37
IL PREANNUNZIO DA PARTE DEL DR. MAGGI
DEGLI ATTENTATI DEL 12.12.1969
E GLI AVVENIMENTI IMMEDIATAMENTE PRECEDENTI TALE DATA
Carlo DIGILIO, con gli interrogatori resi a questo Ufficio soprattutto a partire dall’autunno 1996, ha cominciato ad entrare nel vivo degli avvenimenti che hanno preceduto la giornata del 12.12.1969 anche se, con ogni probabilità, il suo racconto è ben lungi dall’essere completo e dovrà ancora essere sviluppato e approfondito all’interno delle indagini collegate in corso presso la Procura della Repubblica di Milano.
Dopo la riunione di consuntivo del settembre 1969, relativa agli attentati ai treni e di cui si è già parlato nel capitolo precedente, la "progressione criminosa" della struttura veneta di Ordine Nuovo non si era certo conclusa ed anzi si stava avvicinando alla fase culminante dell’operazione terroristica.
All’inizio di ottobre del 1969 vi erano stati gli attentati di Trieste e Gorizia, ulteriore prova generale illustrata nel capitolo 15 di questa ordinanza, e, alla fine di ottobre, Carlo DIGILIO aveva nuovamente incontrato Delfo ZORZI a Mestre:
"""
Il fatto che si stesse preparando qualcosa di importante mi era del resto già stato reso evidente da un altro incontro che avvenne con Delfo ZORZI a fine ottobre 1969 a Mestre.Sono certo della data in quanto ricordo che si trattava di pochi giorni prima delle festività dei Santi e dei Morti e il ricordo di tali ricorrenze in quell'anno è per me vivo in quanto collegato al fatto che dovetti cambiare la lampada votiva sulla tomba di mio padre che era stata infranta da vandali i quali avevano anche scritto frasi oltraggiose nei confronti del Corpo della Guardia di Finanza a cui mio padre apparteneva.
Anche in tale occasione fu ZORZI a chiamarmi al telefono dandomi appuntamento in Corso del Popolo e l'incontro si limitò ad alcuni discorsi sui temi legati al funzionamento e all'innesco degli ordigni esplosivi senza che ZORZI portasse e mi mostrasse del materiale.
In particolare egli mi chiese se i candelotti di gelignite, di cui lui già disponeva, potevano essere usati interi e cioè essere inseriti in una cassetta metallica senza prima essere tagliati a metà.
In particolare ZORZI si era convinto che se fossero stati usati i candelotti interi in una cassetta metallica vi era la possibilità che non sarebbero esplosi completamente e che quindi la cosa migliore era quella di tagliarli.
Io gli risposi che era un'idea assolutamente infondata in quanto i candelotti sono fatti per essere utilizzati interi e anzi tagliarli a metà costituisce un ulteriore pericolo soprattutto se si usa una lama metallica che potrebbe anche causare una scintilla e farli esplodere durante tale operazione""".
(DIGILIO, int.17.5.1997, f.9).
I dubbi espressi da Delfo ZORZI a Carlo DIGILIO trovano riscontro nel fatto che, per ragioni che non sono del tutto chiare, i candelotti di gelignite utilizzati per gli attentati di Trieste e Gorizia erano stati tagliati a metà, come è chiaramente visibile dal fascicolo dei rilievi fotografici relativi a tali attentati (cfr. vol.14, fasc.3, f. 5-bis).
E’ possibile che tale operazione fosse semplicemente dovuta al fatto che altrimenti i candelotti sarebbero entrati a fatica nelle cassette militari che dovevano contenere l’ordigno.
Carlo DIGILIO aveva comunque fornito a ZORZI, anche in tale occasione, i suoi consigli in merito alle modalità di maneggio dell’esplosivo che certamente stava per essere nuovamente utilizzato.
Carlo DIGILIO ha iniziato ad affrontare l’argomento concernente gli avvenimenti successivi al settembre/ottobre 1969 in modo molto limitato affermando, nell’interrogatorio in data 30.8.1996, che all’inizio di dicembre 1969 il dr. MAGGI gli aveva comunicato che nel giro di una settimana vi sarebbero stati "gravi attentati", che era necessario cautelarsi procurandosi un alibi per ciascuna giornata e che dovevano essere avvertiti Giorgio BOFFELLI ed anche i simpatizzanti più giovani affinchè, grazie soprattutto all’esperienza dello stesso BOFFELLI, fossero evitati i rischi connessi ad eventuali reazioni degli avversari politici di estrema sinistra (f.3).
Era anche necessario, secondo le indicazioni del dr. MAGGI, far sparire armi ed altro materiale compromettente dalle abitazioni dei militanti, in previsione di perquisizioni, e infatti Carlo DIGILIO si era subito liberato di munizioni che deteneva in casa illegalmente (int. 9.10.1996, f.12).
Anche lo stesso dr. MAGGI si sarebbe preparato un alibi per i giorni cruciali, allontanandosi da Venezia per recarsi in montagna e interrompendo apparentemente i contatti con i militanti (int. 10.9.1996, f.3).
L’ordigno fatto visionare da Delfo ZORZI, il 6 o 7 dicembre, a Carlo DIGILIO in una zona isolata di Mestre, lungo un canale, in sintonia con il preannunzio del dr. MAGGI, sarà l’oggetto dell’esposizione del prossimo capitolo.
Riprendendo invece, per comodità di lettura, il filo dei rapporti con il dr. MAGGI in quel dicembre 1969, Carlo DIGILIO ha dichiarato di averlo rivisto pochissimi giorni prima del Natale 1969, affrontando con lui, subito, il problema degli avvenimenti del 12.12.1969.
Questa era stata la risposta del dr. MAGGI:
"""
Io rividi MAGGI pochissimi giorni prima del Natale 1969, appunto appena rientrò da Sappada, e gli chiesi una giustificazione ed una spiegazione di quanto era successo a Milano e Roma.Egli mi rispose che non dovevo fare critiche nè di tipo morale, nè di tipo strategico, in quanto i fatti del 12 dicembre erano solo la conclusione di quella che era stata la nostra strategia maturata nel corso di anni e che c'era una mente organizzativa al di sopra della nostra, che aveva voluto questa strategia.
Io gli risposi che in questo modo la destra avrebbe perso credito ed in più noi tutti avremmo rischiato di persona. Lui mi rispose che non dovevamo preoccuparci, perchè chi aveva organizzato questa strategia aveva anche pensato a come portare le indagini su altri e così effettivamente stava succedendo""".
(DIGILIO, int.10.9.1996).
Era giunto a Venezia, quel medesimo giorno, anche Marcello SOFFIATI con il quale DIGILIO aveva potuto parlare separatamente prima dell’incontro con il dr. MAGGI:
"""
Nei giorni di Natale venne poi a Venezia il SOFFIATI, anche per fare i saluti ai camerati, ed io riuscii a parlargli in modo appartato. Marcello mi disse che per fortuna MAGGI non lo aveva "mosso" per i fatti del 12 dicembre e ne era contento, visto come erano andate le cose. Aggiunse che, invece, MAGGI si era occupato personalmente di "muovere" alcuni elementi di Trieste che erano andati a Roma per integrare la parte dell'operazione che era avvenuta a Roma, parte che era stata gestita soprattutto da DELLE CHIAIE che egli indicò in forma un po’ dispregiativa come ‘Caccola’ """.(DIGILIO, int.10.9.1996).
In un successivo interrogatorio, Carlo DIGILIO ha descritto con maggior precisione la cena allo Scalinetto in cui era stata fatta una sorta di consuntivo dell’operazione:
"""
Ci incontrammo allo Scalinetto a cena io, SOFFIATI e il dr. MAGGI e quest'ultimo offrì la cena.Io riuscii a parlare con Marcello in modo appartato prima che arrivasse MAGGI e che la cena iniziasse.
Qui Marcello mi disse, come ho già accennato, che ringraziava il cielo che MAGGI non lo avesse utilizzato per i fatti del 12 dicembre e che invece lo stesso MAGGI aveva "mosso" elementi di Trieste che erano stati inviati a Roma.
Quella sera si lasciò un po' andare e aggiunse che per gli attentati del 12 dicembre erano partiti alla volta di Milano Delfo ZORZI e i mestrini di sua fiducia viaggiando con la FIAT 1100 di MAGGI.
Ebbi così conferma di quello che mi aveva detto lo stesso MAGGI pochi giorni prima e che cioè la responsabilità di quanto era avvenuto era del gruppo di Ordine Nuovo.
Durante la cena che seguì non si ritornò apertamente sul discorso, anche se MAGGI chiese conferma anche a Marcello SOFFIATI che nei giorni precedenti non vi fossero stati controlli di Polizia o perquisizioni a Verona.
La risposta di SOFFIATI fu negativa e del resto anche a Venezia, nelle settimane precedenti, tutto era stato tranquillo almeno per quanto concerne le persone vicine al nostro gruppo.
MAGGI si limitò ad aggiungere, anche dinanzi a SOFFIATI, quanto già aveva detto a me alcuni giorni prima e cioè che la decisione degli attentati era stata presa a livello molto alto da persone che dirigevano la strategia anche da Roma.
MAGGI concluse il discorso dicendo di stare tranquilli perchè tutto era sotto controllo""".
(DIGILIO, int.5.10.1996, f.12).
Il dr. MAGGI aveva aggiunto che Giovanni VENTURA era stato il coordinatore dell’operazione del 12.12.1969 per il Nord-Italia, e cioè per la parte organizzativa veneta dell’operazione, mentre gli uomini erano stati selezionati personalmente da Delfo ZORZI quale responsabile militare (int. 21.2.1997).
L’utilizzo della FIAT del dr. MAGGI, giudicato anche da Marcello SOFFIATI una grossa imprudenza che lo stesso MAGGI avrebbe dovuto impedire (int. 21.2.1997, f.2), non era comunque una sorpresa per Carlo DIGILIO.
Verso la fine di ottobre 1969 vi era stato infatti, a Mestre in Corso del Popolo, un altro incontro fra ZORZI e MAGGI e DIGILIO che erano giunti appositamente da Venezia.
Delfo ZORZI aveva fatto presente al dr. MAGGI, con riferimento agli attentati di Trieste e Gorizia appena avvenuti, che lui e i suoi uomini avevano rischiato la vita fornendo un contributo non paragonabile a quello del dr. MAGGI, il quale si era limitato a dare la vettura e i fondi per l’operazione (int. 21.2.1997, f.3).
L’autovettura del dr. MAGGI, secondo Delfo ZORZI, sarebbe comunque presto servita ancora e il dr. MAGGI non si era tirato indietro, consegnando a ZORZI, al termine dell’incontro, del denaro e un mazzo di chiavi (int. 22.2.1997, f.2).
Sempre durante la cena a Colognola, Carlo DIGILIO aveva fatto cenno agli anarchici arrestati per gli attentati del 12.12.1969 e il dr. MAGGI "in modo ironico ma con sicurezza" aveva spiegato che
"l’incriminazione degli anarchici era una mossa strategica che era stata studiata dai Servizi Segreti al momento in cui era stata concepita l’intera operazione" (int.17.5.1997, f.10).Poco tempo dopo, del resto, Sergio MINETTO, a Colognola durante un altro incontro a casa di Bruno SOFFIATI, si era espresso in termini analoghi facendo capire che era perfettamente al corrente della responsabilità della struttura di Ordine Nuovo e non degli anarchici, ma che comunque "nella lotta contro il comunismo, che era un’esigenza primaria, vi erano azioni le cui conseguenze erano un male necessario" (int. 17.5.1997, f.10).
Carlo DIGILIO, quindi, sia prima sia dopo gli attentati del 12.12.1969, aveva ricevuto notizie sufficientemente dettagliate in merito a come si era concluso il programma strategico iniziato con gli attentati della primavera precedente: il ruolo di coordinamento svolto da VENTURA e dal dr. MAGGI; la responsabilità militare di Delfo ZORZI per la strage di Milano; l’apporto fornito dagli avanguardisti di Stefano DELLE CHIAIE per gli attentati "minori" di Roma; il coinvolgimento operativo della cellula triestina; il preordinamento da parte dei Servizi di sicurezza italiani (con ogni probabilità il Servizio civile e cioè l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno) della pista anarchica.
Si tratta, come è facile rilevare, di elementi in perfetta sintonia con le restanti acquisizioni processuali relative sia all’attività della struttura occulta di Ordine Nuovo nel suo complesso sia, secondo le dichiarazioni di Tullio FABRIS, Martino SICILIANO e Edgardo BONAZZI, a come era stata preparata ed eseguita l’operazione del 12.12.1969.
Resta solo da vedere quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito all’ordigno fattogli visionare, nella sua consueta veste di tecnico e supervisore, da Delfo ZORZI pochissimi giorni prima degli attentati.
38
L’ORDIGNO VISIONATO DA CARLO DIGILIO
A MESTRE IL 7.12.1969
Prima di esporre quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito al punto centrale e cioè l’ordigno fattogli visionare a Mestre da Delfo ZORZI il 6 o il 7 dicembre 1969, merita di essere riportato anche quanto DIGILIO aveva appreso da VENTURA circa una riunione a Padova finalizzata alla messa a punto della strategia terroristica.
Carlo DIGILIO ha infatti parlato di tale riunione solo nel decisivo interrogatorio del 16.5.1997, poco prima di rivelare quanto era avvenuto in occasione del terzo accesso al casolare di Paese, e quanto Delfo ZORZI gli aveva mostrato a Mestre pochissimi giorni prima della strage:
"""
Spontaneamente intendo dire che ho sentito parlare di una importante riunione a Padova che dovrebbe identificarsi in quella di cui si è lungamente parlato durante le indagini sugli attentati del 1969.Questa riunione si tenne a Padova nella primavera del 1969.
Io non vi partecipai, ma me ne parlò in seguito VENTURA, nell'autunno dello stesso anno in una delle occasioni in cui mi recai a Treviso nella sua libreria per vendere le monete di mio padre e anche per comprare dei libri.
In quel momento erano già avvenuti i primi attentati e in particolare da non molto quello all'Ufficio Istruzione di Milano e quelli sui treni.
