Almanacco dei misteri d' Italia


Mino Pecorelli
le notizie del 2002 - dicembre
7 dicembre 2002 - BERLUSCONI: PER GLI ITALIANI INACCETTABILE CONDANNA ANDREOTTI
ANSA:
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ritiene che la calorosa accoglienza riservata a Giulio Andreotti dal Congresso dell'Udc sia la dimostrazione che gli italiani solidarizzino con lui perche' ingiustamente condannato per la vicenda Pecorelli. "Quell'accoglienza - sostiene Berlusconi in un'intervista a Telecamere che andra' in onda domani - dimostra quello che e' il sentimento della grandissima parte degli italiani. E' inaccettabile la condanna di un protagonista della vita italiana che e' stato per sette volte nostro capo del Governo e per un numero infinito di volte ci ha rappresentato sulla scena internazionale".

12 dicembre 2002 - CARDELLA A CAPO PROCURA TORTONA
"La Provincia pavese"
Il pm del caso Pecorelli guida l'ufficio
TORTONA. A capo della procura della Repubblica di Tortona c'è il dottor Fausto Cardella, il pubblico ministero che ha indagato sul caso Pecorelli quando era magistrato inquirente a Perugia. Un caso tornato di attualità con la recente condanna di Giulio Andreotti e di Gaetano Badalamenti al processo-bis per l'uccisione del giornalista romano, assassinato a revolverate sulla sua auto.
Cardella non ha voluto commentare la sentenza pronunciata dalla Corte d'Assise d'appello nei confronti del senatore a vita e del boss italoamericano, attenendosi ancora a quella linea di "assoluto riserbo" seguita, come lui stesso ha spiegato, per l'intera vicenda processuale.

