III - L’EVERSIONE DI DESTRA E LE COPERTURE ISTITUZIONALI

Fino alla metà degli anni '70 lo scenario delle organizzazioni dell’estrema destra è dominato da Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

Sigle minori in ambito studentesco ed universitario sono comunque riconducibili ad esponenti che si muovono nelle file dell’una o dell’altra organizzazione o ad articolazioni delle stesse che tendono ad essere presenti nelle diverse realtà con sigle autonome (come il F.A.S., Fronte di Azione Studentesca, con cui Ordine Nuovo organizza la sua "penetrazione tra i giovani, poiché la rivoluzione la fanno i giovani... salvo ovviamente le poche eccezioni tra noi rappresentate" o come Caravella e Lotta di Popolo, in cui è forte la presenza di appartenenti ad An).

Negli anni Sessanta, tra l’altro, numerosissime sono le formazioni di estrema destra che furono fondate, spesso in correlazione tra di loro e in rapporti di esternita/internità rispetto allo stesso Msi, partito che ha sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo fatto di prese di distanza e repentini riavvicinamento con i gruppi della destra radicale, compresi quelli più dichiaratamente eversivi. Una politica attraverso la quale poter esercitare un controllo ed un’influenza rispetto ad un’area di "inconfessabilità missina", che solo formalmente non poteva essere considerata parte integrante del Msi, mentre lo era con tutti i limti e i distinguo appena accennati.

Tra i gruppi attivi in quegli anni è opportuno segnalare:

1) Movimento tradizionale romano, fondato nel 1963 da dissidenti del Msi;

2) Fronte Nazionale, costituito nel settembre 1968 a Roma dal principe Junio Valerio Borghese che poco dopo avrebbe organizzato il tentativo di colpo di Stato. Il segretario nazionale era Benito Guadagni, un costruttore nato a Carrara e residente a Roma.

3) Fronte Nazionale Europeo – Lega Giovanile, fondato a Milano nel 1967 da oppositori interni del Msi;

4) Costituente Nazionale Rivoluzionaria, fondato nel 1964, nel quale sarebbe confluito in seguito il gruppo Avanguardia Europea;

5) Falange Tricolore, il cui presidente, Giorgio Arcangeli fu arrestato per aver organizzato un attentato contro l’ambasciata dell’Urss a Roma;

6) Nuova Caravella, diretto da Cesare Ferri, nato dopo una scissione da Fuan-Caravella;

7) Circolo dei Selvatici, presieduto dall’ingegner Renato Fioravanti di Roma, composto da dissidenti missini;

8) Giovane Europa, fondato nel 1963 a Ferrara e presieduto da Claudio Orsi. Orsi divenne collaboratore di Franco Freda nelle Edizioni AR e fondatore di un’associazione Italia-Cina, che rientrava nei tentativi di An e On di infiltrare i gruppi di estrema sinistra;

9) Gruppi attivisti di movimento dell’opinione pubblica, fondati da Mario Tedeschi e Giuseppe Bonanni del "Borghese". Il gruppo aveva costituito un fondo denominato "Soccorso tricolore" in difesa degli attivisti di destra che fossero stati arrestati durante scontri di piazza;

10) Partito della ricostruzione nazionale, fondato a Varese nel 1967, che aveva come suo periodico l’Osservatore italiano;

11) Partito Nazionale del Lavoro che editava il periodico "Conquista dello Stato";

12) Unione Nazionale d’Italia, nata da una scissione della Lega Italica;

13) Ordine del Combattentismo Attivo, legato al giornale "Nuovo pensiero militare"

14) Comitato di Difesa Pubblica fondato nel settembre del 1968 a Milano per iniziativa dell’ex deputato missino, Domenico Leccisi.

Tuttavia, come detto, An e On rappresentarono le organizzazioni capaci di coagulare intorno a sé la vocazione eversiva della destra italiana.

Tra le due formazioni, come è stato ampiamente documentato, non vi sono discriminanti ideologiche nette, ma solo una diversità di atteggiamento. I due movimenti occupano spazi politici ben determinati e sono complementari, l’uno (On) privilegiando il momento strategico, costruendo così il discorso teorico della rivoluzione per i tempi lunghi, per le generazioni avvenire, l’altro (An) esaltando nella sua azione il momento tattico e quindi immediato.

Le comuni radici ideologiche, che risalgono alla tradizione storica del fascismo rivoluzionario e della Repubblica Sociale Italiana, si alimentano dell’analisi e della critica che di quelle esperienze viene fatta da Julius Evola. La concezione dello Stato e quella della missione delle avanguardie politiche da lui elaborate costituiscono l’humus di cui si nutrono le posizioni di entrambe le formazioni e che, al di là del processo più volte tentato di vera e propria fusione, hanno determinato nel tempo fenomeni di osmosi tra i militanti dell’una e dell’altra; e che quindi rendono la distinzione innanzi delineata sostanzialmente tendenziale.

Ordine Nuovo

Ordine Nuovo nasce nel 1956, come Centro Studi Ordine Nuovo, dopo il congresso di Milano del Msi, dal quale si scinde nel nome della continuità con gli ideali della RSI, sotto la guida di Pino Rauti che, all’interno del partito, aveva già dato vita ad una aggregazione denominata Ordine Nuovo. Promotori della scissione, insieme a Rauti, sono Graziani, Massagrande, Delle Chiaie. Dopo la morte del segretario Michelini, il nuovo segretario del Msi, Giorgio Almirante, che aveva guidato all’interno del partito l’opposizione interna più vicina alle posizioni degli ordinovisti scissionisti, avviò il tentativo di recupero di tutti i gruppi dissidenti. Il processo di riassorbimento arrivò a compimento nel dicembre del 1969 con il ritorno di Rauti nel Msi, che motivò tale rientro con la necessità, a fronte dei mutamenti in atto nella situazione politica nazionale, di procedere a "una revisione globale della sua posizione nel quadro delle contingenze globali che indicano, senza alcun dubbio, una possibilità di rottura degli equilibri, di estrema pericolosità [...] Ne consegue che è necessità vitale per la vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo inserirsi dalla finestra nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta, per poter usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il parlamento, con tutte le possibili voci propagandistiche che ne derivano [...] Necessità contingente dunque, assoluta e drammatica [...]" .

Alla posizione di Rauti si contrappone quella di Graziani, Massagrande, Saccucci, Tedeschi, Besutti ed altri, che rifiutano di rientrare nei ranghi del Msi per la costituzione di un "movimento rivoluzionario al di fuori degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e strutturata secondo criteri propri delle minoranze rivoluzionarie", che assume il nome di Movimento Politico Ordine Nuovo.

Il movimento, che si autodefinisce come l’unico movimento politico fautore di una strategia globale nazional-rivoluzionaria, si dà una prima organizzazione provvisoria nel corso di una riunione del 21 dicembre 1969 e una organizzazione più complessa dopo il I congresso tenutosi a Lucca nell’ottobre del 1970, comunicata agli aderenti con il Notiziario Riservato del 5 novembre 1970.

L’attività ed il progetto politico del movimento vennero all’attenzione dell’autorità giudiziaria, dopo che gli aderenti si erano resi protagonisti di più di quaranta episodi di aggressione e avevano giocato un ruolo significativo nei disordini di Reggio Calabria del 1970, nel giugno 1973, quando Ordine Nuovo formò oggetto di un dettagliato rapporto della Questura di Roma. Quel rapporto e gli atti che ne scaturirono portarono i quadri dirigenti del movimento prima a giudizio avanti al Tribunale di Roma per il reato di ricostituzione del partito fascista e, dopo la condanna del 21 novembre 1973, al decreto di scioglimento dell’organizzazione, del 23 novembre successivo. L' ipotesi accusatoria ha vincolato l’accertamento del Tribunale alla verifica della corrispondenza tra il progetto, i fini e l’organizzazione del movimento e quelli propri del fascismo. Gli elementi che col tempo sono emersi consentono oggi di dire che già all’epoca erano stati consumati fatti delittuosi di maggiore gravità e relativi a ipotesi associative di diverso rilievo, che solo molto tempo dopo sarebbe stato possibile ricondurre nell’ambito dell'organizzazione. Pur con tali limiti, gli atti di quel processo e la sentenza che lo concluse costituiscono un punto di partenza ineliminabile per comprendere sia gli ulteriori sviluppi del movimento che i meccanismi delle dinamiche interne alla destra radicale.

Ordine Nuovo risultava già caratterizzato come un movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato, con una direzione politica centralizzata, orientato a muoversi in gruppi di pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta di mobilitare un’area di simpatizzanti, ispirato ad un concezione elitaria e mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in assoluta contrapposizione con la democrazia parlamentare e l’organizzazione del consenso attraverso i partiti, ma almeno in parte non antistituzionale.

Il movimento è infatti caratterizzato da una "concezione antidemocratica, antisocialistica, aristocratica ed eroica della vita", ma la stessa matrice evoliana gli conferisce un ruolo non antagonista rispetto allo Stato; anzi, come è stato osservato, la possibilità di utilizzare il "movimento nazionale" in funzione antisovversiva di difesa dello Stato è una costante, almeno nella prima fase, del pensiero di Evola: per difendere lo Stato ormai ostaggio delle masse organizzate, capaci in ogni momento di paralizzarne la vita, occorreva creare "una rete capillare intesa a fornire prontamente elementi di impiego per fronteggiare dovunque [...] l’emergenza", avendo come fine "anzitutto e prima di tutto la difesa contro la piazza dello Stato e dell’autorità dello Stato (persino quando esso è uno "Stato vuoto") e non la loro negazione". In tale prospettiva il movimento nazionale doveva individuare, all’interno dello Stato, quei "corpi sani" cui era possibile far riferimento, come i paracadutisti, la polizia, i carabinieri.

Tale originaria impostazione avrebbe continuato, fin dall’inizio, a rafforzare lo "storico" contatto (cominciato fin dall’immediato dopoguerra) con quei settori dell’Arma dei carabinieri, delle forze armate e dei servizi di informazione – nei quali non irrilevante era la presenza di ex repubblichini - i quali, fedeli ai principi dell’oltranzismo atlantico e grazie all’ambiguità complice di una parte della classe politica di governo, rappresentavano la sponda istituzionale dell’ordinovismo fino a trasformare oggettivamente – come ha implicitamente denunciato Vinciguerra – On in una sorta di gruppo paramilitare inserito a pieno titolo nei dispositivi militari della Nato.

Non va dimenticato – come vedremo più avanti – che la rete informativa degli Usa operante nel Triveneto con base al comando Ftase di Verona, aveva tra i suoi più validi agenti ex repubblichini quali Franco Lino e Sergio Minetto e ordinovisti quali Marcello Soffiati e Carlo Digilio.

Il tratto distintivo più significativo, dal punto di vista della risposta delle istituzioni, tra l'azione di contrasto all’estremismo di destra e a quello di sinistra, è proprio la sintonia tra i disegni degli eversori e quelli di una parte degli apparati che li avrebbero dovuti combattere ed ha radici profonde e risalenti nel tempo, che poco hanno a che fare con la episodica strumentalizzazione del singolo fatto. Ciò ha contribuito in modo determinante a rendere impervio e a volte impossibile il compito degli inquirenti che solo assai faticosamente e a distanza di anni hanno potuto ricostruire ormai con sufficiente chiarezza i tratti significativi dei percorsi eversivi.

Avanguardia Nazionale

Avanguardia Nazionale fu fondata nel 1960 da Delle Chiaie, che si allontana con questo da On, della cui separazione dal Msi era stato sostenitore. Nel 1965 An si sciolse e gli aderenti, pur non rompendo i collegamenti tra loro, parteciparono sotto altre sigle all’esperienza politica della destra radicale non dissimilmente da quanto faceva On. Fu poi ricostituita nel 1970, in concomitanza con il processo di parziale riassorbimento di On nel Msi. Animata da una pari ostilità nei confronti dei regimi comunisti e dello stato liberal-democratico, An propugna l’idea di una rivoluzione europea per ripristinare le naturali differenze tra gli uomini e dar vita alla formazione di una élite rivoluzionaria che funga da avanguardia, organizzata in piccoli gruppi o in nuclei qualificati che nell’azione concretizzano la fusione tra ideale e sua realizzazione.

