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L’ATTENTATO AI MAGAZZINI COIN DI MESTRE
DEL 27 MARZO 1970
L’attentato dimostrativo ai magazzini COIN di Mestre, pur nella modestia dell’accadimento, confinato per pochi giorni nella cronaca dei quotidiani locali, costituisce uno dei nodi centrali di questa istruttoria e dell’istruttoria collegata, in corso presso la Procura della Repubblica di Milano, in quanto esso segna la ricomparsa della gelignite utilizzata a Trieste e Gorizia e probabilmente anche per gli attentati più gravi, e le reazioni, altrimenti ingiustificate, di Piero ANDREATTA e degli uomini vicini a Delfo ZORZI rimasti a Mestre, accese dalle indagini allorchè hanno toccato tale episodio, dimostrano che da tale filo era possibile, come è stato anche se solo in parte, risalire all’intera matassa.
Di tale episodio ha parlato sin dai primi interrogatori e più volte, anche per progressive messe a fuoco sollecitate dal sempre maggiore interesse degli inquirenti, Martino SICILIANO.
In sintesi:
- Piero ANDREATTA si era presentato nella sede di Via Mestrina con un ordigno costituito da due o tre candelotti di gelignite e dal solito innesco costituito dall’orologio da polso con il perno nel quadrante, la batteria e i fili elettrici, pregando Martino SICILIANO di provvedere al collegamento dell’innesco (int. 18.10.1994, f.10).
- SICILIANO aveva aderito alla richiesta, ma, non essendo in gradi di ripetere esattamente l’operazione come gli era stata insegnata prima degli attentati di Trieste e Gorizia, aveva avvisato ANDREATTA che l’ordigno non era in condizioni di sicurezza (int. 25.1.1995, f.3).
E’ quindi probabile che ANDREATTA abbia deciso di cambiare il programma operativo, utilizzando una comune miccia come del resto risulta dal rapporto di polizia giudiziaria relativo all’episodio.
- I candelotti che ANDREATTA aveva portato, gelignite avvolta in carta paraffinata rossa, erano assolutamente identici a quelli visti da SICILIANO l’ottobre precedente, durante la spedizione a Trieste e Gorizia (int.25.1.1995, f.3).
- Il movente dell’attentato dinamitardo era prevalentemente di carattere personale, anche se venato di coloriture politiche, in quanto ANDREATTA intendeva "vendicare" una ragazza a lui legata, dipendente del COIN, che aveva avuto problemi all’interno dell’azienda (int. 18.10.1994, f.7).
Focalizzando meglio tale aspetto, una volta accertato che Giuseppe FREZZATO conviveva all’epoca con Ivana PESCE, dipendente del COIN e sorella di Fiorenzo PESCE, in stretti rapporti commerciali con ANDREATTA nell’ambito dell’Associazione Italia-Benin, Martino SICILIANO ha ritenuto più probabile, per un errore della sua memoria o per un’ambiguità della confidenza di ANDREATTA, che il movente dell’episodio fosse riconducibile a FREZZATO (int. 28.3.1996, f.4).
L’aiuto era stato chiesto a Martino SICILIANO personalmente da ANDREATTA solo perchè i rapporti fra i due, all’epoca, erano già molto stretti, mentre la conoscenza di FREZZATO da parte di SICILIANO era molto superficiale.
Si noti che Piero ANDREATTA svolgeva all’epoca attività commerciale in Africa non solo per conto di Fiorenzo PESCE, ma anche di Stefano TRINGALI che era suo socio e costoro facevano riferimento, sempre sul piano commerciale, a Delfo ZORZI (int.28.3.1996, f.5).
- Inoltre pochi giorni prima dell’attentato, Delfo ZORZI aveva chiesto a SICILIANO di fare un giro in motoretta intorno a Piazza Barche, con la Vespa di un giovane presente in quel momento con loro nella piazza, e di calcolare il tempo che consentiva di allontanarsi con tale mezzo dai magazzini COIN e porsi al riparo da una situazione di allarme (int. 28.8.1996, f.2).
ZORZI aveva spiegato a SICILIANO che era in programma qualcosa contro i magazzini COIN, in risposta ad uno sciopero in occasione del quale era stato impedito un volantinaggio di destra.
SICILIANO aveva accettato di fare il controllo con la motoretta, facendo comunque presente a ZORZI che non intendeva occuparsi di tale azione.
Delfo ZORZI, forse anche in ragione della sua diversa personalità, aveva quindi dato a SICILIANO una spiegazione dell’azione in programma un po’ diversa da quella fornita da ANDREATTA accentuandone il carattere più propriamente politico (int.28.8.1996, f.2) e di risposta ad una iniziativa sindacale.
L’attentato ai magazzini COIN veniva individuato in quello avvenuto la notte fra il 27 e il 28 marzo 1970, collocando un ordigno a miccia alla base di una vetrata.
L’attentato era avvenuto il giorno precedente a quello in cui era già stato proclamato uno sciopero dei dipendenti indetto dalle confederazioni sindacali e, nonostante le indagini svolte, gli autori erano rimasti ignoti (cfr. nota della Digos di Venezia in data 17.12.1996 e atti allegati).
Non risultava nemmeno difficile mettere a fuoco, in base agli atti raccolti dalla Digos di Venezia, le figure di Piero ANDREATTA e Giuseppe FREZZATO, entrambi militanti di destra di Mestre, il primo iscritto al M.S.I. e il secondo alla CISNAL, entrambi legati ad ambienti della piccola malavita comune e ANDREATTA comunque vicino, anche per rapporti amicali, all’area di Ordine Nuovo (nota Digos Venezia citata, ff.5-6 e 19-20; nota R.O.S. in data 16.5.1995 relativa a FREZZATO, vol.1, fasc.19).
Si noti che dai successivi accertamenti risultava che non solo Ivana PESCE, ma anche un’altra donna legata all’epoca a Giuseppe FREZZATO, e cioè Rita TOSATTO (con la quale, in seguito, FREZZATO era emigrato in Argentina), era dipendente dei magazzini COIN di Piazza barche, per cui il movente accennato da Martino SICILIANO poteva riferirsi tanto all’una quanto all’altra donna essendo fra l’altro entrambe simpatizzanti di destra (int. SICILIANO, 9.10.1996, f.3).
Lo sviluppo delle indagini relative a tale attentato, di grande interesse per i profili di collegamento con l’esplosivo usato per gli attentati più gravi, e le reazioni suscitate nell’ambiente di Mestre dalle attività degli inquirenti confermavano che con l’attentato al COIN si era toccato quasi certamente un tasto delicatissimo e di importanza centrale per comprendere la dinamica materiale dell’attività del gruppo mestrino e i rapporti passati e presenti fra i vari soggetti.
Si ponga attenzione allo snodarsi degli avvenimenti in ordine cronologico:
- In data 6.1.1995 Piero ANDREATTA, rientrato momentaneamente dall’Africa insieme alla moglie, originaria del Benin, viene sentito da questo Ufficio in qualità di indiziato in relazione all’attentato al COIN di Mestre.
Nega ogni responsabilità, affermando addirittura di aver fatto parte della componente "moderata" del M.S.I. (quella facente riferimento all’on. MICHELINI) e riparte per l’estero qualche giorno più tardi.
- A seguito di decreto di intercettazione telefonica disposta da questo Ufficio, viene intercettata, il 15.1.1995, una conversazione telefonica dal Giappone intercorsa fra Delfo ZORZI e Piercarlo MONTAGNER.
I due discutono del comportamento di ANDREATTA (chiamato "l’Africano" o quello che ha "sposato la negra"), commentano con soddisfazione il fatto che ANDREATTA non avesse avuto una "crisi mistica" (cioè non stesse collaborando con gli inquirenti) e che fosse ripartito per l’Estremo Oriente, ove ZORZI intendeva rintracciarlo e controllarlo, e accennano alla necessità di offrire ad ANDREATTA, in precarie condizioni finanziarie, una buona opportunità commerciale che doveva favorire, evidentemente, il mantenimento di tale linea processuale (cfr. nota R.O.S. in data 25.1.1995 e allegata trascrizione della telefonata, vol.46. fasc.1, ff.104 e ss., e anche, sul punto, int. SICILIANO, 25.1.1995, ff.4-5).
- In data 19.6.1995, il Pubblico Ministero, nell’ambito dell’indagine nuovo rito nel frattempo aperta, procedeva all’audizione di Paola ROSSI, simpatizzante di destra di Mestre e soprattutto amica di vecchia data di Piero ANDREATTA, Piercarlo MONTAGNER e Stefano TRINGALI.
La testimone riferiva di aver incontrato ANDREATTA a Mestre, nel mese di gennaio, pochi giorni dopo l’interrogatorio svolto da questo Ufficio, e che ANDREATTA le aveva riferito di essere stato chiamato in causa da Martino SICILIANO per l’attentato al COIN, attentato che egli aveva effettivamente commesso badando, comunque, che l’ordigno non esplodesse mentre delle persone transitavano nei pressi (dep. citata, ff.1-2).
Paola ROSSI aggiungeva che nello stesso mese di gennaio ANDREATTA le aveva chiesto in prestito la propria vettura per recarsi all’aereoporto di Tessera e incontrarsi con Rudi ZORZI, fratello di Delfo (f.2).
Con tale decisiva deposizione si chiudeva così il cerchio in merito alla responsabilità di Piero ANDREATTA per l’attentato del marzo 1970.
- Qualche giorno prima comunque, il 26.5.1995, era stato nuovamente sentito Piero ANDREATTA alla presenza sia del Giudice Istruttore sia del Pubblico Ministero.
Nel corso dell’interrogatorio, a tratti drammatico, ANDREATTA inizialmente negava ancora ogni responsabilità in merito all’episodio che gli veniva contestato e negava anche di avere ancora intrattenuto, in quel periodo, contatti con Delfo ZORZI e le persone a lui vicine, ad eccezione di qualche incontro con Piercarlo MONTAGNER finalizzato peraltro a comprendere in quale direzione si stessero muovendo le indagini milanesi (f.6).
Una volta mostrate ad ANDREATTA le fotografie scattate dal personale del R.O.S. in data 26.1.1995, che lo ritraevano all’aereoporto Tessera insieme a Rudi ZORZI (cfr. nota R.O.S. in data 31.1.1995, vol.46, fasc.2, f.2), egli aveva un momento di cedimento iniziando a raccontare circostanze di grande interesse per le indagini e soprattutto utili a comprendere cosa si stesse muovendo per cercare di controllarle e di bloccarle.
Continuava infatti a negare di aver personalmente partecipato all’attentato, ma dichiarava di aver visto, nel portabagagli dell’autovettura di Giuseppe FREZZATO, otto o nove candelotti di gelignite che questi gli aveva detto essere destinati all’attentato al COIN (f.7).
Presa visione di una fotografia facente parte dei rilievi tecnici relativi agli attentati di Trieste e Gorizia, ANDREATTA dichiarava che i candelotti visti nell’autovettura di FREZZATO erano esattamente di quel tipo, avvolti in carta di colore rosso bordeaux (f.7).
Ammetteva di aver incontrato Rudi ZORZI all’aereoporto, tramite un appuntamento procurato da MONTAGNER, di avergli riferito le proprie preoccupazioni per quanto stava avvenendo e che aveva "bisogno di una mano" anche in quanto si era reso conto di essere stato interrogato per una cosa piccola (l’attentato al COIN) che si collegava tuttavia ad una molto più grande (evidentemente la strage di Piazza Fontana).
ANDREATTA, partito per l’Estremo Oriente dopo aver avuto assicurazione che il messaggio era stato trasmesso a Delfo ZORZI, era stato raggiunto telefonicamente da questi in un albergo di Canton (f.9).
ZORZI lo aveva intrattenuto al telefono per quasi due ore facendosi dire tutto quanto a sua conoscenza sull’andamento delle indagini dandogli consigli su come comportarsi e facendogli, non a caso, presente di avere offerto a Martino SICILIANO "un lavoro a Pietroburgo da 4 o 5 mila dollari al mese", allusione indubbiamente allettante per lo squattrinato ANDREATTA (f.10).
I contatti attivati da ANDREATTA dopo l’interrogatorio del gennaio 1995, a seguito del quale egli si era probabilmente accorto che quanto a sua conoscenza in merito all’attentato al COIN e ad altre circostanze era più importante di quanto potesse immaginare e forse un utile mezzo di scambio, non si erano tuttavia fermati qui.
Aveva infatti incontrato il dr. MAGGI, sempre nel mese di gennaio, in casa dell’avv. PARISI e anche con il dottore aveva parlato di quanto stava avvenendo sul piano delle indagini.
Il dr. MAGGI gli aveva detto, con aria stanca e preoccupata, che in quei giorni i Carabinieri lo stavano contattando per sondare la possibilità di una sua collaborazione e che aveva pertanto bisogno di aiuto (f.11).
ANDREATTA gli aveva così procurato un contatto con Rudi ZORZI e i tre erano si erano incontrati a Venezia, in Piazzale Roma, dove Rudi ZORZI e il dr. MAGGI, parlando separatamente, si erano evidentemente accordati in merito all’aiuto da prestare all’ex-Reggente di Ordine Nuovo del Triveneto in difficoltà (f.11).
Piero ANDREATTA ha confermato tali circostanze anche in successivi interrogatori dinanzi al P.M. di Milano (31.5.1995, 1°.6.1995 e 6.6.1995) in occasione dei quali egli aveva cominciato a parlare anche dei traffici di armi che alla fine degli anni ‘60, anche con l’aiuto di Leopoldo BERGANTIN, stavano avvenendo all’interno della cellula di Ordine Nuovo di Mestre (cfr. int. al P.M., 1°.6.1995, f.3), ma anche in un successivo confronto con Paola ROSSI, che pure ha confermato il tenore delle confidenze ricevute da ANDREATTA (confronto dinanzi al P.M. in data 22.12.1995), egli ha continuato a negare la sua responsabilità in ordine all’attentato al COIN chiudendosi, a partire da tale momento, in un assoluto mutismo.
