Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 |
26 gennaio 2002 - STRAGE DI PETEANO IN TEATRO
"Il Messaggero veneto"
"Una fiaba friulana" a 30 anni dalla strage, con Pinocchio e i suoi compagni di strada
Peteano, il mistero in scena
Il 31 gennaio a Udine con i tre del Rifo, per la stagione di Teatro Contatto
di MARIO BRANDOLIN
Voce del Gatto: "La strage di Peteano... una brutta storia accaduta in Friuli-Venezia Giulia... questa brutta storia è successa in un passato recente e parla del presente... una brutta storia in cui sono implicati tanti personaggi... tantissimi nomi... ma nel racconto che faremo saranno fatti i nomi soltanto di tre persone... persone reali... le persone morte nella strage di Peteano...".
Comincia così, con un fuori campo affidato alla voce del Gatto, il racconto di Peteano, una fiaba friulana, il nuovo spettacolo del Teatrino del Rifo realizzato con il sostegno alla produzione del Css, che debutterà il 31 gennaio all'auditorium Zanon di Udine per la stagione di Teatro Contatto. Una fiaba vera e propria con tanto di personaggi fiabeschi, da Pinocchio al Gatto, alla Volpe e al Grillo Parlante, per raccontare un tragico episodio della nostra storia, in cui trent'anni fa a Peteano, nei pressi di Sagrado e lungo le sponde dell'Isonzo, persero la vita tre carabinieri dilaniati dallo scoppio di una bomba collocata in una vecchia Cinquecento. Un episodio i cui contorni, nonostante la confessione di uno degli autori - un terrorista nero -, rimangono ancora avvolti in quella fitta rete di misteri e stragi mai completamente chiariti che insanguinò il nostro paese nei lunghi anni della strategia della tensione.
"Del resto - racconta Giorgio Monte, che assieme a Manuel Buttus e Gigi Del Ponte e con l'affettuosa supervisione drammaturgica di Renata Molinari, ha scritto il copione -, la vicenda ha contorni quasi fantastici: depistatori d'indagini, confessioni, ritrattazioni, servizi segreti, servizi segreti paralleli, omissioni, intrighi nazionali e internazionali. Attorno a essa ruotano persone, organizzazioni e fatti legati alla storia italiana, dai nomi quasi fiabeschi: l'organizzazione Gladio, il Picconatore, il Venerabile, il Sifar, la Cia, il Crollo del Muro...".
- Come nasce dunque questo spettacolo, meglio questo racconto?
"L'anno scorso, quando abbiamo fatto Koi(o)né, nella nostra regione c'era stato tutto quel dispendio di energie e di soldi pubblici per finanziare film sulle fiabe, sui celti, sul recupero dei miti passati, insomma, tanto che con una battuta piuttosto amara, nello spettacolo, si diceva perché spendere tutti questi soldi sulle fiabe e sui miti friulani, che poi le fiabe di tutto il mondo in fondo si assomigliano; e perché non fare, invece, un bel documentario in friulano sulla strage di Peteano, Peteano una fiaba friulana, vera. È lì che si è ficcato dentro di noi il tarlo e abbiamo cominciato a pensarci. Abbiamo raccolto il materiale e, visto che quest'anno casca il trentennale della strage...".
- Come è strutturato il vostro racconto?
"C'è una prima parte in cui poniamo le premesse per capire cosa è stato e cosa è ancora Petetano, perché pensiamo che tanti non ricordino o adirittura non sappiano che cosa è successo trent'anni fa. E allora salta fuori questa cosa dei misteri di Peteano. Ci immaginiamo quindi una storia con Pinocchio che si perde in un boschetto. Qui incontra il Gatto e la Volpe, mandati dal signor Mangiafoco a cercarlo, perché Pinocchio ha abbandonato il teatrino dei burattini per diventare un ometto. Lo trovano e inizia una sorta di viaggio all'interno dei misteri di Peteano. C'è, per esempio, una chiesetta dove attraverso la descrizione di un ciclo di affreschi vengono ricostruite le tappe di tutta la vicenda: dalla telefonata ai carabinieri (che sentiremo nello spettacolo, ndr) allo scoppio della bomba nella famigerata Cinquecento, dalle indagini ai tentativi di depistaggio e insabbiamento, fino ai molti processi che l'hanno segnata".
- E come va a finire la storia?
"Sarà una sconfitta, finisce piuttosto cruentemente. Pinocchio non finisce bene".
- Perché Pinocchio ha messo il naso dove non doveva?
"Più che altro perché Pinocchio vuole ricordare: la sua coscienza, impersonata dal Grillo Parlante (il musicista U.T. Gandhi, cui si devono le musiche originali eseguite dal vivo, ndr), gli suggerisce di tenere alto il ricordo, di non perdere la memoria. Però, questo non gli viene concesso e gli converrà ritornare nel teatrino di Mangiafoco, perchè lì è più sicuro".
- Questa conclusione amara ha una qualche corrispondenza con il presente?
"Sì, perché crediamo fermamente che, nonostante quella di Peteano sia l'unica strage ad avere colpevoli certi e sia accaduta trent'anni fa, vive di un'attualità straordinaria, attualissima. Quello che ci preme con questo spettacolo, però, non è mettere in scena o fare un'indagine - non siamo investigatori privati. Il nostro è prima di tutto un racconto sul ricordo e sul dolore. Perché una bomba, a Peteano, località Boschetto? Perché salta in aria una Cinquecento e muoiono tre cacabinieri? Perché?".
- Oggi la strategia della tensione non ha più, forse, le caratteristiche così scopertamente criminali di qualche decennio fa. Altri sono gli strumenti che il potere mette in campo per garantire l'ordine. Quali consonanze con l'attuale clima politico sociale culturale e morale trova Pinocchio nel boschetto della vostra fiaba?
"Pinocchio trova la facilità che dà il disimpegno: la delega, il delegare, il demotivarsi moralmente, lo scappare via dagli impegni di quello che dovrebbe essere un ometto, come noi lo chiamiamo, il nostro personaggio. Lui vuole ritornare ometto, perché lui ometto era; burattino lo è diventato nel teatrino di Mangiafoco. Ma scopre che gli conviene rimanere un burattino, restare senza pensieri, dubbi e domande nel mondo colorato e fantasmagorico del teatrino dei burattini. Lì non occorre pensare, e così volta pagina senza leggerla. Quello che vogliamo dire insomma è che non c'è speranza: questo vogliamo sottolineare".
- E allora perché proporlo a teatro?
"Perché, se battiamo sul fatto che non c'è speranza, significa che un poco di speranza noi l'abbiamo. Per questo cerchiamo almeno di richiamare l'attenzione, mantenere vivo il ricordo e guardare questo passato recente per capire il presente".
- Ancora una volta, quindi, il vostro lavoro a teatro si definisce secondo una tensione di impegno civile, di denuncia, di provocazione: una bella sfida, dati i tempi di forzata e diffusa normalizzazione. Ci saranno, come in Koi(o)né nomi e cognomi?
"No, come ho detto, non ci sarà nessun nome e nessun cognome se non quelli dei tre carabinieri morti, Antonio Ferraro, Donato Povero e Franco Dongiovanni. Peteano, una fiaba friulana, nel pieno rispetto delle vittime e delle persone, è un racconto che parte da un fatto accaduto sul nostro territorio e diventa una sorta di bussola. Una bussola per tentare di trovare l'orientamento tra i misteri della lunga, eterna notte italiana, in uno stato democratico sonnolento dove, purtroppo, si tende a dimenticare e minimizzare su tutto, dove spesso si finge che niente sia accaduto. Quasi fossero delle vecchie fandonie: delle fiabe, per l'appunto".30 gennaio 2002 – SPETTACOLO TEATRINO DEL RIFO SU STRAGE DI PETEANO
"Il Messaggero veneto"
PETEANO TRAVISATA
di SANDRO COMINI
Tutte le cose vere somigliano a fiabe, scriveva Balzac. E del resto anche le fiabe, spesso, sono soltanto una verità invisibile. L'effetto di un gioco di illusionismo, di un velo prospettico fatto discendere per sfocare il vero nella dissolvenza del mito, così da sommergerlo nel mistero indistinto del verosimile. La fiaba, in altre parole, non è una menzogna: piuttosto, semmai, un depistaggio.
Una fiaba è stata, e ancora largamente rimane, la gran parte della nostra storia recente.
Storia di stragi, di poteri occulti, di trame, di strategie di tensione, di tutti gli infiniti mostri della lunghissima guerra di soldati invisibili e di vittime vere (e sovente incolpevoli) che è stata la guerra fredda. Guerra travestita da pace, ma combattuta realmente, all'ombra di quel Muro calato per mezzo secolo anche attraverso il Friuli e la sua apparente innocenza.
Il Muro oramai è sparito da tempo, ma ancora la fiaba rifiuta di mostrare interamente la storia. Il nebbione dell'innocenza, tuttavia, qua e là si è squarciato, rivelando brani essenziali della trama del dramma. La colpa ha trovato dei volti e dei nomi, e non di rado proprio in Friuli. A Peteano, per esempio. Ma anche dopo. E anche prima. In quegli squarci la storia si dimena per affiorare del tutto, per urlare finalmente il suo pieno grido di verità. Troppo tardi? Temo di sì. La verità della storia non riesce purtroppo a far breccia abbastanza, in questo nostro stupido disincantato presente senza memoria.
Da Peteano sono passati giusto trent'anni, un'intera generazione. Un trentenne come Alberto Garlini, uno scrittore che al tempo della strage di anni ne aveva soltanto tre, fino all'autunno scorso poco sapeva di quella stagione di notte e di nebbia accanto alla quale i miei coetanei hanno invece vissuto. Una sera di fine estate dell'anno scorso, a cena da me, si finì a parlare, fin quasi all'alba, proprio di Peteano e del suo tenebroso contesto. Era stata però tutta sua l'idea di un teatro, di una scena dove prendere per mano la fiaba per farla diventare storia.
Qualche giorno più tardi, Garlini tornò a casa mia assieme a Gigi Del Ponte, del Teatrino del Rifo, e il progetto cominciò a decollare. Garlini avrebbe scritto il dramma che il gruppo di Torviscosa avrebbe poi messo in scena, con il Css nel ruolo di produttore. Il mio compito si esauriva nel mettere a disposizione dell'autore tutto il mio archivio su una materia di cui parecchio, come giornalista, m'ero a più riprese occupato.
Garlini, partendo da quelle mie tante carte, ma via via poi allargando sempre di più la sua base di documentazione, ha attraversato da solo, senza il peso dei miei pregiudizi, la linea d'ombra tra il mito e la verità. E da solo, da quel mondo di spettri, ha ricondotto una storia mai raccontata prima in quel modo: affidando tutto l'impatto dell'agnizione del vero alla forma di un dramma duro, spietato, sofferto, talvolta beffardo, sempre sincero, a suo modo bellissimo, che per certi aspetti qua e là ricorda il Vajont di Paolini. Peteano, una fiaba friulana: il Vajont delle stragi.
La trama della pièce teatrale riproduce il ritmo regressivo del riconoscimento della verità, grande convitato di pietra dell'intero dramma. La presa di coscienza viene infatti a maturazione lungo un accidentato cammino all'indietro, a partire da quella che normalmente sarebbe la fine della fiaba-storia. Dal crollo del Muro, e dal conseguente rigurgitare di scheletri dagli armadi del Palazzo italiano. Dall'estate '90: quando l'Italia è immersa nel Mundial dei gol di Schillaci, i turisti a Berlino fanno incetta di pezzi di Muro, e un giudice che caparbiamente continua a scavare nel barile di Peteano, Felice Casson, scopre l'esistenza di Gladio. E Cossiga improvvisamente comincia a menar di piccone sulla prima repubblica. E Lima ha già le ore contate. E la Lega dilaga in Lombardia. E Falcone e Borsellino hanno la morte sempre più addosso. E Mario Chiesa sta per farsi pescare con i soldi nelle mutande.