Il movimento teorizza l'ipotesi golpista classica, richiamandosi, come On, al fascismo storico e alla RSI, ma ricollegandosi all’esperienza allora attuale dei regimi militari in Europa e America Latina. Si prefigge inoltre lo scopo di determinare "una definitiva divisione verticale nelle forze politiche in due fronti contrapposti: il demo-marxista e il nazionale rivoluzionario". L’esasperazione del clima di tensione è strumentale a tale disegno e può essere raggiunta sia attraverso lo scontro con l’avversario che attraverso azioni di provocazione non riconducibili alla loro reale matrice. Funzionale a tale disegno è anche, e soprattutto, il mantenimento di contatti con gli apparati dello Stato (organici, come vedremo più avanti, sono i rapporti tra An e l’ufficio Affari riservati del Viminale e, in particolare, tra delle Chiaie e Federico Umberto D’Amato) che, una volta determinata una lacerazione del tessuto del potere, sono destinati ad intervenire per ripristinare l’ordine.

Anche An, sulla base della stessa attività di polizia giudiziaria che aveva portato al rapporto contro On, fu, attraverso i suoi maggiori esponenti, sottoposta a procedimento per ricostituzione del partito fascista e, sebbene in tempi più lunghi e con condanne più miti, si pervenne prima alla condanna, nel 1976, quindi allo scioglimento dell’organizzazione.

Fonti che furono rese disponibili solo molto tempo dopo la conclusione di quel processo riferiscono dettagliatamente dell’esistenza all’interno di An di due livelli: un livello "ufficiale", destinato allo svolgimento delle attività pubbliche e legali, e una struttura "secondaria" che costituiva un vero e proprio apparato clandestino. Di tale seconda struttura, secondo una metodologia assai raffinata, facevano parte i militanti dotati di capacità organizzative più adatte al lavoro clandestino, scelti fra coloro che non erano noti – almeno ufficialmente - alla polizia e ai carabinieri per la loro attività politica pubblica e fra quanti avevano finto di abbandonare l’attività politica. Il lavoro di tale struttura, dedita ad attività terroristiche, era regolato da norme assai precise tra cui la conoscenza limitata ad un numero ristretto di altri membri dell’apparato e la non conoscenza di chi avesse compiuto una certa "azione" se appartenente a un’altra "cellula". Chi apparteneva alla struttura "secondaria" doveva godere della piena fiducia del vertice e collaborare al "filtraggio" dei militanti.

Nel frattempo la condanna degli ordinovisti e lo scioglimento dell’organizzazione On aveva colpito l’ambiente della destra eversiva nel quale si faceva affidamento su una risposta più impacciata da parte dell’ordinamento e aveva determinato uno sbandamento nelle file ordinoviste, ma al tempo stesso costituì una sorta di trauma unificante richiamando attorno all’organizzazione colpita la solidarietà delle altre formazioni e quella di An in particolare.

Ordine Nero e il Viminale

Grazie all’attività investigativa del ROS dei Carabinieri, è recentemente emerso un documento che contribuisce a far luce, in maniera determinante e forse definitiva, sul ruolo e la natura di Ordine Nero. L’appunto del Sid del 1974, di cui ora si dirà, contiene un’indicazione piuttosto circostanziata del fatto che Ordine Nero fu costituita, in realtà, dal Ministero dell’interno con il preciso intento di acuire la tensione politica, e alimentare il clima di sfiducia necessario per una svolta a destra del paese.

E’ un passaggio fondamentale nella strategia della tensione, perché segna il passaggio dal rapporto perverso tra gli apparati istituzionali e i gruppi comunque anticomunisti, originato fin dall’immediato dopoguerra, alla creazione ex novo di un movimento clandestino dichiaratamente di matrice neofascista ed eversiva. Il Ministero dell’interno, secondo il documento, non limita più il proprio ruolo al sostegno e alle coperture delle frange estremiste della destra – come, parallelamente, facevano Carabinieri e Servizi militari – ma interviene direttamente organizzando un gruppo armato cui attribuire gli attentati. Perché e come il Viminale operi in questo senso è riportato nell’appunto, che inizia ricordando come "il provvedimento di scioglimento di Ordine Nuovo abbia, inizialmente, colpito l’organizzazione e creato una situazione di profondo sconforto tra gli aderenti che, in gran parte, avevano approdato a quell’organismo dopo le deludenti esperienze di Avanguardia Nazionale. I veri capi di Ordine Nuovo hanno, però, impostato una reazione centrata sui criteri:

Secondo il Sid, i capi di On puntavano al perseguimento di questo obiettivo attraverso "la sopravvivenza clandestina di Ordine Nuovo; la propaganda di una idea politica valida che colmasse il vuoto provocato dall’abbandono di Almirante", utilizzando a tal fine anche il giornale del movimento Anno Zero. E’ qui da intendersi, molto probabilmente, che gli ordinovisti, con le sentenze di condanna e il decreto di scioglimento dell’organizzazione, si sentissero abbandonati dalle componenti istituzionali della destra delle quali godevano evidentemente di un appoggio.

E’ opportuno, a questo punto, riportare integralmente una parte dell’appunto, poiché emerge a chiare lettere il ruolo del Viminale in questa operazione. Scrive dunque il Sid:

"La manovra non è sfuggita al Ministero dell’Interno che, nel contesto di una politica dell’antifascismo opportunamente orchestrata anche con forze politiche estranee alla D.C., ha inteso colpire:

Nel contesto di quanto sopra vanno interpretate tutte le azioni delittuose etichettate da organi di governo e stampa come iniziative dell’extraparlamentarismo di destra".
 
 
Secondo il ROS, che per conto dell’Autorità Giudiziaria ha rintracciato il documento, "l’affermazione […] è di estrema gravità: secondo l’estensore del Sid, in pratica, l’organizzazione terroristica Ordine Nero non sarebbe altro che un prodotto dei ‘laboratori’ della guerra non ortodossa".

Prima di esaminare il contenuto di questo passaggio, è comunque il caso di aggiungere che in un appunto dell’11 novembre 1978, il Sismi riferisce di notizie apprese in ambiente della sinistra romana in relazione al caso di Roland Stark. Secondo la fonte del Sismi, Stark sarebbe stato in contatto "con gli esponenti di ‘Ordine Nero’, l’organizzazione eversiva sostenuta dai ‘servizi segreti italiani’". Letteralmente, da quanto riportato nell’appunto, sembra che l’affermazione che Ordine Nero fosse sostenuta dai Servizi italiani, non sia da attribuire agli ambienti della sinistra, bensì direttamente all’estensore dell’appunto Sismi. Ma anche volendo ritenere frutto della fonte l’affermazione citata, si tratta di una conferma che quantomeno sospetti erano i contatti tra Ordine Nero e apparati istituzionali.

Per tornare all’appunto Sid del 1974, è bene anzitutto considerare che, pur con la dovuta cautela, il Servizio militare non poteva certo mettere in circolo una nota con le considerazioni che abbiamo appena visto, senza avere contezza di quanto andava affermando. Seppure in un contesto che vedeva Ministero della difesa e Ministero dell’interno spesso in contrasto – ma drammaticamente con i medesimi fini – non è immaginabile che il Sid addossi all’Ufficio Affari riservati del Viminale la responsabilità di aver creato un’organizzazione terroristica, senza avere le prove di ciò. Con ogni probabilità, pertanto, il contenuto dell’appunto corrisponde largamente al vero, ed è semmai il contesto che può fornire elementi di riflessione.

Non si comprende, anzitutto, il senso dell’affermazione iniziale, secondo la quale il Ministero dell’Interno avrebbe inteso colpire la disciolta Ordine Nuovo, "nel contesto di una politica dell’antifascismo opportunamente orchestrata anche con forze politiche estranee alla D.C.". E’ accertato anche in sede giudiziaria, e in questa relazione ve ne sono le testimonianze, che il Ministero dell’interno non operò certo in chiave antifascista, né allora né mai; e non è certo un caso che fino al 1994 la Democrazia cristiana non abbia mai abbandonato la gestione del Viminale, rinunciando ad ogni altro dicastero ma non a quello dell’interno. Non è chiaro, quindi, cosa si voglia dire con il termine "politica dell’antifascismo", se non interpretando il successivo periodo – "opportunamente orchestrata anche con forze politiche estranee alla Dc" – nel senso di un’ apparente iniziativa di contrasto ai movimenti neofascisti, tesa in realtà al loro controllo e alla loro eterodirezione.

L’attività dei gruppi eversivi di destra, nonostante lo scioglimento di Ordine Nuovo, ebbe modo infatti di manifestarsi ancora in più occasioni (di lì a poco con la strage di Brescia), e non vi era certo la necessità di creare una finta organizzazione di destra cui "attribuire una serie di atti violenti ed antidemocratici". E’ più probabile, invero, che il decreto di scioglimento di On colse impreparati i responsabili della guerra non ortodossa – in primis il Viminale – che decisero a quel punto di intervenire creando di fatto una nuova organizzazione da utilizzare per proseguire sulla folle strada della strategia della tensione. Ed è difficile non collegare le "forze politiche estranee alla Dc", con quegli ambienti dell’oltranzismo atlantico che saranno coinvolti nella strage di piazza della Loggia; quel blocco di forze (estranee alla Dc ma ad esse contigue) di cui faceva parte chi consentì la distruzione di tutti i reperti subito dopo la strage, chi era al corrente della preparazione dell’attentato, chi si adoperò successivamente per coprire i responsabili dell’eccidio.

Giancarlo Esposti

Il finto antifascismo del Ministero dell’interno emerge nei passaggi successivi dell’appunto, laddove si dice che "la manovra può facilmente riuscire coinvolgendo estremisti di destra" e che la "provocazione è facilmente attuabile nell’ambito dei predetti movimenti anche per la compiacenza di aderenti che pensano opportuno ‘comporre in chiave individuale i dissidi con il Ministero dell’interno’".

Tra coloro che sembra possano essere utilizzati dal Ministero, l’appunto annovera Kim Borromeo, Giancarlo Cartocci e Giancarlo Esposti, e su quest’ultimo si sofferma l’attenzione del Sid, con accenni inquietanti. Dunque, Esposti, risulterebbe "implicato con la questione BRESCIA (ipotesi che trova scarso credito)"; e avrebbe "accettato un ‘incarico’ proposto dal M.I. [Ministero dell’interno]. Questa seconda evenienza è fortemente creduta e potrebbe essersi determinata nel quadro di un ventilato progetto di attentato – su commissione – durante la sfilata del 2 giugno (premio: 400.000.000 con anticipo già corrisposto). In realtà, i provocatori intendono solo far ‘scoprire’ un campeggio paramilitare e materiale esplosivo".

Secondo il ROS si tratta della parte più rilevante dell’appunto, poiché vi si fa espresso riferimento, in anticipo, alla scoperta del campeggio paramilitare di Pian del Rascino. "L’ignoto estensore – sempre per il ROS – ha in pratica appreso dalle sue fonti che il Ministero degli Interni ha promesso 400 milioni a ESPOSTI chiedendogli di realizzare un attentato nel corso della sfilata del 2 giugno 1974, consegnandogli già un anticipo. Il tutto al fine di arrestarlo, progetto durante, in un campo paramilitare con esplosivi".

Sempre con riferimento alla strage di Brescia, dall’appunto è possibile apprendere che "tra i responsabili di estrema destra prevale l’opinione che ‘BRESCIA’ sia stata voluta dal M.I.". Se si considera che l’appunto è datato 30 maggio 1974, cioè due giorni dopo la strage, appare in tutta la sua drammatica evidenza che non solo il Sid, ma con ogni probabilità anche il Ministero dell’interno, erano al corrente dell’origine e della matrice dell’eccidio. Ciononostante, per gli otto morti e i centrotre feriti non è ancora stata fatta giustizia.