- Grazie ad un provvedimento, adottato da questo Ufficio, di controllo e di ritardata consegna della corrispondenza del dr. Carlo Maria MAGGI, veniva acquisita copia di una lettere inviata da questi al suo difensore, acquisizione del tutto legittima ai sensi dell’art.341 c.p.p. del 1930 trattandosi di corrispondenza non ancora pervenuta al difensore stesso.
In tale lettera il dr. MAGGI fa riferimento al fatto che Piero ANDREATTA aveva fatto capire nell’ambiente di non collaborare, commentando con soddisfazione "ed è già qualche cosa", prova questa, anche a prescindere dagli equilibrismi di ANDREATTA che pur qualcosa si era lasciato sfuggire, che il gruppo teneva moltissimo al fatto che non fossero rivelate le circostanze, magari poche ma cruciali, che ANDREATTA aveva vissuto di persona (cfr. lettera allegata alla nota R.O.S. in data 8.6.1995, vol.46, fasc.4, ff.28 e ss.).
- Anche se può apparire incredibile, alla luce delle ammissioni di ANDREATTA nell’interrogatorio reso in data 26.5.1995, questi ha continuato, per tutto l’anno successivo, a frequentare assiduamente MONTAGNER e TRINGALI cioè coloro che, per conto di Delfo ZORZI, stavano cercando di impedire, tentando in particolare di screditare la testimonianza di Paola ROSSI, che nuove testimonianze peggiorassero ulteriormente la situazione processuale di Delfo ZORZI e del suo gruppo.
Le intercettazioni telefoniche e ambientali, estremamente mirate ed efficaci, disposte dalla Procura della Repubblica di Milano e riassunte nell’annotazione della Digos di Venezia in data 24.5.1996 hanno infatti evidenziato, senza alcun margine di dubbio, che l’attentato al COIN era avvenuto così come rievocato da Martino SICILIANO, per ragioni connesse al maltrattamento di una donna di destra durante un picchetto sindacale, e l’insistenza con cui gli uomini di Delfo ZORZI parlano di tale marginale episodio ne testimonia invece l’importanza, quantomeno sotto il profilo dell’esplosivo usato, e il suo collegamento con i fatti più gravi.
Infatti, da tali intercettazioni si desume con estrema chiarezza che Piero ANDREATTA è stato aiutato economicamente da Delfo ZORZI per il suo personale silenzio in merito a tale episodio e ha continuato a chiedere aiuti economici sempre maggiori, tanto da infastidire MONTAGNER che lo considerava una sorta di "pensionato" a vita del gruppo di ZORZI.
D’altronde Piero ANDREATTA, dinanzi ai suoi interlocutori, poteva rivendicare a sè di essersi "sacrificato" in favore dell’ambiente, salvando con il suo silenzio (che gli era costato il divieto di espatrio, gravissimo in relazione alle sue attività commerciali) l’intera organizzazione.
Inequivoche in tal senso sono le frasi, riportate nell’annotazione, "se dovessi dire sì, sono io il colpevole di COIN comincia tutto, questo è il punto...." e "Piero che sa tutto..il Piero, se va a parlare...."
Inoltre Piero ANDREATTA poteva rivendicare a sè dinanzi ai camerati, come emerge sempre dalle intercettazioni, il merito di avere messo di nuovo in contatto, quasi casualmente, nel gennaio 1995, il dr. MAGGI con Delfo ZORZI, impedendo così che il dottore, in piena crisi, decidesse di collaborare con i Carabinieri e consentendo in suo favore da parte di ZORZI un intervento più rapido ed efficace di quello che era stato attivato con Martino SICILIANO il quale aveva comunque "disertato" e si era affidato ai rappresentanti dello Stato.
Tale recupero del dr. MAGGI, prossimo a cedere, da parte dell’organizzazione era stato la precondizione che aveva portato, nell’agosto del 1995, alla presentazione da parte del dottore dell’esposto contro i Carabinieri, contromossa ispirata da Delfo ZORZI in un’ottica di inquinamento delle indagini (cfr. annotazione Digos di Venezia citata, f.19).
- Le manovre di "ricatto" e di inquinamento in merito al pur modestissimo attentato al COIN non sono tuttavia terminate qui e non sono nemmeno state interrotte dall’arresto di ANDREATTA, MONTAGNER e TRINGALI, nell’estate del 1996, per il reato di favoreggiamento aggravato.
Nel maggio del 1996, il Giudice Istruttore di Venezia, dr. Carlo Mastelloni, nell’ambito dell’istruttoria relativa all’abbattimento dell’aereo ARGO 16 avvenuto nel 1973, con una coincidenza che testimonia comunque la circolarità delle indagini in questa materia, disponeva una perquisizione nell’abitazione di Baden FREZZATO, padre di Giuseppe e all’epoca dei fatti, nella sua veste di sottufficiale dell’Esercito, custode dell’hangar ove normalmente sostava l’aereo poi abbattuto.
Nell’immediatezza della perquisizione Fiorella FREZZATO, sorella di Giuseppe, molto scossa, riferiva al personale del R.O.S. di Padova incaricato della perquisizione di avere ricevuto pochi giorni prima, l’8.5.1996, una visita di Ivana PESCE, negli anni ‘70 sentimentalmente legata a suo fratello Giuseppe e che da questi aveva avuto una figlia di nome Erika.
Ivana PESCE, facendo presente di essere in gravi difficoltà economiche anche in quanto Giuseppe FREZZATO non aveva mai passato gli alimenti per la figlia Erika, prospettava la necessità di ricevere dalla famiglia FREZZATO la somma di 10 milioni.
Solo in tal caso avrebbe evitato di testimoniare contro Giuseppe FREZZATO, coinvolto, secondo lei, nella "vicenda relativa ad un attentato in danno del COIN" (cfr. dep. Fiorella FREZZATO, 31.5.1996, f.7).
Nell’occasione Ivana PESCE aveva anche fatto il nome di Martino SICILIANO (f.8).
Fiorella FREZZATO ricordava di aver sentito parlare in casa, all’epoca dei fatti, di tale attentato e che suo fratello e Ivana PESCE, discutendo dell’episodio, avevano fatto riferimento a Piero ANDREATTA e alle conseguenze di quanto era avvenuto.
Giuseppe FREZZATO aveva esclamato "Hai visto? Non è successo niente. E’ solo venuta giù una vetrina, ma l’hanno rimessa su e stanno tornando a lavorare come prima" e Ivana PESCE aveva risposto "Giuseppe, stai attento perchè se no ti denuncio" (dep Fiorella FREZZATO al G.I. di Venezia, 7.6.1996, f.2, e a questo Ufficio, 13.6.1996, f.2).
Nonostante la chiarezza di questo insieme di circostanze e di questo scambio di battute, soprattutto se lette alla luce del racconto di Martino SICILIANO, Ivana PESCE, sentita da questo Ufficio in data 28.9.1996, pur ammettendo di essersi recata da Fiorella FREZZATO e di avere chiesto del denaro in favore della figlia Erika, ha negato di avere fatto alcun riferimento all’attentato ai magazzini COIN.
Si noti del resto che Ivana PESCE, già sentita in data 29.4.1995, aveva assunto anche allora un comportamento estremamente reticente, ammettendo a malapena di essere stata iscritta per qualche tempo, proprio su richiesta di FREZZATO, al sindacato CISNAL del settore commercio (dep. citata, f.3).
Indipendentemente dall’eventuale rilevanza penale della vicenda narrata da Fiorella FREZZATO e tenendo presente che la sua testimonianza appare assolutamente spontanea e credibile, è estremamente significativo che un episodio in sè modesto e privo di dirette conseguenze penali come l’attentato del 27.3.1970 possa essere ancora ragione di ricatti e pressioni.
In realtà l’intera vicenda dell’attentato rievocata da Martino SICILIANO porta a due significative conclusioni di grande rilevanza per il complesso delle indagini che sono state svolte:
- le modalità con cui si era giunti all’esecuzione dell’attentato non dovevano assolutamente essere rivelate poichè la gelignite utilizzata era appartenente allo stesso lotto, entrato nella disponibilità della cellula di Mestre (e proveniente certamente da Roberto ROTELLI), utilizzato per gli attentati dell’ottobre 1969 a Trieste e Gorizia e con ogni probabilità entrato a far parte anche del materiale esplosivo raccolto per gli attentati del 12.12.1969.
Piero ANDREATTA, soggetto instabile e processualmente pericoloso a differenza di Giuseppe FREZZATO, irraggiungibile in Argentina, doveva essere blandito e comprato da Delfo ZORZI e dal suo gruppo purchè non rivelasse in qual modo, per tale episodio, era stato acquisito l’esplosivo e quindi dove fosse il deposito di pronto uso di cui la cellula di Ordine Nuovo disponeva a Mestre, deposito più prossimo alla base d’azione del gruppo rispetto a quello di Paese (int. SICILIANO, 5.8.1996, f.4).
Con ogni probabilità il deposito da cui provenivano tali candelotti di gelignite era lo stesso casolare nei pressi di Mestre ove, nel 1974, Marcello SOFFIATI avrebbe in seguito ritirato l’ordigno, composto anch’esso da candelotti di gelignite, trasportato prima a Verona e poi a Milano per essere inviato a Brescia (int. DIGILIO, 4.5.1996, ff.2-4).
Sempre in termini probabilistici può ritenersi che tale casolare sia quello ubicato fra Mirano e Spinea di cui ZORZI e il suo gruppo, all’epoca, già disponevano, utilizzato soprattutto per l’apposizione di marchi contraffatti sugli articoli di pelletteria destinati ad essere esportati in Estremo Oriente (int. SICILIANO, 16.6.1996, ff.1-3; 2.8.1996, f.3, e, in merito all’identificazione del casolare, nota R.O.S. in data 24.7.1996, vol.6, fasc.4, ff.46 e ss.).
- Quasi casualmente le indagini sull’attentato al COIN e l’agitarsi di ANDREATTA dopo il suo interrogatorio del 6.1.1995 hanno reso possibile il riannodarsi dei contatti fra Delfo ZORZI e il dr. MAGGI e il "recupero" di quest’ultimo da parte del gruppo proprio nei giorni in cui, grazie ai colloqui investigativi effettuati dal personale del R.O.S., il dr. MAGGI sembrava prossimo a convincersi dell’opportunità di assumere un atteggiamento quantomeno di "dissociazione".
Non è un caso che il dr. MAGGI, anch’egli, come ANDREATTA, in precarie condizioni economiche, in due lettere acquisite in copia e portanti le date 9.8.1995 e 1°.11.1995 accenni al suo difensore a sostanziosi contributi finanziari che sta per ricevere da un "amico" (cfr. note R.O.S. in data 18.8.1995 e 8.11.1995 e lettere allegate, vol.46, fasc.4, ff.83 e ss. e 88 e ss.).
Così come è avvenuto per ANDREATTA, il vacillante silenzio del dr. MAGGI è stato certamente comprato dal camerata proprietario di un ingente impero commerciale e finanziario.
E’ probabile che solo a "transazione" avvenuta il dr. MAGGI, nell’agosto del 1995, quando peraltro i colloqui investigativi erano cessati da sei mesi, abbia deciso, in cambio, di presentare l’esposto contro il personale del R.O.S. ispirato da ZORZI quale condizione vincente per frenare le indagini (cfr. nota della Digos di Venezia in data 24.5.1996, f.19).
Purtroppo, come è noto, tale esposto è stato coltivato, con zelo degno di migliore causa, dall’A.G. di Venezia ottenendo così parte del risultato che i suoi ispiratori si erano prefissati.
A seguito della discovery degli atti seguita, nel giugno 1997, all’arresto del dr. MAGGI e all’emissione di ordinanza di custodia cautelare anche nei confronti di Delfo ZORZI, sono emerse comunque le prove del pagamento di una somma assai sostenuta al dr. MAGGI, così come le prime emergenze contestuali all’interrogatorio di ANDREATTA lasciavano già intuire.
Indipendentemente, quindi, dalla dichiarazione di prescrizione che deve essere emessa nei confronti di SICILIANO, ZORZI, ANDREATTA e FREZZATO in relazione ai reati connessi all’attentato al COIN di Mestre, è certo che tale episodio, per il quale è stato speso tanto lavoro investigativo e, da parte dell’ambiente mestrino, tanti sforzi per occultare la verità, costituisce sul piano logico/indiziario una delle parti centrali della ricostruzione e del patrimonio complessivo delle indagini collegate.
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GLI ALTRI EPISODI ASCRITTI A GIUSEPPE FREZZATO
Nella prima ordinanza si è ampiamente parlato (cfr. capitolo 16) dell’attentato dimostrativo all’Università Cattolica di Milano del 15.10.1971, commesso da Martino SICILIANO partendo dall’abitazione milanese di Marco FOSCARI e utilizzando quale autista Giovanbattista CANNATA.
Si tratta , come si ricorderà, del primo episodio emerso nel 1992 a carico di Martino SICILIANO a seguito delle dichiarazioni di Gianluigi RADICE e la notificazione della comunicazione giudiziaria presso l’indirizzo francese di SICILIANO, subito riferita da questi ai camerati rimasti a Mestre, aveva per la prima volta fatto entrare in fibrillazione l’ambiente dei fiduciari di Delfo ZORZI.
Essi avevano infatti compreso benissimo che l’emergere di tale pur modesto episodio costituiva il primo segno di sgretolamento del muro di omertà che aveva sino ad allora protetto le attività della struttura di Mestre/Venezia e che le conseguenze potevano essere incalcolabili.
