Badalamenti appare una condanna letteralmente appesa nel nulla".
Allora Belzebù esiste sul serio?
"Guardi, le prognosi giudiziarie sono sempre a rischio, ma ho molti dubbi che questa sentenza resisterà all'esame della Cassazione. Anzi, se la procura non proporrà appello contro l'assoluzione degli altri imputati, mi auguro che sia lo stesso procuratore generale a concludere per la cassazione del verdetto".
Ma ricorderà anche lei che dopo l'assoluzione in primo grado a Palermo, quasi spuntarono le ali al presidente Andreotti: o no?
"Sì, però devo dire che nessuno o pochi hanno letto le ultime 40 pagine della sentenza di quel tribunale, che pur assolvendo Giulio Andreotti avanzava forti dubbi sul suo ruolo di colluso con la mafia, lasciando intendere che le prove non erano del tutto campate in aria. Ma a Perugia, dove era imputato di essere stato mandante dell'omicidio Pecorelli, davvero solo acqua fresca".
Quindi?
"Io non mi sono mai sentito parte nè della demonizzazione nè, tantomeno, della santificazione di Andreotti. Tuttavia considero ingiusta questa sentenza di colpevolezza".
Anche la sinistra partecipò a quella sorta di sdemonizzazione,vero?
"Direi che la condotta di Andreotti-imputato è stata di una tale abilità e di un tale rispetto nei confronti dei suoi giudici, da riuscire ad attirarsi la stima anche di quanti lo avversavano. Ricordo che alla cerimonia dei suoi 80 anni in Senato, con arguta disinvoltura ci fece leggere la lettera del Papa che solidarizzava per le sofferenze cui era sottoposto a causa di quei processi. Quello fu un capolavoro politico di Giulio Andreotti".
Dunque 24 anni al mandante di un delitto di cui non si conoscono gli esecutori, e per il professor Coppi è un "non-sense": per lei?
"In effetti l'avvocato Coppi sottolinea una singolarità: una volta che cade la responsabilità di Vitalone, Carminati, La Barbera e salta il legame con la banda della Magliana, la colpevolezza di Andreotti e Badalamenti davvero resta appesa nel vuoto. Non solo perché non si conoscono gli esecutori, ma soprattutto perché dell'accusa resta pochissimo".
Il cardinale Angelini accosta la vicenda andreottiana al Calvario di Cristo, mentre Silvio Berlusconi parla di "giustizia impazzita": come commenta?
"Che il cardinale forse esagera un po' e che le parole di Berlusconi lasciano il tempo che trovano. Aspettiamo che la Cassazione si pronunci e cerchiamo di tenere sempre un atteggiamento equanime. Dico a Berlusconi e al Polo: come si può inneggiare ai procuratori di Cosenza e poi stracciarsi le vesti per le toghe di Perugia?".
Leoluca Orlando, pur non commentando la sentenza, conferma il suo giudizio su un Andreotti "garante di un equilibrio politico-mafioso": lei che è stato presidente della Commissione stragi, e quegli anni li conosce benissimo, che giudizio dà?
"Ripeto: l'accusa ad Andreotti di essere stato garante di un equilibrio tra la mafia e la politica, non era temeraria. Ma fu giusta la sentenza di Palermo che lo mandò assolto, per mancanza di elementi concreti di colpevolezza. Ora io dico che se avessimo un ordinamento giudiziario normale, i due processi si dovrebbero riunire per capire prima se Andreotti è colluso e poi se è stato capace di usare la mafia per un omicidio. Oggi siamo di fronte a un'apparente incongruenza: Andreotti non sarebbe mafioso, ma si sarebbe servito della mafia per uccidere Pecorelli... Meglio aspettare la Cassazione".“La Stampa"
Prossimo capitolo, il processo per mafia a Palermo Il giudice Ingroia: la sentenza di Perugia smentisce il luogo comune che i potenti sono sempre assolti
corrispondente da PALERMO
La notizia che arriva a Palermo dall'aula della Corte d'Assise d'Appello di Perugia "deve essere ancora metabolizzata" dai magistrati che hanno indagato e poi processato per associazione mafiosa il senatore a vita Giulio Andreotti. La condanna a 24 anni dell'ex presidente del Consiglio riaccende i riflettori sul dibattimento di secondo grado che si svolge a Palermo e che in questi mesi si è trascinato, in silenzio, in una piccola aula del primo piano del palazzo di giustizia, dove lo spazio riservato al pubblico è rimasto sempre deserto. La nuova valutazione delle prove fatte dai giudici perugini potrebbero avere dei riflessi sul processo d'appello in cui Andreotti è indicato come un referente politico di Cosa nostra e per il quale nell'ottobre del 1999 è stato assolto. Nelle due inchieste (la prima per mafia, l'altra per omicidio) i magistrati hanno utilizzato gli stessi collaboratori di giustizia, come Tommaso Buscetta e Salvatore Cancemi, sulla cui attendibilità i giudici sembrano non aver mai avuto dubbi. Erano incerti, invece, i riscontri alle loro dichiarazioni. E proprio su questi punti si basavano le due sentenze di assoluzione di primo grado. Se una di essa adesso è stata ribaltata, è segno che qualche riscontro può essere stato valutato diversamente dalla Corte. Entro l'anno è probabile che il collegio della Corte d'Appello di Palermo, presieduto da Salvatore Scaduti, possa emettere la sentenza. Nelle due prossime udienze, la prima fissata per il 28 novembre, sono previste le ultime arringhe delle difesa che ha preannunciato il deposito di una maxi memoria di oltre mille pagine nelle quali i legali fisseranno le loro tesi in merito ai singoli capitoli della vicenda giudiziaria. I sostituti procuratori generali, Daniela Giglio e Annamaria Leone, hanno chiesto il 14 marzo scorso la condanna a dieci anni per Andreotti. I difensori del senatore a vita hanno cercato, durante il processo, di tenere separati i due procedimenti. La condanna, però, secondo l'avvocato Gioacchino Sbacchi che a Palermo difende Andreotti insieme al collega Franco Coppi, "è una follia". Secondo Antonio Ingroia, segretario di Md a Palermo e pm del processo al senatore Marcello Dell'Utri, "il merito della vicenda sarà valutato con la lettura delle motivazioni della sentenza; questa condanna smentisce un luogo comune che si stava diffondendo fra i cittadini: che ci sono due pesi e due misure e che gli imputati considerati potenti dovevano essere sempre e inesorabilmente assolti". "Credo comunque - aggiunge - che questa sentenza vada accolta in modo molto pacato, contrariamente a come è stata accolta la notizia dell'assoluzione di questo processo e di quello che si è svolto a Palermo. In quell'occasione, prima ancora di conoscere le motivazioni della sentenza, c'è stata una criminalizzazione ingiusta dei pm che avevano sostenuto l'accusa nel processo al senatore, imputato di associazione mafiosa". Per Ingroia "il processo che si è chiuso a Perugia è un caso, come quello di Palermo - dice - non ancora definitivo e dove la parola fine verrà posta dalla Cassazione". Dello stesso avviso è Massimo Russo presidente della sezione dell'Anm di Palermo. Il magistrato invita tutti ad attendere la sentenza definitiva prima di commentare le decisioni dei giudici. "Il solo commento che si può fare davanti ad una sentenza di assoluzione o di condanna - dice Russo - è quello di invitare tutti a leggerne le motivazioni e attendere che essa diventi irrevocabile prima di dare giudizi sulla responsabilità dell'imputato". Lirio Abbate"la Stampa"
Il senatore: "Credo ancora nei giudici anche se è difficile" Ha ricevuto la notizia della condanna nel piccolo studio di casa sua Subito sono arrivate decine e decine di telefonate di solidarietà La moglie Livia: i magistrati hanno il coltello dalla parte del manico
