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I RISCONTRI RELATIVI AL
CAPITANO MICHELANGELO DIGILIO
Carlo DIGILIO ha rivelato che suo padre Michelangelo, ufficiale della Guardia di Finanza, rientrando dalla Grecia in Italia mentre era in corso la guerra di Liberazione, aveva finto di aderire alla Repubblica Sociale Italiana passando, in realtà, informazioni ai partigiani "bianchi" della Brigata Biancotto di Venezia e partecipando con loro, negli ultimi giorni di guerra, alla liberazione della città e al disarmo della guarnigione tedesca.
Tale "doppio gioco" era già iniziato in Grecia quando il tenente DIGILIO, di stanza a Creta durante il periodo dell’attacco tedesco all’Isola, aveva agevolato, tramite agenti greci, il recupero e il salvataggio dei militari inglesi da parte dei sommergibili alleati.
Già in contatto anche con l’O.S.S. durante la guerra, il tenente DIGILIO era divenuto, alle fine delle ostilità, dipendente della struttura informativa americana della base F.T.A.S.E. di Verona, assumendo il nome in codice ERODOTO in ricordo della sua attività svolta in Grecia.
Al momento della morte di Michelangelo DIGILIO, avvenuta all’inizio del 1967 in un incidente stradale, il figlio Carlo, che già era stato presentato ai responsabili della struttura americana, gli era subentrato quale componente della rete informativa.
Un primo riscontro in merito alla genesi del rapporto di Carlo DIGILIO con la struttura informativa è giunto dalla deposizione di Giovanni TORTA che, all’inizio degli anni ‘80, nella sua qualità di armiere, aveva fornito molte armi a Carlo DIGILIO, destinate ad essere cedute in parte a Gilberto CAVALLINI.
Giovanni TORTA ha infatti dichiarato che, entrato in confidenza con DIGILIO nel corso di tale attività, questi gli aveva, seppur laconicamente, rivelato di essere un "antenna" della C.I.A. a Verona e che anche suo padre, benchè ufficiale della Guardia di Finanza, aveva in realtà lavorato per i servizi segreti (dep. TORTA a personale del R.O.S. in data 7.10.1995, f.1).
Si tratta di una confidenza (finalizzata, evidentemente, a rassicurare l’armiere TORTA in ordine al buon esito della loro attività illegale) sintetica ma significativa in quanto resa dieci anni prima che DIGILIO rivelasse all’Autorità Giudiziaria le medesime circostanze.
Il riscontro decisivo è tuttavia giunto dall’acquisizione, nell’aprile 1996, presso il Comando Generale della Guardia di Finanza, del fascicolo personale di Michelangelo DIGILIO (vol.21, fasc.8).
Da tale fascicolo (interamente analizzato nella nota del R.O.S. in data 3.4.1996, vol.21, fasc.9, ff.1 e ss.) risulta che Michelangelo DIGILIO non fu sottoposto ad epurazione, pur avendo apparentemente prestato giuramento alla R.S.I., in quanto aveva "svolto azione patriottica nel periodo cospirativo".
In particolare la relazione del Comandante partigiano Erminio LORENZI attesta che l’Ufficiale, sfidando continui pericoli sin dal settembre 1943, aveva fornito ai partigiani informazioni sui movimenti delle forze tedesche nel porto di Venezia, trafugando anche, in favore dei partigiani, ingenti quantità di armi e munizioni e partecipando in prima persona alla liberazione di Venezia al comando dei suoi uomini e dei patrioti della Brigata Biancotto.
Ancora più interessante è un tesserino di riconoscimento contenuto nel fascicolo, intestato al tenente DIGILIO e rilasciato il 28.4.1945 dal Comandante ABE della Brigata Biancotto del C.L.N. di Venezia.
Sul retro del tesserino è presente una scritta in lingua inglese del P.W.B. dell’8^ Armata inglese dove si afferma che il titolare è impegnato nella Sezione Notizie appunto dello Psychological Warfare Board (letteralmente: Comitato di Guerra Psicologica).
Sempre nel fascicolo vi è inoltre una relazione dattiloscritta del 24.8.1945, redatta proprio dall’interessato, ove egli precisa di avere giurato fedeltà alla R.S.I. "perchè consigliato dagli esponenti del Comitato di Resistenza per continuare ad assolvere la delicata missione affidatami".
Tali documenti attestano che sin dal 1945 Michelangelo DIGILIO aveva assolto compiti informativi per gli Alleati nonchè evidenziano le sue capacità di muoversi quale agente "doppio" a fini strategici.
Non vi potrebbe essere prova migliore della verità del racconto di Carlo DIGILIO e del fatto che il ruolo svolto da quest’ultimo, pur in un contesto politico-internazionale profondamente mutato, sia stato la naturale prosecuzione dell’attività svolta da suo padre.
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I RISCONTRI RELATIVI A
BRUNO E MARCELLO SOFFIATI
Bruno SOFFIATI, anch’egli da molti anni deceduto, è stato certamente un esponente di rilievo dell’estrema destra veronese, segretario del Partito Fascista Repubblicano a Verona nel periodo della Repubblica Sociale Italiana e in contatto con i Comandi tedeschi della zona.
Sia Carlo DIGILIO (int. 15.6.1996, f.2) sia Dario PERSIC (dep. 9.2.1995, f.3) hanno riferito che Bruno SOFFIATI, durante la guerra, non aveva combattuto ma aveva svolto attività di intelligence gestendo una rete informativa in contatto con il Comando della GESTAPO che aveva appunto sede a Verona, rete i cui componenti erano in buona parte fuggiti in Sud-America alla fine della guerra.
Alcuni, comunque, erano stati col tempo riabilitati dagli americani interessati a controllare, con l’inizio della "guerra fredda", anche grazie all’esperienza maturata da costoro, tutto quello che avveniva in una zona strategica come il Veneto (int. DIGILIO, 15.6.1996, f.2).
Del resto vari testimoni hanno riferito che sia Bruno sia Marcello SOFFIATI manifestavano apertamente la loro propensione e simpatia per gli americani (dep. Anna Maria BASSAN al P.M., 8.6.1995, f.7; dep. Franco PANIZZA a personale R.O.S., 12.4.1996, f.2; dep. Claudio BRESSAN a personale R.O.S., 11.4.1996, f.2; dep. Enzo VIGNOLA, 28.4.1997 f.2).
Un particolare interessante che testimonia la statura del personaggio Bruno SOFFIATI è stato ricordato da Dario PERSIC, il quale aveva appreso che questi, nel dopoguerra, era stato per lungo tempo in possesso degli atti originali del processo a Galeazzo CIANO che si era appunto svolto a Verona (dep. 9.2.1995, f.3).
Anche l’inserimento in ambienti massonici di Bruno SOFFIATI, ricordato da Carlo DIGILIO (int. 31.1.1996, f.2) è stato confermato da altri testimoni (dep. Claudio BRESSAN di Verona, 11.4.1996, f.2; dep. Franco PANIZZA, 12.4.1996, f.2) e trova ulteriore riscontro nel carteggio sequestrato al figlio Marcello in occasione del suo primo arresto, nel dicembre 1974 (cfr. vol.8, fasc.1, ff.37-40).
Non vi è quindi da stupirsi che Bruno SOFFIATI discutesse apertamente con Sergio MINETTO in merito al modo migliore per proseguire l’attività di controllo dell’avv. Gabriele FORZIATI (dep. PERSIC, 18.4.1997, f.2) che lo stesso Bruno SOFFIATI aveva ospitato nei primi giorni della sua permanenza nella zona di Verona, nè che egli fosse presente, con il figlio Marcello e con Sergio MINETTO, alla cena in cui il dr. MAGGI aveva anticipato la strage di Brescia, una decina di giorni prima che questa avvenisse (int. DIGILIO, 19.4.1996, f.3).
Anche i riscontri acquisiti in merito alla figura ed al ruolo di Marcello SOFFIATI, prima fonte e poi agente operativo della struttura americana, sono molteplici.
Marcello SOFFIATI, deceduto nel 1988, era anche un militante molto ben inserito nel movimento Ordine Nuovo e anche per tale ragione non è sempre possibile discernere con chiarezza quanto delle varie attività di SOFFIATI fosse da attribuire alla sua militanza ordinovista e quanto alla sua appartenenza alla struttura di intelligence.
In particolare, i suoi rapporti con gli ustascia di stanza in Spagna e con quelli in grado di reperire nuovi modelli di armi dalla Cecoslovacchia e dalla Croazia possono essere stati d’aiuto tanto nello sviluppo dell’attività informativa quanto nel reperimento di armi ed esplosivi per gli ordinovisti veneti.
Marcello SOFFIATI era anche in contatto, in Spagna, con Mariano SANCHEZ COVISA, capo dei Guerriglieri di Cristo Re, legato ai servizi di sicurezza spagnoli (int. DIGILIO, 9.5.1994, f.2) e frequentatore di agenti americani all’epoca residenti in Spagna (dep.Gaetano ORLANDO, 16.3.1996, e dep. Francesco ZAFFONI, 14.3.1996, f.2 a personale del R.O.S.).
Marcello SOFFIATI era stato anche in grado di mettere in contatto Marco AFFATIGATO, conosciuto in carcere nel 1976, con la struttura americana dopo la loro scarcerazione.
Marco AFFATIGATO ha infatti testimoniato di avere inizialmente passato a SOFFIATI alcuni elenchi di esuli di sinistra sud-americani residenti in Italia, poi trasmessi da SOFFIATI alla struttura americana, e che, quando egli si era trasferito a Nizza, lo stesso SOFFIATI lo aveva messo in contatto con tale GEORGE, appartenente alla Stazione C.I.A. di Parigi, il quale a sua volta lo aveva messo in contatto con tale STEVENSON, operante per la stessa struttura a Montecarlo (dep. AFFATIGATO, 2.5.1993, ff.2-3).
Marco AFFATIGATO aveva cercato di sfruttare tale nuova "attività" per ottenere dalla C.I.A. un aiuto nel progetto di fuga di Giovanni VENTURA dal carcere argentino ove si trovava, ma aveva ricevuto da tale struttura una risposta negativa e molto significativa: Giovanni VENTURA, con i suoi interrogatori (evidentemente la lunga semi-confessione resa nel 1973 al G.I. dr. D’Ambrosio), aveva comunque recato danno agli ambienti americani e quindi non doveva essere aiutato (dep. AFFATIGATO citata, f.4).
Claudio BRESSAN di Verona ha inoltre confermato quanto già ricordato da Carlo DIGILIO (int. 30.10.1993, f.3) in merito all’attività di schedatura, operata da SOFFIATI, di altri esuli sud-americani, avendo egli personalmente ricevuto da SOFFIATI un pacchetto di schede (dep. Claudio BRESSAN a personale R.O.S., 25.5.1995, ff.1-2).
Se non vi è dubbio in merito all’attività prestata da Marcello SOFFIATI in favore della struttura americana, di cui peraltro egli non faceva mistero almeno nella cerchia dei camerati, nemmeno vi è dubbio in merito alla sua notevole disponibilità di armi già ricordata da Carlo DIGILIO (int. 2.12.1996, f.2) che aveva anche potuto notare un particolare nascondiglio per le stesse collocato in una botola nella vecchia casa di Bruno SOFFIATI a Colognola ai Colli (int. 13.4.1997, f.4).
Dario PERSIC, infatti, aveva notato una notevole quantità di armi, munizioni ed esplosivi nell’appartamento di Via Stella e nel 1973 si era reso disponibile, per motivi precauzionali e per fare un favore all’amico, a custodirne una parte, per circa un anno, nella soffitta della sua abitazione, in Via Morelli a Verona (dep. PERSIC, 8.2.1995, f.4, e 9.2.1995, f.4).
Del resto, il 21.12.1974, Marcello SOFFIATI era stato arrestato perchè, durante una perquisizione nell’abitazione di Via Stella (operata casualmente in quanto SOFFIATI, poco prima, aveva smarrito in città un borsello contenente delle pallottole), personale della Questura di Verona aveva rinvenuto una ingente quantità di armi di vario tipo, bombe a mano, detonatori, proiettili anticarro e 10 candelotti di esplosivo definito "al plastico" nel verbale di perquisizione, verbale che purtroppo, ai fini della presente istruttoria, non fornisce ulteriori particolari in merito alle esatte caratteristiche e alla provenienza dell’esplosivo (cfr. nota della Digos di Verona in data 1°.6.1996 e atti allegati, vol.8, fasc.2, ff.9 e ss.).
Inoltre, nel corso della medesima perquisizione venivano rinvenute alcune schede relative ad elementi di estrema sinistra, soprattutto anarchici, uno schizzo relativo alla base americana di CAMP DARBY (vicino a Livorno) e corrispondenza proveniente dalla Massoneria Universale di Rito Scozzese, tutti elementi documentali che confermano quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito all’attività informativa svolta da Marcello SOFFIATI e ai rapporti della sua famiglia con alcuni ambienti massonici.
L’attività di Marcello SOFFIATI si è dispiegata per lungo tempo in quanto egli è stato incriminato per reati associativi e detenzione di armi ed esplosivi, insieme al dr. MAGGI, al colonnello SPIAZZI e ad altri, anche nel procedimento c.d. del Poligono di Venezia ed egli, ancora nel 1982, nel corso delle indagini relative a tale procedimento (originato in buona parte dalla cattura e dalla confessione di Claudio BRESSAN) aveva ospitato Carlo DIGILIO nell’appartamento di Via Stella durante la prima parte della sua fuga e della sua latitanza.
In quei giorni, nell’appartamento, i due detenevano la famosa valigetta "24 ore", di cui tanto si è parlato nel procedimento celebrato a Venezia, poi affidata a Claudio BRESSAN e il cui contenuto è stato solo parzialmente e casualmente recuperato nel 1988.
Tale valigetta avrebbe potuto sin da allora mettere gli inquirenti su piste interessanti e analoghe a quelle seguite nella presente istruttoria in quanto, secondo i ricordi di Claudio BRESSAN, conteneva non solo l’attrezzatura per la falsificazione dei documenti, ma molta documentazione relativa a Paesi stranieri (fra cui la Francia, il Sud-America e i Paesi Arabi) certamente connessa all’attività informativa svolta da SOFFIATI e DIGILIO (cfr., fra i tanti riferimenti, gli atti acquisiti presso la Digos di Verona, vol.8, fasc.2, ff.51-53).
La figura di Marcello SOFFIATI attraversa quasi tutti i fatti toccati da questa istruttoria e dalle indagini collegate.
