Almanacco dei misteri d' Italia
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luglio-agosto 2004 |
1 luglio 2004 - LETTERA SERGIO SEGIO A DAGOSPIA
"Dagospia"
Caro Dago,
va bene che oltre a Dago, dice il nome, sei anche spia, ma in questo caso lasci il lavoro a metà, con un'allusione che può risultare criptica, oltre a essere evidentemente malevola (cfr. politikom - Lerner tra Segio e Bonomi, 30 giugno 2004).
La mia storia, quella cui rimandate, specie agli esordi è stata piena di personaggi che amavano lanciare i sassi e nascondere la mano, oppure giocare contemporaneamente il ruolo degli incendiari e dei pompieri. Molti di questi oggi sono rifugiati a Parigi o in qualche redazione. Nulla di male, ovviamente. Anzi. In altri Paesi meno dediti al rancore postumo e a senso unico, gli estremisti del 68 sono al governo. Da noi possono al massimo ambire a fare il proprio odierno lavoro, che sia quello del giornalista, del sociologo o qualsiasi altro, senza vedersi rinfacciato il passato a ogni piè sospinto.
A distanza di quasi 30 anni dai fatti, altri sono ancora precipitati nel pozzo nero delle carceri. Vedi Adriano Sofri. O si cerca di farceli tornare. Vedi Cesare Battisti. E sono i migliori, almeno a mio giudizio (Sofri intendo, non Battisti, al quale non va la mia simpatia ma che egualmente non vorrei mai vedere in carcere). Non perché siano in galera (un'esperienza che appunto non auguro a nessuno, capi del governo compresi: del resto, in tempi non sospetti avevo in somma antipatia anche le prigioni del popolo, non solo quelle dello Stato). Ma per l'onestà intellettuale e l'assenza di animosità con cui generalmente sanno guardare al passato, proprio e altrui.
Sofri, in un'intervista recente al Corriere della Sera, a proposito di piazza Fontana, ha detto: "Alla violenza indiscriminata della strage si aggiunse la menzogna, il senso del complotto, della persecuzione. Innocenti come eravamo toccava a noi per diritto, diritto che è divenuto poi la nostra dannazione, tirare la prima pietra. Poi quando l'hai scagliata non sei più innocente. E non a caso ne tiri un'altra e un'altra ancora. Fino a diventare un lanciatore di pietre".
L'origine della mia e nostra storia è tutta qui. Sono, siamo, diventati dei lapidatori. Il che è stato feroce e ignobile. Ma sarebbe storicamente falsante e assai parziale non ricordare che c'è stata un età dell'innocenza, un lungo periodo in cui la violenza era stata solo subita. Io, con qualche altro migliaio dei giovani di quell'epoca, siamo stati certo ottusi (come sempre è l'estremismo, a differenza della radicalità). Ho lanciato prima i sassi, poi le molotov, poi sono passato alle pistole. Ho commesso gravi e irreparabili reati. Prima di ciò, mi limitavo alle lotte per una scuola più democratica e a manifestare nelle piazze, dove ho visto uccidere tanti dimostranti, operai e studenti, semplici passanti.
Ho poi passato una buona parte della mia vita in prigione. Di tutta la mia storia, quella di Prima linea, sono stato l'ultimo a uscire. Ora faccio il volontario in associazioni impegnate sull'esclusione sociale, la tossicodipendenza e il carcere, e coordino un centro studi e una redazione che produce il Rapporto annuale che ho presentato ieri a Milano, appunto con Lerner e Bonomi (ma anche con il gesuita padre Sorge, che non ha peccati giovanili di estremismo, e il segretario milanese della CGIL, che estremismo e terrorismo ha sempre combattuti).
Nonostante due decenni di galera, e non per sua virtù come qualcuno che non la conosce potrebbe pensare, credo di essere profondamente cambiato, nei riferimenti e nei comportamenti. Il che non è di per sé un merito, ma neppure un demerito. Più di 20 anni fa, e ancor prima di essere arrestato, ho giudicato la violenza politica e la lotta armata non solo sconfitta ma, ben di più, un tragico e sanguinoso errore. L'ho detto allora, promuovendo l'abbandono delle armi e la dissociazione e la critica della violenza politica (e ti assicuro che non era facile farlo da dentro le carceri speciali, governate da una violenza opposta e cieca e da torture "reiterate"), senza nascondere la mano e la faccia. Ciò mi è costato diverse aggressioni e tentativi di omicidio da parte di brigatisti irriducibili. L'ho ridetto di recente, con un'intervista a Repubblica, cui mi ha risposto una campagna di anatemi e insulti da parte di disobbedienti e cobas vari.
Certo, le mie scelte di allora sono costate ben più care a molte persone.
Rimane il fatto che la violenza politica, il mito rivoluzionario della palingenesi sociale (così come la guerra civile: "L'assassinio di Luigi Calabresi è il primo anello della catena. È lo sparo che riaccende la guerra civile italiana, combattuta con le armi nel biennio 1943-1945, rinfocolata sulle piazze nel tempo della guerra fredda, e poi mimata a cavallo tra gli anni 70 e gli anni 80", Aldo Cazzullo, Il Caso Sofri, Mondadori) non l'abbiamo inventata noi: semmai ne siamo stati per fortuna (e forse anche grazie allo scavo culturale operato dalla dissociazione) gli ultimi (o quasi) pallidi epigoni.
E rimane anche il fatto che di quella stagione e per quelle culture siamo stati gli unici a pagare. Da ultimo, c'è stato l'ennesimo azzeramento del processo per la strage di piazza Fontana, l'avvenimento che nel dicembre 1969 ha causato, oltre ai tanti morti, la perdita di innocenza di un pezzo di generazione. Un azzeramento che non ha destato né indignazione né Travaglio. Del resto, i giovani di oggi sono convinti che quella strage (a lungo e pour cause definita, non solo dagli estremisti dell'epoca, "strage di Stato"), e quelle successive, l'abbiano fatte le Br. E ciò non è casuale. È uno dei tanti risultati di quella memoria rancorosa a senso unico, cui mi pare rimandi anche la tua notizia di ieri.
Insomma, siamo - e permettimi di usare il plurale - stati caricati non solo della responsabilità penale dei gravi fatti di cui ci siamo resi responsabili nell'abbaglio rivoluzionario, ma anche di qualsiasi lacerazione e nefandezza che ha caratterizzato il lungo dopoguerra italiano, che è arrivato sino al crollo del Muro di Berlino, e oltre.
Nessuno più dice o invita a ricordare i nomi e le gesta degli allora mazzieri neri approdati al governo. Ma, più significativamente, nessuno dice e ricorda quanto, alla fine degli anni Novanta, riassunse l'allora presidente della Commissione parlamentare sulle stragi, Giovanni Pellegrino, sulla base della ingente documentazione raccolta: "Nel periodo '68-'74 settori del mondo politico, apparati istituzionali, gruppi e movimenti della destra radicale hanno elaborato e posto in essere una strategia della tensione; a tale strategia sono attribuibili tentativi di colpo di stato (...) tre grandi stragi impunite nel periodo 69-74 (...); gli apparati di intelligence e di sicurezza, anche dopo il 1974, furono autori di attività di depistaggio e di copertura nei confronti di elementi della destra radicale individuati come possibili autori di fatti di strage" (cfr. Atti della Commissione, ma anche il libro Segreto di Stato, Einaudi, 2000).
Mi sembrerebbe necessario che coloro che ieri hai sollecitato a ricordarsi le vicende collegate al mio nome fossero aiutati e invitati a ricordarsi anche di ciò che è indiscutibilmente stato il prologo, il nesso causale e il contesto (brutta parola, che in genere tende a giustificare e annacquare le responsabilità individuali, ma pure mi sembra inevitabile) di quelle vicende.
Un po' mi stupisce che anche Dagospia - che per altri versi apprezzo - abbia scelto di portare il proprio sassolino al perenne livore e ostracismo nei confronti degli ex estremisti. Del resto, avevate già cominciato a farlo qualche settimana fa su Aldo Bonomi, dando credito a veleni e notizie raccogliticce, propalate da chi ha fatto del rancore (e della disinformazione) una vera e propria professione. E così, di nuovo ieri, un lettore (cfr. Piccola posta - Il passato di Bonomi) ha prontamente raccolto e rincarato la dose.
In quel lontano passato, che Dago ha voluto richiamare e attualizzare, pensavo che l'odio e il rancore fossero sentimenti magari non nobili ma inevitabili e necessari in un conflitto sociale e politico aspro e terribile. Oggi penso che siano solo meschini. Ma allora odio e rancore, come gli estremismi, erano opposti e reciproci. Ora mi pare siano unidirezionali e ancor meno giustificabili.
Perdona la lunghezza, un saluto
Sergio Segio1 luglio 2004 - BATTISTI: DAI GIORNALI
"La Stampa"
Non è un partigiano
CENTINAIA di esponenti della sinistra intellettuale parigina, la più fanatica e intollerante del pianeta, hanno protestato contro la sentenza che concede l'estradizione in Italia del terrorista Cesare Battisti, intonando canti partigiani per la strada, con Oreste Scalzone - altro rifugiato - che li accompagnava alla fisarmonica. Si può comprendere il dibattito, tutto francese, sul mancato rispetto della parola data da Mitterrand. Ammirare la foga oratoria di Daniel Pennac, peraltro preferibile nei panni di narratore satirico che in quelli livorosi di una Sabina Guzzanti che sa scrivere. Si può persino sorvolare sull'amnesia dei contestatori, che quando imputano al tribunale di aver rinnegato il salvacondotto concesso ai brigatisti da Mitterrand, dimenticano di aggiungere che l'ex presidente lo aveva riferito ai reati di opinione, non agli omicidi di gioiellieri e macellai compiuti durante gli anni di piombo dall'"eroico" Battisti. Ciò che invece non si può più passare sotto silenzio è l'uso improprio della simbologia partigiana. Il tentativo furbastro, frequente anche dalle nostre parti, di impossessarsi di un patrimonio comune per spenderlo in difesa di interessi che mai e poi mai avrebbero trovato l'appoggio di coloro che rischiarono la pelle contro i nazifascisti, mica contro i gioiellieri. E che non combatterono le dittature vere per permettere a un Battisti qualunque di scappare dalle proprie responsabilità personali, trasfigurando dei cittadini inermi in bersagli militari di una guerra civile immaginaria.LA DECISIONE FARÀ GIURISPRUDENZA, ORA RISCHIA UNA DECINA DI LATITANTI
Parigi, si chiude un'epoca tra falsi miti e ambiguità
La dottrina Mitterrand, mai compiutamente evocata in patria, lo fu davanti a Craxi e De Mita: adesso si avvia al tramonto
dal corrispondente a PARIGI
Il fantasma di François Mitterrand avrà trascorso una notte inquieta perché all'origine di tutto c'è la sua mummia contorta e beffarda, arguta ed equivoca, paradossale e solitaria anche quando con Bettino Craxi (un altro ossesso della politique politicienne) concordava una soluzione politica a quella che per la Francia poteva rivelarsi un'emergenza di sicurezza: tre, quattrocento italiani in fuga dagli anni di piombo. Inseguiti dalla giustizia d'emergenza, dalle confessioni dei pentiti e dalle militanze pericolose. La maggior parte suscettibile di cadere soltanto nell'accusa di "partecipazione a banda armata" o di "concorso" in qualche attentato. Qualcuno, invece, in fuga dai propri delitti, veri e dolenti. Era la fine degli anni '70 e Parigi appariva una terra promessa. Franco Piperno, finito e poi scagionato nella confusa turbina dell'affare Moro, vi arrivò parafrasando un vecchio perseguitato: "L'uomo libero ha due patrie, la sua e la Francia". E venne quasi subito estradato. Ma insomma il clima era quello dell'arrembaggio a una grande boa di salvezza, mitizzata al limite della letteratura. François Mitterrand si trovò a dover decidere che fare. La soluzione fu trovata - ha testimoniato su La Stampa Gilles Martinet, allora ambasciatore a Roma - in concorso con il presidente del Consiglio Bettino Craxi che nutriva per il compagno francese una gelosa ammirazione. Craxi voleva evitare di trasformare i rifugiati in martiri o eroi e chiedeva quindi a Mitterrand di tenersi i più noti, soprattutto un tal Toni Negri. Mitterrand aveva invece il problema di garantire che insieme alle loro preoccupazioni i rifugiati italiani non esportassero in Francia anche un po' di terrorismo che qui era quasi del tutto assente. Nacque così la cosidetta "dottrina Mitterrand" che non è per niente una "dottrina" ma piuttosto un impegno politico preso dal presidente nei confronti degli italiani con lo scopo di farli emergere dalla clandestinità. Mitterrand offriva ospitalità, ma chiedeva la fine di ogni attività terroristica. E la "dottrina" venne così solennemente formulata all'Eliseo il 22 febbraio 1985, alla presenza di Craxi: gli italiani venuti in Francia e che hanno rotto con la violenza e che si impegnano in un'esistenza pacifica non saranno estradati. Salvo "quelli colpevoli o complici di crimini di sangue". Questa clausola Mitterrand la pronunciò due sole volte, in presenza di Craxi e - quattro anni dopo - di De Mita, capo del governo. In patria e rivolto ai francesi il contorto presidente socialista francese rimase più sul vago, mantenendo la promessa di ospitalità senza specificare le responsabilità nei crimini di sangue. Dall'altra parte anche Bettino Craxi giocava con le sue ambiguità per esempio usando a comando il fantoccio del "grande vecchio" evocato come pilota del terrorismo italiano da qualche misteriosa "centrale straniera" che non non era difficile collocare a Parigi sede del mai abbastanza misterioso "Hyperion". Questa sovrastruttura ha fatto da sfondo all'epopea dei "rifugiati" italiani a Parigi che ora - dopo la sentenza di ieri su Cesare Battisti - protestano perché la Francia avrebbe ritirato la "parola data" dall'ex presidente, confermata e conservata dal suo successore Jacques Chirac e, naturalmente, da tutti i governi che si sono succeduti. L'Italia continuava a inviare richieste di estradizione e la Francia seguitava a rifiutarle. Il caso Battisti è dunque una svolta storica che probabilmente porterà a chiudere la surreale situazione di cittadini di uno stato democratico e membro dell'Unione europea (Italia) che vivevano da "rifugiati politici" in un altro stato dell'Unione europea (Francia). Ci sarà l'estradizione di Battisti, forse di altri condannati per omicidio e la soluzione per tutti gli altri per i quali, ha detto il ministro francese della giustizia Perben "il passato è passato". I giudici che ieri hanno detto sì all'estradizione di Battisti con una sentenza di diciassette pagine che sembra costruita apposta per fare giurisprudenza hanno demolito due dei cardini su cui si reggeva l'equivoco: le condanna per contumacia e, appunto, il diritto di asilo. Battisti non era presente ai suoi processi, ma ne era perfettamente informato, era suo diritto non comparire (un diritto che la legislazione francese non riconosce agli imputati) ed è sempre stato rappresentato dai suoi legali di fiducia dunque il "diritto di difesa è stato preservato". Per quanto riguarda il diritto d'asilo i giudici - senza mai citare la "dottrina Mitterrand" - hanno scritto che trattavasi di "impegni politici" e che come tali in forza del principio della separazione dei poteri non rientravano nel campo della loro competenza giuridica. In altre parole hanno rinviato ai politici l'onere di far politica. Per quanto competeva loro e cioè è il diritto è "importante" sottolineare il fatto che Battisti - benché titolare di una carta di residenza - non per questo aveva diritto alla statuto di "rifugiato". Sottinteso: essendo l'Italia una democrazia non ci possono essere perseguitati politici. Battisti era infatti condannato per reati "comuni". Omicidi, "crimini di sangue", avrebbe detto Mitterrand, il cui fantasma per quanto stiracchiato a destra e a sinistra, può oggi vantare il paradosso di aver elaborato una dottrina che ha coperto gli ultimi vent'anni e - da ieri - il loro rovescio.