ROMA L´ASSASSINO è lì, praticamente dov´è sempre stato. Siamo ai piani alti di un vecchio palazzo dell´800, un palazzo di confine, perché è l´ultimo di Corso Vittorio Emanuele, poi c´è il Tevere e passato il fiume ecco via della Conciliazione e San Pietro, e il Vaticano, indubitabilmente l´altra "patria" dell´Assassino. Giulio Andreotti è nel suo piccolo studio, tende pesanti, libri ovunque, vecchie foto, vecchie stampe e addosso il solito cardigan blù. Lo scirocco sta allentando la sua morsa su Roma, piazza Navona è a due passi, Campo de´ Fiori anche, turisti a passeggio, macchine imbiancate dalla sabbia del deserto e il telefono dell´Assassino che squilla, squilla, squilla... "Il presidente sta bene - spiega Marco Ravaglioli, collega giornalista e genero di Andreotti, che fa da filtro a qualche telefonata - e non è vero che si sia sentito male quando gli avvocati gli hanno detto della sentenza. Uno che ha un malore, non scrive per le agenzie quelle righe così...". Quelle righe così, annunciano: "Ho sempre creduto nella giustizia e continuo a crederci, anche se questa sera faccio fatica ad accettare una tale assurdità". Firmato, Andreotti: cioè, il Divo Giulio o Belzebù, a seconda che ne parlino gli amici piuttosto che i nemici. L´assurdità sarebbe aver chiesto alla mafia di assassinare Mino Pecorelli la sera del 20 marzo 1979, lo stesso giorno in cui l´Assassino varava il suo V° Governo, avendo come vicepresidenti due galantuomini (ma che ingenui galantuomini!) come Ugo La Malfa e Bruno Visentini. L´assurdità sarebbe aver progettato l´omicidio, nei mesi precedenti, dal suo ufficio di palazzo Chigi dove l´Assassino presiedeva il suo IV° Governo, varato nel marzo del `78, con al Viminale - evidentemente - due mammolette un po´ distratte come Cossiga, prima, e Rognoni, poi. L´assurdità è quella di leader come Craxi, Fanfani, Goria e De Mita, che lo vollero - dopo l´omicidio - ministro alla Farnesina. L´assurdità - ancora - è quella di un presidente, come Cossiga, che nell´aprile dell´89 (giusto dieci anni dopo l´omicidio) gli affida comunque l´incarico di riformare un governo e poi - addirittura - lo nomina di senatore a vita. L´assurdità, infine, è quella dell´Italia e degli italiani che lo hanno rieletto in Parlamento altre tre volte dopo l´assassinio (nel `79, nell´83 e nell´87) continuando a farne un esempio e un rappresentante in patria e all´estero. L´assurdità è che Giulio Andreotti, intanto, continuava a patteggiare favori con la mafia, incontrando picciotti e boss, dando baci ai capimafia, aggiustando processi e dunque ingannando il mondo intero. E´ per questo che il telefono dell´Assassino squilla, squilla, squilla... L´avete mai visto, voi, un condannato per omicidio ricevere segni di solidarietà e affetto dalle più alte cariche dello Stato, intendendo i presidenti di Camera e Senato ed il presidente del Consiglio, tra i primi - anzi, tra i primissimi - a telefonare? E l´avete mai visto, voi, un Assassino sul quale cala il manto protettivo di cardinali come Silvestrini che dice "ha fatto cose di altissima responsabilità a servizio del Paese" o come Fiorenzo Angelini che paragona addirittura l´Assassino a "Gesù Cristo: non è la stessa cosa ma è lo stesso spirito che origina e indica che il Calvario continua ma con la certezza che alla fine c´è la Resurrezione". Il telefono squilla perché non potrebbe non squillare: infatti loro, gli uomini di Stato e gli uomini di Chiesa, gli uomini di Governo e gli uomini dei partiti, cos´altro sono - ora - se non complici dell´Assassino oppure ingenui, sbadati e cinici, avendo continuato a tener lì, sugli altari e sugli allori l´uomo che commissionava omicidi e faceva patti con la mafia? Insomma: se Andreotti è questo, cioè mandante di omicidi e amico dei boss, che cosa sono stati cinquant´anni di Repubblica italiana? Il telefono squilla, squilla, squilla... Dice la moglie Livia, una donna fortissima con la voce di chi non si arrende: "Chi conosce Giulio lo sa: non è vero niente. Non si può nemmeno dire che sono accuse campate in aria, perché nemmeno in aria potrebbero stare. Giulio non ha fatto niente, ma il coltello dalla parte del manico ce l´hanno loro. E non mi chieda chi sono loro, perché ancora non lo so". Il telefono squilla e l´Assassino ripensa a quattro giorni fa: anche lui era lì a Montecitorio ad ascoltare il Santo Padre, anche lui lì, tra i potenti e gli innocenti, in parte invidiosi del sorriso immediato e del saluto un po´ speciale riservato da Giovanni Paolo II a quest´uomo prediletto. Ci sono processi inutili. Processi che nulla tolgono e nulla aggiungono. Processi già fatti dalla storia, dalla stampa e dalla gente. Processi che non cambiano d´una virgola il giudizio sull´imputato. Il processo a Giulio Andreotti, mafioso e Assassino, è un processo così. Assolto tre anni fa - prima a Perugia e poi a Palermo - per molti restò mafioso e Assassino nonostante le sentenze; ugualmente oggi - condannato per omicidio - resterà innocente per chi non ha mai creduto che in lui si reincarnasse davvero Belzebù. Ed è inutile girarci intorno: a che serve e - al contrario - quanti danni fa, un processo la cui sentenza viene commentata "con disgusto" da un ministro in carica (Giovanardi) e definita addirittura "l´ultimo stadio di un teorema giudiziario" dal presidente del Consiglio dei ministri? Centocinquanta chilometri più in là, di fronte agli schermi tv dai quali i Tg annunciano la sentenza e gli rovesciano contro contumelie e giudizi severissimi, c´è qualcun altro che starà chiedendosi non solo a che servono processi così, ma soprattutto in che diavolo di paese gli tocca esercitare un mestiere già difficile di per sè. Gabriele Lino Verrina è il presidente della corte d´Assise d´appello di Perugia: è un uomo mite, ma è soprattutto l´uomo che con i suoi giudici a latere e la sua giuria popolare ha condannato Andreotti (e con lui Badalamenti) testimonianze, riscontri e codici alla mano. Se ne sta nel salotto buono di casa a sentire ex presidenti della Repubblica (Scalfaro) ritenere "impensabile" che l´Assassino "sia responsabile di un tale reato"; ministri e sottosegretari definire la sua sentenza un esempio di "giustizia impazzita"; annotare l´ininterrotto fiume di solidarietà e stima nei confronti del condannato. Che cosa doveva fare il dottor Verrina? Mettere le vele al vento, si potrebbe dire: e assolvere Andreotti così come aveva già fatto - e prima di ogni sentenza - il mondo politico nella sua gran parte, i vertici istituzionali nella loro quasi totalità, e la Chiesa che figurarsi se potesse aver dei dubbi, e la gente che ha continuano a stringergli la mano con deferenza e simpatia. Non c´è paragone possibile, naturalmente, tra quanto e come squilli il telefono dell´Assassino e quanto e come suoni il telefono del giudice che l´ha condannato. E sono, ovviamente, spruzzi d´acqua nel deserto le dichiarazioni di chi invita a rispettare le sentenze, a non travolgere quel che resta del sistema giudiziario, di chi s´affanna a difendere dalla delegittimazione un´intera categoria, quella dei magistrati, che appare oggi l´unica davvero colpevole, calato il sipario su quest´altro atto dei processi ad Andreotti. Nell´autunno di tre anni fa, tra il settembre e l´ottobre del 1999, prima Perugia e poi Palermo assolsero sia il Mafioso che l´Assassino: in quest´autunno 2002, il primo verdetto è rovesciato. Il telefono squilla, squilla, squilla... Chiamano amici e politici, chiamano ministri e cardinali. Il telefono squilla, squilla, squilla... In casa Andreotti, a tarda sera, si fa un bilancio di una pessima giornata. Difficilmente l´Assassino e la signora Livia potranno dimenticare questa domenica di metà novembre. Il telefono squilla, squilla, squilla... E´ solo dal Colle più alto che non arriva segno di vita. Lassù Carlo Azeglio Ciampi riflette: da capo di questo Stato e di questa Magistratura. Riflette e poi decide. Il presidente della Repubblica "senza voler esprimere alcun giudizio sulla sentenza, manifesta profondo turbamento per la condanna di Giulio Andreotti, richiamando il principio sancito dal comma 2 dell´articolo 27 della Costituzione (quello relativo alla presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva, n.d.r.) e rinnova la sua fiducia nella giustizia e nel suo corso". Non c´è traccia di "teoremi". E la parola è "turbamento", non solidarietà...18 novembre 2002 - PECORELLI: QUALCHE LIBRO SU UNO DEI MISTERI D'ITALIA
ANSA:
L'uccisione del direttore di OP Mino Pecorelli e' uno dei misteri della Repubblica, in quanto tale analizzato o almeno menzionato in decine se non centinaia di libri. Se ne e' scritto nel corso degli ultimi vent'anni in pubblicazioni sulle stragi, sulla P2, sui neofascisti, sui servizi segreti, sulla mafia, sul senatore Andreotti dopo l'avvio del processo palermitano contro di lui. Ecco qualche titolo tra i tanti.
