Almanacco dei misteri d' Italia


Strage di Peteano
le notizie del 2005
10 febbraio 2004 - STRAGE PETEANO: CASSAZIONE BLOCCA PROVVEDIMENTO PER CICUTTINI
"Il Corriere della sera"
IL CASO
Strage di Peteano la grazia sfiorata
di GIAN ANTONIO STELLA
"Perché solo lui?", risponde Roberto Castelli a chi gli chiede come mai si sia sempre opposto alla grazia a Sofri a costo di scontrarsi con Ciampi. E batte e ribatte sempre sullo stesso tasto: "Molti sono dalla parte di Caino, io penso prima ad Abele. Chi sbaglia deve pagare". Tutti? Tutti. Meno uno: Carlo Cicuttini, autore della strage di Peteano. Di cui la Cassazione ha bloccato una richiesta che, appoggiata dal Guardasigilli, avrebbe finito "con l'equivalere alla concessione della grazia". Ma partiamo dall'inizio. E' la sera del 31 maggio 1972, in tivù c'è Inter-Ajax. Alla stazione dei carabinieri di Gradisca d'Isonzo arriva una telefonata: "C'è una 500 abbandonata con due fori di pallottola".
Una pattuglia corre sul posto, a Peteano. I militari trovano l'auto, qualcuno solleva il cofano. Il boato è tremendo. Quando arrivano i soccorsi per tre dei ragazzi in divisa non c'è più niente da fare. Morti. Donato Poveromo aveva 33 anni, Franco Bongiovanni 23, Antonio Ferraro 31. La moglie Rita piange disperata sotto i flash. Lei e Antonio aspettavano un bambino. Conoscerà suo padre solo dalle fotografie...
Sono passati esattamente 14 giorni dall'uccisione del commissario Luigi Calabresi per il quale verrà condannato Adriano Sofri e le indagini puntano su Lotta continua. Buco nell'acqua. Si spostano sugli anarchici.
Buco. Si spostano ancora sulla malavita.
Buco. E via via passano giorni, mesi, anni. Finché il fascicolo finisce nelle mani di un giovane giudice istruttore veneziano, Felice Casson: "Vedi un po' tu... Archivia...". Invece l'inchiesta riparte, salta fuori una serie incredibile di omertà, complicità e depistaggi che porteranno alla condanna anche di due alti ufficiali dell'Arma.
A distanza di dieci anni dall'esplosione, il magistrato individua gli assassini: sono i neofascisti che pochi mesi dopo l'attentato a Peteano, il 6 ottobre 1972, avevano tentato un assalto a Ronchi dei Legionari per dirottare un aereo con l'intenzione di chiedere duecento milioni di lire e la liberazione di Franco Freda, neofascista in galera per la bomba di piazza Fontana. Un assalto finito nel sangue: Ivano Boccaccio, uno dei tre del commando, era rimasto ucciso. Gli altri due, Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini, si eran dati alla latitanza.
Quando partono i mandati di cattura, nel 1982, Vinciguerra è già dentro: condannato per l'attacco all'aeroporto, si è costituito ai carabinieri, ferito, nel 1979. Prima di acciuffare Cicuttini, invece, passano anni e anni. I magistrati sanno bene dov'è: a Madrid, dove si è rifugiato quando Francisco Franco era ancora al potere. Ma l'uomo si è sposato con Maria Fernanda Fontanals, figlia d'un generale franchista. E quando gli mettono le manette, nel 1983, trovandogli carte che mostrano come si dedichi all'import-export di armi da guerra, tira fuori una legge, la 46/1977 con la quale il parlamento spagnolo ha messo una pietra sopra la dittatura del Caudillo concedendo l'amnistia per tutti i reati commessi per fini più o meno politici. Scarcerato.