c. m."SEGNO DI UN'OPINIONE PUBBLICA VENDICATIVA". PARLATO: DI LUI DO UN GIUDIZIO SEVERO
Rossanda e il no al grido "in galera"
SU una cosa così potremmo scriverci libri, ma insomma: adesso che dice la sinistra radical italiana dell'estradizione di Cesare Battisti? Cosa dicono, soprattutto, i suoi padri nobili, il gruppo del manifesto, per esempio, che con una delle sue firme più autorevoli ha inventato la formula dell'"album di famiglia"? Fausto Bertinotti ha scelto di tacere. Giuliano Pisapia ammette che l'Italia non fu il Cile ma "la legislazione d'emergenza degli anni Settanta profondi dubbi di costituzionalità li solleva". Della sinistra riformista italiana più o meno si sa e s'è scritto: dice praticamente senza eccezioni che l'estradizione del terrorista dei Pac diventato scrittore di noir è giusta. Dice, lo ricorderete, che la tesi spacciata dagli intelò parigini, Italia anni Settanta uguale Pinochet, è una bufala galattica. Di più: il caso-Battisti ha prodotto una situazione surreale in cui perfino alcune fette del movimento italiano (tipo le ogn Attac e Arci), prendendo le distanze da un uomo condannato per quattro omicidi, paiono su posizioni più fattuali dalla gauche istituzionale francese: la gauche intellettuale unita come un sol uomo a difendere Cesare Battisti e gridare "vergogna" ai giudici che hanno detto sì all'estradizione, la gauche politica che, con il leader socialista Holland, va a trovare il terrorista in carcere a la Santé, la gauche ieri finita addirittura nei tafferugli... Ecco: e i padri nobili della sinistra "eretica"? Valentino Parlato e Rossana Rossanda? Battisti non piace al primo, e non scalda la seconda. Ma una cosa sono le simpatie umane e personali, altra cosa la riflessione sul "diritto d'asilo" al quale si appellano gli intellettuali francesi, o la "voglia di carcere" dalla quale una donna come Rossana Rossanda prende le distanze. Dice Valentino Parlato "a me non sta affatto simpatico Battisti, e lo si potrebbe anche bollare con parole forti. Però su quello che pensiamo noi della vicenda fa testo quanto ha pensato Rossana". Riecco il vecchio motto dei redattori del manifesto, "cosa ha scritto Luigi? cosa pensa Rossana?" Rossanda è a appunto a Parigi, e sulla vicenda non ha molta voglia di tornare. Conferma però tutto quanto ha scritto, invitando a rileggersi quanto scrisse a suo tempo. Il punto, secondo la sua lettura, non è difendere un uomo che può anche apparire detestabile: il punto è smascherare l'orrendo "grido in galera, una passione nazionale italiana". A detta di Rossanda i casi Priebke e Battisti, apparentemente imparagonabili, sono in realtà speculari e accomunati da un elemento: l'accanimento simmetrico sull'uno e sull'altro. "In galera in galera è sempre stato il grido di un'opinione incerta e confusa, perciò vendicativa", ragiona. Oltretutto "la Chambre d'accusatiòn, corte niente affatto facile, aveva esaminato a suo tempo i documenti d'accusa inviati dall'Italia, e non ha concesso l'estradizione perché si tratta di un imputato di delitto politico, basato soprattutto su prove indiziarie, e che ha condotto in Francia una vita esemplare". Come, e le confessioni che inchiodano Battisti ai suoi omicidi? E la sua fuga, a differenza di tanti altri che il carcere l'hanno scontato? Non sono il centro dell'affaire, secondo Rossanda. Come per i francesi, Dani Pennac e Philippe Sollers, più dei "fatti" conta la dottrina Mitterrand: "È il sistema mitterrandiano sbagliato, folle e criminogeno?", domanda Rossanda. No, e tutto sommato "persino Hobbes riconosceva a un imputato il diritto di fuga"..."La Repubblica"
IL PROTAGONISTA
Giallista apprezzato, non ha mai rinnegato gli anni di piombo. "Assumo la responsabilità collettiva"
La "terza vita" dell´ex terrorista con lo spettro dell´ergastolo
Alla sua fuga in Messico è ispirato il film di Salvatores "Puerto Escondido"
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI - La disperazione della compagna, il volto impietrito della figlia non hanno bisogno di parole. La stessa espressione di Cesare Battisti, quando il presidente della Chambre de l´instruction legge il verdetto, tradisce il suo sgomento, quello di iniziare una terza vita, questa volta dietro le sbarre. "E´ una vergogna", dicono fra i denti i suoi legali. Che rifiutano di parlare ai giornalisti e si limitano a pubblicare un comunicato. Accusano i magistrati di aver preso "su ordine una decisione politica che disonora le nostre istituzioni e i principi di uno Stato di diritto". Parole che il loro cliente condivide al cento per cento. Ma i giudici hanno respinto tutte le loro obiezioni: l´estradizione rifiutata nel 1991 era stata chiesta sulla base di un mandato di cattura e non di una condanna definitiva; il processo in contumacia è stato regolare, perché Battisti ha potuto far ricorso; la "dottrina Mitterrand" è cosa politica e giudici non devono tenerne conto.
Tre argomentazioni respinte che mettono con le spalle al muro Battisti. Che resta libero e quindi anche libero di darsi alla fuga e sottrarsi alla giustizia. Il 4 marzo scorso, quando è stato scarcerato, i giudici gli hanno imposto di consegnare il suo passaporto alla cancelleria del tribunale, risiedere nella regione parigina, firmare una volta alla settimana in commissariato e non avvicinarsi ad aeroporti e aerodromi. Adesso solo lui, con la sua coscienza, deciderà quale sarà la terza fase della sua vita. La prima è stata quella della delinquenza comune, della politicizzazione in carcere, della tragica avventura nei "Proletari armati per il comunismo", una banda di disperati, entrati in clandestinità dopo il rapimento e l´uccisione di Aldo Moro. Poi l´arresto, l´evasione dal carcere di Frosinone grazie all´aiuto di alcuni compagni, la fuga: un passaggio in Francia (ma nel 1982 le autorità francesi non lo accettarono), e l´approdo in Messico, dove abbozza la sua futura attività letteraria. La sua fuga, fra l´altro, ispira il romanzo "Puerto Escondido" di Pino Cacucci, che sarà poi portato sul grande schermo da Gabriele Salvatores.
Battisti torna in Francia nel 1990. I suoi legali sono riusciti evidentemente a convincere il governo ad accettarlo. Verrà incarcerato, ma la richiesta di estradizione sarà respinta per vizio di forma. L´ex terrorista può cominciare una nuova vita e conoscere il successo: i suoi gialli sono pubblicati da Gallimard e altri editori e lo rivelano al pubblico. La notorietà che gli permette di godere della mobilitazione di una parte degli intellettuali francesi al momento del suo arresto.
Battisti non ha mai rivisitato gli anni di piombo e ha sempre rifiutato di riconoscere la sua colpevolezza: "Nego totalmente i fatti specifici di cui mi si accusa e per i quali sono stato condannato - ha detto in una chat sul sito del "Nouvel Observateur" - . Assumo la responsabilità collettiva come dovrebbe essere per tutti gli uomini degni di questo nome, coinvolti in un dramma sociale di questa ampiezza. Posso forse giudicarmi maldestro a quell´epoca, ma ciò non mi dà il diritto di dimenticare il contesto politico e sociale che ha cullato la mia goffaggine".
(g.m.)Pronto l´elenco dei rifugiati in Francia da estradare. Tra gli altri la Cappelli e Pietrostefani
Quattordici già sulla lista nera hanno tutti conti in sospeso
CLAUDIA FUSANI
ROMA - Alle due di ieri pomeriggio si è aperta, dopo ventitrè anni, una breccia nella cosiddetta "dottrina Mitterand", in quel salvacondotto che il presidente francese decise di concedere nel 1981 ai protagonisti degli anni di piombo italiani fuggiti in Francia per evitare le pene previste dalla legislazione d´emergenza.
Il ritorno di Cesare Battisti in Italia per scontare gli ergastoli di quattro omicidi firmati dai Pac, non è scontato. Anzi: i suoi legali hanno già fatto ricorso in Cassazione, poi potranno appellarsi al Consiglio di Stato. E l´ultima e definita parola spetterà al governo e al presidente Jacques Chirac.
Ma per i tecnici del ministero della Giustizia che da quasi tre anni, con l´Antiterrorismo del ministero dell´Interno e il magistrato di collegamento a Parigi, lavorano sul gruppo di un centinaio di ex terroristi dell´estrema sinistra rifugiati in Francia, la decisione di ieri è, dicono, "una svolta perché è stato riconosciuto che la giurisdizione italiana ha rispettato i principi del contraddittorio anche negli anni del terrorismo e della legislazione d´emergenza". Un riconoscimento che era sempre stato negato, che era stato il fondamento dell´eccezione Mitterand, e che adesso è il via libera per ottenere l´estradizione anche di altri ex terroristi.
Una lista è già pronta, quattordici persone che da ieri sanno che la loro nuova vita in Francia, ci sono insegnanti, scrittori, madri, padri, potrebbe finire per andare a saldare quel conto con la giustizia italiana rimasto in sospeso per tutti questi anni. Aprono l´elenco Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, il primo condannato per "concorso morale" in almeno dieci omicidi firmati dalla colonna romana delle Br fra cui il colonnello Varisco e il vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet; la seconda condannata, sempre in concorso, in altri delitti firmati dalle Br tra cui l´omicidio del generale Enrico Galvaligi e il rapimento del giudice D´Urso. Entrambi hanno chiuso per sempre e da tempo con la lotta armata. Nella lista anche i nomi di Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Maurizio di Marzio, Vincenzo Spanò, Massimo Carfora, Walter Grecchi, Marina Petrella, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Giorgio Pietrostefani, condannato nel 1997 per l´omicidio del commissario Calabresi e fuggito in Francia nel 1999.
L´elenco è il frutto di limature e "compromessi", valutazioni e analisi giuridiche delle varie posizioni processuali. Nel settembre 2002, durante un incontro tra il ministro della Giustizia italiano e il collega Dominique Perben francese, fu stabilito "un metodo" e "un criterio" che rispettasse la volontà del governo italiano di "far pagare il debito con la giustizia a chi è stato condannato per delitti di terrorismo e di sangue" e l´eccezione francese ribadita anche nel 1998 dal primo ministro socialista Lionel Jospin dopo l´entrata in vigore del trattato di Schengen. L´accordo prevedeva un colpo di spugna sui reati commessi prima del 1982 e una valutazione ad hoc, cioè caso per caso, per i fatti più gravi. Il sì all´estradizione di Battisti, spiegavano ieri in via Arenula, "dimostra che è fondata l´impostazione tecnica-giuridica alla base delle nostre richieste". E´ stato riconosciuto che "in quegli omicidi è più forte la componente del delitto comune che non quella del terrorismo". E´ stato superato uno scoglio considerato finora impossibile come la condanna in contumacia. Ed è stato aggirato l´ostacolo del cumulo giuridico delle pene, non riconosciuto dai francesi. Il ritorno in Italia di Battisti è ancora una storia lontana nel tempo. Ma "ieri è stata aperta un´autostrada"."Il Giornale"
Ciao Italia, vado in clandestinità
Dalla Francia al Nicaragua, dall'Argentina alla Libia fino alle isole sperdute dell'Oceano Pacifico: sono queste le vie di fuga dei 163 latitanti del terrorismo di sinistra ricercati dalle autorità di Polizia italiane.
Daniele Biacchessi, giornalista di Radio 24 e scrittore, le ha ripercorse nel libro, edito da Mursia: "VIE DI FUGA, storie di clandestini e latitanti".
Una mappa inquietante sulle modalità della fuga, sulle coperture e sui silenzi che hanno segnato negli anni la latitanza dei protagonisti degli anni di piombo. Il libro prende le mosse dalla Francia, dove vive il gruppo di latitanti più numeroso.
Un libro di grande attualità nel momento in cui si sta agtendendo l'estradizione dalla Francia di Cesare Battisti, il pluriomicida rosso divenuto scrittore di gialli e osannato dalla sinistra d'Oltralpe.
Scrive Biacchessi: "Solo pochissimi sostengono ancora idee di lotta armata. I più si sono sposati, sono integrati, in tasca hanno il permesso di soggiorno e pagano tasse allo Stato francese. L'ex brigatista Roberta Cappelli (esponente della colonna romana) è architetto; Luigi Rosati, ex Potere operaio è etnomusicologo, Gianfranco Pancino è un medico stimato, Gianni Mainardi è proprietario di un ristorante (..). altri invece fanno i venditori ambulanti, imbianchini, muratori. Qualcuno è alla deriva tra alcoolismo e tossicodipendenza.". Dalla Francia all'America Latina dove i latitanti "rossi" si dividono tra Nicaragua e Argentina. Vive a Managua per esempio Alessio Casimirri, ricercato anche per la strage di via Fani e l'omicidio Moro; mentre Leonardo Bertulazzi, brigatista della prima generazione, condannato a ventisette anni di reclusione per associazione sovversiva e banda armata vive oggi a Buenos Aires in attesa che la Corte suprema argentina si esprima sulla richiesta di estradizione respinta dal tribunale federale."A rendere complesso il rientro in Italia dei latitanti del terrorismo vecchio e nuovo sono i cosiddetti "trattati della discordia", cavilli burocratici, discordanze tra codici di procedura penale dei vari Paesi. Basti pensare che Italia, Francia, Germania, Austria , Lussemburgo, Olanda e Grecia non hanno ancora inserito nel loro codice di procedura penale il mandato d'arresto europeo firmato in sede Ue a Laeken." scrive Biacchessi, " Con Paesi extra europei le cose sono ancora più complicate. Non esiste trattato di estradizione firmato tra Italia e Nicaragua. Tra l'Argentina e l'Italia c'è un trattato firmato nel 1987 e diventato legge nel nostro paese cinque anni dopo; tra Italia e Algeria c'è un trattato del luglio del 2003 che prevede "l'estradizione per fatti che la legge di entrambi le parti punisce con una pena superiore a un anno.Non esistono invece accordi bilaterali con quasi tutti i Paesi del Centro e del Sud America e con quelli asiatici. In alcuni casi si fa riferimentoa norme che risalgono all'Ottocento. E' così per Bahams, Bolivia, Costa Rica, Cuba, El Salvador, Messico, Venezuela, Uruguay, Singapore e Sri Lanka. Sul piano giuridico le vie di fuga restano in gran parte aperte"ANSA:
LIBRI: TERRORISMO ROSSO, BIACCHESSI RICOSTRUISCE VIE DI FUGA
Dalla Francia al Nicaragura, dall'Argentina alla Libia, fino alle isole sperdute del Pacifico: sono queste le vie di fuga dei 163 latitanti, ricercati dalla polizia italiana per terrorismo di estrema sinistra, che Daniele Biacchessi ha ricostruito nel suo ultimo libro, 'Vie di fuga - storie di clandestini e latitanti'.