LA VERA STORIA D'ITALIA di autori vari - edito da Pironti nel '95: sono 976 pagine che raccolgono le carte dei pm di Palermo contro il senatore Andreotti, dalla richiesta di autorizzazione a procedere alle dichiarazioni di Buscetta e degli altri collaboratori di giustizia, ai verbali d'interrogatorio degli altri imputati.
A NON DOMANDA RISPONDO di Giulio Andreotti - edito Rizzoli nel '99: lo stesso processo visto dalla parte dell'imputato.
SEGRETO DI STATO di Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino - edito negli Struzzi di Einaudi nel 2000: due giornalisti e l'ex presidente della commissione parlamentare sulle stragi ripercorrono la realta' italiana dalle bombe di piazza Fontana al sequestro Moro.
CARLO ALBERTO DALLA CHIESA, IN NOME DEL POPOLO ITALIANO di Nando Dalla Chiesa - edito da Rizzoli nel '98: la biografia del generale dei carabinieri che guido' il nucleo antiterrosimo dell'Arma negli anni di piombo e fu assassinato da Cosa nostra a Palermo nell'82.
SCOOP MORTALE di Rita Di Giovacchino - edito Pironti nel '94: La giornalista del Messagero racconta la carriera del direttore della rivista Op, i suoi scoop, i rapporti con servizi segreti, la Banda della Magliana e la P2 e quel che accadde dopo la sua uccisione fino all'avvio del processo contro il sen.Andreotti.
I VELENI DI OP di Francesco Pecorelli e Roberto Sommella - edizioni Kaos '95: i due giornalisti analizzano dettagliatamente, riportando ampi stralci di OP, gli scritti di Mino Pecorelli sempre pieni di allusioni, giochi di parole ma a volte anche di una sorta di premonizioni su accadimenti che poi si verificheranno.
MINO PECORELLI, UN UOMO CHE SAPEVA TROPPO di Marco Corrias e Roberto Ruiz - edito da Sperling e Kupfer nel '96: un'altra attenta inchiesta giornalistica sul prima e sul dopo l'omicidio.18 novembre 2002 - OP, L'AGENZIA SOPRAVVISSUTA A PECORELLI
ANSA:
Pochi lo sanno, ma l'agenzia "Op", che sta per Osservatore politico internazionale, e' sopravvissuta al suo sfortunato fondatore e direttore, ucciso la sera del 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola calibro 7.65, poco dopo avere lasciato la redazione. La sede e' sempre a Roma - nel quartiere africano, e non piu' in Prati - e il posto di Mino Pecorelli e' ora occupato da Sergio Te', un altro giornalista con pochi peli sulla lingua e molte querele ricevute ("una quarantina - dice -, ma nessuna condanna"). Nell' 84, per la pubblicazione di documenti riservati riguardanti la fuga di Kappler dal Celio, venne pure imprigionato e si fece quasi un mese di carcere: "I documenti, ovviamente, erano autentici. Il fatto - chiosa Te' - e' che la verita' spesso fa male". Quando Pecorelli fu ucciso, Te' era solo un collaboratore esterno dell' agenzia giornalistica e si occupava, sempre con il taglio dell' "indiscreto", soprattutto di questioni riguardanti il Vaticano. Dopo circa un anno divento' direttore di Op, "un'agenzia - ammette - che non e' in ottima salute, fondamentalmente perche' mancano i mezzi, i finanziamenti. Del resto le notizie che pubblichiamo sono spesso scomode, danno fastidio. Andiamo controcorrente e, poi, non abbiamo padroni: un fatto quasi sempre positivo, ma non quando si tratta di far quadrare il bilancio". Dopo la morte di Pecorelli, che curava personalmente gli utenti, gli abbonamenti all'agenzia sono crollati: oggi Op trasmette via fax il suo notiziario quotidiano (6-7 "pezzi" tra notizie, servizi e interviste) ad un certo numero di abbonati, che sono "parlamentari, partiti, privati e istituzioni". Ci lavorano il direttore, tre giornalisti (due dei quali collaboratori esterni) ed una segretaria di redazione. Il genere delle notizie e' sempre lo stesso: "affrontiamo questioni di carattere economico e politico - spiega Te' - con un taglio non conformista, con informazioni che ci arrivano da fonti riservate. E' un'agenzia sicuramente vivace, che si occupa sia del grande fatto del giorno, sia della rimozione del capo di gabinetto di turno". Pecorelli, secondo il suo successore, "e' stato un giornalista di razza. Per lui esisteva solo la notizia, per la notizia impazziva, avrebbe fatto qualsiasi cosa. E poi non mollava la presa, tornava sullo stesso argomento per settimane". E Andreotti? Sergio Te' conferma che il senatore "era un pallino di Pecorelli. Tutti sanno che lo chiamava Belzebu', per lui era la metafora del male. Quella contro Andreotti era una sua lotta solitaria, gli attacchi erano quotidiani. Questi sono fatti ed e' tutto quello che sappiamo, perche' Mino delle sue cose non parlava con nessuno, nemmeno con i piu' stretti collaboratori. Era molto chiuso, riservato". Che cosa e' rimasto dell'agenzia di Pecorelli? "L' autenticita', perche' le nostre notizie, oggi come allora, sono vere, autentiche. E la verita' - ripete il direttore di Op - spesso fa male".18 novembre 2002 - SENTENZA PECORELLI: NATA IN 53 ORE
ANSA:
Sono quattro donne e due uomini, hanno eta' tra 40 e 50 anni, quasi tutti lavorano come impiegati, mentre uno e' un imprenditore: sono i sei giudici popolari che - insieme ai due "togati" - hanno deciso la condanna a 24 anni di reclusione di Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti per l' omicidio di Mino Pecorelli. Una sentenza nata al termine di quasi 53 ore di camera di consiglio: dalle 13.30 di venerdi' a poco prima delle 18.30 di ieri. Cosa e' successo all' interno dello spazio allestito per la Corte d' assise d' appello di Perugia nel costruendo carcere di Capanne e' un mistero che tale, secondo la legge, dovra' rimanere. E' comunque certo che il processo si e' svolto in maniera lineare, senza sussulti. La Corte aveva tra l' altro respinto l' istanza dell' accusa di riaprire il dibattimento, seppure in maniera parziale. Questo significa che il collegio ha deciso sulla base degli atti di primo grado, della requisitoria dei rappresentanti della pubblica accusa, nonche' di una memoria presentata proprio nell' ultima udienza, e delle arringhe dei difensori. I sei giudici popolari - tutti di Perugia, a eccezione di una donna di Marsciano - solo raramente sono stati visti prendere appunti su quanto accadeva in aula. Nulla - secondo indiscrezioni - aveva fatto pensare nel corso del processo che la sentenza di primo grado potesse essere ribaltata. La decisione di condannare Andreotti e Badalamenti sarebbe quindi maturata nel segreto della camera di consiglio, nelle 53 ore di confronto. Nei mesi passati, comunque, due dei giudici popolari avevano chiesto e ottenuto di essere sostituiti. Si tratta di una donna avvocato e di un imprenditore, impossibilitati a seguire lo sviluppo delle udienze a causa di precedenti impegni professionali. Nei confronti del giudice "a latere", Maurizio Muscato, aveva invece proposto un provvedimento di ricusazione la difesa di Claudio Vitalone, uno dei quattro imputati del processo di primo grado per i quali e' stata confermata l' assoluzione. Gli stessi legali dell' ex senatore aveva poi pero' rinunciato al provvedimento. Muscato e' cosi' entrato nella camera di consiglio dove e' stata decisa la sentenza insieme al presidente del collegio giudicante, Gabriele Lino Verrina. Due giudici che nel palazzo di giustizia perugino vengono descritti come estremamente seri e non condizionabili da alcun elemento esterno. Di