Almanacco dei misteri d' Italia

 
Terrorismo ed estremismo di sinistra (vecchio e nuovo)
maggio 2004
2 maggio 2004 - RITIRATI CARTELLONI A RIO PER ESTRADIZIONE LOLLO
ANSA:
BRASILE: LOLLO, RITIRATI CARTELLONI A RIO PER ESTRADIZIONE
SENTENZA GIUDICE TRIBUNALE CONTRO MANIFESTI AN
Via i cartelloni pubblicitari che a Rio de Janeiro chiedevano l'estradizione di Achille Lollo, l'ex estremista rosso condannato una trentina d'anni fa per la strage di Primavalle a Roma e da 28 anni rifugiatosi in Brasile. L'ordine di rimozione e' stato emesso quattro giorni fa da un giudice carioca. A darne notizia e' lo stesso Lollo che racconta: "il 27 aprile il giudice del tribunale di Rio de Janeiro, Regina Pires Duarte, ha ordinato la rimozione immediata degli outdoors che il rappresentante locale di Alleanza Nazionale - eseguendo la richiesta della deputata Roberta Angiolitti di AN - aveva commissionato ad una concessionaria locale. L'azienda ricevera' una multa diaria di 5 mila reais (circa 1400 euro ndr) se gli outdoors che chiedono 'estradizione immediata per Achille Lollo' non saranno ritirati in 24 ore dai luoghi dove sono stati affissi".
Lollo, che ha recentemente partecipato alle elezioni dei Comites (comitati italiani all'estero) malgrado la sua latitanza dopo la condanna a 18 anni per la morte dei fratelli Mattei, bruciati vivi nella loro casa, aggiunge che "uno dei motivi che ha determinato questa sentenza e' il fatto che un partito politico straniero (AN) ha utilizzato uno spazio esclusivo per la pubblicita' commerciale per muovere una campagna di carattere politico, cercando di convincere l'opinione pubblica riguardo una richiesta di estradizione che il Tribunale Supremo Federale brasiliano, all'unanimita', ha gia' rigettato il 10 ottobre del 1993". "Un'estradizione che - aggiunge Lollo, sia per l'ordinamento giuridico italiano che per quello brasiliano, non puo' essere piu' richiesta per gli stessi reati allo stesso paese". Secondo Lollo, inoltre, il testo dei manifesti dimostra che questa campagna e' unicamente diretta contro di lui visto che non si fa nessuna menzione ai coimputati e nessun manifesto e' stato affisso a Managua "dove per esempio risiede uno degli altri imputati, Manlio Grillo".
Giuseppe Marcheggiano, rappresentante a San Paolo del Comitato Tricolore Italiani nel Mondo, vicino al ministro Mirko Tremaglia, ha commentato all'Ansa: "ancora una volta, sicuro della sua impunita', Lollo ha esibito la sua prepotenza con una dichiarazione spocchiosa nel quale in nessun momento appare una qualsiasi manifestazione di pentimento per il raccapricciante crimine di cui si e' macchiato il 16 aprile del 1973".
"L'iniziativa dell'eurodeputata Angelilli, che io ho appoggiato - ha aggiunto Marcheggiano - ha voluto commemorare l'anniversario della strage di Primavalle e indicare la volonta' di Alleanza Nazionale di identificare un cammino giuridico che porti Achille Lollo a scontare la sua pena. L'accenno ai coimputati e a Managua rivela per altro che la rete del terrorismo rosso continua ad essere attiva".

2 maggio 2004 - NIGARAGUA NEGA ESTRADIZIONE CASIMIRRI
ANSA:
CASIMIRRI: NICARAGUA DICE NO A ESTRADIZIONE
LO RIFERISCE QUOTIDIANO EL NUEVO DIARIO
Alessio Casimirri e' nicaraguense a tutti gli effetti e percio' non puo' essere estradato in Italia. Questa le sentenza emessa dalla Corte Suprema di Managua e riportata dal quotidiano nicaraguense "El Nuevo Diario".
L'ex brigatista rosso, condannato all'ergastolo nel 1989 per la sua partecipazione all'uccisione di Aldo Moro, restera' indisturbato in Nicaragua dove vive da 21 anni. La richiesta di estradizione italiana "non e' arrivata in pratica neppure alla porta dell'esame giudiziario", scrive il giornale vicino ai sandinisti.
Casimirri, cittadino nicaraguense dal 1988, dopo essere approdato in Nicaragua nell'83 sotto falso nome, si e' detto "molto contento" per la sentenza.
La sentenza della Corte Suprema di Giustizia di Managua ha confermato la cittadinanza nicaraguense dell'ex brigatista rosso non entrando neppure nel merito dell'ennesima richiesta di estradizione inoltrata dal governo italiano.
"Questa sezione penale - si legge nella sentenza - in conformita' con la Costituzione e il codice Penale (articoli indicati ndr), che obbligano a prendere in esame pubblicamente le richieste di estrazione di cittadini di altri paesi e di rifiutare l'estradizione di nicaraguensi risolve: non luogo a procedere".
Casimirri, condannato all'ergastolo nel 1989 per la sua partecipazione al delitto Moro, vive da 21 anni in Nicaragua con la moglie e tre figli. Dal 1988 e' cittadino nicaraguense a tutti gli effetti dopo aver vissuto per almeno cinque anni sotto falso nome nel paese centroamericano.
"Sono felice - ha detto Casimirri al quotidiano sandinista "El Nuevo Diario" dopo l'emissione della sentenza - Spero adesso di vivere un po' piu' tranquillo, perche' non e' stato facile in questi ultimi 11 anni. Ma ho ricevuto molto affetto dalla gente. Un amico pescatore mi ha detto che se uno non se lo merita la gente non lo appoggia. Che se non fossi una brava persona mi avrebbero dato un calcio nel sedere".
Casimirri, che gestisce un ristorantino nei quartieri meridionali di Managua, ha anche recentemente continuato a negare di aver partecipato al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro. Richieste di estradizione sul suo conto esistevano gia' dal 2000 e nel febbraio di quest'anno l'ambasciatore italiano a Managua, Maurizio Fratini, che giovedi' scorso ha lasciato la sede per far ritorno alla Farnesina, ne aveva presentata una nuova. Fratini ha sostenuto che Casimirri avesse ottenuto la cittadinanza nicaraguense in maniera illegittima per aver presentato documenti falsi di naturalizzazione. Un iter che sarebbe stato anche agevolato dalla collaborazione di Casimirri al regime sandinista di allora.
La sentenza su Casimirri fa leva anche sulla mancanza di un trattato di reciprocita' fra Nicaragua e Italia e sul fatto che "la non estradizione di cittadini appartenenti alla propria nazione e' anche un principio universalmente accettato".
"Nel caso del signor Casimirri - aggiunge la disposizione della magistratura nicaraguense - non e' possibile accedere all'applicazione di questo principio dal momento che la Costituzione del Nicaragua e' chiara nello stabilire che non c'e' estradizione per delitti politici e comuni connessi con cittadini nazionali. I nicaraguensi non potranno essere oggetto di entradizione dal territorio nazionale".
Al quotidiano sandinista, l'ex brigatista rosso ha detto ancora di essere grato "ai molti nicaraguensi che gli hanno mostrato solidarieta' durante i suoi giri nel paese" quando aveva deciso di raccogliere firme a favore del suo caso.
Casimirri ha anche avvertito che denuncera' alla giustizia nicaraguense tutte le calunnie ed offese che ricevera' a partire da ora.
La Corte Suprema di Managua ha emesso la sentenza su Casimirri proprio in un momento di avvicendamento diplomatico italiano a Managua, il giorno successivo alla partenza di Fratini e pochi giorni prima dell'arrivo del suo successore.
Alessio Casimirri, 50 anni, e' l'unico componente del commando Br che rapi' Aldo Moro ancora latitante. Per la partecipazione al rapimento Moro e ad altri attentati terroristici, Casimirri e' stato condannato a sei ergastoli nel processo Moro-ter.
Figlio di un funzionario della sala stampa della Citta' del Vaticano, prima di entrare in latitanza, Casimirri ha militato in Potere Operaio e poi nel servizio d' ordine del gruppo di 'Autonomia operaia'. Con il nome di battaglia di 'Camillo', Casimirri ha poi svolto un ruolo importante nella colonna romana delle Brigate rosse.
Diplomato dell' Isef ed esperto sommozzatore, sembra abbia fatto anche l'istruttore degli incursori dell' esercito sandinista, dopo il suo arrivo nel 1983 a Managua. In seguito ha aperto il ristorante "Magica Roma" nel centro della citta'. Nel 1988, Casimirri ha ottenuto la cittadinanza nicaraguense grazie all' aiuto di personalita' sandiniste e al matrimonio con una ragazza del luogo, Raquel Garcia; matrimonio contratto nel 1986 sotto il falso nome di Guido Di Giambattista e senza aver divorziato dalla prima moglie Rita Algranati (arrestata in Algeria lo scorso gennaio).
All' inizio del 1998, 'Camillo', che dalla moglie nicaraguense ha avuto due figli, apre un altro ristorante, la 'Cueva del Buzo' (La taverna del palombaro), sulla costa.
Nel 1993 si e' parlato di Casimirri come del confidente che aveva reso possibile l' arresto di Germano Maccari. La Digos e la famiglia del latitante hanno smentito pero' la cosa ed il fratello Tommaso ha raccontato che i servizi segreti italiani avevano contatto Alessio ed avevano cercato di convincerlo, anche con minacce e ricatti, a collaborare. E di nuovo, nel '98, il suo nome torna sui giornali italiani quando Raimondo Etro racconta che Casimirri gli avrebbe riferito che ad uccidere il commissario Calabresi sarebbe stato Valerio Morucci. La procura milanese vuole interrogarlo ma il Nicaragua respinge le richieste di rogatoria.
Il governo italiano ha sollecitato ripetutamente, ma senza successo, l'estradizione dell'ex brigatista rosso: una prima richiesta di estradizione da parte dell'Italia risale infatti al 2000 ed una nuova richiesta e' stata presentata al governo del Nicaragua lo scorso febbraio.

"El Nuevo Diario"
No extradición es cosa juzgada
Corte ratifica fallo en favor de Casimirri
-Edwin Sánchez-
Once años de inestabilidad terminaron para Alessio Casimirri.
La Sala de lo Penal de la Corte Suprema de Justicia ratificó su nacionalidad nicaragüense, y rechazó la extradición promovida por el gobierno de Italia.
Prácticamente, la solicitud no llegó ni a las puertas de la instancia judicial, cuyos magistrados invocaron la Carta Magna y el Código Penal para validar la nacionalidad de Casimirri, quien dijo estar muy contento con la resolución, y dispuesto a seguir trabajando en Nicaragua.
El gobierno italiano, mediante nota diplomática enviada a la Cancillería de Nicaragua, y remitida por el Ministerio Público a los órganos judiciales, había requerido dicha extradición por el delito de homicidio.
La acusación italiana trata de una supuesta participación en las extintas Brigadas Rojas y el crimen del ex primer ministro Aldo Moro.
Según el gobierno italiano, sobre Casimirri recaían en aquel país dos sentencias pronunciadas por el Tribunal de Apelaciones de Nápoles y del Tribunal de Apelaciones de Roma, la primera el tres de junio de 1986 y la segunda el 12 de octubre de 1988.
"Esta Sala de lo Penal, de conformidad con el artículo 164, inciso 6 de la Constitución y el artículo 33 inciso 3 de la Ley Orgánica del Poder Judicial, que manda expresamente a tramitar públicamente la solicitud de extradición de los ciudadanos de otros países y a denegar la extradición de los nicaragüenses, resuelve:
No ha lugar
"Se declara sin lugar, ad portas, la solicitud de extradición del ciudadano nicaragüense Alessio Casimirri, hecha por el gobierno de Italia, a la que se ha hecho referencia...".
La Sala invoca como fundamentos, que "si bien es cierto que al no existir convenio o tratado recíproco entre Italia y la república de Nicaragua, conforme a las Normas del Derecho Internacional Público, tiene aplicación el principio universal de reciprocidad entre los Estados, la no extradición de los nacionales es también un principio universalmente aceptado.
"En el caso referido del señor Alessio Casimirri, no es posible acceder a la aplicación de este principio, por cuanto la Constitución de Nicaragua, en su artículo 43, es clara en establecer que en Nicaragua no hay extradición por delitos políticos o comunes conexos con ellos, según la calificación nicaragüense. Los nicaragüenses no podrán ser objeto de extradición del territorio nacional".
También señalan que en atención a la disposición antes citada, y considerando que la jurisdicción nicaragüense es un atributo de nuestra soberanía, mal haría esta Sala en acceder a tal petición en contra del requerido A. Casimirri, quien, según consta en autos, ostenta la nacionalidad nicaragüense que le fue otorgada mediante resolución ministerial del 10 de octubre de 1988 y que aparece publicada en La Gaceta del uno de febrero de 1999.
Acción penal extinta
Según el ordenamiento jurídico nicaragüense, para que proceda la extradición o en su defecto el juzgamiento en Nicaragua, es necesario que no haya prescrito la acción penal, ni la pena en ninguno de los países... y siendo que los artículos 115 y 118 del Código Penal disponen lo relativo a la prescripción de la acción penal y de la pena como medio de extinción de la responsabilidad penal.
Es por eso que "nuestros Tribunales Penales se encuentran en incapacidad jurisdiccional para tramitar el asunto planteado por el gobierno de Italia, por razón de la extinción tanto de la acción penal como de la pena".
Firmaron Guillermo Vargas Sandino, Alba Luz Ramos, Marvin Aguilar, Yadira Centeno, Manuel Martínez, Nubia de Robleto, Ramón Chavarría, Armengol Cuadra y Francisco Fletes.
"Estoy feliz"
A Alessio la noticia le da felicidad, tras once años de estar en esos vaivenes judiciales y con la posibilidad de ser llevado a Italia y no precisamente para un paseo.
El empresario agradeció la solidaridad que muchos nicaragüenses le demostraron durante sus recorridos en campos, comarcas y hasta universidades, cuando se propuso a recolectar firmas por su caso.
Advertencias
Pero ahora, sabiéndose un nica más con sus derechos y obligaciones, advirtió que llevará a todo aquel que le lanza calumnias o intente hacer algún intento de secuestro, a los tribunales.
"En el pasado ha habido gente que hizo uso de la calumnia y del insulto, muy pocos, pero lo hicieron con diferentes fines electoreros. Lo que pasó, pasó. Pero en un futuro, el próximo que haga uso de la calumnia o el insulto, sea lo que sea el fin o el cargo que le cubre, nos veremos en los Tribunales de Justicia".
Asimismo, denunció que "hubo gente en la sombra, que yo conozco sus apellidos y nombres, que maquinaron acciones delictivas, como secuestro en contra mía y cosas por el estilo. También eso, lo que pasó, pasó. Pero en el futuro, los próximos que piensen cometer estos delitos, que son graves, sea que lo maquinen o presten su colaboración a esas maquinaciones, no duden que yo voy a estar vigilando. Y he demostrado que tengo capacidad de tener muy buena información, y a esos sí los llevo a los tribunales, sea quien sea, no importa el cargo que lo recubra". Esto lo dejo avisado.
¿Qué vas a hacer ahora de tu futuro?
Espero vivir un poco más tranquilo, porque no ha sido fácil estos once años. Pero he recibido el cariño de la gente. Un amigo pescador me dijo: si uno no se lo merece, la gente no lo apoya. Que si no fuera una buena persona, "te hubieran dado una patada en el trasero".

