Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003 |
8 gennaio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: MOTIVAZIONI SENTENZA APPELLO
"Il Corriere della sera"
Milano, strage alla Questura
Ora i giudici riabilitano il Sid
"Maletti fece il suo dovere nell'indagare, inaccettabile la cultura del sospetto"
MILANO - Il Sid nell'inchiesta sulla bomba di Bertoli alla Questura di Milano nel 1973? "Ha svolto soltanto i propri compiti d'istituto", e il suo capo, generale Gianadelio Maletti, "disponendo subito indagini in Israele, ha certamente adempiuto ai suoi doveri d'ufficio", e "non aveva alcun obbligo di informare l'Autorità giudiziaria dell'esito: tanto che "non è assolutamente condivisibile, perché in contrasto con le risultanze e frutto di una inaccettabile cultura del sospetto, l'illazione" sull'ipotizzato depistaggio per il quale Maletti in primo grado aveva incassato 15 anni. Parola dei giudici d'Assise d'Appello che il 27 settembre scorso, per la strage da 4 morti e 45 feriti, hanno cancellato i 4 ergastoli di primo grado e assolto tutti gli imputati della "pista nera" accusati di aver manovrato l'autore materiale anarchico Gianfranco Bertoli: Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Giorgio Boffelli, e il generale Amos Spiazzi.
La minuziosa motivazione neppure risparmia il contributo dei collaboratori di giustizia Carlo Digilio e Martino Siciliano, gli stessi di piazza Fontana. Il giudice estensore Caiazzo e il presidente Belfiore ritengono di rintracciare negli atti "la riprova che Digilio ha sicuramente mentito" e "si è totalmente inventato la storia" su Bertoli e la pista nera, "non è peraltro difficile scorgere con quali "mattoni"" che hanno "funto da base per la sua storia condita". E "averlo accertato non può bastare per esaurire l'argomento, poiché restano gravi interrogativi sulle ragioni per le quali Digilio si è inventato questa storia", infine così individuate dalla Corte: la malattia e "il forte timore di perdere tutti i benefici del programma di protezione sono stati la molla che ha spinto Digilio a fare rivelazioni sulla strage". Quanto all'altro collaboratore, Siciliano, "a giudizio di questa Corte, si deve osservare che il suo generico "de relato", versato in causa con modalità temporali sospette, ha un contenuto assai poco plausibile alla luce di sicure risultanze".
L'inchiesta del giudice istruttore Antonio Lombardi e la prima sentenza di condanna vengono così ribaltate a partire dal loro presupposto: Bertoli non si fingeva anarchico ma lo era davvero, davvero agì da solo e non lasciò il kibbutz israeliano nel periodo in cui Digilio dice che gli fu commissionata la strage, e soprattutto dopo il 1966 "non ha collaborato con i Servizi segreti". Al riguardo le deposizioni di dirigenti del Sid come il colonnello Viezzer e il generale Cogliandro sono valutate "fallaci" sia all'esame degli atti, sia al "chiarimento" che l'attuale direttore del Sismi, generale Nicolò Pollari "ha esaurientemente" fornito circa i criteri di archiviazione al Sid negli anni '60-'70.
lferrarella@corriere.it
Luigi Ferrarella1 febbraio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: RICORSO PROCURA
"Il Nuovo"
Strage della Questura, la Procura fa ricorso
Presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza che ha ribaltato il verdetto di primo grado e ha assolto tutti gli imputati.
MILANO - La Procura Generale ha presentato ricorso
in Cassazione contro la sentenza del 27 settembre scorso con la quale la terza Corte d'Assise d'Appello, ribaltando il giudizio di primo grado, mandò assolti tutti gli imputati della strage, avvenuta il 17 maggio 1973, davanti alla Questura di Milano. In quell'occasione una bomba a mano lanciata da Gianfranco Bertoli provocò la morte di quattro persone e il ferimento di altre 44.
L'attentatore fu immediatamente catturato, processato e condannato all'ergastolo. Le indagini portarono poi all'identificazione di altre persone che avrebbero concorso nell'organizzazione dell'attentato, il cui obiettivo sarebbe stato quello di colpire l'allora ministro dell' Interno, Mariano Rumor, intervenuto alla commemorazione del commissario di pubblica sicurezza Luigi Calabresi, assassinato un anno prima.
Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Francesco Neami e Amos Spiazzi in primo grado furono condannati all'ergastolo e il
generale Gianadelio Maletti a 15 anni. Tutti assolti in appello.2 febbraio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: I MOTIVI DEL RICORSO
"Il Tempo"
Strage di Milano Il pg: omissioni e clamorosi errori Ricorso depositato in Cassazione
MILANO - "Vizi e omissioni di valutazione", oltre che "clamorosi errori". Così il sostituto procuratore generale di Milano Laura Bertolè Viale critica, nel ricorso in Cassazione depositato ieri, le motivazioni della sentenza con la quale la terza Corte d'Assise d'Appello ha mandato assolti, il 27 settembre scorso, tutti gli imputati al processo per la strage davanti alla Questura, avvenuta il 17 maggio 1973, quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba a mano uccidendo quattro persone e ferendone altre 44. Bertoli, anarchico, fu subito arrestato, giudicato e condannato all'ergastolo come responsabile della strage. Successive indagini portarono però all'identificazione di altre persone che avrebbero concorso nell'organizzazione dell'attentato, con l'obiettivo di colpire l'allora ministro dell'Interno, Mariano Rumor, intervenuto quel giorno alla commemorazione del commissario Luigi Calabresi, assassinato un anno prima. Così Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Francesco Neami e Amos Spiazzi in primo grado furono condannati all'ergastolo e il generale Gianadelio Maletti a 15 anni. Tutti assolti in appello. Nelle 71 pagine del ricorso il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale analizza la motivazione del giudizio d'appello, sottolineando soprattutto le prove accusatorie trascurate dal collegio giudicante. Queste circostanze avrebbero travisato i fatti, approdando ad una erronea applicazione della legge.
Durissime le critiche rivolte alla Corte dalla rappresentante della pubblica accusa. Nel documento con il quale si chiede alla Corte di Cassazione l'annullamento della sentenza di secondo grado, Laura Bertolè Viale parla appunto di "vizi e omissioni di valutazione, oltre che di clamorosi errori". Una tesi, insomma, che avrebbe portato a credere completamente al racconto dell'esecutore materiale che si era definito anarchico individualista, escludendo ogni responsabilità da parte di altre persone.