Verrina, in particolare, si parla come di un giudice di orientamento cattolico, molto preparato accademicamente, uno che "viviseziona il lavoro". Come pretore di Citta' di Castello e' stato molto attento ai reati a sfondo sessuale. All' inizio degli anni '80 fece sequestrare presso l' Asl tifernate diverse cartelle cliniche relative a aborti eseguiti nell' ospedale di Umbertide. Ne nacque un inchiesta sull' applicazione della "legge 194" poi archiviata dall' allora giudice istruttore Nicola Miriano, ora procuratore della Repubblica di Perugia. Nel 1988, Verrina contesto' poi il provvedimento di una ditta di abbigliamento che aveva licenziato una quarantina di dipendenti "perche' considerati anziani e malaticci, quindi poco dediti al lavoro". Appassionato di lirica e musica classica, ma anche di motociclette, e' invece Maurizio Muscato. Di lui, siciliano di origini, negli ambienti giudiziari perugini si parla di una persona molto riservata. Alla meta' degli anni '80 fece tra l' altro parte degli ispettori del ministero della Giustizia che svolsero un' inchiesta sulle indagini del pool "Mani pulite" di Milano sulle tangenti "rosse".18 novembre - SENTENZA PECORELLI: ANDREOTTI AL GR2, STRANO OMICIDIO CON MANDANTI, MA SENZA ESECUTORI
ANSA:
"E' uno strano omicidio per il quale non si trova piu' chi lo ha compiuto". LO ha detto il senatore a vita, Giulio Andreotti, intervistato questa mattina dal GR2 commentando la sua condanna a 24 anni per l'omicidio di Mino Pecorelli. "Scompare l'associazione che si era ipotizzata - prosegue Andreotti - tra mafia e malavita romana, banda della Magliana, rimango io e questo signore che sta nel New Jersey". Giulio Andreotti nel corso dell'intervista si e' poi detto "lietissimo che abbiano assolto altre persone, figurarsi - dice- in particolare Vitalone che conosco, gli altri non li conosco". Concludendo il senatore ribadisce, come aveva gia' fatto ieri, di continuare ad avere "fede nella giustizia": "questo e' il mio costume - ha dichiarato - ho sempre fatto cosi', ma dinanzi a una decisione come quella di ieri sono sconcertato".18 novembre 2002- SENTENZA PECORELLI: IL VELINO
"Il Velino" (citato da Dagospia)
Tommaso Buscetta, il pentito che ha accusato per primo Giulio Andreotti di intelligenza con la mafia, non avrebbe mai immaginato che i suoi ricordi e "scenari" avrebbero trovato tanto credito anche dopo la propria morte, avvenuta un paio di anni fa. Soprattutto dopo che egli stesso in una lunga intervista, quasi a futura memoria, rilasciata tre anni fa, all'indomani della assoluzione di primo grado del senatore a vita, aveva preso le distanze da quanti avevano utilizzato le sue dichiarazioni per sostenere che "Buscetta indicava Andreotti quale mandante dell'omicidio Pecorelli". Anche Luigi Li Gotti, l'avvocato che gli fu vicino fin dal primo momento del pentimento, confessa al Velino di essere alquanto sorpreso: "Dire che ha vinto il teorema Buscetta è assolutamente fuorviante e significa non conoscere le carte. Buscetta non ha proprio vinto perché non ha mai accusato Andreotti di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli. Indicò scenari, fece sue deduzioni, chiarendo sempre che erano e restavano tali. Quindi dire che Buscetta ha vinto è sbagliato".
UN MACELLAIO UCCISO PER SBAGLIO. Nel libro-intervista del giornalista Saverio Lodato e distribuito da Mondadori alla fine del '99, dal titolo "La mafia ha vinto", Buscetta dichiarava fra l'altro: "Conobbi personalmente Caselli il 6 aprile del 1993 in America. Venne a interrogarmi insieme ai giudici Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte. Quel giorno feci il nome di Andreotti... parlammo anche dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Spiegai che lo avevamo commesso noi di Cosa nostra, ma non dissi mai che la richiesta fu fatta da Andreotti a Badalamenti, anche perché di questo Badalamenti non mi ha mai parlato. Sapevo della vicenda perché in un primo tempo Cosa nostra, non avendo capito che si trattava del giornalista romano, aveva fatto sparire un Pecorelli palermitano che faceva il macellaio... Questo è quello che ho detto a Caselli" (pp. 152/153). Nella parte finale dell'intervista Buscetta è ancora più esplicito: "Io ho raccontato ai giudici le cose che aveva saputo da Stefano Bontade e Tano Badalamenti sul delitto Pecorelli. Nessuno dei due mi aveva detto che Andreotti aveva ordinato l'omicidio del giornalista". Doanda dell'intervistatore: "Quindi lei non indicò mai in Andreotti il mandante di quell'omicidio?" Risposta di Buscetta: "Mai. E quanto riferii nel 1993, sapevo che il mio racconto poteva aiutare a ricostruire uno scenario...". Già all'indomani della sentenza della corte d'assise di Perugia che mandò assolto Giulio Andreotti, l'avvocato di Buscetta, Luigi Li Gotti, che aveva assistito all'interrogatorio del suo cliente (avvenuto in Florida il 6 aprile del '93), in una intervista dichiarò: "Buscetta non ha mai parlato di un omicidio avvenuto su richiesta di Andreotti". L'equivoco era sorto dalla lettura del verbale dell'interrogatorio firmato da Giancarlo Caselli: "Il Bontade nel corso di una conversazione che ebbi con lui a Palermo nel 1980 (sosteneva Buscetta, ndr) mi disse che l'omicidio Pecorellli era stato fatto da Cosa nostra, più precisamente da lui e Badalamenti, su richiesta dei cugini Salvo. Successivamente (nel 1982/83) me ne parlò negli stessi termini, confermandomi la versione di Bontade, Badalamenti Gaetano. In base alla versione dei due (coincidente) quello di Pecorelli era stato un delitto politico voluto dai cugini Salvo, in quanto a loro richiesto dall'onorevole Andreotti". Cinquanta giorni dopo quel "loro richiesto dall'onorevole Andreotti" fu corretto e Buscetta spiegò che quel "loro richiesto" non era riferibile ad Andreotti. (vma)
2 - Quante carriere all'ombra di un'inchiesta... Ironia della sorte, nonostante i proclami contro il processo politico a cui sarebbe stato sottoposto negli ultimi dieci anni Andreotti, e non solo lui, tutti quanti i protagonisti diretti o indiretti delle indagini sul senatore hanno ottenuto onori e gloria. Tutti gli uomini, politici, magistrati, mafiosi e poliziotti che hanno permesso alla giustizia di "girare come un calzino" la vita di uno dei protagonisti della prima Repubblica, hanno fatto carriera e a volte grazie proprio a quelle forze politiche che anche ieri per la condanna di Andreotti non hanno risparmiato accuse e veleni contro chi ha guidato, diretto e realizzato il processo. Il più noto e importante di tutti è certamente Luciano Violante.
Fu lui, in una memorabile seduta della commissione Antimafia, il 16 novembre del '92, a interrogare Buscetta, facendogli rivelare per la prima volta che c'era un politico a Roma, più importante di Salvo Lima, al quale facevano capo i fratelli Salvo. Fu l'inizio della fine politica del senatore a vita. Qualche mese dopo, la procura di Palermo chiese al Senato il via libera per processarlo per concorso esterno in associazione mafiosa (dopo, l'accusa di concorso cadde e rimase l'imputazione più grave, quella di associazione a Cosa nostra). Parte delle carte finirono poi a Perugia competente per Pecorelli, visto che nel frattempo era stato convolato fra i mandanti anche un magistrato romano, Claudio Vitalone.
