Almanacco dei misteri d' Italia

 
Terrorismo ed estremismo di sinistra (vecchio e nuovo)
aprile 2004
1 aprile 2004 - EVASIONI DA CARCERE SOLLICCIANO
"Il Corriere della sera"
Evasione beffa a Firenze
Fugge la banda delle ville
Caccia a tre albanesi specializzati nei sequestri e due killer Uno dei loro ostaggi: "Mi picchiarono a sangue fino all'alba"
DAL NOSTRO INVIATO
FIRENZE - Le cinque sagome sbiadite che scavalcano il muro di cinta del carcere di Sollicciano sono rimaste impresse su un nastro del sistema di videosorveglianza: poi, dalle 19.56 di martedì, nessuno ha più visto i 5 pericolosi detenuti albanesi che, complessivamente, avrebbero dovuto scontare 86 anni di carcere per omicidi e rapine in appartamento con sequestro di persona. Ora quella pellicola, il referto della "sala regia" e la relazione di servizio sul mancato funzionamento dei sensori antievasione sono oggetto di due inchieste: quella affidata al pm Tommaso Picazio e quella del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. I 5 albanesi sono spariti, volatilizzati, fuggiti senza neanche una sentinella sul muro di cinta che segnalasse l'evasione. Se ne sono andati dal carcere dove sono rinchiuse le brigatiste Nadia Desdemona Lioce e Cinzia Banelli. Si sono fatti inghiottire dal buio lungo una viuzza sgangherata che qualche burocrate ministeriale ha voluto dedicare alla memoria di Girolamo Tartaglione, il magistrato assassinato dalle Br il 10 ottobre '78. Le loro tracce, come segnalato i nasi dei cani poliziotto, si sono perse sul ciglio della superstrada Firenze-Livorno-Pisa.
Dritan Coku, 23 anni, condannato in primo grado a 24 anni per omicidio, sa usare bene la pistola: lo aveva dimostrato l'11 luglio del 2000 quando, in viale Redi, aveva centrato con tre proiettili il rivale, Petr Ndo, che gli contendeva metri di marciapiede dove far lavorare le prostitute albanesi. Stesso copione per Gezim Prenda, 29 anni, in attesa di giudizio per l'assassinio di Kala Fatmir (25 settembre 2002). L'evaso Marjo Ormani, invece, se lo ricorda bene il commerciante Leonardo Milani che la notte di San Giovanni del 2002 era nel suo letto e si ritrovò il metallo gelido della canna di una pistola pressato sulla tempia. Era il 23 giugno di due anni fa: Ormani era penetrato nell'appartamento della famiglia Milani assieme a 4 complici. C'erano anche Altin Kola, 25 anni, e Afrim Sela: pure loro sono scappati da Sollicciano l'altra sera.
A Galluzzo, la frazione sulla via Senese scelta da questi banditi per la loro razzia, la notizia dell'evasione l'accolgono senza stupore. Anche perché, soltanto a maggio 2003, altri due detenuti albanesi erano evasi da Sollicciano. Leonardo Milani, una delle vittime di due anni fa, non ha l'aria del giustiziere: barbetta, anelli alla mano sinistra, quando chiude il suo chiosco di souvenir di piazzale Michelangelo suona la chitarra in una band: "Avevano le armi - dice - una pistola e un fucile a canne mozze. Mi costrinsero a bussare alla porta dei miei vicini, che poi sono i proprietari della gioielleria qui sotto". Calci, pugni, schiaffi, dalle due di notte e fino all'alba. I 5 albanesi tennero in ostaggio per molte ore Milani, i suoi anziani genitori e l'avvocatessa Marzia Paci, la figlia dei gioiellieri: "Volevano le chiavi della cassaforte. Sembravano un po' imbranati ma col passare del tempo si innervosirono: alla fine se sono andati dopo avermi riempito di cazzotti portando via i nostri cellulari e i piccoli gioielli di mia madre. E quando li hanno beccati in una pensione, al centro di Firenze, non si erano ancora disfatti del bottino".
Al processo di primo grado i rapinatori albanesi si sono presi 11 anni perché il sequestro di persona non è uno scherzo. Poi li hanno rinchiusi al terzo piano dell'ottava sezione di Sollicciano: uno di loro occupava la cella 17, quella dove ieri sera si sono dati appuntamento con gli altri due evasi. Tutto regolare: l'agente di guardia, uno per due sezioni (180 detenuti), li ha chiusi dentro perché questo prevede "l'ora di socialità" e nessuno si è accorto di niente.
Almeno fino alle 20.30, quando i colleghi della "pattuglia automontata" che ogni 10 minuti fanno il giro del perimetro del carcere hanno visto lungo un muro due lenzuola annodate che pendevano dal camminamento. Solo a quel punto è scattato l'allarme: il questore Indolfi e il colonnello Nistri, del comando provinciale dei carabinieri, hanno mobilitato tutti gli uomini di cui potevano disporre. Forse era già troppo tardi.
Dino Martirano

"La Repubblica"
L´INCHIESTA
Firenze, il ministro Castelli ordina un´ispezione nel carcere che ospita le due br Lioce e Banelli
Scoppia un caso su cinque evasi allarme fuori uso e pochi agenti
I detenuti, tutti albanesi e ritenuti pericolosi, si sono calati con le lenzuola
MAURIZIO BOLOGNI
LAURA MONTANARI
FIRENZE - In cinque, a calarsi dalla finestra della cella con le lenzuola annodate. Una fuga rocambolesca, da film, quella avvenuta martedì sera nel carcere di Sollicciano a Firenze. Sono tutti albanesi gli evasi, "criminali pericolosi" dicono carabinieri e polizia che li cercano. Uno è stato condannato per omicidio (Dritan Coku, 23 anni), un altro è accusato dello stesso reato (Gezim Prenga, 29 anni), tre sono stati condannati per rapina e sequestro di persona (Altin Kola, 22 anni, Afrim Sela, 24, Mario Osmani, 20). E´ un´evasione che sembra la fotocopia di un´altra fuga avvenuta dallo stesso carcere nel maggio scorso, anche allora i protagonisti albanesi, due, riacciuffati poco dopo.
Stesso piano, il terzo. Stessa sezione, la quinta. Stessa tecnica, soltanto una cella più in là. Con un fornellino riscaldano, fino a sbriciolarla, la grata in cemento armato della cella numero 17 dove i cinque si ritrovano spesso nelle ore di "socialità", per la cena. Il lavoro dura probabilmente giorni. L´altra sera arrivano all´armatura di ferro della finestra del bagno, la piegano smontando una delle brandine e usando un´asta di metallo come leva. Forzano la finestra e scappano dal condotto dell´aria. Arrivano a un terrazzo che dà sul cortile interno, si calano fissando le lenzuola con un rampino di ferro preso smontando la brandina, approdano al muro di cinta del carcere, recuperano le lenzuola, le lanciano sull´inferriata e scavalcano. Uno dopo l´altro, in cinque. Una telecamera interna alle 19,56 riprende da lontano piccole ombre sul muro del carcere. Nessuno però le vede. L´allarme scatta alle 20,45: all´esterno vengono notate le lenzuola penzoloni, all´interno l´agente fa la conta e si accorge che la cella 17 è deserta.
Adesso emergono falle nel sistema di sicurezza del carcere, dove sono rinchiusi anche i brigatisti Nadia Desdemona Lioce e Cinzia Banelli. Al momento dell´evasione il sistema d´allarme contro lo scavalcamento del muro di cinta è fuori uso, all´esterno un´unica jeep di ronda, solo 4 delle 14 garitte presidiate da guardie penitenziarie e 19 gli agenti in servizio su un organico sottodimensionato: 463 uomini, invece dei 700 previsti, a vigilare su 1060 reclusi. Ma le carenze riguardano anche la struttura. "Le zone d´ombra sono tante, la forma curvilinea dell´edificio limita la visuale nei corridoi" dice il pm Tommaso Picazio. E nel 1991 fu archiviata un´inchiesta aperta sul sospetto che per armare il carcere fossero stati impiegati tondini di ferro di diametro inferiore a quanto richiesto. Il magistrato, che ha già sentito dirigenti del carcere e della polizia penitenziaria, indaga su eventuali complicità interne ed esterne a Sollicciano. Il ministro della giustizia Roberto Castelli ha inviato a Firenze i suoi ispettori: "Decideremo che provvedimenti prendere". Nel carcere sono state sospese le ore di socialità e protestano i detenuti. Protestano anche i sindacati di polizia penitenziaria per carenze organizzative e di organico.

"La Repubblica"
LE RESPONSABILITÀ
I PUNTI DEBOLI
l´Allarme era in tilt da sabato
GARITTE PRESIDIATE SOLO 4 SU 14
Una sola jeep era di ronda
L´organico prevede 700 guardie, ma in forza ce ne sono solo 463, 60 non addette alla sicurezza: più riposi, ferie, malattie
Sollicciano, un vero colabrodo
Pochi agenti, allarme fuori uso: e tutti sapevano
Il sistema d´allarme contro lo scavalcamento del muro di cinta fuori uso da sabato. Solo quattro delle quattordici garitte presidiate da guardie penitenziarie. Fuori dal carcere un´unica jeep di ronda, che di notte per compiere il giro delle mura impiega 25 minuti - come il pm Tommaso Picazio avrebbe sperimentato di persona lunedì notte dopo l´evasione - lasciando agli evasi il tempo di scappare nell´intervallo tra un passaggio e l´altro. L´elenco delle lacune del colabrodo-Sollicciano - dove tra gli altri sono detenuti i brigatisti rossi Nadia Desdemona Lioce e Cinzia Banelli - può continuare all´infinito. Ad esempio coi numeri degli agenti in servizio al carcere che dovrebbe essere di massima sicurezza.
L´organico previsto è di 700 guardie penitenziarie. In forza ce ne sono 463, 60 delle quali non addette direttamente alla sicurezza e le altre scremate quotidianamente di un 30 per cento per riposi giornalieri, ferie, malattie. Martedì sera, quando c´è stata l´evasione dei cinque boss albanesi, erano presenti 19 guardie a tenere a bada 1060 reclusi. Impossibile controllare tutti a vista anche a causa della forma sinuosa che è stata data all´edificio. Originale, forse, ma poco funzionale alla vigilanza. "Le zone d´ombra sono inevitabilmente tante, la forma curvilinea limita la visuale nei corridoi" ha confermato ieri il pm Tommaso Picazio.
Ma le lacune di Sollicciano sono anche strutturali, come sembra dimostrare la facilità delle evasioni. Mura e sbarre di burro. Nel 1982, quando Sollicciano era entrato in funzione da poco, alcuni esposti spinsero l´allora sostituto procuratore Ubaldo Nannucci - oggi a capo della procura di Firenze - ad aprire un´inchiesta. Il magistrato ipotizzò che i tondini di ferro dell´armatura dell´edificio fossero di diametro inferiore al richiesto. Alcune persone, fra cui responsabili dell´impresa che aveva costruito il carcere e un ingegnere di Palazzo Vecchio, finirono sotto inchiesta. La vicenda giudiziaria si chiuse nel 1991 con il proscioglimento degli indagati: parte in istruttoria e parte per l´intervento dell´amnistia.
"Non gettiamo la croce addosso a chi vigila il carcere - dice il pm Picazio - Sicuramente ci sono delle lacune, ma il problema è che a Sollicciano non si investe in uomini e mezzi quanto sarebbe necessario". Il magistrato lavora sull´ipotesi che fuori dal carcere funzioni un´organizzazione criminale che ha aiutato i boss albanesi ad allontanarsi da Firenze dopo l´evasione. "Altrimenti li avremmo presi, le ricerche sono scattate abbastanza tempestivamente" dice. Il pm ha cominciato a sentire come persone informate sui fatti i dirigenti del carcere e i responsabili della polizia penitenziaria. Prima di tutto, naturalmente, per verificare l´esistenza di eventuali complicità all´interno di Sollicciano. L´inchiesta sull´episodio del maggio scorso - quando due albanesi riuscirono a fuggire in modo analogo ma vennero ripresi una settimana dopo a Ventimiglia mentre tentavano di raggiungere la Francia - è già stata archiviata perché non sono emerse responsabilità di singoli. Il ministro della giustizia Roberto Castelli ha inviato a Firenze i sui ispettori: "Sulla base del loro rapporto decideremo quali provvedimenti prendere". A Sollicciano è stata sospesa l´ora di socialità durante la quale è avvenuta la fuga. E i detenuti protestano.
(ma.bo.)

1 aprile 2004 - BATTISTI: DAI GIORNALI
ANSA:
TERRORISMO: BATTISTI SU LE MONDE, 'ECCO LA MIA VERITA'
'HO PAGATO CON DIVERSI ANNI DI CARCERE E OLTRE 20 DI ESILIo'
"La mia sincerita'. La mia verita'. Ecco tutto quello che ho di fronte a questo assalto":
Lo scrive Cesare Battisti, ex terrorista italiano condannato all'ergastolo e rifugiato in Francia, in un intervento sul quotidiano Le Monde.
Battisti, ex leader dei Proletari armati per il comunismo, condannato per quattro omicidi e varie rapine, vedra' giudicata la richiesta di estradizione nei suoi confronti il 7 aprile a Parigi. Ieri ha inviato una lettera ai media francesi, della quale l'agenzia France Presse ha diffuso soltanto pochi stralci.
Oggi, Le Monde la pubblica integralmente.
Battisti sostiene di aver provato ben 11 volte a cominciare a
scrivere questo messaggio ma di non esserci riuscito tanta e' "la tensione e l'emozione", tanto "dure e violente" le parole che lo accusano. Si sente - afferma - "stupefatto da un sentimento di incredulita' e impotenza" che lo "paralizzano".
"Come posso contrastare la voce che mi opprime: 'odioso criminale', 'assassino', 'killer'. Quest'uomo che non sono io porta il mio nome sui giornali, ovunque. Quest'uomo, non lo riconosco". Cosa "dire e cosa dare" - si chiede rivolto a italiani e francesi - "la mia sincerita'. La mia verita'. Ecco tutto quello che possiedo di fronte a questo assalto".
"Si' - ammette - facevo parte di un gruppo armato, come ne facevano parte migliaia di altri giovani a quell'epoca, e non era 'capo' di nessuno. Avendo perso fiducia nella giustizia del mio paese, sono evaso per esiliarmi all'estero. Fui cosi' giudicato in mia assenza, senza alcuna possibilita' di difendermi, senza avere mai potuto parlare all'avvocato. In queste condizioni, fui condannato all'ergastolo sulla parola dettata dai 'pentiti', che furono spinti a patteggiare la loro pena".
"La 'rivoluzione' - prosegue Battisti - mi prese per caso in una piazza in effervescenza, incrociando il 'sogno comunista' che volevo raccontare in casa mia fin dall'infanzia.
Dell'impegno politico che ne derivo' me ne debbo assumere la responsabilita'. Fa parte del mio passato, di questa infatuazione sparita, superata dalla maturita', sanzionata dall'esilio. Fa anche parte della storia del mio paese. Questa storia tragica che fece morti e lutti, questi morti che non si possono ne' si devono dimenticare, queste vittime che tormentano la nostra memoria collettiva".
Cesare Battisti afferma di aver raccontato per anni ai
giovani il suo "caotico percorso" affinche' "il loro istinto
di rivolta non li conduca verso strade drammatiche" come la
sua. "Questi brevi anni di errori che mi sforzo di evitare
loro - prosegue Battisti - li ho pagati con diversi anni di
prigione e oltre 20 anni di esilio. Saputo della parola di stato
della Francia che apriva la porta agli italiani, mi ci sono rifugiato 14 anni fa e la sua giustizia mi dichiaro' non estradabile".
"Ma oggi - conclude Battisti - senza che comprenda ne' perche' ne' come, l'estradizione e l'ergastolo mi minacciano di nuovo. In questo inesplicabile incubo del quale mi sfugge ogni motivo, non so e non posso dirvi altro che una sola cosa: se questo deve essere il mio destino, allora, davvero, giustizia non sara' fatta".