La mappa della latitanza italiana nel mondo parte dalla Francia, dove, secondo Biacchessi "solo pochissimi sostengono ancora le idee della lotta armata. I piu' sono sposati, integrati e pagano le tasse". Dalla Francia all'America Latina, dove i terroristi latitanti si dividono tra Argentina e Nicaragua. A Managua vive Alessio Casimirri, a Buenos Aires Leonardo Bertulazzi, in attesa che la Corte Suprema argentina si esprima sull'estradizione.
"A rendere complesso il rientro in Italia dei latitanti - continua Biacchessi - sono i cosiddetti 'trattati della discordia', cavilli burocratici, discordanze tra codici di procedura penale dei vari Paesi". Non solo: con quasi tutti i Paesi del Centro e Sud America non esistono accordi, e cosi', sostiene Biacchessi "le vie di fuga restano in gran parte aperte".BATTISTI: LA FRANCIA SI SPACCA SUL SI' A ESTRADIZIONE
I GIORNALI RIFLETTONO LA DIVISIONE TRA DESTRA E SINISTRA
'Liberation' stigmatizza il si' della Corte d'Appello di Parigi all'estradizione di Cesare Battisti, il 'Figaro' applaude invece i giudici: sul caso dell'ex terrorista rosso la stampa francese si spacca. Con 'Le Monde' che non prende posizione e si limita ad un'analisi dei " tre pesanti paradossi Battisti".
Quotidiano di riferimento per l'intellighenzia parigina di sinistra, 'Liberation' fa fuoco e fiamme contro l'avviso favorevole all'estradizione annunciato ieri pomeriggio a Palazzo di Giustizia: "Francia, terra d'espulsione", titola in grande in prima pagina, dove campeggia una grossa foto dello "scrittore italiano" Battisti.
In un editoriale il giornale si stupisce che una parte della sinistra della Penisola sia fredda sulla proposta di un'amnistia generale per gli anni di piombo e insista invece per l'estradizione: "Teme che un'amnistia torni utili anche a Berlusconi? Ma quello non si e' gia' sottratto alla giustizia del suo paese facendo votare delle leggi su misura per proteggere la sua immunita'?", chiede il quotidiano.
Per 'Liberation' i giudici della Corte d'appello hanno dato ieri "l'impressione di avere agito sotto una duplice influenza: quella del governo francese, non scontento di farla finita con la 'dottrina Mitterrand', e quella del governo italiano, deciso a far pagare il prezzo forte ai suoi presunti ex terroristi".
Pur ritenendo "condannabili" alcuni degli "atti" di Battisti, il quotidiano mette in risalto che durante gli anni di piombo lo stato italiano "eccelleva nell'arte di maneggiare corruzione, strategia della tensione e leggi speciali".
Sulla stessa lunghezza d'onda e ancora piu' polemico, il quotidiano comunista 'L'Humanite" scrive che Battisti e' "una vittima espiatoria" ed e' stato "strumentalizzato da un potere di parte che criminalizza la poverta' cosi' come tutta l'opposizione". "Il primo ministro - si chiede il foglio del Pcf - aumentera' l'infamia e il disonore della Francia firmando il decreto di estradizione?",
Tutt'altre le campane suonate oggi sul 'Figaro': per il quotidiano conservatore "il caso Battisti e' semplice, si tratta di un assassino che per schivare il castigo ha preso la fuga". "Certi - sottolinea il 'Figaro' - vorrebbero farne un caso di coscienza. Non si vede perche'. Gli italiani si ricordano che i militanti di estrema sinistra degli anni Settanta avevano un solo obiettivo: rovesciare lo stato, abbattere la democrazia. E come mezzo d'azione uccidevano". Il giornale esprime un solo rammarico: Battisti, condannato in contumacia, non potra' essere di nuovo processato dopo il suo futuro ritorno in patria.
Al caso dell'ex pistolero dei 'Proletari armati per il comunismo" dedica oggi tre delle sue 28 pagine il quotidiano cattolico 'La Croix', per il quale la mobilitazione degli intellettuali parigini a favore dell'ex terrorista non ha fatto breccia nell'opinione pubblica francese (rimasta "largamente indifferente") perche' intrisa di "arroganza" nei confronti dell'Italia.
"Il sistema giuridico italiano - sottolinea 'La Croix' - ha grossi difetti ma non giustifica in alcun caso di essere presentato come se fosse uscito direttamente dal periodo fascista. L'Italia e' uno stato di diritto... La condiscendenza verso l'Italia porta soprattutto a trascurare una dimensione primordiale di questa vicenda, quella del dolore. La Francia non ha conosciuto nulla di simile agli anni di piombo italiani:
15.000 attentati di estrema destra e di estrema sinistra, circa 400 morti, 2.000 feriti di cui molti gambizzati".
Nel suo editoriale 'Le Monde' non chiede piu', come faceva qualche mese fa, che a Battisti sia evitata l'estradizione. Il piu' prestigioso foglio di Francia analizza tre paradossi: 1) la trasformazione del caso da giudiziario a politico, in forza della dottrina Mitterrand, sulla quale "con buon senso e chiarezza" la giustizia francese non si e' pronunciata "in nome della separazione dei poteri" perche' si tratta di un "impegno verbale" di un ex presidente. 2) La "grave incomprensione" emersa tra Italia e Francia sulla vicenda, con parte dell' intellighenzia e della sinistra francesi pronta a trattare l'Italia da stato "predemocratico", "poco rispettoso del principio del contraddittorio nei suoi recinti giudiziari" ignorando la storia degli ultimi trent'anni. 3) La necessita' che a distanza di un quarto di secolo l'Italia proceda ad un riesame del caso Battisti agevolando cosi' "la nascita di un'Europa giudiziaria intelligente".1 luglio 2004 - BIAGI; LEGALE FAMIGLIA, PM FATTO BUON LAVORO
ANSA:
TERRORISMO: BIAGI; LEGALE FAMIGLIA, PM FATTO BUON LAVORO
RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO BEN ARTICOLATA E BEN COSTRUITA
"La prima impressione e' quella di un lavoro bene articolato, ben costruito e anche chiaro".
E' il commento dell' avv.Guido Magnisi, il legale che assiste come parte offesa i familiari del prof.Marco Biagi, al provvedimento di richiesta di rinvio a giudizio depositato dalla Procura di Bologna a carico di sei presunti brigatisti rossi accusati dell' omicidio del giuslavorista bolognese.
Nel provvedimento - costituito da 81 pagine e firmato dal Pm Paolo Giovagnoli, dal Procuratore Enrico Di Nicola e dall' aggiunto Luigi Persico - si chiede il processo per Nadia Desdemona Lioce, Cinzia Banelli, Roberto Morandi, Simone Boccaccini, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi.2 luglio 2004 - LETTERA SEGIO A DAGOSPIA: UNA REPLICA
"Dagospia"
Accidenti, egregio Dago, che letterona ti ha spedito Sergio Segio.
Oddio, Segio vola un po' troppo alto per un ignorantaccio come me, ma non esito a dargli ragione su tutto. C'è solo un'affermazione un po' ultimativa: "Rimane il fatto che di quella stagione e per quelle culture siamo stati gli unici a pagare".
Be', gli unici proprio no. Per esempio, hanno pagato anche le persone che sono state materialmente assassinate proprio da qualcuno fra gli "unici" di Segio.
Quelle sono persone che oggi non possono tornare in pista pentendosi e aggregandosi a qualche "social club" cattolico.
Per esempio, sta ancora pagando chi ha dovuto sopravvivere al dolore di un morto in casa. Questa è una pena che non finisce in vent'anni. Lo stupore e il fastidio di Segio per questo suo passato che non riesce proprio a passare (nonostante la galera, gli atti di contrizione e un presente adamantino, correttissimo e pacifista) forse mi stupiscono perché vedo fiorire nel suo ragionamento una fortissima volontà di palingenesi personale, per cui non è possibile che qualcuno non accetti quello che lui ha deciso essere il percorso perfetto di sua purificazione.
Fossi in Segio, io accetterei questa brutta "scimmia" che tanti anni fa s'è caricato in spalla, eviterei i fiori e continuerei con le opere di bene.
E. Canarini2 luglio 2004 - BATTISTI: DAI GIORNALI
ANSA:
BATTISTI: SOSTITUTO PG MILANO, RISPETTATI DIRITTI IMPUTATO
Il processo a Cesare Battisti per l'omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani, secondo il sostituto pg di Milano, Donatella Grieco, si e' svolto "nel pieno rispetto dei diritti di difesa dell'imputato".
Il magistrato, che nella vicenda che ha portato alla decisione della Corte d'appello di Parigi di concedere l'estradizione di Battisti ha curato l'istruttoria chiesta dal Ministero della Giustizia italiano, ha spiegato che "nonostante Battisti fosse evaso e sia stato processato in contumacia, era a conoscenza del processo". Fanno fede le numerose lettere in cui l'ex appartenente ai Pac (Proletari Armati per il Comunismo) nominava i suoi legali e il fatto che questi "siano stati presenti in tutte le fasi processuali".
Nella documentazione trasmessa alle autorita' francesi, oltre che alla descrizione del procedimento in tutte le sue fasi, e' contenuta anche la sentenza della Corte d'Assise d'appello del 31 marzo del '93 (divenne irrevocabile nel successivo aprile) con cui Cesare Battisti fu condannato all'ergastolo come esecutore materiale dell'omicidio del macellaio veneziano Lino Sabbadin, e per il suo "ruolo decisionale" in quello del gioielliere milanese Pierluigi Torregiani, che fu rivendicato dallo stesso ex militante dei Pac.
Battisti fu anche condannato per gli omicidi dell'agente di custodia Antonio Santoro, avvenuto a Udine nel giugno dell'88 e dell'agente della Digos di Milano Andrea Campagna, ucciso nell' aprile del '79.BATTISTI: CHIRAC A BERLUSCONI, LO ESTRADEREMO
LA PROMESSA AL VERTICE FRANCO-ITALIANO DI PARIGI
Il presidente Jacques Chirac approfitta del vertice franco-italiano e - al suo fianco un soddisfatto Silvio Berlusconi - scioglie la riserva: dara' di sicuro il nulla-osta al rimpatrio di Cesare Battisti. Basta con la "dottrina Mitterrand", non c'e' piu' asilo politico garantito per i terroristi degli Anni di Piombo.
"Siamo in uno spazio giudiziario europeo, comune. Se una persona e' condannata per crimini terroristi in una democrazia e in uno stato di diritto, e' evidentemente nostro dovere, nostra responsabilita' rispondere in modo favorevole ad una richiesta di estradizione", ha sottolineato Chirac.
Il capo dello stato francese non poteva essere piu' chiaro ed esplicito durante la conferenza-stampa congiunta al termine del vertice annuale italo-francese (il 23esimo della serie) che si e' svolto oggi nei saloni oro e stucchi dell'Eliseo.
Dopo il nulla-osta dato due giorni fa dalla Corte d'appello di Parigi all'estradizione di Battisti esiste dunque un unico ostacolo al suo rimpatrio: la cassazione, investita del caso dagli avvocati difensori dell'ex-pistolero dei 'Proletari Armati per il Comunismo' in risposta alla sentenza avversa del 30 giugno.
Chirac ha premesso che aspettera' ovviamente il pronunciamento del tribunale supremo (tra due o tre mesi) prima di "far conoscere la posizione della Francia" con tutti i crismi ufficiali ma la sua esternazione di oggi non lascia dubbi: malgrado i vibrati appelli dell'opposizione di sinistra, che lo invita a "tener fede alla parola data", autorizzera' senz'altro l'estradizione.
Il presidente francese non poteva fare regalo piu' bello a Berlusconi quando ha smontato oggi pezzo per pezzo la controversa "dottrina" formulata nel 1985 dal suo defunto predecessore socialista Francois Mitterrand a protezione dei terroristi italiani che al pari di Battisti si sono rifugiati in Francia, dove in piu' di cento hanno messo profonde radici.
In contrasto con la gauche, che parla di lui con grande riguardo per il successo dei suoi romanzi gialli e lo considera una specie di vittima degli anni di piombo, Chirac ha messo in rilievo di Battisti un unico risvolto: "e' stato condannato definitivamente nel 1993 dalla giustizia italiana per alcuni omicidi e crimini di sangue".
Monsieur le President si e' lanciato in un breve excursus storico-giuridico: ha spiegato che la presa di posizione di Mitterrand risale ad un'epoca in cui "la legge italiana era oggetto di dibattiti" a livello europeo.
"Dal 1989 pero' - ha proseguito - la legge italiana e' cambiata e la corte europea dei diritti dell'uomo l'ha giudicata rispettosa dei diritti dell'uomo". La "dottrina Mitterrand" ha quindi perso - questa la conclusione logica - la sua ragion d'essere.
Grazie ad una scelta di campo cosi' forte sul caso Battisti Chirac ha dato un contributo essenziale all'obiettivo prefissato del vertice (il 23esimo della serie, con in pista oltre a Berlusconi sei suoi ministri): Italia e Francia hanno compiuto oggi importanti passi avanti verso l'archiviazione finale dei grossi, dirompenti contrasti sulla guerra in Iraq.
Nel quadro della progressiva ricucitura dello strappo Chirac e Berlusconi hanno deciso oggi il varo di "seminari intergovernativi" per uno "scambio costante di riflessioni, aspirazioni e sforzi" sulle "sfide comuni", riguardanti soprattutto le necessita' di riforme. Il primo meeting di questo tipo si svolgera' "a settembre o ottobre" in Italia.