ANSA:
CASIMIRRI: BERARDI, MANCATA ESTRADIZIONE E' UNA SCONFITTA
"E' una sconfitta e per il governo e per le vittime del terrorismo". Cosi' Bruno Berardi - presidente dell'Associazione delle vittime del terrorismo - ha commentato la notizia del 'no' all'estradizione verso l'Italia, da parte del Nicaragua, del brigatista Alessio Casimirri l'ultimo componente del commando che rapi' Aldo Moro ad essere ancora latitante.
"Vorrei sapere adesso dal governo - ha aggiunto - che cosa intende fare per assicurare alla giustizia italiana non solo Casimirri, ma anche Cesare Battisti e Achille Lollo".
Prossimamente, invece, Berardi - come lui stesso ha annunciato - andra' a "trovare in carcere Adriano Sofri, perche' abbiamo voglia di parlarci anche se abbiamo posizioni diversissime sulla grazia e sul perdono".

3 maggio 2004 - COMINCIA PROCESSO LIOCE
ANSA:
BR: PROCESSO LIOCE; COMINCIATA UDIENZA
E' cominciata alle 9:35 nell'aula bunker di Santa Verdiana la prima udienza del processo a Nadia Desdemona Lioce per la sparatoria sul treno Roma-Firenze in cui la mattina del 2 marzo 2003 rimasero uccisi l'ispettore di polizia Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi, e furono feriti gli agenti della Polfer Bruno Fortunato e Giovanni Di Fronzo. Il processo di svolge davanti alla Corte di Assise di Arezzo.
Nadia Lioce segue il dibattimento dalla gabbia numero 2. In aula sono presenti la vedova del poliziotto assassinato, Alma Petri, e Bruno Fortunato, che si sono costituiti parte civile e sono assistiti dagli avvocati Valter Biscotti e Antonio Bonacci.
Nadia Lioce, accusata di omicidio e tentato omicidio con finalita' di terrorismo, oltre a vari altri reati connessi, e' difesa dall'avvocato Attilio Baccioli.
Non e' presente in aula Giovanni Di Fronzo, che non si e' finora costituito parte civile.
Per l'accusa sono presenti il procuratore aggiunto Francesco Fleury e i pm Giuseppe Nicolosi e Luigi Bocciolini. Si sono costituiti come parti civili anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell' Interno, che sono rappresentati dagli avvocati dello Stato Patrizia Pinna e Piercarlo Pirollo.

TERRORISMO: BR; NADIA LIOCE IN AULA MOLTO DIMAGRITA
Molto dimagrita, i capelli tagliati alle spalle. Nadia Desdemona Lioce, vestita con un cardigan bianco, pantaloni e maglia scuri, al processo apertosi oggi a Firenze e' apparsa molto cambiata fisicamente rispetto alla foto segnaletica scattatale il giorno del suo arresto, il 2 marzo 2003.
La brigatista e' stata fatta sedere nella gabbia numero 2 dell' aula bunker di Firenze dove si svolge il processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze. "Preferisce stare nella cella", ha detto il suo legale Attilio Baccioli a chi gli chiedeva se la brigatista avesse diritto a sedergli accanto. "Anche perche' le dichiarazioni si fanno sempre dalla gabbia", ha aggiunto il legale.
Fin dal suo ingresso in aula, la Lioce ha praticamente sempre rivolto lo sguardo verso la Corte di Assise di Arezzo, in trasferta nel capoluogo toscano per questo processo. Tiene accanto a dove e' seduta alcuni fogli. Il documento, il sesto che ha prodotto dal giorno del suo arresto che, spiega sempre il suo avvocato, non sa se leggera' oggi o domani.
Nadia Desdemona Lioce e' stata bersagliata dai fotografi. Presenti in aula anche le telecamere: nessuna delle parti si e' opposta alle riprese televisive e la Corte e' ora in camera di consiglio per decidere se ammetterle o no. Non ha mai guardato la brigatista la vedova di Emanuele Petri, il sovrintendente della Polfer che rimase ucciso nel conflitto a fuoco. Un breve sguardo alla brigatista lo ha invece rivolto Bruno Fortunato, il poliziotto che rimase ferito nella sparatoria.

TERRORISMO: BR; LIOCE HA SCRITTO UN NUOVO DOCUMENTO
Nadia Desdemona Lioce intende leggere un suo documento al processo apertosi oggi a Firenze per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003, per la quale e' imputata di omicidio e tentato omicidio con finalita' di terrorismo e di eversione. Lo ha detto l' avvocato Attilio Baccioli, legale della brigatista, spiegando che non sa se la sua cliente leggera' il documento oggi o all' udienza di domani.
Da quando e' stata arrestata Nadia Desdemona Lioce ha gia' presentato ai magistrati fiorentini, romani e bolognesi cinque documenti. Nella gabbia numero due dell' aula bunker di Firenze Nadia Desdemona Lioce si e' portata dei fogli. Bisognera' poi vedere se la Corte le consentira' di leggere il documento.
Il suo legale ha aggiunto: "Nadia Desdemona Lioce fara' dichiarazioni spontanee com' e' suo diritto, magari aiutandosi con quello che ha scritto". Della donna l' avvocato ha poi detto che in carcere studia e legge molto e che si e' fatta praticamente una piccola biblioteca.

TERRORISMO: BR; FLEURY, E' IL PRIMO PROCESSO ALLE NUOVE BR
"E' il primo processo alle nuove Brigate Rosse e quindi indubbiamente la giornata di oggi ha un significato notevole". E' il commento del procuratore aggiunto Francesco Fleury, presente con il pm Bocciolini e Nicolosi alla prima udienza del processo a Nadia Lioce per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003.
"E' importante - ha aggiunto Fleury - perche' e' un processo che riguarda un fatto molto grave in cui ha perso la vita un agente di Ps ma anche perche' e' un fatto che ha consentito di individuare praticamente tutti i componenti delle nuove Brigate Rosse".
Sugli eventuali brigatisti non individuati, secondo Fleury "il nucleo centrale della struttura delle nuove Br e' stato preso", e, per quanto riguarda eventuali altri componenti, secondo il magistrato "non ne dovrebbero mancare molti".
Quanto alla questione sul che cosa dovessero fare quella mattina della sparatoria la Lioce e Mario Galesi, "non e' stato accertato quale fosse il loro obiettivo", ha detto Fleury. "Nessuno ha parlato, nessuno ha rivelato nulla e quindi non sappiamo quella domenica 2 marzo 2003 che cosa andassero a fare".

TERRORISMO: BR; VEDOVA PETRI, LIOCE? PER ME NON ESISTE
"Per me Nadia Desdemona Lioce e' una persona che non esiste". Cosi' ha risposto la signora Alma, la vedova del sovrintendente della Polfer Emanuele Petri, alla domanda del perche' non avesse mai rivolto lo sguardo verso la brigatista, al processo apertosi oggi a Firenze per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003 costato la vita a suo marito.
"Oggi il mio stato d' animo non e' dei migliori - ha detto la vedova -. Ieri poi erano un anno e due mesi dalla morte di mio marito. Oggi si rinnova il dolore".
"Cosa voglio? Giustizia. E' questo che mio marito avrebbe voluto", ha detto la vedova Petri.
In aula, insieme alla signora Alma, c' e' il fratello di Emanuele Petri, Leopoldo, costituitosi parte civile. Non c' e' invece il figlio di Emanuele Petri, Angelo, diventato poliziotto dopo la morte del padre. "Fare il poliziotto - ha detto la signora Alma - e' una missione. Lo deve fare piu' serenamente possibile, per cui cerco di tenerlo lontano da questa vicenda".

TERRORISMO: BR;PROCESSO LIOCE,DISCUSSE ECCEZIONI PRELIMINARI
Dopo la lettura dell' ordinanza con cui si escludevano dall' aula telecamere e macchine fotografiche, l' udienza e' andata avanti con la discussione su alcune eccezioni preliminari sollevate dall' avvocato Attilio Baccioli, difensore della Lioce.
La Corte si e' nuovamente ritirata in camera di consiglio alle 11,45 per decidere.

TERRORISMO: BR;PROCESSO LIOCE,DISCUSSE ECCEZIONI PRELIMINARI
La Corte, dopo un'ora di camera di consiglio, ha respinto le eccezioni. In particolare, l'avvocato Baccioli aveva riproposto la questione della presunta incompetenza della Procura distrettuale di Firenze, sostenendo la insussistenza dell'aggravante della finalita' di terrorismo.
La sparatoria sul treno, secondo il legale, sarebbe stato "un incidente di percorso", privo di connessioni con l'attivita' specifica delle Brigate Rosse.
"Cercare di scappare - ha detto il legale - non ha niente a che fare con l'attivita' brigatista". Una valutazione che sia il pm Nicolosi che i legali di parte civile avevano invece respinto.
"Petri non e' morto per un incidente stradale, vittima di un'auto guidata dalla Lioce", ha replicato il pm Nicolosi citando anche un passo di un documento scritto dalla Lioce. Nel documento la presunta brigatista scriveva che "il sottrarsi alla cattura" e' "per i militanti delle Br un compito per evitare l'indebolimento dell'organizzazione".
Anche l'avvocato Biscotti aveva replicato al difensore della Lioce citando una lettera in cui la militante delle Br sottolineava come "la caduta in combattimento di Mario Galesi e la cattura di una militante" nella sparatoria sul treno sarebbero stati "fenomeni propri dell'andamento dello scontro".

TERRORISMO: BR; NADIA LIOCE IN AULA MOLTO DIMAGRITA
Molto dimagrita, i capelli tagliati alle spalle. Nadia Desdemona Lioce, vestita con un cardigan bianco, pantaloni e maglia scuri, al processo apertosi oggi a Firenze e' apparsa molto cambiata fisicamente rispetto alla foto segnaletica scattatale il giorno del suo arresto, il 2 marzo 2003.
La brigatista e' stata fatta sedere nella gabbia numero 2 dell' aula bunker di Firenze dove si svolge il processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze. "Preferisce stare nella cella", ha detto il suo legale Attilio Baccioli a chi gli chiedeva se la brigatista avesse diritto a sedergli accanto. "Anche perche' le dichiarazioni si fanno sempre dalla gabbia", ha aggiunto il legale.
Fin dal suo ingresso in aula, la Lioce ha praticamente sempre rivolto lo sguardo verso la Corte di Assise di Arezzo, in trasferta nel capoluogo toscano per questo processo. Tiene accanto a dove e' seduta alcuni fogli. Il documento, il sesto che ha prodotto dal giorno del suo arresto che, spiega sempre il suo avvocato, non sa se leggera' oggi o domani.
Nadia Desdemona Lioce e' stata bersagliata dai fotografi. Presenti in aula anche le telecamere: nessuna delle parti si e' opposta alle riprese televisive e la Corte e' ora in camera di consiglio per decidere se ammetterle o no. Non ha mai guardato la brigatista la vedova di Emanuele Petri, il sovrintendente della Polfer che rimase ucciso nel conflitto a fuoco. Un breve sguardo alla brigatista lo ha invece rivolto Bruno Fortunato, il poliziotto che rimase ferito nella sparatoria.

TERRORISMO: LIOCE, NESSUNO SGUARDO ALLE SUE VITTIME
DURANTE DETENZIONE BRIGATISTA E' CAMBIATA FISICAMENTE
Non uno sguardo alle sue vittime, ne' alla vedova di Emanuele Petri, la signora Alma, che ha incontrato oggi per la prima volta, ne' a Bruno Fortunato, il poliziotto che, ferito, uccise il suo compagno Mario Galesi, mentre lei lottava con un terzo agente, Giovanni Di Fronzo. Nessun fastidio apparente per gli scatti, tanti, dei fotografi, prima che la corte d'assise di Arezzo decidesse di escluderli dal processo. Unico contatto col legale, l'avvocato Attilio Baccioli, con cui ha parlato piu' volte da una delle gabbie dell'aula bunker di Firenze, dove oggi e' iniziato il processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003 che la vede unica imputata.
Nadia Desdemona Lioce, 44 anni, foggiana d'origine, pisana d'adozione prima di rendersi irreperibile, nel 1995, e' cambiata molto fisicamente dal giorno del suo arresto, 14 mesi e un giorno fa. Almeno facendo un paragone con la foto segnaletica che le fecero allora. Assomiglia piu' alle immagini di quando era giovane. Si e' tagliata i lunghi capelli: ora li porta alle spalle. Il colore e' castano, senza piu' riflessi rossi. E' molto dimagrita. Per la sua apparizione in pubblico e' vestita con pantaloni e maglia scuri, sopra un cardigan bianco, e scarpe basse.
Con se', oltre ad un pacchetto di sigarette e l'accendino, ha una cartellina di plastica contenente alcuni fogli che appoggia accanto a dove e' seduta. Ogni tanto li legge, mettendosi gli occhiali che porta infilati al collo della maglia. Quei fogli, spiega l'avvocato Attilio Baccioli, sono un suo nuovo documento. Ne ha gia' scritti cinque da quando e' detenuta nel carcere fiorentino di Sollicciano, cioe' dal giorno del suo arresto. "Non so se lo leggera' oggi o domani" precisa il legale. Alla fine si rimanda, forse a mercoledi', sempre che la corte acconsenta poi a quella lettura.
Il suo ingresso in aula Nadia Desdemona Lioce lo fa poco prima delle 9.30. Un'ora e mezzo prima l'avevano trasferita dal carcere di Sollicciano all'aula bunker, costruita 12 anni fa per il procedimento a Prima Linea - 92 gli imputati - e dove gli ultimi brigatisti rossi giudicati erano stati, nel '93, gli autori dell'omicidio dell'ex sindaco di Firenze Lando Conti, inchiesta che pure' la sfioro'. La donna viene fatta entrare nella gabbia numero due. Avrebbe diritto a seguire il processo stando seduta accanto a lei? Chiedono poi i giornalisti a Baccioli. E' lei che "preferisce stare nella gabbia - risponde il legale - anche perche' le dichiarazioni si fanno sempre dalla gabbia", richiamandosi alla storia dei processi delle Br.
Se lo sguardo non e' mai rivolto alle parti civili, la brigatista segue invece i giudici della corte e i pubblici ministeri. Ad un metro dalla sua gabbia e' seduto Baccioli. Durante l'udienza piu' volte si accuccia per chiamarlo, a bassa voce. Non sempre l'avvocato la sente. Allora si rimette a sedere, senza chiedere agli agenti della polizia penitenziaria che sono davanti alla sua gabbia di fare un cenno all'avvocato. All'apparenza sembra tranquilla.
L'udienza va avanti per circa sette ore, fra interruzioni per le camere di consiglio e la pausa pranzo durante le quali la brigatista viene fatta uscire dall'aula. Nadia Desdemona Lioce segue il suo primo giorno di processo dall'inizio alla fine, a differenza della vedova Petri e di Bruno Fortunato, andati via a fine mattinata. A meta' pomeriggio il rientro in carcere dove da tempo fa vita in comune con le altre detenute. "Sta bene - dice Baccioli -. Passa il suo tempo a studiare e a leggere: ormai si e' fatta una piccola biblioteca".