A margine, è da segnalare che l’appunto contiene un ulteriore paragrafo riferito al golpe Borghese, sul quale emergono ancora elementi certo non debitamente valutati all’epoca. La fonte del Sid, che è uno dei capi segreti dell’organizzazione, infatti, si dichiara disposta "a fornire (tramite contatto con il responsabile di Avanguardia Nazionale) alcuni numeri di matricola delle armi che il Ministero all’Interno distribuì agli ‘avanguardisti’ la sera dell’8 dicembre 1970 all’interno del dicastero e che questi non hanno più inteso restituire".

E così commenta il ROS a margine dell’appunto, premettendo che "il Sid ha evidentemente l’interesse a poter tenere sotto pressione il Ministero dell’interno": "Il particolare interessante è che, a differenza di quanto si era sempre detto, le armi non sono state prelevate manu militari ma, ‘distribuite’ dal Ministero degli Interni. […] A livello di ipotesi è possibile suggerire l'identificazione del capo segreto di Ordine Nuovo con il noto Clemente Graziani, di recente deceduto".

Molto tempo dopo l’appunto del Sid, una nuova e importante testimonianza circa un ruolo diretto del Viminale e, segnatamente, dell’Ufficio Affari Riservati, quale provocatore diretto di atti di terrorismo, è emersa a margine di un’inchiesta della Procura della repubblica di Firenze del 1993 sul tentativo di dare vita ad una sorta di "costituente" della destra radicale o, meglio, fascista, a seguito della contestazione per la presunta deriva moderata che avrebbe negli anni successivi trasformato il Msi (o meglio, la sua ampia maggioranza) in Alleanza Nazionale.

Nel corso di tale inchiesta era stata messa sotto controllo l’utenza di Graziano Carboncini, già segretario della sezione del Msi di Empoli, successsivamente transitato in formazioni extraparlamentari fino al rientro nel Ms-Fiamma Tricolore di Pino Rauti.

Il 29 marzo 1993, Carboncini ricevette la telefonata di Angelo Apicella, già appartenente ad Avanguardia Nazionale, nonché in contatto con Elio Massagrande. Nel corso della conversazione, nel rievocare in termini critici alcuni drammatici avvenimenti passati che avevano caratterizzato molti periodi della vita repubblicana, quali il caso Moro, le vicende Calvi e Sindona, nonché gli assassinii di Dalla Chiesa e Borsellino, Apicella si lasciava andare ad una confidenza di grande interesse, che sembra rappresentare una conferma di quanto sostenuto nel documento del Sid: "[…] io ero stato sollecitato dal dott. Amato [rectius D’Amato] dell’Ufficio affari riservati del coso… mi avevano offerto 750 milioni e ad un certo momento, siccome avevano capito che eravamo un gruppo di paracadutisti, e ci accorgemmo guardandoci in faccia che eravamo tutti ex sabotatori quindi con gli esplosivi sulla punta delle dita, io dissi questi ordini noi li possiamo avere solo da chi di dovere, noi non possiamo usare queste cognizioni per cose […]".

Secondo il racconto di Apicella, dopo le proposte dell’Ufficio Affari riservati – rifiutate dal suo gruppo – un secondo tentativo di aggancio istituzionale si sarebbe verificato poco tempo dopo all’aeroporto militare di Guidonia dove, a margine di alcune esercitazioni, il gruppo di Apicella sarebbe stato avvicinato dall’ammiraglio Eugenio Henke, dal generale Fanali e dal generale Boschetti, che avrebbero avanzato proposte analoghe a quelle di D’Amato.

L’importanza della conversazione – oltre al fin troppo evidente richiamo con le considerazioni svolte nell’appunto del Sid – deriva dal fatto che si trattava di un dialogo tra due "camerati" legati dal vincolo di una nuova comune militanza politica, i quali non potevano ragionevolmente sospettare di essere intercettati, perché in quel periodo il loro tentativo di riorganizzazione della destra radicale – ancorché di interesse della procura di Firenze – si era manifestato in maniera palese, con riunioni e iniziative politiche in gran parte pubbliche.

Si tratta, in ogni caso, di una chiamata in causa da parte di una persona, Angelo Apicella, che sarebbe testimone diretta delle proposte avanzate da Federico Umberto D’Amato e dal suo ufficio.

C’è da rilevare, in proposito, che il dirigente della Digos di Firenze, ben comprendendo la rilevanza delle affermazioni di Apicella, informò il giorno stesso, con una annotazione, la procura della Repubblica di Firenze nella persona del sostituto Gabriele Chelazzi, chiedendo di estendere le indagini anche sull’Apicella.

Al momento non è possibile dire quale tipo di sviluppo ha avuto questo filone, né se la procura di Firenze – essendo evidente la notizia di reato – abbia inteso inviare il fascicolo alla procura della repubblica di Roma, verosimilmente competente ad indagare, ovvero se abbia ritenuto di procedere autonomamente.

Se così non fosse stato e la segnalazione della Digos fosse rimasta senza seguito, ci troveremmo senza dubbio di fronte ad un comportamento censurabile, anche per il fatto che il periodo 1990-1995 è quello che ha consentito le maggiori acquisizioni processuali relative al terrorismo di destra e alle sue protezioni istituzionali.

La riunificazione neofascista e le nuove connivenze

La risposta allo scioglimento di Ordine Nuovo è costituita dal tentativo di riunificazione tra On e An che viene lungamente preparata con contatti tra gli ordinovisti e gli avanguardisti in Italia e voluta fortemente da Stefano Delle Chiaie e che fu sancita in una riunione svoltasi ad Albano nel 1975. Alla presenza degli stati maggiori dell’eversione e di diversi latitanti (come Delle Chiaie e Concutelli) rientrati clandestinamente, fu dato corpo alla struttura riunita, che, utilizzando quale schermo la sigla ancora legale di An, non doveva essere la somma delle due strutture, ma la risultante della loro fusione, riconoscendo zona per zona la leadership all’organizzazione localmente più rappresentativa. L’organizzazione riunita doveva avere un suo organigramma e mettere in comune le armi, le strutture logistiche e il piano d’azione attorno ad una strategia che sanziona un radicale cambiamento di atteggiamento.

Delle Chiaie, secondo quanto poi appreso dall’autorità giudiziaria, avrebbe esordito senza mezzi termini annunciando che: "noi siamo qui non per fare stupidaggini come seguire linee politiche o fare giornali, noi siamo qui per prenderci il potere" secondo una linea d’azione così sintetizzata da Calore: "arrivare ad ottenere la disarticolazione del potere colpendo le cinghie di trasmissione del potere statale".

Come si vede il baricentro si sposta verso una scelta spiccatamente antisistemica. L’indicazione data in quella sede da Delle Chiaie proclamando che "Occorsio era un nemico da abbattere" fornisce una tragica esemplificazione del nuovo atteggiamento, ed avrà l’anno successivo puntuale esecuzione per mano dell’ordinovista Concutelli.

Naturalmente si potrà e si dovrà discutere a lungo sulla reale vocazione "antisistemica" di due organizzazioni che, nei fatti, rappresentavano il braccio armato dell’ufficio Affari riservati del Viminale e del Sid, nonché erano organici a quegli apparati atlantici – agli americani, per intenderci – i quali erano invisi a settori non marginali della destra radicale in quanto responsabili della sconfitta del nazi-fascismo.

Questa falsa vocazione "antisistemica" avrebbe poi portato Vincenzo Vinciguerra ad organizzare l’attentato di Peteano, proprio quale gesto di rottura rispetto alle collusioni istituzionali dei suoi ex camerati.

Per tornare ad An e On, il processo di riunificazione appare estremamente significativo per comprendere lo sviluppo della strategia della destra eversiva nel suo complesso. Esso non ha potuto avere in sede processuale - per ragioni necessariamente legate ai limiti e agli obiettivi di ogni vicenda giudiziaria - una adeguata valorizzazione ricostruttiva, rimanendo schiacciato tra le valutazioni in punto di diritto sugli elementi della fattispecie associativa e i vincoli derivanti dal principio del ne bis in idem. Tuttavia si può storicamente affermare che la riunificazione si pone come passaggio tattico di una strategia che vede intrecciarsi i percorsi degli ordinovisti e degli avanguardisti. Il delitto Occorsio, già ricordato, il sequestro Mariano, l’attentato a Leighton, si inseriscono in tale contesto. L’arresto di appartenenti alle due organizzazioni nell’appartamento di via Sartorio in Roma nel dicembre del 1975, fornisce, insieme al rinvenimento dell’organigramma della struttura unificata e di copioso materiale documentale, tra cui documenti ideologici di pugno di Concutelli e di Delle Chiaie, la dimostrazione evidente dell’avvenuta fusione.

Recenti contributi istruttori su Avanguardia nazionale, Ordine nuovo e apparati dello Stato

Negli ultimi anni le novità di maggior rilievo sono venute dall’inchiesta di Bologna (cd. processo Italicus bis) e di Milano (inchieste sull'attività del gruppo La Fenice e sugli attentati fascisti degli anni Sessanta e Settanta, nonché la nuova inchiesta sulla strage di piazza Fontana oggi a dibattimento).

Straordinari contributi sono venuti anche dalla nuova inchiesta sull’attentato alla questura di Milano per il quale è già stato condannato all’ergastolo Gianfranco Bertoli e dall’istruttoria sull’abbattimento dell’aereo del Sid, Argo 16.

Si è ancora in attesa delle risultanze della nuova indagine sulla strage di Brescia la quale, dai pochi elementi finora emersi, sembra inserirsi perfettamente nello schema interpretativo che si è delineato nelle altre inchieste.

Le ricostruzioni istruttorie – pur essendo opera di diverse autorità giudiziarie - hanno confermato un disegno che nelle grandi linee era già tracciato, e cioè quello di una sostanziale contiguità tra On e An, ma soprattutto della stabilità dei rapporti di entrambe con settori dei servizi di informazione e alcuni apparati militari, di un loro coinvolgimento già dalla fine degli anni ‘60 (a livello operativo, cioè concretizzatosi attraverso fatti delittuosi) nei progetti golpisti succedutisi fino al 1974. Naturalmente, è stata confermata la riconducibilià a quei gruppi della preparazione e dell’esecuzione delle stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, della questura di Milano e di altri episodi minori che hanno contribuito ad alimentare la strategia della tensione. Tali ricostruzioni hanno anche introdotto elementi di novità che qualitativamente mutano il quadro precedente.

Per meglio spiegare il livello di organicità tra destra eversiva e strutture dello Stato è necessario analizzare nel dettaglio – e alla luce dei nuovi documenti e delle nuove testimonianze – alcune vicende esemplari:

a) i contatti tra An, il Sid e l'Ufficio affari riservati del Ministero dell'interno,

b) i rapporti tra On, il Sid e ufficiali dell'Esercito,

c) le coperture fornite dal Servizio e le fonti (interne alle strutture eversive) mai utilizzate per un'azione di contrasto;

d) le attività di provocazione e/o i delitti commessi dalla destra eversiva o dal Servizio, da attribuire alla sinistra.

I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi di informazione, prima con l’Ufficio affari riservati, poi con il Sid, hanno origini risalenti ai primi anni ‘60, quando l’area di An, tramite il giornalista Mario Tedeschi, fu coinvolta dall’Ufficio affari riservati del Ministero dell'interno nell’attività di affissione dei " manifesti cinesi", una campagna di attacco al partito comunista apparentemente proveniente dalla sua sinistra. Tale attività fu ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la ricondusse ad una iniziativa dell’Ufficio affari riservati, condivisa tatticamente da An come valida manifestazione di "guerra psicologica" nei confronti del partito comunista. A prova della "copertura" fornita all’operazione da parte delle forze dell’ordine, secondo quanto riferisce Vinciguerra, Delle Chiaie avrebbe appreso da un funzionario della Questura che la immediata liberazione di alcuni avanguardisti fermati durante l’affissione dei manifesti era stata frutto di un preciso intervento in tal senso. Nell’operazione fu coinvolta An a livello nazionale e non soltanto a Roma. Infatti, oltre a Vinciguerra numerosi altri ex militanti dei gruppi eversivi di destra hanno parlato dell’operazione. Significative sono le testimonianze di Salvatore Francia, Paolo Pecoriello, Carmine Dominici e Roberto Palotto.