"La sentenza della Corte d'assise d'appello - si dice tra l'altro nel ricorso - ha fatto malgoverno delle risultanze istruttorie, partendo dall'assunto iniziale della verità di Bertoli, svalutando con illazioni personali e fantasiose tutti i riscontri del giudice istruttore e della Corte d'Assise e omettendo di valutare una mole di altre prove relative alla strategia della tensione". "La strage di Bertoli - scrive la Bertolè Viale - si manifestò fin dalle sue premesse come un autentico festival di coperture e depistaggi e si risolve invece, nella ricostruzione della Corte d'assise d'appello, in una sorta di beatificazione di Bertoli e di vari personaggi degli apparati di stato degli anni '70, già inquisiti e condannati per depistaggi, mentre la strategia della tensione viene ad apparire poco più che una invenzione giornalistica, riportando indietro di circa 30 anni l'orologio della storia come se nulla di anomalo e deviante fosse accaduto in quel periodo". E poi: "Altro vizio logico della sentenza è l'atomizzazione delle numerose prove raccolte in fase istruttoria e la valutazione delle stesse avulse dall'intero contesto probatorio e storico inquadrato nella strategia della tensione con travisamento dei fatti oggetto di giudizio".14 febbraio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: NEAMI RISCHIA IL CARCERE
"Il Piccolo"
Lo scorso autunno era stato assolto in appello per i fatti del 1973, ma la procura ha impugnato la sentenza
Strage di Milano, Neami rischia il carcere
Ci sarà un altro processo in Cassazione che non comincerà prima di un anno
Prima condannato all'ergastolo, poi assolto, ora nuovamente a rischio di finire i propri giorni in carcere. Non c'è pace per Francesco Neami, 56 anni, l'ex ordinovista coinvolto nell'inchiesta sulla strage alla questura di Milano del 17 maggio 1973. Una bomba lanciata tra la folla da Gianfranco Bertoli provocò quattro morti, 46 feriti e una serie di processi che non terminano mai. L'ordigno era destinato all'ollora ministro degli Intermi Mariano Rumor, reo agli occhi dell'estrema destra di non aver proclamato lo stato d'assedio dopo l'attentato di piazza Fontana. Lo stato d'assedio avrebbe permesso a frange deviate delle Forze armate di prendere il potere.
L'inchiesta sulla bomba alla Questura sembrava finita nello scorso autunno, quando Neami e gli altri imputati erano stati assolti dai giudici di appello dall'accusa di strage. Invece la scorsa settimana la Procura generale di Milano ha impugnato la sentenza e ci sarà un altro processo in Cassazione. Ecco perchè il rischio carcere per Neami non è ancora dissolto.
Questa odissea potrebbe concludersi davanti alla Suprema Corte, ma potrebbero anche riaprirsi i giochi con un secondo processo di appello e nuovi eventuali ricorsi in Cassazione. La bomba, è utile ricordarlo, è stata lanciata trent'anni fa, mentre Neami è entrato in questa inchiesta il 14 giugno 1997, quando la Digos suonò alla porta della sua abitazione e gli notificò l'ordine di arresto. Cinque ore più tardi Neami era a San Vittore, rinchiuso in cella con un'imputazione da ergastolo. E in primo grado l'ergastolo gli era stato effettivamente inflitto. Ora l'appello lo ha mandato assolto.
L'assoluzione è stata pronunciata in autunno ma le motivazioni sono state rese pubbliche pochi giorni fa. Il supertestimone Carlo Digilio, secondo i magistrati di Milano, ha mentito. "La riprova che Digilio si sia totalmente inventato la storia che ha raccontato su Gianfranco Bertoli, si ricava dall'esame obiettivo delle sue dichiarazioni" scrive l'estensore della sentenza, il giudice Luigi Pietro Caiazzo. Negli interrogatori e nelle deposizioni le contraddizioni si sommano alle contraddizioni, le rettifiche alle rettifiche.
In sintesi Digilio, secondo la sentenza di appello, è "inattendibile", sia quando racconta che Neami ha istruito Gianfranco Bertoli a compiere l'attentato alla questura di Milano, sia quando scandisce i viaggi del sedicente anarchico Bertoli tra Israele e il nostro Paese.
"L'inattendibilità di Carlo Digilio, con riguardo alla vicenda Bertoli, è pienamenta dimostrata anche dal solo fatto che Bertoli è risultato essere, attraverso prove del tutto affidabili, in Israele nel periodo in cui Digilio l'ha collocato a Verona, nell'appartamento di Marcello Soffiati". In quell'appartamento, secondo l'accusa, Francesco Neami lo aveva addestrato.
L'udienza in Cassazione è comunque lontana. Secondo il difensore di Neami, l'avvocato Sergio Mameli, bisognerà attendere almeno un altro anno. "Sono fiducioso" ha detto l'avvocato. "Siamo riusciti a far emergere la verità nel processo d'appello quando tutti dicevano che c'erano poche speranze di assoluzione".
Claudio Ernè14 maggio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: A LUGLIO CASSAZIONE ESAMINA RICORSO
ANSA:
Il 10 luglio prossimo la quinta sezione della Corte di Cassazione esaminera' il ricorso, presentato dalla Procura generale contro l'assoluzione disposta dalla terza Corte d'Assise d'appello, per tutti gli imputati della strage avvenuta davanti alla Questura di Milano nel maggio 1973.
Mentre la gente usciva dalla Questura, dopo la commemorazione del commissario di Luigi Calabresi ucciso un anno prima, Gianfranco Bertoli, sempre definitosi anarchico individualista, lancio' una bomba a mano che sarebbe stata destinata all'allora ministro Mariano Rumor, la cui automobile pero' si era gia' allontanata. L'esplosione provoco' la morte di 4 persone e il ferimento di altre 40.
L'esecutore materiale fu preso immediatamente, processato e condannato all'ergastolo, ma le successive indagini portarono al coinvolgimento di altre persone condannate in primo grado e poi assolte in appello. Contro quest'ultima decisione il sostituto procuratore generale, Laura Bertole' Viale, che aveva sostenuto l'accusa in aula, ha presentato ricorso con motivazioni molto pesanti, chiedendo alla Cassazione l'annullamento di una sentenza non ispirata alle risultanze processuali. Ora la parola e' alla suprema corte.17 maggio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: PARLA L'ULTIMO SOPRAVVISSUTO DELLA FOTO
"Il Corriere della sera"
Trent'anni fa la strage alla Questura di Milano: parla l'unico sopravvissuto della foto-simbolo
"Io, testimone per caso, con 130 schegge addosso"
LACCHIARELLA (Milano) - Il suo appuntamento con i ricordi sarà in una corsia d'ospedale. Visita fissata alle 11 di oggi, per vedere se le 130 schegge che trent'anni fa gli ridisegnarono gambe e schiena continuano a stare ferme. "Ma non mi lamento: mi avevano dato per due volte l'estrema unzione". Il 17 maggio 1973, ore 10.55, il vigile urbano Aldo Bernareggi è appoggiato al muro della questura di via Fatebenefratelli. Vede l'auto del ministro Rumor che si allontana, e saluta un suo coetaneo, l'appuntato di Ps Federico Masarin: "Vabbè, se non le servo più, io me ne andrei". Strizza l'occhio al suo collega più giovane: "Muoviamoci che se qui iniziano a tirare pietre, finisce che si menano". Si volta e nota qualcosa che dall'altra parte della strada vola verso il portone della questura: "Non pensai a una bomba, mi vennero in mente solo i sassi".
