Almanacco dei misteri d' Italia

 
Terrorismo ed estremismo di sinistra (vecchio e nuovo)
giugno 2004
1 giugno 2004 - "CHE COSA SONO LE BR" DI FASANELLA E FRANCESCHINI
"Dagospia"
CHE COSA SONO LE BR/5 - DOPO LA MORTE DI FELTRINELLI, UN INSOSPETTABILE EX DIRIGENTE DC NE PRESE IL POSTO COME CONSIGLIORI E RESPONSABILE DEI RAPPORTI INTERNAZIONALI DELLE BRIGATE ROSSE. IL SUO NOME È CORRADO CORGHI...
Dopo la morte di Feltrinelli, un insospettabile ex dirigente della Dc e dell'Azione cattolica (nonché tra i fondatori della Gladio bianca, subito dopo la guerra) ne prese il posto come consigliori e responsabile dei rapporti internazionali delle Brigate rosse. Il suo nome è Corrado Corghi, oggi ha 80 anni e vive a Reggio Emilia. E' un'altra delle rivelazioni di Alberto Franceschini nell'intervista concessa a Giovanni Fasanella (Che cosa sono le Br, Bur-Rizzoli).
Ecco, tratti dal libro, alcuni brani su Corghi.
(...)
Ma che personaggio era Corghi, che cosa rappresentava per voi?
Tra i fondatori dell'Azione cattolica, nei primi anni Sessanta era stato il segretario regionale della Dc. Poi aveva rotto con il suo partito ed era uno degli animatori dei cattolici del dissenso. Era stato amico personale di Che Guevara, Fidel Castro e Carlos Marighella. Si immagini quindi che cosa poteva significare, per noi che ci nutrivamo di quei miti, frequentare uno come Corghi. Era molto ben introdotto in Vaticano, di cui era addirittura l'ambasciatore itinerante in Sud America. E criticava il Pci da sinistra.
Da sinistra?
Si, diceva che non era un partito rivoluzionario, perché non voleva un cambiamento radicale della società. Ci spiegava che, nella cultura europea di sinistra, "giustizialismo" era una brutta parola, mentre tra i guerriglieri latino-americani il giustizialismo costituiva un valore positivo, perché tutte le azioni dei guerriglieri erano atti di giustizia.
Vuole spiegare meglio qual era la natura dei rapporti tra il gruppo dell'"appartamento" e Corghi?
Sul piano culturale, per noi rappresentava un indispensabile punto di riferimento. Quando succedeva qualcosa e volevamo capire, andavamo a casa sua. Discutevamo e gli chiedevamo consigli. Persona disponibilissima.
Sapeva che cosa stavate progettando?
Credo proprio di si. Era assolutamente chiaro che, per noi, L'America latina era una sorta di laboratorio da cui prendere cose da importare in Europa.
E in quale misura le sue lezioni e i suoi consigli influenzarono le vostre scelte?
Il suo contributo fu importante: spostò i nostri riferimenti verso la rivoluzione latino-americana. Da buon cattolico, diceva che la lotta armata non poteva essere una cosa troppo politica o ideologica. Doveva legarsi ai problemi della gente e doveva essere concepita come una serie di atti di giustizia: il recupero in chiave europea del giustizialismo, questo era il tema sul quale lui insisteva. La lotta armata, insomma, avrebbe avuto un senso se fosse servita a raggiungere obiettivi immediati e concreti, "leggibili" dalla gente come atti di giustizia.
Nel dna delle Brigate rosse ci sono dunque anche dei geni di una certa cultura cattolica?
Sicuramente. Nel nucleo originario delle Br c'è una componente comunista, ma anche una cattolica. Corghi ci fece intravedere un punto di debolezza della tradizione comunista: l'eccesso di ideologismo. La sinistra marxista punta sulla politica e sulla propaganda, ci spiegava, mentre la rivoluzione dev'essere qualcosa che cambia le condizioni della gente nel presente. Ci ha aperto una serie di finestre: noi eravamo molto irretiti dall'ideologia e dalla politica, lui ci aiutò a spostare l'attenzione sul sociale.
(...)
Durante il caso Moro quel ruolo (intermediario nella trattativa con le Br, ndr) venne svolto con ogni probabilità dal direttore d'orchestra di origine russa Igor Markevic. La sua biografia e i suoi mille legami internazionali gli permettevano di aprire un po' tutte le porte, a Occidente e a Oriente, e di apparire affidabile persino agli occhi dei brigatisti. Il vostro intermediario (durante il sequestro Sossi, ndr) chi era?
Corrado Corghi, quell'intellettuale raffinato, amico personale di Fidel Castro e di Che Guevara, con relazioni in tutto il continente latino-americano e molto ben introdotto in Vaticano, di cui abbiamo già parlato. Dopo la morte di Feltrinelli, in qualche modo era rimasto l'unico nostro punto di riferimento per le relazioni internazionali. Tra l'altro, aveva anche acquisito una certa esperienza sul campo: sempre per conto del Vaticano, aveva trattato la liberazione di Regis Debray, quando lo scrittore francese venne arrestato in Bolivia. Di Corrado, allora, noi sapevamo già tutto questo, compresa la sua storia di ex dirigente democristiano e dell'Azione cattolica. L'aspetto della sua biografia che invece non conoscevamo ancora era il suo rapporto con la Gladio bianca: ne era stato uno dei fondatori in Emilia, con Ermanno Gorrieri. Questo l'ho saputo soltanto dopo la caduta del Muro di Berlino.

1 giugno 2004 - LETTERA A DAGOSPIA SU LIBRO DI MAGOSSO E ARLATI
"Dagospia"
Caro Dago, il libro di Magosso e Arlati, "Le carte di Moro, perché Tobagi", è un vero scoop. La ricostruzione delle indagini sul covo di via Monte Nevoso è meglio di un thriller. La documentazione delle omissioni compiute nel caso Tobagi, letteralmente mandato a morire, amara e da meditare. Ma perché il pm Spataro non si decide a parlare di Caterina Rosenzweig?
Tino Oldani

3 giugno 2004 - POLEMICA SPATARO-GALLI
ANSA:
TERRORISMO: BR; SPATARO SMONTA IL NUOVO LIBRO DI GALLI
LO STORICO, PARLA DI UN LIBRO CHE NON HO MAI SCRITTO
La storia della Brigate Rosse continua a dividere. E tanto.
La riprova a Milano, con la presentazione del libro di Giorgio Galli, 'Piombo Rosso' (Baldini e Castoldi, 479 pag. 16,80 euro), sottoposto a un fuoco di fila di critiche da Armando Spataro, capo del pool antiterrorismo milanese, tra i magistrati piu' esperti nella lotta all'eversione. Galli ha spiegato la "filosofia" dell'opera che racconta la nascita del movimento armato fino agli ultimi mesi del 2003, con la cattura di Nadia Desdemona Lioce: le Br nascono "dalle condizioni italiane e dalla storia della sinistra italiana"; avevano migliaia di combattenti e 10-15 mila fiancheggiatori; erano un "fenomeno sociale rilevante". Altrimenti non si spiega il ruolo avuto dai servizi segreti: un "problema" per la democrazia rappresentativa, che dovrebbe essere una "casa di vetro", mentre i servizi, per loro natura, "non possono agire come in una casa di vetro". Contraddizione di cui prendere atto, per evitare di sconfinare nella dietrologia.
Spataro apprezza la fatica ma del libro e del metodo non salva quasi nulla. Il magistrato, che segui' l'inchiesta sull'omicidio del giornalista Walter Tobagi, attacca sin dalla premessa: "Mi sento addolorato che sua figlia possa oggi pensare che la morte del padre sia avvolta dal mistero, da chissa' quali strategie e contrattazioni". La morte di Tobagi, afferma, e con la sua quella di altre vittime, "e' connessa solo e soltanto a quello che rappresentavano per la democrazia in questo Paese". E Spataro non manca di sottolineare come la prefazione di un'altra pubblicazione sulla morte di Tobagi, a cui ha collaborato anche la figlia del giornalista, sia stata scritta appunto da Galli. Tornando a 'Piombo Rosso il magistrato non manca di sottolineare come "non una sola volta sia citato un atto giudiziario". "Non ho certo la pretesa che i giudici facciano la storia - commenta -, ma nel libro non e' citato un solo atto giudiziario e quando si affrontano fenomeni criminali gli atti giudiziari dovrebbero essere vagliati". Ci sono, invece dichiarazioni "estemporanee di una folla di sedicenti consulenti e avvocati" e di un ufficiale "incorso in vicende penali gravissime", con l'aggiunta di "troppe autocitazioni", mentre le parole degli stessi terroristi "sono abbandonate quando non in linea con il pensiero dell'autore".
Spataro e' impietoso anche con la Commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, che "sembra avere utilizzato la stessa tecnica" per sostenere "tesi strampalate". Tra queste quella per cui la prigione di Moro sarebbe stata nel Ghetto ebraico e non in via Montalcini, la sparizione dei documenti nel covo milanese di via Montenevoso e la sua scoperta, la figura del pianista Igor Markevitch "anello di congiunzione tra le Br e tutti i servizi segreti" perche' sposato con una contessa Caetani "e siccome la macchina con il cadavere di Moro e' stata lasciata in via Caetani...". "Possibile che tanti magistrati, come Caselli, Vigna, Calogero, Pomarici e il povero Galli non si siano mai accorti di essere stati degli utili idioti?", e' la domanda retorica di Spataro.
Galli non ci sta che "sia presentato un libro diverso da quello che ho scritto" e che la sua opera sia illustrata come "un'accozzaglia di elucubrazioni". Respinge con veemenza le accuse al mittente: "Molti episodi di cui lei ha parlato non ci sono nel libro e molti magistrati sono citati; e cito anche suoi colleghi che sono orientati ad avallare questa tesi, se avanzo dei dubbi, lo faccio perche' sono stati avanzati da piu' di un magistrato". ""Non ho mai scritto di complotti a proposito dell'omicidio di Walter Tobagi, forse la figlia ritiene che non siano state utilizzate informazioni che sono state date". E ribadisce: "Non possiamo pensare a queste vicende con la logica della democrazia come casa di vetro...".

3 giugno 2004 - ERRI DE LUCA: GRAZIA A SOFRI E BOMPRESSI PER SAPERE VERITA'
"Il Corriere della sera"
L'intervento di Erri De Luca
"Sofri e Bompressi liberi e si saprà la verità sull'omicidio Calabresi"
MILANO - "Intendevo semplicemente dire e ritengo di aver detto che la liberazione di Sofri e Bompressi è la condizione necessaria, magari non sufficiente ma certamente necessaria, per sapere finalmente tutta la verità sull'omicidio Calabresi". Così Erri De Luca, il giorno dopo. Ed è una spiegazione che lo scrittore argomenta volentieri dopo che martedì sera, intervenendo alla presentazione del libro di Aldo Cazzullo su Il caso Sofri , aveva espresso un concetto che da molti presenti era stato sintetizzato così: "Prima liberate Sofri e Bompressi, poi diremo la verità". Naturale che la prima domanda rivoltagli all'indomani sia stata: diremo chi? "Beh - sorride lui - la sintesi è stata forse un po' eccessiva... Io non lo so, evidentenmente, chi conosce la verità. Ma so che per raggiungere la verità su una storia bisogna che tutti i suoi personaggi stiano sullo stesso piano, alla pari: e quindi liberi. Liberi anche di parlare, a quel punto, senza il bisogno di difendersi o difendere qualcuno". Vuol dire che gli stessi Sofri o Bompressi, secondo De Luca, una volta liberi potrebbero raccontare qualcosa che in tutti questi anni hanno taciuto? "Loro e altri, perché no. La loro libertà è la premessa perché si apra finalmente un dibattito senza reticenze". Ma non c'è stato, il dibattito, anche prima che Sofri andasse in carcere? "Certo, ma sempre un dibattito squilibrato. La reticenza è un diritto, quando ci si deve difendere in un processo. E l'unica verità che è stata raggiunta, finora, è appunto quella giudiziaria: sufficiente per lo Stato, ma approssimata per difetto rispetto alla realtà". Per questo, conclude De Luca, la parola che potrebbe dire Ciampi è decisiva: "Perché la concessione della grazia, e quindi la liberazione di Sofri e Bompressi, sarebbe non soltanto un atto di conciliazione, la sottoscrizione di una tregua civile, ma un modo per far sì che sul caso Calabresi cessino finalmente di parlare esclusivamente le sentenze. Attraverso la grazia, Ciampi può gettare finalmente una premessa nuova in direzione della verità".
P. F.

"Dagospia"
CLAMOROSO. E' passata sotto silenzio, rinchiusa in un boxino a pagina 18 del Corriere della Sera di ieri, ma probabilmente era la notizia che meritava le prime pagine di tutti i giornali. Erri De Luca, nel corso della presentazione del libro di Aldo Cazzullo su Adriano Sofri, ha affermato: "Liberate Sofri e Bompressi, poi vi diremo la verità". Ma quelli di Lotta Continua sono definitivamente impazziti? Erri De Luca e i suoi amici dicessero la verità che conoscono sull'omicidio Calabresi, tutta e subito.