Egli, infatti, non solo gestisce una parte della dotazione di armi ed esplosivi del gruppo veneto, ma esegue personalmente l’attentato al Palazzo della Regione di Trento dell’11.4.1969 (dep. PERSIC, 8.2.1996); depone, probabilmente alla Stazione di Mestre, l’ordigno su uno dei 10 convogli ferroviari oggetto degli attentati dell’8/9 agosto 1969 (int. DIGILIO 16.9.1997, ff.4-5); mette a disposizione l’appartamento e partecipa in qualità di "custode" alla permanenza dell’avv. Gabriele FORZIATI e di Gianfranco BERTOLI in Via Stella, rispettivamente nel 1972 e nel 1973.
Sembra che Marcello SOFFIATI, nonostante le sue doti spiccatamente operative, non sia stato utilizzato in prima persona dal dr. MAGGI e da Delfo ZORZI nell’esecuzione degli attentati del 12.12.1969 ed infatti, prima della cena allo Scalinetto tenuta nei giorni prossimi al Natale del 1969, si rallegra con DIGILIO confidandogli di non essere stato personalmente coinvolto (int. DIGILIO, 21.2.1997, f.2).
In alcuni momenti e dinanzi ai fatti più gravi, Marcello SOFFIATI sembra mostrare segni di resipiscenza o quantomeno di non condividere sino in fondo una strategia che comporti stragi indiscriminate.
Dopo gli attentati del 12.12.1969 infatti, Marcello SOFFIATI entra in rotta di collisione con Delfo ZORZI accusandolo di essere privo di "etica militare" e di essere un mercenario e un assassino per quanto aveva commesso nella banca milanese.
Delfo ZORZI, per tutta risposta, lo minaccia e lo malmena (int. DIGILIO, 16.4.1994, f.6).
Anche Martino SICILIANO ha ricordato, del resto, che fra Marcello SOFFIATI e Delfo ZORZI erano sorti violentissimi motivi di astio (int. 6.10.1995, f.6).
Nella primavera del 1974, Marcello SOFFIATI viene comunque incaricato di ritirare a Mestre l’ordigno composto da candelotti di gelignite che, dopo una sosta a Verona in Via Stella e relativa "supervisione" di Carlo DIGILIO, lo stesso SOFFIATI deve portare a Milano ad alcuni camerati per la finale destinazione bresciana.
Appena avvenuta la strage di Brescia, egli confida a Carlo DIGILIO il suo disgusto per aver avuto una parte in un massacro così grave e afferma che se gli americani avessero continuato a tollerare una strategia simile ciò sarebbe stato di danno in Italia solo per la destra (int. DIGILIO, 4.5.1996, f.3, e 5.5.1996, f.5).
Da quel momento il contrasto con Delfo ZORZI diventa insanabile e Marcello SOFFIATI teme addirittura di essere eliminato da qualcuno vicino a quest’ultimo, avendo cura di portare per precauzione una pistola alla cintola ogniqualvolta si reca a Mestre (int. DIGILIO, 4.5.1996, f.3).
In tali circostanze trova certamente spiegazione l’angustia di Marcello SOFFIATI riferita da un altro esponente di destra, Gaetano LO PRESTI, che negli anni successivi aveva condiviso con SOFFIATI alcuni periodi di carcerazione.
In alcuni interrogatori resi da LO PRESTI al G.I. di Brescia dr. Giampaolo Zorzi nell’ambito dell’istruttoria-bis sulla strage di Piazza della Loggia, egli ha infatti riferito che Marcello SOFFIATI gli aveva confidato che il suo "comandante" gli aveva consegnato dell’esplosivo che lui aveva portato ad altre persone e che tale esplosivo era stato utilizzato per compiere un grave attentato (cfr. annotazione del R.O.S. in data 8.5.1995, vol.23, fasc.9, ff.62-63).
Marcello SOFFIATI, secondo LO PRESTI, appariva angustiato dal ricordo dell’utilizzo di tale esplosivo.
Il termine "comandante" cui egli aveva fatto riferimento dovrebbe, secondo logica, riferirsi al Reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto e cioè al dr. Carlo Maria MAGGI.
Purtroppo la morte di Marcello SOFFIATI, avvenuta nel 1988, non ha consentito di approfondire processualmente tali circostanze e di mettere SOFFIATI dinanzi alle sue responsabilità.
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I RISCONTRI RELATIVI AL PROF. LINO FRANCO
Anche per quanto concerne il prof. Lino FRANCO è stato possibile, nonostante il tempo trascorso dalla sua morte, acquisire una serie di riscontri che ne delineano la figura in perfetta sintonia con il quadro fornito da Carlo DIGILIO.
Egli, in sintesi, secondo il racconto del collaboratore, era il fiduciario di Sergio MINETTO per la zona di Vittorio Veneto e contemporaneamente il capo del gruppo SIGFRIED, formato da ex-repubblichini che avevano duramente combattuto, soprattutto nella zona di Pian del Cansiglio, contro le forze partigiane e ancora disponevano di depositi di armi sotterrate negli ultimi giorni del conflitto.
Fra i numerosi riferimenti al prof. Lino FRANCO contenuti nei verbali di Carlo DIGILIO, essenziali sono il diretto contatto del prof. FRANCO con gli elementi ordinovisti che gestivano il casolare di Paese, con il conseguente invio sul posto di DIGILIO nonchè il flusso di armi che, provenendo dai depositi gestiti dagli uomini del prof. FRANCO, giungevano al gruppo ordinovista di Mestre/Venezia arricchendone la dotazione (int. DIGILIO, 30.8.1996, ff.2-3).
Tramite la testimonianza della moglie, Pia DE POLI, in mancanza di elementi documentali, si è potuto accertare che effettivamente il prof. Lino FRANCO era un uomo di grande prestigio nel suo ambiente, essendosi arruolato nelle fila della R.S.I. subito dopo l’8 settembre 1943 e venendo inquadrato nel Battaglione BARBARIGO della X M.A.S. che era stato il primo, nella zona di Anzio e Nettuno, ad entrare in combattimento contro gli Alleati (dep. DE POLI a personale del R.O.S., 30.3.1995, vol.23, fasc.5, ff.9 e ss.; annotazione del R.O.S. in data 8.9.1995, vol.23, fasc.9, ff.31-32).
Alla fine della guerra, fatto prigioniero dagli inglesi per i quali aveva lavorato prima come barista e poi come sminatore nella zona di Imperia, come molti altri ex-repubblichini era emigrato in Argentina nei primi anni ‘50, e cioè più o meno nello stesso periodo in cui tale Paese era stato raggiunto da due altri appartenenti alla rete, Pietro GUNNELLA e Sergio MINETTO.
Un’altra analogia con Sergio MINETTO è relativa all’attività lavorativa.
Entrambi, infatti, avevano delle attività in proprio che consentivano facili spostamenti nell’area dell’intero Triveneto e tali da non destare alcun sospetto.
Sergio MINETTO svolgeva l’attività di riparatore di apparecchi frigoriferi, mentre Lino FRANCO, unitamente al cognato, aveva una ditta per la distribuzione di flippers e juke-box nei bar della regione.
Nonostante il tempo trascorso dalla morte del prof. FRANCO, la perquisizione effettuata in data 18.1.1996 da personale del R.O.S. nell’abitazione ove vive la vedova ha consentito di rinvenire vari opuscoli di Ordine Nuovo nonchè una copia del volumetto "LE MANI ROSSE SULLE FORZE ARMATE", a suo tempo diffuso non fra i semplici simpatizzanti di destra, ma solo fra gli "addetti ai lavori" (cfr. vol.21, fasc.2, ff.3 e ss.).
Secondo il racconto di Carlo DIGILIO, il prof. Lino FRANCO aveva fatto vari viaggi in Grecia, negli anni ‘60, per contatti politici e il suo gruppo, utilizzando i depositi di cui ancora disponeva sul Pian del Cansiglio, aveva inviato, facendoli partire dal porto di Venezia, lotti di armi al generale GRIVAS, capo dell’organizzazione terroristica di estrema destra EOKA-B operante a Cipro contro il governo dell’Arcivescovo MAKARIOS (int. DIGILIO, 31.1.1996, f.3, e 1°.2.1997, f.2).
In tali frangenti, Sergio MINETTO aveva ammonito il prof. FRANCO a non muoversi con eccessiva autonomia e ad attenersi alle direttive che gli erano comunque imposte dalla sua contemporanea appartenenza alla struttura americana (int. DIGILIO, 31.1.1996, f.3).
Probabilmente proprio dai depositi di Pian del Cansiglio proveniva parte delle armi custodite nel casolare di Paese (int. DIGILIO, 1°.2.1997, f.2) e verosimilmente tale fornitura era stata alla base dei rapporti diretti fra il prof. FRANCO e Giovanni VENTURA, che gestiva in prima persona il casolare e aveva consentito l’invio sul posto di Carlo DIGILIO da parte dello stesso prof. FRANCO.
In tali circostanze il prof. FRANCO si era mostrato assai accorto inviando al casolare non Marcello SOFFIATI (che pur faceva parte della rete operativa), ma appunto Carlo DIGILIO, normalmente inserito nella rete informativa, più affidabile e soprattutto molto più competente in materia di armi e di esplosivi (int. DIGILIO, 12.11.1994, f.4).
Non è stato possibile, ovviamente, visto il tempo trascorso, trovare riscontri diretti della fornitura di armi da parte del gruppo di Lino FRANCO al generale GRIVAS.
Tuttavia dagli atti forniti dal S.I.S.Mi. relativi all’organizzazione EOKA-B emerge quantomeno un riscontro indiretto, e cioè che alla fine degli anni ‘50 un emissario del generale GRIVAS si era recato in Italia per valutare la possibilità di acquistare nel nostro Paese armi per l’organizzazione (cfr. nota del R.O.S. in data 6.6.1996 e atti allegati provenienti dal S.I.S.Mi., vol.20, fasc.3, ff.1 e ss.).
Molto stretti dovevano anche essere i contatti del prof. FRANCO con il dr. MAGGI se anche Martino SICILIANO, confermando così il racconto di Carlo DIGILIO (int. Digilio, 1°.2.1997, f.3), ha ricordato di essersi recato, intorno al 1966/1967, dal prof. FRANCO accompagnando il dr. MAGGI, Giangastone ROMANI e Delfo ZORZI che intendevano discutere appunto con il prof. FRANCO in merito alla costituzione di un gruppo di Ordine Nuovo a Vittorio Veneto (int. SICILIANO, 15.3.1995, f.8).
Un ulteriore riscontro in merito all’attività del prof. Lino FRANCO è stato reso possibile dalla trasmissione da parte della D.C.P.P., il 29.1.1997, di un appunto trovato nel fascicolo dell’archivio ordinario del Ministero dell’Interno intestato al prof. FRANCO.
Tale appunto di fonte confidenziale, proveniente dall’Ufficio Affari Riservati e portante la data 19.5.1964, riferisce che il prof. FRANCO di Vittorio Veneto aveva intenzione di organizzare dei corsi di sabotaggio con la partecipazione di elementi "fanatici" neofascisti e che a tal fine egli aveva occultato da tempo un consistente quantitativo di armi e munizioni, circa un centinaio di fucili e mitra con relativo munizionamento.
Lo stesso prof. FRANCO, per la ricorrenza del 25 aprile 1964, aveva progettato di compiere un attentato dinamitardo contro la Camera del Lavoro di Milano, essendo esperto anche nell’approntamento di ordigni esplosivi, ma all’ultimo momento aveva desistito da tale proposito (cfr. appunto citato, vol.20, fasc.14, f.24).
Giustamente Carlo DIGILIO ha rilevato che il contenuto di tale appunto è in perfetta sintonia con quanto egli aveva già riferito in precedenza in merito al ruolo del prof. FRANCO e che questi, per la sua esperienza durante la seconda guerra mondiale, era il soggetto ideale per fare l’istruttore di tecniche di sabotaggio (int. 1°.2.1997, ff.2-3).
In conclusione, le notizie riferite da Carlo DIGILIO in merito al prof. Lino FRANCO e gli elementi raccolti aliunde sulla sua figura sono del tutto omogenei e ciò garantisce ancora una volta l’affidabilità di quanto dichiarato dal collaboratore sulla struttura di intelligence americana.
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I RISCONTRI RELATIVI AL PROF. PIETRO GUNNELLA
Pietro GUNNELLA, indicato da Carlo DIGILIO quale elemento di collegamento fra MINETTO e il colonnello SPIAZZI (funzionando quale "buca della posta" per l’inoltro dei messaggi) nonchè fra quest’ultimo e Elio MASSAGRANDE, latitante in Sud-America, è stato identificato nell’omonimo professore già residente a Verona e da tempo deceduto.
Il prof. GUNNELLA era stato condannato, al termine della guerra, avendo aderito alla R.S.I., per collaborazione militare con il nemico e, per sfuggire alla pur lieve pena comminatagli, era partito per l’Argentina, Paese scelto anche da MINETTO e dal prof. Lino FRANCO quale terra di emigrazione, ed era rientrato in Italia solo nel 1959 continuando per alcuni anni l’attività politica nel M.S.I.
Questi pur scarni dati erano già sufficienti a delineare la figura del prof. GUNNELLA come quella di un personaggio in piena sintonia con il ruolo di staffetta-postino a lui attribuito da Carlo DIGILIO.
Perdipiù sono stati acquisiti presso la Digos di Verona gli atti relativi ad una perquisizione effettuata l’11.4.1983 su disposizione del G.I. di Bologna, dr. Leonardo Grassi, nell’ambito di un procedimento aperto nei confronti, fra gli altri, del colonnello Amos SPIAZZI e precisamente uno stralcio del procedimento c.d. del Poligono di Tiro di Venezia.
In occasione della perquisizione era stato rinvenuto un foglio dattiloscritto intestato PROPOSTA PER L’OPERAZIONE CONTINUITA’, costituito da un elenco di 10 militari con particolari qualifiche (paracadutisti, artificieri, pattugliatori) residenti tutti nel veronese e, accanto ad alcuni nomi, un riferimento al colonnello Amos SPIAZZI (cfr. foglio allegato all’interrogatorio di Carlo DIGILIO in data 26.3.1997 e atti relativi a Pietro GUNNELLA, di cui alla nota del R.O.S. in data 24.3.1997, vol.21, fasc.4).
Alcuni dei nomi che vi compaiono (l’artificiere Antonino GRAZIANO e l’ex ardito/sabotatore della X M.A.S. Ezio ZAMPINI) erano già emersi nella prima parte dell’istruttoria quali componenti della LEGIONE di Verona dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO ed è probabile che l’ "Operazione Continuità", che in base ad una data apposta sul foglio dovrebbe risalire al 1979, rappresenti un progetto di ricostruzione dei NUCLEI (cfr., sul punto, anche int. DIGILIO, 26.3.1997, f.2).
Sempre durante la perquisizione del 1983 sono state rinvenute 10 lettere scambiate fra il prof. GUNNELLA ed Elio MASSAGRANDE, latitante in Paraguay, che si riferiscono al progetto di impiantare in tale Paese proficue attività economiche nel campo dei marmi, dei legnami e dell’acquisto di terreni.