Cinque minuti dopo, Bernareggi era diventato una foto. L'immagine che diventerà uno dei simboli di quegli anni. Il muro di via Fatebenefratelli tempestato di schegge, nel mezzo due buchi più grandi, il punto dove esplose la bomba lanciata da Gianfranco Bertoli. Quattro persone per terra, rivoli e schizzi di sangue sul marciapiede. Due donne accasciate (si chiamavano Gabriella Bortolon e Felicia Bertolozzi, poco distante, fuori dall'obiettivo del fotografo, c'è un'altra vittima, il pensionato Giuseppe Panzino). E poi, uno accanto all'altro, sdraiati supini, l'appuntato Masarin, con una espressione incredula. E il vigile Bernareggi, con i pantaloni stracciati, la suola delle scarpe sfondata dal botto, sangue che esce anche da lì.
"Lo so, di quelle persone a terra sono l'unico ad essere sopravvissuto. Gli altri sono tutti morti. Io e Masarin avevamo appena finito di chiacchierare, avevamo scoperto di avere la stessa età, 33 anni. Al Fatebenefratelli lo misero in rianimazione accanto a me. Si lamentava, urlava. Era cosciente. Digrignava i denti e mi diceva "ce la devo fare, ce la devo fare"". L'appuntato Masarin non ce la fece. Morì dopo giorni di agonia. "Vorrei capire com'è andata davvero, chi c'era dietro Bertoli. Lui era solo il braccio. Mi fa una rabbia che non si sappia la verità, se c'è. Quello diceva che voleva uccidere Rumor, e lo lasciò passare. Dice che non voleva una strage, e tirò quell'"ananas" in mezzo ai piedi della gente. E' passato tanto tempo, e nessuno sa".
L'ex vigile Aldo Bernareggi è un nonno felice, massiccio e brizzolato, che gira in bicicletta per Lacchiarella, nella campagna tra Milano e Pavia, beve l'aperitivo al Flaminio, il bar della piazza, coltiva l'orto e i ricordi. Dice che oggi passerà davanti alla questura di Milano, per la prima volta: "L'ho sempre evitata, non so perchè. O forse lo so". E' una persona semplice. E' anche un testimone. "Anche se di quelle cose lì, della politica, delle botte e della rabbia, non ne sapevo niente". E poi c'è anche il caso, che certe volte conta, e molto. C'è quella data, 17 maggio. Un anno prima della bomba alla questura, Bernareggi è in corso Vercelli, a fare il "gambone", ovvero il servizio in strada. "L'auto del mio superiore si accosta: "Corri e svolta in via Cherubini, che hanno sparato"". Bernareggi gira l'angolo col fiatone: "C'era un uomo riverso tra due macchine, mi sembrava incastrato. Cinque persone intorno, che non sapevano cosa fare. Neanch'io capivo cos'era successo. Poi una donna sul marciapiede si mise a urlare: "Gesù, Gesù, è il commissario Calabresi"".
Un anno dopo, in questura arriva il ministro dell'Interno Mariano Rumor per scoprire il busto di Calabresi nel primo anniversario della sua morte. E Bernareggi non ci doveva essere. "Qualche "pirla" aveva parcheggiato in via Manzoni, anche se c'erano i cartelli che lo proibivano, perchè di lì passava il corteo delle autorità. Serve il carro attrezzi per rimuovere, vado io e sgombro la strada fino alla questura. Quando ho finito, si avvicina l'appuntato Masarin, che si occupava della scorta. "Per favore, rimani - mi dice -, così parli con la tua centrale e mi segnali le strade sgombre". Voleva essere sicuro che il ministro non rimanesse "incastrato" in una manifestazione".
Alle 10.53 dal portone di via Fatebenefratelli escono Rumor, il prefetto, il sindaco Aniasi: "Io avevo finito. Ero spalle al muro con Masarin, chiacchieravamo. Mi volto, e questo mi salva la vita. Perchè di quella foto, sono l'unico che la bomba non l'ha presa di fronte". La vede arrivare. "Vuole sapere cosa ho pensato quando mi sono trovato a terra? "Mi ha cuccato, Dio mio, mi ha cuccato"". Non ha mai perso conoscenza. "Io urlavo dal male, mentre mi caricavano sull'ambulanza vidi la ragazza, attaccata al muro. Sembrava un fagotto buttato lì. Si capiva che era morta". Il pronto soccorso del Fatebenefratelli è pieno di barelle. Sente un infermiere che lo indica: "Questo se ne va, ha perso troppo sangue". Un prete che gli dà i sacramenti. Il suo collega che urla: "Uè, questo è un vigile, lo fate morire così?".
Certi ricordi dopo un po' sono ingombranti, vanno messi nel solaio. Bernareggi apre una valigetta. Le foto di quella mattina, la paletta che fino alla 10.55 aveva usato per deviare le auto. "Le scarpe le ho buttate. Guardavo gli squarci nella suola e mi veniva da piangere. Ma quel giorno ce l'ho marchiato sulla pelle. Guardi qua". Si china, alza i pantaloni al ginocchio e mostra una gamba destra piena di tagli e buchi che ci si possono infilare dentro le dita. "E' peggio la sinistra. Le schegge hanno reciso i nervi della caviglia, penzola. Posso calzare solo stivaletti, per anni li ho dovuti portare anche in spiaggia".
