La strategia della tensione e le predisposizioni ai tentativi golpisti sono stati il frutto dell’attuazione di indirizzi politici, strategico-militari e psicologici volti a ridurre nei paesi occidentali – e in particolare in Italia – l’influenza dei partiti comunisti e, in generale, dei partiti e dei movimenti di sinistra che non fossero rigidamente ancorati nel campo occidentale.
Il dispositivo, che trovava la sua scaturigine all’interno dei settori atlantici più oltranzisti ed era in grado di condizionare e orientare le scelte dei governi nazionali – in questo caso dell’Italia – in tema di politiche di difesa e di sicurezza, prevedeva:
1) un complesso di reti clandestine composte di militari e civili di ampiezza ben superiore al livello ufficializzato di Gladio, non ancora conoscibili nel dettaglio - in particolare per quanto riguarda la loro riferibilità ad un unico centro di comando e controllo - nelle quali la finalità di controinsorgenza e più in generale anticomunista era divenuta prevalente sul compito originario di attivazione nella eventualità, sempre più improbabile, di una occupazione da est del territorio nazionale da parte di eserciti nemici;
2) gruppi clandestini di estrema destra che avevano come finalità quella di determinare una forte involuzione autoritaria delle istituzioni dello Stato. Questi gruppi, come emerge da molteplici e concordanti documenti e testimonianze, mantennero ininterrottamente un ambiguo rapporto di internità/esternità con il Msi-Dn, grazie anche alla connivenza con la dirigenza missina, come dimostrano, per tutti, i rapporti tra Almirante e Delle Chiaie e il comandante Borghese;
3) rapporti di contiguità e di connessione tra settori istituzionali dello Stato e gruppi della destra eversiva;
4) rapporti di contiguità tra gruppi di terroristi fascisti e apparati informativi riconducibili agli Stati Uniti d’America.
Il collante era costituito dal comune apprezzamento che, nel mondo diviso in due blocchi, fosse già in corso anche nell'Occidente una guerra non convenzionale (la c.d. guerra rivoluzionaria), che imponeva una forte azione di contrasto al pericolo comunista, nutrita di adeguate strategie controrivoluzionarie.
Si tratta, come già ricordato, di una realtà che il tempo ha consentito di percepire con sempre maggiore chiarezza ed alla quale sono attribuibili in termini di certezza, anche processuale, eventi che nella prima metà degli anni '70 fortemente incisero, turbandola, sulla vita democratica del Paese.
Prima di proseguire, occorre sottolineare come appaia storicamente credibile e logico che le tensioni sociali di segno opposto, (la contestazione studentesca, la protesta sindacale ed operaia, l'azione sempre più intensa dei gruppi eversivi della sinistra) che caratterizzarono la vita nazionale a partire dalla fine degli anni '60, rendano pienamente conto del perchè la realtà occulta, cui ora si ha riferimento, sia passata dalla potenzialità operativa che l'aveva caratterizzata nel periodo anteriore, ad una attivazione concreta.
Il tempo consente ad una riflessione serena di apprezzare il rapporto di interazione reciproca che venne a stabilirsi tra i due opposti focolai di tensione, nel senso che da un lato l'acuirsi della protesta sociale di sinistra attivò tentazioni di involuzione autoritaria rendendo apparentemente più concreto il c.d. pericolo rosso, dall'altro la percezione di tendenze golpiste presenti anche in apparati istituzionali dello Stato, spinse le tensioni sociali che alimentavano la protesta di sinistra ad assumere più intensamente forme eversive e rivoluzionarie, come dimostra la personale esperienza di Gian Giacomo Feltrinelli, fondatore dei Gap.
Si è quindi in presenza di due fenomeni che indubbiamente interagirono tra loro e che non sono pienamente comprensibili se non complessivamente analizzati nell'unicità del contesto.
Naturalmente, questa visione d’insieme non può far dimenticare che l’eversione di destra fu di tipo "istituzionale", alimentata e armata dagli apparati dello Stato e da alcune strutture dell’Alleanza Atlantica – in particolare quelle riconducibili agli Usa – come dimostrano le vicende delle armi fornite al Mar di Fumagalli dai carabinieri organici ai comandi Nato, o l’ospitalità data ai terroristi fascisti nelle basi Nato di Camp Derby a Livorno, al comando Ftase di Verona e a quello Setaf di Vicenza.
Il golpe Borghese
Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 si attivò in Roma un tentativo di vero e proprio colpo di Stato, che tuttavia durò soltanto poche ore e fu subito interrotto, ben prima che si raggiungesse uno stato insurrezionale. In merito è stato accertato che:
1) Un gran numero di uomini era stato raccolto e organizzato da Junio Valerio Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale in stretto collegamento con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.
2) Sin dal 1969 il Fronte Nazionale aveva costituito gruppi clandestini armati e aveva stretto relazioni con settori delle Forze Armate e aveva alcuni rapporti con elementi collegati all’amministrazione statunistense ed ai comandi Nato, come dimostra l’attività di osservazione svolta per conto del comando Ftase di Verona all’esercitazione militare di Forte Foin, propedeutica al colpo di Stato.
3) Borghese stesso, con la collaborazione di altri dirigenti del Fronte Nazionale e di numerosi alti Ufficiali delle Forze Armate e funzionari di diversi Ministeri, aveva predisposto un piano, che prevedeva l'intervento di gruppi armati su diversi obiettivi di alta importanza strategica; sin dal 4 luglio 1970 era stata costituita una "Giunta nazionale". Avrebbero dovuto essere occupati il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, la sede della televisione e gli impianti telefonici e di radiocomunicazione; gli oppositori (e cioè gli esponenti politici dei diversi partiti rappresentanti in Parlamento), avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Il Principe Borghese avrebbe quindi letto in televisione un proclama, cui sarebbe seguito l'intervento delle Forze Armate a definitivo sostegno dell'insurrezione.
4) Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 il piano comincia ad essere attuato, con la concentrazione a Roma di alcune centinaia di congiurati e con iniziative analoghe in diverse città: militanti di Avanguardia Nazionale, comandati da Stefano Delle Chiaie (tra questi è indicata la presenza di Pierluigi Concutelli e di Guido Paglia) e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli Interni e si impossessano di armi e munizioni che vengono distribuite ai congiurati.
Un secondo gruppo di militanti si riunì in una palestra, in via Eleniana, per attendere la distribuzione delle armi, che sarebbe avvenuta a seguito dell'ordine di Sandro Saccucci (tenente dei paracadutisti stretto collaboratore di Borghese) e a opera del generale Ricci; tra le persone radunate, in parte già in armi, vi erano anche ufficiali dei Carabinieri.
Lo stesso Saccucci (che avrebbe dovuto assumere il comando del Sid) dirigeva personalmente un altro gruppo di congiurati, con il compito di arrestare uomini politici. Il generale Casero e il colonnello Lo Vecchio (i quali garantivano di avere l'appoggio del Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, generale Fanali) avrebbero dovuto invece occupare il Ministero della Difesa.
Il maggiore Berti, già condannato per apologia di collaborazionismo e ciò nonostante giunto ad alti gradi del Corpo forestale dello Stato, conduceva una colonna di allievi della Guardia forestale, proveniente da Cittàducale presso Rieti, che attraversò Roma per attestarsi non lontano dagli studi RAI-TV di via Teulada.
Il colonnello Spiazzi (di cui si è già chiarito il ruolo nei Nuclei per la difesa dello Stato) si mosse con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con l'obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, in esecuzione di un piano di mobilitazione reso operativa da una parola d'ordine.
Ma l'insurrezione, già in fase di avanzata esecuzione, fu improvvisamente interrotta. Fu Borghese in persona a impartire il contrordine; ne sono tuttora ignote le ragioni, giacché Borghese rifiutò di spiegarle persino ai suoi più fidati collaboratori.
Questi, in sintesi, gli accadimenti di quel periodo, che devono essere integrati da numerose testimonianze e documenti reperiti nel corso delle ultime indagini sulla strategia della tensione.
Anzitutto è necessario affermare che le acquisizioni documentali non giustificano assolutamente la valutazione minimizzante che hanno avuto in sede giudiziaria (sentenza Corte d'Assise di Roma 14 luglio 1978 e Corte di Assise di Appello del 14 novembre 1984 che condussero al noto esito globalmente assolutorio) ed anche da gran parte dell'opinione pubblica, apparsa spesso orientata da aspetti velleitari dell'operazione e dallo scarso spessore di molti dei suoi protagonisti, a definire l'episodio come un "golpe da operetta".
Per ciò che concerne la valutazione giudiziaria, scarsamente condivisibili appaiono innanzitutto le motivazioni con cui già in sede istruttoria furono prosciolti molti di coloro che si erano radunati, agli ordini del Fronte Nazionale; il proscioglimento fu infatti così motivato: "molte persone aderirono al Fronte Nazionale perchè illuse e confuse da ingannevole pubblicità.... Nei loro confronti non sono state avanzate istanze punitive nella presunzione che l'iscrizione, il gesto isolato e sporadico, il sostegno 'esterno', la convergenza spirituale di per sé rilevano, piuttosto che un permanente legame, un atteggiamento psicologico non incidente sulla 'condizione' processuale degli interessati"
Indipendentemente dalla fondatezza giuridica di tale dichiarata presunzione, va rilevato che tra le posizioni così archiviate ve ne erano alcune riferibili a soggetti che negli anni successivi compariranno in momenti di rilievo dell'eversione di destra, quali Carmine Palladino, Giulio Crescenzi, Stefano Serpieri, Gianfranco Bertoli (autore della strage di via Fatebenefratelli a Milano), Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati, Carlo Fumagalli, Nico Azzi.
Analogamente alcuni dati di fatto - pur non contestati - furono incomprensibilmente svalutati nella decisione della Corte d'Assise di primo grado, che accettò le più ridicole giustificazioni di condotte che apparivano ictu oculi di straordinaria gravità (come quella del Generale Berti nell'avere condotto un'intera colonna di militari armati di tutto punto e muniti di manette, acquistate senza autorizzazione ministeriale appena pochi giorni prima, fino a poche centinaia di metri dalla sede della radiotelevisione).
Esito di tale complessiva lettura minimizzante può ritenersi la finale ricostruzione della vicenda, cui approda la Corte di Assise di Appello romana nella già ricordata sentenza, affermando: "che i 'clamorosi' eventi della notte in argomento si siano concretati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni nello studio di commercialista dell'imputato Mario Rosa, nella adunata semipubblica di qualche decina di persone nei locali della sede centrale del Fronte Nazionale (adunata cui potettero presenziare anche estranei al movimento, e cioè attivisti dell'M.S.I., incaricati dal loro partito di sorvegliare, senza neppure tanta discrezione, le attività di J. V. Borghese e dei suoi seguaci), nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica e strategicamente insignificante dell'agglomerato urbano, nel concentramento di un imprecisato numero di individui, alcuni certamente armati ma i più sicuramente non molto determinati, nella zona di Montesacro, in un cantiere impiantato dall'impresa di Remo Orlandini, e, da ultimo, nella riunione di cento o duecento persone, fra uomini e donne, senza armi in una palestra gestita dall'associazione paracadutisti nella via Eleniana di Roma".
Così come analogamente minimizzante appare la valutazione che nella medesima sede viene operata del Fronte Nazionale e del suo organizzatore: "La formazione creata e capeggiata da J.V. Borghese, con l'apporto determinante soprattutto di elementi legati, se non politicamente ed ideologicamente, almeno sentimentalmente al fascismo, ed al fascismo più deteriore, quello repubblichino, accolse nel suo seno esaltati, se non mentecatti, di ogni risma pronti a conclamare in ogni occasione la propria viscerale avversione al sistema della democrazia liberale, avversione condivisa dal loro capo, nonché ad alimentare deliranti segni di rivalsa e speranze e propositi illusori di rovesciare il regime creato dalle forze andate al potere dopo la disfatta del fascismo: conseguentemente è indubbio e risulta documentato in atti, che all'organizzazione del Fronte Nazionale appartennero individui che, in assenza di qualsiasi elemento che potesse conferire caratteri di concretezza ai loro discorsi, presero a farneticare di imminenti colpi di Stato, nei quali essi stessi e il movimento cui si erano affiliati avrebbero dovuto avere un ruolo determinate, o almeno significativo, a spingere le proprie sfrenate fantasie, apparse subito comiche alla generalità dei compari, un po' meno sprovveduti di loro, sino al punto di vagheggiare spartizioni di cariche per sé e per i propri amici e conoscenti nell'amministrazione centrale e periferica dello Stato, a predisporre proclami da rivolgere al popolo dopo la auspicata instaurazione del fantasticato "ordine nuovo", ad immaginare come imminenti sovvertimenti istituzionali....".
Sorprendente appare che a valutazioni siffatte si sia potuto giungere nel 1984, cioè al termine del terribile quindicennio che ha insanguinato la Repubblica; e cioè dopo che una serie di eventi, con la tragicità della loro evidenza, avevano dimostrato la estrema pericolosità dei fenomeni, in cui la vicenda della notte dell'Immacolata veniva ad inserirsi, preannunciando in qualche modo episodi successivi, di cui molti degli aderenti al Fronte Nazionale furono, come già segnalato, i negativi protagonisti.
Vuol dirsi cioè che una valutazione giudiziaria così minimizzante dell'episodio avrebbe avuto senso se lo stesso fosse venuto ad inserirsi in un contesto storico sociale assolutamente pacifico; e cioè affatto diverso da quello che caratterizzò il Paese per l'intero decennio degli anni '70. In quel contesto la vicenda della notte dell'Immacolata non può meritare una così intensa sottovalutazione che stride, fino alla inverosimiglianza, con la stessa personalità del suo protagonista, (il Comandante Borghese), quale già all'epoca nota e quale meglio è venuta a precisarsi a seguito di più recenti acquisizioni: un uomo d'armi, avvezzo a responsabilità di elevato comando, esperto di guerra e di guerriglia, conoscitore degli aspetti apparenti e dei profili occulti del potere, sia in ambito nazionale che internazionale.
Appare francamente inverosimile – ed infatti così non è stato - che personalità siffatta si sia posta alla testa di un gruppo di "mentecatti" o di "giovinastri" quali alla autorità giudiziaria sono apparsi gli affiliati al Fronte Nazionale, per assumere i rischi di pesanti responsabilità senza alcun tornaconto personale ovvero senza alcuna concreta possibilità di successo.
Peraltro è estremamente probabile che anche gli esiti giudiziari della vicenda sarebbero stati diversi se intense e molteplici non fossero state le condotte di occultamento della verità anche da parte degli apparati. Le varie fasi del tentativo insurrezionale furono infatti costellate da contatti tra uomini del Fronte Nazionale e pubblici funzionari, in cui è difficile distinguere le condotte partecipative di questi ultimi da quelle di mero favoreggiamento successivo.
Con nota del 13 agosto 1971, infatti, il Sid comunicò all'autorità giudiziaria che le notizie in possesso del Servizio "portavano all'esclusione di collusioni, connivenze o partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio". Sin dal 1974 emerse, invece, che il Sid aveva occultato rilevanti elementi di prova sugli avvenimenti della notte dell'Immacolata.
Erano infatti state raccolte, nell'immediatezza dei fatti (e per alcuni versi persino prima che essi accadessero), informazioni assai particolareggiate sulla organizzazione del colpo di Stato e sulla identificazione di coloro che - a diverso titolo - vi avevano avuto parte.