Parlammo degli eventi che erano nati dal lavoro fatto a Paese e VENTURA mi disse che tutto sommato gli attentati ai treni erano andati bene e che il lavoro organizzativo procedeva bene e che era stata sperimentata l'operatività di un alto numero di persone, compresi gli elementi triestini, superando i problemi connessi allo spostamento nelle varie stazioni ferroviarie nelle quali si era agito.
Mi disse che la campagna non era finita e che altri gruppi di attentati sarebbero stati avviati nell'intento di far fare una scelta al mondo militare e a ruota di questo anche a certi politici di Roma.
VENTURA quindi ribadì che gli attentati non erano l'impresa di quattro pazzi, ma facevano parte di un piano ben preciso.
Aggiunse che questo progetto era partito con una riunione a Padova nella primavera, che aveva visto presenti i padovani, i veneziani, alcuni di Treviso, fra cui lui stesso, e il capo di Ordine Nuovo, Pino RAUTI.
Disse che la riunione si era svolta in una casa privata.
Non sono in grado di dire se tale riunione sia la stessa di cui hanno poi parlato ampiamente anche i giornali, ma comunque VENTURA me la indicò come momento di definizione della strategia""".
(DIGILIO, int. 16.5.1997, ff.3-4).
I soggetti presenti e i contenuti della riunione sono quindi in assoluta corrispondenza con le altre riunioni preparatorie cui aveva preso parte anche Martino SICILIANO (int. SICILIANO, 6.10.1996, f.2).
Infine Carlo DIGILIO si è risolto a rivelare quanto gli era stato chiesto di visionare a Mestre, in una zona isolata, cinque o sei giorni prima degli attentati:
"""A questo punto intendo riferire quanto io vidi nella disponibilità di ZORZI nel dicembre 1969
qualche giorno dopo l'allarme che diede il dr. MAGGI in merito a quanto stava per accadere e qualche giorno prima degli attentati del 12 dicembre 1969.Sono quasi certo che quanto sto per raccontare avvenne uno o due giorni prima dell'Immacolata, che cade l'8 dicembre.
Premetto che quando MAGGI, ai primi di dicembre, mi disse di stare in allerta e di avvisare altri camerati come BOFFELLI, mi disse anche che, per quanto mi riguardava personalmente, avrei ricevuto una chiamata da ZORZI che avrebbe avuto bisogno della mia presenza.
Infatti Delfo ZORZI mi chiamò per telefono dicendomi che aveva bisogno di una "consulenza", espressione che io capii benissimo cosa voleva dire.
Arrivai a Piazza Barche, dove mi aveva dato l'appuntamento, nel tardo pomeriggio e ZORZI mi accompagnò in quella zona un po' isolata vicino al canale dove c'eravamo incontrati altre volte e dove in particolare avevamo esaminato il materiale proveniente da Vittorio Veneto di cui ho parlato nel verbale in data 30.8.1996.
Mi portò in un punto molto riparato dove era parcheggiata la FIAT 1100 di MAGGI.
Qui aprì il portabagagli posteriore in cui c'erano tre cassette militari con scritte in inglese, due più piccole e una un po' più grande.
Aprì tutte e tre le cassette e all'interno di ciascuna c'era dell'esplosivo alla rinfusa e in particolare quello a scaglie rosacee che avevo visto a Paese e dei pezzi di esplosivo estratto dalle mine anticarro recuperate dai laghetti.
In ogni cassetta, affondato nell'esplosivo c'era una scatoletta metallica con un coperchio, come quelle che si usavano per il cacao, che conteneva il congegno innescante che era stato preparato, come lui mi disse, da un elettricista.
Effettivamente quello che intravvidi era una scatoletta di cartone a forma di parallelepipedo che nella parte superiore aveva una cupoletta completamente avvolta con del nastro isolante lasciato un po' molle e questa specie di cappellotto impediva di vedere come fosse fatto esattamente il congegno
ZORZI mi disse di essere perfettamente sicuro di questo congegno, ma la cosa che lo preoccupava era la sicurezza generale dell'esplosivo che doveva trasportare e cioè se poteva esplodere a seguito di scossoni, anche molto probabili in quanto la macchina di MAGGI era vecchia.
Mi disse che di lì a qualche giorno doveva trasportare queste cassette fino a Milano e che comunque aveva previsto una fermata a Padova appunto per cambiare macchina e prenderne una più molleggiata, oltre che per mettere a posto il congegno.
Io lo rassicurai circa la sicurezza generale dell'esplosivo che non mostrava segni di essudazione che ne alterassero la stabilità.
Piuttosto avrebbe dovuto fare molta attenzione all'innesco che mi sembrava la parte più delicata.
Faccio presente che ciascuna delle due scatole piccole c'era almeno un chilo di esplosivo e un po' di più nella terza più grande.
Ci spostammo a piedi dal luogo e prima di lasciarci Delfo fece cenno ad una persona che stava sotto un porticato di Piazza Barche di raggiungerlo e vidi che si trattava di suo fratello e cioè quel giovane con i capelli lunghi e di bell'aspetto che avevo già visto una delle volte in cui nello stesso punto avevamo esaminato le armi di LINO FRANCO e che era venuto con una autovettura DIANE.
Faccio presente che io del resto sapevo che ZORZI non sapeva guidare e quindi per spostarsi in macchina doveva ricorrere di volta in volta appunto a suo fratello o a MARIGA che faceva parte del suo gruppo.
Io ovviamente mi resi conto che la richiesta di ZORZI era collegata ai fatti che MAGGI aveva preannunziato pochi giorni prima.
Quando in seguito, nei giorni di Natale, rividi MAGGI a Venezia gli dissi che avevo visionato gli ordigni.
Quando SOFFIATI, prima della cena di cui ho parlato in data 5.10.1996, mi fece cenno al rischio che MAGGI aveva corso, io in effetti sapevo già quanto era avvenuto""".
(DIGILIO, int. 16.5.1997, ff.6-7).
Nell’interrogatorio reso il giorno successivo, Carlo DIGILIO ha completato il suo racconto spiegando che le cassette militari erano solo un contenitore temporaneo, destinato ad essere subito sostituito da cassette portavalori, di marca JUWEL, già nella disponibilità del gruppo:
"""
Riprendendo questo episodio, faccio innanzitutto presente che nel bagagliaio della FIAT 1100, oltre alle tre cassette metalliche c'era solo una borsa sportiva di quelle che normalmente si usano per la palestra, borsa che ZORZI non aprì e in merito alla quale non fece alcun cenno.Le tre cassette metalliche avevano delle scritte in inglese e mi sono ricordato che io feci notare a ZORZI che la loro evidente caratteristica di cassette militari ad un eventuale controllo avrebbe destato molto sospetto e creato seri pericoli per chi la trasportava di essere sottoposto ad una verifica.
Fra l'altro notai che le tre cassette non erano nemmeno coperte da un telo ed erano subito visibili appena aperto il bagagliaio.
Feci notare tale circostanza a ZORZI e questi mi rispose che comunque non c'era da preoccuparsi perchè il problema era già stato affrontato in quanto il gruppo stava per acquistare delle cassette metalliche che non davano nell'occhio in quanto erano quelle utilizzate normalmente per la custodia di valori.
Mi fece anche il nome JEWEL o JUWEL che era la marca allora più nota per questo tipo di cassette.
Ritornando alla descrizione di quello che vidi, confermo che in ogni cassetta c'era uno di quei barattoli di cui ho parlato ieri, praticamente immerso nell'esplosivo che era sfuso.
Non mi azzardai a toccare questi barattoli, intravvedendo solo la sommità della scatola a forma di parallelepipedo che ho già descritto, per evidenti motivi di sicurezza.
Chiesi comunque a ZORZI che tipo di innesco fosse e questi mi rispose che era un meccanismo di assoluta sicurezza preparato per il gruppo da un elettricista.
E' possibile che i pezzi di tritolo che vidi nelle cassette militari fossero il materiale recuperato dalle scatolette non utilizzate per gli attentati ai treni dell'agosto.
Infatti noi avevamo approntato almeno due dozzine di scatolette e cioè un numero molto superiore al numero degli attentati che poi effettivamente avvenne e il numero e la grossezza dei pezzi di tritolo che si trovavano nelle cassette militari corrispondeva grosso modo a quello che poteva essere recuperato dalle scatolette non utilizzate""".
(DIGILIO, int. 17.5.1996, ff.8-9).
Gli ultimi elementi forniti così da Carlo DIGILIO appaiono decisivi.
Le cassette portavalori di marca Juwel, occultate all’interno di borse di similpelle, hanno infatti contenuto i cinque ordigni deposti a Milano e a Roma il 12.12.1969, aumentando la potenza della deflagrazione e del resto, già nel corso della prima istruttoria nei confronti di FREDA e VENTURA, Tullio FABRIS aveva riferito che Franco FREDA gli aveva chiesto , nel settembre 1969, consigli per l’acquisto di cassette metalliche in cui dovevano essere messi, secondo le parole di FREDA, i "commutatori" e cioè i timers acquistati proprio insieme a FABRIS.
Gli oggetti a forma di parallelepipedo con una cupoletta, protetti da un barattolo e immersi nell’esplosivo (e cioè il congegno innescante preparato, secondo le parole di ZORZI, da un elettricista) corrispondono e non potevano essere altro che i timers acquistati proprio grazie all’elettricista Tullio FABRIS che questi, nello studio legale di Padova, aveva insegnato a FREDA e VENTURA a far funzionare affinchè tali nozioni fossero riportate ad un altro elemento operativo del gruppo, certamente da identificarsi in Delfo ZORZI.
Si osservi inoltre, a titolo di completamento del quadro di tale decisivo incontro fra ZORZI e DIGILIO, che Martino SICILIANO ha riferito che la zona isolata lungo un canale, non distante da Piazza Barche, era appunto uno dei punti di incontro del gruppo, anche perchè nei pressi si trovava una palazzina ove aveva, all’epoca, la nuova sede la palestra di arti marziali e che effettivamente Rudi ZORZI, come ricordato da Carlo DIGILIO, disponeva in quel periodo di una autovettura Diane essendo anche munito, a differenza di Delfo, della patente di guida (int. SICILIANO, 24.6.1997, f.3).
Molto probabilmente quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito agli attentati del 12.12.1969 e agli avvenimenti che li avevano preceduti non è ancora tutto quanto a sua conoscenza, ma è certo che, con gli interrogatori del 15 e 16 maggio 1997 resi a questo Ufficio, egli ha fornito gli elementi di raccordo fondamentali per comprendere il meccanismo operativo finale cui aveva portato la progressione criminosa del gruppo, iniziata nella primavera del 1969, anche sotto il profilo della preparazione politica e strategica studiata sin dagli anni ancora precedenti.
Rimangono solo, prima di concludere questa parte dell’ordinanza dedicata alla strage di Piazza Fontana, da esporre gli elementi di collegamento emersi per la prima volta, nel corso di questa istruttoria, fra gli avvenimenti del 12.12.1969 e l’attentato commesso da Gianfranco BERTOLI dinanzi alla Questura di Milano il 17.5.1973, elementi di collegamento connessi alla figura e al ruolo svolto dall’on. Mariano RUMOR.
39
LA FIGURA DI GIANFRANCO BERTOLI
E I SUOI RAPPORTI CON ORDINE NUOVO
I CONTATTI CON ELEMENTI ISRAELIANI
Solo negli interrogatori resi a questo Ufficio in data 12 e 14 ottobre 1996 Carlo DIGILIO si è risolto a raccontare quanto a sua conoscenza, diretta e con chiari profili di corresponsabilità, in merito alla persona di Gianfranco BERTOLI e all’attentato dinanzi alla Questura di Milano del 17.5.1973.
In merito a tale strage è in corso tuttora un procedimento in Istruzione formale, in quanto il G.I. di Milano, dr. Antonio Lombardi, nel rinviare a giudizio, nel 1974, l’autore materiale del lancio della bomba a mano "ananas" in Via Fatebenefratelli, aveva operato uno stralcio riguardante i corresponsabili e gli organizzatori della strage, convinto, non a torto, che l’intera vicenda non fosse il frutto dell’azione di un isolato anarchico individualista e che vi fosse un ampio retroterra ancora da rischiarare.
Effettivamente, con la ripresa delle indagini, in questi ultimi anni tale ipotesi si era rafforzata.
Talune incongruenze del racconto di BERTOLI, l’attività di informatore da questi svolta in favore del SIFAR, seppur in tempi antichi, gli accertati contatti con altri elementi di destra padovani e veneziani (quali Eugenio RIZZATO, Sandro RAMPAZZO e Sandro SEDONA) e alcune voci che avevano cominciato a levarsi nell’ambiente di destra (in particolare le testimonianze molto attendibili di Vincenzo VINCIGUERRA e Roberto CAVALLARO) portavano con sempre maggiore convinzione a ritenere che Gianfranco BERTOLI, pur avendo meditato a covato per lungo tempo il suo gesto clamoroso, fosse stato aiutato nell’organizzazione ed esecuzione dello stesso da ambienti del tutto diversi da quelli anarchici.
Mancava però la testimonianza decisiva che potesse aprire uno squarcio sui movimenti e i contatti di BERTOLI prima della strage e che potesse raccontare in forma diretta, e non per voci o confidenze d’ambiente, gli avvenimenti precedenti l’arrivo di BERTOLI a Milano.
Tale squarcio è giunto dal racconto di Carlo DIGILIO, che qui si riporta per le sue connessioni con l’attività delle strutture di sicurezza americane, mentre l’intero quadro delle corresponsabilità nell’azione di Gianfranco BERTOLI sarà ovviamente illustrato nel provvedimento istruttorio conclusivo del dr. Antonio Lombardi.
"""
...intendo spontaneamente riferire quanto a mia conoscenza in merito alla persona di Gianfranco BERTOLI, autore della strage dinanzi alla Questura di Milano.Premetto che prima dell'azione di BERTOLI vi fu una riunione a Colognola ai Colli, presenti MAGGI, SOFFIATI, MINETTO e io nella trattoria che in quel periodo non era ancora in gestione alla famiglia Soffiati.