TERRORISMO: BR; LIOCE MUTA IN UN'AULA SENZA TENSIONE
RINVIATA LETTURA DOCUMENTO, DOMANI DEPONGONO AGENTI SPARATORIA
Nadia Desdemona Lioce, la brigatista indicata in un documento interno come l' unica "militante complessiva", insieme a Mario Galesi, delle Br-Pcc, ha scelto il silenzio per la prima udienza del primo processo alle nuove Br che la vede accusata di omicidio e tentato omicidio per la sparatoria del 2 marzo 2003, in cui, oltre a Galesi, mori' il sovrintendente di Ps Emanuele Petri.
Il documento preparato per l' occasione - "cinque pagine, ma non ne conosco il contenuto", ha spiegato l' avvocato Attilio Baccioli, il suo difensore - e' rimasto in una cartellina di plastica trasparente che l' imputata si era portata dietro nella gabbia numero 2 e che ha lasciato accanto a se', insieme alle sigarette, su uno dei gradini di cemento su cui siedono gli imputati.
Lo leggera' forse dopodomani, ha detto l' avvocato Baccioli spiegando che l' udienza di domani si presenta molto fitta, con l' interrogatorio di Bruno Fortunato - l' agente della Polfer che venne gravemente ferito durante la sparatoria -, dell' agente Giovanni Di Fronzo e di un vigile del fuoco che viaggiava su quel vagone del treno Roma-Firenze e che collaboro' con lui nella cattura della donna.
La scelta di rinviare la lettura del documento - che nella tradizione dei processi br ha sempre costituito il momento di maggiore scontro processuale - e la linea di difesa tecnica adottata dall' avvocato Baccioli hanno cancellato ogni tensione nell' aula bunker. Al termine dell' udienza Baccioli ha comunque rifiutato di definire la sua una "difesa tecnica" e sottolineando di aver adottato una linea di contestazione nel merito "perche' questo e' un processo politico e la procedura e' stata messa sotto i piedi e continueremo a sollevare queste questioni procedurali in tutte le sedi".
L' udienza infatti e' stata occupata prevalentemente dalla discussione su questi presunti "stravolgimenti procedurali". In particolare Baccioli ha riproposto la questione di una pretesa incompetenza della Procura distrettuale di Firenze, sostenendo la insussistenza dell' aggravante della finalita' di terrorismo contestata all' imputata in relazione ai reati di omicidio (Petri) e tentato omicidio (Fortunato e Di Fronzo), oltre naturalmente a porto di armi, ecc.
La sparatoria sul treno, secondo il legale, sarebbe stato una sorta di "incidente di percorso", privo di connessioni con l'attivita' specifica delle Brigate Rosse.
"Cercare di scappare al momento del controllo della Polfer sul treno - ha detto il legale - non ha niente a che fare con l' attivita' brigatista". Una valutazione che sia il pm Giuseppe Nicolosi - che rappresenta l' accusa insieme al collega Luigi Bocciolini - sia i legali di parte civile avevano invece respinto.
"Petri non e' morto per un incidente stradale, vittima di un' auto guidata dalla Lioce", ha replicato il pm Nicolosi citando anche un passo di un documento scritto dalla Lioce. Nel documento la presunta brigatista scriveva che "il sottrarsi alla cattura" e' "per i militanti delle Br un compito per evitare l' indebolimento dell'organizzazione".
Anche l'avvocato Valter Biscotti (parte civile per la vedova Petri e il fratello del sovrintendente ucciso, Leopoldo Petri) aveva replicato a Baccioli citando una lettera in cui la donna sottolineava come "la caduta in combattimento di Mario Galesi e la cattura di una militante" nella sparatoria sul treno sarebbero stati "fenomeni propri dell' andamento dello scontro".
La corte d' assise di Arezzo ha respinto le eccezioni di Baccioli, ritenendole infondate. Respinte anche le richieste di due nuovi atti istruttori. Il legale aveva chiesto alla corte - presidente Luciana Cicerchia, giudice a latere Paolo Barlucchi - di disporre una perizia balistica per ricostruire nei dettagli la dinamica della sparatoria sul treno e una perizia autoptica sulla salma di Mario Galesi.
Mentre ha ritenuto del tutto irrilevante quest' ultimo atto istruttorio, la corte si e' comunque riservata la possibilita' di disporre una perizia balistica nel caso che durante l' istruttoria dibattimentale ne sorgesse la necessita'.

4 maggio 2004 - PROCESSO LIOCE: DAI GIORNALI
ANSA:
TERRORISMO: BR; ANCHE OGGI LIOCE MUTA, FORSE DOMANI PROCLAMA
Nadia Lioce ha seguito in silenzio dalla "gabbia" numero 2 dell' aula bunker di Santa Verdiana anche la seconda udienza del processo per la sparatoria del 2 marzo 2003 sul treno Roma-Firenze, rinviando ancora la lettura di un documento politico che ha preparato per il processo. Il documento - cinque pagine - verra' letto probabilmente domani, come aveva gia' anticipato ieri il suo difensore, l' avvocato Attilio Baccioli.
Dopo la deposizione di Bruno Fortunato e Giovanni Di Fronzo, i due sovrintendenti della Polfer che erano insieme a Emanuele Petri sul treno Roma-Firenze, sono stati interrogati un vigile urbano di Cortona, Roberto Castellani, e sua moglie, Giuliana Moretti, che erano nel vagone al momento della sparatoria. L' uomo aveva tra l' altro aiutato Fortunato e Di Fronzo nei momenti immediatamente successivi alla sparatoria, quando la Lioce era stata bloccata e ammanettata.
Castellani ha spiegato di aver visto qualcuno che puntava una pistola al collo di Petri, ma di aver poi distolto lo sguardo, cercando con la moglie di nascondersi fra le poltroncine del treno, e di aver sentito delle frasi concitate che invitavano alla calma e poi i colpi di pistola. Ad una specifica domanda dell' avvocato Baccioli ne' il vigile ne' sua moglie hanno detto di essersi accorti di una colluttazione che sarebbe avvenuta fra la Lioce e i due poliziotti che, secondo la ricostruzione dell' accusa, avrebbero cercato di impedirle di sparare con la pistola che Di Fronzo aveva lanciato lontano da se'.
Il processo riprende domani con l' interrogatorio di altri testimoni: verranno sentiti altri viaggiatori del treno e i primi investigatori.

TERRORISMO: BR; DI FRONZO, ARMA GALESI SI ERA INCEPPATA
Il primo colpo che Mario Galesi aveva sparato contro il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri non era partito, perche' la sua 7,65 si era inceppata. Lo ha raccontato Giovanni Di Fronzo nella sua deposizione al processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003.
Un racconto complementare rispetto a quello fatto poco prima dall' altro sovrintendente della Polfer, Bruno Fortunato, con qualche discrepanza su cui a lungo ha insistito l' avvocato Attilio Baccioli, difensore di Nadia Lioce, cercando di far venire a galla delle eventuali contraddizioni fra le versioni dei due poliziotti che come Emanuele Petri erano saliti sul treno per un controllo.
Di Fronzo, 43 anni, napoletano, ma residente a Cortona, ha ripercorso le fasi della sparatoria dalla sua angolatura, con la voce spesso rotta dall' emozione. Ha raccontato di aver visto la Lioce che gli si avvicinava minacciosa cercando di impossessarsi della sua pistola d' ordinanza. Di essersi abbassato e di aver gettato la pistola il piu' lontano possibile. Facendola finire sotto dei sedili del vagone. Ha ricordato di aver visto Galesi che teneva Petri fermo per un braccio e con l' altra mano gli teneva la pistola puntata alla gola. Ha ricordato di pochi viaggiatori in quella carrozza, che scappavano via appena capito che cosa stava succedendo. Ha ricordato poi di aver visto Galesi che premeva il grilletto e il colpo che non partiva perche' la pistola si era inceppata.
Nella sua ricostruzione, Di Fronzo ha "rivisto" poi la Lioce che si getta a terra per cercare di recuperare l' arma che lui aveva gettato lontano, la afferra e si volta cercando almeno due volte di armare la Beretta e di sparare, ma la pistola e' con la sicura. Racconta poi di essersi gettato sulla donna e di aver cercato di strapparle l' arma, senza riuscirci. Sente allora dei colpi, vede Petri colpito che si tiene la gola, prima di crollare per terra. Poi ricorda di aver chiesto aiuto al collega Fortunato che riesce a disarmare ed ammanettare la donna, la quale non oppone resistenza.
A quel punto prosegue il sovrintendente della Polfer "vidi Bruno che sbiancava in volto, prima non avevo capito che era stato ferito. Iniziava a barcollare. Allora si e' avvicinato un giovane, mi ha mostrato la tessera di vigile urbano. Gli ho affidato l' imputata per un momento e io ho accompagnato Fortunato in uno scompartimento. L' ho fatto sedere e lui mi ha mostrato il fianco destro pieno di sangue".
Di Fronzo racconta poi l' arrivo alla stazione di Castelfiorentino, la fermata del treno e i primi soccorsi.

TERRORISMO: BR; FORTUNATO, COSI' HO VISTO MORIRE PETRI
Erano entrati in servizio alle 7 nella sede della Polfer alla stazione di Terontola l' ex sovrintendente di Polizia Bruno Fortunato ed i suoi colleghi Emanuele Petri e Giovanni Di Fronzo coinvolti nella sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003, che provoco' la morte dello stesso Petri e del brigatista rosso Mario Galesi e la cattura dell' altra brigatista Nadia Desdemona Lioce.
Comincia da quel momento il racconto fatto oggi alla Corte d' Assise di Arezzo, riunita a Firenze, il racconto di Bruno Fortunato.
I tre poliziotti alle 8:25 salgono sul treno per fare il tratto Terontola-Arezzo e ritorno. "Verso la terza-quarta vettura io e Di Fronzo ci fermammo per identificare una persona, mentre Petri era andato avanti ed era entrato in uno scompartimento", racconta il teste servendosi di uno schema del vagone proiettato in diapositiva sugli schermi dell' aula.
"Ho alzato lo sguardo, e ho visto Petri uscire dallo scompartimento con dei documenti in mano e cominciare a telefonare col cellulare collegato alla sala operativa della questura di Firenze. Poi ho visto un uomo - Galesi - che si avvicinava e gli puntava una pistola all' altezza della gola. Io e Di Fronzo ci siamo avvicinati di qualche passo e io gli ho fatto 'ma che fai, butta quella pistola'. Lui invece ci ha gridato qualcosa come 'datemi le armi, consegnateli a lei' (all' imputata). Io avevo sfilato la mia pistola dalla fondina e la nascondevo dietro lo spigolo di una poltrona. Lei mi e' passata accanto senza guardarmi, poi ho capito che puntava alla pistola che Di Fronzo intanto aveva gettato per terra sotto alcuni sedili. Quando lei era appena dietro di me, ho sentito un 'pizzico' all' addome". Era il colpo sparato da Galesi che gli perforo' fegato e un polmone.
"Poi - continua Fortunato - ho sentito qualche altro colpo, ma non so quanti. Emanuele era a terra, io ho alzato la pistola e ho sparato. Galesi e' caduto a terra, disteso nel corridoio. A quel punto - prosegue il racconto - sento Di Fronzo che mi fa 'Bruno, dammi una mano'. Mi sono girato ma non me la sono sentita di fare un' altra cosa".
"Ma cosa? - gli chiede il pm Giuseppe Nicolosi -, sparare contro la Lioce?".
"Si", risponde Fortunato, "sparare".
"Ho rimesso la pistola nella fondina ho visto l' imputata
distesa su una poltrona con una pistola fra le gambe che scarrellava e premeva il grilletto, alcune volte, senza che partisse il colpo. Di Fronzo era dietro di lei, piegato sullo schienale di una poltrona e cercava di bloccarla ma inutilmente perche' non arrivava alla pistola. Ho visto la donna che cercava di riarmare l' arma piu' volte e di sparare verso di me. Dopo ho capito che era l' arma che Di Fronzo aveva gettato sotto i sedili. Gli ho strappato la pistola dalle mani, l' ho data a Di Fronzo e l' ho ammanettata. Poi sono andato a vedere piu' avanti. Galesi rantolava per terra, Emanuele purtroppo era disteso senza vita".
"Ho dato un calcio alle pistole, quella di Galesi e quella di Petri, che gli era caduta dalla mano cercando di allontanarle nel timore che Galesi potesse riprendersi. Poi ho detto a Di Fronzo di chiamare il 113 e le ambulanze".
Qualche attimo dopo il treno era alla stazione di Castelfiorentino. Polizia, medici, l' ospedale. 23 giorni di ospedale per Fortunato, piu' sette di rianimazione e sette mesi sotto controllo. Ora e' ancora sotto cura: ha problemi di respirazione e al fegato e anche per questo e' stato dispensato dal servizio.

TERRORISMO:BR; FORTUNATO,NON ME LA SENTII DI SPARARE A LIOCE
(ANSA) - FIRENZE, 4 MAG - Dopo essere stato ferito all' addome da Mario Galesi ed avergli sparato contro un colpo ferendolo a morte, Bruno Fortunato si era voltato indietro, verso Nadia Lioce, "ma non me la sono sentita" di sparare ancora. Lo ha raccontato lo stesso Fortunato, l' ex sovrintendente capo della Polfer ferito nella sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003, nella sua deposizione al processo fiorentino a Nadia Lioce.
Fortunato - che il 5 febbraio scorso e' stato dispensato dal servizio con un decreto del capo della polizia per l' invalidita' provocata dalle ferite riportate quella mattina - ha raccontato nei dettagli tutta la dinamica della sparatoria, precisando innanzitutto che lui e i suoi due colleghi, Emanuele Petri e Giovanni Di Fronzo, erano saliti sul quel treno per un normale controllo di routine.

TERRORISMO: BR;LIOCE PREFERISCE RESTARE IN 'GABBIA' PROCESSO
Nadia Lioce preferisce seguire il dibattimento dalla "gabbia" numero 2 e non seduta accanto al suo difensore, fra i banchi della difesa. Lo ha precisato stamani lei stessa quando - in apertura della seconda udienza del processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003 in cui rimasero uccisi il sovrintendente di polizia Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi - la presidente della Corte d' assise, Luciana Cicerchia, le ha spiegato che aveva la possibilita' di assistere al dibattimento seduta accanto al suo avvocato, Attilio Baccioli. "No grazie", si e' limitata a rispondere l' imputata alla sollecitazione del presidente.
L' udienza e' dedicata alla deposizione dei due colleghi della Polfer che con Petri quella mattina erano sul treno Roma-Firenze. Per primo e' stato chiamato a testimoniare il sovrintendente Bruno Fortunato, che rimase ferito gravemente nella sparatoria.