Tra queste informazioni ve ne erano di provenienza non meramente confidenziale, come le registrazioni dei colloqui avvenuti tra il Capitano del Sid Antonio Labruna e uno dei congiurati, Remo Orlandini, nonché registrazioni di conversazioni telefoniche raccolte sin dal giorno successivo al fallimento dell'iniziativa.
Nel settembre 1974 il Ministro della Difesa, Giulio Andreotti, impose al Sid (e per esso al nuovo direttore Casardi e a quello del Reparto D, Gian Adelio Maletti) di comunicare all'autorità giudiziaria le informazioni in possesso del servizio.
Furono quindi inviate tre distinte memorie, che riguardavano rispettivamente il Golpe Borghese, la "Rosa dei Venti" e ulteriori fatti di cospirazione dell'estate 1974, a seguito delle quali fu infine esibito il materiale (che all'epoca si ritenne integrale) raccolto dal Reparto D.
Già da questo materiale risultò evidente che il Servizio aveva seguito sin dalla nascita il Fronte Nazionale; risultano accuratamente descritti i contatti con i dirigenti di Ordine Nuovo (tra cui Pino Rauti) e di Avanguardia Nazionale (tra cui Stefano Delle Chiaie, definito "un tecnico della agitazione di massa e della cospirazione"); l'addestramento all'uso delle armi individuali; la preparazione del colpo di Stato; la disponibilità di armi e i collegamenti con settori delle Forze Armate (ivi compreso il ricorso alle caserme per l'approvvigionamento delle armi e munizioni in caso di necessità).
Nessuna contromisura risultò però essere stata predisposta e il disvelamento della condotta del Servizio al suo interno portò all'allontanamento del suo Direttore generale Miceli e al rafforzamento di Casardi e Maletti.
Fu però soltanto a seguito dell'assassinio del giornalista Mino Pecorelli (avvenuto in Roma il 21 marzo 1979) che si accertò come solo una parte delle informazioni fosse stata effettivamente posta a disposizione degli inquirenti: quelle concernenti il coinvolgimento di alti ufficiali delle Forze Armate e dello stesso Servizio di informazione erano state in realtà in larga parte soppresse.
Nel colorito linguaggio del settimanale OP - che appare sempre di più un singolarissimo crocevia, un luogo fitto di intrecci di svariati "fiumi carsici" che attraversarono la vita del Paese - ciò verrà sintetizzato nella espressione "malloppone e malloppini" a segnalare che da un originario, grande rapporto erano state ricavate più modeste, purgate informative.
Il ruolo di Licio Gelli
I contenuti di OP, decrittati alla luce delle acquisizioni successive, convincono che tra le responsabilità da occultare vi fu anche quella di Licio Gelli il cui ruolo sarebbe stato quello di consegnare la persona del Presidente della Repubblica in mano al Fronte Nazionale, avvantaggiato in ciò dai rapporti diretti con il Generale Miceli che davano a Gelli libero accesso al Quirinale. Questo è il ruolo che a Gelli sarebbe stato assegnato nel colpo di Stato del 1970 in danno del Presidente Saragat; analogo ruolo Gelli avrebbe dovuto svolgere in danno del Presidente Leone secondo un altro progetto eversivo del '73 - '74, di cui in seguito più ampiamente si dirà.
Il ruolo di Licio Gelli nel golpe Borghese emerge con chiarezza dalla trascrizione di una delle bobine nascoste alla magistratura e consegnate successivamente dal capitano Labruna al giudice istruttore di Milano, Guido Salvini.
La trascrizione è assai eloquente (nella trascrizione l'abbreviazione M. corrisponde a Maurizio Degli Innocenti, l'abbreviazione T. a Torquato Nicoli, l'abbreviazione S. al col. Sandro Romagnoli e l'abbreviazione L. al cap. Labruna):
M.: […] siccome si era parlato al centro di quella dichiarazione Fronte Nazionale dell'acquisizione della persona fisica del Presidente, il quale doveva essere consegnato [...] consegnato sapete da chi. No?
S.: No.
M.: Da Licio Gelli.
L.: Da?...
M.: Licio Gelli.
S.: No, non ho capito, scusa.
L.: Licio Gelli doveva consegnare precisamente la persona del Presidente della Repubblica in mano al Fronte Nazionale.
M.: Ma questo nel quadro della pianificazione...
L.: Nel quadro della pianificazione delle Forze Armate.
( Battute non sufficientemente comprensibili)
M.: Questo lo deve confermare Remo.
S.: Allora, Gelli cattura...
M.: Saragat.
S.: Saragat. ...(parole incomprensibili) perchè, che cosa ha Gelli...
M.: Naturale perché, eh. I rapporti Gelli-Miceli sono chiari. Gelli ha un documento che dà libero accesso in qualunque ora del giorno e della notte, al Quirinale.
S.: Documento che gli è stato dato da chi?
M.: Non lo so.
S.: Chi?
M.: So che il capitano Morandi può darsi che ne sappia qualche cosa.
S.: Chi?
L.: Morandi.
M.: Perchè Gelli è lì considerata persona estremamente... estremamente... (pp.ii. a causa di rumori).
S.: Quindi Gelli avrebbe dovuto avere, nel contesto della pianificazione di Tora Tora, il compito della cattura di Saragat.
M.: Sì.
S.: Da parte di chi? Con quali complici? Erano Carabinieri?
M.: Non so se la cattura doveva avvenire in Via della Camilluccia o al Quirinale.
S.: Sì, ma, dico, sulla scorta di quali disponibilità materiali del Gelli?
M.: Questo non lo so. Comunque...
S.: Era un'azione autonoma di cui non si dovevano interessare i nuclei del Fronte Nazionale?
M.: Evidentemente sì. Mentre, a differenza di questo, nel disegno, che ho creduto di capire nella casa di Sorrento (nome non certo), si intendeva a far fare, con un po' di buona volontà, a Leone a prendere un certo determinato atteggiamento in una certa circostanza. Lui doveva parlare in certo tipo di campane.
S.: Ma, appunto, riferito a quale tempo?
(Battute incomprensibili per sovrapposizione delle voci)
M.: No... (pp.ii.), per arrivare a Leone, anche in casa sua, riuscire a prenderlo...
S.: Sì.
M.: Lui doveva non avere rapporti con l'esterno...
S.: Sì.
M.: E in genere non fare dichiarazioni.
T.: E poi sciogliere le Camere.
S.: Ma nel quadro di che cosa?
M.: Ovviamente di una più vasta operazione della quale noi non siamo a conoscenza.
(Battute non sufficientemente comprensibili)
S.: No, scusa, Tino, io vorrei capire. Io posso capire che catturare Saragat nel contesto di...
T.: Come... (pp.ii.)?
S.: ...(pp.ii.), mi pare che, c'è un quadro di base come quello, io lo... (p.i.), ma così io, nella notte, vado a prendere Leone e gli dico: sciogli le Camere. Evidentemente...
T.: Erano uomini muniti di silenziatore.
M.: Io ho precisato...
S.: Ma d'accordo, ma...
M.: Io ho precisato che si trattava di un avallo.
L.: Cioè?
M.: Che la cambiale doveva essere qualcun altro a firmarla, ma a garantirla doveva essere lui. Cioè, a garantire dall'inizio di...
S.: Parliamo... i nomi convenzionali, parliamoci chiaro.
T.: Sì.
M.: Qualcuno faceva l'operazione, no? E l'amico Leone compariva alla televisione e annunciava che la Repubblica aveva cambiato indirizzo.
S.: Sì, va beh, ma chi doveva compiere questa operazione?
M.: E chi lo sa? Ecco perchè Pinto aveva chiesto 15 uomini. Non abbiamo fatto domande, non siamo...
S.: Pinto aveva chiesto 15 uomini con 15 silenziatori.
M.: ... (pp.ii.).
S.: Allora... (pp.ii.), avremmo vissuto delle giornate con il patema di un immediato colpo di Stato...
T.: Sì.
S.: In cui una parte di questa azione sarebbe stata... (pp.ii.) una formazione di 15 persone con 15 silenziatori.
T: Esatto.
S.: ... (pp.ii.). ... (p.i.) sta dall'altra organizzazione che sta pensando di fare queste cose qua.
M.: Credi?
S.: Può darsi.
(Battute non sufficientemente comprensibili)
L.: Se Pinto [nome non certo] chiama Gelli, Gelli è socialistoide, come dice...
M.: Gelli è considerato, negli uffici politici, uomo di dichiarate simpatie per la destra: Movimento Sociale etc. Soltanto chi non ne conosce la contorta personalità può credere ad una facciata di tipo estremo...
Successivamente da nuove indagini giudiziarie, sulla base di nuovi apporti collaborativi di Spiazzi e Labruna è in particolare emerso:
1. L'attività informativa svolta sul Golpe Borghese e sulla Rosa dei Venti, contattando soprattutto Remo Orlandini, e la successiva espunzione e manipolazione dei nastri operata dai responsabili del Reparto D, affinchè non divenisse pubblico il coinvolgimento in tali progetti di alcuni alti ufficiali, di Licio Gelli e di parte della massoneria, nonché la piena conoscenza del progetto Borghese e di quelli successivi da parte degli ambienti militari americani.
2. La consegna allo stesso Labruna ad opera del giornalista Guido Paglia, divenuto alla fine del 1972 informatore del Sid, di una dettagliata relazione sul ruolo svolto da Avanguardia nazionale nel golpe Borghese e sugli avvenimenti della notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970, relazione poi trasmessa al Generale Maletti e mai inviata da questi all'autorità giudiziaria, rimanendo praticamente inutilizzata.
3. La consegna da parte di Guido Giannettini sempre a Labruna di un'analoga relazione sul golpe Borghese, dalla quale i responsabili del Reparto D avevano soppresso la nota relativa all'ammiraglio Giovanni Torrisi affinchè non ne emergesse il coinvolgimento nei fatti del 1970
Le complicità nel golpe Borghese
Il golpe Borghese, si è scoperto, avrebbe avuto un seguito con un successivo progetto eversivo del '73/'74, che avrebbe dovuto perseguire, sempre con modalità sostanzialmente insurrezionali, la realizzazione di un progetto di revisione costituzionale, che portasse all'istaurazione di una Repubblica presidenziale, caratterizzata da programmi socialmente avanzati, ma da forti limitazioni dei diritti sindacali, concentrazione dei mezzi di informazione e da una forte scelta atlantista; un progetto di "stabilizzazione" quindi da realizzarsi attraverso mezzi destabilizzanti (attentati sui treni e in luoghi pubblici, eliminazione di avversari politici, scontri di piazza) la cui responsabilità sarebbe stata apparentemente attribuibile alla sovversione di sinistra, sì da determinare una forte domanda d'ordine e quindi giustificare l'intervento delle Forze Armate.
In particolare, con specifico riferimento al tentativo insurrezionale del '70, recenti acquisizioni processuali, soprattutto dell'autorità giudiziaria di Milano e di Bologna, consentono una lettura dell'episodio che ne aggrava la rilevanza, avuto riguardo ad una più precisa individuazione di quanto si sarebbe dovuto verificare. Ad agire in supporto degli insorti non avrebbero dovuto essere solo manipoli di congiurati, raccolti intorno a ufficiali infedeli. In realtà la notte del 7 dicembre sarebbe stato impartito (come afferma lo stesso Spiazzi) l'ordine di mobilitazione delle strutture costituite nell'ambito degli uffici I dell'Esercito con funzione di contrasto di moti comunisti.
Si sarebbe trattato dunque della mobilitazione delle strutture miste, costituite da civili e militari, denominate Nuclei di difesa dello Stato, e di cui si è detto in altra parte della relazione.
Ciò sembra confermato dalle dichiarazioni di uno dei componenti di questa struttura, direttamente dipendente dallo Spiazzi (Enzo Ferro) e da quelle rese sin dal 1974 da altro componente (con ruoli di maggior rilievo) Roberto Cavallaro.
L'ordine, come riferito da Spiazzi, sarebbe stato impartito per radio, attraverso i codici del piano di mobilitazione; Spiazzi afferma che ricevendo, ne chiese conferma, ottenendola, e quindi si mosse; ricevette poi il contrordine, quando ormai aveva raggiunto le porte di Milano e fece ritorno in caserma.
Se queste furono le modalità di comunicazione dell'ordine di mobilitazione, è da presumere che anche gli altri Nuclei siano stati attivati, anche se la loro stessa esistenza è poi rimasta coperta dal segreto per oltre vent'anni.
E in effetti plurime fonti indicano che la mobilitazione ebbe luogo:
1. a Venezia, di civili e militari, d'innanzi al comando della Marina militare;
2. a Verona di civile e militari;
3. in Toscana e Umbria, dove i militanti erano stati dotati ciascuno di un'arma lunga e di una corta e gli obiettivi assegnati:
4. a Reggio Calabria, ove avrebbe dovuto aver luogo la distribuzione di divise dei Carabinieri.
Vale la pena riportare per esteso le testimonianze raccolte dalla magistratura ed in particolar modo quelle riportate nella sentenza-ordinanza del giudice Salvini:
A) Carlo Digilio: "A Venezia, nella seconda metà degli anni '60, io gravitavo più in un ambiente di destra generico in cui vi erano diversi esponenti dell'allora Fronte Nazionale del Principe Borghese e quindi si trattava di un ambiente meno radicale e più portato agli agganci con i militari.
Indubbiamente questo ambiente, a partire dalla fine degli anni '60, contava e viveva nell'attesa di un mutamento istituzionale.
Anche a Venezia era previsto che in caso di golpe la città fosse controllata quantomeno da seicento persone per il mantenimento dei servizi essenziali e il Fronte Nazionale si era mobilitato per reperire il maggior numero di simpatizzanti possibili anche negli ambienti istituzionali.
Come in altre città, per la notte del 7 dicembre era concordato il concentramento in punti determinati.
Il concentramento effettivamente ci fu, ma poco dopo giunse il contrordine, con vivo disappunto di tutti i presenti.
Erano presenti sia militari che civili come del resto credo in altre città d'Italia.
Posso precisare che a Venezia il punto di concentramento era l'Arsenale cioè lo spiazzo dinanzi al Comando della Marina Militare.
Anche di queste iniziative io riferii regolarmente a Verona (al comando Ftase) che quindi misi al corrente dei vari sviluppi.
Anche Soffiati partecipò all'analogo concentramento a Verona"[int. 6.4.1994, f. 6).
Ha aggiunto Digilio in altro interrogatorio: "Mi risulta che il Campolongo [il colonnello Antonio Campolongo, perito balistico del tribunale di Venezia, ndr] prima dei fatti della notte di Tora-Tora, del cd golpe Borghese, era il contatto veneziano dell’Ammiraglio Birindelli e considerato l’uomo che poteva gestire ben 600 elementi fra marinai e altri militari del Distretto di Venezia anche al fine di garantire con tale forza, dopo la presa di potere, la piena funzionalità dei mezzi di navigazione interlagunari e la sicurezza dei cittadini per evitare controinsorgenze.
Era peraltro il ‘deus ex machina’ di tutto l’armamento giacente nell’arsenale, potendo altresì contare sull’Associazione ex Marinai che aveva sede all’interno dello stesso arsenale.
Io ho potuto percepire un’enorme quantità di contatti fra il Morin e il Campolongo e peraltro la mia fonte sul Campolongo è stata il dr. Maggi, che aveva moltissimi contatti nell’ambiente militare".