Casson non si arrende. Dimostra con una perizia fonica che è proprio di Cicuttini, all'epoca responsabile del Msi di San Giovanni in Natisone, la voce anonima che attirò i carabinieri nell'imboscata, rinvia a giudizio per favoreggiamento aggravato il segretario missino Giorgio Almirante (che uscirà dal processo per amnistia) accusandolo con una serie di documenti bancari di avere finanziato il latitante in Spagna (34 mila dollari passati attraverso una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico) perché si operasse alle corde vocali, tenta di nuovo di ottenerne l'estradizione. Niente. Ottiene la condanna all'ergastolo del terrorista con sentenza definitiva e ci riprova. Niente.
Finché, forte della cittadinanza spagnola, Cicuttini prende un po' troppa confidenza con l'impunità. E dopo 26 anni di latitanza nell'aprile 1998, attirato nella trappola dei nostri magistrati che gli fanno offrire un lavoro a Tolosa, cade finalmente nella rete. Arrestato dai francesi, viene estradato e rinchiuso là dove doveva stare anche per la condanna a 10 anni per l'assalto di Ronchi: in galera. Lo stragista, però, non si arrende: "Sono un cittadino spagnolo: ho diritto in base alle convenzioni europee a scontare la mia pena in Spagna". Nel febbraio 2001 il ministero della Giustizia, retto da Piero Fassino, gli risponde: no.
Ovvio: sarebbe subito scarcerato.
Passa un anno e mezzo e il 16 ottobre 2002 il nuovo ministro leghista trasmette alla Procura generale di Venezia la richiesta di promuovere il procedimento per accontentare lo stragista nero "esprimendo parere positivo al trasferimento in Spagna del medesimo Cicuttini". I giudici veneziani rispondono il 10 giugno 2003: no. E spiegano: 1) l'estradizione dell'uomo "è stata reiteratamente negata dalle autorità spagnole". 2) quelle stesse autorità iberiche "hanno altresì disatteso l'obbligo, in alternativa alla concessione dell'estradizione, di promuovere un loro autonomo procedimento penale". 3) il trasferimento in Spagna, con la scarcerazione, darebbe vita a "una condizione di obiettivo privilegio contraria sia all'interesse punitivo del nostro Stato che al principio di uguaglianza rispetto al coimputato Vinciguerra Vincenzo". 4) la magistratura spagnola "ha già statuito che i fatti per i quali il Cicuttini è stato condannato in Italia alla pena dell'ergastolo non hanno più rilevanza penale in Spagna perché rientranti nell'amnistia del 1977". Insomma, chiude la sentenza: c'è la "certezza" (la certezza!) che Cicuttini, se sarà dato alla Spagna "cesserà in tempi brevissimi ogni espiazione di pena". Quindi sarebbe una "concessione della grazia al di fuori della procedura".
Contro il verdetto la difesa dell'ergastolano (di cui fa parte l'onorevole Enzo Fragalà, uomo di punta di An nella Giunta per le Autorizzazioni e nella Commissione Giustizia) fa ricorso in Cassazione accusando la corte veneziana d'essersi "arrogata un potere di discrezionalità che la convenzione non consente". E l'inflessibile Guardasigilli che fa: ritira il suo ok? No. Nonostante il terrorista nero, al contrario di Sofri, abbia fatto 26 anni di latitanza. Nonostante non abbia mai manifestato pentimento. Nonostante sia stato in galera, al momento del clemente appoggio castelliano, solo per 1.641 giorni (poco più della metà di quelli scontati oggi da Sofri) e cioè 547 giorni di cella per ogni carabiniere ucciso. Un po' poco, per un Caino.
Soprattutto se il ministro della Giustizia va in giro attaccando "questa sinistra europea che difende assassini e i latitanti" e tuonando che "i cittadini hanno sete di giustizia e questo vuol dire certezza della pena".
Fatto sta che la Cassazione, sesta sezione penale, presidente Pasquale Trojano, gli dà torto di nuovo. E con la sentenza 1729 non solo respinge la richiesta del neofascista ma spiega che, come giustamente dicevano i giudici veneziani, "il trasferimento all'estero del Cicuttini comporterebbe una sicura vanificazione del giudicato penale" e finirebbe per "equivalere alla concessione della grazia al di fuori della procedura prevista", cioè scavalcando il capo dello Stato. Al che la domanda iniziale va girata a Roberto Castelli: perché solo lui?