2 aprile 2004 - DIVENTA POLIZIOTTO FIGLIO DELL'AGENTE PETRI
ANSA:
DIVENTA POLIZIOTTO FIGLIO DELL'AGENTE PETRI UCCISO DALLE BR
PADRE PERSE VITA UN ANNO FA, DURANTE L'ARRESTO DI NADIA LIOCE
Ha giurato a Bolzano al termine di un corso di formazione per agenti di polizia Angelo Petri, figlio di Emanuele Petri, l'agente rimasto ucciso nelle drammatiche fasi dell'arresto della brigatista rossa Nadia Lioce.
Alla cerimonia ha preso parte anche la madre del neo agente di polizia: "E' stata un'emozione grandissima - ha detto la signora Alma - anche perche' oggi sono esattamente 13 mesi da quando Emanuele non e' piu' tra noi". "Spero tanto - ha detto ancora - che lui, lassu', sia contento della scelta che ha fatto nostro figlio e che, in qualche modo, sia qui, tra noi. Con Angelo che diventa poliziotto si viene a stabilire una specie di continuita' tra padre e figlio e, inoltre, da sempre ero preparata a questo momento perche' non avevo mai pensato che il nostro ragazzo avrebbe potuto fare un mestiere diverso da questo".
"Vestire la divisa - ha detto Angelo - e' stato il mio sogno piu' bello sino da quando ero bambino". "La cerimonia di oggi - ha aggiunto - e' stata una cosa molto bella, perche', pur avendo gia' deciso da tempo di indossare una divisa, dopo quello che e' successo a papa' ha potuto decidere con certezza anche quale sarebbe stata la divisa che avrei scelto".
Al giuramento hanno preso parte anche altri 9 agenti che hanno avuto il padre morto o ferito durante il servizio nella polizia. Nel corso della cerimonia ha preso la parola il direttore della Scuola allievi agenti della polizia di stato di Bolzano Ferdinando Mariscotti che, nel suo intervento, si e' soffermato sul particolare significato della scelta, operata nonostante drammi e sofferenze personali e familiari, e sul grande spessore civile dell'impegno di servizio che i nuovi agenti si accingono ad assumere con il giuramento. E' stato letto anche un messaggio del Direttore generale della pubblica sicurezza Gianni De Gennaro, nel quale e' stato espresso l'orgoglio della polizia nel poter contare sul contributo dei giovani agenti che hanno deciso di onorare la memoria dei propri padri scegliendo di seguirne l'esempio professionale.

2 aprile 2004 - SU PAOLO MAURIZIO FERRARI
"La Stampa"
LE "STRANEZZE" DEL SISTEMA CARCERARIO
Maurizio Ferrari non ha commesso reati di sangue, ma non ha avuto un giorno di permesso
ROMA LO arrestarono trent'anni fa. Era il 1974, le Brigate Rosse erano nate da poco e ancora non s'erano macchiate di reati di sangue. Alla guida del gruppo che sognava d'innescare la rivoluzione c'erano ancora i fondatori Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mara Cagol. Paolo Maurizio Ferrari fu forse il primo brigatista rosso ad essere catturato. Da allora, e sono passati appunto trent'anni, non è mai uscito di cella. Nemmeno un permesso di poche ore. Sepolto vivo in un carcere della Repubblica perché rifiuta di presentare ogni benché minima istanza. Peggio dell'abate Faria. Paolo Maurizio Ferrari è stato un brigatista della prima ora. Operaio alla Pirelli, extraparlamentare di sinistra, cresciuto in un orfanotrofio. Nel 1974, quando lo arrestano, aveva 29 anni. Dalla Pirelli l'avevano licenziato due anni prima. Troppe intemperanze. Troppo politicizzato. Un identikit di tanti. Ma lui va oltre: fa il grande salto nella lotta armata quando erano ancora pochissimi. All'epoca, Curcio e gli altri facevano volantini. Grandi discussioni. Proclami. La prima azione eclatante fu il sequestro a Torino per mezza giornata di un sindacalista della Cisnal alla Fiat, Bruno Labate. Ferrari c'era. Poi venne il sequestro di Ettore Amerio, sempre a Torino. E di Sossi. Accadeva a Genova: i brigatisti rapirono un giudice e improvvisamente l'Italia scoprì l'esistenza del terrorismo rosso. Probabilmente c'entrava Ferrari anche qui. Come raccontano ormai i libri di storia, carabinieri e polizia cominciarono a fare sul serio. E Ferrari fu il primo a cadere nella rete. Lo arrestarono a Firenze, mentre andava a cena a casa della fidanzata. Lo tradì una soffiata. Era il 28 maggio 1974. Qualche mese dopo, grazie a Frate Mitra, arrestavano anche Curcio e Franceschini. Ferrari, però, a quel punto era già in carcere. Un piccolo scomodo primato, essere il primo a finire dentro. L'incredibile è che Ferrari dentro c'è rimasto. Fino ad ora. La prima condanna, a dodici anni, fu per concorso nel sequestro Sossi. Il resto, a catena, è una miriade di altre condanne per reati commessi durante la detenzione. Una volta offende la corte che lo giudica, è il tipo che grida: "Riconosco solo la giustizia del proletariato!", e gli danno due anni. Un'altra volta legge un proclama delle Br nell'aula di giustizia: altri due anni. Partecipa alla rivolta dell'Asinara: ancora condanne. Ma per Ferrari non c'è un avvocato difensore che prenda a cuore la sua situazione. Nessuno avanza istanze, che pure sono la prassi, per evitargli i cumuli di pena. E lui sconta. Anni. Decenni. Sempre in silenzio. Nel 1984, per uno sciopero della fame contro le carceri speciali, stava per lasciarsi morire. E ormai sono anni che non si parla più di lui. Altro che mobilitazioni di intellettuali. Unico segno di attenzione, un appello di Alberto Franceschini: "Non si sa nemmeno dove sia detenuto". No, si sa. Ferrari è "ospite" del carcere di Biella. L'ha scoperto un parlamentare dello Sdi, Enrico Buemi, che nell'ambito della Commissione Giustizia presiede la sottocommissione Carceri, e che ha anche provato a incontrarlo. Ma lui niente. Ha rifiutato il colloquio. Buemi ne è rimasto un po' sconcertato: "Che una persona stia da trent'anni in carcere ad espiare, rifiutando gli strumenti di legge, mi meraviglia. Lo Stato non può lavarsene le mani semplicemente perché il soggetto non dialoga". Il rifiuto di ogni dialogo, da parte di Ferrari, è una linea di condotta ormai trentennale. Non ha incontrato mai nemmeno gli psicologi penitenziari o i giudici di sorveglianza. Mai inoltrato una domanda. Chiusura totale. E così può vantare un secondo scomodissimo primato: è l'unico detenuto italiano che ha trascorso quasi trent'anni in cella senza mai avere un permesso. Neanche mezza giornata. Quando tutti gli altri suoi compagni di avventura, anche quelli arrestati molto dopo di lui, anche quelli che si sono macchiati di reati di sangue, anche quelli che hanno commesso l'omicidio di Moro, sono in varie maniere tutti fuori. "Sembra incredibile, ma Ferrari è ancora in galera - diceva l'ex capo, Mario Moretti, in un libro-intervista del 1994, dieci anni fa - ed è evidente che non è per quel che ha fatto. Fin dall'inizio, ha assunto un atteggiamento politico molto rigido, ma è assurda una carcerazione così lunga che non ha più senso. Tutti i compagni che sono in carcere lo sono ormai, a mio avviso, contro ogni ragionevolezza. Nel caso di Ferrari siamo all'assurdo". Beh, sono trascorsi dieci anni e Ferrari sta ancora là. "Sono purtroppo convinto - ha sostenuto di recente Franceschini - che non voglia uscire. Dopo 30 anni di carcere l'ideologia diventa un alibi e intorno al suo ruolo politico di rivoluzionario irriducibile Ferrari ha costruito le sue abitudini. Anche il carcere diventa un'abitudine".

3 aprile 2004 - BAGET BOZZO "COLONNA BR A GENOVA"
"La Repubblica"
IL TERRORISMO
L´ipotesi del sacerdote
Baget Bozzo "Colonna Br a Genova"
DON Baget Bozzo parla di una colonna genovese delle Br a proposito dell´attentato di lunedì notte al commissariato di Sturla.
"L´attentato alla caserma della Polizia non mi meraviglia. Genova è sempre stata una città di estrema sinistra e gli attentati maturano proprio in questi ambienti", ha commentato don Baget Bozzo, sacerdote e ideologo della destra, a margine del convegno "Il potere dell´informazione, la censura invisibile", organizzato dall´associazione "il Circolo" fondata da Marcello Dell´Utri. "L´ultimo episodio lo conferma - conclude Baget Bozzo - c´è una colonna genovese delle Br".
Intanto sul fronte del terrorismo l´Italia chiama in soccorso l´Europa per sconfiggere definitivamente le Brigate Rosse. La richiesta italiana di inserirle nella lista nera delle organizzazioni terroristiche è rimbalzata a Bruxelles dove sono riuniti i ministri degli esteri della Nato allargata a ventisei. Il titolare della Farnesina ha riferito ai giornalisti di averne parlato agli alleati.
"Abbiamo colto l´occasione per informare i paesi membri dell´Alleanza e per comunicare la nostra proposta di iscrizione delle Br nelle lista Ue delle organizzazioni terroristiche. Si tratta - ha precisato ancora il ministro - di una decisione presa di concerto con il ministro degli interni Giuseppe Pisanu e condivisa dal presidente Berlusconi. Si tratta di un segnale molto chiaro. Il governo vuole combattere con determinazione le organizzazioni terroristiche".

5 aprile 2004 - SEMILIBERTA' A EX BRIGATISTA CRISTOFORO PIANCONE
ANSA:
CONCESSA SEMILIBERTA' A EX BRIGATISTA CRISTOFORO PIANCONE
L' ex brigatista rosso Cristoforo Piancone, condannato all' ergastolo per concorso in sei omicidi e due tentati omicidi, ha ottenuto la semiliberta'. Trasferito dal carcere di San Michele di Alessandria a quello di Vercelli, durante il giorno lavora presso la Cooperativa sociale 'I mestieri' di Cavagnolo, in provincia di Torino. Il beneficio gli e' stato concesso dal tribunale di sorveglianza di Torino.
Piancone, in carcere da 25 anni, apparteneva alla direzione strategica dell'organizzazione armata. Non si e' mai pentito ne' dissociato, definisce la sua militanza 'una vicenda storicamente chiusa'. Gia' ammesso al lavoro esterno presso una cooperativa cittadina, fu trovato all'interno di un supermercato con merce non pagata per 27 mila lire. Accusato di rapina impropria per avere spintonato due dipendenti, fu condannato a due anni, risarci' la direzione del market che ritiro' la costituzione di parte civile e dono' un milione al 'Fondo assistenza del personale di Ps vittime del dovere". A seguito di quell'episodio, attribuito dall'ex brigatista ad un momento di grave tensione per le non buone condizioni di salute di un familiare, gli fu sospeso il beneficio. A distanza di anni ha presentato la richiesta per poter andare a lavorare durante il giorno e avvicinarsi a Toino, citta' dove vivono l'anziana madre e altri familiari. Gli stessi educatori di San Michele hanno definito ottima la sua condotta penitenziaria.

5 aprile 2004 - OLGA D'ANTONA, NON MI ASPETTO CHE LIOCE CONFESSI
ANSA:
TERRORISMO: OLGA D'ANTONA, NON MI ASPETTO CHE LIOCE CONFESSI
"Non mi aspetto che la Lioce faccia delle confessioni, non mi sembra che sia quella la sua disposizione". Lo ha detto Olga D' Antona, vedova di Massimo D' Antona, parlando oggi pomeriggio con i giornalisti prima di un' iniziativa della Cgil, a proposito del processo che si aprira' il 3 maggio per la sparatoria sul treno Roma-Firenze nel quale la Lioce e' imputata.
"Vorra' dire - ha proseguito - che verranno fuori tutti gli elementi che gli inquirenti hanno potuto rilevare". Sempre a proposito della Lioce ha detto di "non essere animata da spirito di vendetta". "E' un sentimento - ha aggiunto - che non mi e' mai appartenuto. Ho solo l' interesse di cittadina di questo paese, affinche' verita' sia fatta e certe persone siano messe in condizioni di non nuocere".

5 aprile 2004 - BATTISTI: DAI GIORNALI
ANSA:
TERRORISMO: CASTELLI, GRAVE SE FRANCIA NON ESTRADA BATTISTI
'SIGNIFICHERA' CHE IN EUROPA NON ESISTE SPAZIO GIUDIRIDICo'
Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ritiene "molto importante" la decisione che la Corte d'appello francese prendera' sull'estradizione di Cesare Battisti, l'ex leader dei Proletari Armati per il Comunismo condannato in Italia all' ergastolo. Nel caso in cui l' estradizione dovesse essere negata, cio' significherebbe - secondo il guardasigilli - che "lo spazio di liberta', giustizia e sicurezza in Europa non esiste".
Si da' per scontato che tale spazio esista - afferma il ministro Castelli nel corso della registrazione della puntata di Porta a Porta che andra' in onda stasera - ma non e' cosi"". Castelli invita gli italiani a riflettere in particolare su un punto: "in Francia il segretario del principale partito dell'opposizione che ha vinto le elezioni sostiene entusiasticamente la liberta' di Battisti. E un sindaco lo ha anche nominato cittadino onorario. Noi - afferma Castelli - stiamo mettendo in comune lo spazio giuridico anche con questi stati che hanno una classe politica del genere che potrebbe andare al potere. Teniamo conto, inoltre, che in Francia i pm rispondono al potere esecutivo".
Nel corso della puntata di 'Porta a Porta', sono intervenuti, tra gli altri, Enzo Bianco, presidente della commissione parlamentare di controllo sui servizi segreti, Paolo Cento (Verdi) e alcuni familiari delle vittime delle azioni terroristiche per le quali Battisti e' stato condannato.
Bianco si e' detto d'accordo con il ministro Castelli sul fatto che Battisti debba essere estradato perche' "si e' reso colpevole di delitti ignobili, ha commesso reati gravissimi che ritengo non c'entrino niente neanche con il terrorismo. Per cui la richiesta di estradizione - aggiunge - e' sacrosanta". Bianco (Margherita) si e' pero' detto contrario ad "atti di perdonismo generalizzato" per chiudere con gli anni di piombo:
"credo che non sia una priorita'".
Replicando a Paolo Cento, che aveva parlato di "guerra civile" riferendosi a quegli anni, il ministro Castelli ha successivamente sottolineato: "non c'e' stata alcuna guerra civile. Ci sono stati criminali che hanno sparato a tradimento a degli innocenti e sono stati giudicati e condannati da tribunali democratici. Il ministro della Giustizia ha il dovere di assicurarli alla giustizia".