Bobo LAGNA, dopo il primo allarme lanciato da SICILIANO, aveva consultato e fatto consultare i registri dell’Ufficio Istruzione di Milano al fine di acquisire notizie sullo stato delle indagini e di sapere chi fosse indiziato e se vi fossero indiziati per la strage di Piazza Fontana, ma fortunatamente non aveva potuto acquisire alcun dato in quanto il regime del vecchio rito è parzialmente diverso da quello attuale e le annotazioni relative ai procedimenti formalizzati non vengono, o meglio non venivano, aggiornate con i nomi dei nuovi indiziati, per ovvie ragioni di riservatezza, sino alla conclusione dell’istruttoria (cfr. int. SICILIANO, 19.10.1994, f.9, e 7.10.1995, f.4).
Tornando alla materiale esecuzione dell’attentato all’Università Cattolica, Martino SICILIANO, sin dai suoi primi interrogatori, ha riferito che la bomba da mortaio utilizzata nell’occasione gli era stata procurata da Giuseppe FREZZATO, detto "IL CORVO" (int. 18.10.1994, f.7, e 19.10.1994, ff.1-2).
Tale circostanza è del tutto in sintonia con la figura di FREZZATO, legato sia all’estrema destra sia ad ambienti malavitosi (int. SICILIANO, 8.11.1996, f.3), già condannato per la detenzione di esplosivi e munizioni rinvenuti nella sua abitazione (cfr. rapporto del Commissariato della P.S. di Mestre in data 9.4.1970) e indicato anche da altri testimoni (dep. Giuliano CAMPANER, 1°.4.1995, f.2) quale persona coinvolta nel traffico di simili residuati bellici.
Giuseppe FREZZATO aveva anche ceduto a Martino SICILIANO la pistola cal. 6,35 sequestrata allo stesso SICILIANO in occasione di una banale rissa avvenuta nel 1971 dinanzi alla pizzeria "Il Tronco" di Corso del Popolo a Mestre (int.SICILIANO, 18.10.1994, f.7, e 28.3.1996, f.5).
I reati ascritti a Giuseppe FREZZATO, emigrato alcuni anni or sono in Argentina per ragioni peraltro non connesse alle indagini in corso, devono essere dichiarati estinti per intervenuta prescrizione
Sempre con riferimento all’attentato all’Università Cattolica di Milano, merita di essere ricordato un nuovo particolare, emerso nella fase finale dell’istruttoria, che corrobora il racconto di Martino SICILIANO anche in relazione a tale attentato minore.
Questo Ufficio non aveva potuto procedere all’audizione del Conte Marco FOSCARI per le difficoltà connesse al fatto che questi, da molto tempo, risiede stabilmente a Palma de Majorca.
Tuttavia il Conte FOSCARI, nell’ottobre 1997, è stato intervistato in tale località dal giornalista veneziano Maurizio DIANESE durante il lavoro di ricerca e di redazione di un libro, di prossima pubblicazione, dedicato alle vicende del gruppo mestrino e veneziano di Ordine Nuovo.
L‘ampia intervista, con il consenso dell’interessato, è stata registrata e Maurizio DIANESE ne ha prodotto a questo Ufficio la trascrizione (cfr. deposizione e verbale di acquisizione in data 30.10.1997).
Nell’ambito dell’intervista il Conte FOSCARI, rievocando il suo rapporto di amicizia e di comune militanza politica nell’ambiente di destra con Martino SICILIANO, ha ricordato di averlo accompagnato con la sua autovettura da Mestre a Milano proprio il giorno in cui SICILIANO portava con sè in una borsa la bomba da mortaio destinata ad essere collocata, qualche giorno dopo, nei pressi del muro di cinta dell’Università Cattolica (cfr. pagg. 17-18 della trascrizione).
Il Conte FOSCARI, pur personalmente estraneo alla progettazione e all’esecuzione dell’attentato, ha anche ricordato che Martino SICILIANO era partito alla volta dell’Università Cattolica dopo una cena fra amici svoltasi proprio nella casa di FOSCARI a Milano e, essendo stato messo al corrente da SICILIANO delle sue intenzioni, lo aveva esortato a deporre l’ordigno almeno in un punto isolato ove non potesse cagionare danni a persone, esortazione che era stata accolta (cfr. pag.18 della trascrizione e int. SICILIANO, 18.10.1994, f.8; 14.10.1997, f.2).
Anche in relazione ai più modesti particolari, la narrazione di Martino SICILIANO ha trovato, quindi, piena conferma.
21
LA DETENZIONE DI MINE ANTICARRO
DA PARTE DELLA CELLULA DI ORDINE NUOVO DI VENEZIA
L'episodio, costituito dalla disponibilità da parte del dr. MAGGI di mine anticarro, è uno dei primi di cui Carlo DIGILIO ha parlato nei suoi interrogatori in una fase di collaborazione non ancora completa e caratterizzata da una disponibilità ancora incerta, ma progressiva a fare chiarezza e dalla scelta di aggiungere e mettere man mano a fuoco particolari in merito a ciascun fatto cui aveva partecipato o assistito.
La vicenda delle mine anticarro, appunto uno dei primi episodi progressivamente messi a fuoco, è un episodio molto importante perchè Carlo DIGILIO, riferendolo sin dall'autunno 1993, ha aperto con esso un primo spiraglio per far comprendere la pericolosità e la potenzialità militare del gruppo mestrino/veneziano che sino a quel momento nessuna indagine sull'eversione di destra aveva avuto la possibilità di inquadrare nella sua vera portata.
Vediamo sul punto le dichiarazioni di Carlo DIGILIO in ordine cronologico:
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....Nei primi anni '70, potrebbe essere il 1971 o 1972, il dottor MAGGI mi chiese un favore a cui non potevo acconsentire e che comunque non ero in grado di fargli.Infatti egli mi disse che il suo gruppo aveva recuperato delle mine anticarro, probabilmente residuati del periodo dell'ultima guerra, e che voleva avere un aiuto tecnico per smontarle e cioè aprirne l'involucro di metallo e disinnescarle.
Io gli dissi che mi intendevo certamente di armi, ma che non mi intendevo di esplosivi e non volevo comunque collaborare ad una operazione del genere.
MAGGI mi disse che avrebbe cercato altrove.
Qualche tempo dopo, penso proprio accompagnato dal MAGGI, ebbi occasione di vedere a Mestre una di queste mine già smontata; l'involucro di metallo era già stato tolto ed era rimasta la ciambella di esplosivo di colore giallino che ritengo fosse T4.
Non sono assolutamente in grado di ricordare in quale luogo mi fu mostrata questa forma di esplosivo.
Ho tuttavia il ricordo di un garage pertinente a qualche abitazione.
MAGGI mi disse che questo esplosivo era stato ripescato dall'acqua ove non si deteriorava mai ed accennò al recupero anche di altre mine del genere in "laghetti" e in parte in mare vicino a Venezia.
Mi accennò a subacquei che avevano effettuato tali recuperi...."""
(int. 9.10.1993).
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....Riprendendo il discorso dell'esplosivo già estratto dal suo contenitore metallico e che mi fu mostrato a Mestre, mi è venuto in mente che questa sorta di corona circolare con un piccolo foro nel mezzo, come una grossa forma di formaggio, si trovava nel portabagagli di un'autovettura, in un box, appunto a Mestre.... La forma di esplosivo era alta una diecina di centimetri e del diametro di circa quaranta ed era di colore giallino...."""(int.30.10.1993).
Nel corso di un successivo interrogatorio (27.11.1993), Carlo DIGILIO ha precisato che le mine anticarro residuate dalla seconda guerra mondiale provenivano, così come alcune armi, da recuperi effettuati nei laghetti che circondano Mantova, nei quali il materiale era stato gettato dalle truppe tedesche in ritirata sotto l'incalzare, nella primavera del 1945, delle forse angloamericane.
Il recupero era stato effettuato da un subacqueo facente parte del gruppo mantovano/veronese di Marcello SOFFIATI e Roberto BESUTTI.
La richiesta del dr. MAGGI a carlo DIGILIO non è rimasta comunque isolata, ma ad essa si era aggiunta una richiesta analoga in tema di inneschi per esplosivi:
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....Mi sono anche ricordato che qualche tempo dopo la richiesta di Maggi da me rifiutata di aiutarlo nello smontaggio di mine anticarro, egli mi chiese se conoscevo qualcuno che potesse aiutarlo in un'attività di smontaggio di bombe a mano SRCM al fine di recuperare le capsule detonanti al fulminato di mercurio che, riunite in un certo numero, potevano servire come secondo detonatore da usarsi per esplosivi sordi...."""(int. 27.11.1993).
In occasione di uno dei due incontri, insieme al dr. MAGGI era presente anche Delfo ZORZI, elemento spiccatamente operativo del gruppo, anche se DIGILIO non era in grado di ricordare se ZORZI fosse stato presente in occasione dell'esame delle mine anticarro o del discorso in merito alle SRCM da smontare per usarne i detonatori (interr. 16.4.1994).
Infine, DIGILIO ha ricordato la presenza di un altro militante allorchè aveva potuto vedere una mina anticarro già smontata:
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....Ritornando all'episodio delle mine anticarro mostratemi da MAGGI, posso aggiungere che, accanto alla vettura all'interno della quale si trovavano le mine già smontate, c'era proprio il MONTAVOCI e la vettura, come ora sono riuscito a focalizzare, non di trovava in un garage ma in un sottoportico semichiuso di una viuzza laterale di Corso del Popolo, a Mestre, non lontano da Piazza Barche.MONTAVOCI mi disse trionfante "hai visto che lavoro siamo riusciti a fare?", accennando alle mine smontate da cui era stato tratto l'esplosivo giallino...."""
(interr.6.11.1995).
Giampiero MONTAVOCI era un giovane componente del gruppo veneziano di Ordine Nuovo, molto legato a MAGGI cui faceva spesso da guardaspalle.
Si osservi che Carlo DIGILIO, in un successivo interrogatorio (5.5.1996), ha indicato in Giampiero MONTAVOCI l'autore materiale dell'attentato avvenuto nel febbraio 1978 in danno della sede de Il Gazzettino di Venezia che si era concluso tragicamente con la morte della guardia giurata Franco BATTAGLIARIN che prestava servizio dinanzi al palazzo.
Non è stato possibile interrogare MONTAVOCI in merito a queste vicende in quanto egli è deceduto nel 1982 in un incidente stradale.
La disponibilità delle mine anticarro da parte del dr. MAGGI è una circostanza tutt'altro che secondaria nel quadro della ricostruzione della struttura operativa di Ordine Nuovo e della continuità della stessa a partire dalla seconda metà degli anni '60 quantomeno sino agli inizi degli anni '80.
Infatti mine anticarro del tutto identiche si trovavano nel casolare di Paese, base clandestina e operativa del gruppo (interr. DIGILIO, 19.2.1994, f.3).
Inoltre altri particolari forniti da DIGILIO (in parte anche confermati da Martino SICILIANO; int.7.10.1995 f.3) e cioè il recupero da "laghetti (individuati in quelli che circondano Mantova) dell'esplosivo militare non soggetto ad alterazioni in acqua; la disponibilità di esplosivo "sordo" e cioè non facile ad attivarsi come è appunto sovente quello militare; la necessità quindi di recuperare le capsule detonanti delle SRCM da utilizzarsi come detonatore secondario, costituiscono elementi di piena e concreta continuità con quanto è emerso in altri procedimenti in relazione alla dotazione della struttura occulta di Ordine Nuovo del Veneto e alla sua operatività sino al 1979/1980.
Infatti sia l'ordinanza di rinvio a giudizio relativa al procedimento principale concernente la strage di Bologna sia la requisitoria relativa all'istruttoria-bis concernente la medesima strage, depositata nell'estate del 1994, dedicano ampio spazio alle dichiarazioni di alcuni collaboratori già appartenenti all'area di Ordine Nuovo (Sergio CALORE, Paolo ALEANDRI, Gianluigi NAPOLI e Presilio VETTORE), secondo le quali la struttura veneta, facente capo fra gli altri a Massimiliano FACHINI, disponeva appunto da sempre di esplosivo militare sordo, recuperato da laghetti all'epoca non individuati e che aveva bisogno di un detonatore secondario per poter esplodere in quanto offriva maggiore resistenza rispetto ad altri esplosivi come quelli da cava per uso civile.
Tale esplosivo (prevalentemente tritolo), secondo le dichiarazioni di tali collaboratori "storici", quantomeno sino alla fine degli anni '70 veniva acquisito dai militanti veneti e poi passato ai componenti della struttura romana che allora operava sotto la sigla "Costruiamo l'Azione" e altre sigle che avevano superato la dizione tradizionale "Ordine Nuovo".
L'esplosivo proveniente dal Veneto era stato poi utilizzato a Roma per i grandi attentati della campagna terroristica della primavera del 1979 (quelli contro il Campidoglio, il carcere di Regina Coeli, il Consiglio Superiore della Magistratura e il Ministero degli Affari Esteri), alcuni dei quali solo per fortunate coincidenze non avevano provocato un gran numero di vittime.
Si aggiunga che nella fase conclusiva dell’istruttoria gli accertamenti effettuati dalla Digos di Mantova e l’audizione di Davide BOTTURA, responsabile della CO.VE.SMI., ditta specializzata nel recupero e nella disattivazione di asplosivi, hanno consentito di accertare che effettivamente nei laghetti, formati dal fiume Mincio, che circondano la città si trovano e sono state anche recentemente recuperate mine anticarro e altri residuati bellici, abbandonati dalle forze tedesche e repubblichine alla fine del secondo conflitto mondiale (cfr. nota della Digos di Mantova in data 25.6.1997 e dep. Davide BOTTURA, 21.6.1997, vol7, fasc.8).
Può quindi affermarsi che il racconto di Carlo DIGILIO, seppur giunto troppo tardi per essere utilizzato nel procedimento relativo a tali gravissimi episodi, si salda perfettamente con quanto, in forma più indiretta, era emerso dalle dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia, confermando il ruolo del gruppo veneto quale stabile centro di preparazione e di smistamento del materiale esplosivo.