Parla senza rabbia. Ci ha messo tanto (l'ultimo certificato di invalidità gli è arrivato sette mesi fa), ma poco per volta lo Stato gli ha riconosciuto tutto. "Io quel giorno ho avuto tanta fortuna. Tre mesi in ospedale, due anni a casa. Poi ho potuto lavorare ancora, in un ufficio. Sono andato in pensione nel 1991". Ma certe notti, dice, quel rumore torna: "Come un petardo di Capodanno". E l'ex vigile pensa ad altre notti, quelle passate accanto all'appuntato Masarin ("Aveva una faccia da bambino"), che pregava e piangeva e diceva che ce la doveva fare, che ce l'avrebbe fatta. "E' per lui che mi piacerebbe venisse fuori la verità. Per quei poveretti, per quella ragazza, si chiamava Gabriella. Faceva la parrucchiera, stava andando in Inghilterra a imparare l'inglese. Era in coda per un timbro. E' morta per questo".
di MARCO IMARISIODa Israele per colpire Rumor
I misteri dell'attentatore che si spacciava per anarchico
Quando Gianfranco Bertoli lanciò la bomba della strage, era un uomo venuto dal nulla. Aveva una A tatuata su un braccio, e un voluminoso dossier sulle sue imprese negli scaffali della Squadra mobile di Venezia. Disse che voleva uccidere Rumor per vendicare Pinelli. Ma si rammaricava di averlo mancato perché il ministro era uscito dalla questura mentre lui, Bertoli, era al bar. Venti condanne in quarant'anni, furti, rapine. E violenze che costellavano il suo frequente stato di ubriachezza. Non se ne conosceva una vera militanza politica. Nei primi anni '50 era stato sì iscritto in una sezione del Pci di Venezia ma ne era stato presto espulso: per trotzkismo, disse Bertoli. In realtà perché informava a modico pagamento i carabinieri sulle attività. Poi aveva frequentato a Mestre le riunioni d'un circolo anarchico ma i dubbi sulle sue frequentazioni gli crearono il vuoto intorno.
Come poteva portare la morte a Milano in nome di Pinelli un uomo con un tale passato? Aveva cominciato esplodendo un colpo di rivoltella al liceo a 17 anni, segnalando così una passione per le armi che non lo avrebbe mai abbandonato. Anche trafficando e truffando. Brandiva una pistola, anni dopo, da ubriaco, in un bar di Venezia. Che cosa lo aveva spinto a lanciare una bomba destinata al ministro Rumor, ma che invece uccideva 4 persone e ne feriva 45? Il giudice Antonio Lombardi fu il primo a non credere all'impresa solitaria d'un anarchico.
Prima e durante il processo, Bertoli scrisse molto. Raccontò la sua vita all'avvocato. Durante il dibattimento si mostrava padrone della scena, di battuta pronta. Si piaceva nel ruolo. Non era più lo squattrinato accolto dall'Oasi, l'Opera assistenza scarcerati, con i sacerdoti che pretendevano il saldo delle modeste quote per l'ospitalità ricevuta. Bertoli scriveva al suo avvocato che con duecentomila lire mensili avrebbe risolto i suoi problemi e non sarebbe diventato l'uomo della strage.
Ma il suo piccolo sogno non si era avverato. Bertoli usava parole dure verso se stesso. Sono stato un mascalzone, un bidonaro, scriveva. Poi finiva per compiangersi. Il lavoro perduto, i soldi che non c'erano, il carcere: per tutto questo, cioè per le colpe che attribuiva alla società eccolo, a suo dire, con la bomba della strage. Alcuni giornali gli chiedevano se provasse rimorso e lui rispondeva che sì gli dispiaceva per le vittime innocenti, ma non era accaduto per colpa sua. E concludeva citando Nietzsche: "Il rimorso è un cane che morde la pietra. Il rimorso è stupido!". E a chi gli proponeva la solita domanda su chi poteva esserci dietro la strage, eccolo pronto e beffardo a gigioneggiare: "Ma che servizi e complotto. È stato, come diceva Camus, un delitto di passione".
In realtà non fu la mancanza di duecentomila lire mensili a muoverlo verso Israele e quindi a farlo arrivare a Milano con la bomba. Un estremista di destra, pregiudicato e informatore della polizia segnalò Bertoli e un suo amico come autori di una rapina e di un tentativo di omicidio nel 1970. Da allora fu latitante, giunse a Milano come un "operaio di Mestre perseguitato per motivi politici". Espatriò in Svizzera, quindi in Francia e, presentato al consolato israeliano di Marsiglia da una persona che non è stata identificata, giunse dopo un'attesa di soli 8 giorni (la media era un mese), nel kibbutz di Karmyja. Il 20 giugno del 1971 in Corte d'assise a Padova il delatore che l'aveva costretto a fuggire ritrattava l'accusa e Bertoli, al riparo in Israele, veniva assolto.
Era entrato in un gioco da cui non poteva più ritirarsi. Ha trascorso il resto della vita per diventare "l'anarchico Bertoli": è morto il 17 dicembre 2000 a Livorno senza riuscirvi.
Giancarlo Pertegato18 maggio 2003 - STRAGE QUESTURA DI MILANO: CERIMONIA PER I 30 ANNI
"La Stampa"
CERIMONIA
Strage questura commemorata dopo 30 anni
A trent'anni dall'esplosione della bomba a mano che provocò quattro morti e 45 feriti all'ingresso della Questura, la strage è stata commemorata in via Fatebenefratelli alla presenza del prefetto Bruno Ferrante, del questore Vincenzo Boncoraglio e di altre autorità. La bomba delle strage fu lanciata dal sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, mentre si stava concludendo una cerimonia per la realizzazione di un busto commemorativo del commissario Luigi Calabresi, ucciso un anno prima da terroristi. Arrestato e condannato all'ergastolo nel 1975, Bertoli sostenne di non aver avuto complici. Venne dichiarato unico responsabile della strage da una sentenza d'appello del 2002.27 maggio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: UN TESTIMONE RICORDA
"Brescia oggi"
DARFO. L'avvocato Angrisano, allora poliziotto, ricorda la strage di Milano del '73
"Mi girai e vidi l'inferno"
"Ero in servizio, mi salvai solo per un miracolo"
di Fausto Scolari
"C'ero anch' io, in quel maledetto 17 maggio del 1973, nei pressi della questura di Milano, quando una granata lanciata da Gianfranco Bertoli dilaniò persone inermi. Ero in servizio lì a poche centinaia di metri e solo un miracolo mi salvò da quell'eccidio. Erano quasi le 11 del mattino quando sentii uno scoppio, mi girai e vidi l'inferno". Biagio Angrisano, allora giovane agente di PS, della squadra mobile antiscippo che lavorava in borghese, ora stimato professionista con studio a Boario Terme, ricorda il fatto con un nodo alla gola.