I fantasmi delle macerie del Muro diventano per Garlini, però, soprattutto la chiave con cui andare a rileggere l'intera fiaba dell'Italia democratica nata dalla Resistenza. Una fiaba di cui Peteano - al di là della tragedia, al di là dei suoi morti - rappresenta il vero paradigma centrale. Peteano è una strage in mezzo alle stragi, ma è anche assai altro: è in primo luogo il macchinoso congegno del depistaggio, messo per una volta completamente a nudo. È il complesso ingranaggio mitopoietico, decifrabile qui come mai in altro caso, che ha consentito di fabbricare tutta la fiaba. Ed è un detonatore di verità, l'unico della completa stagione delle stragi di Stato, ma per una ragione molto particolare: perché Peteano è in realtà una strage diversa. È una strage contro la fiaba. Una strage, sia pure in un suo modo oscenamente distorto, per la verità.
Vincenzo Vinciguerra, il colpevole, un personaggio fondamentale del dramma di Garlini, è un fascista: ma non è un "vero fascista", secondo la distinzione di Pasolini che ancora nel '74 in piena stagione delle trame e del piombo capiva già, in solitudine, che "delle varie componenti che formano oggi il mosaico fascista hanno senso "unicamente" quelle che vengono manovrate dalla Cia e dalle altre forze del capitalismo internazionale". La strage del fascista Vinciguerra è la strage di chi capisce di essere manovrato dal "vero fascismo", e si ribella: con un atto che in questo modo, secondo la prospettiva pasoliniana, diventa una "strage antifascista". Vinciguerra non ha voluto colpire tre poveri innocenti carabinieri quanto piuttosto - le parole che gli mette in bocca Garlini sono tratte di peso dal suo libro confessione "Un ergastolo per la libertà", che pochissimi hanno letto - "una agenzia criminale che accentra nelle sue mani gli strumenti della destabilizzazione, gestendo gruppi terroristici e strumentalizzando migliaia di giovani. Che si sovvenziona utilizzando strumenti malavitosi, traffico di droga e altri e conta su uomini fidati in ogni centro di potere, palese e occulto. Una agenzia criminale la cui cupola non si trova a Palermo ma è equamente divisa fra Washington, Bruxelles e Roma e ha per simbolo quello della Nato".
Gli uomini dell'agenzia criminale sanno che il colpevole è lui, il fascista udinese, assieme al suo manipolo friulano fuori controllo, e tuttavia lo coprono a colpi di depistaggi. Anche a costo di incriminare degli innocenti: la fiaba deve restare fiaba. La caduta del Muro, le rivelazioni su Gladio, gli spettri dell'estate '90, tutto questo è ancora lontano e inimmaginabile. Ma Vinciguerra appartiene comunque all'altra faccia di Matrix, e dunque sa. Sa chi ha combattuto, fin dalla fine apparente della seconda guerra mondiale, "l'unica vera guerra che abbiamo combattuto in questi anni di pace". Peteano e tutte le stragi hanno senso solo se si risale alla madre di ogni altra strage. A quel giorno, il 6 febbraio del 1945, nel quale a Yalta il Muro calava improvviso sopra l'Europa dal Baltico all'Adriatico, e sopra il Friuli. Proprio mentre esattamente quel giorno, in Friuli, con una sincronia tanto incredibile quanto sconvolgente, a Porzûs si iniziava - nel sangue della sua prima oscena proditoria battaglia - la guerra fredda.
Questa è la verità della storia che Garlini, con il suo dramma, intendeva farci leggere al di là del velo mitico della fiaba di un'Italia sovrana e democratica nata dalla Resistenza. Ma niente di ciò andrà in scena da giovedì all'auditorium udinese dello Zanon. Gli attori del Teatrino del Rifo, per i quali Garlini su contratto col Css ha scritto la sua pièce teatrale, hanno deciso di sconvolgerne trama, senso, ritmo narrativo, intenzione per farne qualcosa d'altro e assolutamente diverso. Dalle anticipazioni si sa che a Peteano sono arrivati tanti nuovi piacevoli personaggi quali Pinocchio, il Gatto, la Volpe, Mangiafuoco, il Grillo parlante: spariti invece tutti i veri protagonisti, a parte i poveri carabinieri saltati in aria. La verità è ricacciata a forza dentro la fiaba: c'è solo da sperare che non sia stata addirittura buttata in farsa o come si dice friulanamente, in stàjare. Benissimo ha fatto Garlini a rifiutare ogni paternità anche vaga del tutto e ad affidarsi ai propri avvocati.
La fiaba, abbiamo detto, non è mai vera menzogna, ma piuttosto un depistaggio del vero: evidentemente per Peteano i depistaggi non finiscono mai. Lascio volentieri ai critici di professione, e alla loro responsabilità, ogni giudizio sulla favoletta del Rifo, che non ho alcuna intenzione di andare a vedere. Il naso di Pinocchio testimonierà del resto. Spero solo che il bel testo di Garlini venga autonomamente pubblicato al più presto, cosicché chiunque possa essere in grado di valutarlo nella sua integrità. E qualche più avveduta compagnia teatrale rappresentarlo, finalmente, con la dignità che si merita. Sandro CominiDai depistaggi alla condanna di due neofascisti
Una contrastata verità
31 maggio 1972, una bomba posta in una Cinquecento parcheggiata in località Boschetto a Peteano, sulla provinciale che da Sagrado porta a Savogna d'Isonzo, scoppia dilaniando e uccidendo tre carabinieri che una telefonata anonima ha fatto giungere sul posto. Una strage, che si va ad aggiungere a quella di tre anni prima alla Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana a Milano e a quella causata dal derragliamento del treno Freccia del Sud a Gioia Tauro in Calabria nel luglio del 1970.
Quello di Petetano è dunque solo il terzo episodio di una oscura pagina della storia dell'Italia democratica e repubblicana, cui altri si succederanno fino al 1984 causando la morte di 149 persone e il ferimento di altre 728. È la stagione della cosidetta strategia della tensione: un insieme di risoluzioni autoritarie - secondo gli intendimenti degli stessi ideatori e autori neofascisti - per ristabilire l'ordine nella nazione, a loro modo di vedere sconvolto dalle lotte giovanili e operaie degli anni 60 e 70. Scrive, infatti, il magistrato Felice Casson che si occupò della strage di Petetano nel libro Lo stato violato, "anche nel caso della bomba che uccise i tre carabinieri nella località isontina le indagini furono dirette inizialmente verso gli ambienti della sinistra extraparlamentare. A suggerire questa direzione furono (lo si seppe solo 15 anni dopo) ufficiali dei servizi segreti italiani e dei carabinieri, i quali erano strettamente legati a una loggia massonica chiamata P2, Propaganda 2". La presunta Pista Rossa abortì in capo a pochi mesi, essendosi rivelata priva di qualsiasi fondamento. Intanto erano affiorati elementi e indizi che avevano portato ad accertamenti nei confronti di gruppi neofascisti italiani. Questa direzione, chiamata successivamente Pista Nera, fu però rapidamente abbandonata, nuovamente in seguito a indicazioni degli ufficiali legati alla P2.
Furono quindi incriminati sei piccoli delinquenti comuni locali, che furono arrestati e imprigionati. Fu dalla combattività dei difensori di questi ultimi che iniziò la denuncia della manipolazione dei fatti, dolosamente perpetrata da poteri occulti in collegamento con fascisti e apparati dello Stato. Una denuncia che portò sul banco degli accusati magistrati della procura e giudici istruttori, ufficiali dei servizi segreti e dell'Arma dei carabinieri. Assolti definitivamente nel 1979 i sei goriziani, si cominciò allora le indagini nei confronti dei veri responsabili della strage di Peteano.
"Fu così - ancora il giudice Casson - che alcuni anni più tardi si provò, in maniera certa, che i responsabili di quell'attentato e di tutta un'altra serie di attentati dinamitardi alle linee ferroviarie e a edifici pubblici appartenevano a un movimento nazifascista di Udine, facente capo a Ordine Nuovo e collegato con i peggiori elementi del neofascismo nazionale e internazionale". La vicenda processuale di Peteano si concluse con la condanna all'ergastolo di due terroristi neri, rei confessi. "Nel fattempo, però - conclude Casson - erano proseguite tutta una serie di indagini a carico di magistrati, ufficiali dei carabinieri, membri dei servizi segreti e della polizia, i quali, in diversa maniera e in più occasioni, erano intervenuti a deviare il regolare corso delle indagini e sempre a copertura dei neofascisti responsabili della strage".
Mario Brandolin31 gennaio 2002 - PETEANO: SPETTACOLO TEATRINO DEL RIFO
"Il Messaggero veneto"
Debutta il "Peteano" del Rifo
UDINE - Un Pinocchio che invece di dire bugie vuole smascherarle, leggendo con attenzione nell'abbecedario della storia, scoprendo le tante tracce spostate da un Gatto e una Volpe molto più subdoli, cattivi e violenti che nella fiaba di Collodi, per i quali Pinocchio altro non è se non un burattino disobbediente che aspira a ritornare un Ometto con una coscienza.
Tre personaggi da fiaba contemporanea per un trio inossidabile come quello composto da Manuel Buttus, Giorgio Monte e Gigi Del Ponte - per tutti il Teatrino del Rifo -, che sotto queste spoglie arrivano stasera al debutto del loro nuovo, attesissimo lavoro: Peteano, una fiaba friulana. Saranno in scena allo Zanon per tre repliche fino a sabato (inizio alle 21), ospiti della stagione di Teatro Contatto del Css, anche sostenitore produttivo dello spettacolo. Loro compagni d'avventura saranno U.T. Gandhi, autore delle musiche, che interpreterà dal vivo, pronto anche a dare voce al Grillo parlante, l'immancabile super-io di Pinocchio, e Catia Tuccella, la scenografa.
"Peteano - spiegano i tre attori anche autore del testo e della regia - è una tristissima vicenda accaduta il 31 maggio 1972 in Friuli-Venezia Giulia. Vicenda in cui sono implicati tanti personaggi, tantissimi nomi della Repubblica democratica. Una vicenda dai contorni quasi fantastici: depistatori d'indagini, confessioni, servizi segreti, servizi segreti paralleli, omissioni, intrighi nazionali e internazionali. Attorno ad essa ruotano persone, organizzazioni e fatti legati alla storia italiana, dai nomi quasi fiabeschi: Gladio, il Picconatore, il Venerabile, il Sifar, la Cia, il Crollo del Muro... Ma soprattutto, e questo sovrasta ogni cosa, Peteano è una storia di dolore, di morte: vi hanno perso la vita tre persone, tre carabinieri della Repubblica italiana, e i loro saranno gli unici nomi reali che faremo in scena, perché per noi, come per Renata Molinari - la drammaturga che con competenza e affetto ci ha seguito in questi ultimi mesi nella scrittura -, raccontare questo episodio vuol dire recuperare il senso della vita rispetto a una morte che ci viene continuamente propinata dai fatti di cronaca e alla quale ci stiamo abituando. E questo in uno stato democratico dove, purtroppo, si tende a dimenticare e a minimizzare su tutto. In uno stato democratico sonnolento dove, spesso, si finge che niente sia accaduto. Quasi fossero delle vecchie fandonie: delle fiabe, per l'appunto".SAGRADO
Rapporti tesi tra gli attori del Teatrino del Rifo e lo scrittore Alberto Garlini
Polemiche su Peteano a teatro
Stasera a Udine la prima dello spettacolo dedicato ai misteri della strage del 1972
Stasera, a Udine, all'auditorium Zanon, per la rassegna Contatto organizzata dal Css, andrà in scena uno spettacolo molto atteso anche nell'Isontino. Si tratta di "Peteano una fiaba friulana" con gli attori del Teatrino del Rifo, Giorgio Monte, Manuel Buttus e Gigi Del Ponte. Lo spettacolo, dopo le repliche a Udine e a Cervignano, sarà presentato anche per la stagione teatrale di Gradisca. Ma la "prima" è stata preceduta da una serie di polemiche, come abbiamo riferito ieri nella pagina culturale, per la rottura dei rapporti tra quello che il cartellone del Css aveva annunciato come autore del testo, Alberto Garlini, e il Rifo. Ma cos'è dunque accaduto?