La società già operante in Paraguay, cui GUNNELLA e altri veronesi dovevano dare un ulteriore apporto, è indicata nella carta intestata come MA.BE., iniziali di MASSAGRANDE e, verosimilmente, dell’ordinovista mantovano Roberto BESUTTI, molto legato al gruppo veronese.
L’ulteriore perquisizione disposta da questo Ufficio dopo le dichiarazioni di Carlo DIGILIO, ed operata da personale del R.O.S. in data 6.9.1996 presso l’abitazione ove Pietro GUNNELLA risiedeva, ha aggiunto a tali dati , già come tali inequivoci, il rinvenimento di una copia del libretto "LE MANI ROSSE SULLE FORZE ARMATE", scritto da Pino RAUTI e da altri teorici della guerra non ortodossa, e di una pubblicazione edita dal Centro CARLOMAGNO dal titolo "LA DIFESA DI VERONA", opera del colonnello Amos SPIAZZI (cfr. vol.21, fasc.4, ff.32 e ss.).
In conclusione, il ruolo di raccordo e di collegamento fra le varie strutture attribuito al prof. Pietro GUNNELLA da Carlo DIGILIO trova piena conferma nelle scelte di vita e nei contatti che hanno caratterizzato il personaggio.
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I RISCONTRI RELATIVI AL CAPITANO TEDDY RICHARDS
E IL RINVENIMENTO DI ARMI ED ESPLOSIVI
A VERONA NEL 1966
Con Teddy RICHARDS, ufficiale americano in forza per un lungo periodo presso la base SETAF di Vicenza, ci si avvicina al cuore della rete informativa descritta da Carlo DIGILIO.
Egli, presente in Italia sin dalla fine degli anni ‘60, aveva preso la guida della struttura a partire dal 1974 sostituendo il capitano David CARRET, certamente in un momento in cui i più gravi fatti oggetto di questa istruttoria e delle istruttorie collegate erano già avvenuti.
Tuttavia Carlo DIGILIO ha avuto modo di descriverne l’operatività in azioni comunque importanti che hanno contribuito a mettere concretamente a fuoco il funzionamento della struttura anche nei suoi compiti, per così dire, "istituzionali" e non illeciti sul piano della nostra normativa penale.
Ci riferiamo all’operazione DELFINO ATTIVO o DELFINO SVEGLIO, svoltasi nelle acque dell’Adriatico nei pressi di Venezia e finalizzata a saggiare la reattività della nostra Flotta dinanzi ad un possibile attacco (int. DIGILIO, 5.1.1996, f.3), nonchè al recupero nella zona dell’Alto Garda, con un’operazione di pura intelligence, di barre di uranio trafugate all’estero probabilmente da un’altra struttura militare (int. DIGILIO, 22.6.1996, f.2).
L’episodio, che ha consentito l’identificazione dell’Ufficiale e che è più significativo e qualificante per gli avvenimenti oggetto della presente istruttoria, risale tuttavia al 1966 e cioè alla prima fase della presenza del capitano RICHARDS in Italia.
Nel maggio del 1966, a seguito di un’indagine della Squadra Mobile di Verona partita quasi casualmente dagli accertamenti relativi ad una rapina, venivano arrestati per detenzione di armi ed esplosivi Roberto BESUTTI ed Elio MASSAGRANDE e denunciati Marcello SOFFIATI e Marco MORIN, i primi tre frequentemente presenti negli atti di questa istruttoria e il quarto condannato quale perito infedele nel procedimento per l’attentato di Peteano.
Era stato infatti rinvenuto in alcune abitazioni nella loro disponibilità (un appartamento affittato a Roverè Veronese, l’abitazione di BESUTTI a Mantova e un appartamento a Livorno nella disponibilità di MASSAGRANDE) un vero e proprio arsenale di armi ed esplosivi fra cui decine di pistole e fucili di vario tipo, detonatori al fulminato di mercurio e al T4, detonatori elettrici, ben 173 saponette di tritolo, miccia detonante, 8 mine antiuomo, 3 bombe a mano MK 2 e 5 barattoli di esplosivo gelatinizzante israeliano MC 13 (cfr. rapporto della Squadra Mobile di Verona in data 31.5.1966, vol.8, fasc.1, ff.72 e ss.).
Nel corso delle prime indagini, Roberto BESUTTI (inspiegabilmente rilasciato, così come gli altri arrestati, dopo pochissimi giorni) aveva indicato agli operanti della Squadra Mobile di Verona, in un formale interrogatorio, i nomi di coloro che gli avevano fornito il materiale, prevalentemente italiani residenti in Trentino ad eccezione di uno di nazionalità invece statunitense, indicato come Teddy RICHARDS, all’epoca in servizio presso la Caserma Passalacqua di Verona, che gli aveva consegnato non poco di quanto sequestrato e cioè una ventina di fucili, bombe a mano, mine, congegni vari e tritolo.
Il cittadino americano veniva identificato in Theodor RICHARDS, nato il 5.4.1935 a Waterville (Maine, U.S.A.) in servizio appunto presso il Comando SETAF, allora ubicato a Verona, e titolare fra l’altro di una licenza rilasciata dalla Questura di Verona per la collezione di armi antiche (cfr. nota della Digos di Verona in data 20.1.1996 e atti allegati, vol.7, fasc.6, ff.47 e ss.).
Non vi è dubbio che si tratti proprio dell’Ufficiale indicato da Carlo DIGILIO, da lui peraltro ricordato come soggetto legato a MASSAGRANDE, BESUTTI e SOFFIATI proprio in relazione a movimenti di armi (int. DIGILIO, 20.1.1996, f.1, e 24.2.1996, f.3).
Si noti che anche in un appunto rinvenuto presso la Questura di Verona nel fascicolo intestato a Marcello SOFFIATI si rileva che questi aveva confidenzialmente riferito, nel 1974 al Dirigente dell’Ufficio Politico di tale città, di aver partecipato intorno al 1966 con BESUTTI e MASSAGRANDE ad alcune riunioni nella villetta, sita nei pressi di Verona, di un militare americano a nome Ted RICHARDS e che questi, in cambio di armi da collezione, aveva ceduto al gruppo armi moderne ed efficienti (cfr. vol.23, fasc.1, f.20).
Dopo l’arresto dei quattro ordinovisti, il procedimento era proseguito in modo quantomeno singolare.
Era stato infatti inviata una comunicazione alle Autorità Militari americane di stanza a Verona in merito a quanto emerso a carico di Teddy RICHARDS, ma in seguito non si era più avuta alcuna notizia di un’incriminazione dello stesso nè da parte delle Autorità americane nè da parte di quelle italiane.
I quattro ordinovisti erano stati condannati dalla Pretura di Verona a pene irrisorie (da uno a tre mesi di arresto) prestando fede alla tesi difensiva secondo cui si sarebbe trattato di un gruppo di collezionisti di armi ed evidentemente anche di esplosivi.
Perdipiù, quando il G.I. di Venezia dr. Felice Casson, nell’ambito degli approfondimenti relativi all’attentato di Peteano, che vedeva fra l’altro coinvolto come autore di una falsa perizia il dr. Marco MORIN, aveva cercato di acquisire il fascicolo processuale presso l’Archivio della Pretura di Verona, aveva scoperto che il fascicolo, e solo quello specifico fascicolo, era inspiegabilmente scomparso (cfr. sentenza-ordinanza depositata in data 3.1.1989 nel procedimento a carico di MORIN Mario ed altri, vol.27, fasc.1, ff.42 e ss.), cosicchè era stato possibile ricostruire la vicenda relativa al rinvenimento delle armi e degli esplosivi solo parzialmente, grazie alle copie rimaste presso la Questura di Verona.
Non si era certo trattato di una sparizione casuale e infatti la conferma è giunta da Carlo DIGILIO che aveva in seguito raccolto i commenti soddisfatti di Marcello SOFFIATI:
"""
Un altro episodio importante è quello collegato alla sparizione del fascicolo concernente l'imputazione di detenzione di armi ed esplosivo a Verona in capo a MASSAGRANDE, BESUTTI e altri.Poichè era stato Teddy RICHARDS a fornire al gruppo parte delle armi che erano state sequestrate, egli poi si preoccupò di far sparire il fascicolo processuale dal Tribunale di Verona.
Questo intervento valse anche a impedire che rimanessero troppe tracce dello stesso RICHARDS negli atti.
Mi disse Marcello SOFFIATI che per far sparire questo fascicolo servirono denaro e connivenze nell'ambiente giudiziario.
Per RICHARDS si era trattato di un episodio squalificante in quanto aveva ceduto con imprudenza armi della caserma a persone estranee all'ambiente militare""".
(DIGILIO, int.14.12.1996, f.5).
Di particolare importanza è il fatto che fra il materiale sequestrato nel maggio 1966 vi fossero ben 5 barattoli di esplosivo gelatinizzante israeliano MC 13, esplosivo certo non facilmente reperibile e sicuramente di provenienza militare.
Tale circostanza non può che ricollegarsi agli stretti rapporti intercorrenti fra la struttura di sicurezza americana e le analoghe strutture israeliane (int. DIGILIO, 6.3.1997, f.1) e alle conseguenti, anche se imprevedibili, ricadute in chiave strettamente anticomunista sulla struttura di Ordine Nuovo, come si è ampiamente esposto nel capitolo 39.
Concludendo in ordine alla figura del capitano Teddy RICHARDS, anche Dario PERSIC ha ricordato di aver avuto modo di conoscerlo a Colognola, presentatogli da Giovanni BANDOLI, e ne ha fornito una descrizione fisica del tutto analoga a quella indicata da Carlo DIGILIO (dep. PERSIC, 18.4.1997, f.4, e int. DIGILIO, 5.1.1996, f.4).
Secondo Dario PERSIC, il militare americano era stato in servizio, sino alla metà degli anni ‘70, lontano dall’Italia, forse in Vietnam, mentre a Verona era rimasta la sua famiglia (dep. citata, f.4) e ciò corrisponde con il racconto di Carlo DIGILIO, il quale ha riferito che il capitano RICHARDS aveva sostituito il capitano CARRET nel 1974 e che il servizio in un altro Paese per alcuni anni era dovuto, probabilmente, a motivi precauzionali visto il pericolo causato dall’ "infortunio" del 1966 (int. DIGILIO, 5.5.1997, f.2).
Anche in relazione alla figura del capitano Teddy RICHARDS, l’esame di vecchi atti processuali e le nuove acquisizioni hanno quindi confermato il quadro fornito da Carlo DIGILIO.
51
IL RUOLO DI LEO JOSEPH PAGNOTTA E JOSEPH LUONGO
LA TESTIMONIANZA DEL MAGGIORE KARL HASS
A partire dalla primavera del 1996, Carlo DIGILIO ha fatto riferimento, con particolari sempre più dettagliati, a due italo-americani, Leo Joseph PAGNOTTA e Joseph LUONGO, i quali, sin dall’immediato dopoguerra, erano stati i punti di partenza della costituzione della rete americana reclutando, in funzione della comune causa anticomunista, sia ex-ufficiali tedeschi sia, soprattutto nel Veneto, ex-repubblichini e altri elementi di estrema destra.
I dati forniti da Carlo DIGILIO in relazione a tali due personaggi, di grandissimo interesse per comprendere gli esordi di tale struttura, sono i seguenti:
- Leo Joseph PAGNOTTA e Joseph LUONGO frequentavano, ancora negli anni ‘70, con una certa assiduità, Colognola ai Colli e soprattutto PAGNOTTA era molto legato a Sergio MINETTO, tanto che Bruno SOFFIATI si era rammaricato pubblicamente che soprattutto MINETTO, più di suo figlio Marcello, avesse alle spalle un personaggio importante come PAGNOTTA in grado di aiutarlo (int. 4.5.1996, f.2; 5.5.196, f.7).
- PAGNOTTA aveva partecipato allo sbarco alleato in Sicilia e da allora aveva sempre operato in Italia insieme a LUONGO.
- PAGNOTTA disponeva a Monfalcone di una ditta di importazione di frigoriferi di nome DETROIT, che era frequentata dal prof. Lino FRANCO e da Sergio MINETTO e il cui stabilimento serviva anche come copertura per lo studio, in favore degli americani, di particolari leghe metalliche e altro materiale di interesse militare (int. 5.4.1996, f.2; 5.5.1996, f.7), settore in cui MINETTO era particolarmente impegnato avendo acquisito informazioni anche provenienti da industrie cecoslovacche grazie ad elementi croati che operavano nella zona di confine.
- PAGNOTTA, sempre utilizzando come copertura la sua attività commerciale, si occupava di aerei militari e pezzi di ricambio destinati al Medio-Oriente e comunque ad alleati degli americani (int. 4.10.1996, f.2).
- Sergio MINETTO operava stabilmente con loro tanto che Carlo DIGILIO ricordava che un giorno MINETTO era partito da Colognola alla volta di Milano ove aveva un appuntamento con Joseph LUONGO per un’operazione informativa (int.15.6.1996, f.2).
- Il "riciclaggio" degli ufficiali tedeschi che avevano svolto servizio in Italia durante la seconda guerra mondiale era stato una delle attività più proficue per i due agenti americani, poichè tali ufficiali, in cambio di aiuti finanziari e della possibilità di sfuggire alle sanzioni, avevano messo a disposizione le conoscenze che avevano accumulato sul territorio italiano e sugli elementi considerati di sinistra (int. 12.10.1996, f.3).
Leo Joseph PAGNOTTA è da molto tempo deceduto, ma Carlo DIGILIO ha comunque potuto riconoscerlo senza difficoltà in una fotografia acquisita da personale del R.O.S. presso l’abitazione della figlia Annamaria, tuttora residente a Padova, consentendo così un primo positivo riscontro (int. 29.10.1996, ff.1-2, e fotografia di Leo Joseph PAGNOTTA, vol.20, fasc.1, f.9).
Ma soprattutto dagli atti forniti dal S.I.S.Mi., relativi al fascicolo aperto sin dalla metà degli anni ‘50 in relazione alla figura e all’attività di PAGNOTTA, risulta che questi, nato a Brokton (U.S.A.) il 29.1.1915, era responsabile a quell’epoca del Counter Intelligence Corp di Trieste, il servizio di sicurezza militare americano affiancato all’Esercito degli Stati Uniti e già operante nel nostro territorio sin dal momento dello sbarco degli Alleati in Sicilia, agiva in posizione non ufficiale sotto la copertura di rappresentante di prodotti importati dagli U.S.A. ed era interessato alla ditta AVIPA di Trieste di cui era titolare John HALL, elemento legato a Giovanni BANDOLI di cui si parlerà nel capitolo 54 (cfr. nota del Centro C.S. di Trieste in data 12.10.1959, vol. 20, fasc.1, f.79).