21 novembre 2002 - UCCISIONE PECORELLI: 7 MOVENTI PER UN DELITTO
"Panorama"
7 moventi per un delitto
di Maurizio Tortorella
Quale potrebbe essere il motivo più credibile dell'omicidio del giornalista? E' uno dei tanti misteri del processo: bisognerà aspettare le motivazioni dell'inattesa condanna ad Andreotti. Nel giudizio precedente, concluso con l'assoluzione del senatore, la corte d'assise aveva analizzato sette possibili ragioni, ma nessuna era bastata a condannarlo. Eccole
Nel processo d'appello di Perugia, il 17 novembre, Giulio Andreotti è stato condannato a 24 anni di reclusione per l'omicidio del giornalista Carmine (Mino) Pecorelli, avvenuto nel marzo 1979. Ma quale potrebbe essere il movente più credibile del delitto? Anche questo è uno dei tanti misteri del processo: bisognerà aspettare le motivazioni della sentenza per sapere quale sia la spiegazione che ne danno i giudici. E le motivazioni saranno rese pubbliche entro 90 giorni.
Nel processo di primo grado, che si era concluso nel settembre 1999 con l'assoluzione di Andreotti e di tutti gli altri imputati, la corte d'assise aveva analizzato sette possibili moventi. Tre non erano riconducibili ad Andreotti:
1) La vita privata di Pecorelli.
Ad accendere un faro sulla "pista" dei motivi personali come base dell'omicidio era stato un appunto-scheda attribuita ai servizi segreti, rinvenuto subito dopo la sparatoria che era costata la vita al direttore di Op. Ma i giudici avevano sentenziato che nulla nella vita privata di Pecorelli poteva giustificare l'assassinio: né i due matrimoni, né i successivi rapporti sentimentali, né la sua attività professionale, e avevano concluso che anche l'ipotesi che il giornalista fosse un ricattatore era destituita di ogni fondamento.
2) La Guardia di Finanza.
Pecorelli aveva più volte attaccato episodi di corruzione all'interno delle Fiamme gialle: il caso più grave era stato quello dello "scandalo dei petroli", che aveva coinvolto il generale Raffaele Giudice. Un uomo della 'ndrangheta, Giacomo Ubaldo Lauro, aveva dichiarato che l'omicidio Pecorelli gli era stato richiesto nel febbraio 1979 proprio da ambienti della Finanza, ("La vendetta di alcuni alti ufficiali rovinati dalle notizie apparse su Op") in combutta con Licio Gelli e con la P2. Ma la corte non gli ha creduto, tra l'altro perché su alcuni punti secondari Lauro aveva mentito.
3) La P2 e Licio Gelli.
Dietro il maestro della massoneria si agitava un altro possibile movente: più volte Pecorelli, che era stato iscritto alla loggia P2, aveva attaccato la massoneria e la P2 in particolare. Ma nessuna prova del coinvolgimento di Gelli era stata provata, fin da un primo processo aperto già nel 1979, subito dopo la morte di Pecorelli. Tanto che Gelli, indagato, era stato prosciolto.
Altri 3 possibili moventi erano invece riconducibili ad Andreotti, ma non erano mai stati considerati plausibili nemmeno per aprire un procedimento a suo carico negli anni dal 1979 al 1993:
4) Il golpe Borghese.
Sul suo settimanale, dal 1974 al 1979, Pecorelli aveva più volte difeso l'amico Vito Miceli, generale coinvolto nello scandalo del tentato golpe. Secondo Pecorelli, lo scandalo era nato da un piano ordito da Andreotti ai danni di Miceli e dei servizi segreti (il Sid), il cui smantellamento era funzionale alla carriera politica di Andreotti.
5) Lo scandalo Italcasse.
Il caso era scoppiato all'inizio degli anni Ottanta, quando si era appurata l'indebita sottrazione di fondi all'istituto centrale delle casse di risparmio italiane per decine di miliardi di lire: i soldi erano stati messi a disposizione di gruppi economici di potere e ai loro referenti politici. Tra i gruppi indebitati con l'Italcasse c'era anche la Sir del petroliere Nino Rovelli, e Pecorelli prima di morire stava per pubblicare una storia di copertina intitolata "Gli assegni del presidente", nella quale si raccontava che Rovelli nel 1976 aveva finanziato Andreotti.
6) Michele Sindona.
Lo scandalo della Banca privata italiana e la bancarotta attribuita al finanziere siciliano erano stati due dei cavalli di battaglia di Op.
A Sindona, fra l'altro, è stato attribuito il tentato omicidio di Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Amboriano di Roberto Calvi, affidato nell'aprile 1982 al boss della banda della Magliana Danilo Abbruciati che in quell'agguato era morto e che poi sarebbe stato coinvolto anche nel processo Pecorelli.
Malgrado la violenza di cui si era dimostrato capace Sindona (mandante anche dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli), la corte non ha ritenuto che il movente fosse plausibile.
Resta l'ultimo movente, collegato ai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro, nella primavera del 1978: la pista, però, è stata considerata plausibile solo dopo che ne ha parlato il pentito di mafia Tommaso Buscetta, nell'aprile 1993. E il movente è stato al centro del processo di primo grado, mentre in Appello è stato quasi del tutto trascurato.
7) Il mistero dei due memoriali.
Si individuava questo movente nelle 420 pagine manoscritte da Aldo Moro durante il rapimento delle Br: il memoriale era stato rinvenuto solo nell'ottobre 1990, durante lavori nel covo di via Monte Nevoso a Milano, e si era detto fosse un documento estremamente compromettente per Andreotti.
Lo stesso Andreotti, del resto, nell'ottobre 1978, da presidente del Consiglio, aveva invece reso immediatamente pubbliche le 49 cartelle dattiloscritte in cui i brigatisti avevano riassunto il documento originale di Moro.
L'ipotesi era che Pecorelli già nel 1979 avesse avuto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che gli era amico, una copia del testo scritto dallo statista rapito e che sia stato ucciso proprio per impedirne la pubblicazione.
Ma anche questa ipotesi non aveva retto: i giudici di primo grado avevano comparato i due testi, verificando che in quello originale non si trovava nulla di più compromettente rispetto al sunto eseguito dalle Br.
 
 

 

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