TERRORISMO: BR; AGENTI RIEVOCANO SPARATORIA SU TRENO
DUBBI DIFESA SU RICOSTRUZIONE, DOMANI LIOCE LEGGERA' PROCLAMA
Nadia Lioce riusci' a impossessarsi della pistola che Giovanni Di Fronzo aveva lanciato lontano, sotto alcuni sedili del vagone, e tento' per lo meno due volte di sparare contro i poliziotti, ma la pistola aveva la sicura e il colpo non parti'. E' uno degli aspetti chiave della ricostruzione della sparatoria avvenuta sul treno Roma-Firenze il 2 marzo 2003 in cui rimasero uccisi il sovrintendente Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi, fatta oggi in aula dagli altri due agenti della Polfer che erano saliti sul treno. Un racconto secco, lucido e senza dubbi e ripensamenti da parte di Bruno Fortunato. Una ricostruzione faticosa, difficile, interrotta da momenti di fortissima tensione da parte di Giovanni Di Fronzo.
Due versioni complementari, perche' fatte da angolature diverse, ma convergenti sul punto della volonta' della Lioce di far fuoco sugli agenti. Ma e' partendo da questo aspetto che l' avvocato Attilio Baccioli, difensore di Nadia Lioce, ha cominciato a mettere in dubbio la veridicita' delle ricostruzioni dei due testi sottolineandone presunte contraddizioni, soprattutto in relazione alla colluttazione ingaggiata contro la Lioce e che i due poliziotti in aula hanno raccontato con dovizia di particolari.
Al racconto che aveva gia' fatto in istruttoria, poi, Fortunato ha aggiunto un dato personale significativo, spiegando che, dopo aver esploso il colpo mortale contro Galesi - che a sua volta aveva appena ammazzato Petri e lo aveva ferito "pizzicandolo" con un proiettile all' addome - lui si era voltato verso la Lioce e avrebbe potuto sparare ancora, ma non se la senti' di farlo.
Questo il racconto. Erano saliti a Terontola sul treno alle 8,25 per un servizio di routine. Alla terza-quarta carrozza lui e Di Fronzo si erano fermati per controllare un viaggiatore mentre Petri era andato avanti entrando nello scompartimento dove c' erano Galesi e Lioce. "Un attimo e dallo scompartimento vidi uscire Petri con dei documenti in mano e cominciare a telefonare col cellulare collegato alla sala operativa di Firenze - racconta Fortunato -. Poi ho visto un uomo, Galesi, che si avvicinava e gli puntava una pistola all' altezza della gola. Io e Di Fronzo ci siamo avvicinati di qualche passo e io gli ho fatto 'ma che fai, butta quella pistola'. Lui invece ci ha gridato qualcosa come 'datemi le armi, consegnateli a lei' (all' imputata). Io avevo sfilato la mia pistola dalla fondina e la nascondevo dietro lo spigolo di una poltrona. Lei mi e' passata accanto senza guardarmi, poi ho capito che puntava alla pistola che Di Fronzo intanto aveva gettato per terra sotto alcuni sedili. Quando lei era appena dietro di me, ho sentito un 'pizzico' all' addome". Era il colpo sparato da Galesi che gli perforo' fegato e un polmone.
"Poi - continua Fortunato - ho sentito qualche altro colpo, ma non so quanti. Emanuele era a terra, io ho alzato la pistola e ho sparato. Galesi e' caduto a terra, disteso nel corridoio. A quel punto - prosegue il racconto - sento Di Fronzo che mi fa 'Bruno, dammi una mano'. Mi sono girato ma non me la sono sentita di fare un' altra cosa".
"Ma cosa? - gli chiede il pm Giuseppe Nicolosi -, sparare contro la Lioce?".
"Si", risponde Fortunato, "sparare".
"Ho rimesso la pistola nella fondina - prosegue Fortunato -
ho visto l' imputata distesa su una poltrona con una pistola fra le gambe che scarrellava e premeva il grilletto, alcune volte, senza che partisse il colpo. Di Fronzo era dietro di lei, piegato sullo schienale di una poltrona e cercava di bloccarla ma inutilmente perche' non arrivava alla pistola. Ho visto la donna che cercava di riarmare l' arma piu' volte e di sparare verso di me. Dopo ho capito che era l' arma che Di Fronzo aveva gettato sotto i sedili. Gli ho strappato la pistola dalle mani, l' ho data a Di Fronzo e l' ho ammanettata. Poi sono andato a vedere piu' avanti. Galesi rantolava per terra, Emanuele purtroppo era disteso senza vita".
Nadia Lioce ha seguito la deposizione dei due testi dalla 'gabbia' numero 2 - dove ha preferito restare nonostante che il presidente le avesse ricordato che poteva sedersi in aula accanto al suo avvocato - senza battere ciglio. E ancora in assoluto silenzio. Il documento-proclama, che anche oggi aveva con se', lo leggera' domani.

"L' Opinione"
La privacy della terrorista
di Dimitri Buffa
Vietato riprendere Nadia Lioce fotograficamente o con filmati. Come mai? o ha stabilito la corte d'assise di Firenze dove si sta svolgendo il processo per l'uccisione dell'agente della polizia ferroviaria Emanuele Petri. Nella sparatoria che, come si ricorderà avvenne il 2 marzo 2003 sul treno Roma-Firenze rimase ucciso anche il brigatista Mario Galesi, compagno della Lioce. Ieri il Tg3 delle 14,20 ricordava prima quest'ultimo morto e poi quello delle forze dell'ordine, chissà perché. Resta da chiedersi a che si debba tanta privacy nei confronti di una terrorista assassina. E' vero che Panorama ne ha pubblicato in due riprese le lettere d'amore di quando era una diciottenne estremista negli anni '70, ma il diritto di cronaca andrebbe tutelato. A meno che il divieto di riprenderla sia legato al fatto che la donna non è particolarmente avvenente e si voglia evitare così l'ennesimo shock estetico all'italiano medio.

4 maggio 2004 - "CHE COSA SONO LE BR" DI FASANELLA E FRANCESCHINI
"Il Corriere della sera"
"Curcio mi disse: sono certo che Moretti è una spia"
La storia del gruppo riletta da uno dei fondatori tra infiltrazioni, doppi fini e regia del Superclan
Per il vecchio "padre fondatore" delle Brigate rosse, gli epigoni che a trent'anni di distanza hanno firmato con la stessa sigla e lo stesso simbolo gli omicidi di Massimo D'Antona e di Marco Biagi "si nutrono di un mito". Quale? "La rivoluzione comunista, che in Italia è così duro a morire. Sopravvive persino alla caduta del Muro di Berlino e alle tragedie dell'Est". Ma quel "padre fondatore", al secolo Alberto Franceschini, da tempo ormai legge la storia delle Br vecchie e nuove con occhiali diversi da quelli degli altri compagni d'armi, che siano "ex" o militanti ancora in servizio. E interpreta l'evoluzione della principale organizzazione armata italiana come una vicenda di infiltrazioni e doppi fini. Se non tripli o quadrupli. Vecchie tesi, che l'ex-brigatista è andato via via affinando fino a retrodatare nel tempo i suoi sospetti. Per l'esattezza al 1972, dopo che le Br avevano fatto la loro comparsa tra Milano e Torino: "Avevamo l'impressione che qualcuno ci proteggesse. Avevamo la sensazione precisa che la polizia non volesse scoprire certe nostre basi, che non volesse arrestare tutti i compagni". E' una delle tante risposte che Franceschini dà al giornalista Giovanni Fasanella nel libro firmato a quattro mani per l'editore Rizzoli Che cosa sono le Br, con postfazione del giudice Rosario Priore. Ne viene fuori una controstoria del partito armato che va oltre la sensazione di essere stati protetti e tollerati fin dagli albori, per arrivare all'idea di essere stati utilizzati. Non dallo Stato, né dal Grande Vecchio venuto dall'Est (almeno non nella grossolana versione di cui si discettava in passato), ma da un signore misterioso che avrebbe "giocato" con le Br costruendo intorno a sé una specie di setta e mettendosi a disposizione di chissà quanti e quali servizi segreti, allo scopo (riuscito) di far crescere e indirizzare l'organizzazione terroristica che ha destabilizzato l'Italia giungendo a commettere il delitto politico più dirompente, che ha cambiato la storia del Paese: l'omicidio di Aldo Moro.
Quell'uomo - è noto, perché sono anni che Franceschini ne denuncia il nome - si chiama Corrado Simioni, fiancheggiò le Br all'atto della loro nascita con il suo Superclan, poi le infiltrò inviando nel gruppo un proprio rappresentante: Mario Moretti, che dal '74 (anno dell'arresto di Curcio e Franceschini) prese in mano la guida dell'organizzazione. Anche le accuse di Franceschini a Moretti sono note. Meno nota è la chiamata in causa di Curcio negli stessi sospetti. Franceschini inscrive nella scalata di Moretti fino a diventare il capo unico e incontrastato delle Br anche il tentato omicidio di un altro brigatista della prima ora, Giorgio Semeria, che dopo il suo arresto (1976) mandò un biglietto in carcere: "Guardate che Mario è una spia".
Curcio e Franceschini ricevettero insieme il messaggio, e oggi Franceschini rivela che il suo vecchio amico e compagno gli confessò nel cortile del carcere: "Giorgio ha ragione, sono certo che Moretti è una spia". Due brigatisti furono incaricati di svolgere un'indagine interna, ma non vennero a capo di niente. Moretti restò al vertice del gruppo (nel quale, secondo Franceschini, Simioni aveva infiltrato al suo fianco anche un secondo reduce del Superclan, Prospero Gallinari) e condusse le Br al sequestro e all'omicidio Moro: "Se dovessi datare l'inizio dell'escalation della violenza brigatista, direi che coincide proprio con l'arrivo di Moretti, perché lui ci spinge continuamente ad alzare il tiro". Come nel 1974, quando le Br rapirono il giudice Sossi e Moretti voleva uccidere l'ostaggio anziché rilasciarlo, stando alla ricostruzione dell'ex-br che con Mara Cagol, moglie di Curcio, teneva segregato il magistrato.
Sossi si salvò, anche se una trattativa col Vaticano condotta tramite l'ex-democristiano di Reggio Emilia Corrado Corghi, vecchia conoscenza dei brigatisti cresciuti in quella città, si interruppe senza apparenti motivi. E per il Franceschini di oggi l'operazione tentata allora da Moretti non fu che la prova generale di quel che sarebbe accaduto col sequestro Moro. Tra il '74 e il '78 avvengono una serie di fatti che per l'ex-br rappresentano la spina dorsale della sua controstoria: dal doppio arresto di quell'anno all'evasione fin troppo facile di Curcio del '75. Ma poi "i suoi rapporti con Moretti si fanno sempre più tesi. Uccidono la moglie di Renato, Mara, e Curcio viene nuovamente arrestato". Per Franceschini la stessa Cagol aveva scoperto strani rapporti tra Simioni e il "golpista bianco" Edgardo Sogno. Lui e Mara volevano addirittura ucciderlo, Simioni, invece morì la donna, "e certamente la morte di Mara è anche un pesante avvertimento a Curcio... Dopo, Renato torna in carcere e si chiude in se stesso, non parla più con nessuno".
Il resto lo fanno le Br di Moretti, che per Franceschini, non sono che le Br di Simioni e del suo Superclan evolutosi nella "scuola Hyperion" di Parigi, considerata una centrale di spionaggio internazionale che aveva ereditato anche i rapporti internazionali di Giangiacomo Feltrinelli, protetta perfino attraverso un libro intervista allo stesso Moretti, curato da Rossana Rossanda, edito da una casa editrice guidata da un ex-membro del Superclan. Per Franceschini tutto si tiene, anche se viene da chiedersi perché mai tra tanti pentiti e dissociati nessuno abbia mai svelato simili segreti e sospetti, mentre oggi a dar credito alla sua controstoria si aggiunge l'ex-giudice istruttore del terrorismo rosso Priore. Il quale propone una domanda che esprime rammarico e suona polemica: perché quel Simioni nato e cresciuto a Milano prima di riparare in Francia, fu oggetto di indagini a Roma e in Veneto "ma non fu preso in degna considerazione dalla magistratura milanese?".
Giovanni Bianconi

5 maggio 2004 - BR; ARRESTI DOMICILIARI PER DI GIOVANNANGELO
ANSA:
TERRORISMO: BR; ARRESTI DOMICILIARI PER DI GIOVANNANGELO
Il gip di Firenze Antonio Crivelli ha concesso gli arresti domiciliari a Bruno Di Giovannangelo, 45 anni, l'impiegato postale di Pisa finito in carcere il 31 ottobre scorso con l'accusa di essere un fiancheggiatore delle nuove Brigate Rosse. Gli arresti domiciliari sono stati concessi, secondo quanto emerso, perche' e' venuta meno l'esigenza cautelare legata al pericolo di inquinamento delle prove.
La stessa procura di Firenze si era dichiarata remissiva nei confronti dell'istanza di scarcerazione di Di Giovannangelo, presentata nei giorni scorsi dall'avvocato difensore Neri Pinucci.
Di Giovannangelo, per l'accusa, sarebbe stato il compagno "Mu", sigla ricavata dalla documentazione sequestrata a Nadia Desdemona Lioce, che avrebbe indicato uno dei presunti basisti per le due rapine negli uffici postali di Firenze compiute dalle Br fra il dicembre 2002 e il febbraio 2003.

5 maggio 2004 - PROCESSO LIOCE: DAI GIORNALI
ANSA:
TERRORISMO: BR; LIOCE TENTA LEGGERE DOCUMENTO, E' INTERROTTA
ALLA RIAPERTURA DEL PROCESSO PER LA SPARATORIA SUL TRENO
Alla riapertura del processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003, Nadia Desdemona Lioce ha iniziato a leggere un suo documento ma e' stata interrotta dalla presidente della Corte di Assise, che prima di darle la parola l'aveva ammonita in merito alle dichiarazioni che poteva rendere e che dovevano essere pertinenti ai fatti del processo.
Nel corso della lettura delle poche righe di un breve pezzo del documento, c'e' stato anche un botta e risposta fra Nadia Desdemona Lioce e il pm Giuseppe Nicolosi, che si opponeva alla lettura di quello che ha definito "sbrodolata ideologica".

TERRORISMO: BR; LIOCE ALLONTANATA DALL'AULA
Nadia Desdemona Lioce e' stata allontanata dall'aula per avere continuato a leggere il suo documento. L'allontanamento e' stato disposto dalla presidente Luciana Cicerchia alle 10:18. Nella gabbia numero 2 dove si trovava la Lioce sono entrati quattro agenti della polizia penitenziaria che con decisione l'hanno accompagnata fuori dalla gabbia.
Nadia Desdemona Lioce aveva ripreso la lettura del documento dicendo che "e' un mio diritto naturale continuare, se mi vogliono zittire lo devono fare con la forza".
In precedenza si era svolto un lungo battibecco tra l'avvocato difensore della donna, Attilio Baccioli, e la presidente della Corte che assicurava di "non voler confiscare un diritto della imputata", ma la esortava a non divagare eccessivamente.
L'imputata pero' ha ripreso a leggere il documento e a quel punto la Corte, dopo aver disposto l'annullamento del sistema dei microfoni, ha poi deciso per il suo allontanamento dall'aula.