In seguito, PAGNOTTA, sposatosi con una donna italiana, era divenuto socio e gestore di fatto della ditta DETROIT (formalmente di proprietà dello zio della moglie) che si occupava dell’importazione di frigoriferi e disponeva di un capannone a Monfalcone e di un ufficio di rappresentanza a Padova (cfr. nota del Centro C.S. di Padova in data 6.9.1972, vol.20, fasc.1, ff.44 e ss.).
Leo Joseph PAGNOTTA, presente in Italia sin dal 1943 e sin da tale epoca inserito nell’amministrazione alleata in Italia, aveva continuato a frequentare, anche dopo il suo congedo dal C.I.C., ufficiali e civili americani di stanza in Veneto (cfr. nota citata, f.47).
La figlia di PAGNOTTA, Annamaria, sentita dal personale del R.O.S., ha confermato che suo padre era stato presente in Italia sin dal momento dello sbarco in Sicilia (dep. 13.1.1997, vol.20, fasc.1, f.4) e un dipendente di PAGNOTTA a Padova, Adriano PATRON, ha riferito che Leo Joseph PAGNOTTA non aveva mai nascosto di essere stato un ufficiale di collegamento fra l’Esercito degli Stati Uniti e le Autorità italiane e in seguito impegnato in attività informative per il suo Paese di origine (dep. 16.1.1997, vol.20, fasc.1, ff.3-4).
In un altro fascicolo sempre fornito dal S.I.S.Mi, e relativo all’attività delle strutture informative americane, si riferisce che Leo Joseph PAGNOTTA, per conto del C.I.C., aveva avuto l’incarico di costituire a Milano, nella metà degli anni ‘50, un centro informativo destinato a lavorare sulla situazione jugoslava e in genere sui Paesi d’Oltre Cortina (cfr. nota di accompagnamento del R.O.S. in data 4.3.1996 e atti allegati, vol.20, fasc.11, f.24).
Risulta così confermato, con riscontri difficilmente contestabili, il quadro fornito da Carlo DIGILIO e cioè che Leo Joseph PAGNOTTA rappresentava uno dei punti di partenza in Veneto delle rete di cui poi sarebbero entrati a far parte il prof. Lino FRANCO e Sergio MINETTO, quest’ultimo in grado di giustificare i suoi contatti con la ditta DETROIT di PAGNOTTA in ragione della sua attività di frigoriferista.
Ma gli elementi di riscontro acquisiti non terminano qui.
Infatti, in occasione della perquisizione operata da personale del R.O.S., su disposizione di questo Ufficio, nel gennaio 1997, nell’abitazione di Annamaria PAGNOTTA veniva rinvenuta e sequestrata un’agenda del padre risalente al 1955.
Tale agenda, già ad un primo esame e nonostante le difficoltà di decifrazione della scrittura, risultava contenere numerosissime annotazioni manoscritte relative alla commercializzazione di aerei militari, di pezzi di ricambio per gli stessi e di altro materiale di uso bellico (cfr. nota del R.O.S. in data 4.10.1996, vol.20, fasc.1, ff.24 e ss.).
La completa decifrazione ed analisi di tale agenda veniva quindi affidata al tenente colonnello dell’Aeronautica Sergio Venezia, ottimo conoscitore fra l’altro delle strutture militari americane e inglesi (cfr. vol.20, fasc.1, f.15).
Dalla relazione tecnica del colonnello Venezia, depositata in data 20.6.1997, emerge in modo inequivoco che Leo Joseph PAGNOTTA, nella seconda metà degli anni ‘50, era stato l’agente intermediario non palese di un Governo Occidentale (certamente gli Stati Uniti d’America vista la provenienza della maggior parte del materiale militare) nella vendita di aerei, parti di ricambio e altro materiale a Paesi amici dell’area Medio-Orientale, in sostanza Israele, a quell’epoca teatro di conflitti (cfr. vol.20, fasc.14, ff.4 e ss.).
In parole povere, Leo Joseph PAGNOTTA, anche con un guadagno economico personale, ma certamente su direttive "superiori", aveva organizzato la vendita a Israele, in occasione della seconda guerra arabo-israeliana dell’autunno 1956, di velivoli, carri armati, battelli, mine terrestri e navali, munizioni ed equipaggiamenti vari (descritti negli accurati schemi illustrativi allegati alla relazione, tratti dalla decifrazione degli appunti di PAGNOTTA), materiale tutto proveniente dal surplus militare degli Stati Uniti e di altri Paesi Occidentali che ufficialmente non poteva essere venduto a Israele.
Infatti gli impegni istituzionali vigenti all’epoca impegnavano da un lato gli Stati Uniti a non rifornire "ufficialmente" Israele, mentre i Paesi Arabi erano avvantaggiati potendo acquistare materiale militare dall’Unione Sovietica e dai Paesi ad essa alleati.
Con simili procedure non ufficiali, invece, agenti di fiducia come PAGNOTTA (che, fra l’altro, era di origine ebrea) avevano aiutato Israele, più debole sul piano militare soprattutto in termini di velivoli, a disporre di mezzi militari statunitensi, canadesi e britannici formalmente non più in carico dopo la seconda guerra mondiale alle Forze Armate di tali Paesi in quanto sostituiti da mezzi più moderni.
Tale azione di "riequilibrio" delle forze in campo aveva dato i risultati sperati per gli occidentali in quanto, come noto, l’ "attacco preventivo" israeliano nel Sinai dell’ottobre 1956 aveva avuto successo e i Paesi Arabi avevano dovuto rinunziare al loro sogno di cancellare dal Medio Oriente l’ "Entità Sionista".
Si aggiunga che da ulteriori atti forniti dal S.I.S.Mi. nella fase finale dell’istruttoria, è emerso che nel 1955 Leo Joseph PAGNOTTA era in contatto con l’ing. Hussein SADEGH, Addetto Commerciale presso l’Ambasciata dell’Iran (Paese allora gravitante nel campo occidentale) a Roma, al fine di intavolare trattative per l’acquisto di una notevole partita di petrolio grezzo persiano (cfr. nota in data 29.10.1955 del Raggruppamento Centri C.S., in atti S.I.S.Mi., con nota di accompagnamento del R.O.S. in data 18.9.1997, vol.55, fasc.8, f.28).
In conclusione, è di tutta evidenza come l’analisi dell’agenda di Leo Joseph PAGNOTTA e l’attività "non ufficiale" da questi svolta in direzione dell’area medio-orientale confermi e integri in modo insuperabile il racconto di Carlo DIGILIO relativo a tale importante personaggio della struttura americana.
Per quanto concerne la figura di Joseph LUONGO, questi è stato identificato nell’omonimo, nato a New Haven (U.S.A.) il 3.5.1916, cittadino statunitense residente, a partire dalla metà degli anni ‘80, a Bolzano evidentemente, ormai, come pensionato in congedo dalle strutture di cui aveva fatto parte (cfr. nota del R.O.S. in data 15.4.1997, vol.20, fasc.2, f.15).
Anche in relazione alla figura di Joseph LUONGO è stato possibile, con assoluta precisione, trovare conferma del quadro fornito da Carlo DIGILIO tramite atti recuperati dalla Direzione del S.I.S.Mi, e risalenti alle fasi abbastanza iniziali della formazione della rete americana.
Infatti veniva acquisito un atto, portante la data 22.3.1960, contenente il quadro fornito all’epoca ai nostri Servizi dal maggiore Albert VARA (ufficiale di collegamento fra il C.I.C. americano e il nostro SIFAR) degli agenti e fiduciari appunto del Counter Intelligence Corp operanti nel Nord-Italia sotto la copertura delle basi SETAF (cfr. nota d’analisi del R.O.S. in data 23.9.1996 e atto allegato trasmesso dal S.I.S.Mi. in data 23.7.1996, vol.20, fasc.2, ff.20 e ss.).
Nella parte manoscritta di tale appunto, Joseph LUONGO è indicato come Capo dell’Ufficio di contatto, a Roma, con il Ministero dell’Interno e vi è accanto, fra parentesi, il nome CAPUTO, corrispondente certamente a Ulderico CAPUTO, all’epoca funzionario del nostro Ministero con compiti di sicurezza (f.30).
Nello schema allegato agli appunti manoscritti, che dovrebbe essere quello originale statunitense, il nome di Joseph LUONGO è indicato con quelli di altri agenti nel rettangolino che porta in inglese il titolo "PROGETTI SPECIALI - RECLUTAMENTO E COLLEGAMENTO" ed è seguito da altri 3 rettangolini contenenti l’indicazione delle squadre operanti a Verona, Vicenza e Livorno, luoghi ove appunto esistevano ed esistono Comandi americani (f.33).
E’ quindi certo che Joseph LUONGO fosse un quadro di alto livello della struttura militare di sicurezza statunitense, proprio con il ruolo di organizzatore e reclutatore indicato da Carlo DIGILIO.
In un altro documento fornito dal S.I.S.Mi. (cfr. nota della Direzione del Servizio in data 10.5.1994 e analisi del documento da parte del R.O.S. in data 13.5.1994, vol.20, fasc.5), risalente al 1975 e definito allora dal S.I.D. "esatto nelle linee generali" (f.7), Joseph LUONGO è indicato come uno dei principali appartenenti ad una rete di spionaggio americana operante a Vicenza, molto probabilmente diversa e successiva a quella descritta da Carlo DIGILIO.
Si noti che nel documento, originariamente in lingua inglese e tedesca e proveniente da un briefing informativo tenuto nel marzo 1975 a Wiesbaden tra appartenenti a più Servizi in ambito N.A.T.O., è presente una sorta di lamentela (attribuibile al funzionario del nostro Servizio che ha tradotto e presentato l’appunto) collegata al fatto che il servizio segreto americano avrebbe teso ad una completa supremazia informativa in ambito N.A.T.O. assicurandosi il monopolio delle informazioni nell’ambito dell’Alleanza e raccogliendo notizie anche sulle attività di polizia interna ed esterna del nostro Paese (f.5).
Per tale ragione fine dell’appunto è anche quello di proporre indagini sugli agenti non noti indicati nell’elenco (ma fra questi non LUONGO, indicato come "noto") per verificare se si tratti di agenti illegali e non accreditati (f.7).
Il quadro dei riscontri, tuttavia, non si ferma qui.
Insieme agli atti appena citati, concernenti anche Joseph LUONGO, il S.I.S.Mi. ha fornito una fotografia risalente al primo dopoguerra che ritrae alcune persone in posa durante una cerimonia di battesimo e sul retro di tale fotografia sono indicati, fra le persone effigiate, Karl HASS, il secondo da destra, e, al suo fianco, il colonnello "Josip" LUONGO (cfr. vol.20, fasc.2, ff.2 e ss.).
Karl HASS, il maggiore delle SS addetto in Italia, durante la seconda guerra mondiale, ai servizi di sicurezza, corresponsabile in tale veste del massacro delle Fosse Ardeatine e recentemente condannato per i reati ad esso connessi, è stato sentito da personale del R.O.S. in data 4.7.1996 in merito ai rapporti intrattenuti, a partire dal primissimo dopoguerra, con i servizi segreti occidentali che gli avevano consentito di vivere indisturbato in Italia e di evitare conseguenze in relazione al gravissimo episodio in cui aveva avuto parte (cfr. vol.20, fasc.9).
La testimonianza di Karl HASS, estremamente significativa anche se probabilmente incompleta e reticente, costituisce la conferma completa del racconto di Carlo DIGILIO in merito al ruolo svolto da PAGNOTTA e LUONGO nella formazione della rete americana in cui sarebbero poi entrati Sergio MINETTO e le altre persone man mano reclutate in Veneto soprattutto nelle località in cui si trovavano importanti basi americane.
Il maggiore HASS, infatti, ha confermato innanzitutto di aver lavorato, già a partire dal 1943, per il Comando dei servizi di sicurezza tedeschi, che aveva sede a Verona (e a cui, secondo le testimonianze raccolte nella presente istruttoria, sarebbe stato vicino Bruno SOFFIATI che gestiva una propria rete informativa), partecipando ad importanti operazioni di intelligence quali l’arresto, insieme a Otto SKORZENY, dei Ministri italiani che avevano "tradito" il Duce e la costituzione di una rete di radiotrasmissioni, denominata IDA, che avrebbe dovuto continuare a trasmettere dati da Roma anche dopo l’ingresso nella capitale degli anglo-americani (dep. citata, f.1).
Arrestato dagli Alleati e trasferito in un carcere americano a Roma, dopo pochi giorni Karl HASS era stato contattato dal maggiore PAGNOTTA del Counter Intelligence Corp che gli aveva proposto di lavorare per il servizio segreto militare americano.
A tal fine era stato portato, nel marzo del 1947, in Austria, a Gmunden, presso il Comando del C.I.C. e qui gli era stato presentato il maggiore LUONGO che fungeva anche da elemento di collegamento fra il C.I.C. e il Ministero dell’Interno italiano (dep. citata, ff.2-3).
Gli era stato quindi fornito un falso passaporto italiano a nome GIUSTINI ed era quindi rientrato a Roma, alloggiando in un convento, e incaricato di compiti informativi in favore degli americani nel quadro della difesa dalla comune minaccia marxista.
In previsione della possibile vittoria del Fronte delle Sinistre nelle elezioni del 1948, il maggiore HASS aveva quindi attivato una serie di contatti fra la struttura americana e gli ambienti dell’estrema destra romana al fine di concordare un eventuale piano di occupazione, in caso di vittoria elettorale delle sinistre, dei principali edifici pubblici e del trasmettitore radio di Monte Mario (dep. citata, f.3).
Nel corso di tale attività, fra l’altro, il maggiore HASS era entrato in contatto con il funzionario del Ministero dell’Interno Ulderico CAPUTO (f.6) e cioè proprio il funzionario indicato nell’appunto del 22.3.1960 appena illustrato, accanto al nome del maggiore Joseph LUONGO.
All’inizio degli anni ‘50, il maggiore HASS era rientrato in Austria continuando a lavorare per il Military Information Service nell’ambito di Radio Free Europe (dep. citata, f.4).
In una successiva deposizione a personale del R.O.S. (18.11.1996, vol.20, fasc.9, ff.13 e ss.), Karl HASS ha ricordato anche di aver svolto un’attività di collaborazione con il dr. Ulderico CAPUTO e con gli americani nell’attività di sostegno logistico e psicologico di un agente sovietico transfuga in Occidente.
Il testimone non ha aggiunto altro, ma quanto ora esposto è più che sufficiente per confermare che le risultanze istruttorie relative alla formazione e al funzionamento della rete americana corrispondono a verità.
Al fine di integrare i dati raccolti sul ruolo svolto in Italia dal Karl HASS sono stati acquisiti, con la collaborazione del S.I.S.Mi., tutti gli atti di interesse ancora presenti in vecchi fascicoli del SIFAR e del SID (cfr. nota della Direzione del S.I.S.Mi. in data 5.9.1996 e lettera di accompagnamento e di analisi del materiale raccolto, ad opera del R.O.S., in data 21.2.1997, vol.20, fasc.9. ff.74 e ss.).