B) Martino Siciliano: "Nel novembre del 1970 seppi da Pierluigi Mazzucco, ex presidente veneziano del Fuan, dirigente giovanile del Msi e in seguito consigliere provinciale del Partito, che a breve si sarebbe realizzato un colpo di Stato militare e civile in funzione antieversiva di sinistra.
Credo che Mazzucco avesse avuto la notizia dal padre, che era in contatto con il principe Borghese in quanto aveva anch’egli fatto parte della "X Mas".
Mazzucco era in possesso di carte, tra cui un elenco degli incarichi da assumere dopo la presa del potere, e inoltre dei tesserini di riconoscimento e bracciali tricolori aventi la stessa funzione.
Io avrei dovuto assumere la carica di questore di Venezia.
Per le armi avremmo dovuto rivolgerci all’Arma dei Carabinieri e in particolare alle locali caserme. Ciò, comunque, solo dopo la presa del potere e il segnale sarebbe stato dato dallo stesso Pierluigi Mazzucco.
Il nome in codice dell’operazione era "Operazione Tora Tora". La notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 fui avvisato per telefono da Pierluigi Mazzucco che vi era stato un contrordine e che l’operazione era stata annullata. Mi pregò pertanto di distruggere tutto il materiale in mio possesso, cosa che feci gettando tutto nel water.
Il discorso del colpo di Stato era avulso da Ordine Nuovo ed era interno al gruppo romualdiano".
C) Enzo Ferro: "Posso meglio spiegare la mobilitazione che ci doveva essere quella notte di sabato, poche settimane prima del mio congedo, nel Natale del 1970.
Il Maggiore (Spiazzi, ndr) ci disse di tenerci pronti in camerata, con gli abiti borghesi, e che poi avremmo dovuto essere portati nella zona di Porta Bra a Verona, nella sede dell'Associazione Mutilati e Invalidi di guerra, dove si stampava il giornaletto del Movimento di Opinione Pubblica.
Io ero molto agitato e preoccupato; Baia era con me ed era eccitato per quanto stava per accadere.
Ci fu detto chiaramente che dovevamo intervenire e che non potevamo tirarci indietro e che, giunti al punto di raccolta, saremmo stati armati e portati nella zona dove dovevamo operare come supporto al colpo di stato.
Tutte le cellule di civili e militari avrebbero dovuto intervenire. Tuttavia nella notte vi fu il contrordine, era verso l'una e trenta e ce lo comunicò direttamente il maggiore Spiazzi, dicendoci che il contrordine veniva direttamente da Milano. Non ne ho mai saputo il motivo, anche se all'epoca, se glielo avessi chiesto, forse lo avrei saputo".
D) Giuseppe Fisanotti (ordinovista di Verona legato al gruppo di Massagrande e Besutti, collaboratore di giustizia in molti processi): "Non ho partecipato alle mobilitazioni in occasione del cosidetto golpe Borghese del dicembre del 1970, del resto ero molto giovane avendo meno di 19 anni. Tuttavia negli anni successivi, mentre ancora risiedevo a Verona, sono stato un paio di volte messo in allarme in relazione ad analoghe mobilitazioni, tanto è vero che in casa mia tenevo, in vista di tali mobilitazioni, divise militari dell'Esercito, che mi erano state portate dai vari militanti di Ordine Nuovo.
Il contesto era quindi quello di una sintonia fra militari e civili nella prospettiva di un mutamento istituzionale.
Le mobilitazioni che dovevano esserci, che però non scattarono concretamente, si riferiscono al 1973/74".
E) Andrea Brogi (ordinovista del gruppo toscano): "Posso dire che alla fine del 1970 io facevo già parte del Movimento Politico Ordine Nuovo e che nella nostra zona non c'era un sostanziale distacco dalle strutture ufficiali del Msi e molti frequentavano sia l'uno che l'altro ambiente.
Di fatto io, che allora non ero nemmeno ventenne, mi trovai con altri diciassette militanti, fra cui diversi più vecchi e diversi dei quali non conoscevo, a Passignano, vicino al lago Trasimeno nei pressi del passaggio a livello la sera del 7 dicembre 1970 per intervenire sulla federazione provinciale del Pci e sui ripetitori della Rai.
C'erano altri due gruppi, uno a Umbertide e uno a Tuoro.
Il nostro gruppo disponeva di un'arma individuale, chi uno Sten, chi un moschetto 91 o una pistola. Io avevo ricevuto le mie due armi per l'occasione da Augusto Cauchi.
Preciso che ciascuno disponeva di un'arma lunga e di una corta.
Verso le quattro o le cinque del mattino arrivò l'ordine di ritirarsi senza che ce ne fosse spiegato il motivo.
Anni dopo, e cioè dopo il finanziamento di Gelli nei confronti di Augusto Cauchi tramite l'intermediazione dell'Ammiraglio Birindelli e del Cap. Pecorelli, ricevetti sugli avvenimnenti del 1970 una confidenza del Cauchi. Questi mi disse che, Gelli aveva fermato, nel 1970, i "ragazzi", cioè i civili di destra, e i militari sfruttando comunque la situazione per averne vantaggio e cioè per mantenere un forte credito anche dopo la sospensione del golpe".
F) Vincenzo Vinciguerra: "Prendo atto che l'Ufficio è interessato a focalizzare quanto io ho riferito nell'intervista a L'Espresso del 14.4.1991 circa la mobilitazione anche di elementi della 'ndrangheta calabrese in occasione del golpe Borghese.
Innanzitutto confermo l'episodio citato nell'intervista, precisando che ero a conoscenza dalla metà degli anni '70 di tale mobilitazione e che ulteriore conferma di questa l'ho ricevuta all'interno del carcere da una persona che vi era stata personalmente interessata.
La mobilitazione avvenne nella provincia di Reggio Calabria e si trattava di un gran numero di uomini armati.
Anche in Calabria venne fatto riferimento, da persona che non intendo nominare, alla possibilità di mobilitare 4000 uomini sempre appartenenti alla 'ndrangheta ove la situazione politica lo richiedesse.
Gli appartenenti alla 'ndrangheta, armati e mobilitati per l'occasione sull'Apromonte, erano stati messi a disposizione dal vecchio boss Giuseppe Nirta, estimatore di Stefano Delle Chiaie il quale era in grado, secondo lui, di "ristabilire l'ordine nel Paese".
G) Carmine Dominici: "Nel dicembre 1970, e cioè pochi mesi dopo tale fallito comizio, vi fu il tentativo noto appunto come "golpe Borghese". Anche a Reggio Calabria eravamo in piedi tutti pronti per dare il nostro contributo. Zerbi disse che aveva ricevuto delle divise dei Carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate. Restammo mobilitati fin quasi alle due di notte, ma poi ci dissero di andare tutti a casa.
Il contrordine a livello di Reggio Calabria venne da Zerbi".
H) Giacomo Lauro: "Nell'estate del 1970 l'avvocato Paolo Romeo si fece promotore di un incontro nella città di Reggio Calabria e precisamente nel quartiere Archi fra Junio Valerio Borghese ed il gruppo capeggiato allora da Giorgio De Stefano e Paolo De Stefano .... più volte alla 'ndrangheta fu richiesto di aiutare i disegni eversivi portati avanti da ambienti della destra extraparlamentare fra cui Junio Valerio Borghese; il tramite di queste proposte era sempre l'avvocato Paolo Romeo, sostenuto da Carmine Dominici (…) I De Stefano erano favorevoli a questo disegno ed in particolare al programmato golpe Borghese, mentre invece furono contrari le cosche della Jonica tradizionalmente legate ad ambienti democristiani".
Sullo specifico ruolo della criminalità organizzata - in particolare di Cosa Nostra e ‘ndrangheta - nel tentativo golpista si rimanda al paragrafo relativo al ruolo della mafia e della massoneria deviata nell’eversione, nel quale è proposta una trattazione più accurata.
Gli avvenimenti oggetto di esame appaiono non già un "golpe da operetta", quanto il punto di emersione di un ampio intreccio di forze cospirative che furono occultamente attive per un lungo periodo; e che, analizzato nelle sue diverse componenti, rende leggibili una pluralità di avvenimenti anteriori e successivi, che altrimenti sarebbero destinati a restare oscuri e quindi inconoscibili nelle loro nascoste ragioni.
Va peraltro riconosciuto che in questa ricostruzione resta irrisolto quello che sin dall'inizio apparve come uno dei nodi principali posti in sede analitica dagli avvenimenti del dicembre 1970; e che attiene alle ragioni per cui il tentativo insurrezionale, che può ritenersi il frutto di un'ampia cospirazione, rientrò quasi immediatamente dopo l'iniziale attivazione. Si è già detto che il contrordine venne dato dallo stesso Borghese che non ne ha mai voluto spiegare le ragioni nemmeno ai suoi più fidati collaboratori. In merito resta aperta l’alternativa tra due ipotesi:
La prima suppone che all'ultimo momento solidarietà promesse o sperate sarebbero venute meno, determinando in Borghese il convincimento che il tentativo insurrezionale diveniva a quel punto velleitario e senza possibilità di successo. Sicchè lo stesso fu rapidamente abbandonato, fidando nella probabile impunità assicurata dalle "coperture", che poi puntualmente scattarono.
Una seconda lettura più articolata ipotizzerebbe invece in Borghese o in suoi inspiratori l'intenzione, sin dall'origine, di non portare a termine il tentativo insurrezionale. Qust'ultimo anche nella sua iniziale attivazione sarebbe stato concepito soltanto come un greve messaggio ammonitore inviato ad amici e nemici, all'interno e all'esterno, con finalità dichiaratamente stabilizzanti. Si sarebbe trattato in altri termini di un ulteriore avanzamento della logica della minaccia autoritaria, già sperimentata con il "tintinnare di sciabole", che come si è visto fortemente condizionò la crisi politica dell'estate del 1964.
Paolo Aleandri riferì alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla Loggia P2 l'interpretazione che ne era stata data da uno dei protagonisti, Fabio De Felice, a Gelli molto vicino.
Il contrordine, secondo il De Felice, sarebbe giunto proprio da Gelli, essendo venuta meno la disponibilità dell'Arma dei Carabinieri e non essendo stato assicurato l'appoggio finale degli Usa; Alfredo De Felice, poi, aveva aggiunto che la mobilitazione non aveva una reale possibilità di riuscita e il fantasma di una svolta autoritaria era stato utilizzato da Licio Gelli come una sorta d'arma di ricatto. Queste indicazioni hanno trovato conferma nelle dichiarazioni di Andrea Brogi, il quale riferisce informazioni provenienti da Augusto Cauchi, del quale risultano i diretti rapporti con Gelli. Un parziale riscontro, poi, è rappresentato dalle dichiarazioni di Enzo Generali, già aderente al Msi e ad Ordine Nuovo, nonché amico del principe Borghese e di Guido Giannettini, il quale ha riferito che verso la "metà di gennaio 1969", a circa due anni di distanza dalla notte di Tora-Tora e nel corso di una conversazione a Madrid con l’ingegner Otto Skorzeny (l’ufficiale tedesco che aveva organizzato la liberazione di Mussolini a Campo Imperatore, ndr) aveva appreso "che in Italia le cose, per la destra nazionale, sarebbero andate meglio in quanto si stava preparando un qualcosa di concreto con la partecipazione di militari di alto grado e personalità politiche dell’area di centro – centro destra: mi citò in proposito il nome del Principe Borghese che era l’uomo che lo aveva reso edotto della elaborazione del Golpe, dell’Ammiraglio Birindelli, Comandante dell’area Sud della Nato, i predetti appoggiati da quadri dello Stato Maggiore Marina (…) nonché il ruolo del Servizio Segreto Militare e l’avallo di politici di spicco della Democrazia Cristiana di cui non fece i nomi. Il progetto era quello di far cessare autoritativamente l’esperienza del centro sinistra in Italia e di riassestare l’ordine interno privilegiando l’industria. Lo Skorzeny era amico di Borghese e da lui aveva mediato le informazioni sul progetto del Golpe. I due si vedevano in Spagna (…) lo Skorzeny mi addusse che egli aveva promesso al Borghese l’appoggio degli industriali tedeschi" (cfr. dep. 28.2.90).
"Lo Skorzeny aggiunse che il Borghese gli aveva chiesto di intervenire all’esito del Golpe presso l’amministrazione Usa, nella fattispecie presso il Sottosegretario dell’Aeronautica amico dello Skorzeny, per il riconoscimento della nuova struttura sorta a seguito del Golpe e rappresentativa delle forze del Centro Destra Italiano" (cfr. dep. 14.3.90).
L'attentato di Peteano
L'attentato di Peteano, che con qualche improprietà viene annoverato nella pubblicistica tra gli eventi di strage, costituisce uno degli episodi attribuiti alla destra radicale per i quali in sede giudiziaria si è giunti ad una conclusione di colpevolezza passata in giudicato, resa possibile dalla ammissione di responsabilità dell'esecutore.
Si tratta di un attentato che per il numero delle vittime da un lato può considerarsi minore rispetto ad altri che tragicamente segnarono la prima metà degli anni '70, dall'altro e anche per la specificità dell'obiettivo non può considerarsi, come già affermato, un atto di strage indiscriminato.
Tuttavia esso assume importanza nell'analisi della Commissione perchè nella sua ormai certa attribuibilità ad una cellula periferica di Ordine Nuovo, consente di penetrare nel complesso di una realtà occulta più ampia, idonea a consentire sul piano storico un’attendibile lettura ricostruttiva dell'intero periodo.
Il 31 maggio del 1972 una Fiat 500 fu abbandonata in un bosco vicino a Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia, imbottita di esplosivo innescato. Alcuni colpi di pistola furono esplosi contro il suo parabrezza; una telefonata anonima richiamò sul posto una pattuglia dei Carabinieri; quando i militari aprirono il cofano la bomba espose uccidendo tre di loro e ferendone gravemente un quarto.
Per una dozzina d'anni le indagini ed i procedimenti giudiziari ignorarono i veri colpevoli, focalizzandosi invece su una varietà di indiziati e imputati che nulla avevano a che fare con il crimine. Fu imboccata dapprima una "pista rossa", poi rapidamente abbandonata per la sua palese inconsistenza. Le indagini puntarono su un nucleo di Lotta Continua ed erano basate sulle presunte affermazioni che un celebre protopentito di sinistra, Marco Pisetta, avrebbe rilasciato al comandante del Gruppo CC di Trento, colonnello Michele Santoro. Ma sia i magistrati presenti all'incontro con Santoro che lo stesso Pisetta hanno smentito che quest'ultimo abbia mai parlato di Peteano. La "velina" col riferimento a Lotta Continua era stata inviata, in maniera del tutto anomala (fuor di protocollo, tramite corriere e soprattutto senza seguire le vie gerarchiche) al colonnello Dino Mingarelli, comandante la Legione di Udine, che aveva avocato a sè la responsabilità delle indagini, dal generale Palumbo, comandante della Divisione Pastrengo di Milano, che si era precipitato a Gorizia già il 1 giugno 1972. "Quella fu l'origine della cosiddetta pista rossa", dichiarò Mingarelli, "io sapevo che quelle notizie arrivavano da Trento e che la fonte confidenziale era Marco Pisetta".
