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LE DICHIARAZIONI DI MARZIO DEDEMO
IN MERITO AI RAPPORTI FRA MAGGI E ROGNONI
DURANTE LA LATITANZA DI QUEST’ULTIMO IN SPAGNA
Il ruolo, pur secondario, svolto da Marzio DEDEMO nelle vicende oggetto della presente istruttoria costituisce un’altra testimonianza diretta della stabilità di contatti intrattenuti fra il dr. MAGGI e Giancarlo ROGNONI e del permanere degli stessi anche quando ROGNONI si era rifugiato in Spagna per sfuggire al mandato di cattura emesso nei suoi confronti in relazione all’attentato al treno Torino-Roma del 7.4.1973.
Marzio DEDEMO è cognato di Carlo DIGILIO avendone sposato, nel 1975, la sorella Rachele.
Anche sul piano delle semplici vicende anagrafiche, la sua persona rappresenta un ponte fra l’ambiente veneziano e l’ambiente milanese.
Aveva infatti risieduto a Venezia sino al 1974 e a partire da tale data si era trasferito a Milano lavorando anche, non a caso, nel garage Sanremo di proprietà della famiglia BATTISTON.
Uomo di fiducia, per le sue capacità pratiche, del più rappresentativo cognato e un po’ di tutto l’ambiente che intorno a MAGGI e DIGILIO gravitava, Marzio DEDEMO si era reso disponibile, pur senza diventare un militante di Ordine Nuovo, ad una serie di attività lecite e illecite di supporto, instaurando anche a Milano, nella seconda metà degli anni ‘70, rapporti sia con i superstiti del gruppo ROGNONI sia con i militanti di destra come Lorenzo PRUDENTE e Luca CERIZZA, che costituivano la rete di appoggio alla latitanza di Gilberto CAVALLINI.
In particolare Marzio DEDEMO, alla fine degli anni ‘70, aveva collaborato con DIGILIO nell’acquisto di notevoli quantità di armi cedute illegalmente dall’armiere Giovanni TORTA e rivendute poi, dopo la punzonatura del numero di matricola, in parte alla malavita comune e in parte, tramite l’intermediazione del dr. MAGGI, a Gilberto CAVALLINI che doveva in quel periodo rafforzare la dotazione del suo gruppo (cfr. ampiamente il capitolo 23 della presente sentenza-ordinanza).
Per tali reati, scoperti a seguito del casuale rinvenimento di alcune armi e della successiva confessione di Giovanni TORTA, Marzio DEDEMO era stato condannato dal Tribunale di Milano, il 25.2.1986, alla pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione (cfr. sentenza acquisita agli atti, vol.19, fasc.1), anche se non era stato possibile, all’epoca, provare con certezza che parte delle armi fossero state cedute, tramite il dr. MAGGI, ai terroristi neri di Gilberto CAVALLINI e di conseguenza sul punto era intervenuta una parziale assoluzione per insufficienza di prove.
Nell’ambito della presente istruttoria Marzio DEDEMO, uso a condividere, per così dire, nel bene e nel male le scelte del suo più autorevole cognato, ha confermato in una serie di dichiarazioni rese prima a personale del R.O.S. Carabinieri e poi a questo Ufficio, nei limiti delle sue conoscenze, alcune circostanze riferite da DIGILIO, aggiungendo il racconto di alcuni episodi che lo avevano visto, in genere per conto del dr. MAGGI, quale diretto protagonista.
In primo luogo Marzio DEDEMO ha ammesso di avere venduto a Gilberto CAVALLINI, fra il 1978 e il 1981, una quindicina di armi nuove e di notevole potenza utilizzando, quale canale di approvvigionamento, le cessioni fuori registro effettuate dall’armiere Giovanni TORTA (dep. a personale R.O.S., 15.11.1995, ff.1-2; int. a questo Ufficio, 10.4.1997, f.5).
Altri episodi di maggior interesse per la presente istruttoria riguardano limitate ma significative attività operative o di comunicazione di informazioni per conto del dr. Carlo Maria MAGGI:
- nell’estate del 1973 Anna CAVAGNOLI, moglie di Giancarlo ROGNONI, aveva subìto una gravissima aggressione a colpi di chiave inglese, ad opera di estremisti di sinistra, all’interno del suo negozio di camicie.
In quel momento Giancarlo ROGNONI era già latitante all’estero e, in tale situazione di confusione, era prospettabile che dalle persone vicine a ROGNONI e ancora operanti a Milano partissero pesanti azioni di ritorsione con esiti imprevedibili.
Il dr. MAGGI aveva allora immediatamente dato disposizione a DEDEMO di raggiungere Milano portando il suo ordine personale ai camerati de "La Fenice" di non compiere alcuna azione di rappresaglia.
Marzio DEDEMO era subito partito per Milano e aveva incontrato vari militanti fra cui BATTISTON, ZAFFONI, Cesare FERRI e Cinzia DI LORENZO comunicando loro l’ordine del dr. MAGGI che venne assolutamente rispettato (dep. 15.11.1995, f.3, e int. 10.4.1997, ff.2-3).
L’episodio, pur secondario, testimonia la solidità del vincolo gerarchico esistente all’interno di Ordine Nuovo e il ruolo di preminenza rivestito dal dr. MAGGI anche nei confronti di ROGNONI e della struttura milanese;
- nel medesimo periodo DEDEMO era stato incaricato dal dr. MAGGI di fare da scorta armata, in due occasioni, a importanti esponenti di destra, provenienti da altre città, che dovevano recarsi a Padova nella zona dell’Università.
Per tali azioni di "tutela", il dr. MAGGI aveva personalmente fornito a DEDEMO due ottime armi, una Franchi-Llama modello PYTON e una Browning bifilare, restituite da DEDEMO dopo l’esito positivo delle missioni organizzate con criteri altamente professionali (dep. 22.1.1996, ff.3-4; int. 10.4.1997, f.4).
Dalle dichiarazioni di Martino SICILIANO è emerso che era proprio SICILIANO, pur conosciuto solo di vista da DEDEMO, uno degli altri militanti che avevano partecipato a tale servizio di "scorta" armata e che uno dei dirigenti scortati era molto probabilmente il prof. Paolo SIGNORELLI (int. SICILIANO, 2.8.1996, ff.1-2);
- anche in favore del dr. MAGGI, a Venezia, DEDEMO aveva svolto il ruolo di "guardaspalle" e due volte lo aveva inoltre accompagnato a Milano a bordo dell’autovettura guidata dal dottore.
In entrambe le occasioni la ragione del viaggio erano incontri con ex-repubblichini in una trattoria.
Marzio DEDEMO era rimasto all’esterno a guardia dell’autovettura e quindi non aveva partecipato alle discussioni, ma aveva in seguito comunque saputo da Pio BATTISTON, padre di Pietro BATTISTON, che era invece presente, quale fosse stato il tenore dei discorsi del dr. MAGGI nell’occasione.
Il dottore aveva sostenuto che la strage era uno strumento di lotta politica e propugnato la necessità di continuare nella strategia degli attentati, la cui responsabilità doveva cadere sulle forse di sinistra, disgustando con tali discorsi addirittura la maggior parte degli ex-repubblichini presenti (dep. 22.1.1996, f.2; 7.3.1996, f.1. In merito alla "linea politica" del dr. MAGGI, si vedano anche le analoghe dichiarazioni di Martino SICILIANO, int. al P.M. di Milano, 7.10.1995, ff.6-7).
- nel 1975 Marzio DEDEMO, in occasione del proprio viaggio di nozze, si era recato a Madrid rimanendo per alcuni giorni ospite di ROGNONI e incontrando anche altri militanti fra i quali ZAFFONI e BATTISTON, quest’ultimo molto legato a DEDEMO che si era adoperato, l’anno precedente, per rendergli possibili i contatti con la famiglia quando era già latitante in Grecia.
In occasione del viaggio a Madrid, DEDEMO, su disposizione del dr. MAGGI, aveva portato a ROGNONI molti documenti italiani di vario tipo, di provenienza furtiva, e timbri componibili per la falsificazione degli stessi, nel quadro del sostegno alla latitanza del gruppo di italiani che gravitavano intorno a Giancarlo ROGNONI.
Marzio DEDEMO aveva inoltre lasciato a ROGNONI tutti i propri documenti personali, uno dei quali poi sequestrato nel 1977 ad un altro latitante, l’ordinovista genovese Mauro MELI che vi aveva apposto la propria fotografia (dep. 15.11.1995, f.4; 22.1.1996, f.4; int. 10.4.1997, f.4).
Secondo le regole vigenti nell’organizzazione, DEDEMO, se fosse stato controllato dalla Polizia durante il trasporto, avrebbe dovuto assumersi l’intera responsabilità del materiale e soprattutto non rivelare quale ne fosse la destinazione (dep. 22.1.1996, f.4).
Si noti che Giancarlo ROGNONI, pur escludendo alcuna connessione con attività illecite, ha ricordato di avere ospitato a Madrid Marzio DEDEMO e la moglie e di avere incontrato sempre a Madrid, più o meno nel medesimo periodo, ma in una diversa occasione, Carlo DIGILIO, impegnato evidentemente nella "missione" presso l’ing. POMAR (int. ROGNONI, 6.9.1996, f.3).
In ordine ai reati spontaneamente ammessi da Marzio DEDEMO, in ragione del tempo trascorso, deve essere emessa una dichiarazione di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.
Tuttavia tali episodi sono estremamente significativi all’interno del quadro complessivo delineatosi, poichè confermano sotto molti profili il racconto di Carlo DIGILIO e Martino SICILIANO e soprattutto contribuiscono a mettere a fuoco la preminenza, sia sul piano decisionale sia sul piano operativo, del dr. MAGGI anche al di fuori dell’area veneta e la permanenza di saldi contatti con Giancarlo ROGNONI ed i suoi uomini nel tempo e anche durante il periodo della latitanza in Spagna.
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L’IMPUTAZIONE ASSOCIATIVA
NEI CONFRONTI DI GIANCARLO ROGNONI
TRASMESSA DALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA DI BOLOGNA
Le imputazioni associative trasmesse dal Giudice Istruttore di Bologna con sentenza di incompetenza territoriale in data 24.9.1992, connesse al progetto delle quattro stragi che dovevano essere attuate al Nord e in Centro-Italia fra il 1973 e il 1974, riguardano Giancarlo ROGNONI e Marco BALLAN quali presunti ideatori e organizzatori di tale strategia eversiva.
Gli elementi essenziali raccolti, soprattutto dal G.I. di Bologna, a sostegno di tale prospettazione d’accusa saranno illustrati nel capitolo 29, dedicato alla posizione di Marco BALLAN.
Per quanto concerne invece specificamente la posizione di ROGNONI (anche a prescindere dalla parziale sovrapponibilità fra tale capo di imputazione e le imputazioni associative per le quali ROGNONI, quale capo del gruppo La Fenice, è stato rinviato a giudizio da questo Ufficio con la sentenza-ordinanza conclusiva del procedimento 721/88F), deve rilevarsi che in questa fase, a seguito di recenti acquisizioni, esistono i più netti e attuali elementi di connessione con le indagini in corso da parte della Procura della Repubblica di Brescia in merito alla strage di Piazza della Loggia del 28.5.1974.
Poichè la strage di Piazza della Loggia è una delle quattro che, secondo la strutturazione del capo di imputazione formulato dall’A.G. di Bologna, sarebbero state l’espressione del programma criminoso del gruppo milanese che si era coagulato intorno a Giancarlo ROGNONI, appare opportuno, per ragioni di organicità processuale, disporre la trasmissione alla Procura della Repubblica di Brescia delle imputazioni mosse originariamente a ROGNONI dall’A.G. di Bologna e degli atti relativi.
Ad integrazione di quanto emerso in relazione all’attività di Giancarlo ROGNONI e del suo gruppo, può aggiungersi che, dopo la chiusura del primo filone dell’istruttoria, è stato possibile acquisire le testimonianze di Francesco ZAFFONI, detto MENTA, un componente minore de La Fenice, rientrato in Italia dalla Spagna dopo una lunghissima latitanza avendo riportato all’inizio degli anni ‘70 una condanna, ormai prescritta, per aver custodito una valigia con esplosivo affidatagli da Giancarlo ESPOSTI.
Francesco ZAFFONI, ritenendo giusto fornire il suo contributo in merito all’attività passata di chi ha
"infangato l’azione politica della destra con lo strumento delle stragi" (deposizione a personale R.O.S., 14.3.1996, f.1), pur non potendo, per la sua posizione marginale, fornire elementi in merito agli avvenimenti più gravi, ha ricordato dettagli e circostanze di notevole interesse che contribuiscono a completare il quadro complessivo che si è delineato in anni di indagini.
Egli ha in primo luogo rievocato la sua fuga a Venezia nel 1974, nel momento in cui la condanna a proprio carico stava per diventare definitiva, prima presso l’abitazione dello stesso dr. MAGGI e poi presso il circolo Il Quadrato, punto di incontro degli ordinovisti veneziani, nello stesso periodo in cui si era rifugiato a Venezia, per diverse ragioni, anche Pietro BATTISTON (cfr. dep. 25.11.1995, f.2).
Da Venezia ZAFFONI aveva raggiunto la Spagna, abitando prima a Barcellona e poi a Madrid, ospite dell’appartamento di Giancarlo ROGNONI così come altri camerati milanesi fra cui Pierluigi PAGLIAI e Cinzia DI LORENZO (dep. citata, f.3).
A Madrid, Francesco ZAFFONI aveva nuovamente incontrato Carlo DIGILIO che era presente per svolgere attività di "consulenza" in favore dell’ing. Eliodoro POMAR.
Quest’ultimo stava infatti attrezzando un’officina destinata alla produzione della mitraglietta progettata dal colonnello SPIAZZI, attività che POMAR svolgeva in sostanza con l’autorizzazione del Ministero dell’Interno spagnolo nell’ambito della protezione fornita ai militanti di destra (dep. 22.11.1995, f.2).
Un elemento di grande interesse per la ricostruzione dei rapporti fra i milanesi e i veneziani sono gli incontri a Milano, rievocati da ZAFFONI, con Delfo ZORZI e Carlo Maria MAGGI, legato quest’ultimo da antichissima data a Giancarlo ROGNONI (dep. 29.11.1995 f.4, e 22.12.1995 f.1).