TERRORISMO: BATTISTI, GIUDICI D'OLTRALPE DIFENDONO ITALIANI
L'Unione sindacale dei magistrati transalpini (USM, maggioritaria e moderata) ha ribadito "solennemente il pieno appoggio alle istituzioni giudiziarie italiane" dopo le dichiarazioni che in Francia hanno messo in discussione la loro imparzialita' nel caso Battisti.
La dichiarazione di solidarieta' e' stata espressa con un comunicato diffuso oggi, a due giorni dall'udienza in corte d'appello per la richiesta di estradizione italiana nei confronti dell'ex leader dei Proletari armati per il comunismo (Pac).
"L'USM - si legge nel comunicato - condanna in modo netto il procedimento consistente, in una prospettiva puramente ideologica, nel discreditare una decisione di giustizia resa da una corte d'assise ordinaria italiana, nello stretto rispetto delle regole di procedura penale, riguardante un imputato latitante ma difeso a tutti gli stadi dalla procedura conforme al diritto in vigore".
Le dichiarazioni di "diverse personalita' che mettono in discussione l'imparzialita' e l'indipendenza" della giustizia italiana "indeboliscono l'applicazione di uno spazio giudiziario europeo ultraprioritario", conclude il sindacato dei magistrati.
Cesare Battisti ha goduto in Francia di un ampio appoggio di ambienti intellettuali e di sinistra. I suoi sostenitori hanno criticato in particolare il fatto che, giudicato in contumacia, se tornera' in Italia finira' in carcere senza che il suo processo possa essere di nuovo celebrato in sua presenza.

6 aprile 2004 - ROGO DI PRIMAVALLE: DAI GIORNALI
"Il Tempo"
La fuga di Lollo favorita da Morucci e Pace
L'ex Br racconta tutto in un libro.
Al vaglio la figura di uno slavo che li accompagno' all'estero
L'avvocato Randazzo, legale della famiglia Mattei, chiede l'audizione di chi aiuto' i colpevoli della strage di Primavalle
di MAURIZIO PICCIRILLI
ROMA - Valerio Morucci, Lanfranco Pace e Franco Piperno saranno chiamati a chiarire le modalita' della fuga degli autori della strage di Primavalle. Questa la richiesta fatta dall'avvocato Luciano Randazzo, legale della famiglia Mattei i cui due figli, Virgilio e Stefano morirono nel rogo del loro appartamento. Il legale ha presentato una memoria difensiva al sostituto procuratore Maria Monteleone titolare dell'inchiesta sulla fuga di Achille Lollo.Il leader di Potere Operaio fu condannato con Clavo e Grillo a 18 anni di reclusione per quegli omicidi e ora e' ricomparso in Brasile dove si era iscritto alle liste degli elettori dei Comites, gli italiani all'estero. Ma viene chiesta soprattutto l'audizione di uno jugoslavo, Jaroslaw Novak,personaggio inquietante nello scenario degli Anni di piombo.
I nuovi documenti presentati dall'avvocato Randazzo accendono nuovi riflettori su quell'episodio di 31 anni fa. Verita' che emergono da testimonianze degli stessi protagonisti: Valerio Morucci, Lanfranco Pace e un certo Jeroslaw Novak. Ed e' proprio lui a fornire i mezzi necessari alla fuga di Lollo e Grillo. Non solo li accompagno' nel viaggio verso la Svezia.
Un racconto dettagliato raccolto da Aldo Grassi autore di un libro inchiesta su Potere Operaio dal titolo "La generazione degli anni perduti". In particolare Novak ricorda l'incontro avvenuto nei pressi di Firenze tra Valerio Morucci e Marino Clavo quando questi era latitante proprio dopo la condanna per il rogo di Primavalle. L'episodio a'¨ riferito dallo stesso Morucci nel suo libro "Ritratto di un terrorista da giovane", nel quale riferisce di essersi recato all'appuntamento armato di una pistola con silenziatore. Motivo del colloquio: "chiarimenti sulla storia di Primavalle".
Grillo, Clavo e Lollo erano "quelli dell'arancia meccanica" cosi' li descrivano i compagni di Potop percha'¨ disposti a menar le mani e pronti a spedizioni punitive.
Ma veniamo alla figura di Novak. "Certamente e' il personaggio piu' interessante che puo' chiarire piu' cose", sostiene l'avvocato Randazzo. Novak e Morucci furono inviati da Lanfranco Pace, all'epoca capo di Potere Operaio a chiarire con i latitanti "fazionisti" cosa era accaduto a Primavalle. Morucci parla con Clavo con una Walther Pkk con silenziatore poggiata accanto. La versione non convince ma i "compagni andavano aiutati" cosi' e' "Jaro" come lo chiama Pace a risolvere il problema di farli espatriare. "Non eravamo riusciti a trovare un passaporto falso eppure i livelli di contiguita' con un certo tipo di illegalita' borgatara erano forti - e' la testimonianza di Novak nel libro di Aldo Grandi - Usammo quello di un nostro compagno di Roma...Grillo parti' da Roma diretto a Milano, in treno con un vagone letto insieme a una compagna. Io salii sull'ultimo aereo e li precedetti a Milano dove andai a prenderli alla stazione. Arrivammo a Linate e la' ci imbarcammo su un volo per Stoccolma che faceva scalo a Copenaghen".
"Dal libro su Potere Operaio si evince che i tre accusati dell'omicidio dei fratelli Mattei - spiega l'avvocato Randazzo - erano invisi alla leadership di Potop. Eppure furono aiutati. Morucci ebbe l'ordine dell'inchiesta interna da Lanfranco Pace. Quindi Potere Operaio sapeva tutto. E loro stessi diedero vita alla campagna di depistaggio".

"Il Foglio"
CHI HA PAURA DI ACHILLE LOLLO?
Marina Valensise per Il Foglio
Chi ha paura di Achille Lollo? Da Rio de Janeiro, dove milita nel partito del presidente Lula, minaccia nuove rivelazioni l'ex militante di Potere operaio condannato a 18 anni di carcere per l'incendio doloso che nel 1973 causò la morte di Virgilio e Stefano Mattei, figli del netturbino di Primavalle, segretario della sezione del Movimento sociale. Lollo da anni vive in Brasile dove fu arrestato nel 1993 su mandato di cattura internazionale, ma il paese sudamericano negò l'estradizione in Italia, riconoscendo la prescrizione del reato.
Cosa può rivelare Lollo? "Di tutto", risponde oggi Ruggero Guarini, che l'ha conosciuto e l'ha persino difeso. "Dopo il processo di primo grado, che portò alla sua scarcerazione, andai con Alberto Moravia, Dario Bellezza ed Elio Pecora a festeggiare la sua liberazione in una villa, credo dei suoi genitori, a Fregene. Devo aggiungere che allora credevo alla sua innocenza". Perché? "Perché quando esplose il caso dei fratellini Mattei, alcuni ragazzi di Potere operaio, e cioè Stefania Rossini e Lanfranco Pace, per i quali avevo molta simpatia e con i quali giocavo a poker tutte le notti in casa di Guendalina Ponti, vennero a trovarmi al Messaggero, dov'ero a capo dei servizi culturali e mi dissero: 'Credi davvero che ragazzi intelligenti, colti, preparati come noi, dei marxisti seri che leggono i Grundrisse di Karl Marx possano individuare in un povero netturbino, segretario della sezione del Msi di Primavalle, un nemico di classe?'
E io naturalmente risposi di no. Dissi che mi sembrava un'idea assolutamente folle. E insieme a Pasquale Prunas, che era uno dei redattori capo, Piergiorgio Maoloni, capo dell'ufficio grafico, e un bravo ragazzo, all'epoca inviato, che si chiamava Fabio Isman, li aiutai a spazzolare stilisticamente un testo che avevano messo in piedi per dimostrare la loro estraneità a quell'orrore. Scritto in un sinistrese indigesto, era il racconto della penetrazione e del magistero politico di Potere operaio nel contesto semiproletario di Primavalle". Quel famoso pamphlet ("Incendio a porte chiuse", prefazione di Riccardo Lombardi, editore Giulio Savelli) accusava gli stessi fascisti di essere autori della strage. "Questo non me lo ricordo. Comunque, io mi convinsi non che fossero stati i fascisti, ma che fosse impossibile che gente come Piperno, Pace e Rossigni avessero partecipato anche di sguincio alla progettazione di quel colpo".
La confessione di Stefania Rossini
Poi ha cambiato idea? "Molti anni dopo, Stefania Rossini ha confessato a una mia amica, non dico il nome, la quale mi ha riferito: sai che Stefania piangendo mi ha detto che quando vennero da te e da Prunas al Messaggero lei lo sapeva che i colpevoli erano Lollo e i suoi? Me l'ha detto una decina di anni fa. Capito?". Capito. "Intendiamoci. Dal fatto che la Rossini abbia ammesso che sapeva della colpevolezza di Lollo nel rogo di Primavalle non deduco affatto che quella strage sia stata pensata dai vertici di Potere operaio. Non so se Lollo, Clavo e Grillo abbiano agito per conto loro, per fare bella figura coi loro capetti.
Oggi Lollo può rivelare che il vertice di PotOp sapeva tutto e che la tanica di benzina sotto la porta di casa Mattei la versò su mandato di un capo. Può rivelare sino a che punto arrivasse la protezione di Giacomo Mancini. Ma può anche rivelare il vero motivo per cui non esiste più una grande famiglia di editori puri". Ci spieghi il nesso: "Tra il processo di primo grado del 1974, in cui il pm Domenico Sica aveva chiesto l'ergastolo, ma i tre vengono assolti per insufficienza di prove, e il processo di secondo grado, che nell'86 li condanna in contumacia a 18 anni di carcere, accade una cosa nuova. Uno degli imputati diventa testimone. E sa chi era?". Diana Perrone? "Sì, la figlia del comproprietario del Messaggero, coinvolta nella vicenda da Marino Clavo, con cui divideva un appartamento.
Tutti al giornale sapevano che era successo perché suo padre veniva ricattato". Da chi? "Il Messaggero aveva fatto la campagna divorzista. La Dc sconfitta al referendum, aveva deciso di sbarcare i Perrone e trovò il punto debole nella figlia vicina ai violenti. Ferdinando vendette il suo 50 per cento a Rusconi, cacciato subito in quanto 'clerico-fascista'. Poi subentrò la Montedison, il giornale entrò in area socialista, garantito da Italo Pietra, amico di Francesco De Martino. Morale? Un caso tragico di nevrosi borghese: la figlia di un miliardario coinvolta in un modo o nell'altro nell'incendio della casa di un netturbino, in cui muoiono due innocenti, si redime con la castrazione del babbo. La meglio gioventù".

6 aprile 2004 - ROMANZI SUGLI ANNI DI PIOMBO
"Il Mattino"
Storie di piombo
Generoso Picone
Certo, c'è Cesare Battisti che la Francia coccola e difende dall'ergastolo inflittogli in Italia, l'ex leader dei Proletari Armati per il Comunismo a cui il supplemento letterario di "Liberation" dedica tre pagine titolando alla Stendhal "Du rouge au noir", l'autore che pubblica nella collana di polizieschi più famosa al mondo, la "Série Noire" di Gallimard, in catalogo con Marcel Proust e Georges Simenon. Lui, di quegli anni di piombo, dei Settanta, è stato un fragoroso protagonista e probabilmente soltanto nel suo caso può valere almeno parte di quanto "Libé" con azzardo enfatico scrive, e cioè "come una generazione ha continuato la lotta armata passando dalla rivoluzione alla fiction". Messa così, sembrerebbe più roba da intervento dei corpi speciali.
Invece, Battisti a parte, per una di quelle concomitanze editoriali che spesso rivelano attenzioni e sensibilità profonde nella coscienza collettiva, questo è un periodo in cui i narratori italiani con maggiore intensità fanno i conti con l'esperienza del terrorismo. Tanto da suscitare la sensazione che la memoria degli anni Settanta stia pressocché dominando l'immaginario letterario: succede ad autori diversi per anagrafe e percorso letterario, lontani anche per appartenenza pur sfumata a un territorio politico, comunque accomunati da una sorta di condiviso bisogno di scavare, approfondire, capire quanto sia accaduto in un periodo assolutamente straordinario e drammatico della storia nazionale e magari marginalmente della propria biografia. Luca Doninelli - quarantottenne - ha pubblicato Tornavamo dal mare (Garzanti, pagg. 185, euro 13,50) dove narra di due donne, Ester e Irene, madre e figlia, e di una autentica guerra civile, del terrorista Fly, di animi sbandati, della ricerca di un padre. Paolo Spinato - 44 anni - con Amici e nemici (Fazi, pagg. 224, euro 14,40) ha invece chiuso la trilogia aperta con Cuore rovesciato e proseguita con Di qua e di là dal cielo consegnando l'ultimo stadio della crescita di Telonius ai giorni del sequestro di Aldo Moro che vede coinvolto il suo amico Seba, brigatista ferito nell'assalto in via Fani e poi rapito da un terrorista nero lì presente e a sua volta reclutato dai servizi segreti. Gian Maria Villalta - 45 anni - in Tuo figlio (Mondadori, pagg. 270, euro 17) mette in scena il complesso rapporto tra Riccardo quarantenne e Sebastiano quindicenne: il primo è il figlio abbandonato di un terrorista accudito dalla famiglia di un ex partigiano, il secondo ha perso i genitori in un incidente stradale e orfano viene affidato proprio a Riccardo; insieme ricercheranno conflittualmente una risposta ai loro perché. Antonella Tavassi La Greca - 53 anni, napoletana trapiantata a Roma - narra ne La guerra di Nora (Marsilio, pagg. 231, euro 14) la storia di una donna che torna a Roma dopo 15 anni da quel giorno in cui uccise un magistrato "nemico del popolo" e il fidanzato Luca fu arrestato, ha deciso di riannodare i fili della sua esistenza e ritrova la gemella Tosca, l'altra parte di sé, diversa.
Nei giorni del fatidico 1977 - per altro raccontati anche nella terza parte de L'artista di Gabriele Romagnoli (Feltrinelli, pagg. 239, euro 15) - è ambientata la vicenda di Attila e Franz, i due amici de Il paese delle meraviglie di Giuseppe Culicchia (Garzanti, pagg. 327, euro 14), che a quell'epoca era dodicenne (Romagnoli diciasettenne): uno di famiglia squinternata e segnato da profonda solitudine, l'altro ricco e istintivamente nazifascista, legati in un rapporto che travalica le ideologie comunque presenti nello loro forme estreme e cruente, che investe l'amore, le ragazze, i sentimenti, la giovinezza. E alle donne e alle moto pensa Euralio, protagonista di Avene selvatiche (Marsilio, pagg. 272, euro 15), il primo romanzo di Alessandro Preiser, pseudonimo di un cinquantenne milanese nei primi anni '70 sovversivo della destra extraparlamentare e ancora detenuto per relativi reati. Euralio casualmente si ritrova sanbabilino e diventa un piccolo grande eroe fino a quando la situazione sfugge di mano e arriva l'omicidio a sfondo politico.
Metafora di un percorso che si potrà apparentare a Io non scordo di Gabriele Marconi (il 30 aprile uscirà per Fazi, pagg. 160, euro 13,50) definito da Pietrangelo Buttafuoco "uno splendido action-movie in forma di romanzo sui ribelli della generazione del '78", scritto da un ex militante del gruppo di estrema destra Terza Posizione che oggi è vicedirettore della rivista "Area". Pubblicato semiclandestinamente da Settimo Sigillo alcuni anni fa, culto nel circuito underground, Io non scordo narra di un latitante di destra scappato a Londra agli inizi degli anni '80 diventando un punk. Quando torna a Roma, inseguito dalla polizia nella metropolitana, sbuca in una stanza misteriosa che contiene l'archivio dei servizi deviati italiani dal dopoguerra a oggi. Si mette in contatto con i camerati di un tempo e insieme decidono di scoprire la verità su movimenti, attentati e stragi, quella alla stazione di Bologna innanzitutto. E a Bologna anni '70 lavorerà il commissario Sarti Antonio, creatura di Loriano Macchiavelli, nel prossimo Le piste dell'attentato (sarà pubblicato a giugno da Einaudi, pagg. 160, euro 9). Utile aggiungere che Macchiavelli e Massimo Carlotto (altro apprezzatissimo scrittore noir, dai complessi trascorsi in Lotta Continua, ha appena fatto uscire L'oscura immensità della morte, (e/o, pagg. 177, euro 12) sono tra i pochi autori italiani apprezzati da Cesare Battisti?
Insomma, tutti a inseguire la verità, che in fondo rimane compito della letteratura, lasciando a giornalisti e storici la ricomposizione della realtà. Ma appare anche assolutamente evidente che gli ultimi venti-trent'anni del Novecento hanno rappresentato il frangente sbandato e accidentato per una complicata formazione alla vita, dove le istanze individuali più che mai si sono intessute con vicende di peso incombente e ancora irrisolte. Misteri, segreti, pulsione al Nulla, processo autodistruttivo di una generazione, viaggio al termine di una lunga notte: ma anche - a constatare i puntuali riferimenti agli anni '70 che fanno i più giovani narratori i cuoi testi concorrono all'antologia La qualità dell'aria (minimun fax, pagg. 364, euro 13) - la necessità di raccontare il proprio tempo con la consapevolezza di avere alle spalle un periodo di avvenimenti innegabilmente memorabili, tremendi e plumbei, epperò non rimuovibili come poteva legittimamente capitare agli scrittori d'inizio anni '80, da quei giorni appena usciti a respirare. Un periodo che diventa fonte di immaginario narrativo. Negli annali della letteratura, tutto sommato, è già successo.