Chirac ha fatto oggi il possibile per accreditare la tesi che tra Italia e Francia non esistono zone d'ombra, malgrado ancora stamattina il quotidiano 'Le Figaro' abbia definito 'execrables' (pessimi) i suoi rapporti personali con Berlusconi. Ha inneggiato alle "due nazioni sorelle, cosi' vicine di cuore, per storia e per cultura". Ha dato per scontato che i due paesi "devono costruire sempre assieme, soprattutto nel campo europeo", avanzando "mano nella mano". Ha lodato alla grande il semestre italiano di presidenza Ue, per il cruciale contributo dato al varo della Costituzione europea.3 luglio 2004 - CASO DORIGO; SINDACO INCONTRA DIRETTORE CARCERE SPOLETO
ANSA:
CARCERI: CASO DORIGO; SINDACO INCONTRA DIRETTORE SPOLETO
SALUTE SOTTO CONTROLLO, CARCERE MAIANO ESEMPIO RISPETTO DIRITTI
La casa di reclusione di Maiano di Spoleto "e' un esempio tra i piu' alti in Italia per le condizioni in cui vengono tenuti i reclusi": cosi' il sindaco della citta' umbra, Massimo Brunini, dopo aver incontrato stamani il direttore del carcere spoletino, Ernesto Padovani, per parlare delle condizioni del detenuto veneziano Paolo Dorigo, da quattro settimane in sciopero della fame.
"Il direttore del carcere - riferisce Brunini in una nota - mi ha pienamente rassicurato sulle modalita' di trattamento detentivo cui e' sottoposto Dorigo. Le sue condizioni di salute sono costantemente tenute sotto stretto controllo. Ho completa fiducia sulla correttezza con cui e' trattato quel detenuto".
L' incontro fra sindaco e direttore del carcere fa seguito alle iniziative attuate dal Centro giovanile Bobby Sands (un presidio e' in programma davanti al carcere oggi pomeriggio alle 17) e dalla sezione spoletina di Rifondazione comunista sulla vicenda di Dorigo, condannato in via definitiva per fatti di terrorismo. Da piu' di un mese rifiuta il cibo per ottenere esami e perizie mediche. Il 15 luglio prossimo il tribunale di sorveglianza nominera' un perito per verificarne la compatibilita' con la condizione di detenuto.
Il sindaco di Spoleto invita a distinguere fra "il caso umano e giudiziario, che mette in discussione le procedure processuali, e le improprie e fuorvianti critiche rivolte alle procedure detentive ed alla direzione del carcere". Una struttura, la casa di reclusione di Maiana, che il sindaco di Spoleto addita a modello, ricordando "le numerose iniziative ed i tanti progetti rieducativi, attuati da quel carcere in stretta collaborazione anche con le scuole e con le strutture socio-assistenziali della citta'".3 luglio 2004 - BATTISTI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Scalzone: "Sciopero della fame a oltranza"
ROMA - "Sinceramente non mi stupisce più di tanto che il presidente Chirac abbia detto quelle cose avendo al fianco Berlusconi - commenta Oreste Scalzone, capofila dei "rifugiati" italiani in Francia, "latitante" a Parigi dal 1981 -; lo stesso Mitterrand aveva parlato più o meno allo stesso modo quando s'incontrò con l'allora presidente del Consiglio Craxi e il suo ministro dell'Interno Scalfaro. Mi viene in mente una battuta: "E' la diplomazia, bellezza"". Sarà pure diplomazia, ma è la fine della dottrina Mitterrand...
"Certo, ma nella logica dell'alternanza Chirac può rivendicare il diritto di rovesciare le scelte dei suoi predecessori. Lo scandalo è altrove".
Dove?
"Nella retroattività del cambio di atteggiamento, per cui con la nuova "dottrina Chirac" si vuol spedire in galera gente che aveva goduto delle decisioni precedenti. Se uno cambia una legge fiscale, è impensabile andare a chiedere gli arretrati. Nel Diritto penale poi, la non-retroattività di una norma non favorevole al reo è un caposaldo di civiltà giuridica che nessuno dovrebbe sognarsi di cancellare".
Ma qui non c'entra il Diritto, non c'era alcuna norma scritta che vietasse le estradizioni. E' semplicemente politica...
"Appunto, ma esiste anche un'etica della politica, il rispetto che di se stessi. Mitterrand aveva fatto una scelta di realpolitik , che a suo tempo era stata condivisa da Chirac, per pura convenienza. Se in nome di un'altra realpolitik si decide oggi di rovesciare le vecchie scelte, bisogna pagarne le conseguenze".
Che intende dire, Scalzone?
"Dico che Mitterrand decise nell'81 di non consegnare nessuno fra le centinaia di insorti in un Paese a democrazia capitalista come l'Italia nel timore che al primo estradato gli altri rientrassero in clandestinità e provocassimo seri problemi al suo Paese. Quella scelta conveniva anche a Chirac, finché esisteva davvero il pericolo che qualcuno riprendesse in mano le armi".
Oggi quel pericolo sembra passato, e forse per questo la "dottrina Mitterrand" viene messa da parte.
"E' proprio così, ma vi sembra giusto? E' accettabile che persone accolte o tollerate per venti o dieci anni per realismo e convenienza, le quali nel frattempo si sono sentite autorizzate a rifarsi una vita anche mettendo al mondo dei figli, oggi vengano rispedite in galera perché la Francia non teme più nulla da loro? Questo è lo scandalo".
Adesso come reagirete alle decisioni del governo francese?
"Vedremo, ci sono tante iniziative pronte. Intanto c'è l'aspetto giuridico, e nel giro di due settimane faremo un libro intitolato "Cronaca di un putsch giudiziario" con le memorie presentate dagli avvocati e le critiche alla sentenza della corte d'appello sul piano strettamente tecnico. Poi daremo vita al massimo delle agitazioni politiche e sociali, cercando di mobilitare più gente possibile, evitando le pur generose sbrasate sull'Italia che gli scrittori francesi di gialli e fantascienza non ci hanno risparmiato in questi mesi".
Ma sul piano pratico, le persone che rischiano le estradizioni a cominciare da Battisti, come crede che si comporteranno?
"Fossi io nei panni loro me ne sarei già andato. Lo dico chiaro, senza scomodare riferimenti a Gaetano Salvemini o ad altri illustri esempi; mi rifaccio semplicemente all'istinto animale di sopravvivenza. Purtroppo so che le persone che più hanno da temere per la nuova situazione non intendono seguire questo istinto. Ma tutti devono sapere che la storia non finirà con l'arresto e l'estradizione indolore di qualche compagno".
Cioè?
"Prima di essere ridotto a un sottouomo che accetta di vedere rientrare in galera senza muovere un dito persone con cui ho convissuto vent'anni, io sono disposto ad arrivare alle proteste più estreme, fino allo sciopero della fame a oltranza. E stavolta non credo che sarò il solo".
Giovanni Bianconi4 luglio 2004 - LIBRI SUGLI ANNI '70
"Il Giornale di Vicenza"
In libreria obiettivo su sogni e mode, innocue manie e perverse follie del decennio
Quei '70 che non passano
Storici, romanzieri e sociologi continuano a studiarli
di Laura Banti
Forse l'Italia degli anni Settanta non era Il paese delle meraviglie , come vorrebbe farci credere il titolo dell'ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia (Garzanti). Eppure doveva esserci davvero qualcosa di speciale in quel decennio in cui il giovane scrittore ha ambientato la sua storia di formazione e d'amicizia che ha per protagonisti due adolescenti alle prese col difficile mestiere di crescere; altrimenti non si spiegherebbe perché ancora oggi storici e romanzieri, sociologi e giornalisti continuino a indagare sugli aspetti noti e meno noti di quel periodo della storia nazionale. Un'epoca in cui anche l'Italia fu ribelle e sognatrice, crudele e scriteriata, e magari un po' delinquente, come i due giovani del libro di Culicchia.
Il quale non a caso comincia nel 1968, perché fu allora che iniziarono gli anni Settanta. E proprio all'anno che "fece saltare il mondo" è dedicato il saggio di Mark Kurlanski intitolato 1968 (Mondadori), nel quale il giornalista americano traccia la prima storia globale di quei dodici mesi che segnarono uno spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo: dalla Primavera di Praga alle rivolte studentesche di Parigi e Roma, dalla dura opposizione alla guerra del Vietnam agli assassinii di Martin Luther King e di Bob Kennedy, dall'inizio della parabola discendente dell'Unione Sovietica alla nascita del movimento femminista: tutte le pagine cruciali di quell' annus mirabilis rivivono nell'accurata sintesi di Kurlanski, che essendo americano si concentra in particolare sul movimento di contestazione alla guerra in Vietnam, che insieme alla lotta contro ogni forma di autorità riuscì a unire un'intera generazione.
Se Kurlanski dedica poco spazio al Sessantotto italiano (l'episodio più emblematico di quel periodo gli pare la vicenda di Franca Viola, la siciliana che osò rifiutare il marito impostole dalla famiglia per sposare invece quello che amava), a riportarci in una dimensione nostrana è Daniele Cini, che nel libro Io, la rivoluzione e il babbo (Voland) racconta quegli anni dal punto di vista del ragazzo di tredici anni che era allora, e confessa: "Su un'unica cosa avrei tradito i miei ideali: non avrei tollerato che qualcuno mi togliesse Carosello".
Il diario di Cini rievoca i Sixties e i Seventies con ironia e leggerezza, soffermandosi sulle effimere mode linguistiche e gestuali, sulla maniera spesso infantile con cui i giovani dichiaravano le proprie idee, con un taglio di capelli o un modo di camminare, sui limiti di una "meglio gioventù" che a volte sapeva anche essere la peggiore.
Con un analogo tono sospeso tra sarcasmo e nostalgia Gian Luca Belardi, cabarettista di Zelig temporaneamente prestatosi alla letteratura, ripercorre la sua adolescenza in Non è colpa mia, è che sono cresciuto negli anni Settanta (Mondadori). Siamo ormai a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta, i ragazzi passano i pomeriggi giocando a pallone nel cortile dell'oratorio o davanti allo schermo del Vic 20, studiano sui libri sottolineati dai fratelli maggiori e ricevono penne Aurora per la prima Comunione. E intanto, sullo sfondo dei semplici divertimenti concessi loro dall'Austerity, scorrono le pagine della Storia: dai cortei studenteschi agli attentati terroristici, dal referendum sul divorzio al rapimento di Aldo Moro, fino ai Mondiali del 1982, quando quella fase di inquietudini e slanci ideali sembrava sul punto di chiudersi, e in Italia la speranza nel futuro aveva le sembianze di Paolo Rossi.
I giovani degli anni Settanta, però, non erano tutti come quelli descritti da Belardi, che di quella generazione sottolinea le ingenuità e il romanticismo, divertendosi a metterne in ridicolo le manie. C'era anche un'altra gioventù in quegli anni, e non aveva nulla di poetico o idealistico, perché l'unico linguaggio che conosceva era quello della violenza. Di quei nuovi "barbari" traccia un profilo Emilio Quadrelli nel saggio Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglie urbane nell'Italia degli anni Settanta (DeriveApprodi): un giorno le grandi metropoli del triangolo industriale si ritrovarono di colpo invase da gang giovanili che pretendevano di rifarsi delle privazioni subite rapinando banche e negozi, mettendo a sacco quel che rimaneva del miracolo economico italiano. Il loro scopo, come emerge dalle interviste raccolte da Quadrelli, non era tanto arricchirsi, quanto portare alle estreme conseguenze la loro ribellione a una società del benessere da cui si sentivano esclusi, esprimere il loro dissenso nei confronti di istituzioni investite di un'autorità ai loro occhi illegittima.
Volevano "andare ai resti", giocarsi il tutto per tutto, mettere in pratica le "parole della protesta" che erano state coniate già nel decennio precedente, come dimostra Vittorio Giacopino nel volume Fuori dal sistema (minimum fax), nel quale ricostruisce la nascita della critica sociale negli anni Sessanta tramite le parole dei suoi teorici: da Marcuse a Pasolini, da Debord ai Situazionisti. Di quelle idee si fecero portatrici anche le Brigate Rosse, la formazione terroristica che si proponeva di cambiare la società per mezzo della violenza e la cui storia è ora narrata da Alberto Franceschini, che vi militò sino al 1982. Nel libro Che cosa sono le BR (BUR), scritto col giornalista Giovanni Fasanella, l'ex-brigatista rievoca la sua formazione in una famiglia comunista di Reggio Emilia, i contrasti fra le due anime del PCI, quella nazionalista e democratica e quella stalinista e filosovietica, la nascita del terrorismo in Italia - con i ritratti dei suoi protagonisti, da Renato Curcio a Mara Cagol, da Mario Moretti a Prospero Gallinari - fino ai retroscena del rapimento di Moro.
Un affaire che dopo venticinque anni presenta ancora molte zone d'ombra, come si evince dalla lettura del volume La nebulosa del caso Moro (Selene edizioni): le interviste e testimonianze raccolte da Maria Fida Moro, figlia dello statista, contribuiscono a infittire il mistero su quella buia pagina della nostra storia recente; è sconvolgente, ad esempio, venire a sapere che Moro il 4 agosto 1974 sarebbe salito sul treno "Italicus" (quello del tremendo attentato nel quale morirono dodici persone), ma ne sarebbe poi sceso all'ultimo momento per firmare delle carte.
La bomba messa sull'"Italicus" da una mano rimasta sinora ignota, benché siano passati ben trent'anni, aveva dunque come bersaglio Moro? L'interrogativo aperto da Maria Fida sembra condannato a non ricevere risposta, e probabilmente dovremo rassegnarci all'idea che non sapremo mai la verità su quella vicenda.
Nella scena finale del film Buongiorno notte , Marco Bellocchio ha immaginato Aldo Moro che se ne esce tranquillo, all'alba, dalla sua prigione romana per ritrovare la libertà in una città - e in un'Italia - ancora immersa nel sonno. Della ragione.6 giugno 2004 - CONVEGNO "CHE COSA SONO LE BR"
"Dagospia"
Domani (mercoledì) pomeriggio, alle 17, alla residenza di Ripetta, si presenta Che cosa sono le Br. Si tratta di un miniconvegno organizzato dall'istituto Gramsci e dalla Rcs sul tema: La sinistra e gli anni di piombo. E' di per sè un evento, perchè è la prima volta che la sinistra discute pubblicamente di un tema così delicato e a partire da un libro scomodo. Ci saranno Paolo Franchi, Agostino Giovagnoli, Giovanni Pellegrino, Rosario Priore, Giuseppe Vacca, Giuseppe Caldarola, Olga D'Antona, Alberto Franceschini, Alfonso Gianni, Miriam Mafai, Silvio Pons, Ermanno Taviani.6 luglio 2004 - ARRESTATO TUNISINO, AVEVA SCAMBI EPISTOLARI CON NADIA LIOCE
ANSA:
ARRESTATO TUNISINO, AVEVA SCAMBI EPISTOLARI CON NADIA LIOCE
I carabinieri del Ros, a conclusione di indagini coordinate dal Procuratore della Repubblica aggiunto Mario Spagnuolo, hanno localizzato e, con l' ausilio dei militari della Compagnia di Roma Parioli, tratto in arresto il cittadino di origine tunisina Ismail Ltaief di 38 anni.