"Sabato scorso ero al bar quando sfogliando il Corriere della Sera ho rivisto la foto di quella strage, nella quale anch' io sono raffigurato mentre soccorro i feriti. Di colpo sono ripiombato in quella giornata da incubo. Mi sono rivisto in mezzo alle grida ed al sangue. In particolar modo mi è rimasta impressa Gabriella Bortolon, una parrucchiera andata in Questura per rinnovare un passaporto. Cercai di aiutarla ma per lei, purtroppo, non c'era più nulla da fare. La ferita si è riaperta nel mio cuore. L'avevo quasi rimossa, ma ora non è più così. Quei morti, quella gente che ha avuto la sventura di essere in un posto sbagliato all'ora sbagliata non devono essere scomparsi invano. Io che sono un miracolato sento l'obbligo morale di portare il mio contributo affinché non ci si dimentichi di loro. Ieri come oggi- prosegue Angrisano - gli attentatori non mirano a colpire i potenti, all'epoca Rumor era già lontano quando scoppiò la granata, ma a intimidire le persone, a non farle ragionare, a farle stare lontane dall'impegno sociale e politico. L'articolo apparso sul Corriere - continua l'ex agente di Ps - fa emergere, dopo tanti anni, una drammatica realtà. Ossia che in quegli anni bui molte, troppe persone, operavano contro la Democrazia e lo Stato. Mi sono, del tutto involontariamente, trovato testimone di un tragico evento che ha letteralmente trasformato il mio modo di concepire il mondo ed il rapporto tra gli uomini".
"E' indiscutibile - conclude Biagio Angrisano - che gli organizzatori e gli autori della strage di via Fatebenefratelli non volevano in alcun modo colpire gli uomini del potere, bensì gli inermi cittadini e le forze dell'ordine presenti. Ritengo sia esistito un preciso disegno di destabilizzazione, in cui si saldarono gli interessi criminali della mafia con apparati deviati dello Stato e che non tutti i colpevole siano stati assicurati alla giustizia. Come genitore e come cittadino mi domando se possiamo entrare serenamente nel terzo millennio senza avere risolto nel nostro Paese tutte queste situazioni. Mi rivolgo in particolar modo ai giovani, affinché vogliano mettere nel bagaglio della loro memoria anche i fatti accaduti in via Fatebenefratelli. Ritengo che oggi, più che mai, sia indispensabile rilanciare un'etica dei valori e un forte impegno verso la trasparenza".
Nel 1973 il bilancio dell'attentato alla Questura di Milano furono quattro morti e 45 feriti. Il responsabile del lancio della bomba (una granata), Gianfranco Bertoli, sarà successivamente condannato all'ergastolo. L'ordigno seminò morte tra i partecipanti alla commemorazione del commissario Calabresi, caduto un anno prima. A scoprire il busto raffigurante Calabresi era giunto a Milano l'allora ministro dell'Interno Mariano Rumor. Quando viene lanciata la granata, Rumor, assieme al prefetto ed al sindaco Aniasi è da pochi minuti uscito dalla Questura in automobile e non viene neppure sfiorato dallo scoppio. Chi invece viene falcidiato dall'ananas sono i cittadini che si trovavano lì anche per caso, assieme ai poliziotti in servizio. Rimangono uccisi Gabriella Bortolon e Felicia Bertolozzi (che in questura erano andate per rinnovare il passaporto), il pensionato Giuseppe Panzino e l'appuntato di polizia Federico Masarin. L'attentatore, Gianfranco Bertoli che si professa anarchico, viene subito catturato. Nel 1975 viene condannato (come neofascista sul libro paga dei servizi segreti), all'ergastolo . Il 17 dicembre del 2000 muore a Livorno.10 luglio 2003 - CASSAZIONE: STRAGE QUESTURA MILANO; PG, ANNULLARE ASSOLUZIONI
ANSA:
Il sostituto procuratore generale della Cassazione, Mauro Iacoviello, ha chiesto l' annullamento della sentenza con la quale la Corte di assise di appello di Milano ha annullato la maggior parte delle condanne per gli imputati della strage, avvenuta il 17 maggio 1973, davanti alla questura di Milano. Morirono quattro persone e ci furono 44 feriti. L' attentatore, Gianfranco Bertoli, fu processato e condannato all' ergastolo. Adesso Iacoviello ha pero' chiesto l' annullamento con rinvio delle assoluzioni dal reato di strage per Giorgio Boffelli, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami. Ha chiesto inoltre che si proceda contro il gen.Gianadelio Maletti - che ha rinunciato alla prescrizione - per il reato di soppressione di prove". La requisitoria dell' esponente della Procura del Palazzaccio ha condiviso, pressoche' totalmente, i motivi di ricorso presentati dal sostituto procuratore generale della Corte d'assise d'appello di Milano, Laura Bertole' Viale, che chiedeva l' annullamento delle assoluzioni pronunciate in secondo grado il 27 settembre 2002. Nel verdetto di secondo grado la Corte d'assise d'appello arrivo' alla conclusione che la strage non era di stampo neofascista, ma era frutto dell' azione di un singolo anarchico, Gianfranco Bertoli, invece il pg Iacoviello ha chiesto di cassare questo verdetto in quanto i giudici di merito avrebbero scelto "i materiali probatori piu' consoni alla propria ipotesi", mentre "c' e' tutto un corredo di informazioni probatorie che vengono ignorate".
Iacoviello ha sottolineato come la sentenza assolutoria valuti molte testimonianze, eviti di farsi domande scomode e crede in maniera aprioristica al "modello dell' attentato anarchico". Per questo il pg parla di "buco nero della motivazione".Solo nella giornata di domani si conoscera' la decisione della V sezione penale della Cassazione sul ricorso del sostituto procuratore milanese, Laura Bertole' Viale, contro le assoluzioni dei neofascisti Francesco Neami, Giorgio Boffelli, Amos Spiazzi e Carlo Maria Maggi dall' accusa di aver compiuto la strage della questura di Milano (1973) nella quale morirono quattro persone e ci furono 44 feriti. I supremi giudici, inoltre, dovranno decidere anche se riaprire il processo per il gen.Gianadelio Maletti, che in primo grado aveva avuto 15 di reclusione e in secondo era stato assolto. Tuttavia nei confronti di Maletti - che ha rinunciato alla prescrizione - si potra' procedere solo per il reato di soppressione di prove (art. 255 cp). Nel pomeriggio inizieranno a parlare i difensori, ma le arringhe si concluderanno solo domattina. Dopo di che la V sezione penale, presieduta dal presidente titolare Guido Ietti, si chiudera' in camera di consiglio per emettere il verdetto.
11 luglio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: CASSAZIONE ANNULLA ALCUNE ASSOLUZIONI
"Il Nuovo"
Milano, strage alla Questura: annullate le assoluzioni
Lo ha deciso la V sezione penale della Cassazione, che ha annullato l' assoluzione dall' accusa di strage nei confronti di Boffelli, Carlo Maria Maggi e Neami, che in primo grado erano stati condannati all' ergastolo.
ROMA - E' da rifare il processo per la strage della questura di Milano, avvenuto nel 1973: adesso la Corte d'Assise d'Appello di Milano dovrà tornare a seguire la pista neofascista per stabilire le responsabilità della strage alla questura. Il verdetto arriva dalla V sezione penale della Cassazione, dopo tre ore e un quarto di camera di consiglio, che ha annullato l' assoluzione dall' accusa di strage nei confronti dei neofascisti Giorgio Boffelli, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami, che in primo grado erano stati condannati all' ergastolo. Confermata, invece, l' assoluzione del generale Gianadelio Maletti.
