Almanacco dei misteri d' Italia

 
Terrorismo ed estremismo di sinistra (vecchio e nuovo)
2004
5 gennaio 2004 - SOSSI 30 ANNI DOPO
"Il Secolo XIX"
Sossi parla di Br "Anche per Moro si doveva trattare" Il magistrato sequestrato nel '74
Genova. Dopo trent'anni trascorsi da quello che fu il primo rapimento simbolo delle Brigate Rosse, questa sera alle 22,30 su Raidue il protagonista, il magistrato Mario Sossi, parlerà del suo sequestro, avvenuto il 18 aprile 1974. Racconterà di quel mese trascorso in balia dei carcerieri. Parlerà del terrorismo di allora e di quello di oggi. Mario Sossi dirà soprattutto che come si trattò con i sequestratori per lui, la stessa cosa doveva essere fatta per Aldo Moro.
Intervistato da Giovanni Minoli per la trasmissione "Partita a tre" (speciale della serie "La storia siamo noi"), Mario Sossi non ha dubbi nel ribadire che sarebbe stato giusto trattare con i banditi come successe quando toccò a lui, anche quattro anni dopo, quando nelle mani dei terroristi si trovava Aldo Moro. Sossi sostiene e lo ripeterà questa sera durante la trasmissione che: "La dignità dello Stato non si perde trattando. Nel conflitto arabo-israeliano ci sono stati molti casi di scambi. Per questo - sottolinea il magistrato (oggi della Cassazione) - ho collaborato con il testo unico che verrà presentato per l'approvazione in Parlamento. Una legge che prevede che le vittime del terrorismo siano equiparate alle vittime di guerra, perché di guerra si tratta".
Una guerra che sembra ancora viva oggi, visto che l'Italia è in allarme per i nuovi attentati firmati Br. Ma secondo Marietto, così lo chiamava il suo carceriere Alberto Franceschini durante il sequestro, oggi il controllo dello Stato sul terrorismo risulta allentato: si lavora sui pentiti e sulle intercettazioni telefoniche, dice, mentre non si soppesa con sufficiente convinzione che il pericolo attuale potrebbe essere rappresentato da collegamenti tra i nuovi brigatisti e i fondamentalisti islamici.
Quella di stasera è la prima volta che Mario Sossi, oggi più che settantenne, parla del periodo trascorso in mano ai terroristi: soltanto cinque anni dopo il sequestro aveva scritto un diario sulla sua carcerazione, poi più nulla. Questa sera, proprio per sottolineare il suo appoggio alla legge a favore delle vittime del terrorismo, il magistrato racconta di essere stato il primo ostaggio per il quale intercorsero trattative, le stesse che invece furono negate nel 1978 per lo statista Moro. Per la liberazione di Sossi le Br chiedevano il rilascio degli uomini appartenenti al Gruppo 22 ottobre. E Sossi nella sua intervista a Minoli spiega: "Mi resi conto che l'unica strada percorribile fosse quella di tentare l'applicazione della legge di guerra, che prevede gli scambi. Allora consigliai ai miei rapitori di trattare non con lo Stato ma direttamente con la magistratura in nome della sua autonomia". E dopo un mese dal sequestro, era il 20 maggio, la Corte d'appello di Genova concesse la libertà provvisoria ai membri del Gruppo 22 ottobre. Contrario alla decisione il procuratore capo Francesco Coco. La libertà dei detenuti poteva avvenire soltanto alla condizione che Mario Sossi fosse rilasciato incolume. E Sossi venne rilasciato, ma i componenti del Gruppo 22 Ottobre restarono in carcere. Fu Coco a trovare l'escamotage: Sossi si ruppe due costole durante il rapimento e quindi non si poteva giudicare incolume. Un'escamotage che costò al procuratore la condanna a morte: venne trucidato nel 1976. "Appena fui libero - spiega davanti ai microfoni il magistrato - avvertii Francesco Coco che correva gravi rischi".
Alla trasmissione, questa sera, parteciperà anche Alberto Franceschini, il carceriere che Sossi aveva soprannominato "il laureato" e con il quale aveva instaurato un rapporto quasi cordiale: il magistrato era grato al terrorista per la gentilezza dimostrata durante il suo sequestro. Franceschini è libero da tempo. Sossi da allora non lo ha più rivisto. "Per mia fortuna - ribadisce - mi blocca un'assoluta impossibilità di comprensione".
Elisabetta Vassallo

"La Repubblica"
Sequestro Sossi, l'ultimo mistero
di Franco Manzitti
GENOVA - Sossi e il suo carceriere faccia a faccia trent' anni esatti dopo il sequestro che nell' aprile 1974 aprì la fase più dura del terrorismo con la stella a cinque punte e dimostrò la portata della sfida delle Br nei cosidetti "anni di piombo". Trent' anni dopo, quando le Br esistono ancora, dopo essere state sconfitte alla fine di quella fase storica, assistere a un incontro "impossibile" fino a poco tempo fa, sarà sicuramente un' emozione forte e non solo un tuffo all' indietro nella preistoria terroristica, oggi che il terrorismo ha una portata così devastante e globale. Franceschini Alberto oggi, cinquantaquattrenne, un uomo completamente libero, impegnato nel "sociale" come si dice, scontate le pene, recuperata la fedina penale, avrebbe già potuto incontrare il suo ostaggio di trent' anni fa Sossi Mario, magistrato di Cassazione. Dopo un' intervista di sei anni fa a "Repubblica" lui, il capo Br, un ex comunista di Reggio Emilia, si era dimostrato disponibile, ricordando quegli anni, a "fronteggiare" Sossi. Era stato il magistrato, allora sostituto procuratore generale a Genova, a dire no all´incontro che il nostro giornale voleva organizzare con Franceschini e con un altro personaggio genovese, che aveva avuto in quel sequestro un ruolo chiave, ministro dell´Interno dell´epoca, Paolo Emilio Taviani, responsabile di quella prima linea della fermezza che aveva impedito lo scambio di Sossi con i prigionieri politici della banda XXII Ottobre, anch´essi genovesi. "No, con Franceschini non mi voglio incontrare" - ci aveva risposto Sossi, ricordando le cause civili da lui intentate alla colonna terroristica per ottenere un risarcimento danni. E le sue parole per Franceschini, per il capo della colonna Curcio, fondatore storico delle Br e per gli altri carcerieri, erano state dure come se il tempo, gli avvenimenti non fossero neppure trascorsi nella misura dei lustri, come se non ci fosse stata una abissale distanza tra quei brigatisti della prima ora e il seguito sanguinoso del terrorismo con la stella a cinque punte. Quello che proprio a Genova aveva incominciato a uccidere, giustiziando il procuratore generale Francesco Coco, "colpevole" con Taviani di dire no al famoso scambio di prigionieri. Quando Coco fu ucciso con la sua scorta in salita Santa Brigida, l' 8 giugno del 1976, ore 13,30, Franceschini era già stato catturato dai carabinieri. La sua carriera clandestina era finita: lo aspettavano quasi venti anni di carcere. In questa storia, che oggi vive nella trasmissione " Partita a tre", di Gianni Minoli, su Rai 2, alle 22,30, un intenso Amarcord, Genova c' entra molto, non solo perché fu lo scenario del sequestro e perché i protagonisti erano in parte attori genovesi, il magistrato Sossi, vittima, il Pg Coco e il ministro Taviani. Genova fu il laboratorio di un' impresa di terrorismo con la quale la famosa "geometrica potenza" delle Br incominciò a dispiegarsi. Con quell' attacco al cuore dello Stato incominciò per la città un decennio che avrebbe messo a dura prova le sue forze e che estrasse dalle sue pieghe un' energia, oggi probabilmente scomparsa. Alludiamo a una tenuta istituzionale e democratica nella quale i geni politici genovesi, tra grandi fabbriche e porto, spesso la nicchia segreta e protettiva di quel mistero chiamato Br, un Pci granitico, ma con un inquietante album di famiglia, le tradizioni partigiane di Taviani, la spina dorsale cattolica e industriale, erano vivaci e reattivi. Avrebbero sopportato omicidi, esecuzioni, gambizzazioni fino al supremo sacrificio dell' operaio Italsider Guido Rossa, quei geni politici e avrebbero creato gli anticorpi che poi, in via Fracchia, produssero l´atto iniziale della sconfitta delle Br "storiche". Cosa potranno dirsi trent´anni dopo, Sossi e Franceschini? A noi di Repubblica il capo fondatore delle Br raccontò la storia "interna" di quella clamorosa operazione così abilmente descritta nel libro di Pier Vittorio Buffa e Franco Giustolisi, "Mara, Renato e io", vero best seller dell´epopea brigatista. "Allora colpire Sossi voleva dire colpire un giudice della controrivoluzione, del progetto delle Destre di arrivare al golpe bianco - spiegò Franceschini. _ Prendevi lui e mettevi in crisi la magistratura, la polizia, il governo, i partiti." " Mi sentivo un po' un Robin Hood - ha raccontato l' ex carceriere, rievocando la sua giovane età di allora, 26 anni nei giorni del sequestro, i meticolosi preparativi, un anno a Genova a fare pedinamenti, ispezioni, ricostruzioni, lui e la sua donna di allora, la "mitica" Mara Cagol, poi uccisa dai carabinieri in un tragico conflitto a fuoco alla cascina Spiotta. A Franceschini brillavano pure gli occhi ricordando il suo amore per la compagna e quei mesi genovesi "giorni e giorni a consultare insieme la raccolta dei giornali genovesi, "Il Secolo XIX" e "Il Lavoro", per ricostruire i processi dei quali il "dottor Manette", così veniva soprannominato Sossi, era stato protagonista". Chissà come rievocheranno insieme, davanti a Minoli, Sossi e Franceschini, gli agitati momenti del sequestro, quando per errore i brigatisti si spararono addosso tra di loro, con il giudice chiuso in un sacco. "Avremmo dovuto uccidere l' ostaggio e scappare" - aveva confessato Franceschini, ricostruendo quella sequenza drammatica. Come si parleranno i due? Con rispetto, con punte di ironia, di polemica? Sossi non ha sicuramente perdonato. Franceschini ha misurato per intero le conseguenze di quelle imprese "alla Robin Hood", poi diventate l' introduzione a crimini terribili. Il terzo protagonista di quei giorni difficili, il ministro Taviani è scomparso da oltre due anni. La sua testimonianza, soprattutto sulle circostanze del rilascio di Sossi, sarebbe stata utile. Nessuno ha mai ben spiegato come Sossi fu liberato, imbarcato su quel treno a Milano con il Ministero dell´Interno informato prima. Nessuno ha mai spiegato bene il ruolo di uno dei carcerieri non in confidenza con gli altri, che lo stesso Franceschini ha denunciato, confessando il sospetto postumo che poi anche quella impresa fosse stata in qualche modo etero diretta dai servizi segreti, da forze esterne al nucleo delle Br. Genova ha dimenticato tutto. La pagina che rileggeremo questa sera sembrerà un pezzo di storia anche se l' ombra delle Br è tornata in qualche modo ad aleggiare su un Paese così diverso da quell' Italia anni Settanta. Non per fortuna su una Genova che è ancora più distante dalla città che si fermò una sera di primavera, davanti allo choc del sequestro Sossi.

5 gennaio 2004 - BIAGI: DIRIGENTE DIGOS, LA SUA MORTE E' UN RICORDO PESANTE
ANSA:
BIAGI: DIRIGENTE DIGOS, LA SUA MORTE E' UN RICORDO PESANTE
ROSSETTO, VOLLI ANDAR VIA DA BOLOGNA DOPO L' ARRESTO DEI BR
"Ho pensato di andare via da Bologna non dopo l' omicidio di Marco Biagi, ma dopo l' arresto dei brigatisti". Cosi' Vincenzo Rossetto, dirigente della Digos di Bologna appena trasferito a Padova, commenta lo spostamento dalla citta' dove ha lavorato poco meno di tre anni, smentendo con fermezza quanto riportato da alcuni organi di stampa.
"Dopo l' omicidio Biagi - ha precisato - quello che mi ha tenuto a Bologna e' stata la volonta' di individuare i responsabili e non ho mai pensato di andare via. Il trasferimento a Padova, la citta' dove sono nato e dove vive la mia famiglia - ha aggiunto - nasce da una mia precisa richiesta al Ministero, fatta subito dopo l' individuazione dei brigatisti ritenuti responsabili del delitto".
Alla domanda dei cronisti se sia stato fatto tutto il necessario nell' inchiesta sull' omicidio del giuslavorista, Rossetto ha risposto che "riguardo alle indagini e' stato fatto un lavoro eccezionale, e Bologna ha guidato le investigazioni". Anche riguardo alle polemiche sulla revoca delle scorta, il dirigente della Digos ha difeso la questura di Bologna: "La sottovalutazione del rischio che correva Biagi e' stata fatta da parte di tutti, non solo a Bologna. Il questore Romano Argenio (indagato nell' inchiesta sulla mancata scorta al professore, e per la quale i Pm hanno poi chiesto l'archiviazione, ndr) e' stato preso come unico capro espiatorio - ha detto Rossetto - ma i protagonisti di questa vicenda sono decine".
Rossetto, a Bologna dal febbraio 2001, ha comunque tracciato un bilancio abbastanza positivo della sua permanenza nel capoluogo emiliano: "Sono stati tre anni interessanti e difficili per una serie di avvenimenti che hanno afflitto la citta', ma ci sono stati anche riconoscimenti, per avere improntato al dialogo i rapporti con alcuni gruppi di estremisti. L' omicidio Biagi lascera' comunque un segno sulla mia persona - ha proseguito - e anche se mi rincuora il fatto di avere individuato il gruppo di brigatisti, ha ancora un forte peso su di me il ricordo del professore".
Rossetto ha poi fatto il punto delle indagini sugli anarco-insurrezionalisti, ritenuti responsabili dei plichi-bomba uno dei quali fatto arrivare a Romano Prodi, delle pentole esplosive fatte saltare in Strada Maggiore e di altri attentati avvenuti in citta'. "Abbiamo idee abbastanza precise che stiamo sviluppando, attraverso indagini che sono partite gia' dopo l' attentato di via dei Terribilia, mai accantonate e ora rinforzate. Ci sono elementi anche sui singoli componenti del gruppo, non piu' solo sulla sigla - ha precisato - ma e' presto per parlare di provvedimenti a breve o medio termine. E' comunque un' emergenza che riguarda non solo Bologna, ma anche la Toscana, il Lazio e la Sardegna".
Prima della meta' di gennaio, Vincenzo Rossetto sara' a Padova a dirigere la 1/a Divisione del Servizio Ispettivo, un ufficio interregionale con competenze amministrative. A capo della Digos di Bologna, gia' alla fine di questa settimana, arrivera' Vincenzo Ciarambino, finora dirigente della Digos di Venezia.