MAGGI spiegò che il progetto di un attentato contro il Ministro RUMOR non poteva al momento essere attuato perchè il primo che era stato interpellato per l'esecuzione, e cioè Vincenzo VINCIGUERRA, si era rifiutato di prestarsi poichè non riteneva corretto il progetto.
Il Ministro RUMOR era odiato nell'ambiente di destra perchè aveva ostacolato i progetti di mutamento istituzionale in Italia e si era mostrato ostile alla destra.
MAGGI disse che era assolutamente necessario trovare un'altra persona che eseguisse l'attentato.
Ribadì che bisognava "spazzare via RUMOR" e queste sono esattamente le parole che ricordo egli disse.
MAGGI aggiunse che comunque avrebbe continuato ad occuparsi del progetto e che riteneva fattibile utilizzare Gianfranco BERTOLI che era una persona disposta a tutto.
Se si fosse riuscito a reclutare BERTOLI vi sarebbe stata per l'azione una "copertura" anarchica dinanzi all'opinione pubblica che avrebbe funzionato come aveva funzionato in passato e cioè per Piazza Fontana.
Anche in questo caso, infatti, l'opinione pubblica, secondo MAGGI, avrebbe continuato a dire "ecco, i soliti anarchici!".
Io sino a quel momento non aveva mai visto BERTOLI, ma ne avevo solo sentito parlare nell'ambiente come di un anarchico individualista che conosceva MAGGI e ancora meglio conosceva BOFFELLI.
Sapevo che BERTOLI aveva i suoi punti di riferimento nel mestrino e cioè frequentava tale zona.
Mi era stato detto che era una persona che viveva di espedienti e al limite della sopravvivenza.
Qualche tempo dopo venni a sapere da SOFFIATI che questo BERTOLI era stato prelevato nel mestrino da elementi del nostro gruppo e portato a Verona in Via Stella per essere istruito sul da farsi.
Questa notizia si colloca in un periodo successivo al prelevamento di FORZIATI ed esattamente l'anno dopo.
Quando arrivai in Via Stella vi trovai, oltre a Marcello SOFFIATI, anche Francesco NEAMI di Trieste e questo BERTOLI, che ricordo malmesso ed emaciato con la barbetta.
Ricordo che aveva l'abitudine di tirarsi questa barbetta con la mano.
NEAMI gli stava spiegando, con una specie di vero e proprio lavaggio del cervello, cosa avrebbe dovuto dire alla Polizia in caso di arresto e gli faceva ripetere le risposte che avrebbe dovuto dare e cioè che era un anarchico individualista e che si era procurato da solo, in Israele, la bomba per l'attentato.
Capii subito da SOFFIATI e NEAMI che BERTOLI era un debole e mi dissero infatti che gli piaceva bere e lo avevano convinto anche con la promessa di un po' di soldi.
Mi dissero che era già lì da parecchi giorni e che lo facevano bere e mangiare a sazietà.
Anch'io rimasi qualche giorno a dormire in Via Stella, su di un vecchio divano, e in quei giorni, non in Via Stella, ma a Colognola, vidi anche MINETTO il quale era perfettamente al corrente di cosa si stava preparando e aveva personalmente procurato i soldi per BERTOLI tramite gli americani.
Non si trattava comunque di una grande somma, ma di pochi milioni e infatti si capiva subito, con un'occhiata, che BERTOLI poteva essere comprato con pochi soldi.
NEAMI dormiva con BERTOLI, nella stanza da letto, per controllare suoi eventuali colpi di testa, mentre io dormivo su un divano nel salotto e il divano era posto vicino all'ingresso del bagno.
Ricordo che BERTOLI fumava, beveva era scostante non legò con me faceva discorsi strani, diceva che comunque fosse andata egli sarebbe diventato un grand'uomo.
MAGGI andava e veniva e ricordo che gli provò anche la pressione e gli fece qualche iniezione per dei disturbi che aveva.
BERTOLI diceva di soffrire di reumatismi per la vita disordinata che aveva fatto.
Ricordo che NEAMI si comportava duramente con lui quando Bertoli non dava le risposte giuste o esagerava con le sue sparate verbali.
Io mi allontanai da Via Stella prima che BERTOLI entrasse in azione, ricordo che era primavera ed esattamente il mese di maggio.
Aggiungo che la presenza di NEAMI non era un caso, ma era stata voluta da MAGGI poichè NEAMI in precedenza aveva già fatto la guardia all'avv. FORZIATI e quindi sapeva come muoversi, dove fare gli acquisti e la sua presenza non dava eccessivo sospetto nel quartiere.
Tale precauzione era stata presa anche perchè si temeva qualche soffiata da parte del padrone del bar sottostante.
Nell'appartamento io avevo visto due o tre bombe a mano a frattura prestabilita, tipo ananas, che SOFFIATI mi disse essere state procurate da MINETTO presso la base di Verona dove c'erano residuati di vario genere.
L'operazione era stata fatta sostituendo per precauzione a queste bombe a mano alcune di quelle molto simili che aveva detenuto Lino FRANCO e di cui ho già parlato nell'interrogatorio in data 30.8.1996.
Dopo la morte di FRANCO queste bombe erano state recuperate e incamerate da MINETTO.
Ricordo che io dissi a NEAMI che bisognava stare attenti e di sorvegliare bene BERTOLI e comunque non trattarlo molto male poichè mi sembrava un po' matto e poteva darsi che di notte disinnescasse la bomba a mano e ci facesse saltare in aria tutti.
Io e NEAMI stavamo infatti svegli a turno e ci tenevamo in piedi con grandi scorte di caffè.
La prosecuzione del piano consisteva nell'accompagnare BERTOLI una volta che fosse perfettamente convinto a Milano nei pressi della Questura e farlo agire.
Io non partecipai a questa fase dell'operazione e non so chi del gruppo abbia accompagnato BERTOLI, ricordo però che una volta insieme a MAGGI venne BOFFELLI che era amico di BERTOLI e servì per tirarlo su di morale e BOFFELLI per rafforzarne i propositi gli disse che doveva mostrare il suo coraggio e che tutti avrebbero parlato di lui.
Io appresi dell'attentato dalla radio o dal giornale e capii subito che era andato male perchè non era morto RUMOR ma alcuni passanti.
Subito dopo andammo a cena allo SCALINETTO io, MAGGI e BOFFELLI.
MAGGI ci offrì questa cena per tirarci su, ma MAGGI aveva il muso lungo e l'atmosfera era lugubre.
Si parlò pochissimo, ma MAGGI cercò di capire da BOFFELLI come mai BERTOLI avesse sbagliato e BOFFELLI gli rispose che bastava pensare a come si lancia un sasso e che sempre in questi casi anche per accidente si può sbagliare la traiettoria.
Aggiungo che MAGGI e ZORZI avevano proposto a VINCIGUERRA di agire non a Milano ma in Veneto dove RUMOR risiedeva ma VINCIGUERRA si era rifiutato perchè sarebbe stata una carneficina""".
(DIGILIO, int. 12.10.1996).
Il racconto in merito alla permanenza di Gianfranco BERTOLI in Via Stella è proseguito il 14.10.1996 con alcuni approfondimenti:
"""
Fra la mia presenza in Via Stella quando c'era BERTOLI e quando appresi della strage alla Questura di Milano passarono circa due mesi.Ricordo infatti bene che quando appresi dell'attentato la mia presenza nell'appartamento era una cosa ormai non recentissima.
Non so ove Gianfranco BERTOLI abbia trascorso tutto quel periodo, ritengo però che dopo la sosta nell'appartamento si sia mosso perchè ricordo che spesso diceva che non tollerava che "gli dosassero l'aria" e non tollerava di essere controllato così strettamente in quella maniera dal gruppo.
Ritengo che così come sia stato spiegato a BERTOLI cosa dovesse rispondere e cosa dovesse sostenere frase per frase, gli sia stato anche indicato cosa sostenere in merito ai suoi spostamenti in quel periodo.
Della sua vita passata ricordo che parlava spesso di un suo soggiorno in Israele e che quando vide le bombe nell'appartamento disse che non aveva niente da imparare perchè quelle bombe le aveva già viste tali e quali in Israele.
Era un personaggio pieno di sè, si credeva un grand'uomo, diceva sempre che doveva essere maggiormente rispettato, soprattutto da Francesco NEAMI che lo prendeva anche a ceffoni quando non rispondeva a tono.
Accennò comunque anche ai suoi precedenti di carattere comune e che era stato in galera.
Confermo che BERTOLI era un personaggio pieno di tic; si lisciava continuamente la barbetta e secondo me aveva dei disturbi di carattere ormai stabili, conseguenti al costante abuso di alcool.
E del resto anche in Via Stella, quando lui era lì, era molto facile inciampare in bottiglie ormai vuote di alcolici disseminate per la casa.
NEAMI diceva che farlo bere era l'unico modo per tenerlo buono.
BERTOLI era chiaramente, anche dalla parlata, di origine veneta, non so dire esattamente di quale provincia, ma l'accento denotava un'origine che direi dell'entroterra mestrino. Era comunque di origini modeste""".
(DIGILIO, int. 14.10.1996).
Dal racconto di Carlo DIGILIO (in cui questa volta non compare Delfo ZORZI in quanto, si ricordi, in quel periodo si trovava in Giappone) emerge in sostanza che BERTOLI, persona disturbata e frustrata alla ricerca di un gesto eclatante che lo riscattasse, aveva meditato da tempo un’azione del genere (colpendo i partecipanti alla cerimonia egli intendeva soprattutto "vendicare" PINELLI), ma che l’aiuto materiale e la spinta decisiva, anche sul piano psicologico, ad effettuare l’azione erano giunti non dall’ambiente anarchico, ma da un ambiente ben diverso cui egli era comunque contiguo, nel mestrino, per ragioni di amicizia personale e comuni frequentazioni.
Anche Martino SICILIANO, del resto, pur non avendo partecipato ai preparativi dell’azione del 17.5.1973 e avendo conosciuto BERTOLI solo di vista, ha parlato diffusamente della sua figura.
BERTOLI, secondo il racconto di SICILIANO, conosceva non solo elementi di destra legati anche alla piccola malavita dell’entroterra mestrino come SEDONA e MARIGA, ma conosceva molto bene anche il dr. MAGGI e Paolo MOLIN ed era rimasto in contatto con il dr. MAGGI anche durante la sua permanenza in Israele (int. 18.10.1996, ff.4-5).
Qualche tempo dopo la strage di Via Fatebenefratelli, ZORZI, commentando l’episodio con SICILIANO, gli aveva detto che l’episodio di Milano era inquadrato nella loro strategia.
Inoltre anche Martino SICILIANO era al corrente del progetto, maturato fra il 1970 e il 1973 all’interno del gruppo di MAGGI e ZORZI, di eliminare l’on. RUMOR, progetto di cui ha diffusamente parlato nei suoi interrogatori Vincenzo VINCIGUERRA in quanto oggetto di più proposte dei mestrini, da lui rifiutate, di eseguire materialmente l’azione.
Sulla base del dettagliato racconto di Carlo DIGILIO, approfondito nel corso degli interrogatori dinanzi al G.I. dr. Lombardi e confermato dagli elementi di riscontro già acquisiti nell’istruttoria condotta dal Collega, nel giugno 1997 il dr. Carlo Maria MAGGI, l’ex-mercenario Giorgio BOFFELLI e l’ordinovista triestino Francesco NEAMI sono stati raggiunto da mandato di cattura per concorso nella strage di Via Fatebenefratelli.
Per i profili che interessano, nella presente istruttoria, in relazione all’attività svolta dalle strutture americane, è ovviamente indicativo e gravemente inquietante l’apporto fornito dal caporete, Sergio MINETTO, il quale era stato informato dal dr. MAGGI del progetto di azione contro l’on. RUMOR, aveva procurato del denaro per BERTOLI traendolo dalla cassa della sua struttura e soprattutto aveva procurato le bombe a mani tipo ananas di cui BERTOLI doveva impratichirsi al funzionamento.
Anche in relazione alla presenza di BERTOLI a Verona, come per tutti gli avvenimenti precedenti, Carlo DIGILIO non aveva poi mancato di informare il suo diretto referente, il capitano CARRET, durante uno dei consueti appuntamenti a Venezia:
"""
Lo incontrai (n.u.: il capitano CARRET) infatti a Venezia, secondo un incontro già prestabilito, la settimana successiva a quella, se non sbaglio dal lunedì al sabato, che avevo trascorso con BERTOLI in Via Stella.Spiegai al capitano CARRET la situazione e cioè che il gruppo stava preparando attraverso BERTOLI un attentato contro l'on. RUMOR.
A differenza di altre situazioni precedenti, come ad esempio l'attentato all'Ufficio Istruzione di Milano, questa volta CARRET mostrò di non essere stato ancora informato da nessuno di quanto stava avvenendo.
A seguito del mio racconto e della spiegazione che gli feci in merito a quale tipo di persona fosse il BERTOLI, il capitano CARRET si mostrò preoccupatissimo e disse che era un'azione che poteva finire male e che c'era a quel punto il rischio che anch'io, che ero un suo ottimo informatore, ne fossi travolto.
Aggiunse infatti che nel caso fosse stata effettivamente colpita una così alta personalità dello Stato, le indagini sarebbero state molto approfondite con il rischio, tramite BERTOLI, di mettere allo scoperto l'intera struttura e di venire a sapere tutto quello che era avvenuto anche in passato compresi gli attentati e il progetto di golpe degli anni 1969/1970""".
(DIGILIO, int. 13.4.1997).
Un’azione così ad alto rischio come quella che vedeva coinvolto e utilizzato un personaggio come Gianfranco BERTOLI aveva quindi suscitato notevoli perplessità in un ufficiale prudente come il capitano CARRET, perplessità che erano forse il primo sintomo del distacco che di lì a poco, e comunque entro l’anno successivo, le strutture atlantiche avrebbero maturato dall’ipotesi di concorrere, in Italia come in altri Paesi, a mutare violentemente le strutture istituzionali, con il conseguente abbandono al loro destino delle frange più radicali dell’estrema destra in Italia e in Europa.