Nel 1970 inoltre, Francesco ZAFFONI, unitamente ad un camerata dell’O.A.S. di nome MIGUEL, incontrato su indicazione di ROGNONI, aveva raggiunto S.Etienne e poi Marsiglia, caricando nel doppiofondo di due autovetture una partita di fucili trasportati poi in Algeria e destinati all’opposizione algerina, operazione questa a fini certamente "destabilizzanti" in perfetta sintonia con quanto ampiamente raccontato in merito nei verbali di Vincenzo VINCIGUERRA (dep. ZAFFONI a personale R.O.S., 14.3.1996, f.4).
Infine Francesco ZAFFONI ha confermato i rapporti di contiguità, alla fine degli anni ‘60, fra l’area di estrema destra milanese e i Comandi della Divisione Carabinieri "Pastrengo", ricordando di essersi più volte recato presso la caserma di Via Lamarmora insieme a Giancarlo ESPOSTI, Pietro BATTISTON e altri camerati e che in tali occasioni i militari di guardia, evidentemente preavvisati, non effettuavano alcun controllo, consentendo così, in particolare ad ESPOSTI, che gestiva personalmente i contatti, di entrare e di parlare tranquillamente con alcuni ufficiali (cfr. dep. a personale R.O.S., 25.9.1996, f.3).
P A R T E T E R Z A
LE ATTIVITA’ EVERSIVE
DELLA CELLULA DI MESTRE/VENEZIA DI ORDINE NUOVO
E I CONTATTI CON IL GRUPPO MILANESE
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LE IMPUTAZIONI ASSOCIATIVE NEI CONFRONTI
DI MARTINO SICILIANO E PIERCARLO MONTAGNER
E I SINGOLI EPISODI CRIMINOSI ATTRIBUITI
ALLA STRUTTURA OCCULTA DI ORDINE NUOVO
Esposte nel capitolo 3 le linee generali della collaborazione di Martino SICILIANO e Carlo DIGILIO, è possibile passare ad esaminare anche i singoli episodi ascritti alla cellula di Mestre/Venezia, in collegamento strategico e funzionale con le altre cellule e in particolare quella milanese e secondo un programma criminoso che, nonostante il minor numero di elementi processuali raccolti in proposito, doveva certamente ubbidire alle direttive del Centro romano di RAUTI, SIGNORELLI e MACERATINI meta di numerose visite e incontri da parte soprattutto del dr. MAGGI e di Delfo ZORZI.
Gli episodi narrati nei verbali, soprattutto in quelli minuziosissimi di Martino SICILIANO e più limitatamente in quelli di Giancarlo VIANELLO, vanno da manifestazioni iniziali di squadrismo o violenza politica (quali il finto attentato all’Istituto Pacinotti, il danneggiamento dell’insegna della sezione industriale del P.C.I. di Mestre, il progetto di attentato alla sezione del P.C.I. di Piazza Ferretto preparando il quale Giulio NOE’ rimase gravemente ferito; cfr. rispettivamente int. SICILIANO, 14.10.1995, f.1; 9.10.1996, f.2; 22.8.1996, f.1; dep. Roberto MAGGIORI, 22.4.1995, ff.5-6) ad episodi ben più gravi di carattere marcatamente eversivo.
A partire dal 1966, infatti, in sintonia con le direttive del Convegno sulla guerra non ortodossa dell’Istituto Pollio e dopo il Convegno alla White Room di Mestre in occasione del quale, presente Pino RAUTI, fu riorganizzata la struttura di Ordine Nuovo del Triveneto (int. SICILIANO, 10.10.1995, f.4), e soprattutto dal 1968, quando Delfo ZORZI entrò più strettamente in contatto con la struttura centrale di Roma, le cellule di Mestre e Venezia si attrezzarono per il salto di qualità accumulando armi ed esplosivi in grande quantità ed iniziando a proporsi, con gli attentati di Trieste e Gorizia, quali una delle realtà trainanti della strategia terroristica.
Non è certo un caso che Pino RAUTI, in quegli anni, abbia scelto Mestre quale una delle sue mete preferite durante i propri giri di propaganda e indottrinamento politico (cfr. SICILIANO, int. 5.9.1996, f.3 e, fra gli altri, Guido BUSETTO, dep. 11.11.1996, f.3; Daniela SICILIANO, vedova di Leopoldo BERGANTIN, dep. 5.2.1997, ff.1-2; Nilo GOTTARDI, dep. 30.3.1996, f.3).
Sotto il profilo del reato associativo, certamente ravvisabile in quanto, già all’esito del procedimento celebratosi dinanzi alla Corte d’Assise di Roma, la struttura occulta di Ordine Nuovo è stata giuridicamente qualificata come banda armata, il dr. MAGGI e Delfo ZORZI non sono più perseguibili.
Infatti il dr. MAGGI è stato condannato con sentenza della Corte d’Assise di Venezia divenuta definitiva, mentre Delfo ZORZI, condannato in primo grado, è stato fortunosamente assolto con formula dubitativa in appello soprattutto perchè all’epoca esistevano a suo carico solo le dichiarazioni di Vincenzo VINCIGUERRA, appartenente alla cellula di Udine e quindi solo saltuariamente presente a Mestre e Venezia.
L’imputazione associativa deve invece essere mossa a Martino SICILIANO e Piercarlo MONTAGNER, secondo la formulazione di cui al capo 13 di imputazione che qualifica la cellula di Mestre/Venezia quale componente di una struttura armata unitaria, strategicamente e organicamente collegata alle altre cellule di Milano, Verona, Padova e Trieste e dipendente dalla struttura politico/organizzativa centrale di Roma.
Con riferimento alle singole posizioni, in parziale dissenso con la richiesta del Pubblico Ministero contenuta nella requisitoria finale del 14.7.1997, Martino SICILIANO deve essere considerato costitutore e organizzatore della banda armata e non semplice partecipe della stessa in quanto egli è stato presente sin dal primo momento in cui si è verificato il salto di qualità da semplice circolo politico/culturale a struttura eversiva, promuovendo con il suo impegno la formazione della banda e dando un contributo essenziale al progetto del dr. MAGGI e di Delfo ZORZI.
Egli deve quindi essere rinviato a giudizio per rispondere del reato di cui all’art.306, I comma, c.p.
L’imputazione mossa nei confronti di Piercarlo MONTAGNER deve invece essere derubricata in quella di cui all’art.306, II comma, c.p. (partecipazione semplice), in quanto il suo contributo non è stato altrettanto continuativo ed essenziale.
Infatti egli è stato in un primo momento assai vicino a Delfo ZORZI, partecipando al furto di esplosivo ad Arzignano e fornendo anche la sua collaborazione, grazie alla sua qualifica di elettrotecnico, nel gravissimo episodio costituito dalla sperimentazione, nella palestra di Via Verdi, dei circuiti elettrici destinati all’innesco di congegni esplosivi (int. SICILIANO, 20.3.1996, ff.3-6).
Tuttavia, dopo non molto tempo , il suo apporto operativo al gruppo è cessato e, rimanendo comunque fermi i suoi rapporti di amicizia e commerciali con Delfo ZORZI, la figura di Piercarlo MONTAGNER è ricomparsa, questa volta in funzione "informativa", allorchè, fra il 1993 e il 1996, egli ha tentato di controllare Martino SICILIANO e di scoprire dove si trovasse dopo la sua "diserzione", ha riattivato durante le indagini i contatti fra gli ex-camerati per controllare gli sviluppi dell’istruttoria e acquisire notizie sulle varie testimonianze svolgendo quindi un’intensa attività in favore del più compromesso Delfo ZORZI, attività che gli è costata, nell’estate del 1996, l’arresto insieme a TRINGALI e ANDREATTA con l’imputazione di favoreggiamento aggravato.
Tuttavia la prima fase della presenza di MONTAGNER all’interno del gruppo, per il carattere non primario e determinante del suo apporto, non può che essere considerato partecipazione semplice alla banda e di conseguenza, operata tale derubricazione, l’imputazione di cui al capo 13 di rubrica deve essere dichiarata estinta per intervenuta prescrizione.
Nel corso degli interrogatori di Martino SICILIANO sono inoltre emersi numerosissimi altri episodi, oltre a quelli di cui fra poco si dirà, che non hanno dato luogo a specifiche imputazioni, ma che contribuiscono, spesso in modo molto vivido e diretto, a tratteggiare il costante attivismo e i rapporti interni fra le persone che facevano parte dell’area di Ordine Nuovo e soprattutto l’idea di fondo che, in parallelo con il messaggio che derivava da apparati istituzionali o militari, si stesse arrivando, tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70, allo scontro finale determinato dalla necessità di salvare il Paese dal comunismo.
Alcuni di tali episodi, che attengono ai rapporti operativi fra il gruppo milanese e quello veneziano e ad azioni comuni di quest’ultimo con il gruppo triestino o delineano la personalità carismatica e il ruolo propulsivo svolto all’interno della struttura da Delfo ZORZI, meritano di essere accennati in via di sintesi.
Ci riferiamo a:
1. L’addestramento all’uso delle armi in un campo paramilitare allestito nel 1971 nella zona sopra Lecco, presenti, oltre a SICILIANO, quasi tutti i militanti o simpatizzanti de La Fenice quali ROGNONI, AZZI, PAGLIAI e anche Giancarlo ESPOSTI (int. 18.10.1994, ff.1-2; 8.11.1996, f.2).
2. L’assalto al Municipio di Padova, il 16.4.1969, giorno successivo all’attentato contro lo studio del Rettore Opocher, attacco finalizzato a colpire il Consiglio Comunale che intendeva denunciare fermamente l’episodio avvenuto all’Università riportabile alla cellula di Padova.
In tale occasione, oltre a Martino SICILIANO, erano presenti Piero ANDREATTA, Gianni MARIGA, Giuseppe FREZZATO e Marco FOSCARI, tutti facenti parte dell’area radicale di Mestre/Venezia e coinvolti, con SICILIANO, in altri episodi (int. 16.3.1996, ff.1-3).
3. La spedizione a Trieste, nel novembre 1969, in supporto ai camerati di tale città che intendevano punire alcuni avversari politici che avevano osato "avventurarsi" nella zona centrale della città, controllata dai neri.
SICILIANO, VIANELLO e BUSETTO, convocati dal dr. MAGGI che aveva come sempre messo a disposizione la sua autovettura, avevano rinforzato i ranghi dei triestini, già muniti di caschi di plexiglas e mazze da baseball, e i giovani di sinistra erano stati facilmente sopraffatti e colpiti (int.20.10.1994, f.7; 10.10.1995, f.3; 18.3.1996, f.4).
Si noti che sia Giancarlo VIANELLO (int.19.11.1994, f.10) sia Guido BUSETTO (dep. 11.11.1994, f.2, e 26.1.1996, f.2) hanno ammesso l’episodio fornendo una descrizione del tutto analoga e così anche Luciano BIASIOLO, militante missino di Mestre rientrato da Trieste, dopo la "spedizione punitiva", insieme ai camerati ordinovisti (dep.16.12.1995, ff.2-3).
4. Le azioni di vandalismo, fra il 1967 e il 1969, contro chiesette nell’entroterra mestrino e padovano, originate dall’odio di Delfo ZORZI contro la tradizione giudaico/cristiana che, secondo la sua visione ideologica, indeboliva gli spiriti invece di temprarli ed era in radicale antitesi ai modelli dell’uomo pagano, del combattente legionario e del samurai, intrisi di etica guerriera (int. 18.7.1996, ff.1-2).
5. Delfo ZORZI, nelle sue multiformi attività, affiancava allo studio dei testi teorici di Julius EVOLA e dell’etica guerriera giapponese interessi più pratici quali soprattutto la progettazione di ogni possibile tipo di innesco per ordigni esplosivi, dai normali circuiti elettrici sperimentati nella palestra di Via Verdi grazie all’elettrotecnico MONTAGNER (int. SICILIANO 20.3.1996, ff.3-5) sino a particolari tipi di innesco chimico a base di mercurio o funzionanti tramite un altimetro (int. 20.5.1996, f.2).
Disponeva anche di un libro in inglese, fuori commercio e certamente di provenienza militare e forse di provenienza N.A.T.O., che riguardava in termini assai pratici l’uso degli esplosivi e i vari sistemi di innesco (int. 25.4.1996, f.3; 9.8.1997, f.2).
6. Infine ZORZI e MOLIN, reduce quest’ultimo dalla partecipazione al Convegno del Parco dei Principi a Roma sulla guerra non ortodossa, si erano occupati di distribuire tra i militanti fidati, anche all’interno delle caserme, alcune decine di copie del libretto "LE MANI ROSSE SULLE FORZE ARMATE", scritto da RAUTI e GIANNETTINI sotto falso nome e finanziato da un settore del S.I.D. nell’ottica di allertare e difendere l’Esercito dal pericolo di infiltrazione comunista e di ispirare la formazione di uno "Stato Maggiore parallelo" formato da militari e civili.
La diffusione del volumetto semiclandestino all’interno di Ordine Nuovo (int. SICILIANO 9.10.1995, f.3 e 25.5.1996, f.4; e anche dep. Giuliano CAMPANER 1°.4.1995, f.4) indica che la struttura di Delfo ZORZI non si riteneva un gruppo eversivo in senso proprio, ma componente attiva di un più vasto progetto comprendente, al di là dell’ideologia nazional/rivoluzionaria, l’alleanza con strutture istituzionali.
Nell’esporre, nei capitoli che seguono, le risultanze relative ai singoli episodi criminosi, al fine di evitare una inutile duplicazione di lavoro, sarà utilizzata, quale filo conduttore, la motivazione del mandato di comparizione emesso da questo Ufficio in data 13.6.1997 nei confronti del dr. Carlo Maria MAGGI, in contestualità con il suo arresto per il concorso nella strage di Piazza Fontana e gli attentati collegati e la strage di Via Fatebenefratelli.
Saranno aggiunte solo alcune necessarie integrazioni con riferimento ad alcuni episodi e ad alcune posizioni personali non toccate direttamente da tale provvedimento.
