I - LEGAMI TRA MSI E TERRORISMO NEOFASCISTA
Riferito nei capitoli precedenti quanto accertato in sede storica e giudiziaria circa l’attività eversiva di quella che chiamiamo stagione delle bombe, è necessario porre all’intero arco delle forze parlamentari la possibilità di rompere definitivamente e con chiarezza con quella sanguinosa ed orrenda stagione durata alcuni decenni, liberare la politica dai fantasmi ed ancor più dai ricatti di un passato che si ostina a condizionare il presente, dotare infine il nostro Paese di una dinamica politica compatibile con una moderna democrazia europea ed accettata dalla coscienza civile del nostro popolo.
Non pronunciare condanne né assoluzioni per istituzioni o forze politiche, sebbene comprendere quali circostanze e quali scopi abbiano determinato il loro modo di essere e di agire. Tutto ciò per approfondire la questione irrisolta di quale debba essere la nostra coscienza nazionale, quali i valori di riferimento di un indispensabile "patriottismo popolare", formatosi attorno ai valori della Resistenza, dell’antifascismo e della solidarietà, e che meritano di essere valori condivisi anche perché affermati con forza dalla nostra Carta fondamentale dei diritti e delle libertà. Valori che solo la memoria del nostro passato possono rendere, infine, quali elementi fondanti della identità della nostra Nazione.
Del resto ce lo ricorda un grande storico come Marc Bloch come sia indispensabile ricercare nella storia, nel travaglio delle sue istituzioni e nelle sofferenze di un popolo i riferimenti ideali per farne una Nazione, senza ricorrere né a teologi né a moralisti.
Oggi il pericolo che abbiamo di fronte è che prevalga la cultura della pacificazione propugnata dal senatore Cossiga che, sul buio del nostro passato, assegni pari dignità alle parti in guerra in vista di un disarmo bilanciato, con reciproco riconoscimento e legittimazione, al prezzo di una sorta di amnistia generale, culturale, politica e giudiziaria.
Ma il punto di partenza di una tale soluzione è truccato poiché pone da una parte le brigate rosse ed i gruppi dell’estremismo armato di sinistra e, come bilanciamento di tutto ciò, le malefatte della destra e dello Stato. Laddove, va detto senza incertezze, che in Italia vi fu uno scontro duro tra legalità ed illegalità, tra chi difendeva i diritti ed i valori della Costituzione repubblicana e chi, giorno dopo giorno, in ogni sede istituzionale, compresa quella giudiziaria, si preoccupava di disapplicarli. Ciò che trova insuperabile conferma nel rapporto nettamente antagonistico che poneva in conflitto durissimo i gruppi dell’ultrasinistra armata con il Pci, laddove tra Msi ed area neofascista armata vi furono rapporti a volte assai sfumati, troppo spesso sfocianti in un irriferibile gioco delle parti.
E quando, nel marzo 1973, il Parlamento concedeva al Procuratore di Milano Luigi Bianchi d’Espinosa l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per il reato di ricostituzione del disciolto partito fascista, la reazione interna al Msi la si legge nell’appunto "da fonte bene introdotta" datato 24 settembre 1974, secondo cui "Almirante intende schedare impiegando notevoli mezzi i magistrati ed i funzionari di polizia per poterli eventualmente ricattare. All’uopo l’incarico è stato affidato al gruppo dell’ex Ordine Nuovo: Rauti, Andiari e Maceratini". A tal proposito va richiamata la lista di magistrati schedati dal Sid di Maletti e Labruna tra il 1974 ed il 1975, rinvenuta presso l’abitazione di Maletti allorché questi si rese latitante.
Tutto ciò ha prodotto un altissimo tasso di illegalità nella destra, che ha agito senza mai porsi il problema dei limiti per impedire il cammino dell’Italia verso una democrazia compiuta, per bloccare il sistema di potere che, autentica anomalia del nostro Paese, ha governato per un cinquantennio, con una singolare continuità, persino soggettiva. Ed è avvenuto, come vedremo, dentro un patto scellerato tra politici ed istituzioni, nell’ombra di accordi inconfessabili, attraverso la delega a soggetti subalterni (i Servizi segreti, la destra), garantiti da una totale dipendenza agli interessi ed ai suggerimenti provenienti dagli Usa, veicolati attraverso la loggia massonica P2.
Abbiamo ereditato questo morbo, che ha svilito il senso dello Stato, ha avvelenato nel profondo le nostre istituzioni, ha inquinato il senso stesso della legalità democratica. Un morbo che contiene dentro di sé i germi di ulteriori pericoli, che solo chi ha interesse a coprirli, può negare. Ed invece abbiamo bisogno di rafforzare ed estendere fino a renderli pienamente condivisi i valori della legalità, il rispetto delle regole, le garanzie per le minoranze.
Se vogliamo questo, le rimozioni non servono, anzi ostacolano questi risultati, lasciando ancora oggi irrisolto il cammino dell’Italia verso una democrazia compiuta, un risultato il cui valore era stato intuito da Aldo Moro sin dai primi anni ’60.
Occorre dunque fare luce sul passato e portare ad emersione dal sottosuolo della nostra democrazia il potere invisibile che ha gestito attività criminali ed antidemocratiche, e ciò a difesa anche di chi, in quegli stessi anni, ha governato l’Italia con dignità e rettitudine.
L’Italia del dopoguerra ha rappresentato per decenni un terreno di scontro politico, che ha trovato la sua legittimazione dichiarata nella guerra fredda e la sua realizzazione nella strategia della tensione. Le ragioni risiedevano nel deteriorarsi di un clima internazionale e nel contemporaneo affievolirsi dell’unità antifascista, con il conseguente allontanamento dei socialcomunisti dal governo del Paese. Si tratta di un radicale mutamento politico, meglio, di una frattura drammatica, che porterà alla demonizzazione reciproca degli opposti schieramenti politici ed alla scomparsa di forze moderate non subalterne alla Democrazia cristiana ed al Partito comunista italiano. Un vuoto politico che la nostra democrazia pagherà a caro prezzo.
In tutto questo, andava ricostituendosi la destra neofascista, che accettava di restare esclusa dal potere visibile ma che veniva chiamata ben presto a svolgere un ruolo decisivo dentro il potere invisibile. Del resto, già nel marzo 1947, un telegramma dell’Ambasciatore U.S.A. in Italia avvertiva della presenza in Italia di "2000 fascisti pronti a compiere stragi" e, solo qualche tempo dopo, il ricostituito Servizio segreto italiano segnalava l’esigenza di mettere sotto controllo le reti clandestine di ex fascisti e partigiani bianchi che pullulavano nel nord e che già operavano sotto la direzione degli Americani. In questo senso, è significativo l’episodio della "evasione consentita" dei reduci della X Mas dal campo di concentramento di Taranto nel maggio 1946, in quanto rappresenta anche la volontà ed i sistemi praticati dagli Americani per recuperare elementi delle forze armate della Rsi al fine di costituire una propria rete autonoma nel nostro Paese sin dagli ultimi mesi di guerra.
Pochi anni dopo, il 28 novembre 1956, nasce ufficialmente la struttura paramilitare segreta denominata Gladio, nella quale confluiranno uomini, dal centro all’estrema destra, di provata fede atlantica ed anticomunista. E’ il documento ‘Gladio 1’, che porta il titolo "Una rielaborazione degli accordi fra il Servizio informazioni italiano ed il Servizio informazioni americano relativi all’organizzazione ed all’attuazione della rete clandestina post-occupazione statunitense", a segnare ufficialmente quella nascita, che avviene dunque non in ambito Nato, come ci è stato autorevolmente detto, ma come rete clandestina italo-statunitense.
E’ nota la manomissione di quegli archivi finalizzata ad alleggerirne significato e responsabilità, ma è altrettanto nota la presenza di elementi missini di primo piano tra i suoi aderenti: si richiama la posizione di un giovane neofascista di sicura fede, Armando Degni, che, nel 1967, "firma su un documento classificato ‘segretissimo’, una dichiarazione d’impegno, ricevendo il mandato ad assolvere compiti militari speciali nell’ambito dell’organizzazione militare speciale dipendente dallo Stato maggiore della difesa, collegato alla Nato". E’ risultato che quel gladiatore, smentendo le menzogne sul punto ancora una volta fornite dal Sismi, era "un perfetto neofascista, militante contemporaneamente nel Msi di Giorgio Almirante e nella formazione eversiva e terroristica Ordine nuovo".
Va detto che oggi il vero problema della destra, che è riuscita a portare anche uomini provenienti dal Movimento sociale italiano dentro il potere visibile, non è certo costituito da una eredità storica ed ideologica di derivazione fascista, bensì quella di scrollarsi di dosso gli uomini impresentabili e le responsabilità irriferibili provenienti dagli anni del dopoguerra. Durante i quali - vale la pena ricorrere alle parole di esponenti di quella medesima destra missina, per di più non "pentiti", al corrente della storia segreta di quella struttura - esponenti missini furono protagonisti di pratiche golpiste e stragiste agli ordini dei Servizi segreti, che baderanno poi ad attribuire alla sinistra le malefatte da essi stessi ispirate dentro una strategia, quella degli opposti estremismi, figlia della guerra fredda, e pianificata a tavolino dalle centrali informative d’oltreatlantico.
Ciononostante, ancora nel 2000, tornano in campo quali alleati di un centro destra che vuole essere europeo e moderno, personaggi come Pino Rauti e Adriano Tilgher. Un Adriano Tilgher che, come emerge dalle dichiarazioni di Marco Ballan e dagli scritti di Zerbi e dalle sue stesse, anche se parziali, ammissioni, ancora negli anni tra il 1979 ed il 1980, era al centro di un dibattito dilaniante all’interno di Aavanguardia nazionale. Sono gli anni in cui Tilgher, Ballan, Palladino, Zerbi, Magnetta, Dimitri, Sortino, avevano stretto rapporti con i fratelli Carboni, interni alla banda della Magliana, e con i vertici delle bande armate di Terza posizione e dei Nar, intascavano il danaro di parte delle rapine dei Nar, che spedivano a Delle Chiaie (mentre il resto, ‘i ragazzini’ lo investivano attraverso i ‘cravattari’ della Magliana).
Disponevano, tramite Tilgher, di un locale in via Alessandria dove erano custodite armi ed esplosivi, organizzavano riunioni "militarizzate", discutevano se riprendere la lotta senza quartiere alla sinistra con i metodi di sempre: in questo contesto si verifica la ‘costituzione’ di Vinciguerra ancora non ricercato per la strage di Peteano, e si ha lo scritto di grande significato rivelatore, sequestrato allo Zerbi nel quale senza mezzi termini egli si tirava fuori da ogni nuova velleità sanguinaria annotando che bisognava rompere col passato, impedire che persone si sostituissero alla volontà del popolo, in nome di attentati che avevano già creato lutti inenarrabili dai quali bisognava, infine, prendere le distanze.
Questo, senza possibilità di equivoci, l’ordine del giorno posto da An nel corso del 1979-80, nel tentativo di governare la galassia giovanile armata che in quel periodo semina la morte a Roma ed in altre parti d’Italia attraverso attentati di accertata natura stragista, omicidi di uomini dello Stato, esplosioni dinamitarde contro odiati simboli dello Stato, etc. Vi sono ripetuti incontri, uno anche a Parigi, su questo lacerante problema, la cui attualità ed i cui passaggi ci vengono ricostruiti, oltre che documentalmente attraverso lo scritto dello Zerbi, attraverso le parole di Walter Sordi e persino di un leader indiscusso di Avanguardia Nazionale come Marco Ballan, di Valerio Fioravanti, che vide e descrisse armi ed esplosivo custoditi da Tilgher, e da tante altre testimonianze, anche interne al Sisde, che era stato allertato nella tarda primavera del 1980 del ritorno di An a vecchie vocazioni stragiste.
Amnesie e rimozioni, silenzi e menzogne, scheletri lasciati in capaci armadi, nodi irrisolti del passato, pesano irrimediabilmente sul destino della destra e, più in generale, sugli equilibri della nostra stessa democrazia.
La strategia dell’intervento del potere invisibile viene enunciata al Parco dei Principi nel convegno del 1965. Sono presenti uomini come Guido Giannettini, finanziato dal Sifar sin dal 1965 e Pino Rauti, indicato in una informativa del Sid datata 25 novembre 1968, come "segretario generale di Ordine Nuovo collegato al Fronte nazionale di Valerio Borghese", che ipotizzano soluzioni golpiste con la protezione dell’ombrello atlantico. Ed è presente anche Stefano Delle Chiaie, come riusciamo a sapere grazie ad un ‘galleggiante’ redatto sul suo conto dal Servizio segreto spagnolo (allorché evidentemente lo arruola) sulla base di notizie che non possono che provenire dall’interessato, in quell’occasione interrogato in quanto ritenuto responsabile del sequestro Oriol.
Riferisce così Delle Chiaie alla Polizia spagnola che egli fu, dal 1956 al 1958, segretario della sezione missina del quartiere Appio, e fu il fondatore, nel 1958, con Pino Rauti, di Ordine nuovo; nel 1960 dirige i Gar, che operano all’interno dell’Università; nel 1962 fonda An dando al gruppo un carattere di formazione paramilitare; dunque, nel 1965 partecipa alla convenzione romana del Parco dei Principi, "dove si riorganizza l’estrema destra italiana e si decide l’infiltrazione dell’estrema sinistra e la strategia della tensione". Maggiore efficacia di sintesi e maggiore autorevolezza, sugli scopi di quella convention, non era possibile a dirsi. Partecipano anche numerosi giornalisti di testate centriste e di destra. La copertura ed i finanziamenti provengono dall’ufficio Rei del col. Rocca, la strategia ipotizzata è quella della guerra non ortodossa, i soggetti chiamati a realizzarla sono un insieme di strutture militari e civili, ovviamente segrete, sottratte ad ogni controllo istituzionale, con licenza di attentati e di eliminazione dell’avversario. Che resta il Partito comunista italiano e la sua volontà di accedere al governo del Paese attraverso libere elezioni. Niente di più e niente di meno di questo.
Certo non mancano all’interno del Pci doppiezze e collegamenti imbarazzanti, essenzialmente propagandistici e finanziari, con l’Unione Sovietica, della quale vengono taciuti i tanti misfatti. Ma resta un fatto non opinabile, che tutta la strategia di quel partito è fondata sull’accesso al potere attraverso libere elezioni e sull’estensione dei diritti di libertà sanciti dalla Carta costituzionale. Il modo in cui venne affrontato dal Pci l’immediato dopo attentato a Palmiro Togliatti in quell’incandescente luglio del 1948, e le parole d’ordine fatte immediatamente circolare, suggerite dallo stesso Togliatti e dai suoi più stretti collaboratori, non lasciano spazi ad incertezze sul punto. Ma l’intero percorso politico del Pci, a partire dalla svolta di Salerno con cui si accettò persino la monarchia, è dentro un programma di difesa della Costituzione, di affermazione ed estensione dei diritti fondamentali di libertà e di conquista del potere attraverso il consenso elettorale.
Pur tuttavia si tratta di un programma che deve essere impedito con ogni mezzo. Lo impone, questa la convinzione degli Stati Uniti, il mantenimento degli equilibri di Yalta che vedono l’Italia come una colonia americana. E su questa convinzione vengono elargiti ai nostri servizi segreti ed ai nostri apparati politico-istituzionali, un fiume di dollari a fini corruttivi che, osserverà il capo della Cia, non sono stati versati, in quella misura, a nessun altro Paese a rischio, neanche a quelli del Sud America. Sorgono così varie strutture illegali, come i Nuclei di difesa dello Stato o, in forme più organizzate e vicine al potere visibile, la Gladio, con il compito di difendere, senza esclusione di colpi, i ‘valori dell’Occidente’.