8 gennaio 2004 - BONISOLI A NUOVI BR: DATEVI AL VOLONTARIATO
"Brescia Oggi"
Terrorismo ieri ed oggi. "Se volete cambiare il mondo abbandonate la violenza e mettetevi a disposizione degli ultimi"
L'ex br ai br: "Datevi al volontariato"
Appello del brigatista "storico" Franco Bonisoli: "Ragazzi, fermatevi fin che siete in tempo"
Cagliari. "Ragazzi, fermatevi fin che siete in tempo, E mettete a disposizione le vostre energie e il vostro spirito di abnegazione verso le persone e le realtà che ne hanno bisogno: solo così potrete contribuire a raggiungere gli obiettivi di pace e di giustizia che proclamate". È l' appello alla nuove leve dell'eversione di Franco Bonisoli, uno dei leader storici della Brigate Rosse. In un' intervista pubblicata dal quotidiano "La Nuova Sardegna" di Sassari, Bonisoli - che faceva parte del comando Br di via Fani e fu condannato all' ergastolo, scontando poi 23 anni tra carcere e misure alternative - rilancia un appello dell' ex cappellano del carcere di Badu 'e carros, don Salvatore Bussu.
In occasione del ventennale del primo sciopero della fame contro le restrizioni del regime penitenziario attuato nel carcere nuorese di esponenti del nucleo storico delle Br (tra cui Alberto Franceschini, Roberto Ognibene e lo stesso Bonisoli), il sacerdote ha chiesto ai promotori di quella prima manifestazione di protesta pacifica di far sentire anche ora la propria voce per cercare di dissuadere le "nuove leve" dal proseguire nel cammino imboccato.
Per l'ex esponente delle Br (oggi lavora in una società di servizi ambientali) per "cambiare rotta" i nuovi aderenti a movimenti eversivi dovrebbero rendersi conto "che con la violenza come metodo politico, così come è successo per noi, non si va da nessuna parte, si possono solo fare danni. La guerra non si ferma con una, o dieci o cento bombe alle basi Nato, ma con l' impegno di medici guidati da Gino Strada, ad esempio, si costruisce una cultura della pace che può evitare altre guerre".
"Chi ha fatto la scelta consapevole della lotta armata - conclude Bonisoli - penso che possa avere sufficiente forza, coraggio, intelligenza e generosità per cambiare strada. E se oggi non ci credono loro, perchè sono chiusi in una logica mentale circuitata, penso che sia importante iniziare a crederci noi".
Come i loro "padri", del resto anche i nuovi brigatisti hanno mostrato un volto spietato firmando nel giro di pochi anni il delitto del professor Massimo D'Antona e del suo collega Marco Biagi. Ma l'appello che giunge dalla Sardegna sembra indirizzato più che altro alle ultime cellule delle nuove Brigate Rosse ancora in libertà e che probabilmente si nascondono in Toscana. Secondo gli inquirenti, il gruppo terroristico è costituito ancora da pochissimi uomini.
Lo scorso anno, infatti, l'organizzazione ha subito dei durissimi colpi dalle forze dell'ordine. Dall'arresto di Desdemona Lioce (fermata il 2 marzo dopo un conflitto a fuoco su un treno in cui perse la vita il suo compagno di clandestinità Mario Galesi), fino alla scoperta, il 20 dicembre, del covo romano di via Montecuccoli. E per finire, pochi giorni dopo, il 22 dicembre, l'arresto di Diana Blefari Melazzi, la donna che aveva preso in affitto lo scantinato trasformato in covo. Tutti gli arrestati avranno ora modo, in carcere, di riflettere sulle parole del loro "fratello maggiore" Franco Bonisoli.

8 gennaio 2004 - DOSSIER PISANU SU ANARCO-INSURREZIONALISTI
ANSA:
TERRORISMO: DOSSIER PISANU SU MINACCIA ANARCHICA /ANSA
GRAVE, ATTUALE, CON LEGAMI INTERNAZIONALI
Una "grave minaccia" per il suo esponenziale "incremento di pericolosita"'; alla cui base c'e' "una visione globale di sovvertimento sociale" e il disegno di costituire "una struttura internazionale di raccordo tra soggetti e movimenti di piu' Paesi", l' Internazionale Antiautoritaria Insurrezionalista (Iai). Questi gli elementi caratterizzanti del movimento anarco-insurrezionalista, secondo il dossier che il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, ha consegnato alla Commissione Affari Costituzionali a corredo della sua audizione.
RADICI ANTICHE. L'area anarco-insurrezionalista si pone come l'evoluzione radicale del piu' ampio movimento anarchico dal quale si distacca assumendo connotazioni marcatamente eversive. Prende origine da un nucleo di anarchici costituito da Alfredo Maria Bonanno e che negli anni '80 comincia ad esaltare l'azione diretta, l'attacco "immediato e distruttivo" contro le strutture minimali dello Stato.
VOCAZIONE INTERNAZIONALISTA. All'accresciuta offensivita' del movimento si e' accompagnata una spiccata vocazione internazionalista che ha portato ai gravi fatti di terrorismo che hanno interessato Italia, Spagna e Grecia, rivendicati con varie sigle eversive. Da tempo l'insurrezionalismo coltiva il disegno di costituire una struttura internazionale di raccordo fra soggetti e movimenti di piu' Paesi, chiamata 'Internazionale Antiautoritaria Insurrezionalista þ I.A.I.'. Il progetto e' stato rilanciato nel luglio 1999, dopo l'intensificarsi di stretti contatti con militanti d'area spagnoli e greci, ed alla vigilia della ripresa di attentati di sicura matrice anarchica. La prova dei collegamenti con la Spagna sono gli ordigni del giugno e dicembre 2000, a Milano, rispettivamente nella cripta di S. Ambrogio e sulle guglie del Duomo di Milano. I due episodi furono rivendicati con volantini firmati 'Solidarieta' Internazionale', in cui si fa riferimento alla lotta contro il regime carcerario spagnolo F.I.E.S., applicato anche nei confronti degli anarco-insurrezionalisti Claudio Lavazza, Giovanni Barcia e Michele Pontolillo, detenuti in Spagna. Un' ulteriore conferma sono stati i plichi esplosivi del dicembre 2002 rivendicati dal gruppo delle cinque C inviati a El Pais e alle sedi Iberia di Roma, Milano Malpensa, Fiumicino e alla Rai.
SEMPRE PIU' PERICOLOSI DOPO COLPI INFERTI A BR. L'anarco-insurrezionalismo costituisce una grave e attuale minaccia sotto il profilo terroristico-eversivo. Il progressivo ed esponenziale incremento di pericolosita' si deduce sia dal susseguirsi di attentati, che dalla traduzione della teoria insurrezionale nelle manifestazioni di piazza, considerate occasioni per esercitare iniziative violente contro le istituzioni ed i simboli dello Stato. In questo senso, le devastazioni attuate da esponenti anarchici in concomitanza con i vertici dell'Unione Europea, come Davos, Goteborg, Salonicco, Nizza e Roma, hanno rappresentato l'inizio della progettualita' terroristica, tradottasi poi in attacco diretto alle istituzioni comunitarie. Inoltre i recenti duri colpi inferti alle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente, potrebbero avere aperto nuovi spazi di manovra ai gruppi dell'anarco-insurrezionalismo, rendendoli egemoni rispetto ad altre formazioni e per cio' maggiormente pericolosi.
IN ITALIA AL CENTRO-NORD E SARDEGNA. Il fenomeno e' radicato nel centro-nord del Paese, ma particolare rilievo assumono anche i militanti insurrezionalisti sardi per la capacita' di elaborare, su specifiche tematiche, quali quella antirepressiva, anticarceraria ed ambientalista, strategie di lotta estremamente incisive.
GLI OBIETTIVI. Il movimento anarco-insurrezionalista ha promosso specifiche 'campagne' sull'intero territorio nazionale, sostenute anche con la diffusione di documenti, su tematiche, di volta in volta, antirepressive, anticarcerarie, antigiudiziarie, ecologiste, ambientaliste ed anticlericali.
LE MODALITA'. Gli attentati attribuiti al movimento anarco-insurrezionalista, sono stati caratterizzati, in diverse occasioni, dall'impiego di ordigni incendiari o esplosivi realizzati secondo tecniche ed istruzioni fornite dalla pubblicistica d'area. In particolare nel 'manuale dell'anarchico esplosivista', pubblicato nel 1996, si fa riferimento alla necessita' di 'attaccare lo Stato colpendolo sia attraverso le sue istituzioni, sia attraverso le persone fisiche che lo rappresentano'. Il libro contiene precise e dettagliate istruzioni per la composizione e l'uso di ordigni esplosivi e incendiari. Copie del 'manuale' sono state piu' volte rinvenute nel corso di perquisizioni nei confronti di numerosi militanti anarco-insurrezionalisti. L'abilita' nell'assemblaggio e nell'uso di esplosivi e di ordigni di varia natura e' storicamente presente nel 'DNA' del movimento anarco-insurrezionalista. Non sono pero' mancate azioni di spessore inferiore, condotte con mezzi piu' elementari.

TERRORISMO: PISANU; SALE MINACCIA, RISCHIO ASSE ANARCO-BR
CARENZE IN CONTROLLI CORRISPONDENZA, SERVONO NUOVE NORME
La minaccia del terrorismo interno nonostante i colpi inferti alle Br e' cresciuta e il rischio, concreto, e' quello di una saldatura tra le Brigate Rosse e gli anarco-insurrezionalisti: servono dunque nuove norme che, "lungi dall' avere le caratteristiche della legislazione di emergenza" siano "condivise" da tutti. Cosi' il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu ha fotografato davanti ai membri della Commissione Affari Costituzionali della Camera, gli ultimi attentati con i pacchi bomba riconducibili alla galassia anarco-insurrezionalista.
Pisanu ha subito ammesso "carenze" nei controlli della corrispondenza, assicurando pero' che non c'e' stata "nessuna sottovalutazione" nella tutela del presidente della Commissione Ue Romano Prodi e annunciando l'intenzione di dare il via ad un sistema di controllo della posta che possa garantire la sicurezza tutelando allo stesso tempo il diritto alla privacy. Ma non solo: il ministro ha anche indicato la necessita' di adeguare la normativa alla strategia degli anarchici, che agiscono in "gruppi di affinita' per sottrarsi all'accusa di banda armata e organizzazione terroristica". Ed ha escluso, al momento, collegamenti tra il terrorismo di matrice islamica e quello interno.
SU PRODI NESSUNA SOTTOVALUTAZIONE: Lo ha assicurato il ministro parlando del pacco bomba esploso nelle mani del presidente della Commissione Ue. Anzi, la protezione nei confronti di Prodi e della sua famiglia era stata aumentata fin dal 27 ottobre. Pisanu ha quindi ringraziato il presidente della Commissione per "la compostezza con cui ha agito" e per "il modo in cui ha saputo riconoscere il lavoro delle forze dell'ordine". Per arrivare ad individuare i responsabili, ha sottolineato, sono state avviate "specifiche e complesse indagini" coordinate da una task force italiana ed europea.
CRESCE MINACCIA INTERNA: 'Molti elementi - ha spiegato Pisanu - concorrono a far crescere la minaccia terroristica interna, non ancora unitaria ma che, in tutte le sue componenti mira ad inserirsi nel gia' aspro conflitto politico e sociale col deliberato proposito di deviarlo dall'alveo democratico". Il ministro e' tornato ancora una volta ad invitare le forze politiche e sociali ad una "vera unita' contro il terrorismo".
RISCHIO SALDATURA BR-ANARCHICI: "L'offerta di un terreno di incontro politico, programmatico e operativo" lanciata dalle Brigate Rosse agli anarco-insurrezionalisti e "all'intera galassia dell'antagonismo estremo", ha avvertito il ministro, e' il pericolo attuale del terrorismo interno. Non si tratta di un "espresso invito" ma comunque e' "un' offerta" da non sottovalutare. Gli stessi anarchici, del resto, hanno, secondo il ministro, superato il "vecchio cliche' spontaneista per operare in maniera mirata, con vere e proprie campagne cadenzate nel tempo e con una strategia coordinata e preordinata con cura nelle sue varie fasi e nella selezione degli obiettivi".
NO A LEGGI SPECIALI MA STRUMENTI CONTRO NUOVA MINACCIA: Il primo potrebbe essere una rielaborazione della normativa su banda armata e associazione sovversiva. Per il ministro, infatti, agendo in piccoli "gruppi di affinita"', seppur con un obiettivo comune, gli anarchici cercano di aggirare queste accuse. Lo dimostra lo stesso documento di rivendicazione inviato dopo l'incendio dei cassonetti sotto l'abitazione di Prodi il 21 dicembre. "Si tratta - ha detto - di una sorta di lettera aperta al movimento anarchico. Una circolare interna nella quale si danno istruzioni e modelli d'intervento autonomi, ma indicando obiettivi comuni". Per questo, ha concluso, "se dovessi cercare nuove misure legislative, uno degli obiettivi sarebbe quello di adeguare la nostra normativa alla strategia degli anarchici". Norme, ha subito precisato, che "lungi dall' avere le caratteristiche della legislazione di emergenza e, quindi, senza incidere negativamente sui diritti fondamentali dei cittadini, potrebbero rientrare in un limitato pacchetto".
NUOVE MISURE PER CONTROLLO CORRISPONDENZA: Il ministro ne ha indicate tre: limitare ad un numero ragionevole le personalita' da controllare; istituire un codice di comportamento che contempli esigenze di sicurezza e diritto alla riservatezza; ipotizzare un supporto economico sostenuto dal ministero dell' Interno perche' "non si puo' chiedere alle Poste uno sforzo finanziario che non spetta loro".

8 gennaio 2004 - GIP BOLOGNA ARCHIVIA INCHIESTA SU MANCATA SCORTA BIAGI
ANSA:
BIAGI: GIP BOLOGNA ARCHIVIA INCHIESTA SU MANCATA SCORTA
Il Gip di Bologna Gabriella Castore ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura a conclusione dell' inchiesta sulla mancata scorta al professor Marco Biagi, assassinato dalle Br il 19 marzo 2002 nel capoluogo emiliano.
Nell' inchiesta erano indagati per cooperazione colposa in omicidio l' allora capo dell' Antiterrorismo Carlo De Stefano, il suo vice Stefano Berrettoni, l' allora questore di Bologna Romano Argenio e il prefetto dell' epoca, Sergio Iovino. Il Gip ha disposto l' archiviazione nei confronti di tutti gli indagati "per carenza dell' elemento psicologico del reato, e per Berrettoni per carenza dell' elemento materiale essendo irrilevante sotto il profilo materiale il contribuito da egli posto in essere". La richiesta era stata formulata nell' estate scorsa.
"E' con estrema soddisfazione - ha commentato il Procuratore capo Enrico Di Nicola - che abbiamo letto il provvedimento del Gip, che e' stato costruito come se la nostra richiesta non esistesse. Ma poi il giudice ha dato ragione alla nostra richiesta su ogni singolo punto, senza rinunciare alle asprezze descrittive che venivano dai fatti e che sono fondamentali. Il controllo del giudice - ha chiuso Di Nicola - e' stato effettivo e sofferto e da' ragione a chi e' contro la divisione delle carriere dei magistrati".