3 giugno 2004 - LETTERA SU LIBRO MAGOSSO E ARLATI
"Dagospia"
Caro Dago, nel libro di Magosso e Arlati sul covo Br di via Monte Nevoso a Milano e sull'uccisione di Tobagi, c'è una cosa che non mi convince (ce ne sono diverse, ma soprattutto questa): è splendida la descrizione del lungo appostamento per spiare tutte le mosse degli abitanti del covo, ma come mai ci si accorge della golosa Mantovani con il vassoietto di paste, vengono quasi radiografate ai raggi X le buste della spesa dei terroristi, ma nessuno si accorge minimamente dell'arrivo del voluminoso malloppo delle carte riguardanti il sequestro Moro?
Nembokid

4 giugno 2004 - SOFRI SU DICHIARAZIONI ERRI DE LUCA
ANSA:
SOFRI: SE AVESSI ORDINATO OMICIDIO AVREI COINVOLTO LC
AL FOGLIO, ERRI DE LUCA NON HA TITOLO PER DISSEQUESTRARMI
"Io non ebbi e non ho niente da temere dallþaccusa sull'omicidio di Calabresi: non l'ho ordinato ne' autorizzato. Se l' avessi ordinato o autorizzato, io e solo io, vi avrei coinvolto la responsabilita' di Lotta Continua". Ad affermarlo, domani sulla rubrica 'Piccola Posta' del quotidiano Il Foglio e' Adriano Sofri, riferendosi alle polemiche suscitate dalla frase attribuita allo scrittore Erri De Luca, anche lui come Sofri ex dirigente di Lc, secondo la quale per avere la "verita' umana" sull' assassinio del commissario Luigi Calabresi occorre che siano "restituiti" i corpi di Sofri e di Ovidio Bompressi, entrambi condannati con Giorgio Pietrostefani a 22 anni per l' omicidio del commissario.
Nell' anticipazione resa nota dai curatori del bollettino quotidiano della campagna del "digiuno contro l' oblio" a favore di Sofri e Bompressi l' ex leader di Lotta continua aggiunge: "Quando in fondo a un trafiletto del Corriere della sera di mercoledi' ho letto che Erri De Luca aveva detto 'Prima liberate Sofri e Bompressi, poi vi diremo la verita', benche' il mio pessimismo sia ormai metodico, non ho creduto ai miei occhi".
"Quella intimazione - spiega Sofri - puo' esser pronunciata da un sequestratore, o da un dissequestratore, e in ambedue i casi si sarebbe trattato di un' usurpazione. De Luca non mi tiene sotto sequestro, ne' ha alcun titolo per dissequestrarmi".
"Quanto a quel 'diremo' - dice poi Sofri riferendosi alla frase di De Luca - salvo che sia un banale plurale vanitatis, e' altrettanto arbitrario. Bisogna usare la prima persona singolare. Cosi' per quel 'liberate': si dica io e non noi, si dica tu e tu e tu, e non voi. Erri ama anche, sia pure per un passato che fu, quello si', largamente collettivo, la parola generazione, di cui io diffido. Quando, anni fa, arrivo' a proclamare che 'chiunque di noi avrebbe potuto uccidere Calabresi', mi premurai di obiettare a quella retorica, che era falsa e invadente. Giovedi' ho trovato delle precisazioni di Erri sul Corriere e sul Riformista. Al Riformista (che intitolava 'Dateci Sofri, avrete la verita' su Calabresi') avrebbe detto: 'Per avere la verità umana, non giudiziaria, condizione necessaria e' essere su un piano di parita'. Attenzione, condizione necessaria, non sufficiente... La verita' umana, non quella giudiziaria... Lo sapremo quando saranno liberi, se ne avranno voglia, si capisce'. Sempre secondo il Riformista, la frase originaria di Erri alla presentazione sarebbe stata: 'Vi diremo la verità quando ci restituirete i corpi di Sofri e Bompressi', che - prosegue Sofri - non so se alluda alla natura corporale della reclusione o a un nostro stato postumo. Al Corriere di giovedi' Erri, fra virgolette, avrebbe risposto: 'Intendevo semplicemente dire e ritengo di aver detto che la liberazione di Sofri e Bompressi e' la condizione necessaria, magari non sufficiente ma certamente necessaria per sapere finalmente tutta la verita' sull'omicidio Calabresi... Io non lo so, evidentemente, chi conosce la verità. Ma so che per raggiungere la verità su una storia bisogna che tutti i suoi personaggi stiano sullo stesso piano, alla pari: e quindi liberi. Liberi anche di parlare, a quel punto, senza bisogno di difendersi o difendere qualcuno...'. Titolo del Corriere: 'Sofri e Bompressi liberi e si saprà la verità sull'omicidio Calabresi"".
Quindi ribadisce di non avere ordinato o autorizzato l' assassinio di Calabresi: "Sono stato accusato, condannato, e messo in galera innocente, e dieci ergastoli non scalfirebbero questa verita'. Essa e' del resto la spiegazione dell' irreparabilita' del torto che subisco. Ci sono persone che si autorizzano un piacere o una rassegnazione alla mia galera evocando campagne di stampa o slogan o verita' che io comunque custodirei: io sono in galera perche' sentenze pregiudiziali o proterve o suicide, prevalendo su sentenze opposte, hanno affermato che diedi un mandato di omicidio nel corso di un colloquio che non avvenne mai, e di cui nessun lettore degli atti puo' credere che sia avvenuto, per nessuna ragione, se non per odio, invidia, noia, o altri umanissimi moventi".

4 giugno 2004 - RAPINE BR, CHIESTE MISURE CAUTELARI PER MEZZASALMA E BLEFARI
ANSA:
TERRORISMO: RAPINE BR, CHIESTE MISURE MEZZASALMA E BLEFARI
La procura della Repubblica di Firenze ha chiesto al gip due misure cautelari nei confronti di Marco Mezzasalma e Diana Blefari per le due rapine di autofinanziamento attribuite alle Brigate Rosse alle poste di Firenze.
I due, entrambi romani, gia' in carcere per l'inchiesta della procura di Roma sulle nuove Br, figuravano gia' fra gli indagati per le due rapine alle poste di Firenze, una fallita il 5 dicembre 2002 all'ufficio di via Tozzetti, una riuscita il 6 febbraio 2003, per le quali il 17 maggio scorso i magistrati fiorentini hanno chiuso le indagini.
Otto in totale gli indagati per l'inchiesta sui due colpi alle poste: oltre a Marco Mezzasalma e Diana Blefari, Nadia Desdemona Lioce, Cinzia Banelli, Roberto Morandi, Simone Boccaccini, Bruno Di Giovannangelo e Maurizio Viscido.

5 giugno 2004 - "LE RAGIONI DELL'ALTRO" DI SILVI E CALVI
"Le Monde diplomatique" edizione italiana
Memoria
Le ragioni dell'altro/ Les raisons de l'autre.
Roberto Silvi e Cecilia Calvi. * Edizioni Colibrì, collana Recto/Verso Letteratura Anamorfica, Paderno Dugnano (Milano) 2004, 13 euro
Alessandro Mantovani
Un cinquantenne malato di sclerosi multipla, costretto sulla sedia a rotelle, si ritrova a confronto con il giovane che ritiene responsabile della sua malattia. I due sono la stessa persona a distanza di più di vent'anni. "Stefano il vecchio" è un ex militante di un gruppo armato che si incaglia sull'ultimo capitolo di un libro autobiografico; Stefano il giovane è ancora nel pieno di quell'esperienza. Nasce tra loro un dialogo drammatico e un po' surreale che ripercorre e analizza la vicenda di una piccola formazione armata della fine degli anni settanta, dalle rapine di autofinanziamento fino all'agguato al direttore di un carcere in cui il protagonista non avrebbe dovuto sparare per uccidere e invece lo fa. Per tutta la vita, nell'esilio e nella malattia che lo riduce in carrozzina, cercherà di comprendere le ragioni di quel gesto. "Quando tutto è finito, quando ho visto che non ce l'avremmo mai fatta. mi è crollato il mondo addosso. È lì che è iniziato il cambiamento e la malattia mi ha cominciato a rodere, subdolamente, da dentro". Inutile cercare di spiegarlo all'"altro" Stefano: "La verità è che tu, di noi, non ti ricordi più un cazzo".
Con loro sulla scena c'è Alessandra, la ragazza che stava con il "giovane" e che il "vecchio" rimpiangerà. Doveva essere un romanzo ma è diventata una pièce teatrale, già rappresentata nel 2003 a Roma e a Parigi e oggi dedicata a Cesare Battisti, al centro della mobilitazione dei rifugiati italiani in Francia perché alle prese con una nuova richiesta di estradizione. Roberto Silvi, uno dei due autori, è stato condannato per banda armata nel secondo processo ai Proletari armati per il comunismo (Pac), il gruppo di Battisti. È un libro autobiografico ma solo a metà: "A differenza di "Stefano il vecchio" - scrive infatti Silvi nella postfazione - non ho, per mia fortuna, mai ucciso nessuno", ma, aggiunge, "so che avrei potuto farlo, anche solo per caso o per obbedire a una auto-imposta disciplina di gruppo. Per questo mi sento corresponsabile di quelle scelte". Il ricorso al linguaggio teatrale - il testo è in italiano e in francese - si deve invece a Cecilia Calvi, regista, estranea alle vicende della lotta armata ma non ai movimenti degli anni settanta. Firmano le introduzioni Erri De Luca, Paola De Luca, Prospero Gallinari, Roberto Mander e Oreste Scalzone.

5 giugno 2004 - SARACENI RESTA IN CARCERE MA NON PER D'ANTONA
ANSA:
TERRORISMO: SARACENI RESTA IN CARCERE MA NON PER D'ANTONA
RIESAME CONFERMA BANDA ARMATA MA ANNULLA ACCUSE PER D'ANTONA
Federica Saraceni, arrestata nei mesi scorsi nell'ambito dell'inchiesta romana sulle Br, resta in carcere: lo ha stabilito il tribunale del riesame di Roma che ha pero' annullato la parte dell'ordinanza emessa dalla procura di Roma relativa all'omicidio di Massimo D'Antona.
Con la decisione del tribunale del riesame vengono sostanzialmente confermate solo le accuse di banda armata.

TERRORISMO: SARACENI; AVVOCATO COPPI, DECISIONE SCONTATA
"Siamo soddisfatti. Mi sembra una decisione scontata perche' c' era gia' stata nelle scorse settimane una sentenza della Cassazione che annullava senza rinvio il primo provvedimento di custodia per Federica Saraceni in merito all' omicidio di Massimo D'Antona". A dirlo e' l'avvocato Franco Coppi, uno dei difensori di Federica Saraceni, arrestata su disposizione della procura di Roma nell' ambito delle indagini sulle Brigate rosse.
"Per la Suprema corte - ha continuato l' avvocato Coppi - gli elementi di prova erano neutri rispetto all' omicidio di D'Antona e non avevano alcuna valenza probatoria. Nonostante cio' la procura ha ritenuto di dover reiterare l' ordinanza di custodia cautelare per Federica Saraceni, ma e' stato solo un tentativo, poiche' il provvedimento era gia' stato annullato dalla Cassazione".
L' altro difensore di Federica Saraceni, l'avvocato Francesco Misiani, amico del padre della presunta brigatista, Luigi Saraceni, dopo aver appreso che la posizione della sua difesa si e' particolarmente alleggerita, ha sottolineato: "Sono felicissimo, era giusto che fosse cosi"".
Federica Saraceni resta comunque in carcere poiche' la prima ordinanza di custodia cautelare riguardava la contestazione di banda armata, un provvedimento che rimane tuttora in piedi.

7 giugno 2004 - CHIESTO ERGASTOLO PER LIOCE A PROCESSO PER SPARATORIA TRENO
ANSA:
TERRORISMO: BR; CHIESTO ERGASTOLO PER NADIA LIOCE
AL PROCESSO PER LA SPARATORIA SUL TRENO ROMA-FIRENZE
La pena dell' ergastolo e' stata chiesta per Nadia Lioce dai pm Giuseppe Nicolosi e Luigi Bocciolini a conclusione della loro requisitoria al processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del marzo 2003 in cui rimasero uccisi l' agente di polizia Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi.
La richiesta e' stata fatta alle 11:40 dal pm Nicolosi, secondo il quale la pena sollecitata "e' assolutamente adeguata ai fatti" di quella mattina.
Secondo i due pm l' imputata deve rispondere in pieno di tutti i reati che le sono stati contestati, in particolare il concorso nell' omicidio del sovrintendente Petri e del tentato omicidio nei confronti degli altri due poliziotti della Polfer che, quella mattina, erano impegnati sul treno in un controllo di routine.
Il dibattimento, secondo i pm, avrebbe infatti dimostrato che la reazione dei due brigatisti rispondeva ad un "preciso schema, ampiamente pianificato in precedenza". Sia Galesi che la Lioce, infatti, al momento del controllo non avrebbero mostrato nessuna incertezza. "Non erano agitati - ha spiegato il pm Bocciolini - si muovevano con calma, segno che era una situazione che avevano previsto e che rientrava nella prassi programmata" dall' organizzazione delle Br. Previsione, ha poi spiegato il pm Nicolosi, che emerge chiaramente dai documenti scritti dalla Lioce allegati agli atti del processo.
Nicolosi si e' riferito in particolare a un memoriale consegnato il 5 marzo 2003 - tre giorni dopo l' arresto - al gip di Roma Maria Teresa Covatta che aveva emesso nei suoi confronti un' ordinanza cautelare nell' ambito dell' inchiesta sull' uccisione di D' Antona e a una lettera inviata da Sollicciano l' 11 maggio 2003 a un Centro di documentazione di Cuneo.
Nel primo, l' imputata spiegava che "le forze rivoluzionarie evitano lo scontro con il nemico" se esso non ha lo scopo centrale della strategia brigatista, cioe' "l' attacco al cuore dello stato" e "al progetto di rimodellazione economico-sociale e istituzionale di cui Marco Biagi era uno dei massimi artefici". Ma - ha rilevato Nicolosi - il documento aggiungeva che "questo orientamento non puo' evidentemente significare il venir meno al dovere rivoluzionario di sottrarre le forze alla cattura e all' annientamento da parte del nemico". Sottrarsi alla cattura, precisava la Lioce nella lettera ai compagni di Cuneo, per i militanti delle Br "e' un compito per evitare l' indebolimento dell' organizzazione e del proletariato".
Lei e Galesi non avevano insomma "l' intenzione politica di annientare le unita' armate dello Stato con cui si e' venuti in contatto, anche se nell' andamento delle cose l' eventualita' oggettiva era presente".
Dunque secondo Nicolosi la reazione al controllo degli agenti della Polfer era stata "un' azione assolutamente messa in conto, preordinata, prevista", a cui entrambi i brigatisti avevano partecipato "all' unisono". Galesi puntando la sua 7,65 al collo di Petri e poi uccidendolo e la Lioce afferrando la pistola d' ordinanza che Giovanni Di Fronzo, un altro degli agenti aveva gettato sotto un sedile, e cercando invano di sparare sia contro di lui che contro il sovrintendente Bruno Fortunato, che, ferito da Galesi, aveva risposto al fuoco ammazzandolo.
Prima di chiedere l' ergastolo per l' imputata, Nicolosi si era soffermato un attimo sulla personalita' della brigatista. "Avremmo voluto cogliere qualche barlume di umanita' nel suo comportamento, ma abbiamno registrato solo silenzio e disinteresse assoluto. Un cinismo e un distacco assoluto dalla realta'. Ma nonostante questo spero che questa sorta di delirio in cui e' caduta non corrisponda in tutto al suo sentire".
Per le parti civili, l' avvocato Valter Biscotti - che assiste la vedova, il figlio e altri due familiari di Petri - ha rilevato che "grazie al sacrificio del sovrintendente le nuove Brigate rosse hanno, di fatto, cessato di esistere". Il legale ha chiesto un milione di euro di risarcimento per ciascuno dei suoi assistiti. "Chiediamo quattro milioni di euro - ha spiegato -, perche' la legge ci impone di chiedere un risarcimento: ma, sia chiaro, la famiglia Petri e' ricca di orgoglio e di fierezza e dalle mani dell' imputata non vuole un soldo".
Per Fortunato l' avvocato Antonio Bonacci ha chiesto un risarcimento di 400.000 euro, mentre per il Ministero dell' interno e la presidenza del Consiglio dei ministri gli avvocati Pastrizia Pigna e Piercarlo Pirollo hanno chiesto rispettivamente un risarcimento di 1.731.000 e 1.000.000 di euro.
Il processo riprendera' mercoledi' mattina con l' arringa dell' avvocato Attilio Baccioli, difensore dell' imputata. La sentenza potrebbe essere pronunciata nello stesso pomeriggio di mercoledi'.