Sono stati così accolti - quasi totalmente - i motivi di ricorso presentati in Cassazione dal sostituzione procuratore generale della Corte d'appello di Milano, Laura Bertolé Viale, contro il verdetto assolutorio pronunciato il 27 settembre del 2002.
Finora l' unico condannato è stato Gianfranco Bertoli. Adesso l' ipotesi che l' attentato sia stato architettato ed eseguito da questo unico responsabile - definito come anarchico - non ha retto al vaglio della Cassazione, che invita i giudici milanesi a fare luce su uno dei più controversi misteri della storia repubblicana.
In quell'occasione una bomba a mano lanciata da Gianfranco Bertoli, provocò la morte di quattro persone e il ferimento di altre 44 : l'attentatore, Gianfranco Bertoli, fu immediatamente catturato, processato e condannato all'ergastolo. Le indagini portarono poi all'identificazione di altre persone che avrebbero concorso nell'organizzazione dell'attentato, il cui obiettivo sarebbe stato quello di colpire l'allora ministro dell' Interno, Mariano Rumor, intervenuto alla commemorazione del commissario di pubblica sicurezza Luigi Calabresi, assassinato un anno prima.ANSA:
E' evidente la soddisfazione con la quale il Pm Maria Grazia Pradella, che sostenne l'accusa in primo grado, e il sostituto Pg Laura Bertole' Viale, che la rappresento' nel processo d'appello, hanno accolto la decisione della Cassazione di annullare l' assoluzione di tre degli imputati per la strage della Questura di Milano del 1973.
"Evidentemente, e' stato ritenuto credibile quanto sostenuto da Digilio e Siciliano, mentre non e' stato altrettanto per chi accusava Spiazzi - commenta il Pm Pradella -. L' importante e' quanto e' stato sostenuto dal procuratore generale: e' stato confermato il contesto in cui e' stato ideato, preparato ed eseguito l'attentato. E' stata finalmente smentita l'ipotesi dell' attentato commesso dal solo anarchico-individualista Bertoli".
Secondo Maria Grazia Pradella, la decisione della Cassazione potra' avere conseguenze importanti anche sul processo d'appello per la strage di Piazza Fontana che comincera' nell'autunno prossimo.
Soddisfatta anche il sostituto Pg Bertole' Viale per la quale "e' stata confermata la responsabilita' dell' organizzazione Ordine Nuovo ed e' stato confermato il lavoro dei giudici istruttori Lombardi e Salvini. La loro preparazione ha consentito di seguire la pista giusta".
"Le bufale di Bertoli non potevano essere credute - ha concluso il magistrato - e, finalmente, si comincia a far luce su buchi neri del passato"."E' una sentenza che rende onore all'impegno dell'ufficio istruzione di Milano che, dagli anni '90, ha cercato, tra molte difficolta', di offrire la verita' ai parenti delle vittime della strategia della tensione". Lo ha detto il gip di Milano, Guido Salvini, che condusse alcune inchieste sui movimenti eversivi di estrema destra, commentando la decisione della Corte di Cassazione di annullare tre assoluzioni degli imputati per la strage della Questura di Milano.
Quelle sulle cosiddette "trame nere" furono le ultime inchieste condotte dai giudici istruttori Antonio Lombardi e Guido Salvini prima che cessasse di esistere l'ufficio istruzione.Ecco un riepilogo delle fasi principali della vicenda dell'attentato alla questura di Milano:
- 17 maggio 1973 - alla fine della cerimonia per l' anniversario dell' uccisione del commissario Luigi Calabresi (presente l' allora ministro dell' Interno Mariano Rumor), il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli lancia tra la folla una bomba a mano tipo 'ananas' quando l' auto di Rumor si e' appena allontanata. I morti sono quattro e i feriti 45. Bertoli e' subito arrestato, si proclama anarchico e dice di aver agito da solo. La bomba se la sarebbe procurata in Israele, dove avrebbe lavorato in un kibbutz.
- 1 marzo 1975 - la prima Corte d' assise di Milano condanna Bertoli all' ergastolo.
- 9 marzo 1976 - la prima Corte d' assise d' appello di Milano conferma la sentenza di primo grado.
- 19 novembre 1976 - la prima sezione penale della Corte di Cassazione respinge il ricorso di Bertoli. La condanna diventa cosi' definitiva.
- 3 novembre 1991 - alcuni giornali scrivono che negli elenchi di Gladio compare il nome di Gianfranco Bertoli. I servizi segreti sostengono che si tratta di un caso di omonimia.
- 18 giugno 1997 - Gianfranco Bertoli tenta il suicidio con una overdose di eroina. Il 23 giugno il tribunale di sorveglianza gli revoca la semiliberta', ottenuta quattro anni prima. Bertoli otterra' poi di nuovo la semiliberta'.
- 21 luglio 1998 - il giudice istruttore Antonio Lombardi, a conclusione del supplemento d' inchiesta condotto col vecchio rito, rinvia a giudizio 7 persone: Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Francesco Neami, Carlo Digilio e Amos Spiazzi, accusati di concorso in strage, Gianadelio Maletti e Sandro Romagnoli di omissione di atti d' ufficio e di soppressione e sottrazione di atti e documenti concernenti la sicurezza dello Stato.
- 11 marzo 2000 - dopo cinque giorni di camera di consiglio, la quinta Corte d'Assise emette la sentenza che condanna all' ergastolo con l'accusa di strage Carlo Maria Maggi, Amos Spiazzi, Giorgio Boffelli e Francesco Neami. Gian Adelio Maletti e' condannato a 15 anni di reclusione.
- 28 novembre 2000 - Gianfranco Bertoli, 67 anni, muore a Livorno dove viveva in semiliberta' facendo il lavapiatti in un piccolo ristorante di periferia.
- 27 settembre 2002 - dopo nove ore di camera di consiglio la Corte d' assise d' appello assolve tutti gli imputati perche' il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto, rovesciando completamente la sentenza di primo grado.
- 1 febbraio 2003 - depositato il ricorso in Cassazione presentato dalla Procura Generale contro la sentenza d' appello.