Da allora la corsa di Violante non si è più fermata: egli è diventato il punto di riferimento di tutta la magistratura di sinistra. Giancarlo Caselli è diventato procuratore generale presso la Corte d'appello di Torino. Fu il primo a verbalizzare le dichiarazioni di Buscetta contro Giulio Andreotti, accompagnato negli Usa accompagnato da Guido Lo Forte, oggi procuratore aggiunto. Francesco Gratteri fece parte "per esigenze investigative" della missione Caselli in Florida. Era uno degli agenti più attivi della Dia e collaboratore strettissimo di Gianni De Gennaro, allora capo della Direzione investigativa antimafia. Oggi è in una posizione di primissimo piano: direttore del Servizio centrale operativo della Criminalpol. Gianni De Gennaro è diventato capo della polizia e fu lui che in un aereo da trasporto trasferì Buscetta in Italia, su autorizzazione proprio di Andreotti, al quale era pervenuta una richiesta in tal senso da Giovanni Falcone. (vum)
3 - Il botta e risposta a San Macuto. Il 16 novembre del '92 il pentito Tommaso Buscetta entrò a palazzo San Macuto sede della commissione Antimafia. La presiedeva Luciano Violante. L'audizione non sarebbe mai dovuta avvenire perché il giorno prima la procura della Repubblica di Palermo aveva inviato alla commissione e al ministro della Giustizia per conoscenza, nonché alla procura generale di Palermo, il proprio parere contrario all'interrogatorio del pentito per il timore che Buscetta avrebbe potuto rivelare segreti sulle indagini in corso. Violante non se ne curò e Buscetta rispose a decine di domande (alla fine ci fu un senatore che gli chiese perfino l'autografo). Fra le tante importanti rivelazioni, Buscetta per la prima volta parlò dei collegamenti fra Salvo Lima e Giulio Andreotti, fra questi e i Salvo e Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti.
L'argomento fu introdotto da Alfredo Biondi, allora deputato del Pli. "Nella rogatoria del dottor Falcone del 3 settembre 1982 si legge: avendo appreso dalla televisione dell'assassinio del generale Dalla Chiesa, ritenni che l'omicidio fosse stato effettuato dai corleonesi aiutati dai catanesi...qualche uomo politico si era sbarazzato, servendosi della mafia...Non le chiedo di fare il nome dell'uomo politico, le chiedo solo se lo abbia fatto in quella occasione". Fin qui Biondi. Buscetta: "Lo dirò al giudice". Biondi : "Questo l'ho capito, ma vuol dire che il nome già l'ha detto. È quello che volevo sapere". Violante: "Quindi, con Badalamenti vi siete detti il nome dell'uomo politico". Buscetta: "Lo dirò al giudice". Violante: "Certo, il nome lo dirà al giudice ma lei deve rispondere sì o no alla mia domanda". Buscetta: "Non facciamo ora confusione; dirò il nome al giudice perché è possibile che quello che mi ha detto Badalamenti possa essere stato da lui inventato". Violante: "Forse non mi sono spiegato: noi non vogliamo sapere...". Buscetta: "Ho capito: ce lo siamo detto".
L'AFFONDO DI VIOLANTE. A questo punto il presidente della commissione Antimafia fece l'affondo. Violante: "Si tratta di un uomo politico che ancora fa politica?". Buscetta: "Ah, ah, ora che facciamo? Dieci carte, da uno a cinque e da cinque a uno; e poi chiede: qual è l'ultima carta? Il cavallo. Dopo quante carte vuoi il cavallo? Non possiamo fare così". Violante: "Signor Buscetta, lei faccia il suo mestiere..." Buscetta: "Io non ho più mestiere...". Violante: "...così come la Commissione antimafia fa il suo; poiché le rivolgiamo delle domande, lei risponda. Lei sta rispondendo ad alcune domande che la commissione ha il dovere di porle. Può rispondere come vuole, non può però presumere che non le si rivolgano determinate domande. Chiedere se si tratti di un uomo politico in vita, tenendo presente che gli uomini politici in Italia siano alcune migliaia, non mi pare sia una domanda che possa pregiudicare il suo interesse. Spero di essere stato chiaro". Tommaso Buscetta: "È vivo, anzi sono vivi". (vif)
4 - Andreotti? L'Unità in imbarazzo. O meglio, dopo aver dato l'apertura ancora una volta agli arresti dei no global, confina il caso del giorno al centro della prima pagina con un titolo che non è la notizia, ma un commento: "Andreotti reagisce con civiltà". La notizia della condanna a 24 anni è relegata nel sommario, di cui l'ultimo elemento è il "turbamento del capo dello stato". Una scelta a dir poco sui generis, quella del quotidiano di Furio Colombo e Antonio Padellaro, che è rivelatrice dell'imbarazzo della sinistra cofferatiana e girotondina, di cui L'Unità ormai è di fatto l'organo, a trattare un caso clamoroso sul quale a cominciare dal presidente Carlo Azeglio Ciampi sino ai massimi esponenti delle istituzioni, ai leader dei partiti, c'è stato un fuoco di fila di dichiarazioni che esprimono quanto meno perplessità e turbamento, alle quali si è infine associato anche Piero Fassino. Quasi una voce nel deserto.
Il caso Andreotti dunque rischia di diventare per i Ds la cartina di tornasole dei ritardi, dei tanti nodi non sciolti di un partito che di fatto sembra continuare a inseguire, per paura, la sua parte più radicale estremista, con il pericolo di esserne inghiottito, dal momento che la scelta evidentemente del correntone e del suo vero capo Cofferati non è la scissione, ma logorare i riformisti da dentro fino a sostituirli nella gestione potere. Una situazione che verrà stigmatizzata domani in un articolo sul quotidiano il Riformista, diretto da Antonio Polito, da Emanuele Macaluso. Il quale apre una forte polemica. Per Macaluso il partito è "paralizzato": da un lato dal passato della stagione giustizialista e dall'altro dalla sinistra girotondina e cofferatiana. Per il leader riformista diessino si tratta di una situazione imbarazzante nella quale la Margherita ha gioco sempre più facile a "scavalcare i Ds" su una politica riformista. (fer)19 novembre 2002 - SENTENZA PECORELLI: LA MALEDIZIONE DI MORO
"La Stampa"
Augusto Minzolini
Sandro Fontana, presidente degli ex-democristiani che stanno al governo, dei Ccd, cita quasi a memoria i brani del "memoriale" di Aldo Moro, quello che anche lui definisce "la maledizione" dello statista assassinato contro i suoi ex-amici di partito. "Il mio sangue ricadrà su di voi, scrisse, questa è la sua maledizione ...", racconta al telefono l´ex-democristiano. Poi arrangia un altro brano su Andreotti, rimaneggiandolo: "Sarà l´ultimo a cadere ma la sua caduta sarà fragorosa...". Si sa, quando si ricordano delle parole che sono state vere frustate sulla propria carne, la memoria si annebbia un poco.
Qualche minuto dopo è lo stesso Fontana a richiamare per dare la versione precisa: "No, Moro definì Andreotti - precisa - come "un regista freddo, imperscrutabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana"... L´ultima frase che gli dedica - adesso l´ho riletta - recita precisamente: "Durerà un po´ di più , un po´, ma passerà senza lasciare traccia..."". Appunto, la maledizione di Moro, è rimasta nella mente di tutti quelli che c´erano e magari il tempo l´ha fatta diventare ancora più inquietante. Un po´ come i grandi anatemi, quelli di Tutankhamon o di Montezuma: si scordano, ma tornano alla memoria quando le tragedie colpiscono coloro che furono maledetti. E´ il fascino misterioso delle parole che si pronunciano quando si è disperati, l´enfasi della morte. Diventano ancora più forti, perché contengono la tragedia di un uomo. Parole che nel tempo si tingono di mistero, un mistero che viene coltivato e magari alimentato negli anni successivi.
E proprio Moro, il suo memoriale, è la causa della condanna a 24 anni per Andreotti: il "movente". Quel memoriale che fin dal suo ritrovamento nel covo Br di via Montenevoso è diventato un capitolo importante nelle pagine oscure della Repubblica: Bettino Craxi all´epoca disse che lo aveva messo in quel posto una "manina", riferendosi ad Andreotti; il chiamato in causa rispose che semmai era stata una "manona", cioè quella di Craxi; da lì, nacque il giallo del memoriale ufficiale, "pulito" per volere di Andreotti, e di quello originale che, secondo le leggende di Palazzo, era arrivato in possesso del generale Dalla Chiesa e che divenne l´argomento delle allusioni di Mino Pecorelli prima della sua morte.
"Già, c´era il memoriale ufficiale - ricorda Fontana - eppoi c´era la diceria del memoriale originale che Dalla Chiesa avrebbe dato a Craxi e che per altre vie sarebbe arrivato a Pecorelli. Insomma, tanta dietrologia, niente di più". Eppure quelle "dietrologie", come le definisce Fontana, quei "teoremi" vecchi di un quarto di secolo sono costati ad Andreotti, all´uomo che ha guidato sette governi ed ha dato la propria immagine alla politica italiana, una condanna infamante, quella di essere il mandante di un assassinio. Una sentenza che ha turbato non solo gli ex-democristiani, ma un´intero paese.