Gian Antonio Stella

Il terrorista nero che il ministro voleva graziare
La Cassazione ferma il Guardasigilli: far espatriare Cicuttini equivale a un provvedimento di clemenza fuori dalla procedura
Ma partiamo dall'inizio. E' la sera del 31 maggio 1972, in tivù c'è Inter-Ajax. Alla stazione dei carabinieri di Gradisca d'Isonzo arriva una telefonata: "C'è una 500 abbandonata con due fori di pallottola". Una pattuglia corre sul posto, a Peteano. I militari trovano l'auto, qualcuno solleva il cofano. Il boato è tremendo. Quando arrivano i soccorsi per tre dei ragazzi in divisa non c'è più niente da fare. Morti. Donato Poveromo aveva 33 anni, Franco Bongiovanni 23, Antonio Ferraro 31. La moglie Rita piange disperata sotto i flash. Lei e Antonio aspettavano un bambino. Conoscerà suo padre solo dalle fotografie...
Sono passati esattamente 14 giorni dall'uccisione del commissario Luigi Calabresi per il quale verrà condannato Adriano Sofri e le indagini puntano su Lotta continua. Buco nell'acqua. Si spostano sugli anarchici.
Buco. Si spostano ancora sulla malavita.
Buco. E via via passano giorni, mesi, anni. Finché il fascicolo finisce nelle mani di un giovane giudice istruttore veneziano, Felice Casson: "Vedi un po' tu... Archivia...". Invece l'inchiesta riparte, salta fuori una serie incredibile di omertà, complicità e depistaggi che porteranno alla condanna anche di due alti ufficiali dell'Arma.
A distanza di dieci anni dall'esplosione, il magistrato individua gli assassini: sono i neofascisti che pochi mesi dopo l'attentato a Peteano, il 6 ottobre 1972, avevano tentato un assalto a Ronchi dei Legionari per dirottare un aereo con l'intenzione di chiedere duecento milioni di lire e la liberazione di Franco Freda, neofascista in galera per la bomba di piazza Fontana. Un assalto finito nel sangue: Ivano Boccaccio, uno dei tre del commando, era rimasto ucciso. Gli altri due, Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini, si eran dati alla latitanza.
Quando partono i mandati di cattura, nel 1982, Vinciguerra è già dentro: condannato per l'attacco all'aeroporto, si è costituito ai carabinieri, ferito, nel 1979. Prima di acciuffare Cicuttini, invece, passano anni e anni. I magistrati sanno bene dov'è: a Madrid, dove si è rifugiato quando Francisco Franco era ancora al potere. Ma l'uomo si è sposato con Maria Fernanda Fontanals, figlia d'un generale franchista. E quando gli mettono le manette, nel 1983, trovandogli carte che mostrano come si dedichi all'import-export di armi da guerra, tira fuori una legge, la 46/1977 con la quale il parlamento spagnolo ha messo una pietra sopra la dittatura del Caudillo concedendo l'amnistia per tutti i reati commessi per fini più o meno politici. Scarcerato.
Casson non si arrende. Dimostra con una perizia fonica che è proprio di Cicuttini, all'epoca responsabile del Msi di San Giovanni in Natisone, la voce anonima che attirò i carabinieri nell'imboscata, rinvia a giudizio per favoreggiamento aggravato il segretario missino Giorgio Almirante (che uscirà dal processo per amnistia) accusandolo con una serie di documenti bancari di avere finanziato il latitante in Spagna (34 mila dollari passati attraverso una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico) perché si operasse alle corde vocali, tenta di nuovo di ottenerne l'estradizione. Niente. Ottiene la condanna all'ergastolo del terrorista con sentenza definitiva e ci riprova. Niente.