Vale la pena riportare alcuni passaggi dell’interrogatorio di Vinciguerra: "Indico in questa operazione il primo momento concreto dell’avvio della strategia della tensione, che deve quindi essere anticipata ai primi anni ’60 e non, come erroneamente si fa, fissata al maggio del 1965, data di svolgimento del ‘Convegno Pollio’.

Dell’operazione Manifesti Cinesi venni direttamente a conoscenza da Stefano Delle Chiaie a seguito dell’intervista apparsa nel 1974 fatta a Robert Leroy da un giornalista dell’Europeo. Di questa intervista ho già parlato ed anche delle reazioni negative di Delle Chiaie nei confronti di Leroy espresse a Ives Guerin Serac. Delle Chiaie si preoccupò di smentire parzialmente le responsabilità di Avanguardia Nazionale in questa operazione, negando il collegamento consapevole fra Avanguardia e l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno che ne era stato l’organizzatore. Pur confermando la veridicità delle affermazioni di Leroy al giornalista dell’Europeo, Delle Chiaie mi raccontò che ad affidargli l’incarico di affiggere i Manifesti cinesi era stato Mario Tedeschi, direttore de "Il Borghese", e che nell’operazione era coinvolto anche un esponente del Movimento Sociale Italiano, tale Gaetano La Morte.

Il Delle Chiaie confermò la responsabilità di Federico D’Amato dicendomi che a rivelargliela era stato il Dirigente dell’Ufficio Politico di Roma, tale D’Agostino, a seguito del fermo e dell’immediato rilascio di alcuni giovani di Avanguardia che erano stati fermati mentre affiggevano i manifesti.

Il D’Agostino ebbe un incontro con Stefano Delle Chiaie dopo il rilascio di questi ragazzi nel corso del quale evidenziò, sempre per quanto mi disse Delle Chiaie, il suo stupore per il fatto che gli Avanguardisti ignorassero che dietro l’operazione Manifesti Cinesi c’era il Ministero degli Interni nella persona di Federico D’Amato. Il Delle Chiaie concluse il suo racconto affermando che, appresa la verità e preso atto che era stato ingannato da Mario Tedeschi, si era distaccato da questo tipo di operazioni".

Successivamente, Gaetano La Morte avrebbe ricoperto incarichi di un certo prestigio all’interno del Msi, transitando poi ad Alleanza Nazionale.

I rapporit tra Stefano Delle Chiaie e Federico Umberto D’Amato

La testimonianza di Vinciguerra sulle collusioni tra D’Amato e Delle Chiaie – e quindi tra An e Affari riservati – ha trovato una straordinaria e autorevole conferma in quella di Guglielmo Carlucci, ex dirigente degli Affari Riservati, nonché stretto collaboratore di D’Amato, recentemente scomparso.

E’ utile riportare integralmente il contenuto delle dichiarazioni di Carlucci citando ampi brani della sentenza-ordinanza del GI di Venezia, Carlo Mastelloni:

"Sulla gestione di fonti, fonti interne o infiltrati coltivati dai funzionari del Ministero dell’Interno in servizio alla Div. AA.RR., nel corso della deposizione del 15 maggio 1997 il dr. Carlucci ha ricordato che il Delle Chiaie era solito frequentare il dr. D’Amato sia quando il funzionario era vice direttore che nei tempi successivi in cui era assurto alla carica di direttore della Divisione, trattenendosi con il prefetto nei locali dell’ufficio. In alcune occasioni lo stesso Carlucci aveva assistito ai colloqui intercorsi tra i due.

Secondo le percezioni del Carlucci cui il Delle Chiaie era stato presentato, D’Amato, la Divisione Aa.Rr., agevolava il capo indiscusso di Avanguardia Nazionale per il rilascio di passaporti per concessioni del porto d’armi e di quant’altro interessando in discesa gli organi competenti della Questura di Roma ed estendendo questo tipo di intervento anche a qualche amico dell’estremista.

Nel corso degli incontri il Delle Chiaie forniva notizie che il D’Amato dopo essersi fatto descrivere le singole personalità degli appartenenti al gruppo di A.N. trasfondeva in Appunti che poi inoltrava, per lo sviluppo, alla Sezione competente al fine di stimolare i conseguenti controlli da espletare in direzione dei militanti attraverso la Squadra centrale o ufficio politico o direttamente al Capo della Polizia che, ove del caso, a sua volta li inoltrava al Ministro.

Era dunque Delle Chiaie "un suo confidente nonché infiltrato" nella struttura di estrema destra. Si trattava di un rapporto personale ed esclusivo di D’Amato: "un contatto rischioso" ma ritenuto dallo stesso D’Amato e dal Carlucci "indispensabile".

Anche se il teste ha risposto di non aver mai sviluppato appunti provenienti dal Delle Chiaie all’esito di ogni commiato, cui egli aveva modo di assistere, il commento seguito alla visita espresso dal prefetto era sempre nel senso che il contatto con Delle Chiaie "poteva essere utile per noi".

Si tratta di un riscontro diretto fornito dal dr. Carlucci pertinente a un rapporto di cui si è eternamente sussurrato ma anche dibattuto spesso nelle aule di Giustizia e che nel corso di questa istruttoria ha avuto un’autorevole conferma processuale caratterizzata da una ricchezza di particolari e ben inquadrata nello spazio e nel tempo: "Nel 1966 allorché io pervenni al Viminale il rapporto tra D’Amato e Delle Chiaie era già in corso", nonché logicamente articolata: "il predetto, anche se si diceva che era un violento, non è mai stato arrestato anche se inquisito".

Delle Chiaie, dunque, era un "confidente e un infiltrato" di D’Amato. Una circostanza che, da sola, induce a riflettere con gravità sulle collusioni istituzionali e, da sola, dà buona parte della risposta sul perché i responsabili delle stragi siano in gran parte riusciti a sottrarsi alla giustizia.

Ma se le testimonianze di Vinciguerra e del dottor Carlucci sembrassero insufficienti per poter fare affermazioni così categoriche, ogni elemento di residuo dubbio viene tolto dalla ulteriore testimonianza di Gaetano Orlando (ritenuto attendibile dall’autorità giudiziaria di Milano e di Bologna) già capo, con Carlo Fumagalli, del Movimento di Azione Rivoluzionaria, rifugiato in Spagna durante la sua latitanza ed entrato nel "giro" di Delle Chiaie, che in quel periodo fungeva da padre-padrone della colonia dei fascisti italiani e manteneva i rapporti con le autorità franchiste spagnole, le quali utilizzavano gli avanguardisti e gli ordinovisti in "operazioni sporche" contro i baschi.

Orlando è stato testimone diretto di un incontro in Spagna tra il latitante Delle Chiaie e Federico Umberto D’Amato.

Ecco l’eloquente racconto dell’ex capo del Mar sull’incontro Delle Chiaie-D’Amato e, più in generale, sul ruolo del capo di Avanguardia Nazionale in Spagna e sui contatti con il piduista-fascista Mario Tedeschi e con Romualdi, a loro volta legati al capo degli Affari riservati: "In Spagna ho appreso che Delle Chiaie aveva eseguito azioni terroristiche attribuite ai baschi. Non dico che le abbia eseguite materialmente Stefano Delle Chiaie, ma che lui era l'organizzatore e che utilizzava la sua gente. Godeva dell'appoggio della Guardia Civil, come ho avuto modo di constatare relativamente alle vicende di Montejura. Venivano eseguiti attentati, sequestri di persona ed altri fatti criminosi che poi venivano addebitati all'Eta. Gli uomini di Delle Chiaie non operavano solo a Madrid, ma anche a San Sebastiano, a Barcellona ed in altre località della Spagna. Queste notizie apprese circa l'azione di Delle Chiaie in Spagna hanno formato in me la convinzione che anche in Italia dev'essere successo qualcosa di analogo [...] Spontaneamente aggiungo, poi che il Delle Chiaie mi condusse a Monteyura, nell'anniversario della vittoria carlista. Ricordo che era presente anche il Maggiore De Rosa della Guardia Forestale che io stesso accompagnai a Monteyura in macchina. Là Stefano mi presentò a Sisto Quinto a Monteyura c'era anche Cauchi. Per l'occasione Delle Chiaie era stato rifornito di jeep cariche di armi affidategli dalla Guardia Civile spagnola. Io e De Rosa rimanemmo in albergo. Ricordo che era l'albergo "Monteyura" dove dovremmo essere stati registrati. […] Anche Delle Chiaie stava nel nostro stesso albergo. Non so invece se ci fosse anche il Cauchi. Io e De Rosa rimanemmo in albergo, mentre Delle Chiaie, Cauchi e un'altra decina di italiani i cui nomi non sono mai emersi andarono via a bordo delle jeep. Quello che è successo poi è stato riportato su tutti i giornali. Il Delle Chiaie, inoltre, in Spagna ha fatto delle altre operazioni che sono state attribuite ai baschi, ma io non ho assistito a queste. Ho inoltre appreso che sarebbe coinvolto nell'omicidio di alcuni baschi […] Delle Chiaie, in Spagna, incontrava anche il Senatore Tedeschi, che io stesso ho conosciuto in occasione di una di queste visite. Vinciguerra non era al corrente del rapporto fra Delle Chiaie e Tedeschi e ne ha avuto conoscenza solo recentemente […] Non ricordo a quale delle riunioni di cui ho parlato fosse presente il Fachini, persona che comunque ho certamente incontrato e conosciuta a Padova, appunto in una di quelle riunioni [...] I deputati italiani che venivano in Spagna e dei quali ho parlato nei precedenti verbali venivano a trovare Delle Chiaie. Io ho conosciuto personalmente il Tedeschi e il Romualdi e non me la sento di fare i nomi degli altri".

"[…] Lei G.I. mi chiede di approfondire il tema, già accennato nel mio precedente verbale, dei rapporti tra i fuoriusciti di destra che vivevano a Madrid e uomini politici italiani. A tal proposito ricordo che il Delle Chiaie mi portò con sè, in una occasione, ad un suo incontro all'Hotel Melia Castiglia con il Romualdi. Giunti all'albergo il Romualdi ci raggiunse al bar ed il Delle Chiaie me lo presentò. Bevemmo qualcosa insieme e poi i due si allontanarono. Questo incontro risale al '76, ma so, pur senza avervi partecipato, che il Delle Chiaie ha avuto numerosi altri incontri col Romualdi […].

In Spagna non ci furono solo incontri con politici da parte di Delle Chiaie. Ricordo anche delle riunioni. Ho partecipato ad alcune di queste e ne ricordo una, in particolare, durante la quale mi venne presentato Federico Umberto D’Amato. Oltre a me il Delle Chiaie e il D’Amato, a questa riunione prese parte circa una trentina di persone, cileni, francesi, argentini ed italiani, oltre che degli spagnoli che facevano gli onori di casa. Fui invitato a questa riunione per consentirmi di illustrare la mia posizione su come comportarsi con le autorità locali nel Paese che ci offriva ospitalità [...]".

Il racconto di Orlando, sul punto della conoscenza tra Delle Chiaie e Tedeschi, si integra con quello di Vinciguerra, il quale apprende i retroscena dell’operazione "Manifesti cinesi" solamente nel 1974. E sarebbe ben strano che Delle Chiaie – il quale in quell’occasione riferisce di essere stato ingannato da Tedeschi – avesse mantenuto così a lungo e in maniera così stretta i rapporti con il direttore del "Borghese" se tra i due ci fosse stato un motivo di così grave conflitto.

Alla luce di quanto esposto, non vi possono essere dubbi circa i rapporti tra Delle Chiaie e D’Amato, ampiamente dimostrati.

E’ interessante, tuttavia, dare conto di altre testimonianze che dimostrano come, all’interno dei servizi segreti e della stessa destra missina, i rapporti tra Avanguardia Nazionale e Viminale fossero considerati un dato di fatto.