Da tali documenti e dall’analisi ragionata fatta dal personale del R.O.S. emerge non solo che Karl HASS era stato un agente del C.I.C. (tanto da avere l’incarico di controllare a Roma i comunisti tedeschi in contatto con il P.C.I. e da svolgere, all’inizio degli anni ‘50 a Linz in Austria, presso una scuola di spionaggio americana, l’attività di insegnante per la preparazione di agenti tedeschi; cfr. nota R.O.S. citata, f.82), ma che i rapporti fra questi e il maggiore LUONGO erano stati ben più intensi e duraturi tanto da protrarsi quantomeno fino al 1962, allorchè il maggiore LUONGO era stato dichiarato persona non gradita e allontanato dall’Italia a seguito di scontri interni fra il servizio segreto civile del Ministero dell’Interno e il SIFAR, con il cui Direttore di allora il maggiore LUONGO era entrato in contrasto.
In sostanza il maggiore Karl HASS, ancora interessato, all’inizio degli anni ‘60, ad attività informative concernenti il terrorismo altoatesino (cfr. nota R.O.S. citata, f.87), sarebbe stato sempre tutelato dai funzionari dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, dr. Gesualdo BARLETTA e dr. Ulderico CAPUTO, entrambi a stretto contatto con la rete informativa del maggiore LUONGO, meno gradito, per ragioni che oggi è ormai difficile stabilire, al servizio segreto militare italiano dell’epoca, e cioè il SIFAR (cfr. nota R.O.S. citata, ff.86 e 92-93).
A chiusura del cerchio dei riscontri concernenti la figura del maggiore LUONGO, Carlo DIGILIO, visionata la fotografia della cerimonia di battesimo fornita dal S.I.S.Mi. (che riguarda il battesimo, a Roma nel 1949, della figlia del maggiore LUONGO; cfr. dep. Karl HASS, 4.7.1996, ff.7-8), ha riconosciuto senza difficoltà nella terza persona da destra Joseph LUONGO, conosciuto a Colognola in quanto in stretto contatto con Sergio MINETTO (int. DIGILIO, 12.10.1996, ff.3-4).
Sarebbe stato certamente di grande interesse sentire il maggiore Joseph LUONGO, ancora vivente, sulla formazione e l’attività della struttura di spionaggio da lui coordinata, sui suoi rapporti con Sergio MINETTO e tutto il gruppo di Colognola ai Colli nonchè sui suoi rapporti con il maggiore Karl HASS ed altri ex-ufficiali tedeschi.
Il maggiore LUONGO, ormai pensionato, si era stabilito da alcuni anni a Bolzano e quindi una sua convocazione sarebbe stata abbastanza agevole.
Le notizie relative alla sua esistenza in vita e alla circostanza che egli risiedesse in Italia sono state tuttavia acquisite solo fortunosamente nella primavera del 1997 e in quel momento stata appurata un’altra circostanza che non appare certo casuale.
Joseph LUONGO aveva lasciato l’Italia ritornando negli Stati Uniti nel giugno del 1996, rendendosi così concretamente irreperibile proprio nei giorni in cui il suo nome era uscito per la prima volta durante gli interrogatori che il maggiore Karl HASS aveva reso alla Procura Militare di Roma (cfr. nota del R.O.S. in data 15.4.1997, vol.20, fasc.2, ff.15-16).
Certamente non una coincidenza.
52
LA POSIZIONE DI SERGIO MINETTO
Sergio MINETTO è stato interrogato molte volte sia da questo Ufficio sia dal Pubblico Ministero il quale, proprio con l’incriminazione di MINETTO per il reato di falsa testimonianza, ha aperto nel maggio 1995 il procedimento 6071/95 R.G.N.R. nel quale sono successivamente confluiti gli atti e le incriminazioni relative alla strage di Piazza Fontana.
Sergio MINETTO è stato infatti sentito una prima volta il 17.5.1995 in qualità di testimone sulla base delle prime dichiarazioni di Carlo DIGILIO e, arrestato per falsa testimonianza con provvedimento del G.I.P. di Milano in data 19.5.1995, è stato ancora sentito da questo Ufficio in data 22.5.1995 e dal Pubblico Ministero in data 2.6.1995.
Dopo la sua scarcerazione egli è stato ancora sottoposto a due articolati interrogatori in data 24.5.1996 (e nel medesimo giorno si è svolto il confronto con Gastone NOVELLA) e in data 20.6.1997, durante i quali gli sono stati dettagliatamente contestati tutti gli elementi che via via erano emersi dalle dichiarazioni di Carlo DIGILIO e di altre persone e dai riscontri effettuati.
La linea scelta da Sergio MINETTO, sin dalla sua prima deposizione, è stata quella dell’assoluta reticenza e dell’assoluto rifiuto di narrare la sua esperienza politica e di collaborazione con strutture di informazione straniere, anche a prescindere dalla rilevanza penale di tale attività, e di rispondere alle domande con affermazioni al limite dell’inverosimile, dipingendosi sempre come un modesto e innocuo riparatore di frigoriferi che non comprendeva le ragioni dell’interesse degli investigatori nei suoi confronti.
In sintesi, MINETTO ha affermato di non essersi interessato di politica dopo la fine della guerra, durante la quale aveva prestato servizio nella Marina della R.S.I., limitandosi per alcuni anni ad essere iscritto al P.S.D.I.
Ha dichiarato di aver frequentato su un piano amichevole, a Colognola ai COLLI, Bruno a Marcello SOFFIATI ammettendo poi, faticosamente, la conoscenza con Giovanni BANDOLI, ma di non aver nemmeno mai visto il suo "accusatore" Carlo DIGILIO.
Ha dichiarato di aver conosciuto occasionalmente, una volta, a metà degli anni ‘60 durante una sagra paesana, il dr. MAGGI, presentatogli da Bruno SOFFIATI, e di non essersi mai recato a Venezia, nemmeno per lavoro, nè all’estero in nessuna circostanza, a parte un periodo trascorso in Argentina per ragioni di lavoro.
Quanto alla sua frequentazione delle basi americane, egli ha riconosciuto di essere entrato qualche volta nelle basi americane di Verona e di Affi, ma solo per riparare frigoriferi.
Raramente la linea difensiva di un imputato è stata, tuttavia, progressivamente smentita in maniera così clamorosa e definitiva, anche se, dinanzi alle progressive acquisizioni che l’Ufficio gli contestava, Sergio MINETTO non ha minimamente modificato il proprio atteggiamento, comportandosi da vero agente di un servizio informativo il quale, pur da tempo in congedo, continua a tutelare la struttura per cui ha lavorato.
In sintesi:
- La non conoscenza di Carlo DIGILIO da parte di Sergio MINETTO, a parte ogni considerazione sui numerosi particolari forniti dal collaboratore in merito alla sua persona, tutti rivelatisi pertinenti, è stata documentalmente smentita dall’acquisizione delle fotografie del pranzo di nozze di Marcello SOFFIATI e Anna Maria BASSAN, avvenuto nel 1973 (cfr. fotografie allegate alla deposizione di quest’ultima dinanzi al P.M., 8.6.1995, vol.25, fasc.1, ff.30 e ss.).
In tali fotografie si nota Sergio MINETTO, testimone della sposa, seduto allo stesso tavolo in cui siede Carlo DIGILIO e quasi dinanzi a lui.
La circostanza è resa ancor più significativa dal fatto che al pranzo erano presenti solo i parenti stretti e pochi amici intimi fra cui (oltre a DIGILIO) Giovanni BANDOLI, anch’egli appartenente alla rete informativa, e Dario PERSIC (dep. BASSAN citata, f.2; int . DIGILIO, 6.11.1995, ff.4-5).
- Perdipiù Gastone NOVELLA, impiegato al Casinò del Lido di Venezia, simpatizzante del gruppo di Ordine Nuovo di tale città e anch’egli frequentatore della casa di Bruno SOFFIATI a Colognola ai Colli, ha ricordato di essere stato accompagnato insieme a DIGILIO proprio da Sergio MINETTO sull’autovettura di questi, al termine di un incontro, da Colognola alla stazione ferroviaria di Verona (dep. NOVELLA, 11.2.1996, f.2).
Quel giorno Sergio MINETTO aveva raccontato di essere stato in contatto, durante la sua permanenza in Sud-America, con ambienti di esuli tedeschi che avevano lasciato il loro Paese dopo la sconfitta del regime nazista (dep. citata, f.5).
Gastone NOVELLA ha confermato tali circostanze anche durante il confronto sostenuto con Sergio MINETTO il 24.5.1996, indicando anche esattamente la marca dell’autovettura, una Renault, di cui MINETTO disponeva.
- Sergio MINETTO, al fine di giustificare come casuale la sua presenza in alcune basi americane ed esclusivamente legata alla riparazione di frigoriferi, ha dichiarato di essere stato appunto occasionalmente introdotto in tale ambiente da un Carabiniere a nome LIPPOLIS, abitante nel suo stesso stabile e all’epoca in servizio presso la base SETAF di Verona (int. MINETTO, 22.5.1995, ff.2-3).
Il carabiniere Angelo LIPPOLIS, sentito in data 30.5.1995, ha invece spiegato di non aver mai prestato servizio presso la base SETAF, ma solo presso il Comando Gruppo dell’Arma di Verona ed ha pertanto escluso recisamente di aver mai introdotto MINETTO in basi americane per motivi connessi a riparazioni di frigoriferi, mettendo così nel nulla il tentativo di MINETTO di dipingere come casuale tale sua presenza.
- Carlo DIGILIO ha più volte dichiarato, nel corso dei suoi interrogatori, che Sergio MINETTO era stato più volte inviato in missione all’estero per conto della struttura informativa tessendo, anche in tali occasioni, i contatti che questi aveva attivato durante il suo lavoro di copertura in Italia, appunto come frigoriferista
Sergio MINETTO ha negato di essersi mai recato all’estero dopo il suo ritorno dall’Argentina, ma, durante la perquisizione effettuata nel maggio 1995 nella sua abitazione, sono state ritrovate due lettere risalenti al 1987 trasmesse dal Governo del Land della Svevia concernenti la richiesta di documenti da parte di tale Governo in relazione ad una pensione che poteva essere riconosciuta allo stesso MINETTO per attività lavorative svolte nella Germania Occidentale.
Tale questione non ha potuto essere ulteriormente approfondita anche per la scarsa collaborazione fornita dalle Autorità tedesche, pur investite di una formale rogatoria avanzata da questo Ufficio (cfr. vol.21, fasc.6), ma rimane il dato inequivoco di passate presenze, non a caso negate, di Sergio MINETTO nella Germania Occidentale e cioè in uno dei Paesi cardine della struttura difensiva della N.A.T.O. ove si tenevano, come ricordato anche dal colonnello Amos SPIAZZI, corsi di istruzione e di addestramento sotto il patrocinio delle strutture militari americane.
- Una delle poche circostanze ammesse da Sergio MINETTO, e sarebbe del resto stato difficile il contrario, sono i rapporti strettissimi, quasi di devozione, che egli aveva sempre coltivato con il commercialista veronese Giancarlo GLISENTI, cui egli aveva fatto quasi quotidianamente visita, come risulta anche dai servizi di osservazione del R.O.S. (cfr. vol.46, fasc.8, ff.70 e ss.) nella primavera del 1995, poco prima che il dr. GLISENTI decedesse per una grave malattia.
Con il dr. GLISENTI, del resto, Sergio MINETTO aveva diviso l’infanzia in quanto sua madre ne era stata la balia e il padre il giardiniere della sua villa, cosicchè MINETTO era rimasto sempre l’uomo di fiducia di tale importante famiglia veronese (dep. MINETTO 17.5.1995, f.3; int. 22.5.1995, f.3).
Il dr. Giancarlo GLISENTI era del resto figlio di Giovanni GLISENTI, Podestà di Colognola ai Colli nel ventennio fascista.
Esaminando il fascicolo intestato al commercialista presso il Comando Provinciale Carabinieri di Verona, veniva rinvenuto un appunto dattiloscritto contenente informazioni a fini di sicurezza sul conto del dr. GLISENTI, con una annotazione manoscritta del seguente tenore: "appunto consegnato in data 26.4.1965 al Comando CC FTASE".
Tale appunto è quindi collegato ad una procedura volta a verificare il grado di affidabilità del dr. GLISENTI e può avere solo due spiegazioni.
Chi aveva chiesto le informazioni al Comando dei Carabinieri all’interno della base FTASE della N.A.T.O. si proponeva o di verificare la figura di una persona molto vicina a Sergio MINETTO, allo scopo di controllarne le frequentazioni, o, più probabilmente, stava valutando la pssibilità di inserire il dr. GLISENTI, che poteva essere molto utile in ragione della sua attività professionale, nella stessa struttura di cui già faceva parte Sergio MINETTO (cfr. annotazione del R.O.S. in data 8.5.1995, vol.23, fasc.9, f.87).
Perdipiù il giorno successivo alla morte del dr. GLISENTI, il 3.4.1995, veniva intercettata sull’utenza di casa MINETTO una interessante conversazione fra la moglie di MINETTO e sua sorella (cfr. vol.46, fasc.9, ff.1 e ss.).
Le due donne stavano dialogando della morte di GLISENTI e ad un certo punto Giovanna MILANI, moglie di MINETTO, aveva affermato che "l’americano" l’aveva chiamata circa un’ora prima e che lei gli aveva riferito di aver saputo della morte del dr. GLISENTI e che Sergio MINETTO per tale ragione si trovava in Ospedale.
E’ quindi estremamente significativo che anche la persona più legata, anche sul piano umano, a Sergio MINETTO, e cioè il dr. Giancarlo GLISENTI, fosse stato sin dal 1965 oggetto di interesse per il Comando FTASE di Verona e che la sua morte abbia subito registrato la presenza e l’interessamento di un "americano" rimasto sconosciuto.
In qualsiasi punto e sotto qualsiasi profilo sia stato possibile verificare l’attività e i contatti di Sergio MINETTO, compatibilmente con il tempo trascorso e la scontata mancanza di collaborazione delle Autorità cui egli faceva riferimento, la ricerca ha invariabilmente portato alla struttura e agli ambienti ampiamente descritto da Carlo DIGILIO.
- Anche Martino SICILIANO ha contribuito a smontare la linea difensiva di Sergio MINETTO, secondo la quale egli non avrebbe avuto alcun contatto con il gruppo ordinovista veneziano nè si sarebbe mai recato a Venezia nemmeno per ragioni di lavoro.