- 11 luglio 2003 - la quinta sezione penale della Cassazione annulla l' assoluzione di Giorgio Boffelli, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami. Confermata, invece, l' assoluzione del gen. Gianadelio Maletti e di Amos Spiazzi.Ore 10.57 del 17 maggio 1973: nel cortile della Questura di Milano si e' appena conclusa la cerimonia per commemorare il commissario Luigi Calabresi ad un anno dalla sua uccisione, presenti il ministro dell' Interno Mariano Rumor e il capo della polizia Zanda Loy. Mentre la gente e le autorita' stanno uscendo, dal marciapiedi di fronte all'entrata della Questura, in via Fatebenefratelli, un individuo alto e magro lancia in mezzo alla folla una bomba a mano Mark 2 israeliana di tipo "ananas". L' ordigno esplode sul marciapiede opposto, accanto al portone della questura, seminando la morte. Le vittime sono quattro e piu' di 40 i feriti. Tutti comuni cittadini. Rumor e le altre autorita' sono gia' lontane.
L'attentatore viene subito bloccato. E' Gianfranco Bertoli, sedicente "anarchico individualista", un veneto appena rientrato in Italia dopo un periodo in un kibbutz israeliano. Ha una A da poco tatuata su un braccio. In realta' Bertoli, che ha avuto parecchie condanne per furti, rapine minacce, ubriachezza molesta e porto abusivo di armi, e' stato un informatore del Sifar e ha avuto stretti contatti con gli ambienti dell'estrema destra veneta. Un dossier su di lui si trovava tra le carte del commissario Calabresi. Il suo nome (o di un omonimo, come sostiene il Sismi) era anche nelle liste di Gladio.La decisione della quinta sezione della Cassazione di annullare tre assoluzioni per altrettanti imputati per la strage della Questura di via Fatebenefratelli a Milano (quattro morti e 40 feriti, il 17 maggio del '73), tra coloro che hanno indagato per anni su quell'attentato viene interpretata in un solo modo: il riconoscimento che quello non fu il gesto solitario dell'anarchico individualista Gianfranco Bertoli, che i suoi segreti se li e' portati nella tomba.
Fu molto di piu', come intui' il giudice istruttore Antonio Lombardi, il cui lavoro venne approfondito dal suo collega Guido Salvini e dal pm Maria Grazia Pradella: venne ideato, preparato e attuato, nella ricostruzione dell'accusa, nell'alveo di Ordine Nuovo, il gruppo neofascista a cui appartenevano Carlo Maria Maggi, che ne era ispettore per il Triveneto, Giorgio Boffelli e Francesco Neami dei quali oggi e' stata annullata l'assoluzione.
I tre vennero condannati in primo grado all'ergastolo ma i giudici della Corte d'assise d'appello di Milano bocciarono il lavoro investigativo escludendo la partecipazione di neofascisti e elementi dei servizi segreti: si torno' all'anarchico- individualista. In Cassazione l'impostazione dell'accusa ha retto e ci sara' un nuovo processo, salvo che per il colonnello Amos Spiazzi, anch'egli condannato all'ergastolo in primo grado ma definitivamente assolto dalla Suprema Corte.
"Evidentemente, e' stato ritenuto credibile quanto sostenuto da Digilio e Siciliano - prova ad interpretare il pm Pradella -, non quanto detto da chi accusava Spiazzi". E viene ritenuto singolare che non sia stato creduto proprio Roberto Cavallaro, che chiamo' in causa il colonnello d'artiglieria e che da subito si dissocio' dall'ambiente eversivo di destra, cominciando a raccontare, mentre Carlo Digilio e Martino Siciliano, i principali pentiti della strategia della tensione, aspettarono decenni. Resta il fatto che e' stato lo stesso pg della Cassazione, Mauro Iacoviello, a sollecitare che fosse respinto il ricorso della Procura generale di Milano contro la sua assoluzione.
Esce di scena anche il generale Gianadelio Maletti, ex capo ufficio D del Sid, condannato in primo grado a 15 anni perche' avrebbe omesso di riferire quanto sapeva dell'attentato che aveva come obiettivo il ministro dell'Interno Mariano Rumor che presenziava quel giorno alla commemorazione dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Per l'ex funzionario dei servizi il sostituto pg aveva chiesto che si procedesse per il reato di soppressione delle prove, per la presunta manomissione di alcune registrazioni. I giudici hanno invece confermato la sua estraneita'. Fu lo stesso Maletti a raccontare che il sedicente anarchico Bertoli, che getto' una bomba a mano di fabbricazione israeliana tra la gente davanti alla questura, era stato in realta' un agente del Sifar (il servizio segreto militare sciolto nel '65), almeno fino al 1960, avvalorando in questo modo la pista 'nera' e i collegamenti con apparati istituzionali. Con la sua assoluzione e quella di Spiazzi questi collegamenti sono messi in forse, "ma e' stata confermata la responsabilita' di Ordine Nuovo", commenta il sostituto pg di Milano, Laura Bertole' Viale, che nel prossimo autunno affrontera' il processo d'appello per la strage di piazza Fontana, con altri neofascisti condannati all'ergastolo. E anche per il magistrato "le bufale di Bertoli non potevano essere credute e, finalmente, si comincia a far luce su buchi neri del passato".12 luglio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: DAI GIORNALI
"Avvenire"
SENTENZA CASSAZIONE
La Corte ha bocciato le assoluzioni dei neofascisti, ma ha confermato il non luogo a procedere per il colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi e per il capo del Sid Gianadelio Maletti
Bomba alla questura: non fu strage di Stato
A distanza di 30 anni dalla morte di quattro passanti in via Fatebenefratelli a Milano sembra andare in archivio
l'originaria pista anarchica
Con l'uscita di scena dei due ufficiali, viene screditata la pista che ci fosse una regia istituzionale dietro la strategia della tensione
Da Milano Emilio Randacio
Per quella bomba esplosa il 17 maggio 1973 in via Fatebenefratelli, a Milano, si riapre la "pista nera". Ieri pomeriggio, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza d'appello con cui erano stati assolti dall'accusa di concorso in strage i neofascisti Giorgio Boffelli, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami. Confermata, invece, l'assoluzione per l'ex colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi e per il generale Gianadelio Maletti, ex responsabile del Sid, il servizio segreto militare, accusato di favoreggiamento. Solo con le motivazioni di questi ultimi provvedimenti sarà possibile dare una lettura completa della ricostruzione avallata dai supremi giudici. Ma un primo elemento emerge già. Con questo tipo di decisione, infatti, la Cassazione manda definitivamente in soffitta la tesi della "strage di Stato". Maletti e Spiazzi rappresentavano per la tesi sostenuta dal giudice istruttore Guido Salvini prima, e dalla procura di Milano dopo, l'anello di congiunzione tra apparati dello Stato e Ordine nuovo, l'organizzazione