Finché, forte della cittadinanza spagnola, Cicuttini prende un po' troppa confidenza con l'impunità. E dopo 26 anni di latitanza nell'aprile 1998, attirato nella trappola dei nostri magistrati che gli fanno offrire un lavoro a Tolosa, cade finalmente nella rete. Arrestato dai francesi, viene estradato e rinchiuso là dove doveva stare anche per la condanna a 10 anni per l'assalto di Ronchi: in galera. Lo stragista, però, non si arrende: "Sono un cittadino spagnolo: ho diritto in base alle convenzioni europee a scontare la mia pena in Spagna". Nel febbraio 2001 il ministero della Giustizia, retto da Piero Fassino, gli risponde: no.
Ovvio: sarebbe subito scarcerato.
Passa un anno e mezzo e il 16 ottobre 2002 il nuovo ministro leghista trasmette alla Procura generale di Venezia la richiesta di promuovere il procedimento per accontentare lo stragista nero "esprimendo parere positivo al trasferimento in Spagna del medesimo Cicuttini". I giudici veneziani rispondono il 10 giugno 2003: no. E spiegano: 1) l'estradizione dell'uomo "è stata reiteratamente negata dalle autorità spagnole". 2) quelle stesse autorità iberiche "hanno altresì disatteso l'obbligo, in alternativa alla concessione dell'estradizione, di promuovere un loro autonomo procedimento penale". 3) il trasferimento in Spagna, con la scarcerazione, darebbe vita a "una condizione di obiettivo privilegio contraria sia all'interesse punitivo del nostro Stato che al principio di uguaglianza rispetto al coimputato Vinciguerra Vincenzo". 4) la magistratura spagnola "ha già statuito che i fatti per i quali il Cicuttini è stato condannato in Italia alla pena dell'ergastolo non hanno più rilevanza penale in Spagna perché rientranti nell'amnistia del 1977". Insomma, chiude la sentenza: c'è la "certezza" (la certezza!) che Cicuttini, se sarà dato alla Spagna "cesserà in tempi brevissimi ogni espiazione di pena". Quindi sarebbe una "concessione della grazia al di fuori della procedura".
Contro il verdetto la difesa dell'ergastolano (di cui fa parte l'onorevole Enzo Fragalà, uomo di punta di An nella Giunta per le Autorizzazioni e nella Commissione Giustizia) fa ricorso in Cassazione accusando la corte veneziana d'essersi "arrogata un potere di discrezionalità che la convenzione non consente". E l'inflessibile Guardasigilli che fa: ritira il suo ok? No. Nonostante il terrorista nero, al contrario di Sofri, abbia fatto 26 anni di latitanza. Nonostante non abbia mai manifestato pentimento. Nonostante sia stato in galera, al momento del clemente appoggio castelliano, solo per 1.641 giorni (poco più della metà di quelli scontati oggi da Sofri) e cioè 547 giorni di cella per ogni carabiniere ucciso. Un po' poco, per un Caino.
Soprattutto se il ministro della Giustizia va in giro attaccando "questa sinistra europea che difende assassini e i latitanti" e tuonando che "i cittadini hanno sete di giustizia e questo vuol dire certezza della pena".
Fatto sta che la Cassazione, sesta sezione penale, presidente Pasquale Trojano, gli dà torto di nuovo. E con la sentenza 1729 non solo respinge la richiesta del neofascista ma spiega che, come giustamente dicevano i giudici veneziani, "il trasferimento all'estero del Cicuttini comporterebbe una sicura vanificazione del giudicato penale" e finirebbe per "equivalere alla concessione della grazia al di fuori della procedura prevista", cioè scavalcando il capo dello Stato. Al che la domanda iniziale va girata a Roberto Castelli: perché solo lui?
Gian Antonio Stella

L'ECCIDIO
E' il 31 maggio 1972. Qualcuno chiama il 112 di Gradisca d'Isonzo (Gorizia): "C'è una 500 abbandonata con due fori di pallottole". E' una trappola. Una pattuglia esce a controllare quella macchina, a Peteano. Uno dei militari apre il cofano e scoppia una bomba. Muoiono tre carabinieri, altri due restano gravemente feriti
Carlo Cicuttini è il neofascista che la sera della strage fece la telefonata-trappola. Cittadino spagnolo, Cicuttini si rifugia a Madrid fino all'aprile del 1998, quando la procura di Venezia gli tende un tranello facendogli offrire un lavoro a Tolosa, in Francia. Lui si presenta e finisce in manette, 26 anni dopo Peteano.