La successiva "pista gialla" sembrava più solida, e fu seguita più a lungo. Anche questa era basata su pretese affermazioni di un informatore dei Carabinieri, che, pure, davanti alla Corte rifiutò di riconoscere le affermazioni attribuitegli. Essa riguardava alcuni piccoli pregiudicati locali che, fra il 1974 e il 1979, furono sottoposti a lunghe indagini e a vari giudizi, prima che fosse provata la loro innocenza. Per contro, tutti gli indizi a sostegno di una "pista nera" furono ignorati o scartati (ci sarebbe anzi addirittura stato un preciso ordine di bloccare ogni indagine sugli ambienti di destra).
La figura di Vincenzo Vinciguerra
Ma le responsabilità dei veri autori dell'attentato e quindi la sua attribuibilità alla destra radicale divennero chiare solo molto più tardi e cioè quando si era ormai concluso il fosco quindicennio ('69-'84) che la Commissione fa oggetto della sua indagine specifica. Fu infatti soltanto nel 1984 che la responsabilità dell'ideazione e dell'esecuzione materiale dell'attentato di Peteano fu confessata da Vincenzo Vinciguerra, un militante di Ordine Nuovo che era latitante dal 1974, prima in Spagna (dove aderì ad Avanguardia Nazionale) e quindi in Argentina; si costituì nel 1979, perchè la vita del latitante lo avrebbe costretto a compromettere la sua dignità di militante rivoluzionario. Al momento della ammissione di responsabilità, Vinciguerra era in carcere per una accusa connessa ad un episodio avvenuto nell'ottobre del 1972 nell'aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove un altro militante di Ordine Nuovo, un ex paracadutista di nome Ivano Boccaccio tentò di dirottare un aereo, al fine di ottenere un riscatto per finanziare il gruppo. Quando l'aereo fu circondato, Boccaccio aprì il fuoco sulla Polizia che, rispondendo ai colpi, lo uccise.
Vale la pena, a questo punto, soffermarsi brevemente sulla figura di Vincenzo Vinciguerra: l’ex ordinovista detenuto rivendica spontaneamente l'attentato di Peteano, senza ripudiare le sue azioni passate, rivendicando anzi con orgoglio la propria qualità di soldato politico. Egli affermò di confessare allo scopo di "fare chiarezza", avendo compreso che tutte le precedenti azioni della destra radicale, incluse le stragi, in realtà erano state manovrate da quello stesso regime che si proponeva di attaccare: "Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell'ideazione, dell'organizzazione e dell'esecuzione materiale dell'attentato di Peteano, che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che veniva all'ora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie, cosiddette di destra, e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato. [...] Il fine politico che attraverso le stragi si è tentato di raggiungere è molto chiaro: attraverso gravi provocazioni innescare una risposta popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione. In ultima analisi il fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza.
In tal modo si sarebbe realizzata quell'operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta sentiva vacillare il proprio dominio. Il tutto, ovviamente inserito in un contesto internazionale nel quadro dell'inserimento italiano nel sistema delle alleanze occidentali". L’unico fatto realmente rivoluzionario, secondo l’interpretazione di Vinciguerra, fu quello di Peteano, un'azione di guerra, esplicitamente rivolta contro lo Stato (nelle persone dei Carabinieri) e non contro una folla indiscriminata.
La dichiarazione di Vinciguerra ne determinò la condanna all'ergastolo. Solo dopo che questa passò in giudicato Vinciguerra ha assunto nei confronti della Magistratura inquirente un atteggiamento di confronto da cui non ha mai tratto alcun vantaggio. Il contributo di Vinciguerra, per il suo rigore e la sua lucidità, si è rivelato di eccezionale rilevanza nel disvelare le dinamiche del "doppio Stato" e le strategie degli "oltranzisti" occidentali che spesso hanno utilizzato, quali ascari consapevoli, dirigenti e militanti delle varie formazioni della destra eversiva.
Grazie al contributo di Vinciguerra è divenuto possibile ricostruire anche la specifica attività di Ordine Nuovo di Udine, che Vincenzo Vinciguerra guidò insieme ad un suo fratello gemello, Gaetano a partire dalla fine degli anni '60. Il repertorio d'azione del gruppo si sviluppò attraverso il consueto crescendo, cioè "propaganda attiva", risse e pestaggi degli avversari, ed almeno un caso di autofinanziamento tramite rapina ad ufficio postale (aprile 1970). Nel 1971 il gruppo iniziò a far uso di esplosivo: prima una bomba carta contro la sede della D.C., quindi attentati dinamitardi alle linee ferroviarie per protestare contro la visita ufficiale del Maresciallo Tito in Italia. Seguirono l'esplosione di un ordigno al monumento ai caduti di Latisana, vicino a Udine, e l'incendio all'auto di un militante di sinistra. Quest'ultimo perì alcuni mesi dopo in un oscuro incidente. Dopo breve tempo (gennaio 1972), il gruppo danneggiò gravemente con una bomba la casa di un deputato missino: prevedibilmente, la sinistra fu accusata dell'accaduto. E' comprensibile che un simile curriculum abbia suscitato l'entusiasmo di Franco Freda. Secondo G. Ventura egli parlava compiaciuto dell'esistenza, a Udine, di "un gruppo di giovani decisi, disposti a tutto, anche a commettere attentati per simulare l'esistenza di gruppi terroristici di diversa estrazione politica".
L'acme dell'attività di questo gruppo di Ordine Nuovo fu l'attentato di Peteano cui seguì il già ricordato tentativo di dirottamento aereo nell'aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove morì Ivano Boccaccio.
Il depistaggio ad opera dei Carabinieri di Mingarelli
A questo punto non resta che prendere atto di ciò che può ritenersi ormai un fatto storico accertato e consacrato in giudicati penali di condanna; e cioè l'illecita copertura attribuita agli estremisti di destra autori dell'attentato da parte di alti ufficiali dell'Arma dei Carabinieri, tra questi il colonnello Mingarelli condannato dalla Corte di Assise di Appello di Venezia per falso materiale ed ideologico e per soppressione di prove, con decisione confermata dalla Cassazione nel maggio del 1992. Una vicenda tanto più grave e aberrante - la condanna morale non sarà mai sufficientemente severa - che ha visto un ufficiale dell’Arma depistare un’indagine relativa ad un attentato che era costato la vita a tre carabinieri, uccisi mentre compivano il loro dovere.
Appare infatti innegabile che i Carabinieri - anzi, il gruppo del quale Mingarelli era espressione - disponessero di un elemento chiarissimo per l'individuazione della matrice della strage, in quanto l'ordinovista Ivano Boccaccio, ucciso nel conflitto a fuoco nel corso del tentativo di dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, era stato trovato in possesso della stessa arma utilizzata per sparare contro i vetri della "500", ove era stata collocata la bomba di Peteano, e i cui bossoli esplosi erano stati repertati dai Carabinieri. Alla luce di ciò, è del tutto evidente come la "pista rossa" subito imboccata non può giustificarsi neppure con una volontà di trovare "comunque" il colpevole, anche a fini di "immagine"; emerge infatti chiaro l'intento deliberato di strumentalizzare un episodio, pure così tragico ed una criminalizzazione della sinistra eversiva, secondo un disegno strategico preciso.
Certo o almeno estremamente probabile deve ritenersi altresì che altro settore degli apparati, e cioè il Sid, conoscesse l'identità dei colpevoli fin dal 1972, come proverebbe - secondo le dichiarazioni di Vinciguerra - un intervento del capitano Labruna che, sempre secondo l’ex ordinovista, si era recato a Padova pochi giorni dopo il dirottamento aereo e aveva parlato con Massimiliano Fachini dell'episodio di Ronchi dei Legionari e anche di Peteano. Labruna avrebbe detto testualmente: 'ora basta fare fesserie', ritenendo erroneamente che Vinciguerra dipendesse gerarchicamente da Fachini o comunque da elementi vicini a lui".
D'altro canto nell'ambiente della destra radicale in tutta Italia la convinzione che Peteano fosse opera di destra appunto era del tutto pacifica, anche perchè la fuga in Spagna di uno dei principali imputati, Carlo Cicuttini, era stata organizzata dalla rete ordinovista italiana ed internazionale.
Cicuttini è il proprietario della pistola calibro 22 utilizzata dal Boccaccio nel già ricordato tentativo di dirottamento aereo. Secondo la Corte di Assise veneziana la sostituzione dei rapporti, le false affermazioni circa calibro e destinazione dei bossoli e l'apposizione delle firme false ebbero luogo nell'ottobre del 1972, dopo il tentato dirottamento di Ronchi, nel corso del quale il dirottatore aveva usato la pistola calibro 22 di Cicuttini, già utilizzata a Peteano. Un accurato esame dei bossoli di Peteano - ragionò la Corte - avrebbe rivelato che i colpi erano partiti dalla stessa pistola, indirizzando così le indagini sul gruppo di Ordine Nuovo, che, al contrario, non fu toccato, malgrado i numerosi e convergenti indizi a suo carico. Cicuttini, il proprietario della pistola, era non soltanto un membro di Ordine Nuovo, ma anche segretario di sezione dell'Msi in un vicino paese. La sua fuga in Spagna (dove si unì al gruppo di rifugiati guidato da Stefano Delle Chiaie) fu, come si è detto, favorita da un massiccio intervento dalla rete neofascista italiana ed internazionale. Vinciguerra denuncia in modo esplicito il coinvolgimento, a vario titolo, nell'episodio di alcuni dei più prestigiosi dirigenti della destra estrema e radicale, da Paolo Signorelli a Massimiliano Fachini, fino a Pino Rauti (che ne sarebbe stato solo a conoscenza). Una volta in Spagna, Cicuttini continuò ad essere protetto dai massimi vertici del partito neofascista. Egli fu poi riconosciuto autore della telefonata anonima che aveva chiamato i Carabinieri sul luogo della strage e condannato all'ergastolo. La Spagna però rifiutò di concedere l'estradizione, e Cicuttini è sempre rimasto in libertà
Gli ufficiali dei Carabinieri che assunsero l'incarico delle indagini, non soltanto le monopolizzarono ad esclusione di forze come la Polizia (suscitando così le vibrate proteste del Questore), ma istituirono una catena di comando eterodossa, che escludeva anche altri ufficiali dei Carabinieri non appartenenti al loro gruppo . Essi costituivano un gruppo strettamente coeso, che faceva riferimento al generale Palumbo, già collaboratore di De Lorenzo all'epoca del Sifar (comandava la Legione di Genova), poi risultato iscritto alla P2 e nei cui confronti la Commissione Anselmi aveva avuto parole durissime, identificando fra l'altro il suo comando della divisione Pastrengo di Milano con la creazione di "un vero e proprio gruppo di potere al di fuori della gerarchia".
In conclusione, si può dire che nei due episodi - e cioè il tentato golpe del dicembre 1970 e l'attentato di Peteano - emergono quali caratteri comuni il diretto coinvolgimento della destra radicale da un lato, rilevanti episodi di copertura delle sue responsabilità da parte del Servizio di informazione e di settori istituzionali dall'altro. Tale secondo elemento, alla luce dei documenti e delle testimonianze raccolte soprattutto negli ultimi dieci anni dimostrano in maniera inequivoca il coinvolgimento di apparati e strutture istituzionali nelle vicende medesime o in altre alle stesse collegate. Del resto, solo l’esistenza di una rete istituzionale di provocazione e/o collusione spiega logicamente la successiva attività di copertura.
Sempre a proposito di coperture o colpevoli silenzi, c’è da ricordare una testimonianza del generale Gerardo Serravalle, già comandante di Gladio, resa quando la vicenda era già chiusa processualmente.
Serravalle ha riferito che l’agente della Cia Edward Mc Ghettigan, detto Ric [il numero tre in Italia per importanza, nda] aveva affermato nel corso di una conversazione intercorsa durante un ricevimento nella sede degli americani presso Piazza Barberini in presenza di Serravalle, Terzani [ufficiali del Sid, nda] e Sednaoui [Mike Sednaoui, numero due della Cia a Roma, nda] che la notte della strage egli era pressochè sul posto: "sul ponte di Sagrado". Poco dopo questo episodio, l’ufficiale della Cia sarebbe sparito dall’Italia.
Riportata doverosamente l’affermazione di Serravalle, c’è da aggiungere che essa non confuta la versione di Vinciguerra, che appare pienamente credibile, né ci può indurre ad affermare che l’azione di Peteano sia stata organizzata con la complicità dei servizi Usa, essendo chiara l’intenzione di Vinciguerra di portare a termine un atto di rottura, proprio nei confronti dell’ambiente fascista colluso con gli apparati.
Resta semmai il mistero sui motivi che avrebbero indotto Mc Ghettigan a recarsi sul ponte di Sagrado il giorno della strage. Se cioè qualche indiscrezione sulle intezioni del gruppo di Vinciguerra sia trapelata dagli ambienti ordinovisti e sia giunta alle orecchie di un agente americano.
Se così fosse, ci troveremmo di fronte all’ennesimo caso di un ufficiale del servizio informazioni degli Usa il quale – come per piazza Fontana, la strage della questura di Milano e piazza della Loggia – pur sapendo che un crimine era sul punto di essere commesso, ha preferito il silenzio.
La "Rosa dei Venti"
L’evento eversivo noto con il nome di "Rosa dei Venti" si colloca, come molti episodi precedenti, a metà strada tra un tentativo golpistico e una ennesima provocazione volta a spostare più a destra gli equilibri politici nazionali.
Ciò che differenziò questo evento dagli altri è, tra l’altro, il fatto che, per una pura casualità, in questo caso il giudice iniziò a indagare prima che l’evento stesso giungesse a maturazione , con ciò cambiando ovviamente il corso degli eventi.
Le indagini, infatti, avevano preso il via nell’ottobre del 1973, quando un medico ligure, Giampaolo Porta Casucci si era presenato alla polizia e consegnò un piano di massima per la conquista del potere, completo di mappe e indicazioni per l'occupazione di edifici pubblici e strategici, e persino una lista di persone da eliminare.
Con l'avvio delle prime indagini si comprese che la scoperta non era da sottovalutare: tra i congiurati vi erano il generale Francesco Nardella, che dal 1962 al 1971 aveva diretto l'Ufficio guerra psicologica presso il comando alleato FTASE della Nato, e il suo successore in quello stesso incarico, il tenente colonnello Angelo Dominioni. Vi era infine il tenente colonnello Amos Spiazzi, vice comandante del secondo gruppo artiglieria da campagna e capo dell'Ufficio "I" del suo reparto.
Nel marzo 1974 l'istruttoria fece un salto di qualità quando cominciò a collaborare con il magistrato un giovane sindacalista, Roberto Cavallaro, che mediante coperture ad alto livello, presumibilmente al Sid, sarebbe stato inserito negli uffici della Magistratura militare a Verona senza averne alcun titolo. Questo stesso fatto era la prova dell'esistenza di potenti strutture occulte, in grado di "inventare" addirittura un magistrato militare.
Ma Cavallaro, e successivamente anche Amos Spiazzi, dissero molto di più.
In particolare, il 3 maggio 1974, in un confronto fra i due, il colonnello Spiazzi parlò di "una organizzazione di sicurezza interna delle FF.AA, organizzazione che non ha finalità eversive e tanto meno criminose, ma si propone di proteggere le istituzioni vigenti contro ipotetici avanzamenti da parte marxista. Questa organizzazione ha struttura gerarchica non però coincidente necessariamente con quella delle forze armate. Ovviamente all'interno di questo apparato ci si conosce non tanto per conoscenza personale, quanto per mezzo di segni convenzionali. Io non conosco neppure tutti i componenti di questo sistema e non so come e da chi vengono scelti. [...] questo organismo non si identifica nel Sid o in un altro servizio analogo".