BIAGI: GIP, SENZA SCORTA FINI' NEL MIRINO DELLE BR
ARCHIVIAZIONE PER INDAGATI, ERRORI DEL SISTEMA NON PERSONALI
(di Giampaolo Balestrini e Massimiliano Nerozzi)
Le Br scelsero di colpire il prof.Marco Biagi anche perche' gli fu tolta la protezione, per una serie di errori sia a livello centrale che periferico, che per il Gip di Bologna non hanno rilievo penale.
Il Giudice Gabriella Castore ha infatti archiviato l' inchiesta sulla mancata scorta al giuslavorista, accogliendo cosi' in toto la richiesta e la ricostruzione avanzata dalla Procura. Indagati per cooperazione colposa in omicidio erano l' allora capo dell' Antiterrorismo Carlo De Stefano, il suo vice Stefano Berrettoni, l' allora questore di Bologna Romano Argenio e il prefetto dell' epoca, Sergio Iovino. Il Gip ha disposto l' archiviazione nei confronti di tutti gli indagati "per carenza dell' elemento psicologico del reato, e per Berrettoni per carenza dell' elemento materiale essendo irrilevante sotto il profilo materiale il contribuito da egli posto in essere". Nonostante l' archiviazione, le manchevolezze rilevate dal Giudice potranno pesare nella eventuale richiesta di risarcimento da parte della famiglia Biagi.
La richiesta di archiviazione era stata formulata il 30 giugno scorso, firmata dal Procuratore capo Enrico Di Nicola, dall' aggiunto Luigi Persico, e dai Pm Antonello Gustapane e Giovanni Spinosa.
Il Gip, nelle 29 pagine del provvedimento, ricorda che anche dalla 'inchiesta' brigatista su Biagi trovata a Roberto Morandi "risulta evidente il dato della mancanza di protezione che viene preso in considerazione in sede di organizzazione dell' omicidio. Non e' da escludere che la mancanza della protezione abbia indirizzato le Br proprio verso l' obiettivo indifeso, e' certo che l' agguato e' stato studiato e realizzato tenendo conto di questo dato, che ne ha facilitato la preparazione e l' esecuzione".
E, comunque, c' erano una serie di segnali, che "se correttamente analizzati avrebbero dovuto portare a ritenere Biagi ancora un soggetto a rischio, il passare del tempo non poteva avere inciso, poiche' gli incarichi svolti dal professore erano sempre gli stessi e anzi si era aggiunto quello presso il Ministero. Egli era diventato l' erede naturale di Massimo D' Antona, che gia' era stato colpito dalle Br". Come spesso ricordato, il giuslavorista tento' in tutti i modi di chiedere aiuto: "in una lettera del 23 settembre 2001 inviata al Prefetto di Bologna e per conoscenza al Ministro Maroni parla ancora delle telefonate minatorie che riceve nel luogo ove risiede e dell' attivita' di consulenza svolta a Roma. Dice - ha sottolineato il Gip - che se gli dovesse succedere qualcosa si deve sapere che nessuno si e' mosso nonostante le sue segnalazioni".
Ma a nessuno degli indagati - secondo il Giudice - puo' essere mossa una contestazione penale. Riferendosi alla posizione di Carlo De Stefano, all' epoca direttore centrale del dipartimento della polizia di prevenzione, il Gip Castore ha osservato che "detto organo pur avendo piena contezza del pericolo terrorismo, non aveva alcuna contezza di chi fosse Marco Biagi: non vi era alcun fascicolo ne' cartaceo ne' informatico a suo nome". "E, dunque - ha aggiunto il Gip - non fu in grado, nel momento in cui gli venne richiesto di fornire notizie e pareri in ordine alla conferma o meno alla revoca delle protezione, di dire cio' che avrebbe dovuto dire: cioe' che egli era tra gli uomini simbolo dello Stato che i brigatisti e le altre associazioni eversive volevano colpire".
Ma, ha poi puntualizzato il giudice, sulla posizione di De Stefano: "non si puo' addebitare al singolo, peraltro in servizio da pochi mesi, che si trovava a gestire la pesante eredita' del dopo G8 e si trovava a dirigere l' ufficio nel momento in cui veniva commesso l' attentato dell' 11 settembre, di non aver mutato l' orientamento di un dipartimento". Di certo sulla revoca delle protezione "si deve ritenere che una qualche influenza abbia avuto la emanazione della circolare Scajola e prima ancora i principi che la informavano", cioe' "una maggiore attenzione ad evitare sprechi e a riconvertire alla strada forze dell' ordine sino a quel momento utilizzate per le protezioni". "Le direttive in materia di protezione - ha aggiunto il Gip - sono esplicitate nella circolare Bianco e nella circolare Scajola". Invece di una valutazione che doveva essere di "ambiente e non strettamente ancorata ai parametri locali, si ando' affermando una interpretazione del tutto limitativa e riduttiva" da parte degli organi periferici, su tutti Questure e Prefetture. "Si tratta di interpretazione errata", ha osservato il Gip. "Si perde definitivamente di vista - e' il ragionamento del giudice - il vero senso delle misure di protezione personale a soggetti che possono essere oggetto di interesse da parte di organizzazioni sovversive: l' obiettivo non e' in pericolo solo nel posto ove e' stata fatta esplodere una bomba o e' stato fatto rinvenire un documento di rivendicazione, ma ovunque si trovi la persona, perche' obiettivo dei terroristi".
"Non puo' che condividersi - ha pero' concluso il Gip - quanto ha sostenuto la pubblica accusa, l' errore in cui sono incorsi gli organi, soprattutto a livello periferico, e' un errore scusabile perche' avvallato dal centro". In sostanza, non si possono muovere addebiti penali a Questore e Prefetto.

9 gennaio 2004 - NUOVE BRIGATE ROSSE: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
A novembre i brigatisti erano in ritirata E ora, è forse già cambiato lo scenario?
Quattro novembre 2003. Il ministro dell'Interno Pisanu riferisce al Parlamento sull'attentato alla caserma dei carabinieri di via San Silicio in Roma, che causò gravi lesioni al maresciallo Stefano Sindona. Conclusioni del Viminale: "Chiara matrice anarco-insurrezionalista". Pisanu sottolineò "con forza le potenzialità criminali del movimento anarchico" e prospettò che "questo, nella crisi delle Brigate rosse, potesse ambire a un ruolo guida del terrorismo italiano". Messaggio chiaro: ora gli anarchici sono più pericolosi delle brigate rosse. E quando alla vigilia di Natale la Digos romana ha scovato il covo del br Mezzasalma, pieno di esplosivo e agende e due giorni dopo arrestato la complice Diana Blefari Melazzi, c'è stato quasi un giubilo. Conclusione per l'uomo della strada: le brigate rosse sono praticamente sconfitte. Ieri nuovo colpo di scena. Il ministro dell'Interno analizzando i pacchi-bomba contro Prodi e le istituzioni europee conferma la matrice dell'anarchismo insurrezionalista, parla di "strategia coordinata e preordinata con cura", ma esclude scelte di "tipo militarista proprie del brigatismo". Però avverte: "non sono isolati", è in corso una "saldatura" tra terroristi anarchici e brigatisti, che sarebbero in "ritirata strategica", ma "servono nuove leggi". Spiace dirlo, ma tutto ciò non quadra.
M.Cof.

"Liberation"
En Italie, la double vie des Brigades rouges
Les nombreuses arrestations, ces derniers mois, de membres du groupe terroriste permettent de mieux cibler ce mouvement peu lié à celui des années 70.
Par Eric JOZSEF
Rome de notre correspondant
our la police, elle était l'une des dernières activistes en fuite liées aux Brigades rouges-Parti communiste combattant (BR-PCC). Très recherchée, Diana Blefari Melazzi a été appréhendée le 22 décembre sur le littoral romain. Seule, sans armes mais en possession d'une forte somme d'argent provenant d'un hold-up et de sept faux papiers d'identité. Un revers de taille pour le groupuscule terroriste des Brigades rouges à l'origine des assassinats du conseiller ministériel Massimo D'Antona, en 1999, et de l'économiste Marco Biagi, il y a deux ans. "Il ne manque plus à l'appel que des figures marginales de l'organisation", a indiqué le préfet de Rome, Nicola Cavaliere.
Se revendiquant comme la responsable du mouvement, Nadia Desdemona Lioce, 43 ans, avait déjà été appréhendée le 2 mars, dans le train faisant la liaison entre Rome et Arezzo après un échange de coups de feu qui a coûté la vie à un policier et au terroriste Mario Galesi. Les enquêteurs pensent être désormais en mesure de tracer le cadre de la structure terroriste, en particulier les objectifs et les méthodes des nouvelles BR, les signes de rupture et de continuité avec l'ancienne organisation des années 70, à l'origine de l'assassinat du leader démocrate-chrétien Aldo Moro.
Phraséologie identique
Après la fusillade de mars, quelques irréductibles terroristes des BR de la première génération, encore incarcérés, ont rendu publiquement hommage au "camarade Mario Galesi" et revendiqué "la responsabilité politique de l'entière activité de [leur] organisation". Mais à vingt-cinq ans de distance, les liens entre les deux groupes semblent peu substantiels. Même si la phraséologie et les objectifs visés, des personnalités au coeur du dialogue et de la réforme sociale, restent les mêmes. Massimo D'Antona, l'ancien syndicaliste et conseiller du ministre (démocrate de gauche) du Travail Antonio Bassolino, aurait été assassiné pour frapper "la négociation néocorporatiste Etat-partenaires sociaux, en tant que pivot du projet politique de restructuration globale et de réforme du système économique et social et de la redéfinition relative des formes de l'Etat". De même, à travers l'économiste Marco Biagi, conseiller du ministre du Travail du gouvernement Berlusconi, les BR auraient "attaqué le projet politique de la fraction dominante de la bourgeoisie impérialiste".
Tout juste les BR nouvelle manière insistent-elles dans leurs communiqués sur les "masses populaires arabes" qui conduisent une guerre contre cette même "bourgeoisie impérialiste" et l'Amérique. A tel point que l'ancien juge antiterroriste Ferdinando Imposimato estime que "de multiples éléments laissent à penser qu'il existe des contacts entre les Brigades rouges et des groupes liés à Ben Laden depuis 2002". "Les thèmes des BR-PCC évoquent ceux du passé, détaille l'ancien magistrat. Les syndicats sont comme toujours accusés de révisionnisme et l'impérialisme américain est attaqué, le 11 septembre étant perçu comme un tournant. Idéologiquement, les points de contact avec le passé sont donc multiples, même si les parcours personnels des membres, notamment en raison de leur âge, sont différents."
Sur les sept militants arrêtés, il y a un mois et demi, un seul aurait entretenu des rapports avec les membres de l'ancienne organisation. Même Nadia Desdemona Lioce n'avait été qu'une fois inquiétée dans les années 80, après l'assassinat du maire de Florence. Ce sont des figures marginales du terrorisme qui auraient maintenu en vie le sigle des BR ainsi que ses filiales (Noyau prolétarien révolutionnaire, Noyaux territoriaux anti-impérialistes, etc.). A la différence des années 70, la plupart des membres des nouvelles BR ne vivaient pas dans la clandestinité. Employée modèle, Diana Blefari Melazzi, 35 ans, se levait chaque matin à 5 heures pour se rendre dans l'un des deux kiosques à journaux de sa famille. Elle n'a pris la fuite qu'il y a trois mois, alors que les filets de la police se resserraient autour de l'organisation.
Serveuse dans un bar, employée dans une entreprise de blanchisserie, employé des Postes, radiologistes dans des hôpitaux... hormis Nadia Desdemona Lioce et Mario Galesi, entrés en clandestinité, tous les membres présumés ne se consacraient que ponctuellement à la lutte armée. Ils ne renonçaient pas non plus à une vie familiale. Après l'arrestation de Simone Boccacini en octobre, sa compagne a ainsi expliqué aux enquêteurs : "Je n'ai jamais soupçonné qu'il puisse être impliqué dans des affaires criminelles. En général, nous sortions seuls, chacun de son côté avec ses amis. Il m'a toujours dit qu'il allait boire une bière ou qu'il allait au centre social autogéré de Florence où nous nous sommes connus il y a huit ans. Il rentrait parfois à 2 ou 3 heures du matin mais jamais il n'a passé la nuit dehors."
Démentis altermondialistes
C'est d'ailleurs à travers les centres alternatifs que les nouvelles Brigades rouges auraient trouvé de nouvelles recrues. Comme Mario Galesi et trois autres membres présumés des nouvelles BR, Diana Blefari Melazzi avait par exemple fréquenté le Blitz, l'un des principaux centres alternatifs romains à la fin des années 80.
Sergio Segio, l'un des fondateurs de Prima Linea (organisation d'extrême gauche créée en 1976), va plus loin : "Les BR, bien que de manière ultraminoritaire, coexistent dans le mouvement altermondialiste et ont infiltré les syndicats de base." Et de préciser : "Dans les années 70, l'option armée était majoritaire dans le mouvement ; aujourd'hui, par chance, elle est isolée et numériquement infime, mais elle est présente". Côté altermondialistes, on rejette vigoureusement cette "thèse démentielle" et on refuse tout rapprochement avec les BR. Les syndicats rappellent qu'ils ont toujours été en première ligne contre les terroristes. Au-delà de la polémique, les nouvelles BR, en voie de démantèlement, n'ont visiblement pas réussi à obtenir comme elles l'espéraient un réel soutien dans les mouvements contestataires.

9 gennaio 2004 - MINACCE TERRORISTE A REDAZIONE PANORAMA
ANSA:
TERRORISMO: FNSI, MINACCE TERRORISTE A REDAZIONE PANORAMA
LETTERE E 1 BOSSOLO AL SETTIMANALE E A 2 QUOTIDIANI
Una lettera firmata dalle ''Cellule di offensiva rivoluzionaria'' indirizzata alla redazione del settimanale 'Panorama' e fatta arrivare 'per conoscenza' anche nelle redazioni di Libero e del Messaggero. A denunciare l'episodio, confermato da fonti interne al settimanale e riportato oggi su 'Libero', e' la Fnsi. Che esprime solidarieta' ai colleghi minacciati e sottolinea: ''La pesante intimidazione non puo' trovare alcuna comprensione nel mondo della stampa''.
Delle lettere, quella giunta nella redazione milanese di Panorama - riporta il quotidiano 'Libero', e confermano dal settimanale - conteneva anche un 'regalino' come lo definisce la missiva, ovvero un bossolo di un proiettile calibro 9 x 21 con su inciso il simbolo delle Br. Minaccioso anche l'incipit della lettera: ''Infami redattori di Panorama'' che poi prende di mira, citandoli per nome e cognome, 3 giornalisti autori di altrettanti servizi usciti sul settimanale il 6 il 13 ed il 20 novembre. L'accusa e' quella di ''aver infamati i compagni rivoluzionari''.
Il terrorismo, sottolinea la Fnsi, ''e' sempre nemico dell' informazione libera e plurale. I protagonisti di oscuri e ignobili atti terroristici non riusciranno a imporre il silenzio sulla gravità delle loro azioni né a spegnere le voci libere di critica o di condanna che ciascuno in democrazia ha diritto di esprimere. Sappiano costoro che per ogni giornalista minacciato altri mille lavoreranno con più determinazione per dar voce ai silenzi e illuminare i fatti oscuri con parole e ricerca severa di verita'''.
Nel ribadire la solidarietà ''a tutti i giornalisti di Panorama e a tutti i colleghi delle tante testate che, pur di orientamento diverso, sono stati minacciati e offesi in questi mesi'', la Fnsi chiede quindi alle ''Autorità istituzionalmente preposte di intensificare le azioni di prevenzione e sicurezza per garantire la libera e plurale informazione e con essa la convivenza civile e democratica del Paese''.
Le ''Cellule di offensiva rivoluzionaria'', oltre a rivendicare il proiettile cal 9x21 spedito alla redazione del settimanale Panorama, hanno rivendicato anche gli incendi appiccati a Roma nella la notte tra il 28 e il 29 dicembre scorsi davanti alle sedi di An e di FI, in via Etruria e in via Pandosia, due strade del quartiere San Giovanni poco distanti tra loro.
A renderlo noto, due giorni fa, era stato il presidente della federazione romana di An Vincenzo Piso, sottolineando che ''cio' accade mentre in relazione ad una ricorrenza tragica quale la strage di Acca Larenzia, e' permesso nello stesso quartiere in cui fu commesso quell'atto criminale, a tutt'oggi rimasto impunito, un sedicente presidio antifascista convocato dalla Confederazione sindacale Cobas''.
I due incendi, preceduti da piccole esplosioni, erano stati provocati all' 1:38 e all' 1:50 con modalita' e tecnica identiche.