Appunto, un "teorema" senza prove, che si affida ai racconti dei pentiti di mafia, che per un Tribunale hanno valore e per un altro "no", ma che affonda le sue radici su un "mistero" tragico e nello stesso tempo affascinante. Così tra i tanti ex-Dc che sparano sui giudici, che gridano "vergogna", c´è anche chi è più cauto, più prudente. "Bisogna lasciar lavorare i giudici - osserva, ad esempio, l´ex-presidente del Csm Giovanni Galloni, l´allievo di Moro maltrattato dal maestro nel memoriale - tanto penso che lo assolveranno in Cassazione. No, per me la cosa migliore è tacere. Pecorelli era un ricattatore, un millantatore, è stato ucciso da chi poteva temere per i suoi ricatti, cioè dalla mafia assoldata dalla Cia. E´ questo quello che penso, ma che non posso provare. Mi pongo però delle domande: come ha fatto Pecorelli a prevedere tre giorni prima il rapimento di Moro? A scrivere sul settimanale che ci sarebbero state le Idi di Marzo. Nessuno ne ha mai parlato. Pecorelli era uno che sapeva, per questo è stato ammazzato. Ci sono punti neri, dubbi seri. Dovrebbero svelarli i nostri servizi segreti se fossero davvero al servizio dello Stato italiano e non degli americani. Per sapere davvero qualcosa, bisogna aspettare 30-40 anni. Vale per l´assassinio di Moro, quello che vale per l´assassinio di Kennedy".
Sono trascorsi tanti anni, ma gli ex-Dc, perseguitati dalla maledizione di Moro, non hanno dimenticato le loro liturgie, il loro linguaggio. Galloni "parla tacendo", un po´ come Cossiga, che predica il silenzio. Ma dice l´esatto contrario dell´ex-presidente del Csm: "Dopo la sentenza di Andreotti noi politici siamo meno liberi e meno indipendenti". Oppure come l´ex-segretario Dc, Arnaldo Forlani: "Ha ragione Cossiga quando consiglia di tacere - spiega -. Leggo solo che gli ultimi presidenti e vice del Csm dicono di essere turbati. Perbacco!?. Mi stupisco che siano turbati visto che da dieci anni vanno avanti queste cose. Auguro di cuore ad Andreotti e alla sua famiglia di trovare un giudice capace non solo di intendere ma anche di volere. Perché come scriveva Kafka a proposito di processi "è difficile per chiunque avere giustizia se non c´è negli altri buona volontà"".
Già, la sentenza di Perugia ha riaperto una profonda ferita nella memoria di chi è stato ed è democristiano. E nel travaglio c´è chi accusa per liberare la propria coscienza e chi difende a spada tratta quello che è stato. "E´ pesante, incredibile" osserva Leopoldo Elia, ex-presidente della Corte Costituzionale, venticinque anni fa moroteo Doc. "La verità è che in questi processi è tutto legato alla valutazione dei pentiti, se ci credi o no. Ma per conoscere la verità bisognerebbe dare una risposta a tutti i buchi neri che sono rimasti nella vicenda Moro, alle domande senza risposta che il fratello, Carlo Alfredo, ha raccolto in un libricino. Eppoi bisognerebbe chiedere ai terroristi di dire quello che non hanno detto, visto che la maggior parte è in regime di semi-libertà".
Appunto, bisognerebbe chiarire, ma un lavoro del genere non lo fanno i giudici, semmai gli storici. Certi argomenti vanno maneggiati con cura. "Il problema vero è che la giustizia - sostiene un altro ex-Dc finito in Forza Italia, Giuseppe Gargani - non può invadere la politica. Non si può giudicare sulla base di teoremi o delle maledizioni che lanciò Moro. Qui si sono condannati i mandanti, ma non si sa se c´era davvero un altro memoriale o no, i giudici non sanno neppure chi sono stati gli esecutori. Cose del genere vent´anni fa facevano ridere. Vedete la logica del tribunale di Perugia è la stessa che ha portato i giudici di Cosenza ad arrestare i no global. Si ragiona sulla base di teoremi. E´ assurdo. Questa giustizia va riformata".
Così, come in tutti i paradossi, proprio quando si raggiunge il gradino più basso, quando cinquant´anni di vita di questo paese sono stati infangati, quando la "maledizione" di Moro ha raggiunto il bersaglio, si pongono le premesse per una rinascita. In fondo solo la Storia può decidere chi ha avuto ragione e chi ha avuto torto, chi era nel giusto e chi "no". Solo la Storia può esprimere un giudizio pacato su Andreotti e sui "maledetti" democristiani. "Sono venticinque anni -si lamenta Fontana - che le parole di Moro ci perseguitano. Forse allo scadere del venticinquesimo anniversario sarebbe giusto tentare uno sforzo di verità... ma fuori da un Tribunale".19 novembre 2002 - SENTENZA PECORELLI: DAI GIORNALI
"La Stampa"
Perugia difende i giudici: non è sentenza politica "Il presidente Verrina è uno studioso di diritto, noto come cattolico dai rigidi principi"
inviato a PERUGIA
NON scherziamo, non è una sentenza politica: i due giudici togati non sono politicizzati. Il presidente Verrina è un grosso studioso di diritto, è un esperto della chiamata in correità e del concorso esterno in associazione mafiosa". Perugia il giorno dopo la sentenza del processo Pecorelli lascia stupefatti. Al bar accanto al Tribunale, l'avvocato Carlo Taormina, che nel processo Pecorelli ha difeso l'ex senatore Claudio Vitalone (assolto), dà una diversa lettura della sentenza che ha condannato il senatore a vita Andreotti: "E' insostenibile giuridicamente - aggiunge il parlamentare di Forza Italia -, non reggerà al vaglio dei giudici di legittimità della Cassazione, ma non è contraddittoria, recupera una parte dell'impianto accusatorio. Le assoluzioni come le condanne hanno una loro linearità. Quando il maresciallo dei carabinieri Lombardo andò da Badalamenti negli Stati Uniti, il boss di Cinisi indicò, con un linguaggio criptico, un possibile percorso del mandato, al quale la sentenza probabilmente si è ispirata". Il giorno dopo la clamorosa condanna del senatore a vita Giulio Andreotti (e del boss Tano Badalamenti), sono avari i commenti in Tribunale. Mentre altrove, a Roma, tutti i "palazzi" sono in fibrillazione, a piazza Matteotti di Perugia regna un clima irreale, come se non fosse accaduto nulla. Dalla procura - oggi al centro di una inchiesta ministeriale e del Csm - non filtrano valutazioni, commenti, giudizi. Gabriele Lino Verrina, il presidente della Corte d'assise d'Appello che ha condannato Andreotti e Badalamenti, ieri non era in ufficio. Nei corridoi del Tribunale già si favoleggia di una camera di consiglio "non facile". Probabilmente, la sentenza, maturata dopo 55 ore di discussione, sarà stata presa a maggioranza, come è fisiologico che accada, e certamente un ruolo decisivo l'avrà avuto il presidente Verrina, non foss'altro perché spetta al presidente porre i quesiti ai sei giudici popolari. E dunque è lui il protagonista indiscusso, insieme al giudice a latere Maurizio Muscato (dal 1995 al 2000 è stato all'Ispettorato del ministero di Giustizia), della sentenza Pecorelli. Sul presidente Verrina e il giudice Muscato, i giudizi sono unanimi da parte degli avvocati che li hanno conosciuti, professionalmente. Dice l'avvocato Arturo Bonsignore: "Verrina è una figura d'altri tempi, un magistrato preparato, uno studioso. Muscato è rigoroso e indipendente". Che Verrina sia ritenuto "un cattolico integralista", noto alle cronache per aver guidato la crociata contro le prostitute, non interessa a un altro avvocato, "laico", di Città di Castello, che lo difende a spada tratta: "Mi ha sempre colpito per la pena mite che infliggeva ai condannati". A palazzo di Giustizia, i ricordi sul "giudice integralista" si confondono e si arricchiscono di aneddoti (alcuni forse fantastici): "Una volta il giudice Verrina voleva acquisire l'elenco delle donne che avevano abortito e denunciarle per omicidio colposo". Dunque, un magistrato non "militante", che non fa vita d'associazione, schivo, che ha lavorato prima a Nuoro poi a Spoleto, Città di Castello e infine Perugia. Verrina è uno studioso di diritto che scrive libri, e questa passione gli è costata un procedimento disciplinare. Era il lontano 1983, quando il Csm aprì la pratica Verrina. L'allora pretore capo di Città di Castello aveva scritto, su carta intestata dell'ufficio giudiziario, una lettera a diversi istituti di credito della provincia nella quale invitava a comprare un suo libro appena pubblicato. Nel 1988 fu condannato a una censura e al trasferimento d'ufficio. La sentenza passò in giudicato nel '92. Un'altra pratica, invece, fu archiviata dal Csm. Siamo sempre nell'83, quando Verrina fu "accusato" di aver indicato i nominativi di due avvocati a un detenuto che era evaso, e che chiamava in causa per favoreggiamento un secondino della casa mandamentale. Vecchie ombre su una carriera professionale che nessuno mai ha contestato a Gabriele Lino Verrina."Il Corriere della sera"