La figura di Gianfranco BERTOLI e il suo lungo soggiorno in Israele riportano l’attenzione a due soggetti, Luigi FOA’ e Sergio ALZETTA (nomi certamente in codice), agenti israeliani probabilmente legati al MOSSAD, con i quali Carlo DIGILIO era in contatto a Venezia nell’ambito dello scambio di informazioni fra strutture di intelligence collegate, relative soprattutto alle attività dei gruppi di estrema sinistra di idee spiccatamente anti-israeliane e anti-sioniste presenti all’Università di Venezia (int. DIGILIO, 13.7.1996, f.5; 30.8.1996, f.3; 5.3.1997, f.3; 15.3.1997, f.4).
I due tuttavia non si incontravano solo con DIGILIO nell’ambito delle rispettive attività, ma gravitavano anche intorno all’ambiente di Ordine Nuovo e in particolare al dr. MAGGI, la cui moglie peraltro è di origine ebrea essendo figlia di un’ebrea battezzata.
Vincenzo VINCIGUERRA aveva segnalato di essere stato convocato, all’inizio degli anni ‘70, a casa del dr. MAGGI e di avervi trovato, insieme al padrone di casa, Carlo DIGILIO, cioè ZIO OTTO, e un giovane con i capelli rossi che aveva sottoposto VINCIGUERRA ad una sorta di sondaggio in merito alla sua disponibilità a partecipare a campi di addestramento o attività simili (int. VINCIGUERRA, 16.6.1992, ff.2-3).
Vincenzo VINCIGUERRA, da buon nazional-rivoluzionario "puro", si era notevolmente insospettito ritenendo, non a torto, di essersi trovato di fronte a un esponente di qualche servizio segreto o struttura militare che, data la brevità dell’incontro, non era riuscito a identificare.
Carlo DIGILIO ha spiegato che il giovane con i capelli rossi altri non era che l’israeliano Sergio ALZETTA, interessato a verificare la disponibilità di VINCIGUERRA a partecipare ad attività di addestramento anche in relazione al progettato attentato contro l’on. Rumor, attentato proposto da MAGGI e ZORZI in quel periodo a VINCIGUERRA e da questi sdegnosamente rifiutato (int. DIGILIO, 16.5.1997, ff.1-2).
Sergio ALZETTA del resto, tramite il dr. MAGGI, aveva già fatto partecipare alcuni simpatizzanti di Ordine Nuovo, fra cui Giorgio BOFFELLI, a campi di addestramento in zone isolate del bergamasco (int. DIGILIO a questo Ufficio, 16.5.1997, f.2; al G.I. di Venezia, dr. Mastelloni, 8.2.1997, f.3), mentre Luigi FOA’ aveva organizzato, all’inizio degli anni ‘70, sempre tramite il dr. MAGGI, il viaggio quasi gratuito di parecchi militanti veneti, fra cui Delfo ZORZI, in Libano (in una zona controllata dai cristiano-maroniti), affinchè essi partecipassero a corsi di addestramento in funzione anti-araba e anti-palestinese (int. DIGILIO, 15.3.1997, f.4 a questo Ufficio; al g.i. di Venezia dr. MASTELLONI, 8.2.1997, f.3).
Carlo DIGILIO ha del resto spiegato che nell’ambiente di Ordine Nuovo di Venezia, anche se ciò poteva apparire in contrasto con una ideologia vicina al nazismo, vi era un’area di simpatia strategica con lo Stato di Israele in quanto tale entità era vista come difensore dei valori occidentali in quella Regione, costituendo, insieme agli americani, una barriera contro i movimenti arabi influenzati dal mondo sovietico (int. 5.3.1997, f.4).
Sostenitore di tale linea politica era in particolare l’avv. Giampiero CARLET il quale, alla fine degli anni ‘60, si era impegnato all’interno del M.S.I. e di Ordine Nuovo affinchè fossero avviate iniziative di appoggio in favore dello Stato di Israele (int. DIGILIO, 15.3.1997, f.4; dep. CARLET, 5.2.1996, f.1).
Del resto Vincenzo VINCIGUERRA ha ricordato che anche GUERIN SERAC, creatore dell’AGINTER PRESS e fervente cattolico-tradizionalista, non nascondeva la sua simpatia per Israele e le forze armate israeliane (a fianco delle quali l’Esercito francese, di cui egli era stato ufficiale, aveva operato congiuntamente nel 1956 nel Canale di Suez) e che l’unica discriminante nella lotta per la difesa dei "valori occidentali" doveva essere l’anticomunismo e la volontà di opporvisi attivamente (dep. VINCIGUERRA a personale del R.O.S., 12.1.1995, f.3).
Anche Martino SICILIANO ha confermato che, pur essendo egli rimasto personalmente ostile al mondo ebraico durante la sua militanza, esisteva nell’area di Ordine Nuovo di Mestre/Venezia una corrente filo-israeliana che vedeva tale in Paese un baluardo in Medio-Oriente contro il comunismo e aveva simpatia in particolare per i SABRA, cioè gli ebrei non immigrati ma nati in Israele, visti come combattenti per la propria terra contro la marea araba (int. 30.6.1997, f.2).
Martino SICILIANO ha inoltre confermato che FOA’ e ALZETTA avevano partecipato ad alcune riunioni di Ordine Nuovo in quanto legati soprattutto al dr. MAGGI e che soprattutto ALZETTA dava l’impressione di essere un militare con funzioni di addestramento e di comando (int. citato, f.3).
I due avevano organizzato il viaggio in Israele, già ricordato da Carlo DIGILIO, cui avevano partecipato una ventina di militanti del Veneto e di Roma fra cui Bobo LAGNA e quasi certamente Delfo ZORZI (int. citato, f.3).
E’ molto probabile, quindi, che in tale humus sia maturato il lungo soggiorno in Israele di Gianfranco BERTOLI, ospite di un kibbuz, e il suo "aggancio" per l’operazione contro l’on. Mariano RUMOR dopo il rifiuto opposto da Vincenzo VINCIGUERRA.
40
IL RUOLO DELL’ON. MARIANO RUMOR
E
IL COLLEGAMENTO FRA GLI ATTENTATI DEL 12.12.1969
E LA STRAGE DI VIA FATEBENEFRATELLI
Il racconto di Carlo DIGILIO ha fatto emergere un filo di collegamento, che sinora non era stato individuato, fra gli attentati del 12.12.1969 e la strage del 17.5.1973, filo che passa attraverso la figura e il ruolo dell’on. Mariano RUMOR, Presidente del Consiglio nel dicembre 1969 e vero e diretto obiettivo della bomba "ananas" lanciata da Gianfranco BERTOLI dinanzi alla Questura di Milano.
In merito alla figura dell’on. RUMOR così si è espresso sinteticamente Carlo DIGILIO descrivendo i motivi di astio che l’ambiente di Ordine Nuovo coltivava contro la sua persona:
"""
L'Ufficio chiede a DIGILIO se possa meglio specificare quali fossero le ragioni di astio da parte dell'ambiente di Ordine Nuovo nei confronti dell'on. Mariano RUMOR accennate nell'interrogatorio in data 12.10.1996, f.4, in relazione al progetto di spingere BERTOLI ad attentare contro la vita dello stesso RUMOR.Questo è un argomento molto importante e posso meglio spiegare i motivi di quella che secondo Ordine Nuovo, tramite uno strumento come Gianfranco BERTOLI, doveva essere una vera e propria vendetta e punizione nei confronti dell'on. RUMOR.
Questi era odiato poichè i dirigenti di Ordine Nuovo ritenevano che l'on. RUMOR, Presidente del Consiglio nel dicembre 1969, avesse fatto il "vile" in quanto, venendo meno alle promesse fatte, non aveva attivato un certo meccanismo dopo gli attentati decretando lo "stato di emergenza" e mettendo in moto i militari che avrebbero saputo che sbocco dare alla crisi.
Questa delusione mi fu espressa da SOFFIATI e da MAGGI negli incontri di cui ho già riferito, che avvennero dopo gli attentati del 12 dicembre, e cioè quello con MAGGI pochi giorni dopo la strage e la cena con MAGGI e SOFFIATI che avvenne allo Scalinetto nei giorni di Natale del 1969.
In particolare MAGGI era deluso e disse che di fronte alla reazione dell'opinione pubblica vi era stata una "ritirata" di RUMOR che aveva impedito un'immediata presa di posizione dei militari.
Disse proprio "presa di posizione" e non "presa di potere" nel senso che sarebbe stato un primo intervento che avrebbe dato inizio ad un maggior controllo dei militari sulla vita del Paese senza un vero e proprio colpo di Stato.
Ciò avrebbe permesso comunque l'uscita allo scoperto dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO con funzione di appoggio e di propaganda in favore dei militari.
In seguito il capitano CARRET mi confermò che quello era stato il progetto, ben visto anche dagli americani, e che era fallito per i tentennamenti di alcuni democristiani come RUMOR.
Mi spiegò anche che nei giorni successivi alla strage le navi militari sia italiane sia americane avevano avuto l'ordine di uscire dai porti perchè, in caso di manifestazioni o scontri diffusi, ancorate nei porti potevano essere più facilmente colpite.
Anche con Sergio MINETTO, a casa di Bruno SOFFIATI, vi furono da parte di quest'ultimo commenti simili prima ancora dei colloqui che ebbi con CARRET""".
(DIGILIO, int.21.2.1997, f.1).
Ciò non significa certamente che l’on. Mariano RUMOR fosse organizzatore o mandante di stragi come qualche giornalista, dopo l’audizione di questo giudice dinanzi alla Commissione Parlamentare sulle stragi e il terrorismo, ha titolato, suscitando il comprensibile sdegno di alcuni ex-esponenti della Democrazia Cristiana.
Significa piuttosto che il Presidente del Consiglio dell’epoca e una parte della D.C., ed anche e soprattutto il P.S.D.I., erano visti come il terminale che doveva concretizzare con le sue decisioni i frutti di una strategia politico/eversiva che, partendo da soggetti operativi come MAGGI, ZORZI e FREDA, attraverso mediazioni, probabilmente anche militari, che forse non saranno mai note, era in grado di indirizzare le scelte ai massimi vertici istituzionali.
Il racconto di Carlo DIGILIO non è isolato nel quadro della ricostruzione della strategia politica di Ordine Nuovo, discussa molto probabilmente a livello dei vertici romani dell’organizzazione.
Vincenzo VINCIGUERRA aveva parlato, sin dagli interrogatori resi subito dopo l’assunzione di responsabilità dell’attentato di Peteano e quindi in un’ottica di denunzia delle collusioni della destra apparentemente "rivoluzionaria" con apparati e strategie statali, della sospetta insistenza con cui il dr. MAGGI e Delfo ZORZI, più volte fra il 1971 e il 1972, gli avevano proposto di eliminare l’on. RUMOR, piano per la cui esecuzione era stata scelta la residenza dell’on. RUMOR nei pressi di Vicenza e in ordine alla quale "non vi sarebbero stati problemi con la scorta", prospettandosi così complicità inaccettabili per il "puro" VINCIGUERRA (int. al G.I. di Venezia, 14.8.1984, vol.12, fasc.7, ff.136-138).
Anche Martino SICILIANO aveva appreso da Delfo ZORZI la stessa spiegazione in merito alle ragioni dell’astio contro l’on. RUMOR:
"""
In relazione agli avvenimenti che ci interessavano Delfo ZORZI, all'inizio del 1970, mi parlò della figura dell'on. Mariano RUMOR spiegandomi che da lui l'ambiente di destra si era aspettato che, nella sua qualità di Presidente del Consiglio, subito dopo i fatti del 12.12.1969 portasse avanti la scelta di far proclamare lo Stato di Emergenza.Sempre secondo ZORZI, già prima dei fatti del dicembre vi erano stati contatti fra alti esponenti di Ordine Nuovo a Roma e ambienti istituzionali, soprattutto democristiani, per giungere ad una soluzione di quel tipo in caso di attentati gravi.
Tale soluzione sembrava sicura, ma dopo gli attentati del 12 dicembre l'on. RUMOR aveva disatteso queste nostre aspettative e non si era sentito di portare avanti questa scelta.
Per questo l'on. RUMOR, agli occhi degli alti dirigenti di Ordine Nuovo fra i quali ZORZI mi indicò MAGGI e SIGNORELLI, era visto come un traditore e quindi andava prima o poi punito""".
(SICILIANO, int. 24.6.1997, f.4).
Tale complessiva ricostruzione trova corrispondenza in un documento molto particolare e precisamente un volumetto, riguardante gli attentati del 12.12.1969 e soprattutto quanto sarebbe avvenuto, sul piano politico/istituzionale, dopo gli attentati stessi, quasi sconosciuto anche agli studiosi del settore e mai preso in considerazione ed analizzato durante le precedenti istruttorie.
Si tratta del breve saggio politico-giudiziario "Il Segreto della Repubblica", edito nel 1978 dalle sconosciute Edizioni FLAN e firmato da tale Walter RUBINI.
In realtà Walter RUBINI, come non è stato difficile accertare, è lo pseudonimo di Fulvio BELLINI e il libro è stato praticamente stampato in proprio avendo in precedenza le Edizioni FLAN stampato solo un altro volume scritto dallo stesso autore.
Fulvio BELLINI è un ormai anziano studioso e polemista residente a Milano, militante sino all’immediato dopoguerra del P.C.I. e in seguito, per un periodo, legatosi a Giorgio PISANO’ insieme al quale aveva collaborato a varie pubblicazioni di polemica politico/giudiziaria.
Le informazioni cui ha sovente potuto accedere Fulvio BELLINI non devono essere certamente di seconda mano se egli per primo, nel 1963, ha potuto prospettare (prima con una serie di articoli sul periodico "Il Secolo XX" e poi con un libro, il primo, appunto, pubblicato dalle Edizioni FLAN), con significative argomentazioni sia sul fatto sia sul movente, la morte di Enrico MATTEI, a bordo dell’aereo su cui viaggiava, come atto di sabotaggio attuato, forse, da elementi dell’O.A.S. al servizio di interessi politico-economici stranieri (cfr. atti trasmessi dal P.M. di Pavia, dr. Vincenzo Calia, vol.20, fasc.10, ff.21 e ss. e 43 e ss.).