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IL FURTO DI ESPLOSIVO IN UNA CAVA DI MARMO NEL VICENTINO
E LA SUA COLLOCAZIONE NEL CASOLARE DI PAESE (TV)
OVE FURONO PREPARATI GLI ATTENTATI AI TRENI
Tale episodio costituisce, secondo il racconto di Martino SICILIANO, il momento iniziale, avvenuto nel 1965 o più probabilmente nel 1966, della formazione della dotazione militare della struttura occulta di Ordine Nuovo per quanto concerne la cellula mestrino/veneziana e non a caso la data dell'episodio corrisponde ad un momento di poco successivo al Convegno dell'Istituto Pollio, a Roma, durante il quale fu deciso di costituire una struttura anticomunista a diversi livelli, anche prettamente clandestini, e si colloca altresì contestualmente alla nascita, soprattutto in Veneto, dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO costituiti da militari e da civili prevalentemente ordinovisti.
Una prima descrizione sintetica dell'episodio è stata fornita da Martino SICILIANO in uno dei suoi primissimi interrogatori, in data 20.10.1994, introducendo il discorso a partire dallo stabile utilizzo da parte del gruppo dell'autovettura del dr. Carlo Maria MAGGI:
"""
....Voglio anche aggiungere che il dr. Maggi era il responsabile operativo per il Triveneto e poi anche per la Lombardia quando si formò il gruppo milanese, che aveva qualche presenza anche a Bergamo e a Brescia. .... Vorrei anche precisare che la prima macchina del dr. Maggi da me guidata era una Fiat 500, intorno al 1964/1965, sempre disponibile nel garage San Marco di Piazzale Roma a Venezia.Con tale macchina ci recammo io, Zorzi e Piercarlo Montagner sui monti del Chiampo, nella provincia di Vicenza, per il prelievo di una quantità di AMMONAL e di miccia a lenta e rapida combustione di cui ho già parlato.
Preciso che Delfo Zorzi, nativo di Arzignano che è un Paese vicino al Chiampo, conosceva molto bene la zona.
Una parte di tale materiale fu da noi trasportata sulla 500 di Maggi, un'altra parte invece, dopo essere stata nascosta in quella zona vicino allo stesso casotto dove era stata prelevata, venne recuperata pochi giorni dopo da me e da Zorzi e trasportata prima sulla corriera che dal Chiampo porta a Vicenza e poi in treno fino a Marghera, ove restò a disposizione di Zorzi....""".
(SICILIANO, int. 20.10.1994.
L'episodio è stato poi ripreso da Martino SICILIANO, con maggiori dettagli, nell'interrogatorio in data 15.3.1995 allorchè egli, rientrato in Italia dopo la primissima fase della sua collaborazione, ha ripercorso con maggiori approfondimenti tutti gli episodi e le circostanze già rapidamente descritte nei primi tre interrogatori dell'ottobre 1994:
"""
....Ci recammo sul posto con la FIAT 500 del dr. Maggi, accompagnati ovviamente da Zorzi che conosceva i luoghi.Ricordo che io avevo da poco preso la patente e guidavo la macchina.
Eravamo io, Montagner e Zorzi.
Maggi era al corrente che noi dovevamo prendere la macchina per questa missione.
Rubammo da un casotto, sfondando la porta, l'esplosivo, erano 30 o 40 chilogrammi di ammonal diviso in sacchetti di plastica trasparente, nonchè detonatori e miccia sia detonante sia a lenta combustione.
Poichè si trattava di un grosso quantitativo ne nascondemmo una parte in un luogo non distante e portammo il resto a Venezia con la 500.
Dopo qualche giorno tornammo a Vicenza in treno, sempre noi tre, prendemmo l'autobus per Arzignano e recuperammo l'altro l'esplosivo e la miccia nascondendoceli addosso e rientrando così a Venezia.
Zorzi si occupò personalmente di custodire tutto l'esplosivo.
Non sono in grado di dire dove lo custodisse.
Poichè l'Ufficio mi chiede di descrivere questo esplosivo, posso dire che era contenuto in sacchetti di plastica trasparente del peso di circa 1 o 2 chili ciascuno ed era a scaglie di colore rosa perlaceo e biancastro.
Poichè l'Ufficio mi fa il nome della località Paese, posso dire che conosco l'esistenza di questa località che è nei pressi di Treviso e dove se non sbaglio vi è una base aerea.
Non la ricollego tuttavia, almeno per quanto a mia conoscenza, ad attività del gruppo.
Posso essere più preciso in merito alla data del furto ad Arzignano.
Io avevo preso da poco la patente di guida, esattamente l'11.12.1964, come posso rilevare dal documento che ho con me e quindi il fatto si colloca sicuramente nella prima metà del 1965...."""
(SICILIANO, int.15.3.1995).
Anche per tale episodio, come per quasi tutti gli altri oggetto della presente istruttoria e narrati da Martino SICILIANO e da Carlo DIGILIO, l'iniziale confessione e chiamata in correità di una delle persone coinvolte non è rimasta isolata, ma si sono aggiunte altre dichiarazioni che hanno consentito di acquisire un riscontro incrociato e altamente rassicurante sulla verità degli avvenimenti narrati.
Un primo elemento di riscontro, seppur generico, è giunto infatti dalle dichiarazioni di Giancarlo VIANELLO, anch'egli militante della cellula mestrina e coinvolto negli episodi di Trieste e Gorizia dell'ottobre 1969.
Giancarlo VIANELLO il quale, nell'ambito di dichiarazioni piuttosto ricche e dettagliate, ha confermato quasi tutte le circostanze riferite per primo da Martino SICILIANO, ha anche ricordato un particolare in piena sintonia con l'episodio del furto presso la cava di Arzignano.
Infatti VIANELLO ha ricordato che Delfo ZORZI, nel corso di riunioni tenute a Mestre con gli altri militanti, aveva segnalato che uno dei modi migliori per approvvigionarsi di esplosivo senza difficoltà era rubarlo presso le cave (int. 11.7.1995, f.2).
I reati connessi al furto dell'esplosivo presso la cava di Arzignano sono stati contestati, oltre che a ZORZI il quale non si è mai presentato in Italia per rispondere, anche ovviamente a Piercarlo MONTAGNER, fotografo tuttora residente a Mestre, legato da rapporti ancora vivi ed attuali a Delfo ZORZI, sebbene questi risieda da moltissimi anni in Giappone.
Si ricordi infatti che Piercarlo MONTAGNER, una delle primissime persone indicate da Martino SICILIANO quale possibile contatto ancora operativo ed esistente fra l'ambiente di Mestre e il Giappone, è stato uno dei tre soggetti colpiti da ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della Procura di Milano nell'estate del 1996 in quanto, soprattutto a seguito di intercettazioni telefoniche ed ambientali, era emersa una vivacissima attività di sostegno e di favoreggiamento nei confronti del capo carismatico del gruppo di Mestre, impossibilitato a seguire direttamente in Italia lo sviluppo delle indagini.
Piercarlo MONTAGNER, infatti, sentito anche alla presenza del Pubblico Ministero in data 5.8.1996 quando egli insieme ad ANDREATTA e a TRINGALI era detenuto per il reato di favoreggiamento aggravato dalla finalità di terrorismo, ha fatto parziali ammissioni in merito all'episodio di Arzignano.
Egli ha infatti ammesso di essersi recato con altri componenti del gruppo ad Arzignano, nella zona ove vi sono le cave, proprio per verificare i luoghi dove, senza particolari protezioni di persone o di cani da guardia, lasciavano l'esplosivo normalmente utilizzato per tale tipo di lavoro.
Il gruppo, sempre secondo il racconto di MONTAGNER, aveva potuto vedere l'esplosivo, chiaro e di aspetto granulare, e quindi assolutamente corrispondente a quello descritto da Martino SICILIANO.
MONTAGNER ha tuttavia negato di avere poi partecipato materialmente al furto dell'esplosivo e ha sostenuto che i sopralluoghi cui egli aveva preso parte erano avvenuti non con una FIAT 500 (tipo di vettura di cui allora disponeva il dr. MAGGI), bensì con una GIULIA o una FIAT 1100.
Martino SICILIANO non ha avuto difficoltà, focalizzando ulteriormente i suoi ricordi in merito a tale episodio, a smentire il tentativo pur parziale di MONTAGNER di ridurre le proprie responsabilità e forse anche di escludere il dr. MAGGI dalla corresponsabilità in questa prima azione del gruppo.
Infatti, risentito in data 28.8.1996 dopo l'audizione di MONTAGNER, Martino SICILIANO ha fornito ulteriori particolari che scolpiscono la presenza di MONTAGNER al momento della materiale consumazione del furto:
"""
....Quanto dice MONTAGNER è una verità parziale nel senso che egli ha invece materialmente partecipato al furto dell'esplosivo.Riprendendo quanto ho già dichiarato in data 15.3.1995, in relazione al furto di Arzignano, posso infatti fornire ulteriori particolari che mi vengono in mente, focalizzando specificamente tale episodio.
Partimmo un sabato alla volta di Arzignano io ZORZI e MONTAGNER, subito dopo la fine dell'orario scolastico, in quanto eravamo ancora tutti studenti.
Avevamo la 500 di MAGGI, che andammo a prendere, come sempre, al garage San Marco di piazzale Roma.
Prendemmo l'autostrada fino a Padova poi la statale fino a Vicenza e raggiungemmo la cava che ZORZI già conosceva.
Attendemmo l'imbrunire e riuscimmo ad entrare nel casotto sfondando la porta di ingresso.
Risalimmo in macchina tutti e tre riempiendo il portabagagli anteriore della 500 con il materiale rubato.
Sono assolutamente certo del fatto che avessimo la macchina di MAGGI per un preciso fatto particolare.
Io ero, ovviamente, più abituato a guidare la 1100 di mio padre, che aveva il cambio al volante e di cui conoscevo bene il funzionamento della retromarcia.
Avevo, invece, qualche problema con il cambio a cloche della 500 che conoscevo poco e quando ci allontanammo, finimmo in un viottolo, che terminava in un burrone, andando vicini a finirci dentro.
Non riuscii assolutamente ad ingranare la retromarcia e fummo costretti a girare la 500, che per fortuna era abbastanza leggera, a mano, facendo forza tutti e tre.
Lasciammo parte del materiale a non molta distanza dal casotto in una boscaglia, e l'indomani solo io e ZORZI andammo sul posto in treno e in autobus per recuperare quanto era rimasto lì.
Ricordo che faceva ancora abbastanza freddo, avevamo il cappotto e nascondemmo sotto quell'indumento il materiale...."""
(SICILIANO, int.28.8.1996).
Anche Carlo DIGILIO ha riferito di avere appreso, seppur in tempi molto successivi ai fatti, da Marcello SOFFIATI, che Delfo ZORZI e il suo gruppo avevano rubato dell'esplosivo in una cava vicina proprio al paese natale di Delfo ZORZI e cioè Arzignano nel vicentino (int.31.1.1996, f.4).
Il furto dell'esplosivo nella cava e la disponibilità da parte del gruppo già a partire dalla metà degli anni '60 di almeno 30 chili di AMMONAL, pur concretizzandosi in reati prescritti sul piano processuale, costituiscono un tassello molto importante della ricostruzione dell'attività del gruppo mestrino e della credibilità complessiva di quanto narrato da SICILIANO, DIGILIO e dagli altri testimoni che hanno deciso di riferire, magari parzialmente, quanto a loro conoscenza.
Infatti è proprio in relazione al furto dell'AMMONAL che le dichiarazioni di Martino SICILIANO e Carlo DIGILIO (i quali non avevano mai operato congiuntamente e si erano a stento conosciuti) si intersecano rafforzandosi reciprocamente e fornendo l'uno all'altro un riscontro di cui ciascuno dei due non poteva nemmeno conoscere l'esistenza.
L'esplosivo rubato ad Arzignano, di cui Martino SICILIANO ignorava il luogo ove in seguito era stato custodito non avendo personalmente accesso ai "depositi" gestiti da Delfo ZORZI, è infatti l'esplosivo visto e maneggiato successivamente da Carlo DIGILIO in occasione dei suoi accessi al casolare di Paese, nei pressi di Treviso, gestito da ZORZI insieme a Giovanni VENTURA e Marco POZZAN, componenti della cellula padovana.
Carlo DIGILIO ha parlato delle consulenze da lui effettuate in tale casolare, ove erano ammassate armi ed esplosivo e vi era una stampatrice di proprietà di VENTURA, sin dai suoi primi interrogatori, ampliando man mano il tenore e la portata delle sue dichiarazioni e mettendo sempre maggiormente a fuoco l'importanza di tale base operativa e il ruolo da lui svolto non solo nella manutenzione delle armi presenti, ma anche della fabbricazione degli ordigni esplosivi utilizzati per gli attentati ai treni dell'8/9 agosto 1969.
Vediamo le dichiarazioni di Carlo DIGILIO rese in data 19.2.1994, relative a tale importantissima vicenda, raccontate dopo avere spiegato di avere svolto sin dalla metà degli anni '60 l'attività di informatore, così come Marcello SOFFIATI, per una struttura americana che aveva sede nella base FTASE di Verona:
"""
....La persona a cui facevo riferimento all'interno di questa attività <<nota Ufficio: l'attività informativa appena citata>> mi chiese di prendere contatto con un professore di Vittorio Veneto che aveva bisogno di una persona come me esperta in armi, ma non conosciuta politicamente in tale zona e non contrassegnata da una precisa militanza politica.Mi recai quindi a Vittorio Veneto ove conobbi il professore che si chiamava Professor FRANCO....
Costui .... aveva combattuto per la Repubblica Sociale Italiana tanto da essere appunto il responsabile della locale sezione degli ex combattenti della R.S.I.
Il professore mi disse che avrei dovuto controllare una certa situazione proprio grazie alla mia esperienza in fatto di armi.
Avrei dovuto poi riferirgli ed egli stesso avrebbe poi riferito alla Struttura cui facevamo riferimento.
Mi disse quindi di andare a Treviso in una libreria di cui non ricordo più il nome, gestita da GIOVANNI VENTURA e di chiedere di costui.
Così feci e conobbi VENTURA, in un primo momento un po' diffidente, ma poi abbastanza presto affabile.
Mi espose il suo problema che consisteva nella catalogazione e risistemazione di quella che lui chiamava una "collezione di armi".
Capii subito che VENTURA non capiva niente di armi.
Ci incontrammo quindi una seconda volta, di lì a pochi giorni, e mi accompagnò con la sua macchina, una Mini Minor rossa, partendo da Treviso sul posto che dovevamo raggiungere.