FEDELISSIMI / Sbardella, Scotti, Cirino Pomicino, Cristofori appartennero alla potente "curva Sud" della Dc. Chi è rimasto è un "terremotato" della politica
Lo Squalo, Tarzan, Geronimo: intrighi e decadenza della "Gens Giulia"
ROMA - Alla fine degli anni Ottanta c'erano gli andreottiani doc, chi "usurpava l'etichetta" e soprattutto la Gens Giulia. Parola di Franco Evangelisti. Il fedelissimo costretto da un ictus ad assistere dalla panchina forse allo scontro più duro in atto tra i centurioni stanchi e divisi dell'Impero di Re Giulio. Tutti contro tutti dentro quel Colosseo del potere dominato dalla figura di Vittorio Sbardella. Detto, non a caso, Lo Squalo. Di lì a poco la bufera di Tangentopoli insieme ai suoi rami correntizi si porterà via l'intera pianta della Democrazia cristiana. E per i vari Pomicino, Baruffi, Fiori, Vitalone, Sangalli, Cristofori, Sbardella, Moschetti, Ciarrapico, Bonsignore, Puja, Zoppi, Scotti, Fumagalli Carulli, Bisagno, Matarrese è l'inizio di una vita da terremotati della politica. Qualcuno è tornato al proprio mestiere (il dirigente dell'Unioncamere di Milano, Carlo Sangalli, e l'imprenditore di Torino, Vito Bonsignore). Antonio Matarrese ha riscoperto il primo amore, il calcio. L'ex senatore Claudio Vitalone dopo la bufera giudiziaria di Perugia aspira a una poltrona di prima fila nella magistratura . Il deputato Publio Fiori si è riparato anzitempo sotto l'ombrello di An . Vincenzino Scotti, soprannominato da Evangelisti il "Tarzan della Dc" per la sua attitudine a passare da una corrente all'altra, insegna alla Link University e s'occupa del business del Bingo. Dopo aver animato un circolo politico insieme all'ex segretario generale del Quirinale Sergio Berlinguer, Carmelo Puja ormai si vede raramente a Montecitorio. Altri, irriducibili, non hanno mai smesso di occuparsi di politica . Girando da missionari tra le varie chiese della politica italiana sopravvissute al terremoto. A volte tentando di fondarne di nuove. A esempio l'Udr di Francesco Cossiga. È il caso di Paolo Cirino Pomicino, in arte Geronimo, e di Nino Cristofori. I due continuano a fare da pontieri tra le diverse anime del Centro sopravvissute alla Dc.
Ecco quel che resta insomma della rinomata e antica Ditta Giulio&C. Di cui Franco Evangelisti e Salvo Lima, non va dimenticato, sono stati a lungo i principali azionisti.
Una vicenda che abbraccia quasi la metà di un secolo. Nel primo dopoguerra era stato proprio Franco Evangelisti, il Camerlengo di Alatri, a mettere su bottega per conto di Giulio. A dargli una mano c'erano "quattro gatti". Compresi Nicola Signorello e Amerigo Petrucci. Il futuro sindaco di Roma. Finito presto in carcere per una storia di mazzette. Dunque, gli andreottiani doc nascono proprio in quel primo dopoguerra. Tempi per gli andreottiani scanditi dall'incontro di Arcinazzo tra l'uomo più vicino ad Alcide De Gasperi e l'ex generale di Salò, Augusto Graziani. Un abbraccio scandaloso che a Roma porterà molti voti missini nell'urna democristiana. Nonché le simpatie del giovane Vittorio Sbardella. La corrente si chiamerà Primavera . Il giornaletto di agitazione del gruppo sarà La Punta . Il motto non scritto del gruppo è, e resterà almeno per oltre quarant'anni: Uno per tutti, tutti per Giulio . Soltanto nel 1964 la corrente andreottiana, quella che Evangelisti chiamava "la curva Sud del partito", si legherà ai siciliani di Salvo Lima. Che nell'isola abbandona la forte componente fanfaniana guidata da Giovanni Gioia. Ma Evangelisti e Salvo Lima, i due storici Proconsoli, usciranno di scena prima del loro Capo.
Lima sarà ucciso da quattro killer nella sua Palermo nel marzo del '92. Un delitto di mafia che segnerà in profondità il futuro politico di Andreotti e dei suoi seguaci. Evangelisti muore da pensionato nella sua casa al quartiere Prati nel novembre dell'anno successivo. Pochi giorni prima i giudici erano andati a fargli visita per carpirgli, senza successo, i "suoi" segreti sull'affaire Moro-Pecorelli-Andreotti. A Roma, intanto, la guerra tra Giulio e Sbardella si è gia consumata. È finita la convivenza tra le varie "specie" andreottiane. Lo Squalo dà del "poveraccio" ai suoi ex amici di corrente. Pippo Ciarrapico sente odore di "polpette avvelenate". Tutti contro tutti. Nel 1989 i cronisti di piazza del Gesù rilevano che la corrente andreottiana controlla quasi il 20 per cento del partito. La sua forza è raddoppiata. Il solito Franco Evangelisti commenta: " se so' venduti l'etichetta originale ormai siamo al franchising... ". Va in pensione pure la signora Enea, mitica segretaria del senatore a vita. Fa di cognome Gambogi. Fino allora, incredibile, sconosciuto ai più.
Fernando Proietti"Il Corriere della sera"
"Ho fatto il mio dovere, ora mi minacciano di morte"
Il presidente della Corte che ha condannato il senatore sotto scorta dopo una telefonata anonima. "Mi ispiro a Falcone e Borsellino"
DAL NOSTRO INVIATO
CITTA' DI CASTELLO (Perugia) - La macchina della polizia è ferma davanti alla villetta a schiera, nella periferia di questo paese ad una cinquantina di chilometri da Perugia. Al centralino della Corte d'Appello del capoluogo umbro è arrivata una telefonata anonima: "Verrina farà la fine di Giovanni Falcone", è stato il lugubre messaggio di morte consegnato all'impiegato. Immediatamente sono scattate le misure di sicurezza per proteggere il presidente della Corte d'Assise d'Appello che ha condannato a 24 anni di carcere il senatore a vita Giulio Andreotti ed il boss mafioso Tano Badalamenti. "Non è la prima volta che debbo fare i conti con le minacce di morte. Ne ricevetti anche quando ero pretore, qui a Città di Castello, e mi occupavo di processi delicati, contro i "potenti" della zona. E lo stesso accadde subito dopo aver emesso la sentenza per il sequestro De Megni: allora le minacce di morte arrivarono dai banditi sardi. Ma adesso, come allora, sono tranquillo, sereno", dice Lino Gabriele Verrina scandendo le parole.
L'INDIPENDENZA - Seduto nella poltrona del salotto del suo appartamento, mentre i poliziotti, fuori, controllano con attenzione ogni auto che si avvicina, il magistrato che ha presieduto il collegio giudicante messo alla gogna dal mondo politico non si scompone. "Non capisco il motivo per il quale non si aspetta la motivazione della sentenza prima di dare giudizi", è la sua replica. La figlia laureata in legge che sta studiando per diventare insegnante di sostegno e la moglie lo guardano con attenzione. Annuiscono, quando rivendica "l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati che, fino a prova contraria, è garantita dalla Costituzione". Sul tavolino, ci sono i quotidiani, pagine e pagine dedicate alla decisione della Corte d'Assise d'Appello da lui presieduta, alla condanna dello statista che, in sette diverse occasioni, è stato Presidente del Consiglio. La notizia ha fatto il giro del mondo ma Verrina continua a parlare, a raccontare di sé come se non fosse accaduto nulla, come se avesse emesso una sentenza come un'altra.