Chiave di volta della ricostruzione operata nel volume pubblicato nel 1978 (che comunque non contiene, in merito all’esecuzione degli attentati, nulla che non fosse già noto alle indagini) è il compromesso, appunto "Il Segreto della Repubblica", che sarebbe stato raggiunto il 15.12.1969, subito dopo il solenne funerale delle vittime della strage di Piazza Fontana, fra due ampie aree politiche, una autoritaria e quasi filo-golpista e una più cauta e non disponibile a ridurre gli spazi di democrazia, compromesso che comportava che il Presidente del Consiglio, on. Mariano RUMOR, non si adoperasse per la dichiarazione dello stato di emergenza e non decidesse di sciogliere le Camere e che tuttavia in cambio, quale condizione posta dalla componente autoritaria, si desse via libera alla prosecuzione della pista anarchica voluta dal Ministero dell’Interno e si rinunziasse ad approfondire la "pista nera" che il nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma aveva cominciato a battere con successo.
Gli antecedenti sul piano politico e i passaggi di tale situazione di compromesso, esposti nel volume, sono stati sintetizzati dall’Ufficio nella parte introduttiva alla testimonianza cui è stato chiamato Fulvio BELLINI in data 2.4.1997 dinanzi a questo Giudice Istruttore e al Pubblico Ministero:
"""
....l'Ufficio richiama l'attenzione del dr. Bellini sui seguenti passaggi della sua ricostruzione:- scissione del P.S.I. e formazione del P.S.U. nel luglio 1969, presuntivamente appoggiata e finanziata da ambienti americani, e ruolo di tale Partito nei successivi eventi di spinta verso soluzioni autoritarie, noti come "strategia della tensione" conseguenti agli attentati;
- prevista disponibilità, all'interno della medesima strategia (di cui braccio operativo sarebbero stati Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale), del Presidente del Consiglio, on. Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza e a sciogliere le Camere nella prospettiva della formazione di un governo di centro-destra con l'esclusione del P.S.I.;
- fallimento di tale strategia a seguito dei dubbi e dei tentennamenti a mettere in opera tali scelte da parte dell'on. Rumor, in particolare dopo i funerali delle vittime della strage del 12.12.1969, e conseguente venir meno dell'obiettivo politico degli attentati;
- formazione comunque di un accordo a livello dei più alti vertici politici, compreso l'on. Moro allora Ministro degli Esteri, affinchè non fosse sviluppata la pista riguardante l'Aginter Press e Avanguardia Nazionale, delineata nell'appunto del S.I.D. del 16.12.1969 e inizialmente sviluppata da alcune indagini del Nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma (in particolare nei confronti di Delle Chiaie) e di conseguenza avesse sviluppo a livello di indagine di p.g. solo la c.d. pista rossa o anarchica avviata in particolare dal Ministero dell'Interno""".
La testimonianza di Fulvio BELLINI si è sviluppata, nei suoi passaggi più importanti, nel modo che segue:
"""
....posso innanzitutto confermare che la parte centrale e significativa del volume stesso è la ricostruzione di quanto avvenne a livello politico nel periodo immediatamente precedente e successivo agli attentati del 12 dicembre 1969 e di come le indagini presero in sostanza l'indirizzo che era più consono alle scelte politiche prevalenti in quei momenti.Faccio ancora presente che pur avendo scritto il libro tra l'inverno 1977 e la primavera 1978, tanto che era praticamente già scritto quando fu rapito l'on. Moro, avevo già raccolto le informazioni utili sulla parte centrale dello stesso sin dall'inizio del 1970.
Quando avvennero gli attentati, a livello di intuizione politico-storica e pur senza avere inizialmente alcun dato diretto, mi ero subito formato la convinzione che VALPREDA fosse un capro espiatorio e che gli anarchici fossero vittime di un meccanismo ben più grande e articolato.
Dico questo non per scelta politica, ma perchè proprio sul piano storico e di ricerca avevo compreso che alle spalle di questi attentati doveva esserci un piano finalizzato a cambiare gli equilibri politici del momento.
La mia fonte su quello che avvenne negli ambienti politici dopo gli attentati che ho riportato nei capitolo VI e VII del libro fu, a partire dal gennaio 1970, un conoscente inglese che frequentava gli ambienti giornalistici e diceva di essere il corrispondente in Italia dell'Agenzia Reuter e che conobbi al Circolo della Stampa, abituale punto di ritrovo di giornalisti, esponenti politici e personaggi vari.
Sono tuttavia certo che, così come altri soggetti che si qualificavano come giornalisti, egli in realtà fosse un agente dell'Intelligence Service inglese.
Questo signore aveva all'epoca circa 50 anni ed aveva un aspetto tipicamente inglese e non si è mai presentato con nome e cognome, cosa che del resto io non gli ho mai chiesto e che non è mia abitudine fare.
Ho continuato a vederlo normalmente fino al 1975/1976 mentre in seguito gli incontri si sono un po' rarefatti quantomeno fino al 1987.
Ripeto che la mia esperienza sin dai tempi della guerra, sia con agenti dell'O.S.S. paracadutati in Italia sia con agenti inglesi mi faceva ben comprendere con quale tipo di persona stessi parlando.
Anche per la mia simpatia nei confronti di questi ultimi, cioè gli inglesi, dopo la guerra rifiutai la Bronze Star americana.
Io e l'inglese parlammo per la prima volta credo all'inizio del gennaio 1970, comunque poche settimane dopo i fatti.
Egli mi fornì in sostanza tutte le informazioni che io ho riportato nei due capitoli centrali del libro e cioè che vi era stato un grosso scontro istituzionale in sostanza fra l'area che aveva fatto capo a Saragat, definibile come Partito americano, e l'area che aveva fatto capo a Moro, scontro che aveva avuto il suo epilogo qualche giorno prima di Natale.
In sostanza aveva vinto questa seconda linea che aveva dalla sua parte la possibilità di mettere sul tavolo i primi risultati delle indagini delegate dal Ministro della Difesa GUI, molto vicino a Moro, al controspionaggio militare e ai Carabinieri e che stavano portando alla evidenziazione della responsabilità di gruppi di estrema destra.
Per questa ragione non era stato decretato lo stato di emergenza e non erano state sciolte le Camere, come soprattutto i settori del rinato P.S.U. volevano, anche se l'accordo si era comunque concluso lasciando da parte i risultati delle prime indagini sulla destra e lasciando così che si sviluppasse la c.d. pista rossa.
Sempre il giornalista inglese mi disse che l'on. Rumor, che inizialmente faceva parte dell'area del Partito americano, fortemente colpito dalla grande mobilitazione popolare che vi era stata per i funerali delle vittime del 12 dicembre 1969, era stato colto da dubbi e si era alleato con l'on. Moro non consentendo così che avvenisse una svolta autoritaria e soprattutto non consentendo che fossero sciolte le Camere.
L'inglese mi mostrò anche una copia dell'articolo dell'Observer del 14.12.1969 che ho citato all'inizio del capitolo VI e che indicava già a grandi linee questo tipo di strategia.
Io non conoscevo questo articolo poichè non leggevo l'Observer, ma comunque mi resi conto che già dal 14 dicembre quel giornale aveva compreso e sintetizzato la dinamica degli avvenimenti che l'inglese mi aveva ricostruito.
Con riferimento a questo articolo, l'inglese mi disse che in realtà non era un semplice commento giornalistico, ma una sorta di presa di posizione ufficiale ben comprensibile negli ambienti politico-diplomatici, che intendeva disapprovare la possibile destabilizzazione del nostro Paese a seguito di un eventuale scioglimento delle Camere.
Ciò era stato ben compreso ed era per queste ragioni che Saragat, stizzito, aveva indotto il Governo ad una protesta diplomatica.
Comunque da tale messaggio del giornale inglese, l'ala facente capo a Moro e a una forte parte della D.C. aveva capito che non era isolata.
Io, ovviamente, sino a quel momento non sapevo nulla del fatto che fosse stata iniziata, anche se subito interrotta, un'indagine da parte del controspionaggio militare che aveva intrapreso una strada ben diversa da quella che portava agli anarchici del gruppo Valpreda.
Nel corso di questo o di un secondo incontro, l'inglese mi fece vedere dei suoi appunti, di cui presi nota, che riguardavano proprio gli avvenimenti e soprattutto le indagini successivi al 12 dicembre così come li ho riportati nel libro.
Ricordo che l'inglese mi citò il fatto dell'immediato ritorno di Moro da Bruxelles e il fatto che subito GUI lo informò dei primi esiti delle indagini del servizio informazioni militare sviluppatesi poi con gli interrogatori di DELLE CHIAIE da parte dei Carabinieri.
Io misi da parte gli appunti che avevo potuto ricavare dai colloqui con l'inglese e iniziai a svilupparli, sino a scrivere il libro, solo nel momento in cui, intorno al 1973, le indagini sulla pista nera condotte prima a Treviso e poi a Milano e l'evidenziazione del ruolo di personaggi come GIANNETTINI mi diedero la certezza che si era trattato di informazioni esatte e di prima mano.
Le notizie politiche che l'inglese mi ha fornito si sono sempre rivelate esatte anticipando sovente lo sviluppo di grossi avvenimenti politici nel nostro Paese e risultando certo qualcosa di ben diverso dalla normale attività giornalistica.
Io non gli ho mai chiesto, dopo l'inizio della nostra conoscenza in cui mi disse che era della Reuter, per chi effettivamente lavorasse""".
(dep. Fulvio BELLINI, 2.4.1997).
In sostanza Fulvio BELLINI, anche nella sua testimonianza, ha confermato che sarebbero stati i dubbi e poi il cambiamento di campo dell’on. Mariano RUMOR nel dicembre 1969 a determinare il fallimento della strategia politico-istituzionale, gradita agli americani e alle aree politiche italiane ad essi vicine, che sarebbe stato l’obiettivo della campagna di attentati.
Fulvio BELLINI avrebbe ricevuto tali informazioni, sin dall’inizio del 1970, da un giornalista inglese, in realtà corrispondente dei servizi informativi di tale Paese, di cui si è ben guardato di consentire l’identificazione, anche se il rapporto con lo stesso sarebbe durato, e proficuamente, per molti anni.
Tale linea di acquisizione di notizie sembra verosimile tenendo presente, ad esempio, che nei giorni immediatamente successivi al 12 dicembre 1969 la stampa britannica più autorevole (dal TIMES all’OBSERVER) e portatrice del punto di vista del Governo non aveva avuto dubbi nell’indicare come "nera" la matrice della strage e nel ritenerla connessa ad un progetto di svolta autoritaria, mostrando di disporre di informazioni non di seconda mano (cfr. perizia del dr. Aldo Giannuli, f.142).
Sembra però difficile che le informazioni raccolte da Fulvio BELLINI si limitino a quelle raccolte nel 1970 dall’agente inglese e non siano state arricchite, in seguito, da altri dati di conferma anche in considerazione del fatto che il volume è stato scritto solo molti anni dopo, secondo l’autore fra l’inverno 1977 e la primavera 1978, e comunque pubblicato alla fine del 1978.
Non sembra un caso che nella nota aggiunta alla prefazione (pag.9), scritta certamente quando il testo era già stato scritto, Fulvio BELLINI sottolinei che la pubblicazione del c.d. memoriale Moro (quello rinvenuto in Via Montenevoso, a Milano, il 1°.10.1978) evidenzi "una impressionante analogia fra gli argomenti toccati dallo scomparso statista e quelli trattati nel "Segreto della Repubblica".
A questo punto, tenendo presente che secondo il volume, scritto nel periodo corrispondente al rapimento dello statista, l’on. Aldo MORO (all’epoca Ministro degli Esteri) sarebbe stato uno dei principali artefici del "compromesso" del dicembre 1969 che aveva comunque arginato la linea oltranzista appoggiata dai filo-americani del P.S.D.I., compromesso che era stato possibile grazie al mutamento di campo dell’on. RUMOR (pagg.85-87), è possibile azzardare un’ipotesi.
Non è infatti escluso che Fulvio BELLINI, grazie ai poliedrici contatti di cui godeva sia a destra sia a sinistra (egli, nella testimonianza, si è in sostanza qualificato come un comunista amico dei fascisti e viceversa, mostrando stima nei confronti di entrambi i "rivoluzionari" Mussolini e Lenin), abbia potuto ricevere confidenze o anticipazioni in merito ai temi e alle linee di interpretazione toccate dall’on. MORO durante la sua prigionia, e in particolare quelle relative alla strage di Piazza Fontana e alla strategia della tensione, ricevendo da ciò conferma dei primi elementi raccolti nel 1970.
L’esame del "memoriale MORO" e in particolare del secondo testo rinvenuto nel 1990 in Via Montenevoso in una intercapedine (ammesso che anche tale testo sia completo) sembra avvalorare tale prospettazione e anche la ricostruzione di collaboratori di giustizia secondo cui la strage di Via Fatebenefratelli non sarebbe stato un episodio secondario e l’obiettivo sarebbe stato direttamente l’on. Mariano RUMOR, e non genericamente le personalità presenti, da punire per il "tradimento" del dicembre 1969.
Infatti nella parte del "memoriale MORO" dedicata alle riflessioni del "prigioniero" sulla strage di Piazza Fontana (si veda un estratto, vol.20, fasc.10, ff.14 e ss.), oltre ad accennare a "responsabilità che si collocano fuori dall’Italia" e al fatto che nella strategia della tensione doveva presumersi che "Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati ad un certo indirizzo si fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi di informazione" (evidente richiamo, questo, agli Stati Uniti d’America e ai Paesi del Patto Atlantico), vi è una serie di riferimenti, ben 4 in poche pagine, all’on. RUMOR.