6 aprile 2004 - 25 ANNI DA RETATA "7 APRILE"
"Il Corriere della sera"
IL CASO 7 APRILE / A 25 anni dalla maxi-retata che lo portò in carcere con Toni Negri e Franco Piperno, a colloquio con l'ex leader di Autonomia operaia
"I giudici avevano ragione, teorizzavamo la lotta armata"
Scalzone: Calogero sbagliò a pensare a una cupola del terrorismo. Ma un tumulto sociale spinse una forte minoranza a una sorta di guerra civile
DAL NOSTRO INVIATO
PARIGI - "Eh già, venticinque anni... Le mie nozze d'argento con l'inizio della morte civile", dice tirando il fumo dell'ennesima sigaretta. Ma "morte civile" è un'espressione stonata in bocca a Oreste Scalzone, che in questo quarto di secolo ha continuato a parlare, scrivere e inveire. Meglio dire "le ultime ore di libertà vissute nel suo Paese", visto che allora cominciò un periodo di galera e di latitanza che dura ancora oggi, mentre è in prima fila nella battaglia contro l'estradizione del suo amico Cesare Battisti. Coincidenza curiosa: l'udienza della Corte d'appello di Parigi per decidere il destino dell'ergastolano italiano rifugiato in Francia è convocata proprio per domani, 7 aprile, data simbolo per la storia giudiziaria e politica d'Italia; quel giorno del 1979 scattò la maxi-retata contro i capi dell'Autonomia operaia accusati di associazione sovversiva, banda armata e - alcuni - di essere i veri capi delle Brigate rosse. Tra loro i principali leader del disciolto gruppo di Potere operaio: Toni Negri, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Emilio Vesce.
Scalzone venne arrestato a Roma, nella sede della rivista Metropoli : "Dovevo scrivere una lettera sull'amnistia e un reportage sui funerali bolognesi di Barbara Azzaroni, una compagna del '68 passata a Prima Linea, uccisa in uno scontro a fuoco". Non scrisse niente perché la sera era già a Regina Coeli: "Cominciò il giro delle carceri, da Roma a Padova, poi Rebibbia, gli "speciali" di Cuneo e Palmi, Termini Imerese, poi ancora Rebibbia e Regina Coeli".
Davanti al pubblico ministero di Padova che coordinava l'inchiesta, Pietro Calogero, Scalzone cominciò a difendersi ponendo lui le domande: "Né rifiuto del giudice né difesa tecnica di fronte a chi ti accusa per quello che sei e non per ciò che hai fatto: io posso aver fatto questo, questo e questo, lei che cosa sceglie? Dopodiché tocca a lei trovare le prove, non a me dimostrare che non è vero". Allora il rivoluzionario sfidava il suo "inquisitore"; oggi, 25 anni dopo, rilegge i fatti così: "Calogero e gli altri hanno sbagliato per eccesso, ma anche per difetto. Il complotto, la cupola del terrorismo che tira le fila di tutte le sigle con Toni Negri nella parte del Grande Vecchio era una fantasma dietrologico, e dunque un eccesso. Ma l'esistenza di un tumulto sociale che noi tentavamo di organizzare, la teorizzazione della lotta armata anche se diversa da quella praticata dalle Br, compresi reati come rapine e gambizzazioni, erano tutte cose vere. Forse più diffuse e capaci di diffondersi di quanto immaginavano i magistrati". Nell'inchiesta "7 aprile", insomma, c'era del vero almeno sul piano storico, poiché esisteva "un vasto terreno di illegalità e militarizzazione che ha spinto una forte minoranza a una sorta di guerra civile a bassa intensità, ed era logico che lo Stato la contrastasse".
Il problema è - secondo il rivoluzionario di allora - che le prove portate dai magistrati (non solo a Padova, ma anche a Roma e Milano) non corrispondevano ai fatti come s'erano svolti o si potevano provare: ""Nego l'addebito ma non me ne sento diffamato" dissi allora e confermo oggi. Sono responsabile di altre azioni della stessa natura". Sarebbe a dire? "Partecipai alla prima rapina in banca nel '72, forzandomi a non pensare che cosa ne avrebbero detto gli altri dirigenti del gruppo; lo feci perché i soldi per la rivoluzione non potevano arrivare dai salari degli operai ma andavano presi dov'erano, e per contrastare l'attrazione fatale esercitata su tanti compagni dalla clandestinità. Entrai io con un compagno, armato di pistola. Negli anni successivi partecipai altre due o tre volte. E se pure ho avuto la fortuna di non dover sparare a qualcuno, mi sento la corresponsabilità diretta soprattutto di alcuni ferimenti firmati con sigle diverse, tra il '74 e il '76. Per esempio un'azione sul piazzale della Marelli contro il responsabile delle guardie; il giorno dopo ci fu lo sciopero ma noi eravamo lì a dire "né una lacrima né un minuto di salario per il capo degli sbirri padronali"".
Altri tempi, in cui c'erano pure i delitti firmati dalle Br. Ma Scalzone - risulta dalle stesse inchieste giudiziarie - stava su un'altra linea: "Eravamo contro l'attacco al cuore dello Stato perché sostenevamo che lo Stato non ha cuore. Era una questione teorica, non morale: se il tiranno non è una persona ma un sistema, l'omicidio politico è oltretutto inutile. Quindi non aver ucciso non è solo fortuna, ma questo non mi attribuisce alcuna legittimità etica superiore rispetto a chi abbia ucciso. Anzi, sono consapevole che con parole e scritti posso aver evitato dei morti, ma anche averne provocati degli altri".
Mentre la giustizia italiana faceva il suo corso, il leader di Autonomia operaia scarcerato per motivi di salute ("giunsi a pesare 39 chili, mi vennero un'ischemia e l'epatite") scappò all'estero: "Stava arrivando una nuova ondata di pentiti, mandai un messaggio ai compagni in prigione e organizzai l'espatrio. In Corsica mi portò Gian Maria Volonté con la sua barca. Dalla Francia, che allora estradava in un amen, giunsi in Danimarca attraverso il Belgio e l'Olanda. Solo dopo la vittoria di Mitterrand arrivai a Parigi, l'11 novembre 1981". Da allora Scalzone è un abitante della capitale francese: "A 57 anni è la città in cui ho vissuto di più nella mia vita". Qui ha subìto un arresto di 40 giorni prima che venisse negata l'estradizione e ha avuto notizia delle condanne italiane - quelle definitive arrivano a circa 12 anni di carcere - che cadranno in prescrizione alla fine di settembre. Allora potrebbe tornare in Italia da uomo libero, "ma l'esilio non mi pesa, anzi mi ha dato più di quanto mi ha tolto. E poi è proprio il rientro da libero che sono disposto a giocarmi offrendomi come ostaggio volontario".
Ora il discorso ritorna sui latitanti "rifugiati" che la Francia potrebbe estradare: "Vent'anni fa hanno moltiplicato condanne e condannati perché c'era un "crimine collettivo continuato" che metteva in pericolo la democrazia; oggi costruiscono l'identikit di un assassino trincerandosi dietro il comprensibile mancato perdono delle vittime e dei loro familiari". Sta parlando di Battisti e del nuovo "7 aprile" che vi aspetta?
"Sì. E anche dell'alibi che si sono fatti per non parlare più di amnistia. Ma il perdono serve solo per la grazia, non per la soluzione politica che spetta al Parlamento. Comunque il caso Battisti riguarda la Francia e la parola data da questo Stato, la cosiddetta dottrina Mitterrand che nemmeno la destra francese di Chirac aveva sconfessato fino all'estradizione di Paolo Persichetti. Mitterrand voleva evitare che qualche centinaio di persone gettate nella clandestinità riprendessero la lotta armata qui o da qui; rinnegarla oggi significa dire che sbagliò chi allora decise di posare le armi".
Giovanni Bianconi

6 aprile 2004 - SEMILIBERTA' PIANCONE: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
IL PERSONAGGIO
L´ex br lavorerà in una coop
Semilibero Piancone l´omicida di Berardi
Semilibertà per Cristoforo Piancone, brigatista rosso condannato all´ergastolo per sei omicidi e due tentati omicidi, tra i quali gli agguati costati la vita al maresciallo di polizia Rosario Berardi e all´agente di custodia Lorenzo Cotugno. Cinquantatré anni, ex militante della colonna torinese delle Br, Piancone è stato trasferito dal carcere di San Michele di Alessandria, dove stava scontando tre ergastoli, a quello di Vercelli, ma durante il giorno potrà lavorare presso la cooperativa sociale "I mestieri" di Cavagnolo, in provincia di Torino. Ex membro della direzione strategica delle Brigate Rosse, Piancone non si è mai pentito né dissociato, limitandosi a definire la sua militanza nel gruppo terrorista "una vicenda storicamente chiusa".
Il terrorista fu arrestato la mattina dell´11 aprile del 1978, a Torino, subito dopo aver partecipato all´agguato in cui fu ucciso Lorenzo Cotugno, agente delle Nuove. La vittima, sorpresa dal commando omicida sulla porta di casa, riuscì a ferire gravemente uno dei sicari: Piancone, appunto, che fu lasciato dai complici all´Astanteria Martini e che un mese prima, il 10 marzo, assieme a Peci, Acella, Micaletto e Nadia Ponti, aveva assassinato il maresciallo Berardi. Pochi giorni dopo i carcerieri di Aldo Moro inserirono il brigatista ferito in un elenco di tredici "prigionieri comunisti" ai quali "la Dc e il suo governo" avrebbero dovuto dare la libertà per ottenere il rilascio del presidente democristiano sequestrato.
Coinvolto anche in altri delitti delle Br, Cristoforo Piancone aveva già ottenuto la semilibertà negli anni 90, ma l´aveva persa nel ´98 dopo una lite al supermercato Esselunga di Alessandria, da dove cercava di uscire senza pagare una confezione di pastiglie dietetiche, due di chewing gum e due paia di slip da uomo: un "bottino" da poco più di 25 mila lire. Bloccato dai sorveglianti, l´ex terrorista cercò di allontanarsi spintonando gli addetti: fu accusato di rapina impropria e condannato ad altri due anni, ma risarcì la direzione del market che ritirò la costituzione di parte civile e donò un milione al "Fondo assistenza del personale di Ps vittime del dovere".

6 aprile 2004 - BATTISTI: DAI GIORNALI
ANSA:
TERRORISMO: VIOLANTE, BATTISTI E' UN CRIMINALE COMUNE
SAREBBE TRIONFO DELLA GIUSTIZIA SE FOSSE ESTRADATO
"Battisti e' un criminale comune, e quella che lo riguarda non e', quindi, una questione politica. E comunque, al di la' di tutte le valutazioni sul caso, e' molto importante che i paesi europei cooperino per combattere il nuovo e il vecchio terrorismo". Lo ha detto il presidente dei deputati dei Ds, Luciano Violante, intervistato dalle emittenti francesi Tf1 e Radiofrance, sulla vicenda della richiesta di estradizione di Cesare Battisti.
"Spero che venga estradato - ha concluso - perche' sarebbe un trionfo per la giustizia".