Ma le stesse strutture di Avanguardia nazionale, di Ordine nuovo, del Fronte nazionale, della Fenice, del Mar di Fumagalli, della Rosa dei Venti, di Ordine nero, che si renderanno protagonisti di tentativi eversivi, omicidi e stragi, risulteranno fortemente permeate da uomini che paradossalmente fanno parte dei Servizi di sicurezza, che hanno ispirato azioni illegali e che ne hanno coperto le responsabilità.
Gli uomini della destra nei servizi di sicurezza
Non vi è un solo processo in Italia per stragi o per fatti di eversione dell’ordinamento costituzionale, che non abbia visto la condanna di uomini del nostro Servizio segreto militare per episodi di copertura degli autori dei più sanguinosi misfatti che hanno colpito il Paese. E l’approfondimento di quegli intrighi e di quei vergognosi collegamenti segretissimi, aiutano a fare chiarezza sulla nostra storia repubblicana.
Un approfondimento che, come si è accennato, avverrà servendoci di fonti rigorosamente di destra e di voci di neofascisti che mai hanno inteso abiurare le loro ideologie.
E’ Pino Rauti ad ammettere che l’estrema destra "ha collaborato più o meno sottobanco e in certi momenti soprattutto sotto banco" con pezzi delle nostre istituzioni e che "l’ipotesi del golpe, ad esempio, ha circolato nell’estrema destra, a un certo punto. Come scorciatoia per il potere. Di fronte a un pericolo comunista. Io stesso sono stato coinvolto in rapporti con i militari". Questo perché, aggiunge l’ex segretario Msi, si era convinti che "una parte dello Stato avrebbe durissimamente resistito all’ascesa al potere dei comunisti e che con questa parte dello Stato ci saremmo trovati". Sulla strage di piazza Fontana sia lui che Giorgio Pisanò, leader di "Fascismo e libertà", non hanno dubbi: la bomba fu collocata, per Rauti, dai "Servizi" nel quadro della strategia della tensione; per Pisanò, "dal Ministero dell’Interno, l’ufficio Affari Riservati. Nel ’68 c’erano state le elezioni politiche, che avevano fatto registrare un calo dei partiti di centro. Allora a tavolino, questa gente aveva studiato una strategia: noi mobilitiamo qualche scriteriato di destra, qualche scriteriato a sinistra, gli facciamo mettere qualche bombetta ... montiamo la stampa e dimostriamo che se non rafforziamo di nuovo il centro, gli opposti estremismi prendono il sopravvento".
Peraltro si tratta di dichiarazioni intervenute solo dopo che si è accertata l’appartenenza di Pino Rauti, con Guido Giannettini, all’ufficio ‘Z’ del Sid, quello degli agenti sotto copertura. Il tenente dei Carabinieri Sergio Bonalumi ha dichiarato ai giudici bolognesi di avere accompagnato più volte Rauti negli uffici di Forte Braschi, sede del Servizio segreto militare.
Rauti, ricorda Vincenzo Vinciguerra, "aveva collegamenti operativi" con lo Stato Maggiore e con il gen. Aloia. Del resto Pino Rauti, a cavallo tra destra parlamentare ed extraparlamentare, era portatore di una strategia eversiva ben precisa. Afferma Edgardo Bonazzi: "[…] sia il gruppo la Fenice sia i gruppi del Veneto, facevano riferimento a Rauti e a Signorelli ed era stato Rauti ad indicare questa strategia di rientro [il riferimento è ad On ed all’anno 1969] nel Msi, al fine di avere una maggiore copertura anche da eventuali iniziative giudiziarie, in quanto vi era il rischio che fossero presto sciolti i gruppi di estrema destra.
Azzi diceva che il suo gruppo, cioè la Fenice, era in contatto con i Servizi, anche da prima del 1969, e proprio per questo era stato in grado di conoscere e prevenire, con il rientro nel Msi, lo scioglimento del suo gruppo, ricreandolo nel Msi stesso […]. Mi fece capire che Signorelli, come elemento sovraordinato a Rognoni, era sicuramente informato del progetto [attentato al treno Genova-Ventimiglia, ndr], anche perché si incontrava soprattutto con Rognoni…Certamente il significato dell’attentato era far ricadere la responsabilità dell’attentato sui gruppi di sinistra. Mi accennò ad una cassetta con esplosivo che doveva essere fatta ritrovare a tale fine […]".
Sullo stesso argomento e con le medesime deduzioni, vi è la più analitica ricostruzione di Vinciguerra: "La divisione fra destra extraparlamentare e Movimento Sociale non fu mai netta; viceversa si può dire che un legame costante, mai interrottosi del tutto, venne mantenuto a livello di vertice, se non con Arturo Michelini, certamente con Giorgio Almirante. E’ quest’ultimo che si pone come figura centrale nella storia del neofascismo ‘post-bellico’ ed è lui a fare da mediatore fra le istanze ufficialmente avanzate dai gruppi della destra nazional-rivoluzionaria e quelle moderate del partito che rappresenta […] presentandosi ai camerati dentro e fuori dal Msi come uomo in grado di conciliare le esigenze di una lotta senza riserve e senza compromessi con quelle della mimetizzazione necessaria per non farsi porre fuori legge […].
Le scissioni On-Msi e An da On sono state più che altro strumentali e hanno infatti garantito il controllo pressoché assoluto dell’estremismo di destra da parte di pochi uomini che, a livello di vertice, sono sempre stati in contatto fra loro, peggio ancora in accordo fra loro, almeno fino alla metà degli anni ’70, quando Avanguardia nazionale, ormai legata al Principe Borghese, tenta di ripercorrere una via autonoma senza successo […]. Della violenza estremistica il Msi non fu solo il beneficiario in termini politici, ma anche il promotore e il coordinatore. Non c’è stata operazione politica ad ampio respiro che non abbia visto il Msi presente con i suoi uomini ed i suoi dirigenti, ora in veste di suggeritori, ora di organizzatori, ora di fomentatori […].
Non si può scrivere la storia, anche sul piano giudiziario, della strategia della tensione se non si accetta la realtà che vuole la destra neofascista italiana tatticamente divisa e strategicamente unita, in una suddivisione strumentale di ruoli e di compiti che doveva permettere l’utilizzo inconsapevole di centinaia di migliaia di persone allo scopo di portare contro la sinistra italiana quell’affondo decisivo che avrebbe consentito la trasformazione del regime da Democrazia parlamentare a Repubblica presidenziale, nella quale la destra avrebbe avuto un peso determinante e decisivo. Non la restaurazione di un regime fascista, bensì l’instaurazione di una democrazia autoritaria nella quale i comunisti non avessero spazio e cittadinanza legale [...].
Non c’è stata una strategia stragista, c’è stata una strategia che aveva preventivato gli attentati, gli agguati, i disordini, i feriti e i morti, che li ha cercati e li ha provocati, così da mantenere il Paese in un equilibrio tanto precario che in ogni momento, nel corso degli anni fra il 1965-‘66 ed il 1981-’82, un intervento autoritario compiuto da forze politiche di governo sostenute dalle Forze armate e dai corpi di Polizia, sarebbe stato accolto come una liberazione dalla popolazione stanca, nauseata, impaurita da anni e anni di violenza ‘estremistica’ di segno ora ‘fascista’, ora ‘comunista’. Avanguardia nazionale non ha fatto nulla di più e nulla di meno di quello che hanno fatto tutti gli altri gruppi, Msi compreso, della destra neofascista […]".
Intorno alla seconda metà degli anni ’70, un pezzo del Msi si staccherà per costituire una formazione politica autonoma, Democrazia Nazionale, rispondendo ad una richiesta ed a finanziamenti di Licio Gelli, promotore di quella operazione, (operazione fatta per inserire una destra non più fascista in nuove maggioranze centriste). A seguito del fallimento elettorale di quella ipotesi, al fine di mettere in difficoltà l’Msi, i promotori della scissione - che risultarono interni alla P2 - incaricarono il capo del Sismi Santovito, iscritto anch’egli alla P2, di inoltrare informative (15 novembre 1978 e 3 gennaio 1979) all’autorità giudiziaria di Venezia nelle quali si faceva riferimento ad una richiesta di denaro fatta recapitare per lettera da Carlo Cicuttini all’on. Almirante al fine di poter effettuare un’operazione chirurgica alle corde vocali che rendesse impossibile ogni eventuale comparazione tra la voce del Cicuttini e quella dell’anonimo telefonista di Peteano.
Quella voce, che aveva attirato nella trappola mortale i carabinieri, apparteneva infatti ad un esponente di rilievo del Msi, come il Cicuttini.
Veniva svolta un’indagine preliminare dalla Procura della Repubblica di Venezia, che sentiva in qualità di testimone l’on. Giorgio Almirante mentre l’avv. Eno Pascoli e sua moglie Liliana venivano interrogati in qualità di indiziati del delitto di favoreggiamento personale. La Procura Generale di Venezia avocava le indagini e spediva comunicazione giudiziaria allo stesso on. Almirante. Seguiva un "balletto" (la definizione è del Giudice istruttore di Venezia; la Corte d’Assise di Venezia seguirà pedissequamente quell’impianto accusatorio e condannerà all’ergastolo, con sentenza definitiva, per la strage di Peteano e per il dirottamento di Ronchi dei Legionari i neofascisti Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini) di richieste e di revoche dell’immunità parlamentare, rivolte al Parlamento nazionale ed a quello europeo. Interveniva persino la Corte costituzionale ed il Giudice istruttore veneziano riusciva a fissare la data dell’interrogatorio all’on. Almirante, raggiunto da mandato di comparizione, per un giorno compreso nel periodo di fermo dell’assemblea di Strasburgo. Ma il mandato restava senza effetto.
Nell’affrontare la posizione dell’on. Almirante, che verrà infine amnistiato, a differenza dell’avv. Pascoli, condannato, il Giudice faceva rilevare come, all’epoca della strage, risultavano iscritti al Msi tutti gli indagati (entrambi i fratelli Vinciguerra e Cesare Turco) e che "l’imputato Carlo Cicuttini rivestiva, all’epoca della strage di Peteano, la carica di segretario della sezione missina di Manzano, così coniugando una militanza del tutto legale (nell’ambito di partito con rappresentanza parlamentare) con un’altra illegale e sovversiva".
Tale prassi, in quegli anni di eversione e terrorismo, "fu abbastanza diffusa e particolarmente insidiosa, non solo e non tanto perché consentiva un’ottima mimetizzazione e protezione all’aderente al sodalizio illegale, ma altresì perché costituiva uno strumento ottimale per attività d’informazione e, al limite, di proselitismo. Tale dato storico (prosegue la sentenza-ordinanza), per quanto concerne il Cicuttini, risulta particolarmente vistoso, giacché non trattavasi di generica frequentazione degli ambienti del partito politico, così come, per esempio, per i Vinciguerra ed altri, o, al massimo, d'iscrizione, come Maggi e Zorzi [oggi entrambi coimputati della strage di Piazza Fontana ed il primo condannato dalla Corte d’Assise di Milano per la strage di via Fatebenefratelli, ndr], ma addirittura di carica di un certo rilievo, seppure in ambito locale, qual era, ed è, certamente, quella di segretario per i poteri, doveri e responsabilità alla stessa connessi. In tale dato di fatto, ad avviso di questo giudice, va ricercata la chiave di lettura della condotta favoreggiatrice ascritta agli imputati Giorgio Almirante ed Eno Pascoli, condotta maturata, com’è emerso nel corso dell’istruttoria, in ambiente prettamente politico e motivata, perciò, politicamente e non sulla base di considerazioni di carattere personale [poiché] non v’è dubbio che la circostanza concernente la militanza legale del predetto e la carica ricoperta, costituivano motivo di preoccupazione, peraltro ovvia, per tema di pregiudizi di carattere politico".
A confermare l’assunto accusatorio intervengono poi le dichiarazioni di Renato Bolzicco, "teste decisamente insospettabile - osserva il G.I. - sia per la sua collocazione politica (è infatti iscritto al Msi), sia perché […] tutt’altro che disposto, almeno inizialmente, a riferire all’Autorità Giudiziaria su determinate circostanze concernenti il Cicuttini".
Dichiara Bolzicco (l’8 novembre 1982): "So che all’epoca del processo di Trieste per i fatti di Ronchi dei Legionari, l’avvocato Pascoli [che difese il Cicuttini nel processo di primo grado, ndr] si è recato in Spagna un paio di volte. Ne avevo sentito parlare da Graziella Cicuttini, ma non so precisare meglio né il fine né l’esito. In seguito alla fuga del Cicuttini mi telefonò un funzionario (non mi ricordo esattamente chi) della Federazione Msi di Udine dicendomi di riferire ai giornalisti che Cicuttini non era segretario comunale del Msi, ma che ero io [… ]. All’interno del Msi è sempre stata tranquilla la attribuzione della strage di Peteano ai movimenti di estrema destra, cioè, praticamente, sempre facenti capo al Vinciguerra [la sottolineatura è nel testo, ndr].
Dunque tutto il Msi sapeva delle responsabilità interne per la strage di Peteano e ancor più del dirottamente aereo di Ronchi dei Legionari, ma acconsentì a che le indagini fossero deviate verso esponenti di Lotta Continua una prima volta e dei ‘balordi’ subito dopo, grazie a depistaggi studiati all’interno della caserma dei Carabinieri "Pastrengo" da ufficiali (piduisti) della stessa Arma cui appartenevano le vittime della strage, assumendo una condotta che, "lungi dall’essere improntata al tempestivo rigore che la gravità degli episodi delittuosi imponeva", risultò, "al contrario, prima ispirata a manovre interne (delle quali il tentativo di far divulgare il falso al Bolzicco costituisce vistoso sintomo) volte a confondere l’opinione pubblica e, successivamente, al favoreggiamento vero e proprio.
In tal senso, esplicite ed eloquenti appaiono le dichiarazioni rese da Vinciguerra Vincenzo il 14 luglio 1984 ed il 27 agosto 1984 al Giudice istruttore, dichiarazioni di cui quelle di Bolzicco costituiscono il corollario: ‘In relazione alle coperture…, appresi… che (Maurizio Tadiotti) la sera del 7 ottobre 1972 parlando nella federazione del Msi di Trento con un iscritto a tale partito, affermò che io sarei stato l’autore dell’attentato di Peteano…Venni a conoscenza di tale colloquio alcune settimane dopo, attraverso una persona che mi era stata mandata a Udine dal dottor Carlo Maria Maggi… L’inviato del dottor Maggi mi mise al corrente dell’episodio di Trento, dicendomi che… il missino con cui (Tadiotti) aveva parlato era un informatore della Guardia di Finanza di Trento e che aveva subito riferito quanto riportatogli (dal Tadiotti) al Servizio "I" della Guardia di Finanza di Trento… Successivamente, mi pare a novembre 1972, appresi che il capitano Antonio Labruna si era recato a Padova pochi giorni dopo il dirottamento e che aveva parlato con Fachini dell’episodio di Ronchi dei Legionari e anche di Peteano. Labruna disse testualmente: ‘Ora basta fare fesserie’, ritenendo erroneamente che io dipendessi gerarchicamente da Fachini…
In relazione alle coperture politiche per l’attentato di Peteano, innanzi tutto ribadisco che la federazione missina di Trento, tramite Tadiotti, era venuta a conoscenza del nome del responsabile di Peteano. E’ logico e facile da immaginare che il mio discorso sia stato riferito immediatamente al Msi di Roma. Cominciarono pertanto subito a preoccuparsi, in quanto il mio nome era legato, anche a causa di Ronchi dei Legionari, a quello di Carlo Cicuttini, che era segretario di federazione del Msi’".