TERRORISMO: BR; DOCUMENTO DI OGGI DIVERSO DA QUELLO DEL PM
Il documento che Nadia Lioce ha cercato oggi di leggere in aula prima di essere allontanata dall' aula e' diverso da quello che il pm Giuseppe Nicolosi aveva avuto ieri per fax dal carcere di Sollicciano e che, nonostante la sua richiesta, la corte ha deciso di non allegare agli atti "perche' non erano note le sue modalita' di acquisizione". La questione e' stata al centro di una polemica fra il pm e l' avvocato Attilio Baccioli, che in apertura di udienza aveva protestato perche' stralci di quel documento - "che neanche io ho ancora letto", ha detto - erano stati pubblicati su due quotidiani, facendo un riferimento indiretto all' ufficio del pm. Immediata e secca la replica di Nicolosi:
"Noi ai giornali non passiamo niente, tanto meno le sbrodolate ideologiche della sua cliente", ha detto.
La stessa Lioce e' intervenuta spiegando che quello che si apprestava a leggere "non e' lo stesso documento" arrivato ieri al pm e facendo capire che ne aveva fatto una versione aggiornata. "Tra l' altro - ha protestato l' imputata - non so come sia potuto arrivare alla procura visto che io mi sono staccata dal documento per non piu' di mezz' ora".
Alla ripresa del dibattimento, dopo l' allontanamento dell' imputata dall' aula, l' avvocato Baccioli ha chiesto invece che venisse acquisito il documento che la sua assistita aveva tentato di leggere, spiegando che si trattava di un "elemento importante di analisi dell' organizzazione delle Br", anche ai fini dell' aggravante della finalita' di terrorismo che le e' stata contestata in relazione ai reati di omicidio e tentato omicidio dell' agente Emanuele Petri e degli altri due poliziotti protagonisti della sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003.
La Corte ne ha deciso l' acquisizione, respingendo poi una eccezione di costituzionalita' dell' articolo del codice di procedura che affida al presidente della corte la discrezionalita' sulla coerenza o meno delle dichiarazioni spontanee dell' imputato con le imputazioni di cui risponde. Baccioli ha spiegato che, a suo parere, quella norma sarebbe in contrasto con l' articolo 24 della Costituzione, relativo al diritto alla difesa.
La corte d' assise ha respinto l' eccezione, ritenendo la questione "irrilevante e manifestamente infondata".
L' udienza e' poi andata avanti con l' interrogatorio di alcuni testimoni.

TERRORISMO: BR; LIOCE TENTA LEGGERE PROCLAMA, ESPULSA
Ha atteso la terza udienza per diffondere dalla "gabbia", come in tutti i processi a esponenti della lotta armata, il suo proclama di "militante delle Br per la costruzione del Pcc", ma Nadia Desdemona Lioce e' riuscita a leggerne solo le prime righe. La presidente della corte d' assise, Luciana Cicerchia, l' ha prima ammonita, spiegandole che quelle considerazioni sulla congiuntura internazionale e i rapporti di forza fra "rivoluzione e controrivoluzione" non erano attinenti ai fatti del processo. Poi, quando l' imputata ha continuato imperterrita a leggere - sostenendo che era un suo "diritto naturale continuare" e aggiungendo "se mi vogliono zittire lo devono fare con la forza" -, ne ha disposto l' allontanamento. Alle 10,18, nella gabbia numero 2 dove si trovava, sono entrati quattro agenti della polizia penitenziaria che con decisione l' hanno accompagnata fuori dall' aula.
La questione del documento e della sua lettura ha provocato momenti di tensione e polemiche in aula, sia in apertura d' udienza che dopo l' espulsione dell' imputata. Prima un botta e risposta fra Nadia Lioce e il pm Giuseppe Nicolosi, che si opponeva alla lettura, spiegando di non poter consentire in aula "l'apologia di determinati comportamenti", mentre l' imputata protestava perche' ieri copia del suo documento era arrivata da Sollicciano all' ufficio del pm in maniera poco chiara, visto che lei "si era allontanata da quel documento non piu' di mezz' ora". Poi fra il difensore della donna, l' avvocato Attilio Baccioli, e il pm Nicolosi. Il legale aveva protestato perche' stralci di quel documento - "che neanche io ho ancora letto", ha detto - erano stati pubblicati stamani su due quotidiani, facendo un riferimento indiretto all' ufficio del pm. Immediata e secca la replica di Nicolosi: "Noi ai giornali non passiamo niente, tanto meno le sbrodolate ideologiche della sua cliente".
"Non ho capito niente di quello che stava leggendo, forse non sono all'altezza ma non ci tengo a capire quanto lei dice". Cosi' ha commentato la signora Alma Petri, vedova del sovrintendente della Polfer ammazzato su quel treno. "Il suo scopo e' solo propagandistico. Di cio' che ha fatto il 2 marzo, aver ammazzato un poliziotto e ferito un altro, non le interessa minimamente" ha detto ancora la signora Alma, oggi in aula insieme al figlio Angelo, diventato poliziotto dopo la morte del padre. Il giovane Petri ha definito la Lioce un "fantasma", le sue dichiarazioni "cavolate" e ha detto che dal processo si aspetta "sia fatta giustizia, che il nostro lavoro di poliziotti non sia vano".
Il documento che la Lioce intendeva leggere e' stato allegato agli atti. Sei pagine fittissime, scritte a mano in stampatello, in cui fra l' altro si inneggia alla "gloriosa resistenza del popolo irakeno" e si rivendica "la scelta politica delle avanguardie rivoluzionarie che hanno rilanciato l' attacco al cuore dello Stato con l' operazione D' Antona". Per quanto riguarda la sparatoria del 2 marzo 2003, il documento parla di "rito processuale", che pretenderebbe di "mettere alla sbarra la rivoluzione" e si conclude con la rivendicazione da parte sua di "tutta l' attivita' rivoluzionaria dell' organizzazione". Lioce spiega che l'attacco alle Br e' stato condotto anche con criteri di "guerra psicologica", facendo "uso dell'argomento della debolezza militare delle Br per incidere sulla fiducia dei militanti in attivita' e dei prigionieri".
Nel pomeriggio, in occasione della deposizione dei poliziotti citati come testi dell'accusa, e' stato proiettato il video girato sul vagone ferroviario dalla polizia scientifica per i rilievi dopo il conflitto a fuoco. Nelle immagini si vede anche il cadavere di Emanuele Petri. Quando e' stato mostrato in aula non c'erano piu' ne' la vedova, ne' il figlio del poliziotto ucciso. Lo hanno visto invece il collega di Petri che rimase ferito nella sparatoria, Bruno Fortunato e la moglie di quest'ultimo, che non e' riuscita a trattenere le lacrime.

TERRORISMO: LIOCE, IL DOCUMENTO DELLA BRIGATISTA
Dalla "ritirata strategica" degli anno '90 al "rilancio dell' attacco al cuore dello Stato" con le "azioni" D' Antona nel '99 e Biagi nel 2002, fino ad arrivare all' attuale sostegno dell' " eroica resistenza del popolo irakeno". In cinque pagine e mezzo scritte in fitti caratteri stampatello su fogli a quadretti, Nadia Lioce ha fornito la sua lettura degli ultimi anni, visti con le lenti di "militante delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito comunista combattente", come si e' firmata alla fine.
Un documento di cui oggi e' riuscita a leggere solo poche righe, prima di essere espulsa dall' aula del tribunale di Firenze. Sono pagine scritte in puro stile da rivendicazione brigatista, con concetti e termini che sembrano presi di peso da volantini degli anni '70. Si parla cosi' di "avanguardia rivoluzionaria", citata anche come Av. Riv., di "borghesia imperialista", abbreviata in B.I. e di Br-Pcc indicate come O. (Organizzazione, ndr.).
In Italia, si legge nel documento, "per un lungo periodo si e' determinata l' interruzione dell' intervento politico-mlitare delle Br-Pcc". Segue quindi un' analisi economica degli anni '90, in cui quella che viene chiamata "borghesia imperialista" ha scaricato "sulla classe operaia e sul proletariato gli effetti della crisi del capitale". Si tratta di un progetto politico che "verra' attaccato dalle Br-Pcc con il rilancio dell' attacco al cuore dello Stato con le azioni D' Antona nel '99 e Biagi nel 2002".
I colpi subiti dalle Br-Pcc nel corso del 2003, secondo Nadia Lioce, non sono "derivati da una presunta onnipotenza dello Stato che la propaganda controrivoluzionaria ha cercato di accreditare in una delicata congiuntura politica in cui l' esecutivo, pur in grado di imporre le sue decisioni ad un Parlamento ridotto ad una funzione ratificatrice, non e' affatto riuscito a far marciare linearmente i suoi programmi".
Dalla situazione interna a quella internazionale, la brigatista passa a criticare "la strategia di dominio e di guerra accelerata dal polo dominante Usa a seguito dell' attacco al Wtc ed al Pentagono", che ha "dimostrato tutti i suoi limiti, in particolare a fronte di una resistenza nazionale irakena non immaginata rispetto alla rapida invasione anglo-usa". Il conflitto in Iraq, prosegue, "si e' invece trasformato in tempi brevi in una guerra del popolo per la liberazione del Paese dall' occupazione imperialista. Guerra che favorisce la crisi politica dell' imperialismo mettendone a nudo la vulnerablita"". Sotto accusa anche le truppe italiane, che, rileva, "a Nassiriya si sono rese responsabili di una strage di civili".
Lioce parla quindi delle prospettive delle Br. "Nonostante i vantaggi militari acquisiti dallo Stato", spiega, "quanto praticato, conquistato e proposto dall' O. segna un nuovo punto di non ritorno del percorso rivoluzionario" e trova "sempre il modo di farsi strada nello scontro di potere tra le classi. Uno scontro di potere di cui questo rito processuale che pretende di mettere alla sbarra la rivoluzione non e' che uno dei tanti momenti. In quanto militante della Br-Pcc non posso che ribadire di rivendicare tutta l' attivita' rivoluzionaria dell' O., e di rispondere dei miei atti politici al proletariato ed alle Brigate Rosse che ne sono l' avanguardia e lo rappresentano".
Si arriva cosi' alla fine, con un appello ai proletari:
"Onore al compagno Mario Galesi e a tutti i militanti antimperialisti caduti! Viva la strategia della lotta armata per il comunismo! Viva l' Intifada palestinese e la guerra di liberazione nazionale irachena! Proletari di tutti i Paesi uniamoci!". Sopra la firma, Nadia Lioce si definisce "militante delle Brigate rosse per la costruzione del Partito Comunista combattente".

TERRORISMO:VEDOVA PETRI,NON CI TENGO A CAPIRE IDEE LIOCE
"Non ho capito niente di quello che stava leggendo, forse non sono all'altezza ma non ci tengo a capire quanto lei dice". E' questo il commento della signora Alma, la vedova del sovrintendente della Polfer Emanuele Petri, a quanto letto da Nadia Desdemona Lioce al processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003.
"Il suo scopo e' solo propagandistico. Di cio' che ha fatto il 2 marzo, aver ammazzato un poliziotto e ferito un altro, non le interessa minimamente" ha detto ancora la signora Alma che in aula e' venuta con il cognato Leopoldo e il figlio Angelo (per la prima volta in aula).
La signora Alma avrebbe voluto tenere lontano il figlio dal processo ma Angelo ha voluto essere presente. "Angelo ha vent'anni - ha detto la signora Alma - Ha scelto il lavoro del padre. Penso che sia giusto che sia qui. Un giorno mi avrebbe potuto dire: 'perche' non mi hai fatto partecipare'. Ho visto le prime udienze e ho ritenuto che almeno una volta poteva venire. Di sicuro gli fara' male, ma e' giusto che veda che persone esistono".

6 maggio 2004 - RENATO CURCIO A PRESENTAZIONE LISTA 'CANTIERI SOLIDALI'
ANSA:
ELEZIONI: FIRENZE; LISTA PRETE 'CONTRO', CURCIO TRA OSPITI
EX BR TRA INVITATI ALLA PRESENTAZIONE DELLA NUOVA FORMAZIONE
C'era anche l'ex capo Br, Renato Curcio, tra gli invitati alla presentazione della lista di circoscrizione di quartiere promossa da don Alessandro Santoro, il "prete di frontiera" della zona de Le Piagge che da un decennio si batte contro emarginazione sociale e degrado nella periferia nord di Firenze subendo anche minacce ed intimidazioni.
Curcio, che non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione ai giornalisti, e' a Firenze per una serie di incontri pubblici legati all'attivita' della cooperativa editrice "Sensibili alle foglie" dove lavora ed ha accettato di presenziare all'iniziativa su invito dello stesso don Santoro. "La comunita' delle Piagge e la casa editrice lavorano insieme su molte cose, in particolare su temi di ricerca sociale", ha affermato don Santoro, spiegando la presenza di Curcio. "Ma il fatto che Curcio fosse alla presentazione della lista e' del tutto casuale, di pura cortesia, in attesa di un incontro pubblico organizzato stasera dalla comunita' ". "Cio' semmai - ha detto ancora il sacerdote - dimostra che le esperienze sociali maturate alle Piagge in 10 anni di tempo hanno avuto ricadute anche all'esterno".
La lista ha nome "Cantieri solidali" e nasce come laboratorio politico prodotto dall'esperienza della comunita' di base delle Piagge. Nelle amministrative di giugno i suoi candidati correranno ai seggi del Consiglio di quartiere della circoscrizione 5 di Firenze. "E' una lista che nasce dal basso - ha spiegato don Alessandro Santoro, che comunque non si candidera' - con l'obiettivo di ricostruire un tessuto sociale e urbanistico che metta al centro la persona e non gli interessi dei poteri forti cittadini". La lista rimarra' anche dopo le elezioni, come osservatorio sul governo locale e sulla politica cittadina.

In serata don Alessandro Santoro ha inviato una dichiarazione all' Ansa per precisare che "la presenza di Curcio e la presentazione della lista sono due cose nettamente diverse da come sono state riferite".
"Prima di tutto - afferma don Santoro - noi non abbiamo invitato Renato Curcio alla presentazione della lista 'Cantieri Solidali'. Noi abbiamo incontrato Curcio perche' stasera qui alle Piagge lui presentera' alla comunita' delle Piagge il suo lavoro con la cooperativa 'Sensibili alle foglie', un lavoro editoriale molto importante con cui noi vorremmo in qualche modo continuare anche un percorso di ricerca insieme".
Don Santoro afferma poi che "Renato Curcio, nostro amico, era presente non come ex brigatista ma come la persona che e' in questo momento, e solo perche' aveva dormito a casa mia e quindi era tranquillamente in un centro sociale a guardare le cose che c'erano intorno, senza avere niente a che fare con la conferenza stampa: non e' ne' un testimonial, ne' un promoter, ne' un invitato".