TERRORISMO: BATTISTI; MAXI-DOSSIER DA ITALIA, RINVIO
MA LA POLEMICA CONTINUA A IMPERVERSARE SUI GIORNALI
(di Tullio Giannotti)
L'attesa per il 7 aprile, giorno del dibattito in Corte d'appello sull'estradizione a Cesare Battisti, si e' sgonfiata questa mattina a Parigi: dall'Italia e' piombato sui tavoli del presidente del tribunale un megadossier di 800 pagine. Immediato il rinvio disposto dal tribunale che domani comunichera' la nuova data dell'udienza.
"Sono stupefatto per la disinvoltura con la quale il governo italiano spedisce casse di documenti alla vigilia dell'esame della domanda di estradizione" ha dichiarato all'ANSA l'avvocato di Cesare Battisti, Jean-Jacques de Felice. Il quale ha chiesto immediatamente i "termini a difesa" per poter prendere conoscenza del nuovo dossier del quale ignora il contenuto. Il presidente del tribunale, Norbert Gurtner, ha deciso informalmente il rinvio, probabilmente di un mese, ma domani alle 18 le parti - convocate al Palazzo di Giustizia - conosceranno la data del nuovo appuntamento.
Da fonti attendibili si apprende che le autorita' italiane hanno raccolto nelle 800 pagine contenute negli scatoloni giunti stamane in tribunale tutto il dossier tradotto in francese sull'ex leader dei Proletari armati per il comunismo, arricchito da una "memoria" di una decina di pagine. Il dossier Battisti e' formulato in modo diverso rispetto alla richiesta di estradizione che nel 1991 la magistratura francese respinse. Allora, infatti, Battisti non aveva ancora subito la condanna definitiva in contumacia pronunciata dalla Corte d'Assise di Milano: due ergastoli per quattro omicidi commessi nel 1978 e nel 1979.
Al di la' della sorpresa degli avvocati parigini del latitante italiano, che di dicono "scandalizzati", la polemica sul caso Battisti e sulla cosiddetta "dottrina Mitterrand" che ne sancirebbe la protezione in Francia continua a imperversare.
Giornali come Le Monde e Liberation ospitano anche oggi prese di posizione contrastanti e ricche di fervore polemico.
Una "memoria storica" dell'inizio dell'avventura dei rifugiati italiani in Francia, l'avvocato Jean-Pierre Mignard che nel 1981 assunse la difesa di molti "esuli" degli anni di piombo, e' stato intervistato da Liberation: all'epoca, dice, la decisione francese di accogliere gli italiani fu addirittura "una boccata d'ossigeno per l'Italia, che non riusciva piu' ad assorbire quei lunghi processi. In ogni caso, afferma Mignard, "lo stato italiano sapeva perfettamente quello che succedeva e oggi non puo' comportarsi come se scoprisse ora questa storia".
Quanto ai reati per "fatti di sangue" che la dottrina Mitterrand escluderebbe, Mignard ricorda che "non ci fu nessuna selezione in base ai reati commessi", in quanto c'erano "lacune nelle procedure, impossibilita' fattuali, evidenti contraddizioni e anche affermazioni ideologiche da parte dei giudici italiani. Mi ricordo - dice - di una sentenza nella quale il magistrato denunciava 'l'impostura di quelli che dicono di appartenere alla dittatura del proletariato"".
Anche Le Monde dedica la sua pagina di dibattiti al caso Battisti: provocatorio l'intervento del corrispondente de 'La Stampa' a Parigi, Cesare Martinetti, che invita "i militanti di Action Directe (i terroristi di sinistra francesi di quegli anni) a chiedere l'asilo politico in Italia". Malati gravemente ma da anni rinchiusi in cella, nel nostro paese "potrebbero almeno andare all'ospedale a farsi curare". Ancorato sulla difesa della "parola data dalla Francia" ai rifugiati italiani, invece, l'articolo di quattro intellettuali: lo storico Pierre Vidal-Naquet, il sociologo Edgar Morin, l'ex ambasciatore francese Stephane Hessel, e la storica Madeleine Reberioux.

TERRORISMO: BATTISTI; COMPAGNO, SU TORREGIANI PAC DIVISI
ARRIGO CAVALLINA LO DICE IN INTERVISTA A 'L'ANTIPATICO'
I proletari armati per il comunismo si dividero sull'ipotesi dell'omicidio Torregiani: lo rivela Arrigo cavallina, membro dei Pac e compagno di Cesare Battisti, nell'intervista a Maurizio Belpietro per la prima puntata dell' 'Antipatico', in onda stasera su Canale 5, subito dopo il Maurizio Costanzo Show.
Nel corso del faccia a faccia, l'ex terrorista rivela che, prima dell'omicidio Torregiani, il gruppo armato si spacco'. "Ci troviamo nel secondo anno della vita dei PAC - racconta nell'intervista a Belpietro - , ed e' un secondo anno in cui i rapporti tra alcuni degli appartenenti a questo piccolo gruppo cominciano a sfaldarsi. Ci sono disaccordi nello stile di vita e nei legami da mantenere o meno con altri gruppi milanesi. Nell' unico incontro nel quale si e' parlato di questa eventualita', che non era ancora direttamente quella dell'omicidio ma di un'azione che si capiva avrebbe potuto anche essere questa - racconta Cavallina - , i presenti non erano d'accordo. Altri, che non erano nemmeno venuti a questa riunione, hanno mandato a dire che, indipendentemente dalla nostra volonta', perche' io ero tra questi, loro sarebbero andati avanti lo stesso".
Arrigo Cavallina, definito "un insegnante affascinato dalla lotta di classe", e' l' uomo che ha fatto entrare Cesare Battisti nei PAC. Ha scontato 13 anni di carcere per concorso nell' omicidio del Maresciallo Santoro, omicidio al quale partecipo' anche lo stesso Battisti.

7 aprile 2004 - BARALDINI: BERARDI, AMBIVA AD UN POSTO AL COMUNE DI ROMA
ANSA:
BARALDINI: BERARDI, AMBIVA AD UN POSTO AL COMUNE DI ROMA
PRESIDENTE ASSOCIAZIONE VITTIME TERRORISMO INTERROGATO DA PM
Bruno Berardi, presidente dell' Associazione nazionale famigliari vittime del terrorismo 'Domus Civitas', giunto al quarto giorno di sciopero della fame contro la concessione della grazia ad Adriano Sofri, e' stato interrogato come persona informata dai fatti in merito ad una denuncia da lui presentata contro il sindaco di Roma Walter Veltroni, che, secondo Berardi, affido' all' ex terrorista Silvia Baraldini una consulenza per conto del Comune di Roma.
Davanti al pm Mario Ardigo', Berardi ha sottolineato che e' stato disoccupato per vari anni fino al novembre scorso, e che ambiva al posto assegnato alla Baraldini. "Lei non ha alcun titolo per la ricerca sociologica sulle donne che le e' stata affidata - ha detto Berardi - anche perche' e' stata anni in carcere negli Stati Uniti. Io ho denunciato Veltroni nel giugno scorso - ha proseguito - perche' ritengo che prima della Baraldini avrebbe fatto meglio a chiedere ai famigliari delle vittime del terrorismo. Questo mi ha offeso molto".
Berardi ha detto di chiedere "rispetto per le vittime del terrorismo, che sono state maltrattate fino ad oggi, e che coloro che si sono macchiati di reati legati al terrorismo scontino le pene cui sono stati condannati".

7 aprile 2004 - SU LETTERA FERRARA A FIGLIO MAR. BERARDI
"Dagospia"
GAFFE - L'ELEFANTINO SCRIVE UNA LETTERA AL FIGLIO DI UN MARESCIALLO UCCISO DALLE BR MA, COME SPESSO GLI CAPITA, CONFONDE IL KILLER CON LA VITTIMA...
Da segnalare la gaffe compiuta oggi dall'elefantino sul "Foglio". A pagina 4, nella rubrica delle lettere, Ferrara scrive al figlio di Berardi, maresciallo di P.S. ucciso dalle BR nel 1978, proprio il giorno in cui si apriva il processo al nucleo storico delle Brigate Rosse. Nella lettera, Ferrara esprime "concretissimo affetto", tra gli altri, all'agente di polizia penitenziaria Cristoforo Piancone, ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse a Torino sotto l'uscio di casa. Pero' l'agente ucciso si chiamava Lorenzo Cotugno, mentre Cristoforo Piancone, nome di battaglia "Gerard", era il suo killer che, nell'occasione, rimase ferito e venne catturato. E' una gaffe terrificante. O un lapsus freudiano. Ma Ferrara, come spesso gli capita, nutre "concretissimo affetto" per le persone sbagliate.

7 aprile 2004 - BATTISTI: DAI GIORNALI
"Il Mattino"
Fini a Parigi: Battisti criminale, va estradato
Pressing sulla Francia da parte di Gianfranco Fini affinché conceda l'estradizione del terrorista italiano, Cesare Battisti: "Non è un rifugiato politico, ma un criminale condannato con sentenze definitive all'ergastolo per 4 omicidi. Non ha ancora pagato il conto con la società italiana e va consegnato alla giustizia del nostro Paese, come per fortuna tutti auspicano in Italia".
In visita a Parigi, dove ha incontrato il neo-ministro degli Esteri Michel Barnier e il presidente della Convenzione europea, Valery Giscard d'Estaing, il vicepresidente del Consiglio parla del caso "semplice e inequivocabile" dell'ex brigatista rosso: "Posso capire anche se non condividere - afferma Fini - la dottrina Mitterrand, ma qui non c'entra nulla il rifugiato politico. Non si tratta di dare asilo e ospitalità a chi paga per le sue idee. Si tratta di ben altro. E che Battisti abbia scritto qualche libro giallo non mi sembra un elemento tale da fare la differenza".
Non entra Fini nelle vicende politiche italiane come l'assegnazione delle deleghe economiche: "Di questo - dice - parlerò in altre occasioni. Non ha senso parlarne a Parigi". L'argomento resta Battisti, mentre slitta forse di un mese l'udienza in programma oggi alla corte d'Appello di Parigi sull'estradizione di Battisti. Dall'Italia è infatti piombato sui tavoli del presidente del tribunale un dossier di 800 pagine. Immediato il rinvio disposto dal giudice che comunicherà la nuova data dell'udienza: "Sono stupefatto per la disinvoltura con la quale il governo italiano spedisce casse di documenti alla vigilia dell'esame della domanda di estradizione", dice l'avvocato di Battisti, Jean-Jacques de Felice, il quale ha chiesto immediatamente i "termini a difesa" per poter prendere conoscenza dei documenti.
Nelle ottocento pagine inviate dai magistrati italiani vi sarebbero documenti tradotti in francese sull'ex leader dei Proletari armati per il comunismo, arricchito da una memoria di una decina di pagine. Il dossier è formulato in modo diverso rispetto alla richiesta di estradizione che nel 1991 la magistratura francese respinse. Allora, infatti, Battisti non aveva ancora subito la condanna definitiva in contumacia pronunciata dalla Corte d'Assise di Milano: due ergastoli per quattro omicidi commessi nel 1978 e nel 1979.
Al di là della sorpresa degli avvocati parigini, che di dicono "scandalizzati", la polemica sul caso Battisti e sulla cosiddetta "dottrina Mitterrand" che ne sancirebbe la protezione in Francia continua a imperversare. Giornali come Le Monde e Liberation ospitano prese di posizione contrastanti e ricche di spunti polemici.
Fini intanto avverte che l'Italia deve tenere alta la guardia contro il terrorismo interno perché - spiega il vicepremier - "a differenza di quello che è accaduto in altri paesi come la Francia e la Germania l'ultimo omicidio targato Brigate Rosse non risale a venti o trent'anni fa, ma a non più tardi di un anno fa". Sulla stessa linea il ds Luciano Violante: "Battisti - dice - è un criminale comune e non siamo quindi di fronte a una questione politica. Comunque al di là di tutte le valutazioni, è molto importante che i paesi europei cooperino per combattere il nuovo e il vecchio terrorismo".
Da Battisti a Sofri, anche se il parallelo risulta arduo come lo stesso Fini riconosce: "Credo che chiedere la grazia sia veramente quanto di minimo è doveroso fare per poterla ottenere", dice il vicepremier che da Parigi interviene nel dibattito, per poi sottolineare che rispetto a quella di Battisti si tratta "di una questione totalmente differente perché Sofri è stato condannato dopo una lunghissima e per molti aspetti controversa vicenda giudiziaria, ma la sentenza va rispettata". Con il ministro Castelli il vicepremier afferma di essere in sintonia solo rispetto "all'ostinazione con cui Adriano Sofri non chiede la grazia". E sull'onda di quanto affermato dal proprio leader, i giovani di Alleanza nazionale hanno convocato questa mattina una manifestazione a Roma pro estradizione.

ANSA:
TERRORISMO: BATTISTI; 2 PAGINE FUMETTO PER LUI SU LIBERATION
MA STORICO PORTELLI INSORGE, 'DEVE PAGARE DEBITO IN ITALIA'
Dopo tanti articoli e interventi di solidarieta', il quotidiano della gauche francese, Liberation, dedica oggi un fumetto a Cesare Battisti, disegnato da Jacques Tardi e decisamente schierato contro l'estradizione. Sul quotidiano cattolico La Croix, lo storico Hugues Portelli prende invece nettamente le distanze dagli intellettuali francesi che difendono Battisti.
Nella striscia del disegnatore, Battisti appare come il protagonista, perseguitato sia dalla giustizia italiana sia dagli "amici" francesi che lo soffocano. Ad un certo punto, l'ex leader dei Proletari armati per il comunismo viene raffigurato in una strada di Parigi dove un passante gli chiede:
"che si prova ad essere diventato un simbolo nazionale?".
Interviene invece in modo netto su La Croix lo storico Portelli, docente a Scienze politiche, affermando che "anche se si e' ricostruito una vita in Francia, Battisti deve rendere conto alla giustizia del suo paese". "Penso - continua Portelli - che la posizione francese si spieghi con le pressioni di un certo numero di persone che hanno orchestrato una campagna mediatica per travestire la verita' sulle azioni commesse da Cesare Battisti. Anche se egli agi' sotto il nome della sua appartenenza al movimento dei Pac, cio' non impedisce che le sue vittime fossero innocenti e non avessero niente a che vedere con il mondo politico contro il quale lui era in lotta". Gli intellettuali francesi, continua Portelli, vorrebbero far credere che con l'estradizione Battisti verrebbe consegnato a una giustizia "fascista". "Ma la realta' - spiega lo storico - e' che la giustizia italiana (e i suoi magistrati) non hanno da prendere alcuna lezione dalla Francia, in quanto sono ben piu' indipendenti. Basta vedere come la Corte costituzionale italiana ha annullato la legge che doveva accordare l'immunita' a Silvio Berlusconi. Mentre in Francia, si assiste allo spettacolo inverso, si fa una legge di immunita' per il presidente Chirac".
Stasera, sull'emittente tv 'Planete', che fa parte di una piattaforma satellitare, il documentario 'Cesare Battisti, Paris exil', un documentario sul latitante italiano con profonda introspezione nelle sue esperienze e sentimenti, filtrati attraverso le pagine del suo ultimo libro.

TERRORISMO: BATTISTI; PROTESTA AZIONE GIOVANI A ROMA
SLOGAN E STRISCIONE DAVANTI ANBASCIATA FRANCESE
Un gruppo di militanti di Azione giovani di Roma ha manifestato stamani a Roma davanti all'ambasciata francese a piazza Farnese per chiedere l'immediata estradizione di Cesare Battisti. Hanno scandito lo slogan "estradizione subito" scritto anche su uno striscione.
La protesta - e' stato spiegato - si inserisce nel quadro delle varie manifestazioni che Azione giovani, insieme al partito Alleanza nazionale, sta portando avanti per "fare giustizia per i crimini commessi dai terroristi rossi".
"Cesare Battisti deve essere riconsegnato all'Italia - ha detto il presidente romano di Azione Giovani Federico Iadicicco - non si tratta di vendetta ma di un atto di giustizia nei confronti delle vittime, dei loro familiari e dell'Italia tutta. Azione giovani chiede di chiudere i conti con gli anni di piombo per arrivare ad una vera pacificazione nazionale. Gia' da tempo abbiamo iniziato una mobilitazione, con raccolta di firme e banchetti nelle strade di Roma, anche sul caso di Achille Lollo, esecutore materiale del rogo di Primavalle".
Martedi' scorso esponenti di Azione giovani e di An, tra cui l'europarlamentare e coordinatore regionale del Lazio di An Roberta Angelilli, hanno manifestato a Parigi sempre per chiedere l'estradizione di Battisti. Il 16 aprile e' inoltre previsto un corteo da via Arenula fino all'ambasciata brasiliana per chiedere l'estradizione di Lollo.
"C'e' una protesta generale a tutti i livelli di An - ha detto Angelilli, presente anche lei davanti all'ambasciata francese - e ci aspettiamo giustizia. Penso sia un atto dovuto per non lasciare soli i parenti delle vittime e per ritrovare una coscienza civile basata sul principio che la giustizia deve essere uguale per tutti. Questa e' una mobilitazione simbolica, noi vogliamo fare una pressione, anche psicologica, affinche' si arrivi all'estradizione di Battisti e di tutti quei latitanti eccellenti che girano liberi e indisturbati per il mondo. Pretendiamo un impegno da parte del Governo e del Parlamento europeo perche' tutti i latitanti vengano estradati per rendere conto dei reati che hanno commesso".
"Ho chiesto un intervento - ha concluso l'europarlamentare - da parte dell'alto commissario per il terrorismo del Consiglio dell'Unione europea per un impegno forte rispetto a tutti i fenomeni terroristici, non soltanto quello islamico".