Si trattava di un casolare un po' isolato in provincia di Treviso che all'occorrenza saprei indicare.
Ricordo che VENTURA con la sua macchinetta correva a rotta di collo.
Arrivammo quindi in una casetta modesta, isolata, in fondo ad un viottolo e vi trovammo un'altra persona che mi riservo di indicare, persona che si fece riconoscere e che io vedevo per la prima volta proprio in quella occasione.
All'interno di questo casolare, costituito da due stanze al piano terreno, c'era nella prima stanza a destra qualcosa coperto da un telo ed era una stampatrice che loro stessi indicarono come "la vecchia".
VENTURA disse proprio all'altro: "Stai facendo la guardia alla vecchia?".
Nella stanza a sinistra, lungo il muro del lato destro, sotto un telo c'era ammassato un quantitativo di armi in una gran confusione, alcune intere, alcune smontate e c'erano anche alcune cassette di munizioni e di caricatori.
Sembravano buttate lì di fretta per una ulteriore sistemazione.
Ricordo dei moschetti MAUSER, dei M.A.B., un fucile semiautomatico tedesco di precisione, qualche STEN e una mitragliatrice MG 42 e cinque o sei cassette di cartucce per questa mitragliatrice.
E poi c'erano altre cartucce di vario tipo.
C'erano vari tipi di armi e tanti tipi di cartucce. Ricordo che VENTURA si preoccupava della intercambiabilità di queste cartucce.
Talune armi, come ho detto, erano smontate e attaccate con del nastro isolante.
Io mi misi a fare questo lavoro di catalogazione e sistemazione occupandomi anche del rimontaggio, quando era possibile, della armi smontate.
C'era veramente di tutto, anche delle pistole dell'800 ad avancarica.
Il casolare era circondato da un muretto e ciò non consentiva a nessuno, anche a chi fosse passato di lì per caso, di vedere cosa vi fosse all'interno.
Ad un certo punto, essendo ora di pranzo, VENTURA uscì con la macchina per andare a prendere dei panini in un paese vicino e l'altro rimase fuori dal casolare di guardia.
Mi avevano detto che i sacchi che si notavano sul lato sinistro della stanza dove c'erano le armi, erano un paio di sacchi di juta e un paio di plastica, contenevano del concime chimico e che mi dissero di lasciare perdere.
In effetti dall'aspetto poteva sembrare così, ma io sfruttai quei pochi minuti per rendermi conto di cosa ci fosse realmente.
Nei due sacchi di juta c'erano due cassette metalliche color verdastro, di tipo militare, che io aprii rapidamente e dentro le quali c'erano dei candelotti di tritolo di quelli in uso all'Esercito, ricoperti di carta con il vano cilindrico, da un lato protetto da un velo di carta, per introdurvi il detonatore.
Ricordo che per controllare che non fossero di plastico ne ho preso in mano qualcuno che ho battuto leggermente sullo spigolo della cassetta e davano il suono secco dei candelotti di tritolo che avevo visto durante il servizio militare.
Sotto le cassette c'erano anche alcune mine anticarro ancora con la loro custodia metallica e integre.
I sacchi di plastica, che stavano davanti a quelli di juta e che erano quelli che potevano sembrare contenere il concime, contenevano invece in totale una ventina di chili di una sostanza a scaglie di colore rosaceo che era un tipo di esplosivo che non sarei in grado di definire.
Non mi azzardai a prenderne un campione poichè temevo di essere controllato all’uscita, come in effetti poi avvenne.
Sfruttai quei pochi minuti anche per smontare il percussore della mitragliatrice MG 42 che consideravo l'arma più pericolosa nelle loro mani e che ritenevo necessario neutralizzare.
Nascosi il percussore, che è molto piccolo, in un calzino.
D'altro canto la mancanza del percussore non viene notata dall'esterno e quindi ero tranquillo del fatto che non se ne sarebbero accorti.
A domanda dell'Ufficio, tra armi corte e lunghe saranno state una quarantina di cui, a mio avviso, quasi la metà erano pero non utilizzabili.
I due ritornarono, dissi loro che avevo fatto un controllo sommario e comunque non completo, e VENTURA mi disse che comunque aveva fretta e che si sarebbe potuto completare l'inventario in seguito in data da stabilirsi.
All'uscita, effettivamente, la seconda persona, come io temevo, disse a VENTURA che nonostante l'amicizia e la fiducia dovevo essere comunque perquisito cosa che fece facendomi vuotare le tasche.
Io reagii manifestando il mio disappunto, ma non mi opposi.
Non trovarono quindi il percussore che avevo nascosto tra le dita dei piedi.
Con VENTURA tornai quindi in macchina Treviso e li ci lasciammo.
Relazionai accuratamente il professore, così come mi era stato richiesto, e gli consegnai il percussore segnalandogli anche la pericolosità della situazione che avevo notato grazie al mio esame dei sacchi che avevo fatto all'insaputa dei due....
"""(DIGILIO, int. 19.2.1994).
Nel corso del successivo interrogatorio in data 5.3.1994, DIGILIO ha sciolto la riserva in merito all'identità della persona che custodiva il casolare, indicandola in Delfo ZORZI, uomo di fiducia del dr. MAGGI, ed ha ancora fatto cenno all'esplosivo in scaglie:
"""
....Sciogliendo la riserva del precedente interrogatorio, posso dire che la persona che si trovava nel casolare a fare la guardia era Delfo ZORZI.... In relazione alle armi che ho visto, posso precisare, oltre a quelle che ho già elencato nel precedente interrogatorio, che c'era una machinen pistol SCHMEISSER MP40 nonchè un fucile cal.8 semiautomatico di precisione, di fabbricazione tedesca del 1943, G43 MAUSER.... Per quanto concerne l'esplosivo, la sostanza a scaglie di cui ho accennato era bianca con riflessi rosacei...."""(DIGILIO, int.5.3.1994).
A tale primo accesso al casolare da parte di DIGILIO ne era seguito un secondo, la cui descrizione è utile riportare in questa sede non perchè vi siano ulteriori riferimenti all'esplosivo proveniente dalla cava, ma perchè da tale seconda "visita" ben si desume cosa si stesse preparando in quel luogo:
"""
....La mia seconda visita al casolare avvenne dopo che VENTURA mi aveva chiesto quelle delucidazioni sulle modalità di accensione dei congegni di cui ho già parlato nei precedenti interrogatori e di cui io riferii al prof. FRANCO.L'interesse di Ventura quindi risultava essersi spostato anche nel campo dei congegni esplosivi e il prof. Franco volle andare a fondo di questa vicenda.
Il prof. Franco mi convocò per telefono, ci incontrammo a Treviso alla stazione (io avevo raggiunto Treviso in treno) e Franco mi riferì che aveva sentito Ventura il quale aveva dei problemi.... Ci recammo a Paese esattamente quello stesso giorno con una macchina guidata da Franco, dopo avere raccolto a Treviso Giovanni Ventura il quale stava aspettando nei pressi della stazione a bordo della stessa Mini Minor rossa con la quale lo avevo già visto la volta precedente.
Raggiunto il casolare vi trovammo Delfo Zorzi che era nella prima stanza, entrando, dove c'era un tavolino.
La seconda stanza, a sinistra della prima, aveva la porta semiaperta e c'era un'altra persona che non mi fu presentata e che rimase in quella stanza senza partecipare ai nostri discorsi.... Ebbi la netta impressione che Franco e Delfo Zorzi si conoscessero già.
Zorzi appariva più affabile della prima volta in cui l'avevo visto.
Franco gli chiese di vedere la pistola.
Zorzi recuperò nella stanza a sinistra la pistola che era effettivamente una pistola non comune, una vecchia FROMMER ungherese piuttosto malconcia.
Io diedi un'occhiata all'arma, vidi che era piuttosto maltenuta e dissi che con quella era certo meglio non spararci e non aveva neanche un gran valore come arma da collezione.
Capii però che nei miei confronti la verifica su quell'arma era poco più che un pretesto in quanto Zorzi insieme all'arma portò alcune componenti di un congegno esplosivo.
Si trattava in sostanza del meccanismo di accensione e cioè una pila, un orologio da polso e dei fili nonchè della polvere nera da caccia e dei fiammiferi di tipo comune.
ZORZI e VENTURA assemblarono insieme il tutto con una pinzetta e dissero al prof. FRANCO che il problema che non avevano ancora deciso come risolvere era quello di collegare il filo che faceva da resistenza o a polvere nera o a un fiammifero.
In questo secondo caso la resistenza doveva essere avvolta attorno al fiammifero.
FRANCO, vedendo quell'armeggiare e i dubbi che venivano esposti, sbottò dicendo che il filo non era di quelli più idonei in quanto era troppo rigido e infatti nella prova nelle mani di Zorzi e Ventura si ruppe e dovettero ripetere l'operazione ed inoltre i fiammiferi erano troppo piccoli e potevano usare invece fiammiferi con la testa più grossa, più lunghi, e cioè quelli antivento normalmente in commercio.
Franco durante questa operazione accennò che per suoi ricordi di guerra il congegno assomigliava a quello di cui si era tanto parlato in relazione all'attentato di Via Rasella.
Disse che si ricordava bene questo particolare sia perchè era un vecchio combattente sia perchè era un fumatore.
Franco nello scambio di battute disse ai due "state attenti che siano solo petardi", alludendo chiaramente all'invito ad usarli solo per attentati dimostrativi.
Io assistetti senza dire nulla e ebbi comunque la sensazione che Franco non aveva voluto andare al casolare da solo.
Da quelle poche battute si comprendeva che Franco nei confronti dei suoi interlocutori aveva un atteggiamento di richiamo alla moderazione e cioè di ricordare loro che non dovevano essere commessi episodi con gravi conseguenze.... Ovviamente commentai con Franco anche il senso di quell'incontro.
Egli mi disse che aveva dato questi piccolo aiuto a Ventura per una ragione ben precisa.
Si espresse così "se Ventura perde l'appalto, io non so più quale altra persona lo sostituirebbe ricevendo il suo incarico".
Del resto il prof. Franco mi aveva specificamente fatto presente che quell'attività di controllo era un'attività che egli svolgeva per incarico della C.I.A. in un momento delicato e nella zona che era di sua competenza.
Tornammo a Treviso, mi ringraziò per la mia collaborazione e mi disse che avrebbe continuato lui personalmente a seguire quella storia e io non sarei stato più disturbato...."""
(DIGILIO, int. 10.10.1994).
Nel corso dello stesso interrogatorio e dei successivi, Carlo DIGILIO ha indicato in Marco POZZAN, persona da lui già conosciuta a Treviso e in seguito incontrata nuovamente in Spagna in occasione di un'altra operazione in materia di armi affidata a DIGILIO dalla struttura statunitense, il quinto soggetto presente quel giorno nel casolare di Paese.
Tale presenza salda definitivamente la comune operatività del gruppo padovano e del gruppo mestrino/veneziano nella fase immediatamente precedente la catena di attentati della primavera/estate e del dicembre 1969.
Carlo DIGILIO, superate ulteriori titubanze, ha così narrato altri particolari relativi alla seconda "visita" al casolare, in occasione della quale erano in corso di costruzione le scatolette di legno che dovevano essere utilizzate per gli attentati ai treni dell'8/9 agosto 1969:
"""
....Effettivamente ho visto come le scatolette di legno sono state costruite e ciò è avvenuto proprio in occasione del secondo accesso al casolare.Come avevo già riferito in un precedente interrogatorio, Giovanni VENTURA mi aveva fatto cenno alla necessità di munirsi di scatole di legno, simili a quelle per i sigari, per contenere un ordigno caratterizzato dall'innesco con fili di nichel-cromo e fiammiferi antivento.... Giovanni VENTURA poi, come ho già dichiarato, mi fece vedere nel suo ufficio delle scatole di legno per sigari che per la loro fattura assomigliavano a quelle che avrebbero dovuto servire per contenere gli ordigni.
Quando arrivai per la seconda volta al casolare di Paese, nella stanza più piccola vidi Marco POZZAN e, durante la mia permanenza sul posto insieme a Lino FRANCO, VENTURA e ZORZI, entrai in questa stanzetta dove POZZAN stava lavorando.
Io in realtà già lo conoscevo perchè lo avevo visto in qualche occasione nella libreria di VENTURA a Treviso ed era anche presente la prima volta in cui andai al casolare, circostanza questa che non avevo riferito.
POZZAN era di piccola statura e aveva i capelli neri; all'epoca era piuttosto magro ed emaciato e con i lineamenti del viso spigolosi.
Sul tavolo di questa stanzetta egli stava eseguendo l'assemblaggio di scatolette di legno, parte delle quali erano già terminate e parte erano ancora in costruzione.
Sul tavolo c'era un seghetto, listelle di legno già tagliate, un cacciavite, viti, delle piccole cerniere e vari tubetti di colla il cui odore impregnava la stanza.
C'erano due tipi di legno, uno tipo pino, più chiaro, e uno più scuro.
Diverse scatolette erano già pronte, appoggiate una sull'altra.
Le scatolette non erano molto grandi, non più di 15/20 centimetri per lato.
Sul tavolo c'erano anche parecchie pile di tipo comune da 4,5 volt.
Con POZZAN, che stava lavorando, scambiai solo pochi convenevoli e continuai la mia attività nell'altra stanza dove, con il prof. Lino FRANCO, si stava lavorando intorno al meccanismo di accensione.
Ricordo che ad un certo punto, ZORZI andò nella stanzetta dove era POZZAN incitandolo a darsi da fare.... Quando sui giornali vidi pubblicate le fotografie di uno degli ordigni non esplosi, rinvenuto su uno dei convogli ferroviari, riconobbi immediatamente una delle scatolette di legno viste sul tavolo di POZZAN, così come riconobbi immediatamente il meccanismo di innesco contenuto nella scatola, che era quello che veniva preparato nell'altra stanza.
In sostanza, quando mi trovavo nel casolare mancava solo la presenza dell'esplosivo per completare gli ordigni che poi sarebbero stati utilizzati per gli attentati.
Quando Marcello SOFFIATI, nel settembre 1969, discusse con MAGGI in merito alla scatola per sigari che MAGGI gli aveva fatto mettere, si riferiva ovviamente a una di quelle scatole modellate come scatole per sigari che avevo visto a Paese.