Quest' ultimo era evaso il 12 giugno dalla comunita' di recupero "Mondo X" di Badolato, dove era giunto da pochi giorni per espiare in regime di arresti domiciliari una precedenti condanna per traffico di sostanze stupefacenti, la cui pena avrebbe avuto termine il prossimo febbraio.
Il ritrovamento di alcuni documenti, ancora al vaglio dell' Autorita' giudiziaria, tra cui una dettagliata autobiografia ed alcuni scambi epistolari con la brigatista rossa Nadia Desdemona Lioce, detenuta poiche' coinvolta negli omicidi dei professori Biagi e D'Antona nonche' del sovrintendente di polizia Petri, ha determinato un' accelerazione nell' attivita' di ricerca che si e' conclusa il 3 luglio presso lo scalo ferroviario di Roma Tiburtina.
Nel passato dell' arrestato compaiono fatti ancora da chiarire attinenti ai rapporti con l' estremismo palestinese ed alla partecipazione a campi di addestramento militare.
Il cittadino tunisino, destinatario di ordinanza di ripristino della custodia cautelare in carcere emessa il 22 giugno scorso dalla Corte d' Appello di Roma, in precedenti controlli di polizia aveva fornito ben nove differenti alias e, con diverse generalita', era stato piu' volte condannato per resistenza a pubblico ufficiale, porto abusivo di arma, evasione e per l' omicidio di un connazionale.
Nel 1995 con apposito provvedimento della Procura della Repubblica di Roma erano state unificate le pene emesse all' esito dei vari processi per un totale di 15 anni, quattro mesi e sette giorni di reclusione. Sono ancora in corso accertamenti finalizzati a ricostruire la rete di sostegno logistico di cui ha goduto Ltaief a seguito dell' evasione e che gli ha permesso di raggiungere e soggiornare nella capitale e ulteriori sviluppi si attendono dall' esame del materiale rinvenuto a Badolato ed al momento dell' arresto.6 luglio 2004 - BATTISTI: COMUNE PARIGI VOTA 'AUSPICIO' DI NON ESTRADIZIONE
ANSA:
BATTISTI: COMUNE PARIGI VOTA 'AUSPICIO' DI NON ESTRADIZIONE
Il Consiglio comunale di Parigi, citta' governata dalla sinistra, ha votato oggi a maggioranza un "auspicio" nel quale si chiede che Cesare Battisti non venga estradato in Italia.
Su proposta di Alain Riou, dei Verdi, i gruppi socialista, comunista e Verdi hanno votato l""auspicio", una formula simbolica con la quale si chiede che il primo ministro Jean-Pierre Raffarin non firmi il decreto di estradizione.
Battisti, ex leader dei Proletari armati per il comunismo, condannato in Italia all'ergastolo per quattro omicidi e diverse rapine, potrebbe essere estradato nei prossimi mesi in Italia dopo il benestare della Corte d'Appello alla richiesta della giustizia italiana nei suoi confronti.
L'ultima parola sara' del potere esecutivo, che deve pero' attendere il pronunciamento della Corte di Cassazione alla quale l'ex terrorista, scrittore di gialli in Francia, si e' rivolto in appello.7 luglio 2004 - BATTISTI: DAI GIORNALI
ANSA:
BATTISTI: PDCI, ESTRADIZIONE SUCCESSO DELLA GIUSTIZIA EUROPEA
"L'estradizione del terrorista Battisti non e' ne' di destra ne' di sinistra. E' semplicemente un successo della giustizia europea, come pure sara' il giorno che sara' estradato dal Giappone il terrorista Zorzi. L'estradizione di Battisti e' stata infatti chiesta da ministri di diverso colore politico, ivi compreso l'onorevole Diliberto". Lo afferma Paolo Guerrini, responsabile Pdci dei problemi dello Stato.7 luglio 2004 - OLGA D'ANTONA A FRANCESCHINI, CHI ERA CON CAGOL ?
ANSA:
BR: D'ANTONA A FRANCESCHINI, PERCHE' TACI SU QUEL NOME
lga D'Antona incontra per la prima volta un brigatista, Alberto Franceschini, autore unitamente a Giovanni Fasanella, del volume "Che cosa sono le br", edito dalla Bur. Un' occasione che spinge la vedova del professor Massimo D'Antona a chiedere a Franceschini di non aver piu' nulla nel cassetto sulla storia delle vecchie br. In particolare, Olga D'Antona, presente questa sera alla presentazione del volume con Giuseppe Vacca, Paolo Franchi e Agostino Giovagnoli, ha chiesto a Franceschini di non tacere un nome, quello del br che accompagno' Mara Cagol, la compagna di Renato Curcio e fondatrice delle br, nell' ultimo suo trasferimento quando venne intercettata e colpita a morte dai carabinieri alla cascina Spiotta.
Un "segreto" che la D'Antona ritiene inutile e che deve cadere. "E' la prima volta - dice la parlamentare - che mi trovo davanti ad un br. Una persona mite come lei, Franceschini, ma la prego dica quel nome. Non puo' tenerlo nascosto. Perche' quello delle br non e' un fenomeno concluso. Potra' magari riprendere tra qualche anno. E sappiamo che ci sono delle continuita', ci sono delle "teste pensanti" e quindi lei non puo' tacere nulla perche' tutto potrebbe essere importante".
Franceschini era intervenuto in precedenza ricordando quello che era il "sogno" di ogni rivoluzionario e cioe' quello di strumentalizzare l' avversario. "Tutti noi ci siamo sempre raccontati tra di noi la storia del vagone piombato di Lenin messo a disposizione dai servizi segreti tedeschi per permettere al capo sovietico di fare la rivoluzione. Tutti noi abbiamo pensato che la condizione per parlare di certi accordi fosse la vittoria. Che potevano essere raccontati solo se si fosse vinto, ma noi siamo stati tutti sconfitti e chi li ha fatti non puo' oggi rivelarli".
Rosario Priore, anch' esso presente stasera alla presentazione e che ha scritto al volume una postfazione, ha ricordato un dato che e' ben presente nel volume di Franceschini e Fasanella e cioe' che il Pci conosceva i nomi dei terroristi. "Non voglio farla semplice, ma quei nomi si sapevano ed erano a conoscenza non solo del Pci ma anche di molti altri gruppi e partiti della sinistra e anche in altri partiti non della sinistra". "Nelle br - ha spiegato ancora Priore - vi era una forte compartimentazione, ma anche noi, come magistrati che abbiamo indagato su quella vicenda, siamo stati tenuti all' oscuro su importanti risvolti emersi solo negli ultimi anni. Vi erano livelli di conoscenza differenti. Noi non sapemmo all' epoca che un agente del Kgb seguiva Moro, ignoravamo il ruolo giocato da Igor Markevich nella vicenda e non sapevamo che un agente del Kgb, come Conforto, era presente all' arresto di Morucci e Faranda e che anzi ne era la fonte. Se noi avessimo saputo questi elementi all' epoca, le nostre inchieste avrebbero imboccato una strada ben diversa".
Priore ha parlato anche di un episodio citato tra i molti da Franceschini e Fasanella, cioe' l' attentato a Berlinguer in Bulgaria. "Sono certo che quello non poteva che essere un attentato. Sono stato a visitare il luogo in cui e' accaduto durante una delle mie rogatorie all' estero. La visibilita' era assoluta per chilometri. In quell' attentato perse la vita non ricordo se un interprete o l' autista. Da quello che mi e' stato detto pero' il vertice del partito voleva prendere due picconi con una fava perche' il vice premier, fortemente inviso al vertice, doveva morire in quella occasione".7 luglio 2004 - EX TERRORISTI LATITANTI ALL' ESTERO
"Avvenire"
IL CASO
Da Puerto Escondido a Belleville, non c'è solo Cesare Battisti: sono 163 i terroristi di sinistra italiani fuggiti all'estero dopo gli anni di piombo, soprattutto in Francia e in America Latina Alcuni hanno fatto fortuna come manager, architetti, intellettuali, medici; altri sopravvivono con lavori di manovalanza o lezioni "in nero". Un libro fa l'appello
La Brigata dei latitanti rossi
Luigi Rosati (ex Potere operaio) fa l'etno-musicologo a Parigi Pancino è un luminare sull'Aids Casimirri ha la villa a ManaguaAltri sono malati, tossici, alcolisti Tutti ammettono la sconfitta, ma pochi rinnegano il passato E si giustificano con la politica
Di Roberto Beretta
Sono 163 i Cesare Battisti del mondo. Qualcuno sta in Francia, altri in America Latina. Certi hanno fatto fortuna, sono luminari della medicina oppure scrittori affermati, altri barcamenano il magro lunario come possono. Alcuni vivono con la targhetta d'ottone in evidenza sulla porta; altri continuano a nascondersi dietro un nome falso e un fermacarte di silenzio sul passato.
Latitanti italiani all'appello: dalla "B" di Battisti, il leader dei Proletari armati per il comunismo (oggi giallista di successo) sulla cui estradizione si è recentemente discusso, alla "V" di Enrico Villimburgo, brigatista "irriducibile", condannato all'ergastolo nel processo Moro Ter. Sono appunto 163 i terroristi di sinistra tuttora ricercati nel mondo, sulla base di condanne definitive o almeno d'imputazioni espresse da un tribunale. Ne compila una lista il giornalista Daniele Biacchessi, che già si è occupato dei delitti D'Antona e Biagi e adesso firma Vie di fuga (Mursia, pp. 190, euro 12,50); volume che ha - tra gli altri - il pregio di esporre il problema senza preconcetti.
C'è chi è fuggito in panfilo, chi con gli sci e chi con la barba finta in treno. Chi ha goduti di evidenti appoggi dei servizi segreti e chi ha ricominciato facendo l'imbianchino. Chi lotta per ottenere un'amnistia e tornare in Italia; chi invece s'accontenta di non imboccare almeno il vicolo buio d'un carcere. Furono 400 i terroristi che, tra il 1978 e il 1982, traversarono il confine verso la Mecca dei clandestini: la Francia, dove il presidente François Mitterrand aveva garantito - e mantenne la promessa, in barba ai vari trattati internazionali - che avrebbe firmato l'estradizione "solo a quanti si renderanno protagonisti di vicende legate al terrorismo, dimostrando così di non essere cambiati. In quel caso, ma solo in quel caso, li allontaneremo dalla Francia". Altri sono sparsi tra Nicaragua (il governo dei guerriglieri sandinisti spalancò le porte ai "colleghi" italiani), Ar gentina, Cuba, Libia, Angola, Algeria, isole di Oceania e Centramerica.
Storie a cavallo tra Puerto Escondido (il romanzo di Pino Cacucci, da cui il film di Gabriele Salvatores, ispirato appunto alle vicende di Battisti) e i libri di Daniel Pennac. Non è un caso - nota Biacchessi - che parecchi latitanti italiani abbiano preso dimora a Belleville, il sobborgo multietnico prediletto dallo scrittore transalpino: un quartiere puzzle di culture e profumi dove l'estraneità non è un difetto.
Ma c'è chi ha avuto decisamente successo, emergendo in specializzazioni raffinate: come l'ex di Potere Operaio Luigi Rosati - primo marito della postina delle Br Adriana Faranda, molti attentati all'attivo -, oggi etno-musicologo esperto d'Africa; o Gianfranco Pancino, condannato a 25 anni, ora ricercatore dell'Istituto Pasteur nei settori cruciali dell'Aids e del cancro: quando nel 1987 si prospettò la possibilità di un'estradizione per lui, persino dei premi Nobel si mobilitarono indignati.
Professioni d'élite anche per Andrea Morelli (già fondatore dei Comitati Comunisti Rivoluzionari), dirigente informatico di una grande azienda, Roberta Cappelli ex brigatista e adesso architetto, Giambattista Marongiu (Potere Operaio) intellettuale e giornalista del quotidiano Libération. Achille Lollo - anche lui Potop, 18 anni per omicidio preterintenzionale - fa l'editore in Brasile. Il romano Guglielmo Guglielmi, già leader delle Unità Comuniste Combattenti, è medico di base a Managua. La stessa città dove Alessio Casimirri, che partecipò all'agguato di via Fani contro Moro e la sua scorta, tiene tre cerbiatti nel giardino della sua villa.
Altri terroristi si sono dovuti accontentare di molto meno: lezioni di italiano "in nero", manovalanza da cantiere, correzione di bozze, piccola o grande malavita (Oscar Tagliaferri di Prima Linea organizzò un traffico di eroina dal Perù). Qualcuno è scomparso, come il brigati sta genovese Gregorio Scarfò, segnalato di volta in volta tra Brasile e Canada, oppure Lorenzo Carpi, condannato all'ergastolo per l'omicidio del sindacalista Guido Rossa. Potrebbe essere morto il killer delle Br Livio Baistrocchi. Alcuni sono invece tossicodipendenti, alcolisti, afflitti da problemi psichici. "Solo pochi si possono considerare soddisfatti", testimonia Biacchessi pur senza pietismi.
Sintomatica l'osservazione di un connazionale fuoriuscito: "Molti di noi hanno pensato di potersi salvare solo grazie alle proprie risorse personali, vale a dire titolo di studio, specializzazione, amici influenti. La nostra sconfitta si può leggere anche in questo: il trionfo dell'individualismo e la scomparsa di un punto di riferimento collettivo". Un barlume di comunità rimane nell'associazione "XXI secolo" - capeggiata da Oreste Scalzone (storico collega di Toni Negri in Autonomia operaia) - che reclama un'amnistia politica per gli ex terroristi.
Perché quasi tutti i latitanti ammettono la sconfitta, sì; ma molti meno consentono al pentimento, a rinnegare il passato. Lo rivela la tendenza dei latitanti a giustificare sempre in maniera "alta" il loro operato: non siamo stati criminali - è il ritornello - ma esponenti di un'opposizione politica; abbiamo condotto una guerra civile e non della volgare delinquenza. Già: ma i morti reclamano giustizia; e anche moltissimi fra i vivi non sono disposti a interpretare le gesta del terrore come imprese di un'avanguardia sfortunata. "La nostra pena già l'abbiamo scontata: l'esilio", argomentano allora gli ex. "Ma almeno voi siete vivi", ribattono con ragioni non minori i parenti delle vittime degli anni di piombo.
Si marcia dunque sul crinale: di qua il desiderio di chiudere una stagione che traviò migliaia di giovani promettenti, di là l'esigenza di non fondare il futuro della Repubblica sull'ennesimo embrassons-nous all'italiana. Da una parte la considerazione per tante persone che indubbiamente hanno tentato di rifarsi una vita; dall'altra la necessità di non deludere milioni di cittadini per i quali la distinzione tra bene e male è sempre stata un esercizio rigoroso e senza scorciatoie armate. Vent'anni fa hanno scavalcato il confine; adesso, per tornare indietro, ai latitanti serve almeno un passo in più.7 luglio 2004 - DE PETRA E "CORTEO"
"Dagospia"
Caro Dago, a proposito di Giulio De Petra, che ora lavora per il Governo: negli anni 1979/80 con altri aveva pubblicato un cd "didattico", sottoforma di gioco, per insegnare ai dimostranti come affrontare la polizia nelle manifestazioni di piazza. Insomma allora teorizzava lo scontro di piazza, e certo non quella telematica...