Ed in effetti il racconto di Carlo DIGILIO, che coinvolge a livello operativo e direttivo il dr. Carlo Maria MAGGI, non si è fermato all'episodio delle mine anticarro esaminate agli inizi degli anni '70 a Mestre.
Nel corso dei successivi interrogatori, effettuati nel 1996 in una fase di collaborazione ormai priva delle reticenze iniziali, Carlo DIGILIO ha infatti parlato di una serie ripetuta di cessioni, autorizzate dal dr. MAGGI, di notevoli quantità di esplosivo (prima acido picrico, molto simile al tritolo, e poi tritolo) a Roberto RAHO il quale doveva poi convogliarlo, insieme ad alcuni M.A.B. e altre armi, alla struttura romana.
Appare opportuno riportare integralmente tali interrogatori:
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.... Vi fu una.... cessione di esplosivo a Roberto RAHO che si colloca intorno al 1978/1979.In occasione di alcune miei escursioni a San Martino di Castrozza io avevo recuperato, in un ghiaione, una granata a mano austriaca residuato della I guerra mondiale.
Era una di quelle del tipo difensivo, con il corpo rotondo e con un manico metallico piegato che serve appunto per lanciarle.
Il contenuto di tale granata era circa mezzo chilo di acido picrico, un esplosivo di colore giallognolo che somiglia un po' al tritolo.
Io la svuotai e conservai in casa l'esplosivo, che aveva la forma cilindrica, dopo averlo tagliato a cubetti.
Qualche mese dopo questo recupero, che avvenne un'estate che può essere del 1978 o del 1979, Roberto RAHO si presentò senza preavviso a casa mia e mi chiese nuovamente se avevo dell'esplosivo.
Anche questa volta fu molto insistente e mi disse che doveva portarlo a Roma, come aveva già fatto con i candelotti che gli avevo ceduto nel 1974.
Gli dissi che avevo solo quell'acido picrico ed egli mi rispose che andava benissimo.
Anche questa volta, prima ancora che io glielo chiedessi, mi fece subito presente che c'era l'autorizzazione del dr. MAGGI.
Consegnandogli l'esplosivo, segnalai a RAHO che doveva stare attento a non avvicinarlo a fonti di calore.
Ricordo che in seguito il dr. MAGGI mi confermò di avere dato l'autorizzazione e mi disse che ogniqualvolta venisse
qualcuno a suo nome, anche senza disturbarlo, avrei dovuto cercare di fare quello che mi veniva richiesto...."""
(DIGILIO, 7.8.1996, f.3)
Tale episodio è stato solo il primo di una lunga serie:
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....Oltre agli episodi di cui ho parlato nell'interrogatorio in data 7.8.1996, ricordo un altro episodio di cessione di esplosivo a Roberto RAHO che si colloca anch'esso nel 1978/1979 e cioè quando gli cedetti il mezzo chilo di acido picrico.SOFFIATI mi portò una mina anticarro tedesca, a forma di tubo, lunga circa 70 centimetri che conteneva un paio di chili di TNT cioè tritolo.
Si trattava di mine che venivano usate per far saltare i cingoli dei carri nemici e ricordavano i bangaloore americani.
Venivano collocate a mano dai soldati tedeschi.
Io aprii questo involucro di metallo traendone l'esplosivo che era di colore giallino e in gergo chiamavamo "formaggio".
Io lo divisi a cilindretti utilizzando un seghetto per il legno compensato. Venne Roberto RAHO a casa mia a ritirarlo e mi disse che doveva mandarlo ai camerati di Roma.
SOFFIATI mi disse che questa mina era stata recuperata dai laghetti di Mantova tramite il gruppo di BESUTTI il quale non l'aveva recuperata personalmente, ma aveva utilizzato un suo sommozzatore.
Si trattava degli stessi laghetti da cui, come ho già ricordato nei primi interrogatori, era stato recuperato il moschetto tedesco.
Nel giro di poco tempo SOFFIATI mi portò, in diverse occasioni, altri quattro o cinque di questi ordigni e li teneva in una vecchia borsa di vilpelle tipo quelle dei rappresentanti.
Veniva a Venezia in treno come suo solito.
Io, per precauzione, li tenevo in acqua tiepida nella vasca da bagno.
Io toglievo i tappi, alcuni dei quali erano a volte corrosi e facili da togliere, e poi spingevo fuori l'esplosivo utilizzando uno di quei tubi di cartone che si usano per contenere i fogli da disegno.
Questo materiale fu ritirato da RAHO il quale, come sempre, diceva che doveva mandarlo a Roma.
RAHO veniva a casa mia tranquillamente abbigliato come un normale turista.
Come ho già accennato, MAGGI mi aveva dato l'autorizzazione a fare questo lavoro e a consegnare tutto a RAHO...."""
(DIGILIO, 6.3.1997).
Roberto RAHO di Treviso, autorizzato dal dr. MAGGI a ricevere l'esplosivo da Carlo DIGILIO una volta opportunamente sistemato e reso non pericoloso al trasporto, era un componente della struttura veneta, molto legato a FACHINI e a CAVALLINI, ed era fra i non molti militanti liberi di muoversi dopo gli arresti che avevano falcidiato, all'inizio degli anni '70, le cellule milanese e padovana costringendo altri militanti scampati all'arresto, come ROGNONI e POZZAN, alla latitanza in Spagna.
Proprio Roberto RAHO era stato indicato da Sergio CALORE e Paolo ALEANDRI, nel procedimento svoltosi a Roma, come colui che aveva il compito di raccordare la struttura veneta con la struttura romana e aveva materialmente consegnato al gruppo di ALEANDRI una decina di chili di esplosivo fra il 1978 e il 1979.
Non a caso proprio nell'abitazione di Roberto RAHO, a Treviso, si è svolta nel settembre 1995 la conversazione con Piero BATTISTON, appena giunto dal Venezuela, intercettata dagli inquirenti veneziani e risultata di estrema utilità per confermare e stimolare il racconto di Carlo DIGILIO in merito agli avvenimenti che avevano coinvolto negli anni '70, a vario titolo, tutti i componenti del gruppo veneto e del gruppo milanese.
Sentito in data 4.10.1995 dal P.M. di Milano nell'immediatezza di tale intercettazione ambientale, Roberto RAHO ha avuto peraltro, nonostante i saldi vincoli che tuttora lo legano a coloro con cui aveva condiviso la militanza politica, un momento di "cedimento" incalzato dal P.M., ammettendo di avere trasportato a Roma vari borsoni con armi, fra cui M.A.B., ed esplosivo a suo dire consegnatigli direttamente da DIGILIO nell'appartamento di Sant'Elena e portati dallo stesso RAHO a Roma per la consegna ad ALEANDRI.
L'aspetto dell'esplosivo era quello di cubetti giallini simili al formaggio grana e cioè esattamente l'aspetto che ha il tritolo.
RAHO ha poi affermato di avere saputo, anche se successivamente ai fatti, che tale esplosivo era stato usato per gli attentati dinanzi alla sala consiliare del Campidoglio, dinanzi al carcere di Regina Coeli e dinanzi al palazzo del Consiglio Superiore della Magistratura.
Roberto RAHO non ha voluto dire su indicazione di quale "superiore" e in quale contesto associativo avesse effettuato tali operazioni di trasporto di esplosivo, ma comunque il complessivo quadro probatorio formatosi, omogeneo anche alle risultanze dei precedenti processi concernenti le attività di Ordine Nuovo, consente di affermare l'esistenza a carico del dr. Carlo Maria MAGGI di gravi indizi in merito alla direzione e supervisione da parte sua, nella qualità di "Reggente" di Ordine Nuovo per il Triveneto, fra l'inizio degli anni '70 e quantomeno il 1979/1980 del traffico di esplosivo in dotazione alla struttura occulta.
22
IL FAVOREGGIAMENTO NEI CONFRONTI
DI MILITANTI DEL GRUPPO "LA FENICE"
Emergono dalle risultanze processuali anche gravi indizi di responsabilità nei confronti del dr. Carlo Maria MAGGI in relazione all'attività di favoreggiamento operata nel 1974 nei confronti di Piero BATTISTON e di Francesco ZAFFONI, militanti del gruppo "La Fenice" di Milano.
In tale caso gli elementi a carico del MAGGI sono stati inizialmente e direttamente forniti dalla viva voce degli stessi soggetti "favoriti".
Piero BATTISTON era, all'inizio degli anni '70, uno degli uomini di fiducia di Giancarlo ROGNONI, pienamente inserito nella struttura del gruppo ordinovista di Milano e più volte fermato o arrestato in occasione di episodi di violenza.
Di Piero BATTISTON, il cui nome compare moltissime volte nella presente istruttoria ed è indiziato di costituzione di banda armata e di altri reati, si erano perse di fatto le tracce da quasi vent'anni in quanto egli si era trasferito in Venezuela dove gestiva varie attività commerciali anche insieme al camerata Roberto RAHO.
Carlo DIGILIO, infatti, durante la sua latitanza a Santo Domingo, si era recato alcune volte in Venezuela, aveva incontrato entrambi e si era scambiato con loro alcune informazioni ricevendo da essi anche un aiuto economico.
Piero BATTISTON era rientrato per un breve periodo in Italia nell'autunno del 1995, incontrandosi a Treviso con Roberto RAHO il quale si era ristabilito da alcuni anni nel nostro Paese.
In tale appartamento, tuttavia, in relazione a reati peraltro di carattere, era in corso comune da parte della Procura della Repubblica di Venezia un'intercettazione ambientale e così i commenti dei due sulle indagini in corso in Italia, e in particolare sulla collaborazione di DIGILIO e gli accenni ai vecchi episodi avvenuti, erano stati perfettamente registrati.
Sentito quindi nel settembre/ottobre 1995 sia dal P.M. di Milano sia dal P.M. di Venezia sia da questo Ufficio, Piero BATTISTON, a fronte di alcune frasi inequivocabili contenute nella registrazione, si era risolto a fare importanti ammissioni in merito a quanto da lui appreso o direttamente vissuto negli anni della militanza, confermando parecchie informazioni fornite da Carlo DIGILIO o addirittura anticipando altre circostanze di cui in quel momento DIGILIO non aveva ancora parlato, ma che erano note sia al BATTISTON sia al RAHO.
Tralasciando in questa sede le notizie di maggior rilevanza fornite dal BATTISTON e di diretto interesse per le indagini collegate in corso presso la procura di Milano e la Procura di Brescia, egli, con riferimento alla sua fuga dall'Italia, ha raccontato di avere abbandonato in fretta e furia Milano appena nel dicembre 1973 era stata rinvenuta nel garage di proprietà della sua famiglia una quantità di armi ed esplosivo fra cui panetti di tritolo identici a quelli utilizzati da ROGNONI e Nico AZZI per l'attentato al treno Torino/Roma del 7.4.1973.
Si tratta del rinvenimento dell'esplosivo nel garage "Sanremo" (ove fra l'altro lavorava Marzio DEDEMO, cognato di Carlo DIGILIO) già ampiamente esaminato nella sentenza/ordinanza di questo Ufficio in data 18.3.1995 proprio per i collegamenti fra tale rinvenimento e la tentata strage sul convoglio Torino/Roma.
Piero BATTISTON, sfuggendo all'esecuzione del mandato di cattura, aveva quindi raggiunto Venezia ed era stato aiutato dal dr. MAGGI che già da tempo conosceva.
Il dr. MAGGI lo aveva ospitato per alcuni giorni in casa sua in zona Giudecca, poi gli aveva procurato rifugio per alcuni giorni presso l'abitazione di Pina GOBBI e di suo marito, persone legate al gruppo e gestori all'epoca della trattoria Lo Scalinetto, e infine gli aveva reso possibile dormire per diversi mesi in un locale sito al pianterreno di una vietta centrale di Venezia che aveva l'aria di una sede o di un punto di incontro dismesso.
Carlo DIGILIO, che disponeva delle chiavi di quel locale, si era occupato di BATTISTON in tutto quel periodo invitandolo anche più volte presso la sua abitazione a Sant'Elena (deposizione al P.M. di Milano 1° e 3.10.1995, al P.M. di Venezia 1°.10.1995, a questo Ufficio 3.10.1995).
Nel giugno 1974, Piero BATTISTON aveva lasciato Venezia avviandosi, sempre tramite gli ordinovisti veneziani, in Grecia, dove già erano rifugiati diversi militanti italiani soprattutto veronesi, e in tempi successivi aveva infine raggiunto la Spagna.
Si noti che BATTISTON, durante la permanenza a Venezia, aveva avuto modo di notare in casa di DIGILIO attrezzatura per riparare o modificare armi e aveva da questi appreso numerose notizie in merito alla costante movimentazione da parte del gruppo di materiale esplosivo fra cui in particolare gelignite.
Molto simili sono le circostanze della fuga a Venezia di Francesco ZAFFONI, soprannominato "Mentina", altro componente del gruppo "La Fenice" seppur con ruoli più marginali rispetto a quelli di soggetti come AZZI e BATTISTON.
Più o meno nello stesso periodo, e cioè nel gennaio 1974, Francesco ZAFFONI si era reso conto tramite i suoi legali che stava per divenire definitiva una sentenza a suo carico relativa ad una partita di esplosivo che egli aveva detenuto negli anni precedenti per conto di Giancarlo ESPOSTI. Aveva quindi deciso di fuggire per sottrarsi alla carcerazione e aveva anch'egli raggiunto Venezia dove già si trovava BATTISTON e si era anch'egli appoggiato al dr. MAGGI che si era reso disponibile ad aiutare anche lui.
Francesco ZAFFONI aveva quindi dormito nello stesso locale utilizzato da BATTISTON dopo un'iniziale breve permanenza nell'appartamento di MAGGI.