TERRORISMO: LE MINACCE CONTENUTE NELLA LETTERA A PANORAMA
Un volantino di 52 righe firmato da 'Cellule di Offensiva rivoluzionaria', in particolare dalla 'Cellula romana' e timbrato con il logo della famigerata stella a cinque punte. Si presenta cosi' il volantino di minacce inviato alla redazione del settimanale Panorama (con l'aggiunta di un bossolo) e, per conoscenza, alle redazioni dei quotidiani 'Libero' e 'Messaggero'.
Nel testo, i redattori di Panorama sono apostrofati come 'Infami', mentre il bossolo viene presentato come ''preavviso di quel che vi potrebbe riservare il futuro''. Gli autori della missiva annunciano quindi che ''anche a Roma si e' costituita una Cellula di Offensiva Rivoluzionaria che dalla capitale puo' seguirvi piu' da vicino''.
Nel mirino dei terroristi, tre articoli del settimanale pubblicati 6, il 13 ed il 20 novembre. Articoli che hanno come argomento il terrorismo, ma anche l'impegno dei militari italiani in Iraq.
I redattori di Panorama vengono accusati di essersi ''collocati come la punta avanzata della stampa capitalistica''. Dopodiche' le minacce: ''Ogni collaboratore anche saltuario, di Panorama - conclude il volantino - e' nemico del proletariato e potra' essere in ogni momento punito''.

TERRORISMO: MINACCE A PANORAMA, 'CELLULE' GIA' ATTIVE A PISA
Le ''Cellule di offensiva rivoluzionaria'' hanno cominciato a mettersi in luce l' estate scorsa con una serie di piccoli attentati incendiari a Pisa. Ad essere prese di mira due sedi di An e Forza Italia, come e' avvenuto la notte tra il 28 e 29 dicembre scorso a Roma; un cantiere di una caserma dei carabinieri e la ditta edile incaricata dei lavori.
Gli esperti dell' antiterrorismo, che hanno esaminato i documenti utilizzati per le rivendicazioni, ritengono che il gruppo - molto probabilmente formato da poche persone - si muova ''nell'area dell' antagonismo spinto, a meta' strada tra l' anarchismo e l' antagonismo radicale''. Investigatori e inquirenti ribadiscono che questo tipo di azioni, puntate soprattutto ad ottenere ''la massima visibilita' con il minimo sforzo'', non vadano sottovalutate. ''Non bisogna dimenticare - e' stato fatto notare - che spesso si comincia cosi'. Ad esempio, i Nac, Nuclei Armati Comunisti che dialogavano con le Br fecero piccoli attentati a sedi dei Ds''.

TERRORISMO: VOLANTINO A PANORAMA; PER ESPERTI ATTENDIBILE
Gli esperti dell'antiterrorismo stanno valutando ''con molta attenzione'' le minacce contenute nel volantino firmato dalle 'Cellule di Offensiva rivoluzionaria', inviato al settimanale Panorama.
Si tratta infatti di una lettera che, secondo quanto si e' appreso, gli investigatori, da una prima analisi del testo, considerano ''attendibile'' e definiscono ''preoccupante''.

10 gennaio 2004 - CASSAZIONE: LIOCE ESTRANEA A OMICIDIO D'ANTONA
"Il Gazzettino"
CASSAZIONE
Desdemona Lioce estranea al delitto D'Antona Roma
Per la Cassazione, il Tribunale del riesame di Roma ha compiuto una "valutazione completa" di "tutti gli elementi indiziari portati alla sua attenzione" nel prendere la decisione di annullare l'ordinanza di custodia cautelare della brigatista Nadia Desdemona Lioce in relazione all'omicidio del professor Massimo D'Antona. In sostanza, per il Palazzaccio, è legittima la tesi del giudice del riesame per cui - allo stato delle prove acquisite al 7 maggio - "il documento consegnato dalla Lioce al gip che la stava interrogando, mentre era idoneo a provare la sua posizione preminente all'interno delle Brigate Rosse, grazie alla rivendicazione di tutta l'attività dell'organizzazione, non era idoneo a provare la sua diretta partecipazione all'omicidio, in quanto era una rivendicazione generica e l'episodio criminoso risaliva a quattro anni prima".

12 gennaio 2004 - D'ANTONA: ATTENTATO PREVISTO DUE GIORNI PRIMA ?
"Corriere della sera online"
La scoperta degli investigatori della Digos di Roma
D'Antona doveva essere ucciso due giorni prima
L'omicidio del professore era in programma per il 18 maggio 1999, ma probabilmente qualcosa quel giorno andò storto
ROMA - L'omicidio di Massimo D' Antona era programmato per il 18 e non il 20 maggio 1999. La mattina del 18, con tutta probabilità, qualcosa andò storto e l'esecuzione fu rinviata di due giorni. Lo hanno scoperto gli investigatori della Digos di Roma analizzando l'archivio delle Nuove brigate Rosse sequestrato nel covo di via Montecuccoli. Tra il materiale esaminato sono stati trovati appunti che testimonierebbero la data inizialmente fissata per l'agguato.
Il 18 maggio, stando agli accertamenti, il dispositivo era già stato messo in campo e alcuni militanti delle Br erano arrivati da fuori Roma. Qualche elemento, però, costrinse al rinvio. Non è escluso che quella mattina il professore abbia cambiato gli appuntamenti o il percorso previsti.

NEL COVO DI MONTECUCCOLI - Gli investigatori romani ritengono che quella scoperta a Roma fosse a tutti gli effetti la "sede dirigente" delle Br attive dal 1999 al 2003. Tra l'enorme quantità di documenti trovati nello scantinato di via Montecuccoli gli sono gli originali dei documenti con i quali le Br-Pcc hanno rivendicato l'omicidio di Massimo D'Antona (20 maggio) e dell'omicidio del professor Marco Biagi, ucciso a Bologna il 19 marzo 2002. Ma anche le rivendicazioni dell'attentato incendiario compiuto dai Nuclei di Iniziativa Proletaria (Nipr) a Roma il 14 maggio 2000 alla sede della Commissione di Garanzia per il diritto allo sciopero; dell'attentato incendiario alla sede milanese della Cisl (6 luglio 2000) di cui si attribuirono la paternità i Nucleo Proletari rivoluzionari (Npr) e dell'attentato dinamitardo alla sede dell'Istituto di Affari Internazionali, a Roma, fatto la notte del 10 aprile 2001, anche questo targato Nipr.

12 gennaio 2004 - D'ANTONA-BIAGI, IL PUNTO SULLE INDAGINI
ANSA:
TERRORISMO: D'ANTONA-BIAGI, IL PUNTO SULLE INDAGINI / ANSA
Massimo D'Antona e Marco Biagi, l'uno consulente del ministro Bassolino l'altro del ministro Maroni, furono uccisi a distanza di poco meno di tre anni l'uno dall'altro. Il primo rimase vittima delle Brigate Rosse il 20 maggio del '99 a Roma mentre il secondo fu ucciso a Bologna mentre tornava a casa il 19 marzo del 2002. Ecco in sintesi la situazione delle indagini della procura romana e bolognese.
OMICIDIO D'ANTONA: E' del 24 ottobre scorso - con i sei arresti disposti dalla procura di Roma - gli arresti la vera grande svolta delle indagini sull' omicidio Massimo D' Antona. Ma a quegli arresti gli investigatori sono arrivati grazie alla cattura di Nadia Desdemona Lioce, il 2 marzo, nella sparatoria sul treno Roma-Firenze, nella quale morirono il brigatista Mario Galesi e il sovrintendente di Polizia Emanuele Petri. Lioce, considerata uno dei personaggi di primo piano delle nuove Br, aveva con se' documenti e un palmare che ha rappresentato la chiave per arrivare ai segreti dell' organizzazione.
D' Antona venne ucciso a Roma la mattina del 20 maggio 1999, ma proprio oggi e' emerso che l'agguato sarebbe dovuto avvenire due giorni prima. I killer aspettarono il giuslavorista a poca distanza dalla sua abitazione in via Salaria, a Roma, e gli spararono sei colpi calibro 38. Le "Brigate rosse per la costruzione del Partito comunista combattente" (Br-Pcc) rivendicarono l' omicidio con una risoluzione di 28 pagine.
Il 31 maggio, nel carcere di Novara, venne trovata una lettera in cui 5 brigatisti 'irriducibili', Cesare Di Lenardo, Stefano Minguzzi, Francesco Aiosa, Ario Pizzarelli e Daniele Bencini, rivendicavano la valenza politica dell' attentato. Il 16 maggio 2000 fu arrestato l' esperto di informatica Alessandro Geri con l' accusa di essere il telefonista che rivendico' l' omicidio. Il 28 maggio Geri venne scarcerato. Successivamente la sua posizione e' stata archiviata.
Il 20 dicembre 2000 si apprese che per l' agguato di via Salaria era indagato anche Giorgio Panizzari, ex nappista graziato dal capo dello Stato, arrestato in Umbria durante un tentativo di rapina. Anche per lui si procedera' all' archiviazione degli atti. Il 13 maggio 2001 furono arrestati otto militanti di Iniziativa Comunista. Norberto Natali, la sorella Sabrina e Rita Casillo sono indagati per l' omicidio D' Antona.
Il 13 dicembre 2002 compare nell' inchiesta Michele Pegna, ex br del quale si erano perse le tracce. Un vizio procedurale gli aprira' le porte del carcere, ma non quelle della casa lavoro di Sulmona dove deve scontare un anno per un residuo di pena. Il 2 aprile 2003 arriva la richiesta di un' ordinanza di custodia per Nadia Desdemona Lioce, la br arrestata dopo il conflitto a fuoco del 2 marzo sul treno Roma-Firenze nel quale morirono l' agente della polfer Emanuele Petri e l' ex terrorista Mario Galesi.
Il 24 ottobre scorso, infine, l' irruzione nel covo Br di via Maia, nel quartiere Quadraro, e i sei arresti disposti dalla procura: a finire in manette sono Paolo Broccatelli, Laura Proietti, Marco Mezzasalma, Cinzia Banelli, Roberto Morandi e Alessandro Costa. Dalla loro cattura gli investigatori sono arrivati al covo di via Montecuccoli.
OMICIDIO BIAGI: L' inchiesta sull' omicidio del prof.Marco Biagi condotta dal Pm di Bologna Paolo Giovagnoli ha portato a quattro ordinanzne di custodia cautelare: accusati di aver partecipato all' assassinio del giuslavorista con ruoli diversi sono Nadia Desdemona Lioce, Simone Boccaccini, Cinzia Banelli e Roberto Morandi.
Secondo la ricostruzione dell' indagine di Giovagnoli anche Mario Galesi, il Br morto nella sparatoria sul treno Roma- Firenze, prese parte all' omicidio. Inoltre sul registro degli indagati per l' omicidio Biagi e' finito anche il nome di Marco Mezzasalma. A casa di Mezzasalma, ritenuto il responsabile del Settore logistico delle nuove Br, gli uomini della Digos di Roma avevano trovato e sequestrato una mappa della citta' di Bologna dell' azienda trasporti, e un abbonamento 'city pass' per i bus del capoluogo emiliano.
Tra le prove contro le nuove Br - tra l' altro - anche un documento, trovato nel materiale informatico sequestrato a Cinzia Banelli, ritenuto "una bozza di lavoro di un bilancio consuntivo, ma forse anche preventivo, dell' azione Biagi". Nel computer di Morandi, poi, gli investigatori hanno 'riesumato' un documento di 17 fogli che ricostruisce l' istruttoria brigatista su Biagi. Nel quarto capitolo, dal titolo "Valutazioni di sintesi sulle varie opzioni", ad esempio si parla della possibilita' per "le forze di raggiungere la citta' da Roma in treno senza dover rimanere una notte sul posto".

12 gennaio 2004 - D'ANTONA: PER TAORMINA DEPISTATE LE INDAGINI
"Il Gazzettino"
TERRORISMO
Taormina: "Depistate indagini su D'Antona"
Le indagini sull'omicidio di Massimo D'Antona (foto d'archivio a lato) subirono depistaggi, che "distolsero" le investigazioni da personaggi come Desdemona Lioce e Mario Galesi, rispetto ai quali il coinvolgimento negli assassini del collaboratore dell'allora ministro Bassolino e di Marco Biagi "appare sempre più certo". L'accusa parte da Carlo Taormina, penalista e parlamentare di Forza Italia, che ha presentato due interrogazioni ai ministri dell'Interno e della Giustizia. Taormina chiede tra l'altro che il Viminale, anche attraverso il Sisde, si attivi affinché "sia fatta luce sulle ragioni per le quali le investigazioni sull'omicidio D'Antona andarono in una direzione sbagliata". Questo, aggiunge il legale, "pur in presenza di indicazioni, anche relative ai nomi e cognomi dei possibili autori e che avrebbero consigliato di seguire la direzione giusta".

13 gennaio 2004 - PRIMO ESAME DELLE CARTE TROVATE NEL COVO BR
"Il Corriere della sera"
PRIMO ESAME DELLE CARTE TROVATE NEL COVO BR
L'agguato a D'Antona slittò di due giorni per una "volante"
ROMA - L'agguato a Massimo D'Antona era in programma per il 18 maggio del '99. Ma il commando delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente l'ha rinviato all'ultimo momento, forse per il passaggio sotto la sua abitazione di via Salaria di un'auto della polizia, e l'ha portato a termine due giorni dopo. Lo hanno scoperto gli uomini della Digos al termine della prima fase d'esame dei documenti trovati nel covo di via Montecuccoli, al Prenestino, dove i terroristi avevano nascosto il "logistico" dell'organizzazione, trasferito dalla casa in cui si erano rifugiati Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi dopo il conflitto a fuoco sul treno Roma-Arezzo di marzo in cui l'uomo è rimasto ucciso insieme all'agente Emanuele Petri. I poliziotti nei prossimi giorni consegneranno al capo del "pool" antiterrorismo Franco Ionta il primo rapporto sulle verifiche relative al materiale custodito nel covo e sugli spostamenti di Nadia Blefari Melazzi, la presunta brigatista arrestata a Santa Marinella che lo aveva affittato e lo "gestiva" insieme a Marco Mezzasalma. Nella cantina sono stati rinvenuti altri documenti definiti "fondamentali" dai responsabili della Digos, Franco Gabrielli e Lamberto Giannini: oltre agli originali delle rivendicazioni degli omicidi di D'Antona e Marco Biagi, quelli degli attentati "firmati" dai Nipr e dagli Npr (che dimostrano come a eseguirli siano state sempre le Br-Pcc) e le carte sulle "inchieste" per rapine di autofinanziamento a uffici postali e furgoni portavalori. La scoperta che l'omicidio di D'Antona fosse inizialmente previsto per il 18 maggio ha aggravato la posizione di Roberto Morandi, l'esponente della colonna toscana arrestato a Firenze il 24 ottobre scorso nel "blitz" che ha portato in carcere altri 6 presunti terroristi: sia il 18 maggio sia il 20 Morandi era a Roma.
F. Hav.