Cicuttini riparò immediatamente in Spagna, sotto l’ala protettrice di Stefano Delle Chiaie, dove, nell’aprile 1974, approdò anche Vincenzo Vinciguerra, servendosi del medesimo canale di espatrio del Cicuttini. Ma Delle Chiaie pretendeva garanzie formali circa l’affidabilità politica dei due terroristi per cui - si citano sempre le parole dell’"irriducibile" Vincenzo Vinciguerra - "Stefano chiese informazioni a Roma al Msi, e a Giorgio Almirante in particolare. Non sono in grado di dire se Stefano parlò direttamente con Almirante. Posso però dire con sicurezza che Almirante chiese a Stefano di ‘non mollare’ Cicuttini, nel senso che gli chiedeva di aiutarlo materialmente e che, al limite, il Msi avrebbe provveduto a sostenerlo finanziariamente…
Per quanto riguarda le coperture politiche, aggiungo che in Spagna, da Stefano, ho saputo che Almirante aveva incaricato Mario Tedeschi, subito dopo l’espatrio di Cicuttini, di verificare la fondatezza delle voci che riguardavano me e il Cicuttini, in quanto asseritamente coinvolti nell'episodio di Ronchi dei Legionari e in quello di Peteano. Almirante si rivolse a Mario Tedeschi in quanto quest’ultimo era notoriamente amico del dottor Federico Umberto D’Amato…". Anche per questo motivo, "era voce diffusa negli ambienti della destra eversiva, che il Msi poteva essere ricattato da Stefano Delle Chiaie a causa della strage di Peteano".
"Nel corso dell’incontro del marzo 1973 - prosegue Vinciguerra - appresi da Paolo Signorelli che Fachini, allarmatissimo, gliene aveva parlato e che lui, dopo avere indirizzato Cicuttini a Genova, si sarebbe recato da Pino Rauti e gli avrebbe riferito che ero responsabile dell’attentato di Peteano. La reazione di Rauti mi venne sintetizzata dal Signorelli con le testuali parole: ‘A Pino vennero i capelli grigi’. Fu Rauti ad avvertire Giorgio Almirante. A distanza di poche ore si verificò l’episodio di Tadiotti a Trento".
Ancora il G.I., sulla base degli interrogatori di Signorelli, del Tadiotti Maurilio, di Sinatti Gaetano e Giammarinaro Pier Luigi, sostiene che è possibile evincere che il "Signorelli era da sempre il punto di riferimento costante di tutti i catturandi e/o ricercati per motivi di giustizia, non solo dell’area eversiva di destra ma anche del Msi, per sua esplicita ammissione, cui non lesinava aiuti, anche di ordine economico"; che fu lui a favorire l’espatrio ed il rifugio in Spagna del Cicuttini prima, del Vinciguerra, poi. Signorelli conosceva e frequentava sia l’ambiente ordinovista veneto sia il Msi, partito nel quale militò come esponente di livello nazionale fino al 1976, anno della sua espulsione.
Sosteneva, sin dal 1971, che il Msi aveva "riscoperto la sua vocazione rivoluzionaria" e che aveva posto tra i suoi obbiettivi "la fine del sistema, nelle sue strutture, nelle sue istituzioni, nei suoi uomini". Occorreva dunque organizzare "un movimento rivoluzionario" formato da "autentici soldati politici".
Ma che la diagnosi risalente al 1971 di Signorelli fosse esatta e che egli stesso avesse capacità di ricatto è provato dalla informativa 18 novembre 1970, classificata originariamente "segreto" dal ministero dell’interno, nel quale si legge che "gli organi centrali del M.S.I. [...] hanno impartito recentemente delle disposizioni ai responsabili provinciali ed ai segretari giovanili sezionali al fine di […] costituire, entro breve tempo, una organizzazione di giovani efficiente e pronta per qualsiasi evenienza […]. E’ pertanto da prevedere una progressiva accentuazione dell’attività giovanile del Msi […] soprattutto attraverso la promozione costante di azioni di disturbo e di manifestazioni, anche violente, ogni volta che occasioni contingenti ne diano lo spunto".
Ed altra ‘nota confidenziale’ allegata al fascicolo "Msi Volontari Nazionali", (presumibilmente del febbraio 1971), rivela che "Nel quadro del rafforzamento dei Volontari, l’on. Almirante ha dato incarico al prof. Signorelli di organizzare squadre speciali e segrete, con il compito di effettuare azioni di rappresaglia". Nella stessa nota, a testimonianza del livello di compromissione raggiunto dal Msi di Almirante in quel periodo, si legge ancora che il segretario politico di quel partito si sarebbe vantato "che le bombe di Trento sono state opera del M.S.I. […] e che la situazione nel Msi è comunque difficile da controllare, sia per il clima generale creatosi […] sia per gli armamenti individuali che si vanno incrementando".
Nonostante tutto ciò ed anzi a causa di ciò, si consentirà ai Carabinieri della Pastrengo, dove erano di casa esponenti di primo piano del Msi come Servello, Nencioni ed altri, di rivolgere le indagini verso persone (militanti di Lotta Continua e poi balordi) che si sapevano estranee ai fatti, e che verranno arrestate e processate. Non solo, ma una riproduzione fotografica della Fiat 500 saltata in aria a Peteano, oltre che un cadavere dilaniato dalla bomba esplosa in via Fatebenefratelli, compariranno nel libro curato dall’on. missino, il piduista Giulio Caradonna, nel 1973 dal titolo "Terrore: rito attivo della sovversione rossa"; il che la dice lunga sugli avvelenamenti delle indagini che hanno impedito per anni l’accertamento della verità sulle stragi.
Del resto sempre l’on. Almirante si renderà protagonista dell’accreditamento di un altro inquinatore, tale Francesco Sgro, bidello all’università di Roma, che, attraverso falsità di ogni genere che gli costeranno due condanne definitive per calunnia, indicherà gli autori dell’attentato al treno Italicus, nel corso del processo contro Tuti, Franci e Malentacchi, in esponenti della sinistra iscritti al Pci, nel tentativo di dirottare le indagini dall’ambiente neofascista e massonico aretino verso una fantomatica "pista rossa".
Oltre a quella condotta calunniosa, i giudici dell’Italicus accerteranno altresì le vocazioni golpiste di Licio Gelli, e come la sua loggia massonica "aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare - nell’udienza del 27 ottobre 1972 il gen. Siro Rosseti, già tesoriere della loggia [e uomo di fiducia di Miceli all’interno del Sid, ndr], ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del ‘fratello’ Birindelli -, ma anche giovani della destra extraparlamentare, quantomeno di Arezzo, ove risiedeva appunto Gelli". Accertava altresì l’intervento di massoni di Piazza del Gesù diretti a finanziare Ordine nuovo attraverso Marco Affatigato e come costoro avessero cercato di "spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei ed Affatigato armi, esplosivo ed una sovvenzione di lire 50.000".
E’ ancora Vinciguerra ad affermare che "il Msi, fin dalla sua fondazione, nasce come forza politica dalla quale reclutare, all’occorrenza, giovani provenienti dall’esperienza militare della Repubblica sociale italiana, in grado di impugnare le armi in difesa, stavolta, dell’ordine americano. Il suo inserimento organico, come partito che conta migliaia di aderenti, nei piani segreti degli Stati maggiori alleati, approntati in funzione anticomunista, può farsi risalire al 1947".
Ed in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948 ad esponenti di quel partito venne addirittura consegnato dall’Esercito italiano un mitragliatore Breda 37 "sulla base dei piani di difesa (e di offesa) previsti per quel giorno", in caso di vittoria elettorale del Fronte popolare. Giovani missini ben addestrati furono anche impiegati in missioni speciali e operazioni coperte, durante il periodo del terrorismo altoatesino.
Sostiene Vinciguerra che il neofascista Tazio Poltronieri partecipò ad azioni in Alto Adige e in Austria dietro esplicito ordine impartito dall’allora segretario del Msi, Arturo Michelini. Ed Enzo Maria Dantini (indicato come vertice, con Fachini, Signorelli e Semerari, della banda armata ‘Costruiamo l’Azione’ che si rese responsabile di numerosi attentati dinamitardi nel corso del 1979 a Roma, ed addestratore di Enzo Iannilli, condannato per strage per l’attentato al CSM dell’estate 1979, nel predisporre ordigni e inneschi per attentati), venne mandato dal Sifar a piazzare bombe ad Innsbruck, previa autorizzazione di Almirante in persona.
Dell’avanguardista Dantini parla anche Pecoriello che ricorda come lui ed Antonio Aliotti furono fatti infiltrare da An nel movimento ‘Nuova Repubblica’ di Randolfo Pacciardi, dove "in brevissimo tempo ottennero cariche di rilievo. Dantini fu anche ‘gladiatore’ seppure classificato come ‘negativo’, capo di "Lotta di popolo", perito esplosivista di Franco Freda nel processo di Piazza Fontana.
Vinciguerra, perfetto conoscitore di quell’ambiente, aggiunge: "Sotto la facciata di Ordine nuovo si nascondeva una struttura occulta all’interno della quale operavano personaggi come Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Paolo Signorelli e, in posizione di vertice, lo stesso Pino Rauti". Si tratta di persone all’epoca tutte interne al Msi e tutte coinvolte in processi per omicidio e strage (Carlo Maria Maggi è stato recentemente condannato con altri, tra cui Neami, all’ergastolo per la strage di via Fatebenefratelli ed è imputato, con Delfo Zorzi, per la strage di piazza Fontana).
La stessa Avanguardia nazionale, braccio armato del Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, e Delle Chiaie, suo responsabile militare nazionale, non erano espressione di velleitari nostalgici, ma agivano in pieno accordo con forze della Cia, Servizi ed esponenti politici italiani".
Risulta da informative agli atti dell’ufficio Affari riservati del Ministero dell’interno, rinvenute sulla circonvallazione Appia, che il Fronte nazionale nacque ufficialmente su iniziativa di Junio Valerio Borghese nella primavera del 1968 (fonte fiduciaria del 25 novembre 1968):
"[…] dovrebbe operare in concorrenza con il Msi ed ha trovato solidarietà nell’associazione oltranzista Ordine Nuovo […]. I rapporti di collaborazione riguardano il settore organizzativo e quello della stampa. Per quanto concerne l’organizzazione, Junio Valerio Borghese ha affidato importanti incarichi a due dirigenti di Ordine Nuovo: si tratta dell’avv. Rutilio Sermonti e dell’avv. Giulio Maceratini, che sono stati nominati da Borghese l’uno dirigente organizzativo, l’altro dirigente giovanile del Fronte Nazionale, con l’incarico di scegliere i suoi dirigenti provinciali fra gli esponenti locali di Ordine Nuovo. Per evitare confusione fra i due gruppi oltranzisti, il fondatore e capo di On ha dato disposizioni affinché gli elementi provinciali prescelti per assicurare la costituzione dei nuovi quadri del Fronte Nazionale, mantengano, per ora, contatti esclusivamente con i dirigenti ordinovisti. Per quanto concerne la stampa, Borghese si avvarrà delle pubblicazioni già edite da On".
"L’avv. Maceratini di On" era già stato citato dalla fonte Aristo in occasione del convegno al "Parco dei Principi" (da cui l’Msi era stato escluso), perché si interessasse "per raggiungere un compromesso tra il Msi ed On". Il che si verificherà per volontà dell’on. Michelini nell’autunno 1966, come informa ancora la fonte Aristo con nota 17 ottobre 1966, nella quale si dà atto "di riservati contatti con i massimi esponenti di formazioni politiche e culturali di destra (On, Giovane Europa, etc.)", nel tentativo di avviare un dialogo "che possa portare all’assorbimento di questi gruppi nello stesso Msi".
Ecco dove scatta la rete di protezione che avvolge i neofascisti, che saranno in grado, per anni, di ricattare i vertici politici del Msi solo sollecitandone la memoria. Quanto ciò sia vero lo ricorda lo stesso gen. Maletti, allorché afferma che nel settembre 1974 il Sid era sul punto di arrestare Delle Chiaie dopo averlo localizzato a Roma, ma l’operazione andò in fumo perché il latitante neofascista venne avvertito dell’operazione da ambienti che lo stesso Maletti ritiene riferibili ai Carabinieri.
E va ricordato che Valerio Borghese venne anche nominato presidente del Msi Dunque la provenienza dal Msi caratterizzava i civili che in quel periodo formavano, con i militari, gruppi armati disposti ad impedire con ogni mezzo l’accesso delle sinistre alla direzione del Paese, e che operavano sotto la direzione di uomini del Ministero dell’interno, dell’Arma dei Carabinieri e dei Servizi segreti.
Del resto gli incontri di esponenti missini di primo piano con eversori neofascisti non furono occasionali: Vincenzo Vinciguerra e Gaetano Orlando, parlano dei "numerosi incontri" avuti da Delle Chiaie con Pino Romualdi in Spagna, e Gaetano Orlando aggiunge che l’unificazione politica tra le bande di On ed An fu "imposta da ambienti politici italiani: mi riferisco al fatto che a Madrid convennero esponenti politici italiani che ebbero incontri con i maggiori esponenti di An ed On che si trovavano in quella città e dissero che la fusione era opportuna e necessaria perché ormai era giunto il momento in cui tutti dovevano essere pronti, alludendo ovviamente ad un cambiamento della situazione politica in Italia".
Invitato a fare i nomi dei politici, Orlando si dichiara disposto a pronunciare solo quello di Pino Romualdi, in quanto "deceduto". Si farà poi luogo a quella unificazione, ad Albano Laziale, nell’estate del 1975.
Del resto, a dire del Vinciguerra, a Milano i deputati nazionali e capi del partito, Franco Servello e Gastone Nencioni, erano costantemente informati delle attività del gruppo terroristico "La Fenice" di Giancarlo Rognoni. Lo stesso Servello, e con lui l’altro parlamentare missino Giorgio Pisanò, si erano occupati di reperire danaro per le formazioni di estrema destra. Servello aveva persino partecipato a riunioni con industriali dell’area milanese, per convincerli a finanziare i gruppi fascisti, "i soli che potessero salvaguardare i loro interessi anche con sabotaggi da addossare alle sinistre".
Sono del resto il col. Viezzer - capo della segreteria del gen. Maletti alla direzione del reparto D del Sid - attraverso il ‘memoriale’, e persino Stefano Delle Chiaie (ma sul punto vi sono anche le significative dichiarazioni di Dominici), a ricordare come, nella campagna elettorale dell’on.le Almirante nel 1972, fosse il capitano Antonio Labruna, su disposizione di Vito Miceli, a collocare ordigni esplosivi contro le sezioni del Msi. Ciò "per favorirlo e alienare le simpatie degli elettori del PCI e in genere dei partiti di sinistra, dipinti come eversori responsabili degli attentati".
Il settimanale il Borghese risulterà finanziato dal Servizio militare, ancora all’epoca del Sismi, dove Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi assumeranno la veste di agenti ‘Z’ all’interno del cosiddetto Supersismi di Francesco Pazienza. Mario Tedeschi, sempre considerato esponente moderato tanto da confluire in Democrazia nazionale, finanziava a sua volta, con danaro degli Affari riservati, Stefano Delle Chiaie. Che così annota nei suoi appunti: "E’ a tutti nota l’antichissima amicizia tra Tedeschi e il dr. Federico Umberto D’Amato […]. Negli anni ‘64-’65 il Tedeschi ci fece avvicinare da un suo uomo di fiducia redattore del Borghese per prospettarci un’azione psicologica contro il Partito Comunista. L’operazione ci parve intelligente e positiva, saldandosi tra l’altro ai nostri interessi politici. Conducemmo l’operazione nel quadro dell’alleanza tattica con il gruppo Tedeschi con ottimi risultati […]".