Anch'egli si era appoggiato, per le esigenze di vita, alla trattoria Lo Scalinetto e aveva conosciuto in tale frangente Carlo DIGILIO che avrebbe poi incontrato in Spagna negli anni successivi (deposizione a questo Ufficio 25.11.1995 e 22.12.1995).
La permanenza di ZAFFONI a Venezia era durata un periodo minore rispetto a quella di BATTISTON in quanto egli, dopo una decina di giorni, aveva raggiunto Barcellona e in seguito Madrid.
A titolo di prima conferma del racconto dei due milanesi in merito alla loro latitanza a Venezia, si noti che la loro presenza in quei mesi quantomeno allo Scalinetto in compagnia di DIGILIO, è stata confermata da Pina GOBBI che all'epoca gestiva la trattoria (deposizione a questo Ufficio, 25.10.1995) e da Gastone NOVELLA, simpatizzante del gruppo e amico sia di MAGGI sia di DIGILIO (deposizione a questo Ufficio, 9.12.1995, f.2, e 11.2.1996, f.3).
Le ricerche del locale ove MAGGI aveva ospitato i due latitanti, benchè laboriose trattandosi di un punto di incontro non più esistente da molti anni, hanno avuto esito positivo.
Infatti Martino SICILIANO, pur non più presente a Venezia al momento dell'arrivo dei due milanesi, ha ricordato che esisteva un locale simile nella zona di Campo Sant'Angelo in cui, alla fine degli anni '60, dove aveva sede il circolo "Il Quadrato" e in cui si incontravano gli ordinovisti veneziani fra cui il dr. MAGGI e l'avv. Giampiero CARLET che aveva nei pressi il proprio studio legale.
In seguito il circolo si era sciolto, ma per alcuni anni il dr. MAGGI aveva mantenuto la disponibilità del locale (int. SICILIANO, 14.3.1996, f.3).
Più preciso sul punto ha potuto essere Carlo DIGILIO il quale ben conosceva il locale avendo frequentato il circolo Il Quadrato a Venezia insieme ad altri aderenti o simpatizzanti di Ordine Nuovo.
Egli ha infatti ricordato di avere visto a Venezia, nel 1974, Pietro BATTISTON e Francesco ZAFFONI, di avere in particolare invitato BATTISTON a casa sua (int.10.11.1995, f.2) e che entrambi avevano dormito nella sede del vecchio circolo Il Quadrato, in zona Campo Sant'Angelo nel pieno centro di Venezia, locale inizialmente affittato dall'avv. CARLET (ragione per cui, si osservi, BATTISTON ricordava la presenza di vecchi libri giuridici) e di cui il dr. MAGGI aveva continuato a disporre delle chiavi anche dopo che il circolo era stato sciolto (int.19.4.1996, f.4, e 15.5.1996, f.1).
In base a tali elementi e a seguito degli accertamenti effettuati dal R.O.S. Carabinieri di Padova, la vecchia sede del circolo Il Quadrato è stata individuata senza alcun dubbio nel locale sito al piano terra di Calle del Traghetto Garzoni 3420/b, appunto in zona Campo San'Angelo (cfr. nota R.O.S. Carabinieri di Padova in data 26.4.1996).
L'attività di favoreggiamento posta in essere nel 1974 dal dr. MAGGI, pur essendo un episodio apparentemente minore, testimonia la stabilità e la continuità dei rapporti fra il gruppo milanese e il gruppo veneziano e la reciproca fiducia che da molto tempo esisteva fra i loro componenti.
Tali strettissimi rapporti fra i milanesi e i veneziani, che le indagini relative alla c.d. pista nera non erano all'epoca riuscite a fare emergere, erano proseguiti e si erano mantenuti sino alla metà degli anni '70 ed oltre quale continuazione dei rapporti antichissimi instauratisi fra ROGNONI e MAGGI ed esposti nel racconto di Martino SICILIANO, di Gianluigi RADICE, di Giancarlo VIANELLO e di molti altri testimoni.
Infatti, fin dalla metà del 1969, vi erano stati continui incontri sia nei pressi di Venezia, in particolare a Villa Foscari, sia a Milano tanto che ZORZI, nell'autunno del 1969, era stato più volte ospitato nella casa di Giancarlo ROGNONI a Milano, in Via Brusuglio, e MAGGI e ZORZI avevano effettuato insieme vari viaggi a Milano.
Tali continui contatti, mai messi a fuoco prima delle recenti indagini, erano stati con ogni probabilità la base politico/operativa che aveva reso possibile l'appoggio logistico sul territorio milanese fra gli attentati del 1969.
23
LA GESTIONE DELLA DOTAZIONE LOGISTICA
DEL GRUPPO DI ORDINE NUOVO DI MESTRE/VENEZIA
E
I RAPPORTI IN MATERIA DI ARMI
FRA IL GRUPPO DI ORDINE NUOVO DI VENEZIA E GILBERTO CAVALLINI
Carlo DIGILIO, nel corso dei suoi interrogatori, ha ammesso di aver proseguito, dopo il definitivo trasferimento di Delfo ZORZI in Giappone, su disposizione del dr. MAGGI, l'attività di manutenzione e di modifica delle armi facenti parte della dotazione logistica di Ordine Nuovo, il cui baricentro venendo meno a partire dalla metà degli anni '70 l'apporto concreto di ZORZI, si era spostato progressivamente da Mestre a Venezia.
Riveste particolare importanza in questa seconda fase, che in particolare dal 1977/1978 aveva visto la riorganizzazione del gruppo con l'inserimento di nuovi elementi e la creazione di nuovi rapporti, il rapporto privilegiato costituito dai veneziani, nel campo dell'appoggio logistico e della vendita di armi, con Gilberto CAVALLINI inserito nel gruppo N.A.R.
Gilberto CAVALLINI, già latitante dalla metà degli anni '70, non proveniva dall'area di Ordine Nuovo, bensì dalle frange più estremiste della gioventù missina di Milano e infatti in tale contesto si era reso responsabile del primo grave reato partecipando all'uccisione del giovane studente di sinistra Gaetano Amoroso.
Evaso e resosi latitante, CAVALLINI aveva stretto rapporti intorno al 1977/1978 con l'area dei N.A.R. romani dei fratelli FIORAVANTI, di SODERINI, di Giorgio VALE ed altri e nel medesimo torno di tempo, sopratutto per sfruttare più ampi appoggi logistici era entrato in contatto con alcuni dei "vecchi" ordinovisti del veneto quali Massimiliano FACHINI, Roberto RAHO, alcuni padovani e, come tra poco si vedrà, il dr.Carlo Maria MAGGI.
I contatti di Gilberto CAVALLINI con gli ordinovisti veneti erano da questi in buona parte gestiti separatamente e tenuti in forma personale e riservata in quanto le posizioni ideologiche e le visioni operative e strategiche dell'area dei N.A.R. e degli ordinovisti non erano né comuni né in molti aspetti sovrapponibili.
Peraltro, già nei processi celebrati alla fine degli anni '80 (fra cui il già citato processo del "Poligono di tiro di Venezia" in cui erano imputati fra gli altri il dr. MAGGI, molti veneziani e veronesi, il col. SPIAZZI e Giancarlo ROGNONI, Cinzia DI LORENZO e altri milanesi) erano emersi vari indizi dei rapporti di scambio fra gli ordinovisti e CAVALLINI, ma tali indizi non avevano potuto pienamente concretizzarsi. Infatti, nel procedimento nato a lato di quello del Poligono e celebrato a Milano nei confronti di Carlo DIGILIO, di suo cognato Marzio DEDEMO e di Giovanni TORTA (l'armiere milanese che aveva fornito illegalmente moltissime armi a DIGILIO) le condanne avevano sì investito il traffico di armi diretto ai veneziani e ad alcuni esponenti della malavita comune, ma le specifiche imputazioni relative alla cessioni delle armi da TORTA a CAVALLINI tramite DIGILIO erano sfociate in assoluzioni per insufficienza di prove.
Nel corso della presente istruttoria, Carlo DIGILIO ha molto esitato prima di narrare i rapporti illeciti instaurati insieme a MAGGI con CAVALLINI a partire dal 1978, esitazioni le cui motivazioni dovranno ancora essere approfondite non essendo tra l'altro escluso che alcuni soggetti coinvolti non siano ancora stati toccati.
Tuttavia questo Ufficio ha raccolto, soprattutto a partire dall'estate del 1995, una serie ricchissima di dichiarazioni provenienti da diversi settori (ex ordinovisti come Sergio CALORE, Paolo ALEANDRI, Piero BATTISTON, ex aderenti ai N.A.R. come Stefano SODERINI, Walter SORDI, Valerio FIORAVANTI, Francesca MAMBRO e persone a vario titolo già vicine a CAVALLINI o a DIGILIO come Enrico CARUSO, Lorenzo PRUDENTE ed Ettore MALCANGI) in merito agli stabili rapporti in materia di traffico di armi fra CAVALLINI e DIGILIO, dichiarazioni che non hanno reso possibile l'ulteriore protrarsi del silenzio su quest'ultimo punto.
In tal modo, a partire dall'autunno del 1995, Carlo DIGILIO ha ammesso tali rapporti fornendo un numero di elementi e di particolari sempre crescente e con sempre minori reticenze in sintonia con lo sviluppo della sua collaborazione con questo Ufficio.
I rapporti di MAGGI e DIGILIO con CAVALLINI in materia di armi si sono sostanzialmente articolati in tre fasi.
In un primo momento Carlo DIGILIO aveva verificato il funzionamento delle armi portate da Milano da CAVALLINI.
In tempi successivi DIGILIO aveva effettuato nella sua abitazione di Sant'Elena a Venezia, grazie all'attrezzatura di cui disponeva, opera di manutenzione e di modifica delle armi di CAVALLINI.
Infine, fra il 1979 e il 1982, MAGGI e DIGILIO avevano fornito a CAVALLINI, dietro compenso, numerose armi comuni da sparo e da guerra, in parte armi vecchie provenienti dalla precedente dotazione di Delfo ZORZI e in parte nuove, acquistate illegalmente tramite l'armiere milanese Giovanni TORTA, legato a DIGILIO.
Vediamo i passi più salienti, fra i molti che nei recenti interrogatori di Carlo DIGILIO riguardano i rapporti con Gilberto CAVALLINI.
Tali rapporti erano iniziati con un'attività di consulenza e di valutazione delle armi di cui Gilberto CAVALLINI disponeva ed erano proseguiti con la manutenzione di alcuni armi lunghe di CAVALLINI e la fornitura di alcuni silenziatori:
"""
....Un giorno, alla fine degli anni '70, e quindi verso il 1978/1979, il dr. MAGGI mi chiamò per telefono e mi chiese di incontrare in Piazzale Roma un giovane che aveva bisogno di far valutare una partita di armi.Io non sapevo chi fosse e comunque mi incontrai con MAGGI e con quel giovane che dalle fotografie pubblicate sui giornali poi mi resi conto essere Gilberto CAVALLINI.
In seguito, dietro mia insistenza, lo stesso MAGGI fu costretto a confermarmi che si trattava proprio di CAVALLINI.
Dopo il primo incontro a Piazzale Roma, ci vedemmo ancora probabilmente tre volte io MAGGI e CAVALLINI in un parcheggio presso il Cavalcavia di San Giuliano.
CAVALLINI veniva in macchina e in una valigia trasportava ogni volta un certo numero di armi cioè pistole e fucili mitragliatori.
Io ogni volta valutavo tecnicamente queste armi e ne indicavo anche il valore di mercato possibile.
CAVALLINI ci dava una somma corrispondente al 10% del valore che avevo indicato.
La somma veniva incamerata dal MAGGI e veniva da lui usata per dare un aiuto ai camerati di destra detenuti.
In seguito CAVALLINI venne anche a casa mia, a Sant'Elena, senza che io gli avessi dato il mio indirizzo e senza alcun preavviso. Era stato MAGGI, imprudentemente, a dargli il mio indirizzo. Si presentava a casa mia quando aveva bisogno di aiuto per la riparazione e manutenzione delle armi...."""
(DIGILIO 21.12.95 f.2).
"""
....Poichè l'Ufficio mi chiede quali fossero le armi, in particolare le armi lunghe, che CAVALLINI mi chiese di controllargli e farne la manutenzione, ricordo che c'erano dei Garand, dei M.A.B. 38, degli M12 e qualche vecchio STEN.Mi meravigliava in particolare del fatto che avesse degli M12 perchè sono mitra in dotazione alle Forze di Polizia italiane.
Per tranquillizzarmi mi ricordo che mi mostrò uno o due tesserini in cui egli appariva quale sottufficiale della Guardia di Finanza e c'era la regolare foto in divisa.
Ricordo che erano tesserini color verde.
Ricordo che CAVALLINI venne anche una volta al Poligono di tiro e mi fece delle pressioni per tornare a trovarmi lì, ma io glielo vietai perchè era troppo pericoloso.
A CAVALLINI, intorno al 1980, ho fornito anche alcuni silenziatori...."""
(DIGILIO 4.1.1996, ff.2-3).
Carlo DIGILIO aveva poi modificato un primo M.A.B. di CAVALLINI rendendolo meglio utilizzabile e punzonato la matricola di altri MAB e STEN con un sistema sofisticato:
"""
....CAVALLINI mi chiese di modificare un M.A.B. che mi aveva portato sostituendone il calcio di legno con uno di metallo.La cosa mi fu facile perchè avevo visto su una rivista storica un lavoro analogo effettuato da partigiani su armi di cui si erano impossessati durante scontri di guerra.
In sostanza bastava togliere il legno e piegare il metallo in un certo punto e artigianalmente fissare il nuovo calcio con due viti.
Questa modifica rendeva l'arma più corta e occultabile...."""
(DIGILIO 13.1.1996 f.5).