TERRORISMO: ERGASTOLO LIOCE; VEDOVA PETRI, PENA GIUSTISSIMA
"Una pena giustissima perche' i fatti sono quelli che sono". Cosi' la signora Alma Petri, vedova del sovrintendente della polizia ferroviaria ucciso nello scontro a fuoco sul treno Roma-Firenze, ha commentato la richiesta di una condanna all' ergastolo avanzata dai pm Luigi Bocciolini e Giuseppe Nicolosi.
"Le loro idee sono queste - ha aggiunto la signora Petri, che ha seguito tutte le udienze del dibattimento -, a loro ammazzare un poliziotto e ferirne un altro non interessa niente. Loro hanno un obiettivo folle e se nel percorso trovano ostacoli gli abbattono".
Riferendosi poi alla assoluta mancanza di reazione da parte della Lioce, che ha seguito la requisitoria del pm dalla consueta gabbia dell' aula bunker dell' ex carcere di Santa Verdiana, la vedova Petri ha detto: "Non hanno nemmeno uno sguardo, ma solo idee folli che portano morte".

7 giugno 2004 - MORO E TOBAGI: MAGOSSO REPLICA A NEMBOKID
"Dagospia"
Caro Dagospia, ho letto il rilievo che mi viene fatto da un lettore a firma Nembo Kid. Si domanda come mai i carabinieri che fotografavano tutto, non riuscirono a fotografare l'ingresso, nel covo di via Monte Nevoso, del malloppo con le carte di Moro. Rispondo volentieri: la realtà è che le carte di Moro erano già in via Monte Nevoso ben prima che i carabinieri del capitano Roberto Arlati individuassero il covo delle Br.
È proprio questo il punto: le Br lo organizzarono nei primi mesi del '78. Vi portarono le carte di Moro già nel giugno '78. In duplice copia. Una copia la nascosero dietro un pannello di cartongesso (venne ritrovata nel 1990 e scatenò infinite polemiche). L'altra venne messa a disposizione per lo studio e la analisi che cominciò a fare Nadia Mantovani quando arrivò in via Monte Nevoso. Cioè dopo l'allontanamento dal soggiorno obbligato a Sustinente.
Attenzione alle date: sparì a luglio. Molto prima che gli uomini di Arlati cominciassero a tenere sotto controllo il covo. Vi si infilò e rimase tappata all'interno per quasi due mesi. Le fu fatale, per l'individuazione, la sua golosità. Cioè le paste acquistate una domenica mattina di fine settembre. Tutto qui. Anzi, c'è dell'altro: le carte che stava analizzando erano quasi 500. Le carte protocollate nei processi Moro erano quasi 200 di meno. Quelle mancanti le aveva alleggerite il capitano Umberto Bonaventura. Ma nemmeno lui poteva sapere che non era riuscito a pieno nel suo lavoro. Qualcuno, all'interno delle Br, aveva già pensato di fare una prima scrematura...
Renzo Magosso

7 giugno 2004 - INIZIATIVA COMUNISTA; CHIESTE 7 CONDANNE E UNA ASSOLUZIONE
ANSA:
TERRORISMO: IC; PROCURA CHIEDE 7 CONDANNE E UNA ASSOLUZIONE
Sette condanne a pene varianti a due anni e sei mesi a due anni di reclusione ed una assoluzione sono stati sollecitati oggi al gip Maria Grazia Giammarinaro dal pm Giuseppe De Falco al processo, con il rito abbreviato, per otto militanti di Iniziativa Comunista, arrestati il 3 maggio 2001 per associazione sovversiva in quanto ritenuti in interlocuzione politica con le Brigate Rosse.
La pena maggiore e' stata chiesta per il leader del gruppo, Norberto Natali. Due anni di carcere sono stati sollecitati per Sabrina Natali, sorella di Norberto, Luca Ricaldone, Barbara Battista, Gennaro Franco, Rita Casillo e Raffaele Palermo. La richiesta di assoluzione ha invece riguardato Stefano De Francesco.
Gli imputati sono accusati di aver costituito, all' interno di Iniziativa Comunista, una cellula parallela e clandestina tendente alla lotta armata per sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali dello stato. Tra gli elementi di prova, per l' accusa, l' incontro tenuto da uno dei militanti di Ic, ed il latitante Nicola Bortone, ex br arrestato successivamente in Svizzera. Gli imputati hanno sempre respinto le accuse. Il gip emettera' la sentenza dopo aver sentito le arringhe dei difensori.

8 giugno 2004 - RAPINE BR, MISURE CUSTODIA CAUTELARE PER BLEFARI E MEZZASALMA
ANSA:
TERRORISMO: RAPINE BR, MISURE PER BLEFARI E MEZZASALMA
La Digos di Firenze ha notificato in carcere a Marco Mezzasalma (detenuto a Napoli) e Diana Blefari (in carcere a Roma) una ordinanza di custodia cautelare per le due rapine di autofinanziamento in altrettanti uffici postali fiorentini attribuite alle nuove Brigate Rosse. Le misure sono state emesse dal gip Antonio Crivelli su richiesta dei pm Luigi Bocciolini e Giuseppe Nicolosi, formulata sulla base di un rapporto della Digos.
La loro partecipazione alle due rapine - una fallita, il 5 dicembre 2002, all' ufficio postale di via Tozzetti, una riuscita, il 6 febbraio 2003 alle poste di Via Torcicoda, con un bottino di oltre 60.000 euro - sarebbe provata, secondo la Digos, da vari elementi emersi nel corso delle indagini, sia fra i materiali sequestrati a Nadia Lioce sia fra la documentazione sequestrata a Roma.
Appunti sulle frequenze delle radio della polizia, annotazioni su furgoni utilizzati in occasione delle rapine, numeri di targa delle vetture rubate per le azioni di "esproprio" e l' assenza dal lavoro del Mezzasalma sia nei giorni delle prove che in quelli dell' esecuzione (la Blefari aveva invece massima liberta' di movimento) farebbero presumere una loro partecipazione diretta alle due azioni.
Con Mezzasalma e Blefari, sono indagati per le due rapine Nadia Desdemona Lioce, Cinzia Banelli, Roberto Morandi, Simone Boccaccini, Bruno Di Giovannangelo e Maurizio Viscido.

8 giugno 2004 - UCCISIONE TOBAGI: EX CC, AVVISAI E MI DISSERO DI TACERE
ANSA:
TERRORISMO: TOBAGI; EX CC, AVVISAI E POI MI DISSERO DI TACERE
INTERVISTA AL SETTIMANALE 'GENTE'
Sei mesi prima dell'omicidio del giornalista Walter Tobagi indico' ai suoi superiori i nomi dei killer, ma "dopo l'omicidio mi dissero di stare zitto". Lo rivela sul numero del settimanale 'Gente' domani in edicola l'ex sottufficiale dell'Arma - nome in codice Ciondolo - che ebbe da un informatore i nomi di chi voleva uccidere Tobagi.
Ciondolo, ex brigadiere dell'Antiterrorismo, ha lasciato l'Italia e ora vive su un'isola, all'estero. A Gente denuncia:
"Il generale Giuseppe Richero mi ha convocato al Comando generale dell'Arma dei carabinieri e mi ha intimato, alla presenza dei capitani del Nucleo Antiterrorismo di Milano Alessandro Ruffino e Umberto Bonaventura: 'Quello che ci siamo detti in questa sede sul caso Tobagi deve rimanere segreto'. Ho chiesto e ottenuto di mettere a verbale cio' che avevo riferito al generale, che il quel momento era capo di Stato maggiore".
Sul settimanale parla anche il generale Niccolo' Bozzo, l'allora braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, per raccontare un retroscena che Gente definisce "inquietante": "Dissi chiaramente al generale Dalla Chiesa, all'inizio del 1980, che eravamo stati tagliati fuori, a Milano, dalle indagini sul terrorismo. Feci notare che, ormai, i capitani Ruffino e Bonaventura rispondevano praticamente solo ai colonnelli Mazzei e Panella, poi risultati iscritti alla Loggia P2. Dalla Chiesa commento': 'Ho le mani legate. Dalla mia parte ci sono i politici. Invece ho contro troppa gente dell'Arma. Bozzo, fai rapporto se lo ritieni opportuno'. Feci rapporto. Da quel momento la mia carriera e' stata bloccata. Sono stato punito e trasferito. Solo nel 1992 ho saputo chi era l'autore del rapporto contro di me: la firma era quella del generale Giuseppe Richero", lo stesso - viene sottolineato nell'anticipazione di Gente - che ordino' a Ciondolo di tacere sul caso Tobagi.

9 giugno 2004 - ERGASTOLO ALLA LIOCE PER SPARATORIA TRENO
ANSA:
TERRORISMO: BR; LA CORTE IN CAMERA DI CONSIGLIO
La Corte d' assise di Arezzo davanti a cui si e' concluso il processo per la sparatoria del 2 marzo 2003 sul treno Roma-Firenze si e' ritirata in Camera di consiglio per la sentenza. Il presidente, Luciana Cicerchia, ha spiegato alle parti che la sentenza non sara' pronta prima delle 17. Prima che la corte si ritirasse Nadia Lioce ha letto un lungo documento sulla vicenda e ha contestato i giudizi di inumanita', mancanza di senso della realta' che le aveva indirizzato nella requisitoria il pm Giuseppe Nicolosi.

TERRORISMO: BR; ERGASTOLO PER NADIA LIOCE
La Corte di Assise di Arezzo in trasferta a Firenze ha condannato Nadia Desdemona Lioce all'ergastolo per la sparatoria del 2 marzo 2003 sul treno Roma-Firenze in cui rimasero uccisi il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi.
La sentenza - letta poco prima delle 19.45, dopo quasi nove ore di camera di consiglio, ha accolto in pieno le richieste dei pm, riconoscendo l' imputata colpevole di concorso in omicidio del sovrintendente Emanuele Petri e di tentato omicidio nei confronti degli altri due soprintendenti della Polfer, Bruno Fortunato e Giovanni Di Fronzo.
La sentenza ha anche riconosciuto l' aggravante della finalita' di terrorismo come richiesta dalla procura. La pena per Nadia Lioce oltre all' ergastolo prevede la misura dell' isolamento diurno per 4 mesi. La corte d' assise ha poi condannato l' imputata al pagamento di provvisionali a favore delle parti civili: 160 mila euro per la vedova di Petri, che era presente in aula come in tutte le udienze e alla lettura della sentenza e' scoppiata in lacrime.
La Corte ha fissato delle provvisionali anche per il figlio, il fratello e la sorella di Petri (per un ammontare di 190 mila euro), una provvisionale di 50 mila euro in favore di Fortunato e 150 mila euro a favore del Ministero dell'Interno mentre e' stata respinta la domanda di provvisionale da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

TERRORISMO: BR; DIFESA, SENTENZA CI LASCIA INDIFFERENTI
"La sentenza ci lascia indifferenti". Questo il commento dell'avvocato Attilio Baccioli, difensore di Nadia Lioce. "I processi politici - ha aggiunto il legale - si concludono in questo modo. Dunque, nulla di imprevisto".
Alla lettura della sentenza era assente l'imputata che stamani aveva chiesto di poter restare nella sua cella a Sollicciano.

TERRORISMO: BR; ERGASTOLO LIOCE, SODDIFAZIONE PM
I pm Luigi Bocciolini e Giuseppe Nicolosi - a cui oggi per la sentenza si e' aggiunto anche il procuratore aggiunto Francesco Fleury - hanno accolto con soddisfazione la sentenza. "La corte - ha spiegato Nicolosi - ha accolto tutte le nostre richieste. E' importante soprattutto il riconoscimento dell'aggravante della finalita' di terrorismo, oltre alla condanna sia per l'omicidio che per i due tentati omicidi".

TERRORISMO: BR; VEDOVA PETRI, GIUSTIZIA E' FATTA
"Per loro l'episodio del 2 marzo e' stato piccolo e modesto, per me quella mattina la vita e' stata stravolta. Ma oggi giustizia e' fatta. E' una condanna giustissima anche se non mi restituisce mio marito". Questo il commento di Alma Petri, vedova del sovrintendente ucciso nella sparatoria del 2 marzo sul treno Roma-Firenze.
"Ringrazio i pm - ha aggiunto la signora Petri - tutte le parti civili, ma il mio grazie va soprattutto ai poveri ragazzi che ho conosciuto qui e che fanno nell'ombra, tutti i giorni, il loro lavoro".

TERRORISMO:LIOCE,IO ALL'INDICE E SCAJOLA ANCORA MINISTRO
"Sono stata quasi messa all' indice come una strega", "accusata nelle requisitoria del pm di mancanza di senso della realta' e di disprezzo della vita umana", ma Claudio Scajola, "che dovette dimettersi per le frasi che aveva detto e' stato reintegrato nel governo".Cosi' Nadia Lioce ha concluso le sue dichiarazioni spontanee prima che la corte d' assise si ritirasse in camera di consiglio.
"Qui in questa aula - ha proseguito l' imputata intervenendo a braccio dopo aver concluso la lettura di un lungo documento - ci sono legali che rappresentano il ministero dell' interno, di cui Scajola era stato il primo titolare in questa 14/a legislatura della repubblica, e la presidenza del consiglio dei ministri. Chiedo: a chi manca il senso della realta', chi sta facendo propaganda?".
Nadia Lioce ha preso la parola alle 10,20, dopo che il suo difensore, l' avvocato Attilio Baccioli, aveva concluso la sua arringa. Baccioli non e' entrato nel merito, limitandosi a un intervento di tipo politico. Secondo il legale l' imputata sarebbe "una militante comunista", una "prigioniera nella guerra" fra "masse sfruttate e minoranze capitaliste che ha attraversato il secolo".
Il diritto penale ordinario, secondo Baccioli, "non e' applicabile a chi conduce una lotta politica": dunque ci sarebbe un presunto "difetto di giurisdizione della corte" trattandosi, appunto, di "un fatto di guerra".
Considerazioni a cui il pm Giuseppe Nicolosi ha preferito non replicare, giudicandole, anzi, "irreplicabili".
Baccioli, in particolare, ha parlato della sparatoria sul treno come di un "piccolo, modesto episodio occorso incidentalmente", aggiungendo che alla base della reazione dei due brigatisti c' erano "il diritto e il dovere di due militanti rivoluzionari di non essere catturati".
Concetti che la Lioce ha poi ripreso negli appunti (tre fogli fitti scritti a mano) letti dalla gabbia numero 2. L' indirizzo tattico delle Br - ha affermato la donna - e' di evitare per quanto possibile lo scontro militare, ma di affrontarlo, "se necessario per assolvere al diritto di sfuggire alla cattura". Cosa che era accaduta nel caso del treno, con l' uccisione di Emanuele Petri e Mario Galesi definite "perdite fisiologiche da entrambe i lati".
Il documento - che si chiudeva con un "onore al compagno Galesi" e una rivendicazione di appartenenza alle Br - era centrato sulla cosiddetta "propaganda controrivoluzionaria" che avrebbe cercato di dipingere lei e Galesi come dei "sanguinari" e li avrebbero sottoposti a "un linciaggio anche sul piano umano": un "attacco politico alle Br-Pcc" che, "a livello mediatico, ha assunto toni furiosi".
Nel documento, un lungo passaggio e' dedicato all' "isolamento" che sarebbe stato costruito in occasione dei funerali del brigatista ucciso. "La salma era stata fatta uscire da un' uscita laterale" del cimitero di Trespiano, "tumulata in tutta fretta", per "inscenare il suo isolamento". Secondo la Lioce "mai e' stato fatto un uso cosi' spregiudicato di una salma, diventata un vero e proprio ostaggio".