Si tratta dell’operazione, ricordata anche da Vinciguerra, che riconduce i collegamenti tra An e Ministero dell’interno "all’operazione cosiddetta dei ‘manifesti cinesi’, commissionata da Tedeschi ad An. Tale operazione consisteva nell’affissione di manifesti anti PCI ad opera dei militanti di An per favorire lo sviluppo di una sinistra maoista alla sinistra del PCI". Più avanti, Delle Chiaie ricorda di avere ricevuto regolari sovvenzioni dal Tedeschi, una delle quali persino durante la sua latitanza. Danaro certamente sporco poiché proveniente dai meandri dei Servizi segreti e da uomini iscritti alla P2 e diretto ad un uomo ricercato per l’omicidio Occorsio e per la strage di piazza Fontana.
Paolo Pecoriello, che aderì fin da subito ad An e che oggi è volontario della Caritas, in un memoriale consegnato nell’ottobre 1974 all’allora G.I. dr. Luciano Violante che portò alla luce il ‘golpe bianco’ facente capo a Edgardo Sogno, inizia la ricostruzione delle attività della destra in Italia dal 1958 per giungere fino al 1973, "poiché, contrariamente a quanto comunemente si crede, le trame nere di cui attualmente si parla, non sono generate dal momentaneo stato di crisi politica ed economica, ma sono invece i frutti di piani eversivi preparati fin dal 1958, e solo partendo da quella data, si può avere una reale e chiara immagine di quanto è avvenuto in questi anni".
Proprio nel 1958, ricorda Pecoriello, "dopo innumerevoli lotte interne del Msi, emerse definitivamente la linea Michelini, che voleva imporre al partito una linea parlamentare integrata nel sistema ed era propenso ad un reinserimento nell’ambito dell’area democratica, soggiacendo alle sue regole. Evidentemente ciò portò una certa frangia, senz’altro la più giovanile ed estremista, ad una scissione che dette vita in un primo momento ad Ordine nuovo".
I suoi leader, divisi da diverse strategie, erano Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie. Pecoriello, che aderì al gruppo di Delle Chiaie, ricorda come si trattasse di picchiatori che coltivavano le teorie ariane della superiorità della razza, l’antisemitismo, il nazionalismo, dediti a pestaggi e ad attentati contro sedi di sinistra e a manifestazioni per l’Alto Adige. On, mediante l’associazione Italia-Germania affidata al giornalista Gino Ragno, entrò in contatto con gruppi oltranzisti di destra della Germania, della Francia, della Spagna e del Portogallo. A seguito di quei rapporti, furono organizzate da An ed On "violentissime" manifestazioni di piazza in occasione della rivolta algerina, della crisi congolese, della visita di Ciombé al Papa. Egli stesso ebbe modo di vedere documenti e passaporti falsificati per mettere in salvo esponenti dell’OAS.
Il che risulta confermato da relazioni 21 agosto, 18 settembre e 5 ottobre 1961, allegate al fascicolo ‘OAS’ presso l’ufficio AA.RR. e rinvenuti nel deposito lungo la circolare Appia, nelle quali si legge del viaggio in Italia di Ortiz, alla testa di quella struttura e dell’incontro con Caradonna, nonché di visite fatte in Italia dall’agente OAS col. Lacheroy che incontrò Gedda, Romualdi, Pennacchini, Foderaro e Gianni Baget Bozzo, presso la sede del comitato per l’Ordine Civile; dei "contatti tra De Massey […], principale elemento dell’OAS in Italia […] con elementi della destra missina", aggiungendo dei collegamenti del predetto con Enzo Generali, Guido Giannettini ed Enzo Pucci, precisando che "attualmente Generali e Giannettini si trovano in Spagna, presso Ortiz".
Infine una nota dell’informatore Aristo del 5 maggio 1962, fonte attendibile in quanto interna al Msi, e in contatto con Guerin Serac e con On, riferisce del tentativo svolto dall’on. Pozzo di ottenere dall’OAS finanziamenti da destinare ad Avanguardia nazionale. Eppure in quel periodo di frenetici contatti con vertici OAS e di appoggi politici provenienti da esponenti di destra come "Tullio Abelli, Egidio Sterpa, Almirante e Roberti, Romualdi e Anfuso", l’OAS aveva in programma l’organizzazione di una "Legione che, sotto forma di movimento europeo anticomunista avrebbe dovuto intraprendere azioni di guerriglia nella Francia metropolitana e nella stessa Algeria". I finanziamenti erano previsti come provenienti "da una importantissima compagnia petrolifera, interessata a contrastare iniziative dei petrolieri italiani in Algeria, in Tunisia e nel Marocco".
"In quel periodo - continua Paolo Pecoriello - furono condotte anche accurate ricerche in campo sionista e furono schedati numerosi ebrei […]. Nell’estate ’63 presi parte al primo campeggio organizzato da An nella zona di Rieti". Le giornate si concludevano con "un corso di guerriglia […]. Il campo base era situato in una scuola nel Comune di Borbona".
Pecoriello fu poi assunto nell’ente governativo ‘Gioventù Italiana’ il che gli consentì di soggiornare alcuni mesi a Roma. In quell’occasione sentì parlare di trame eversive, ne chiese conto a Delle Chiaie, che gli spiegò che "Avanguardia stava per essere sciolta, ma gli appartenenti a questo gruppo […] avrebbero potuto entrare in un nuovo movimento, questa volta segreto, che avrebbe dovuto prepararsi ad operare nel tentativo di creare i presupposti per un colpo di Stato, o qualcosa di simile, di impostazione anticomunista. A tal fine sarebbero stati organizzati dei corsi nell'uso delle armi, dell’esplosivo e sulle guerriglie, particolarmente su quella psicologica. Si sarebbero poi presi contatti con professionisti e militari disposti a collaborare […]. Qualche settimana dopo, in un sottoscala di via Michele Amari, iniziai insieme ad altri due miei vecchi e fidatissimi amici, il corso di cui Delle Chiaie mi aveva parlato. Durò due settimane e richiese la massima attenzione perché mi dissero che avrei dovuto ripetere quelle lezioni nelle località che avrei girato a causa del mio lavoro.
In quei giorni, provocati da elementi di An della facoltà di giurisprudenza, scoppiarono dei violentissimi tafferugli all’Università, durante i quali perse la vita il giovane socialista Paolo Rossi.
Il 1° luglio fui trasferito a Piediluco in provincia di Terni, ove rimasi fino al luglio 1967. A Terni avvicinai alcuni giovani del Msi e dopo essermi accertato della loro serietà, gli parlai del nuovo gruppo sorto e dei suoi programmi e rifeci loro parte del corso che avevo seguito a Roma".
Ecco perché appare esatta la considerazione del Pecoriello, secondo la quale "in tutti questi anni non si può mai parlare di un netto distacco tra il Msi ed An. Infatti servimmo la prima volta il candidato Ernesto Brivio nella campagna elettorale per le elezioni amministrative. Successivamente nelle politiche An tentò addirittura di proporre un proprio candidato al Parlamento, Paolo Signorelli, ma sempre nelle liste Msi.
Ma Avanguardia dette il massimo del suo contributo nel duello fra Almirante e Michelini, in evenienza del congresso di Pescara svoltosi nel luglio 1964. L’on. Almirante, promotore della corrente ‘Rinnovamento’, mise nelle mani di Stefano Delle Chiaie l’organizzazione di detta corrente, incaricandoci di prendere in mano in poco tempo la direzione del maggior numero possibile di Sezioni, onde poter disporre in sede di congresso dei loro voti. In questa occasione a me e a Mario Merlino fu affidata la direzione del gruppo giovanile della sezione ‘Istria e Dalmazia’, che era la più importante di Roma".
Fatto sta che subito dopo Pescara, oltre al rinsaldarsi dei collegamenti Delle Chiaie-Almirante, anche "Rauti avrebbe considerato opportuno instaurare contatti, di natura riservatissima, con la corrente di Almirante", come da nota ‘riservata’ spedita dalla Questura di Perugia al Ministero datata 26 luglio 1963.
Pecoriello venne anche convocato dall’on. Cruciani del Msi, che "mi chiese che facessi scritte e simboli filocomunisti sulle chiese di Terni […]. Organizzai i ragazzi ed il sabato successivo a quell’incontro era già tutto fatto. Solo il lunedì, leggendo alcuni giornali romani, mi resi conto che era stato tutto concertato per scatenare una campagna di stampa anticomunista, da parte di circoli cattolici tradizionalisti. Dopo un po’ di tempo, credo fosse novembre, ricevetti una telefonata in cui [Delle Chiaie, ndr] mi ordinava di andare immediatamente a Roma con i miei ragazzi. Vi andai, e in casa Delle Chiaie, mi furono affidate alcune bombe a mano S.r.c.m. che avrei dovuto tirare contro l’Ambasciata americana, durante i disordini che sarebbero seguiti ad una manifestazione contro la guerra del Vietnam in piazza Navona. Non escludo che ci fossero altri gruppi come il mio ad entrare in azione".
Per ragioni di orario, la provocazione non fu portata a termine ma poco dopo "mi recai nuovamente a Roma per prendere direttive e per combinazione partecipai in un cinema ad una ristretta riunione promossa da Avanguardia e dalla Federazione nazionale combattenti RSI per la costituzione del Fronte nazionale di Borghese e per la preparazione di una specie di programma: vi parteciparono Borghese, Delle Chiaie, e numerosi ufficiali ed ex ufficiali. In quell’occasione mi parlavano anche di elementi fascisti portoghesi e spagnoli che operavano nel nostro Paese per spalleggiarci".
Fu successivamente trasferito, sempre per lavoro, a Castellammare di Stabia, a Benevento e a Reggio Emilia ed in ogni località formò dei gruppi che metteva in contatto con Roma. In particolare a Reggio Emilia, ove giunse nell’agosto del ’68, ebbe l’ordine di organizzare attentati a Reggio, Modena e Parma, al fine di provocare "una reazione comunista. Ne realizzai alcuni, ma poco dopo fui individuato". Il che non gli impedì di portarne a termine altri, "ma senza superare certi limiti". Poco dopo, a Roma, Delle Chiaie "mi rivelò un piano che stavano attuando in campo nazionale", al quale egli stesso doveva adeguarsi.
"Si trattava di far infiltrare nostri elementi nella sinistra extraparlamentare allo scopo di spingerli ad atti provocatori, e se ciò non fosse possibile, ripiegare sulla costituzione di gruppi di tendenza nazi-maoista che avrebbero potuto partecipare a manifestazioni di sinistra, facendole degenerare. Per combinazione quello stesso giorno incontrai in piazza Colonna Mario Merlino che con un discorso molto confuso mi fece intendere di essere diventato anarchico, ma io, conoscendolo da molti anni e dopo ciò che avevo udito nella mattinata, non gli credetti".
In ossequio a quelle direttive Pecoriello costituì un gruppo denominato ‘Nazional-proletario’ a Reggio Emilia, con il quale partecipò a varie manifestazioni di sinistra. "Ciononostante, di tanto in tanto, partecipavo a manifestazioni del Msi quando ero invitato, ovviamente in altre città, come Milano, Brescia, Mantova, Padova. In una di queste occasioni, esattamente a Vicenza, fui invitato a capo di un gruppo di trenta persone, ad un comizio dell’on. Franchi". Il comizio venne vietato dalla polizia e Pecoriello, che si trovava all’interno della Federazione del Msi, fu "accompagnato in una stanza in cui mi furono consegnate otto bottiglie molotov che avrei dovuto dividere fra i miei ragazzi per tirarle contro la Forza pubblica […]. Solo uno di noi ebbe il coraggio di lanciarle, mentre gli altri le abbandonarono in vari punti".
Del resto, Vettore Presilio, allora dirigente della sezione padovana del Msi dell’Arcella, nota per l’estremismo violento che la caratterizzava, di cui era segretario Roberto Rinani e che era frequentata da uomini come Fachini, ricorda come in quegli anni proprio lui e Fachini lanciassero bombe rudimentali per esercitarsi. Quando esplosero le bombe di Milano e Roma, Pecoriello era a letto febbricitante ed apprese le notizie dalla televisione: "Intuii subito di cosa si poteva trattare e mi sentii mancare la terra sotto i piedi", entrò in crisi e decise di non farsi più vedere nei giri neofascisti per un po’ di tempo.
Nell’aprile ’71 tornò a Roma, Delle Chiaie era latitante, ed incontrò "altri dirigenti di An, ai quali dissi di non essere più disponibile. Loro mi parlarono del tentativo di golpe del dicembre precedente; mi dissero che non era stato un fallimento, ma solo un rinvio, e che perciò il momento era molto delicato […]. Mi chiesero di tenere alcuni contatti con ambienti dei paracadutisti […]. Nell’autunno del ’72 fui avvicinato da tale Maselli di Ordine nuovo, di stanza allo Smipar di Pisa, il quale mi parlò di un programma di riunificazione fra i vari gruppi della destra extraparlamentare in previsione di qualcosa di grosso […]. Nel novembre del ’73 un sottufficiale si mise in contatto con me su disposizione di Avanguardia e mi disse che eravamo molto vicini a qualche cosa d’importante. Avrei dovuto perciò preparare degli elenchi con tutti i nomi degli ufficiali delle brigate paracadutisti cercando di indicarne la tendenza politica, nonché tenermi informato su tutti i movimenti del Battaglione, e in caso di fatti inconsueti, avvertirne subito Roma.
Di fatti inconsueti, tra il novembre’73 e il marzo ’74, ve ne furono innumerevoli. Allarmi diurni e notturni a rotazione continua. Nel massimo segreto, riunioni ad alto livello di ufficiali e strani traffici nell’ambiente del Battaglione Carabinieri Paracadutisti. Ad un certo punto, preoccupato, organizzai una piccola riunione a cui parteciparono un ufficiale medico, un tenente dei Carabinieri parà, due sottufficiali dei Sabotatori e due ufficiali di Marina. Dai loro timori compresi che dietro a tutto ci doveva essere una manovra socialdemocratica […]. Non so perché ricorra tanto di frequente sentire parlare di Socialdemocratici in occasione di complotti o trame eversive, ma è certo che dal ’70 ad oggi, nell’ambiente della destra extraparlamentare, si è numerose volte temuto che le nostre azioni non servissero ad altro che da coperture a loro, come giustificazione della costituzione di un governo forte, o qualcosa di peggio, che rivendicasse gli ideali di libertà democratica e repubblicana, nella lotta antifascista e anticomunista. Non esito a credere che la destra parlamentare si sarebbe facilmente aggregata a loro, lasciando gli extraparlamentari in balia degli eventi".
Pecoriello ha sempre sentito parlare di "elementi nostri infiltrati nel Sid o in contatto con alti funzionari del Ministero degli interni" ed a tale proposito i nomi ricorrenti, a suo dire, erano quelli ormai noti di "Guido Giannettini, Giancarlo Cartocci, Stefano Serpieri, Guido Paglia, Stefano Delle Chiaie".
Al termine di questo lungo sfogo, Pecoriello conclude: "Ritengo che i personaggi al centro di tutti i complotti eversivi, almeno a livello operativo, siano Stefano Delle Chiaie e Pino Rauti. Politicamente non so chi avrebbe dovuto guadagnare, ma solo loro avevano ed hanno i contatti e le amicizie per portare avanti un simile piano. Borghese, Freda, Ventura, Graziani, Saccucci e molti altri, non sono altro che loro pedine. Cresciuti tutti nello stesso ambiente, sono anni che collaborano tutti sotto la loro direttiva per raggiungere gli scopi, già prefissati nel lontano ’58. Sono loro che hanno tenuto i vari contatti internazionali con Grecia, Spagna, Portogallo, Cile, Francia e Germania, hanno preso tutte le iniziative di questi anni, e se non verranno fermati in tempo, prima o poi raggiungeranno il loro obbiettivo".