In uno scritto che il nostro giornale aveva pubblicato lo scorso settembre, Garlini così presentava quello che si stava preparando: "L'opera si propone di indagare la fitta trama di segreti e coperture, ragioni nazionali e internazionali, misteri, omicidi, mezze verità e verità troppo scomode per essere credute, che costellano questo atto criminale. Cercando soprattuto di indagare il senso del segreto e della segretezza. La domanda che ci poniamo è perché uno Stato, una democrazia che dovrebbe essere connotata dalla più rigorosa luminosità istituzionale, ha un bisogno indicibile dell'ombra, del nascosto, del segreto? Che tipo di potere intimidatorio viene messo in gioco, che tipo di complicità e fratellanze? Vorremmo quindi ripercorrere l'intera storia italiana, per raccontarne la sua parte nascosta, buia, quello che non viene mai detto. E cioè che la guerra civile che fu combattuta da noi con la Resistenza e le brigate nere, in realtà non è mai terminata, ma è continuata ininterrottamente per tutta la storia della Prima Repubblica, fino a che il collasso dell'impero sovietico, rappresentato dal crollo del muro di Berlino, ha costretto tutte le potenze a cambiare le loro strategie. Gladio affonda, non a caso, nell'organizzazione O, che era formata in massima parte dalla brigata partigiana Osoppo. Ma il segreto non è solo il segreto di stato. Anche dentro a qualunque individuo, nella sua cosiddetta anima, c'è un segreto".
In una intervista pubblicata alcuni giorni fa, Giorgio Monte spiega da parte sua così come si sviluppa il racconto teatrale: "C'è una prima parte in cui poniamo le premesse per capire cosa è stato e cosa è ancora Petetano, perché pensiamo che tanti non ricordino o addirittura non sappiano che cosa è successo trent'anni fa. E allora salta fuori questa cosa dei misteri di Peteano. Ci immaginiamo quindi una storia con Pinocchio che si perde in un boschetto. Qui incontra il Gatto e la Volpe, mandati dal signor Mangiafoco a cercarlo, perché Pinocchio ha abbandonato il teatrino dei burattini per diventare un ometto. Lo trovano e inizia una sorta di viaggio all'interno dei misteri di Peteano. C'è, per esempio, una chiesetta dove attraverso la descrizione di un ciclo di affreschi vengono ricostruite le tappe di tutta la vicenda, fino ai molti processi che l'hanno segnata".
E in un articolo pubblicato ieri dal Messaggero Veneto il giornalista Sandro Comini spiega che cosa sia successo: "Garlini, con il suo dramma, intendeva farci leggere al di là del velo mitico della fiaba di un'Italia sovrana e democratica nata dalla Resistenza. Ma niente di ciò andrà in scena all'auditorium udinese dello Zanon. Gli attori del Teatrino del Rifo, per i quali Garlini su contratto col Css ha scritto la sua pièce, hanno deciso di sconvolgerne trama, senso, intenzione per farne qualcosa d'altro. La verità è ricacciata a forza dentro la fiaba. Benissimo ha fatto Garlini a rifiutare ogni paternità anche vaga del tutto".
Stasera, infine, la parola passerà al palcoscenico e al teatro per il definitivo giudizio sulla vicenda.31 gennaio 2002 - "Il Piccolo"
TEATRO Debutta oggi allo Zanon lo spettacolo incentrato sul drammatico attentato del maggio '72
La strage di Peteano, una "fiaba friulana"
UDINE - Peteano, 31 maggio 1972. Una 500 imbottita di tritolo salta in aria. Muoiono tre carabinieri in servizio, giunti sul posto allertati da una telefonata anonima. Anche la nostra regione entra da quel momento, direttamente colpita, in quel periodo di buio civile e di dolore seminato in Italia dalla strategia della tensione e che tra il 1969 e l'84 causò la morte di 149 persone e il ferimento di altre 728. Ma con la strage di Peteano il Friuli ha conosciuto anche il depistaggio delle indagini, il moltiplicarsi dei processi che stentano a raggiungere la verità. Almeno fino a quando un giudice testardo, Felice Casson, non ebbe raccolto la spontanea confessione di colpevolezza di un terrorista nero, piuttosto fuori dalle righe.
Quella testimonianza diede spazio a inquietanti ipotesi, luci e ombre si proiettarono su parecchi decenni di storia della Repubblica Italiana, su un senso deviato di intendere e fare politica.
Le indagini di Casson portarono allo scoperto l'esistenza di Gladio, una struttura agli ordini dei servizi italiani e della Cia, che aveva agito per quarant'anni, al di là di ogni controllo istituzionale, nell'ombra, segretamente.
"Peteano, una fiaba friulana", il nuovo spettacolo del Teatrino del Rifo - atteso oggi al debutto allo Zanon di Udine (repliche domani e sabato), ospite della stagione di "Contatto", ha come punto di partenza proprio questi fatti. Un breve incipit asciutto, di pura cronaca. "Il nostro spettacolo - spiegano Giorgio Monte, Manuel Buttus e Gigi Del Ponte, i tre attori della compagnia di Torviscosa che assieme a U.T. Gandhi, autore delle musiche originali e che in scena sarà un formidabile Grillo parlante, firmano l'intero progetto, dalla regia alla scrittura del testo, anche grazie all'intensissimo lavoro di collaborazione con la drammaturga Renata Molinari - nel pieno rispetto delle vittime è un racconto e nasce dalla necessità di ricostruire una storia che ci sta a cuore. Parte da un fatto accaduto nel nostro territorio e diventa una sorta di bussola, per tentare di trovare l'orientamento tra i misteri della lunga ed eterna notte italiana: per farci delle domande sul nostro presente; per meditare su quanto oggi abbia ancora senso il significato di memoria".2 febbraio 2002 - MESSAGGERO VENETO E PICCOLO SU SPETTACOLO TEATRINO DEL RIFO SU PETEANO
"Il Messaggero veneto"
Applausi allo Zanon per il Rifo, che inscena la strage come una fiaba friulana
Pinocchio nel paese di Peteano
di MARIO BRANDOLIN
UDINE - Un telo di plastica bianca ricopre tutto il palcoscenico, sotto si intravedono grumi di materia scomposta: la scena sembra essere quella di un delitto che attende di essere svelato, studiato in tutti i suoi particolari, con gli indizi al riparo ... Ma quando il telo viene tolto scopriamo che sono solo sei pannelli di lamiera bianca sbrecciata, tagliata, bucata come tanti quadri astratti di Lucio Fontana, sei elementi scenografici, uniti due a due a libro. Sono lì, distesi orizzontalmente a disegnare una sorta di labirinto, che si farà mobilissimo, pronto a trasformarsi nei diversi luoghi dell'azione scenica. Intanto rappresentano il Boschetto delle Tracce Spostate... Quel Boschetto dove si perde Pinocchio, fuggito dal Teatro dei Burattini di Mangiafuoco e dove incontra il Gatto e la Volpe, che invece in quel teatrino dove ogni pensiero autonomo è spento lo vogliono riportare. Ha con sé l'abbecedario, Pinocchio: lì in quel libro il Grillo Parlante gli ha detto che può trovare quanto gli è necessario per ritornare Ometto, riacquistare attraverso la verità dei fatti e della storia quella dignità di persona e di individuo che il Paese dei Balocchi con i suoi luccicori gli ha sottratto.
Comincia così, con il supporto della leggerezza di un racconto profondo e straordinario, come quello del burattino di Collodi, Peteano, una fiaba friulana, la nuova fatica dei Teatrino del Rifo. Perseguendo, infatti, una scomoda vocazione al teatro di impegno, di testimonianza e di denuncia, Giorgio Monte, Manuel Buttus e Gigi Del Ponte, si sono cimentati con una delle pagine più oscure della nostra storia più recente: quella della strage di Peteano in cui morirono tre carabinieri e che, pur essendo stata chiarita con i colpevoli rei confessi giudicati e arrestati, si ricollega a quella più generale strategia della tensione che una trentina d'anni fa insanguinò il nostro paese in un tentativo di destabilizzazione dello stato democratico a favore di poteri forti e occulti.
E come la raccontano, questa storia, quelli del Rifo? Tra i tanti modi in cui si può fare teatro politico, hanno scelto quello meno diretto e didascalico, forse più spettacolare: quello della favola. Un genere che ha avuto grandi precedenti da Aristofane a Brecht a Dario Fo, che proprio con le sue "favolette" politiche - dal Fanfani rapito al Fabulazzo osceno - ha vinto il Nobel. E, visti gli ottimi risultati sul piano della credibilità e della tenuta teatrale (che poi sulla scena è quello che conta, più che il genere!) del lavoro drammaturgico che il Rifo ha fatto con Renata Molinari su materiali documenti e testimonianze, il genere della fiaba ben si addiceva a raccontare una vicenda che ha avuto dell'incredibile favolistico. E non solo perché i protagonisti implicativi avevano nomi da favola (l'organizzazione Gladio, il Picconatore, il Venerabile, la Cia...) e il suo svolgimento con tutti i tentativi di despistaggio, le connivenze, i silenzi, le menzogne è stato veramente veramente da favola, quanto per sottolinearne il valore di apologo, farne una sorta di moralità, che di quella storia preservasse la memoria e ne ribadisse l'attualità. "... la tattica dei Massacri (leggi strategia della tensione, ché i nomi nelle favole si cambiano, ndr) - spiega a un certo punto sul finale la Volpe a Pinocchio - doveva scuotere il Popolo Sovrano dello Stato Democratico bagnato da tanti mari... avvenivano in periodi di possibili cambiamenti politici.. e contribuivano a convincere il Popolo Sovrano che c'era bisogno di uno Stato forte... il Piano di Resuscitazione Democratica della Loggia dei Padroni Nascosti (leggi la loggia massonica P2 fortemente implicata nella strage e alla quale appartenevano anche molti dei politici italiani attivi a tutt'oggi, ndr) prevedeva il controllo di ogni tipo di informazione, la normalizzazione dei Difensori dei lavoratori, il controllo del Giudici e il rafforzamento in senso autoritario del Potere Istituzionale...". Panorami familiari, di ieri e di oggi, ahimé, che i due servi di Mangiafuoco sbattono lì in faccia a Pinocchio, ormai troppo impaurito a perseguire il suo voler ritornare Ometto. E sui quali la fiaba amaramente termina. Ridisteso il telo bianco, vivisezionato il delitto, la cronaca torna a imporsi con il lungo doloroso rosario di stragi e morti con i quali, dalla bomba di Piazza Fontana nel 1969 a quella sul rapido 904 del Napoli-Milano nel 1984, si tentò di far arretrare la democrazia in Italia.
Ricordare quel periodo, svelarne i meccanismi, le intenzioni segrete e i cupi riflessi sul presente della nostra politica e del nostro quotidiano imbambolato come un burattino dal grande circo mediatico di novelli Mangiafuoco, anche con un gioco, come è quello teatrale, è merito non da poco. E il pubblico alla prima udinese dell'altra sera allo Zanon questo lo ha capito e ha salutato assai festosamente e calorosamente i tre bravi e coraggiosi teatranti del Rifo e U.T. Gandhi, il Grillo Parlante e anche autore ed esecutore dal vivo del commento musicale.2 febbraio 2002 - "Il Piccolo"
TEATRO Nuovo spettacolo del Teatrino del Rifo nella stagione udinese di "Contatto"
La fiaba nera comincia a Peteano
A trent'anni dalla strage, un allestimento ne rievoca i punti oscuri
UDINE "La xè 'na Cinquecento... la xè 'na machina che gà due buchi sul barabressa...". Le 22.35 del 31 maggio 1972. La filastrocca cattiva raggiunge il telefono del Pronto Intervento dei Carabinieri di Gorizia. "La xè 'na Cinquecento...". Le 22.45. La pattuglia risale il viottolo sotto la massicciata del treno, in località Boschetto di Peteano. La piccola sagoma bianca della vettura li attende. Le 22.50. La Cinquecento carica di tritolo esplode, e si porta via tre vite.