Martino SICILIANO ha infatti ricordato di aver visto MINETTO un paio di volte a Colognola ai Colli, insieme al dr. MAGGI e a Delfo ZORZI, e un paio di volte anche a Venezia, a casa del dr. MAGGI e ad una riunione, nel 1968 fra militanti di Ordine Nuovo (presenti MAGGI, ZORZI e SOFFIATI) ed ex-repubblichini, a casa dell’esponente della R.S.I. Mario CENTANNI, al fine di concordare un’azione comune nella campagna per la scheda bianca che doveva essere condotta alle elezioni politiche di quell’anno (int. SICILIANO, 1°.6.1996, ff.2-3).
Inoltre le fotografie di Sergio MINETTO con un garofano rosso all’occhiello, al matrimonio di Marcello SOFFIATI, hanno ricordato a Martino SICILIANO una serie di battute scherzose che erano circolate nell’ambiente in merito ad un camerata che, ammiccando al garofano rosso che portava, aveva finto di essere un "compagno".
Si trattava quasi certamente di Sergio MINETTO, che effettivamente si era iscritto al P.S.D.I., iscrizione che, dopo la scissione di tale partito dal P.S.I., era una delle più semplici coperture nella vita civile per gli elementi di destra.
Infatti sotto la guida dell’on. TANASSI, tale Partito, pur essendo formalmente socialdemocratico, aveva avviato una linea politica decisamente di destra e favorevole agli americani, cosicchè l’iscrizione al P.S.D.I. era un comodo espediente per continuare a fare una politica di destra con un’etichetta (simboleggiata appunto da simboli come il garofano rosso) che permetteva di non esporsi (int. SICILIANO, 1°.6.1996, ff.3-4).
L’utilizzo di tale copertura è stato riferito anche da Carlo DIGILIO, anch’egli a conoscenza dell’iscrizione di Sergio MINETTO al P.S.D.I. e del suo significato. (int. 14.7.1996, f.3).
- Nell’interrogatorio in data 24.5.1996, Sergio MINETTO, rispondendo ad una domanda relativa alle ditte con le quali era in contatto nel campo dell’attività di riparazione dei frigoriferi, ha fatto cenno, fra le altre, alla DETROIT della zona di Padova, una ditta italiana anche se aveva un nome straniero (f.6).
Tale circostanza, sfuggita a MINETTO proprio alla conclusione dell’interrogatorio, è di grande importanza.
Infatti la ditta DETROIT, che si occupava della produzione di frigoriferi e che disponeva di un capannone a Monfalcone e di un ufficio vendite a Padova, era di fatto diretta da uno dei suoi soci, l’italoamericano Leo Joseph PAGNOTTA.
Leo Joseph PAGNOTTA, secondo il racconto di Carlo DIGILIO confermato dagli atti forniti dal S.I.S.Mi., altri non era che colui il quale, insieme a Joseph LUONGO, aveva costituito sin dall’immediato dopoguerra la rete informativa americana nel Nord-Est d’Italia, quale capo a Trieste del Counter Intelligence Corp di cui erano entrati a far parte proprio Sergio MINETTO e il prof. Lino FRANCO (cfr. ampiamente, sulla figura di PAGNOTTA, l’annotazione del R.O.S. in data 26.6.1997 sulla struttura di intelligence statunitense, vol.23, fasc.23, ff.56-60).
Il capannone di Monfalcone, sempre secondo il racconto di Carlo DIGILIO, era frequentato da MINETTO e dal prof. Lino FRANCO per attività che dovevano svolgersi in condizioni di copertura e di sicurezza e Leo Joseph PAGNOTTA, sovente citato nelle discussioni che si svolgevano a Colognola ai Colli, a metà degli anni ‘70 era ancora considerato uno degli elementi più importanti che stavano alle spalle degli elementi della rete veronese.
Ancora una volta, quindi, il quadro fornito da Carlo DIGILIO ha avuto un preciso riscontro e ogni contatto, apparentemente innocente e collegato solo ad attività lavorative, di Sergio MINETTO riporta all’ambiente della struttura di intelligence statunitense.
- A definitiva confutazione del tentativo di Sergio MINETTO di dipingersi come un tranquillo riparatore di frigoriferi devono aggiungersi le dichiarazioni rese sulla sua figura da altri frequentatori della trattoria e della casa della famiglia SOFFIATI a Colognola ai Colli: il camionista Dario PERSIC e Benito ROSSI, indicato da DIGILIO quale "antenna" nel Trentino-Alto Adige della rete informativa americana.
Dario PERSIC, con riferimento alla figura di Sergio MINETTO, ha infatti dichiarato che questi aveva partecipato, all’inizio degli anni ‘70, ad una riunione svoltasi nella casa dello stesso PERSIC a Verona, presenti il dr. MAGGI, DIGILIO e Marcello SOFFIATI, ove si era parlato di un mutamento istituzionale che sarebbe avvenuto nel giro di breve tempo con l’aiuto degli americani e partecipava altresì ai "solstizi", cerimonie di ispirazione nazista che si tenevano nei pressi della trattoria di Colognola con la partecipazione anche del colonnello SPIAZZI (dep. PERSIC, 8.2.1995, ff.2-3).
Sergio MINETTO era altresì al corrente della presenza, all’inizio del 1972, dell’avv. Gabriele FORZIATI di Trieste nell’appartamento di Via Stella (dep. PERSIC citata, f.3).
Inoltre, con riferimento alla partecipazione di MINETTO all’attività della rete informativa, egli frequentava, insieme a Giovanni BANDOLI e Benito ROSSI, il "PICCOLO HOTEL" di Verona, punto di incontro dei militari americani per riunioni riservate (dep. PERSIC, 7.4.1997, f.2), circostanza questa confermata anche da Carlo DIGILIO (int. 13.4.1997, f.2).
In sostanza Dario PERSIC ha collocato Sergio MINETTO, in base alle notizie che aveva appreso durante la frequentazione del gruppo di Colognola, ad un livello medio-alto della struttura informativa, al di sopra di Carlo DIGILIO, Marcello SOFFIATI e Benito ROSSI (dep. PERSIC, 7.4.1997, f.3).
Benito ROSSI, dal canto suo, ha riferito che sia Sergio MINETTO sia Marcello SOFFIATI gli avevano confidato esplicitamente di far parte di strutture informative americane, che i due si recavano insieme frequentemente alla base N.A.T.O. di Vicenza e che Sergio MINETTO frequentava stabilmente il PICCOLO HOTEL di Verona, già ricordato da Dario PERSIC come punto di incontro dei militari americani (dep. Benito ROSSI, 10.4.1997, ff.3-4; 21.5.1995, ff.1-2).
Con riferimento a tale albergo è stato rintracciato e sentito Nello DOLCI, barista al Piccolo Hotel all’inizio degli anni ‘70, che ha confermato che all’epoca l’albergo era quasi interamente occupato da militari della caserma Passalacqua di Verona in virtù di una speciale convenzione che era durata sino alla metà degli anni ‘70, quando il Comando SETAF era stato trasferito a Vicenza, rimanendo a Verona solo il Comando Centrale della FTASE di Via Roma (dep. DOLCI, 8.4.1997 a personale del R.O.S.).
In conclusione, non vi è veramente alcun dubbio che Sergio MINETTO fosse un componente della struttura informativa dipendente dal Comando FTASE di Verona, con un incarico medio-alto, gestendo in prima persona una rete di informatori italiani, cui erano alcune volte affidati anche compiti operativi, ed avendo come diretto superiore, all’interno della struttura, un ufficiale americano.
Il problema che si pone ai fini della presente istruttoria è, ovviamente, quello della rilevanza penale di una simile attività con riferimento alla tutela degli interesse interni del nostro Paese e all’eventuale messa in pericolo della nostra collettività e del nostro sistema istituzionale.
Sotto tale profilo è evidente che svolgere attività informativa per un Paese straniero, perdipiù alleato e legato al nostro Paese da uno stabile accordo internazionale quale il Patto Atlantico, non costituisce reato ogniqualvolta tale attività abbia per fine ed oggetto la tutela degli interessi militari o di sicurezza delle strutture militari di quel Paese o della N.A.T.O., regolarmente presenti sul nostro territorio, o comunque attenga più in generale alla difesa o allo sviluppo degli interessi politico/strategici insiti in tale rapporto di alleanza e di integrazione politico/militare.
Alla luce di tale interpretazione, che è l’unica in grado di integrare il precetto penale nel contesto storico/politico, è certo che alcune delle "operazioni" coordinate da Sergio MINETTO, descritte da Carlo DIGILIO (ed elencate a MINETTO nella parte introduttiva dell’interrogatorio in data 20.6.1997), non costituiscono di per sè reato in quanto in assonanza con le linee stabilite dai nostri rapporti di alleanza o comunque neutre o inidonee a ledere gli interessi interni del nostro Paese.
Ci riferiamo, ad esempio, al tentativo di recuperare l’esplosivo rubato a Boscochiesanuova che poteva, in ipotesi, essere utilizzato contro basi americane; all’assunzione di informazioni sulla situazione alto-atesina negli anni del terrorismo irredentista; alla raccolta di informazioni sugli elementi di estrema sinistra dell’Università di Venezia (attività discutibile, ma tipica dell’epoca anche per i nostri Servizi); al tentativo di rintraccio del luogo ove si trovava il generale DOZIER, rapito dalle Brigate Rosse; nonchè a missioni sviluppatesi prevalentemente all’estero quali l’invio di Carlo DIGILIO a Madrid presso l’ing. POMAR e i contatti con elementi ustascia in Cecoslovacchia e in Spagna, anche al fine di sostenerne la struttura logistica e militare in funzione anticomunista.
In alcuni di questi casi la linea di demarcazione fra attività di intelligence militare e attività illecita è veramente sottile (si pensi all’invio di armi a Cipro, agli uomini del generale GRIVAS, tramite il nucleo SIGFRIED di ex-repubblichini facente capo al prof. Lino FRANCO) e si porrebbe anche il problema dell’eventuale mancanza di accredito presso le nostre parallele strutture di sicurezza dell’agente straniero operante, ma comunque non ci si trova dinanzi ad attività definibili come eversive o contrastanti con la sicurezza del nostro Paese.
In altre "operazioni" descritte da Carlo DIGILIO, invece, la situazione è decisamente diversa.
Non era e non è consentito raccogliere, in favore della struttura informativa, come è avvenuto sotto la direzione di Sergio MINETTO, liste di elementi veneti affidabili, normalmente ex-repubblichini o comunque esponenti dell’estrema destra, da utilizzarsi nel caso di un illegale mutamento istituzionale nel nostro Paese (int. DIGILIO, 20.1.1996, f.3) o comunque in azioni di contrasto dell’attività delle forze politiche di sinistra.
Non è ovviamente consentito inviare per ben tre volte un emissario (Carlo DIGILIO, accompagnato in una occasione dal prof. FRANCO) in una base eversiva quale il casolare di Paese, gestito dagli ordinovisti padovani e veneziani, non solo per "visionarne" la dotazione di armi ed esplosivi, ma anche per offrire la propria "consulenza tecnica" nell’approntamento degli inneschi degli ordigni che stavano per essere collocati su 10 convogli ferroviari nell’agosto 1969.
Non è consentito sovraintendere ad operazioni di pretta marca eversiva quali il "trasporto" dell’avv. Gabriele FORZIATI prima a Colognola e poi in Via Stella a Verona e l’addestramento, anche psicologico, di Gianfranco BERTOLI, sempre nell’appartamento di Via Stella.
Ancora più grave è l’anticipazione fatta dal dr. MAGGI a Sergio MINETTO, durante un incontro a Colognola ai Colli, circa 10 giorni prima della strage di Brescia, in merito ad un grosso attentato terroristico che il gruppo di Ordine Nuovo stava per compiere (int. DIGILIO, 19.4.1996, f.3, e 4.5.1996, f.3).
In tutti questi casi, anche a concedere che Sergio MINETTO sia stato solo un recettore di notizie e non uno stimolatore degli avvenimenti che via via vedevano quali protagonisti i militanti di Ordine Nuovo con cui era in contatto, non vi è traccia del fatto che Sergio MINETTO o i suoi superiori abbiano informato le nostre Autorità dei gravi pericoli che l’azione di tale gruppo costituiva per la collettività.
Non vi è infatti traccia, nonostante gli approfondimenti documentali effettuati, di una messa in allarme nè a livello degli Organi di p.g. italiani nè a livello dei nostri servizi di sicurezza, sempre che ciò non sia avvenuto in un contesto diverso e ben più grave, e cioè un contesto di complicità destinata a non lasciare nulla di scritto dietro di sè.
D’altronde tale atteggiamento di contiguità e di collusione con la strategia di Ordine Nuovo da parte di MINETTO e da parte della struttura in cui era inserito è ben testimoniato dalle parole di Carlo DIGILIO in merito ai rapporti fra MINETTO e il dr. MAGGI, i quali si frequentavano stabilmente coordinando di fatto le rispettive strategie.
Il dr. MAGGI, pur non entrando direttamente a far parte della struttura americana, aveva accettato di rendersi disponibile a rivelare i programmi del suo gruppo e, in particolare, tutte le situazioni rilevanti che riguardassero armi, esplosivi o attentati in preparazione, come era avvenuto in occasione dell’incontro appena citato (int. DIGILIO, 19.4.1996, f.3)., precedente di pochi giorni la strage di Brescia.
Era questo un riconoscimento, da parte del dr. MAGGI della rete informativa americana quale alleato posto che, da solo, Ordine Nuovo non poteva pensare di ribaltare la realtà istituzionale del Paese, ma al più solo accendere, in senso non solo metaforico, il detonatore che consentisse ad altri di scendere in campo.
Quando il dr. MAGGI aveva cercato comunque di farsi accettare organicamente nella struttura americana, ormai all’inizio degli anni ‘70, tale richiesta non era stata accettata perchè il gruppo di Ordine Nuovo era già gravato da troppe "magagne" per quello che aveva commesso ed il reclutamento di elementi sicuri e non "pericolosi" per la struttura, in caso di indagini giudiziarie, si era già concluso molti anni prima (int. DIGILIO, 14.12.1996, ff.5-6).
Nonostante la necessità di seguire tale direttiva, che veniva dall’alto, Sergio MINETTO si era comunque molto dispiaciuto in ragione della grande stima ed amicizia che lo legava al dr. MAGGI (int. citato, f.6).
In conclusione, l’attività spionistica di Sergio MINETTO non risulta in alcun modo scriminata dall’esercizio di un dovere nei confronti di una struttura alleata in quanto egli, con le operazioni ora descritte, non ha indirettamente tutelato, bensì messo in pericolo il nostro Paese e la nostra collettività.