Nella successiva deposizione resa al G.I. di Bologna, Paolo Pecoriello ricorda come Avanguardia nazionale fosse una immediata espressione del Ministero dell’interno sia per ragioni soggettive (i padri di Flavio Campo, di Di Luia e di Cataldo Strippoli erano funzionari del Ministero), che per la "stessa natura delle azioni che tale organismo era chiamato a compiere, in particolare azioni di infiltrazione e provocazione in chiave anticomunista delle quali ho parlato nel mio memoriale".
Così nel novembre del 1973 fu avvicinato, "su disposizione di An", da un sottufficiale che lo mise al corrente "che eravamo vicini a qualche cosa d’importante". E’ anche al corrente, per averlo appreso "dalla persona che li ritirò in Italia […] di carichi di armi ed esplosivi ricevuti dalla Grecia nel 1968". Vi furono anche contatti con "ufficiali dell’Arma e del Sifar nell’inverno del ’64. Addetto a questi contatti era Cataldo Strippoli, e numerose volte ci fu prospettata l’ipotesi che avremmo dovuto operare parallelamente agli ordini provenienti dai loro comandi. Nel periodo settembre-ottobre 1965 partecipai all’attacchinaggio di un manifesto che riportava l’effigie di Stalin ed era firmato: ‘Movimento marxista leninista d’Italia’".
E Gaetano Orlando, con Fumagalli alla testa del gruppo terroristico e golpista del Mar, latitante in Spagna, rivelerà ai giudici di Bologna che lo stesso Almirante, da segretario Msi, vide più volte, segretamente, a Roma, Stefano Delle Chiaie, "per discutere questioni strategiche" e persino l’opportunità della candidatura al Parlamento del principe Borghese, all’epoca latitante in Spagna. Almirante osservò che avrebbe preferito candidare lo stesso Stefano Delle Chiaie.
E ad un incontro in Spagna tra latitanti ricercati per fatti gravissimi di terrorismo e di eversione, partecipò persino Federico Umberto D’Amato, come ricorda con precisione Gaetano Orlando. In quegli stessi anni Delle Chiaie e i suoi accoliti si rendevano responsabili di gravissimi attentati per conto della polizia segreta spagnola e più tardi di omicidi e tentati omicidi a Roma e negli Stati Uniti per conto della Dina e della Cia, come ricorderà Vincenzo Vinciguerra solo dopo che interverrà la prescrizione per i crimini italiani e come accerterà, anche documentalmente, l’indagine del P.M. di Roma, dr. Giovanni Salvi.
E dopo che, anche in questo caso, era intervenuto il solito Sid del piduista Maletti a sostegno degli attentatori neofascisti per tracciare una falsa pista che attribuiva l’attentato ai danni dei coniugi Leighton, leader democristiani cileni ed esuli a Roma, vittime di Delle Chiaie, di An e della Dina, ad improbabili movimenti dell’estremismo di sinistra.
Altro esponente di rilievo nelle vicende terroristiche di quegli anni è Augusto Cauchi, iscritto al Msi, uomo di fiducia del ‘federale’ di Arezzo, avv. Ghinelli. Vanta rapporti informativi con i Carabinieri di Arezzo tramite il maresciallo Cherubini, e con il capo centro Sid di Firenze, col. Mannucci Benincasa, accusato di favoreggiamento nella sua fuga in Spagna da Delle Chiaie, e riceve sovvenzioni, anche durante la sua latitanza, da Licio Gelli.
E’ al centro di una cellula dinamitarda che martorierà la tratta ferroviaria Firenze-Bologna negli anni 1973 e 1974. A tutela del prof. Oggioni, alla guida di una clinica privata, che fornirà un falso alibi a Luciano Franci allorché questi viene accusato (e condannato, in un primo processo, dalla Corte d’assise d’appello di Bologna), per la strage dell’Italicus, verrà opposto il segreto militare dalla Presidenza del Consiglio dei ministri,sui legami tra Gelli, Sid, Cauchi e Franci.
Ma soprattutto, e la cosa non poteva sfuggire, il segreto venne opposto a tutela, oltre che di Oggioni, di Gelli, del Sid, della P2 e degli autori di attentati dinamitardi interni ancora una volta al Msi e di evidente provenienza neofascista.
Sarà il colonnello Lombardo, nume tutelare di Mannucci Benincasa, e vecchia espressione del Sismi nelle mani delle bande piduiste con cui non era mai entrato in conflitto, e successore del generale Notarnicola allorché verrà liquidato il gruppo di militari alle dipendenze del generale Lugaresi (notoriamente voluto dall’allora Presidente del Consiglio Spadolini e dal Pci per smantellare gli intrighi della gestione Pazienza-Santovito-Musumeci), ad apporre, di suo pugno, la frase riferita all’Oggioni "coprire ad ogni costo" .
Eppure, come ricorda Brogi, Oggioni "[…] era amico di Franci, aveva rapporti con Cauchi ed era uno di cui noi ci si poteva fidare […]". Ma era anche amico di un altro terrorista nero, Batani, intimo di Cauchi, il quale, nel ricordare quanto gli aveva riferito Cauchi, di essere stato "messo in contatto col Sid tramite il prof. Oggioni", aggiungeva che "voleva collaborare con i Servizi nella prospettiva di un colpo di Stato". E si stupì quando Cauchi gli rivelò "che la notte dell’attentato di Moiano risultava ricoverato nell’ospedale del prof. Oggioni un certo Batani Massimo. Io, ovviamente, ero altrove, e non ho mai saputo spiegare il senso e la consistenza di questa affermazione del Cauchi […]".
Era dunque l’Oggioni una pedina fondamentale per assicurare, oltre che rapporti istituzionali e non, anche coperture in occasione di attentati.
Oggioni era anche iscritto alla P2, ed era uno dei principali reclutatori, per conto della loggia, di vertici dell’Arma e del Sid. Aveva stretti rapporti con Palumbo, Bittoni, Birindelli, tutti espressione della P2, ed era un assiduo frequentatore di villa Wanda. Si trattava, dunque, di notizie assolutamente preziose nelle indagini del G.I. di Firenze dr. Minna, cui venne impedito l’accesso opponendo il segreto di Stato.
Sarebbe risultato che fu lui a presentare Cauchi a Mannucci Benincasa, all’interno di un rapporto che legava Cauchi a Gelli, e che tra lui e Franci vi erano eguali rapporti di amicizia, per cui la copertura data al Franci in occasione della strage dell’Italicus rientrava in questa congerie di rapporti massonico-eversivi che faceva capo al Sid, a lui ed a Licio Gelli.
Del resto, come ricorda lo stesso Luciano Franci, terrorista nero, egli fu impiegato dal "maresciallo Cherubini, che aveva rapporti con Batani e con Cauchi […] nella irruzione nella presunta sede di ‘Stella rossa’ di Lucignano […] organizzata da Batani e Cauchi", in una collaborazione con l’Arma che riguardava anche il gruppo neofascista di Tivoli che faceva capo a Tisei, con scambio di saluti romani e militari.
Ma dell’attività di Cauchi, compresi gli omicidi portati a termine su mandato del servizio segreto spagnolo, parleranno in molti: da Brogi, che con lui e con Zani portò a termine l’attentato dinamitardo all’altezza della stazione di Vaiano, a Vinciguerra, da Franci a Batani, da Maurizio Bistocchi a Gallastroni, da Orlando a Bumbaca, dal massone di piazza del Gesù Giovanni Rossi, alla Sanna, da Gubbini a Maurizio Del Dottore che, al pari di altri, riferisce come obbiettivo di Cauchi "erano i mezzi di comunicazione" ed in particolare i "binari della tratta Firenze Bologna".
Anzi, gli precisò di avere fatto un sopralluogo in quella zona, ed aggiunse che "l’attentato doveva avvenire sulla ferrovia tra Firenze e Bologna […] A Gelli e penso anche a Birindelli, fu detto chiaramente che eravamo un gruppo che si armava e che era pronto alla lotta armata nel caso di una vittoria delle sinistre al referendum […] Gelli sapeva che eravamo pronti per la lotta armata e che gli chiedevamo finanziamenti, ma non gli fu detto nulla di singoli attentati, né di armamenti".
E l’ammiraglio Birindelli, poi parlamentare missino, successivamente interrogato dalla Corte d’assise di Bologna in riferimento ai collegamenti con il maggiore Pecorella, Licio Gelli ed i finanziamenti ai neofascisti Cauchi, Brogi, Batani, etc., ha ricordato di essere stato avvicinato in quel periodo da esponenti aretini neofascisti che gli chiesero cosa fare delle armi che avevano messo da parte.
Ulteriore conferma che Gelli fosse il sovventore di quella micidiale banda armata neofascista viene ancora una volta da Brogi che riferisce che "fu il danaro datoci da Gelli a consentirci di acquistare le armi e l’esplosivo di Rimini".
Che tutti gli attentati degli anni dal 1969 al 1975 fossero da ascrivere ad esponenti neofascisti, è provato anche da una serie di condanne definitive per fatti di eversione e di terrorismo di esponenti di quell’area, Mario Tuti, Fabrizio Zani, Jeanne Cogolli, Augusto Cauchi, Luciano Franci, Andrea Brogi, Benardelli e Di Giovanni. Ma anche tanti altri furono sorpresi in quegli anni a maneggiare esplosivo e tutti sono risultati appartenenti alla destra, eversiva e non, e rapidamente scarcerati o mai arrestati (i vari Borromeo e Spedini, D’Intino e Danieletti, Naldi e Ferri, Loi e Murelli, Negri Pietro, e Silvio Ferrari e quelli del gruppo Mar-Fumagalli, della ‘Rosa dei Venti’ o della ‘Fenice’, la micidiale cellula veneta, e Giancarlo Esposti, sul punto di realizzare una terrificante progressione di attentati).
Ma anche la fine degli anni ’70 vedrà coinvolti in formazioni eversive e terroristiche come ‘Costruiamo l’azione’, Nar o Terza posizione, le medesime persone: Fachini, Dantini, De Felice, Tilgher, Ballan, Delle Chiaie, Signorelli, Fiore, Adinolfi, Fioravanti, Mambro, e tanti altri. Si tratta, sempre, di persone provenienti dalle fila dell’estremismo di destra e dello stesso Msi, portatori di una strategia golpista, che hanno intessuto collegamenti con esponenti delle Forze armate e con i Servizi segreti, che ne hanno costantemente coperto le responsabilità.
Il che ha consentito ai responsabili dei numerosissimi attentati di quegli anni, molti dei quali sventati solo per circostanze fortunate, di restare quasi sempre impuniti.
Su queste vicende va anche ricordato un episodio singolare: allorché Cauchi iniziò a non fidarsi di Brogi, un giorno "il Cauchi strappò un foglio dall’agenda e dettò al Brogi una dichiarazione in cui questi si affermava responsabile degli attentati di ‘Ordine nero’. Più tardi, in relazione a questo episodio, suggerii al Brogi di parlarne con un Magistrato, ma lui replicò che non era il caso poiché il Cauchi non avrebbe mai fatto uso di quella sua dichiarazione, essendo egli stesso implicato negli attentati".
E’ Daniela Sanna a ricordare la circostanza che verrà confermata anche da Donati, dallo stesso Brogi e da Giovanni Rossi, che ricorda la sicurezza con la quale Brogi escluse che Cauchi avrebbe fatto uso di quel documento confessorio "perché sennò lui Andrea avrebbe accusato Augusto in tutti gli attentati accaduti in Toscana".
Vi è, tra le tante, anche la parola, confusa, equivoca, involontariamente ironica, dello stesso capo centro Sid di Firenze che consulta il neofascista e terrorista Augusto Cauchi per ottenere informazioni sulla sinistra e per rassicurarsi circa la provenienza da quegli ambienti di attentati portati a segno dalla cellula aretina. Si saprà da Brogi che si trattava di schedature degli studenti cileni "filocomunisti" che studiavano all’università di Perugia; evidentemente per conto del Mannucci e della Dina e, verosimilmente, dello stesso Gelli, che aveva solidi rapporti con tutti i governi reazionari sudamericani.
Ancora una volta Vinciguerra, che ha vissuto la latitanza per anni al fianco di Delle Chiaie e di Cauchi, confermerà quelle dichiarazioni, precisando che nel 1977 incontrò in Cile Cauchi "impiegato presso la Dina". Si tratta cioè di un collegamento proseguito anche in territorio cileno. Ammetterà Mannucci Benincasa di aver ricevuto due telefonate da Milano del Cauchi il giorno in cui questi lasciò definitivamente l’Italia. Come si vede Cauchi rappresenta l’incrocio di tutti i protagonisti della strategia della tensione e, al momento della sua incriminazione, viene "consigliato" dall’avv. Ghinelli di lasciare il Msi, con la riserva di potervi rientrare in momenti più tranquilli.
Lo stretto rapporto di dipendenza di Cauchi dal Ghinelli è ulteriormente documentato dagli appunti che redige Delle Chiaie sulla base di quanto gli rivela Cauchi. Questi confermò a Delle Chiaie di aver riscosso contributi in danaro dai massoni della sua zona, ma sostenne di averlo fatto quale "semplice esattore" del federale missino.
Comunque è ancora la destra irriducibile ad attribuirsi una strage, quella dell’Italicus: lo fa Stefano Delle Chiaie, meticoloso raccoglitore di tutte le vicende eversive che si verificano in Italia, che gli vengono riferite, anche con metodi violenti, dagli autori di quei crimini allorché riparano, tutti, in Spagna. In appunti a lui sequestrati in Sud America al momento del suo arresto, Delle Chiaie annoterà, di suo pugno, accanto alla parola "Italicus", l’espressione, riferita agli autori della strage, "Cauchi e massoni". Notizia che non poteva che apprendere dalla fonte diretta Cauchi, che egli aiuterà ad uscire dal carcere spagnolo allorché costui verrà tratto in arresto per una vicenda di dollari falsi.
Vinciguerra, che confermerà il senso e l’affidabilità di quell’appunto, preciserà che Delle Chiaie, con l’espressione "massoni", intendeva riferirsi all’obbedienza di piazza del Gesù, di marcata ispirazione di destra, cui apparteneva Giovanni Rossi e da cui proveniva lo stesso Gelli. E aggiunge che Giovanni Rossi aveva un notevole ascendente sul gruppo, era un massone legato a Gelli e collegato con i servizi segreti…Poteva contare sulla copertura di persone dei Servizi di Firenze…ufficiali dei Carabinieri che sarebbero intervenuti per tirarli fuori". Per lui quella indicazione di responsabilità è attendibile e rappresenta "un punto dolente".
In effetti Stefano Delle Chiaie aveva dimestichezza con i massoni, in particolare con quelli all’obbedienza di Piazza del Gesù poi transitati nella P2: tra le sue fila vi era Adriano Tilgher, il cui padre, oltre ad essere tra i congiurati della ‘notte della Madonna’, era nell’elenco dei piduisti consegnato personalmente al dr. Vigna da Licio Gelli (che si preoccuperà di tornare dal magistrato per affermare, falsamente, che solo quel nome era stato inserito, per errore, nella lista); i militari golpisti agli ordini di Borghese e del Fronte nazionale di Delle Chiaie, erano tutti rigorosamente iscritti a quella loggia; i suoi referenti e protettori al Ministero erano Tedeschi e D’Amato, di notoria affiliazione piduista.