Peteano non è più solo un nome delle carte geografiche. I pezzi di lamiera e le membra raccolte su quel defilato tratto di strada, tra Savogna e Sagrado, si aggiungono a quelle raccolte 30 mesi prima alla Banca dell'Agricoltura a Milano. Pochi anni, e l'orrendo inventario si allunga: una bomba alla Questura di Milano, un'altra in piazza della Loggia a Brescia, una sull'Italicus, una alla stazione di Bologna, una sul rapido 904... E' la lunga notte della Repubblica, che macchia di tritolo e sangue l'Italia degli anni '70 e '80.
Li raccontano, quegli anni, i tre attori del Teatrino del Rifo - Manuel Buttus, Gigi Del Ponte, Giorgio Monte - la formazione che controcorrente nei territori movimentati del teatro friulano ha privilegiato negli ultimi anni le forme di un teatro di discussione, se non di polemica. Teatro che sulla strada aperta da Marco Paolini, scava questioni ancora irrisolte della nostra storia recente, e recupera alla scena la funzione civile, e non solo l'intrattenimento. Il nuovo lavoro del Rifo, "Peteano, una fiaba friulana", è andato in scena (si replica stasera) allo Zanon di Udine per la stagione di Contatto.
Anche se, per il Rifo, Peteano non è una tragedia da indagare con emozione indignata (la formula con cui Paolini ha raccontato il Vajont e Ustica). Né un caso da ricostruire con l'indagine "scientifica" alla Lucarelli. Peteano per loro è l'inizio di una favola nera. Una trama fatta di indagini, depistamenti, connivenza tra corpi dello Stato e terroristi, coperture e organizzazioni segrete. E come una favola la raccontano, strappando a Collodi l'idea del burattino che dovrebbe diventare un ometto, mettendogli accanto la compagnia poco affidabile del Gatto e della Volpe, costellando la storia di nomi e oggetti allegorici: il Boschetto delle Tracce Spostate, il Paese dell'Obbedisco, la Chiesetta delle Vite spezzate, le strategie dei Terroristi Neristi e Rossisti.
Forse è un'opinione personale, ma la forza nuda dei fatti è spesso superiore a qualsiasi favola o allegoria. E la memoria di Peteano, cui fanno ombra trent'anni e ambigue pagine di storia, dalla semplice ricostruzione dei fatti potrebbe trarre una forza che Pinocchio non riesce a infondergli. Va riconosciuta ugualmente al Rifo, in un Friuli tanto attento alle proprie profonde antiche radici.
L'elaborazione di "Peteano, una fiaba friulana" ha avuto la collaborazione drammaturgica di Renata Molinari, mentre in scena, ai tre del Rifo si aggiunge U.T. Gandhi, musicista dal vivo e sonoro Grillo Parlante. Probabile una rappresentazione il 31 maggio, in occasione del trentennale della strage.
Roberto Canziani10 febbraio 2002 - PETEANO: PRECISAZIONE SU ARTICOLO MESSAGGERO VENETO
"Il Messaggero veneto"
Peteano, sfuggite le virgolette
Forse il mio nome non dirà niente, ma io sono uno di quei sei goriziani che il 21 marzo 1973 furono ingiustamente arrestati e incarcerati (15 mesi di cui 2 in assoluto isolamento) per la strage di Peteano. Non starò a raccontare il dramma, le umiliazioni, le vicissitudini che noi e le nostre famiglie abbiamo dovuto passare.
Una cosa però vorrei che fosse chiara a tutti: dopo quasi 30 anni di lotte processuali, dopo aver perso salute, lavoro, affetti e quant'altro, leggere sul vostro giornale del 30 gennaio 2002, cito testualmente: furono quindi incriminati sei piccoli delinquenti comuni locali... è una cosa che mi indigna profondamente e che non accetto. Aggiungo inoltre che, almeno per quanto mi riguarda (ma ritengo di rappresentare anche gli altri 5 protagonisti della vicenda), sono assolutamente incensurato come lo ero all'epoca.
Pregherei quindi il signor Mario Brandolin, autore dell'articolo in questione, di porre maggiore attenzione alle sue fonti, anche perché se questa volta mi sono limitato a scrivere una lettera, non sopporterò più un altro articolo denigratorio nei miei confronti.
Furio Larocca
Gorizia
* * *
Capisco e condivido l'indignazione del signor Larocca. La definizione, tratta dal libro di Felice Casson "Lo stato violato", che io ho riportato nel mio pezzo su Peteano e che giustamente il signor Larocca respinge, era ed è da intendersi virgolettata, in quanto riportava il pensiero e l'opinione di quanti all'epoca vollero far passare per mostri degli innocenti. Purtroppo le virgolette mi sono sfuggite e chiedo scusa per aver ingenerato involontariamente un sospetto, che né all'epoca né dopo mi ha mai sfiorato. Nell'esprimere il mio dispiacere per l'equivoco, attesto la mia profonda solidarietà al signor Larocca e alle altre persone ingiustamente coinvolte.
Mario Brandolin12 marzo 2002 – RASSEGNA TEATRALE; ANCHE PETEANO
"Il Piccolo"
Inizierà venerdì 22 alla sala Bergamas la minirassegna "Teatralmente turbati"
Riflettere ancora su Peteano
Comincerà venerdì 22 marzo la minirassegna di tre proposte "Teatralmente Turbati" che si intreccia al filone principale di sei spettacoli "Per ridere e riflettere" della stagione di prosa 2002 organizzata alla Sala Bergamas dagli A. Artisti Associati e già inaugurata da tre appuntamenti di successo.
Resta pertanto aperta fino alla stessa data d'inizio di Tmt la campagna abbonamenti che si tiene all'ufficio Informagiovani in via Dante 21 il mercoledì dalle 18.30 alle 19.30 e il sabato dalle 10 alle 12.
La miniserie ispirata alla drammaturgia contemporanea - che nelle passate stagioni aveva vita indipendente dal "Teatro di Primavera" e che dallo scorso anno si è fusa con quest'ultimo nel più ampio cartellone della stagione teatrale gradiscana - proporrà quest'anno tre lavori di diversa ispirazione: il 22 "Peteano, una strage friulana" da un'idea del Teatrino del Rifo, Alberto Garlini e Sandro Comini, il 12 aprile "Johan Padan a la discoperta de le Americhe" scritto e diretto da Dario Fo e, infine, il 3 maggio "2001: Odissea dei Ruggeri" di e con i celebri Gemelli Ruggeri.
Il costo degli abbonamenti alla rassegna Tmt è di 25 euro. È prevista inoltre la formula speciale fedeltà da 20 euro destinata a coloro che hanno già sottoscritto l'abbonamento alle si serate del filone principale.
e. mea.21 marzo 2002 – PETEANO: A GRADISCA LO SPETTACOLO DEL TEATRINO DEL RIFO
"Il Messaggero Veneto"
Una rilettura della tragica vicenda 30 anni dopo. "La realtà dei fatti è assurda, paradossale"
Pinocchio e la verità su Peteano
Domani sera in sala Bergamas a Gradisca il racconto del Teatrino del Rifo
La storia della strage di Peteano (avvenuta il 31 maggio 1972) raccontata in fiaba attraverso il teatro. Una denuncia contro brutture e controsensi, paradossi e impossibilità di darsi un perché: questo è il lavoro che hanno voluto portare in scena Giorgio Monte, Manuel Buttus, Gigi Del Ponte del Teatrino del Rifo di Torviscosa in "Peteano, una fiaba friulana", in programma nella sala Bergamas di Gradisca, domani sera alle 21, e il prossimo 25 aprile a Romans d'Isonzo. La produzione del Teatrino del Rifo (con il sostegno del Centro Servizi Spettacoli di Udine e un intenso rapporto di collaborazione con la drammaturga Renata Molinari) propone un interessante percorso a ritroso - ma che decifra perfettamente anche il presente e il futuro del nostro Paese - trattando un argomento delicato su cui ancora non si è fatta luce del tutto. Uno dei tanti casi italiani.
Con le denunce ai misfatti e alle ingiustizie nostrane ha iniziato Marco Paolini. Il successo di "Vajont" a teatro, divenuto poi anche film, ha inciso in qualche molto sulla scelta di un evento "ingombrante" come Peteano?
"Non credo sia di moda il teatro civile - ci ha spiegato Giorgio Monte, anche regista e interprete della piéce -. Credo invece che Paolini l'abbia reso più visibile. Ma anche fosse una moda attuale va più che bene. E' necessario trattare questi temi".
Ed è stata proprio una volontà ben precisa, quindi, a farvi affrontare una simile messa in scena.
"Sì, una necessità. Quella di raccontare delle cose che sentiamo, che abbiamo vissuto, che non vanno dimenticate. Del resto è un filo conduttore di tutti i nostri spettacoli. "Koi(o)nè", a esempio, è stato il frutto di vent'anni di rabbia e delusioni".
E la questione linguistica, il friulano?
"Fare teatro vuol dire fare teatro. La lingua non è importante. Chi si ostina sulla dicitura "lingua" per il friulano forse non capisce che non è necesario definire un idioma, l'importante è farlo vivere. Il teatro friulano è stato marginalizzato perché folclorizzato. Si parla della lingua friulana come di un grande slogan ma senza contenuti. Il napoletano è reputato un dialetto, come molte altre parlate, ma è in sé stesso una cultura, un'identità. Questo, a mio avviso, è il vero problema: la perdita di un'identità. E poi c'è da dire che per troppi anni si è inteso il teatro come forma ricreativa e non come momento di riflessione".
Veniamo allo spettacolo...
"Per pudore preferirei parlare di racconto teatrale più che di spettacolo. Parliamo della morte di tre persone e quindi la parola spettacolo suona stonata".
Il vostro racconto parte da una ricerca storica. Come vi siete orientati?
"Una ricerca a passi succesivi. Una prima infarinatura su Internet, dove abbiamo trovato la bibliografia da cui attingere le informazioni e il materiale per cercare di avere una chiara sintesi dell'accaduto. In particolare abbiamo fatto riferimento ai testi di Felice Casson e Sergio Zavoli. Diciamo che abbiamo affrontato un ampio spicchio di storia, dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri".
Avete potuto parlare con qualche testimone diretto?
"In particolare con la moglie di uno dei tre carabinieri uccisi che ci ha concesso un incontro. Ogni giorno la televisione ci propone una serie di notizie nefaste. Le uccisioni sono all'ordine del giorno. Ma quando ti tocca da vicino è ben diverso. Questo è quello che ci ha raccontato una delle vere vittime del caso. Una donna con una sensibilità intelligente incredibile, che ci ha aiutato molto nella comprensione umana della tragedia".
Siete stati anche a Peteano?
"Sì, abbiamo raccolto la testimonianza di alcune persone e la reazione della gente del posto".
E' un ricordo ancora vivo l'attentato di trent'anni fa?
"Lo ricordano molto bene. Un signore, fra tutti, ci ha fatto notare come allora ci fu la volontà di annullare il connotato geografico del luogo. Fu da tutti chiamata la strage di Peteano senza parlare di Gorizia, o della regione Friuli-Venezia Giulia, quasi fosse un luogo a sé stante, un posto dimenticato da Dio".
Ed in effetti questo attentato è sempre stato velato dal mistero.
"Beh, hanno fatto di tutto per depistare le indagini, per insabbiare l'accaduto. Ed è proprio per questo che abbiamo scelto lo strumento fiabesco per raccontarlo".
Perché?
"Perchè la realtà dei fatti accaduti è paradossale e assurda. E abbiamo scelto la figura massima delle fiabe, il collodiano Pinocchio. Pinocchio perché è sinonimo di bugie, il Gatto e la Volpe perché sono l'esecutore e l'emissario del potente Mangiafuoco - il grande burattinaio che sta sopra tutto e tutti. E non poteva mancare il Grillo parlante, voce della coscienza che sarà impersonificato dalla voce e dalla musica di U.T. Gandhi. E poi la favola è un'idea azzeccata anche facendo riferimento ai nomi utilizzati per indicare alcuni momenti storici e politici del nostro Paese, e cito solo Gladio e Tangentopoli. Sembrano davvero nomi usciti dalle favole o dai fumetti".
Come avete strutturato il racconto?