14 gennaio 2004 - INTERVISTA CON LA FIGLIA DI GUIDO ROSSA
"La Repubblica"
Parla Sabina Rossa, la figlia del sindacalista Fiom-Cgil Guido, ucciso dopo aver denunciato infiltrazioni terroristiche in fabbrica
"Così le Br uccisero mio padre
non un eroe ma un uomo giusto"
Tutto è stato archiviato troppo in fretta, troppi i misteri aperti: ecco perché sono tornati quegli anni terribili
di MARCO FRANCALANCI
GENOVA - Chi c'era, in quella fredda mattina del 24 gennaio di venticinque anni fa, ricorda ancora Sabina, allora quindicenne, seduta su un muretto sotto casa, in via Ischia, con il volto attonito e un paio di guanti tra le mani, circondata dall'affetto degli amici. Suo padre, Guido Rossa, era stato giustiziato poche ore prima da un commando delle Brigate Rosse in un'esecuzione che segnò l'inizio della loro fine. A distanza di tanto tempo, c'è chi sembra aver dimenticato che l'attentato era stato deciso per punire il sindacalista della Fiom-Cgil che aveva voluto denunciare l'infiltrazione in fabbrica di un brigatista sorpreso a sistemare volantini terroristici. Si trattava di Francesco Berardi che, dopo l'arresto, si impiccò in carcere, mentre il commando sarebbe stato annientato un anno più tardi dai carabinieri di Dalla Chiesa nel covo di via Fracchia, a due isolati dalla casa dell'operaio assassinato. Tutto sulle alture di Oregina, alle spalle del porto, un quartiere invaso dal cemento ai tempi del boom. Nonostante questo sacrificio, in tempi recenti, sono state lanciate, soprattutto da esponenti del governo, gravi quanto generiche accuse nei confronti del mondo del lavoro, più volte indicato come fiancheggiatore del terrorismo.
Oggi Sabina Rossa è madre di famiglia, insegnante a sua volta impegnata nel sindacato, ma con una coscienza critica che le ha impedito, cinque anni fa, di partecipare alle celebrazioni in onore di suo padre, in quanto non ritrovava allora, nella sinistra di governo, gli ideali per i quali lui si era battuto. Uno "strappo" ricucito poi solo parzialmente da un incontro con Veltroni. Quest'anno le celebrazioni si terranno il giorno 23, alla presenza dei vertici sindacali. Ci sarà Sabina?
"Non ho ancora deciso. Ma, indipendentemente da questo, chi sostiene che il sindacato favorisce il terrorismo afferma una falsità storica: esso da sempre rappresenta uno dei valori della democrazia nata proprio dalle lotte dei lavoratori. Non c'è mai stata connivenza. E la vicenda di mio padre è proprio il simbolo di questa antitesi tra sindacato e terrorismo. Dimostrando che in tutte le organizzazioni di massa ci possono essere infiltrazioni" .
A quel tempo si disse, tra l'altro, che suo padre fu lasciato troppo solo dopo la denuncia. Pensa che ci sia stata una responsabilità di questo tipo?
"Allora c'era un clima di paura palpabile e reale. Non si può colpevolizzare chi non se la sentì di restare sulle barricate, anche se per una causa giusta. Mio padre, comunista e sindacalista, fu ucciso perché aveva capito che le BR si erano infiltrate nel sindacato per colpire chi non credeva nella rivoluzione, ma aveva scelto la via delle riforme. Io allora ero troppo giovane per capire tante cose, ma è certo che lui aveva fatto una scelta ben precisa, in coerenza con i suoi principi e la fiducia nelle istituzioni. Una fiducia mal ripagata, vista la fretta con la quale è stata archiviato il problema terrorismo, che infatti adesso rispunta. Nonostante siano state uccise 481 persone in vent'anni, lo Stato non ha ancora ritenuto di fare una legge per tutelare le vittime del terrorismo".
Quindi lei non si sente di condannare?
"Un momento. Io non colpevolizzo coloro che non ebbero il coraggio di andare fino in fondo come mio padre, e verso i quali io non porto rancore. Ma condanno chi allora non prese le distanze dal terrorismo: mi riferisco soprattutto a quegli ambienti culturali e universitari nei quali il brigatismo trovò terreno assai fertile. Si teorizzava un ideologismo che aiutò in maniera decisiva il reclutamento di nuovi terroristi. E mi domando che fine abbiano fatto tutti gli esponenti di quel mondo, anche se vedo che tanti di questi personaggi hanno abbandonato gli ideali di allora, saltando dall'altra parte della barricata".
Si può chiudere il capitolo di quella fase del terrorismo in Italia?
"Si dovrebbe, ma è impossibile perché non si è voluta fare chiarezza proprio su questa massa grigia che ha fiancheggiato il terrorismo. Tutto è stato archiviato in fretta: la stessa inchiesta sull'uccisione di mio padre fu praticamente considerata come una bega all'interno del sindacato. Troppi misteri ci sono ancora, dal caso Moro a tutto il resto. E il terrorismo oggi si ripresenta proprio perché non si è cercato di estirpare definitivamente il bubbone".
In questi giorni si parla della grazia a Sofri, che in quegli anni con Lotta Continua fu al centro di tante polemiche. Cosa ne pensa?
"Guardi, il giorno dopo l'attentato, Lotta Continua uscì con un articolo che lo giustificava perché mio padre era "una spia". Ma proprio il suo sacrificio creò una spaccatura nel clima di connivenze che le Br avevano creato in molti ambienti. E così, la stessa Lotta Continua dovette rinunciare a certe posizioni ambigue per fare marcia indietro. Più avanti, il giornale scrisse infatti che si può considerare spia solo chi lo fa per tornaconto personale, per cui l'atteggiamento di mio padre non poteva considerarsi criticabile. Io ho preso atto di questo ripensamento. Sono favorevole alla grazia a Sofri, anche perché se tutto il mondo politico ritiene che debba uscire di prigione è giusto che esca velocemente" .
Signora Rossa, a distanza di tanto tempo qual è l'eredità che ha lasciato suo padre?
"A me personalmente resta il peso di una tragedia che sarà presente per tutta la vita, anche perché alla mia famiglia non è stato dato nessun sostegno psicologico dopo l'assassinio. Mio padre non aveva nessuna intenzione di fare l'eroe, solo comportarsi coerentemente con i suoi principi: il suo sacrificio non ha aggiunto nulla alla immensa stima che io avevo già nei suoi confronti. Ma se a venticinque anni di distanza siamo ancora qui a parlare di lui, allora penso che abbia lasciato una traccia veramente profonda".

14 gennaio 2004 - ALGRANATI E FALESSI ARRESTATI AL CAIRO
ANSA:
TERRORISMO: ALGRANATI E FALESSI CATTURATI AL CAIRO
Rita Algranati e Maurizio Falessi sono stati catturati all' aeroporto del Cairo. L' operazione e' stata condotta dagli investigatori romani con la collaborazione dei servizi di sicurezza italiana e della polizia egiziana.
I due latitanti avevano documenti falsi e non hanno opposto resistenza quando gli agenti di polizia egiziani li hanno bloccati in aeroporto.
Le indagini della Digos di Roma e dei servizi di sicurezza era cominciata alcuni mesi fa con pedinamenti, intercettazioni telefoniche, lavoro sui tabulati delle chiamate fatte e ricevute da parenti e amici dei due latitanti.
Algranati e Falessi sono stati localizzati in Egitto e da allora gli investigatori li hanno tenuti costantemente sotto controllo. Quando si e' avuta la sensazione che i due stessero per trasferirsi altrove, gli investigatori italiani hanno chiesto la collaborazione della polizia di frontiera del Cairo che ha fermato i due nello scalo aereo.

TERRORISMO:ALGRANATI E FALESSI VOLEVANO LASCIARE NORD AFRICA
Erano pronti a lasciare il paese del nord Africa dove hanno vissuto, sembra l'Algeria, i due brigatisti arrestati la scorsa notte all'aeroporto del Cairo dagli uomini della Digos romana in collaborazione con Ucigos e uomini del Sisde.
Gli investigatori romani hanno spiegato che alla loro cattura, "oltre ad un enorme lavoro di intelligence della polizia italiana con il servizio interno civile si e' arrivati anche grazie ad uno scambio di informazioni tra i servizi italiani e quelli del nord Africa che hanno consentito alle forze di polizia di mettere in atto i giusti dispositivi investigativi".
Algranati e Falessi subito dopo il fermo sono stati espulsi e consegnati alle autorita' italiane e una volta arrivati all' aeroporto romano di Ciampino sono stati formalmente arrestati con la notifica dei provvedimenti a loro carico.

TERRORISMO: CATTURATI DA POLIZIA BR ALGRANATI E FALESSI
I brigatisti Rita Algranati e Maurizio Falessi sono stati catturati dalla polizia di Roma. I due sono in Questura negli uffici della Digos.
Rita Algranati, coinvolta nella vicenda Moro, e' la moglie di Alessio Casimirri, uno dei latitanti storici dell' eversione, rifugiato in Nicaragua, ritenuto uno dei sequestratori dello statista democristiano.
Maurizio Falessi, considerato uno dei militanti delle Ucc e accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata, comincio' nel Cococen (Comitato comunista Centocelle), una struttura da cui nacque il Movimento Politico Resistenza Offensiva (Mpro) considerato "struttura di lancio verso le Br". Nel Cococen furono attivi anche Antonio Savasta, Germano Maccari e Bruno Seghetti.

TERRORISMO: DA SINERGIA SISDE-POLIZIA SCACCO A BR
RAFFORZATA COLLABORAZIONE OPERATIVA PER SEGUIRE TRACCE LATITANTI
E' stata un' operazione lunga e complessa, che ha coinvolto Digos di Roma, Ucigos e Sisde, quella che ha portato alla cattura di due latitanti storici delle Br, Rita Algranati e Maurizio Falessi. Ed il ministro dell' Interno ha voluto personalmente ringraziare per il successo dell' indagine proprio il capo della polizia, Gianni De Gennaro ed il direttore del Sisde, Mario Mori.
Questa "magistrale operazione", secondo Pisanu, e' stata possibile "grazie all' intensificazione, da me stesso promossa, della collaborazione tra servizi di informazione e forze dell' ordine, oltre che al miglioramento del sistema delle relazioni internazionali". E tra polizia e servizio di intelligence civile c' e' stato un interscambio continuo di informazioni (frutto di pedinamenti, intercettazioni telefoniche, controlli su amici e parenti) che ha portato all' individuazione dei due latitanti, da tempo in Algeria. Un compito non facile visti i tanti anni di latitanza e le conseguenti difficolta' a stabilire con certezza l' identita' dei due. A cio' ha lavorato in particolare la sezione terrorismo del Sisde, in gergo chiamata 'ter', che, insieme all' Ucigos, si e' avvalsa anche della collaborazione dei servizi segreti e della polizia di Paesi nordafricani per ricostruire gli spostamenti di Algranati e Falessi. Un' indagine molto articolata che ha richiesto mesi di lavoro su diversi fronti.
Oltre a pretendere una piu' stretta collaborazione tra intelligence e forze di polizia, Pisanu da piu' di un anno ha dato maggiore impulso alla sezione terrorismo del Sisde che, in aggiunta al lavoro sul fronte interno dell' eversione, segue con attenzione anche le mosse dei tanti latitanti che vivono all' estero, e ha preteso una piu' stretta collaborazione tra intelligence e forze di polizia.
"Polizia, Carabinieri e servizi di informazione, su mia precisa richiesta - ha detto il ministro lo scorso 8 gennaio alla commissione Affari costituzionali della Camera - stanno collaborando attivamente anche col proposito di strutturare una capacita' operativa interforze destinata a durare nel tempo. Peraltro - ha aggiunto - autorevoli voci della maggioranza e dell' opposizione parlamentare hanno apertamente sostenuto che, nell' auspicata riforma dei servizi, si debba dare forte impulso al sistema integrato di sicurezza, facendo in modo che l' intelligence, pur nella netta distinzione tra Sismi e Sisde, affianchi sempre piu' da vicino l' azione di prevenzione e repressione delle forze di polizia. Penso che in questa direzione si debba procedere alacremente".
L' esigenza di una collaborazione piu' stretta e' stata sottolineata qualche settimana fa anche dal direttore del Sisde. Mori ha parlato di "efficacia dei nuovi modelli di cooperazione con le forze di polizia, concretamente sperimentati negli ultimi mesi sia per importanti manifestazioni di piazza, dove forte era il rischio di incidenti, che sul versante della lotta al terrorismo ed alla criminalita' organizzata. In tale occasione, la tradizionale collaborazione 'cartacea' ha lasciato il posto ad un piu' proficuo colloquio diretto con gli operatori di polizia 'sul campo', spesso in contemporanea con lo sviluppo delle situazioni". In questo quadro, ha aggiunto, "manca tuttavia una cornice in grado reggerne il peso. Per i servizi questa cornice e' la riforma della legge istitutiva, l' unica in grado di ufficializzare il passaggio da un' intelligence 'culturale/esplicativa' dei rischi ad un' intelligence capace invece di difendere dai rischi, con una partecipazione diretta al momento di individuazione e disinnesco delle situazioni di pericolo, senza farraginosi passaggi di consegne fra chi ricerca e chi agisce". Dall' operazione che ha portato alla cattura di Algranati e Falessi arriva il segnale che questa collaborazione non piu' formale, ma sostanziale e pienamente operativa, comincia a dare risultati.