Tra i destinatari della rivista Confidentiel appartenente al Delle Chiaie, vi era la sede coperta della P2, cioè il ‘Centro studi di storia contemporanea’ di via Condotti a Roma, ove avvenivano le affiliazioni più segrete; durante la sua latitanza è stato accertato che Delle Chiaie manteneva contatti telefonici con l’addetto militare all’Ambasciata italiana di Caracas (e dunque sotto il controllo Sismi), Giuliano Poggi, regolarmente iscritto alla P2 e frequentatore, anche in Sud America, di Licio Gelli; il deputato missino Saccucci, anch’egli massone, tuttora latitante, avvertirà Adriano Tilgher dell’esistenza di un provvedimento cautelare nei suoi confronti consentendogli la fuga.
Inoltre Vinciguerra ricorda come Delle Chiaie avesse frequenti rapporti anche con l’avv. Minghelli, segretario amministrativo della P2, allorché, nell’autunno del 1975, Vinciguerra era latitante a Roma nell’appartamento-covo di via Sartorio.
Si tenga conto che Vincenzo Vinciguerra, pur affermando esplicitamente di conoscere i nomi degli autori delle stragi al treno Italicus e del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, rifiuta di farli protestandosi un irriducibile che non intende avere sconti di pena volendo pagare fino in fondo, e lui solo, i propri errori. E, a proposito dell’attentato al treno, afferma mostrando di essere persona informata, che "la strage dell’Italicus faceva parte della progressione che doveva portare allo stato di emergenza".
Marco Affatigato insiste sul punto sostenendo che "[…] Per quanto riguarda infine la linea strategica che faceva capo a Delle Chiaie, questa prevedeva l’intervento dell’Esercito teso a normalizzare situazioni di panico indotte da attentati stragisti di forte eco. In questa linea rientrano certamente gli attentati di Piazza Fontana, del treno Italicus e della strage di Bologna".
E, quanto a Delle Chiaie ed all’Italicus, è Vinciguerra, per anni suo fedele compagno d’armi, ad introdurre in maniera allusiva ulteriori sospetti allorché afferma: "Tornando all’estate del 1974, ricordo che al tempo della strage dell’Italicus, Delle Chiaie, nell’agosto, si trovava in Grecia. Certo si è recato là per sapere che cosa sarebbe avvenuto in Italia. Si trattò di un viaggio operativo". E più avanti, con parole che non è possibile rifiutarsi d’interpretare, aggiunge: "E’ ovvio che chi ha fatto le stragi per i Servizi ne scarichi poi la responsabilità su questi ultimi, essendo comune la strategia. In questo tipo di difesa c’è una logica ricattatoria".
Tornando all’appunto di pugno di Delle Chiaie, vanno ricordate le parole di Salvatore Francia, altro latitante neofascista, circa i rapporti di reciproco ricatto che intercorrevano tra Cauchi e Delle Chiaie: "In Spagna, nel 1976 […], Augusto Cauchi mi disse che era stato in carcere accusato di spaccio di banconote false e che era stato tirato fuori grazie a Delle Chiaie cui, dopo essere stato pesantemente pestato in carcere, mandò un biglietto sollecitandolo ad intervenire in suo favore, perché altrimenti avrebbe parlato […]. Peraltro il Cauchi non mi disse di cosa avrebbe potuto accusare il Delle Chiaie".
Vi sono poi le significative parole di un terrorista del calibro di Valerio Fioravanti che, nel corso dell’udienza avanti la Corte d’assise d’appello di Bologna, il 3 novembre 1993, afferma: "[…]Noi siamo cresciuti da sempre con l’unico grande dubbio se le stragi siano state opera di un appuntato dei Servizi segreti infiltrato nell’ambiente di estrema destra, o se era uno di estrema destra che tentasse di infiltrarsi negli apparati dei Servizi segreti".
Ovviamente la risposta è nel mezzo e cioè nella strumentalizzazione del neofascismo ad opera degli apparati dello Stato, i primi nella ricerca di spazi golpisti, gli altri preoccupati di ingessare un determinato assetto politico, garantendogli lunga vita.
Come del resto si evince dai ripetuti tentativi di golpe annunciati e rinviati, dalle stragi utilizzate solo per mettere sotto accusa gli opposti estremismi, dalle coperture sempre concesse agli autori dei più efferati crimini, come tutti i processi di strage hanno consentito di accertare con sentenze di condanna passate in giudicato a carico di esponenti dei Servizi segreti.
Anche la stampa di destra era funzionale al disegno eversivo di quegli anni: il direttore del Secolo d’Italia, Giano Accame, risulta tra i collaboratori italiani dell’Aginter press di Ives Guerin Serac, espressione Cia sotto le vesti di agenzia di stampa destinata a compiti di intossicazione e ad ogni sorta di congiura. Le ultime indagini relative alla strage di Piazza Fontana indicano Guerin Serac come il regista internazionale della strage per conto della Cia.
Vinciguerra ricorda che Delle Chiaie "era collegato all’Aginter Press e a Guerin Serac per operazioni eversive fin dall’epoca di Piazza Fontana" e come fosse impiegato dalla Cia per "operazioni coperte" in varie parti del mondo. Fu lo stesso Guerin Serac a parlargli, a Madrid, di Accame indicandolo come "un nazionalsocialista, tanto fanaticamente determinato gli era apparso, quando lo aveva conosciuto, nella sua volontà di combattere il comunismo". Tra i collaboratori di Guerin Serac compaiono oltre ai noti ed immancabili Guido Giannettini e Pino Rauti, anche Giorgio Torchia e Gino Agnese, redattori del Tempo di Roma, e Michele Rallo, con Giannettini articolista del Secolo d’Italia.
Piero Buscaroli, giornalista prima del Borghese, poi del Roma di Napoli, infine del Giornale, e candidato alle elezioni europee per Alleanza nazionale, incontrava spesso Maletti come risulta da appunti manoscritti da quest’ultimo. Antonio Labruna ha rivelato che Buscaroli era una "fonte stabile" di Maletti, tanto da essere inserito in un elenco di confidenti con il numero 22 ed i nomi di copertura Rosa, Viola e Giglio. La sua "area d’impiego" era la "situazione interna".
Del resto Pino Rauti e Gianfranceschi, indicati da Vinciguerra come "nazifascisti puri e duri", vennero assunti, grazie al Sifar, nelle ospitali redazioni del Giornale d’Italia e del Tempo.
Guido Paglia, uomo del Sid di Maletti e Labruna, è anche capo di Avanguardia nazionale all’epoca della latitanza di Delle Chiaie. Lavorerà con il Carlino e La Nazione e diverrà vice direttore del Giornale. Attualmente, come responsabile delle relazioni esterne della sociatà Cirio, riveste anche compiti dirigenziali all’interno della società sportiva Lazio.
Per lui la storia è ancora più inquietante: il 10 gennaio 1970, a meno di un mese di distanza dalla strage di piazza Fontana, smarrisce il suo portafoglio, dove si rinvengono alcuni appunti. Tra questi, i nomi e i recapiti degli anarchici del circolo 22 marzo; su un altro foglietto, annotazioni relative a saponette di tritolo; il primo appunto è redatto con la grafia di Mario Merlino che dovrà riconoscerne la provenienza. Con ciò rendendo evidente sin da subito il ruolo di infiltrato del Merlino per conto di An in gruppi anarchici ed, almeno, il ruolo di provocazione e di intossicazione delle indagini svolto da Delle Chiaie, da Merlino e dallo stesso Paglia. Che redigerà un dettagliato rapporto estremamente drammatico ed affidabile per il Sid sugli avvenimenti relativi alla ‘notte della Madonna’, inserendo tra i congiurati esponenti missini raccolti intorno all’on. Giulio Caradonna.
Indicherà inoltre il gruppo cui era a capo, Avanguardia nazionale, come una struttura armata, che si era proposta l’eliminazione fisica del capo della Polizia, Vicari, e che aveva sottratto dei mitra dal Ministero, realmente violato, armi di cui Delle Chiaie era in possesso a scopi ricattatori. E’ noto che quei mitra, infatti, vennero ricostruiti ex novo perché si potesse trasformare quel tentato colpo di Stato in farsa, come è puntualmente avvenuto grazie alla Procura di Roma ed alle compromissioni di uomini dell’entourage del sen. Andreotti che, secondo le precise dichiarazioni del Labruna, altereranno i nastri delle dichiarazioni di Remo Orlandini, rese liberamente al Labruna nella convinzione di parlare ad un congiurato, ed espungeranno, su disposizione dell’allora Ministro della Difesa, dai nastri i nomi dei congiurati Licio Gelli e Torrisi, iscritto alla medesima loggia del venerabile, poi assurto alle più alte cariche militari.
Il nome di Torrisi verrà indicato, in codice, dal gen. Maletti, come uno dei congiurati del golpe Borghese unitamente a quello di Mario Tilgher. Si tratta di nomi che, al pari di quello di Licio Gelli, non verranno mai comunicati all’autorità giudiziaria.
Anche la mafia e la ‘ndrangheta vengono investiti di ruoli eversivi:
così nel golpe Borghese erano pronti a scendere in campo uomini
della mafia con il compito di neutralizzare il prefetto Vicari, e della
‘ndrangheta, reclutati da Delle Chiaie in contatto con Antonio Nirta. La
stessa rivolta di Reggio vede insieme uomini di An e della mafia calabrese.
Anche su questi protagonisti calerà il silenzio e opereranno le
coperture del nostro Servizio militare, a tutela dei neofascisti e di quanti
si avvalevano delle loro azioni criminali.
Il ruolo dei dirigenti del Msi, i legami con gli ambienti eversivi e i finanziamenti da parte degli Usa
Come s’è visto in precedenza, uno dei personaggi a cavallo tra Ordine Nuovo e Movimento sociale è stato sempre l’avvocato Giulio Maceratini, destinato ad una carriera di riguardo all’interno del Msi e poi in Alleanza Nazionale.
Una carriera nella quale – nonostante la cosiddetta svolta di Fiuggi – non si è mai notata una netta e ferma presa di distanze non tanto dal fascismo tradizionale, quanto dall’eversione di destra la quale – come è ampiamente documentato – è stata a lungo "cullata" all’interno del Movimento sociale italiano, nonostante le differenze solamente formali di prospettiva e di tattica.
Maceratini è uno di quei personaggi che non ha mai fatto i conti politici con quell’esperienza. Al contrario, risulta documentalmente che anche in anni successivi a quelli della cosidetta strategia della tensione – almeno fino al 1997 - il senatore Maceratini abbia continuato ad avere contatti e legami politici con personaggi della destra everiva già inquisiti e, talora, condannati con sentenze definitive per episodi di terrorismo o per ricostituzione del disciolto partito fascista.
Il materiale documentale rinvenuto nel corso degli ultimi dieci anni è imponente e tale da non lasciare dubbi, soprattutto se messo in relazione con le lucide testimonianze dei diversi ex appartenenti ai gruppi neofascisti, come Vinciguerra, Digilio, Bonazzi, Pecoriello, Dominici e Martino Siciliano, che hanno deciso di fare chiarezza con il loro passato.
Vale la pena ripercorrere brevemente la carriera politica di Giulio Maceratini, a cominciare dai suoi poco lusinghieri debutti giovanili, quando – nel 1960 – assunse la presidenza della federazione studentesca "Gioventù mediterranea", che aveva sede a Roma, in via delle Muratte.
Maceratini era stato chiamato in sostituzione di Gino Ragno, chiamato alle armi alla scuola allievi ufficiali di complemento di Ascoli Piceno.
Tra i suoi primi atti, c’era stato quello di stringere un patto d’azione con Avanguardia Giovanile, per arrivare alla "riunificazione delle forze giovanili rivoluzionarie" che avrebbero dovuto costituire una sorta di "terzo polo" filo-fascista, alternativo sia al Msi che al Centro Ordine Nuovo. In quella operazione, l’alleato politico di Maceratini era Stefano Delle Chiaie, promotore di Avanguardia Nazionale Giovanile, già definita all’epoca dalla questura di Roma, una associazione "a sfondo neonazista" la quale, secondo gli Affari riservati, era stata inizialmente in stretto contatto con l’Arma dei Carabinieri. E’ la stessa questura di Roma, con una nota riservata indirizzata alla direzione generale della Ps il 16 marzo del 1960, a spiegare quali fossero stati i prodotti del sodalizio tra il presidente di Gioventù Mediterranea, Maceratini e quello di Avanguardia Giovanile, Delle Chiaie: "Nella sede di via delle Muratte n. 16 sono state organizzate, e da esponenti di Avanguardia Giovanile e Gioventù Mediterranea effettuate, le manifestazioni antiebraiche svoltesi a Roma, nella notte sul (rectius, del) 5 gennaio u.s., con esposizione di drappi e con scritte antisemite con fascio e la svastica".
L’esordio politico del giovane leader della destra estrema, ha visto Maceratini in combutta con Stefano Delle Chiaie impegnati in una delle più vergognose battaglie politiche, come quella dell’aggressione di stampo neonazista contro la nostra comunità ebraica e, più in generale, contro l’ebraismo.
Che la tendenza neonazista abbia rappresentato solo un "errore" dovuto all’ardore degli anni giovanili, è decisamente smentito da numerosi documenti redatti tra il 1965 e il 1966 dai quali emerge che Maceratini, nel frattempo diventato dirigente di Ordine Nuovo, era andato in Francia e Belgio insieme con l’avvocato Ezio Spaziani-Testa per avere un interscambio con Jean-Claude Jacquart, dirigente parigino della rivista neonazista "Révolution Européenne", per avere contatti con i dirigenti della rivista "Europe-Action" e con quelli di "Europe-Magazine". Lo scopo dei contatti era quello di favorire i rapporti tra gruppi neonazisti, neofascisti e di estrema destra di quei paesi e anche della Svizzera.
Maceratini, come s’è visto nella nota illustrata nel paragrafo relativo al Msi, è stato uno stretto collaboratore di Junio Valerio Borghese, ossia del comandante repubblichino autore di uno dei più pericolosi tentativi di golpe militare orditi contro la democrazia italiana. Il dato, alla luce delle altre acquisizioni, sembra fin troppo ovvio. Infatti l’esponente missino e di Ordine Nuovo non aveva nascosto, fin dagli anni Sessanta, le sue simpatie per il regime fascista dei colonnelli greci. Ossia un governo non nato attraverso libere elezioni, ma con un colpo di mano militare ampiamente ispirato dai servizi segreti statunitensti. Un’antica vocazione golpista.
Tant’è che Giulio Maceratini, come risulta da numerosi documenti del Ministero dell’Interno, fu tra coloro i quali nel 1968 presero parte al famoso viaggio in Grecia, per applaudire gli assassini di una democrazia e un governo messo all’indice da quasi tutti i paesi civili. In occasione di quel "pellegrinaggio" nei luoghi dell’eversione, l’attuale capogruppo al Senato di Alleanza Nazionale avrebbe addirittura svolto un ruolo di rilievo, stabilendo contatti politici – anche per ottenere finanziamenti - con i massimi esponenti della dittatura.
Una nota "da fonte qualificata" del Viminale datata 27 aprile 1968 è assai significativa. Vale la pena riportarla integralmente:
"In occasione delle manifestazioni promosse dal governo greco per solennizzare il primo anniversario della "rivoluzione del 21 aprile", 59 studenti greci ospiti in Italia e 49 persone di nazionalità italiana, appartenenti a gruppi politici di estrema destra (tutti identificati) si sono imbarcati il 16 corrente a Brindisi, diretti ad Atene, ospiti di quel governo.
Tra gli italiani figuravano esponenti provinciali o dirigenti nazionali di Ordine Nuovo tra cui l’avv. Giulio Maceratini e Romano Coltellacci.