"La prima parte è un sunto della vicenda, un incipit asciutto di pura cronaca. La seconda vede protagonisti i tre personaggi fiabeschi. Pinocchio è alla ricerca della verità, ostacolato dal Gatto e dalla Volpe, e finisce nel Boschetto delle tracce spostate. Infine la realtà gli apparirà nella Chiesetta delle vite spezzate dove, alle pareti, troverà una sorta di via Crucis su cui saranno raffigurate tutte le vicende giudiziarie del caso e l'iter dei processi".
Il racconto teatrale è già stato proposto al pubblico. Come ha reagito?
"E' stato accolto molto bene. La reazione generale è stata una profonda e sentita commozione e una grande partecipazione".
"Peteano, una fiaba friulana" è l'unica favola senza lieto fine.
"Certo, non poteva essere altrimenti. Non c'è speranza. Pinocchio ritornerà dal grande burattinaio Mangiafuoco senza la vera verità, solo con risposte farneticanti ma non riuscirà a cogliere il perché. Pinocchio è un po' lo specchio di tutti noi che non ci occupiamo più di politica ma che abbiamo delegato i politici a questo".
Politici come burattinai, quindi, come grandi Mangiafuoco.
"L'ha detto lei".
Martina Apollonio"Il Messaggero veneto"
Così il giudice di Venezia Felice Casson ricorda le varie fasi delle indagini per scoprire e condannare i colpevoli
Dopo le piste rossa e gialla, spuntò quella nera
Ecco le tappe essenziali della vicenda tratte dal libro "Lo stato violato" del giudice Felice Casson.
* * *
Le indagini della strage di Peteano furono dirette inizialmente verso gli ambienti della sinistra extraparlamentare. Coloro che suggerirono questa direzione delle indagini furono (lo si seppe solo 15 anni dopo) ufficiali dei servizi segreti italiani e dei carabinieri, alcuni dei quali erano strettamente legati a una Loggia massonica chiamata P2, Propaganda 2. La presunta Pista Rossa abortì in capo a pochi mesi, essendosi rivelata priva di qualsiasi fondamento. D'altra parte, fin dall'inizio, erano affiorati elementi indiziari che avrebbero consentito di cominciare degli accertamenti nei confronti di gruppi neofascisti italiani. Questa pista, successivamente chiamata Pista Nera, fu però rapidamente abbandonata, nuovamente a seguito di proditorie indicazioni degli ufficiali legati alla Loggia P2. A quel punto, le indagini furono dolosamente dirette nei confronti di sei persone della provincia di Gorizia, che vennero denunciati e successivamente arrestati. Costoro vennero presentati all'opinione pubblica, anche mediante una pesante campagna di stampa, come autentici "mostri". Questa fu chiamata Pista Gialla. Fortunatamente si costituì un combattivo collegio di avvocati difensori, coscienti sia della importanza della loro funzione sia del fatto che quegli arrestati erano del tutto estranei all'orribile attentato. Nel corso di alcuni anni, in cui anche in Italia continuarono a svolgere la loro attività poteri occulti, in collegamento con fascisti e apparati dello Stato, questi avvocati difensori trovarono la forza e la capacità di denunciare la manipolazione dei fatti, che si stava realizzando in maniera arrogantemente dolosa. Furono denunciati e passarono sul banco degli accusati sia magistrati della Procura che giudici istruttori, così come ufficiali dei servizi segreti e dell'Arma dei carabinieri. L'assoluzione dei sei goriziani giunse in maniera definitiva solo nel corso del 1979 e cominciarono allora le indagini nei confronti dei veri responsabili della strage di Peteano. Fu così che alcuni anni più tardi si provò, in maniera certa, che i responsabili di quell'attentato e di tutta un'altra serie di attentati dinamitardi alle linee ferroviarie e a edifici pubblici appartenevano a un movimento nazifascista di Udine, facente capo a Ordine Nuovo e collegato con i peggiori elementi del neofascismo nazionale e internazionale. La vicenda processuale della strage di Peteano si è conclusa con la condanna all'ergastolo di due terroristi neri, uno dei quali tuttora in carcere e l'altro latitante in Spagna. Nel frattempo, però, erano proseguite tutta una serie di indagini a carico di magistrati, ufficiali dei carabinieri, membri dei servizi segreti e della polizia, i quali, in diversa maniera e in più occasioni, erano intervenuti a deviare il regolare corso delle indagini e sempre a copertura dei neofascisti responsabili della strage. Anche per tale fase delle indagini ci sono state delle condanne definitive e sono stati aperti tutta una serie di altri processi, pur con le difficoltà determinate dal fatto che le nuove indagini sulle deviazioni si sono potute iniziare solo a distanza di molti anni dai fatti. Un ulteriore aspetto si riferisce al fatto che, nell'ambito e in relazione alle indagini sulla strage di Peteano, comparve per la prima volta il nome della struttura segreta denominata Gladio o Stay Behind.
Felice Casson
(giudice istruttore della Procura di Venezia che seguì le indagini su Peteano dal 1982)15 maggio 2002 - CELEBRAZIONI PER 30° ANNIVERSARIO STRAGE PETEANO
"Il Piccolo"
Il 31 maggio
Trentennale della strage di Peteano: celebrazioni
GORIZIA - Trent'anni fa, il 31 maggio 1972, avveniva la strage di Peteano. Tre carabinieri morivano nello scoppio di una Fiat "500" imbottita di tritolo: una pagina drammatica della storia del nostro Paese che segnò in particolare la coscienza dei cittadini dell'Isontino e dell'intera regione.
A 30 anni da quel tragico 1972, la Provincia di Gorizia ha organizzato una giornata dedicata a quell'episodio. Il programma prevede la commemorazione sulla lapide eretta a ricordo dei Caduti e una tavola rotonda all'auditorium di Gorizia intitolata "Peteano, 30 anni dopo". Vi parteciperanno alcune personalità coinvolte a vario titolo nella vicenda. Tra queste il giornalista e scrittore Sergio Zavoli, il magistrato Felice Casson, l'ex presidente della commissione stragi, Giovanni Pellegrino e l'attuale direttore della sede Rai di Trieste, Roberto Collini, allora giovane giornalista.
A conclusione di quella che vuole essere una giornata di riflessione e di ricordo, l'associazione teatrale "Riffo" di Torviscosa rappresenterà, alla presenza di due delle tre mogli dei carabinieri uccisi, lo spettacolo intitolato "Peteano, una fiaba friulana" che rievoca in chiave storico-culturale quella notte tragica notte piovosa.
L'intero programma dell'iniziativa sarà presentato domani in una conferenza stampa che si alle 12 a Roma nella "Sala rossa" del Senato.17 maggio 2002 - PETEANO 30 ANNI DOPO: LE CELEBRAZIONI
"Il Messaggero Veneto"
Brandolin e Maran presentano a Roma le manifestazioni del 31 maggio
Peteano, trent'anni dopo. "Da qui
cominciò la strategia della tensione"
di RENATO VENDITTI
La sera del 31 maggio 1972, un anonimo telefonò ai carabinieri di Peteano, avvertendoli di un'auto 500 parcheggiata sulla strada in modo "sospetto". Alcuni militari corsero sul posto in pattuglia, si avvicinarono per una verifica, pensando magari a una beffa, e invece ci fu un'esplosione che ne ammazzò tre. Era scattata una trappola al tritolo.
A questa strage, trent'anni dopo, la Provincia di Gorizia ha deciso di dedicare una giornata commemorativa, fatta di parole autorevoli e di uno spettacolo teatrale, che il giorno 31 avrà inizio alle 22,45, l'ora del botto micidiale. Ha diffuso anche i titoli di sedici libri che parlano di quella sera a Peteano e ha aggiunto, a questa bibliografia mirata, un classico della letteratura italiana: "Le avventure di Pinocchio" di Carlo Collodi, editore Einaudi.
A trent'anni di distanza, i goriziani e gli isontini possono permettersi anche il lusso di un po' d'ironia amara, dettata da una esperienza atroce fatta sul campo e da un percorso poliziesco e giudiziario lastricato di menzogne.
Solo nell'84, dodici anni dopo la strage, come hanno ricordato ieri a Roma, in una conferenza stampa nella sala rossa del Senato, il presidente della Provincia, Giorgio Brandolin, e il deputato ulivista Alessandro Maran, sono stati scoperti i colpevoli. Appartenevano a una cellula udinese di Ordine nuovo, sigla nazifascista che operava da qualche tempo in tutto il paese. Furono condannati in due: uno, Vinciguerra, è ancora all'ergastolo, l'altro è latitante in Spagna, chissà con quale nuova identità. Era un giovane, ora è un signore di una certa età, magari con la faccia rifatta, e i figli lo hanno conosciuto così.
Lo spettacolo che andrà in scena, firmato da Giorgio Monte, Manuel Buttus e Gigi Del Ponte (nella foto in alto a sinistra), è intitolato "Peteano, una fiaba friulana". La "fiaba", come hanno spiegato gli autori, vuole evocare "le vecchie fandonie" che hanno segnato i dodici anni di buio prima della verità.
Le ha scoperte il magistrato Felice Casson, raccontandole nel suo "Stato violato". Il riflesso condizionato dell'epoca portava alla "pista rossa", rivelatasi presto del tutto gratuita. Quella poi chiamata "pista nera" fu presto abbandonata, "a seguito di proditorie indicazioni degli ufficiali legati alla loggia P2". C'è stata anche una "pista gialla": un processo a sei personaggi disegnati come giovani mostri che in realtà, con la strage, non c'entravano nulla. Durante il processo, vennero portati sul banco degli accusati magistrati della procura e giudici istruttori, ufficiali depistatori dei servizi segreti e dell'Arma dei carabinieri.
Solo nel '79, con l'assoluzione dei sei, si riuscì a imboccare la strada della verità, fino alla condanna dei due responsabili. Ci vollero anni per sapere che quei due erano solo piccola parte di una struttura terroristica di Udine facente capo a Ordine nuovo. Molto più tardi, anche con alcune condanne, fu fatta un po' di luce su una rete di connivenze e depistaggi, annidata nei gangli dello Stato, che coinvolgeva magistrati, ufficiali dei carabinieri e della polizia.
Emerse anche una novità. Per la prima volta, in occasione della strage di Peteano, comparve il nome di Gladio, o Stay behind. Nelle grotte carsiche, furono scoperti depositi di armi di questa segreta struttura di Stato.
Se ne sa ancora poco, ma è chiaro il senso storico e politico di una promozione di Stato, nata con la guerra fredda.
Con la strage di Peteano, come hanno detto Brandolin e Maran, Gorizia ha il triste privilegio di essere stata scelta come sede del primo esperimento della "strategia della tensione", che ora la Provincia vuole rievocare. Perchè non si dimentichi nulla e per riflettere anche su alcuni risvolti dell'attualità politica.
Il cippo che ricorda l'evento è in restauro, anche come monito contro "i revisionismi" e gli "euroscetticismi", a due anni dall'ingresso della Slovenia in Europa.
Il 31 maggio, in un incontro che si terrà nell'auditorium di Gorizia, ne parleranno in molti, tra cui il giudice Felice Casson e anche Sergio Zavoli, con una intervista televisiva all'ergastolano Vinciguerra della sua serie "La notte della repubblica". Uno dei bunker di confine con la ex "cortina di ferro" sarà demolito per far posto a un tratto di strada. Un altro, ricavato dalle grotte carsiche, servirà per tenere in fresco il vino.30 maggio 2002 – TAVOLA ROTONDA SU STRAGE DI PETEANO
"Il Piccolo"
Una tavola rotonda con Zavoli, Casson e Pellegrino e uno spettacolo teatrale per non dimenticare la strage
Peteano, trent'anni di trame e silenzi
Nasce dalla volontà di non dimenticare. Di non passare sotto silenzio quel tragico evento che per primo rivelò una fitta rete di trame sotterranee. Dal desiderio di onorare tutti i morti caduti in tutte le stragi, che possono pure essere state guidate da mani di diverso colore politico ma restano sempre e comunque stragi. La tavola rotonda "Peteano, trent'anni dopo" ricorderà domani la strage di Peteano, che il 31 maggio 1972 segnava una tappa drammatica nella storia italiana quando, allertati dalla chiamata di un telefonista anonimo, tre militari dell'arma dei Carabinieri morivano nell'inconsapevole ispezione di una Fiat 500 imbottita di esplosivo.