"""
....Ho punzonato nella mia abitazione alcuni vecchi STEN e alcuni vecchi MAB che aveva portato Gilberto CAVALLINI.Il sistema usato era quello cosiddetto ad "arco voltaico" che consiste nel fondere dei fili di metallo, grazie all'energia elettrica, direttamente sui numeri incisi sull'arma così da coprirli e quindi cancellarli, dopodichè si leviga la parte con una mola abrasiva.
Feci questo lavoro con un attrezzo portato dallo stesso CAVALLINI.
Punzonai in questo modo anche il MAB cui avevo cambiato il calcio come ho spiegato nell'interrogatorio in data 13.1.1996...."""
(DIGILIO 20.1.1996 ff.1-2).
Il dr. MAGGI aveva poi procurato a CAVALLINI alcuni giubbetti antiproiettile provenienti dall'armiere Giovanni TORTA:
"""
....Nel 1979/1980 comprai dall'armiere TORTA, che me li portò a Venezia, sei giubbetti antiproiettile i quali erano fatti con un tessuto sovrapponibile tenuto insieme da velcro per modellarlo sulla figura della persona.Il prezzo che l'armiere TORTA mi fece era in realtà troppo alto e mi accorsi che se li avessi comprati altrove li avrei pagati meno.
Tre di questi giubbetti li tenni per il Poligono, uno dei quali utilizzandolo proprio io nella mia attività di istruttore.
Altri tre furono portati via da MAGGI dopo molte insistenze, il quale li fece avere a Gilberto CAVALLINI...."""
(DIGILIO 12.6.1996 f.3).
Erano poi iniziate le forniture da parte dei veneziani di armi, alcune delle quali provenienti dalla vecchia dotazione di Delfo ZORZI, a CAVALLINI con regolare compenso:
"""
....In quel periodo, poichè si è fatto appena cenno al periodo della mia latitanza a Verona, riprendendo quanto ho già spiegato in data 20.1.1996, faccio presente che proseguirono i rapporti fra MAGGI e CAVALLINI.Era in corso la trattativa per la fornitura a CAVALLINI di armi per il valore di circa 30 milioni di lire, trattativa che fu bloccata dal mio arresto del giugno 1982 che mi impedì di attivarmi.
Del resto le armi che dovevano essere date a CAVALLINI non erano ancora giunte.
Le strade grazie alle quali le avremmo procurate erano due: o recuperare vecchie armi della nostra area provenienti da Rovigo, da Mestre e dal Friuli che io avrei poi messo a posto oppure recuperare armi nuove trattando con TORTA a, Milano, il quale era disposto a tutto perchè era in difficoltà economiche.
E' probabile che in quel periodo TORTA abbia truffato a MAGGI parecchi milioni che servivano per l'acquisto delle armi e del resto era sempre stato un imbroglione e un uomo molto venale.
La fornitura di armi a CAVALLINI quindi non si concretizzò, ma CAVALLINI continuò a tempestare MAGGI per risolvere la pendenza nel senso di avere comunque qualcosa o perlomeno recuperare il denaro che aveva già anticipato.
Non sono però al corrente del bigliettino che MAGGI, secondo quanto emerso nel processo c.d. del Poligono, avrebbe cercato di inviare a me tramite Claudio BRESSAN di Verona e concernente la prosecuzione di questa vicenda.
Tuttavia posso confermare che quando io mi trovavo latitante a Verona era effettivamente Claudio BRESSAN a tenere i contatti fra noi e MAGGI.... Faccio presente che precedentemente a questa vicenda del 1982 era andata a buon fine, invece, una fornitura di alcune armi a CAVALLINI da parte di MAGGI, armi che provenivano ancora dalla vecchia dotazione di ZORZI a Mestre; si trattava di mitra tedeschi, M.A.B. italiani e pistole cal.9 e relative munizioni che ZORZI aveva fatto sottrarre da altri camerati che facevano il servizio militare credo nel Reparto Lagunari.
Ciò avvenne nel 1979/1980 e comunque in questo caso non fui io l'intermediario fra MAGGI e CAVALLINI, bensì Marcello SOFFIATI che mi raccontò la cosa...."""
(DIGILIO 9.1.1997 f.2-3).
Le diverse cessioni di armi a Gilberto CAVALLINI l'ultima delle quali non andata a buon fine per l'arresto di Carlo DIGILIO nell'estate del 1982 quando già CAVALLINI aveva anticipato una notevole parte della somma concordata, sono state approfondite dal collaboratore negli interrogatori in data 21 e 22.2.1997 nell'ambito dei quali egli ha ricordato che CAVALLINI si era presentato al Poligono di tiro proprio la mattina del 2.8.1980 quando era avvenuta la strage alla Stazione di Bologna, presenza le cui ragioni dovranno certamente essere oggetto di specifici approfondimento nell'ambito delle altre istruttorie collegate:
"""
....L'Ufficio dà lettura di quanto dichiarato da SODERINI Stefano in data 3.5.1994 in relazione ad alcune armi acquisite dal gruppo durante una rapina in danno di un collezionista di Roma, armi prime dell'otturatore e che CAVALLINI intendeva far tornare utilizzabili grazie ad un suo contato in Veneto non noto al SODERINI.Posso dire che ricollego quanto riferito da questo testimone ad una richiesta che effettivamente CAVALLINI mi fece di fare un nuovo otturatore ad alcune armi che ne erano prive.
Io non volli nemmeno vedere queste armi spiegandogli che era una richiesta tecnicamente impossibile in quanto non si può costruire un otturatore in modo artigianale poichè è un pezzo che solo una fabbrica può fare e sarebbe stato possibile, al più, prendere un otturatore da un'altra arma analoga.
Questa proposta di CAVALLINI avvenne quando egli mi portò il paragrilletto di un M.A.B. da rifare, episodio di cui ho già parlato; si colloca quindi probabilmente nel 1979.
Un'analoga richiesta di sostituire i paragrilletto di un M.A.B. avvenne da parte di CAVALLINI l'anno successivo, proprio la mattina in cui avvenne la strage di Bologna.
In questo caso egli mi lasciò un pacchetto con il pezzo da rifare su un davanzale della finestra dell'ufficio della segreteria del Poligono, senza farsi vedere da me...."""
(DIGILIO 21.2.1997 f.3-4).
"""
....L'Ufficio dà lettura a DIGILIO di quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia Walter SORDI, già appartenente all'area dei N.A.R., a foglio 2 dell'interrogatorio in data 26.8.1995 dinanzi a questo Ufficio in relazione alle trattative per la vendita a CAVALLINI, nell'estate 1982, di armi da parte del gruppo veneziano.DIGILIO dichiara: Il racconto di SORDI è sostanzialmente esatto e si riferisce alla situazione che ho descritto nell'interrogatorio in data 9.1.1997 e cioè allorchè il nostro gruppo trattò appunto nell'estate del 1982 con CAVALLINI la possibilità di procurargli una cospicua quantità di armi.
La persona in contatto a Venezia con CAVALLINI di cui parla il testimone sono certamente io ed infatti io fui arrestato nel giugno del 1982 e rilasciato dopo circa 10 giorni.
CAVALLINI certamente poteva ritenere che il contatto con me fosse pericoloso e che magari io in qualche modo avessi rilasciato confidenze o dichiarazioni che avrebbero potuto metterlo in pericolo.
La trattativa sino a quel momento si era sviluppata così.
Vi era stata una prima fase in CAVALLINI aveva dato una decina di milioni a MAGGI come anticipo e aveva ricevuto un primo lotto di armi abbastanza vecchie che provenivano ancora dal gruppo di Mestre e dall'arsenale di Vittorio Veneto.
MAGGI si era occupato personalmente di recuperare questa armi contattando qualche elemento del gruppo di ZORZI ancora attivo a Mestre, mentre Delfo ZORZI si trovava già da anni in Giappone.
Ricordo che c'era qualche M.A.B. e qualche pistola tedesca.
Le consegnammo a CAVALLINI io e SOFFIATI incontrandolo a Mestre in un punto isolato vicino al Canale che parte da Piazza Barche.
Ciò avvenne all'inizio del 1982.
CAVALLINI tuttavia si lamentò perchè si trattava di residuati bellici di scarso valore e funzionalità come io stesso avevo constatato.
Allora CAVALLINI diede a MAGGI un altro anticipo di 10 milioni per una fornitura di armi migliori che dovevano essere di un valore complessivo di circa 30 milioni.
Iniziarono i contatti con TORTA il quale promise di fornire delle armi buone con il solito sistema della vendita sottobanco tramite la sua attività di armiere.
Si trattava in particolare, secondo gli accordi, di pistole nuove di recente fabbricazione.
Nel maggio 1982 incontrai quindi giovanni TORTA nelle vicinanze di Piazzale Roma e gli diedi i 10 milioni che MAGGI mi aveva a sua volta dato dopo averli ricevuti a sua volta da CAVALLINI.
Tuttavia TORTA tardò a mantenere le promesse posticipando sempre il momento della consegna e io nel frattempo fui arrestato, così CAVALLINI si ritrovò in credito con il gruppo non avendo ricevuto praticamente nulla.
In settembre anche TORTA fu arrestato a seguito di un'indagine dei Carabinieri che trovarono nei suoi libri di carico e scarico buchi per centinaia e centinaia di armi che figuravano vendute a persone di fantasia o esistenti, ma ignare di essere intestatarie di armi.
Sempre con riferimento alla figura di CAVALLINI, faccio presente che egli era molto attento ai criteri di sicurezza per quanto riguardava la sua persona in quanto era sempre curato, sbarbato e vestito come un impiegato di banca e in questo modo non dava assolutamente il sospetto di essere invece un pericoloso latitante.
La consegna di armi residuati bellici che facemmo io e SOFFIATI non fu l'unica che andò a buon fine.
In precedenza c'era state altre consegne e complessivamente il nostro gruppo gli fornì una trentina di pezzi fra armi lunghe e corte nell'arco di tre consegne, compresa quella con Marcello SOFFIATI di cui ho fatto cenno.
Alcune armi non erano residuati bellici, ma armi nuove o ribrunite che TORTA ci aveva fatto avere nei periodi precedenti alla trattativa non andata a buon fine.
A Venezia, in occasione di questi passaggi di armi non avevamo un luogo di custodia fissa, ma le tenevamo in piccola quantità un po' tutti, in particolare più degli altri MONTAVOCI, cercando così di evitare di custodirle in un unico deposito con il rischio di un sequestro globale...."""
(DIGILIO 22.2.1997 f.5-6).
Si ricordi che il racconto di Carlo DIGILIO in merito alla fornitura di armi a CAVALLINI in corso nell'estate del 1982 per una somma di notevole importo, fornitura interrotta dal primo arresto di DIGILIO nel giugno 1982 e poi dalla sua fuga a Villa D'Adda in settembre, consente una definitiva spiegazione del bigliettino rinvenuto a Claudio BRESSAN di Verona (omonimo del militante triestino) al momento del suo controllo sull'autostrada Venezia-Verona.
Il bigliettino, scritto personalmente dal dr. MAGGI e diretto, tramite BRESSAN, a DIGILIO che in quel momento si trovava a casa di Marcello SOFFIATI, faceva infatti riferimento a detonatori occultati presso il Poligono di tiro di Verona che potevano essere fatti "avere agli amici di G.C. (Gilberto CAVALLINI) a parziale piccolo indennizzo di quello che hanno perso".
Tale progetto del dr. MAGGI di indennizzare parzialmente il gruppo di CAVALLINI con i detonatori, compensando così parte della somma da questi perduta nell'estate del 1982, corrisponde perfettamente al racconto di DIGILIO in merito all'ultima fase dei rapporti con l'esponente dei N.A.R. avvicinatosi alla struttura di Ordine Nuovo.
Dopo l'arresto di Claudio BRESSAN e la scelta di collaborazione da questi operata, una parte della rete logistica era comunque caduta, il dr. MAGGI era stato arrestato e DIGILIO era fuggito da Verona riparando, come è noto, prima da Cinzia DI LORENZO, militante vicina a Rognoni, e poi nella villetta di Villa D'Adda insieme all'altro milanese Ettore MALCANGI.
Anche in relazione a quanto avvenuto tra il 1978 e il 1982, e cioè nell'ultima fase dell'attività del gruppo veneziano di Ordine Nuovo, il racconto di Carlo DIGILIO non è rimasto isolato.
Infatti Gilberto CAVALLINI, sentito in qualità di indiziato, in occasione di un primo interrogatorio in data 22.9.1995 si era avvalso della facoltà di non rispondere, ma successivamente, il 2.5.1997, ha riconosciuto che il quadro fornito da DIGILIO in merito ai rapporti intrattenuti con lui in materia di manutenzione e cessione di armi corrispondeva sostanzialmente a verità.
Gilberto CAVALLINI, in ragione della sua complessiva scelta processuale che esclude dichiarazioni accusatorie nei confronti di persone che non siano collaboratori di giustizia, non ha inteso indicare chi lo avesse messo in contatto con Carlo DIGILIO, ma tale scelta ovviamente non inficia minimamente l'individuazione nel dr. MAGGI di colui che aveva reso possibili tali attività illecite.
In conclusione anche tale parte delle dichiarazioni di Carlo DIGILIO che riguardano l'ultima fase dell'attività del gruppo veneziano di Ordine Nuovo risulta affidabile e processualmente "corroborata" e con gli avvenimenti del 1982, sfociati con la fuga di DIGILIO e il primo arresto del dr. MAGGI, termina un ciclo che sembra aver visto quest'ultimo protagonista di attività eversive durate per un arco di ben 15 anni.
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ALTRI EPISODI RIFERIBILI AL DR. CARLO MARIA MAGGI
L'AFFISSIONE A MESTRE DEI "MANIFESTI CINESI" PRELEVATI A PADOVA
Oltre ai fatti/reato ora esposti, nel corso dell'attività istruttoria sono emersi altri episodi dai quali, pur non derivando specifiche imputazioni, è possibile trovare conferme molto significative del ruolo determinante, sia sul piano decisionale sia sul piano operativo, ricoperto dal dr. MAGGI nelle attività illecite del gruppo mestrino/veneziano.