Leggendo con attenzione il testo si può notare che tutti i riferimenti all’on. RUMOR contengono, dopo la citazione del nome dell’esponente democristiano, un insistente riferimento al fatto che "egli stesso" sarebbe stato "destinatario dell’attentato BERTOLI" (o oggetto di attacco del BERTOLI o di un attentato, e così via), riferimenti pleonastici dopo la prima citazione, tenendo presente il fatto che l’avvenimento di Via Fatebenefratelli era ampiamente noto.
Perchè, allora, citare 4 volte l’attentato di Gianfranco BERTOLI (strage, per così dire, "minore" rispetto ad altre) nei passi relativi alla strage di Piazza Fontana e al ruolo dell’on. RUMOR?
Si ha la sensazione che l’on. MORO, in parte in ragione del suo stile e in parte della situazione di prigionia in cui si trovava, abbia voluto inviare un messaggio criptico che comunque imponeva lo stesso collegamento fra i due episodi, quello del 1969 e quello del 1973, emerso nella presente istruttoria.
In uno dei passaggi, l’on. RUMOR è anche definito "uomo intelligente ma incostante e di scarsa attitudine realizzativa", definizione che sembra richiamare il comportamento incerto di RUMOR sino all’ultimo momento di quel dicembre 1969 messo in luce tanto dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia quanto dal saggio polemico di Fulvio BELLINI.
Se a ciò si aggiunge il riferimento inequivoco contenuto nel memoriale (in un altro passo, oltre a quelli citati, si legge: "...la presenza straniera, a mio avviso, c’era"), l’insieme delle risultanze della presente istruttoria ne risulta notevolmente rafforzata e, in prospettiva, la strada dell’approfondimento di tali collegamenti (e in primo luogo delle "fonti" di Fulvio BELLINI) potrebbe ancora essere utilmente percorsa.
41
LE INTERSEZIONI DELLA STRUTTURA DI ORDINE NUOVO
CON GLI APPARATI MILITARI
INTERESSATI ALLA GUERRA NON ORTODOSSA
IL RUOLO DEL GENERALE
ADRIANO GIULIO CESARE MAGI BRASCHI
Al fine di mettere a fuoco in via conclusiva le intersezioni tra la strategia degli attentati e delle stragi e le strutture finalizzate a mutamenti illegali del quadro istituzionale nell’Italia degli anni ‘60/’70, appare necessario, terminata la fase espositiva delle più dirette emergenze processuali relative ai vari episodi criminosi, esaminare le intersezioni fra la struttura occulta di Ordine Nuovo e gli apparati militari attivi in quel periodo nel campo della guerra non ortodossa e della guerra psicologica contro il pericolo sovversivo.
Infatti, a dispetto dei proclami di guerra nazional/rivoluzionaria presenti nei testi di Ordine Nuovo e nelle prese di posizione dei suoi principali esponenti, che avrebbero comportato, come ha sempre sottolineato Vincenzo VINCIGUERRA, un coerente rifiuto dei due blocchi militari (quello comunista, ovviamente, e quello nato anche dall’ "occupazione" del nostro Paese da parte delle forze anglo/americane) e un rifiuto del mondo conservatore e borghese secondo gli ideali più puri dei combattenti della R.S.I., sembra ormai certo che l’organizzazione di RAUTI, MACERATINI, MAGGI e SIGNORELLI, solo per citare gli ideologi più noti, non abbia affatto disdegnato il contatto e l’alleanza con gli apparati istituzionali e con il mondo militare ufficiale, attestato su posizioni di difesa ad oltranza della scelta di campo atlantica e contrario a qualsiasi forma di "scivolamento", anche timido, del Paese a sinistra.
Figura centrale di tale intersezione, oltre all’intera vicenda dell’arruolamento degli ordinovisti nei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO già trattata nella prima sentenza/ordinanza, è quella di un generale, sconosciuto all’opinione pubblica e ai mass-media, e cioè il generale Adriano Giulio Cesare MAGI BRASCHI, uno dei massimi esperti e propagandisti, per oltre 40 anni, delle tecniche della guerra non ortodossa.
La figura del generale MAGI BRASCHI è emersa per la prima volta da alcuni interrogatori di Ettore MALCANGI, l’esponente della destra milanese latitante per lungo tempo a Villa d’Adda con Carlo DIGILIO, decisosi, con la sua testimonianza e nei limiti delle sue conoscenze, a far chiarezza su alcuni aspetti equivoci dell’ambiente politico in cui aveva a lungo militato.
Ettore MALCANGI ha riferito che Carlo DIGILIO, durante il periodo della comune latitanza, gli aveva confidato di aver avuto rapporti con ambienti della C.I.A. e che aveva conosciuto un importante generale, in qualche modo legato alla N.A.T.O. di Verona, il cui cognome, secondo il ricordo di MALCANGI, era FRASCA o BRASCA o BRASCHI (int. MALCANGI, 2.10.1995, f.3, e annotazione del R.O.S. sulle strutture di intelligence, 8.5.1996, vol.23, fasc.9, f.115).
Con questo generale, Carlo DIGILIO aveva partecipato ad una riunione che si era svolta intorno al 1973, probabilmente al Centro CARLOMAGNO di Verona, cui erano presenti esponenti di tutte le componenti dell’area di destra e di estrema destra: il dr. MAGGI per Ordine Nuovo, Giuliano BOVOLATO per le S.A.M. di Milano, Carlo FUMAGALLI per il M.A.R. e il colonnello SPIAZZI per i NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO.
Tale riunione serviva per mettere a punto una strategia comune di mutamento istituzionale (int. citato, f.4, e int. 17.10.1995, ff.2-3).
La figura di tale generale è comparsa poco dopo nelle deposizioni di Roberto CAVALLARO, uomo di fiducia del colonnello SPIAZZI negli anni ‘70 e principale testimone nell’inchiesta sulla ROSA DEI VENTI, rese a personale del R.O.S. in data 23.1.1996 e 26.2.1996.
Roberto CAVALLARO aveva sentito parlare del generale BRASCHI dal colonnello SPIAZZI e da altri militari aderenti alla ROSA DEI VENTI.
Si trattava di un alto ufficiale dell’Esercito Italiano legato, fra l’altro, ad esponenti dell’O.A.S. come Jacques SOUSTELLE e soprannominato "FORTEBRACCIO", con un richiamo significativo al famoso capitano di ventura, o "FORTE BRASCHI", con un richiamo alla località, appunto Forte Braschi a Roma, ove hanno sempre avuto sede i servizi di sicurezza militari (dep. CAVALLARO, 23.1.1996, ff.1-2).
Del generale BRASCHI parlavano anche l’ing. PIAGGIO e l’avv. DE MARCHI, e cioè i finanziatori liguri del movimento golpista coinvolti nell’indagine sulla ROSA DEI VENTI (dep. citata, f.2).
Ma soprattutto Roberto CAVALLARO aveva avuto anche un contatto personale con MAGI BRASCHI ed è stato quindi in grado di riconoscere il generale in fotografia (dep. 16.2.1996, f.2).
Roberto CAVALLARO ha infatti rivelato una circostanza che non aveva mai rivelato prima e cioè che alla ristrettissima riunione tenuta in una villa del vicentino nella disponibilità del finanziere Michele SINDONA (riunione di cui CAVALLARO aveva parlato in un memoriale consegnato nel 1976 al G.I. di Padova, dr. Tamburrino) era presente, oltre a SINDONA, all’on. Giulio ANDREOTTI, a tre alti ufficiali della Marina e dell’Aeronautica (persone già citate nel memoriale) e allo stesso CAVALLARO, anche il generale BRASCHI all’epoca colonnello.
Anche tale riunione serviva per mettere a punto un piano di mutamento istituzionale e CAVALLARO ricordava che il colonnello BRASCHI non condivideva affatto l’apporto finanziario dato al piano da Michele SINDONA in quanto, ad avviso dell’ufficiale, il finanziere intendeva utilizzare tale causa politica per i suoi interessi personali, commerciali e finanziari (dep. 16.2.1996, f.2).
Il colonnello BRASCHI intendeva invece salvaguardare la centralità politica di quanto si stava preparando (dep. citata, f.2).
Martino SICILIANO è stato dal canto suo in grado di ricollegare direttamente il generale MAGI BRASCHI al gruppo veneto di Ordine Nuovo.
Egli, infatti, aveva sentito parlare da MAGGI, MOLIN e ZORZI di un alto ufficiale soprannominato appunto FORTE BRASCHI, che costoro contattavano a Roma e da cui andavano regolarmente in un periodo collocabile fra il 1966 e il 1968 (int. 11.5.1996, ff.1-2).
Molto probabilmente il primo elemento di contatto con il generale MAGI BRASCHI era stato Paolo MOLIN il quale poco prima, e cioè nel maggio 1965, aveva partecipato , a Roma, al Convegno dell’ISTITUTO POLLIO sulla guerra controrivoluzionaria (int. SICILIANO, citato, f.2), convegno cui il generale MAGI BRASCHI era stato presente con una relazione, ed infatti MOLIN aveva successivamente diffuso a Venezia diverse copie del volume "La Guerra Rivoluzionaria" che raccoglieva gli atti e gli interventi di tale convegno (int. citato, f.2).
Il generale MAGI BRASCHI è stato identificato nell’omonimo ufficiale dell’Esercito (deceduto recentemente, il 22.5.1995) a lungo distaccato presso il SIFAR, impiegato nel SIOS ESERCITO, oggetto di molte benemerenze fra cui la Croce di Ferro tedesca, che aveva legato la sua brillante carriera alla specializzazione nello studio della guerra psicologica e non ortodossa, tanto da diventare, all’inizio degli anni ‘60, responsabile del "NUCLEO GUERRA NON ORTODOSSA" del SIFAR (cfr. annotazione del R.O.S. in data 8.5.1996, vol.23, fasc.9, ff.116-117).
Il generale Adriano MAGI BRASCHI aveva tenuto una relazione al Convegno dell’Istituto Pollio, peraltro sotto le mentite spoglie di un avvocato e professore universitario al fine di non far emergere in modo troppo diretto l’intervento e l’interesse dei più alti gradi militari per la strategia delineata nel Convegno stesso.
Sempre in relazione al ricco curriculum militare del generale MAGI BRASCHI, da un altro documento, fornito dal S.I.S.Mi. e contenuto nel fascicolo personale dell’ufficiale, risulta che il 23.7.1963 la Direzione del SIFAR aveva rappresentato allo Stato Maggiore dell’Esercito l’impossibilità di privarsi in breve tempo dell’ufficiale, al fine di fargli completare il periodo di comando nell’Esercito, in ragione del contributo che stava dando al Servizio con la sua "provata specializzazione e capacità nel campo della guerra non ortodossa" e soprattutto in relazione alla ".....Cooperazione Interalleata in questo particolare ramo...." che stava acquisendo sempre maggiore importanza ed ingresso (cfr. annotazione del R.O.S. 26.6.1997, vol.23, fasc.9-bis, f.21).
Tale accenno richiama il probabile inserimento ad alto livello in ambito N.A.T.O. del generale MAGI BRASCHI, ricordato da Ettore MALCANGI.
Carlo DIGILIO ha avuto molte titubanze prima di parlare della figura del generale MAGI BRASCHI e dei suoi contatti con il dr. MAGGI, esitazioni che testimoniano indirettamente la caratura dell’ufficiale.
Solo a partire dalla primavera del 1996 DIGILIO si è risolto a fornire via via i decisivi elementi di comprensione di cui, tuttavia, non si può non sottolineare la probabile incompletezza e la necessità che nelle fasi ulteriori del procedimento tali aspetti siano ancora approfonditi.
In sintesi Carlo DIGILIO ha riferito che:
- Il generale MAGI BRASCHI era considerato nell’ambiente di Ordine Nuovo un ufficiale di grande prestigio, era in contatto con il dr. MAGGI e con gli ordinovisti veronesi che lo ritenevano l’elemento essenziale di collegamento con l’ambiente militare nella prospettiva del colpo di Stato (int. 24.2.1996, ff.3-4).
Secondo il dr. MAGGI, il generale MAGI BRASCHI era l’ufficiale che, al momento necessario, doveva coordinare l’appoggio dei civili ai militari, un vero e proprio deus ex machina che avrebbe avuto l’ultima parola al momento dell’intervento dei militari (int.12.6.1996, ff.1-2).
- Era soprannominato FORTEBRACCIO (int.12.6.1996, f.1) e Carlo DIGILIO lo aveva conosciuto personalmente in occasione di un incontro a Verona, in un locale pubblico, finalizzato a rinsaldare il raccordo fra civili e militari (int.5.5.1996, f.6).
A tale incontro erano presenti il dr. MAGGI, Marcello SOFFIATI e Giulio MALPEZZI, ordinovista di Bolzano.
Dopo l’incontro, il generale MAGI BRASCHI si era avviato a piedi verso il Comando FTASE di Verona, struttura cui probabilmente faceva riferimento (int.5.5.1996, f.6).
Il generale aveva partecipato ad altre riunioni a Verona, presso il Centro CARLOMAGNO, e a Rovigo, presente Marcello SOFFIATI il quale, in tali occasioni, rappresentava anche Sergio MINETTO quando questi non poteva essere presente (int.15.5.1996, f.2).
- Il dr. MAGGI e Paolo MOLIN avevano partecipato al Convegno dell’Istituto Pollio in cui il generale MAGI BRASCHI era stato relatore e da tale convegno era originata la strategia che aveva portato alla formazione dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO in cui erano inseriti molti ordinovisti (int.12.6.1996, f.2; 19.12.1997, f.3).
- Carlo DIGILIO ha infine riconosciuto il generale MAGI BRASCHI in una fotografia acquisita dall’Ufficio durante la perquisizione effettuata nell’abitazione di quest’ultimo (int.12.6.1996, f.2).
In data 23.5.1996, infatti, è stata operata una perquisizione su disposizione di questo Ufficio nella villa di Bracciano ove tuttora vive la vedova del generale, Signora Emilia Caleca (cfr. vol.23, fasc.2, ff.3 e ss.).