Per iniziativa dell'amministrazione provinciale, l'Auditorium domani ospiterà alle 17.30 la tavola rotonda e alle 21.30 lo spettacolo proposto dal Teatrino del Rifo. La tavola rotonda sarà moderata dal giornalista Gianpaolo Carbonetto. Vi parteciperanno il giudice Felice Casson che istruì il processo sulla strage, Sergio Zavoli che realizzò l'inchiesta "La notte della repubblica" sullo stragismo e il terrorismo in Italia, l'ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, l'avvocato Nereo Battello che difese chi fu ingiustamente accusato della strage e il giornalista Roberto Collini. Sarà letto un intervento che il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, ha scritto per l'occasione non potendo partecipare personalmente al dibattito. Saranno presenti il presidente della Provincia, Giorgio Brandolin, e il sindaco di Gorizia, Gaetano Valenti.
Alle 21.30, gli attori del Rifo di Torviscosa metteranno in scena lo spettacolo "Peteano, una fiaba friulana" che rievoca in chiave storico-culturale quella notte piovosa di trent'anni fa, rovesciando i rapporti classici della fiaba di Pinocchio. Non è più un burattino che vuole diventare uomo, ma un uomo che non vuole farsi "imburattinare" dal mondo che lo circonda.
Intanto, Canale 6 trasmetterà stasera alle 22 il dibattito "Peteano, una strage italiana", moderato dall'avvocato Livio Bernot e con la partecipazione dell'avvocato Paolo Mulitsch, del giornalista Giorgio Verbi e dello scrittore Luigi Grimaldi. È previsto un collegamento telefonico con Francesco Gironda, portavoce di Gladio, la cui esistenza fu scoperta nelle indagini sulla strage di Peteano. Bernot ha condotto battaglie legali per la scarcerazione e il successivo proscioglimento dei sei ingiustamente accusati. Mulitsch è il legale che difese Carlo Cicuttini, condannato all'ergastolo per essere uno degli autori della strage e recentemente catturato in Francia e incarcerato in Italia. Per Cicuttini, è probabile che Mulitsch si appresti a chiedere la revisione del processo.31 maggio 2002 – COMMEMORAZIONE STRAGE DI PETEANO
"Il Messaggero veneto"
La commemorazione sul cippo, una tavola rotonda con Casson, Pellegrini, Battello e Zavoli e uno spettacolo con il Rifo e U.T. Gandhi
Tre ricordi a trent'anni da Peteano
Sono alle 22.45 del 31 maggio 1972. A Peteano una Cinquecento imbottita di tritolo salta in aria. Muoiono tre carabinieri, in servizio, giunti sul posto allertati da una telefonata anonima. Anche il Friuli-Venezia Giulia entra da quel momento in quel periodo di buio e di dolore seminato in Italia dalla strategia della tensione e che tra il 1969 e il 1984 causò la morte di 149 persone e il ferimento di altre 728.
Ma con la strage di Peteano il Friuli ha conosciuto anche il depistaggio delle indagini, il moltiplicarsi dei processi che stentano a raggiungere la verità. Almeno fino a quando un giudice testardo, Felice Casson, non ebbe raccolto la spontanea confessione di colpevolezza di Vincenzo Vinciguerra, un terrorista nero piuttosto fuori dalle righe. Quella testimonianza ha dato spazio a inquietanti ipotesi, luci e ombre si sono proiettate su parecchi decenni di storia della Repubblica, su un senso deviato di intendere e di fare politica. Le indagini di Casson portarono allo scoperto l'esistenza di Gladio, una struttura agli ordini dei servizi italiani e della Cia, che aveva agito per quarant'anni, al di là di ogni controllo istituzionale, nell'ombra.
Quella di oggi sarà una giornata molto particolare: nel trentennale della strage, la Provincia di Gorizia ha voluto solennizzare l'anniversario e commemorare degnamente le vittime, anche per dare vita a una riflessione e a una ricostruzione di quel complesso periodo della nostra storia.
Dopo la commemorazione ufficiale di questa mattina sul luogo dell'attentato, alle 17.30, nell'auditorium della Cultura friulana di via Roma, a Gorizia, comincerà un incontro pubblico coordinato dal giornalista Gianpaolo Carbonetto, al quale parteciperanno il giudice Felice Casson, che dal 1982 partecipò alle indagini contribuendo alla definitiva soluzione del caso, il giornalista Sergio Zavoli, che presenterà spezzoni inediti della sua intervista al reo confesso Vinciguerra, il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi all'epoca dei fatti di Peteano, l'avvocato Nereo Battello, uno dei difensori dei goriziani accusati ingiustamente in un primo momento della strage e che per primo denunciò i depistaggi e le anomalie nelle indagini, Roberto Collini, direttore della sede Rai del Friuli-Venezia Giulia.
Alle 21.30 sul palcoscenico saliranno i tre attori del Tatrinbo del Rifo e U. T. Gandhi (compositore delle musiche, da lui eseguite dal vivo) che ridanno vita a Peteano, una fiaba friulana, prodotto con il sostegno del Css di Udine, e scritto anche grazie all'intensa collaborazione con la drammaturga Renata Molinari.
"Il nostro - spiegano Giorgio Monte, Manuel Buttus e Gigi Del Ponte - nel pieno rispetto delle vittime e delle persone coinvolte, è un racconto che nasce da una necessità: far rivivere una storia che ci sta a cuore. Parte da un fatto accaduto nel nostro territorio e diventa una sorta di bussola per tentare di trovare l'orientamento tra i misteri della lunga ed eterna notte italiana; per farci delle domande sul nostro presente; per meditare su quanto oggi abbia ancora senso il significato di memoria. In uno stato democratico dove, purtroppo, si tende a dimenticare e a minimizzare su tutto. In uno stato democratico sonnolento dove, spesso, si finge che niente sia accaduto. Quasi fossero delle vecchie fandonie: delle fiabe, per l'appunto". La fiaba del Rifo è quella di Pinocchio. Un Pinocchio riveduto e corretto, in fuga dal teatrino di Mangiafuoco, il burattinaio che manipola, controlla e addormenta le coscienze e inseguito da due loschissimi e violenti figuri, il Gatto e la Volpe, che vogliono impedirgli l'ingresso nel "Boschetto delle tracce spostate", simbolo di quanto ci è stato nascosto. Lo spettacolo terminerà alle 22.45, con una commemorazione silenziosa dell'eccidio, nell'ora esatta in cui scoppiò la bomba a Peteano.
B.L."Il Piccolo"
Trent'anni fa la strage in cui morirono tre carabinieri: un attentato che scosse nel profondo anche le coscienze dell'"isola felice" Gorizia
Strage di Peteano, la paura vista da "vicino"
La città, tra caccia agli anarchici e agli uomini di sinistra, scoprì il suo volto peggiore
Peteano trent'anni dopo. La strategia della tensione in periferia. Che vuol dire paura e oppressione, in qualche modo attenuate dalla stupidità del potere e dal provincialismo.
Il 31 maggio del 1972 era una domenica di sole e scendevi, con i ritmi rallentati della giornata festiva, a comprare i giornali e venivi a sapere dei morti e dell'attentato e di quel tuo periferico panorama spezzato. Un attentato. Altrove era cosa non nuova. C'era già stata piazza Fontana, due anni e mezzo prima, cui era seguito il pogrom sugli anarchici. Anarchici a Gorizia nel 1972 non ce n'erano e la polizia fu costretta a perquisire la sinistra ufficiale. Non ne uscì ovviamente nulla.
Ma per la città fu uno shock. L'assassinio dei tre carabinieri dimostrava che la politica delle stragi non era solo materia di cronaca lontana ma si innervava anche nel cuore delle isole felici, quelle in cui la linea del confine, culturale e ideologico, rafforzava gli estremismi. Ancor più sconcertante sarà l'esito delle indagini. Il 20 marzo dell'anno successivo vengono incolpati della strage sei giovani goriziani; fra essi qualcuno con piccoli precedenti penali (ma oggi, uno di loro, a Milano, è fra i più celebri cuochi italiani). La vicenda giudiziaria è lunga e contorta: i sei ne escono prosciolti, anche in appello, nel 1976, ma in compenso viene in luce il nido di vipere della giustizia dell'epoca: i carabinieri inquirenti che falsificano le prove; il Sid, i servizi segreti, che trasmette ai carabinieri un invito perentorio, datato 6 novembre 1972, a non indagare sugli ambienti dell'eversione nera; un procuratore della Repubblica e un giudice istruttore appiattiti servilmente sulle posizioni, prive di riscontro, degli inquirenti; un processo di primo grado, da cui pur gli accusati escono assolti, condotto in toni che stanno fra la farsa e l'intimidazione del collegio di difesa; una stampa supina e pronta ad accettare qualunque invenzione provenga dagli inquirenti. Loris Fortuna in parlamento sottolinea che "la calcolata e voluta, o comunque oggettiva convergenza tra funzionari dello Stato e gli appartenenti alle cellule nazifasciste non ha soltanto contenuto ideologico ma, altresì, si è estrinsecata in uno dei più gravi episodi di deviazione delle istituzioni di cui si abbia conoscenza".
Peteano fu una strage diversa dalle precedenti. Piazza Fontana non era stata remunerativa; la democrazia aveva resistito e da quel momento in avanti perciò si colpisce isolatamente, secondo una precisa logica del terrore. Peteano è la prova generale di piazza della Loggia e dell'Italicus. Sui mandanti di tutte queste stragi le indagini giudiziarie non hanno prodotto risultati. Eppure alcune verità, dai nomi di alcuni responsabili alla filiera dei mandanti lontani, sono note. Uno dei responsabili della strage di Peteano, Vincenzo Vinciguerra, attualmente all'ergastolo per altro motivo, ha scritto tutto in un libro intitolato "Ergastolo per la libertà - verso la verità sulla strategia della tensione", edito a Firenze nel 1989. E a ridosso dei processi su "La strage di Peteano" uscì presso Einaudi una documentatissima inchiesta di Gian Pietro Testa, l'inviato del Giorno che seguì i processi di primo e secondo grado. È un libro oggi dimenticato che andrebbe riletto e ristampato proprio per l'immagine che ne esce della nostra città: un verminaio sotto il presepe della periferia. C'è proprio tutta la materia per la pièce teatrale in programma stasera.
Sandro Scandolara31 maggio 2002 - COMMEMORAZIONE STRAGE DI PETEANO
"Il Messaggero Veneto"
La commemorazione sul cippo, una tavola rotonda con Casson, Pellegrini, Battello e Zavoli e uno spettacolo con il Rifo e U.T. Gandhi
Tre ricordi a trent'anni da Peteano
Sono alle 22.45 del 31 maggio 1972. A Peteano una Cinquecento imbottita di tritolo salta in aria. Muoiono tre carabinieri, in servizio, giunti sul posto allertati da una telefonata anonima. Anche il Friuli-Venezia Giulia entra da quel momento in quel periodo di buio e di dolore seminato in Italia dalla strategia della tensione e che tra il 1969 e il 1984 causò la morte di 149 persone e il ferimento di altre 728.
Ma con la strage di Peteano il Friuli ha conosciuto anche il depistaggio delle indagini, il moltiplicarsi dei processi che stentano a raggiungere la verità. Almeno fino a quando un giudice testardo, Felice Casson, non ebbe raccolto la spontanea confessione di colpevolezza di Vincenzo Vinciguerra, un terrorista nero piuttosto fuori dalle righe. Quella testimonianza ha dato spazio a inquietanti ipotesi, luci e ombre si sono proiettate su parecchi decenni di storia della Repubblica, su un senso deviato di intendere e di fare politica. Le indagini di Casson portarono allo scoperto l'esistenza di Gladio, una struttura agli ordini dei servizi italiani e della Cia, che aveva agito per quarant'anni, al di là di ogni controllo istituzionale, nell'ombra.
Quella di oggi sarà una giornata molto particolare: nel trentennale della strage, la Provincia di Gorizia ha voluto solennizzare l'anniversario e commemorare degnamente le vittime, anche per dare vita a una riflessione e a una ricostruzione di quel complesso periodo della nostra storia.