Ci riferiamo in primo luogo al prelievo a Padova da parte del gruppo di finti "manifesti cinesi" e alla loro successiva affissione a Mestre, episodio così rievocato da Martino SICILIANO:
"""
....Per quanto concerne l'affissione dei manifesti filocinesi.... la vicenda si sviluppò nei seguenti termini.Io, ZORZI e Paolo MOLIN, con la FIAT 1100 di MAGGI, partimmo da Venezia in direzione di Padova.
Ci fermammo a Limena, uscendo proprio al casello dell'autostrada di tale cittadina.
A Limena Paolo MOLIN conosceva una persona del gruppo di Padova che doveva consegnare i manifesti cinesi.
Io e ZORZI rimanemmo in macchina e solo MOLIN entrò nell'abitazione di questo militante tornando, poi, con i manifesti.
Ricordo che il camerata di Padova abitava in un quartiere popolare, in un condominio.
Preciso che era Paolo MOLIN ad avere più stretti rapporti con quelli di Padova in quanto aveva studiato giurisprudenza a Padova con FREDA negli anni precedenti.
Ritornammo quindi a Venezia e MOLIN portò i manifesti a casa sua.
Dei manifesti ricordo solo che c'erano vari riferimenti a Mao Tse Tung.
Un paio di giorni dopo ci ritrovammo tutti e tre, sempre con la macchina di MAGGI, e procedemmo all'affissione affiancandola, di nostra iniziativa, a scritte fatte con bombolette spray inneggianti Mao Tse Tung.
Facemmo queste scritte sulla macchine parcheggiate nella zona per infastidire i residenti e sviluppare al massimo questa iniziativa di provocazione.
Ricordo che era circa la metà del 1968 in concomitanza con le prime manifestazioni giovanili e con i primi moti studenteschi.
Prendo atto che a Limena abitava ed abita Marco POZZAN e in proposito posso dire che ne conosco il nome come componente del gruppo FREDA, ma non posso affermare se fosse lui la persona da cui si recò MOLIN.
Proprio perchè si trattava di una questione riservata, MOLIN non ci disse, o quantomeno non disse a me, il nome del camerata da cui era andato...."""
(SICILIANO, 6.10.1995, f.3).
Si noti che ancora una volta emerge lo stabile utilizzo da parte del gruppo dell'autovettura del dr. MAGGI (la FIAT 1100 chiara che aveva sostituito la vecchia 500) e che l'affissione dei finti "manifesti cinesi" da parte dei giovani neonazisti di Mestre è ricordata anche da Giancarlo VIANELLO che pur non ha saputo indicare la provenienza degli stessi (interr. 19.11.1994, ff.10-11).
Tale azione, sul piano della ricostruzione complessiva, ètutt'altro che trascurabile in quanto si inquadra nella strategia coltivata a Padova nel 1967/1968, soprattutto da Giovanni VENTURA (e, parallelamente, a Roma dagli esponenti di Avanguardia Nazionale), di disinformazione, creazione di confusione e infiltrazione nel campo dell'avversario e altresì nella strategia della costruzione di una possibile linea difensiva anticipata ed estremamente duttile in relazione alle indagini che sarebbero state comunque svolte dopo l'inizio della campagna di attentati.
Giovanni VENTURA infatti, durante le indagini condotte sulla c.d. pista nera, si è presentato agli inquirenti come "uomo di sinistra", con simpatie filocinesi, che quindi non poteva avere condiviso o condiviso sino in fondo, dopo i primi attentati dimostrativi, una campagna terroristica che colpiva cittadini innocenti.
LA PRESENZA DEL DR. MAGGI ALLA RIUNIONE DI PADOVA OVE VENNE DELINEATA LA STRATEGIA DEGLI ATTENTATI
Martino SICILIANO, pur escluso dal nucleo operativo nella fase finale, ha avuto modo di partecipare, nella primavera del 1969, a Padova nella libreria Ezzelino di Franco FREDA, ad una riunione ristretta ove fu delineata senza troppe reticenze la strategia degli attentati:
"""
....posso dire che certamente quella riunione si svolse alla libreria Ezzelino, nella saletta posteriore che fungeva anche da ufficio.Eravamo presenti FREDA, TRINCO, cioè quello che faceva da commesso, io, MAGGI, MOLIN e ZORZI, all'incirca quattro o cinque mesi prima, per quanto ora ricordo, degli attentati di Gorizia e di Trieste, direi quindi nel maggio o giugno del 1969, ricordo infatti che non faceva più freddo, ma non era ancora estate piena.
Esattamente si parlò non solo di attentati ai treni, ma anche in luoghi pubblici al fine di creare panico e insicurezza.
In quella riunione non si scese in particolari operativi, ma si parlò della strategia politica e parlò soprattutto FREDA.
Era quindi una riunione ristretta a livello di strategia...."""
(SICILIANO, 6.10.1995, ff.6-7).
Riprendendo il discorso a partire dai primi attentati dimostrativi, in particolare quelli dell'8/9 agosto 1969 sui convogli ferroviari, che egli sapeva essere stati commessi dal gruppo con ordigni contenuti in scatolette di legno molto simili a quelle che tempo prima Delfo ZORZI gli aveva consegnato con varie armi in una valigia, Martino SICILIANO ha precisato:
"""
....Noto del resto che si tratta di scatolette che possono alloggiare solo piccoli ordigni con poco esplosivo e ciò è del tutto in sintonia con i discorsi che erano stati fatti a Padova in occasione della riunione con MAGGI, ZORZI e MOLIN nel retro della libreria EZZELINO, di cui ho già parlato nell'interrogatorio in data 6.10.1995.In tale riunione, infatti, qualcuno dei padovani, molto probabilmente FREDA, fece presente che una strategia utile sarebbe stata quella di compiere piccoli attentati dimostrativi finalizzati a fare pochi danni, ma nel contempo a far credere, in ragione del loro numero e della loro disseminazione in varie Regioni del Paese, che esistesse un'organizzazione presente dappertutto ed articolata, in grado potenzialmente di compiere dovunque attentati più gravi.
Ricordo che comunque FREDA disse che non bisognava farsi scrupoli se, nonostante si trattasse di attentati dimostrativi, qualche civile fosse rimasto ferito.
Infatti, sempre secondo FREDA, non si sarebbe fatto peggio degli Alleati che durante la II guerra mondiale avevano lanciato dagli aerei, sul territorio italiano, matite esplosive o comunque piccoli ordigni camuffati destinati a colpire la popolazione e a fare terrorismo psicologico...."""
(SICILIANO, 20.9.1996, f.4).
La presenza congiunta di FREDA e di MAGGI a tale riunione è la testimonianza diretta della sinergia operativa che si era creata fra le due cellule e che non era stato possibile mettere in luce se non in minima parte, soprattutto per la mancanza di collaboratori e testimoni, nel corso delle prime istruttorie.
IL PROGETTO DI EVASIONE DI GIOVANNI VENTURA
Infine, secondo il racconto di Carlo DIGILIO, fu personalmente il dr. MAGGI a mettere in contatto lo stesso DIGILIO e Delfo ZORZI per l'incontro del 1972, a Mestre, in cui quest'ultimo chiese a DIGILIO collaborazione per organizzare l'evasione di Giovanni VENTURA.
In tale occasione ZORZI mostrò a DIGILIO il calco in cera di una chiave, e cioè la chiave della cella di VENTURA, pronta per essere riprodotta, spiegandogli che era necessario aiutare VENTURA a sfuggire agli inquirenti anche se, con le sue imprudenze, fra cui le confidenze fatte ad un suo amico professore (riferimento, questo, certamente al prof. Guido LORENZON), egli aveva messo in pericolo tutta l'organizzazione (interr. DIGILIO 29.1.1994. f.3; 16.4.1994, f.4; 12.11.1994, f.8; 30.12.1996, f.3).
Giovanni VENTURA, che si teneva in contatto con gli altri elementi del gruppo tramite la sorella (interr. 30.12.1996 citato), non aveva in seguito accettato il progetto propostogli dai suoi camerati.
Il racconto di DIGILIO sul progetto di evasione di Giovanni VENTURA (che appare del tutto parallelo ad un altro progetto emerso nel corso della prima istruttoria e organizzato da Guido GIANNETTINI sempre attivando la sorella di VENTURA, Mariangela) trova una logica spiegazione nei timori da parte del gruppo che VENTURA, come sarebbe poi parzialmente avvenuto all'inizio del 1973 con la "semi-confessione" dell'imputato dinanzi ai giudici D'Ambrosio e Alessandrini, cedesse completamente dinanzi agli inquirenti rivelando la struttura e la strategia dell'intera organizzazione, con esiti catastrofici anche per coloro che non erano stati individuati.
Non a caso Delfo ZORZI aveva illustrato a Carlo DIGILIO, dimostrando di essere in grado di progettare sofisticate tecniche di inquinamento e disinformazione, la necessità di porre in essere "azioni diversive" in varie città d'Italia e cioè attentati che avrebbero sviato l'attenzione della magistratura verso altre piste, dando l'impressione che i responsabili degli attentati precedenti fossero ancora liberi (interr. DIGILIO 12.11.1994, f.9).
Nel corso della prima sentenza-ordinanza depositata da questo Ufficio in data 18.3.1995 si è ampiamente esposto, sulla base dei dati processuali raccolti, che il più importante di tali "attentati diversivi" era stato quello attuato nell'aprile del 1973 da ROGNONI, AZZI ed altri militanti de La Fenice sul convoglio Torino-Roma.
Per tale attentato era stato programmata una rivendicazione di sinistra che avrebbe spinto nuovamente gli inquirenti, impegnati in quel momento sulla pista nera, a dirigere la propria attenzione sui gruppi di estrema sinistra, in particolare quello scaturiti dall'attività di Giangiacomo FELTRINELLI nella cui villa era stato progettato, fra l'altro, di depositare e far rinvenire alcuni dei timers utilizzati per gli attentati del 12.12.1969.
Tale disegno era stato reso impossibile dall'incidente occorso a Nico AZZI durante l'esecuzione dell'attentato, in quanto l'arresto in flagranza sul treno del militante de La Fenice aveva reso evidentemente inattuabile qualsiasi rivendicazione di segno opposto.
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ALTRI DEPOSITI DI ORDINE NUOVO A VENEZIA
SOTTO I TETTI E SOTT’ACQUA
Nel corso di uno dei suoi ultimi interrogatori, Carlo DIGILIO ha parlato di altri due depositi di armi di cui disponeva il gruppo di Venezia all’inizio degli anni ‘70, gestiti l’uno da Giorgio BOFFELLI e l’altro da Pietro MONTAVOCI:
"""
....Con riferimento al ruolo di Giorgio BOFFELLI, posso aggiungere che lui si occupava molto dell'acquisizione di armi e della loro tenuta a disposizione in favore del gruppo.In casa sua, nascosti nel sottotetto in quanto BOFFELLI abitava all'ultimo piano, ho visto degli STEN, alcuni MAB, delle vecchie pistole Beretta cal.9 mod.34 e un paio di pistole Browning mod.HP da 13 colpi.
Io vidi queste armi un quanto egli una volta mi chiamò a casa sua per lo aiutassi nel risolvere un problema che aveva con il caricatore di una delle Browning.
Infatti egli aveva smontato il caricatore e nel rimontarlo aveva messo lo zoccolo elevatore alla rovescia per cui questo si incastrava e non spingeva in alto i proiettili.
Per prendere questo caricatore, che stava insieme alle altre armi, egli si sporse dalla finestra issandosi sul cornicione e recuperando così il sacco di juta con tutte le armi dal sottotetto.
BOFFELLI era del resto estremamente spericolato a causa dei suoi precedenti di mercenario e paracadutista.
Si era procurato alcune di queste armi anche grazie a contatti in Val di Taro, sull'Appennino Tosco-Emiliano (zona dove non era conosciuto).
Infatti mi disse che alcune di queste armi provenivano addirittura da vecchi depositi di Partigiani custoditi da gente del posto.
BOFFELLI, comunque, aveva stretto contatti anche con la malavita di Venezia a cui vendette una parte delle armi che si era procurato facendosi pagare anche con della cocaina.
Mi confidò tale circostanza e ciò mi diede fastidio perchè non era un comportamento da militante politico.
Io vidi queste armi intorno al 1970/1971 e probabilmente quando MAGGI, poco prima dei fatti del 12 dicembre 1969, mi chiese di avvertire BOFFELLI di far sparire per un po' di tempo quanto di compromettente, si riferiva a questo piccolo deposito di armi di BOFFELLI che tuttavia io in quel momento non avevo ancora visto""".
(DIGILIO, int. 29.6.1997, f.2).
Giorgio BOFFELLI, grazie ai contatti instaurati in Germania in occasione di incontri con ex-nazisti, era riuscito anche a procurarsi una pistola cal.22, molto particolare in quanto perfettamente camuffata da penna stilografica, nonchè un’altra pistola cal.22 di fabbricazione cecoslovacca anch’essa potenzialmente molto pericolosa perchè munita di un silenziatore incorporato (DIGILIO, int. 9.6.1997, f.4 e anche SICILIANO, int. 24.6.1997, f.3).
Del tutto particolare era poi la collocazione di un secondo deposito del gruppo:
"""
...Sempre in tema di dotazione logistica del gruppo, un altro militante che custodiva una certa quantità di armi era Giampiero MONTAVOCI.Questi aveva non solo la cal.8 Lebel che ho già ricordato, ma altre tre o quattro pistole WALTER cal.9, quelle in dotazione agli ufficiali tedeschi.
Ne vidi anch'io qualcuna personalmente nel retro del suo negozio di tabaccheria.