Nella biblioteca del generale era ancora presente un’amplissima documentazione in tema di contro-insorgenza e guerra non ortodossa di provenienza sia italiana sia statunitense o di altri Paesi occidentali nonchè carteggi e corrispondenza con la W.A.C.L. (la Lega Anticomunista Mondiale) della cui sezione italiana il generale MAGI BRASCHI era divenuto dirigente all’inizio degli anni ‘80 succedendo a Edgardo BELTRAMETTI (cfr. nota del R.O.S. in data 22.5.1996, vol.23, fasc.2, f.34).
Tale documentazione è stata sottoposta al perito dr. Aldo Giannuli per una integrazione della perizia principale specificamente finalizzata ad analizzare il ruolo svolto dall’Ufficiale all’interno delle strutture italiane di guerra non ortodossa.
La relazione integrativa è stata depositata in data 12.9.1997 (cfr. vol.22, fasc.1) e dalla ricca analisi effettuata dal perito risulta confermato che il generale MAGI BRASCHI era il miglior specialista dell’Esercito Italiano in tema di contro-insorgenza e l’Ufficiale, cui era affidata in materia, tramite la partecipazione a corsi e convegni, una sorta di delega alla rappresentanza esterna e quasi alla "propaganda" dell’argomento, ruolo questo che ben entra in sintonia con quanto riferito da Carlo DIGILIO e dagli altri testimoni (cfr. relazione del dr. Giannuli, pagg.52-53).
Dall’analisi della documentazione presente nell’archivio del generale MAGI BRASCHI risulta anche che questi era stato personalmente l’autore, nel 1963/1964, dei due manualetti del SIFAR sulla guerra non ortodossa intitolati "La Parata" e "La Risposta" (cfr. relazione citata, pagg.33-34) e soprattutto che la sua partecipazione al Convegno dell’Istituto POLLIO del maggio 1965 non era stata un’iniziativa "privata" dell’Ufficiale, ma egli vi aveva presenziato per esplicito incarico del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale ALOJA, cosicchè può affermarsi che le nostre più alte strutture militari avevano partecipato direttamente all’organizzazione del Convegno cui erano presenti coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione (cfr. relazione citata, pagg.39-40).
In un appunto rinvenuto nella villa del generale MAGI BRASCHI, datato 6.5.1965 e cioè il giorno successivo alla conclusione del Convegno, l’Ufficiale relaziona al Capo di Stato Maggiore, con toni esultanti, sullo svolgimento dei lavori sottolineando che "come disposto da V.E., nei giorni 3/4/5 maggio sono intervenuto al Convegno" i cui lavori hanno posto l’accento "sulla necessità di un’azione che fronteggi efficacemente nel nostro Paese gli sviluppi della guerra rivoluzionaria, sull’opportunità di una stretta collaborazione fra civili e militari" (cfr. relazione citata. pag.39).
Meritano, allora, di essere richiamati i passi salienti della relazione tenuta dal generale MAGI BRASCHI nella giornata conclusiva del Convegno, in cui egli esprime senza mezzi termini quali siano le esigenze imposte dalle nuove forme di lotta contro il pericolo della "guerra rivoluzionaria" comunista che stava serpeggiando silenziosamente nel Paese e penetrando nei nuclei vitali della società:
"""
....Determinante è l’azione militare, lo si sa, l’han detto tutti.E’ l’azione militare.
Ma non è soltanto dei militari. E’ stato detto da BELTRAMETTI.
La guerra non è più soltanto militare.
E’ "anche" militare, in ultima analisi; ma è economica, è sociale, è religiosa, è ideologica.
Se la prima guerra mondiale vide gli Stati Maggiori combinati, cioè dalla prima guerra mondiale si ricavò la necessità di avere Comandi composti dalle tre Armi, vale a dire gli Stati Maggiori che ragionassero in funzione tridimensionale; se dalla seconda guerra mondiale sono usciti gli Stati Maggiori integrati, cioè gli Stati Maggiori che comprendono personale di più nazioni: questa guerra vuole gli Stati Maggiori allargati, gli Stati Maggiori che comprendano civili e militari contemporaneamente""".
Le parole del generale MAGI BRASCHI sulla necessità di affrontare e sconfiggere il nemico costituendo "Stati Maggiori allargati" sembrano preannunziare direttamente la formazione dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO.
Ma soprattutto, per quanto concerne i profili di responsabilità dei soggetti coinvolti in questa istruttoria e nelle indagini collegate e l’interpretazione dei loro comportamenti, gli stretti rapporti fra il dr. Carlo Maria MAGGI e un personaggio del livello del generale MAGI BRASCHI consentono di affermare che la struttura occulta di Ordine Nuovo non era l’espressione di quattro fanatici eversori, ma che, almeno tendenzialmente, tale struttura avesse dei sicuri punti di riferimento militari e istituzionali in grado, al momento giusto, di sfruttare gli effetti di paura e disorientamento che gli attentati dovevano suscitare.
P A R T E Q U I N T A
LA STRUTTURA DI SICUREZZA E INFORMATIVA DI VERONA
E I SUOI RAPPORTI CON ORDINE NUOVO
42
LA STRUTTURA INFORMATIVA AMERICANA
NEL RACCONTO DI CARLO DIGILIO
LE PRIME DICHIARAZIONI
La maggiore novità di questa istruttoria è certamente il fatto che per la prima volta in un ambito strettamente processuale e con elementi di prova via via più solidi è emerso, all’interno degli avvenimenti noti come strategia della tensione, il quadro quasi intero di una rete informativa statunitense, un’ipotesi che in passato era confinata solo a qualche frammento processuale che non era stato possibile sviluppare per mancanza di testimoni diretti o era stata espressione di ricostruzioni politiche, soprattutto della c.d. controinformazione, che si basavano su deduzioni e analisi politico/internazionali più che su dati di fatto.
Gli elementi raccolti, comprese le dichiarazioni dei testimoni di supporto e i riscontri documentali trovati presso i Comandi dei Carabinieri o della Guardia di Finanza o forniti dal S.I.S.Mi., sono stati esposti in modo analitico e ragionato in due ampie annotazioni approntate dal Reparto Eversione del R.O.S. Carabinieri e dedicate appunto al coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella "strategia della tensione" (cfr. annotazioni in data 8.5.1996 e 26.6.1997, vol.23, fasc.9 e 9-bis).
A tali annotazioni (inviate anche alla Commissione Parlamentare sulle stragi per il loro eventuale utilizzo nella redazione della relazione finale) può quindi farsi riferimento per l’illustrazione di tutti gli elementi di riscontro che, per la loro ampiezza, appesantirebbero eccessivamente il presente provvedimento.
In questa sede saranno illustrati solo i personaggi e gli elementi essenziali, tenendo presente che il venire alla luce di tale struttura informativa non costituisce una semplice ricerca storica, ma, per le circostanze narrate da Carlo DIGILIO, un risultato processuale importante e di diretto utilizzo in quanto i componenti di tale rete hanno svolto un’attività non solo di osservazione, ma anche di consulenza tecnica, e quindi propulsiva, in quasi tutti gli attentati dal 1969 in poi, dagli attentati ai treni all’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano, sino agli eventi più gravi e cioè la strage di Piazza Fontana, la strage dinanzi alla Questura di Milano e verosimilmente la strage di Piazza della Loggia a Brescia.
La struttura di cui faceva parte Carlo DIGILIO, certamente operante sin dal primo dopoguerra, faceva capo alla Base FTASE di Verona (sita in Via Roma, nel centro della città) con diramazioni in tutto il Triveneto.
Tale struttura era probabilmente un servizio di sicurezza prettamente militare (con sede, appunto, nelle Basi e non nelle Ambasciate), probabile prosecuzione e sviluppo del C.I.C. (Counter Intelligence Corp) dell’Esercito Americano, operante in Italia già durante la risalita lungo la Penisola delle forze anglo-americane e incaricato in tale frangente soprattutto di individuare e neutralizzare gli agenti nemici attivi nelle zone già liberate dagli Alleati.
L’organizzazione delineata da Carlo DIGILIO, tralasciando i personaggi di minore interesse, si compone come segue:
- lo stesso Carlo DIGILIO, con il ruolo di agente informatore che aveva ereditato dal padre, Michelangelo DIGILIO, ufficiale della Guardia di Finanza;
- Marcello SOFFIATI, agente operativo che aveva ereditato i contatti con gli americani dal padre, Bruno SOFFIATI, "recuperato" nel dopoguerra dopo aver fatto parte, a Verona, di una rete informativa vicina alla GESTAPO tedesca;
- Sergio MINETTO, superiore di Carlo DIGILIO nel settore informativo;
- Giovanni BANDOLI, superiore di Marcello SOFFIATI nel settore operativo;
- il prof. Lino FRANCO, fiduciario a Vittorio Veneto dove disponeva anche di una sua rete, il gruppo SIGFRIED, formato da ex-repubblichini;
- il prof. Pietro GUNNELLA di Verona, elemento di collegamento con il colonnello Amos SPIAZZI e quindi con l’area dei Nuclei di Difesa dello Stato;
- il capitano Teddy RICHARDS e il capitano David CARRET, ufficiale americani superiori, in tempi diversi, di MINETTO e di BANDOLI;
- Robert Edward JONES e John Louis HALL, operanti a Trieste e in passato in contatto con Giovanni BANDOLI;
- Benito ROSSI, fiduciario informativo di Sergio MINETTO per il Trentino-Alto Adige;
- Joseph LUONGO e Leo Joseph PAGNOTTA, già in forza al C.I.C., operanti sin dal primo dopoguerra come reclutatori dell’intera rete informativa e, fra l’altro, di ex ufficiali nazisti come il maggiore Karl HASS, condannato per la strage delle Fosse Ardeatine.
Altri soggetti risultano essere comparsi solo occasionalmente sulla scena di Verona, come il colonnello Frederik TEPASKY, di stanza nella ex Germania Federale e presente, di tanto in tanto, nella zona veronese con funzione di supervisore della struttura (int. DIGILIO, 31.1.1996, f.3, e anche dep. CAVALLARO al R.O.S., 16.2.1996, f.1).
Anche in merito ai componenti e al funzionamento della struttura americana, le dichiarazioni di Carlo DIGILIO presentano quel carattere di frammentarietà e progressività tipica della scelta del collaboratore che non ha ritenuto, sino ad un certo punto dell’istruttoria, che sussistessero le condizioni per rivelare circostanze così gravi e uniche nel panorama dell’eversione.
L’unica possibilità di illustrare le sue dichiarazioni consiste quindi nel riportarne i passi salienti in successione cronologica, lasciando ai capitoli successivi i riscontri relativi ai singoli personaggi e alla singole circostanze.
Inizialmente, Carlo DIGILIO ha rivelato il ruolo di agente della struttura limitatamente a Marcello SOFFIATI, spiegando che questi dipendeva dal Comando FTASE ed era incaricato di tenere i rapporti con gli ustascia croati, anche recandosi presso la loro base di Valencia, in Spagna, e di acquisire notizie sugli esuli cileni in Italia e in genere sulle formazioni di estrema sinistra (int.30.10.1993 e 29.1.1994, f.1).
Solo successivamente Carlo DIGILIO ha ammesso di avere lavorato anche lui per la struttura atlantica (il Comando FTASE di Verona è il Comando delle Forze della N.A.T.O. per tutto il Sud-Europa) e di essere stato inviato, tramite il prof. Lino FRANCO di Vittorio Veneto, un ex-repubblichino e fiduciario della struttura, a controllare per la prima volta l’arsenale di armi ed esplosivi che VENTURA e ZORZI detenevano presso il casolare di Paese, riferendo poi al suo superiore gli esiti della missione (int. 19.2.1994, ff.2-4, e 5.3.1994, ff.1-2).
Carlo DIGILIO ha così spiegato le ragioni per cui, ereditato il compito dal padre Michelangelo, deceduto nel 1966, aveva iniziato a divenire a sua volta un informatore, ruolo ricoperto quantomeno sino al 1978:
"""
Mio padre del resto, nella sua qualità di tenente della Guardia di Finanza, nel periodo della Liberazione, rientrando dalla Grecia, aveva collaborato con formazioni di partigiani "bianchi" ed era un componente del direttivo composto da sei persone del Comitato di Liberazione Nazionale di Venezia.Essendo militare il suo nominativo era rimasto sempre riservato e anche dopo la guerra si è cercato di fare in modo che rimanesse tale.
Mio padre aveva partecipato alla liberazione di Venezia e al disarmo e alla cattura della guarnigione tedesca a Venezia.
Inoltre, oltre a tale attività di partigiano, durante e dopo la guerra era stato informatore dell’O.S.S., che erano i servizi di sicurezza militari americani, con il nome in codice di "ERODOTO".
Mio padre aveva i suoi referenti a Verona presso la base della F.T.A.S.E.
Alla sua morte, per le ragioni che ho già accennato, mi fu chiesto se anch’io intendevo collaborare come aveva fatto lui.
Ovviamente non era un’attività a tempo pieno, ma ciò comportava singole attività di informazione.
Le persone a cui ho fatto riferimento per tale lavoro sono state diverse e presentate in tempi successivi.
La cosa ovviamente rivestiva carattere di assoluta riservatezza.
Si trattava comunque di americani i quali usavano anche, per facilitare i collegamenti, dei loro connazionali di origine italiana.
Non avevo un nome in codice particolare.
Facevo riferimento, se necessario, al nome in codice di mio padre.
Fu quindi in tale veste che io fui chiamato a Verona per assumere l’incarico di recarmi a Vittorio Veneto dal prof. FRANCO che cercava una persona non conosciuta nell’ambiente della destra e che fosse esperto in armi.
Sono questi, quindi, i motivi per cui io sono entrato in contatto e ho frequentato persone come VENTURA o persone di Ordine Nuovo di Venezia..... Al prof. FRANCO relazionai tutto, compreso il progetto di attentato di cui VENTURA mi aveva parlato.
In merito, il prof. FRANCO annotò tutto e ricevette da me il percussore.
In tutto ci vedemmo tre o quattro volte sempre in relazione alla vicenda del casolare e all’attività di VENTURA""".
(DIGILIO, int. 5.3.1994, f.3).