Il confronto proseguì il giorno successivo e in quella sede Spiazzi aggiunse: "Non posso dire se l'apparato di sicurezza e la sua gerarchia parallela facciano parte del Sid e neppure posso dire che si tratti della vecchia struttura di Di [rectius: De, ndr.] Lorenzo. Per entrare in questa organizzazione parallela occorre avere determinati sentimenti e avere svolto determinate attività informative nelle caserme. Occorre essere antimarxisti. Non si chiede di entrare a farne parte perché il fatto di chiederne implica una conoscenza. Si viene osservati, valutati, specie in considerazione di determinate attività che si possono aver compiute. [...] Al vertice della gerarchia parallela stanno senz'altro dei militari. In sostanza si tratta di una gerarchia "I" parallela nel senso che può divergere (e in molti reggimenti in effetti diverge) dalla gerarchia "I" ufficiale. Questa gerarchia parallela prescinde da quella ufficiale nel senso che come avviene per gli ufficiali "I", i quali trasmettono le notizie più delicate non al comandante del corpo, bensì al loro superiore nella gerarchia "I", così analogamente in questa gerarchia parallela si dipende da superiori che possono non coincidere con quelli ufficiali. Non posso rispondere alla domanda se si tratta di una catena puramente informativa oppure anche operativa. [...] Certamente tale organismo è più occulto del Sid".
In altro interrogatorio, e a precise contestazioni del giudice, lo Spiazzi confermava di far parte di una organizzazione occulta interna alle FF.AA. e aggiungeva: "L’organizzazione ha carattere di ufficialità, nel senso che è istituzionalizzata, pur con elasticità per quanto riguarda metodi e personale, di volta in volta definiti con disposizioni orali. [...] In sostanza l'organizzazione di cui ho più volte parlato nei precedenti interrogatori non è altro che l'organizzazione composta dagli ‘alter ego’ della struttura "I" ufficiale. L'organizzazione di cui trattasi è stata sempre un’organizzazione in funzione anticomunista".
Non è necessario rilevare la gravità dell'affermazione di Spiazzi allorché, pur in presenza di una struttura con carattere di ufficialità, parla di "disposizioni orali" e di "organizzazione in funzione anticomunista", due affermazioni che pongono la struttura nella più aperta illegalità.
Di estremo interesse, a questo proposito, è la deposizione del generale Siro Rosseti, dirigente del SIOS Esercito per l'Italia centrale, dinanzi al giudice Tamburino. Stretto tra l'esigenza di non mentire dinanzi al giudice e il desiderio di non rivelare di essere al corrente dell’esistenza di strutture occulte, egli esordisce dicendo: "Pertanto posso affermare di ignorare completamente l'esistenza di una struttura di sicurezza parallela rispetto a quella ufficiale, di gruppi civili fiancheggiatori delle FF.AA., di deviazioni nel senso dell'appoggio di parti politiche anticomuniste o comunque di iniziative ufficiose ed occulte dirette alla creazione e al mantenimento di un efficiente apparato anticomunista".
Ma subito dopo egli aggiunge: "Peraltro, nonché sorprendermi dell'esistenza di una siffatta organizzazione e di deviazioni in questo senso di elementi delle FF.AA. e del Servizio, la mia esperienza mi consente di affermare che sarebbe assurdo che tutto ciò non esistesse. [...] Ho detto che mi sorprenderebbe che non esistesse una organizzazione parallela e occulta con specifica funzione politica anticomunista: ritengo peraltro che un simile apparato non potrebbe correre sulla linea ufficiale della catena informativa, dato che, in tale ipotesi, il rischio di individuazione sarebbe enorme. [...] Se si formula l'ipotesi, anche questa verosimile, che il vertice di questa organizzazione si trovi o comunque dipenda da una certa forza istituzionale, sarà altresì logico pensare che la scelta degli elementi periferici sia correlata alla conoscenza degli elementi stessi avvenuta anche attraverso contatti o incarichi inizialmente ufficiali.
Per ragioni analoghe ritengo che questa organizzazione occulta e non ufficiale non potrebbe avvalersi di altre strutture di sicurezza ufficiali eventualmente esistenti e collegate all'organizzazione difensiva multinazionale. In generale penserei che una qualche organizzazione di sicurezza ufficiale, specie se attribuiamo ad essa una certa qualificazione politica, potrebbe avere assolto alla funzione iniziale di individuare elementi idonei per la costituzione dell'organizzazione di cui sopra. [...] Il generale Miceli, se ha fatto qualcosa, ove non si tratti di errate valutazioni, di desiderio di lavare i panni in casa o di minimizzare responsabilità altrui, può avere operato soltanto se richiesto o innescato da centri di potere ben superiori; non si tratta quindi di un vertice ma semmai di un anello che deve immancabilmente portare ad altro. A mio avviso l'organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, delle finanze, dell'alta delinquenza organizzata, ecc.".
La deposizione del generale Rosseti appare interessante sotto molti aspetti. Dopo la scontata petizione di principio sulla sua personale sconoscenza della struttura o di qualsiasi struttura parallela a quella ufficiale, egli in pratica ne delinea la dipendenza ("da una certa forza internazionale") ritiene che almeno la fase dell'arruolamento sia avvenuta attraverso contatti ufficiali e ritiene che l'ente preposto alla ricerca degli elementi periferici non possa essere che un servizio di sicurezza.
Egli afferma poi che se il generale Miceli ha operato in questo ambito non può averlo fatto di propria iniziativa ma "richiesto o innescato da centri di potere ben superiori". Fino a questo punto il quadro delineato può adattarsi perfettamente alla struttura Stay Behind. L'ultima frase della testimonianza, con l'inquietante riferimento ad una capacità operativa in molti campi, compresa la mafia, sembra alludere a qualcosa di ben più ampio dell'organizzazione Gladio, almeno come essa è fino ad oggi nota.
D'altro canto, dagli interrogatori di Spiazzi sembra delinearsi una struttura che corre parallela agli uffici "I" dell'Esercito, quindi una struttura analoga ma non coincidente con la Stay Behind.
La struttura delineata da Spiazzi, e da lui confermata anche in sede di audizione dinanzi alla Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla Loggia P2 assume quindi un carattere tutto militare e con una marcata e ostentata funzione di selezione anticomunista all'interno delle forze armate. Se e come questa struttura fosse coinvolta nel piano insurrezionale consegnato da Porta Casucci alla Polizia, il giudice Tamburino non poté chiarirlo perché un’illegittima pronuncia della Corte di Cassazione lo sollevò dalle indagini per farle confluire nell'istruttoria in corso a Roma sul golpe c.d. "Borghese".
L'intervento della Corte di Cassazione impedì al Giudice di poter chiarire, con maggiore certezza, collocazione e compiti della struttura delineata. Quello che comunque già allora poteva fondatamente ritenersi era che tale organismo fosse qualcosa di ben più serio di una mera deviazione dei servizi segreti, anzi chiari indizi lasciavano ritenere che la struttura avesse solidi legami in sede Nato.
D'altro canto, il tenente colonnello Spiazzi nonostante ricoprisse un grado non molto elevato aveva il NOS "Cosmic", cioè aveva accesso al massimo livello di segretezza, nulla osta ottenibile solo con l'autorizzazione della Nato.
La magistratura romana unificò l'istruttoria padovana con quella sul Golpe Borghese, da tempo in corso a Roma. Una decisione che avrebbe sortito effetti positivi se fosse stata finalizzata a collocare i due eventi in un unico contesto, in modo da esaminare le connessioni tra i due episodi, valorizzando l'ipotesi che ambedue fossero successive attivazioni di un unico piano eversivo che probabilmente prevedeva l'uso spregiudicato di frange estremiste convinte di partecipare ad un atto golpistico di tipo tradizionale, mentre altri settori dello stesso vertice eversivo avevano l'intenzione di utilizzare la manovalanza di destra al fine di promuovere atti violenti da attribuire alla sinistra, provocando così uno spostamento a destra dell'elettorato e dell'asse politico nazionale.
Per poter percorrere questa ipotesi indagativa, i giudici romani avrebbero dovuto valorizzare le testimonianze di Cavallaro e Spiazzi.
Quest'ultimo, in particolare, aveva rivelato che l’ordine di prendere contatto con i congiurati gli fu dato, con una telefonata in codice, dal maggiore Mauro Venturi, segretario del colonnello Marzollo. La telefonata avvenne, secondo la sua testimonianza, tra il 25 e il 30 aprile 1973. Usando un codice di mobilitazione numerico di riferimento a cinque numeri, che veniva adoperato nelle esercitazioni Nato, e che aveva classifica di segretezza "cosmic", Venturi gli trasmise l'ordine di contattare gli industriali genovesi Lercari e Tubino (già avvertiti dal generale Ricci). Sempre con lo stesso mezzo, Venturi ordinò a Spiazzi di recarsi alla Piccola Caprera per incontrare un uomo del Sid che gli avrebbe fornito ulteriori istruzioni.
In pratica è questo l'atto di avvio ufficiale della fase operativa del complotto. La telefonata fu fatta, secondo alcune testimonianze, dalla caserma dei Carabinieri di Conegliano Veneto, che il maggiore Venturi aveva comandato prima di assumere l'incarico ai centri Cs di Roma.
Secondo i giudici romani non ci sarebbero state prove sufficienti che la telefonata sia realmente avvenuta e sia stata fatta da Venturi. Questa divergenza di valutazione fornì il pretesto per impedire uno sviluppo autonomo dell'istruttoria della Rosa dei Venti e tutta l'attività eversiva del gruppo veneto fu fatta naufragare nel gran calderone del golpe Borghese e dei suoi tentativi successivi.
Al di là della maggiore o minore buona fede dei giudici romani, è evidente che, negando l'attivazione dei gruppi paralleli da parte del Sid, era preclusa in partenza ogni possibilità di scoprire i veri termini del piano eversivo, e tutto veniva ricondotto nei tranquilli binari di un "complotto di pensionati".
Organismi di sicurezza internazionale
Ma il fatto più grave sul quale la magistratura di Roma omise di indagare è comunque l'esistenza stessa di un'organizzazione che, per un certo verso, era istituzionale. Quest’organismo, aveva accertato il giudice Tamburino, coordinava l'attività eversiva della Rosa dei Venti, ma ne era strutturalmente al di sopra. Mentre quest'ultima era un'organizzazione eversiva in senso stretto, "l'organismo di sicurezza", come lo chiamava Spiazzi, era qualcosa di molto più istituzionale – anche se giuridicamente inesistente – dai fini non necessariamente eversivi. Nel mandato di cattura contro Vito Miceli, il giudice Tamburino lo definiva così: "Una organizzazione che, definita ‘di sicurezza’, di fatto si pone come ostacolo rispetto a determinate modificazioni della politica interna e internazionale, ostacolo che limitando la sovranità popolare e realizzandosi con modalità di azione anormali, illegali, segrete e violente, conferisce carattere eversivo all'organizzazione stessa".
L'organismo, con carattere di sopranazionalità, coincideva in gran parte – secondo le affermazioni di Spiazzi – con la struttura dei vertici degli uffici "I" delle varie forze armate, e agiva in assoluta segretezza e in collegamento con le forze analoghe degli altri paesi della Nato. Questo è l'aspetto più delicato della vicenda, quello che probabilmente mise in moto il precipitoso meccanismo di avocazione delle indagini a Roma.
Quali gli scopi dell'organizzazione? Prima della svolta epocale del 9 novembre 1989, giorno della caduta del muro di Berlino, lo scopo prioritario, se non esclusivo, era quello di impedire una conquista delle leve effettive del potere nelle nazioni appartenenti alla Nato da parte dei comunisti o, più in generale, delle sinistre. I mezzi da impiegare erano i più vari e potevano comprendere anche, ma non necessariamente, lo spargimento di sangue. In questo senso l'organismo non poteva essere considerato un'organizzazione eversiva in senso stretto, tendendo più a conservare lo status quo politico che a sovvertirlo.
La pressoché totale scomparsa del nemico storico ha probabilmente generato variazioni anche rilevanti negli scopi dell'organizzazione, se non nell'esistenza stessa dell'organismo. La scoperta, poi, nel 1990, dell'esistenza della struttura Gladio, ha posto un problema di possibile coincidenza, e certamente di contiguità, tra i due organismi. Sul piano ufficiale – come vedremo più avanti – è stato ripetutamente affermato che la Gladio non avrebbe svolto attività illegali, anche se vi sono documenti che evidenziano ripetute richieste da parte americana, almeno nel 1966 e nel 1972, di orientare l'attività della struttura "ad un programma che possa dar frutti sin dal tempo di pace e che offra attuali possibilità di valorizzazione quale quella che potrebbe ispirarsi alla dottrina della ‘insorgenza e controinsorgenza’".
Le testimonianze di Vinciguerra, Cavallaro e Spiazzi delineano invece una struttura che sarebbe intervenuta decisamente nella realtà politica italiana, anche promuovendo gravi atti eversivi.
I due organismi avevano comunque in comune la psicologia di base di chi vi aderiva. I suoi adepti si sentivano prioritariamente membri di una struttura internazionale in cui un blocco di nazioni – il mondo occidentale o, se si preferisce, il mondo capitalistico – era in guerra, sia pure sotterranea, con il mondo comunista. In questa ottica, gli aderenti alle strutture delineate da Vinciguerra e Cavallaro (ma, come abbiamo visto, anche parte degli aderenti alla Gladio) ritenevano che qualsiasi azione, anche violenta, fosse da considerare legittima. Non si poneva nessun problema di rispetto del giuramento di fedeltà alla repubblica e alla sua Costituzione, perché la motivazione dello "stato di necessità" era assolutamente prioritaria. Anche violazioni del codice penale trovavano piena giustificazione.
È una logica da guerra fredda, da anni cinquanta, ma era una logica che ha guidato per decenni le azioni degli aderenti a queste strutture occulte. I membri delle organizzazioni erano insomma una strana commistione di militari militanti e di militanti non giuridicamente militari che erano anch'essi così addentro all'ambiente delle forze armate da potersi facilmente mimetizzare in esso.
Quando al Sid giunse notizia che Spiazzi stava rivelando al giudice Tamburino l'esistenza di questo organismo sovranazionale, il confronto con il tenente colonnello, prima evitato, venne alla fine affrontato. Miceli delegò per questo incarico il generale Alemanno, capo dell'Ufficio sicurezza del Sid: una scelta che aveva il valore di una ammissione. Il confronto fu verbalizzato e registrato. Le parole di Alemanno furono poche ma chiarissime: "Devi dire che tutto questo lo facevate voi privatamente. Non devi coinvolgere altri". Amos Spiazzi da quel giorno tacque.
Il giudice Tamburino continuò le indagini e il 24 ottobre spedì al capo del Sid, Vito Miceli, un avviso di reato per "cospirazione politica". Ormai era una lotta contro il tempo: i settimanali di destra preannunciavano apertamente l'unificazione a Roma di tutte le istruttorie sulle trame eversive ed apparivano singolarmente informati sulle mosse dei magistrati di Torino e Padova. Il 31 ottobre Tamburino decise di rompere gli indugi e spiccò mandato di cattura contro Miceli.