Dal sito: http://www.ingame.com/enciclopedia/corteo/
"CORTEO"
TIPO DI GIOCO: politico, storico, di simulazione
AUTORI: Massimo Casa, Giulio De Petra, Alvaro Lojacono, Piergiorgio Maoloni,
Sergio Zoffoli
EDITORE: C. Un S. A. - Mondadori
ANNO DI EDIZIONE: 1979 - 1980
NUMERO DI GIOCATORI: 2 o a squadre
DURATA: 3 ore
LINGUA: materiali e regole in italiano
Corteo è un gioco di simulazione che ricostruisce lo scontro fra un corteo di dimostranti e le forze dell'ordine in una città immaginaria. La mappa rappresenta il centro di una metropoli europea, ricco di luoghi significativi per il Potere: dai palazzi della Politica alle sedi dei Partiti, da quelli della Finanza a quelli dei Media. La mappa è esagonata e in ogni esagono c'è una costruzione, raffigurata con grande accuratezza, che rappresenta un luogo particolare. Ogni luogo ha un valore in punti, determinato dalla sua importanza sociale, storica e politica. Un giocatore (ma è meglio se sono due) manovra le pedine che compongono il Corteo di dimostranti, divisi nei vari gruppi politici e sociali che hanno caratterizzato i movimenti di insubordinazione sociale in Italia verso la fine degli anni '70. Il Corteo, per sua stessa natura vulnerabile, ha regole specifiche di movimento e di attacco che lo rendono forte: deve raggiungere il maggior numero dei luoghi che sono i suoi obiettivi di gioco. Contro il Corteo si muovono le forze del Potere, Polizia e Carabinieri, che devono evitare che i manifestanti raggiungano i loro obiettivi e arrestarne il più possibile. Il gioco è punteggiato dal movimento continuo delle forze in campo: i manifestanti si possono spostare in metropolitana, il Potere dispone dei veloci Blindati, unità molto forti che possono muoversi in colonna. Per i giocatori è fondamentale capire bene le diverse possibilità che offrono le strade sulla mappa di gioco. Ironico e incruento, Corteo ricostruisce le atmosfere degli scontri di piazza alla fine degli anni '70 in Italia, con molti riferimenti alla situazione politica e sociale dell'epoca. Oltre al gioco di base, ci sono anche quattro Scenari a tema e due Varianti molto buffe (che si trovano solo nell'edizione originale), una delle quali simula il "black out" che ha colpito New York nel 1979.
A presto
Antonio8 luglio 2004 - BIAGI; UDIENZA PRELIMINARE IL 5 OTTOBRE
ANSA:
TERRORISMO: BIAGI; UDIENZA PRELIMINARE IL 5 OTTOBRE
IL PM AVEVA CHIESTO SEI RINVII A GIUDIZIO
E' stata fissata per il 5 ottobre prossimo l'udienza preliminare per discutere della richiesta di rinvio a giudizio che il Pm Paolo Giovagnoli ha depositato per l' omicidio del professor Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse il 19 marzo 2002.
Le richieste, firmate anche dal Procuratore Enrico Di Nicola e dall'aggiunto Luigi Persico, riguardano Nadia Desdemona Lioce, Cinzia Banelli, Roberto Morandi, Simone Boccaccini, Marco Mezzasalma e Diana Blefari Melazzi.
Il Gup che giudichera' le richieste sara' Rita Zaccariello. L'eventuale prosecuzione dell'udienza e' prevista per tutta la settimana, a partire da mercoledi' 6 ottobre.8 luglio 2004 - BATTISTI: LA GAUCHE SPIEGA SUA POSIZIONE SU 'LE MONDE'
ANSA:
BATTISTI: LA GAUCHE SPIEGA SUA POSIZIONE SU 'LE MONDE'
IL QUOTIDIANO PUBBLICA PER ESTESO DICHIARAZIONI MITTERRAND
La gauche francese, che quasi nella sua integralita' ha preso posizione in questi mesi contro l'estradizione in Italia di Cesare Battisti, si spiega su Le Monde. Il quotidiano intervista i principali leader socialisti, e pubblica per esteso le due distinte e controverse dichiarazioni del defunto presidente Francois Mitterrand, dalle quali discenderebbe l'omonima "dottrina".
"Battisti - afferma Laurent Fabius, primo ministro nel 1985 - venne da noi dicendosi: 'ho la parola della Francia'. Se si lascia venire qualcuno, e' molto difficile in un secondo tempo rimettere la cosa in discussione, tanto piu' che Battisti non sarebbe nuovamente giudicato in Italia".
Fabius ricorda che, proprio seguendo le indicazioni di Mitterrand che escludevano dalla concessione di asili i "reati di sangue", concesse da primo ministro l'estradizione ad alcuni detenuti baschi spagnoli. La differenza, secondo lui, e' che "il terrorismo era un capitolo chiuso in Italia, non in Spagna".
Pierre Mauroy era primo ministro proprio mentre Mitterrand pronunciava le sue affermazioni che hanno fatto "dottrina":
"si' - ammette oggi - Mitterrand parlo' di reati di sangue, ma la sua dichiarazione era divisa in due parti. Davanti a Craxi, ha invocato una dottrina generale, ma c'era il principio e la pratica. Accanto al terrorismo che minava la democrazia italiana, c'erano quelli che avevano rotto in modo evidente ed erano venuti in Francia. La filosofia era quella di uscire dal terrorismo". Mauroy ricorda le schede degli attivisti che piovevano sulla sua scrivania: "avevamo la volonta' di non estradarli, dal momento che avevano rinunciato a ogni attivita' e non erano troppo appariscenti. Il governo italiano non aveva troppa fretta di cercarli, ne' i francesi di consegnarli. Si era stabilito una specie di modus vivendi e Battisti fa parte di questa storia".
Con Le Monde parla anche il magistrato Louis Joinet, che fu consigliere giuridico di tutti i primi ministri socialisti fra il 1981 e il 1991: "non bisogna dimenticare - avverte - che Mitterrand era avvocato. La frase chiave del suo intervento (quello davanti a Craxi, ndr) e' il riferimento al 'dossier seriamente sostenuto. Le domande che ci pervenivano dall'Italia erano la maggior parte delle volte mal riempite".
Anche Henri Emmanuelli, che nel 1985 era sottosegretario al Bilancio, ricorda: "per quelli che erano al governo in quegli anni non c'era ambiguita' possibile. La pratica lo ha dimostrato. Se Chirac era in disaccordo con il suo predecessore, avrebbe dovuto rimettere in discussione la dottrina fin dal suo arrivo al potere".
Nell'intero arco socialista, schierato a difesa della "parola data" dalla Francia, si distingue il solo Manuel Valls, ex consigliere di Jospin, per il quale la sinistra "ha sbagliato battaglia".9 luglio 2004 - DE PETRA E "CORTEO"
"Dagospia"
Caro Dago, leggevo le lettere della piccola posta quando mi sono imbattuto nella lettera a proposito del passato ludico del Dott. De Petra. Lì per lì non ho fatto caso ai particolari e mi appassiona poco la ricerca di scheletri nell'armadio del dirigente pubblico. Il gioco "Corteo", ispirato a violente manifestazioni di piazza, mi lasciava piuttosto indifferente; si fosse chiamato "68" forse sarebbe stato più originale. Non mi convinceva, nella lettera, il riferimento al gioco come a una simulazione da computer su cd: nel 1979 i compact disc non esistevano e Bill Gates stava ancora facendo esperimenti nel garage di casa. La singolarità è però negli autori accreditati del gioco: il già citato De Petra, Massimo Casa, Piergiorgio Maoloni e Alvaro Lojacono. Non noti nulla di strano? Rileggi l'ultimo nome.
Alvaro Lojacono, ex Potere Operaio e in seguito nelle BR, è figura di spicco nel rapimento Moro. Era nella Fiat bianca che chiuse la trappola allo statista e alla sua scorta nell'agguato di via Fani, insieme ad Alessio Casimirri. Reo confesso di vari omicidi è stato anche al centro di una querelle sulla sua fuga dall'Italia mentre era braccato, si dice, da forze di polizia e servizi di segreti. Per qualcuno fu il PCI a consentire l'espatrio, per altri non ci fu coinvolgimento del partito: probabilmente sono vere entrambe le interpretazioni. E' interessante leggere in proposito un'intervista di qualche anno fa a Oreste Scalzone.
Mi chiedo però come possa un pericoloso latitante, tra una rocambolesca fuga oltre cortina e magari un inseguimento all'americana, a trovare il tempo di contribuire alla creazione di un gioco da tavolo. La beffa finale è il co-editore di "Corteo": Mondadori.
Fabio VendittiCaro Dagospia, Antonio ha segnalato il gioco "Corteo"di De Petra (ma anche di Alvaro Loiacono, ora diventato lo svizzero Alvaro Baragiola, inutilmente condannato all' ergastolo in uno dei tanti processi Moro), ma ne parla come di un cd didattico. "Corteo" invece era più prosaicamente un gioco da tavola, tipo Risiko. Credo anche che quando uscì "Corteo", mi sembra nel 1979, i Cd-rom non ci fossero ancora.
NembokidCaro Dago, la caccia all'untore o, se preferisci, il gioco "scovate l'intruso" sugli ex militanti dell'estrema sinistra degli anni 70 lo trovo francamente miserello.
Non è gossip e non è neppure informazione.
Sergio Segio vi ha già risposto con una lettera che avete pubblicato. Giulio De Petra no, e forse ha altro da fare nella vita che sbirciarsi il tuo sito. Aggiungo che, per quanto mi risulta, dall'inchiesta giudiziaria De Petra è entrato ed uscito senza condanne.
C'e' un diritto naturale all'oblio che viene solitamente riconosciuto da chi fa giornalismo. Spulciarsi le carte ed esibirsi nell'"ecco che fine ha fatto" è una forma di accanimento tanto più priva di senso in quanto De Petra non fa politica ma fa invece il suo lavoro, e lo fa bene a che mi risulta.
Allora veniamo al punto: se uno più di vent'anni fa ha militato nell'estrema sinistra, con tutte le conseguenze del caso, qualche volta anche giudiziarie, è un fatto. Domanda: di queste persone che cosa vogliamo fare?
Io penso che ognuno sia libero di scegliersi la sua strada e di percorrerla con serenità, senza che, un giorno sì e l'altro pure, salti fuori un occhiuto e improvvisato inquisitore con un datatissimo dossier ad personam. Oppure si preferisce inseguirli ovunque, con la speranza di emarginarli ora e per sempre: che non vi salti in mente di fare un mestiere che prevede un minimo di rilevanza, fosse anche il volontariato o l'informatica nella pubblica amministrazione, perché vi bruciamo sul posto.
Mi sembra che tu abbia scelto questa seconda strada. E' un problema tuo e di chi finirà sotto la mannaia del gossip selvaggio. Io preferisco stare dalla parte di quelli che vent'anni dopo pensano che continuare la propria vita non significhi necessariamente auto-seppellirsi in una cantina, allevare lombrichi o darsi all'agricoltura biologica.
Giovanni Nullo12 luglio 2004 - D'ANTONA: A SETTEMBRE UDIENZA PRELIMINARE PER 17 PERSONE
ANSA:
D'ANTONA: A SETTEMBRE UDIENZA PRELIMINARE PER 17 PERSONE
E' stata fissata per il 13 settembre prossimo la prima udienza preliminare per 17 indagati, davanti al Gup Luisanna Figliolia, per l'omicidio del consulente del ministero del Lavoro Massimo D'Antona, avvenuto il 20 maggio 1999. A chiedere il rinvio a giudizio sono stati il capo del pool antiterrorismo della Procura di Roma Franco Ionta ed il pm Pietro Saviotti.
Il calendario e' in lieve anticipo su quanto era stato previsto lo scorso giugno, quando si era diffusa la voce che la prima udienza sarebbe stata fissata per ottobre.
Le 17 persone sono accusate di vari reati legati alle Br, ai Nipr ed agli Npr. A sette in particolare viene contestato l' omicidio, agli altri dieci la banda armata. Si tratta, per l' agguato di via Salaria, di Cinzia Banelli, Paolo Broccatelli, Nadia Desdemona Lioce, Marco Mezzasalma, Roberto Morandi, Laura Proietti, Federica Saraceni.
Sono invece accusati di banda armata e comunque di aver fatto parte delle Brigate Rosse: Diana Blefari Melazzi, Simone Boccaccini, Alessandro Costa, Bruno Di Giovannangelo, Maurizio e Fabio Viscido, e quattro cosiddetti irriducibili, detenuti nel carcere di Trani, Francesco Donati, Antonino Fosso, Franco Galloni, Michele Mazzei. Questi ultimi sono accusati di avere avuto un ruolo nella stesura del documento di rivendicazione dell' omicidio D'Antona.12 luglio 2004 - BATTISTI: CHIEDE NUOVO PROCESSO A ITALIA CON OSSERVATORI
ANSA:
BATTISTI: CHIEDE NUOVO PROCESSO A ITALIA CON OSSERVATORI
L'ex terrorista di estrema sinistra Cesare Battisti, rifugiato in Francia, ha chiesto all'Italia, che esige la sua estradizione, di fargli un nuovo processo, alla presenza di osservatori internazionali".
"Chiedo all'Italia di rifarmi un processo, ma allora con osservatori internazionali, in quanto io non mi fido della giustizia italiana", ha dichiarato l'ex leader dei Proletari armati per il comunismo in un'intervista alla rete televisiva pubblica France 3.
"Paghero' tutto quello c'e' da pagare, affrontero' la storia - ha aggiunto Battisti - che si dice pronto ad andare in carcere: "Sono pronto a tutto se mi si fara' un processo equo, ma questo non e' possibile, in Italia questo non esiste".
Battisti ha poi puntualizzato di non aver mai negato di aver impiegato armi durante la sua attivita' politica, ma di non accettare la sua condanna da parte dei tribunali italiani.
"Quello di cui mi si accusa non ha alcun senso perche' un uomo solo non ha fatto tutte le azioni dipendenti da un'organizzazione", ha detto.
"I fatti, non posso negarli perche' sono firmati da un gruppo al quale appartenevo, ma nego il processo. In un processo si cercano le responsabilita' individuali: ora non c'erano le condizioni per estrarre le responsabilita' individuali", ha sottolineato Battisti.