6 maggio 2004 - EX BR ACCUSATO DI PROPAGANDA SOVVERSIVA A BOLOGNA
ANSA:
TERRORISMO: EX BR ACCUSATO DI PROPAGANDA SOVVERSIVA A BOLOGNA
E' PAOLO DORIGO, CONDANNATO PER ATTENTATO A BASE USAF DI AVIANO
La Procura di Bologna ha notificato l'avvio di chiusura delle indagini, in vista della richiesta di rinvio a giudizio, a Paolo Dorigo, ex militante delle Brigate Rosse, condannato a 13 anni per l'attentato alla Base Usaf di Aviano, accusato di propaganda e apologia sovversiva per aver rivendicato nel 2002, durante un'udienza davanti ai giudici bolognesi, l'omicidio del giuslavorista Marco Biagi.
In un documento consegnato al Tribunale di Bologna e inviato anche a svariati quotidiani Dorigo aveva scritto: "Lo stato borghese non potra' fermare la lotta di classe che e' madre di ogni rivoluzione" e "e' per questo che esplicito in questa sede il mio sostegno politico alla offensiva rivoluzionaria ... con l'azione rivoluzionaria contro Biagi, riformatore al servizio degli interessi della borghesia imperialista".
Dorigo, detenuto a Spoleto, attraverso il suo legale, Vittorio Trupiano, sta da tempo cercando di ottenere la revisione del processo in cui e' stato condannato per l'attentato di Aviano in quanto chiamato in causa da un pentito che non e' stato possibile controesaminare in dibattimento.
Della sua vicenda si e' interessato anche il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa che aveva accolto il ricorso dell'ex Br, stabilendo il mancato rispetto nel processo a suo carico delle norme sul giusto processo.

6 maggio 2004 - "CHE COSA SONO LE BR" DI FASANELLA E FRANCESCHINI
ANSA:
LIBRO DEL GIORNO: LE BRIGATE ROSSE DA MORETTI A LIOCE
CHE COSA SONO LE BR - DI GIOVANNI FASANELLA E ROBERTO FRANCESCHINI (BUR - 240 PAG -8,50 EURO)
Le 'nuove Br', quelle degli omicidi D'Antona, Biagi, del poliziotto Petri, quelle della Lioce, oggi alla sbarra. E le vecchie Br, quelle di Curcio, Moretti, Franceschini. Secondo uno dei padri fondatori, appunto Roberto Franceschini.
Questo terzo libro dell'ex brigatista, un' intervista nella quale il giornalista Fasanella interroga Franceschini, parte dalle domande oggi piu' urgenti: come spiega la longevita' del terrorismo italiano? che idea si e' fatto sul conto dei brigastiti di oggi? "Le br non sono nate dal nulla...hanno radici nella storia di questo paese...L'errore piu' grande, le cui conseguenze paghiamo ancora oggi, e' stato quello di aver rimosso il problema, evitando di fare i conti ognuno con le proprie responsabilita"". Franceschini parla di "un mito, la rivoluzione comunista, che in Italia e' cosi' duro a morire" ma precisa subito: "non penso assolutamente che quest'area (i disobbedienti, i Cobas, Bertinotti, cui faceva riferimento la domanda, ndr) possa essere, come si diceva una volta, l'acqua in cui nuotano i nuovi brigatisti....Noi avevamo un involucro politico in cui vivere: il Pci, la sinistra. I nuovi brigatisti non hanno piu' una casa", "si tratta di un gruppo di individui senza legami con realta' sociali. Nemmeno li cercano. Si muovono con la logica di una setta che persegue un obiettivo indipendentemente dal contesto sociale: e' la logica militarista e organizzativista delle Br morettiane portata alle estreme conseguenze".
Dal presente al passato. "Un passato che tuttora incide sull'oggi e lo inquina", come dice nella postfazione un magistrato che sul terrorismo ha lavorato a lungo, Rosario Priore. Il passato e' quello delle vecchie Br, le prime, quelle delle auto dei capireparto bruciate, dei sequestri dimostrativi (foto dell'ostaggio con cartello al collo e poi tutti a casa); poi, Curcio e Franceschini ormai in galera, Mara Cagol morta, le Br guidate da Moretti, quelle delle gambizzazioni, degli omicidi di poliziotti, magistrati, giornalisti, fino alla strage di via Fani e all'uccisione di Moro.
Un capitolo, nel libro di Franceschini-Fasanella, si intitola 'Le stranezze di Moretti' e sviluppa una vecchia tenace idea di Franceschini (ma per la verita' era il dubbio di molti giornalisti e magistrati che lavoravano sulle Br): Moretti infiltrato, spia, uomo dei servizi, forse quelli deviati (erano gli anni in cui il Sismi del gen Santovito assumeva l'agente molto speciale [32703mFrancesco Pazienza, ndr).
L'ex brigatista rilegge la storia a partire dall'aprile '72, la vigilia delle elezioni politiche, quando lui stesso pedinava De Carolis (allora leader della maggioranza silenziosa) pensando, dice, ad un sequestro "come una sorta di contro campagna elettorale". Il giorno scelto per il rapimento la polizia interviene e arresta "una ventina di compagni", scopre i covi predisposti per l'operazione. La polizia fa il suo mestiere, obietta Fasanella. "Certo- risponde Franceschini-. Il problema e' che lo fecero solo in quell'occasione...sara' un caso ma qualche tempo dopo il nome di De Carolis lo avremmo letto nella lista degli adepti della P2". Ma, soprattutto, Moretti, quel giorno arriva con la macchina della moglie davanti al covo, vede la polizia, i giornalisti, e se ne va lasciando li' la vettura, racconta Franceschini. Ma -aggiunge l'ex br-leggendo i giornali scopriamo che la prorietaria di quell'auto, cioe' la moglie di Moretti, abita in una stradina privata dove ci sono due portoni, il suo e quello del capo dell'ufficio politico Antonino Allegra. "Possibile che non si siano mai visti?" si chiede Franceschini, possibile che Pisetta, confidente della polizia da anni che era stato accettato nelle Br proprio grazie a Moretti, non avesse fatto il suo nome? Avanti con colpi di fortuna e sbadataggini di Moretti, con i dubbi e i sospetti dei suoi compagni. Fino a quella frase che Curcio dice a Franceschini nel cortile del carcere nel 1976:
"sono certo che Moretti e' una spia".
E oggi, rispondendo a Fasanella, Franceschini dice: "guardi, se dovessi datare l'inizio dell'escalation della violenza brigatista, direi che coincide proprio con l'arrivo di Moretti".

7 maggio 2004 - PIZZARELLI BLOCCATO MENTRE TENTA DI LEGGERE PROCLAMA BR
"La Stampa"
Processato a Torino, un brigatista ha tentato di leggere in aula un comunicato del tutto analogo a quello esibito da Desdemona Lioce nel giudizio in corso a Firenze. Il che dimostra che i collegamenti nelle carceri continuano a funzionare benissimo.
Un'altra condanna per il portavoce Br
Bloccato in aula mentre tenta di leggere l'ennesimo proclama
Giorgio Ballario
Una pagina di appunti scritti a mano, fitta e ordinata come quella sfoderata il giorno prima a Firenze dalla "compagna" Lioce. Anche Ario Pizzarelli, 49 anni, portavoce degli irriducibili detenuti nelle carceri del Nord-ovest, ieri ha tentato di leggere una dichiarazione a nome delle Brigate Rosse-Partito comunista combattente. Per farlo ha scelto l'unico palcoscenico che avesse a disposizione, l'aula della terza sezione della Corte d'appello di Torino, dove lo stavano processando per un precedente "proclama", con il quale insieme ad altri quattro militanti delle bierre aveva rivendicato l'omicidio di Massimo D'Antona. Violazione dell'articolo 272 del codice penale, propaganda e apologia sovversiva o antinazionale.
Quando la Corte ha dato la parola all'imputato, secondo un collaudato cerimoniale brigatista Pizzarelli si è alzato e ha incominciato a leggere a voce alta la sua dichiarazione a nome delle Br-Pcc. Un intervento lampo, prima che su ordine del presidente Vincenzo Scalese i carabinieri provvedessero a togliergli la parola e a impadronirsi del foglio. In una manciata di secondi il portavoce degli irriducibili ha espresso solidarietà alla resistenza del popolo iracheno, contro quella che ha definito "la violenza imperialista americana", e si è scagliato contro la presenza dei militari italiani a Nassiriya.
Poi ha passato in rassegna i presunti punti di contatto fra la "lotta di liberazione delle masse irachene" e le battaglie della classe operaia a Melfi e Milano. Un chiaro riferimento agli scioperi che negli ultimi mesi hanno impegnato gli operai dello stabilimento Fiat in Basilicata e alle agitazioni degli autoferrotranvieri aderenti ai Cobas milanesi. "L'abbiamo interrotto prima che potesse commettere un altro reato - spiega al termine dell'udienza il presidente Scalese - anche se dall'analisi degli appunti e di un altro scritto che l'imputato aveva con sé non è emerso nessun profilo di reato. Per noi la questione si chiude qui, non credo che il pubblico ministero intenda aprire un nuovo procedimento".
Pizzarelli, arrestato nel '93 per un attentato alla base Nato di Aviano e con alle spalle altri anni di carcere per aver fatto parte della colonna milanese "Walter Alasia" delle Brigate Rosse, non è nuovo a imprese di questo genere. Più d'una volta, sfruttando le udienze di processi ancora pendenti, l'irriducibile bresciano ha colto l'occasione per cercare di dare voce alla piccola colonia di reduci del terrorismo (una quarantina distribuiti fra le carceri di Novara, Biella, Latina e Trani). Il 27 maggio del '99 la sua firma comparve, insieme a quelle di Francesco Aiosa, Cesare Di Lenardo, Stefano Minguzzi e Daniele Bencini, in calce alla lettera di rivendicazione dell'omicidio D'Antona redatta nel supercarcere di Novara e intercettata dalla polizia penitenziaria.
"Non credo sia un caso che le sue parole siano state simili a quelle di Nadia Lioce", commenta Attilio Baccioli, il difensore toscano di Pizzarelli che assiste anche la terrorista del treno Roma-Firenze e un bel po' di altri brigatisti.
Baccioli contesta però la decisione del presidente Scalese: "Secondo me sono stati violati i diritti del mio cliente: ognuno può scegliere il modo migliore di difendersi in un'aula di giustizia, anche esprimendo idee antagoniste al sistema". Per la cronaca, la Corte d'appello ha confermato la pena di un anno e due mesi inflitta in primo grado.

7 maggio 2004 - NTA; LUCA RAZZA INTERROGATO A TRIESTE
ANSA:
TERRORISMO: NTA; LUCA RAZZA SOTTO INTERROGATORIO A TRIESTE
E' LA TERZA VOLTA NELLE ULTIME SETTIMANE
E' ripreso oggi, per la terza volta, a Trieste, l' interrogatorio di Luca Razza, di 36 anni, di Maniago (Pordenone), indagato per gli attentati siglati Nta (Nuclei Territoriali Antimperialisti).
Razza, gia' sentito per due volte nelle scorse settimane, si sta sottoponendo alle domande del Pm Giorgio Milillo che intende stabilire se l' indagato abbia agito da solo nella preparazione e nell' attuazione degli attentati, come da egli stesso sostenuto.
In una pausa dell' interrogatorio, l' avvocato difensore di Razza, Lorenzo Fabbro, ha spiegato che l' attenzione degli inquirenti si e' soffermata oggi sulla preparazione degli ordigni che sono stati utilizzati per compiere vari atti di danneggiamento. Nel dettaglio, sono stati analizzati i procedimenti per la costruzione degli esplosivi usati il 12 gennaio 1996 a Spilimbergo (Pordenone) contro l'auto di un militare statunitense in servizio alla base Usaf di Aviano (POrdenone), e il 15 settembre 2000 contro la sede dell' Ince (Iniziativa Centroeuropea) di Trieste, nei quali - secondo gli inquirenti - sarebbe coinvolta una seconda persona. Durante l' interrogatorio - a quanto si e' appreso - Luca Razza ha ribadito invece che si trattava di atti dimostrativi contro cose e non contro le persone e di aver agito da solo, sia nella preparazione degli ordigni, sia nell' attuazione degli attentati.

8 maggio 2004 - SOSSI: COSI' SPINSI LE BR A TRATTARE
"Il Corriere della sera"
Il magistrato rapito nel 1974: ha ragione Franceschini, tra loro qualcuno voleva uccidermi
Sossi: così 30 anni fa spinsi le Br a trattare
DAL NOSTRO INVIATO
GENOVA - "Hanno voluto festeggiare il trentennale...". La lettera è arrivata il 22 aprile dall'ufficio pensioni del ministero di Grazie e Giustizia. "Oggetto: richiesta dei benefici quale vittima del terrorismo".
Le altre istanze erano state respinte, questa è stata accolta. Quindi, trent'anni dopo il suo sequestro, lo Stato italiano ha stabilito che sì, in effetti, il giudice Mario Sossi è da considerarsi una vittima del terrorismo e come tale ha diritto "alla liquidazione dell'importo della Speciale Elargizione ai sensi della legge...".
Non che avesse particolare bisogno di quella "Speciale Elargizione", il giudice Sossi. Soltanto, "è questione di principio". Il suo intercalare preferito. Persona spigolosa. Per rendere l'idea: tramite il suo avvocato Maurizio Mascia ha presentato denuncia penale contro l'intero Consiglio Superiore della Magistratura, reo, secondo lui, di avere violato la legge per insediare un altro candidato sulla poltrona di Procuratore generale di Genova. Da magistrato, lo chiamavano "il dottor manette". Anni Settanta, quando essere giustizialista significava essere di destra.
Il suo sequestro segnò il salto di qualità delle prime Brigate rosse. Lo presero sotto casa alle otto di sera del 18 aprile 1974. "Cercavi le Br? Le hai trovate...". Lo rilasciarono il 23 maggio. Oggi Sossi ha 72 anni. E' presidente della prima sezione penale della Cassazione. Sempre magro, un borsello che arriva dritto da quegli anni. Parole come ostaggi e trattativa oggi sono di attualità. Anche la sua vicenda personale. In un nuovo libro, il fondatore delle Br Alberto Franceschini sostiene che i sequestratori si divisero sulla sua sorte. Lui voleva salvare la vita dell'ostaggio e per questo trattò con alcuni politici, Curcio e Moretti volevano ucciderlo.
Presidente Sossi, è fondata questa tesi?
"Durante la prigionia, ebbi modo di percepire una spaccatura tra i miei carcerieri. Liti, tensioni tra loro. Credo che la situazione fosse quella descritta da Franceschini".
Trent'anni dopo, ci ripensa mai?
"La condizione di ostaggio uno non se la dimentica. E' strano, ma ricordo soprattutto i sogni che facevo. L'adunata dei miei Alpini a Udine. Io che cammino su un poggiolo e mi accorgo che non ho vie di uscita. Io che corro in salita per poi accorgermi che sono sempre fermo".
Per lei lo Stato accettò di trattare.
"Si giocò sulla loro totale assenza di nozioni giuridiche. Scambio di ostaggi, a patto che io fossi "incolume"".
Ma lei aveva due costole rotte, e i detenuti dei quali le Br chiedevano la liberazione rimasero in carcere.
"E' come se a distanza io e il Procuratore capo di Genova Francesco Coco avessimo svolto una azione coordinata".
Coco pagò con la vita lo scambio mancato.
"E' un peso che mi porterò sempre dentro. Eravamo amici, io sapevo come si sarebbe comportato lui, e viceversa. Provo ancora una rabbia enorme".
Lei sostiene che è necessario trattare, sempre.
"Io penso da uomo di legge. Prima bisogna riconoscere che c'è in atto uno stato di guerra, poi bisogna trattare attraverso lo scambio di ostaggi, che è l'unica soluzione consentita dallo stato di guerra".
Solo con lo scambio di ostaggi?
"Sulla singola persona. Ripeto: è l'unica soluzione consentita dallo stato di guerra".
Se trent'anni fa avessero proposto la sua liberazione in cambio di denaro?
"Durante il mio sequestro, questa soluzione venne scartata. I miei carcerieri ne parlarono con me. E io dissi loro di rifiutare. Questione di principio. E poi sapevo bene che questa via non avrebbe portato alla mia liberazione".
"Trattare sempre". Non è segno di debolezza?
"All'epoca del sequestro Moro trattare avrebbe significato riconoscere che era in atto un tentativo di insurrezione contro lo Stato, che avrebbe così legittimato, almeno giuridicamente, lo stato di guerra; anche oggi in Iraq bisogna riconoscere che siamo in guerra, anche se i nostri soldati non compiono atti di guerra. Non è debolezza, è realismo".
Cosa disse ai suoi carcerieri prima di essere liberato?
"Una battuta: "Quando vi prenderanno e saremo davanti per il confronto dirò che i miei rapitori erano sardi...". Invece li riconobbi tutti, dalle voci e dagli occhi".
Che valutazione dà di quegli anni?
"Il mondo rovesciato. Una volta tornato in ufficio, mi trovai davanti un terrorista in manette. Mi disse: "Ricordati sempre che sei in libertà provvisoria". Saltarono le regole. Secondo me in quegli anni, la Stato democratico ha lasciato troppe libertà, che si sono tradotte in minacce per la libertà degli altri".
Lei rifiuta di incontrare Franceschini. Un meccanismo di rimozione?
"Franceschini lo incontrerei solo se la sua posizione fosse più netta, di pentimento sincero. Invece, è persona ambigua, che specula sul suo passato, ci gioca. E nel farlo, mostra scarsissima considerazione per le sue vittime, vizio nazionale. Non è rimozione, è una questione di principio".
Marco Imarisio