Questi ultimi sono stati ricevuti da dirigenti politici greci per un "utile scambio di idee" e per discutere sulle manifestazioni in favore dell’attuale governo greco che dovrebbero svolgersi prossimamente in Italia, anche in "vista di eventuali sviluppi della situazione istituzionale ellenica".
Ai dirigenti di Ordine Nuovo è stato anche promesso un finanziamento per la pubblicazione di un opuscolo sui più recenti avvenimenti greci, nel quale saranno illustrate le ragioni storiche e pratiche che hanno indotto i militari ad assumere una posizione di rottura nei confronti della Casa Reale e di taluni ambienti capitalistici di quel paese".
Maceratini, come risulta da alcune note, era andato in Grecia insieme con una congrega di fascisti, alcuni dei quali sarebbero poi stati coinvolti nelle diverse inchieste sull’eversione fascista in Italia nell’ambito della cosiddetta "strategia della tensione" che sarebbe emersa in tutta la sua tragicità nel breve volgere di pochi mesi da quel viaggio.
Ma, in tema di finanziamenti e di rapporti ambigui, la lettura dei documenti riservati del Viminale dimostra come l’avvocato Maceratini, nel frattempo rientrato in pianta stabile nel Msi, abbia sempre assunto atteggiamenti quanto meno disinvolti. Ne è testimonianza una nota nr. 224/1001 del 25 settembre 1974 inviata dal Direttore di divisione dell’Ispettorato per l’azione contro il terroristmo al dirigente del Nat (nucleo anti-terrorismo) della questura di Torino.
E’ scritto nella nota:
"Il noto avv. Francesco Bignasca, di anni 55, cittadino svizzero […] avrebbe depositato nella repubblica elvetica, in un istituto bancario, buona parte dei fondi della ditta Mondial Import-Export, indicata dalla stampa di sinistra come dedita al traffico di armi e i cui massimi esponenti sono i noti dr. Romano Coltellacci, Giulio Maceratini e Mario Tedeschi.
Bignasca, inoltre, è in contatto con il dr. Giovanbattista Filippa, che è solito dichiararsi come rappresentante del governo rodhesiano in Italia.
Quest’ultimo, infine, da diversi anni è in rapporti di amicizia con l’on.le Pino Rauti, del Msi-Destra nazionale".
Dall’appunto, insomma, emerge non solamente il rapporto tra Rauti e il rappresentante di un governo all’epoca noto per essere uno dei più razzisti del mondo, insieme con il Sudafrica, ma soprattutto la collusione con un personaggio ambiguo, quale Bignasca, presentato come finanziatore dei missini.
Evidentemente le notizie riportate nella nota dovevano essere state verificate, se il successivo 27 dicembre 1974, sempre da Viminale, veniva inoltrato a Torino un ulteriore appunto più stringato ma, se possibile, ancora più esplicito:
"Fonte fiduciaria segnala che l’avv. Francesco Bignasca (…) titolare della ditta Mondial Import Export, sarebbe uno dei finanziatori delle organizzazioni neofasciste italiane.
In particolare sarebbe in contatto con Romano Coltellacci, Giulio Maceratini e Mario Tedeschi […].
E’ del tutto evidente che, a parte i golpisti greci, il Msi riceveva finanziamenti occulti da molti ambienti, compresi quelli più compromessi con il traffico di armi. Giulio Maceratini risulta essere stato uno dei referenti di questo sistema.
Ma c’è di più: dello specifico ruolo di Maceratini all’interno di Ordine Nuovo ha parlato anche Martino Siciliano, uno dei componenti della cellula ordinovista veneta che ha partecipato ad alcune attività eversive, che è diventato uno dei principali testimoni nelle nuove inchieste sul terrorismo fascista.
Siciliano ha riferito particolari di estremo interesse: "Il direttivo nazionale di Ordine Nuovo costituito dal presidente e fondatore Pino Rauti, aveva come consiglieri le seguenti persone: Paolo Signorelli, Maceratini, Rutilio Sermonti e Clemente Graziani.
Posso così definire il ruolo di ciascuno: Pino Rauti era il capo supremo sia sul piano politico che su quello operativo; Paolo Signorelli aveva funzioni direttive sul piano operativo, Rutilio Sermonti aveva il ruolo di conferenziere e Maceratini serviva da filtro fra Rauti e Signorelli nei contatti con i gruppi periferici.
So che tale filtro operava essenzialmente sul piano politico e che per la questione operativa l’azione di setaccio si verificava con minore frequenza essendovi diretti contatti con Signorelli.
Maceratini era comunque più nell’orbita di Signorelli che in quella di Sermonti.
Per attività operativa intendo la pianificazione di manifestazioni, le specifiche indicazioni di avversari politici da colpire durante le manifestazioni nonché le sedi dei partiti politici da assaltare durante e dopo i comizi […].
Di tutte queste attività antidemocratiche, dunque, Maceratini rappresentava il "filtro" tra livello politico e livello operativo. Una circostanza che, da sola, è sufficiente a rappresentare la conferma delle conclusioni di parte della magistratura, nelle quali si afferma che la distinzione tra Centro Studi Ordine Nuovo e Movimento Politico Ordine Nuovo è puramente formale.
Del resto, a testimonianza di quale sia stato il reale ruolo di "filtro" di Maceratini, è recentemente intervenuta la testimonianza dell’ex ordinovista di Verona, Giampaolo Stimamiglio, molto amico di Giovanni Ventura, nonché componente dei Nuclei per la difesa dello Stato, in particolare della legione veronese. Deponendo lo scorso 14 aprile 2000 dinanzi alla corte d’assise di Milano, nel corso del nuovo processo sulla strage di piazza Fontana, Stimamiglio ha ricordato che i giovani di Ordine Nuovo avevano organizzato alcuni campi paramilitari per esercitarsi alla resistenza in caso di invasioni da Est. L’ex ordinovista, in particolare, ha parlato di un campo, riferendo alla corte: "Responsabili di quel campo erano Pino Rauti, Paolo Signorelli e Giulio Maceratini. Mi stupii quando nel settembre del 1969 Pino Rauti decise di rientrare nel Msi. Era una scelta che contrastava con quanto aveva affermato prima. Diceva che il Msi vendeva i voti alla Dc". Ha aggiunto Stimamiglio di aver saputo in seguito che Rauti sarebbe rientrato nel Msi perché dopo gli attentati ai treni del ’69 "qualcuno lo minacciò di coinvolgerlo in tutti gli attentati che sarebbero avvenuti anche in seguito".
Dunque Maceratini, come risulta dalle dichiarazioni di un attendibile testimone diretto, è stato anche organizzatore di campi paramilitari. Quanto all’invasione da Est, è del tutto evidente che il compito sarebbe spettato ad una organizzazione istituzionale quale Gladio. Il fatto che ci si sia, al contrario, rivolti anche ad Ordine Nuovo dimostra una volta di più come Gladio – oltre gli aspetti di illegittimità – era una struttura con finalità interne, utilizzata anche come "paravento" per nascondere altre e ben più illecite attività antidemocratiche.
Altre due circostanze, prima di affrontare la vicenda del rientro di Rauti e degli ordinovisti nel Msi, sembrano meritevoli di attenzione: i legami tra Maceratini con esponenti della destra eversiva non sono mai venuti meno. Ancora negli anni ’90 e – in particolare – anche dopo il passaggio tra Msi e Alleanza nazionale, l’ex dirigente di Ordine Nuovo si è distinto per i suoi contatti. In particolare – sempre in relazione al garantismo pro-evorsori dimostrato fin dai tempi dell’indagine sul golpe Borghse, nel 1990 Maceratini partecipò ad una iniziativa presso l’associazione culturale "il Punto" dal titolo: "Un indulto per la pacificazione nazionale". Tra i relatori c’era Adriano Tilgher, leader dell’attuale Fronte Nazionale nonché, come abbiamo già visto, più volte inquisito. Ad ascoltare i relatori, tra cui Maceratini, tra gli altri c’erano alcuni noti naziskin, nonché esponenti del Movimento Politico Occidentale di Maurizio Boccacci, sciolto in base al decreto Mancino per incitamento all’odio razziale.
Ma l’aspetto principale è che l’associazione "il Punto", notoriamente, era una diretta espressione di Stefano Delle Chiaie, il vecchio camerata di scorribande antisemite sul quale, a questo punto, non occorre spendere altre parole. Vale solamente la pena ricordare come "il Punto" sia stato definito in un rapporto della questura di Bologna datato 16 novembre 1990: "(…) si danno convegno numerosi elementi dell’ultra destra, alcuni dei quali pregiudicati e dediti traffici (rectius, a traffici) illeciti".
Ancora nel 1997 Maceratini si è presentato a Nettuno per una iniziativa organizzata dall’associazione reduci della X Mas. Ancora una volta, insieme con l’esponente di Alleanza Nazionale, c’erano Mario Merlino, Stefano Boccacci, Adriano Tilgher e altri inquisiti nel corso delle diverse indagini relative all’eversione di destra.
Le dichiarazioni di Vinciguerra e Stimamiglio sulla decisione di Rauti di rientrare nel Msi dopo l’inizio della strategia della tensione – che abbiamo appena visto - trovano una ulteriore conferma nelle convergenti testimonianze di Carlo Digilio e Martino Siciliano, i quali hanno aggiunto che la vera motivazione di quella scelta era rappresentata dalla necessità di ottenere una maggiore copertura politico-giudiziaria, proprio in virtù del diretto coinvolgimento del gruppo ordinovista nella campagna terroristica scatenata fin dalla primavera del 1969.
Ha riferito Martino Siciliano: "Dopo qualche tempo (alla fine del 1969, nda) nel corso di una riunione plenaria di On nel Triveneto, mi venne annunciata la necessità di rientrare nel Msi, onde aprire l’ombrello nel senso di trovare riparo sotto l’ala del Partito.
Non riuscii a capire in un primo momento questa strategia, ma poi mi fu spiegato che era un ordine che proveniva da Roma e che, in previsione della piega che avrebbero potuto prendere le indagini sugli attentati che erano avvenuti o che dovevano avvenire, era pur sempre meglio far parte del Msi, piuttosto che risultare facile preda dell’autorità giudiziaria restando al di fuori del partito".
In termini analoghi si è espresso Carlo Digilio: "Ricordo che Soffiati, il quale effettivamente conosceva Rauti, aveva mostrato disappunto e una certa contrarietà alla linea di Rauti di rientro di Ordine Nuovo nel Msi nell’autunno 1969 e che espresse questa sua perplessità a Maggi il quale invece era fortemente convinto nella necessità di tale scelta.
Maggi diceva che era una strategia giusta perché in tal modo di apriva l’ombrello del Partito permettendo ad Ordine Nuovo, una volta all’interno del Partito stesso, legale e rappresentato in Parlamento, di proteggersi da iniziative giudiziarie".
Questo legame di solidarietà non si sarebbe spezzato nemmeno negli anni successivi. Infatti, a conferma del fatto che i legami tra i dirigenti missini e gli esponenti di Ordine Nuovo mantennero una notevole solidità anche negli anni immediatamente successivi alla strategia della tensione, esiste un rapporto dell’Ucigos del 26 aprile 1979 avente per oggetto: "Msi-Dn – corrente rautiana – attività" dal quale emerge chiaramente che Pino Rauti è rimasto in stretto contatto con gli ordinovisti veneti inquisiti e recentemente condannati per la strage alla questura di Milano e sotto processo per la strage di piazza Fontana (e verosimilmente sotto indagine per quella di piazza della loggia, a Brescia)
Il contenuto dell’appunto è eloquente ed è integralmente riportato:
"Di recente l'on. Pino Rauti avrebbe promosso iniziative nel Veneto intese a fare rientrare gli ex ordinovisti della Regione nelle fine del Msi-Dn.
In particolare il dott. Carlo Maria Maggi, ex leader veneziano del disciolto "Ordine Nuovo", molto legato al suindicato parlamentare, del quale gode piena fiducia, avrebbe condotto una proficua campagna diretta a favorire la iscrizione di amici, conoscenti e compagni di fede al "tiro a segno" di Venezia.
Alle cariche elettive del sodalizio avrebbe fatto nominare l'ordinovista Paolo Molin, come presidente, e Carlo Digilio, come segretario, entrambi strettamente legati al Maggi sul piano ideologico e dell'amicizia personale.
Il segretario del tiro a segno sarebbe responsabile, tra l'altro, della custodia, della manutenzione, dell'acquisto delle armi e relative munizioni, compiti che consentirebbero, - stando ad indiscrezioni trapelate nell'ambiente degli ex "ordinovisti" veneziani -, discreti margini di manovra per l'acquisizione di armi di provenienza non regolare.
Peraltro il dott. Maggi avrebbe preso contatti con gli "ordinovisti" di Verona e Rovigo dichiaratisi d'accordo sul progetto Rauti e le condizioni più favorevoli ad un rilancio di tale iniziativa si sarebbero ottenute a Verona, dove avrebbe ripreso a lavorare a ritmo intenso Marcello Soffiati. Quest'ultimo, in occasione di diversi incontri con il dott. Maggi a Venezia e Verona, avrebbe assicurato di poter calamitare nella corrente rautiana, oltre a tutti gli ex "ordinovisti", anche un certo numero di quadri e militanti del Msi-Dn veronese.
Nel quadro degli incarichi ricevuti, il Maggi manterrebbe una certa distanza nei confronti del Msi-Dn, limitandosi a "trattare" con alcuni fedelissimi alla linea di Rauti ed in particolare con l'esponente veneto più rappresentativo Gastone Romani di Padova".
Le successive indagini dell’autorità giudiziaria di Milano e di Venezia – oltre quella di Brescia – hanno pienamente confermato gran parte delle informazioni contenute nel rapporto, che appaiono estremamente inquietanti, perché dimostrano non più genericamente i contatti tra missini ed eversori di destra, ma direttamente i legami di un alto dirigente del Msi, Pino Rauti, con un gruppo ritenuto dalla magistratura direttamente coinvolto nelle stragi e cioè nei crimini più orrendi commessi contro cittadini inermi e contro la democrazia italiana.
Contatti che sono continuati negli anni.
Sul punto, la conferma testimoniale di Carlo Digilio è inequivocabile: "Maggi e Rauti erano da sempre molto legati, io lo definirei una rapporto come quello del curato che va a confessarsi dal suo vescovo.
Ricordo a titolo di curiosità che un giorno addirittura la moglie di Maggi si lamentò perché suo marito trascurava la famiglia e correva da Rauti ogni volta che questo arrivava a Venezia e ogni volta in genere che gli era possibile incontrarlo.
Questo rapporto non si è mai interrotto, Rauti e Maggi sono sempre rimasti in stretto contatto, come ho potuto rilevare per tutto il periodo in cui ho frequentato Maggi e cioè quantomeno fino alla mia fuga nel 1982".
Come detto in precedenza, secondo Carlo Digilio, Pino Rauti sarebbe stato un agente americano facente parte della sua stessa struttura. Una confidenza che gli era stata fatta dal suo "collega" Marcello Soffiati, e che era stata confermata dal superiore di Digilio stesso, il capitano David Carrett. Del resto, come ha sempre affermato lo stesso Digilio, in diversi colloqui, il capitano degli Usa aveva mostrato di essere al corrente dei progetti ordinovisti perché informato direttamente da qualcuno di On di Roma.
La testimonianza del collaboratore di giustizia circa i rapporti tra Rauti e gli ambienti americani trova una conferma documentale in una nota riservata, datata 12 novembre 1970, redatta da un fiduciario dell’Ufficio Affari riservati del Viminale, la nota fonte "Aristo", che informa i suoi superiori nei seguenti termini.