MAGGI aveva chiesto a MONTAVOCI di tenere a disposizione queste armi, che erano molto buone, ma evidentemente MONTAVOCI non poteva tenerle sempre nel negozio.
Utilizzò quindi uno stratagemma che gli fu reso possibile dall'aiuto di Roberto ROTELLI con il quale aveva in comune l'attività di subacqueo e con il quale era in ottimi rapporti.
ROTELLI gli diede un bidoncino di alluminio di quelli che si usavano per il trasporto del latte spiegandogli che grazie al tappo a tenuta stagna gli era stato possibile molte volte nascondere sottacqua addirittura delle stecche di sigarette.
I bidoncini, per andare a fondo e rimanere stabili, dovevano essere appesantiti con delle lastre di piombo all'interno.
Giampiero MONTAVOCI mise allora le pistole e le munizioni, avvolte in sacchetti, di nylon dentro il bidoncino datogli da ROTELLI e lo affondò presso una scogliera vicino alla Spiaggia delle Suore al Lido di Venezia.
Il bidoncino era a pochi metri di profondità e MONTAVOCI, con il respiratore, poteva recuperarlo senza difficoltà quando voleva.
MONTAVOCI mi parlò di questo deposito subacqueo all'incirca nel 1972/1973 ed io, quando me ne parlò, mi ricordai che effettivamente avevo visto in precedenza parecchi bidoni di alluminio di quel tipo nella casa di campagna di ROTELLI, in località 4 Fontane.
MONTAVOCI mi disse che queste pistole WALTER venivano dalla zona di Treviso ed infatti in seguito MAGGI mi confermò che queste pistole a cui teneva molto gli erano state regalate personalmente dal prof. Lino FRANCO e provenivano dal deposito di Pian del Cansiglio""".
(DIGILIO, int.29.6.1997, f.3).
Giorgio BOFFELLI e Giampietro MONTAVOCI, entrambi uomini di fiducia del dr. MAGGI, erano figure non di primo piano, almeno sotto un profilo operativo, della cellula di Ordine Nuovo di Venezia.
Il primo, tuttavia, mercenario in Congo a metà degli anni ‘60, sovente utilizzato da MAGGI per portare notizie riservate in altre sedi, è colui che aveva reso possibile l’"aggancio" di Gianfranco BERTOLI per l’operazione dinanzi alla Questura di Milano ed era stato il militante che più di altri, in ragione della sua amicizia con BERTOLI, era riuscito a tranquillizzarlo e a convincerlo a fidarsi di loro.
Giampietro MONTAVOCI, molto più giovane, era uno dei "guardaspalle" di MAGGI (cfr. sul punto anche SICILIANO, int. 10.10.1995, f.2), e, secondo il racconto di DIGILIO, l’autore materiale dell’attentato al Gazzettino del febbraio 1978.
Mentre Giorgio BOFFELLI è stato arrestato, a seguito di mandato di cattura del G.I. dr. Lombardi, insieme al dr. MAGGI e a Francesco NEAMI per concorso nell’organizzazione della strage di Via Fatebenefratelli del 17.5.1973, non è stato possibile sentire Giampietro MONTAVOCI in quanto egli è deceduto nel 1982 in un incidente stradale.
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IL PROGETTO DI RAPIMENTO IN AUSTRIA
DI GIANGIACOMO FELTRINELLI
Il fallito progetto di rapimento in Austria di Giangiacomo FELTRINELLI, ideato da Marco FOSCARI con l’aiuto di Martino SICILIANO, benchè episodio estemporaneo e non direttamente collegato all’attività di Ordine Nuovo, merita di essere ricordato, riportando il racconto di Martino SICILIANO, per la sua particolarità e le conseguenze che avrebbe potuto avere se il piano fosse andato a buon fine:
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....Marco Foscari disponeva di un castello di famiglia in Carinzia, a Paternion, ove io fui ospite parecchie volte.Era un bel castello con delle tenute intorno così ampie da essere addirittura utilizzato dall'Esercito austriaco per le esercitazioni.
Ricordo che c'erano anche capanni di caccia.
Venimmo a sapere, ed era cosa del resto nota nella zona, che una compagna di Feltrinelli, che ricordo si chiamava Sibilla Melega, ospitava Feltrinelli in una sua proprietà non lontana dal castello dei Foscari.
Progettammo quindi di sorprenderlo in quel posto, rapirlo, impacchettarlo e portarlo oltre confine facendolo ritrovare alle Autorità italiane.
Infatti Feltrinelli era già latitante . Il periodo era circa un anno prima della sua morte sul traliccio di Segrate.
Facemmo quindi degli appostamenti in quella proprietà accompagnati da guardiacaccia di Foscari che non aveva difficoltà ad aderire al progetto in quanto era un ex WAFFEN-SS.
Individuammo senza difficoltà la proprietà dove c'era uno chalet, ma non riuscimmo a vedere Feltrinelli e anzi lo chalet sembrava in quel momento chiuso.
Abbandonammo quindi il progetto che morì di colpo così come era nato.
In quella occasione avevamo con dei fucili da caccia di Foscari e un fuoristrada sempre di Foscari che avrebbe dovuto servirci per il trasporto. Avevamo dell'etere per stordirlo e corde per legarlo e un baule pronto nell'altra macchina di Foscari ove lo avremmo chiuso per il trasporto in Italia.
Di Marco Foscari posso ancora dire che si è "mangiato" in pratica tutti i suoi beni, è fuggito dall'Italia accusato di bancarotta fraudolenta e attualmente vive a Palma di Majorca dove vende piccolo antiquariato""".
(SICILIANO, int.19.10.1994, f.7)
Gli accertamenti svolti dalla Digos di Milano hanno consentito di accertare che effettivamente l’editore FELTRINELLI disponeva, all’epoca, di una tenuta a Oberhof, in Carinzia, di proprietà della sua famiglia (cfr. nota della Digos di Milano in data 4.10.1994 e allegato verbale di s.i.t. di Inge SCHOENTAL FELTRINELLI in data 3.10.1994, vol.8, fasc.11, ff.27 e ss.).
Non sembra esservi dubbio che il progetto coltivato senza successo da Marco FOSCARI si sia sviluppato così come narrato da Martino SICILIANO, in quanto anche Biagio PITARRESI ha ricordato di avere ricevuto da Marco FOSCARI, fra il 1972 e l’inizio del 1973, anche dopo la morte di FELTRINELLI, qualche accenno al fallito tentativo in Austria (dep. 9.9.1996, f.2).
Del resto, nell’ambito dell’intervista rilasciata da Marco FOSCARI al giornalista Maurizio DIANESE e di cui già si è fatto cenno nel capitolo 20, FOSCARI ha confermato, seppur minimizzandolo sotto il profilo della possibilità di una concreta riuscita, il progetto di sequestro dell’editore e il sopralluogo effettuato insieme a Martino SICILIANO e al guardiacaccia presso la villa di FELTRINELLI in Carinzia, nota a FOSCARI in quanto la famiglia FELTRINELLI acquistava legname proveniente proprio dalla sua tenuta (cfr. pagg. 1-6 e 32 della trascrizione dell’intervista rilasciata in data 30.10.1997).
Il Conte FOSCARI ha inoltre indicato l’autovettura e il fuoristrada, disponibili per l’occasione, in modo coincidente con il racconto di Martino SICILIANO (cfr. pag.1 della trascrizione e int. SICILIANO, 20.10.1997, f.3).
L’editore Giangiacomo FELTRINELLI sembra essere stato un obiettivo costante dell’area di persone gravitante intorno a La Fenice poichè, oltre agli assalti nei confronti della libreria, ad uno dei quali aveva partecipato anche Martino SICILIANO (int.18.7.1996, f.3), la sua figura era stata al centro del ben più grave progetto, di cui si è ampiamente parlato nella prima sentenza-ordinanza, di far ritrovare in una villa di sua proprietà i timers rimasti dopo gli attentati del 12.12.1969, al fine di indirizzare nuovamente le indagini verso l’estrema sinistra.
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LE CONCLUSIONI ISTRUTTORIE
IN MERITO AI SINGOLI EPISODI CRIMINOSI
Passando alle determinazioni conclusive sul piano processuale, non vi è dubbio che deve essere emessa dichiarazione di prescrizione del reato nei confronti di ZORZI, SICILIANO, MONTAGNER e MAGGI in ordine al furto di esplosivo nella cava di Arzignano (capo 14) e nei confronti di ZORZI, VENTURA, POZZAN e FREDA in ordine ai reati connessi al deposito di armi ed esplosivi di Paese.
Per quanto concerne in particolare gli ultimi due indiziati, Marco POZZAN (il quale, interrogato da questo Ufficio in data 5.1.1995, si è avvalso della facoltà di non rispondere) si trovava nel casolare, come ha spiegato DIGILIO, per fornire il suo concreto contributo, mentre per FREDA (il quale, convocato in data 13.1.1995, non si è presentato), pur non visto da DIGILIO nel casolare, valgono le considerazioni esposte nel mandato di comparizione emesso nei suoi confronti.
Infatti egli era il responsabile della cellula padovana e, a conclusione del processo di Catanzaro, è stato condannato insieme a Giovanni VENTURA per il concorso nella detenzione delle armi rinvenute nel novembre 1971 a Castelfranco Veneto.
Poichè tali armi costituivano un piccolo residuo della più ampia dotazione custodita a Paese, non vi è necessità di molte parole per affermare che egli era corresponsabile di quanto custodito nel casolare negli anni in cui la cellula padovana era nella sua fase di piena operatività.
Ugualmente, sulle base delle confessioni di SICILIANO e VIANELLO, deve essere emessa sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei loro confronti e anche nei confronti di ZORZI e MAGGI in ordine alla detenzione della dotazione logistica di armi ed esplosivi del gruppo di Mestre/Venezia (capo 16).
Per quanto concerne i reati connessi agli attentati di Trieste e Gorizia, deve innanzitutto premettersi che, ad avviso di questo Ufficio e anche del Pubblico Ministero, l’attentato alla Scuola Slovena deve essere qualificato danneggiamento aggravato e non tentata strage, come era invece avvenuto nei primi procedimenti .
Infatti le confessioni di SICILIANO e VIANELLO hanno consentito di chiarire che l’esplosione dell’ordigno, a seguito della chiusura del circuito, era prevista non per mezzogiorno, quando la scuola sarebbe stata affollata di bambini e insegnanti, ma per mezzanotte, in un momento, quindi, in cui il coinvolgimento di qualche persona avrebbe potuto verificarsi solo per circostanze improbabili e fortuite.
Una dichiarazione di prescrizione deve perciò essere adottata nei confronti di VIANELLO, COZZO e MAGGI in ordine ai reati di cui ai capi 19 e 20 e nei confronti di Carlo DIGILIO in ordine ai reati di cui al capo 21 (collegati alla consulenza tecnica da lui fornita per la preparazione e l’innesco dei congegni esplosivi), mentre per ZORZI e SICILIANO, già prosciolti in sede istruttoria dal G.I. di Trieste, deve essere emessa sentenza di non doversi procedere per inammissibilità di un secondo giudizio, precludendo l’intervento della prescrizione alcuna forma di riapertura delle indagini.
Identica a quelle di ZORZI e SICILIANO è la posizione di Francesco NEAMI, anch’egli prosciolto alla chiusura della prima istruttoria, mentre per quanto concerne Manlio PORTOLAN deve essere adottata sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.
In relazione all’attentato in danno dei magazzini COIN di Mestre (capo 23), la dichiarazione di prescrizione riguarda ANDREATTA, SICILIANO e ZORZI (capo 23) e in relazione alla connessa detenzione dei candelotti di gelignite (capo 18) Giuseppe FREZZATO, responsabile anche della cessione di una pistola cal.6,35 e delle bomba da mortaio a Martino SICILIANO utilizzata per l’attentato all’Università Cattolica di Milano (capo 24), reati anch’essi prescritti.
Identica formula terminativa riguarda il dr. MAGGI e Carlo DIGILIO per il favoreggiamento nei confronti di Pietro BATTISTON e Francesco ZAFFONI, rifugiatisi a Venezia durante la loro latitanza (capo 26).
Alla luce di quanto esposto nei capitoli precedenti, il dr. MAGGI deve invece essere rinviato a giudizio per rispondere della detenzione delle mine anticarro e, unitamente a Carlo DIGILIO, per rispondere della detenzione e dell’invio alla struttura romana, tramite Roberto RAHO, di circa 12 chilogrammi di esplosivo fra tritolo e acido picrico (capo 25).
Roberto RAHO, invece, per tali ultimi reati non è più perseguibile in quanto già giudicato dalla Corte d’Assise di Roma nel procedimento, a carico di ADDIS Mauro ed altri, relativo principalmente alla struttura romana di Ordine Nuovo.
Il dr. MAGGI e Carlo DIGILIO devono essere anche chiamati a rispondere della complessiva gestione della dotazione di armi comuni e da guerra appartenente al gruppo di Ordine Nuovo di Mestre/Venezia (capo 27) e, unitamente a Gilberto CAVALLINI, della manutenzione e riparazione, in un primo momento, della sua dotazione di armi e, in seguito, della vendita all’esponente dei N.A.R. di numerose altre armi (capo 28).
Nonostante molti dei reati collegati all’attività della struttura occulta di Ordine Nuovo siano ormai prescritti in ragione del decorso del tempo, è evidente che l’attribuzione di responsabilità che discende dall’enorme numero di elementi probatori raccolti riveste notevolissima importanza.
Infatti tali reati sono, soprattutto per quanto concerne le posizioni di MAGGI, ZORZI e DIGILIO, prodromici e funzionali ai più gravi reati di cui gli stessi sono chiamati a rispondere nelle istruttorie collegate in materia di strage e ne costituiscono in larga parte la chiave di spiegazione e l’antecedente sul piano storico, logico e indiziario.