8 maggio 2004 - GLI SCRITTORI RILEGGONO GLI ANNI DI PIOMBO
"Il Corriere della sera"
TORINO 2 / IL CASO
Gli scrittori rileggono gli anni di piombo
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
TORINO - Domani ricorre l'anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Giampaolo Spinato in Amici e nemici (Fazi) affronta quella tragica vicenda, riuscendo a trasporla per la prima volta in vera letteratura. Ma non è l'unico autore che quest'anno ha pubblicato un romanzo sugli anni di piombo. Ne hanno scritto Gian Mario Villalta ( Tuo figlio , Mondadori), Luca Doninelli ( Tornavamo dal mare , Garzanti) e Giuseppe Culicchia ( Nel paese delle meraviglie , Garzanti). Ora esce da Fazi Io non scordo di Gabriele Marconi, ex militante di Terza posizione che, dal punto di vista di chi viene dalla destra estrema, racconta anche lui di quel periodo. In Italia una simile fioritura è senza precedenti. Perciò ieri la Fiera del libro ha preso spunto dall'uscita di Marconi per dedicare al nuovo fenomeno narrativo un convegno cui hanno partecipato (eccetto Villalta) tutti gli autori sopra citati.
Spinato prova a fornire le ragioni di questo spontaneo risveglio d'interesse: "C'è un tempo naturale per la sedimentazione dei traumi. In questo caso, parliamo di un trauma vissuto come una tragedia personale da chi era giovane durante gli anni di piombo. Da parte degli scrittori c'è stata una maturazione che ora preme contro le logiche del potere, per attraversare quel periodo in senso finalmente compiuto. Cogliere quell'impasto di enorme dolore richiede la capacità di guardare fino in fondo agli eventi. E' un compito che io rivendico alla letteratura: l'unico strumento capace di fare un passo indietro rispetto alle ideologie e alle mezze verità, assumendo, invece, l'integralità dell'accaduto". Nella rivendicazione dell'arte come luogo di trasformazione degli universi mentali ed emotivi di un paio di generazioni, Spinato reclama alla letteratura ciò che finora era stato appannaggio delle scritture di testimonianza, delle analisi giornalistiche, del lavoro di magistrati e politici. "Con Marconi - spiega - siamo ancora nell'ambito della testimonianza, che è molto importante. Non affronta però il problema dei desideri indotti. Siamo abituati a considerare desiderio ciò che esiste per essere soddisfatto immediatamente. Secondo questa modalità, anche la rabbia e la frustrazione vanno espresse subito, magari sfociando in atti di terrorismo. Chi invece si ferma per chiedersi come la rabbia e il desiderio di agire sorgano, chi di quella rabbia e di quel desiderio analizza la natura incomincia a compiere un lavoro letterario".
Il suo è un percorso narrativo di rilettura generazionale: dagli anni '60 in Un cuore rovesciato (Mondadori), passando per Di qua e di là dal cielo (Mondadori) per giungere agli anni di piombo. Guardando agli altri autori che hanno scritto su quel periodo, aggiunge: "Forse, come me, vi sono arrivati anche perché l'attualità dell'ultimo decennio continua a porci domande che hanno radici negli anni di piombo. Intendo, per esempio: l'incompiuta trasformazione da prima a seconda Repubblica, le frange del terrore che sono ricomparse. Anche nel dramma degli ostaggi, non si può non notare come i comportamenti siano vicini a quelli degli anni in questione. Scriverne assume allora anche un valore civile".
Cinzia Fiori

9 maggio 2004 - PASSATO BRESCIANO PER IL GIUDICE DELLA LIOCE
"Il Giornale di Brescia"
Passato bresciano per il giudice della Lioce
IL PERSONAGGIO
LUCIANA CICERCHIA HA LAVORATO A BRESCIA FINO AL '94
Ha un passato bresciano Luciana Cicerchia, presidente della Corte d'Assise di Arezzo che nell'aula bunker di Santa Verdiana a Firenze in questi giorni processa Nadia Desdemona Lioce, 43 anni, la brigatista pisana arrestata il 2 marzo dello scorso anno dopo la mortale sparatoria sul treno Roma-Firenze. In quella occasione rimasero uccisi il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri ed il compagno della Lioce, Mario Galesi. Ferito un altro poliziotto e illeso un terzo agente. Luciana Cicerchia ha svolto parte della sua carriera di magistrato a Brescia, prima al Tribunale distrettuale dei minorenni nella sede di via Malta e successivamente al Tribunale ordinario di via Moretto, come giudice nei processi penali. Ha lasciato la nostra città nel marzo del 1994 trasferendosi ad Arezzo dove presiede la 1ª Sezione penale e la Corte d'Assise. Il nostro concittadino Giorgio Allegri, magistrato a riposo, presidente emerito della Corte d'Appello di Trieste e presidente onorario della Corte di Cassazione, ebbe Luciana Cicerchia nella sua "squadra" durante gli anni della sua presidenza del Tribunale di Brescia, fino alla promozione nel capoluogo giuliano. "Una persona mite e riservata - ricorda Allegri di Luciana Cicerchia -. Una collega preparata, tenace e appassionata del suo lavoro". (esseci)

9 maggio 2004 - "CHE COSA SONO LE BR" DI FASANELLA E FRANCESCHINI
ANSA:
FIERA LIBRO: BR, CONFRONTO CHIAMPARINO-FRANCESCHINI
L'EX BR: SERVIZI COINVOLTI, ALCUNI OMICIDI CONCESSI, ALTRI NO
Un'operazione coraggiosa quella fatta dalla Fiera del Libro di oggi, grazie a relatori "coraggiosi" e per nulla banali, come il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e l'ex Br Alberto Franceschini: provare ad avvicinarsi al "vero storico" delle Br, partendo dal libro 'Che cosa sono le Br' uscito ieri e che inaugura la nuova collana Bur Passato-Futuro.
"Le Br di ieri, come quelle di oggi - ha detto Chiamparino - avevano-hanno la convinzione di lottare per un mondo nuovo e per questo cercano di fare scoppiare le contraddizioni in seno al potere ma anche nei partiti riformisti come il Pci negli anni '70. Questo tipo di contesto e' tipico delle rivoluzioni tentate o compiute: d'altronde quando Lenin attacco' il Palazzo d'Inverno, non c'era lo zar ma il Partito socialista russo. Dire che la scelta dei brigatisti e' stata sbagliata non basta, ma per capire quell'ideologia e' giusto sapere che era nata dai paradigmi della sinistra, quella stessa sinistra che poi ha sviluppato gli antidoti piu' sinceri ed efficaci alle stesse Br".
Il sindaco ha poi ricordato di una sua prima visita al carcere delle Vallette, a Torino, come sindaco. "Stavo camminando nel corridoio - ha detto - e mi sono sentito chiamare, era Nicola d'Amore, un operaio Fiat, gia' nel Pci e poi nelle Br, con il quale piu' volte mi ero trovato davanti ai cancelli di Mirafiori, poi condannato a 24 anni di carcere. Il tessuto era comune, sono le scelte che poi sono state diverse ovviamente".
Ugualmente lenito dal balsamo del tempo e dalla voglia di capire, e' anche Alberto Franceschini, fondatore delle Br e arrestato nel '74, e dissociatosi nel 1982. "Sul terrorismo hanno lavorato poco storici e politici, molto i giornalisti, spesso troppo attenti al fatto di cronaca", ha detto Franceschini, intervistato nel libro della Bur da Giovanni Fasanella, giornalista di Panorama, oggi e negli anni di piombo all'Unita' e per questo "condannato" a morte dalla stella rossa.
"In questo libro - dice Franceschini - si intrecciano le parole e i pensieri di tre protagonisti di quell'epoca: il giudice Rosario Priore, che ne ha fatto la prefazione, Fasanella ed io. Mi sembra una riflessione importante perche' il vero funerale alle Br non e' ancora stato fatto. Io sono riuscito a dire le cose che non ho mai detto prima. Perche' ha ragione il sindaco Chiamparino, le Br nacquero in seno al movimento di protesta degli anni '70 e ora forse i tempi sono maturi per capire. Ho anche raccontato di come i servizi segreti fossero coinvolti, perche' e' evidente che non ci arrestavano quando programmavamo omicidi che potevamo anche fare, ma che invece ci arrestavano quando si stavano preparando omicidi che non andavano fatti, come quello di Andreotti, quando arrestarono me e Curcio. Poi pero' le Br presero Moro. Capire quei meccanismi aiuta certamente a capire i meccanismi politici e le fondazioni teoriche che muovono le nuovo formazioni filo Br di oggi".

10 maggio 2004 - RESTA IN CARCERE FEDERICA SARACENI
ANSA:
TERRORISMO: BR; RESTA IN CARCERE FEDERICA SARACENI
Resta in carcere con l' accusa di banda armata Federica Saraceni, la presunta br arrestata il 24 ottobre nell' ambito dell' inchiesta della procura di Roma sull' omicidio di Massimo D' Antona. Lo ha deciso il tribunale del riesame che ha respinto un' istanza di arresti domiciliari presentata dagli avvocati Francesco Misiani e Franco Coppi, difensori dell' indagata.
L' istanza era stata presentata successivamente ad un pronunciamento della Corte di Cassazione la quale, il 28 febbraio scorso, aveva annullato la parte di ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti della Saraceni in cui si contesta il concorso nell' omicidio di D' Antona. Un ruolo, quello attribuito alla figlia dell' ex magistrato ed ex parlamentare Luigi Saraceni, del quale rimangono convinti i pm Franco Ionta e Pietro Saviotti alla luce, soprattutto, degli ulteriori elementi emersi nei confronti dell' indagata successivamente al ricorso per Cassazione culminato con l' annullamento dell' accusa di concorso in omicidio del giuslavorista: in particolare, il contenuto di un floppy disk sequestrato alla presunta br che, per i pm, rappresenta la conferma che la donna svolse indagini per conto dell' organizzazione con riferimento a tre attentati, mai attuati, ai danni delle sedi nazionali di organismi sindacali, da attuare con l' uso di dinamite nell' inverno del '99.

10 maggio 2004 - PROCESSO LIOCE, CONTATTI CON UCCISIONE LANDO CONTI ?
ANSA:
TERRORISMO: BR; RIPRESO PROCESSO LIOCE, IMPUTATA ASSENTE
Assente dall' aula Nadia Desdemona Lioce, e' ripreso stamani nell' aula bunker di Firenze il processo alla brigatista per la sparatoria sul treno Roma-Firenze nel marzo 2003.
Nadia Desdemona Lioce e' stata trasferita dal carcere di Sollicciano all' aula bunker, ma poi attraverso il suo legale Attilio Baccioli ha fatto sapere alla Corte d' Assise di Arezzo che preferiva ritornare in carcere, spiegando che sara' presente in aula domani.
L' udienza, la quarta, e' dedicata ad una serie di testimonianze dell' accusa. Chiamati a deporre sono alcuni investigatori della polizia, che fecero accertamenti di polizia scientifica dopo la sparatoria.