TERRORISMO:FINITA AL CAIRO LA LATITANZA DI 2 BR STORICI
ALGRANATI E FALESSI PRESI DALLA POLIZIA,'E' STATA UNA TRAPPOLA'
(di Luciano Fioramonti).
Il risultato di un lavoro di intelligence durato mesi con pedinamenti e intercettazioni, l' hanno definito gli investigatori della polizia di Roma. Una "trappola frutto di un accordo sottobanco tra il governo algerino e Berlusconi", secondo i due ex brigatisti. Sono le chiavi di lettura dell' arresto di Rita Algranati e Maurizio Falessi, lei tra i sequestratori di Aldo Moro e personaggio di spicco delle vecchie Br, lui militante delle Unita' Comuniste Combattenti.
La loro cattura all' aeroporto del Cairo, in Egitto, ha messo fine a una lunga latitanza, a riprova che le indagini dell' antiterrorismo italiano non sono concentrate solo sull' attualita' ma abbracciano l' intero percorso storico dell' eversione. Un lavoro, quello della polizia e dei servizi di sicurezza, del quale si sono complimentati, oltre a molti politici, lo stesso presidente della Repubblica Ciampi e il ministro dell' Interno Giuseppe Pisanu. Quest' ultimo, tra l' altro, ha detto: "Chi, ancora oggi, pensa di intraprendere la via della violenza politica, sappia che prima o poi verra' raggiunto dalla forza paziente dello Stato e della Legge".
Rita Algranati, 46 anni compiuti appena due giorni fa, deve scontare l' ergastolo inflitto dai giudici del processo Moro ter e aveva fatto perdere le tracce dalla fine degli anni settanta. Nome di battaglia Marzia, e' stata protagonista, quando aveva poco piu' di 20 anni, della stagione piu' intensa e violenta delle Br. E' stata accusata anche degli omicidi del giudice Riccardo Palma, responsabile dell' edilizia carceraria (febbraio 1978); del consigliere provinciale di Roma della Dc Italo Schettini (1979); del tenente colonnello dei carabinieri Antonio Varisco (13 luglio 1979) e dell' assalto alla sede della Dc in piazza Nicosia a Roma (3 maggio 1979), dove vennero uccisi due agenti di polizia. Ex moglie di Alessio Casimirri, l'unico dei rapitori di Moro tuttora latitante (e' rifugiato da tempo a Managua, in Nicaragua), viveva da anni in Algeria con Maurizio Falessi. Lui, 50 anni il prossimo 11 settembre, era latitante dal 1979. Militante delle Unita' Comuniste Combattenti (Ucc), formazione attiva tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, deve scontare in via definitiva una condanna a 11 anni e due mesi. Mosse i primi passi nel Cococe (Comitato comunista Centocelle), con nomi famosi degli anni di piombo: Antonio Savasta, Germano Maccari, Bruno Seghetti e Norma Andriani. Dal Cococe nacque il Movimento Politico Resistenza Offensiva (Mpro) considerato "struttura di lancio verso le Br".
I due sono stati bloccati dalla polizia di frontiera egiziana all' aeroporto della capitale. L' uomo e la donna avevano documenti falsi e una somma di denaro. Non hanno reagito ne' si sono dichiarati prigionieri politici. La Algranati ha confermato la propria vera identita'. Gli investigatori della Digos di Roma, insieme con i servizi di sicurezza, li tenevano sotto controllo da mesi dopo pedinamenti, intercettazioni telefoniche, lavoro sui tabulati delle chiamate fatte e ricevute da parenti e amici dei due latitanti. "Sono stati localizzati in Egitto - e' stato spiegato - quando si e' avuta la sensazione che stessero per trasferirsi altrove, e' stata chiesta la collaborazione della polizia egiziana che li ha fermati la notte scorsa nello scalo aereo".
Tramite il loro avvocato, Caterina Calia, che li ha incontrati negli uffici della Questura di Roma prima che venissero portati nel carcere di Rebibbia, i due arrestati hanno dato una versione ben diversa dei fatti: "Siamo stati deportati dall' Algeria in virtu' di un accordo sottobanco con Berlusconi. Non c' era alcuna richiesta di estradizione. Vivevamo da moltissimi anni in Algeria e le autorita' erano perfettamente a conoscenza di chi fossimo. Siamo stati prelevati nella nostra abitazione e ci hanno dato documenti di identita' e biglietti aerei con destinazione Cairo, Beirut e Addis Abeba, con l' intimazione di lasciare il paese, e garantendoci che non avremmo corso pericoli. Invece, siamo stati imbarcati su un' aereo per il Cairo dove abbiamo trovato 20 poliziotti che ci hanno lasciato per quattro-cinque ore in una stanza in attesa dell' arrivo della polizia italiana".
Soddisfatto "per l' operazione condotta dalle forze dell' ordine italiane" ma critico e' Maurizio Puddu, presidente dell' associazione nazionale vittime del terrorismo. "Ci congratuliamo con il ministro Pisanu - ha detto - ma al tempo stesso ci chiediamo: perche' qualcuno ha coperto fino ad oggi la latitanza di terroristi del calibro della Algranati nonostante i tanti processi che hanno portato alla sua condanna?".
Anche se e' stato escluso un legame tra i recenti sviluppi delle indagini sugli omicidi D'Antona e Biagi, i magistrati del pool antiterrorismo di Roma valuteranno se ascoltare Rita Algranati e Maurizio Falessi in relazione alle inchieste sull' attivita' recente delle Nuove Br.
Nonostante il divario generazionale con i presunti brigatisti finiti in manette alla fine dello scorso ottobre, Rita Algranati e Maurizio Falessi hanno mostrato, almeno nell' atteggiamento seguito alla cattura, un elemento che li accomuna. Lasciando la la questura di Roma, sono saliti imperturbabili a bordo delle auto della polizia. Lei vestita molto comunemente con pantaloni a quadri e dolcevita beige, ed un giaccone marrone, un taglio di capelli molto corto, non ha fatto nulla per nascondere il viso o sottrarsi ai flash dei fotografi. La stessa calma ostentata anche dal suo compagno.

TERRORISMO: I DUE BR NON SI SONO DICHIARATI PRIGIONIERI
SONO STATI ARRESTATI LA NOTTE SCORSA AL CAIRO
I due brigatisti non si sono dichiarati prigionieri politici.
L' arresto e' avvenuto la notte scorsa al Cairo. I due, oltre ai documenti falsi, avevano una somma di denaro. Rita Algranati e Maurizio Falessi, pur in possesso di falsi documenti hanno subito dichiarato le loro generalita' alla polizia italiana, che ha agito in collaborazione con i colleghi del Sisde e con la polizia di frontiera egiziana.

TERRORISMO: NESSUN COLLEGAMENTO CON ULTIME INCHIESTE BR
Non c'e' alcun elemento, al momento, che possa collegare i due brigatisti arrestati alle ultime attivita' delle Brigate rosse e al ritrovamento del covo in via Montecuccoli a Roma. Lo ha detto il dirigente della Digos, Franco Gabrielli, nel corso di un incontro con i giornalisti per illustrare i particolari dell'arresto.

TERRORISMO: VECCHIE E NUOVE BR NELLA RETE DELLA POLIZIA
(di Annalisa Sturiale).
Un nome di battaglia, 'Marzia', ha fatto tornare di colpo sulla scena la vecchia guardia delle Brigate Rosse. Quelle Brigate Rosse a cui appartenevano anche Rita Algranati e Maurizio Falessi, arrestati la scorsa notte dalla Digos romana e dal Sisde, e che per molti erano solo vecchi ricordi, nomi scritti su fascicoli processuali o su provvedimenti della magistratura.
E invece, proprio mentre si tiranno le somme sulle nuove Br e sui recenti successi della polizia che - dopo la cattura di Nadia Desdemona Lioce, il 2 marzo scorso - ha stroncato vertici e strutture attuali, scoprendo tra l' altro l' archivio storico delle Br, ecco che dal passato tornano i volti dei due brigatisti, latitanti da oltre vent'anni, a cui gli esperti dell' antiterrorismo non hanno mai smesso di dare la caccia. Proprio come fu nel '93, quando a 15 anni dal sequestro e dall' uccisione di Moro, fu catturato Germano Maccari. Era lui il misterioso "quarto uomo" di cui si era sempre parlato. Quello che per gli investigatori era il fantomatico ingegner Altobelli, l' inquilino di via Montalcini che si faceva passare per il marito di Laura Braghetti.
A lui, dissero gli investigatori della Digos romana, non si arrivo' con una indicazione di pentiti ma attraverso la rilettura di tutta la storia della Br. Analizzando nomi e nomi sulla base degli atti processuali del caso Moro. Una analisi che porto' a studiare anche un vecchio documento dal titolo "Norme di sicurezza e stile di lavoro", una sorta di tracciato in cui erano elencate tutte le tecniche per gestire un sequestro. Un documento, raccontarono poi i poliziotti il giorno dell'arresto di Maccari, servito per "calarsi nei panni dei brigatisti di allora per capire come si comportassero".
Poi seguirono anni di silenzio. Un silenzio interrotto dagli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi, l'uno consulente del ministro Bassolino l'altro del ministro Maroni, uccisi a distanza di poco meno di tre anni l'uno dall'altro. Il primo rimase vittima delle Brigate Rosse il 20 maggio del '99 a Roma mentre il secondo fu ucciso a Bologna mentre tornava a casa il 19 marzo del 2002. Due omicidi che rimettono in moto gli esperti dell' antiterrorismo e tracciano le linee della nuova offensiva alle nuove Br.
E' del 24 ottobre scorso, con i sei arresti disposti dalla procura di Roma, la vera grande svolta delle indagini sull' omicidio Massimo D' Antona. A quegli arresti gli investigatori sono arrivati grazie alla cattura di Nadia Desdemona Lioce, il 2 marzo, nella sparatoria sul treno Roma-Firenze, nella quale morirono il brigatista Mario Galesi e il sovrintendente di Polizia Emanuele Petri. Lioce, considerata uno dei personaggi di primo piano delle nuove Br, aveva con se' documenti e un palmare che ha rappresentato la chiave per arrivare ai segreti dell' organizzazione. A finire in manette, quel giorni di ottobre, sono Paolo Broccatelli, Laura Proietti, Marco Mezzasalma, Cinzia Banelli, Roberto Morandi e Alessandro Costa. Anche l'inchiesta sull'omicidio Biagi, condotta dalla procura di Bologna, porta all'emissione di quattro ordinanze di custodia cautelare: accusati di aver partecipato all' assassinio del giuslavorista con ruoli diversi sono Nadia Desdemona Lioce, Simone Boccaccini, Cinzia Banelli e Roberto Morandi.
Secondo gli inquirenti anche Mario Galesi, il Br morto nella sparatoria sul treno Roma- Firenze, prese parte all' omicidio. Inoltre sul registro degli indagati per l' omicidio Biagi e' finito anche il nome di Marco Mezzasalma. A casa di Mezzasalma, ritenuto il responsabile del settore logistico delle nuove Br, gli uomini della Digos di Roma avevano trovato e sequestrato una mappa della citta' di Bologna dell' azienda trasporti, e un abbonamento 'city pass' per i bus del capoluogo emiliano. Poi lo scorso 20 dicembre il colpo decisivo. Tutto il materiale delle nuove Br viene trovato nel covo di via Montecuccoli a Roma, armi, esplosivo, divise, volantini e ancora vecchi e nuovi documenti. Nulla che li possa collegare alle vecchie Br se non il fatto che gli esperti dell'antiterrorismo non si sono dati tregua fino a quando non hanno avuto la percezione di aver inflitto un colpo decisivo alle nuove leve del terrorismo.

TERRORISMO: ALGRANATI, FIGURA STORICA DI RILIEVO NELLE BR
Rita Algranati, 46 anni compiuti proprio due giorni fa, il 12 gennaio, e' stata condannata all'ergastolo nel processo Moro Ter ed e' considerata una figura storica di primo piano delle Br.
Tra i fatti piu' importanti di cui e' accusata, gli omicidi del giudice Riccardo Palma, responsabile dell'edilizia carceraria (febbraio 1978); del consigliere provinciale di Roma della Dc Italo Schettini (1979); del generale Antonio Varisco (13 luglio 1979) e dell'assalto alla sede della Dc in piazza Nicosia, a Roma (3 maggio 1979), nella quale vennero uccisi due agenti di polizia.

TERRORISMO: RITA ALGRANATI, LA 'MARZIA' DEL SEQUESTRO MORO
LA DONNA ERA LATITANTE DAL 1981
Nome di battaglia Marzia. Era conosciuta cosi' Rita Algranati nel corso della stagione piu' intensa e violenta delle Brigate rosse, quando lei era poco piu' che ventenne.
Rita Algranati e il marito Alessio Casimirri si erano resi "irreperibili" dal 1981 trovando rifugio a Managua, in Nicaragua, dove la donna e' rimasta fino agli inizi degli anni '90. Poi, hanno ricostruito gli investigatori della Digos e del Sisde, si e' trasferita insieme al suo attuale compagno Silvano Falessi in vari paesi mediorientali.
Algranati e' colpita da un ordine di esecuzione datato 2 dicembre '93 dalla procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma, e firmato dal sostituto procuratore generale, Luigi Ciampoli, con una pena all'ergastolo ed isolamento diurno per un anno. Il provvedimento restrittivo, scaturito dalla sentenza passata in giudicato del processo penale cosiddetto Moro-ter, e' stato emesso per i reati di concorso in banda armata, concorso in associazione sovversiva, concorso in lesioni aggravate, furto aggravato, concorso in omicidio aggravato, concorso in ricettazione aggravata, concorso in pubblica istigazione e apologia.
Di un ruolo di Rita Algranati nell' agguato di via Fani si comincio' a parlare apertamente dal 1984. In quell'anno Adriana Faranda comincio' a parlare, assistita dal suo avvocato Tommaso Mancini, alla vigilia del processo Moro d' appello, ma preciso' che intendeva assolvere il compito di una chiarificazione "senza nominare militanti dell' organizzazione delle Br". Ma al nome della Algranati (e del marito Alessio Casimirri) si arriva abbastanza presto. Il ruolo della Algranati e' stato confermato anche da Valerio Morucci. Anche lui all' inizio non ne fa il nome, che ammettera' piu' tardi in un' intervista.
La Faranda ricostruira' poi: "Le unita' del commando erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con la via Trionfale per segnalare l' arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128. Casimirri e Loiacono erano di copertura sulla parte alta di via Fani, la Balzerani, invece, era di copertura nella parte bassa all'incrocio con via Stresa, Morucci, Gallinari, Bonisoli e Fiore stavano sul marciapiede di fronte al fioraio: loro erano il gruppo di fuoco. Poi c'era Seghetti in via Stresa, nella 132 che doveva servire a portare via l'ostaggio".
Senza nominarla, Mario Moretti, il leader delle Br nel periodo del rapimento Moro, in un libro-intervista pubblicato nel 1994, dice: "Occorre che un compagno mi segnali che il convoglio sta arrivando con qualche attimo di anticipo prima che svolti per via Fani. La ragazza, appunto. Deve fare solo questo, poi salire su una Vespa e andarsene. E' giovane, carina, non ha che da star ferma all' incrocio con un mazzo di fiori in mano. I poliziotti non sono degli sprovveduti, ma una donna con dei fiori in mano e' nel ruolo, non da' nell' occhio. Come un operaio che mangia un panino su un muretto, con le gambe penzoloni: ci puo' stare anche un' ora, non si meraviglia nessuno. Eravamo abili nell' osservare queste cose. La ragazza fa il segnale, esco al momento giusto e mi metto davanti alle due macchine di Moro".

TERRORISMO: RITA ALGRANATI, IL LEGAME CON ALESSIO CASIMIRRI
I DUE RIFUGIATI IN NICARAGUA FINCHE' E' DURATA LA LORO RELAZIONE
E' Valerio Morucci a fare intendere, (anche se da dissociato rifiuta di fare direttamente i nomi) che Rita Algranati potesse essere presente in via Fani il giorno del sequestro Moro. Morucci aveva aggiunto che la Algranati aveva solo il ruolo di segnalare l'arrivo di Moro e fare da staffetta ai killer.
Ai tempi del sequestro Moro, Casimirri e Algranati, anche se incensurati, erano regolari delle BR con i nomi di battaglia "Camillo" e "Marzia" e gestivano un'armeria nel quartiere Gianicolense, a poca distanza dalla tipografia dell' organizzazione, in via Pio Foa'. Entrambi erano considerati esperti tiratori e frequentatori dei campi di allenamento.
Condannata all'ergastolo dal Moro ter nell'88, anche la Algranati era in Nicaragua quando Casimirri era latitante in quel paese, dove faceva il ristoratore (aveva aperto il locale "Magica Roma"nel centro di Managua) e vi resta finche' dura il suo matrimonio (Casimirri poi si e' risposato con una nicaraguense dalla quale ha avuto due figli): successivamente sembra si fosse trasferita in Africa, forse in Algeria dove viveva in liberta'.
All' inizio del 1998, combinando l'attivita' di ristoratore e quella di sub, "Camillo" apri' anche un altro ristorante, la 'Cueva del Buzo' (La tana del sub), sulla costa. Il nome di Casimirri e' tornato sui giornali italiani perche' Raimondo Etro racconto' che Casimirri gli avrebbe riferito che ad uccidere il commissario Calabresi sarebbe stato Valerio Morucci.
La procura milanese voleva interrogarlo ma il Nicaragua ha respinto le richieste di rogatoria. Il governo italiano presento' una richiesta di estradizione di Casimirri nel 1992, durante il governo di Violeta Chamorro (1990-1996), la quale tento' invano di revocare la cittadinanza nicaraguense a Casimirri. L'ex brigatista ha visto, pero', riconosciuti i propri diritti di cittadino nicaraguense da un tribunale di Managua e la Corte suprema di giustizia del Nicaragua ratifico' la sua naturalizzazione e rigetto' la richiesta di estradizione. presentata dall'Italia.