6 marzo 2005 - CANDIDATURA CASSON: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Casson: l' estremista è Massimo, non sono io. E vengo dal popolo, mio padre era pescatore
Il Personaggio
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI VENEZIA - "Ma come fa Cacciari a dire di me che sono un candidato di sinistra-sinistra? Lui che militava in Potere Operaio con Toni Negri quando io studiavo dai salesiani? Perché sarei un estremista? Perché ho fatto condannare gli assassini dei carabinieri di Peteano? Perché ho difeso gli operai del petrolchimico di Marghera che morivano per il cloruro di vinile?". Felice Casson, 51 anni, è al primo giorno di campagna elettorale. Sta scegliendo il manifesto. Possibile slogan: "Per fare il sindaco davvero". Come a dire che Cacciari correrà contro di lui per puntiglio più che per vincere: "Questo almeno è stato il tono della telefonata che abbiamo avuto venerdì mattina. Mi ha spiegato che non ha nessuna voglia di fare il sindaco di nuovo, che non ce l' aveva con me ma con i Ds, e si candidava per evitare che la Margherita sparisse". Poi ai giornali Cacciari ha detto altro: ad esempio che lei da magistrato a Venezia "sa tante cose, ha accesso a informazioni delicatissime", e ora non può fare il sindaco. "Perché, quale norma lo vieta? E poi quali segreti potrei mai possedere? Che visione è questa del mestiere di magistrato? Le informazioni delicatissime si usano per i processi. Diventano pubbliche. Le parole di Cacciari mi sembrano un segno di debolezza. Come il fatto che mi indica come un estremista. Lui, a me ". Lo scontro di Venezia è esemplare della battaglia interna all' opposizione. Che non è solo tra centro e sinistra, tra moderati e radicali. E' un testacoda di vicende umane, in cui la vittoria è alterna e imprevedibile, ora un comunista omosessuale si aggiudica le primarie in Puglia, ora l' ex presidente della Fiat Usa viene cacciato dalla direzione dell' Unità perché troppo di sinistra per gli ex comunisti, e oggi l' antico intellettuale della nuova sinistra, il "gran dotore", l' angelologo Cacciari si candida dal centro per bloccare la corsa di un magistrato che, assicura Casson, non ha mai militato in un partito, né in una corrente della magistratura. "Non mi sono mai neppure iscritto all' Anm, proprio per poter rivendicare la mia autonomia. Faccio parte solo della nazionale di calcio dei magistrati, mi hanno promesso che ritireranno la mia maglia, la numero 5. Quando ho scoperto Gladio hanno cominciato a darmi del comunista. Ma io non ho mai conosciuto un dirigente o un funzionario del Pci". Neppure Violante? "Be' , Violante sì, ma tardi, quando ho dovuto chiedergli notizie delle sue inchieste sui progetti golpisti, da Borghese a Sogno". E Cossiga cominciò a chiamarla "l' efebo di Venezia". "Sono l' unico nemico con cui non si è riappacificato. L' unico cui non telefona. Lo considero un buon segno". Lei scoprì Gladio. "Trovai che i due accenditori a strappo che innescarono l' autobomba di Peteano venivano da un nascondiglio di Gladio. Cossiga si scatenò. Poi un anno dopo raccontò tutto su Stay Behind. Mah". Le perplessità sui giudici in politica non sono soltanto di Cacciari. Non ci vorrebbe almeno un periodo di decantazione? "A parte che in politica sono entrate anche toghe azzurre, si potrebbe fare una norma specifica, anche se temo sarebbe incostituzionale. Leggo che Cacciari propone un intervallo obbligatorio di tre anni. E io che faccio nel frattempo? Come campo? Non sono ricco di famiglia, sono figlio di un pescatore. Cacciari? Di un medico. Ma non voglio far polemica con lui. Ognuno ha la propria storia, non mi permetto di dare giudizi. E poi i nostri programmi sono