A tal proposito è interessante la testimonianza del capitano Antonio Labruna – recentemente scomparso – che era stato uno degli uomini del Sid che aveva indagato sui retroscena del golpe Borghese e non poteva non aver notato che, all’epoca, fu fatto di tutto per tenere fuori il gruppo di Delle Chiaie dall’inchiesta della magistratura:

"[…] Mi accorsi già nel corso dell’istruttoria che non erano stati denunciati alla A.G. i soggetti denuncianti e di cui alla copia in mio possesso: per esempio i componenti di Avanguardia Nazionale: Delle Chiaie, Maurizio Giorgi; aggiungo che tutti i componenti di Avanguardia Nazionale non furono denunciati per il Golpe benché ne fosse stata evidenziata una struttura palese ed una occulta e operativa in funzione del Golpe.

Avanguardia nazionale figurava come la parte operativa del Fronte, struttura che faceva capo al principe Borghese".

Labruna ha anche riferito dei contatti di Delle Chiaie con D’Amato e del suo ruolo di fonte e agente provocatore: " Capo di Avanguardia Nazionale era Stefano delle Chiaie, che, ripeto, era una fonte dell’Ufficio Affari Riservati: tanto mi fu confermato anche dall’avv. Degli Innocenti, dal Nicoli, nostra fonte, da Orlandini in Svizzera […].

Chi fosse in realtà Delle Chiaie, come detto, era noto anche in alcuni settori del Movimento sociale meno compromessi con i servizi segreti e con i gruppuscolo eversivi.

Interessante, a tal proposito, è la testimonianza di Romolo Baldoni (attivo nel Msi fino al 1980), che dimostra non solo il ruolo di provocatore di Delle Chiaie, ma anche l’ambiguità di un personaggio come Guido Paglia, dirigente di Avanguardia Nazionale e, come vedremo in seguito, definito dall’autorità giudiziaria di Milano e di Bologna – a seguito di risultanze processuali – informatore del Sid con il nome di copertura "Parodi".

A differenza di altri avanguardisti, Paglia sarebbe riuscito a riciclarsi nel mondo del giornalismo (famoso il suo scoop sull’arsenale di Camerino, funzionale al depistaggio organizzato dai servizi segreti, di cui si dirà più avanti) e, più recentemente, nel mondo manageriale.

Ha raccontato Romolo Baldoni: "Fino al 1976 ho militato nel Movimento Sociale Italiano e ciò dal 1948. Sono stato Consigliere per la Provincia di Roma svolgendo due mandati dal 1972 al 1980.

Nel 1969, 1970 ero Segretario Giovanile della Giovane Italia ed avevo, in quanto Dirigente, rapporti diretti con la dirigenza del Partito.

Non ho mai avuto rapporti con il Sid. Ho conosciuto Guido Paglia nel 1969.

Era egli dirigente di una formazione giovanile universitaria.

Ricordo che, nei primi mesi del 1970, invitai il predetto a casa mia, a pranzo, perché intendevo portarlo con me a Strasburgo acché partecipasse ad una manifestazione contro le costituende Regioni. In quel frangente io, sapendo che egli era amico del Delle Chiaie, detto Caccola, lo misi sull’avviso che questi era elemento pericoloso coinvolto in strani episodi: strage di piazza Fontana. Mi disse il predetto che lui era vicino a Delle Chiaie e che non poteva venire a Strasburgo, al Parlamento Europeo. Al che io, che avevo rapporti con dirigenti quali Almirante, De Marzio, Romualdi, ero al corrente, per averlo saputo nel corso di riunioni con i predetti, che Delle Chiaie sarebbe stato interrogato per i fatti di strage avvenuti a Milano.

Dopo due o tre giorni Delle Chiaie fuggì all’estero.

Contestatami la deposizione del Paglia sui punti relativi ai rapporti tra Delle Chiaie ed il Ministero dell’Interno, rapporti su cui mi diffusi e per i quali io subì la reazione, la sera, del Paglia e dello stesso Delle Chiaie.

Ricordo che la sera dello stesso giorno il Delle Chiaie, assieme al Paglia e ad altre cinque o sei persone, venne presso casa mia. Il Paglia suonò al campanello e mi fece scendere. Delle Chiaie mi chiese spiegazioni su quanto avevo riferito al Paglia. Fui evidentemente minacciato e risposi che non potevo dare spiegazioni di ciò che avevo detto perché non potevo rivelare la fonte che, come ho detto testé, era l’Onorevole Almirante che si era in tal guisa espresso nel corso di una riunione ristretta adducendo che Delle Chiaie sarebbe stato ascoltato dall’A.G. circa i fatti di strage. Almirante aveva in più occasioni detto che il Delle Chiaie era un provocatore al servizio del Ministero dell’Interno ed in particolare del Prefetto Federico Umberto D’Amato.

Almirante diceva di essere in possesso delle fotografie che rappresentavano Delle Chiaie mentre sortiva dal Ministero dell’Interno. E’ vero che il Delle Chiaie faceva attaccare manifesti del candidato della Dc Petrucci nella zona tuscolana impiegando anche propri elementi che io conoscevo.

Tutto questo io riferii al Paglia a colazione ma il discorso principale fu da me incentrato sul coinvolgimento asserito da Almirante del Delle Chiaie nei fatti di Piazza Fontana.

Era noto da anni, dal 1965 in poi, nel contesto del Msi, che il Delle Chiaie era un provocatore che agiva per conto del Ministero dell’Interno, della Democrazia Cristiana e tanto al fine di alzare i livelli di scontro nelle manifestazioni. Fui io a invitare a pranzo il Paglia concretizzando un tentativo di sottrarlo all’area del Delle Chiaie. Il gruppo la sera tentò di aggredirmi fisicamente cercando di sapere le mia fonti circa le attribuzioni fatte da me nei confronti dell’operato del Delle Chiaie. Almirante sosteneva esplicitamente che Delle Chiaie era finanziato dal Ministero dell’interno. Nel partito ciò però costituiva notizia corrente da anni pertanto la direttiva era quella di non far frequentare le sedi di Avanguardia Nazionale dai nostri elementi. Devo dire comunque che, coevamente, a noi risultava che Delle Chiaie aveva anche rapporti diretti con lo stesso Almirante e che nel 1975 da latitante, il Delle Chiaie si recò presso il predetto, presso la abitazione parlamentare. Tanto mi disse lo stesso Almirante dopo questo episodio, aggiungendo che la Ps, che sorvegliava la sua abitazione, aveva riconosciuto il Delle Chiaie ma non lo aveva arrestato, tale confidenza l’apprendemmo io e mia moglie a casa di Almirante. Non ricordo chi altro fosse presente. Almirante sostenne che la Ps non voleva prendere Delle Chiaie perché non si voleva che parlasse.

La Polizia aveva chiesto conferma allo stesso Almirante della identità dell’ospite.

Tanto ci riferì l’Onorevole.

Sono sicuro che almeno due volte, e sempre nel 1975, Almirante ricevette il Delle Chiaie. Tanto disse conversando con noi a pranzo".

Il racconto di Baldoni, oltre a mostrare i lati poco nobili – per usare un eufemismo – della personalità di Guido Paglia, dimostrano ulteriormente l’ambiguità di fondo dei dirigenti del Msi nei confronti dei terroristi fascisti e dei gruppi eversivi, che riuscivano a tenere insieme "condanne" formali ed apparenti, denunce di un’attività di provocazione e contatti stretti, fino alla decisione di incontrarsi con latitanti.

La collaborazione tra An e l’Ufficio affari riservati è ulteriormente riferita dal capitano Labruna, il quale ha affermato di averla appresa da Giannettini e da Guido Paglia. Tale circostanza trova conferma nelle dichiarazioni di Giannettini e nella nota relazione su "attività di Avanguardia nazionale e gruppi collegati" consegnata da Guido Paglia al Sid e non trasmessa all’autorità giudiziaria. La relazione fu invece utilizzata, secondo Vinciguerra, proprio come prova di affidabilità del servizio nei confronti di Delle Chiaie, con il quale Labruna si incontrò in Spagna poco dopo la ricezione della nota. Labruna faceva così sapere a Delle Chiaie che il Sid sapeva che il coinvolgimento di An nel golpe Borghese era passato proprio attraverso la struttura di intelligence del Ministero dell’interno, ma teneva la cosa segreta.

I rapporti tra Ordine nuovo e i Servizi italiani e statunitensi

Altrettanto numerosi sono i riferimenti a contatti tra Ordine Nuovo e ambienti informativi e militari; tali contatti devono collocarsi nel quadro della mobilitazione della destra eversiva al servizio dei progetti di destabilizzazione cui facevano riferimento le dichiarazioni di Spiazzi e di Vinciguerra già negli anni '80 e che ora sono andate delineando un quadro sempre più completo.

In particolare, come è emerso nel corso delle ultime attività della magistratura, il legame tra Ordine Nuovo, servizi segreti e rete informativa all’interno delle basi Nato (sostanzialmente riferibile agli Stati Uniti) è il nodo attorno al quale si è sviluppata, tra il 1969 ed il 1974, la strategia delle stragi fasciste, o – secondo una definizione diffusa e certamente non priva di fondamento – stragi di Stato.

Tra le tante dichiarazioni e testimonianze, appaiono significative le puntuali affermazioni di Graziano Gubbini, ordinovista perugino che tra il 1971 ed il 1972 si era trasferito in Veneto ed era entrato nelle formazioni ordinoviste locali. Questi riferisce di incontri con militari e di una riunione nella caserma di Montorio, cui Gubbini partecipò come rappresentante del centro Italia unitamente ad un rappresentate per il sud e per il nord per "dar vita ad una struttura di civili di ispirazione ordinovista che, in collegamento con ambienti militari, avrebbe dovuto organizzarsi con basi, armi ecc. […] con finalità anticomuniste" [...] "L’operazione venne denominata "Operazione Patria" e prevedeva la costituzione di una struttura organizzata in modo analogo al F.N.L., con a disposizione basi, armi ed il nostro addestramento. Avremmo avuto a nostra disposizione per il nostro addestramento delle basi militari cioè la creazione di una struttura mista di militari e civili che avrebbe potuto avvalersi dei supporti logistici e addestrativi dell’esercito". L'operazione si sarebbe arenata per la resistenza degli ordinovisti del centro e del sud alla consegna dell’elenco completo dei militanti dell’organizzazione.

Anche il gruppo perugino di O.N. risulta aver avuto contatti con il servizio di informazione tramite Maurizio Bistocchi e Luciano Bertazzoni (indicato agli atti del servizio come fonte CAPE) , contatti non negati dagli interessati i quali tuttavia cercano di sminuirne la portata, ma collocati invece da Graziano Gubbini in un contesto ben più articolato: "Effettivamente mi risulta che il Bistocchi venne contattato da un ufficiale dei carabinieri e sia lui che il Bertazzoni mantennero contatti con questa persona. Io stesso fui avvicinato, precedentemente, da un sedicente ufficiale dei carabinieri che mi propose di collaborare organicamente nell’ambito di una struttura anticomunista. Questa persona mi disse che avremmo avuto a disposizione armi e quant’altro fosse servito [...]".

Per quanto riguarda poi i rapporti con ufficiali dell’esercito per il procacciamento di esplosivi ed altro analogo materiale, occorrerà ricordare quanto emerge dal documento Azzi sulla possibilità, confermata da più fonti, di prelevare materiale proveniente dalle caserme di Pisa e di Livorno e sulla messa a disposizione di esplosivo da parte del colonnello Santoro, che a tal fine era in stretto contatto con l’industriale Magni.

Degna di grande rilievo, a proposito delle collusioni tra fascisti e ambienti militari – in particolare quelli di Pisa e di Livorno – è la testimonianza di Andrea Brogi, chiamato durante il servizio militare a svolgere un ruolo informativo di tipo cospirativo.

Brogi aveva militato in Ordine Nuovo e poi in Ordine Nero ed era uno dei fascisti più legati alla cellula eversiva di Cauchi, tra le più inquinate per i suoi legami con la massoneria – in particolare la P2 – i servizi segreti, i carabinieri e la federazione del Msi di Arezzo.