LA COSCIENZA - Lui, il presidente di Corte d'Assise d'Appello più noto d'Italia, è impassibile. "Siamo stati chiusi in camera di consiglio per 54 ore. Sono stati momenti delicati, importanti, abbiamo vissuto nel carcere di Capanne. E mi creda fa una certa sensazione, perché la libertà è la cosa più importante del mondo ed a volte ci si sente più liberi in un carcere che fuori. Io ho dormito tre ore per notte, non di più", sottolinea ricordando lo sforzo, la tensione di quei momenti. "Ma quando sono tornato a casa, mi sono rilassato. E ho dormito profondamente, a lungo, il sonno dei giusti. Perché ho la coscienza a posto, ho fatto il mio dovere di magistrato in nome del popolo italiano. Non avrei dormito, non riuscirei più a dormire se non avessi fatto il mio dovere".
LA CARRIERA - Verrina torna indietro, torna agli anni in cui era indeciso se indossare o meno la toga. Al momento in cui ha scelto: "Insegnavo Diritto pubblico e Diritto amministrativo all'Università di Perugia, poi nel '65 ho vinto il concorso in magistratura e ho definitivamente abbandonato la mia città natale, Cosenza". Nel '67 pretore a Città di Castello, dal '68 al '70 giudice al Tribunale di Nuoro, poi quattro anni pretore a Spoleto. Nel '75-'76 pubblico ministero alla Procura di Perugia, di nuovo un lungo periodo nella Pretura di Città di Castello (dal settembre del '76 al maggio del '90) e, infine, alla Corte d'Appello di Perugia. Da dove non si è più mosso. "Sono stati anni importanti. Anni in cui ho sempre avuto come riferimento professionale due colleghi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Di Falcone parlo ai miei figli da quando erano piccoli. Perché prendessero ad esempio la figura di un uomo e di un giudice giusto come era lui, e come era Paolo Borsellino".
IL METODO - Per la motivazione della sentenza bisognerà attendere 90 giorni. Tre mesi che saranno scanditi dall'attesa per sapere in base a quali argomenti Verrina, il giudice a latere Maurizio Moscato ed i sei giudici popolari siano giunti alla conclusione che Andreotti e Badalamenti sono stati i mandanti dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Il presidente non anticipa nemmeno il più piccolo particolare. Si rende conto di quanto sia delicato il momento. "Continuerò a fare la vita che ho sempre fatto, ad andare in palestra ed a correre ed a camminare per 5-6 chilometri al giorno", spiega. Ma ci tiene a far sapere quanto sia scrupoloso, quanto sia "certosino" nello studio e nell'approfondimento delle leggi. Apre il suo studio, "il mio pensatoio", e indica centinaia di libri. "Non lo dirà mai. Ma ha quattro lauree: in Giurisprudenza, Scienze Politiche, Sociologia e Filosofia", sottolinea, orgogliosa, la figlia. Verrina, senza scomporsi, aggiunge: "Ho scritto anche parecchi libri". Due sono il suo vanto: "Un nuovo umanesimo per la salvezza dell'uomo", s'intitola il primo. L'ultimo, è stato distribuito nel 2000, poco dopo la sentenza di primo grado che aveva assolto gli imputati per l'omicidio di Pecorelli: "Valutazione probatoria e chiamata di correo", è il titolo. "Ma adesso non è il caso di parlarne", mormora Verrina.
LA SCORTA - Fuori della villetta, è sceso il buio. Piove, fa freddo. La macchina della polizia è sempre lì. Gli agenti scendono, vogliono vedere bene perché il portone si sta aprendo. Si tranquillizzano, rientrano nell'auto. Comincia la prima, lunga notte con il mitra a portata di mano: "Verrina farà la fine di Falcone". Non si sa da chi sia stata fatta la telefonata alla Corte d'Appello, ma gli inquirenti hanno preso sul serio la minaccia. Verrina, adesso, è un giudice "blindato".
Flavio Haver19 novembre 2002 - CASO MORO: LA CATENA DI MORTI LEGATA AL MEMORIALE
"Liberazione"
L'omicidio del direttore di "Op" , in attesa delle motivazioni della sentenza. Le parole di Buscetta e la testimonianze di due donne sconosciute al grande pubblico Pecorelli e quelle "cose politiche" Michele Gambino Per capire l'alchimia di un processo bisogna attendere le motivazioni della sentenza, o almeno conoscere i fatti del dibattimento, persino in uno strano paese come il nostro, dove i commenti sono sempre più lunghi delle notizie. A maggior ragione i fatti vanno conosciuti se il processo è indiziario, e se tra gli accusati c'è un personaggio che, nel bene e nel male, ha segnato la storia della prima Repubblica. Un personaggio che in cinquant'anni di vita politica ai vertici delle istituzioni è riuscito a seminare il suo cammino di sospetti, ma anche di simpatie trasversali all'intero arco politico e di uno stile ironico e sommesso che lo rende simpatico alla maggioranza degli italiani.
Persino ieri, all'indomani della condanna, Andreotti ha reagito con un garbo e un rispetto dei ruoli sconosciuto alla maggioranza dei suoi difensori, a cominciare dal premier Silvio Berlusconi. Per questo, mentre si deposita il prevedibile polverone della solidarietà e dello sconcerto suscitato dalla condanna del senatore a vita come mandante dell'omicidio di Mino Pecorelli, si deve cercare di analizzare i fatti. A partire da quello che appare come il buco nero della sentenza: com'è possibile che la Corte D'Assise di Perugia abbia condannato il mandante del delitto e assolto presunti killer.
A botta calda i due legali del senatore - e i moltissimi difensori non autorizzati - hanno puntato il dito su quest'incongruenza in maniera quasi irridente. Eppure, la spiegazione del mistero sarebbe abbastanza semplice secondo l'accusa: "La corte si è attenuta al principio di civiltà giuridica che impone di trovare riscontri alle accuse dei pentiti - spiega l'avvocato Alessandro Benedetti, uno dei difensori di parte civile della famiglia Pecorelli - E' accaduto, molto semplicemente, che per due degli imputati, Andreotti e Badalamenti, il processo ha appurato dei riscontri concordanti, mentre per gli altri questo non è accaduto".
Codici e morti
In particolare, per quanto riguarda i due presunti assassini, le posizioni vanno distinte: contro uno di loro, Michelangelo La Barbera, vi erano le accuse di un solo pentito, il boss della Banda della Magliana Antonio Mancini. Contro il secondo, Danilo Abbruciati, le testimonianze dei pentiti erano molte e concordanti. Ma Abbruciati è morto nel 1981, ucciso in uno scontro a fuoco, e quindi la corte non ha esaminato la sua posizione.
I riscontri dunque. Riscontri univoci e concordanti alle accuse lanciate per primo da Tommaso Buscetta, che nel 1984 fornì a Giovanni Falcone i codici segreti per capire la struttura della mafia e istruire il primo maxiprocesso di Palermo. Del delitto Pecorelli, Buscetta parlò ai giudici di Palermo il 6 aprile del 1993, in una località segreta della Florida, dove viveva protetto dal Fbi, ricostruendo le confidenze ricevute tra il 1980 e l'82 da Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti: "In base alla coincidente versione dei due - mise a verbale il pentito -, quello di Pecorelli fu un delitto politico voluto dai cugini Salvo in quanto a loro richiesto dall'onorevole Andreotti". Buscetta fece una pausa e poi aggiunse: "Secondo quanto mi disse Badalamenti, sembra che Pecorelli stesse appurando "cose politiche" legate al sequestro Moro. Pecorelli e Dalla Chiesa sono cose che s'intrecciano tra loro".
Da queste frasi partì l'inchiesta. Detto in soldoni, i magistrati considerarono l'ipotesi che Pecorelli potesse essere venuto in possesso di parti del memoriale scritto dal presidente della Dc Aldo Moro nella "prigione del pop