TERRORISMO: BATTISTI; CENTO CHIEDE AMNISTIA PER ANNI PIOMBO
LA VUOLE SU SCALA EUROPEA
"Sono a Parigi per lanciare l'iniziativa di un grande provvedimento di amnistia o di indulto su scala europea per gli Anni di Piombo". Lo ha detto Paolo Cento, vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera, in un' improvvisata conferenza stampa davanti al Palazzo di Giustizia della capitale francese, prima dell'udienza della Corte d'appello sull'estradizione dell'ex terrorista Cesare Battisti.
"Ho presentato questa mia proposta - ha spiegato Cento - ai Verdi francesi. La nostra intenzione e' di lanciare una vasta iniziativa che chiuda definitivamente la stagione della lotta armata e degli Anni di Piombo, un'emergenza che ha riguardato non soltanto l'Italia ma anche la Francia e la Germania. Questo atto di clemenza europeo deve servire anche ad indicare alle nuove generazioni il nostro impegno perche' il terrorismo e la violenza non tornino mai piu"".
Il vicepresidente della Commissione Giustizia, che ha parlato alla presenza di Gilles Lemaire (un alto dirigente dei Verdi francesi) e di alcuni assessori del Comune di Parigi, ha precisato che la sua presenza oggi a Parigi non ha nulla a che vedere in particolare con la vicenda Battisti.
"Se si lancera' la nostra iniziativa - ha detto - dovranno essere affrontati i singoli casi, quelli dei condannati per reati di opinione e quelli relativi a reati di sangue. Quanto a Battisti, prendo atto che la Francia gli ha dato rifugio da anni. Da parte sua avrei gradito che pronunciasse parole di condanna di quegli anni e di rispetto per le vittime".

TERRORISMO: BATTISTI, PROCESSO ESTRADIZIONE IL 12 MAGGIO
E' stato rinviato al 12 maggio il processo per l'estradizione dell'ex-terrorista Cesare Battisti.
Lo ha deciso oggi pomeriggio la corte d'appello di Parigi, dopo che due giorni fa l'Italia ha inoltrato un nuovo, voluminoso dossier sul caso per meglio supportare la sua richiesta di estradizione nei confronti dell'ex-leader dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato in patria a due ergastoli per quattro omicidi e dal 1990 rifugiato a Parigi.

TERRORISMO:BATTISTI;RINVIO DECISIONE,AUMENTA TENSIONE
MANIFESTANTI A PALAZZO GIUSTIZIA, AVVOCATI GRIDANO 'E' MANOVRA'
(di Tullio Giannotti)
Appena un quarto d'ora di udienza,
quanto necessario alla Chambre de l'Instruction per rinviare al 12 maggio la decisione sull'estradizione di Cesare Battisti. Ma i documenti giunti ieri in extremis dall'Italia hanno fatto salire ancora la tensione attorno al caso del latitante: "e' una manovra indegna, il governo italiano vuole far salire la pressione" hanno protestato gli avvocati di Battisti.
Jean-Jacques de Felice e Irene Terrel, i due legali dell'ex leader dei Proletari armati per il comunismo (Pac) sono entrati nella piccola aula della Chambre de l'Instruction della Corte d'appello insieme con il loro cliente, da una porta secondaria.
Non sono passati ne' prima ne' dopo l'udienza a salutare il centinaio di manifestanti guidati da Oreste Scalzone con immancabile fisarmonica che sostavano davanti al Palais de Justice con bandiere italiane e t-shirt con la scritta 'No estradizione'. Poco prima, aveva improvvisato una conferenza stampa nello stesso luogo l'on. Paolo Cento, vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera, per presentare una sua proposta di amnistia e indulto a livello europeo.
Nella piccola aula, poco dopo le 18, ha fatto il suo ingresso un Battisti tranquillo e determinato, giacca scura sopra ad un pullover verde oliva, capelli tagliati corti. Alle domande di prammatica della Corte ha risposto con calma, ribadendo in particolare un chiaro 'no' alla richiesta del giudice sulla sua eventuale volonta' di essere estradato in Italia.
Il presidente del tribunale ha portato formalmente a conoscenza delle parti la documentazione giunta dall'Italia ieri, raccogliendo in pochi minuti l'accordo della Procura e dei legali dell'imputato per un rinvio. Ha proposto la data del 12 maggio, sulla quale nessuno ha eccepito. Soltanto l'avvocato de Felice ha fatto notare alla corte il suo "stupore" per l'invio della voluminosa documentazione, sembra 800 pagine, arricchita da una nota del governo italiano. "Sembra che le autorita' italiane portino a nostra conoscenza una riproduzione delle procedure che la riguardano" ha notificato il presidente del tribunale a Battisti. Lo stesso presidente non ha manifestato lo stesso stupore della difesa per l'iniziativa italiana: "sono i termini della procedura..." si e' limitato a commentare. In chiusura del breve dibattito, l'avvocato de Felice ha chiesto alla Corte che l'udienza del 12 maggio si svolga in un'aula piu' grande, ma il presidente ha opposto motivi di "sicurezza".
All'uscita, mentre fuori la figlia di Battisti e gli altri manifestanti intonavano 'Addio Lugano bella', gli avvocati tuonavano contro il governo italiano: "evidentemente sono preoccupati - ha affermato de Felice - e hanno spedito questa documentazione soltanto all'ultimo momento". Irene Terrel, piu' focosa, ha incalzato: "in una procedura francese questa e' una cosa che non si fa. Se pensano di mettere pressione sui magistrati, si tratta di una manovra indegna". Pressione? Quale pressione? le e' stato chiesto da piu' di un giornalista presente: "soprattutto una pressione mediatica, attraverso i servizi dei ministri della Giustizia, attraverso il vicepresidente del Consiglio italiano...non sono pressioni queste? Per noi si tratta di qualcosa di anormale".
I legali hanno sottolineato di aver trovato subito l'accordo con la Procura per un rinvio al 12 maggio: "noi siamo rispettosi delle regole. Evidentemente questo invio tardivo avra' le sue ragioni. Potevano mandare tutto da settimane, lo hanno fatto alla vigilia dell'udienza, perche'?".
Il nuovo capitolo della vicenda Battisti sembra destinato a far aumentare il livello della polemica tra Francia e Italia, dopo che anche oggi il quotidiano Liberation ha dedicato due pagine ad un fumetto di solidarieta' al latitante italiano con Battisti raffigurato come vittima di una situazione piu' grande di lui.

7 aprile 2004 - LA STORIA DELLE BRIGATE ROSSE A 'BLU NOTTE'
ANSA:
RAITRE: 'LA STORIA DELLE BRIGATE ROSSE' A 'BLU NOTTE'
A 'Blu Notte- Misteri Italiani', il programma condotto da Carlo Lucarelli, andra' in onda domani alle 21 su Raitre la seconda parte de 'La storia delle Brigate Rosse'.
Con la morte di Aldo Moro cambia l'Italia. Dal 1978 le Brigate Rosse compiono decine di omicidi ma in pochi anni vengono distrutte politicamente e militarmente. Nel 1987 i superstiti di quella strategia di morte dichiarano la resa allo Stato. Sembrava tutto finito ma qualcuno non ci sta. Dodici anni dopo, la stella a cinque punte riemerge con la sua carica di morte. Quando vengono arrestati si dichiarano prigionieri politici, ma chi sono veramente i nuovi brigatisti.

8 aprile 2004 - ROGO PRIMAVALLE: BRIGUGLIO (AN) PER COMMISSIONE PARLAMENTARE
ANSA:
ROGO PRIMAVALLE: BRIGUGLIO (AN), COMMISSIONE PER CASO LOLLO
per approfondire le ragioni su come sia stato possibile un caso Lollo e per accertare quanti 'casi Lollo' ci siano ancora in Italia e in Europa". Lo ha dichiarato il parlamentare di An, Carmelo Briguglio, commentando la delibera della Giunta della Regione Lazio che ha approvato un concerto per ricordare l'omicidio dei fratelli Mattei.
Briguglio ha auspicato che Alleanza nazionale faccia propria l'iniziativa della Regione Lazio "con manifestazioni in tutta Italia".

ROGO PRIMAVALLE: IL 16 CONCERTO IN MEMORIA FRATELLI MATTEI
APPROVATO OGGI DA GIUNTA REGIONE LAZIO
Il 16 aprile prossimo si terra' un 'Concerto della Memoria' per i fratelli Mattei all' eta' di 8 e 22 anni, figli di 8 e 22 anni del segretario della sezione Primavalle dell' allora Msi, bruciati vivi il 16 aprile 1973 nel rogo della loro abitazione appiccato da un militante di Potere operaio, Achillo Lollo, come ricordato da una nota della Regione Lazio la cui Giunta oggi ha approvato l' organizzazione del concerto.
La Giunta, presieduta temporaneamente dal vicepresidente Giorgio Simeoni essendo Francesco Storace in missione negli Stati Uniti, ha approvato l' iniziativa promossa dall' assessore alla Cultura, Luigi Ciaramelletti, e fatta propria dallo stesso Storace. Ciaramelletti ha espresso "sconcerto e rammarico per lo scandaloso prolungarsi della latitanza di Achille Lollo, terrorista pluriomicida" che, ha ricordato la Regione, deve scontare ancora 12 anni di reclusione, in base ad una sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Appello di Roma il 16 dicembre 1986 che lo giudico' responsabile dell' attentato.
Il provvedimento della Giunta ha anche dato atto al governo italiano di "essere uscito dalla colpevole inerzia dei governi precedenti" ed ha rivolto all'esecutivo stesso un appello, affinche' "ponga in essere tutte le possibili azioni finalizzate a superare l'assurda situazione per cui Achille Lollo resta impunemente in liberta"". Lollo vive in Brasile in liberta'.

8 aprile 2004 - LIBRO 'PIOMBO ROSSO' DI GIORGIO GALLI
ANSA:
LIBRI: 'PIOMBO ROSSO' DI GALLI, O E' PIOMBO DI STATO?
DI GIORGIO GALLI - PIOMBO ROSSO - (BALDINI CASTOLDI DALAI - 480 PAGINE - 16,80 EURO) -
Non esistono piu' da oltre vent'anni Action Directe, in Francia, ne' la Baider Meinhof, in Germania, la coda violenta dei movimenti della fine degli anni '60 si e' spenta da tempo in tutto l'occidente. Persino in Irlanda e nel Paese Basco, dove la questione e' di tutt'altra natura, la lotta armata e' in declino. L'Italia, con le cosidette 'nuove Br', e' un'anomalia.
Perche'? L'esistenza di "uno stato nello stato", di "un sistema di potere trasversale spiegano la durata della lotta armata e la sua riapparizione". Questo "Giano Bifronte" che si annida nelle istituzioni e', secondo alcuni autorevoli storici e politologi, la mano che guida i terroristi, l' artefice di una "strategia della tensione". Secondo altri piu' prudenti studiosi, lo stop and go del sangue ha sempre dietro pezzi dei servizi segreti, uomini delle istituzioni, ma non di strategia si tratta bensi' di "episodi scollegati".
Le risposte, che fanno sanguinare le coscienze ancor piu' del piombo dei terroristi, sono contenute nel volume del politologo e saggista Giorgio Galli, docente per molti anni di Storia delle dottrine politiche all'Universita' di Milano, ricercatore per la Fondazione Agnelli e per l'Istituo Cattaneo del Mulino, consulente nel biennio '94-'95 della commissione d'indagine parlamentare sulle stragi.
Il volume di Galli parte dal sequestro Gadolla ad opera, nell'ottobre 1970, dell'ormai dimenticato dai piu' Gruppo XXII Marzo, e prima ancora, tra il '69 ed il '70, dal dibattito sulla violenza in seno ai gruppi extraparlamentari, per arrivare ai giorni nostri e di Desdemona Lioce. In mezzo c'e' la storia d'Italia, della teoria di stragi, sui treni, gli aerei, le banche, le stazioni e le piazze; ci sono le decine di morti ammazzati; c'e' l'attentato al Papa e la scomparsa di due ragazzine, Emanuela Orlandi e Mirella Gregori; c'e' la storia del generale Dalla Chiesa e la geografia dei referenti politici dei vertici dei servizi segreti; ci sono i 'Fondi neri del Sisde', Toto' Riina ed Ilaria Alpi, i governi e le maggioranze che si susseguono alla guida del paese.
E, qua' e la', tra le pagine che ricostruiscono puntualmente uno dei tanti misteri d'Italia, tra il sangue, il dolore, i terribili interrogativi, piccoli passi di uno scritto, di un'intervista, lasciano di sasso il lettore. Come la dedica sul libro 'Vaticano: un affare di Stato' di Ferdinando Imposimato, magistrato e parlamentare: "a Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, vittime della guerra fredda". O la battuta che l'autore attribuisce a Monsieur Marranches, che fu capo del servizio segreto francese: "in Italia si doveva parlare non di strategia della tensione, ma di tensione tra le correnti Dc".
Assieme alle testimonianze di ex brigatisti, magistrati e politici, Galli raccoglie le conclusioni cui sono giunti altri politologi e storici, di diverse parti politiche e culturali, di differente formazione, che sul fenomeno hanno lavorato. Un dibattito storiografico, osserva l'autore, "che non ha ancora trovato il giusto distacco da una materia incandescente, che continua ad inquinare il presente". Forse ancora piu' di quanto pensasse quando ha inviato il suo lavoro in tipografia, in questi giorni in cui sulla grazia a Sofri e' in atto uno scontro tra le massime istituzioni della Repubblica, fanno contraposti scioperi della fame e della sete un leader politico ed il figlio di una delle vittime degli 'anni di piombo'.