L'arresto di Miceli fece sorgere molte speranze: dopo anni di torbide manovre affossatrici, mentre l'eversione era ancora dietro l'angolo, sembrò che il gesto coraggioso di un giudice di provincia potesse chiudere un'epoca ed aprirne un'altra, quella della resa dei conti. Probabilmente erano state sottovalutate le capacità del sistema di neutralizzare l'azione di un magistrato, anche se circondato dalla solidarietà dell'opinione pubblica.
Se a fine ottobre 1974 i giudici D'Ambrosio a Milano, Tamburino a Padova e Violante a Torino potevano dirsi proiettati verso un definitivo smantellamento dell'organizzazione eversiva, due mesi dopo lo scenario era totalmente cambiato. Il 30 dicembre, la paventata pronuncia della cassazione sottrasse l'istruttoria ai giudici padovani e la affidò alla procura di Roma. Qui fu unificata con quella sul golpe Borghese e, come era nelle previsioni, il quadro cospirativo che Tamburino stava scoprendo fu disintegrato in mille episodi tra i quali non si volle vedere la connessione. Andava così perso, per una precisa scelta, l'aspetto più grave della vicenda, tanto più che l'istruttoria sul "Sid parallelo", affidata ad altro giudice, fu rapidamente insabbiata.
Dell'indagine di Padova, rimase una realtà angosciosa appena intravista, insieme a due nomi, "Supersid" e "Sid parallelo", inventati dalla stampa.
Resta il problema insoluto di un'organizzazione supersegreta che ha agito alle spalle di tutti e di ciascuno. Un'organizzazione la cui esistenza non è mai stata negata nemmeno da Miceli. Questi, trincerandosi dietro il segreto politico-militare, ha spesso affermato che, se sciolto da esso, avrebbe rivelato quanto richiesto.
L'autorizzazione, ovviamente, non giunse. Vito Miceli trascorse alcuni mesi in carcere finché una magistratura compiacente lo pose in libertà provvisoria. Nello scontro tra lo Stato di diritto e il potere delle strutture occulte, egli accettò di buon grado di pagare una parte delle sue responsabilità, ben sapendo che, mantenendo il silenzio, la liberazione non sarebbe tardata.
Molti anni dopo, nel novembre 1983, Amos Spiazzi, nel frattempo promosso colonnello, fornì interessanti particolari alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2.
Interrogato in seduta pubblica, egli esordì affermando di autosciogliersi dal segreto militare, motivando questa decisione con suoi "seri dubbi" che alcuni piani, alcune direttive ricevute nel 1973 fossero incostituzionali. Poi egli spiegò senza reticenze come operava la struttura occulta di sicurezza delle forze armate. Essa si articolava su due piani: da un lato mediante la selezione, all'interno dei reparti, di uomini politicamente affidabili, che potessero costituire, all'occorrenza, nuclei "sicuri": "Ogni sera, noi avevamo il compito di aggiornare una lista di personale che, attraverso i modelli D, cioè quelli che arrivano dai carabinieri, desse certezza assoluta di non essere praticamente aderente alle opposizioni. […] Con questo personale non si poteva certamente mettere in piedi un reparto organico, ma un reparto organico di minore unità". Questi nuclei erano destinati a rimanere sulla carta fino al giorno in cui fosse scattato un determinato piano di emergenza, o una sua esercitazione.
Il secondo organismo, segretissimo, sarebbe entrato in azione qualora fosse accaduto qualcosa di molto grave, con scontri di opposte fazioni politiche, o in caso di elezioni che avessero dato un risultato di parità contestata; in questo caso, l'esercito si sarebbe dovuto predisporre "per non restare alla finestra, ma per intervenire, per sedare la situazione, bloccarla e poi eventualmente decidere in merito".
Questo piano, secondo Spiazzi, sarebbe stato strettamente connesso con il reclutamento, attraverso l'Arma dei carabinieri, gli ufficiali "I" e soprattutto attraverso i centri di mobilitazione, "di personale che non fa parte delle Forze armate, ne ha fatto parte ma non ne è parte attiva (di gente congedata, di ufficiali o sottufficiali in pensione o anche, semplicemente, di gente che ha ricevuto un addestramento di tipo particolare)".
Il terrorismo "coperto" in Alto Adige
La testimonianza ripeteva quasi testualmente la deposizione di Ferruccio Parri dinanzi alla commissione parlamentare d'inchiesta sul Sifar a proposito del reclutamento, nel 1964, da parte del colonnello Rocca di ex carabinieri e militari in congedo da utilizzare in funzione di appoggio in caso di emergenza; è una conferma della continuità di strategia delle strutture occulte in avvenimenti pur così lontani tra loro. Ma nelle ammissioni di Spiazzi c'era qualcosa di più: una rivelazione, riferita al giorno del golpe Borghese che avrebbe chiarito molti aspetti oscuri anche di quella vicenda. Verso le ore ventuno del 7 dicembre 1970, cioè approssimativamente nella stessa ora in cui i congiurati romani si riunivano nei punti di raccolta, egli avrebbe ricevuto un fonogramma dall'ufficio "I" del comando di reggimento, di stanza a Cremona, che diceva: "Attuate esigenza triangolo". L'esigenza triangolo, secondo quanto spiegato dallo stesso colonnello, indicava l'impiego effettivo e immediato dei militari selezionati in base alla fede politica, dei quali egli aveva parlato all'inizio della deposizione. La destinazione indicata era Sesto San Giovanni, una delle zone di maggior forza elettorale del partito comunista, "per attuare un determinato dispositivo".
Quando Spiazzi e i suoi uomini, debitamente armati, erano giunti all'altezza della stazione di Agrate, quindi già in provincia di Milano sarebbe arrivato il contrordine, sotto forma di un fonogramma che trasformava l'operazione in una semplice esercitazione. Il colonnello confermava insomma, in una sede qualificata come una commissione parlamentare d'inchiesta, tutte le intuizioni del giudice Tamburino, aggiungendo nuovi elementi di riflessione a proposito degli avvenimenti dell'8 dicembre 1970. Ma egli non si fermò qui: senza esservi sollecitato parlò anche dell'Alto Adige. Mentre era in servizio in quella regione – nel momento di maggiore virulenza del terrorismo sud-tirolese – un superiore gli avrebbe chiesto come mai nel settore da lui controllato non avvenissero attentati. Alla sua domanda: "Non è contento? Non va bene?", l'ufficiale avrebbe risposto che "per interessi di carattere globale" ciò non era un fatto positivo. A questo punto, nella deposizione dinanzi alla commissione d'inchiesta sulla loggia P2, il colonnello narrò un episodio di eccezionale gravità: "Io ho trovato […] due carabinieri del Sifar che stavano facendo un attentato. Li ho presi, li ho arrestati, e mentre andavo verso Bolzano per consegnarli al comando di settore, mi sono venuti incontro carabinieri e polizia, me li hanno presi […], ed il giorno dopo mi hanno rispedito a Verona, ed ho chiuso con l'Alto Adige".
Successivamente intervistato da Sergio Zavoli per la trasmissione "La notte della Repubblica", Spiazzi confermò l'episodio e lo arricchì di particolari anche in riferimento ad altri servizi. Anche in seguito alla messa in onda della trasmissione, la magistratura di Bolzano aprì una istruttoria per verificare la veridicità dell'episodio e giunse alla conclusione che il fatto narrato dallo Spiazzi o era non vero o si era verificato in data diversa da quella indicata dall'ufficiale. La commissione parlamentare sulle stragi, nel riferire l'iter delle indagini, fece rilevare però che il giudice non aveva potuto tener conto, per ragioni temporali, di una successiva deposizione di un maresciallo dei Carabinieri in servizo al Sifar prima e al Sid dopo, che dinanzi al giudice veneziano Mastelloni aveva confermato l'episodio, poiché i due agenti del servizio arrestati erano alle sue dipendenze.
Ma al di là dell'episodio, grave ma limitato, riferito da Spiazzi, la Commissione parlamentare accertò fatti di inaudita gravità come, ad esempio, la conferma che l'uccisione di Alois Amplatz e il ferimento di Georg Klotz erano stati il risultato di una operazione concordata tra Polizia, Carabinieri e servizi segreti con il pieno avallo del potere politico, che era stato costantemente tenuto al corrente.
Il generale Federico Marzollo, che all'epoca era comandante del gruppo Carabinieri di Bolzano e poi era passato in servizio al Sid, confermerà dinanzi al Giudice Mastelloni i particolari dell'operazione. Ecco come la commissione riassumerà la sua deposizione: "Seppe dopo la morte di Amplatz da Peternel, nonché dal col. Ferrari e da Pignatelli che Kerbler come infiltrato aveva collaborato con il Sid e con la questura di Bolzano per eliminare Amplatz e Klotz, che l'operazione era stata concordata tra il questore Allitto Bonanno, il Peternel, capo dell'ufficio politico della questura, il col. Monico, capo centro Cs di Verona e Pignatelli, capo del sottocentro di Bolzano. Il Monico gli disse poi che l'operazione era fallita perché non erano riusciti ad eliminare anche Klotz".
Scriverà a questo proposito il senatore Bertoldi in una sua relazione sugli episodi di terrorismo in Alto Adige: "Siamo con palmare evidenza di fronte a deviazioni macroscopiche e delittuose dai compiti d'istituto di carabinieri, questura, Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno e forse anche di magistratura e servizi segreti".
Agli atti delle inchieste della magistratura di Bolzano vi è poi la testimonianza del capo dell'ufficio politico Giovanni Peternel e dell'allora responsabile del centro Controspionaggio del Sifar di Verona, colonnello Renzo Monico, che dichiarano che l'azione fu organizzata dalla Divisione Affari Riservati del Ministero dell'Interno in collaborazione con i Carabinieri. "La sorpresa in danno di Amplatz e Klotz fu attuata dai carabinieri e dalla Pubblica Sicurezza. Allitto riferiva al Ministero per il tramite di Russomanno con appunti di carattere riservato".
La testimonianza del commissario Peternel è di fondamentale importanza, perché fu a lui che Christian Kerbler si consegnò dopo la strage. Peternel – su istruzioni superiori – lo portò a Rovereto, gli versò un'ingente somma, lo alloggiò per una notte e lo fece espatriare in Libano.
Il 21 giugno 1971 Christian Kerbler fu condannato in contumacia dalla Corte d'Assise di Perugia a 22 anni di reclusione per l'omicidio di Amplatz e il tentato omicidio di Klotz. Nel 1976 Kerbler fu casualmente arrestato a Londra, "l'autorità britannica attese invano una richiesta di estradizione da quella italiana", per cui fu successivamente rilasciato e si rese ovviamente irreperibile.
Un episodio molto grave, dunque, nel quale erano coinvolti tutti i livelli della scala gerarchica, ma in Alto Adige avvennero illegalità ben più gravi: l'11 settembre 1964, dopo alcuni attentati in uno dei quali era rimasto ucciso un carabiniere, fu effettuato un rastrellamento. Il paese di Montassilone fu svuotato degli abitanti, che furono legati, uomini e donne, entro l'acqua di un ruscello ghiacciato. Nel corso dell'operazione, il colonnello Marasco urlò al tenente colonnello Giancarlo Giudici che guidava il battaglione mobile inviato da Roma: "Hai fermato quindici persone? Mettile al muro e fucilale, poi brucia le case". L'ordine non fu eseguito perché il tenente colonnello Giudici si rifiutò e fu immediatamente trasferito.
L'episodio non fu un caso isolato se il generale Giorgio Manes, nei suoi diari annota, oltre all'episodio ricordato anche un altro caso, in una pagina densa di angoscianti allusioni. Scrive dunque alla data del 1 settembre 1965: "Molti attentati in A.A. furono simulati dal C.S. Un capitano si interessava di cercare esplosivi (Musumeci ne sentì parlare a mensa, e comprese che avrebbe dovuto servire a scopi del genere).
Anche rappresaglie dimostrative dopo recente morte di due cc. appaiono di marca C.S.
Durante un sorvolo con elicottero del Comandante Generale si verificò nella zona sottostante uno scoppio, fatto coincidere con quella visita per dare più colore alla situazione. Il Tenente colonnello Ferrari, già comandante del gruppo di Bolzano, che era al corrente di molte cose e che non era rassegnato a continuare a sottostare alle illegalità e soprusi manifestò proposito di riferire all'Autorità Giudiziaria (Corrias). Fu minacciato, gli fu tolto il gruppo, venne a Roma per protestare e fu cercato in tutti i modi di persuaderlo a desistere dal suo proposito. Il Comandante Generale ordinò (telef.) al vice di cercare di convincerlo dopo che né il gen. Perratini, né il colonnello Marasco, né De Julio né Picchiotti ci erano riusciti. Se non fosse riuscito nemmeno lui, farlo internare in manicomio o in ospedale come esaurito o squilibrato. […] Egli sa molte cose. [Sottolineato nel testo, nda] Pistola per uccidere Amplatz era di maresciallo della Compagnia di Bressanone."
Le pagine del diario suggeriscono anche una diversa lettura degli eventi altoatesini: parte delle forze armate non erano lì per reprimere atti di violenza ma per esasperare gli animi e quindi spingere gli irredentisti tirolesi sulla via del terrorismo.
Scriverà il presidente della Commissione parlamentare sulle stragi senatore Gualtieri nella relazione approvata da tutta la Commissione: "Emerge il quadro di una partecipazione delle strutture dello Stato non per contrastare, reprimere, far cessare l'attività terroristica messa in atto da settori indipendentisti in Alto Adige, ma per alimentarla ed aggravarla fino a veri e propri atti di controterrorismo predisposti nel nostro territorio ma anche, forse, in quello austriaco".
Il Movimento d’Azione Rivoluzionaria (Mar)
Il Movimento d’Azione Rivoluzionaria (Mar) fondato da Carlo Fumagalli e da Gaetano Orlando, non è stato – contrariamente a quanto da più parti affermato – un gruppo eversivo neo-fascista ma, al contrario, un gruppo armato schierato su posizioni rigidamente atlantiche, propugnatore di una più rigida politica anticomunista e si una svolta di tipo presidenzialista, per dare all’Italia un governo forte.
Lo stesso Fumagalli amava definirsi "estremista di centro", mentre Gaetano Orlando aveva militato nelle fila del partito socialdemocratico, con il quale era stato eletto sindaco del suo paese, in Valtellina.
L’equivoco che ha portato molti commentatori ad assimilare il Mar agli altri gruppi neo-fascisti, deriva dalla successiva alleanza militare che il Mar strinse assai dopo la sua nascita con i ragazzi delle Sam (Squadre d’azione Mussolini) compiendo così quella saldatura tra oltranzisti atlantici e fascisti che ha determinato la nascita e lo sviluppo dell’intera strategia della tensione.
Basti ricordare che il Mar fu fondato nel 1962, per contrastare l’eventuale slittamento del paese su posizioni progressiste a seguito dei governi di centro-sinistra. E’ stato per questo ipotizzato che il Mar fosse una delle tante strutture di civili messe in piedi dai servizi segreti per appoggiare eventuali tentativi eversivi, come il Piano Solo.