neofascista veneta il cui capo era il medico mestrino Carlo Maria Maggi. Sarà comunque difficilissimo dimostrare ai giudici d'appello di Milano, che i tre neofascisti operarono per conto loro, senza la regia di uomini legati agli apparati. Secondo la tesi sostenuta dalla procura di Milano, il 17 maggio del '73, l'anarchico Gianfranco Bertoli, arrestato poco dopo aver lanciato una granata sulla folla che attendeva il ministro dell'Interno Mariano Rumor, agì con la copertura e l'organizzazione di Ordine nuovo. Rumor era accusato dall'organizzazione di Maggi di non aver avallato, all'indomani della strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969), una svolta autoritaria al Paese. In questo disegno rientrerebbe anche la strage del '74 di Brescia, in piazza della Loggia. Un complicatissimo scenario in cui gli Stati Uniti, hanno sempre sostenuto i magistrati che si sono occupati delle inchieste, avrebbero garantito il proprio avvallo. Con la decisione di ieri, invece, lo scenario si riduce a vedere gli estremisti veneti come unici registri di quella strage, in cui morirono 4 passanti. E questa tesi rafforza l'ipotesi che Bertoli fosse un anarchico di facciata, ma con simpatie e con un passato di militante di formazioni di destra. Ma quello che si dovrà riaprire a Milano, contro Maggi, Boffelli e Meani, con l'uscita di scena degli imputati Spiazzi e Maletti, potrebbe essere un processo in salita per le tesi dell'accusa. Ieri, poco dopo l'annuncio della decisione della Cassazione, sia la procura di Milano che il giudice Salvini, hanno comunque espresso soddisfazione per il pronunciamento della Corte.30 settembre 2003 - CASSAZIONE: STRAGE QUESTURA MILANO, NON COINVOLTI SERVIZI
ANSA:
CASSAZIONE: STRAGE QUESTURA MILANO, NON COINVOLTI SERVIZI
MA VA CHIARITO POSSIBILE AIUTO INTELLIGENCE A G.BERTOLI
La Cassazione scagiona i servizi segreti italiani dal sospetto del coinvolgimento nella strage della questura di Milano (quattro morti e 45 feriti, il 17 maggio 1973), esorta a chiarire i rapporti che l' intelligence ebbe con Gianfranco Bertoli, e - per quanto riguarda i mandanti dell' attentato - punta il dito contro i neofascisti di Ordine Nuovo (Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli e Francesco Neami), condannati all' ergastolo in primo grado e assolti in appello da una sentenza che piazza Cavour assolutamente non condivide. Le dure critiche al verdetto assolutorio sono state appena depositate dai Supremi Giudici della V Sezione penale - sentenza 37136 - e non mancano di prendere in considerazione anche la testimonianza resa, in secondo grado, da Nicolo' Pollari, attuale capo dei servizi. Le motivazioni si articolano in 50 pagine e spiegano perche' lo scorso 7 luglio, la Suprema Corte ha deciso di annullare con rinvio il verdetto della Corte d' Appello di Milano, del 27 settembre 2002, che attribui' il lancio della bomba ananas al solo gesto individuale del sedicente anarchico Bertoli (nel frattempo deceduto). Con questa decisione gli 'ermellini' hanno accolto il reclamo del Procuratore generale della Corte di Appello di Milano e hanno stabilito che un' altra Sezione della Corte d' appello rivaluti le numerose prove a carico del drappello di eversori veneti. Per quanto riguarda i contatti tra i servizi segreti e Bertoli, la Cassazione ha accolto il ricorso dei Pg contro la tesi della Corte di Appello che escludeva "che l' attentatore avesse avuto contatti con i servizi segreti italiani o israeliani dopo aver chiuso la fase di informatore del Sifar ufficialmente avvenuta dal 1954 al 1960". In merito la V Sezione afferma che mai, ne' l' istruttoria del giudice Guido Salvini ne' la sentenza di primo grado "hanno attribuito ai servizi italiani o israeliani alcuna responsabilita' per la strage, hanno solo affermato che i servizi israeliani hanno fornito supporto logistico al Bertoli in quanto accreditato come informatore del servizio italiano collegato. In tal senso va definito il possibile apporto dei servizi alla vicenda oggetto del giudizio". Anche perche' sono emersi elementi di prova - proseguono gli 'ermellini - "dai quali puo' ricavarsi che Bertoli, dopo essere stato informatore del Sifar dal 1954 al 1960, ha ripreso i contatti nel 1966 ed e' stato aiutato ad espatriare nel 1971". Fatte queste precisazioni, e limitato a cio' uno dei campi da scandagliare col nuovo processo, la Cassazione aggiunge che "non vi e' invece in atti alcun elemento dal quale possa evincersi che i servizi segreti siano stati coinvolti nella preparazione o nell' attuazione della strage".
Per questo piazza Cavour bacchetta la Corte di merito per essersi "preoccupata di escludere totalmente i servizi segreti italiani ed israeliani dall' espatrio di Bertoli", ed essersi invece "avventurata in una complicata ed incerta disamina del sistema di fascicolazione ed intestazione delle pratiche relative agli informatori del servizio segreto, fondata sui ragionamenti del teste Pollari". "In realta' il teste, solo recentemente posto a capo dei servizi segreti - osservano i magistrati di legittimita' - ha tentato di spiegare il sistema di fascicolazione delle pratiche contenenti i contributi forniti agli informatori, vigente negli anni Sessanta, attribuendo un significato logico, ad annotazioni ed archiviazioni di dati, che sembrerebbero improntati ad approssimazione e disordine. La Corte ha dato totalmente credito al Pollari, trasformando cosi' una semplice ipotesi logica, effettuata da un funzionario che non aveva partecipato alla fascicolazione delle vecchie pratiche, in una indiscutibile verita', in grado di superare tutte le dichiarazioni fatte dai funzionari addetti al servizio". Un' altra bacchettata viene data alla Corte di Appello per non aver creduto alla deposizione di Ivo Dalla Costa - nel 1973 funzionario del Pci a Treviso - che per i supremi giudici e' "persona assolutamente credibile". Il teste racconto' di aver saputo dal conte Pietro Loredan (legato agli eversori di Ordine Nuovo) - due prima della strage - che a Milano, entro 48 ore, ci sarebbe stato un attentato contro un' alta personalita' del governo. Obiettivo di Bertoli (alla cerimonia per la scopertura del busto in memoria del commissario Luigi Calabresi - era infatti l' allora ministro Mariano Rumor. Per piazza Cavour questa deposizione e' importante e i giudici del rinvio dovranno tenerla presente cercando anche di scoprire "quale sia stata la fonte della notizia" data dal conte - amico, tra gli altri, dei neofascisti Giovanni e Luigi Ventura - al Dalla Costa. Per quanto riguarda l' assoluzione del generale Gian Adelio Maletti, i Supremi giudici la confermano in quanto manca la prova dell' esistenza del nastro che era accusato di aver distrutto.
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