Dopo la commemorazione ufficiale di questa mattina sul luogo dell'attentato, alle 17.30, nell'auditorium della Cultura friulana di via Roma, a Gorizia, comincerà un incontro pubblico coordinato dal giornalista Gianpaolo Carbonetto, al quale parteciperanno il giudice Felice Casson, che dal 1982 partecipò alle indagini contribuendo alla definitiva soluzione del caso, il giornalista Sergio Zavoli, che presenterà spezzoni inediti della sua intervista al reo confesso Vinciguerra, il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi all'epoca dei fatti di Peteano, l'avvocato Nereo Battello, uno dei difensori dei goriziani accusati ingiustamente in un primo momento della strage e che per primo denunciò i depistaggi e le anomalie nelle indagini, Roberto Collini, direttore della sede Rai del Friuli-Venezia Giulia.
Alle 21.30 sul palcoscenico saliranno i tre attori del Tatrinbo del Rifo e U. T. Gandhi (compositore delle musiche, da lui eseguite dal vivo) che ridanno vita a Peteano, una fiaba friulana, prodotto con il sostegno del Css di Udine, e scritto anche grazie all'intensa collaborazione con la drammaturga Renata Molinari.
"Il nostro - spiegano Giorgio Monte, Manuel Buttus e Gigi Del Ponte - nel pieno rispetto delle vittime e delle persone coinvolte, è un racconto che nasce da una necessità: far rivivere una storia che ci sta a cuore. Parte da un fatto accaduto nel nostro territorio e diventa una sorta di bussola per tentare di trovare l'orientamento tra i misteri della lunga ed eterna notte italiana; per farci delle domande sul nostro presente; per meditare su quanto oggi abbia ancora senso il significato di memoria. In uno stato democratico dove, purtroppo, si tende a dimenticare e a minimizzare su tutto. In uno stato democratico sonnolento dove, spesso, si finge che niente sia accaduto. Quasi fossero delle vecchie fandonie: delle fiabe, per l'appunto". La fiaba del Rifo è quella di Pinocchio. Un Pinocchio riveduto e corretto, in fuga dal teatrino di Mangiafuoco, il burattinaio che manipola, controlla e addormenta le coscienze e inseguito da due loschissimi e violenti figuri, il Gatto e la Volpe, che vogliono impedirgli l'ingresso nel "Boschetto delle tracce spostate", simbolo di quanto ci è stato nascosto. Lo spettacolo terminerà alle 22.45, con una commemorazione silenziosa dell'eccidio, nell'ora esatta in cui scoppiò la bomba a Peteano.
B.L.1 giugno 2002 - STRAGE DI PETEANO: EX SEN. PELLEGRINO
"Il Piccolo"
Pellegrino: "I vertici dello Stato sapevano da subito tutto, ma non parlarono". Battello: "Dedicare una via ai tre carabinieri dilaniati"
Dietro la strage di Peteano i silenzi e le reticenze d'una democrazia "fragile"
GORIZIA "I vertici dello Stato conoscevano fin dai primi momenti la verità sulla strategia della tensione che negli anni a cavallo tra il '60 e il '70 produsse morti e feriti. E lo sapevano anche i vertici del Pci. Ma la democrazia italiana era considerata troppo fragile perché potesse assimilare tali verità e allora si acconsentì che si ergesse una cortina fumogena attorno alle stragi".
È l'opinione espressa dal senatore Giovanni Pellegrino, che per sette anni fu presidente della Commissione stragi, intervenuto ieri al convegno su "Peteano trent'anni dopo" organizzato dalla Provincia di Gorizia e moderato dal giornalista Gianpaolo Carbonetto. Proprio l'attentato di Peteano avvenne in quello che viene definito "la notte più buia della Repubblica" perché si lega alle stragi di piazza Fontana, dell'Italicus, di piazza della Loggia e del fallito golpe Borghese.
Peteano, secondo Pellegrino, è il nodo di svolta tra il 1969 e il 1974. Da metà degli anni Sessanta e fino al golpe Borghese i servizi segreti militari avevano assoldato esponenti che facevano parte di associazioni di destra. E nasceva in quegli anni il bisogno "di destabilizzare per stabilizzare" il governo che si voleva più di destra, più autoritario.
Dopo piazza Fontana, dove per Pellegrino (che ha ripreso le parole di Taviani) gli esecutori andarono al di là delle loro intenzioni, e il fallito golpe Borghese, gli strateghi della teoria della tensione ripensarono a nuovi schemi. Vennero allontanati dallo scenario nazionale alcuni dei protagonisti come Delle Chiaie che emigra in Sud America.
Ma i gruppi eversivi che restano in Italia, e che hanno un nucleo forte negli ordinovisti del Veneto e del Friuli, non ci stanno. E la strage di Peteano, decisa contro i carabinieri visti come rappresentanti di uno Stato da punire, rientra in questa ottica. Ci sono anche la bomba lanciata nel '73 dinanzi alla Questura di Milano contro Rumor reo di non aver instaurato un governo autoritario dopo piazza Fontana. Un attentato che era stato proposto a Vincenzo Vinciguerra, che rifiuta. Dopo la strage di Peteano e il tentato dirottamento di un Fokker a Ronchi, Vinciguerra si dà, come Cicuttini, alla latitanza. Non fugge perché teme di essere coinvolto nei due episodi; fugge soprattutto dai servizi di cui teme vendette. Si consegna nel 1979 e nel processo per il delitto di Peteano tira frecciate velenose contro alcuni ordinovisti veneti. Poi scrive un libro dove afferma che è preferibile essere "liberi in carcere".
Quando Vinciguerra, condannato all'ergastolo come Cicuttini, confessa di essere l'autore della strage di Peteano è già nel mirino di Casson, pm nel processo svoltosi a Venezia. Lo stesso giudice veneziano ieri ha tracciato le tappe di un'inchiesta che portò alla verità su Peteano e anche ai depistaggi che vennero attuati da carabinieri e magistratura per coprire gli autori dell'attentato.
Dall'inchiesta su Peteano emerse anche l'organizzazione Gladio, di cui fu sempre Vinciguerra a parlarne per primo nel primo nel 1987. Il dubbio fu che l'esplosivo utilizzato per riempire il cofano della "500" a Peteano provenisse dal "Nasco" di Aurisina a disposizione proprio di Gladio. Verità già note da tempo che ieri sono state rievocate a 30 anni dalla strage perché, è stato detto, non bisogna dimenticare.
E per non dimenticare l'avvocato Nereo Battello, uno dei difensori dei sei giovani goriziani ingiustamente accusati dell'eccidio, ha proposto che il Comune intitoli una via a quelle vittime. In precedenza era stato il direttore della sede Rai di Trieste Roberto Collini, che seguì come cronista la vicenda Peteano, a chiedere che la città ricordi in modo formale i tre carabinieri morti da servitori dello Stato.
fr. fem.2 giugno 2002 - STRAGE PETEANO: SPETTACOLO TEATRINO DEL RIFO
"Il Piccolo"
TEATRO Venerdì a Gorizia lo spettacolo del Rifo ha concluso le commemorazioni per la strage
Anche una fiaba ricorda i 30 anni di Peteano
Però la nuda evidenza dei fatti ha più forza di qualsiasi allegoria
GORIZIA - Anche il teatro, venerdì 31 maggio, ha ricordato il trentennale della strage di Peteano. Alla cerimonia ufficiale, davanti al cippo sulla strada che da Savogna porta a Sagrado, e alla tavola rotonda organizzata a Gorizia affinché non si cancelli la memoria dei fatti, si è aggiunto in serata lo spettacolo "Peteano, una fiaba friulana", realizzato dal Teatrino del Rifo, e già andato in scena a Udine in febbraio, ma ripreso adesso all'Auditorium di Gorizia in una versione che si conclude esattamente alla stessa ora in cui trent'anni fa, una telefonata anonima ai Carabinieri di Gorizia annunciava l'esistenza di un'automobile sospetta.
Le 22.35 del 31 maggio 1972. Squilla il telefono della sezione Pronto Intervento di Gorizia. "La xè 'na Cinquecento... la xè 'na machina che gà due buchi sul parabressa...". Le 22.45. La pattuglia risale il viottolo sotto la massicciata del treno, in località Boschetto di Peteano. La piccola sagoma bianca della vettura li attende. Le 22.50. Cinque chili di tritolo esplodono nel vano motore, e si portano via tre vite.
Peteano non è più solo un nome delle carte geografiche. I pezzi di lamiera e le membra raccolte su quel defilato tratto di strada si aggiungono a quelle raccolte 30 mesi prima alla Banca dell'Agricoltura a Milano.
Pochi anni e l'inventario si allunga: una bomba alla questura di Milano, un'altra in piazza della Loggia a Brescia, una sull'Italicus, una alla stazione di Bologna, una sul rapido 904... E' la lunga notte della Repubblica, che macchia di tritolo e sangue l'Italia degli anni Settanta e Ottanta.
Questo raccontano i fatti, e questo tentano di raccontare i tre del Rifo, Manuel Buttus, Gigi Del Ponte, Giorgio Monte, assieme al musicista U.T. Gandhi, attori ma anche autori di un teatro che sulla strada aperta da Marco Paolini, scava questioni ancora irrisolte della nostra storia recente, e recupera alla scena la funzione civile.
Ma per il Rifo, Peteano non è solo una tragedia da indagare con emozione indignata, la formula con cui Paolini ci ha raccontato il Vajont e Ustica.
Peteano per loro è soprattutto la favola nera delle indagini depistate, della connivenza tra corpi dello stato e organizzazioni segrete, delle coperture e dei progetti eversivi.
E come una favola la raccontano, strappando a Collodi l'idea del burattino che dovrebbe diventare un ometto, mettendogli accanto la compagnia poco affidabile del Gatto e della Volpe, costellando la storia di nomi e oggetti allegorici: il Boschetto delle Tracce Spostate, la Chiesetta delle Vite spezzate, le strategie dei Terroristi Neristi, il teatrino televisivo del cavalier Mangiafuoco.
Ma la testimonianza nuda dei fatti è spesso superiore a qualsiasi favola o allegoria. E al di là di ogni teatro, è più auspicabile che la memoria di Peteano, cui fanno ancora ombra pagine ambigue di storia, tragga dalla ricostruzione e dalla evidenza dei fatti quell'emozione e quella convinzione che invece questo Pinocchio burattino, allegorico e semplificante, non riesce a infondergli.
Roberto Canziani"Il Manifesto"
Pinocchio e il senso dello stato
In scena "Peteano, una fiaba friulana" di Giorgio Monte, che celebra a Gorizia il trentennale della strage
GIANFRANCO CAPITTA
GORIZIA
Venerdì scorso, 31 maggio, era il trentesimo anniversario di quella che è nota come "la strage di Peteano". Sulla strada provinciale 8, al quinto chilometro, ora c'è una pietra, che ricorda quei tre carabinieri saltati in aria, e ieri c'erano ancora le corone di fiori commemorative dell'amministrazione provinciale (l'unica isola rossa rimasta nel Friuli legopolista), dei carabinieri e delle amministrazioni comunali vicine, assenti lo stato e la regione. I militi furono chiamati alle 22,35: "La xè una cinquecento", con due fori di proiettile sul parabrezza. Alle 22,45 tre di loro restavano uccisi e altri due feriti, mentre cercavano di aprire il cofano dell'utilitaria dove erano nascosti almeno cinque chili di esplosivo al plastico, nella salitella erbosa sotto la massicciata della ferrovia, in quella località che sarebbe divenuta tristemente famosa.
Era il 1972, in piena "strategia della tensione", e quella strage compiuta da fascisti udinesi sarebbe stata l'unica i cui autori avrebbero confessato, e applicandosi alla quale il giudice veneziano Felice Casson scoprì l'esistenza di Gladio.
Insomma una data dolorosa eppure meno nebulosa di altre, in quella galassia luttuosa che da piazza Fontana portò alla stazione di Bologna. Ma che pure conserva una tragica amarezza che rende ancora oggi difficile parlarne. Tanto che il Teatrino del Rifo, una agguerrita formazione teatrale friulana, per portarla sulla scena della vita civile, ricorre alla metafora della favola, piegando il Pinocchio di Collodi a testimone e vittima di una catena di sangue di cui ancora oggi tutti paghiamo il prezzo politico.