Egli, ove non abbia favorito direttamente con il suo operato azioni eversive, ha ostacolato le indagini in corso (si veda la sua presenza nell’episodio relativo all’avv. Gabriele FORZIATI) e anche sotto tale profilo deve rispondere del reato di cui all’art.257 c.p. in quanto, secondo la migliore dottrina, l’interesse politico interno dello Stato, tutelato da tale norma, può riferirsi anche ad attività eversive in grado di mettere in pericolo la sicurezza e il quadro istituzionale dello Stato e tali erano, certamente, le attività della struttura occulta di Ordine Nuovo.
Sergio MINETTO ha mantenuto fede e continuato idealmente tale atteggiamento, a distanza di tanti anni e in un contesto internazionale ormai mutato, anche nel corso della presente istruttoria, chiudendosi in un ostinato e cupo silenzio che mostra come, nell’agente pur ormai in pensione, non vi sia stato il germe di alcuna riflessione critica nè egli abbia sentito il dovere morale di raccontare dinanzi alle Autorità del suo Paese quanto a sua conoscenza in merito a vicende tanto delicate e importanti per la nostra storia recente.
Un silenzio legato ad un vecchio rapporto di fedeltà di servizio, posto che è ben difficile, per ragioni di età e di salute, che tale atteggiamento sia dovuto al timore di una pena.
All’imputazione di cui all’art.257 c.p. si aggiunge nei confronti di Sergio MINETTO quella di detenzione di armi e bombe a mano (capo 34 di rubrica), collegata al recupero della dotazione personale del prof. Lino FRANCO dopo la sua morte avvenuta nel 1969.
Si veda, in proposito, l’interrogatorio di Carlo DIGILIO in data 9.1.1997:
"""
...in relazione alla dotazione logistica di Marcello SOFFIATI, faccio presente che nell'abitazione del padre di Marcello, in cucina anzi, per la precisione nella cantina da cui si accedeva tramite una botola sita in cucina, c'era un nascondiglio in cui Marcello, oltre al Moschetto 91/38 cui ho già fatto cenno, anche un fucile mitragliatore Machinengewehr 15 di fabbricazione tedesca.Quest'arma gli era stata data da Sergio MINETTO, il quale a sua volta l'aveva rilevata dal prof. Lino FRANCO quando questi era morto.
Si tratta del tipo di fucile mitragliatore, con caricatore a sella e bracciolo a due gambe che si può poggiare anche sulla spalla, che Lino FRANCO aveva utilizzato durante la guerra sul fronte di Cassino e alla fine della guerra se lo era portato a casa.
Si tratta cioè dell'arma cui ho fatto cenno nell'interrogatorio in data 13.1.1996 e che serviva ai reparti antiaerei Flak.
Il caricatore ha due tamburi e consentiva l'inserimento di due nastri.
Ho visto il moschetto e questo fucile mitragliatore in quel nascondiglio nel periodo in cui io rimasi latitante per qualche settimana a casa di Bruno SOFFIATI nell'estate del 1982.
C'era anche una vecchia valigia di similpelle piena di cartucce Mauser per il fucile mitragliatore che però erano tutte ossidate.
Dato che io ero latitante pregai SOFFIATI di liberarsi di questa roba in quanto se fosse stata trovata al momento della mia presenza avrebbe peggiorato la situazione.
Qualche giorno dopo, SOFFIATI mi disse che effettivamente se ne era liberato, ma non so se gettandola o restituendola a MINETTO""".
(DIGILIO, int. 9.1.1997, ff.1-2).
Anche le bombe a mano già detenute dal prof. FRANCO erano state recuperate e incamerate, dopo la sua morte, da Sergio MINETTO il quale aveva così arricchito la dotazione della struttura di materiale illegale e non registrato della struttura (int. DIGILIO, 12.10.1996, ff.5-6).
Concludendo in merito alla posizione di Sergio MINETTO, va ricordata una circostanza, pur lontanissima nel tempo, che serve, anche sul piano storico, a confutare il ruolo con il quale MINETTO ha voluto dipingersi, e cioè quello di un semplice marinaio della Repubblica Sociale Italiana, di un normale lavoratore emigrato in Argentina dopo la fine della guerra e di tranquillo artigiano per tutto il resto della sua vita.
Durante la perquisizione effettuata nella sua abitazione il 17.5.1995, è stato rinvenuto e sequestrato un ritaglio del Corriere della Sera, risalente al febbraio del 1945, che conteneva il resoconto di un episodio apparentemente di cronaca nera avvenuto a Milano in Galleria Vittorio Emanuele.
Un marinaio della X M.A.S. era stato aggredito da due sconosciuti, certamente a scopo di rapina, e un poliziotto in abiti civili che si trovava a passare per caso aveva cercato di difenderlo rimanendo però ucciso da un colpo di pistola esploso da uno dei due rapinatori (cfr. vol.1, fasc.20, f.32), i quali si erano poi dati alla fuga.
Sergio MINETTO ha spiegato di aver conservato tale ritaglio in quanto era proprio lui il marinaio aggredito e che nell’occasione stava trasportando, per ordine del suo Comandante, una valigia contenente la somma di 85 milioni che dovevano essere versati presso la vicina Banca Commerciale.
Subito dopo, benchè egli fosse l’aggredito e non l’aggressore, MINETTO era stato circondato da alcuni agenti della ETTORE MUTI (un corpo speciale della R.S.I., operante a Milano, fra i più fanatici), portato nella loro caserma, interrogato e violentemente picchiato (int. MINETTO al P.M., 2.6.1995, f.3, e al G.I., 24.5.1996, f.5).
Solo dopo alcuni giorni, per intervento dei suoi superiori, MINETTO era stato rilasciato e la valigia con il denaro restituita.
L’episodio appare difficilmente inquadrabile come un semplice fatto di delinquenza comune e comunque non si spiega in tal modo l’arresto di MINETTO, vittima dell’aggressione e trattato poi con estrema violenza dagli uomini della MUTI.
L’enormità della somma trasportata nella valigia (pari ad alcuni miliardi di oggi e alla cassa di un’intera Divisione dell’Esercito della R.S.I.) e il momento in cui il fatto avvenne (nel febbraio del 1945, a poche settimane dal crollo della Repubblica Sociale Italiana) consentono di avanzare l’ipotesi che esso, invece, si inquadri all’interno della lotta intestina fra le varie fazioni della R.S.I. prossima alla fine e cioè, da un lato, la componente più violenta e fanatica di cui faceva parte la MUTI e, d’altro lato, i settori della Marina in procinto di trovare, soprattutto con il campo anglo-americano, soluzioni concordate che garantissero la salvezza dei loro uomini e un ruolo degli stessi anche nel dopoguerra.
Il trasporto e il versamento di una somma così ingente può ricollegarsi a qualche manovra o trattativa di tal genere, con l’interessamento, forse, di alcuni esponenti del mondo industriale cui, secondo MINETTO, la somma era diretta per il pagamento di loro attività in favore della Marina della R.S.I.
Quello che è certo è che Sergio MINETTO non era già allora un qualsiasi marinaio, ma, sin dal 1945, un elemento della massima fiducia, su cui i suoi Comandanti potevano contare per trasportare da solo una somma enorme, ruolo che ben si inquadra, nonostante le proteste dell’imputato, con quello assunto dopo la fine della seconda guerra mondiale ed emerso solo oggi grazie al lungo racconto di Carlo DIGILIO.
53
LA POSIZIONE DI GIOVANNI BANDOLI
Giovanni BANDOLI, ufficialmente solo impiegato presso la base americana SETAF, prima di Verona e poi di Vicenza, come istruttore di audiovisivi, italiano americanizzato tanto da farsi chiamare normalmente JOHN e da portare sovente la divisa americana, è stato raggiunto come Carlo DIGILIO e Sergio MINETTO dall’imputazione di spionaggio politico e militare (cfr. informazione di garanzia emessa in data 29.11.1995, vol.1, fasc.21, f.17).
Giovanni BANDOLI, con una reticenza non inferiore a quella di Sergio MINETTO, non solo ha dichiarato di non aver mai fatto parte di alcuna struttura informativa o di sicurezza, ma ha negato di aver mai conosciuto Carlo DIGILIO e ha ammesso solo di aver incontrato pochissime volte Sergio MINETTO, prevalentemente presso l’abitazione di Bruno SOFFIATI a Colognola (cfr. dichiarazioni a personale R.O.S. in data 25.5.1995, f.2).
Del resto era difficile attendersi un atteggiamento diverso da una persona come BANDOLI, ormai anziano e in pensione, ma che ha tenuto a sottolineare che "l’Alleanza (Atlantica) gli aveva dato da mangiare per tanti anni e quindi poteva esserle solo grato" (cfr. relazione in data 20.5.1995, vol.25, fasc.1, f.6).
Peraltro non sembra esservi dubbio che Giovanni BANDOLI (che non a caso Sergio MINETTO ha ammesso solo faticosamente di conoscere, dopo una iniziale negazione; dep. 17.5.1995, f.2, e 22.5.1995, f.4) abbia fatto parte della struttura descritta da Carlo DIGILIO ed anzi, come giustamente sottolineato nell’annotazione del R.O.S. in data 8.5.1996 relativa al coinvolgimento di strutture di intelligence nella "strategia della tensione", con Giovanni BANDOLI si tocca uno dei livelli importanti della rete operativa (parzialmente separata da quella informativa) di tale struttura (cfr. annotazione citata, f.92).
Tralasciando momentaneamente i documenti riferiti a Robert Edward JONES e John HALL rinvenuti in occasione della perquisizione operata nella casa di BANDOLI il 17.5.1995 e di cui si parlerà nel prossimo capitolo, Carlo DIGILIO ha riferito che egli era il referente di Marcello SOFFIATI, componente appunto della sezione operativa della struttura (int. 30.10.1993, f.2).
Carlo DIGILIO aveva avuto occasione di lavorare con Giovanni BANDOLI due volte.
Egli è stato infatti inviato in missione con BANDOLI al Poligono di Avesa, presso Verona, per seguire e verificare un’esercitazione di civili e militari della Legione veronese dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO, presente il suo responsabile, colonnello Amos SPIAZZI, il quale, nella deposizione resa al G.I. di Bologna e a questo Ufficio, ha fra l’altro confermato che tale esercitazione era avvenuta.
Conclusa positivamente la missione, Giovanni BANDOLI e Carlo DIGILIO avevano riferito separatamente ai loro superiori in merito al suo esito, circostanza questa che conferma l’esistenza di due reti distinte, anche se collegate, l’una operativa e l’altra informativa (int, DIGILIO, 6.4.1994, f.4).
Giovanni BANDOLI aveva inoltre partecipato, insieme al capitano Teddy RICHARDS, a Marcello SOFFIATI e ad altri dipendenti delle basi N.A.T.O. di Verona e di Vicenza, nell’estate del 1974 nei pressi di Riva del Garda, alla fase finale dell’operazione di recupero delle barre di uranio sottratte all’estero, probabilmente in Germania, da alcuni malviventi comuni, individuati e attirati in una trappola grazie all’attività informativa di Carlo DIGILIO con il conseguente recupero, appunto, del materiale nucleare (int. DIGILIO, 1°.7.1994, f.2, e 22.6.1996, f.2).
Giovanni BANDOLI aveva anche partecipato, con il capitano CARRET, Marcello SOFFIATI e Carlo DIGILIO, ad un’esercitazione nell’Alto Adriatico dell’operazione DELFINO ATTIVO o DELFINO SVEGLIO, finalizzata, con improvvisi allarmi simulati da piccole navi americane, a saggiare la capacità di reazione della nostra flotta militare in caso di attacchi effettivi da parte delle forze nemiche (int. DIGILIO, 5.1.1996, f.4).
Dario PERSIC ha inoltre riferito che Giovanni BANDOLI aveva condotto con sè Marcello SOFFIATI, per alcuni giorni, presso la base di Camp Darby, vicino Livorno (dep. 9.2.1995, f.2, e, sul punto, anche int. DIGILIO, 2.12.1996, f.3), era in contatto con il capitano David CARRET avendolo anche incontrato a casa sua per incontri amichevoli, presente lo stesso PERSIC, (dep. 8.2.1995, f.1) e aveva anche contatti con Alti Ufficiali americani fra cui un Comandante della base N.A.T.O. di Napoli (dep. 8.2.1995, f.2).
Giovanni BANDOLI si muoveva nella caserma EDERLE di Vicenza, sede del Comando SETAF, con la massima libertà, non certo da semplice impiegato, disponendo anche delle chiavi di parecchi uffici come lo stesso PERSIC aveva avuto modo di notare quando, insieme ai due SOFFIATI e ad Enzo VIGNOLA, era stato invitato nella caserma (dep. al G.I., 18.4.1997, f.5).
Benito ROSSI ha riferito di aver conosciuto Giovanni BANDOLI, amico di Sergio MINETTO, alla fine degli anni ‘60 presso il Piccolo Hotel di Verona, luogo dove i militari americani tenevano riunioni riservate, e lo ha collocato, all’interno della struttura americana, quale personaggio di notevole rilievo e superiore, per importanza, a Marcello SOFFIATI e allo stesso Sergio MINETTO (dep. ROSSI, 10.4.1997, f.3, e 21.5.1997, f.2).
In conclusione, se non vi è dubbio alcuno in merito all’internità di Giovanni BANDOLI alla struttura di intelligence avente la sua base a Verona e la sua articolazione certamente nelle caserme circostanti, vi è tuttavia da chiedersi se il ruolo da lui concretamente svolto, così come è stato delineato, sia rilevante sul piano penale per la legge italiana.
Non vi sono molti precedenti in merito, ma, sul piano logico e della ratio della norma, collocata nel suo contesto storico e politico/internazionale, deve necessariamente ritenersi che l’attività di spionaggio concretizzabile in acquisizione di notizie o nello svolgimento di azioni "coperte" debba, per ledere l’interesse protetto dalla norma, porre in pericolo e scontrarsi con l’interesse politico o interno dello Stato ospitante (anche se in ipotesi l’agente sia cittadino italiano dipendente da una struttura straniera) e non semplicemente riguardare attività o situazioni di interesse per il Paese alleato, ma neutre o non pericolose per il nostro Paese o addirittura in grado di collocarsi nella stessa linea di politica militare o di sicurezza sancita da accordi internazionali.
Nel caso in esame, gli episodi che risultano aver caratterizzato l’attività di Giovanni BANDOLI, o almeno quella parte di essa che è nota, e cioè il recupero di barre di uranio sul nostro territorio, sottratte ad una struttura probabilmente militare occidentale, e anche l’attività di controllo e di osservazione delle esercitazioni dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO, organizzazione parallela, ma pur sempre ufficiale o semi-ufficiale inserita in senso ampio nella politica difensiva dell’Alleanza Atlantica, non sembrano in alcun modo aver leso l’interesse politico o interno del nostro Paese che a quella stessa linea politica si ispirava.