8 aprile 2004 - 25 ANNI DALL' ARRESTO DI TONI NEGRI
"Avanti"
VENTICINQUE ANNI FA L'IDEOLOGO DI "POTERE OPERAIO" VENIVA ARRESTATO A PADOVA Toni Negri, il cattivo maestro
A Roma, Padova, Milano, Torino e Rovigo il 7 aprile di venticinque anni fa, nel 1979, scatta una vasta operazione delle forze dell'ordine contro il terrorismo. L'epicentro del blitz è Padova dove viene arrestato il professore universitario Toni Negri, ex ideologo di "Potere Operaio", poi passato alle cronache come il "cattivo maestro" degli anni di piombo. A Roma finiscono in manette i leader di Autonomia Operaia, Oreste Scalzone ed Emilio Vesce. Tra gli arrestati anche Luciano Ferrari Bravo e Franco Piperno (per lui il fermo risale al 18 agosto 1979 a Parigi). Le accuse per Negri e per gli altri compagni sono di insurrezione armata contro i poteri dello Stato e partecipazione a banda armata. Altre centinaia di persone sono arrestate nell'area della sinistra extraparlamentare. Tra gli accusati c'è anche lo scrittore Nanni Balestrini, protagonista della neoavanguardia letteraria del Gruppo 63, che si rifugia a Parigi (nel giugno 1984 sarà assolto da ogni accusa). Gli arresti sono eseguiti su mandato di cattura del giudice di Padova, Pietro Calogero. Il "teorema Caloger", come alcune aree politiche e culturali definiranno ostilmente l'ipotesi del giudice, susciterà violentissime polemiche. Per anni. Calogero aveva intravisto nello scioglimento di Potere Operaio le origini del "partito armato" e del terrorismo di sinistra. A rinfocolare le polemiche provvederà Marco Pannella, il quale candida il detenuto in attesa di giudizio Toni Negri nelle liste del Partito Radicale a Roma, Milano e Napoli. Il 7 luglio 1983 Negri è eletto deputato con numerosi voti di preferenza e acquista l'immunità parlamentare. Il giorno dopo lascia il carcere di Rebibbia. I Radicali motivando la candidatura spiegano che il metodo seguito dagli inquirenti contro Toni Negri, fatto di geometriche congetture, deduzioni, induzioni, sembra ricalcare i procedimenti della sacra inquisizione contro gli eretici. Assistendo quindi all'emanazione a raffica di decreti-legge, all'uso dell'opinione pubblica come collettore di consensi per la politica antieversiva, l'affare Negri impone all'opinione pubblica stessa un ruolo davvero decisivo. Il 9 luglio 1983 il procuratore generale di Roma invia al ministro di Grazia e Giustizia richiesta di autorizzazione a procedere in giudizio e richiesta di autorizzazione ad emettere mandato di cattura contro il neoeletto Toni Negri. Nel corso della prima seduta pubblica della Camera cui partecipa Negri i deputati del Msi-Destra Nazionale si levano in piedi gridando "Fuori gli assassini!". Il tumulto è sedato con difficoltà dal presidente provvisorio dell'assemblea di Montecitorio, Oscar Luigi Scalfaro. Il 19 luglio 1983 il presidente della Camera, Nilde Jotti, dà comunicazione dei deputati chiamati a far parte della Giunta per le autorizzazioni a procedere che dovranno discutere la richiesta contro Negri. Il successivo 1° settembre vengono approvate tutte le richieste di autorizzazione, anche quelle alla cattura per reati di cui sono scaduti i termini di carcerazione preventiva. La Camera vota per l'arresto. Negri nel frattempo si rifugia in Francia. A Parigi il 12 aprile 1984 lo raggiunge la sentenza di primo grado del processo "7 aprile": è condannato a 30 anni di reclusione. Nel giugno del 1987 i giudici d'Appello riducono la condanna a 12 anni. Il 2 luglio 1988, a conclusione della legislatura Negri non percepisce più l'indennità parlamentare. Il 4 ottobre 1988, la prima sezione penale della Corte di Cassazione conferma la condanna. Il 26 marzo 1990, infine, a conclusione del processo denominato ''Rosso-bis'', i giudici d'Appello di Milano riducono la condanna per Negri da 10 anni a un anno e 8 mesi di reclusione. Toni Negri rientra spontaneamente in Italia il 1 luglio 1997 per scontare la condanna a 12 anni di reclusione per il cosiddetto processo "7 aprile". Oreste Scalzone vive, invece, tutt'ora come in Francia da oltre vent'anni.

9 aprile 2004 - SU INCONTRO TV TRA COSSIGA E FARANDA
"Dagospia"
A propositi di Mieli e family. Il figliolo Lorenzo, dopo un periodo alla comunicazione della Lux di Bernabei, si è inoltrato nel campo televisivo, in sodalizio con Andrea Zagami, ex responsabile delle pubbliche relazioni Mondatori, per Rai Sat, Rai Educational, eccetera. E sarà Lorenzo Mieli a dirigere il reality-Br con Cossiga e Faranda. Ancora non si sa su quale canale finirà la magica impresa.

9 aprile 2004 - "PIOMBO ROSSO" DI GIORGIO GALLI: DAI GIORNALI
"Il Manifesto"
I patti segreti del partito armato
"Piombo rosso" di Giorgio Galli, una storia delle vecchie e nuove organizzazioni di sinistra sviluppata attorno alla tesi che i servizi segreti utilizzarono indirettamente il terrorismo per condizionare il sistema politico italiano
ANDREA COLOMBO
Non è certo la prima "storia della lotta armata in Italia". Ma è l'unica, per ora, a portare la narrazione oltre la sconfitta degli ultimi drappelli brigatisti, alla fine degli `80, per affrontare anche la resurrezione recente. Alla vicenda delle nuove Br, agli omicidi D'Antona e Biagi, all'arresto di Nadia Lioce e all'uccisione di Mario Galesi, il politologo Giorgio Galli dedica anzi quasi metà del suo corposo Piombo rosso. La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi (Baldini Castoldi Dalai Editore, pp. 479, € 16.80). Sul terrorismo italiano di sinistra Galli aveva già scritto, oltre a numerosi articoli, uno dei pochi libri da non scartare nella foltissima bibliografia sull'argomento, Storia del partito armato, pubblicato nel 1986. Nonostante il titolo, sulle formazioni armate Galli aveva in quel volume poco da dire, e nulla che non fosse già stato scritto dai giornalisti che si occupavano del problema sin dai `70, primo fra tutti Giorgio Bocca nel suo insuperato Noi terroristi. In compenso il politologo aveva davanti a sé un terreno che era (e in larga misura è ancora) del tutto inesplorato: la vicenda non del partito armato, ma di quelli ufficiali alle prese con il terrorismo, le reazioni del sistema politico all'impatto imprevisto delle armi, le sterzate che l'irrompere del terrorismo determinò nella strategia delle principali forze politiche, l'uso, anche strumentale, che i partiti della prima repubblica fecero della lotta armata.
Non si trattava allora, e non si tratta oggi, di un aspetto secondario. A fronte del diluvio di testimonianze, racconti, interviste, e autobiografie degli ex terroristi, corrisponde l'impressionante silenzio del sistema politico di allora, dei suoi leader come degli ufficiali di seconda fila. La memorialistica degli ex militanti armati potrebbe riempire un'intera biblioteca. Quella dei leader politici, certo non meno coinvolti, la conterrebbe agevolmente uno smilzo volumetto. Difficile capire, di conseguenza, perché si insista nel chiedere ai loquacissimi ex terroristi di "parlare", senza disturbare mai gli ammutoliti e presumbilmente omertosi "uomini di stato", che pure della tragica vicenda sono stati interpreti altrettanto centrali..
Il primo libro di Galli infrangeva quel muro di silenzio, puntava l'obiettivo sulle azioni e sulle reazioni dei governi e dei partiti. Un modello rimasto purtroppo inimitato, e che è adesso ripreso dallo stesso Galli, potendo contare, a quasi vent'anni di distanza dal saggio precedente, sulle numerosissime testimonianze e sui lavori degli ex Br. In particolare si avvale dei libri firmati da Barbara Balzerani, Anna Laura Braghetti, Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti nonché della monumentale ricerca in tre volumi La mappa perduta, coordinata dallo stesso Curcio.
Anche in Piombo rosso, il taglio del politologo consiste nel prendere in esame più che la lotta armata, il ruolo della controparte. Non più però lo stato e il sistema dei partiti ma quello "stato nello stato" che, a suo parere, è rappresentato in Italia (e non solo) dai servizi segreti. La definizione di "stato nello stato", coniata per i Templari, è a suo parere la migliore per definire la casta separata e potente dell'intelligence. Una casta, chiarisce Galli, che non si oppone allo stato, anzi spesso lavora, o ritiene di lavorare, per stabilizzarlo, ma che si muove in quasi totale autonomia. La tesi fondamentale del libro, ripetuta praticamente in ogni capitolo, è che i servizi si siano effettivamente avvalsi del terrorismo rosso. Non però, come nelle abituali ricostruzioni fantasiose, attraverso una gestione diretta del "partito armato", ma, più semplicemente, grazie a una collaudata strategia di "stop and go". Sulla matrice rivoluzionaria delle organizzazioni clandestine, l'autore dichiara a tutte lettere di non avere dubbi. Liquida come paccottiglia le voci sul presunto ruolo ambiguo di Mario Moretti, che definisce con mirabile sinteticità "un rivoluzionario onesto". In compenso è convinto che i servizi segreti abbiano seguito passo passo i gruppi armati sin dalle prime azioni, nel 1970, e che abbiano di volta in volta, a seconda delle esigenze politiche del momento, scelto se fermarli, come dopo il sequestro Dozier del 1982, oppure lasciarli agire.
Una simile impostazione rappresenta una sfida pericolosa. Si tratta di percorrere il sentiero stretto e accidentato che sta tra una giusta e probabilmente giustificata sospettosità e il consueto delirio paranoide noto come "dietrologia". In sé, l'ipotesi di Galli è tutt'altro che increbile, e non è mai stata esclusa neppure dagli ex brigatisti. Una serie di indizi, soprattutto per quanto riguarda la prima fase della lotta armata, sembrano suggerire che una simile strategia da parte dei servizi segreti possa essere stata davvero messa in opera. Tuttavia concludere, sulla base di quei comunque limitati indizi, che gli spioni nostrani avrebbero potuto arrestare i terroristi rossi in qualsiasi momento avessero voluto dal 1970 in poi è una forzatura difficilmente giustificabile. Quanto meno significa sottrarsi all'onere della prova. Un esempio per tutti. Renato Curcio fu fermato e poi rilasciato subito dopo la strage di piazza Fonatana, il 12 dicembre 1969. La stessa cosa accadde, come è facilmente comprensibile, a numerosi altri militanti di estrema sinistra in quei giorni. Dedurne che le Br erano sotto controllo sin da prima della loro nascita risulta pertanto un po' forte.
In realtà non tutti gli indizi elencati da Galli sono altrettanto fragili, sia pur tutt'altro che definitivi. Almeno sino al sequestro Moro l'autore riesce a sottrarsi come pochi altri alle sirene della dietrologia. Ma quando si arriva a via Fani quel richiamo diventa troppo forte, ed ecco tornare in campo tutti i misteri, nessuno escluso. E' un peccato che, tra i numerosi volumi consultati e citati manchi l'Odissea nel caso Moro scritta da Vladimiro Satta, risultato di una lunghissima ricerca sui materiali orginali a disposizione delle commissioni parlamentari che si sono occupate del mistero italiano per eccellenza. Lì Galli avrebbe trovato molte e documentate risposte, per esempio a proposito della scoperta del covo di via Gradoli.
Il sequestro Moro è tuttavia l'unico capitolo del libro in cui Galli cada nella dietrologia pura. La sua ipotesi è che Moretti abbia trattato con i servizi segreti, offrendo i materiali orginali degli interrogatori del prigioniero in cambio del semaforo verde per portare a termine l'operazione Fritz. Da quel momento, l'intera strategia di Moretti sarebbe stata condizionata da quel patto diabolico con i servizi. Sarebbe rimasto un "rivoluzionario onesto", ma non più libero di agire a suo piacimento. E' una variante delle fantasiose ricostruzioni "alla Flamigni", e come quelle è basata su una inesistente sostanza. Lo scarto rispetto ai modelli precedenti è tuttavia interessante perché risponde alla necessità, questa invece fondata e dimostrata nel libro, di rispettare la verità storica sul Moro politico. Un leader, come Galli dimostra, che non si accingeva a far entrare il Pci "nella stanza dei bottoni", ma a soffocarlo nel suo abbraccio mortale. Un uomo di stato italiano che non era affatto inviso all'amministrazione americana negli anni della presidenza Carter. Un democristiano che nessuno aveva interesse a eliminare per bloccare la luminosa "via italiana al socialismo".
Il caso Moro è un incidente di percorso. Subito dopo l'autore si stacca nuovamente dalla dietrologia crassa, e l'ultima parte del suo libro, quella dedicata al presente, è certamente la migliore. Qui, senza doversi preoccupare di non ripetere quanto già scritto nell'86, Galli può spaziare nella materia in cui si muove meglio. L'analisi dell'utilizzazione politica degli omicidi D'Antona e soprattutto Biagi da parte dei partiti della seconda repubblica è da manuale, e insiste a lungo sull'uso fatto dai media e dai partiti di governo dell'omicidio Biagi - col silente beneplacito, come giustamente sottolinea l'autore, della leadership diessina - per bloccare l'ascesa di Sergio Cofferati. La tesi sostenuta a proposito del ruolo dei servizi nei `70 è qui ripetuta rafforzata. Per Galli è impensabile che l'intelligence non tenesse sotto controllo il drappello esiguo delle nuove Br, che non potesse e non possa arrestare subito un gruppo così sbrindellato e dilettantesco. Ma l'accento cade con assai maggior incisività sulla costruzione, da parte dei media e del sistema politico, di un'emergenza inesistente, sull'amplificazione estrema di una minaccia assai limitata e, solo a volerlo, facilmente disinnescabile. Al punto che persino una vittoria netta delle forze dell'ordine, l'arresto della Lioce, viene contrabbandata come motivo di ulteriore allarme.
E' un'operazione di verità opportuna e necessaria, ma che mette in evidenza un non risolto nodo centrale nella teoria di Galli. Anche ammesso che i servizi, lo "stato nello stato", abbiano in alcune fasi effettivamente praticato la strategia dello "stop and go", le reazioni dello stato propriamente detto al terrorismo non sono tuttavia determinate dai servizi medesimi. Ma sono proprio quelle reazioni e quelle strumentalizzazioni l'elemento determinante, la zona oscura, piena di silenzi, omissioni e reticenze, nella storia della vicenda armata in Italia.