TERRORISMO: LIOCE; SCAJOLA, LE HA GIA' RISPOSTO GIUDICE
"Alla Lioce ha gia' risposto un tribunale della repubblica, comminandole l'ergastolo". Cosi' il ministro per l'Attuazione del programma, Claudio Scajola, ha replicato incontrando i giornalisti prima di una manifestazione a Napoli, alle affermazioni della brigatista rossa, questa mattina in aula a Firenze.
"Se rispondessi alla Lioce sarebbe davvero troppo - ha aggiunto Scajola - ha gia' risposto il tribunale".

TERRORISMO: PRIMO PROCESSO NUOVE BR; ERGASTOLO A LIOCE
Ergastolo: il primo processo alle nuove Brigate rosse si e' concluso stasera a Firenze con la condanna a vita per Nadia Desdemona Lioce, "militante complessiva" delle Br-Pcc - come viene definita in vari documenti dell' organizzazione -, giudicata responsabile di omicidio e tentato omicidio per la sparatoria del 2 marzo 2003 sul treno Roma-Napoli in cui vennero uccisi il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi.
La sentenza, letta dal presidente della corte d' assise di Arezzo, Luciana Cicerchia, poco prima delle 19,45, dopo quasi nove ore di camera di consiglio, accoglie in pieno le richieste dei pm Luigi Bocciolini e Giuseppe Nicolosi, con cui stasera era in aula anche il procuratore aggiunto Francesco Fleury. La riconosce colpevole di omicidio (di Emanuele Petri) e di tentato omicidio (degli altri due sovrintendenti della Polfer, Bruno Forunato e Giovanni Di Fronzo) e le conferma l' aggravante della finalita' di terrorismo. La corte, a Firenze in trasferta per motivi di sicurezza dalla prima udienza (il processo era cominciato il 3 maggio), condanna Nadia Lioce anche al pagamento di forti provvisionali alle parti civili, fra cui 160.000 euro per Alma Broccolini, la vedova Petri, che alla lettura della sentenza e' scoppiata in lacrime. Provvisionali leggermente minori per le altri parti civili (il figlio, il fratello e la sorella di Petri e Bruno Fortunato) e 150 mila euro a favore del Ministero dell'Interno. Respinta invece la domanda di provvisionale da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
La vedova Petri, commenta la sentenza in lacrime: "Per loro l' episodio del 2 marzo e' stato 'piccolo e modesto', avete visto come stamani ne hanno parlato. Per me quella mattina la vita e' stata stravolta. Ma oggi giustizia e' fatta. E' una condanna giustissima anche se non mi restituisce mio marito". "Ringrazio i pm - ha aggiunto la signora Petri - tutte le parti civili, ma il mio grazie va soprattutto ai poveri ragazzi che ho conosciuto qui e che fanno nell' ombra, tutti i giorni, il loro lavoro".
Visibilmente soddisfatti i pm Bocciolini e Nicolosi e il procuratore aggiunto Fleury. "La corte - ha spiegato per tutti Nicolosi - ha accolto tutte le nostre richieste, ma e' importante soprattutto il riconoscimento dell'aggravante della finalita' di terrorismo".
"La sentenza ci lascia indifferenti". Questo invece il commento dell' avvocato Attilio Baccioli, difensore di Nadia Lioce. "I processi politici si concludono in questo modo. Dunque, nulla di imprevisto".
Alla lettura della sentenza l' imputata era assente. Stamani aveva chiesto infatti di poter restare nella sua cella a Sollicciano. Quello che doveva dire l' ha detto in mattinata, parlando a braccio dalla gabbia numero 2 per respingere le accuse di inumanita' e di scarso senso di realta' che ieri le avevano lanciato i pm.
"Sono stata quasi messa all' indice come una strega", "accusata nelle requisitoria del pm di mancanza di senso della realta' e di disprezzo della vita umana", - ha detto - ma Claudio Scajola, "che dovette dimettersi per le frasi che aveva detto e' stato reintegrato nel governo".' 'Qui in questa aula ci sono legali che rappresentano il ministero dell' interno, di cui Scajola era stato il primo titolare in questa 14/a legislatura della Repubblica. Chiedo: a chi manca il senso della realta', chi sta facendo propaganda?". Nadia Lioce aveva preso la parola alle 10,20, dopo che il suo difensore, l' avvocato Baccioli,aveva concluso la sua arringa. Baccioli non e' entrato nel merito, limitandosi a un intervento di tipo politico e sostenendo che la Lioce non era nient' altro che "una militante comunista", una "prigioniera nella guerra" fra "masse sfruttate e minoranze capitaliste che ha attraversato il secolo". Il diritto penale ordinario, secondo Baccioli, "non e' applicabile a chi conduce una lotta politica": dunque ci sarebbe un presunto "difetto di giurisdizione della corte" trattandosi, appunto, di "un fatto di guerra".
Baccioli, in particolare, ha parlato della sparatoria sul treno come di un "piccolo, modesto episodio occorso incidentalmente", aggiungendo che alla base della reazione dei due brigatisti c' erano "il diritto e il dovere di due militanti rivoluzionari di non essere catturati".
Concetti che la Lioce ha poi ripreso negli appunti (tre fogli fitti scritti a mano) letti dalla gabbia numero 2. L' indirizzo tattico delle Br - ha affermato la donna - e' di evitare per quanto possibile lo scontro militare, ma di affrontarlo, "se necessario per assolvere al diritto di sfuggire alla cattura". Cosa che era accaduta nel caso del treno, con l' uccisione di Emanuele Petri e Mario Galesi definite "perdite fisiologiche da entrambe i lati".

9 giugno 2004 - RAPINE BR, MEZZASALMA E BLEFARI: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
L´INCHIESTA
Per la rapina ordinanza di custodia a Mezzasalma e Blefari Melazzi
"I due br romani erano in via Torcicoda"
Secondo la procura parteciparono anche all´assalto in via Targioni Tozzetti
L´ingegner Marco Mezzasalma e Diana Blefari Melazzi, esponenti romani delle Brigate Rosse, parteciparono alla rapina di autofinanziamento all´ufficio postale di via Torcicoda a Firenze del 6 febbraio 2003, che fruttò all´organizzazione oltre 60 mila euro. A questa conclusione sono giunti la Digos di Firenze, i pm Giuseppe Nicolosi e Luigi Bocciolini e il gip Antonio Crivelli, che ha emesso un´ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei due militanti br per concorso in rapina aggravata con finalità di terrorismo. Ieri la Digos ha notificato l´ordinanza a Mezzasalma, che è stato individuato grazie alle indagini partite dopo l´arresto di Nadia Lioce (2 marzo 2003), è stato catturato il 4 ottobre 2003 ed è detenuto nel carcere di Napoli, e a Diana Blefari Melazzi, arrestata il 22 dicembre 2003 e detenuta a Roma. Secondo le accuse, i due hanno partecipato anche alla fallita rapina all´ufficio postale di via Targioni Tozzetti del 5 dicembre 2002, dove i terroristi fecero esplodere un pacco-bomba. Delle due rapine sono già accusati Nadia Lioce, Cinzia Banelli, Roberto Morandi, Simone Boccaccini, oltre al defunto Mario Galesi e ai due dipendenti delle poste di Pisa Bruno Di Giovannangelo e Maurizio Viscido, ritenuti le talpe dell´organizzazione all´interno delle Poste.
L´analisi dei 106 documenti estratti dal computer palmare sequestrato a Nadia Lioce ha permesso di stabilire che le Brigate Rosse preparavano ogni loro azione, anche le meno complesse come l´incendio all´agenzia di lavoro interinale di via Mariti, con precisione maniacale e con enorme dispendio di energie. Stando ai documenti Br, l´organizzazione disponeva di un gruppo operativo di 17 elementi. In via Torcicoda la "squadra operativa offensiva" era composta da quattro persone, due uomini e due donne, tutti armati, che entrarono nell´ufficio postale, con l´appoggio di tre staffette posizionate in punti strategici all´esterno dell´ufficio e di altri militanti che svolgevano funzioni di copertura esterna.
Le prove della partecipazione alle rapine dei due militanti romani in trasferta sono di vario genere. Mezzasalma era assente dal lavoro sia nei giorni dei due colpi che in quelli delle prove. Nella sua casa di Roma sono stati sequestrati appunti manoscritti sulle frequenze radio di tutte le forze dell´ordine di Firenze. E nel covo di via Montecuccoli, scoperto il 20 dicembre 2003 e nel quale l´ingegnere e Diana Blefari avevano depositato l´archivio Br, è stato trovato materiale elettrico ed elettronico compatibile con quello usato per fabbricare i pacchi bomba usati in via Targioni Tozzetti, una videocassetta con le riprese in notturna dell´ufficio postale di via Torcicoda, targhe di veicoli usati per la rapina. A Diana Blefari sono stati trovati appunti sui bus di Firenze e un biglietto Ataf. E alla sua falsa identità di Monica De Giovannis risulta intestato il contrassegno di un´Ape Piaggio usata dai brigatisti a Firenze.

10 giugno 2004 - VIA MONTE NEVOSO: REPLICA NEMBOKID A MAGOSSO
"Dagospia"
Caro Dago, non voglio annoiare con queste repliche, per cui valuta tu se pubblicare o meno. Volevo comunque dire a Magosso che la sua ricostruzione non sembra fare una grinza. La mia impressione (e non solo mia) era invece (e rimane) che l'obiettivo principale della lunga osservazione del covo di via Monte Nevoso non fossero i brigatisti, ma le carte di Moro e che l'intervento conclusivo sia avvenuto quando si è avuta la certezza che le carte erano arrivate. Nella tua versione resta comunque qualcosa che mi sembra non quadrare. Tu dici che i brigatisti avevano due copie delle carte. Una copia è finita dietro il famoso tramezzo scoperto nel 1990, l'altra è stata trovata nel 1978 e "scremata". In questo caso si sarebbe fatto molto rumore per nulla. Nella versione del 1990 c'è sì qualcosa di più imbarazzante, ma non in maniera da giustificare un simile intervento. Vogliamo cercare qualche traccia di qualcosa che forse c'era e poi non c'è più? Che cosa contenevano i faldoni acquisiti nel febbraio 2001 da due consulenti della commissione stragi, classificati "segretissimo" e intestati "A-4. Sequestro Moro - Covo di via Monte Nevoso - Rinvenimento del 9 ottobre 1990 - Carteggio" e "Sequestro Moro - Elenchi appartenenti organizzazione Gladio"?
Da dove spunta un documento, di cui parla nel 1993 il Corriere della sera, che sarebbe stato trovato in via Monte Nevoso e che conterrebbe nomi di ufficiali dei carabinieri (si parla di Varisco, Delfino e Cornacchia)? Che cos'erano gli elenchi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici dei quali ancora il Corriere della sera (il giorno prima dell' uccisione di Moro) scrisse che erano stati trovati in via Gradoli, tenendo presente che cinque dei sei nomi pubblicati erano anche negli elenchi della P2 (scoperti solo tre anni dopo e sconosciuti allora) ? E chissà se una copia era finita anche in via Monte Nevoso?
Tutte tracce che portano ad elenchi di Gladio, P2, apparati riservati, che erano ancora segreti e la pubblicazione dei quali avrebbe creato un vero terremoto. Altro che poche righe nel memoriale.
Nembokid

10 giugno 2004 - CONDANNA LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Riformista"
ERGASTOLO
La perdita fisiologica di Nadia Lioce
Per Nadia Desdemona Lioce, la morte di un uomo, poliziotto o brigatista che sia, è una "perdita fisiologica", quasi il frutto di un'incontinenza. Per il suo avvocato, l'uccisione di un poliziotto "è un'azione che rientra nel diritto di guerra fra masse sfruttate e minoranze capitaliste". L'imputata si meraviglia che l'abbiano additata "come una strega" per qualche omicidio, si sente vittima di una campagna "che a livello mediatico ha assunto toni furiosi". Non ha gradito l'offesa recata alla sua dignità umana di combattente rivoluzionaria: "Sono stata messa all'indice e accusata di inumanità, mentre il ministro Scajola, che era stato rimosso a causa di alcune parole che aveva pronunciato, mi risulta faccia ancora parte del governo".
La rivoluzionaria Lioce non è certo fatta dello stampo di cui furono fatti i suoi predecessori; ne è l'epigone stanca, già corrotta dalla deriva mediatica, dal gossip da palazzo, che si preoccupa della sua immagine pubblica, che assumerebbe uno spin doctor se solo potesse per contrastare le campagne di stampa a suo danno, che confonde l'omicidio di Marco Biagi con il tentato omicidio della sua memoria. La sua ideologia sta alla lotta di classe come Novella 2000 sta alla storia del romanzo popolare. Ma la Lioce è pur sempre la dimostrazione più evidente del perché la cosiddetta stagione non può essere chiusa, messa tra parentesi, come se appartenesse alla storia, anzi a un'altra storia. Il nichilismo terrorista risuona ancora nelle aule di giustizia italiane, e fa ancora botti nelle piazze d'Italia. Il serpente è oggi solo una biscia, che può essere schiacciata prima che morda ancora. Ma l'uovo che lo generò è ancora vivo e vegeto, e ansioso di nuovi parti.
Ecco perché la notizia della condanna all'ergastolo di Nadia Desdemona Lioce è una buona notizia.

TERRORISMO: BR; SILP, PAROLE LEGALE LIOCE DEGNE IRRIDUCIBILI
"Farneticanti esternazioni", parole "degne degli irriducibili delle Brigate Rosse". Cosi' il segretario toscano del sindacato di polizia Silp per la Cgil, Renato Scalia, ha definito le frasi pronunciate dall'avvocato Attilio Baccioli, difensore di Nadia Desdemona Lioce, nel corso della sua arringa ieri al processo alla brigatista per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003, conclusosi con la condanna all'ergastolo della militante delle Br-Pcc.
"Siamo costretti nostro malgrado - dice Scalia - ad ascoltare e leggere le ultime farneticanti esternazioni dell'avvocato Attilio Baccioli, difensore della criminale Nadia Desdemona Lioce condannata esemplarmente all'ergastolo. Ci chiediamo come sia possibile che un legale, iscritto all'ordine degli avvocati, possa esprimersi con frasi indicibili, degne degli irriducibili delle Brigate Rosse".