L'ex terrorista e' stato condannato all'ergastolo in contumacia nel 1993 per vari omicidi. Il 30 giugno scorso, la Corte d'appello di Parigi ha dato il via libera alla sua estradizione, scatenando la collera e l'indignazione dei suoi sostenitori. Battisti ha presentato un ricorso alla Corte di cassazione, che sara' esaminato nei prossimi mesi.12 luglio 2004 - "CORTEO" ED EX AUTONOMI
"Dagospia"
Le lettere su De Petra sollevano un tema di grandissimo interesse, l'area della continguità con le Br... Molta gente vorrebbe che non se ne parlasse, rivendicando il diritto all'oblio per cose di 20 o 30 anni fa, come fa Giovanni Nullo. Si potrebbe anche essere d'accordo, se non fosse per il fatto, che le Brigate rosse, purtroppo, sono ancora cose di oggi.
Continua, caro Dagospia. E così che si diventa il giornale-sito più letto d'Italia.
Giovanni Fasanella13 luglio 2004 - "CORTEO" ED EX AUTONOMI
"Dagospia"
Ciao Dago, ma lo sai che anche Libero Maesano (Potere Operaio) é consulente strapagato al CNIPA (Centro Nazionale per Informatica nella Pubblica Amministrazione) del potente presidente Zoffoli e con l'avallo del ministro Stanca? Perché non dedichi un approfondimento a quanto succede in quel posto?
IggyCaro dago, Giovanni Fasanella è uomo dalle idee chiare e dalle certezze assolute. Così, senza neppure andarsi a guardare le carte processuali, ha già deciso che De Petra era "contiguo alle bierre". Nientedimenoche. Per una volta vorrei essere De Petra e togliermi la soddisfazione di una causa per danni di quelle che ti levano la pelle. Ma non sono De Petra, per fortuna di Fasanella.
Nullo13 luglio 2004 - LIOCE A RIESAME BOLOGNA PER SEQUESTRO DOCUMENTI
ANSA:
TERRORISMO: LIOCE A RIESAME BOLOGNA PER SEQUESTRO DOCUMENTI
DIFENSORE, SUI GIORNALI C'E' VOLUTA DEFORMAZIONE SUO PENSIERO
Il sequestro di appunti e documenti avvenuto nella cella di Nadia Desdemona Lioce "e' illegittimo" e la loro pubblicazione su alcuni giornali "e' una voluta deformazione del suo pensiero". Lo ha detto il difensore della brigatista, l'avv. Attilio Baccioli, che in mattinata ha discusso davanti al Tribunale del Riesame di Bologna proprio il ricorso contro il sequestro degli appunti di Lioce.
Secondo il legale infatti l'attivita' di sequestro decisa dal pm non si limiterebbe alla sola corrispondenza, ma anche ad appunti e documenti presenti nella cella della br: "Si tratta di sequestri avvenuti nella sua cella mentre lei non c'era - ha attaccato Baccioli - compiuti con strane modalita', senza alcun verbale di perquisizione. E ho chiesto al Tribunale se in questi fatti non sia ravvisabile un qualche reato, del quale dovrebbe occuparsi la Procura competente".
Baccioli ha poi riferito come durante l'udienza del riesame, Lioce si sia lamentata con i giudici: "Fanno sparire i miei appunti e i miei documenti, mentre in aula non me li fanno leggere", avrebbe detto la brigatista, che il prossimo ottobre dovra' comparire a Bologna per l'udienza preliminare nell'inchiesta sull'omicidio del professor Marco Biagi.
Il 5 maggio scorso la questione del documento e della sua lettura aveva provocato momenti di tensione nell'aula della Corte di Assise di Firenze, in occasione del processo per la sparatoria sul treno Roma-Arezzo, nella quale erano morti l'agente della Polfer Emanuele Petri e il br Mario Galesi: Lioce aveva tentato di leggere il documento, ma dopo poche righe era stata interrotta dal presidente, che l'aveva poi espulsa dall'aula. Prima c'era stato un botta e risposta fra la donna e il pm Giuseppe Nicolosi, che si opponeva alla lettura, spiegando di non poter consentire in aula "l'apologia di determinati comportamenti", mentre l' imputata protestava perche' il giorno prima copia del suo documento era arrivata da Sollicciano all'ufficio del Pm in maniera poco chiara, visto che lei "si era allontanata da quel documento non piu' di mezz'ora". Poi il battibecco s'era acceso fra il difensore, Baccioli, e il Pm. Il legale aveva protestato perche' stralci di quel documento - "che neanche io ho ancora letto", aveva detto - erano stati pubblicati stamani su due quotidiani, facendo un riferimento indiretto all'ufficio del Pm. Baccioli e' tornato sulla pubblicazione del documento in mattinata: "Si cerca di estrapolare un discorso che faccia comodo all'accusa e non si consente di leggere i documenti veri".14 luglio 2004 - "CORTEO" ED EX AUTONOMI
"Dagospia"
Caro Dago, la polemica sulle Br e la "contiguità" è davvero appassionante. Per esempio, il gioco da tavolo "Corteo" - quello che vede come co-autore Giulio De Petra - porta anche la firma del noto grafico Piergiorgio Maoloni, oltre a quella di Alvaro Lojacono.
Gianni14 luglio 2004 - BATTISTI: LETTERA SCALZONE A CHIRAC, RINUNCIO A PRESCRIZIONE
ANSA:
BATTISTI: LETTERA SCALZONE A CHIRAC, RINUNCIO A PRESCRIZIONE
GIA' DUE ANNI FA SI ERA OFFERTO 'IN CAMBIO' DI PERSICHETTI
Come aveva fatto due anni fa dopo l'estradizione di Paolo Persichetti, Oreste Scalzone torna a offrire la propria liberta' - rinunciando alla prescrizione - in cambio della "rinuncia ad altre estradizioni" di rifugiati italiani come Cesare Battisti. L'ex leader di Potere Operaio lo ha fatto con una lettera che ha consegnato personalmente alle guardie dell'Eliseo questo pomeriggio.
Scalzone ricorda nella lettera indirizzata al presidente della Repubblica Jacques Chirac nella data della Festa nazionale del 14 luglio, di essere un "rifugiato di fatto" in Francia dal 1981 e di essere stato dichiarato nel 1982 "parzialmente estradabile" in Italia. L'ex leader del movimento negli anni Settanta sottolinea di essere stato spinto a questo gesto come "extrema ratio" mentre sembra "debba finire il sogno e la scommessa che uomini e donne destinati a cento anni di solitudine possano avere una seconda chance nella storia".
Faccio quindi, signor Presidente - scrive Scalzone - "un gesto apparentemente eccentrico: convinto che sarebbe opportuno e auspicabile che si aprisse una vera discussione su una soluzione d'amnistia per tutti fin d'ora in Italia e su scala europea, convinto che sarebbe contraddittorio con questa prospettiva appesantire il contenzioso attuale, propongo in ultima analisi e dopo matura riflessione" di "mettere in gioco la mia liberta' rinunciando alla prescrizione della mia pena che cade nel prossimo autunno, consegnandomi alla sua esecuzione". Cio' qualora "questo possa aiutarla a soprassedere, nella fattispecie, a ogni estradizione".14 luglio 2004 - DORIGO, DA 44 GIORNI IN SCIOPERO FAME A SPOLETO
ANSA:
CARCERI: DORIGO, DA 44 GIORNI IN SCIOPERO FAME A SPOLETO
DOMANI UDIENZA TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI PERUGIA
Paolo Dorigo, condannato a 13 anni di reclusione per un attentato alla base militare Nato di Aviano rivendicato dalle Brigate Rosse, da 44 giorni sta facendo lo sciopero della fame nel carcere di Spoleto e domani sara' presente all' udienza al tribunale di sorveglianza di Perugia per il conferimento dell' incarico peritale con la formulazione dei relativi quesiti.
Dorigo - annuncia il suo difensore Vittorio Trupiano - "potrebbe sospendere la sua protesta anche immediatamente se gli sara' concesso di sottoporsi ad esame tramite 'sintonizzatore universale', unica apparecchiatura in grado di rilevare ogni minima traccia di corpi introdotti nel suo organismo". Il detenuto, che si e' sempre proclamato innocente, sostiene infatti di avere disturbi all' udito ed altri gravi malesseri che potrebbero essere provocati dall' impianto durante la detenzione di un micro chip nella sua scatola cranica per controllarne le reazioni e per spiarlo.
Poiche' il "sintonizzatore universale" esiste - afferma l' avvocato Trupiano - "ed abbiamo indicato anche dove, facendone ripetutamente richiesta, l' esito dell' esame non darebbe adito piu' ad alcun dubbio e cio', penso, dovrebbe essere nell' interesse di tutti. In ogni caso - continua il difensore - Dorigo vuole la revisione del suo processo, cosi' come intimato ininterrottamente dal comitato dei ministri presso il consiglio d' Europa dal '98 ad oggi".
Recentemente il tribunale di sorveglianza di Spoleto ha rigettato la sua istanza di differimento della pena per le sue condizioni di salute con il ricovero in struttura ospedaliera esterna al carcere. "La motivazione - riferisce l' avvocato - e' che il condannato, che e' 'parte lesa' per la giustizia europea, gode ancora di buona salute e quindi debbo dedurre che evidentemente si intende raccoglierlo col cucchiaino. Conosciamo tutti - prosegue - i danni, anche irreversibili, che il protrarsi della mancanza di cibo produce sull' organismo e conosciamo tutti, ormai, i motivi che hanno indotto il prigioniero a questa estrema forma di protesta. Almeno in questo si sarebbe potuto tenere conto di quanto stabilito a Strasburgo. Dico cio' - conclude - dopo aver cercato in ogni modo di farlo desistere da tale estremo proposito, e non solo io".
In concomitanza con l' udienza di domani il Comitato "Paolo Dorigo libero" ha indetto un sit-in davanti al tribunale di sorveglianza di Perugia con un volantino nel quale e' detto che Dorigo, il quale ha gia' scontato 10 anni di reclusione senza mai usufruire dei benefici della legge Gozzini, in questi 44 giorni di sciopero della fame ha perso piu' di 13 chili di peso, passando da 75 a 61,8 kg.15 luglio 2004 - BATTISTI: SCALZONE, IL MIO TRUMAN SHOW PER L' AMNISTIA
ANSA:
BATTISTI: SCALZONE, IL MIO TRUMAN SHOW PER L' AMNISTIA
PRONTO A CONSEGNARMI SE CHIRAC ACCOGLIE MIA PROPOSTA
Un "Truman show, da Brest a Nizza e poi anche in Italia, dovunque ci sono compagni e situazioni di lotta, per spiegare le mie ragioni, prima di consegnarmi alle porte di un carcere (Viterbo, per raggiungere il mio amico Paolo Persichetti)". E' pronto a farlo Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, se il presidente francese Jacques Chirac accogliera' la sua proposta avanzata ieri: la propria liberta' in cambio della rinuncia ad altre estradizioni di rifugiati italiani come Cesare Battisti.
Una scelta alternativa a quella dei "destini", citati da Scalzone nella sua dichiarazione, di personaggi come Bobby Sands, militante dell'Ira morto in carcere nell'81 a causa di uno sciopero della fame, e Jan Palach, studente ceco che si brucio' vivo per protestare contro l'invasione sovietica di Praga nel 1969.
"Consegnandomi - sottolinea l' ex leader del movimento negli anni Settanta in una dichiarazione - spero, sia pure in percentuale minima, di innescare una dinamica incontrollata che in qualche modo stoppi il meccanismo mangiauomini delle estradizioni. Vorrei, quindi, agitare il tema della necessita', nel passaggio all'integrazione giudiziaria europea, di una amnistia per risolvere i casi di queste vite sospese dopo vent'anni di asilo di fatto".
"Sia pure con imbarazzo, mi piacerebbe pensare a me stesso - aggiunge Scalzone - come a uno dei giusti che avrebbe potuto salvare Sodoma e Gomorra, per impedire che la nostra vicenda si concluda solo inghiottiti dal gorgo, vociferando e lasciando vociferare".16 luglio 2004 - BR-PCC: UN ARRESTO A ROMA
ANSA:
TERRORISMO: BR-PCC, UN ARRESTO A ROMA
Un uomo di 37 anni R.B. e' stato arrestato stamani dalla Digos di Roma, dopo una perquisizione domiciliare disposta nell'ambito delle indagini sulle Br-Pcc.
L'ordinanza di custodia cautelare e' stata emessa dal gip del Tribunale di Roma, Carmelita Russo, su richiesta dei pm Ionta e Saviotti.
L'abitazione dell'uomo era gia' stata perquisita il 25 ottobre scorso, nell'ambito delle indagini sull'omicidio di Massimo D'Antona.
L'arrestato e' Roberto Badel, 37 anni deve rispondere di partecipazione a banda armata. La perquisizione e' avvenuta nel suo appartamento sulla Tiburtina.
Roberto Badel, il presunto terrorista arrestato oggi, lavorava da qualche tempo all'Istat come impiegato. Nella perquisizione effettuata dagli investigatori della polizia nella sua abitazione, sarebbero stati trovate annotazioni sull'archivio delle BR e sul loro patrimonio "strumentale". Materiale giudicato dagli investigatori, molto interessante.
Badel, si legge nell'ordinanza di custodia cautelare di 46 pagine , e' accusato di aver partecipato con Nadia Desdemona Lioce, Mario Galesi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari e altri alla "banda armata ed alla associazione eversiva Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente, operativa anche con altre sigle".
Tra queste, "Nipr e Npr per la rivendicazione di attentati secondo una programmata strategia di differenziazione dei livelli di lotta armata, per la quale i cosiddetti irriducibili del carcerario autorizzavano l'uso della sigla Brigate rosse in funzione della ripresa dell'attacco al cuore dello stato".TERRORISMO:BR-PCC;PER PM BADEL PARTECIPO' A TRASLOCO COVO BR
Avrebbe avuto un ruolo attivo nel trasloco dell'arsenale e della documentazione delle Br dal covo di via Maya in quello di via Montecuccoli, Roberto Badel, il presunto Br arrestato dalla magistratura romana. I pm Ionta e Saviotti sospettano che l'uomo abbia aiutato Marco Mezzasalma, il leader delle Br dopo l'arresto di Nadia Desdemone Lioce, a trasportare il materiale dell'organizzazione nello scantinato del quartiere Prenestino, nel settembre del 2004. Il suo ruolo, secondo l'accusa, sarebbe stato solo di adesione alle Brigate Rosse, e non avrebbe avuto alcun ruolo nell' omicidio D'Antona.
L'attenzione degli inquirenti su Badel era accresciuta quando, durante una perquisizione nella sua abitazione, fu trovato un floppy disk dal quale era stato cancellato un documento nel quale Badel, qualificandosi come 'compagno B' partecipava al dibattito interno relativo alla organizzazione e i fini politici del gruppo eversivo.
Stando a quanto si e' appreso Badel aveva adottato le stesse procedure di sicurezza informatica che avevano caratterizzato tutti gli altri presunti Br arrestati il 24 ottobre 2003. E tra l'altro possedeva lo stesso modello di software degli altri componenti dell'organizzazione.