Peteano, una fiaba friulana è il titolo dello spettacolo di e con Giorgio Monte, Manuel Buttus e Gigi Del Ponte, con U. T. Gandhi che accompagnava con la musica dal vivo: venerdì sera hanno officiato quel triste trentennale, fermandosi proprio alle 22,45, l'ora della spaventosa esplosione.
"La xè una cinquecento" sembra il leit-motiv della serata, perché dietro quella apparente, quasi banale normalità della macchina allora più diffusa in Italia, sta l'orrore e il delirio dello strappo mortale contro lo stato e gli italiani, identificati nelle divise di chi per definizione è "servitore dello stato".
Una strage, se si può dire, atipica nella strategia della tensione di quegli anni. Non solo perché Gorizia era un esempio di tolleranza e coabitazione con quella che era allora la Jugoslavia (ancora oggi la città è divisa da una rete dalla Slovenia e dall'antica stazione asburgica, oggi nel territorio di Nova Gorica), ma perché alzava un altro fronte nel clima infuocato di quegli anni. Con la risposta incredibile delle autorità militari e dei servizi che depistarono le indagini finché queste non giunsero a Venezia nelle mani di Felice Casson, appena entrato in magistratura.
E proprio a lui è toccato, venerdì pomeriggio, testimoniare del proprio lavoro e della propria indagine, in una conversazione che nel pomeriggio aveva cercato invece di affrontare anche con le parole e le ragioni dell'intelligenza la portata di Peteano.
Con Giampaolo Carbonetto del Messaggero veneto e il presidente della provincia Brandolin, si sono confrontati l'avvocato Nero Battello che difese allora i malcapitati innocenti che erano stati accusati del delitto, Roberto Collini che oggi è responsabile delle sede Rai regionale, e allora era corrispondente proprio da Gorizia, e il senatore Giovanni Pellegrino che per molti anni ha presieduto in parlamento la commissione stragi.
Felice Casson ha avuto le parole più nette e più laiche (anche se ha spiritosamente ricordato la propria formazione dai salesiani). Proprio per mettere in guardia da un giustizialismo redenzionista, ha ricordato il valore civile della giustizia e della memoria, definendo la strage di Peteano una attendibile "finestra sulla storia della repubblica", perché per la prima volta c'erano responsabili identificabili (i fascisti del Triveneto) e nello stesso tempo si provarono le trame di apparati dello stato.
Pellegrino, ds, fa impressione oggi nello sforzo di riassorbire ecumenicamente terrorismo "di destra" e "di sinistra". Con qualche sgomento tocca sentire da lui oggi, in una sorta di svagata mondanità, che non solo il ministro dell'epoca Taviani o il Moro della prigionia, ma anche forse i dirigenti del Pci sapevano delle reali responsabilità delle stragi, ma tacevano per senso dello stato, "perché altrimenti chissà quanti proseliti avrebbero avuto subito dopo Curcio e Franceschini".
Allora paradossalmente si sente più verità e maggiore aderenza al "dopo" nella favola pinocchiesca del Rifo: col burattino di legno che vuol diventare uomo, e quel Gatto e quella Volpe che in ogni modo vogliono farlo restare pupazzo, anche perché Mangiafuoco così lo vuole, per annetterlo come burattino nel proprio teatro...9 giugno 2002 - STRAGE PETEANO: UN LETTORE AL MESSAGGERO VENETO
"Il Messaggero Veneto"
La strage di Peteano
Volevo esprimere il mio apprezzamento per il fatto che il suo giornale ha dedicato tanto spazio all'anniversario della strage di Peteano. Vorrei comunque fare alcune riflessioni sugli articoli che sono comparsi in questi giorni.
1) Nella pagina del 1º giugno, dedicata alla conferenza di Gorizia e allo spettacolo del Rifo, perché non nominare da nessuna parte gli altri due avvocati che coraggiosamente difesero i sei indagati goriziani, e cioè l'avvocato Livio Bernot e l'avvocato Maniacco?
2) Nel riquadro riassuntivo in alto a sinistra si legge: "La pista ("rossa") si rivela inconsistente e le indagini si indirizzano dapprima su alcuni pregiudicati per reati comuni". Ma che quegli indagati fossero pregiudicati per reati comuni era una falsa notizia, messa in giro di proposito per depistare, proprio come la "pista rossa".
Non è il caso di ricostruire la storia, trent'anni dopo, usando le notizie false di trent'anni prima.
3) Purtroppo leggendo quella pagina del Messaggero non si capisce chi fosse Vinciguerra e la sua relazione con Ordine Nuovo, non si sa perché volle colpire proprio i carabinieri, non si capisce perché alcuni ufficiali dell'Arma dei Carabinieri depistarono le indagini, non si sa di Gladio, non si capisce perché tutto questo successe. Eppure sono stati gli argomenti trattati nella conferenza.
4) Il 2 giugno però è comparso un altro articolo, questa volta di Alberto Garlini dal titolo "Peteano dice che il potere è un gioco nella penombra". Contiene più informazioni, anzi, in sintesi, le informazioni giuste, su Vinciguerra e Ordine Nuovo, la Gladio, la Cia, gli scopi anticomunisti. Anche alcune delle riflessioni di Garlini sul potere sono condivisibili.
Sennonché, anche qui, alla fine le responsabilità rimangono qualunquisticamente indistinte. "Peteano - scrive Garlini - ci insegna che i nascosti, di qualunque parte siano, hanno parentele e complicità, collaborano fra loro. Non importa che siano occidentali, o comunisti, mafiosi o statali, musulmani o cristiani: chi agisce nell'ombra si accorda con chi agisce nell'ombra, prende tutti i vantaggi che questo tipo di azione può dare". Ora, questo può essere vero in generale, ma non capisco perché, parlando di Peteano, unica delle stragi su cui si sia fatta una certa chiarezza, si debba poi mettere tutti ancora una volta nello stesso generico calderone delle responsabilità. Evidentemente in questo caso i musulmani non c'entrano nulla, e neppure i cristiani, in quanto tali (casomai i democristiani, che sono un'altra cosa). Probabilmente non c'entrano i mafiosi, anche se ci sono stati molti contatti fra mafia e servizi segreti. Molto c'entrano gli "occidentali", se con questo termine generico si intendono i servizi segreti atlantici, la Gladio e la Cia americana, di cui lo stesso Garlini a un certo punto parla. Moltissimo c'entrano i neofascisti, termine che si può assimilare a "estremisti di destra", usato nell'articolo.
Molto c'entrava anche la P2, a cui appartenevano alcuni degli ufficiali dei carabinieri depistatori. La P2 era l'organizzazione massonica di cui ha fatto parte, per esempio, anche l'attuale presidente del consiglio, oltre che molti altri uomini dell'attuale maggioranza.
Assolutamente nessuna responsabilità avevano i comunisti.
Ora, perché Garlini, parlando di Peteano, mette i comunisti, che sono stati l'obiettivo politico della strategia della tensione, nello stesso calderone con coloro che ne furono gli artefici? Oggi il Pci, che non aveva alcuna responsabilità nella vicenda di Peteano, non esiste più, la destra e i consoci dei depistatori sono al potere.
Garlini si chiede: "Cosa resta attuale di Peteano e di quel modo di concepire il potere?". Resta appunto il potere, ma non un "potere" generico, in cui Garlini, per la sindrome qualunquistica della "par condicio", mette tutto, depistati e depistatori, vittime e carnefici, ma questo potere, ben concreto nella sua identità sociale e politica, che ha raggiunto i suoi obiettivi anche, certo non solo, strumentalizzando quella strage.
Alessandra Kersevan
UdineLa signora Kersevan si scorda alcune cose: anche se la strategia della tensione fu perseguita per impedire che i comunisti prendessero il potere in Italia, la strage di Peteano, che fa parte della strategia della tensione, ebbe ragioni diverse. L'esecutore di questo atto criminale, Vincenzo Vinciguerra, disse che si decise all'azione per compiere un vero attentato contro lo Stato (e infatti colpì dei carabinieri), e non degli attentati fittizi che servivano in realtà a puntellarlo secondo la logica dello "stabilizzare destabilizzando". Si accinse in sostanza che l'estremismo nero, di cui lui faceva parte, era manovrato da oscuri apparati dello Stato. I due "nascosti", quello statale e democratico dei servizi segreti, e quello fascista dell'estremismo di destra, che dovevano essere nemici, in realtà si accordavano e congiuravano per uno scopo comune. Lo stesso discorso può essere riproposto, in molti punti, per l'estremismo rosso. Questo per dire come le cose siano molto più complicate delle distinzioni interessate fra buoni e cattivi della signora Kersevan, e del qualunquista che appioppa a chi non la pensa come lei. Fa dispiacere vedere come le persone non riescano mai a uscire da una logica di parte (che è la prima ed essenziale forma della violenza) per raccogliere anche un solo brandello di verità.
Alberto Garlini27 agosto 2002 - MORTO PROF. BANCHERI, PERITO PER PETEANO
"Il Messaggero Veneto"
E' morto il professor Bancheri
Aveva 78 anni. Eseguì le indagini peritali in seguito alla strage di Peteano
Una delle figure più note a Gorizia nel campo medico è venuta a mancare ieri: è morto infatti, a 78 anni, il professor Salvatore Bancheri, anatomopatologo, che abitava al civico 18 di via Sauro. Bancheri era nato il 29 gennaio del 1924 a Bengasi, in Libia. Aveva lavorato anche per la Procura della repubblica: fra gli incarichi più importanti ricevuti, va ricordato quello sugli accertamenti peritali in seguito all'attentato di Peteano.
Lascia nel lutto la moglie Maria Palisi e quattro figli: Sergio, Giulia, Giorgio e Guglielmo, rispettivamente di 36, 33, 30 e 27 anni. I funerali saranno celebrati giovedì, in duomo: l'orario sarà stabilito nella giornata di oggi.4 settembre - TORNA SPETTACOLO TEATRINO DEL RIFO SU PETEANO
"Il Messaggero Veneto"
Torna "Peteano" con il Rifo a Osoppo
OSOPPO - Tornerà in scena domani, alle 21, nell'Area Fortezza di Osoppo, Peteano una fiaba friulana, il più recente lavoro realizzato dal teatrino del Rifo.
Peteano è scritto e interpretato da Giorgio Monte, Manuel Buttus e Gigi Del Ponte (con l'affettuosa e competente collaborazione di Renata Molinari che ha seguito la stesura), musiche originali, eseguite dal vivo, di U.T. Gandhi, sostegno alla produzione del Css Teatro stabile di innovazione del Friuli-Venezia Giulia. La regia è di Giorgio Monte.
La strage di Peteano è una tristissima vicenda accaduta il 31 maggio 1972 nella nostra regione. Vicenda in cui sono implicati tanti personaggi, tantissimi nomi della Repubblica democratica. Una vicenda dai contorni quasi fantastici: depistatori d'indagini, confessioni, servizi segreti, servizi segreti paralleli, omissioni, intrighi nazionali e internazionali. Attorno a essa ruotano persone, organizzazioni e fatti, legati alla storia italiana, dai nomi quasi fiabeschi: l'organizzazione Gladio, il Picconatore, il Venerabile, il Sifar, la Cia, il Crollo del Muro... Ma soprattutto, e questo sovrasta ogni cosa, Peteano è una storia di dolore, di morte: vi hanno perso la vita tre persone, tre carabinieri della Repubblica Italiana.
L'attentato di Peteano, è una tappa drammaticamente importante, storicamente inserita nel periodo tristemente conosciuto come quello della Strategia della Tensione: un insieme di soluzioni autoritarie (secondo gli intendimenti degli stessi ideatori e autori neofascisti) per ristabilire l'ordine nella nazione; una serie di delitti che, fra il '69 e l'84, causarono la morte di 49 persone e il ferimento di 728. La strage di Peteano è, fra tutte le stragi compiute nella Repubblica, l'unica ad avere un colpevole. Un colpevole reo confesso.
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