Il racconto di Brogi, a tratti, è soprendente: "Allorchè prestai servizio alla Smipar (la scuola dei paracadusisti di Pisa) ero militante del Fuan e negli ultimi cinque mesi della leva ebbi contatti con il Capitano De Felice il quale si qualificò come Ufficiale di collegamento tra il Sid e il Sios Esercito. Io avevo già fatto la Scuola trasmissioni a S. Giorgio a Cremano e mi ero specializzato in tale materia, già peraltro perito industriale. In questo contesto funsi da collaboratore informativo e coevamente ero impiegato presso il centralino della Scuola. Confermo che fui in tal guisa impiegato dal 19.11.1972, io incorporato il 3.6.72. Contesto il contenuto e il tenore dell’appunto declassificato secondo cui "in seguito alla pendenza penale" fui "allontanato dal Centralino". Il De Felice continuò a fruire della mia collaborazione perché si disse in sintonia ideologica con me e ciò a me stette bene. Mi promise che mi avrebbe mandato a Camp Derby nei mesi e anni futuri. Senonchè io non ottenni la rafferma a causa di incidenti che accaddero a Pisa ma l’atteggiamento di De Felice non mutò. Finito il periodo di leva mi disse che ci dovevamo rivedere nei giuramenti successivi perché aveva delle proposte da farmi. Io mi recai in particolare a una cerimonia, la prima successiva dopo il mio congedo e in tale occasione lo rividi e lì mi disse che il nostro rapporto avrebbe avuto uno sviluppo. Infatti il De Felice, dopo un paio di mesi dalla cerimonia, mi cercò a casa, a Firenze, ma mi trovò solo la terza volta chiedendomi di vederlo perché aveva da propormi di lavorare "per la nostra causa" favorevole alla svolta autoritaria in virtù di un golpe militare. Io non mi presentai all’appuntamento perché inserito nel Gruppo aretino e perugino di Ordine Nuovo. Contesto il tenore e le circostanze di fatto recitate dal De Felice il 22.9.92: egli si esprimeva in funzione anticomunista e parlava sempre in funzione di "noi"; egli favoriva il nostro sviluppo ideologico all’interno della Caserma. Ritengo che su di noi camerati il De Felice non inviasse informative bensì lavorasse solo su quanti gli andavano riferendo sugli extraparlamentari di sinistra. (…) Confermo che il De Felice si definì elemento di collegamento tra il Sid e il Sios Esercito e che mi propose, finito il militare, di lavorare per l’Ufficio I in quanto in tale settore "eravamo padroni della situazione". Dei miei reali rapporti con il De Felice ebbi a parlare con Cauchi, nonché con il Tuti e con Francesco Bumbaca, deceduto. Nel memoriale rimase distrutta una lista di Ufficiali dell’E. I. sia della Smipar che della Brigata Vannucci di Livorno che pur nei tempi precedenti il De Felice" [aveva] "avuto modo di leggere. Tali nominativi li aveva siglati perché risultati favorevoli alle nostre idee politiche: ricordo del Ten. Celentano della Smipar, del Ten. Meiville, del Mar.llo Iorio, aiutante in Smipar, uomo simbolo".

Secondo il giudice istruttore di Venezia, dr. Carlo Mastelloni, è assai verosimile che De Felice – il quale nel 1992 era diventato capo Ufficio Affari Territoriali e Presidiari in ambito Brigata Paracadutisti Folgore - abbia svolto doppio incarico informativo, privilegiando i suoi rapporti con il Sid. Il magistrato, inoltre, ha ritenuto la testimonianza di Brogi pienamente attendibile.

Giova ricordare – perché di pertinenza della Commissione – che nei confronti di De Felice non fu mai preso alcun provvedimento e che all’ufficiale, contro ogni minimo buon senso, fu rilasciato anche negli anni successivi il Nulla Osta di Sicurezza.

Lo stesso tenente Celentano è stato identificato dalla Digos di Venezia quale Enrico Celentano, diventato negli anni succesivi generale comandante della brigata Folgore, al centro di polemiche e interpellanze per la nota vicenda del cosiddetto "Zibaldone".

Anche questi due episodi – forse minori – dimostrano da un lato l’organicità tra settori degli apparati dello Stato e neofascisti, dall’altro l’assoluta inerzia degli apparati stessi di fare chiarezza e pulizia, in questo modo recando grave danno e offesa all’Istituzione stessa. Che avevano cercato maldestramente di difendere.

Sui rapporti tra la cellula neofascista aretina (il cosiddetto gruppo Cauchi) i servizi di sicurezza e la P2 rimandiamo al paragrafo relativo alla strage del treno Italicus.

Parallelamente alla rete di connessioni e di contatti, nel corso degli anni, si è sviluppata anche una intensa attività di copertura da parte dei servizi in favore degli estremisti di destra. Il quadro che i più recenti accertamenti hanno riassunto riprendendo le fila di precedenti istruttorie e approfondito con nuove acquisizioni, sgombra il campo dall'equivoco nel quale si incorre allorché si affronta il tema della responsabilità dei servizi stessi, fino a svuotare di contenuto politico la inadeguata risposta dello Stato alle minacce terroristiche, stragiste e golpiste. L’equivoco riguarda la asserita, congenita incapacità e la cronica disorganizzazione di tali apparati di sicurezza. I servizi di informazione in realtà disponevano di notizie, di elementi di valutazione, di stabili fonti di informazione e di capacità professionali per la loro valorizzazione che li avrebbero messi in condizione di dare un aiuto determinante all’autorità giudiziaria e alla polizia giudiziaria se solo questo fosse stato il reale intendimento con cui l’attività di servizio veniva svolta e non piuttosto la sua strumentalità a disegni e progetti politici intrisi dalla teoria della "Guerra rivoluzionaria", là dove si affermava che la guerra contro il comunismo doveva essere combattuta con ogni mezzo e che bisognava combattere anche quelle forze che potremmo definire espressione dell’anticomunismo democratico le quali, per la loro intrinseca debolezza e ingenuità politica, avrebbero rappresentato un obiettivo ostacolo alla lotta contro la sovversione, tanto più che alcuni atteggiamenti dialoganti avrebbero finito con il legittimare un’area politica la quale, al contrario, andava totalmente criminalizzata.

Come s’è ampiamente visto, la quantità e la qualità degli ufficiali dei servizi segreti, delle forze di polizia, delle forze armate impegnata in questo tipo di attività è stata tale da non permettere – come è stato fatto per lungo tempo - la fuorviante definizione di servizi o apparati "deviati", che prevederebbe l’inaffidabilità democratica di un piccolo settore, rispetto ad un corpo sano.

Purtroppo, negli anni della strategia della tensione, i rapporti erano inversi e la condizione per poter accedere a incarichi delicati e strategici era, appunto, l’adesione all’impianto ideologico dell’oltranzismo atlantico.

Non a caso, nel corso delle vecchie istruttorie, sono stati scoperti depistaggi sistematici, coperture e connivenze con i terroristi fascisti, attività filo-golpiste, nonché una presenza costante di uomini iscritti alla loggia P2. Gli stessi vertici dei servizi segreti o alte personalità degli altri apparati sono stati più volte coinvolti – e talvolta condannati – nelle indagini sull’eversione.

Si può e si deve quindi parlare più correttamente di uso deviato dei servizi segreti e degli altri apparati dello Stato.

Le coperture per l’espatrio di Giannettini e di Pozzan, le falsità dibattimentali suggerite a Labruna, le risposte evasive provenienti dai massimi vertici dello stato, le produzioni documentali monche ed elusive fornite frequentemente alle più diverse autorità giudiziarie da parte dei servizi appartengono ormai alla consolidata conoscenza collettiva; ma molti altri episodi possono essere ricordati.

Il servizio di informazione militare ha costantemente disposto di informatori e di infiltrati nei gruppi ordinovisti ed in Avanguardia Nazionale. La fonte "Tritone", interna a O.N. di Padova riferì tempestivamente sul contenuto di riunioni tenute poco dopo la strage di piazza della Loggia nel corso delle quali Maggi ebbe a spiegare agli intervenuti come l’attentato non dovesse costituire altro che il primo passo di una programmata escalation di attentati che dovevano rendere ingovernabile il paese.

L’istruttoria milanese ha poi portato alla luce – come vedremo meglio in seguito - il gravissimo episodio della chiusura, da parte del generale Maletti, della fonte Casalini (fonte "Turco" negli atti del servizio) proprio nel momento in cui questi stava per "scaricarsi la coscienza" riferendo quanto a lui noto sulle implicazioni di Freda e dei suoi negli attentati della primavera del 1969 a Milano e nella strage del dicembre successivo. Oltre alla intrinseca gravità di tale fatto, è allarmante il modo in cui l’intervento di Maletti fu reso possibile. Risulta infatti che i sottufficiali che tenevano i contatti con Gianni Casalini ne informarono il responsabile del centro CS di Padova, colonnello Bottallo, che non investì l’ufficio D della questione anche per timore "che le notizie contenute potessero essere distorte". Agli atti del centro CS non fu conservato alcun appunto, ma fu informata la polizia giudiziaria che procedette ad un ulteriore esame della fonte con la partecipazione di un sottufficiale (il brigadiere Fanciulli) della divisione Pastrengo di Milano, il quale riferì il contenuto del colloquio con una relazione al generale comandante la divisione, relazione che non fu mai trasmessa alla polizia giudiziaria e scomparve dagli atti della divisione, ma che fu tempestivamente seguita, secondo l’appunto trovato presso Maletti, dalla tassativa indicazione di chiudere la fonte.

La stessa cosa era avvenuta per gli accertamenti su Gelli attivati nel 1974 e bloccati perentoriamente sempre da Maletti, che ne viene trasversalmente informato dal capitano Tuminiello (anch’egli della P2) o dallo stesso Labruna tramite Viezzer, con la minaccia della restituzione all’arma territoriale di chiunque avesse continuato a svolgere accertamenti sul personaggio. Anche nell’episodio della fonte Casalini scatta una catena di comando di matrice piduistica che ha una sua determinante articolazione nel gruppo di ufficiali che facevano allora capo alla divisione Pastrengo. Occorre in proposito rinviare alle circostanziate dichiarazioni rese dal generale Bozzo in più sedi giudiziarie, a Roma, Bologna, Venezia, Palermo e tenute in così scarsa considerazione dalla Corte di Assise che ha escluso la cospirazione politica per la loggia P2, e alle affermazioni fatte a suo tempo in proposito dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’appunto rinvenuto tra le carte di Maletti si chiude con l’indicazione di conferimento del compito di "procedere" al capitano Del Gaudio (anch’egli piduista e di sicura affidabilità per Maletti) ottenendo così la sterilizzazione di una importante fonte investigativa.

Per le sue false dichiarazioni in merito all’appunto e all’incarico avuto da Maletti il capitano Del Gaudio è già stato condannato con rito abbreviato ad un anno di reclusione dal tribunale di Venezia all’esito dell’istruttoria nata dallo stralcio di parte degli atti relativi alla strage di Peteano.

Ma sulle collusioni tra servizi segreti e gruppo ordinovista del Triveneto esistono altre acquisizioni documentali e testimoniali che dimostrano una gravissima organicità tra servizi segreti e terroristi fascisti, tanto più gravi se si considera che la cellula veneta – come emerge processualmente – è responsabile della strage di piazza Fontana, di quella dell’attentato alla questura di Milano e, stando ai documenti finora resi pubblici, probabilmente anche di quella di piazza della Loggia.

Gli uomini del Sid: infiltrati dei Servizi nei gruppi della destra eversiva

E’ stato accertato presso gli archivi del Sismi - e attraverso alcune ammissioni dirette degli interessati - che il Sid disponeva di diverse fonti interne al gruppo ordinovista o inserite negli ambienti della destra eversiva, senza considerare coloro i quali, come Carlo Digilio e Marcello Soffiati, facevano parte del gruppo ed erano nel contempo agenti informativi per conto degli americani, e senza considerare l’ambigua posizione di Delfo Zorzi, eversore ma frequentatore del Viminale.

Gli infiltrati del Sid erano:

A) Guido Negriolli, fonte dei Cc di Padova facenti parte del Sid. Negriolli fu tra i primi, dopo la strage di via Fatebenefratelli, a riferire che l’"anarchico" Gianfranco Bertoli altro non era che un personaggio legato a On;

B) Gianfrancesco Belloni;

C) Dario Zagolin;

D) Gianni Casalini, fonte Turco;

E) Maurizio Tramonte, fonte Tritone;

F) Giampietro Montavoci, fonte Mambo.