L'interrogatorio del presunto Br e' in programma per lunedi' prossimo.TERRORISMO: TROVATO A BADEL PROMEMORIA PER APPUNTAMENTO
A Roberto Badel, secondo quanto si e' appreso, e' stato trovato un foglietto con l'annotazione di un appuntamento fissato con Mezzasalma per lo spostamento di materiale in un appartamento a via Montecuccoli. Non e' chiaro se Bader sia una delle persone per le quali era stato fissato l'appuntamento indicato in quel foglietto. Tant'e' che la procura aveva chiesto di contestare l'accusa di concorso nel porto di esplosivo, ma il gip non ha accolto la richiesta.TERRORISMO:PER GIP BADEL ERA CERVELLO SISTEMA INFORMATICO BR
Roberto Badel, secondo le accuse riportate nelle ordinanze di custodia cautelare di 46 pagine, firmata dal Gip Carmelita Russo, e' stato definito senza dubbi, una sorta di "cervello dell'apparato di sicurezza informatica delle Br". Il Gip, si legge ancora nell'ordinanza, ritiene che Badel sia in "possesso di una annotazione relativa ad una delle operazioni piu' delicate delle Br-Pcc trattandosi dello spostamento del patrimonio strumentali e di archivio del gruppo".
Secondo quanto scritto, sempre dallo stesso Gip, sulla base dell'attivita' investigativa della Digos di Roma, "un elemento di notevole valenza probatoria e' derivabile da un ulteriore documento rinvenuto nell'abitazione dell'indagato. Si tratta di un foglio manoscritto che riporta, evidenziata da riquadri, l'indicazione Upim-Largo Ravenna. Dal documento sequestrato a Marco Mezzasalma, scrive ancora il Gip Carmelita Russo, in cui sono analiticamente indicate le attivita' inerenti il trasloco del materiale di organizzazione dal deposito presso Leasy Box alla cantina di Via Montecuccoli, previsto per il 18 ottobre 2003, risulta che l'operazione avrebbe impegnato 3 militanti indicati con le sigle L-M-S: i primi due identificati in Mezzasalma e Blefari. Risulta inoltre che l'Upim di Largo Ravenna costituiva il punto finale del tragitto seguito dal militante S".
Secondo il Gip a questo punto, "alla luce degli accertati rapporti dell'indagato con la Blefari e Broccatelli, nonche' degli altri elementi indiziari, appare difficile ritenere che l'annotazione sia associabile alle ordinarie attivita' quotidiane, mentre appare piu' verosimile che l'appunto sia riferibile all'ultima attivita' operativa delle Br-Pcc prima dei provvedimenti di fermo del 24 ottobre 2003".
Il gip Russo rileva inoltre nell'ordinanza che dall' analisi del Pc dell'indagato e' emerso lo stesso sistema utilizzato da altri componenti dell' organizzazione, come Marco Mezzasalma, Diana Blefari, Cinzia Banelli e Roberto Morandi. In particolare nell' ordinanza si fa riferimento alla presenza di un sofisticato programma che consente a tutti i computer di essere collegati in una sorta di rete e che permette sia la criptazione dei documenti che la cancellazione anche dei file che rimangono nella memoria dopo l' eliminazione di quelli che appaiono in video.
Secondo gli inquirenti, l' ulteriore prova che il computer di Badel fosse collegato a quelli degli altri br sta nell' ultima modifica, risalente al gennaio 2003, alla quale furono sottoposti contemporaneamente (stessa data, ora e minuto) i pc dei componenti dell' organizzazione e dello stesso Badel.
"Ulteriori approfondimenti", per il gip, merita infine la circostanza relativa al foglietto trovato nell' appartamento di Badel con le indicazioni di un appuntamento nei pressi di Largo Ravenna, a Roma, in cui Mezzasalma, Blefari (indicati con le lettere M ed L) ed un altro personaggio (S) si sarebbero dovuti occupare del trasloco di documenti e dell' arsenale delle Br in via Montecuccoli.
Gli inquirenti, sospettando che "S" potrebbe essere Badel, avevano sollecitato l' emissione dell' ordinanza di custodia cautelare anche per porto e detenzione di materiale esplosivo, ma il gip ha ritenuto di non accogliere la richiesta poiche' non e' dimostrato che Badel, il quale gia' compare come "compagno B", sia anche il personaggio denominato "S". Il gip non esclude, invece, che l' indagato avesse un ruolo di supporto ad "S" e per questo ha invitato i pm Ionta e Saviotti ad approfondire gli accertamenti.TERRORISMO: GIP, CONTINUITA' ATTENTATI '92 E '94 E D'ANTONA
ATTENTATI A CONFINDUSTRIA E ALLA NATO
"Tra l' omicidio del senatore Ruffilli del 1988 e l' attentato a D' Antona del 1999, due iniziative riconducibili ai Nuclei comunisti combattenti (Ncc), l' attentato alla Confindustria del '92 e l' attentato alla Nato defence college del '94, rappresentano la fase di lento, ma progressivo rilancio dell' eversione". Lo scrive il gip Carmelita Russo nell' ordinanza di custodia cautelare emessa contro Roberto Badel.
Per il gip, quei due attentati sono propedeutici e preparatori "all' operazione omicidiaria del '99". "Con l' omicidio D' Antona - e' scritto nell' ordinanza - la formazione terroristica Brigate Rosse, dopo un periodo di ritirata strategica rilancia la propria attivita' eversiva dell' ordine democratico riproponendosi come unica struttura deputata e capace della lotta armata in Italia". "Gli attentati nel 2000-2001 (quelli rivendicati da Nipr e Npr, ndr) e l' omicidio di Marco Biagi - conclude il gip - si pongono nel solco della continuita' strategica della stessa formazione terroristica".TERRORISMO: INVESTIGATORI, BADEL GRANDE SPESSORE CULTURALE
Robert Badel e' stato descritto, dagli stessi investigatori della Digos che lo hanno seguito ed intercettato telefonicamente per mesi, un personaggio di grande spessore culturale. Colto, distinto e scrittore di un testo sulla globalizzazione, decisamente istruttivo. Secondo quanto e' emerso dall'indagine dell'antiterrorismo della questura di Roma, diretto da Lamberto Giannini, Roberto Badel non avrebbe partecipato a nessuna azione terroristica precisa delle nuove Br. Ma a lui sono stati attribuiti "chiari legami" a Paolo Broccatelli e Diana Blefari. Con quest'ultima, secondo quanto accertato dalla Digos di Roma, Roberto Badel aveva in comune le chiavi di accesso e di decriptazione dei computer a disposizione delle Br. Nel floppy disk sequestrato nell'appartamento di Badel, inoltre, e' stato individuato un testo "eversivo di dibattito interno al gruppo". In sostanza, ha spiegato il dirigente della Digos, a suo carico sono emersi una serie di contatti telefonici e dalle perquisizioni nel suo appartamento, una delle quali e' avvenuta lo scorso ottobre e' stato sequestrato materiale informatico studiato per mesi dalla Digos di Roma. Un materiale che, e' stato sottolineato, combaciava perfettamente con alcuni documento sequestrati nel covo di Via Montecuccoli. Al momento dell'arresto Badel, conosciuto come una persona tranquilla e prudente, non ha detto una parola ed ha mantenuto un atteggiamento di distacco, "in attesa di parlare con il proprio avvocato".TERRORISMO: BR-PCC; GIP, RAPPORTI DI BADEL CON BR
Rapporti con altri presunti br, come Paolo Broccatelli e Diana Blefari, ma soprattutto il possesso di un computer collegato "in rete" a quelli di altri appartenenti all' organizzazione. Sono i principali temi di accusa indicati nell' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Roberto Badel.
Il nome del presunto br appare nell' inchiesta sull' omicidio di Massimo D' Antona e sulla ricostituzione delle Br-pcc quando, nell' ambito degli accertamenti su Broccatelli, l' "utenza di Badel - si legge nell' ordinanza - viene chiamata da un numero utilizzato da Broccatelli". "Nelle comunicazioni con Broccatelli e Blefari - scrive il gip Carmelita Russo riferendosi a Badel - sono state rilevate metodologie di comunicazione tipiche degli appartenenti alle Brigate Rosse e proprio in epoca di intensa attivita' operativa". Inoltre, per il gip, il contenuto del documento trovato, cancellato, nel computer di Badel (per gli inquirenti il "Compagno B") e contenente un' analisi preparatoria di un incontro dell' organizzazione "riconduce con evidenza ad altri domunenti sequestrati nel covo di via Montecuccoli"."Repubblica" online
Roberto Badel, 37 anni, arrestato nella sua abitazione romana
Gli inquirenti: "Partecipò al trasloco del covo di via Montecuccoli"
Br, in manette dipendente Istat
"E' l'informatico dei terroristi"
In suo possesso software per la cancellazione e la criptazione
ROMA - In manette il presunto stratega informatico delle Brigate Rosse. Roberto Badel è stato arrestato dalla Digos di Roma con l'accusa di banda armata. Durante una perquisizione eseguita lo scorso 25 ottobre, nella casa romana dell'uomo vennero trovati software di cancellazione e criptazione analoghi a quelli rinvenuti nel covo brigatista di via Montecuccoli.
Badel, che ha 37 anni e lavora all'Istat, è ritenuto dagli inquirenti il responsabile della sicurezza informatica delle nuove Br. Inoltre secondo i pubblici ministeri Ionta e Saviotti, titolari delle indagini, l'uomo partecipò attivamente al trasloco dell'arsenale Br da un deposito Easy box al covo di via Montecuccoli il 18 ottobre del 2003. Secondo gli inquirenti, Badel ha frequentato in passato centri sociali del quartiere di San Lorenzo.
Nell'ordinanza di custodia cautelare di 46 pagine notificata Badel nella sua abitazione al quartiere Tiburtino e firmata dal gip Carmelita Russo, è riportato che il presunto "cervello" dell'apparato di sicurezza delle Br è "in possesso di un'annotazione relativa ad una delle operazioni più delicate delle Br-Pcc trattandosi dello spostamento del patrimonio strumentale e di archivio del gruppo". La circostanza emergerebbe da un un documento sequestrato al Marco Mezzasalma, presunto leader delle Br dopo l'arresto di Nadia Desdemona Lioce, nel quale si descrivono dettagliatamente tutte le fasi del trasferimento del materiale e i vari compiti assegnati ai vari militanti.
Le indagini su Badel sono iniziate in seguito all'emergere dei suoi contatti con Paolo Broccatelli e Diana Blefari Melazzi, ritenuti personaggi di spicco delle nuove Br. All'epoca del delitto D'Antona, Broccatelli era dipendente di una ditta che aveva in appalto le pulizie nell'ateneo dove insegnava il giuslavorista ucciso nel 1999 in via Salaria. La Blefari era invece l'affittuaria dell'appartamento romano di via Montecuccoli dove furono ritrovati esplosivi e documenti sull'attività del partito armato.
L'attenzione degli inquirenti su Badel era accresciuta quando, durante una perquisizione nella sua abitazione, fu trovato un floppy disk dal quale era stato cancellato un documento nel quale l'uomo, qualificandosi come "compagno B" partecipava al dibattito interno relativo alla organizzazione e i fini politici del gruppo eversivo. L'interrogatorio del presunto Br è in programma per lunedì prossimo.
Oltre alla cattura di Badel, la Digos ha eseguito, su ordine del gip Carmelita Russo, altre perquisizioni negli ambienti dell'estremismo di sinistra. Le persone coinvolte sarebbero quattro. La Digos è arrivata a loro analizzando le schede telefoniche sequestrate alla Blefari. La posizione dei quattro è ancora al vaglio degli inquirenti e non sono esclusi nuovi sviluppi nelle indagini.15 luglio 2004 - RICORDATO AMMATURO A 22 ANNI OMICIDIO
ANSA:
TERRORISMO: NAPOLI; RICORDATO AMMATURO A 22 ANNI OMICIDIO
Con una breve cerimonia e' stato ricordato oggi in piazza Nicola Amore, il vice questore Antonio Ammaturo, ucciso il 15 luglio del 1982, da un commando delle Brigate Rosse, quando era capo della squadra mobile di Napoli.
Sotto la targa, che ricorda il sacrificio del funzionario e del suo autista, il vice brigadiere Pasquale Paola, anch' egli trucidato dai terroristi, sono state deposte due corone di alloro, una del capo della polizia ed una del Comune di Napoli.
Alla cerimonia hanno assistito la vedova di Ammaturo, signora Ermelinda, il prefetto di Napoli, Renato Profili, il questore Franco Malvano ed in rappresentanza del sindaco di Napoli, l' assessore alla Trasparenza, Roberto De Masi.
"Era un uomo duro dal cuore grande": cosi' il questore Malvano, che di Ammaturo era il vice e che gli subentro' al comando della squadra mobile napoletana dopo il delitto, ha ricordato commosso al figura del collega.
C' era attesa per l' incontro tra il prefetto Profili e il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, dopo le polemiche di ieri sulla questione sicurezza nei Decumani. Incontro che pero' non c' e' stato.17 luglio 2004 - INTERROGATO BADEL
ANSA:
TERRORISMO: INIZIATO INTERROGATORIO BADEL A REGINA COELI
E' iniziato a Regina Coeli l'interrogatorio di Roberto Badel, l'ultimo dei presunti Br ad essere arrestato ieri nell' ambito dell' inchiesta della Procura di Roma sull' omicidio di Massimo D'Antona e sulle Brigate Rosse. Nel carcere romano sono arrivati il Gip di Roma Carmelita Russo, il responsabile del pool antiterrorismo Franco Ionta e il sostituto Pietro Saviotti.
Badel, dipendente dell' Istat, e' finito in manette ieri con l'accusa di partecipazione a banda armata ed e' difeso dall' avvocato Caterina Calia.TERRORISMO: FINITO INTERROGATORIO BADEL, CHE RESPINGE ACCUSE
"Io con le Brigate rosse non c'entro nulla". E' quanto dichiarato da Roberto Badel, il presunto "cervello informatico" delle Br, ai magistrati che lo hanno sentito per circa un'ora e mezza nel carcere di Regina Coeli.
L'indagato, accusato di partecipazione a banda armata, ma non degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi, ha quindi respinto tutte le accuse. L'uomo e' stato interrogato dal Gip Carmelita Russo alla presenza dei Pm Franco Ionta e Pietro Saviotti.TERRORISMO: BADEL CHIEDE DI PARTECIPARE A CONCORSO ISTAT
PARERE CONTRARIO DEI PM A REMISSIONE IN LIBERTA' INDAGATO
Il presunto br Roberto Badel potrebbe uscire momentaneamente dal carcere di Regina Coeli martedi' prossimo, accompagnato da personale della polizia penitenziaria, per partecipare ad un concorso interno dell'Istat, l'istituto del quale e' dipendente. Una decisione in tal senso sara' presa dal gip Carmelita Russo al vaglio della quale e' finita la richiesta dell'indagato. I pm Franco Ionta e Pietro Saviotti non hanno fatto opposizione.
I due magistrati si sono invece detti contrari alla richiesta remissione in liberta' dell'indagato, o in subordine la c