Come ho già accennato, SOFFIATI aggiunse, aprendo il discorso con MAGGI, che la scatola era incartata, diventando così un pacchetto...."""
(DIGILIO, int. 20.9.1996).
Non è questa la sede per soffermarsi sulla figura del prof. Lino FRANCO di Vittorio Veneto (da molto tempo deceduto) e cioè la persona presso la quale il superiore di Carlo Digilio, Sergio MINETTO, aveva mandato il suo "agente" affinchè, per conto della struttura informativa americana di cui tanto MINETTO quanto il prof. FRANCO facevano parte con ruoli di rilievo, effettuasse le sue "visite" di controllo e consulenza presso il casolare.
La figura del prof. Lino FRANCO, già volontario nei reparti tedeschi di contraerea FLAK e animatore a Vittorio Veneto del gruppo SIGFRIED, è stata infatti ampiamente analizzata nel rapporto del Reparto Eversione del R.O.S. Carabinieri in data 8.5.1996, relativo al coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella c.d. strategia della tensione (pagg. 31-38).
E' sufficiente, per quanto concerne la posizione del dr. MAGGI, ricordare che anch'egli conosceva bene MINETTO e che dalle dichiarazioni di Martino SICILIANO (pur personalmente estraneo alla struttura di intelligence) emergono stretti rapporti politici fra il dr. MAGGI, ZORZI e Lino FRANCO sin dalla metà degli anni '60, avendo lo stesso SICILIANO partecipato con gli altri ad alcune visite del gruppo presso l'abitazione del prof. FRANCO a Vittorio Veneto (int. SICILIANO, 15.3.1995, f.8).
Appare invece utile, al fine di comprendere la gravità degli avvenimenti che si stavano preparando nel casolare, vera base operativa della struttura occulta di Ordine Nuovo, riportare la parte dell'interrogatorio reso a questo Ufficio in data 16.5.1997 da Carlo DIGILIO, nell'ambito del quale egli ha riconosciuto di avere effettuato una terza "consulenza tecnica" presso il casolare, partecipando direttamente alla preparazione e alla distribuzione degli ordigni che sarebbero serviti, di lì a pochi giorni, per gli attentati dell'8/9 agosto 1969 sui 10 convogli ferroviari:
"""
....io andai a Paese anche una terza volta in un momento vicinissimo agli attentati ai treni dell'agosto 1969.Mi convocò VENTURA per telefono utilizzando una frase in codice concordata e cioè dicendomi che erano arrivati "altri libri nuovi e che bisognava impacchettarli" con ciò riferendosi alle scatolette da preparare per gli attentati e cioè quelle che io ho descritto nei miei precedenti interrogatori nell'estate del 1996.
Mi diede appuntamento alla stazione di Treviso e questa volta venne a prendermi non con la MINI MINOR, ma con la macchina grossa di marca tedesca con la stella sul cofano.
Raggiungemmo rapidamente Paese e lì trovammo già ZORZI e POZZAN.
Sul tavolo della prima stanza c'erano le scatolette ormai finite, parecchi fogli di carta per impacchettarle, i pezzetti di tritolo tratti dall'esplosivo che avevo già visto al casolare e cioè le mine anticarro pescate dai laghetti, le pile, gli orologi con il perno già fissato sul quadrante e filo elettrico.
Io e ZORZI assemblammo rapidamente i vari componenti inserendoli nelle cassette e ad un certo momento a ZORZI, che era molto nervoso, subentrò VENTURA.
Nel frattempo POZZAN, nell'altra stanza, stava finendo di costruire le ultime cassette.
Faccio presente che la quantità di esplosivo che sistemavamo nelle cassette era abbastanza modesta e cioè tra i 50 e i 100 grammi perchè gli attentati dovevano essere solo dimostrativi.
Lavorammo di buona lena per un paio d'ore, ricordo che era pomeriggio, e alla fine avevamo approntato circa due dozzine di cassette.
Ciascuna venne poi impacchettata con la carta bloccata da uno scotch leggero che consentisse di aprirle con una certa facilità.
Infatti ZORZI aveva preparato parecchi foglietti con uno schizzo illustrativo destinato a ciascuno di coloro che avrebbero poi deposto l'ordigno che doveva essere innescato.
C'era il disegno dell'interno della scatoletta e la spiegazione scritta delle operazioni da compiere e in particolare: agganciare il filo al perno sul quadrante e dare la carica all'orologio.
La lancetta era già posta a 45 minuti dal contatto.
Tale operazione, secondo il programma, andava fatta nella toilette del treno.
Verso sera, ZORZI mise in un borsone buona parte delle cassette, mentre VENTURA ne prese qualcuna che mise nella sua borsa di vilpelle nera.
POZZAN rimase al casolare e VENTURA accompagnò me e ZORZI alla stazione di Treviso.
Salimmo sul treno per Mestre e ZORZI aveva appunto questo borsone sportivo con dentro le cassette.
Alla stazione di Mestre ci dividemmo: io presi la filovia per Piazzale Roma, mentre ZORZI si avviò da solo in città.
Sapevo che gli attentati sui treni sarebbero avvenuti da lì a pochissimi giorni.
Nel giro di uno o due giorni mi misi in contatto con MAGGI, gli relazionai su quello che avevamo fatto ed egli, con il suo solito modo ironico, disse "se sono rose fioriranno".
Comunque ZORZI mi aveva già detto che avrebbe contattato MAGGI per la messa a disposizione di tutti gli uomini anche perchè MAGGI doveva aggiungere alcuni elementi a quelli di cui ZORZI già disponeva...."""
Si noti che l'esistenza del casolare, pur da moltissimi anni demolito e non più individuabile a causa delle modifiche urbanistiche intervenute nella zona, non può certo essere ritenuta un parto della fantasia.
Infatti dell'esistenza di tale base operativa vi era traccia già nell'istruttoria condotta agli inizi degli anni '70, anche se gli accenni fatti all'epoca da due testimoni, in ragione della loro genericità e del carattere indiretto delle notizie apprese dai componenti della cellula padovana, non avevano consentito o giustificato, purtroppo, l'avvio di ricerche utili.
Ci riferiamo alla negletta deposizione di Livio JUCULANO, resa spontaneamente all'A.G. di Padova nei giorni immediatamente successivi ai 10 attentati sui convogli ferroviari dell'agosto 1969.
Livio JUCULANO, persona con precedenti penali di carattere comune, ma comunque gravitante intorno all'ambiente della cellula padovana, nell'agosto del 1969 aveva fornito molte notizie, purtroppo sottovalutate (e rese inutilizzabili anche dal trasferimento punitivo del Commissario Iuliano che stava indagando sulla cellula eversiva), sulle attività del gruppo di Franco FREDA e in particolare aveva riferito di avere saputo che il gruppo disponeva di un deposito utilizzato per la preparazione degli esplosivi.
Secondo JUCULANO tale deposito si trovava in una località di campagna nella zona di Treviso, probabilmente proprio a Paese.
Anche Guido LORENZON, amico di infanzia di Giovanni VENTURA e poi principale testimone d'accusa avendo raccolto in varie occasioni le imprudenti confidenze dell'amico, aveva riferito quasi incidentalmente, in un deposizione resa al G.I. dr. D'Ambrosio il 18.8.1972, di aver appreso da VENTURA che le armi del gruppo erano state occultate in una cascina disabitata ubicata fra Paese e Istrana.
Tali due testimonianze, non sviluppate e rimaste all'epoca inutilizzate nelle pieghe degli atti processuali, costituiscono una conferma anticipata e difficilmente discutibile delle dichiarazioni rese, oltre vent'anni dopo, da Carlo DIGILIO.
Si ricordi inoltre che Guido LORENZON aveva avuto occasione di vedere per un breve momento, nell'appartamento di VENTURA a Treviso, mostrategli dall'amico, alcune delle armi del gruppo probabilmente in fase di trasferimento da un luogo ad un altro.
Fra queste aveva potuto notare un sacco di juta contenente alcune cassette metalliche militari con scritte in inglese e cioè cassette portamunizioni assolutamente identiche, anche in relazione al sacco che le conteneva, a quelle visionate da Carlo DIGILIO nel casolare (deposizione LORENZON a questo Ufficio, 27.10.1994, f.2), ed inoltre identiche a quelle utilizzate da ZORZI e dal suo gruppo per gli attentati di Trieste e Gorizia dell'ottobre 1969.
In sostanza, dalle risultanze istruttorie pure esposte in questo provvedimento in via di sintesi, emergono gravi indizi nei confronti del dr. MAGGI e degli altri componenti del gruppo in relazione alle seguenti circostanze:
- l'esplosivo da cava rubato dal gruppo ad Arzignano è il medesimo esplosivo visto in seguito da Carlo DIGILIO nel casolare di Paese.
- in tale casolare, oltre all'esplosivo da cava e al tritolo, erano presenti cassette metalliche militari identiche a quelle utilizzate per gli attentati di Trieste e Gorizia nonchè una notevole quantità di armi parte delle quali altro non erano che quelle che sarebbero poi state casualmente rinvenute nel novembre 1971 a Castelfranco Veneto nella disponibilità di persone vicine a VENTURA, ritrovamento da cui sarebbero partite a Treviso le indagini note come "pista nera".
Raffrontando infatti il verbale di sequestro delle armi di Castelfranco Veneto e le armi da DIGILIO come presenti nel casolare è facile notare come vi compaiano i medesimi "pezzi": in particolare SCHMEISSER MP40, mitra STEN e cartucce per mitragliatrici.
- il casolare era gestito in comune dagli elementi più affidabili e spiccatamente operativi del gruppo padovano facente capo a Franco FREDA e del gruppo veneziano facente capo al dr. MAGGI e, nei momenti più delicati, l'attività di consulenza tecnica era stata affidata all'esperto della struttura e cioè Carlo DIGILIO.
- in tale casolare erano stati preparati e assemblati i congegni per gli attentati ai treni dell'agosto 1969 e probabilmente tale luogo era stato utilizzato per altre operazioni appartenenti alla medesima campagna terroristica.
- la struttura informativa statunitense facente riferimento alla base FTASE di Verona era perfettamente al corrente, tramite Carlo DIGILIO, il prof. FRANCO e il caporete Sergio MINETTO, di quanto si stava preparando in quel casolare.
Vi è infine da ricordare che, secondo recenti risultanze acquisite da questo Ufficio ed entrate a far parte delle indagini in corso presso la Procura di Milano che riguardano direttamente l'esecuzione degli attentati del 12.12.1969, è probabile che l'esplosivo sottratto ad Arzignano sia stato parte di quello utilizzato per tali attentati.
13
LA DETENZIONE DI ARMI ED ESPLOSIVI
APPARTENENTI ALLA STRUTTURA LOGISTICA
DEL GRUPPO DI ORDINE NUOVO DI VENEZIA E MESTRE
Sin dalla seconda metà degli anni '60, poco dopo l'episodio di Arzignano, il gruppo di Mestre, più attivo sul territorio anche per ragioni geografiche e cui la dirigenza veneziana aveva affidato i compiti operativi, aveva iniziato a procurarsi una dotazione di armi e di munizioni.
Tali armi non avevano nulla a che vedere con i depositi NASCO di GLADIO (organizzazione con la quale non è emerso alcun elemento di collegamento), ma comunque si trattava di una buona dotazione formata prevalentemente da armi tedesche e americane di provenienza bellica la cui manutenzione e miglioria, anche con riferimento all'approntamento di silenziatori, era attuata da "ZIO OTTO" e cioè Carlo DIGILIO.
In tale contesto Delfo ZORZI rispondeva direttamente al dr. MAGGI che era il responsabile operativo per il Triveneto e costituiva l'ultimo anello prima della dirigenza romana di RAUTI, MACERATINI e SIGNORELLI (int. SICILIANO, 19.10.1994, f.4, e 20.10.1994, f.4).
Il dr. MAGGI risulta essere stato pienamente a conoscenza della presenza delle armi che aveva avuto anche occasione di maneggiare nella sede del Circolo "Ezra Pound" di Via Mestrina, tenendo talvolta per sè, per difesa personale, una pistola cal.7,65 della dotazione (int. SICILIANO, 15.3.1995, f.5).
Appare quindi opportuno riportare le dichiarazioni di Martino SICILIANO sull'argomento specifico delle armi raccolte dal gruppo:
"""
....(l'armaiolo), a livello di O.N. del Triveneto, era lo "ZIO OTTO" cioè Carlo DIGILIO, chiamato qualche volta anche "il Legionario", anche se non so se lo sia stato veramente o fosse una sua vanteria oppure un nomignolo scherzoso che gli era stato attribuito.Non sono in grado di dire dove avesse appreso le sue conoscenze tecniche.
In merito ai silenziatori, posso precisare che io stesso ne ebbi in mano quattro o cinque, insieme alle relative pistole automatiche Beretta cal.9 lungo con la canna già filettata.
Quando ho detto che i silenziatori non erano di fattura artigianale, voglio dire che erano molto ben fatti e cioè senza difetti o saldature visibili.
Contenevano dischetti di feltro separati da molle e Zorzi mi disse erano migliori migliori di quelli con la lana di vetro in quanto duravano più a lungo e potevano essere utilizzati per un buon numero di colpi. Anche per quanto concerne i silenziatori, Zorzi mi disse che li aveva fatti lo Zio Otto, compresa, ovviamente, anche la filettatura.
Per quanto concerne le armi che ho visto o di cui ho avuto disponibilità nel gruppo, posso citare, oltre alle Beretta cal.9, anche delle 7,65 sempre Beretta, altre 7,65 di fabbricazione tedesca con le guance in legno e di provenienza bellica, un paio di revolver americani cromati e vari fucili tedeschi sempre della seconda guerra mondiale e qualche baionetta...."""
(SICILIANO, 20.10.1994).
Tanto nella sede di Via Mestrina quanto nella palestra FIAMMA YAMATO, gestita dal gruppo, circolava il materiale della dotazione:
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....Nella sede di Via Mestrina, quando vi abitava Zorzi, io vidi alcune saponette di tritolo e detonatori sia elettrici sia al fulminato di mercurio, uno dei quali io utilizzai per l'attentato all'Università Cattolica.Era materiale nascosto senza troppe cautele dietro libri o sotto il letto.