così simili, a cominciare dalle perplessità sul Mose, che al ballottaggio uno dei due potrebbe appoggiare l' altro. Siamo anche tutt' e due milanisti". Non è che Cacciari ce l' ha con lei perché lo fece processare per il rogo della Fenice? "Ho dovuto farlo, anche se avevo e ho un buon rapporto con lui. Cacciari era presidente della Fenice, e il teatro era in condizioni disastrose, abbandonato a se stesso: i sistemi antincendio staccati, le delibere che avevano allentato i controlli ". Ma è stato assolto. "Prima è stato aperto il filone colposo. Poi si sono individuati i responsabili diretti del rogo ed è stato aperto il filone doloso. La corte ha valutato che il secondo tagliasse il nesso causale con il primo". Nella corsa Casson si sente in vantaggio. "Nei sondaggi che mi hanno fatto vedere ero l' unico candidato a battere senza problemi la destra", che per giunta si presenta divisa. Però la spaccatura a sinistra è ben più devastante, divide la neonata Federazione, mette in imbarazzo Prodi. A proposito, Casson, com' è andato il vostro incontro? "Mi ha telefonato dicendomi: c' è chi mi parla bene di lei, chi male; conosciamoci. Lui era a Roma io a Venezia, ci siamo incontrati a metà strada, a Bologna. Abbiamo parlato delle bellezze della mia città, di politica estera, di un Paese che amo, la Cina. Si vede che gli ho fatto buona impressione". Rutelli deve averne una pessima. Candidatura irricevibile, ha detto. "Al Lido giovedì c' è stata una scena curiosa. Rutelli indicava come suo uomo Michele Vianello, l' ex vicesindaco diessino. Forse intendeva Alessio Vianello, il candidato della Margherita. Un piccolo avvocato che nessuno conosce ma lavora in uno studio importante, quello di Domenico Giuri. Il legale delle industrie di Marghera". Dice Casson che il processo del petrolchimico ha stretto ancora di più il suo legame con i veneziani. Che la gente gli scrive per denunciare torti, miserie, guai per cui da magistrato non può fare nulla. Ma non è questo un altro segno di una contaminazione inopportuna di ruoli? "Il mio lavoro in magistratura è finito il 15 dicembre 2004, quando ho chiuso il processo di Marghera. Da allora mi sono messo in ferie; ne avevo parecchie da recuperare. Una fase si è chiusa. Ne ho parlato con Gherardo Colombo: fare il pm sarà sempre più difficile, un po' per le nuove norme, un po' per l' autoblocco che è già scattato. Gherardo ha scelto la Cassazione. Io mi annoierei a passare carte". E sarà il candidato della sinistra-sinistra. "Così dice Cacciari. Ma con me ci sono lo Sdi, i socialdemocratici, l' Italia dei Valori. E la mia formazione non è da estremista. Sono stato in collegio dai salesiani, a Castello di Godego e ad Albaré di Costermano. Mi sono laureato a Padova, senza frequentare, perché non mi piacevano né i fascisti né i rivoluzionari. In fretta, perché mio padre non poteva mantenermi. Mio fratello fa ancora il pescatore: capesante, soasi (rombi), sfogi (sogliole), bisati (anguille), quelli di foce, i più magri". Né angeli, né Negri, né Nietzsche. "Il mio santolo, il padrino, detto Tina anche se era un uomo, non ricordo il suo vero nome, mi portava a pescare le moeche, i granchi al tempo della muta, cioè adesso. Sa come si fa? Si prendono certi appositi contenitori di legno, i vieri, poi ". Aldo Cazzullo
Chi è
GIUDICE Felice Casson, 51 anni, è sostituto procuratore a Venezia. E' stato anche Giudice per le indagini preliminari
LE INDAGINI Casson ha tra l' altro condotto l' accusa nell' inchiesta sulla strage di Peteano, sulle morti per intossicazioni al Petrolchimico di Marghera e sull' incendio del teatro della Fenice
Cazzullo Aldo
 
 

 
 


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