Diverso sarebbe stato se Giovanni BANDOLI avesse partecipato a quelle attività di raccolta di notizie, elaborazione di strategie, ispirazione e consulenza "tecnica", proprie del ruolo svolto da MINETTO e DIGILIO (e indirettamente dai loro superiori), prodromiche all’esecuzione di attentati e stragi, attività avvenute senza informare le nostre Autorità (quando non in complicità con le stesse) e destinate a porre in grave pericolo i nostri cittadini e le istituzioni del nostro Paese.
Non risulta, però, che Giovanni BANDOLI abbia preso parte a tali attività (egli non è stato inviato in missione al casolare di Paese nè ha avuto contatti diretti sul piano informativo e operativo con le attività del gruppo di VENTURA, MAGGI e ZORZI) e di conseguenza i comportamenti lui ascritti, pur discutibili su altri piani, non concretizzano il reato di spionaggio politico o militare.
Ferma restando, quindi, la prova del suo inserimento nella struttura descritta da Carlo DIGILIO, egli deve essere prosciolto con la formula "il fatto non costituisce reato".
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LA POSIZIONE DI ROBERT EDWARD JONES
Le figure di Robert Edward JONES e di John HALL sono emerse grazie ad alcuni documenti rinvenuti nell’abitazione di Giovanni BANDOLI in occasione della perquisizione del 17.5.1995 e sono state messe a fuoco prevalentemente grazie a documentazione reperita e fornita dalla Direzione del S.I.S.Mi.
Infatti, al momento della perquisizione, veniva rinvenuto un documento militare americano datato 16.8.1950 a firma John HALL che attestata l’appartenenza di BANDOLI al T.E.S. (Trust Excharge Service) di Trieste ed un biglietto da visita di un agente di viaggi statunitense, tale Bob JONES - THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON - con il suo recapito telefonico di Trieste manoscritto sul retro (cfr. vol.21, fasc.2, ff.33-34).
Riassumendo quanto già ampiamente esposto nell’annotazione del R.O.S. in data 8.5.1995 sulle strutture di intelligence, le informazioni fornite dal S.I.S.Mi. (cfr. in particolare la nota in data 14.11.1995, vol.21, fasc.1, ff.9 e ss.) consentivano di giungere all’identificazione di John Louis HALL, nato a Tukoma (Washington - U.S.A.), cittadino statunitense noto al Servizio come elemento dei servizi informativi nordamericani.
Al S.I.S.Mi., John HALL risultava altresì presidente dal 1967 della società AVIPA (agenzia di vendita di prodotti americani) e gestore del garage-officina denominato T.E.S., sito a Trieste in Via Ghiberti, al cui interno stazionavano normalmente automezzi dell’U.S. Army e autovetture con targa civile utilizzate da ufficiali americani.
Sempre in Via Ghiberti, secondo le informazioni del S.I.S.Mi., nel medesimo comprensorio aveva sede l’agenzia di viaggi di Bob JONES, frequentata da non meglio precisate "persone importanti", oltre a numerosi uffici dell’Esercito U.S.A. e al Circolo Ufficiali.
Si accertava inoltre che Bob JONES aveva lavorato presso la base SETAF di Vicenza, come Giovanni BANDOLI, e in seguito in varie basi N.A.T.O. in Europa e negli U.S.A.
Si accertava soprattutto che alla società AVIPA di Trieste (città in cui aveva lavorato per gli americani Giovanni BANDOLI all’epoca del Governo militare Alleato; cfr. nota del S.I.S.Mi. in data 25.3.1996 e allegata informativa in data 12.10.1959 del Centro C.S. di Trieste, vol.20, fasc.1, f.79) era stato interessato, alla fine degli anni ‘50, Leo Joseph PAGNOTTA, l’italo-americano capo del Counter Intelligence Corp di Trieste, proprietario della ditta DETROIT di Monfalcone e indicato da DIGILIO quale reclutatore, nel dopoguerra insieme a Joseph LUONGO, dell’intera rete americana, compresi il prof. Lino FRANCO e Sergio MINETTO, e in contatto anche con il maggiore Karl HASS.
Robert Edward JONES, rintracciato, a differenza di John HALL, e raggiunto quindi da informazione di garanzia emessa in data 11.1.1996 per il reato di cui all’art.257 c.p., ha negato di aver fatto parte di qualsiasi struttura informativa americana.
Non sussistono certo a suo carico gli elementi sufficienti per disporne il rinvio a giudizio, soprattutto in relazione agli specifici episodi di cui alla presente istruttoria, ma tale intreccio di elementi ha consentito tuttavia di verificare che, partendo da DIGILIO e MINETTO e arrivando sino a BANDOLI ed oltre, tutti gli accertamenti, in una perfetta sintonia e circolarità, portano a toccare ambienti militari americani di alto livello radicati nel nostro Paese, soprattutto nella zona di Trieste, sin dal primo dopoguerra.
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LA DIRETTIVA WESTMORELAND
IL CAMPO DI ADDESTRAMENTO DI FORT FOIN
E
I RAPPORTI CON LA STRUTTURA GOLPISTA
Prima di passare alle osservazioni conclusive sulla portata del coinvolgimento della struttura descritta da Carlo DIGILIO negli avvenimenti salienti della strategia della tensione e relative alla posizione processuale del capitano David CARRET, responsabile della struttura sino al 1974, sembrano utili ancora alcuni spunti di riflessione che scaturiscono dal racconto del collaboratore.
In relazione alle linee strategico-politiche e ai moduli operativi della struttura di sicurezza statunitense di cui era divenuto agente, Carlo DIGILIO ha fatto più volte riferimento alla c.d. Direttiva del generale WESTMORELAND del 18.3.1970 (int. 14.12.1996, f.3), tecnicamente il FIELD-MANUAL 30-31, documento riservato agli ufficiali dell’Esercito U.S.A. e dedicato, con progressivi aggiornamenti, alle linee di azione dei servizi segreti americani e all’esecuzione di "operazioni speciali".
In tale documento (una copia del quale fu rinvenuta e sequestrata nella valigia di Maria Grazia GELLI, figlia del creatore della Loggia P2, all’aereoporto di Fiumicino il 3.7.1981) è molto interessante la parte dedicata al caso di Governi Alleati che mostrino "passività" o indecisione di fronte alla sovversione comunista reagendo in modo inadeguato.
In tali casi, secondo il documento, i servizi segreti dell’Alleato nordamericano (fra cui, si sottolinea, le strutture interne ad una base come la FTASE di Verona e alle strutture militari circostanti) devono disporre di mezzi per lanciare operazioni speciali capaci di convincere il Governo e l’Opinione pubblica del Paese amico della realtà del pericolo e della necessità di portare a termine azioni di risposta.
In sostanza il documento, ricco di indicazioni operative per gli agenti operanti sul territorio e di grafici e tabelle, illustra come destabilizzare un Paese amico in cui sia temuta un’avanzata elettorale comunista o dei loro alleati.
Il pensiero va, ovviamente, anche alla situazione politica del nostro Paese tra la fine degli anni ‘60 e la fine degli anni ‘70 e il riferimento fatto da DIGILIO a tale documento (acquisito agli atti anche nella traduzione italiana e a cui si rimanda per un più approfondito esame; vol.23, fasc.4) appare quindi tutt’altro che azzardato tenendo presente che i suggerimenti operativi contenuti nella Direttiva risultano in perfetta sintonia con gli interventi della struttura americana da lui descritta nei gravi avvenimenti oggetto dell’istruttoria.
Al fine di comprendere più approfonditamente la struttura e i meccanismi di funzionamento della rete informativa descritta da Carlo DIGILIO, questo Ufficio aveva anche chiesto di essere autorizzato a visionare i fascicoli esistenti presso le basi N.A.T.O. del Veneto, e in particolare presso il Comando FTASE di Verona, quantomeno limitatamente a quelli intestati a cittadini italiani quali MINETTO e BANDOLI, i cui nomi attraversavano tutto il corso dell’istruttoria.
Una lettera in tal senso veniva inviata il 15.4.1996 al Presidente del Consiglio, on. Lamberto Dini, affinchè fossero investiti della richiesta, tramite i componenti italiani, gli organi collegiali della N.A.T.O. competenti ad autorizzare la visione dei fascicoli ed eventualmente a disporre la declassificazione dei documenti.
Tale iniziativa non aveva concretamente alcun esito in quanto, dopo una lettera della Segreteria della Presidenza del Consiglio con cui in data 20.4.1996 si assicurava l’impegno da parte italiana a sostenere tale richiesta, gli ulteriori sviluppi si limitavano ad una nota del Ministero della Difesa in data 8.7.1996 con la quale laconicamente si comunicava che presso le basi di Verona e di Vicenza nessun fascicolo era stato rinvenuto (cfr. vol.23, fasc.5).
Affermazione, questa, incontrollabile poichè non risultava chi e con quali modalità avesse effettuato la ricerca nè era stato in alcun modo reso possibile a questo Ufficio presenziare o comunque partecipare alla ricerca stessa.
Un profilo interessante è poi costituito dai rapporti fra la struttura informativa americana e le organizzazioni golpiste che si stavano preparando per il tentativo fallito del Comandante BORGHESE del 7/8 dicembre 1970.
Carlo DIGILIO aveva appreso, nel Comando della base FTASE di Verona presenti il capitano RICHARDS, SOFFIATI, MINETTO e BANDOLI, che a Fort Foin, nei pressi di Bardonecchia, nell’agosto del 1970 si era svolto un campo di addestramento con la presenza di 40 capigruppo che dovevano preparare i nuclei piemontesi destinati ad entrare in azione pochi mesi dopo, al momento del golpe.
Alcuni dei partecipanti provenivano dal gruppo SIGFRIED e dai NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO e per contribuire a tale esercitazione, molto importante per lo sviluppo del piano strategico, il prof. Lino FRANCO e SOFFIATI si erano preoccupati di inviare uno o due mitragliatori e relative munizioni provenienti dai depositi di Pian del Cansiglio (int. DIGILIO, 27.11.1994, f.2, e 26.6.1997, f.2).
Il capitano RICHARDS si era tuttavia lamentato del fatto che, anche in base alle informative del S.I.D., era risultato che gli organizzatori del campo avessero sostenuto che la disponibilità di uomini e mezzi era inferiore a quella effettiva (in realtà la struttura destinata ad operare in Piemonte disponeva complessivamente di oltre 500 uomini) e ciò al fine, come sovente accadeva, di ottenere un maggior aiuto da parte degli americani (int. 27.11.1994, f.2).
Gli atti reperiti e forniti dal S.I.S.Mi. hanno pienamente confermato, anche in questo caso, il racconto del collaboratore.
Infatti il campo, denominato SIGFRIDO, si era tenuto effettivamente a Fort Foin, per diversi giorni nell’estate del 1970, nei pressi di una ex-fortezza militare in alta montagna, con l’addestramento all’uso di armi individuali e di reparto e all’uso di trasmittenti e con una forte presenza numerica, anche di militanti di Ordine Nuovo, che era stata notata e che aveva destato allarme negli abitanti e nei turisti della zona, senza tuttavia, a quanto pare, che le forze dell’ordine effettuassero alcun serio intervento (cfr. nota del R.O.S. in data 4.6.1996 e allegati atti provenienti dal S.I.S.Mi., vol.20, fasc.6, ff.1 e ss., e nota del R.O.S. in data 2.6.1997 ed ulteriori atti provenienti dal S.I.S.Mi., vol.7, fasc.7, ff.11 e ss.).
E’ interessante notare che uno degli organizzatori del campo sarebbe stato Giuseppe DIONIGI, l’ordinovista torinese presso il quale si erano rifugiati, all’inizio degli anni ‘70, i triestini NEAMI, BRESSAN e FERRARO in quanto temevano di essere ricercati in relazione alla prima indagine che era stata aperta per l’attentato alla Scuola Slovena di Trieste.
Si può quindi trarre la conclusione, che emerge peraltro dall’insieme degli interrogatori di Carlo DIGILIO e di altri testimoni come Dario PERSIC, che la struttura americana non fosse affatto contraria al progetto di colpo di Stato ed anzi fosse pienamente orientata, almeno in una certa fase, a fornire il suo supporto, lamentando solo la scarsa sincerità degli esponenti golpisti disponibili a sottostimare le loro forze pur di ricevere ulteriori aiuti.
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IL COINVOLGIMENTO
DELLA STRUTTURA INFORMATIVA AMERICANA
NELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
LA POSIZIONE DEL CAPITANO DAVID CARRET
La figura del capitano David CARRET è essenziale nella ricostruzione di Carlo DIGILIO esposta nei primi due capitoli di questa sezione della sentenza/ordinanza, in quanto l’ufficiale era stato responsabile della struttura di sicurezza dalla metà degli anni ‘60 sino al 1974, e cioè negli anni centrali in cui erano avvenuti gli attentati più gravi e la struttura eversiva di Ordine Nuovo aveva raggiunto i suoi massimi livelli operativi.
Si osservi che non vi sono dubbi in merito all’esistenza e al ruolo sul territorio italiano di tale Ufficiale, in forza alla Marina degli Stati Uniti (e quindi facente la spola fra Verona e Venezia) e che aveva anche invitato Carlo DIGILIO a visitare una portaerei americana alla fonda nel bacino di San Marco (int. DIGILIO, 5.4.1997, f.3).
Infatti Dario PERSIC è riuscito a recuperare e a consegnare a personale del R.O.S., in occasione delle sue audizioni, un piccolo gruppo di fotografie scattate, in momenti amichevoli e conviviali, quando all’inizio degli anni ‘70 egli frequentava la famiglia SOFFIATI e gli altri personaggi del gruppo di Colognola ai Colli.
In una di queste fotografie, scattata nell’abitazione di Giovanni BANDOLI e che porta manoscritto sul retro da parte della moglie di PERSIC la data 23.12.1972, si nota, oltre ai coniugi PERSIC, un uomo robusto, di circa 35/40 anni, con i capelli corti, che Dario PERSIC ha appunto indicato nell’americano di stanza a Verona chiamato CARRET o GARRET (cfr. album fotografico, vol.21, fasc.7, f.5 retro e ingrandimento f.6; dep. PERSIC al G.I., 18.4.1997, f.3).
Anche Maria Luisa FONDA, moglie di Dario PERSIC, ha ricordato che la persona presente quel giorno a casa di Giovanni BANDOLI era un ufficiale americano (dep. a personale del R.O.S. in data 7.4.1997) e anche Enzo VIGNOLA, che frequentava il gruppo di Colognola più che altro per motivi amichevoli, ha riconosciuto nell’uomo alto e massiccio con i capelli castano-rossicci effigiato nella fotografia, un ufficiale americano legato a BANDOLI e a SOFFIATI (dep. al G.I., 28.4.1997, f.3).
Carlo DIGILIO aveva fornito una descrizione del capitano David CARRET del tutto corrispondente a quella di Dario PERSIC e all’immagine risultante dalla fotografia (int. DIGILIO, 5.1.1996