L'esistenza del gruppo, la sua pericolosità e la sua attitudine eversiva, noti da tempo, divennero di dominio pubblico a seguito di accertamenti giudiziari, che mossero da un episodio avvenuto il 30 maggio 1974 - e cioè appena due giorni dopo la strage di piazza della Loggia in Brescia - in una località dell'Appennino (Pian del Rascino) dove una pattuglia dei Carabinieri sorprese, accampati in una tenda, tre estremisti; uno di questi riuscì a sparare ferendo due Carabinieri; gli altri militari della pattuglia risposero al fuoco uccidendolo. Il morto si chiamava Giancarlo Esposti, un aderente di An vicino al Mar già processato e condannato a Milano per attentati organizzati dalle Sam. E’ il caso di ricordare – perché la vicenda, come si vedrà in seguito, non risulterà priva di importanza – che i giorni precedenti alla sua fuga a Pian del Rascino, Esposti si era allontanato precipitosamente da Milano spiegando ai familiari che il suo gruppo sarebbe stato "tradito dai carabinieri". In pratica, Esposti e le Sam godevano dell’appoggio di ufficiali dell’Arma, come sarebbe stato dimostrato negli anni successivi.
In Brescia, 20 giorni prima della strage di piazza della Loggia, era stato arrestato il leader del gruppo Carlo Fumagalli insieme ad altre undici persone, con le quali trasportava ingenti quantità di esplosivo e di armi (compreso un bazooka, divise militari, 200 targhe false di automobili, passaporti falsi e due tende cabine insonorizzate del tipo usato per detenervi persone sequestrate). Fino a quel momento, Fumagalli aveva goduto di una sorta di immunità, che gli aveva consentito di rimanere libero, pur essendo il suo gruppo sospettato di essere l’autore di una serie di attentati ai tralicci in Versilia.
Le successive indagini giudiziarie che si conclusero con sentenza di condanna concernente una lunga serie di attentati a cose e persone e financo un sequestro di persona a scopo di estorsione, consentirono una prima ricostruzione dell'attività del Mar che aveva raggiunto la massima dimensione negli anni '70-'74, ma con una dislocazione nella sola Lombardia (in particolare nella Valtellina) e con al vertice Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando.
Gli accertamenti giudiziari riguardarono però prevalentemente gli specifici episodi criminali appena ricordati, mentre all’epoca ne restarono almeno parzialmente in ombra le finalità più propriamente politiche e i collegamenti con altre strutture eversive.
Oggi molte lacune sono state colmate. E si può ritenere che il Mar, come detto, fin dal primo momento si pose in una posizione più marcatamente "filoatlantica" rispetto ad On e An (con cui, peraltro, avrebbe stretto una solida alleanza nel periodo di attività piena nel '73-'74, culminata nel già descritto episodio del conflitto a fuoco di Pian del Rascino): più in particolare è emerso che Carlo Fumagalli durante la Resistenza aveva comandato una, seppur del tutto anomala, formazione di "partigiani bianchi" chiamata "I Gufi", venendo così in contatto con Servizi segreti statunitensi (Oss), tanto da essere decorato, ed avere successivamente operato nello Yemen del Sud con la Cia.
Nel '70 il gruppo dei valtellinesi si era schierato, sia pure con posizioni meno oltranziste con la struttura del principe Borghese, rimanendone, però, autonomo e separato; negli anni '73-'74 aveva operato in numerose azioni terroristiche anche grazie alla grande disponibilità di armi ed esplosivo (ciò in particolare era avvenuto facendo esplodere i tralicci Enel della Valtellina, il cui controllo militare era ritenuto fondamentale per via del fatto che detta zona riforniva di energia elettrica l'intera Italia Settentrionale).
Attraverso la testimonianza di Gaetano Orlando è emerso il contrasto intervenuto tra lo stesso Orlando ed il Fumagalli, in relazione alla fusione tra Mar, An e On in funzione golpista, cui Orlando si era dichiarato contrario preferendo un ruolo maggiormente "legalitario" per il movimento. In pratica Orlando attribuisce al Mar (primo periodo) un carattere fortemente anticomunista ed un'attività, anche di tipo militare, in veste però unicamente difensiva e di deterrenza. In tale ottica afferma di aver partecipato a numerose riunioni con ufficiali dei Carabinieri, dell'esercito e della Nato, nel corso delle quali il gruppo era stato anche rifornito di armi. Poco alla volta si era fatta strada l'idea che il Mar potesse fungere da detonatore alla strategia della tensione, soprattutto con gli attentati ai tralicci, in modo da creare una richiesta di svolta autoritaria, soprattutto nel periodo più prossimo al progetto della "Rosa dei Venti".
La ricostruzione operata da Orlando è altresì riscontrata dalle parziali ammissioni dello stesso Fumagalli, in particolare in relazione agli stretti rapporti, e in parte all'univocità d'intenti, con i Carabinieri del cosiddetto gruppo di potere della "Pastrengo" di Milano ed altri Ufficiali dell' "Arma" in Lombardia, giunti persino a rifornire di armi il gruppo, e a non intervenire pur essendo al corrente delle responsabilità individuali per gli attentati ai tralicci.
Le complicità istituzionali delle quali ha goduto il Mar, oltreché sorprendenti, sono evidenti. Del resto le azioni del Movimento armato rivoluzionario, lungi dall’essere iniziative autonome, sono sempre state espressione di un disegno più vasto: anche nel 1970, con gli attentati ai tralicci, l'azione di Fumagalli rispondeva ad un disegno ben più vasto, come avrebbe ammesso lui stesso nel 1974 in un interrogatorio dinanzi al giudice di Brescia. Non a caso la vicenda giudiziaria si concluse nel nulla. In questa luce assumono importanza anche indizi apparentemente secondari, come ad esempio il fatto che ancora nel 1974 né alla questura di Milano né all'Ufficio affari riservati a Roma ci fosse una sua foto negli archivi.
Significativo, poi, è il fatto che il generale Nardella quando decise di darsi alla latitanza in previsione di un mandato di cattura da parte del giudice Tamburino, abbia chiesto la collaborazione del capo del Mar, che gli organizzò le varie tappe della fuga prima a Sanremo e poi all'estero. Se un generale, che ha diretto un settore delicato dell'apparato militare come l'Ufficio psicologico di un'armata, si affida, per un'incombenza del genere, ad un uomo come Fumagalli che per professione "ricicla" auto rubate, deve avere con lui rapporti che gli danno garanzie assolute e che presuppongono la comune appartenenza ad organismi occulti. D'altro canto, le dichiarazioni di Fumagalli dopo l'arresto sono inequivocabili: "Mi pagano anche per stare in carcere".
In questo quadro è sintomatico che dall'istruttoria siano emersi contatti – oltre che con Nardella – anche con vari altri imputati della Rosa dei Venti. C'è la testimonianza di Torquato Nicoli che, nel riferire un colloquio con Valerio Borghese del maggio-giugno 1973, ha detto che l'ex capo della X Mas gli aveva parlato di "grossi contatti in diverse regioni", di un nuovo colpo di Stato "già in fase di organizzazione" al quale avevano dato l'adesione anche dei militari che avevano distribuito 500 mitra "in parte a pochi fascisti e in maggior parte ad ex partigiani bianchi". Nicoli ha aggiunto poi che Giancarlo De Marchi gli precisò che parte dei mitra erano andati a Fumagalli.
Secondo la testimonianza di Gaetano Orlando, tra l'inizio del 1969 e il marzo 1970 si svolsero almeno tre riunioni, alle quali partecipò lo stesso Orlando, tra alcuni aderenti al Mar e ad altri gruppi eversivi di destra, e ufficiali italiani e statunitensi: "Il senso delle riunioni era che i militari volevano una garanzia assoluta che in Valtellina, ma anche in altre regioni come la Toscana, vi fosse una buona organizzazione di civili pronti a ricevere le armi dai carabinieri e ad affiancarli quando fosse giunto il momento del mutamento istituzionale, sempre in un'ottica anticomunista quale era la nostra. […] Dopo due di queste riunioni ci furono lasciate nel bagagliaio della macchina, direi da parte dei militari, una volta quattro o cinque pistole a tamburo ed una volta una pistola e un moschetto. In una di queste due occasioni si trattava proprio della mia vettura". Tra i partecipanti alla riunione, Orlando aveva indicato un colonnello, ufficiale dei Carabinieri, Dogliotti, e "due ufficiali americani che prendevano nota di tutto senza parlare". Il dato più significativo è che Dogliotti aveva non solo un suo ufficio presso il comando carabinieri di Padova, dove risultava di servizio, ma anche all’interno della base Nato di Vicenza. Un esempio concreto e lampante di "doppio Stato" e di "doppia lealtà".
La testimonianza di Gaetano Orlando è stata confermata da quella di Edgardo Bonazzi, che aggiunge altri particolari sconcertanti: "Per quanto concerne le consegne di armi di cui ho parlato in relazione alle riunioni di Padova, posso aggiungere che nelle medesime riunioni si presero gli accordi affinché al momento buono avremmo potuto ritirare le armi che servivano in due caserme dei Carabinieri della Valtellina. […] Confermo che c'erano contatti diretti, a Milano, con i massimi livelli della Divisione Pastrengo, cioè il Comando. […] A Milano, in più occasioni ed anche una volta con la mia presenza, furono acquistate armi al mercato nero. Si trattava prevalentemente di armi lunghe, anzi quasi esclusivamente. In queste occasioni, sicuramente in quella in cui c'ero io, c'era la copertura dei carabinieri di Milano".
I commenti che si potrebbero fare, a questo punto, sarebbero molti. E duri dovrebbero essere gli accenti. Ma è preferibile riportare integralmente quanto sul punto ha affermato in un atto ufficiale il giudice istruttore di Milano, Guido Salvini:
"… il quadro di uno Stato parallelo in cui civili, carabinieri e militari italiani e militari americani risultano comunemente impegnati nella prima metà degli anni '70 nel progetto di creazione di uno Stato "forte", deciso ad impedire in qualsiasi modo una possibile vittoria elettorale della sinistra. Ne esce quindi il quadro del nostro Paese come uno Stato a sovranità limitata in cui le decisioni vengono concordate d'intesa con gli Alti Comandi di un altro Stato […] In conclusione, la storia del MAR […] è forse l'esempio più indicativo dell'organicità dei legami che negli anni '70 sono stati stretti fra organizzazioni eversive, alti esponenti dell'Esercito e dei Carabinieri e addirittura ufficiali della Nato, del loro ruolo di controllo della politica italiana e delle stretto mantenimento del nostro Paese nel campo Atlantico e anticomunista."
La Fenice di Milano
Un grande rilievo, soprattutto grazie alle ultime inchieste giudiziarie, ha assunto la percezione del ruolo di un altro e sia pur ristretto gruppo eversivo costituitosi a Milano nel 1971, sotto il nome di Circolo La Fenice, per opera di alcuni estremisti di destra, in parte già richiamati in pagine che precedono: Giancarlo Rognoni (che ne fu l'ideologo), Nico Azzi, Piero Battiston, Mauro Marzorati e Francesco De Min.
Il gruppo può ritenersi vicinissimo a On, tanto da avere come principali riferimenti ideologici Pino Rauti e Paolo Signorelli; in particolare ne sono noti i rapporti con i gruppi di On di Padova e Verona. Il gruppo venne individuato a seguito dell’attentato del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma, che fallì per la prematura esplosione dell'ordigno che Nico Azzi si accingeva a collocare. Nell'istruttoria del G.I. di Padova, dottor Tamburino, il gruppo La Fenice era già risultato organicamente coinvolto nel progetto golpista della "Rosa dei Venti"; tale circostanza è stata ampiamente riscontrata dalle nuove prove emerse nelle istruttorie condotte dal G.I. milanese Salvini. Alcuni testi recentemente escussi in tale ultima istruttoria hanno consentito di ricostruire la logica dell’attentato di Azzi in questo modo:
a) era stata prevista una rivendicazione di "sinistra" finalizzata a mettere in difficoltà l'indagine della magistratura di Milano su Piazza Fontana, che puntava decisamente sulle cellule di On di Padova, tentando di dimostrare la comune matrice di sinistra dei due episodi. Tale iniziativa mirava anche a inviare un segnale a Giovanni Ventura che aveva cominciato a cedere davanti ai giudici, facendo le prime timide ammissioni.
b) si era comunque progettato l'attentato in funzione ("politica") destabilizzante nell'ambito della strategia del terrore prodromica ai progetti golpisti del '73-'74, creando un'ondata di sdegno nel paese. Prova ne è che da tempo, a Milano, era stata programmata per il 12 aprile 1973 la manifestazione della "Maggioranza Silenziosa", movimento capeggiato dall'avvocato Adamo Dagli Occhi, poi risultato anche in rapporto con An e On
Alla luce di questa ricostruzione risulta certamente riscontrato quanto dichiarato da Vinciguerra circa "l'unitarietà" del disegno della destra terroristica, della supremazia di Ordine Nuovo e del rapporto strettissimo tra On e La Fenice di cui Azzi era uno dei principali rappresentanti. Peraltro Sergio Calore ha in ultimo riferito di aver saputo dalla viva voce di Nico Azzi che alla riunione tenutasi il 6 aprile 1973 (cioè il giorno prima dell'attentato al treno) presso la birreria Winervald ove, si decisero gli ultimi dettagli dell'azione, insieme alla dirigenza della Fenice, era anche presente Paolo Signorelli.
Il coinvolgimento del Signorelli è anche riferito da Marco Affatigato, al quale venne comunicato da Clemente Graziani (uno dei capi di On) latitante a Londra. L'episodio è infine confermato da Mauro Marzorati, presente nella birreria.
Di fondamentale importanza, per ulteriormente riscontrare la tesi della "unitarietà" di strategia terroristica dei gruppi eversivi di destra (in particolare On e La Fenice) devono essere considerati i "contributi" di Sergio Calore, Angelo Izzo ed Edgardo Bonazzi. I tre esponenti dell'area facente capo ad On (o contigua come Izzo) hanno riferito di aver appreso direttamente da Massimiliano Fachini, Nico Azzi e Guido Giannettini, che il modo di interrompere l'iniziativa dei giudici di Milano (pista On sulla responsabilità della strage di Piazza Fontana) sarebbe stato quello di far trovare in una cassetta piena di armi ed esplosivo nascosta sull'Appennino ligure, presso la villa di Gangiacomo Feltrinelli (in effetti poi rinvenuta nella zona pochi giorni dopo il fallito attentato del 7 aprile 1973 di Azzi), gli stessi timers utilizzati per piazza Fontana. Ciò, unitamente alla rivendicazione di "sinistra" dell'attentato al treno, avrebbe certamente messo in difficoltà il giudice istruttore di Milano, e orientato nuovamente verso gli anarchici o i Gap, le indagini per piazza Fontana. Tutto l'episodio, peraltro, oggi mostra la sua importanza per il fatto che riconduce nella disponibilità della Fenice e della cellula padovana di On (di cui Fachini faceva parte) alcuni timers dello stesso lotto di quelli usati per piazza Fontana, ben quattro anni dopo tale episodio. Si noti che la tesi difensiva di Freda (in base alla quale sostanzialmente questi viene assolto sia pure con formula dubitativa) fu quella che, pur avendo ammesso di aver acquistato a Bologna circa cinquanta timers come quelli usati per piazza Fontana, detti congegni erano stati poi ceduti, prima della strage ad un capitano della resistenza algerina.
Si è potuto accertare, infine, che tra il '73 ed il '74 La Fenice è venuta in possesso di una grandissima quantità di armi ed esplosivi, in parte rinvenuti ed in parte ancora occultati.
Può dunque affermarsi che nel periodo 1970-1974 gruppi eversivi di ispirazione ideale anche in parte diversa convergevano operativamente per determinare un pronunciamento militare.