14 giugno 2004 - TRAVAGLIO SU ALDO BONOMI
"Dagospia"
Ci chiediamo spesso come funziona l'informazione in Italia. Eccone un esempio illuminante. Nel libro di Giovanni Fasanella "Che cosa sono le Br", fra i tanti personaggi che il fondatore delle bierre Alberto Franceschini tira in ballo, c'è anche il sociologo Aldo Bonomi, braccio destro di De Rita, editorialista del Corriere della Sera, nonchè candidato del Triciclo alle elezioni europee nell'Italia del Nord. Era un brigatista rosso, alle dirette dipendenze di Franceschini e nei ritagli di tempo lavorava per il Sid e il Mossad. Su questa storia, i giornali non scrivono neppure una riga. Se ne accorge Marco Travaglio e ne parla su Micromega: ma come, un personaggio del genere candidato nel Triciclo? Succede il finimondo, telefonate di protesta a Flores d'Arcais da parte di intellettuali di sinistra, Cacciari in prima fila... Di tutto sto' casino, abbiamo letto una riga sui giornali?

14 giugno 2004 - VIA MONTE NEVOSO: DAGOSPIA
"Dagospia"
caro Dagospia, mi sembra di aver gia' abusato della tua pazienza, ma volevo replicare a Magosso. Se pensi che sia meglio, puoi mandare a lui, privatamente, la mia risposta.
Forse mi sono spiegato male, ma intendevo un'altra cosa. A via Monte Nevoso, secondo il faldone che ho citato, sembra essere legato il ritrovamento di abbondante materiale informativo su Gladio, pero' non c'è traccia di questo nei verbali, come non c'e' traccia dell' elenco di carabinieri che ho pure citato. Come, e qui ci trasferiamo a Roma in via Gradoli, non c'e' traccia dell'elenco di personalita', contenente fotografie, nomi, cognomi e indirizzi, di militari, politici e dirigenti di enti pubblici e aziende.
Certo, potevano essere schedature di potenziali obiettivi di attentati, ma e' strano che 5 dei sei nomi usciti nel 1978 sui giornali fossero di persone che erano anche negli elenchi di Gelli, trovati nel 1981 nella sede della Gio.Le a Castiglion Fibocchi. Non si tratta quindi di frasi di Moro (e qui posso riconoscere che, in certi ambienti, l'esistenza della P2 fosse arcinota gia' nel 1978 e anche prima; anche se resta innegabile l' effetto-bomba avuto sull' opinione pubblica dalla pubblicazione delle liste, nel 1981).
Si tratta invece di veri e propri elenchi (almeno a quanto trapelo' dalle indiscrezioni) e i nomi usciti erano di un ex presidente della Rai, di un ex direttore generale della Rai e dirigente di aziende di telecomunicazione, di un importante dirigente regionale (allora) della Dc, di un famoso giornalista, del presidente di un'importante societa' di costruzioni e impianti parastatale.
Ed e' strano che i nomi escano su un giornale di proprieta' della P2 e diretto da un iscritto alla Loggia. Come e' strano che escano il giorno prima dell'uccisione di Moro e che poi sia proprio l'uccisione di Moro a mettere a tacere lo strascico di rivelazioni che stava filtrando da due giorni. E perche', se queste carte erano in mano alle Brigate rosse, non ne hanno mai parlato, ne' allora, ne' dopo? Tieni presente che anche Curcio e Franceschini furono arrestati quando stavano lavorando sugli elenchi trovati nella sede di Edgardo Sogno e che anche quegli elenchi sparirono. Ma forse tutto questo e' solo stupida dietrologia, come direbbe Vladimiro Satta.
Nembokid

15 giugno 2004 - VIA MONTE NEVOSO: DAGOSPIA
"Dagospia"
Ciao Dago, col tuo permesso vorrei inserirmi nel dibattito in corso sulle carte di Moro per portare il mio piccolo contributo di Jedi. Si perché stranamente la storia delle BR ha sempre subito delle accelerazioni ogni qualvolta i terroristi sono entrati in possesso di segreti o 'strani elenchi'. La prima volta è capitato al nucleo storico (Curcio-Franceschini): erano stati infiltrati e fotografati, poi, incredibilmente (e a stupirsene fu per primo quel Frate Girotto che si era infiltrato nel gruppo terroristico), invece di attendere ed arrestare TUTTI i brigatisti (frate Girotto avrebbe dovuto incontrarli uno per uno per addestrarli alle armi), si anticipò l'operazione, facendo scattare le manette ai polsi dei soli Curcio e Franceschni. Caso vuole (?) che l'arresto scattò proprio quando il duo Curcio-Franceschini stava per pubblicare un volumetto contenente l'intero oranigramma del "Golpe Bianco" organizzato da Edgardo Sogno. Passano quattro anni e nel covo di Via Gradoli 96, dopo l'irruzione dei pompieri e poi della polizia, vengono trovati altri elenchi in mano alle BR. Come ha giustamente scritto Nembokid, nell'elenco c'erano politici, diversi militari, industriali e alti funzionari, probabilmente parte di qualche loggia o struttura segreta, ma il Corriere della Sera può pubblicarne solo un accenno...perché il giorno successivo Moro viene fatto ritrovare cadavere. Moro aveva parlato di tutto quello che sapeva, segreti compresi, proprio come aveva fatto il giudice Sossi (rapito nel '74) quando - come Moro - si sentì 'abbandonato' dallo Stato, e le BR erano di nuovo venute in possesso di segreti scottanti e misteriosi elenchi. La differenza tra i due rapimenti? Sta nel fatto che quello di Moro venne gestito da un leader BR quanto meno 'anomalo' come Moretti, il quale invece di rendere pubbliche le "notizie bomba" che gli aveva rivelato Moro, non le usa per destabilizzare lo Stato ma le baratta per aver salva la vita e, magari, per ottenere una più breve permanenza in carcere. Chi, nel corso degli anni, è venuto in possesso di questi elenchi e segreti? Probabilmente Pecorelli (ucciso), Dalla Chiesa (ucciso) e forse anche il col. Varisco. Ucciso anche lui, naturalmente. Chi ha intercettato gli originali? Purtroppo andrebbe domandato al defunto Umberto Bonaventura, ma probabilmente sono gli stessi che hanno gestito 'veramente' l'operazione Moro.
Onekenoby

15 giugno 2004 - STORIA DELLE BR: MALCOM SU DAGOSPIA
Non c'è che dire! Il libro di Franceschini (con Fasanella a fare da "palo") rappresenta un mirabolico doppio salto mortale con avvitamento carpiato sulla strada della contraddizione.
Non è un caso la contemporanea uscita del nuovo tomo di Famigni su Mario Moretti. Praticamente l'avvallo scientifico-cronistico delle tesi di Franceschini.
E non è un caso che lo scorso anno questa pista fosse già stata coltivata dai fondatori del Club 3F (Fasanella, Flamigni, Franceschini): Fasanella con il fantasioso libro sulla direzione d'orchestra russa del sequestro Moro, Flamigni con la consulenza per la sceneggiatura del film "Piazza delle cinque lune" e Franceschini con una serie di dichiarazioni ed interviste che, a dire la verità, in pochi avevano ritenuto credibili.
Adesso sono tutti usciti allo scoperto.
Franceschini in un'abile ricostruzione dei fatti riesce a miscelare una serie impressionante di supposizioni che arriverebbero a dimostrare che:
- Corrado Simioni avrebbe agito per conto di una centrale internazionale che mirava a controllare ed egemonizzare la lotta armata in Italia. Anche senza dirlo apertamente è del tutto evidente che Simioni sia ritenuto una spia (americana? russa?)
- Simioni era arrivato a Franceschini assieme a Curcio (dall'esperienza di Trento) e i due si dividevano i compiti: Simioni l'organizzatore e personaggio meno pubblico, Curcio ideologo politico e PR.
-Moretti, che si avvicina alle nascenti br, se ne allontanerà assieme allo stesso Simioni per ritornare dopo un paio di anni. Se Simioni viene presentato come possibile spia, Moretti viene dato per certa spia.
Flamigni, invece, è tutto concentrato sulla demolizione di due aspetti:
- Nessuno dei fondatori del movimento rivoluzionario (ed in particolar modo Moretti e Curcio) si può ritenere di estrazione di sinistra ma addirittura troverebbero le loro radici nella destra più spietatamente anticomunista. Quindi le br non farebbero parte del cosiddetto "album di famiglia" del PCI.
- Moretti sarebbe senza ombra di dubbio un uomo dei servizi sia per le sue abitudini domiciliari sia per il suo percorso all'interno delle br costellato di misteri.
Vogliamo provare a tirare le conclusioni di quest'accoppiata?
- Attraverso l'utilizzo di strumenti semplici della logica se ne dedurrebbe che Renato Curcio è un uomo di destra che ha prestato servizio come spia a favore di non precisati interessi internazionali. L'altra ipotesi, molto meno verosimile, sarebbe di ritenerlo un imbecille che non è in grado di decidere per se stesso e che non sa distinguere un cocomero da un limone.
- Le br non sarebbero un fenomeno nato dal contesto di anni difficili nei quali alcuni ragazzi che la sera avevano difficoltà a mettere insieme i soldi per la pizza hanno pensato che fosse venuto il momento di cambiare il mondo attraverso una svolta rivoluzionaria ma uno strumento che servizi stranieri avrebbero creato per impedire il "pericolo comunista".
- Al loro inizio, cioè quando sarebbero state fondate, visto che né Simioni né Moretti avrebbero partecipato alla prima genesi, le br erano un fenomeno autentico. E questa autenticità si sarebbe mantenuta solo fino all'8 settembre 1974 (arresto di Curcio e Franceschini). Allora esisterebbero le br pure e quelle truccate?
Dalle deduzioni fin qui svolte proviamo a dare delle risposte a domande importanti.
1. Le br sono un fenomeno italiano? A meno di comprendere lo stesso Franceschini tra le molteplici spie che si avvicendano nelle narrazioni la risposta è affermativa. Perché allora si ritiene artefatto il titolo del libro di Moretti e Rossanda?
2. Le br sono un fenomeno che proviene dalla sinistra italiana? A meno che lo stesso Franceschini non sia un fascista cammuffato anche questa risposta non può che essere affermativa. Il fatto che Curcio possa avere dei trascorsi cattolici in famiglia non vuol dire che la sua formazione non possa essere considerata di sinistra. Lo stesso Moretti viene considerato un uomo proveniente da una famiglia tutt'altro che di sinistra. Se applichiamo il principio dell'ereditarietà dovremmo allora affermare che Marco Donat Cattin era un simpatico burlone e la sua militanza in PL solo un passatempo. Alcune testimonianze riportate da Flamigni descrivono Moretti come un personaggio dal comportamento anticomunista (nel suo periodo di lavoro alla Sit Siemens). Tutti i br erano anticomunisti, intendendo con questo che erano contrari alla linea del PCI e del sindacato.
3. Quello che affermano i br sono informazioni affidabili? Moretti viene indicato come narratore di bugie a tutto campo, e tutte le versioni sul sequestro Moro degli altri br coinvolti sarebbero versioni di comodo perché non coinciderebbero. I br che hanno parlato non lo hanno fatto per chiarire responsabilità penali ma per ben altri motivi. Loro hanno sempre dichiarato di essere disposti a discutere ma non in una sede giudiziaria (i tribunali giudicano responsabilità personali) ma in un confronto politico. Le loro dichiarazioni in sede giudiziaria servono a bilanciare le loro responsabilità e la tutela dei nomi di altri partecipanti che non sono stati mai individuati. Del resto lo stesso Franceschini in relazione al sequestro Gancia non ha voluto svelare, nel suo libro, l'identità del br che assieme alla Cagol custodiva il prigioniero. Poiché in un articolo dell'Espresso di molti anni fa lo stesso Gancia, in un'intervista, dichiarò che quel br adesso è libero di presenziare in molte conferenze è forse da ritenersi tale personaggio un esponente dell'Intellighenzia? Allora anche la Cagol e lo stesso Franceschini sarebbero dei manipolati? Se vuole un minimo di credibilità penso dovrebbe comportarsi diversamente dagli altri. O no?
4. Quanto è credibile Flamigni? Tante le inesattezze che Flamigni ha scritto nella nuova edizione de "La tela del ragno" nella quale vi sono gravi leggerezze sul tamponamento che non sarebbe mai avvenuto (basta andare alla motorizzazione di Roma per vedere ancora i segni della botta sulla macchina di Moro), sul numero di armi che avrebbero sparato (una se l'è inventata lo stesso Flamigni perché l'Ing. Calza ha dimostrato che quella che sembrava essere una nuova arma in realtà era una delle precedenti caricata male che dopo il primo colpo si è inceppata), sulla testimonianza di una presente che, secondo Flamigni, avrebbe dichiarato di non aver assistito ad alcun tamponamento ma che invece sui verbali del processo è dichiarato il contrario, sulla fantomatica presenza sulla destra della strada di un misterioso killer che avrebbe sparato su Leonardi (misterioso perché si dichiarerebbe che costui sarebbe addirittura dal Leonardi conosciuto e che per questo egli non avrebbe reagito al tentativo di uccisione) quando l'ing. Marini presente all'incrocio ha sempre dichiarato che dalla 128 sono scesi due individui e quindi i colpi provenienti dal lato destro sarebbero così giustificabili.
Conclusione:
Se si vuole dimostrare che le br abbiano subito infiltrazioni e tentativi di manipolazione da parte di servizi segreti nazionali ed esteri che ne possano aver condizionato l'evoluzione degli eventi (cosa che è molto credibile in quanto sarebbe stupido pensare che un manipolo di ragazzi riesca a controllare ambienti sociali compiendo azioni gravi per la collettività senza che quanto di più alto vi sia nell'intelligenze dello Stato non fosse neanche in grado di individuarli e tenerli sotto controllo) la strada del negare tutto e attribuire le colpe agli americani o ai russi (noi eravamo un popolo di bravi ragazzi, ed il PCI è stato un martire) non è certo la migliore.
Qualcuno la chiama dietrologia. Preferisco non dargli etichette. Dico solo che è sbagliata e non aiuta a fare chiarezza su quei fenomeni. Serve solo per essere strumentalizzata da chi ha l'interesse a non chiudere il conto con quegli anni.
Malcom

16 giugno 2004 - ERRI DE LUCA, VERITA' SU ANNI '70 SOLO SENZA PRIGIONIERI
ANSA:
SOFRI: ERRI DE LUCA, VERITA' ANNI '70 SOLO SENZA PRIGIONIERI
(ANSA) - ROMA, 16 GIU - "Quando non ci saranno piu' detenuti e si stara' alla pari, allora si potra' discutere e ascoltare una piu' vasta verita', quella degli uomini e delle donne, senza la camicia di forza di essere giudici o imputati". Erri De Luca, lo scrittore ed ex militante di Lotta continua, spiega cosi' le sue parole pronunciate alcune settimane fa nel corso della presentazione del libro di Aldo Cazzullo sul "Caso Sofri". In quella occasione De Luca disse che per avere la "verita' umana" sull' assassinio del commissario Luigi Calabresi occorre che siano "restituiti" i corpi di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, condannati con Giorgio Pietrostefani a a 22 anni per l' omicidio del commissario: un' affermazione che aveva suscitato polemiche e prese di distanza, tra cui quella dello stesso Sofri che, dal carcere di Pisa, sottolineo' di non avere "ordinato o autorizzato" l' assassinio di Calabresi.
"La storia degli anni Settanta di questo Paese e' stata scritta unicamente dalle sentenze giudiziarie. A quel tempo - spiega ora De Luca su Vanity Fair in edicola domani - l'odio civile sfiguro' i tratti delle istituzioni pubbliche e favori' l'attecchimento della piu' forte sinistra rivoluzionaria del mondo occidentale"."Da militante della sinistra rivoluzionaria di allora, appartengo alla schiera dei dispersi, degli sbaragliati di quel tempo. Senza avere io subito il carico penale di quegli anni che ancora si prolunga con ergastoli e pene seminfinite, so che quei prigionieri stanno pagando il conto del 1900 anche per me. E' un sentimento di correita'..." "Pero' la storia e' piu' larga di un verdetto di tribunale e anche piu' generosa. La storia riconosce anche le ragioni dei vinti. Allora spero di arrivare a vedere il giorno in cui non ci saranno piu' prigionieri dell'odio civile degli anni Settanta".
"Nella presentazione del bel libro di - dice poi De Luca - ho ribadito questa vecchia evidenza: quando saranno e saremo tutti liberi di parlare e di tacere, senza piu' necessita' di legittima difesa, potremmo sapere quello che resta imprigionato e ridotto a fatto giudiziario. Potremo sprigionare la verita', permetterle liberta' di voci. Stare alla pari di fronte alle pene estinte, e' la condizione necessaria per invitare alla nostra tavola la signora Storia''.