Anzitutto la fonte del Viminale segnala che i rapporti tra i giornalisti del "Il Tempo" Torchia, D’Avanzo, Rauti e Pasca-Raimondi "con l’addetto stampa dell’Ambasciata USA risalgono al mese di febbraio 1967", quando evidentemente la linea del quotidiano rientrava tra i progetti politici statunitensi e i giornalisti venivano gratificati, chi con viaggi premio, chi con un contributo mensile.
In questo quadro di collaborazione, Rauti coglie la possibilità di incrementare l’attività della sua organizzazione, e "tra la fine del 1967 ed il 1968 il Rauti propose all’addetto stampa di finanziare, sia pure parzialmente, le sue attività politiche (Ordine Nuovo, l’Agenzia di stampa e le pubblicazioni di opuscoli vari a carattere politico) e dopo un certo periodo ottenne infatti un primo aiuto economico".
Dunque, quando ancora i piani "stabilizzanti" che i circoli atlantici hanno programmato per l’Italia non sono divenuti operativi con le bombe, uno degli esponenti di spicco della destra eversiva è letteralmente "al soldo" dell’Ambasciata americana di Roma. E’ noto, e documentalmente accertato, che nel medesimo torno di tempo altre strutture USA tengono sotto controllo neofascisti come Digilio e Soffiati.
Successivamente, sulla scorta dei buoni contributi forniti, ai primi aiuti economici ne seguono altri, "sino a giungere ai rapporti attuali [novembre 1970] che consentono al Rauti di godere di un assegno di lire 200 mila mensili". Quali siano questi contributi, è la stessa fonte Aristo a riferirlo, specificando che "l’Ambasciata USA si è avvalsa e si avvale di Rauti per organizzare talune manifestazioni anticomuniste".
Al momento in cui Aristo – Mortilla ragguaglia i suoi superiori al Viminale, è passato quasi un anno dal tragico pomeriggio del 12 dicembre e le indagini, gravide di depistaggi e deviazioni, non hanno ancora imboccato la pista giusta. Negli Stati Uniti, e certo nell’Ambasciata americana di Roma, tuttavia, qualcuno sa cosa è successo esattamente, e non può non saperlo visto che si avvale di un collaboratore come Pino Rauti, del quale, a questo punto, conosciamo bene ruolo e compiti nelle vicende stragiste di quegli anni.
La sostanza è la stessa: rapporti di cointeressenza e di solidarietà.
Un’ambiguità di fondo che non è mai stata dissipata dai dirigenti
missini, nemmeno dopo la svolta di Fiuggi. Questo nonostante i rapporti
tra il Msi e il terrorismo di destra siano documentati da un enorme mole
di materiale processuale, di cui in questa relazione, per esigenze di sintesi,
si è dato conto solamente in maniera sommaria.
II - IL RUOLO DELLA MAFIA E DELLA MASSONERIA DEVIATA
Uccidere persone a caso, vecchi e bambini, clienti di una banca o passeggeri di un treno, in una parola "la strage", è stato un atto politico: un modo violento, barbaro, inaudito, per incidere sugli equilibri del paese e sulle sue istituzioni nell’ambito di strategie talvolta precise (ostacolare l’alternanza delle forze al governo) e in altri casi più confuse (indebolire lo Stato e ridurne la capacità di contrasto nella lotta alla criminalità organizzata).
La cosiddetta strategia della tensione è stata quindi la "parte armata" di un progetto politico, o di più progetti politici, messi in atto da soggetti diversi via via spinti a collaborare e ad integrarsi tra loro per colpire lo Stato democratico. Così l’eversione di destra si è saldata con parti importanti della mafia, di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta, spesso attraverso la mediazione attiva di logge massoniche deviate divenute il punto di incontro di capi dell’eversione e di boss mafiosi.
E’ oggi possibile affermare che la mafia (Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta) e la cosiddetta "massoneria deviata" sono state coinvolte a vario titolo nella stagione eversiva 1969 - 1974.
Il loro coinvolgimento, già emerso in inchieste giudiziarie e parlamentari del passato, è stato confermato negli anni ’90 da nuove importanti rivelazioni, raccolte sia in sede parlamentare che giudiziaria.
Tommaso Buscetta e Luciano Liggio, pur motivati da intenti diversi (Buscetta dall’intento di collaborare con la giustizia, Liggio forse per lanciare oscuri messaggi) sono stati i primi a parlare di un coinvolgimento di Cosa Nostra nella fase preparatoria del tentativo golpistico di Junio Valerio Borghese. Il contatto tra gli uomini d’onore e Borghese sarebbe avvenuto attraverso esponenti di alcune logge massoniche.
In anni più recenti, e precisamente nel corso dell’audizione alla Commissione Antimafia della XI legislatura, svoltasi il 16 novembre 1992, Buscetta ha fornito particolari inediti sulla vicenda. Egli ha dichiarato infatti che nel 1970 Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate erano interessati a creare in Sicilia un "clima di tensione" che avrebbe dovuto favorire un colpo di stato. Gli omicidi del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre ’70) e del magistrato Pietro Scaglione (ucciso, si badi bene, il 5 maggio del ’71), così come le bombe fatte esplodere a Palermo da Francesco Madonia, sarebbero stati finalizzati a questo obiettivo.
Buscetta e Salvatore Greco (peraltro risultato affiliato ad una delle logge palermitane ubicate in via Roma 391), che all’epoca si trovavano in America, furono informati del progetto di Borghese dai boss Giuseppe Calderone e Giuseppe Di Cristina, ed invitati a tornare rapidamente in Italia per discuterne insieme. Passando attraverso la Svizzera i due raggiunsero Catania, dove si svolsero riunioni preliminari alla presenza di Luciano Liggio (all’epoca ivi latitante), Calderone e Di Cristina. Successivamente questi ultimi due si incontrarono a Roma con il Borghese, al fine di stabilire quella che sarebbe stata la contropartita di Cosa Nostra in cambio del suo intervento in Sicilia a fianco dei golpisti. Borghese promise l’aggiustamento di alcuni processi, in particolare quelli di Liggio, Riina e Natale Rimi.
Altra importante riunione si svolse a Milano, con la partecipazione di esponenti di Cosa Nostra del livello di Stefano Bontate, Badalamenti, Calderone, Di Cristina, Buscetta, Caruso. Avendo il Borghese revocato la sua richiesta di avere un elenco nominativo dei soggetti mafiosi pronti a scendere in piazza con una fascia di riconoscimento al braccio, nel corso della riunione - prosegue nel suo racconto Buscetta - Cosa Nostra decise l’adesione al progettato colpo di Stato. Buscetta riprese quindi il volo per l’America, dove, appena giunto, fu arrestato. Racconta alla Commissione che, con sua grande sorpresa, la prima cosa che si sentì chiedere dalla polizia americana fu la seguente: "Lo fate o no questo golpe?" Egli fece finta di non capire e allora gli fu precisato che stavano parlando del golpe progettato da Borghese.
A Buscetta fu spiegato, in epoca successiva, (egli non indica da chi) che gli USA sostenevano il golpe. Nel corso della medesima audizione, Buscetta ha indicato nel colonnello Russo dei carabinieri il nominativo della persona incaricata di trarre in arresto il prefetto di Palermo. Ha inoltre specificato che i boss mafiosi non conoscevano Borghese; Di Cristina e Calderone furono infatti contattati da alcuni massoni che spiegarono loro cosa Borghese avesse in animo di fare e chiesero l’adesione preliminare di Cosa Nostra. Il massone che per primo stabilì con i due il contatto fu il fratello di Carlo Morana; ci fu poi un incontro, in un posto "dei massoni" (forse presso la sede di una loggia) e si pervenne ad una prima intesa di massima.
Sempre Buscetta, di fronte alla Commissione Antimafia, ha poi parlato di un altro coinvolgimento di Cosa Nostra, anche questo mediato dalla massoneria deviata, in un tentativo golpistico. Lo ha definito "quello di mezzo" (chiaramente tra quello del ’70 e quello di Sindona del ’79), cioè quello del 1974.
Di questo progetto, dichiara Buscetta, aveva parlato Sindona a Stefano Bontate ed a Salvatore Inzerillo, appositamente incontrati in Sicilia attraverso Giacomo Vitale, il cognato di Bontate, massone.
Giacomo Vitale, lo ricordiamo, era affiliato ad una delle logge siciliane del "C.A.M.E.A." - Centro Attività Massoniche Esoteriche Accettate, l’organizzazione massonica fondata a Rapallo nel 1958 dal medico Aldo Vitale insieme a Giovanni Allavena (alla guida del Sifar nel 1966, legato a Licio Gelli e risultato iscritto alla loggia P2), Jordan Vesselinoff (finanziatore di Carlo Fumagalli) ed altri di cui non si conoscono ancora i nomi. Gli esponenti cameini Giacomo Vitale, Michele Barresi e Joseph Miceli Crimi rimasero poi, come è noto, coinvolti nell’inchiesta sul finto sequestro di Michele Sindona.
Si ricorda inoltre che dagli atti dell’inchiesta padovana sulla "Rosa dei Venti" emerge la partecipazione di Sindona ad una riunione cospirativa svoltasi nel 1973, in una villa del vicentino, con la partecipazione, fra gli altri, di un generale statunitense.
Sindona, nel 1973, era entrato nella loggia P2, insieme a Carmelo Spagnuolo, in seguito alla confluenza della comunione di Francesco Bellantonio, alla quale appartenevano (erano affiliati alla loggia coperta romana "Giustizia e Libertà"), nel Grande Oriente d’Italia. Una importante riunione si era svolta nel 1973 a villa Wanda, presso l’abitazione aretina di Licio Gelli, con la partecipazione del generale Palumbo, comandante la divisione carabinieri Pastrengo di Milano, del suo aiutante colonnello Calabrese, del generale Picchiotti, comandante la divisione carabinieri di Roma, del generale Bittoni, comandante la brigata di Firenze, dell’allora colonnello Pietro Musumeci e di Spagnuolo, all’epoca Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma. Tutti affiliati alla P2. La riunione tra massoni era stata indetta da Gelli per illustrare la situazione politica italiana, caratterizzata da una grande incertezza, ed esortare i presenti a sostenere soluzioni politiche di centro, operando con i mezzi a loro disposizione. Il discorso, stando alle direttive impartite da Gelli, avrebbe dovuto essere trasmesso ai comandanti di brigata e di legione dipendenti dai convenuti. Nell’occasione Gelli ipotizzò la costituzione di un governo d’ordine presieduto da Carmelo Spagnuolo.
Ma tornando a Buscetta, egli dichiara alla Commissione Antimafia di avere appreso ulteriori notizie sul progettato colpo di Stato dal direttore del carcere dell’Ucciardone, dove all’epoca si trovava recluso, dottor De Cesare. Il golpe era stato ideato da massoni e da militari insieme. In occasione dell’insurrezione, Buscetta sarebbe stato aiutato ad evadere, passando per l’abitazione privata del De Cesare.
Antonino Calderone, altro collaboratore di giustizia, nel confermare alla stessa Commissione Antimafia l’avvenuto viaggio del fratello Giuseppe a Roma per incontrare Borghese, così riassume quello che il principe disse al congiunto per spiegargli la "strategia del golpe". Disse "che Roma era il centro e tutta l’Italia era periferia. Si doveva occupare prima di tutto il Ministero dell’interno e la RAI. Dal Ministero dell’interno un loro uomo avrebbe diramato a tutti i prefetti l’ordine di levarsi perché sarebbero stati sostituiti da altri uomini. Dovevamo accompagnarli noialtri mafiosi o i fascisti per farli insediare: se i prefetti non si volevano levare dovevamo intervenire noialtri. Borghese disse che dovevamo arrestarli e mio fratello rispose che non avevamo mai arrestato persone e che, se voleva, li potevamo ammazzare. Gli dissero che ci avrebbero dato delle armi, se mandavamo degli uomini a Roma, e che ci avrebbero fatto sapere la data. Hanno fissato la data ed è partito dalla Sicilia Natale Rimi con altri due. Gli hanno dato dei mitra, in quella famosa notte, dicendo: ‘Se sentite a Roma sparare qualche colpo ...’ Noi aspettavamo all’aeroporto il ritorno di questi." Calderone aggiunge che se le cose fossero andate bene l’insurrezione sarebbe scoppiata anche in Sicilia.
Anche Leonardo Messina, altro collaboratore di giustizia, ha fornito sulla vicenda la sua versione dei fatti alla Commissione Antimafia presieduta dall’onorevole Violante.
"Ci sono stati momenti nella mia vita - ero un ragazzo -" ha dichiarato Messina "nei quali abbiamo controllato alcuni obiettivi da assaltare. Aspettavamo un ordine perché dovevamo assaltare la caserma dei carabinieri e altri uffici." Ciò accadde, prosegue Messina, nel 1970 - 1971. L’ordine ricevuto era quello di assaltare caserme, prefetture e municipi. Il gruppo di Messina, composto di circa 20 giovani (uomini d’onore ed "avvicinati"), coordinato da un anziano mafioso di San Cataldo, Calì, era stato armato. Tutto era stato predisposto per entrare in azione, ma l’ordine non arrivò e Messina non venne mai a conoscerne le ragioni, in quanto il posto occupato nella gerarchia di Cosa Nostra non gli consentiva di fare domande, ma solo di ubbidire. Una situazione analoga, rivela Messina, si verificò poi tra la fine del ’73 e l’inizio del ’74.
Il quadro che complessivamente emerge dalle dichiarazioni di questi collaboratori di giustizia appare chiaro: i vertici di Cosa Nostra, attraverso esponenti massonici, hanno dialogato e trattato, nell’arco di tempo 1970-’74, con esponenti della destra eversiva ideatori di progetti golpistici. Non è chiaro fino a che punto l’organizzazione mafiosa abbia condiviso tali progetti, i quali, essendo peraltro dichiaratamente anticomunisti, non avrebbero dovuto esserle sgraditi. Emerge dalle dichiarazioni che, nel 1970, in cambio di un sostegno di tipo militare alle operazioni, che avrebbe dovuto fondamentalmente dispiegarsi in Sicilia, fu chiesta la revisione di alcuni processi. Non sappiamo quali fossero le contropartite richieste negli anni successivi, quando il tentativo del ’70 fu reiterato. Non è comunque difficile ipotizzare, alla luce di quanto è stato possibile appurare in ordine al progetto separatista del ’79 di Sindona ed ai suoi collegamenti con la ripresa, in quello stesso anno, della strategia delle bombe e degli attentati che culminerà con la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto, che Cosa Nostra abbia sostenuto tali progetti per perseguirne uno proprio, il suo sogno politico di sempre: il separatismo. Affiancare al controllo del territorio il controllo delle istituzioni, separare la Sicilia dal resto del Paese, ha rappresentato un’aspirazione di Cosa Nostra fin dallo sbarco degli alleati nell’isola. Quanto, con il passare degli anni, l’obiettivo sia stato realmente perseguito o soltanto minacciato, attiene a quella dialettica tra poteri invisibili ed istituzioni di cui si parlava all’inizio, con riferimento agli ideatori delle stragi.
Le ricordate dichiarazioni dei collaboratori di giustizia trovano un importante riscontro nella sentenza - ordinanza del ’95 del giudice istruttore milanese Guido Salvini. Dalla sua lettura si evince che il muro di omertà infranto per la prima volta da Buscetta nel 1984 era stato sapientemente edificato dal Sid dieci anni prima, quando furono trasmessi alla magistratura i rapporti del reparto D (al cui vertice si trovava il generale Maletti, affiliato alla P2), omissati di ogni riferimento a Gelli, a Cosa Nostra ed agli intermediari tra Borghese