Sempre in quella stanza vidi le armi della dotazione del gruppo, mentre nella sede della palestra in Via Verdi non vidi mai esplosivo, ma solo qualche 7,65 con il silenziatore, cioè quei silenziatori che Zorzi mi disse erano stati fatti da ZIO OTTO, cioè Carlo Digilio...."""
(SICILIANO, 15.3.1995).
Il gruppo disponeva tanto di detonatori comuni quanto di detonatori elettrici, questi ultimi utilizzati per gli attentati di Trieste e Gorizia:
"""
....I detonatori che sottraemmo ad Arzignano e di cui faccio cenno nell'interrogatorio in data 15.3.1995 erano detonatori comuni al fulminato di mercurio che necessitavano per l'ultimo tratto dell'innesco della miccia detonante.Ne asportammo almeno una trentina perchè nel casotto vi era parecchio materiale.
Io ne utilizzai uno negli anni successivi per l'attentato all'Università Cattolica e non gettai l'ordigno oltre il muro di cinta in quanto ero consapevole che quei detonatori di vecchio tipo erano pericolosi in quanto possono esplodere da soli come accadde in altre occasioni, credo anche a Nico Azzi.
Invece, come ho già accennato nell'interrogatorio in data 15.3.1995, comparvero in seguito nella disponibilità del gruppo, portati da ZORZI, anche i detonatori elettrici, cioè quelli che funzionano con la semplice chiusura di un circuito e il conseguente surriscaldamento del filamento metallico interno. Io ne vidi una decina proprio nelle mani di ZORZI nella sede di O.N. in Via Mestrina.
Erano alti circa 4 centimetri, più o meno come una cartuccia cal.22 lungo da fucile e avevano i fili bicolori che ne fuoriuscivano.
ZORZI era molto contento perchè diceva che costituivano un progresso in quanto erano molto più sicuri e maneggevoli.... Aggiungo che Delfo ZORZI mi disse che i detonatori elettrici erano molto più sicuri perchè anche cadendo o a seguito di urto non potevano esplodere perchè erano inerti...."""
(SICILIANO, 18.3.1996).
Le armi viaggiavano talvolta in una borsa della palestra FIAMMA YAMATO ove ZORZI e gli altri si esercitavano nelle arti marziali:
"""
....Produco all'Ufficio una borsa da palestra nera con scritte rosse e in particolare con la scritta "S.S. FIAMMA YAMATO" che ho ritrovato in casa a Venezia e che risale alla costituzione della palestra.Il ritrovamento di questa borsa mi ha suscitato un ricordo e cioè che con la stessa Delfo ZORZI portò da Napoli o Roma a Mestre due mitra di fabbricazione italiana facendo il viaggio regolarmente in treno.
Era la fine del 1968 e cioè il primo periodo del suo allontanamento da Mestre per iniziare gli studi universitari.
Mi affidò questa borsa che io tenni a casa mia per una sola notte e poi, a sua richiesta, gli restituii in una borsa più lunga i due mitra.
Era una borsa un po' più lunga, di quelle per racchette da tennis, che era molto più idonea a tale uso in quanto la borsa che ho prodotto all'Ufficio a stento riusciva a contenere i due mitra...."""
(SICILIANO, 28.3.1996).
La dettagliata descrizione fornita da Martino SICILIANO della dotazione militare del gruppo non è rimasta isolata, ma ha trovato piena conferma nelle dichiarazioni di Giancarlo VIANELLO, un altro militante, all'epoca, del gruppo mestrino che ha reso sul punto dichiarazioni confessorie quasi interamente sovrapponibili a quelle di Martino SICILIANO.
Giancarlo VIANELLO, anch'egli all'epoca studente a Mestre e molto legato anche sul piano amicale a ZORZI e SICILIANO, dopo essere stato coinvolto da dalla personalità carismatica di ZORZI nell'esecuzione degli attentati di Trieste e Gorizia, si era a fatica ma progressivamente e poi con sempre maggior decisione staccato dal gruppo giungendo infine a rompere ogni passato legame con i suoi ex-camerati e a simpatizzare addirittura per l'area politica opposta.
Nel 1972, consapevole del pericolo ancora che ancora rappresentava la struttura di Ordine Nuovo in cui aveva militato, aveva rilasciato alcune interviste a giornali di sinistra nell'intento di lanciare un allarme che potesse far comprendere anche all'opinione pubblica tali pericoli.
Per ragioni umanamente comprensibili, legate sia al timore di rappresaglie sia alla scelta di evitare gravi conseguenze giudiziarie e forse un arresto che avrebbe troncato le sue nuove esperienze personali e lavorative, Giancarlo VIANELLO non aveva reso pubbliche in quei frangenti le sue corresponsabilità in merito ad alcuni reati consumatisi all'interno del gruppo.
Giancarlo VIANELLO, convocato nell'autunno del 1994 dopo che la collaborazione di Martino SICILIANO aveva reso palesi le sue responsabilità, non ha avuto difficoltà, venute anche ormai meno le esigenze di autotutela ora accennate, a ripercorrere interamente dinanzi a questo Ufficio la sua esperienza all'interno di Ordine Nuovo, compresi i reati commessi, fornendo così una prova determinante della credibilità del più ampio racconto di SICILIANO.
Ecco il racconto di Giancarlo VIANELLO sulla comparsa delle armi nel gruppo:
"""
....Nel gruppo di Mestre, alcune armi comparvero per la prima volta solo intorno al marzo del 1969 e cioè dopo l'iscrizione di Delfo all'Università di Napoli e il salto di qualità che egli proponeva in occasione dei suoi rientri a Mestre.Quando tornava a Mestre, egli dormiva in una stanza della sede di Via Mestrina in quanto mi sembra che la sua famiglia si fosse trasferita all'estero per ragioni legate al lavoro del padre.
Le armi furono procurate da Zorzi e per la verità erano residuati di guerra non in buone condizioni, anche se posso dire questo sino a quando io rimasi nel gruppo e non in relazione ai tempi successivi.
Io ricordo un MAB, uno STEN e una MACHINE PISTOL tedesca.
Credo che vi fossero anche delle, pistole, anche se non le ricordo con precisione, come invece ricordo bene le armi lunghe che ho menzionato.
Ricordo invece bene alcuni silenziatori, direi tre o quattro, che servivano certamente per pistole.
In questo caso non si trattava di residuati o di prodotti militari, ma certamente di strumenti di fabbricazione artigianale e lo posso dire con sicurezza in quanto si vedeva benissimo che non avevano origine industriale.
Non sono però in grado di dire come fossero realizzati e quale materiale interno contenessero.
Queste armi transitavano nel gruppo, ricordo che una volta le vidi in Via Mestrina e un paio di volte Delfo Zorzi me le affidò contenute in una borsa venendo poi a riprenderle nel giro di poco tempo.
Io, in queste occasioni, tenevo la borsa sotto il mio letto e per precauzione ho sempre aperto la borsa e posso quindi dire con certezza che non conteneva esplosivo, in quanto verificavo il contenuto appunto per evitare dei rischi di esplosione accidentale.
Non posso dire con certezza quanti di noi abbiano visto o detenuto queste armi in quanto il rapporto non era, per così dire, di gruppo, ma un rapporto di Delfo con le singole persone che ho citato e quindi senza momenti di particolare informazione reciproca su questi argomenti.... Quando vidi le armi vidi anche dei proiettili e ricordo che notai che si trattava di proiettili di calibro non corrispondente alle armi. Ricordo che questi proiettili erano contenuti in una cassetta portamunizioni di tipo militare e del classico colore verde-oliva, del tutto analoghe a quelle che avrei poi visto in occasione degli episodi di Trieste e Gorizia.
Ricordo che insieme alle armi vidi una sola cassetta portamunizioni...."""
(VIANELLO, 19.11.1994, ff.4 e 5).
In un successivo interrogatorio, Giancarlo VIANELLO ha precisato che la Machinen Pistol tedesca di cui il gruppo mestrino di Ordine Nuovo disponeva era esattamente il fucile mitragliatore SCHMEISSER MG42 divenuto famoso durante la seconda guerra mondiale e soprannominato "la sega di Hitler" per la sua potenzialità offensiva (interr. 11.7.1995, f.3).
Ed ha inoltre ricordato che erano disponibili anche molti nastri di munizioni per tale arma (interr.10.12.1996, f.2; sul punto si veda anche la conferma di Martino SICILIANO, interr.10.10.1995 f.2).
Tale precisazione è importante perchè lo SCHMEISSER MG42 era proprio una delle armi visionate da Carlo DIGILIO durante la sua prima "consulenza" al casolare di Paese e da tale arma DIGILIO aveva sottratto, all'insaputa di ZORZI e VENTURA, il percussore al fine di mostrarlo al prof. Lino FRANCO quale prova degli esiti della sua missione per la struttura informativa statunitense e della potenzialità militare del gruppo che aveva la sua base nel casolare (int.DIGILIO, 19.2.1994, ff.3 e 4).
Inoltre, in anni molto precedenti alle dichiarazioni rese nel corso della presente istruttoria e cioè nel processo relativo all'attentato di Peteano, Vincenzo VINCIGUERRA aveva dichiarato di avere incontrato Delfo ZORZI, a Venezia all'inizio degli anni '70, mentre questi stava trasportando una valigia piena di munizioni proprio per la mitragliatrice MG42 (int. VINCIGUERRA al G.I. di Brescia, 2.7.1985, f.5).
Tale dichiarazione, resa in tempi non sospetti e costituente un vero riscontro anticipato, evidenzia come la sorte processuale di Delfo ZORZI, imputato nel processo di Peteano di costituzione di banda armata e altri reati strumentali e fortunosamente assolto in appello, avrebbe potuto essere diversa se la voce di VINCIGUERRA, benchè ancora isolata in assenza delle odierne dichiarazioni degli altri ex-militanti di Ordine Nuovo, fosse stata ascoltata con maggiore attenzione.
Altri due testimoni hanno fatto cenno alla dotazione militare della struttura di Mestre/Venezia.
Piero ANDREATTA, gravitante all'epoca intorno al gruppo di Mestre ed una delle persone arrestate nell'autunno del 1996 per favoreggiamento aggravato nei confronti di Delfo ZORZI e del dr. MAGGI, nell'interrogatorio reso in data 26.5.1995 dinanzi a questo Ufficio e al P.M., aveva ammesso di avere visto la gelignite avvolta in carta rossa utilizzata per l'attentato del marzo 1970 al COIN di Mestre (gelignite proveniente certamente dal deposito di Delfo ZORZI) e aveva altresì ammesso di avere rimesso personalmente in contatto, nel gennaio 1995, Delfo ZORZI con il dr. MAGGI quando quest'ultimo, dinanzi all'incombere delle indagini del R.O.S. Carabinieri, stava attraversando una grave crisi.
In data 31.5.1995 poi, dinanzi al solo P.M. di Milano, Piero ANDREATTA aveva iniziato a parlare di un grosso carico di armi pervenuto a Mestre, intorno al 1967, al gruppo di Ordine Nuovo e di cui si era occupato Leopoldo BERGANTIN, soggetto molto legato a Delfo ZORZI e suicidatosi alcuni anni or sono.
Parte di tale ingente carico di armi era stato poi smistato al gruppo di Verona di MASSAGRANDE e SOFFIATI (interr. ANDREATTA, 31.5.1995, f.3).
Dopo tali prime ammissioni, Piero ANDREATTA, risucchiato dal carisma ideologico e probabilmente anche economico di Delfo ZORZI in grado di rendersi presente anche dal lontano Giappone, ha interrotto qualsiasi forma di collaborazione chiudendosi in una posizione assolutamente negativa anche nel periodo del suo arresto nell'estate del 1996.
Giulio NOE', altro giovane gravitante all'inizio intorno al gruppo di Mestre e staccatosi dallo stesso dopo uno sfortunato progetto di attentato alla sede del P.C.I. di Piazza ferretto (il piccolo ordigno che stava confezionando era esploso accidentalmente nella sua abitazione ferendolo gravemente ad una mano; cfr. interr. SICILIANO, 22.8.1996 ff.1 e 2), ha parlato di un altro episodio significativo.
Una sera, a cavallo degli anni '70, un emissario del gruppo si era presentato a casa di Piercarlo MONTAGNER (un altro dei fiancheggiatori di Delfo ZORZI arrestato nell'estate del 1996) con una borsa di armi, ma questi, forse preso da timore, si era rifiutato di custodire il materiale (deposizione NOE', 18.11.1995, f.3).
Tale episodio è del tutto in sintonia con quanto riferito da Martino SICILIANO sin dai primi interrogatori in relazione alla figura di MONTAGNER che, dopo una prima fase in cui si era reso disponibile ad una militanza operativa (sino a partecipare insieme a ZORZI e SICILIANO alle prove di attivazione di un congegno innescante elettrico nella palestra FIAMMA YAMATO (interr. SICILIANO, 20.3.1996, ff.3 e 4), aveva abbandonato tale ruolo rimanendo comunque disponibile, sino a tempi recentissimi, a svolgere funzioni di informatore in merito agli sviluppi delle indagini e di favoreggiatore nei confronti di Delfo ZORZI.
Carlo DIGILIO, come meglio si dirà nel paragrafo relativo al capo 7) di imputazione, ha confermato di avere svolto il ruolo di "armaiolo" del gruppo sfruttando le conoscenze tecniche che gli derivavano dal suo impiego presso il Poligono di Tiro di Venezia.
Ha fornito, in relazione alla circolazione dei silenziatori, una versione che appare un po' riduttiva rispetto al racconto di Martino SICILIANO, ammettendo di averne maneggiati un notevole numero, circa una trentina, passandoli al dr. MAGGI, a Delfo ZORZI e ad altri componenti del gruppo, ma che il suo compito non era mai stato costruirli, bensì solamente verificarne la fattura e il funzionamento in quanto tali silenziatori provenivano, già pronti, da ambienti croati/ustascia tramite Roberto ROTELLI (interr. DIGILIO, 6.11.1995, f.3, e 4.1.1996, f.4).