Lo stesso Gianfranco Bertoli, autore materiale della strage del 1973, è risultato informatore del Sifar con il nome in codice Negro. Si vedrà oltre come il suo fascicolo sia stato manomesso per non far apparire che la sua collaborazione con il servizio fosse continuata anche negli anni successivi, e che la sua permanenza in un kibbutz israeliano sia spiegabile solo con uno scambio di favori tra servizi amici.

Tutte le fonti hanno riferito notizie importantissime, a lungo nascoste all’autorità giudiziaria. Ma – circostanza assai più grave – si è potuto accertare che gli informatori del Sid hanno svolto anche direttamente attività terroristica.

In pratica alcuni episodi della strategia della tensione sono stati direttamente provocati dai fascisti stipendiati dal Sid.

Significativo è il racconto del collaboratore Carlo Digilio a proposito dell’attentato al Gazzettino di Venezia avvenuto il 21 febbraio 1978 nel corso del quale fu uccisa una guardia notturna, Franco Battagliarin.

All’alba di quel giorno, la guardia giurata aveva notato un ordigno deposto su un gradino dinanzi alla sede del quotidiano, ma appena egli si era avvicinato e aveva tentato di rimuovere l’ordigno, questo era esploso uccidendolo quasi sul colpo. L’attentato era stato rivendicato telefonicamente da Ordine Nuovo e gli accertamenti tecnici avevano consentito di appurare che l’innesco dell’esplosivo (rinchiuso all’interno di una pentola a pressione al fine di aumentarne la potenzialità offensiva) era caratterizzato dalla presenza, come temporizzatore, di una sveglia di marca Ruhla, vero "marchio di fabbrica" della struttura di Ordine Nuovo sin dai tempi degli attentati ai treni dell’agosto 1969, commessi appunto, come molti altri successivi, utilizzando orologi o sveglie Ruhla.

Digilio ha raccontato i retroscena di quell’azione terroristica:

"[…] parecchio tempo dopo, durante un incontro con Giampietro Montavoci sulla riva degli Schiavoni, questi, in un contesto di vari discorsi sulla destra, mi confessò di essere l’autore dell’attentato al Gazzettino.

Durante questo incontro, quando Montavoci fece il primo accenno all’episodio, avevo fatto in modo che si aprisse ed egli, oltre alla sua responsabilità personale, aggiunse che l’attentato era stato una ritorsione contro il Gazzettino che da tempo aveva fatto una campagna di stampa contro la destra".

Dunque Giampietro Montavoci, fonte Mambo del Sid, era stato l’autore materiale di un attentato che era costato la vita ad una guardia notturna.

Partecipava ad azioni terroristiche e nel contempo riceveva i compensi da parte di un’istituzione dello Stato democratico.

Anche questa vicenda deve essere severamente stigmatizzata. Rappresenta un’ulteriore spiegazione del perché, così a lungo, non sono stati scoperti i responsabili delle stragi e degli attentati fascisti. Tra l’altro, come è stato ricordato in più testimonianze, Giampietro Montavoci era figlio di un poliziotto. E il gruppo di On riusciva ad essere avvisato in tempo reale di eventuali perquisizioni o controlli della Questura contro i gruppi della destra.

Gli uomini della Nato e il caso di Richard Brenneke

A questo punto è necessario un inciso per comprendere la "qualità" degli informatori dei Sid (e della struttura militare in ambito Nato) inseriti negli ambienti ordinovisti. Non si trattava, infatti, di semplici confidenti e/o provocatori più o meno disinvolti, ma di veri e propri agenti info-operativi, i quali agivano – con margini di autonomia – ricevendo precise istruzioni. Agenti che si sono mossi su scala internazionale. Infatti, dal fascicolo del Sid intestato a Montavoci è emerso che il fascista-informatore aveva stabilito alcuni contatti in Cecoslovacchia "anche a fini di addestramento".

Una circostanza che è stata in parte confermata da Digilio, il quale ha riferito di essere a conoscenza di continui viaggi di Montavoci nei paesi dell’Est, segnatamente la Romania e la Jugoslavia: "L’ufficio fa presente a Digilio che Montavoci Giampietro risulta dalla documentazione acquisita essere stato informatore del Sid a partire dal 1978, fornendo informazioni sugli ambienti di estrema destra di Venezia.

Risulta anche che egli avesse contatti in Cecoslovacchia anche a fini di addestramento.

Posso dire che non sono mai stato a conoscenza di rapporti fra il Montavoci e il Sid. Sicuramente il Montavoci viaggiava molto nei Pesi allora denominati dell’est europeo, sicuramente in Romania e Jugoslavia e probabilmente anche in altri Paesi".

Oltre a Montavoci, anche uno dei capi della cellula americana, Sergio Minetto, aveva organizzato una serie di missioni all’Est europeo. Sul punto Digilio è stato molto puntuale: "Mi è venuto in mente un altro particolare proprio relativo alle leghe metalliche e cioè che Minetto, grazie a missioni in Cecoslovacchia presso elementi croati che stavano in quel Paese, era riuscito ad avere notizie circa le formule di trattamento delle leghe metalliche, attività tecnica in cui le industrie cecoslovacche, in particolare quelle a Brno, erano molto avanzate".

Minetto, va aggiunto, era colui il quale – per conto della struttura Nato – manteneva i contatti con gli Ustascia croati che continuavano ad agire in Jugoslavia e in Cecoslovacchia, nonché con i fuoriusciti che avevano una loro base a Valencia, nella Spagna franchista.

Quste circostanze rappresentano una clamorosa conferma di quanto a suo tempo dichiarato dall’ex agente americano (a contratto) Richard Brenneke, che operava avendo la sua base nel nord-est italiano, il quale intervistato dall’inviato speciale del Tg1, Ennio Remondino, nel 1990 sostenne di essere più volte andato a Praga per conto del servizio segreto americano a rifornirsi di armi ed esplosivi destinati – se così si può dire – agli arsenali del terrorismo atlantico e dei gruppi neofascisti vicini alla P2.

A suo tempo, la vicenda venne considerata poco credibili anche in virtù di una a dir poco burocratica smentita delle autorità statunitensi circa l’appartenenza di Brenneke all’intelligence degli Usa.

E’ stato lo stesso Digilio, proprio grazie alla suo patrimonio "interno" di conoscenze, a confemare che Brenneke, effettivamente, era un agente americano: "(…) Posso aggiungere in questa sede che il mio superiore David Carrett, di cui ho già ampiamente parlato, mi disse, poco prima il subentro al suo posto di Teddy Richards, che uno dei soggetti impiegati in operazioni speciali nel nord-est italiano per la loro struttura era tale Richard Brenneke, che aveva fatto servizio in particolare a Trieste e nel Friuli fino al 1974".

Tutte queste circostanze stanno ad indicare non solo l’alto livello degli informatori dei diversi servizi segreti che hanno operato all’interno delle strutture neo-fasciste, ma anche la loro operatività nell’est europeo, nei campi d’addestramento e nel traffico di armi. Ciò dovrebbe indurre a maggior prudenza coloro i quali ritengono in maniera fin troppo semplicistica, che la sola presenza di un’arma proveniente da Est stia ad indicare in maniera categorica le responsabilità degli apparati di quei paesi.

Probabilmente lo scenario è assai più complesso e sul punto bisogna aggiungere che poco o nulla si conosce sulle eventuali connivenze e/o convergenze dei servizi segreti dei due blocchi per mantenere focolai di tensione utili al mantenimento dello status quo nell’ambito dei due diversi schieramenti.

Pur senza la pretesa di giungere a conclusioni definitive, occorre sottolineare come un approfondimento a parte meriterebbe la vicenda delle missioni ad Est, partendo proprio dall’enorme materiale fornito da Brenneke al giornalista Remondino, a suo tempo liquidato come poco rilevante sia in sede politica che dall’autorità giudiziaria.

Per quanto riguarda la cellula ordinovista veneta, altre considerazioni devono essere fatte sulla figura di Carlo Maria Maggi – sotto processo per la strage di piazza Fontana e condannato in primo grado all’ergastolo per la strage di via Fatebenefratelli – e su quella di Delfo Zorzi.

Il primo, Maggi, risulta dalle testimonianze molto legato a Sergio Minetto, l’ex repubblichino componente della rete informativa attiva presso il comando Ftase di Verona.

Tra l’altro, secondo la testimonianza di Digilio, Maggi – pur non essendo organico alla struttura – era a conoscenza del fatto che molti suoi camerati in realtà lavoravano per gli americani e, secondo una consuetudine ripetuta nel tempo, faceva conoscere in anticipo quali fossero le intenzioni del suo gruppo.

La figura di Delfo Zorzi

Delfo Zorzi, secondo numerose testimonianze, risulta legato – al pari di Stefano Delle Chiaie – all’ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno.

Ecco cosa ha riferito l’ex ordinovista Martino Siciliano: "In merito alla conoscenze di Delfo Zorzi con funzionari del Ministero dell'Interno, confermo innanzitutto quanto ho già dichiarato in data 5.8.1996 in relazione alle notizie che appresi dallo stesso Zorzi circa il fatto che eravamo ‘coperti’ da funzionari del Ministero dell'Interno in occasione del nostro viaggio a Trieste per essere interrogati dal Giudice sull'attentato alla Scuola Slovena. Poiché l'Ufficio mi fa il nome del Viceprefetto Sampaoli Pignocchi quale contatto di Delfo Zorzi al Ministero, accertato giudizialmente anche attraverso le dichiarazioni di Federico Umberto D'Amato dinanzi alla Corte d'Assise di Venezia nel 1987, rispondo che effettivamente ricordo il nome Sampaoli come quello di un funzionario del Ministero dell'Interno in contatto con Delfo Zorzi; questo nome mi fu fatto nell'ambiente mestrino di Ordine Nuovo non dallo stesso Zorzi, bensì da Maggi, Molin e da Bobo Lagna.

In particolare quest'ultimo mi fece cenno al nome Sampaoli come una delle persone che lui e Zorzi frequentavano a Roma allorchè anche Bobo Lagna sì era iscritto all'Università.

Nello stesso contesto Lagna mi disse che sempre a Roma frequentavano il professor Pio Filippani Ronconi, esperto di dottrine esoteriche e orientali e di cui Delfo Zorzi mi regalò due dispense appena pubblicate sulla filosofia induista […]".

Di particolare rilievo è, tuttavia, la dichiarazione sui dei rapporti tra Zorzi e il Ministero dell’interno, emersi a proposito della tranquillità con la quale Zorzi si era presentato ai giudici di Trieste che avrebbero dovuto interrogarlo sugli attentati di Gorizia e Trieste, da lui realizzati con Martino Siciliano e Giancarlo Vianello: "Io gli chiesi perché ne era tanto sicuro (che l’interrogatorio sarebbe stato una formalità, nda) ed egli mi rispose tranquillamente che ne aveva avuto la conferma a Roma nell’ambiente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno con cui era in contatto e presso cui aveva ottime entrature".

Come s’è visto, una prima ammissione – o forse allusione – ai rapporti tra Zorzi e un alto funzionario del Viminale, era stata formulata dallo stesso Federico Umberto D’Amato, nel 1987, davanti alla corte d’Assise di Venezia:

"[…] Una volta ero andato nell’ufficio di Sampaoli, Vice Prefetto, capo dell’Ufficio Stampa della Direzione Generale di Polizia, e questi mi presentò un signore che era nel suo ufficio, relativamente giovane, come amico di origine veneziane, me lo presentò come Zorzi. Poi successivamente a questo incontro mi ricordai che esisteva nella mia memoria questo nome collegato ad una qualche attività ideologica di destra e per accertarmi della sua esatta collocazione chiesi se ci fosse qualche fascicolo a nome Zorzi, e debbo aver trovato una qualche conferma di un attività che all’epoca era allo stato iniziale. Colloco l’incontro al Ministero nel settantuno o primi anni settanta. Dagli atti risultava che lo Zorzi avrebbe fatto parte di O.N […].