16 giugno 2004 - TOBAGI: GIOVANARDI A "QUESTION TIME"
ANSA:
TOBAGI: GIOVANARDI, NESSUNO HA INDICATO ASSASSINI A POLIZIA
(ANSA) - MILANO, 16 GIU - "Nessuno ha mai indicato a polizia e carabinieri i nomi di chi sarebbero stati gli assassini. Ci mancherebbe altro che fosse emersa una circostanza di questo tipo". Cosi' si e' espresso al question time il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, riferendosi all'omicidio di Walter Tobagi.
"A distanza di 24 anni - aveva affermato poco prima il parlamentare Verde Marco Boato - sono ricorrenti gli interrogativi sulle gravi omissioni da parte di ufficiali dei carabinieri dell'epoca che nascosero e non diedero seguito a una nota informativa preventiva redatta da un sottufficiale del nucleo antiterrorismo. Gia' nel dicembre '79, sei mesi prima dell'omicidio, i nomi dei terroristi che stavano progettando l'assassinio di Tobagi, erano noti, ma nulla, assolutamente nulla venne fatto per impedirne la morte. Il 28 maggio scorso il direttore del Corriere, Folli, ha dichiarato: 'Non si tratta di una storia che possa considerarsi chiusa. La morte di Tobagi e' una ferita ancora aperta'. E' necessario che questa vicenda venga riaperta".
"Sulla base di informazioni attinte dall'autorita' giudiziaria - ha risposto Giovanardi - devo smentire categoricamente le illazioni dell'onorevole Boato, che non corrispondono a verita', e sono dietro quel filone della dietrologia attraverso la quale i responsabili degli omicidi non sarebbero gli assassini che hanno ammazzato le vittime negli anni di piombo, ma sarebbero sempre trame oscure, la colpa e' dei carabinieri o delle forze dell'ordine, di coloro che, non si capisce perche', non avrebbero cercato di evitare questi omicidi".
"Il Governo - ha aggiunto il ministro sempre al question time - non ha potuto far altro che attingere dalla Procura di Milano, dai magistrati, con le dichiarazioni di allora e di oggi, la loro volonta' di non spiegare nuovamente cose che hanno gia' chiarito in tutte le sedi competenti. Ricordo solo l'ultima affermazione del dottor Armando Spataro, che era stato responsabile di quell'inchiesta, che ha ribadito che la morte di Tobagi e' connessa soltanto e solo a quello che rappresentava per la democrazia di questo Paese. Purtroppo e' stata una delle centinaia di vittime dell'eversione armata di quei tempi che voleva nei giornalisti, nei magistrati, nei politici, soffocare e annullare la democrazia nel nostro Paese. Credo che non dovremmo mai finire di condannare quegli assassini e non cercare ancora oggi, nel 2004, come fa Boato, di cercare di dare la colpa ai carabinieri e a chi combatteva l'eversione e il terrorismo".
"La risposta di Giovanardi e' indecente" ha replicato Boato precisando, rivolto al ministro, che "lei semplicemente si e' basato su informazioni di seconda mano e non ha capito assolutamente il significato di questa denuncia".

16 giugno 2004 - SPATARO, DA BOATO TESI FALSA SU TOBAGI
ANSA:
TERRORISMO: BR; SPATARO, DA BOATO TESI FALSA SU TOBAGI
Il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, replica al parlamentare dei Verdi, Marco Boato, e definisce "totalmente falsa" la tesi per cui ai carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sarebbero stati comunicati, sette mesi prima dell'omicidio del giornalista Walter Tobagi, i nomi di quanti lo stavano organizzando.
Spataro ringrazia invece il ministro per i Rapporti col Parlamento, Cesare Giovanardi, "per la sua ferma e chiara risposta". "Nel corso del dibattito di oggi alla Camera - afferma Spataro in una nota - l'onorevole Boato e' tornato pervicacemente a sostenere la tesi dell'esistenza di misteri attorno al caso Tobagi e, sulla base di fonti del tutto inattendibili, ha affermato che ai carabinieri del generale Dalla Chiesa sarebbero stati comunicati, sette mesi prima dell'agguato, i nomi di quanti lo stavano organizzando". "La circostanza e' totalmente falsa - aggiunge il capo del pool antiterrorismo milanese - non ho altro da replicare all'on. Boato, mentre ringrazio il ministro Giovanardi per la sua ferma e chiara risposta che ristabilisce la verita' e tutela l'onore di quanti, contro ogni terrorismo, hanno sempre fatto il loro dovere. Tra loro anche il generale Dalla Chiesa ed il generale Bonaventura che non hanno piu' la possibilita' di replicare".

16 giugno 2004 - REPLICA SU ALDO BONOMI
"Dagospia"
Caro Dagospia, Aldo Bonomi non e' mai stato candidato alle Europee ne' nel listone ne' con nessun altro.
Basta controllare ! Travaglio ha scritto una sciocchezza (mai rettificata). Strano, no ?

17 giugno 2004 - LETTERA A DAGOSPIA SU UCCISIONE TOBAGI
"Dagospia"
Sull'assassinio di Walter Tobagi al ministro Carlo Giovanardi bisognerebbe far sapere:
1- Che Tobagi da tempo lavorava sulla presenza all'interno del Corriere della Sera della loggia P2 di Gelli e Tassan Din;
2 - Che i comunisti , con Ugo Pecchioli, avevano stretto legami di "intelligence" con Gelli. Questi ricambiò con molti denari, dal Banco Ambrosiano di Calvi, a Botteghe Oscure (circa 50 miliardi, molti più di quanti Gelli fece avere ai socialisti tramite il famoso conto Protezione); e Tobagi da gran cronista aveva fiutato molte cose....
3 - Barbone e compagni erano quattro giovanotti figli di mammà e papà, incapaci a livello culturale di scrivere il volantino di rivendicazione.
4 - Non pochi ufficiali dei Carabinieri risultarono iscritti alla P2.
5 - Che Tobagi fu un obiettivo regalato ai suoi assassini affinchè non si scoprissero gli oscuri legami di cui sopra.
LP

19 giugno 2004 - ANCHE AD EX BR DECEDUTO ORDINANZA CUSTODIA PER RAPINE
ANSA:
ANCHE AD EX BR DECEDUTO ORDINANZA CUSTODIA PER RAPINE
Un napoletano di 61 anni e un ex brigatista, condannato negli anni Settanta per banda armata e deceduto per malattia un mese fa, sono i destinatari di due ordinanze di custodia cautelare, per concorso in rapina aggravata, emesse dalla procura della Repubblica di Busto Arsizio (Varese) a conclusione di una indagine della Squadra Mobile di Varese su otto rapine in banca avvenute nel varesotto.
In carcere, nel settembre scorso, erano finite gia' quattro persone di origine campana (tra cui una donna ritenuta la basista) accusate di far parte di una banda che da Napoli saliva periodicamente nel Gallaratese per compiere rapine in banca: otto i colpi che sono stati contestate ai quattro, che oltre al denaro sottraevano le registrazioni delle telecamere a circuito chiuso.
Stamani, la polizia ha arrestato a Napoli Antonio Pezzella, detto Nana', 61 anni, considerato dagli investigatori l' organizzatore dei colpi. La seconda ordinanza di custodia cautelare e' invece stata emessa nei confronti di Davide Magliano, originario di Torre del Greco, affiliato negli anni Settanta alle Brigate Rosse, condannato per banda armata e deceduto un mese fa dopo una lunga malattia. Magliano, secondo l'accusa, avrebbe preso parte ad una delle rapine ad una banca di Somma Lombardo (Varese). In passato l' uomo aveva compiuto rapine per finanziare attivita' eversive, ma non ci sono oggi elementi, a quanto si e' appreso, per stabilire se i soldi delle ultime rapine servissero allo stesso scopo.

23 giugno 2004 - PRC VENETO, SCARCERARE PAOLO DORIGO,RISCHIA MORTE IN CELLA
ANSA:
TERRORISMO: RC, SCARCERARE PAOLO DORIGO,RISCHIA MORTE IN CELLA
L'immediata scarcerazione di Paolo Dorigo, il veneziano di 35 anni che sta scontando nel carcere di Spoleto la pena per l'attentato compiuto nel 1993 alla base Usaf di Aviano (Pordenone), e il suo trasferimento presso una struttura ospedaliera vengono sollecitate dalla federazione provinciale e dal comitato veneto di Rifondazione Comunista. Dorigo - denuncia Rc - rischia di morire "avendo avviato uno sciopero della fame che dura ormai da 22 giorni e che ha dichiarato di voler portare fino alle estreme conseguenze". Secondo i firmatari del documento, "il suo stato fisico e mentale rischia di essere definitivamente compromesso, nonostante la richiesta degli avvocati di sospensione dell'esecuzione della pena per motivi di salute e nonostante che il Consiglio d'Europa abbia definito il detenuto 'parte lesa che sta ancora subendo le conseguenze di un processo non giusto"".
Dorigo - sostiene Rc - dopo le insistenze ripetute da parte degli avvocati difensori sara' visitato da un consulente tecnico del Tribunale per effettuare gli accertamenti clinici "per stabilire l'origine dei tremendi disturbi che lo affliggono dal 2001 ad oggi, ma tale incarico sara' conferito dal Ctu del tribunale il prossimo 15 luglio". Cio' significa - conclude la nota - che verra' stabilito un calendario per effettuare gli accertamenti "che allunghera' ulteriormente la carcerazione e, in queste condizioni, corrispondera' ad una condanna a morte per Paolo Dorigo".

24 giugno 2004 - D'ANTONA: CHIESTO RINVIO A GIUDIZIO PER 17 IMPUTATI
ANSA:
D'ANTONA: APPRODA IN AULA L' AGGUATO DEL 20 MAGGIO '99
Ad oltre cinque anni dall' agguato brigatista a Massimo D' Antona, il primo dopo la ritirata strategica della fine degli anni ottanta, la vicenda del giuslavorista ucciso in via Salaria, a Roma, approda in un' aula di giustizia. Non sara' quella della corte di assise, ma di un gup, chiamato a pronunciarsi sugli elementi di prova raccolti dai pubblici ministeri Franco Ionta e Pietro Saviotti ed a decidere se siano sufficienti per giustificare la celebrazione di un processo.
Oggi i due magistrati romani hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio per 17 Br. A sette di loro, Marco Mezzasalma, Nadia Desdemona Lioce (gia' condannata all' ergastolo per l' omicidio del soprintendente Emanuele Petri), Laura Proietti, Cinzia Banelli, Roberto Morandi, Federica Saraceni e Paolo Broccatelli si contestano i reati di concorso nell' omicidio avvenuto il 20 maggio '99 e partecipazione a banda armata. Quest' ultimo reato, quindi senza implicazioni nell' omicidio di via Salaria, e' attribuito ad Alessandro Costa, Diana Blefari, Maurizio e Fabio Viscido, Bruno Di Giovannangelo e Simone Boccaccini, nonche' a quattro cosiddetti irriducibili detenuti nel carcere di Trani, Antonino Fosso, Michele Mazzei, Franco Galloni e Francesco Donati. Questi ultimi sono accusati di avere avuto un ruolo nella stesura del documento di rivendicazione dell' omicidio D'Antona. Lioce e Mezzasalma rischiano di finire sotto processo anche con l' accusa di strage in relazione alle azioni rivendicate dai Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria (Nipr), il piu' importante dei quali e' quello alla sede dell' Istituto affari internazionali (aprile 2000) e dai Nuclei proletari rivoluzionari (Npr).
La data fondamentale che ha consentito agli inquirenti di chiudere il cerchio sui presunti assassini dell' allora consulente del ministero del lavoro e' quella del 2 marzo 2003: ossia il giorno del conflitto a fuoco sul treno Roma-Firenze in cui morirono il soprintendente Petri ed il latitante Mario Galesi. Dall' arresto della Lioce, con relativo sequestro ed esame dei dati del suo computer palmare, alla comprensione dell' articolata organizzazione del gruppo, il passo e' stato breve. Il 24 ottobre 2003 furono arrestati Cinzia Banelli, Paolo Broccatelli, Marco Mezzasalma, Roberto Morandi, Laura Proietti e Federica Saraceni. Successivamente fu individuato il covo di via di Montecuccoli dove le Br, per il tramite di Mezzasalma, diventato il leader dell' organizzazione dopo l' arresto di Lioce, tenevano documenti ed armi.
Prima della svolta, le indagini furono contrassegnate da un incidente di percorso che ebbe per protagonista Alessandro Geri, il tecnico informatico arrestato nel maggio del 2000 perche' sospettato di essere il telefonista che rivendico' l' omicidio di D'Antona. Un' accusa, quest' ultima, caduta sotto il peso dell' alibi fornito da un' amica dell' indagato e da un riconoscimento, quello operato da un bambino di 14 anni, che non incise sulla posizione del giovane il quale, dopo due anni di indagini, ottenne l' archiviazione del procedimento.

D'ANTONA: BR; CHIESTO GIUDIZIO PER 17 INDAGATI
La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per 17 indagati nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Massimo D'Antona.
I pm Franco Ionta e Pietro Saviotti contestano i reati di concorso in omicidio e di banda armata a Marco Mezzasalma, Nadia Desdemona Lioce, Laura Proietti, Cinzia Banelli, Roberto Morandi, Federica Saraceni e Paolo Broccatelli. Mentre la sola banda armata viene contestata a Alessandro Costa, Diana Blefari, Maurizio e Fabio Viscido, Bruno Di Giovannangelo e Simone Boccaccini, nonche' a quattro cosiddetti irriducibili detenuti nel carcere di Trani, Antonino Fosso, Michele Mazzei, Franco Galloni e Francesco Donati.
Questi ultimi quattro sono accusati di avere avuto un ruolo nella stesura del documento di rivendicazione dell'omicidio D'Antona, avvenuto il 20 maggio del 1999 in via Salaria a Roma.