A titolo di esempio dell'attività svolta da Carlo DIGILIO in favore del gruppo in materia di armi, merita di essere riportato il passo dell'interrogatorio in data 30.8.1996 in cui egli racconta le modalità di acquisizione da parte del gruppo di un buon quantitativo di armi di proprietà del prof. Lino FRANCO, informatore della struttura statunitense e animatore del gruppo SIGFRIED a Vittorio Veneto, il quale disponeva, nella zona di Pian del Cansiglio, di un autonomo deposito di armi provenienti dall'armamento della X MAS e della Repubblica Sociale.
"""
....Sempre in tema di bombe a mano, posso dire che la prima volta che io mi recai dal prof.Lino FRANCO, poco tempo prima di andare al casolare di Paese, egli mi mostrò in un cassetto di un mobile di casa sua, oltre ad una baionetta, alcune bombe a mano tonde di fabbricazione italiana, modello Sipe o SRCM.Del resto, il prof. FRANCO disponeva di una buona dotazione logistica e il dr. MAGGI ebbe cura di tenere buoni contatti con lui, proprio al fine di chiedergli la cessione di parte della sua dotazione in cambio della garanzia della presenza di elementi efficienti e sicuri all'interno del gruppo mestrino.
In questo modo a Mestre arrivò vario materiale, sia quando era ancora vivo il prof. FRANCO sia dopo la sua morte, grazie a suo cognato, che del resto aveva uno stabile riferimento lavorativo a Mestre nell'ambito del noleggio di bigliardini a bar e locali pubblici vari.
Io non mi recai mai a Vittorio Veneto a prendere questo materiale, ma comunque vidi parte di questo materiale a Mestre in quanto ero incaricato, come sempre, di valutarlo e darne un giudizio tecnico.
Io vidi materiale nella macchina che credo appartenesse al fratello di Delfo ZORZI, una macchina piccola, francese, di colore rosaceo, tipo Dyane, nonchè nella 1100 di MAGGI.
Per valutare questo materiale, il punto di incontro per tre o quattro volte fu una strada isolata che costeggia un canale che si raggiunge partendo da piazza Barche in direzione laguna.
Io vidi una pistola MAUSER cal.9, di grande valore commerciale, con un selettore che consentiva lo sparo a raffica, una Machine Pistole 44, sempre tedesca, con impugnatura in legno, cal. 8 curz, parecchie bombe a mano di fabbricazione italiana, una baionetta tedesca, qualche rotolo di miccia proveniente dal Carso, cartucce per fucile tedesco Mauser ancora sui loro nastri.
Questi incontri avvennero a distanza di tempo, tra la fine degli anni '60 e comunque dopo gli incontri al casolare ed il 1970-1971 e cioè più o meno il periodo in cui il dr. MAGGI mi mostrò le mine anticarro.
Eravamo presenti appunto io, ZORZI e MAGGI, qualche volta Marcello SOFFIATI, il quale aveva anche l'incarico di riferire a MINETTO l'andamento di queste cessioni, ed una volta vidi anche il fratello di ZORZI, che era un giovane biondo, alto, di corporatura atletica e di bell'aspetto.
Era presente anche perchè Delfo ZORZI non aveva la patente.
Era poi ZORZI a portare via il materiale dopo che io l'avevo esaminato. Ricordo che una volta venne MINETTO a Mestre e ci avvisò del fatto che alcune bombe a mano che avevamo ricevuto potevano essere pericolose perchè avariate.
Avvisò separatamente sia me che MAGGI ed io confermai a MAGGI il pericolo poichè MINETTO, giustamente, mi aveva fatto rilevare che c'erano problemi collegati all'invecchiamento dell'innesco e bastava una scossa per far esplodere tutto...."""
(DIGILIO, 30.8.1996, ff.2 e 3).
Per quanto concerne l'esplosivo presente nella dotazione del gruppo è sufficiente in questa sede ricordare (posto che l'argomento sarà specificamente e direttamente trattato, per la sua connessione con gli attentati del 12.12.1969, nell'indagine collegata in corso presso la Procura di Milano e nei relativi provvedimenti) che Carlo DIGILIO ha confessato di avere fatto da intermediario, in prossimità del periodo in cui stavano maturando i più gravi attentati, nell'acquisto del contrabbandiere Roberto ROTELLI di una grande quantità (fra i 150 e i 200 candelotti) di gelignite avvolta in carta color rosso mattone e cioè la medesima gelignite utilizzata per gli attentati di Trieste e Gorizia e molto probabilmente anche per i tragici avvenimenti successivi.
Tali candelotti di gelignite, in merito alla conservazione dei quali DIGILIO aveva fornito ancora una volta la propria consulenza tecnica spiegando come evitarne il trasudamento e come custodirli senza pericolo, erano stati ritirati e occultati da Delfo ZORZI venendo così a costituire la più micidiale dotazione del gruppo (interr. DIGILIO, 5.1.1996, ff.2 e 3, e 13.1.1996, ff.2 e 3).
Si ricordi infine, a titolo di riscontro, che proprio nel periodo in cui, secondo i collaboratori e i testimoni, il gruppo stava formando la sua dotazione e cioè nel novembre 1968, prima Giampiero MARIGA (persona gravitante intorno al gruppo di Mestre) e subito dopo Delfo ZORZI erano stati fermati e arrestati perchè trovati in possesso di alcune armi e di una piccola quantità di esplosivo (cfr. rapporto del Commissariato P.S. di Mestre in data 17.11.1968).
Era stato quello, e cioè i primi giorni dell'arresto di ZORZI, il momento cruciale in cui, secondo il racconto di Vincenzo VINCIGUERRA, il giovane e determinato militante mestrino era stato avvicinato da personale dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno e da questi convinto dell'opportunità di non "combattere" in proprio con il rischio di essere, come in quel caso, arrestati, ma di continuare la battaglia anticomunista alle dipendenze di un apparato dello Stato che poteva dare migliori garanzie e, non troppo diversamente da Ordine Nuovo, aveva ugualmente a cuore la difesa dei valori dell'Occidente (interr. VINCIGUERRA, 3.3.1993, ff.2-3).
E' questo probabilmente il momento della nascita o del rinsaldarsi dei rapporti fra alcuni elementi dell'estrema destra eversiva, non solo in Veneto ma anche e soprattutto a Roma, e gli emissari dei servizi di sicurezza interni, alleanza che sarebbe stata funzionale alla campagna di attentati che era prossima ad iniziare e al successivo, ma preordinato indirizzo delle indagini verso aree politiche di segno opposto ed estranee a tali avvenimenti.
Alla luce del racconto di VINCIGUERRA, non è forse un caso che Delfo ZORZI, interrogato da personale della Polizia di Stato la notte del 17.11.1968, abbia avuto un momento di cedimento ammettendo che un deposito di armi del gruppo esisteva e si trovava probabilmente in provincia di Treviso.
La località di Paese, dove all'epoca vi era il casolare, si trova appunto alle porte di Treviso, anche se l'accenno a quel deposito di armi non risulta sviluppato nelle successive indagini dell'epoca e la sua esistenza sarebbe rimasta ignota per 25 anni sino alla collaborazione di Carlo DIGILIO.
14
LA DEVASTAZIONE DELLA SEDE DEL P.C.I. DI CAMPALTO
AVVENUTA IL 9.10.1968
L’azione contro la sede del P.C.I. di Campalto, nei pressi di Mestre, più legata ad una pratica di violenza politica che ad un programma terroristico, ma comunque indicativa della determinazione del gruppo di Delfo ZORZI, è stata così rievocata da Martino SICILIANO:
"""....
L'azione contro la sezione del P.C.I. di Campalto, di cui ho già fatto cenno a pag.4 del mio memoriale, fu commessa nell'autunno del 1968 da ZORZI, MARIGA, me stesso, e da una quarta persona che potrebbe essere Piercarlo MONTAGNER, anche se non ne ho l'assoluta certezza.Fu un'azione estemporanea legata allo scontro politico dell'epoca.
Eravamo con l'autovettura GIULIA di MARIGA e attendemmo nei pressi della sezione sino alla chiusura di un bar vicino perchè in tal modo potevamo agire indisturbati.
Erano quindi le prime ore del mattino, sfondammo la porta, danneggiammo i mobili e il materiale propagandistico, svuotammo gli schedari e incendiammo tale materiale e i mobili con della benzina che avevamo portato con noi.
Asportammo la bandiera del Partito Comunista e ci allontanammo.
Avevamo il volto coperto con calze da donna di nylon.
Sono convinto che la bandiera del Partito Comunista avvolgesse parte delle armi ritrovate poco tempo dopo a MARIGA al casello di Mestre sulla sua stessa GIULIA. Fu lo stesso MARIGA, pochi giorni dopo la sua scarcerazione, a riferirmi tale circostanza, anche se è possibile che gli operanti non si fossero accorti che nella vettura si trovasse la bandiera in parte rovinata.
"""(SICILIANO, int.6.10.1995, ff-2-3)
In un successivo interrogatorio, Martino SICILIANO ha precisato che l’obiettivo era stato individuato da Giampietro MARIGA, che conosceva molto bene la zona, e che la Sezione era stata messa a soqquadro anche per sottrarre l’elenco degli iscritti poichè alcuni militanti stavano svolgendo opera di "controinformazione" sulle attività di Ordine Nuovo (int. 9.8.1997, f.3).
La descrizione dell’episodio offerta da Martino SICILIANO corrisponde perfettamente al contenuto degli atti redatti all’epoca dalla Polizia (cfr. nota della Digos di Venezia in data 3.5.1995 e atti allegati, vol.8, fasc.3).
L’azione, come si desume dagli articoli di stampa acquisiti dalla Digos di Venezia, aveva suscitato notevoli reazioni a livello locale sia per l’entità dei danni subìti dalla Sezione (per circa 800.000 lire, all’epoca) sia per lo sfregio rappresentato dall’asportazione della bandiera del Partito.
Anche in relazione a tale episodio le ammissioni di Martino SICILIANO non sono rimaste un dato isolato e privo di riscontro.
In primo luogo Giancarlo VIANELLO ha ricordato di avere ricevuto da Martino SICILIANO, già nell’immediatezza del fatto, la confidenza della sua partecipazione, insieme a Delfo ZORZI, ad un’azione di danneggiamento contro una sede del P.C.I. nei pressi di Mestre (int. 11.7.1995, f.2).
Anche Roberto MAGGIORI, uno dei componenti minori del gruppo di Mestre presto allontanatosi dalla politica attiva, ha riferito di avere subito appreso nell’ambiente che l’azione era stata compiuta da Delfo ZORZI e dalle persone a lui vicine (dep. 22.4.1995, f.5; 6.5.1995, f.4).
Inoltre Giuliano CAMPANER, che ha ammesso di avere partecipato con ZORZI e ANDREATTA, il 25.4.1967, ad un’analoga anche se meno grave irruzione contro la sede del P.C.I. in località Tessera, ha fornito così un indiretto elemento di riscontro (dep. al G.I., 27.4.1995, f.3; al P.M., 9.6.1995, f.1) che merita di essere ricordato quasi a titolo di curiosità solo perchè l’azione contro la sede di Tessera e, nell’occasione, la distruzione di un ritratto di Togliatti sembra essere stata la sola azione di violenza ammessa da Delfo ZORZI in occasione delle sue spontanee dichiarazioni a Parigi nel dicembre 1995.
Si ricordi peraltro che pochi giorni dopo l’azione contro la sede di Campalto, il 16.11.1968, Delfo ZORZI e Giampietro MARIGA erano stati arrestati per la detenzione illegale di alcune armi e di una piccola quantità di esplosivo (cfr. rapporto del Commissariato di P.S. di Mestre in data 17.11.1968, vol19, fasc.2).
Interrogato nella notte da personale della Polizia, Delfo ZORZI aveva avuto un momento di evidente confusione e cedimento, non solo accennando ad un deposito di armi esistente nella provincia di Treviso (certamente il casolare di Paese), ma anche accusando MARIGA di avere partecipato, mascherato con una calza di nylon da donna, all’incendio alla Sezione di Campalto e fornendo altresì a chi lo interrogava altre notizie compromettenti riguardanti il camerata di Mantova Roberto BESUTTI.
Giampietro MARIGA era stato quindi incriminato per l’azione del 9.10.1968 contro la sede di Campalto ed era stato poi prosciolto solo a seguito della ritrattazione di Delfo ZORZI in sede processuale.
Alla luce di tali circostanze e della situazione di pressione psicologica in cui si trovava ZORZI, non sembra un’affermazione azzardata quella di Vincenzo VINCIGUERRA secondo cui proprio l’arresto del novembre 1968 sarebbe stato l’inizio dell’avvicinamento di ZORZI da parte di funzionari dell’Ufficio Affari Riservati che gli avrebbero proposto, ricevendo una risposta positiva, di non continuare ad agire in proprio, rischiando arresti e denunce, ma di unirsi invece ad un apparato istituzionale nella comune lotta contro il pericolo comunista (int. VINCIGUERRA, 3.3.1993, f.2).
Concludendo comunque sul punto, i reati di danneggiamento e incendio connessi all’episodio di Campalto e contestati anche a Piercarlo MONTAGNER, che pure ha negato ogni responsabilità, devono essere dichiarati estinti per intervenuta prescrizione.
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L’ATTENTATO IN DANNO DELLA SCUOLA SLOVENA DI TRIESTE
E
L’ATTENTATO AL CIPPO DI CONFINE ITALO-JUGOSLAVO
IN LOCALITA' MONTESANTO DI GORIZIA
L'attentato alla Scuola Slovena di Trieste era già stato oggetto di interesse nel corso dell'istruttoria contro FREDA, VENTURA e gli altri componenti della cellula padovana condotte dal G.I. dr. D'Ambrosio in quanto gli inquirenti avevano già sospettato un collegamento fra tale grave episodio e gli attentati del 12.12.1969 ed in quanto uno dei possibili testimoni, l'avv. Gabriele FORZIATI di Trieste, entrato in rotta di collisione con i suoi ex-camerati di Ordine Nuovo e quindi soggetto passibile di un cedimento dinanzi all'A.G., era stato per lungo tempo fatto sparire sottraendolo alle convocazioni dei giudici.
Si era quindi avuta la netta sensazione (l'avv. FORZIATI era stato, fra l'altro, vittima di un tentativo di estorsione da parte di Franco FREDA) che l'episodio di Trieste fosse maturato nello stesso ambiente in cui erano stati ideati e organizzati gli altri attentati della campagna terroristica della primavera-inverno 1969.