"Il Corriere della sera"
Il libro del politologo Giorgio Galli ricostruisce le vicende della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi
Quell'ombra sugli anni di piombo
A Pisa li conoscono con i soprannomi di Billo e Trillo, due fratelli ultraquarantenni noti negli ambienti "antagonisti" della città. Il 24 febbraio scorso sono finiti in carcere con l'accusa di far parte delle nuove Brigate rosse, ora sono agli arresti domiciliari in attesa di conoscere il loro destino giudiziario. Nel frattempo, però, ad appena un mese dalla pubblicazione delle loro foto sui giornali circondati dagli agenti della Digos, sono finiti in un libro di storia. Si chiude infatti con la notizia dell'arresto di Fabio e Maurizio Viscido il libro Piombo rosso - Storia della lotta armata in Italia (1970-2004) scritto dal politologo Giorgio Galli, che nella stessa ultima pagina in cui cita i due pisani impiegati alle Poste e una strana lettera di minacce a Di Pietro recapitata proprio sotto la Torre pendente, chiosa: "Eventi minori e/o dubbi, mentre i Servizi (segreti, ndr ) che il 30 gennaio avevano escluso rapporti tra Br e anarchici insurrezionalisti, il 10 febbraio ipotizzano "colpi di coda" delle stesse Br. Un modo per mettere le mani avanti?". Una domanda che insinua già la risposta e che, posta alla fine delle 480 pagine, rappresenta la chiave di lettura del lavoro di Galli. Un libro pieno di fatti e date disseminati nell'arco di trentaquattro anni, che arriva al mese scorso partendo dal 5 ottobre 1970, quando i proto-terroristi del gruppo XXII ottobre rapirono a Genova l'imprenditore Sergio Gadolla. Già a metà degli anni Ottanta l'autore aveva pubblicato una Storia del partito armato (Rizzoli), ma in questa nuova opera, nella seconda metà, non c'è spazio solo per l'eversione di destra e di sinistra. Troviamo anche - citiamo a caso - l'arresto di Riina, l'omicidio di Ilaria Alpi, lo scandalo dei fondi neri del Sisde e perfino il doppio delitto con suicidio delle guardie Svizzere in Vaticano. Episodi che solo apparentemente nulla hanno a che vedere con la lotta armata, ammonisce Galli che, al contrario, v'intravede più di un nesso. Quanto meno nei protagonisti che spuntano di continuo lungo tutto il periodo preso in esame: i servizi segreti.
La tesi del politologo che tratta anche la cronaca più recente come fosse già storia si respira quasi in ogni pagina: il terrorismo italiano ha avuto una genesi e uno sviluppo autonomi, ma se non veicolato è stato comunque orientato e "lasciato fare" da un apparato multiforme che si annida nelle istituzioni; una sorta di grumo nel quale a volte ricompaiono gli stessi personaggi, anche se con incarichi e gradi diversi, che dalla sua postazione ha cercato e forse cerca ancora di governare, indirizzare, sorvegliare (ognuno può usare il verbo che crede, a seconda di quanto è convinto della tesi) chi ha ucciso, ferito, distrutto per combattere quelle stesse istituzioni.
Non un "doppio Stato", sostiene Galli, bensì "uno Stato nello Stato" che al dunque è rappresentato dai Servizi preposti a contrastare il terrorismo, ma che in realtà l'avrebbero soltanto guardato a vista e alla fine dei conti utilizzato in maniera diversa a seconda degli anni. "Capire questo Giano bifronte che vive in simbiosi con le istituzioni - scrive Galli - vuol dire capire la struttura e il funzionamento di un sistema di potere trasversale e di un processo politico che spiega la durata della lotta armata e la sua riapparizione. Quella che appare una storia infinita potrà finire, con la scomparsa di episodi di lotta armata, solo se e quando quella struttura e quel funzionamento siano stati corretti, dopo essere stati compresi appieno".
Per provare a dare sostanza alla sua tesi, Galli riempie di avvenimenti gli undici anni di silenzio brigatista che vanno dall'omicidio di Roberto Ruffilli (1988) a quello di Massimo D'Antona (1999). Fatti che non si fermano agli attentati dinamitardi dei Nuclei comunisti combattenti (1992 e 1994) che poi si trasformeranno in Brigate rosse, ma includono, appunto, episodi più o meno misteriosi che vanno dalla lotta alla mafia alle vicende interne agli 007, anche sotto i governi dell'Ulivo. "Tra queste molteplici gestioni - sostiene l'autore - vi è stata anche quella volta a tener vivo, sotto la cenere, il focherello della lotta armata, i rapporti tra i capi delle Br in carcere e i nuovi sparuti adepti, attratti sia dalla emarginazione sociale che dalla leggenda brigatista". Come dire che quel che è accaduto non è solo frutto della volontà di chi è tornato a sparare. E dunque - anche ora che polizia e magistratura sembrano essere sulla strada di venirne a capo, come accadde alla fine degli anni Ottanta - potrebbe accadere di nuovo.

Il libro: Giorgio Galli, "Piombo rosso - Storia della lotta armata in Italia (1970-2004)", Baldini Castoldi Dalai editore, pagine 480, 16,80
Giorgio Galli (sopra) è stato docente di dottrine politiche all'Università Statale di Milano.
Tra i suoi libri più recenti: "Il prezzo della democrazia" (Kaos, 2003) "L'impero americano e la crisi della democrazia" (Kaos, 2002);
"I partiti
politici italiani, 1943-2000" (Rizzoli, 2001);
"Storia delle dottrine politiche" (Bruno Mondadori, 1995)
Giovanni Bianconi

10 aprile 2004 - LE VITTIME DIMENTICATE
"Il Foglio"
Torino, parlano le vittime del terrorismo e i loro cari Puddu, Berardi e altri nomi che la discussione sulla grazia tira fuori da un umiliante oblio nazionale 455 caduti degli anni di piombo. Una legge senza copertura, una desolata solitudine
"Se la lobby celebra la sua idea di giustizia, chi ci darà la nostra?"-Torino. C'è un momento di tempo che non passa. Il punto in cui si è spezzata la vita o anche qualcosa di più, se è quella di una persona cara, un padre o un figlio. "Molti non ne escono, è come se fossero rimasti lì, magari sono anche stanchi di far sanguinare le vecchie ferite e si chiudono in un silenzio non facile da capire". Così il tempo che non passa, "che segna in maniera incancellabile", diventa qualcosa come una zona grigia, una zona non riappacificata dall'oblio, in cui il male subito finisce per essere avvertito come un elemento di separatezza. "E non ci sono studi psicologici su questo, non c'è assistenza né sostegno. Eppure il fenomeno c'è". Maurizio Puddu prova a superare la sua zona grigia col suo passo claudicante da più di trent'anni, da quando nel 1973 le pallottole delle Br lo "gambizzarono", come scrivevano i giornali, e una ce l'ha ancora nella gamba. Puddu è il presidente dell'Associazione italiana vittime del terrorismo, che ha fondato nel 1985, qui nella Torino dei diciannove morti ammazzati tra il 1977 e il 1982, con Giovanni Berardi, la vedova di Carlo Casalegno Adele Andreis e altri duecento iscritti. Poi c'è la zona grigia dove si sfarina lo Stato, dove il rapporto di fiducia tra le istituzioni e i suoi cittadini è stato strappato e mai ricucito. La zona in cui un servitore dello Stato o un semplice lavoratore colpito dalla violenza si sono trovati come smarriti, trascurati. E sempre più insofferenti. Al punto d'intersezione di queste zone grigie - del tempo fermato e dello Stato svanito - si collocano l'esperienza, quel certo senso di separatezza che verrebbe da indicare come la fenomenologia delle vittime del terrorismo. Una delle tante fenomenologie "a parte" della storia italiana. Quando non è silenzio, la voce delle vittime del terrorismo si trasforma nelle dichiarazioni dure, risentite, che esplodono sulla stampa ogni volta che la cronaca riporta a galla i fatti e i volti degli anni di piombo. Allora il tono di voce delle vittime è spesso quello sanguigno, teso da un'ira appena trattenuta, di Giovanni Berardi, oggi segretario dell' associazione. Suo padre Rosario fu maresciallo della Polizia, fu ucciso a Torino dai brigatisti nel 1978. Berardi è poco disposto a concedere qualcosa al punto di vista dell'interlocutore. "Quello che ci indigna è l'atteggiamento di questo schieramento trasversale di tromboni parlamentari, di direttori di giornali, di intellettuali. Ci offende il fatto che venga messa in primo piano la necessità di liberare un detenuto, che in base alle condanne riteniamo il mandante dell'assassinio di un servitore dello Stato, quando ancora quello stesso Stato non ha trovato il tempo per dare la giusta dignità ai suoi caduti e la tutela ai loro famigliari". Uno dei cinque fratelli Berardi, Bruno, ha intrapreso uno sciopero della fame contro l'eventualità che il presidente Ciampi promuova un atto di clemenza per Adriano Sofri. Ufficialmente, l'associazione torinese preferisce glissare sul suo atteggiamento, sui motivi che hanno indotto Bruno Berardi a fondare una sua nuova associazione, Domus Civitas si chiama, e anche il fratello Giovanni minimizza attribuendo l'iniziativa all'esasperazione. E tornando alla carica sul suo terreno: "E tutto questo dopo 25 anni, dopo che ancora non abbiamo accertato bene la faccenda Moro". Il duro contenzioso Se non è l'ennesimo tentativo di riscrivere la storia d'Italia, qual è lo scopo, anche individuale, di un lavoro della memoria come questo? E quale il sentimento profondo di un contenzioso che sembra avere per bersaglio inizialmente lo Stato? "Noi, come da statuto, vogliamo innanzitutto che sia tutelata la memoria delle vittime del terrorismo", spiega con maggiore pacatezza Puddu. "Quante volte dalle istituzioni, in frangenti come questo, sentiamo dire frasi come 'dobbiamo pensare anche alle vittime'? Ecco, è questo 'anche' che riteniamo offensivo, perché i 455 caduti, i 4.529 feriti degli anni di piombo lo Stato dovrebbe sentirli come cosa propria, sono le sue vittime. E bisognerebbe fare uno sforzo per ristabilire la verità, ad esempio su coloro che non sono nemmeno entrati nelle patrie galere". Da qui in poi, sul confine di questa terra di nessuno che è il territorio delle vittime del terrorismo - non acquisita dallo Stato, non consegnata alla Storia - si alzano come barriere, o scattano come trappole, i tabù e le interdizioni, i luoghi in cui più densi si raggrumano il dolore e di risentimento. E la visione fattuale si fa più difficoltosa. Qui lo Stato emerge quasi come un nemico. Al suo fianco, decisamente nemico, spunta l'altro fantasma ossessivo, il fantasma della lobby intellettuale e politica ("Noi siamo stati cancellati. Letteralmente cancellati dalla memoria storica del nostro paese, a furia di menzogne e bugie"). C'è un problema serio di memoria civile non coltivata: "Siamo stati un mese fa al cimitero, alla commemorazione di Emanuele Iurilli (uno studente ucciso a Torino nel 1978, durante un agguato di Prima linea, ndr), non c'era un cane, eravamo in tre. Nei libri di storia, nelle scuole, nella mentalità comune il ricordo di queste persone non c'è". Da qui alle rituali accuse alla "nota lobby" il passo è forse troppo ardito. Così come eccessiva appare la difficoltà a distinguere tra il cattivo maestro e il mandante, tra il mandante e l'esecutore. "Ci arrampichiamo sugli specchi", taglia secco Berardi. Poi ci sono le parole che non si possono dire, che fa strano dover proporre in questo stanzino nel centro di Torino, in affitto dalla Provincia, pieno di carte accatastate e vecchie foto. L'impressione è che certe parole qui alzino solo la polvere dell'indignazione. "La parola pacificazione non è nel nostro vocabolario", dice Puddu. E Berardi: "Pacificazione di cosa? Non può esserci pacificazione perché non c'è stata alcuna guerra, c'è stato solo un pugno di delinquenti che sparavano addosso a gente inerme". Per esteso, il nome dell'associazione torinese è Associazione italiana vittime del terrorismo e dell'eversione contro l'ordinamento costituzionale dello Stato. Che un po', nelle intenzioni, sta a ricordare allo Stato il motivo per cui chi è morto, è morto. E un po' però dovrebbe almeno suggerire che una guerra allo Stato c'è stata. Le zeppe delle parole Altre parole fuori di vocabolario. L'ideologia del perdonismo, quella di chi ha voluto arrogarsi un potere di perdonare che invece è solo della vittima, "perché ancora non si è chiarito questo: che noi siamo le vittime, gli altri sono i carnefici". E la "chiusura degli anni di piombo" che non può avvenire "per decreto". Su questo Puddu insiste: "Si faccia prima qualcosa che avvicini il riconoscimento delle famiglie. Invece c'è una legge ferma da oltre un anno (la Bornacin e Bielli, 'Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi', ndr), per la motivazione irricevibile della mancata copertura finanziaria". Le zeppe delle parole si possono forse superare, si potrebbe prima o poi. Ma oltre quelle capita di incontrare il muro vero, quello di una certa indisponibilità, se non a capire, almeno a riconoscere l'esistenza di percorsi, storie diverse. Non sempre e non sempre facilmente si accetta di distinguere tra un cattivo maestro e un assassino, tra la violenza dei movimenti e la lotta armata clandestina. E' l'atteggiamento da lobby intellettuale che fa sbottare Berardi: "E la Balzarani che va in tv? E Curcio che viene al Festival del cinema di Torino con le forze dell'ordine che devono difendere noi, che civilmente protestavamo? E Gallinari che viene a parlare ai giovani dei Murazzi?". Anche separare il giudizio tra applicazione della legge e atteggiamento di clemenza, come nel caso Sofri è avvenuto, è un terreno spinoso, pieno di insidie. C'è sempre un Battisti che occhieggia da Parigi, un impedimento oggettivo a ragionare in questi termini. Per Puddu, "se su Sofri fosse stata posta una questione giuridica, e non una questione simbolica sulla chiusura degli anni di piombo, sarebbe diverso". Chieda almeno la grazia, è il refrain. "E' l'atteggiamento dello Stato che non va. Si assuma la responsabilità dei suoi atti". Un riconoscimento in sede storica e il riconoscimento in sede civile di una legge che invece giace dimenticata. Sono i due corni del dilemma in mezzo a cui si dipanano, e si intrecciano, il senso di scoramento e il difficile rapporto con le istituzioni, l'irritazione per le finte solidarietà politiche e l'insistita ricerca di solidarietà politiche. Dice Puddu: "Lo Stato dovrebbe venirci incontro sul piano legislativo, mentre invece sembra sempre che noi andiamo lì col piattino. Non è offensivo questo?". Nello statuto si legge che "l'Associazione è costituita a tempo indeterminato". Non c'è un finale, un momento in cui il tempo si rimetta in pari, "non prima che finisca l'umiliazione", per dirla con Giovanni Berardi. Non c'è via d'uscita dalla zona grigia, ma per Maurizio Puddu, se non ci può essere pacificazione, "ci possono essere percorsi di avvicinamento".

10 aprile 2004 - LA NUOVA SERIE DI "BLU NOTTE" DI LUCARELLI
"Il Manifesto"
VESPRI
I misteri di Lucarelli all'ombra del doppio
NORMA RANGERI
"C'è un treno che corre, corre nella notte e non si sa dove stia andando, a bordo c'è un fantasma", diceva il vero Lucarelli l'altra sera (giovedì, Raitre, prima serata), in uno di quei passaggi-standard, da racconto noir, cifra stilistica dello scrittore. La capacità di creare atmosfere misteriose è la chiave del suo successo televisivo ma anche la sua croce visto che è stata perfettamente clonata dall'attore Fabio De Luigi, fotocopia dell'originale. Nel tentativo di dissipare l'ombra della parodia che ormai pedina l'autore di Blu notte, quelli della Giallapa's hanno fatto incontrare, a Mai dire domenica, il vero Lucarelli con il suo doppio De Luigi. Tuttavia è impossibile separare quel che la tv ha unito e le due immagini continueranno a viaggiare sulla stessa lunghezza d'onda, più o meno come succede con Alberto Angela, perseguitato dall'imitatore, Neri Marcorè.
Il treno di cui parlava Lucarelli era quello sul quale si trovavano i due brigatisti (Nadia Lioce e