24 giugno 2004 - RIVENDICAZIONE D'ANTONA: PROCESSO A TRANI
"La Repubblica"
IL CASO
Sedici imputati: rivendicarono l´omicidio D´Antona
Br a processo in ottobre nell´aula bunker di Trani
Il 18 ottobre si aprirà nell´aula bunker del supercarcere di Trani il primo grande processo pugliese contro le Brigate rosse. Saranno chiamati a giudizio i 16 brigatisti - cinque di loro sono liberi- accusati di essere i "postini" dell´omicidio di Massimo D´Antona, avvenuto il 20 maggio del 1999: Giuseppe Armante, Maria Cappello, Tiziana Cherubini, Francesco Donati, Antonino Fosso, Franco Galloni, Enzo e Franco Grilli, Franco La Maestra, Flavio Lori, Rossella Lupo, Fausto Marini, Giuseppe Maj, Michele Mazzei, Fabio Ravalli e Vincenza Vaccaio sono accusati dal pubblico ministero del tribunale di Trani, Giuseppe Maralfa, di propaganda, apologia sovversiva e istigazione a delinquere. I fatti fanno riferimento al 14 giugno del ´99, quando una decina di brigatisti detenuti consegnarono per mano di Fausto Marino un documento che rivendicava "l´iniziativa combattente condotta dalle Brigate Rosse per la costruzione del Partito comunista combattente". L´omicidio di Massimo D´Antona. In un primo momento, l´episodio non venne preso in grande considerazione dagli inquirenti. Ma il 21 aprile del 2001 la "sezione blu" del supercarcere pugliese, l´ala pensante del pensiero sovversivo italiano, fu perquisita: da cataste di libri, riviste, giornali saltarono fuori fogli dattiloscritti e manoscritti. E alcuni foglietti vaganti. Con frasi in tutto identiche a quelle messe insieme nelle ventinove facciate usate per rivendicare l´assassinio di Massimo D´Antona. Le perizie calligrafiche parlarono di penna diversa ma di identica sintassi. Secondo gli inquirenti, tra i documenti rinvenuti a Trani e le 29 pagine della rivendicazione c´è un nesso. Il pm Maralfa accusa i 16 brigatisti di "aver fatto propaganda, nel territorio dello Stato e pubblicamente, per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici e sociali. Facendo contemporaneamente apologia dell´omicidio del professor D´Antona".
(g.fos.)

26 giugno 2004 - LIBRO FRANCESCHINI-FASANELLA: DAI GIORNALI
"L' Opinione"
Le stucchevoli memorie del brigatista rosso Alberto Franceschini
di Davide Giacalone
Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, sostiene, adesso, di avere detto tutto, e di averlo fatto in "Che cosa sono le Br", un libro intervista realizzato con Giovanni Fasanella, che raccoglie anche una postfazione di Rosario Priore. La prima sensazione è di un certo fastidio, perché Franceschini non è alla sua prima prova editoriale e, quando si è tanto sbagliato, nella vita, si dovrebbe avere la cortesia di non fare dei propri ripensamenti una specie di serial. Queste memorie a singhiozzo sono un po' stucchevoli.
Ma la stagione della violenza politica e del terrorismo ha così profondamente segnato le nostre vite, ha così sfregiato la storia nazionale, da meritare la pazienza dell'ascolto. In questo caso Franceschini qualcosa in più ce la dà, benché a me non paia che si possa parlare di pagine chiare e sincere. Interessanti, però, questo sì. La storia delle Brigate Rosse sorte da una costola della sinistra comunista (il celeberrimo "album di famiglia", di cui parlò Rossana Rossanda), nate da uomini e donne che avevano militato nel Pci, ma che volevano andare oltre, ancora impastati di mitologia partigiana, l'abbiamo già sentita raccontare un sacco di volte.
Ce l'ha raccontata lo stesso Franceschini, ce la raccontarono i Curcio, i Moretti, le Braghetti, i Morucci, le Faranda. Ho sempre pensato che questa versione dei fatti è tanto vera quanto incompleta ed insoddisfacente. Se così fossero veramente andate le cose, di quei quattro cretini con il mitra ci saremmo liberati in fretta. Di quella setta d'imbecilli, che credevano nella rivoluzione comunista in Italia, non sarebbe rimasta neanche l'ombra, se non avessero potuto disporre di soldi, appoggi e coperture di diverso livello. E qui il Franceschini di oggi dice qualcosa in più.
Dice che i rapporti internazionali delle Br primordiali erano dati in gestione a Giangiacomo Feltrinelli, il quale aveva più di un legame con Cuba e con i servizi segreti dei paesi comunisti. Insomma, quel Feltrinelli non era il figlio di famiglia ricca che preso da crisi di nullafacenza s'era innamorato di un ideale e, colpito da rincoglionimento cronico si aggirava in anfibi per Milano, era anche un agente attivo, fiancheggiato da personaggi di cui non si è mai indagata l'identità.
E qui vorrei aprire una parentesi: il nostro è un Paese senza memoria, al punto che, riaperta la vecchia Galleria Colonna, a Roma, e dedicatala ad Alberto Sordi, vi si trova una libreria Feltrinelli nei cui sotterranei era possibile ammirare le foto del tritolizzato Giangiacomo; si dirà che l'amore della moglie e del figlio non possono essere discussi, ma a me pare che se qualcuno apre un locale ove si ricordano le gesta del pedofilo belga, con annesse foto che lo ritraggono insieme alle bambine che tanto amava, in barba ad ogni rispetto dell'eventuale commozione familiare, quella roba lì la smontano in un batter d'occhi.
Chiusa parentesi. Comunque, appunto, il Feltrinelli salta in aria assieme all'esplosivo con il quale voleva far saltare i tralicci della luce. Malattia professionale, in un certo senso. Ma il suo posto non resta vuoto, ci dice Franceschini, viene occupato da Corrado Simioni. Questo Simioni pare sia un essere superiore: parla correntemente il latino, studia per anni filosofia e teologia, in tedesco, ed ha la fissazione di dominare dall'esterno, da dietro le quinte, il giuoco sanguinario del terrorismo politico. Secondo Franceschini il Simioni ci riesce, facendo fuori lui stesso e Curcio e mettendo al loro posto Moretti.
Il rapimento di Moro, dunque, viene pianificato e gestito da cotale mente, e realizzato per il tramite del braccio Moretti. E la mente se ne risiede a Parigi, prestando la sua attività all'Hyperion. Il che starebbe a significare che Bettino Craxi vide giusto, tanto più che conosceva Simioni, che era stato socialista a Milano. E fin qui, ci siamo. Dove il racconto di Franceschini zoppica è nel far lo gnorri circa i veri contatti internazionali di Simioni. Divaga, va dal Mossad al Kgb, lascia intravedere la Cia. Costruisce, quindi, un tessuto che non sta in piedi. Cosicché, alla fine, si ha l'impressione che sia l'ennesima ricostruzione tesa a lanciare messaggi trasversali in un mondo che ancora esiste.
Già, perché i Curcio, i Moretti e compagnia mortifera cantante, sono ancora qui. In compenso Franceschini ci comunica che nessuno di loro ci ha ancora detto tutto e questo, in un Paese ove la giustizia funzionasse, sarebbe un ottimo motivo per non lasciar loro la libera vista del sole. Franceschini dovrebbe sforzarsi di ricordare meglio da dove venivano i soldi di cui le BR poterono disporre. E' vero che loro facevano le rapine, ma non è credibile che accumulassero più dei Vallanzasca o dei Maniero. Invece si sforza ancora di sembrare un puro, un non corruttibile, magari in errore, ma in buona fede. Tesi, questa, che è quasi più ridicola che incredibile.
Ma il libro è interessante, lo dicevo, apre qualche squarcio nel quale è utile gettare l'occhio. Come quando parla di Malagugini e di De Vincenzo. Il primo era il responsabile affari dello Stato per il Pci, nonché uomo che mantenne contatti e comunicazioni con i militanti delle BR. La qual cosa mi ricorda la durezza antibrigatista di un uomo serio come Giorgio Amendola, a sua volta terrorizzato dal fatto che si scoprissero i comuni referenti internazionali del Pci e delle BR. E quei referenti erano tutti legati al comunismo sovietico, alla sanguinaria dittatura che finanziava le attività lecite del Pci e quelle illecite dei terroristi.
Perché non si prova a far qualche passo in avanti in questa direzione? E chi è Di Vincenzo? E', o era, un magistrato, lavorava, o lavora, presso la procura di Milano e, a detta di Franceschini, si limitava a fare lo stretto indispensabile guardandosi bene dal rompere le uova nel paniere brigatista. Allo stesso Di Vincenzo il pci Malagugini vorrebbe indirizzare i brigatisti affinché la resa non sia per loro onerosa. Insomma, un magistrato legato alla strategia politica del Pci. Questo secondo le parole di Franceschini.
Ora, confesso la mia ignoranza, non so che fine abbia fatto questo Di Vincenzo: è vivo od è morto? Se è morto bisogna che qualcuno ne tuteli la memoria, ma se è vivo, magari ancora in magistratura, magari arrivato in Cassazione, cosa si aspetta a stabilire se Franceschini è un pazzo calunniatore o, al contrario, vestiva la toga della giustizia borghese un fiancheggiatore dei terroristi? E perché non ho letto questa banale ed ovvia considerazione da nessun'altra parte?

26 giugno 2004 - LIBRO GIORGIO GALLI: DAI GIORNALI
"L' Opinione"
Quando un istant book è frettoloso
di Dimitri Buffa
he senso ha, da parte di uno stimato politologo e acuto analista degli anni '70 in Italia come indubbiamente può essere considerato Giorgio Galli, avere scritto un libro con pretese enciclopediche quale "Piombo Rosso-La storia completa del partito armato dal 1970 a oggi" (editore Baldini, Castoldi e Dalai) basandosi però essenzialmente su notizie raccolte da libri redatti da altri? Compresi i terroristi delle Br, che possono vantare una pubblicistica ancora più imponente del cumulo di assassini perpetrati nella loro breve ma intensa carriera di brigatisti?
Ma essersi avvalso della consulenza per citazione di ex terroristi sarebbe ancora niente rispetto ad altra imperdonabile scorciatoia usata per riempire le quasi 470 pagine di questo dizionario abbastanza completo dell'eversione di sinistra in Italia: tutta la struttura portante della ricostruzione dei "misteri"si basa infatti sui libri del noto dietrologo Sergio Flamigni, ex senatore del Pci e poi prima membro e poi consulente di quella Commissione Stragi che della teoria del doppio stato fece per anni la propria ragione ontologica.
Così per via Gradoli, così per il ruolo dell'istituto di lingue Hyperion nella gestione finale del sequestro di Aldo Moro, così anche per il ruolo che si dà per scontato dei servizi segreti italiani nell'allevarsi la serpe in seno brigatista per oltre un decennio a scopi di stabilizzazione interna. Ora, d'accordo che anche Galli è passato (come chi scrive d'altronde) per la mitica Commissione stragi di Giovanni Pellegrino negli anni 1994 e 1995, possibile però che un così serio studioso se ne sia fatto suggestionare fino a questo punto?
La parte più interessante del libro di Galli peraltro è quella che ricostruisce l'ambiente di ostilità interna al Corriere della sera in cui forse maturò la decisione di uccidere Walter Tobagi. Ma si tratta di quattro pagine in tutto e sono un pò pochine per giustificare il prezzo (euro 16,80) di un libro che sarebbe anche utile come dizionario di consultazione giornalistica se non incappasse nella seguente serie di errori: a pagina 38 da per concluso con un'assoluzione il processo per il rogo di Primavalle in cui morirono i due fratelli Mattei mentre è universalemnete nota la condanna a 18 anni di Achille Lollo, tornato anche recentemente alla ribalta dopo avere chiesto di potere votare alle europee all'ambasciata italiana di Rio de Janeiro dove si è rifugiato da anni; a pagina 65 chiama l'ex redattore di Controinformazione e in seguito seguace di Toni Negri nell'Autonomia Franco Tommei con il nome di Fausto; a pagina 81 dà per scontato che l'ex industriale Carlo Saronio sarebbe stato rapito da Fioroni e Casirati con il suo consenso per estorcere soldi alla famiglia molto ricca; a pagina 99 addirittura da per "ucciso dalla polizia" e non dai fascisti l'estremista Walter Rossi a Roma nel 1977; a pagina 112 ascrive a merito del Pci la vittoria del referendum sul divorzio del 1974 sottacendo il ruolo dei radicali che notoriamente dovettero combattere con la nomenklatura berlingueriana prima di convincerla ad accettare la sfida dei cattolici che promossero il quesito abrogativo della legge Fortuna-Baslini.
Trattandosi di uno storico di rango di cui nessuno mette in dubbio l'autorevolezza, stupisce che il libro di Galli possa essere definito una sorta di "istant book a tirare via", ma tant'è. E il duro giudizio, ove necessario, può essere confermato da qualunque lettore che si dia pena di enumerare l'incredibile serie di refusi che testimoniano anche il fatto che alla Baldini, Castoldi e Dalai devono avere penuria di buoni correttori di bozze. Paradossalmente le parti più interessanti del libro sono quelle che raccontano gli episodi terroristici (e il contesto politico in cui si svolgevano) più lontani nel tempo. Cioè quelli dell'epoca che precedette la morte dell'editore terrorista Giangiacomo Feltrinelli.
Anche se appare ossessivo e un pò giustificatorio inquadrare episodi eterogenei nell'ambito delle trasformazioni politiche e sociali che sconvolsero l'Italia dopo il 1968, Galli cita aneddoti abbastanza divertenti come quello dell'acronimo coniato per il Psiup dopo la disfatta elettorale del 7 maggio 1972: "partito scomparso in un pomeriggio". Divertenti anche le scelte con cui Galli saccheggia i libri degli altri, principalmente quello di Mario Moretti (la famosa intervista in ginocchio di Carla Mosca e Rossana Rossanda intitolata "Br, una storia italiana", anche esso edito da Baldini e Castoldi ma prima dell'avvento di Dalai). Una per tutte sta a pagina 16 di "Piombo rosso".
E' Moretti che parla del proprio posto di lavoro: "un compagno cui chiesero che cosa produceva (il congiuntivo questo sconosciuto, ndr) la Sit Siemens rispose: telefoni e brigatisti, in eguale proporzione.". In conclusione è un libro che vale anche la pena di comprare da parte di un giornalista anziano come chi scrive perché può tornare utile ricordare la data esatta dell'arresto di Maria Pia Vianale dei Nap piuttosto che quella della liberazione dell'industriale Gancia dalle grinfie dei brigatisti (nell'occasione morì come è noto in una sparatoria Mara Cagol, la prima compagna di Renata Curcio).
Però non si può dare tutto per Vangelo visto che non mancano inesattezze e errori francamente incredibili in un libro di un così noto storico italiano della lotta armata. E magari qualche collega più giovane del sottoscritto potrebbe non avere i mezzi né la memoria per evitare di fare a propria volta qualche errore prendendo per oro colato ogni dettaglio contenuto nel libro. Che con una sana revisione prima della seconda edizione potrà riuscire a raggiungere gli obbiettivi mancati con la prima.