TERRORISMO: MAURIZIO FALESSI, ERA LATITANTE DAL 1979
Maurizio Falessi, 50 anni, era latitante dal 1979.
Falessi nasce politicamente nel 1972 nel quartiere romano di Centocelle, alla periferia della citta'. Milita nel movimento della sinistra extraparlamentare Potere Operaio, fino allo scioglimento, avvenuto nel '73. L' anno successivo, sempre nello stesso quartiere, si costitui' il Collettivo Comunista Centocelle (Cococe) che eredito' anche i locali della vecchia formazione politica. Tra i principali promotori del Cococe vi furono anche personaggi di spicco finiti poi nelle Brigate Rosse come Bruno Seghetti, Antonio Savasta, Norma Adriani e Germano Maccari.
Maurizio Falessi si e' reso irreperibile subito dopo la scoperta del covo delle Unita' Comuniste Combattenti, a Pian di Vescovio, in provincia di Rieti, il 28 luglio del '79. Falessi e' colpito da un ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale della Repubblica il 9 ottobre 1989 e deve espiare una pena di 11 anni e due mesi per i reati di costituzione ed organizzazione di associazione sovversiva e banda armata denominata Ucc, tentato omicidio, concorso in detenzione e porto illegale di armi da sparo, concorso in furto aggravato, concorso in vari episodi di sequestro, e altro.

TERRORISMO: FALESSI, ESPONENTE UNITA' COMUNISTI COMBATTENTI
CONDANNATO IN VIA DEFINITA A 11 ANNI E DUE MESI
Maurizio Falessi, 50 anni il prossimo 11 settembre, e' stato condannato in via definita a 11 anni e due mesi per aver militato nelle Unita' Comunisti Combattenti, prima divisione della direzione strategica delle Br, attiva tra la fine degli anni '70 e i primi anni 80.
Falessi e' stato accusato di partecipazione ad associazione sovversiva e banda armata, rapina tentato omicidio, concorso in sequestro di persona, concorso in porto e detenzione di armi.
Il 23 novembre 1982 i giudici della corte di appello di Roma lo condannarono a 23 anni nel processo a 31 persone coinvolte nell' attivita delle Ucc. Al capo dell' organizzazione, Guglielmo Guglielmi, detto 'Comancho' vennero inflitti 30 anni.

TERRORISMO: ARRESTO BR; I 55 GIORNI DEL SEQUESTRO MORO
(ANSA) - ROMA, 14 GEN - L' arresto dei due Br Rita Algranati e Maurizio Falessi fa tornare in scena il sequestro e l' uccisione di Aldo Moro. Proprio la Algranati e' infatti sospettata di aver avuto il ruolo di vedetta nell' agguato di via Fani. Ecco una cronologia dei fatti principali dei 55 giorni del rapimento Moro:
- 16 marzo: poco dopo le 9 un commando delle Brigate Rosse entra in azione a via Fani, a Roma. In pochi minuti, dopo aver bloccato con un tamponamento le auto del presidente Dc Aldo Moro, le Br uccidono i 5 uomini di scorta e portano via Moro su una Fiat 132 blu. Poco dopo rivendicano l'azione con una telefonata all' Ansa. Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero generale. In serata il governo Andreotti, il primo con il voto favorevole del Pci, ottiene la fiducia alla Camera e al Senato.
- 18 marzo: Arriva il 'Comunicato n.1' delle Br, che contiene la foto di Moro e annuncia l'inizio del 'processo'.
- 19 marzo: Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro.
- 20 marzo: al processo di Torino, il 'nucleo storico' delle Br rivendica la responsabilita' politica del rapimento.
- 21 marzo: Il governo approva il decreto antiterrorismo.
- 25 marzo: Le Br fanno trovare il 'Comunicato n.2'.
- 29 marzo: Arriva il "comunicato n. 3" con la lettera al ministro dell'Interno Cossiga in cui Moro dice di trovarsi "sotto un dominio pieno e incontrollato dei terroristi" e accenna alla possibilita' di uno scambio. Moro non voleva renderla pubblica, ma i brigatisti scrivono di averla resa nota perche' "nulla deve essere nascosto al popolo". Recapitate anche altre lettere indirizzate alla moglie e a Nicola Rana.
- 4 aprile: Arriva il 'Comunicato n. 4', con una lettera al segretario della Dc Benigno Zaccagnini.
- 7 aprile: Il "Giorno" pubblica una lettera di Eleonora Moro al marito. La famiglia tiene un linea del tutto autonoma rispetto alla "fermezza" del governo.
- 10 aprile: Le Br recapitano il 'comunicato n.5' e una lettera di Moro a Taviani, che contiene forti critiche.
- 15 aprile: Il 'Comunicato n.6' annuncia la fine del 'processo popolare' e la condanna a morte di Aldo Moro.
- 17 aprile: Appello del segretario dell'Onu Waldheim.
- - 18 aprile: Grazie ad un' infiltrazione d' acqua, polizia e carabinieri scoprono il covo di via Gradoli 96. I brigatisti (Moretti e Balzerani) sono pero' assenti. A Roma viene trovato un sedicente 'comunicato n.7' in cui si annuncia l' avvenuta esecuzione di Moro e l' abbandono del corpo nel Lago della Duchessa. Il comunicato, falso in modo evidente, e' ritenuto autentico e per giorni il corpo di Moro sara' cercato, con un grande schieramento di forze, in un lago di montagna, tra le province di Rieti e L'Aquila, ghiacciato da mesi.
- - 20 aprile: Le Br fanno trovare il vero 'Comunicato n.7', a cui e' allegata una foto di Moro con un giornale del 19 aprile.
- - 21 aprile: La direzione Psi e' favorevole alla trattativa.
- 22 aprile: Messaggio di Paolo VI agli "Uomini delle Brigate rosse" perche' liberino Moro "senza condizioni".
- 24 aprile: Il 'Comunicato n.8' delle Br chiede in cambio di Moro la liberazione di 13 Br detenuti, tra cui Renato Curcio.
Zaccagnini riceve un' altra lettera di Moro, che chiede funerali senza uomini di Stato e politici.
- 29 aprile: E' il giorno delle lettere. Messaggi di Moro sono recapitati a Leone, Fanfani, Ingrao, Craxi, Pennacchini, Dell' Andro, Piccoli, Andreotti, Misasi e Tullio Ancora.
- 30 aprile: Moretti telefona a casa Moro e dice che solo un intervento di Zaccagnini, "immediato e chiarificatore" puo' salvare la vita del presidente Dc.
- 2 maggio: Craxi indica i nomi di due terroristi ai quali si potrebbe concedere la grazia per motivi di salute.
- 5 maggio: Andreotti ripete il 'no alle trattative'. Il 'Comunicato n. 9' annuncia:"Concludiamo la battaglia cominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza". Lettera di Moro alla moglie:"Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione".
- 9 maggio: Verso le 13,30, in via Caetani (vicino alle sedi di Dc e Pci), dopo una telefonata di Morucci avvenuta poco prima delle 13, la polizia trova il cadavere di Moro nel portabagagli di una Renault 4 rossa. Era in corso la direzione Dc, dove sembra che Fanfani stesse per fare un discorso aperto alla trattativa. Moro sarebbe stato ucciso la mattina presto nel garage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti come "prigione del popolo".

TERRORISMO: ARRESTO BR; MORO, 25 ANNI DI COLPI DI SCENA
La storia del caso Moro, tornata in scena con l' arresto dei due Br Rita Algranati e Maurizio Falessi, e' fatta anche di una lunga serie di scoperte e rivelazioni (alcune vere o probabili, altre meno) avvenute dopo la tragica conclusione della vicenda. Ecco alcune delle principali:
- 19 mag 1978: a Roma, in via Foa', scoperta una tipografia, di Enrico Triaca, usata dalle Br durante il sequestro. Alcune apparecchiature erano appartenute ai servizi segreti.
- 1 ott 1978: irruzione dei carabinieri di Dalla Chiesa nel covo di via Monte Nevoso, a Milano. Arrestati 9 terroristi, tra cui Azzolini e Bonisoli. Trovato il memoriale Moro.
- 27 ott 1978: resa pubblica la telefonata di un br alla moglie di Moro, attribuita prima a Toni Negri e poi a Moretti.
- febbraio 1979: 'L'Espresso' pubblica rivelazioni provenienti da Ernesto Viglione, giornalista di Radio Montecarlo. Secondo un sedicente brigatista, le Br e il caso Moro sarebbero state molto diversi dalla versione ufficiale. Poi il caso sembra sgonfiarsi in un tentativo di truffa, ma in appello Viglione e' assolto.
- 17 mar 1979: Raffaele Fiore e' arrestato a Torino.
- 20 mar 1979: ucciso a Roma Mino Pecorelli. Su Op aveva fatto diversi 'scoop' e rivelazioni sul caso Moro e ne aveva promessi altri.
- marzo 1979: 'Metropoli', rivista dell' Autonomia, pubblica un fumetto che ricostruisce il rapimento e il processo. Un anno dopo, ad aprile, 'Metropoli' tornera' sulla vicenda con l' ambiguo "Oroscopone" della maga Ester, che allude ad un russo nel ruolo del 'grande vecchio'.
- 30 mag 1979: arrestati a Roma Valerio Morucci e Adriana Faranda, usciti dalle Br dopo il caso Moro. Erano a casa della figlia di Giorgio Conforto, il cui nome comparira' nel 'dossier Mitrokhin'. Nel 1984 raccontano la loro versione dei fatti in un memoriale.
- 24 set 1979: ferito alla testa e arrestato a Roma Gallinari, a lungo ritenuto l' esecutore materiale dell' uccisione di Moro.
- 2 feb 1980: resa nota l' esistenza dei piani Victor, in caso di rilascio di Moro vivo e Mike, in caso di sua morte. Scalpore anche se ne aveva gia' parlato un libro nel 1979.
- marzo 1980: Patrizio Peci comincia a parlare. A febbraio 1982, lo fa anche Savasta.
- 19 mag 1980: arrestato Bruno Seghetti.
- 27 mag 1980: arrestata Anna Laura Braghetti.
- 4 apr 1981: arrestato a Milano Mario Moretti.
- 10 giu 1981: la commissione 32703mMoro si occupa della seduta spiritica del 2 aprile 1978 a Bologna, presente anche Romano Prodi, durante la quale e' emerso il nome 'Gradoli'.
- 1 feb 1982: il ministro dell' Interno Rognoni annuncia la scoperta della prigione del popolo, un appartamento della Braghetti, in via Montalcini.
- 3 set 1982: ucciso a Palermo il gen. Dalla Chiesa.
- 24 mar 1984: rapina alla Brink's. Gli autori, tra cui Toni Chichiarelli, lasciano materiale collegato con il caso Moro.
- 28 set 1984: ucciso a Roma Toni Chichiarelli.
- gennaio 1985: individuati in Rita Algranati e Alessio Casimirri due dei tre latitanti coinvolti, di cui Morucci non ha fatto i nomi. Il terzo sara' ritenuto Alvaro Loiacono.
- 19 giu 1985: ad Ostia, e' arrestata Barbara Balzerani.
- 8 giu 1988: in Svizzera e' arrestato Alvaro Loiacono, diventato cittadino elvetico grazie alla madre.
- 9 ott 1990: Nei lavori di ristrutturazione in via Monte Nevoso, da un'intercapedine escono documenti non trovati nel 1978 e una versione piu' ampia del memoriale. Polemica tra Craxi e Andreotti sulle 'manine' e le 'manone'.
- 9 giu 1991: Cossiga parla di un' operazione dei Comsubin, finora sconosciuta.
- 13 ott 1993: arrestato Germano Maccari, accusato di essere il quarto carceriere di Moro. Lo stesso giorno esce la notizia che un pentito ha detto che Antonio Nirta, killer della 'ndrangheta, sarebbe stato presente in via Fani.
- 25 ott 1993: resa nota un' intervista rilasciata in estate in cui Mario Moretti si assume la responsabilita' di aver ucciso Moro.
- 8 giu 1994: arrestato Raimondo Etro, che avrebbe svolto un ruolo di armiere.
- 29 mag 1999: trapela la notizia che il pianista russo Igor Markevitch sarebbe l' 'anfitrione' fiorentino delle Br.
- febbraio 2000: la Commissione stragi acquisisce dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio, con nomi diversi da quelli conosciuti, al ritrovamento delle carte di via Monte Nevoso del 1990.
- 2 giu 2000: arrestato in Corsica Alvaro Loiacono. La Francia pero' neghera' l' estradizione.
- 25 ago 2001: Maccari muore d'infarto nel carcere di Rebibbia.
- 5 set 2001: Lanfranco Pace dice che e' stato Maccari ad uccidere Moro mentre Moretti era in preda a una crisi di panico e Gallinari piangeva. Ma la presunta rivelazione, fatta poco dopo la morte di Maccari, ha tutta l' aria di voler alleggerire la posizione di Moretti, addossando ad un morto la responsabilita' dell' uccisione di Moro.