In un successivo interrogatorio DIGILIO ha spiegato meglio i suoi compiti e parlato del tentativo di recupero della notevole quantità di esplosivo rubato a Boscochiesanuova che si era temuto potesse essere utilizzato per attentati contro basi americane:
"""
Come ho già detto io svolsi attività di informazione facendo riferimento al comando F.T.A.S.E. di Verona a partire dal 1967 e sino al 1978.La struttura informativa che operava all'interno di questo Comando era una struttura informativa della C.I.A. interessata ovviamente ad avere il maggior numero di dati sulla situazione italiana e ad effettuare una sorta di controllo sull'area del triveneto che era una di quelle di maggiore interesse.
Prima di iniziare questa attività avevo conosciuto occasionalmente MARCELLO SOFFIATI al Lido di Venezia in un contesto del tutto normale e lo rividi casualmente a Verona proprio nei medesimi uffici cui io stesso facevo riferimento.
Si trattava di una palazzina all'interno del Comando di Verona, però a se stante ed indipendente.
In sostanza Soffiati faceva il mio medesimo lavoro, pur riferendosi a BANDOLI e cioè a persona diversa a quella cui facevo riferimento io.
Soffiati aveva avuto uno o più nomi in codice, ma in questo momento proprio non li ricordo e li comunicherò all'Ufficio se riuscirò a farmeli venire in mente.
La struttura comportava l'impegno sia di militari americani in servizio presso la Base sia di altri americani che si trattenevano in Italia per qualche tempo, incaricati di specifici servizio di informazione, sia di cittadini italiani che costituivano in sostanza una rete di informazione sul territorio.
Non erano tutte persone di destra, c'erano anche persone che potevano essere di orientamento democristiano o liberale purchè tutte sicuramente anticomuniste.
Ho difficoltà ad indicare altri italiani perchè, pur non essendone certo, posso ritenere che qualcuno di essi sia ancora in servizio presso tale struttura e quando io mi dimisi formalmente, nel 1978, ebbi la consegna di mantenere il silenzio sulla rete di informazione di cui ero a conoscenza.
Posso comunque dire che la rete era formata da diverse sezioni, ognuna delle quali riferentesi ad un determinato ambiente in cui raccogliere informazioni come ad esempio il mondo industriale, l'estrema destra, l'estrema sinistra e così via.
Fra le persone incaricate di specifiche missioni di informazione ricordo un latino-americano che era venuto in Italia per qualche tempo per acquisire notizie sugli esuli cileni rifugiatisi dopo il golpe contro il governo Allende e che erano in contatto con l'estrema sinistra locale.
Io non ho avuto rapporti diretti con questa persona che era invece uno dei referenti di Soffiati nell'ambito della raccolta di informazioni sugli esuli sud-americani di cui avevo già accennato.
Io, nel corso degli anni, ho avuto quattro referenti americani che si sono succeduti e due di questi erano di origine italiana.
Nel corso della mia attività ho eseguito una dozzina di incarichi di informazione in diversi settori, non necessariamente sul mondo di estrema destra.
D'altronde non erano necessariamente raccolte di informazioni a sfondi direttamente politico perchè nel corso della mia attività sono astato incaricato anche di eseguire la ricerca di materiale radioattivo trafugato.
Ho già fatto cenno all'attività di informazione e di ricerca sui 10 quintali di esplosivo trafugati dal capannone di una ditta che effettuava lavori di sbancamento a Boscochiesanuova.
In merito posso precisare che l'interesse a questo trafugamento era soprattutto legato al fatto che il furto fosse avvenuto non distante dalla Base di Verona in quanto Boscochiesanuova si trova a una dozzina di chilometri da Verona e quindi l'acquisizione di informazioni su tale furto, che risultò poi essere avvenuto a scopo sostanzialmente di lucro, era di interesse in relazione alla sicurezza della Base.
Avevo una ricompensa in contanti a scadenze non fisse che mi consentiva di vivere unitamente all'attività di contabile che svolgevo in varie ditte""".
(DIGILIO, int. 6.4.1994, f.2)
Carlo DIGILIO si era poi recato una seconda volta al casolare di Paese insieme al prof. Lino FRANCO e in tale occasione erano stati provati per la prima volta gli inneschi formati da un orologio, una resistenza e un fiammifero (int.10.10.1994, ff.2-4).
Erano certamente in preparazione i primi attentati della campagna iniziata nella primavera del 1969 e il prof. Lino FRANCO aveva spiegato a ZORZI e VENTURA che, per agire in condizioni di massima sicurezza, era necessario usare fiammiferi antivento e non fiammiferi comuni (int. citato, f.3).
Nell’interrogatorio in data 12.11.1994, Carlo DIGILIO ha finalmente rivelato chi fosse il suo superiore, e cioè Sergio MINETTO, che lo aveva inviato dal prof. Lino FRANCO e con il quale era rimasto in contatto sino al 1985, momento della sua fuga a Santo Domingo.
"""
A questo punto, al fine di completare il quadro di quella che fu la mia attività presso Ventura e di controlli che mi furono affidati, posso meglio specificare come e da chi ebbi l'incarico di recarmi dal prof. Franco a Vittorio Veneto.Io fui chiamato a Verona da un ufficiale della CIA, che ovviamente anche Soffiati conosceva bene, il quale affidò a me l'incarico di andare dal prof. Franco e non da Soffiati in quanto quest'ultimo era troppo conosciuto come estremista di destra e ciò avrebbe creato problemi con VENTURA, infatti Franco intendeva mandare da ventura non un personaggio noto, ma una persona che potesse sembrare un collezionista o un esperto di armi.
Io potevo giocare questa parte mentre Soffiati no o perlomeno c'erano dei rischi.
L'agente della CIA di Verona che mi mandò da Franco dovrebbe avere attualmente circa 70 anni, è un italiano di origine veronese ed era stato un alto ufficiale della X MAS del Principe Borghese e suo uomo di fiducia.
In quegli anni si muoveva nel Veneto presentandosi come commerciante e riparatore di frigoriferi e teneva i contatti grazie a questa attività di copertura con esponenti del Fronte Nazionale nelle varie città.
Uno dei punti di incontro, a Venezia, era il ristorante La Rivetta, vicinissimo a Piazza San Marco.
Il suo Ufficio si occupava quindi di attività operative che erano sia controlli su addestramenti fatti da italiani sia controlli come quello che io feci sul gruppo di Ventura sia i contatti con gli esponenti del Fronte Nazionale nel quadro della preparazione del golpe.
Una delle esercitazione a cui questo agente sovraintese avvenne a Fortezza ed anche Soffiati, del resto, si era occupato degli addestramenti in Alto Adige in funzione difensiva nel periodo in cui era in corso l'offensiva del terrorismo altoatesino.
Quindi questi corsi erano in pratica di addestramento alla controguerriglia per elementi italiani.
Non mi risulta che questo agente fosse sia mai stato inquisito per i fatti del golpe Borghese o in altri processi simili.
Quando mi trovai in difficoltà, temendo nel 1982 un secondo arresto dopo il mio primo arresto e la successiva scarcerazione, io che mi trovavo a Verona a casa di Soffiati in Via Stella, lo chiamai e lo feci venire in quell'appartamento.
Del resto tale appartamento era in sostanza di copertura perchè serviva per i contatti con i vari informatori evitando che costoro dovessero recarsi presso il Comando se non per cose importantissime.
Io chiesi aiuto all'agente e questi mi diede alcuni consigli, anche se io poi mi allontanai autonomamente accompagnato dal colonnello SPIAZZI e poi da MALCANGI come ho già ampiamente narrato in relazione alle varie fasi della mia fuga.
Alla fine del 1984, prima di andare a Santo Domingo, nella medesima occasione in cui mi recai a Verona per sapere dal colonnello Spiazzi come andava la vendita della mia pistola, utilizzai questo viaggio anche per incontrare l'agente in un bar tenendo a distanza Malcangi che mi aveva accompagnato e che avevo fatto sostare in un altro bar.
Chiesi aiuto all'agente spiegandogli che ero in forte difficoltà e che ero ormai deciso a lasciare l'Italia.
Egli mi consentì di utilizzare a Santo Domingo il suo nome come presentazione in caso di necessità.
Lo vidi così per l'ultima volta in quell'occasione.
Effettivamente io utilizzai questa possibilità proprio pochi mesi prima del mio arresto a Santo Domingo. Mi presentai al Consolato americano, entrai in contatto con un ufficiale facendo il nome dell'agente e questi fece un controllo per verificare che il nome corrispondesse ad un loro uomo in Italia. Tornai qualche giorno dopo, mi disse che andava tutto bene, che l'agente era ancora in Italia, e mi chiese di cosa avessi bisogno. Io gli dissi che ero in forte difficoltà e che avevo bisogno di un lavoro nel medesimo settore informativo che era stato in passato il mio.
Mi disse che sarebbe stato possibile utilizzarmi nel campo dell'organizzazione e riordino dei fuorusciti cubani a Santo Domingo da inviare dove essi avevano la loro sede principale a Miami, in un campo di raccolta. Precisamente questo campo si trova vicino a Miami, nella località HEALIAH. Io dovevo in sostanza occuparmi di un primo vaglio dei soggetti e del loro avviamento negli Stati Uniti.
Non ebbi tempo di iniziare questo lavoro poichè nel giro di poche settimane fui arrestato a Santo Domingo a seguito delle indagini della Polizia italiana""".
(DIGILIO, int. 12.11.1994, f.3).
Si noti che il nome di Sergio MINETTO non è ancora esplicitato nel verbale, ma è stato fatto per la prima volta da Carlo DIGILIO al personale della Digos di Venezia che lo stava riaccompagnando nel luogo di detenzione dopo l’interrogatorio (cfr. relazione della Digos di Venezia in data 15.11.1994, vol.4, fasc.2, f.84).
Qui si fermano le prime dichiarazioni di Carlo DIGILIO, rese sino al 12.11.1994, in merito alla struttura informativa americana, che tratteggiano un quadro di grande novità, ma certamente ancora incompleto.
La possibilità di acquisire nuovi particolari si interromperà sino all’autunno del 1995, anche in ragione del grave incidente che colpirà la salute di Carlo DIGILIO.
Solo a partire da tale momento riprenderanno, pur fra molte comprensibili difficoltà (è dell’ottobre 1995 l’avvio dell’operazione CECCHETTI), gli interrogatori e il quadro storico e processuale andrà completandosi.
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LE DICHIARAZIONI DI CARLO DIGILIO
A PARTIRE DALL’OTTOBRE 1995
A partire dall’ottobre 1995, momento in cui è stato possibile riprendere gli interrogatori (anche se inizialmente si è trattato necessariamente di audizioni assai brevi per le ancora incerte condizioni di salute), Carlo DIGILIO ha ampliato e completato il quadro della struttura di intelligence di cui era fiduciario e delle varie "operazioni" che si erano sviluppate a partire dalla metà degli anni ‘60.
Saranno in questa sede riportati solo gli aspetti essenziali di tali dichiarazioni, comunque ampiamente ordinate e analizzate nelle annotazioni del R.O.S. del maggio 1995 e del giugno 1996.
In primo luogo Carlo DIGILIO ha rivelato l’identità anche degli ufficiali americani responsabili della struttura:
"""Il mio primo reclutatore fu il capitano David CARRETT della Marina Militare degli Stati Uniti
che anche mio padre aveva conosciuto e che infatti egli mi aveva presentato personalmente.Intorno al 1974 il capitano CARRET fu sostituito dal capitano RICHARDS che io incontravo normalmente sotto la torre a San Marco, come del resto anche il capitano CARRETT.
Il "cambio di guardia" fra i due ufficiali avvenne a Verona dove CARRETT mi presentò RICHARDS.
Il capitano RICHARDS mi disse di essere in servizio presso la base NATO di Vicenza, mentre CARRETT era in servizio presso la base di Verona.
Era stato CARRETT a insegnarmi come si eseguono i pedinamenti con esercitazioni per strada utilizzando degli estranei sia a Verona che a Venezia.
Mi riservo in un prossimo interrogatorio di spiegare l'operazione "DELFINO ATTIVO" che si svolse nell'Adriatico per controllare la capacità di reazione della Marina Militare italiana""".
(DIGILIO, int.21.12.1995, ff.2-3).
"""
In merito ai due ufficiali americani CARRET e RICHARDS di cui ho parlato, posso aggiungere qualche particolare.RICHARDS veniva chiamato "TEDDY", nome di battesimo che ricordo non perchè me lo disse direttamente, ma perchè alcuni suoi colleghi lo chiamarono così in mia presenza, compreso il CARRET.
Questo nel tipico gesto americano e cioè la pacca sulla spalla dicendo "Olà, Teddy".
CARRET era un uomo alto circa un metro e 85, robusto, con i capelli biondi tendenti al rossiccio, di tipico temperamento gioviale come molti americani. Portava occhiali da sole di varie gradazioni, credo che fosse sposato.
Con lui mi incontravo in Piazzetta del Patriarcato, in zona San Marco, sotto la torre dell'orologio e a Verona, invece, dietro l'Arena.
Per contattarmi, a Venezia, CARRET lasciava o faceva mettere un bigliettino nella mia cassetta della posta a S.Elena.
Alcune volte invece non c'era bisogno di questo espediente perchè ci si dava appuntamento direttamente da una volta all'altra soprattutto in occasione di festività.
CARRET faceva riferimento ad un ammiraglio molto importante che si chiamava GRAHAM e che tra il 1974 e il 1976 era diventato famoso nel suo ambiente in quanto tramite sommergibili di profondità era riuscito a recuperare da un sommergibile sovietico, affondato per un incidente nell'Atlantico, tre missili a testata nucleare e codici cifrati.
Per quanto concerne RICHARDS, egli conosceva SOFFIATI e infatti ci incontrammo qualche volta tutti e tre a Verona dietro l'Arena e anche alla Stazione ferroviaria di Vicenza dove RICHARDS era di stanza.
Una volta c'era anche Giovanni BANDOLI.
RICHARDS aveva all'epoca sui 40/45 anni, be