A tal fine si ritenevano necessarie azioni violente, anche di carattere indiscriminato, finalizzate a causare un clima di forte tensione politica che giustificasse l'intervento militare. Le azioni indiscriminate (attentati di tipo stragista) erano considerate indispensabili e se ne postulava l'attribuzione agli oppositori politici. Azioni di provocazione di minore gravità furono organizzate direttamente dal Sid e appartenenti all'Arma dei Carabinieri.
Molti attentati furono causati da questa impostazione, con un gran numero di vittime. Alcuni di questi sono direttamente riconducibili ad azioni finalizzate al problema eversivo, per altri non vi è prova di tale diretta relazione; tutti, comunque, furono favoriti dalla valutazione, diffusa negli ambienti dell'eversione di destra, che azioni di indiscriminata violenza fossero funzionali a determinare un clima di terrore, indispensabile premessa di una stabilizzazione del quadro politico.
Queste trame furono sempre note, sin nei dettagli, ai vertici del Servizio Informazione Difesa. Mai coloro che vi presero parte furono perseguiti di iniziativa; informazioni essenziali furono occultate, anche dopo che era stata manifestata la volontà politica di porre a disposizione dell'Autorità giudiziaria dette informazioni.
Le informazioni furono occultate anche attraverso la distruzione dei documenti a essi relativi (smagnetizzazione dei nastri; distruzione delle trascrizioni).
Non è possibile risalire con certezza ai responsabili dell'occultamento delle informazioni: non vi è documentazione di tale distruzione e resta un contrasto tra coloro che assunsero le decisioni, circa il carattere politico (Ministro della Difesa) o amministrativo (Sid) di esse.
All'interno del Sid si verificò una frattura tra Miceli e Maletti. Anche costui, tuttavia, mantenne nello stesso torno di tempo, condotte favoreggiatrici dei congiurati; proprio a Maletti, poi, sono riferibili alcune azioni di provocazione in danno di uomini e movimenti di estrema sinistra.
Tranne coloro che furono direttamente investiti dalle indagini giudiziarie, nessuno di coloro che ebbe parte nelle trame eversive subì conseguenze di carattere interno; alcuni di costoro, al contrario, progredirono nelle carriere, fino a giungere a ricoprire incarichi di massima responsabilità, dall'alto dei quali continuarono a tramare contro la Repubblica.
La ricerca della verità fu ostacolata in ogni modo. Quando le indagini si approssimarono al nodo della esistenza di strutture di guerra non ortodossa, utilizzate per finalità di condizionamento della vita politica interna, fu opposto tra l'altro il segreto di Stato. Questo fu opposto sul memoriale e sulla deposizione di Roberto Cavallaro; sui documenti relativi al golpe Sogno ed in particolare sui rapporti tra Edgardo Sogno e Servizi italiani e stranieri, e sui rapporti tra Cavallo e Servizi italiani; sul cosiddetto "rapporto Pike".
Il segreto fu confermato dalle autorità politiche con motivazioni che lasciarono sussistere il dubbio della esistenza di siffatte deviazioni. Furono adottate misure interne, ma limitatamente alle più gravi ed evidenti violazioni, già di dominio pubblico. In nessun caso queste misure colpirono le strutture di guerra non ortodossa. E' però possibile che lo smantellamento della parte militare di queste ed il trasferimento dell'armamento presso Enti militari sia stato reso necessario dalle gravissime deviazioni verificatesi.
Per una parte consistente di coloro che operavano in queste strutture l'uso di esse per finalità di politica interna e persino il ricorso ai mezzi violenti per creare le premesse di tale utilizzo non erano (e non sono tuttora) considerate "deviazioni", ma legittimo esercizio di poteri per contrastare il nemico.
La figura e il ruolo di Edgardo Sogno
Il piano che va sotto il nome di "golpe bianco" attribuito a Edgardo Sogno e Luigi Cavallo ha i suoi prodromi nel 1970, allorché il console italiano in Birmania Edgardo Sogno rientrò in Italia lasciando il suo prestigioso incarico, e fondò i Comitati di Resistenza Democratica.
Egli afferma di essere rientrato in Italia "in un momento eccezionale in obbedienza a un dovere morale" per ristabilire i contatti con i vecchi partigiani "bianchi" che, durante la Resistenza, avevano operato nella "Franchi", il gruppo di ispirazione liberale da lui diretto. Insieme essi prepararono un progetto presidenzialista che puntava ad emarginare la destra violenta per promuovere una svolta legale in senso presidenziale. Erano con lui, fra gli altri, Angelo Magliano, Aldo Cucchi, Rino Pachetti, Andrea Borghesio ed anche Enzo Tiberti di cui, molti anni dopo, sarebbe emersa l'appartenenza alla struttura Gladio.
Dichiarerà anni dopo il direttore delle relazioni esterne della Fiat, Vittorino Chiusano, al G.I. di Torino Luciano Violante: "Nel 1970 o 1971, non ricordo bene, il dottor Sogno venne nel mio ufficio esponendomi la necessità di un finanziamento per svolgere un'azione politica che mi sembrava interessante nei confronti del PLI. Sostanzialmente si trattava di fare di questo partito l'elemento catalizzatore della destra democratica anche per sbloccare i voti congelati nel Msi. Il discorso mi è sembrato valido e ho disposto il versamento di contributi per lo svolgimento di questa attività".
Sogno promosse varie riunioni, una delle quali, il 30 maggio 1970, si svolse nell'abitazione dell’architetto Guglielmo Mozzoni, a Biumo di Varese, con la partecipazione di "una trentina di ex partigiani democratici", come li definirà lo stesso Sogno. Più tardi egli definirà questo incontro "prima riunione del Comitato di Resistenza Democratica". Nel corso della riunione si discusse un programma in dieci punti; tra essi si legge: "La crisi che si presenta come certa, anche se a un'epoca non ancora precisabile, è una crisi profonda dello stato e delle istituzioni. Essa costituisce una svolta, un punto limite oltre il quale viene a mancare la base di legittimità su cui la repubblica è stata fondata [per cui è necessario] ristabilire il carattere democratico, occidentale e nazionale del regime. [...] Al momento della crisi rappresenteremo l'unica alternativa con una preparazione e una legittimità per la fondazione della seconda repubblica".
Oltre ai partigiani bianchi, aderiscono ai Comitati di Resistenza Democratica almeno due stranieri: John Mc Caffery Junior, figlio dell'uomo che nel 1943-45 guidò da Ginevra i servizi segreti inglesi in Italia, ed Edward Philip Scicluna, che durante la guerra fu paracadutato tra i partigiani come ufficiale di una missione inglese, e divenne poi capo della "divisione lavoro" della Commissione Alleata in Piemonte. Nel 1970 Scicluna era direttore generale della Fiat Agency and Head Office a Malta.
Già nel 1970, dunque, si preparavano due diversi piani per spostare a destra l'asse politico italiano, quello più brutale che faceva capo a Valerio Borghese e l'altro, più raffinato e internazionalmente presentabile, che faceva capo a Sogno, ad Andrea Borghesio, a John Mc Caffery e Edward Scicluna. Aderirono anche alcuni intellettuali, molti dei quali successivamente presero le distanze dal progetto, nel frattempo divenuto eversivo.
Il movimento fu presentato in pubblico il 20 giugno 1971, all'indomani delle elezioni amministrative parziali del 13 giugno, che videro l'affermazione dell'estrema destra. Dichiarò Sogno:
"Si avvicina il momento in cui sono necessarie soluzioni che non rientrano più nella meschinità del calcolo e del dosaggio politico ordinario, il momento in cui fatalmente prevale chi sa concepire una comunità più ricca di motivi ideali, una società fondata su valori morali più generosamente e generalmente sentiti".
Nell'ottobre 1971 "un gruppo di medaglie d'oro della Resistenza e della guerra di liberazione iscritte alla Federazione Italiana Volontari della Libertà" firmò un appello contro i "frontismi estremi" e a favore di Edgardo Sogno. Sempre nell’ottobre 1971 nacque la rivista "Resistenza Democratica" che aveva come editore il "gladiatore" Enzo Tiberti, che durante la Resistenza aveva combattuto nelle Brigate Garibaldi, era stato iscritto al Pci fino al 1948, aveva aderito alla Gladio il 9 agosto 1960 e all'interno della struttura segreta aveva seguito corsi di "propaganda". Il primo numero della rivista uscì a gennaio 1972, con le firme di Massimo De Carolis, Aldo Cucchi, del generale Sabatino Galli e di vari altri.
Il 28 febbraio 1972 si svolge un'altra manifestazione, al teatro Odeon di Milano; oltre all'onorevole Simonacci e al massone Aldo Cucchi, c'è il solito Massimo De Carolis con un socialdemocratico emergente: Paolo Pillitteri. Tra le adesioni quella della "divisione Valtellina di Grosotto". Qualcuno, e il giornalista Gianni Flamini tra essi, si chiede se in sala non vi fossero anche il generale Giuseppe Biagi e Carlo Fumagalli.
Sul secondo numero di Resistenza Democratica il giornalista televisivo Enzo Tortora scrive sulle "follie del dittatore-attore Fidel Castro". Compaiono anche articoli in favore del "movimento nazionalista ucraino" che si rifà al governo filonazista di Jaroslav Stetzko.
Il 24 giugno 1972 si svolge a Firenze il secondo convegno del Comitato di Resistenza Democratica. Dice Sogno: "È prevedibile che la FIVL (Federazione Italiana Volontari della Libertà, presieduta dall'on. Taviani, e di cui Sogno era vicepresidente) sarà nuovamente chiamata nel prossimo futuro a rappresentare un ruolo analogo a quello che già ebbe con De Gasperi. Se i comunisti e i loro alleati mobiliteranno la piazza accusando di fascismo chiunque si opponga alle loro richieste, i partigiani democratici, la FIVL, le medaglie d'oro della resistenza democratica saranno chiamate ad avallare e a mobilitare lo schieramento antifrontista".
Nel frattempo si riavvicina a Sogno anche Luigi Cavallo, che aveva collaborato con lui negli anni cinquanta alla guida di "Pace e Libertà", un'organizzazione di cui ancora oggi probabilmente si conosce solo una parte dell'attività. Sogno riannoda i contatti anche con l'ex comandante partigiano Enrico Martini Mauri, che durante la guerra era stato a capo dei "fazzoletti azzurri", formazioni partigiane "autonome e apolitiche".
L'ambiente vicino a Sogno tende, intanto, a mutare fisionomia: una parte dei partigiani si allontana, mentre si fanno più strette le frequentazioni con militari che condividono la cosiddetta "idea Ricci", cioè il proposito di cambiare la Costituzione e di opporsi ad una eventuale avanzata delle sinistre anche con la forza. Sogno stabilisce contatti con Orlandini e con altri appartenenti al Fronte Nazionale, pur senza sciogliere i Comitati di Resistenza Democratica. Il 24 settembre 1973, all'indomani del golpe del generale Pinochet in Cile, dirà in una conferenza al Centro sociale liberale: "Nel caso del Cile è ingiusto e disonesto accusare i militari di aver ucciso la democrazia".
Più chiaramente, dirà il 17 novembre a Milano: "In momenti come questi non possiamo lasciare il nostro destino e quello dei nostri figli nelle mani di politici di mestiere che hanno perso il senso della storia e si sono rassegnati al peggio. Nei momenti decisivi per questo Paese noi abbiamo sempre avuto piccole minoranze, uomini singoli che sono intervenuti e che hanno assunto la responsabilità della guida morale e delle grandi decisioni. Di fronte alla situazione in cui stiamo scivolando, l'intelligenza e il mestiere politico non sono più sufficienti. [...] La ripresa di un cammino ascendente nello sviluppo economico, sociale e politico del Paese è impossibile senza una rottura della continuità con l'attuale regime, senza una radicale modificazione dell'attuale quadro politico e senza il totale ricambio dell'attuale classe politica".
È questo il periodo nel quale i rapporti tra Sogno e Cavallo si fanno più stretti. D'altro canto il medico torinese Andrea Borghesio, vecchio amico politico e personale di Sogno, e che, in questa veste, ha partecipato fin dall'inizio alle riunioni del Comitato di Resistenza Democratica, è anche membro della giunta piemontese del Fronte Nazionale al quale aderisce, tra gli altri, Salvatore Francia.
Il partito del golpe
Si delinea insomma una linea di tendenza che sembra indicare una consistente area di contatto, se non di fusione, tra le due correnti di quello che può definirsi "il partito del golpe". Gli ultimi mesi del 1973 e i primi del 1974 vedono diradarsi le iniziative pubbliche: si comprenderà poi che sono i mesi nei quali si mette a punto una iniziativa violenta.
Il piano eversivo sarebbe dovuto scattare tra il 10 e il 15 agosto 1974. Angelo Sambuco, all'epoca segretario particolare del Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Lino Salvini, dichiarò al giudice Vella che nell'estate del '74 il Gran Maestro gli aveva confidato di non ritenere opportuno allontanarsi da Firenze, in quanto era stato informato da Gelli dell'eventualità di possibili soluzioni politiche di tipo autoritario.
La rovinosa caduta di Nixon per lo scandalo del Watergate, insieme alle iniziative del ministro della Difesa Andreotti volte sia a mettere in allarme i settori del Sid vicini al generale Maletti, sia a trasferire alcuni generali, consigliarono i congiurati a rinviare la data del golpe.
Fu fissata una nuova data in autunno, ma ormai le condizioni politiche, anche internazionali, erano cambiate e l'iniziativa non fu più ripresa. D'altro canto, lo stesso progetto era ormai portato avanti, con metodi meno violenti ma non meno efficaci, nel Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, ed infatti negli anni successivi la loggia P2 fu ristrutturata e potenziata per poter far fronte ai nuovi più impegnativi compiti.
Nel marzo 1981, durante la perquisizione di Castiglion Fibocchi si scoprì che Licio Gelli custodiva, all'interno di una busta con la dicitura "personale-riservata", copia di un anonimo risultato identico a quello trasmesso nel marzo 1975, con richiesta di accertamenti e informative, dal giudice Violante alla questura di Arezzo. Nell'anonimo era scritto tra l'altro: "Il Gelli sembra inoltre collegato al gruppo Sogno e ad altri ambienti che fanno capo all'ex procuratore Spagnuolo oltre che ad ambienti finanziari internazionali". Dunque il Venerabile era messo al corrente in tempo reale del progredire dell'istruttoria del giudice Violante.
Il "golpe bianco", così come lo aveva delineato Cavallo, avrebbe dovuto essere "un golpe di destra con un programma avanzato di sinistra che divida lo schieramento antifascista e metta i fascisti fuori gioco". Doveva essere organizzato "con i criteri del Blitzkrieg: sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura". Il piano prevedeva lo scioglimento del Parlamento, la costituzione di un sindacato unico, la formazione di un governo provvisorio, espresso dalle Forze Armate, che avrebbero dovuto attuare un "programma di risanamento e ristrutturazione sociale del Paese", una riforma elettorale-costituzionale da sottoporre a referendum, l'attuazione di una politica sociale avanzata che consentisse "il rilancio dello sviluppo economico". Dall'istruttoria del giudice Violante emerse che Sogno, dal giugno 1971 al 1974 aveva percepito dalla Fiat almeno 187 milioni per finanziare i Comitati di Resistenza Democratica.
Il 23 agosto 1974 il G.I., su richiesta del Pubblico Ministero, aveva disposto la perquisizione domiciliare nei confronti di Sogno. In seguito alla valutazione della documentazione sequestrata, il Giudice procedeva ad ulteriori perquisizioni nei confronti del comandante partigiano Enri