TERRORISMO: LIOCE; OPUSCOLO ARMI RIMANDA DELITTO CONTI
LE FU TROVATO LIBRETTO UGUALE A QUELLO CHE SERVI' PER OMICIDIO
Quando nel '95 la Digos perquisi' la casa a Pisa di Nadia Desdemona Lioce trovo' anche un opuscolo sulle ditte di armi in Toscana, identico a quello che servi' da "base" per l'omicidio dell'ex sindaco di Firenze Lando Conti, ucciso dalle Br nel '86. Lo ha detto il capo della Digos di Firenze Giancarlo Benedetti, teste oggi al processo per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003.
Benedetti ha spiegato che l'opuscolo trovato a casa Lioce, nella perquisizione fatta subito dopo l'arresto dell'ex convivente Luigi Fuccini era uguale a quello rinvenuto dai carabinieri nel covo romano in cui furono arrestati nell'88 Maria Cappello e Fabio Ravalli, i coniugi pratesi condannati per l'omicidio Conti. L'opuscolo trovato a Roma, ha detto Benedetti, servi' da "base" per il delitto dell' ex sindaco, che era anche piccolo azionista della Sma, azienda toscana specializzata in sistemi di puntamento. Benedetti ha anche ricordato che Lioce fu perquisita nell'87 per l'inchiesta Conti. All'epoca le trovarono appunti sulle armi, come l'uso del silenziatore per pistola, ma poi usci' dalle indagini come Roberto Morandi, il tecnico radiologo fiorentino arrestato il 24 ottobre scorso per l'inchiesta sulle nuove Br, anche lui perquisito per l'inchiesta Conti.
Benedetti ha parlato dell' opuscolo ripercorrendo le indagini della Digos su Nadia Lioce, entrata in clandestinita' subito dopo l'arresto di Fuccini, con cui aveva convissuto fino a pochi giorni prima che fosse fermato a Roma il 13 febbraio '95 con Fabio Matteini, entrambi proclamatisi militanti dei Nuclei comunisti combattenti (Ncc) e in procinto, per l'accusa, di compiere una rapina di autofinanziamento alle Pt. Per la polizia in realta' per la capitale dalla Toscana erano partite sette persone, fra cui due donne - una sarebbe stata Nadia Lioce che nei giorni precedenti aveva anche affidato il suo gatto a parenti - divise in due gruppi: uno partito da Firenze, uno da Livorno. Lioce riapparve poi il 2 marzo 2003 dopo "otto anni di buio" durante i quali furono condotte intercettazioni e pedinamenti per rintracciare la donna, segnalata anche in Germania. Le indagini ebbero una "brusca impennata" col delitto D' Antona, anche perche' nella rivendicazione i Ncc sono citati piu' volte, a testimonianza che l'eredita' delle Br era stata da loro raccolta. Benedetti ha poi sottolineato come alcuni irriducibili in carcere plaudissero alle azioni dei Ncc. Inoltre a suo parere Ravallo e Cappelli avrebbero un atteggiamento di "riverenza" verso Lioce.
Benedetti ha poi spiegato che "purtroppo" non e' stato possibile capire il perche' della trasferta in Toscana, il 2 marzo 2003, di Lioce e Galesi, che non e' detto si sarebbero fermati ad Arezzo, citta' di arrivo dei loro biglietti: per precedenti spostamenti le indagini avrebbero appurato che i brigatisti, scesi ad Arezzo, avrebbero proseguito per Firenze.
Sono stati 10 i poliziotti sentiti stamani al processo che riprende domani: Nadia Lioce, assente oggi, ha fatto sapere che ci sara'. Fra loro investigatori della polposta che si occuparono dei due computer palmari sequestrati a Lioce e Galesi, da cui fu possibile subito estrarre documenti sulle due rapine alle Poste di Firenze e il processo alla compagna So. Altri sono ancora criptati, come il file "Odg 2/3/03", ovvero ordine del giorno del 2 marzo 2003 o quello su "percorsi e luoghi", che sarebbero stato "lavorato" l' 1 marzo 2003: per l'avvocato Valter Biscotti, legale della famiglia di Emanuele Petri, potrebbero rivelare il perche' della trasferta.

10 maggio 2004 - BATTISTI: SI RIACCENDE BATTAGLIA PER ESTRADIZIONE
ANSA:
TERRORISMO:BATTISTI; AVVOCATI DENUNCIANO AMBASCIATA ITALIANA
PER DIFFAMAZIONE, A CAUSA DI DOCUMENTO PER ESTRADIZIONE
Gli avvocati di Cesare Battisti, l'ex-terrorista d'estrema sinistra che battaglia contro una richiesta di estradizione in patria, hanno denunciato per diffamazione l'Ambasciata d'Italia in Francia: si dicono sdegnati per il tenore di un documento presentato il 6 aprile alla Corte d'Appello di Parigi.
Irene Terrel, legale di Battisti, ha spiegato oggi che il documento di venti pagine inoltrato dall'Ambasciata accusa i difensori dell'ex-terrorista del Pac (Proletari per il Comunismo) di aver "ingannato" il tribunale con "elementi prodotti in modo fallace" quando nel 1991 la giustizia francese esamino' per la prima volta una richiesta italiana di estradizione andata a vuoto.
L'invio di questo e di altri documenti (in tutto un incartamento di 800 pagine) ha spinto la Corte d'appello a riaggiornare dal 7 aprile al 12 maggio la prima udienza del processo per l'estradizione di Battisti, che ha 49 anni, ed e' stato condannato in patria a due ergastoli per quattro omicidi commessi durante gli Anni di Piombo e dal 1990 vive a Parigi dove si e' rifatto una vita come scrittore di gialli.
Irene Terrel ha spiegato che la denuncia per "ingiuria, calunnia, occultamento, violazione della corrispondenza e diffamazione" e' stata presentata da lei, dal suo collega Jean- Jacques De Felice e dagli avvocati italiani Giuseppe Pelazza e Gabriele Fuga.

TERRORISMO: BATTISTI; ESTRADIZIONE, SI RIACCENDE BATTAGLIA
UDIENZA MERCOLEDI', DIFENSORI DENUNCIANO AMBASCIATA ITALIA
Si riaccende furiosa a Parigi la battaglia sull'estradizione di Cesare Battisti. Gli avvocati dell'ex-terrorista rosso, condannato in patria a due ergastoli per quattro omicidi, hanno aperto un nuovo fronte: hanno denunciato per diffamazione e per una sfilza di altri reati l'Ambasciata d'Italia in Francia.
La mossa giudiziaria e' stata decisa proprio alla vigilia di una nuova e cruciale udienza sul caso, in programma per mercoledi' davanti alla Corte d'Appello di Parigi.
I legali francesi dell'ex-leader dei Proletari Armati per il Comunismo (Irene Terrel e Jean-Jacques De Felice) e quelli italiani (Giuseppe Pelazza e Gabriele Fuga) si dicono sdegnati per uno dei documenti inoltrati un mese fa dall'ambasciata in supporto della richiesta di estradizione per Battisti, che ha 49 anni e a dispetto delle pesanti condanne vive indisturbato dal 1990 a Parigi, dove grazie all'ospitalita' promessa dal defunto presidente Francois Mitterrand a tutti gli ex-terroristi italiani si e' rifatto una vita e una reputazione come scrittore di romanzi gialli.
"E' un tessuto di menzogne, una manovra vergognosa. E' inammissibile", tuona Irene Terrel parlando con l'Ansa del dattiloscritto di una ventina di pagine che ha innescato la clamorosa denuncia contro l'Ambasciata d'Italia e contro ignoti (non essendoci alcuna firma in calce al testo incriminato).
Secondo l'avvocatessa il documento e' "inaccettabile" perche' accusa ingiustamente i difensori dell'ex-terrorista di aver "ingannato" il tribunale con "elementi prodotti in modo fallace" quando nel maggio 1991 la giustizia francese esamino' e respinse per vizio di forma una prima richiesta italiana di estradizione.
L'avvocatessa assicura che i legali di Battisti "non imbrogliarono assolutamente la corte" mentre lo stesso non si puo' dire delle autorita' italiane che non avrebbero informato il tribunale francese del fatto che nell'aprile di quell'anno la Cassazione aveva reso definitiva una condanna all'ergastolo nei confronti di Battisti.
Secondo Irene Terrel l'Italia rimase silenziosa su quel punto nella consapevolezza che davanti ad una condanna definitiva in contumacia la Corte d'Appello di Parigi avrebbe automaticamente respinto la richiesta d'estradizione.
Non basta: oltre alla diffamazione, l'Ambasciata d'Italia e' chiamata in causa anche per "ingiuria, calunnia, occultamento, violazione della corrispondenza e diffamazione". Tra gli incartamenti inoltrati ad aprile alla Corte d'Appello a supporto della richiesta di estradizione (ottocento pagine in tutto) figura infatti - precisa Irene Terrel - anche la copia di una lettera "confidenziale" dell'avvocato Pelazza a Battisti, ottenuta "in perfetta illegalita"".
Non e' chiaro se e quanto la guerra dichiarata dai legali di Battisti all'Ambasciata d'Italia condizionera' il processo d'estradizione ma l'intellighenzia parigina di sinistra (che ha aderito ad un appello pro-Battisti gia' ricco di quasi 23.000 firme) si sta di nuovo riattivando in difesa del suo eroe.
In prima fila c'e' una giovane e apprezzata scrittrice di gialli, Fred Vargas, che tra pochi giorni pubblichera' un libro di 238 pagine intitolato "La verita' su Cesare Battisti". Per lei la verita' sul caso e' una sola: l'ex-capofila dei Proletari Armati per il Comunismo e' vittima dell'ingiustizia italiana.
"Io - ha dichiarato la scrittrice con nome maschile in un'intervista al domenicale 'Journal du Dimanche' - non sono amica di Battisti. L'ho incrociato tre o quattro volte nei festival. Ho composto il libro per salvare la pelle ad un tipo che al 99% credo innocente, che e' stato condannato in condizioni inique da una giustizia d'eccezione, quella dell'Italia degli anni di piombo".
"L'ho fatto - ha incalzato la scrittrice - per salvare un uomo al quale la Francia ha promesso la pace e che ora si vuole rispedire in Italia dove non sara' riprocessato ma messo all'isolamento in un carcere e dove diventera' pazzo. Non si puo' permettere una cosa simile".
Fred Vargas non si stupisce che in Italia quasi nessuno solidarizzi con Battisti - sostenuto in Francia dal leader socialista Francois Hollande e dal sindaco di Parigi (anche lui socialista) Bertrand Delanoe - e che per bocca di Luciano Violante anche gran parte della sinistra italiana si sia pronunciata a favore dell'estradizione: "Cio' che non si dice - sottolinea polemica la scrittrice parigina - e' che Violante fu uno degli autori piu' celebri delle leggi di emergenza applicate durante il processo dei militanti di estrema sinistra. E' ovvio che non denunci il modo in cui quella gente e' stata processata".

11 maggio 2004 - PROCESSO LIOCE: LEGALE LIOCE CHIEDE PERIZIA
ANSA:
TERRORISMO: BR; LEGALE LIOCE CHIEDE PERIZIA, CORTE DECIDERA'
L'avvocato difensore di Nadia Desdemona Lioce, Attilio Baccioli, ha chiesto nuovamente oggi, come era gia' avvenuto all'inizio del processo, che la corte d'assise di Arezzo disponga una perizia balistica per stabilire la dinamica della sparatoria in cui il 2 marzo 2003 rimasero uccisi il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi. Baccioli ha presentato la sua istanza al termine della lunga deposizione del consulente balistico della procura, professor Domenico Compagnini, prevista per domani ma anticipata a oggi pomeriggio.
Secondo il difensore della Lioce, la consulenza ordinata dal pm "non chiarisce la dinamica della sparatoria e non attribuisce con certezza la provenienza dei cinque bossoli trovati sul vagone dalla Beretta impugnata da Galesi".
La corte d'assise si riunira' domani mattina in camera di consiglio per decidere su questa e su altre istanze: l'udienza e' stata fissata alle 11. La prossima settimana, invece, non si terranno udienze: il calendario sara' comunicato domani mattina. La brigatista Lioce - ha confermato il suo difensore - non sara' neppure domani in aula e si presentera', ma non per deporre, nella udienza che seguira'. Erano presenti oggi la vedova Petri, Alma, il fratello del sovrintendente ucciso, Leopoldo, il sovrintendente Bruno Fortunato, rimasto gravemente ferito nello scontro a fuoco, e la moglie.
La testimonianza del professor Compagnini, dopo che in mattinata erano intervenuti i medici legali, e' cominciata alle 12.30 circa e con due brevi interruzioni, e' proseguita fino alle 17.15. Il consulente ha spiegato d'aver esaminato cinque bossoli e una cartuccia trovati nello scompartimento e i tre proiettili che colpirono Petri, Fortunato e Galesi. Per quanto riguarda la dinamica della sparatoria, Compagnini ha ricordato, come era gia' emerso dalle testimonianze, che la pistola di Galesi fece dapprima cilecca (da qui la cartuccia ritrovata sul treno). "Petri non aveva il colpo in canna, invece - ha spiegato -; se l'avesse avuto, nel tempo in cui la pistola di Galesi faceva cilecca, avrebbe potuto esplodere un colpo e forse non sarebbe morto".
Il consulente balistico ha poi ricostruito la successione dei colpi (tralasciando la parte relativa a Lioce e Di Fronzo, come richiesto dal difensore della brigatista), con una serie di tavole descrittive. "I tre sovrintendenti percorrono lo scompartimento verso il vagone dove si trovano Galesi e Lioce - ha ricostruito Compagnini - Galesi uccide Petri e spara anche contro Fortunato, ferendolo. A sua volta Fortunato uccide il brigatista con un solo colpo. Non si puo', tuttavia escludere che Galesi abbia sparato prima a Fortunato e poi a Petri".
Alla domanda dell'avvocato Baccioli "se e' possibile che tra Galesi e Fortunato ci fosse il sovrintendente Petri" e quindi che non sia stata la Beretta di Galesi a colpirlo, il perito - anche alla luce delle testimonianze e delle perizie medico legali -, ha risposto "assolutamente no". Secondo il consulente del pm, inoltre, i cinque bossoli trovati nello scompartimento "vengono con certezza tecnica dalla Beretta".
Alla fine dell'udienza, il pm Giuseppe Nicolosi e i legali di parte civile si sono opposti alla richiesta di una nuova perizia balistica avanzata dall'avvocato della Lioce.

TERRORISMO: BR; LIOCE RINUNCIA COMPARIRE PROCESSO
PER LE UDIENZE DI OGGI E DI DOMANI
Nadia Desdemona Lioce ha rinunciato a comparire alle udienze di oggi e di domani per il processo a Firenze che la vede imputata per la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003. E' stata la stessa brigatista stamani a dirlo al presidente della Corte di Assise di Arezzo, nella sua breve permanenza nell'aula bunker di Firenze, da dove poi ha chiesto di essere riportata al carcere fiorentino di Sollicciano.
E' probabile che Nadia Desdemona Lioce ritorni in aula per l'udienza di lunedi' prossimo.
La ripresa stamani del processo e' dedicata alle deposizioni dei medici legali che effettuarono le autopsie sul sovrintendente della Polfer Emanuele Petri e sul brigatista Mario Galesi, entrambi morti nel conflitto a fuoco del 2 marzo dell'anno scorso.

TERRORISMO: LIOCE; VEDOVA PETRI ESCE DALL' AULA
UDIENZA DEDICATA A PERIZIE MEDICO-LEGALI
E' stata interamente dedicata alle consulenze medico legali e balistiche richieste dal pm l'udienza odierna del processo per l'uccisione del sovrintendente della Polfer Emanuele Petri nello scontro a fuoco sul treno Roma-Firenze del 2 marzo 2003, imputata la brigatista rossa Nadia Desdemona Lioce.
Nel momento della ricostruzione della perizia autoptica eseguita sui cadaveri del sovrintendente della Polfer e del brigatista Mario Galesi, la vedova del poliziotto ucciso, Alma Petri, e' uscita dall'aula e non ha assistito alla deposizione del perito medico legale, il dottor Marco Di Paolo dell'Universita' di Pisa. E' rimasto invece seduto accanto al legale della famiglia, l'avvocato Walter Biscotti, il fratello di Emanuele Petri, Leopoldo.
Secondo la perizia medico legale Emanuele Petri fu colpito a distanza molto ravvicinata - pochi centimetri - sotto la mandibola sinistra. Il proiettile, l'unico che lo raggiunse, danneggio' arteria giugulare e carotide, provocando una fortissima emorraggia e portandolo alla morte in pochi secondi. La mattinata e' cominciata con la deposizione del professor Mario Graev, gia' ordinario di Medicina Legale all'Universita' di Firenze, incaricato dal pm di sottoporre a visita medica Bruno Fortunato, il poliziotto ferito nello scontro a fuoco con i brigatisti. Il professore ha dichiarato che Fortunato - colpito da un proiettile che, entrato nell'emitorace destro ha danneggiato il fegato - ha riportato dal ferimento un indebolimento permanente.