27 giugno 2004 - BATTISTI: PARIGI, L'INTELLIGHENZIA SI MOBILITA DI NUOVO
ANSA:
BATTISTI: PARIGI, L'INTELLIGHENZIA SI MOBILITA DI NUOVO
SERATA SOLIDARIETA' IN TEATRO PER RIDIRE NO A ESTRADIZIONE
Per Cesare Battisti si avvicina l'ora X e l'intellighenzia francese si mobilita di nuovo alla grande in suo favore insistendo perche' l'ex-terrorista rosso non venga estradato in Italia dove lo attende l'ergastolo.
Dallo scrittore Philippe Sollers alla romanziera Fred Vargas, erano molti gli intellettuali che hanno partecipato di persona o dato la loro adesione ad una "serata di sostegno" per Battisti organizzata al Theatre de l'Oeuvre nel nono Arrondissement di Parigi.
Non mancava nemmeno il piu' celebre e ingombrante filosofo francese in circolazione, Bernard-Henry Levy, che nei giorni scorsi ha utilizzato la rivista 'Le Point' per lanciare un ulteriore appello contro l'estradizione dell'ex-terrorista dei 'Proletari armati per il Comunismo', dal 1990 rifugiato nella Ville Lumiere dove si e' rifatto una vita come giallista.
Tra le duecento persone presenti alla serata anche molti Vip politici in rappresentanza di tutti i partiti di sinistra: dal socialista Julien Dray alla comunista Nicole Borvo, dal verde Yves Cochet al trotzkista Olivier Besancenot.
Tutti hanno auspicato un'unica cosa: che nel pomeriggio del 30 giugno, quando emettera' la sua attesa sentenza, la Corte d'Appello di Parigi respinga la richiesta d'estradizione per Battisti, condannato in patria a due ergastoli per quattro omicidi durante gli Anni di Piombo: la Francia gli ha concesso all'inizio 14 anni fa il diritto d'asilo in base alla "dottrina Mitterrand", non puo' rinnegare adesso la parola data.
In una lettera letta ieri sera al teatro, Danielle Mitterrand, la vedova del presidente socialista, ha argomentato che Battisti non e' difeso soltanto dalla "dottrina" enunciata nel 1985 da suo marito (si dia ospitalita' agli ex-terroristi purche' rinuncino in modo definitivo alla lotta armata): il tribunale di Parigi ha gia' respinto dodici anni fa una prima richiesta italiana di estradizione e quindi "i giudici devono ribadire il loro no poiche' un uomo non puo' essere giudicato due volte senza l'emergenza di fatti nuovi".
Unico fuori dal coro, Bernard-Henry Levy ha spiegato che il suo no all'estradizione di Battisti non si basa sulla "non infallibile dottrina Mitterrand" ma soprattutto su un'analisi della situazione esistente nell'Italia di allora. "Stiamo parlando degli Anni di Piombo e di un paese - ha affermato il filosofo - che permetteva l'anomalia giuridica di condannare un presunto terrorista sulla sola parola di un pentito". Per lui questa anomalia e' "uno scandalo rispetto alla morale e al diritto".
Verso la fine della serata - inframezzata da numeri musicali e di cabaret - hanno preso la parola i due legali di Battisti, Irene Terrel e Jean-Jacques de Felice. "E' ora - ha sottolineato l'avvocatessa - che questa storia finisca. E' una vergogna che la Francia accolga un rifugiato e poi pensi di rispedirlo nel suo paese dove e'destinato alla prigione a vita".
"La disinformazione fatta dalla stampa, sia in Francia che in Italia, ha purtroppo giocato molto in questo processo, e ora la gente ha un'immagine distorta della realta' dei fatti", ha lamentato da parte sua de Felice.

28 giugno 2004 - BATTISTI, 'FIGARO' CONTRO INTELLETTUALI
ANSA:
TERRORISMO: BATTISTI, 'FIGARO' CONTRO INTELLETTUALI
IL QUOTIDIANO SPARA A ZERO CONTRO I DIFENSORI DELL'ITALIANO
"Proiettano i loro fantasmi militanti sugli anni di Piombo", "inventano retroattivamente un'Italia da commedia dell'Arte esistita soltanto nel cervello dei brigatisti", si lasciano sedurre dal "romanticismo della guerra civile": il 'Figaro' spara oggi a zero contro l'intellighenzia parigina, schierata in una difesa a oltranza di Cesare Battisti.
Tra due giorni la Corte d'appello di Parigi si pronuncera' sulla richiesta italiana di estradizione per l'ex terrorista rosso dei 'Proletari Armati per il Comunismo' e il caso tiene di nuovo banco alla grande in Francia. "Les intellos" (gli intellettuali) - con in testa la romanziera Fred Vargas - si agitano di nuovo affinche' "non si permetta che Battisti vada al rogo".
Il 'Figaro', su posizioni conservatrici, e' di tutt'altro avviso e polemizza con gli "autoproclamati avvocati di Battisti" per la disinvolta "revisione della storia" che e' alla base della loro opposizione ad un rimpatrio forzato dell'ex terrorista, condannato a due ergastoli per quattro omicidi commessi durante gli Anni di Piombo.
Il giornale e' cosi' allarmato dalla massicce, incessanti, commosse prese di posizione dell'intellighenzia parigina a favore dell'ex terrorista - dal 1990 rifugiato a Parigi, dove si e' rifatto una vita come scrittore di romanzi gialli - che a un certo punto si chiede: "E' forse apparsa sulle rive della Senna una nuova famiglia spirituale, il battistismo?".
"Nel momento in cui si impone la mobilitazione contro tutte le forme di terrore non e' superfluo un inventario sincero della tentazione totalitaria", sostiene 'Le Figaro', che fustiga gli intellettuali sedotti dal "romanticismo della guerra civile".
In appoggio alla sua requisitoria il 'Figaro' pubblica - sempre nella rubrica 'Dibattiti e Opinioni" - due articoli: uno del giornalista Alberto Toscano (corrispondente di 'Panorama' a Parigi) e l'altro del giurista Vincenzo Mannino (professore di diritto all'universita' di Roma III).
"Soltanto una rilettura assurda della storia puo' presentare la traiettoria del terrorismo rosso come una difesa della democrazia in rapporto ai pericoli provenienti dall'estrema destra", puntualizza Toscano mentre Mannino sottolinea che "la guerra di cui parlano Battisti e i suoi amici brigatisti e' stata una guerra unilaterale e sanguinosa".
Anche 'Liberation', il quotidiano piu' letto dalla gauche, si occupa oggi del caso Battisti ma lo fa con un ampio resoconto di una "serata di sostegno" a favore all'ex terrorista, che si e' svolta sabato al Theatre de l'Oeuvre nel nono Arrondissement di Parigi, presente il fior fiore dell'intellighenzia della capitale: dal filosofo Bernard-Henry Levy allo scrittore Philippe Sollers.

"Liberation"
L'ancien activiste des années de plomb est menacé d'extradition. Décision le 30 juin.
Battisti: festin de soutiens "pour l'honneur de la France"
Par Dominique SIMONNOT
Une petite rousse qui bondit, un homme en costume strict, une blonde gracile. La chanteuse Lio, le maire socialiste du IXe arrondissement de Paris, l'archéologue et écrivain de polars Fred Vargas. Drôle d'attelage pour soutenir Cesare Battisti, lui aussi écrivain de polars, ancien activiste des années de plomb, condamné à la perpétuité en Italie et menacé d'extradition vers son pays. Pendant six semaines, le trio a "travaillé comme des boeufs" et rameuté samedi soir, au théâtre de l'OEuvre à Paris, un rare échantillon. De Bernard-Henri Lévy à Julien Dray, de Philippe Sollers à Guy Bedos, de Pierre Vidal-Naquet à Sapho, de Georges Moustaki à Dan Franck, du député UMP Jacques Remiller à Nicole Borvo (PCF) ou Christian Picquet (LCR), de Danielle Mitterrand à Higelin et Miou-Miou.. Pendant cinq heures, ils sont venus dire, chanter ou faire lire leur "espoir" que, mercredi 30 juin, les juges de la cour d'appel de Paris diront non à une extradition "honteuse". La salle était pleine pour les écouter.
"Protection". Beaucoup tiennent à la main le petit livre rouge écrit par Fred Vargas : la Vérité sur Cesare Battisti (1). Chacun ses arguments. Sollers : "On veut faire croire que pendant les années de plomb, en Italie, quelques délinquants sont venus troubler la tranquillité d'une paisible démocratie. Falsification ! Il y régnait un climat de pré-guerre civile, avec des insurrections ouvrières, des grèves sauvages ! La campagne anti-Battisti qui s'y déroule actuellement est menée par l'ex-Parti communiste, humilié, dépassé par ces révoltes ouvrières !" Lio monte à son tour sur la scène et chante "en l'honneur de Jacques Bravo et de la ville de Paris, qui a placé Cesare sous sa protection !". La belle Lola Lafon entonne "une chanson de résistance pour Cesare, pour tous les détenus et bien sûr pour Nathalie Ménigon".
L'acteur Jacques Bonnafé rigole, il mime l'abbé Pierre en lisant son appel à Jacques Chirac : "Il y a plus de vingt ans, j'ai eu à connaître des dérives de la justice italienne en défendant un innocent détenu trois ans sans la moindre preuve et je me suis engagé pour ces réfugiés italiens.. Je fais appel à vous pour le respect de la parole donnée !" C'était la promesse faite par François Mitterrand, en 1985, au congrès de la Ligue des droits de l'homme, assurant la tranquillité aux "réfugiés" italiens ayant "rompu avec la machine infernale". Très à l'aise sur les planches, BHL, sous le regard d'Arielle Dombasle : "La condamnation de Battisti repose sur un procès où lui sont imputés 100 % des crimes et braquages de son organisation. Il a été accablé par un repenti qui a négocié l'absolution de ses crimes contre son témoignage ! Bizarre, non ?" Le philosophe prévient : "Je ne donne pas de leçons à l'Italie, je dis juste ce qui est. Battisti a été condamné en vertu de lois d'exception et serait extradé vers un pays dont le président du Conseil se soustrait depuis des années à la justice, avec bien d'autres moyens que lui !" Et il appelle, sous les applaudissements, "à une amnistie, enfin ! Pas seulement pour les assassins d'extrême droite ou les repentis, pour tous !".
L'éditeur François Guérif a choisi Victor Hugo, l'exilé : "L'apaisement viendra de l'amnistie, hélas, nous entendra-t-on ?" Julien Dray lui succède : "Au nom du PS, du premier secrétaire François Hollande, au nom de principes intangibles. Un accusé a le droit de se défendre et ne peut être condamné par contumace sans être rejugé !", comme c'est le cas en Italie. Guy Bedos, tous cheveux blancs dehors ­ "un rescapé de la canicule" ­, n'est pas "venu faire [son] cirque", mais sauver l'honneur de la France. Le député UMP Jacques Remiller, qui a rencontré Battisti au festival de Vienne (Isère), fait lire son "estime" et sa lettre au garde des Sceaux "pour le respect de la parole donnée". Nicole Borvo, sénatrice PCF, cite la lettre de soutien de vingt-trois sénateurs.
Comme un rossignol. En fin de soirée, la chanteuse engagée Dominique Grange enflamme la salle : "Je viens de la même guerre que Cesare, pour moi, les chansons sont des armes !" Moustaki grimpe la rejoindre sur scène. Et l'avocate de Battisti, Irène Terrel. Et Jacques Bravo, Lio, Fred Vargas. Ensemble, ils entonnent Adio Lugano Bella ! Oreste Scalzone, l'un des premiers "réfugiés", se balade entre les sièges en sifflant comme un rossignol. Enfin, la salle chavire avec Moustaki et Bella Ciao !

28 giugno 2004 - BR, DORIGO FA SCIOPERO FAME IN CARCERE SPOLETO
ANSA:
TERRORISMO: BR, DORIGO FA SCIOPERO FAME IN CARCERE SPOLETO
OGGI MANIFESTAZIONE SOLIDARIETA' DAVANTI ISTITUTO PENA
Una trentina di giovani dell' associazione "Bobby Sands" hanno manifestato oggi pomeriggio davanti ai cancelli del carcere di Maiano per protestare contro la detenzione di Paolo Dorigo che da circa un mese sta facendo lo sciopero della fame nella cella dove sta scontando una condanna a tredici anni di reclusione per un attentato - del quale si e' sempre dichiarato innocente - alla base militare Nato di Aviano, rivendicato dalle Brigate Rosse.
Con slogan scanditi al megafono e con striscioni, i giovani del "Bobby Sands" hanno incitato Dorigo a non cedere, esprimendo la loro solidarieta' al detenuto. E soprattutto hanno ribadito che, secondo loro, la detenzione di Dorigo e' illegale, perche' contraria alle sentenze europee sul "giusto processo".
I suoi difensori, gli avvocati Vittorio Trupiano e Sergio Simpatico, nei giorni scorsi avevano ricordato che il principale teste d'accusa contro il giovane, accusato di appartenere alle Brigate Rosse, si era rifiutato al processo di essere interrogato, contravvenendo cosi' ad una norma europea sul giusto processo.
Dorigo sciopera anche perche' sostiene di avere disturbi all' udito ed altri gravi malesseri che potrebbero essere provocati - afferma - dall' impianto di un microchip nella sua scatola cranica, per controllarne le reazioni e per spiarlo.
Intanto crescono le preoccupazioni per il suo stato di salute: i difensori hanno preannunciato una conferenza stampa per mercoledi' mattina presso la sede del Bobby Sands nella quale sara' fornito un aggiornamento medico sulle condizioni del loro assistito.

29 giugno 2004 - BATTISTI: LA VIGILIA DELLA SENTENZA
ANSA:
TERRORISMO: BATTISTI, DOMANI IL GIORNO DELLA VERITA'
LEADER PAC FIDUCIOSO
(di Tullio Giannotti)
E' arrivata l'ora della verita' per Cesare Battisti, 50 anni, ex terrorista condannato all'ergastolo per quattro omicidi e rapine in Italia e rifugiato in Francia: domani alle 14 la Corte d'Appello di Parigi emanera' il suo verdetto sull'estradizione. Battisti e' "fiducioso" - dicono gli avvocati - e "sollevato perche' questa lunga attesa sta per finire".
La vicenda dell'ex leader dei PAC, i Proletari armati per il Comunismo, emblematica degli anni di piombo, e' esplosa all'inizio di quest'anno in Francia innescando un batti e ribatti di polemiche fra una gauche schierata in gran parte con l'ex terrorista e una ferma richiesta di estradizione da parte dell'Italia con la quale e' solidale il governo Raffarin.
Battisti fu arrestato il 10 febbraio scorso e rimesso in liberta' il 3 marzo in attesa di un nuovo esame sulla sua estradabilita', dopo quello - negativo - del 1991, quando ancora pero' le sue condanne in Italia non erano definitive.
In Francia, dove approdo' nel 1990 dopo una vita da