TERRORISMO: DOVE SONO I BR DEL CASO MORO
Dopo l' arresto di Rita Algranati, il suo ex marito Alessio Casimirri, che si e' risposato in Nicaragua, resta l' unico del commando di via Fani che non sia mai stato catturato. Ecco la situazione dei terroristi protagonisti del caso Moro:
* MAI ARRESTATI IN ITALIA.
ALESSIO CASIMIRRI non e' mai stato arrestato e attualmente vive in Nicaragua, dove gestisce un ristorante. RITA ALGRANATI, ex moglie di Casimirri, finora era stata latitante all' estero e viveva in Algeria. ALVARO LOIACONO ha scontato nove anni in Svizzera, paese di cui ha ottenuto la cittadinanza e che non ha mai concesso l' estradizione, prima di ottenere la liberta'. Arrestato di nuovo in Corsica, a giugno 2001, dalla polizia francese, Loiacono e' stato poi rimesso in liberta' dopo che la Francia ha negato all' Italia l' estradizione.
* I QUATTRO DI VIA MONTALCINI.
GERMANO MACCARI, il "quarto uomo", e' morto il 26 agosto 2001 nel carcere di Rebibbia, dove era entrato a novembre del 2000, dopo che la Cassazione aveva reso definitiva la sua condanna a 23 anni. MARIO MORETTI, mente dell' operazione e, sembra, killer di Moro, condannato a sei ergastoli, e' in regime di lavoro esterno nel carcere di Opera (Milano). Ha lavorato a Lombardia Informatica. ANNA LAURA BRAGHETTI, ha ottenuto la liberta' condizionale e lavora all'Arci di Roma. PROSPERO GALLINARI e' fuori dal carcere a causa delle sue condizioni di salute (ha tre by-pass). Vive a Reggio Emilia.
* GLI ALTRI MEMBRI DEL COMMANDO.
BRUNO SEGHETTI, condannato all' ergastolo, aveva avuto la semiliberta', che gli e' stata pero' revocata nell' ottobre del 2001, ed e' quindi tornato nel carcere di Rebibbia. FRANCO BONISOLI e' stato il primo, tra i br legati al caso Moro, ad ottenere il permesso di lavorare fuori dal carcere. Ora e' libero e dirige una societa' di consulenza nel settore ecologico. Pochi giorni fa ha rivolto un appello alle nuove leve dell' eversione, invitandoli a lasciare il terrorismo e a dedicarsi al volontariato. BARBARA BALZERANI e' in regime di lavoro all' esterno dal carcere di Rebibbia, dove sconta una condanna all' ergastolo, e lavora in una cooperativa che si occupa di informatica. RAFFAELE FIORE, all' ergastolo al carcere di Opera, e' ammesso anche lui al lavoro esterno e lavora a progetti di reinserimento socio-lavorativo. VALERIO MORUCCI e' in liberta', fa il consulente informatico e scrive libri e racconti. ROCCO MICALETTO di giorno lavora al servizio librario di una comunita' genovese e la sera rientra nel carcere di Marassi.
* GLI ALTRI.
ADRIANA FARANDA, che non ha fatto parte del commando di via Fani, ma ha svolto, nei 55 giorni del sequestro, un ruolo di supporto logistico, e' in liberta' e fa la fotografa. RAIMONDO ETRO, l' armiere che sembra essere stato escluso all' ultimo momento dall' agguato di via Fani e ha una condanna a 20 anni e mezzo, e' agli arresti domiciliari. LAURO AZZOLINI, che non ha partecipato direttamente al sequestro Moro, ma faceva parte della direzione strategica che si riuniva per gestire il rapimento, e' libero e si occupa della raccolta differenziata di materiale informatico.

TERRORISMO: MORO; CASIMIRRI, L' UNICO ANCORA LATITANTE
L'EX MARITO DI RITA ALGRANATI VIVE ORA IN NICARAGUA
Dopo l' arresto della ex moglie, Rita Algranati, Alessio Casimirri, 50 anni, e' l'unico componente del commando Br che rapi' Moro in via Fani che non e' mai stato arrestato ed e' sempre rimasto latitante e vive in Nicaragua. La Algranati, che in via Fani svolse solo un ruolo di vedetta sarebbe stata segnalata tempo fa in Algeria da un rapporto dell' Ucigos.
Per la partecipazione al rapimento Moro e ad altri attentati terroristici, Casimirri e' stato condannato a sei ergastoli nel processo Moro-ter.
Figlio di un funzionario della sala stampa della Citta' del Vaticano, prima di entrare in latitanza, Casimirri ha militato in Potere Operaio e poi nel servizio d' ordine del gruppo di "Autonomia operaia" di via dei Volsci. Con la Algranati gestiva un' armeria vicino piazza San Giovanni di Dio, a cui sembro' alludere Patrizio Peci quando accenno' alla prima prigione di Moro. Con il nome di battaglia di 'Camillo', Casimirri ha poi svolto un ruolo importante nella colonna romana delle Brigate rosse.
Alessio Casimirri vive attualmente in Nicaragua, dove si e' rifugiato nel 1983, dopo un periodo trascorso in Libia e a Cuba. Diplomato dell' Isef ed esperto sommozzatore, si e' dedicato per alcuni anni alla pesca e alle ricerche subacquee (sembra abbia fatto anche l'istruttore degli incursori dell' esercito sandinista) e ha poi aperto il ristorante italiano "Magica Roma" nel centro di Managua. Nel 1988, Casimirri ha ottenuto la cittadinanza nicaraguense grazie all' aiuto di personalita' sandiniste e al matrimonio con una ragazza del luogo, Raquel Garcia, contratto nel 1986 sotto il falso nome di Guido Di Giambattista e senza aver divorziato dalla Algranati.
La cittadinanza gli e' poi stata revocata nel 1993, perche' ottenuta con una frode. Per questo motivo, "Camillo" e' dovuto tornare alla latitanza per un certo periodo.
Nel 1993 si e' parlato di Casimirri come del confidente che aveva reso possibile l' arresto di Germano Maccari. La Digos e la famiglia del latitante hanno smentito pero' la cosa ed il fratello Tommaso ha raccontato che i servizi segreti italiani avevano contatto Alessio ed avevano cercato di convincerlo, anche con minacce e ricatti, a collaborare. Il governo italiano ha sollecitato ripetutamente, ma senza successo, l'estradizione di Casimirri.
All' inizio del 1998, combinando l'attivita' di ristoratore e quella di sub, 'Camillo', che dalla moglie nicaraguense ha avuto due figli, apre un altro ristorante, la 'Cueva del Buzo' (La tana del sub), sulla costa, in cui serve il pesce che cattura nelle acque del Pacifico e che, pare, cucini benissimo. Sempre nel '98 il suo nome torna sui giornali italiani quando Raimondo Etro racconta che Casimirri gli avrebbe riferito che ad uccidere il commissario Calabresi sarebbe stato Valerio Morucci. La procura milanese vuole interrogarlo ma il Nicaragua respinge le richieste di rogatoria. Poi "L' Unita"' scrive che, secondo una ipotesi del giudice Antonio Marini, Casimirri, prima del sequestro Moro, fu "agganciato" dall' allora capitano Francesco Delfino e "passato" al Sismi del quale sarebbe da allora in poi stato utilizzato.

TERRORISMO: AVV. DE GORI, INDAGARE SU 'AIUTI' AD ALGRANATI
Pino De Gori, avvocato della Dc nei cinque processi Moro chiede che si vada fino in fondo nelle eventuali "coperture ed aiuti" che hanno permesso a Rita Algranati, il cui ruolo nella vicenda Moro e' emerso da molto tempo, di vagare indisturbata tra molti paesi in tutto il mondo.
De Gori ricorda di aver "ricevuto due querele per aver sulla base di notizie assolutamente certe, avanzato delle ipotesi sugli aiuti dati da un partito della sinistra e da un ben preciso esponente ad Alessio Casimirri e a sua moglie, Rita Algranati, nel fuggire dall'Italia. Credo che sia giunto il momento, finalmente, di non avere tabu' o reticenze di alcun tipo. Si deve scandagliare fino in fondo chi, come, con quali mezzi e grazie a quali aiuti ha permesso una cosi' lunga e inspiegabile latitanza che per il marito, Alessio Casimirri, si protrae tuttora. Ma si sa che Alessio Casimirri ha scritto a suo tempo una sorta di memoriale. Una assicurazione sulla vita e sulla sua permanenza all'estero".

TERRORISMO:FAMILIARI VITTIME,PERCHE' QUALCUNO LI HA COPERTI?
L'ASSOCIAZIONE SODDISFATTA PER GLI ARRESTI,MEGLIO TARDI CHE MAI
"Meglio tardi che mai". E' quasi un sospiro di sollievo quello espresso dal presidente dell' associazione nazionale vittime del terrorismo, Maurizio Puddu, alla notizia dell'arresto di Rita Algranati e Maurizio Falessi.
"Siamo soddisfatti - afferma Puddu - per l'operazione condotta dalle forze dell'ordine italiane e ci congratuliamo con il ministro Pisanu ma al tempo stesso ci chiediamo: perche' qualcuno ha coperto fino ad oggi la latitanza di terroristi del calibro della Algranati nonostante i tanti processi che hanno portato alla sua condanna?".
Il presidente dell'associazione nazionale vittime del terrorismo si augura che alla luce degli arresti "sia giunto il momento per ristabilire l'esatta verita' sul caso Moro e si possa dare risposta ai familiari che attendono giustizia e verita'".

TERRORISMO:SCHETTINI,MIO ZIO UCCISO SOTTO OCCHI DELLE FIGLIE
NIPOTE CONSIGLIERE DC,TERRORISMO FINCHE' BR SONO PROTETTI
Era il 29 marzo del '79 quando l' avvocato e consigliere provinciale Dc Italo Schettini "fu ucciso a bruciapelo con un colpo al collo e uno alla fronte quasi sotto gli occhi delle figlie che aspettavano in automobile il padre per essere accompagnate a scuola". A 25 anni dall' omicidio da parte del commando brigatista, di cui, secondo l' accusa faceva parte anche Rita Algranati, il nipote Claudio Schettini non dimentica la crudelta' di quell'esecuzione.
La notizia dell'arresto al Cairo della compagna Marzia e del suo compagno Falessi coglie di sorpresa il famigliare dell' avvocato, che venne ucciso all'uscita dal suo studio in via Ticino 6. "Era ora - afferma Schettini - che queste persone finissero in carcere. Il fatto e' che finche' c'e' gente e governi, come la Francia, che proteggono i brigatisti ed impediscono l'estradizione, ci sara' sempre il terrorismo".
Quel mattino, ricorda il nipote, Schettini era passato dall' ufficio prima di accompagnare le figlie a scuola. "Mentre lui era nello studio - racconta Claudio Schettini - i terroristi immobilizzarono l'autista e all'uscita lo freddarono con due colpi". Poco tempo prima dell'omicidio, continua il familiare del consigliere Dc, Italo Schettini aveva deciso di non avere piu' la scorta. "Era rimasto sconvolto - dice il nipote - dopo l'uccisione del giudice Calvosa, ammazzato insieme alla scorta. 'Se mi vogliono uccidere, e' inutile che ammazzino anche gente innocente' ci aveva detto annunciandoci la decisione di non avere piu' agenti di scorta".
Trasferitosi sin da giovane da Castrovillari (Cosenza), Schettini si era costruito un piccolo impero come imprenditore edile proprio in quel quartiere, Centocelle, dove era attivo il Cococe, il comitato comunista Centocelle, nel quale militavano Maurizio Falessi, Germano Maccari e Antonio Savasta.
"Mio zio - ricorda Claudio Schettini - aveva fatto la sua fortuna comprando e affittando appartamenti a Centocelle. Gli montarono una campagna stampa contro definendolo 'Jack lo sfrattatore' perche', in un' epoca in cui lo slogan era 'la proprieta' e' un diritto', lui riusciva a mandare via con una certa velocita' chi non pagava l'affitto. Si era creato un piccolo impero proprio per la sua grandissima capacita' imprenditoriale ... Non sapeva purtroppo che le Br venivano tutte da Centocelle".

15 gennaio 2004 - ARRESTO ALGRANATI E FALESSI: DAI GIORNALI
"Il Manifesto"
Aveva vent'anni, in via Fani con i fiori
Algranati era la "staffetta" dei br che uccisero la scorta del presidente Dc. Falessi, ex di Potop, era latitante dal `79
Ergastolo per Moro La donna arrestata al Cairo era sposata con Casimirri, oggi ristoratore a Managua. E' l'ultimo latitante del commando del 16 marzo `78
A. MAN.
In via Fani, la mattina del 16 marzo del `78, Rita Algranati aveva vent'anni. Alla strage della scorta e al rapimento di Aldo Moro partecipò come staffetta, con i fiori in mano. Doveva salire su una vespa e andarsene per indicare ai suoi compagni il passaggio delle auto del presidente della Dc. "E' giovane, carina, non ha che da star ferma all'incrocio con un mazzo di fiori in mano - raccontò Mario Moretti nel libro intervista di Rossana Rossanda e Carla Mosca, Brigate rosse-Una storia italiana (1994) - I poliziotti non sono degli sprovveduti, ma una donna con dei fiori in mano è nel ruolo, non dà nell'occhio. Come un operaio che mangia un panino su un muretto, con le gambe penzoloni. (...) La ragazza fa il segnale, esco al momento giusto e mi metto davanti alle due macchine di Moro". Moretti non fece il nome di Algranati, nemmeno in quell'unica testimonianza. Ma quando uscì il libro di Rossanda, Algranati era latitante da un pezzo e sulle spalle aveva già l'ergastolo: fu condannata nell'88 al processo Moro ter, la sentenza è definitiva dal '93. Come gli altri militanti della colonna romana delle Br era ricercata anche per altri sanguinosi episodi, come gli omicidi gli omicidi del giudice Riccardo Palma (1978) e l'assalto alla sede della Dc in piazza Nicosia a Roma (1979, due poliziotti uccisi). Il ruolo di Algranati come decima componente del commando di via Fani, che i brigatisti si ostinavano a chiudere a nove, era venuto fuori nell'84 quando Adiana Faranda, dissociata, cominciò a parlare.
Algranati dovrà scontarlo adesso, quell'ergastolo. Ora che via Fani è lontanissima. Ora che è lontanissimo anche il legame con Alessio Casimirri, il suo ex marito, e la fuga dei due. Tanti anni in Nicaragua. Algranati è scappata ventiquattro anni fa, da latitante all'estero ha trascorso più di metà della sua vita. E ora sconterà l'ergastolo mentre i suoi compagni di un tempo sono ormai liberi (se pentiti o dissociati) o almeno hanno avuto accesso al lavoro esterno e alla semilibertà. Perfino Moretti, che a 31 anni interrogava Aldo Moro nella "prigione del popolo" di via Montalcini.
"All'inizio del 1980 - raccontano i militanti della vecchia colonna romana - Algranati e Casimirri ci dissero di voler lasciare l'organizzazione e il paese". Erano già latitanti, avevano lasciato il negozio di articoli sportivi che gestivano nel quartiere di Monteverde: soprattutto articoli da pesca perché Alessio è un grande sub e anche in Nicaragua ha vissuto di pesca e cucina. Con Algranati si sono lasciati da tempo, la donna arrestata al Cairo ha detto di aver trascorso molti anni in Algeria. Casimirri invece è rimasto in Nicaragua, ha avuto qualche guaio quando i sandinisti hanno perso il potere ma poi è tornato a fare una vita tranquilla, da cittadino nicaraguense. A questo punto è l'ultimo br latitante tra quelli di via Fani. E ogni tanto alla sua famiglia - il padre era un funzionario vaticano - tocca rispondere a chi fa di Alessio un collaboratore dei servizi segreti, smentite per quel che conta anche dalla polizia. Ora i dietrologi potrebbero esercitarsi su Algranati, chiamandola a rispondere dei presunti misteri del rapimento Moro. Uno è quello della misteriosa Honda rossa in via Fani sulla quale potevano esserci altri due br mai identificati.
Maurizio Falessi, l'altro latitante storico arrestato al Cairo da Sisde e antiterrorismo, non ha mai fatto parte delle Brigate rosse. Venne condannato per appartenenza alle Unità comuniste combattenti, una formazione armata attiva nella seconda metà degli anni settanta, nota tra l'altro per il sequestro di un macellaio romano. Non hanno mai rivendicato omicidi ma solo ferimenti e irruzioni armate in uffici pubblici e privati. Molti di loro confluirono in Prima linea. E Falessi &eg