Sintetizzando quanto emerge dai rapporti giudiziari e dalle perizie tecniche relative ai due attentati, è sufficente in questa sede ricordare che la mattina del 4.10.1969 (un lunedì) il custode della scuola elementare di lingua slovena, sita in Via Caravaggio 4 a Trieste, scoprì sul davanzale di una finestra una cassetta portamunizioni militare con scritte in inglese avvolta da filo zincato.
Quando i Carabinieri intervenuti sollevarono il coperchio, la cassetta risultò contenere sei candelotti di gelignite spezzati a metà, avvolti in carta paraffinata rossa, e un congegno ad orologeria formato da una pila, due detonatori e un orologio da polso con una vite inserita nel quadrante e collegata ai fili elettrici a loro volta collegati ai detonatori (cfr. rapporto riassuntivo del Nucleo Investigativo Carabinieri di Trieste in data 2.2.1970).
Ai piedi dell'edificio venivano inoltre rinvenuti otto foglietti di carta con scritte in stampatello di carattere antislavo quali "NO AL VIAGGIO DI SARAGAT IN JUGOSLAVIA", "NO ALLE FOIBE" e così via, firmati FRONTE ANTI SLAVO.
La perizia disposta dall'A.G. di Trieste evidenziò che la cassetta conteneva complessivamente kg. 5,700 di gelignite e che l'ordigno non aveva funzionato per un difetto tecnico connesso o al basso voltaggio della pila elettrica o a un cattivo contatto fra i fili conduttori o fra la lancetta dell'orologio e la vite inserita nel quadrante.
L'ordigno inesploso deposto vicino al cippo di confine italo-jugoslavo a Gorizia veniva invece rinvenuto casualmente solo in data 6.11.1969, in occasione di lavori di potatura di alcuni alberi eseguiti da operai italiani.
La cassetta rinvenuta presentava le medesime caratteristiche di quella deposta dinanzi alla scuola di Trieste e risultava contenere un ordigno anch'esso del tutto identico aquello di Trieste, composto da innesco a orologeria e candelotti di gelignite per il peso complessivo di kg. 1,500 (cfr. rapporto riassuntivo del Nucleo Investigativo Carabinieri di Gorizia in data 5.3.1970).
Anche in tale occasione venivano rinvenute nelle vicinanze della cassetta cinque foglietti con slogans antislavi.
L'ordigno rinvenuto sulla linea di confine veniva quasi immediatamente fatto brillare per ragioni di sicurezza dagli artificeri intervenuti sul posto e l'esplosione risultava di tale potenza da far saltare i vetri di numerosi edifici nel raggio di un centinaio di metri sia in territorio italiano sia in territorio jugoslavo e da danneggiare comunque gravemente il muro di sostegno della rete di confine.
Del resto, per comprendere la potenzialità offensiva dei due ordigni deposti a Trieste e a Gorizia, basti pensare che essi complessivamente contenevano una quantità di esplosivo pari a oltre quattro volte quello contenuto nella cassetta metallica lasciata alla Banca Nazionale dell'Agricoltura.
L'iter processuale delle istruttorie, che all'epoca avevano interessato il solo episodio di Trieste toccando comunque, anche se con pochi elementi di prova, l'ambiente politico/eversivo che alla luce delle nuove risultanze risulta effettivamente coinvolto nei fatti, era stato alquanto accidentato.
In un primo momento, sulla base di pur vaghe dichiarazioni accusatorie di tale SEVERI Antonio, appartenente all'area di estrema destra di Trieste, erano stati indiziati gli ordinovisti triestini NEAMI, BRESSAN e FERRARO (i cui nomi ricorrono nelle attuali dichiarazioni di SICILIANO e VIANELLO come effettivi basisti dell'attentato) i quali si erano dati a precipitosa fuga rifugiandosi presso un ordinovista di Torino.
I tre, in seguito, erano stati tuttavia prosciolti stante la labilità degli elementi a loro carico.
In seguito, dopo il rientro dell'avv. FORZIATI dal suo "soggiorno" in Spagna, questi, sentito dall'A.G. di Trieste e di Milano, aveva dichiarato di avere appreso da un altro componente del gruppo triestino, Manlio PORTOLAN, che autori dell'attentato erano stati due ordinovisti di Mestre e cioè Delfo ZORZI e Martino SICILIANO.
Anche tale seconda istruttoria si era tuttavia conclusa con un proscioglimento poichè le indagini a Mestre erano state assai superficiali e non era stato possibile acquisire elementi più consistenti. Anche alla luce delle successive dichiarazioni di Vincenzo VINCIGUERRA, che aveva indicato quale profilo non sufficientemente esplorato dalle indagini l'unità di azione, a partire dalla fine degli anni '60, del gruppo mestrino e del gruppo triestino, era comunque sempre rimasto il fondato sospetto che le indagini iniziali avessero imboccato, anche se non coltivato fino in fondo, la pista giusta.
L'attentato di Trieste e quello contemporaneo di Gorizia sono stati i primi episodi di cui Martino SICILIANO ha parlato al momento della sua scelta di collaborazione sia per l'intrinseca gravità dei fatti sia per la netta percezione che egli aveva immediatamente avuto che essi fossero collegati agli attentati del 12.12.1969.
Vi era infatti la presenza dei candelotti di gelignite, vi era l'utilizzo di cassette metalliche (seppur portamunizioni e non portavalori e quindi diverse da quelle usate per il fatti del 12.12.1969) che avrebbero dovuto aumentare la potenza della deflagrazione; vi era la netta sensazione che la spedizione a Trieste e Gorizia costituisse una prova di affidabilità e una sperimentazione degli uomini e dei mezzi in vista di azioni ancora più gravi.
Non a caso Martino SICILIANO, forse giudicato non sufficientemente determinato o forse troppo facilmente individuabile in caso di indagini abbastanza approfondite (interr. SICILIANO, 12.9.1996, f.5), era stato escluso dopo gli attentati di ottobre dal nucleo operativo.
Ecco il racconto in merito ai due attentati reso immediatamente da SICILIANO sin dai primi interrogatori:
"""
ATTENTATO ALLA SCUOLA SLOVENA DI TRIESTE - OTTOBRE 1969
Il 2 ottobre 1969 ZORZI mi parlò della necessità di effettuare un atto dimostrativo al confine orientale in funzione di contestazione alla preannunciata visita di Saragat a Tito.
La visita poi non si verificò comunque, ma per motivi che non attenevano al nostro fallito attentato
Fui incaricato da lui di realizzare col pantografo dei volantini manoscritti anti-Tito da lasciare in loco.
Ne parlò solo a, me ma ci mettemmo d'accordo per partire il giorno dopo, insieme a Giancarlo VIANELLO, con la macchina di MAGGI.
L'appuntamento era a Piazzale Roma, dove io, Zorzi e Vianello arrivammo in autobus e presso il garage San Marco c'era la macchina di Maggi.
Nel baule della stessa vi erano due contenitori metallici del tipo per nastri da mitragliatrice, di colore grigio/verde, riempiti di bastoni di gelignite con un timer già approntato al quale mancava solamente di essere attaccata la batteria.
Chiesi a Zorzi perchè vi erano due ordigni al posto di uno e mi risponde che uno dovevamo deporlo a Trieste e l'altro a Gorizia.
Preciso che i soldi per la benzina, l'autostrada e il mangiare furono forniti da Maggi.
Zorzi, poichè glielo chiesi, mi disse che gli ordigni erano stati preparati dallo ZIO OTTO che ribadisco essere DIGILIO.... Poichè avevo paura di poter saltare in aria innescando l'ordigno, espressi le mie preoccupazioni a ZORZI il quale mi tranquillizzo dicendomi che tutto era stato preparato dalla solita persona.... Io non sapevo come effettuare il collegamento dei timers agli ordigni, ma lo ZORZI mi spiegò come i due poli dovessero essere collegati alle batterie.
Non sono in grado di spiegare perchè fossi stato prescelto.
Saliti in macchina andiamo a TRIESTE ove abbiamo appuntamento con dei locali e cioè NEAMI e PORTOLAN, quest'ultimo ci portò a casa della nonna o della zia, deceduta da poco per cui la casa era libera e dove fu effettuato il collegamento del primo ordigno.
Dagli stessi siamo stati chiamati a questa scuola di lingue slovena ove l'ordigno è stato collocato se non erro su una finestra. Non ricordò chi lo collocò, io ho lasciato nelle adiacenze i volantini.
Prendo visione delle fotografie contenute nel fascicolo originale dei rilievi tecnici del procedimento relativo all'attentato alla scuola slovena.
Riconosco i fogliettini con scritte che furono redatti da me con scritte antislave ed abbandonati sul posto.
Io avevo iniziato a scrivere i foglietti con un pantografo, ma dopo poco mi stufai e continuai a scriverli a mano a stampatello.... Riconosco altresì la cassetta portamunizioni, i candelotti e il congegno di accensione, quest'ultimo che ebbi occasione do osservare da vicino prima di effettuare personalmente il collegamento dei fili.
L'orologio era stato munito di un perno per costituire il contatto.
Eravamo convinti, andando via, di sentire un boato che avrebbe dovuto verificarsi quando noi uscendo da Trieste saremmo stati ormai sulla strada per Gorizia.
Il tempo programmato non era molto, meno di un'ora, forse 40 o 45 minuti, ma comunque non sentimmo nulla.
Prendo atto che il congegno non esplose in quanto la batteria era quasi del tutto scarica e che ciò è stato accertato dalla perizia.
In merito non so cosa dire; io ero convinto che il congegno esplodesse tanto è vero che ho avuto paura di saltare in aria innescandolo, ma evidentemente qualcuno aveva programmato l'azione in modo diverso perchè mi sembra difficile che possa avvenire un errore del genere.
Come è noto, io e Delfo Zorzi, sulla base delle dichiarazioni di Gabriele FORZIATI, fummo indiziati in istruttoria di tale attentato doversi anni dopo lo stesso.
Fummo prosciolti, ma Forziati in realtà aveva detto il vero.
Egli non aveva avuto alcun ruolo nella vicenda, ma evidentemente nell'ambiente di Trieste, che era piccolo, aveva avuto delle confidenze esatte.
Subì anche una bastonatura per ritorsione che proveniva ovviamente dall'ambiente di Ordine Nuovo di Trieste.
Preciso che sui quotidiani locali apparve la notizia che la bomba avrebbe dovuto esplodere intorno a mezzogiorno causando vittime fra i bambini che frequentavano la scuola.
Ciò non è assolutamente esatto perchè l'ora prevista di scoppio non era certo mezzogiorno, ma intorno a mezzanotte e cioè poco dopo che l'ordigno era stato deposto e innescato.
D'altronde la posizione del perno non consente un periodo di attesa superiore ad un'ora in quanto veniva usato un comune orologio da polso.
ATTENTATO AL CIPPO DI CONFINE CON LA JUGOSLAVIA A GORIZIA
Da Trieste Neami e Portolan ci accompagnarono alla strada per Gorizia ove arrivammo con la luce e quindi ci intrattenemmo in un bar onde aspettare il buio e innescare l'ordigno in macchina. Non avemmo appoggi locali.
Fu scelto il cippo situato di fronte alla vecchia stazione ferroviaria. Il luogo era adatto anche perchè la strada era poco illuminata.
Nei pressi del cippo c'era la rete metallica che segnava il confine.
Non sono in grado di ricordare chi depose la cassetta, forse fui io stesso. Fui invece certamente io a lasciare lì vicino dei volantini del tutto analoghi a quelli lasciati a Trieste, anche questi da me manoscritti.
Il congegno deposto a Gorizia, per quanto ricordo, era del tutto identico a quello deposto a Trieste.
Sapemmo che anche questo ordigno non esplose in quanto non apparve alcuna notizia sui giornali e Neami e Portolan ci confermarono poi la notizia e a distanza di qualche settimana comparve sui giornali la notizia del ritrovamento dell'ordigno inesploso.
Io e Zorzi commentammo il fallimento dei due attentati attribuendolo ad un errore nostro e cioè di manipolazione dell'ordigno al momento dell'innesco. Non pensammo ad un difetto originario dell'ordigno...."""
(SICILIANO, 18.10.1994, ff.3-5).
Il dr. Carlo Maria MAGGI era perfettamente consapevole delle finalità della spedizione e dei motivi per cui la sua autovettura veniva utilizzata:
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....posso precisare che il dr. Maggi, prestandoci la vettura per andare a Trieste e a Gorizia, era perfettamente a conoscenza degli attentati che dovevano essere compiuti e dei loro obiettivi.Preciso che quando arrivammo al Garage Sam Marco, Maggi non c'era e la macchina era parcheggiata nel garage con le chiavi nel quadro in quanto era obbligatorio lasciarvele...."""
(SICILIANO, 19.10.1994, f.8).
In data 20.10.1994, Martino SICILIANO ha fornito ulteriori precisazioni in particolare quelle importantissime relative al color rosso della carta che avvolgeva la gelignite:
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....In merito agli attentati alla Scuola Slovena di Trieste e al cippo di confine a Gorizia, faccio presente che Zorzi mi disse, nel corso del viaggio a Trieste, che nel caso in cui l'effetto sperato sull'opinione pubblica non fosse stato sufficiente, era già stato approntato un terzo ordigno per il sacrario di Redipuglia, ove sono sepolti i caduti della prima guerra mondiale, attentato che ovviamente avrebbe dovuto essere attribuito ai gruppi sloveni di sinistra.Sempre in merito agli attentati di Trieste e Gorizia, posso precisare che le due cassette metalliche contenenti l'esplosivo erano una un po' più grande dell'altra, ma comunque molto simili e di colore e di chiusura uguali.
I candelotti di gelignite erano avvolti in carta color rosso di sfumatura intorno al mattone/bordeaux.
Posso inoltre precisare che i detonatori erano del tipo elettrico al fulminato di mercurio.
Voglio aggiungere che, in occasione dell'incriminazione per i fatti di Trieste e Gorizia, io fornii al giudice istruttore un alibi falso affermando che quella sera mi trovavo a Trieste con una entreneuse originaria di Bolzano e che a Trieste aveva un bar-latteria. Io conoscevo effettivamente quella ragazza, che si chiamava Ivana Deck, nota come Ivonne, ma ovviamente quella sera non ero con lei...."""<