Preciso che Sampaoli non ha mai avuto un rapporto funzionale e di collaborazione col mio ufficio. Escludo però che fino a quando io fui Capo del Sigsi lo Zorzi abbia potuto svolgere una qualche attività informativa in favore del mio ufficio. Quando poi io fui interrogato dal G.I. e mi fu chiesto se mi ricordassi di un qualche tipo di rapporto che ci fosse stato tra Zorzi ed il Ministero io gli riferii l’episodio di cui ho già detto. Poi chiesi notizie ai miei ex colleghi e appresi che lo Zorzi era latitante ed emigrato all’estero. Date le funzioni che Sampaoli allora svolgeva (Capo Ufficio Stampa) il suo ufficio era un "salotto culturale" frequentato da giornalisti, scrittori, intellettuali, e Sampaoli era appunto un uomo di particolare cultura. Sampaoli e Zorzi parlavano di qualche cosa di culturale ed in quella occasione appresi, mi sembra, che Zorzi studiava a Napoli. Quindi escluderei che tra Zorzi e Sampaoli ci potesse essere un rapporto che fosse di natura diversa da quella culturale. Io ignoravo quale fosse all’epoca la attività dello Zorzi".

Nel 1971 – al di là della sua presunta partecipazione alla strage di piazza Fontana – Zorzi aveva già realizzato gli attentati alla Scuola slovena di Trieste e al cippo di confinte italo-jugoslavo a Gorizia.

Ma nello stesso tempo frequentava il Viminale per "scambi culturali".

Altre testimonianze riguardano il ruolo di Zorzi quale elemento di contatto con ambienti istituzionali favorevoli al dispiegarsi della strategia della tensione.

Una prima, generica, viene da Carlo Digilio, il quale ha riferito di alcune confidenze ricevute da Giovanni Ventura: "Diceva (Ventura) di avere avuto dei finanziamenti per queste attività dei Servizi da Roma. Mi disse che lo stesso ruolo di agente dei Servizi era anche di Delfo Zorzi".

Oltre a questo c’è la lucida testimonianza di Vincenzo Vinciguerra il quale, molto tempo prima che le nuove istruttorie sulla strategia della tensione fossero avviate, aveva scritto cose assai significative sul punto (e su molte altre cose) dell’ambiguo ruolo di Zorzi.

In particolare, Vinciguerra ha riferito della proposta, a lui fatta da Maggi e Zorzi, di assassinare Mariano Rumor: "La proposta di Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi di liquidare Rumor con la garanzia che non avrei avuto problemi con la scorta, oltre a rivelare una grossolana mancanza di psicologia, dimostrò l’esistenza di legami insospettati con funzionari di polizia che dovevano trovarsi a ben alto livello per poter disporre dell’omicidio di un personaggio politico come Rumor, assicurando la neutralizzazione o la complicità della scorta.

La conferma venne qualche anno più tardi, quando Cesare Turco, oramai arruolato a mia insaputa nelle forze di polizia dello stato democratico e antifascista, mi rivelò che Delfo Zorzi era amico di un altissimo funzionario del ministro degli Interni. Seduto davanti a me, con aria compiaciuta, Delfo Zorzi valutò la reazione, che fu di gelo […]".

Per quanto riguarda il progettato attentato contro Rumor, la testimonianza di Vinciguerra è stata considerata del tutto attendibile nel corso del processo per la strage di via Fatebenefratelli a Milano.

Naturalmente, la credibilità complessiva di Vinciguerra non è mai stata – né avrebbe potuto esserlo –messa in discussione da alcuna autorità giudiziaria.

Le provocazioni e l’inquinamento da parte dei Servizi

Che i servizi fossero in possesso di altre fondamentali notizie, cui non dettero il legittimo sbocco processuale, emerge anche e soprattutto dal documento Azzi. In esso si fa riferimento alla attribuibilità al gruppo La Fenice (e a Rognoni personalmente) dell’attentato alla Coop (individuato in quello avvenuto il primo marzo del 1973) e all’idea di convincere Fumagalli e l’avanguardista Di Giovanni a prendervi parte, come pure si fa riferimento al progetto, confermato da altre fonti, di far rinvenire nelle adiacenze della villa di Giangiacomo Feltrinelli nei pressi di Casale Monferrato una cassetta di esplosivo e parte dei timers residui dalla strage di Piazza Fontana per avvalorare l’attribuibilità della strage a quell'area. La cassetta fu poi rinvenuta in una località dell’appennino ligure subito dopo il fallito attentato al treno Torino-Roma dell’aprile del 1973.

A proposito di questo progetto, l’ex terrorista di destra, Edgardo Bonazzi ha aggiunto un particolare di grande interesse e cioè che tale provocazione era stata personalmente ispirata da Pino Rauti, anch’egli coinvolto nelle prime indagini sviluppatesi a Treviso e a Milano sulla strage e quindi obiettivamente interessato ad azioni diversive che creassero difficoltà all’istruttoria in corso. In carcere, poi, Bonazzi aveva appreso a seguito delle confidenze di Nico Azzi, che Pino Rauti, capo di Ordine Nuovo, era da molto tempo in contatto con i servizi di sicurezza e di conseguenza l’attività di Ordine Nuovo era in qualche modo eterodiretta.

Dallo stesso documento sono ricavabili indicazioni sulle responsabilità per l’attentato alla scuola Italo-Slovena dell’aprile del 1974 (ultimo degli episodi riferiti nell’appunto e l’unico verificatosi quando Azzi era già detenuto), fatto per il quale il Sid tentò una attribuzione alla sinistra, nonostante si collocasse temporalmente in una fase di estrema tensione tra la destra locale e la comunità slovena triestina. Agli atti del servizio è stato infatti ritrovato un appunto, anche questo di pugno di Maletti, nel quale egli fa riferimento ad una "fonte diretta mia" che indica una matrice di sinistra per l’attentato e, riprendendo una nota pervenuta dal centro CS locale, incarica Genovesi di predisporre un appunto in tale senso per il direttore del servizio, consigliandone l’inoltro al Ministero dell'interno.

Altro tema di estrema importanza è quello dell’opera di inquinamento e di ostacolo svolta dai gruppi eversivi e da settori dei servizi per pilotare politicamente gli avvenimenti di quegli anni determinando un deterioramento della situazione dell’ordine pubblico così da alimentare una reazione dell’opinione pubblica nei confronti della sinistra.

Alcuni di essi sono, allo stato, collocabili tra i depistaggi successivi agli eventi e destinati ad impedire che venissero individuati i veri responsabili.

Altri episodi invece dimostrano una volontà di precostituzione di prove a carico della opposta fazione: la strage di piazza Fontana costituisce, in quest’ambito, un capitolo a se’ per la straordinaria gravità dell’evento e per la complessità delle implicazioni, ma lo stesso attentato, già richiamato, in cui rimase ferito Nico Azzi doveva essere attribuito alla sinistra e, per tale ragione, era stata ostentata la copia di "Lotta continua" nella tasca dell’impermeabile dell’attentatore. Alla sinistra doveva essere attribuito anche l’attentato al treno Brennero-Roma, attentato che doveva avvenire presso Bologna e che avrebbe dovuto determinare una situazione di panico generale destinata a sfociare in una richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza nel corso della manifestazione della maggioranza silenziosa prevista per il 12 aprile (cinque giorni dopo) a Milano. Lo stesso disegno - cioè la creazione di una situazione di intollerabile allarme e la precostituzione di una situazione favorevole ad iniziative autoritarie - proseguirà peraltro con la campagna di attentati ai treni del 1974 che avrebbe dovuto avere inizio a Silvi Marina (29 gennaio 1974) e svilupparsi in un crescendo di atti delittuosi, alcuni dei quali programmati, altri portati a termine, che doveva tragicamente raggiungere l'acme nello attentato dell’Italicus del 4 agosto.

E' emerso che anche l’attentato avvenuto nel novembre del 1971 e che provocò il danneggiamento delle mura di cinta dell’università Cattolica a Milano, doveva essere attribuito alla sinistra.

Il depistaggio istituzionale di Camerino

Nell’ambito di una sofisticata azione di provocazione si collocò poi l’operazione di Camerino, dettagliatamente ricostruita sia nell’ultima istruttoria di Bologna che in quella di Milano. In quella occasione furono fatti rinvenire armi ed esplosivi unitamente a moduli di documenti in bianco e materiale cifrato che ne consentissero l’attribuzione ad esponenti di sinistra, coinvolgendo così gruppi politici di diversa provenienza geografica e anche uno studente greco. L’operazione fu compiuta con materiale esplosivo fornito, secondo quanto affermato da Delle Chiaie, da Massimiliano Fachini, mentre i documenti ed il cifrario furono chiesti a Guelfo Osmani dall’allora tenente D’Ovidio che comandava il presidio territoriale dei carabinieri a Camerino. L’indicazione che fece scattare formalmente l’operazione di polizia giudiziaria partì dalla compagnia Trionfale dei Carabinieri di Roma ed in particolare dal capitano Servolini. Questi rese a tal proposito al giudice istruttore una deposizione che lo stesso magistrato ha severamente valutato ("si caratterizza per le contraddizioni e l’assoluta inattendibilità") mentre, secondo il racconto di Guelfo Osmani, sarebbe stato proprio l’ufficiale a consegnare a D’Ovidio, in presenza dello stesso Osmani, la canna di fucile poi ritrovata insieme all’esplosivo, alle bombolette di gas e all’altro materiale nell’arsenale. La matrice di "sinistra" del deposito fu raccolta e rilanciata con sospetta tempestività dal giornalista Guido Paglia, che aveva da non molto lasciato i vertici di A.N., e che, in un articolo pubblicato nella stessa data del rinvenimento, riferisce dati che la decrittazione del cifrario, operazione anch’essa di facciata, avrebbe reso disponibili agli inquirenti solo qualche giorno dopo. La vicenda vede pesantemente implicato il Servizio se è vero che tra le carte sequestrate al generale Maletti nel novembre del 1980 è stata trovata, in uno degli appunti relativi agli incontri con il direttore del servizio, alla data del 7 gennaio 1973, l’annotazione, accanto alla indicazione "Eversione di sin.": "Camerino (armi dx)". Ciò dimostra la consapevolezza dei vertici del servizio della operazione di provocazione che sarebbe costata l’incriminazione di alcuni esponenti dei gruppi di sinistra, prosciolti definitivamente dalla Corte di Assise di Macerata solo il 7 dicembre del 1977. Alla data dell’appunto Maletti non doveva essere soddisfatto dello sviluppo degli accertamenti giudiziari tanto che l’annotazione prosegue con una indicazione, non perfettamente comprensibile, ma dalla quale si capisce la volontà di inviare un anonimo alla Procura Generale della Repubblica di Ancona, secondo una prassi della quale le istruttorie relative alla strage di Bologna , a quella di Ustica, all’omicidio Pecorelli hanno dato non edificanti esempi.

Si noti che l’operazione non nasce da una estemporanea iniziativa della periferia, ma è nota e meticolosamente sorvegliata dagli uffici centrali che ne controllano attentamente gli effetti pronti ad intervenire con aggiustamenti di tiro e correzioni; l’operazione obbedisce inoltre ad un principio di economicità, ponendosi allo stesso tempo più obiettivi ugualmente utili al servizio: dal coinvolgimento di dissidenti greci alla polarizzazione dell’attenzione sulla violenza e la pericolosità dei gruppi della sinistra in concomitanza con il depistaggio operato per la strage di Peteano. Osmani afferma inoltre di aver consegnato anche un rilevante numero di moduli di patenti al capitano D'Ovidio, moduli poi rinvenuti nel deposito di Camerino. I 604 documenti consegnati al capitano D'Ovidio facevano parte di uno stock di 4.700 moduli rubati al Comune di Roma il 14 maggio 1972 e da quello stesso stock proviene il modulo del falso documento intestato a Enrico Vailati rinvenuto sulla persona di Sergio Picciafuoco a Bologna il giorno della strage. Questo particolare impone inquietanti interrogativi sui mai chiariti rapporti di Picciafuoco con i Servizi di informazione.
 
 
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