Almanacco dei misteri d' Italia
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settembre 2004 |
1 settembre 2004 - BATTISTI; GRIECO, MEGLIO ARRESTO CON ESTRADIZIONE
ANSA:
TERRORISMO: BATTISTI; GRIECO, MEGLIO ARRESTO CON ESTRADIZIONE
MAGISTRATO, COSI' POTREBBE AVER GIA' LASCIATO LA FRANCIA
"Forse la Francia avrebbe dovuto emettere un provvedimento restrittivo contestualmente alla decisione di accogliere l' estradizione". Cosi', a distanza di alcuni giorni dalla sparizione di Cesare Battisti, il sostituto procuratore generale di Milano, Donatello Grieco.
Il magistrato aveva personalmente seguito la procedura di estradizione per Battisti, dando parere favorevole al rientro in Italia dell' ex terrorista dei Pac condannato all' ergastolo per quattro omicidi (due come partecipante materiale e due come facente parte del gruppo organizzativo).
Secondo Grieco, che non fa dichiarazioni sulle indagini in corso ed esprime una convinzione del tutto personale, Battisti potrebbe avere lasciato la Francia che lo aveva ospitato grazie alla normativa Mitterand, alla ricerca di un posto piu' sicuro per la sua liberta' personale.2 settembre 2004 - BATTISTI: SEGNALAZIONI SU PRESENZA IN ITALIA, INFONDATE
ANSA:
BATTISTI: SEGNALAZIONI SU PRESENZA IN ITALIA, INFONDATE
Sono sei le segnalazioni arrivate, nel giro di una settimana, al comando dei carabinieri del Ros di Milano, e finora definite "prive di fondamento", di persone che sostengono di aver visto in citta' Cesare Battisti, l'ex terrorista, ufficialmente latitante dal 22 agosto e contro il quale pendono un'ordinanza di cattura della Procura Generale milanese e, adesso, un mandato di arresto della Corte d'Appello di Parigi.
Tra le segnalazioni per gli investigatori l'unica giudicata meno generica delle altre - di cui hanno dato notizia stamani alcuni quotidiani - e' quella fatta dal sindaco di Cremia, paese in provincia di Como, e da due suoi amici (il rapporto e' arrivato ai Ros il 31 agosto): anch'essa, peraltro, e' ritenuta "poco attendibile perche' parla di un generico sospetto, di una persona che ha attirato la loro attenzione".
Riguardo a questa segnalazione, i Ros hanno fatto notare inoltre che, mentre uno dei tre ha messo a verbale di essere sicuro che l'uomo che il 23 agosto si trovava sul pullman della linea Vienna-Milano era Cesare Battisti, gli altri due hanno detto che gli assomigliava al 60-70%. La segnalazione e' stata fatta dai tre il 25 agosto ai carabinieri di Menaggio.
Secondo gli investigatori appare comunque "improbabile" che Battisti, in quel periodo, possa essere giunto in Italia - dove era gia' ufficialmente ricercato - dalla Francia con un giro tortuoso.2 settembre 2004 - VELTRONI, UNA VIA INTITOLATA A FRATELLI MATTEI
ANSA:
COMUNI: ROMA; VELTRONI, UNA VIA INTITOLATA A FRATELLI MATTEI
FAMIGLIA MILITAVA NEL MSI, MORIRONO IN UN ATTENTATO NEL 1973
Il Comune di Roma intitolera' una via ai fratelli Mattei, "vittime di uno dei piu' orribili atti di violenza politica che abbiano funestato la nostra citta' e il Paese".
E' quanto rende noto il sindaco Walter Veltroni.
"Stefano, di soli otto anni, e Virgilio, ventiduenne, -
spiega Veltroni - il 16 aprile del 1973 trovarono una morte orribile nel rogo della loro casa di Primavalle cui gli assassini avevano dato fuoco per 'punire' la famiglia Mattei della sua militanza nel Movimento Sociale. Fu un gesto atroce, frutto del clima di violenza ideologica che nutriva in quegli anni le piu' dure manifestazioni del terrorismo, di destra e di sinistra, e che provoco', a Roma e in altre citta', una impressionante catena di omicidi, di aggressioni, di intimidazioni".
"Quello dei fratelli Mattei - aggiunge Veltroni - fu un delitto che, nella pieta' per quei due poveri ragazzi e nel rifiuto della cieca intolleranza che costo' loro la vita, e' ancor oggi presente nella memoria della citta'. Nello stesso modo in cui e' vivo il ricordo di Walter Rossi, il ragazzo ucciso nel '77 per la sua militanza politica a sinistra, al quale e' gia' dedicata una piazza a Monte Mario (che qualche tempo fa inaugurai nella sua nuova sistemazione), di Ivo Zini, il ventiquattrenne ucciso dai Nar all'Alberone perche' leggeva 'l'Unita", per il quale proporro' alla Commissione Toponomastica l'individuazione di una strada da intitolargli, di tanti e tanti altri".
"La nostra intenzione - prosegue il sindaco di Roma - e' chiara: attraverso l'atto della intitolazione, che fissa per cosi' dire il ricordo della coscienza pubblica, vogliamo mandare un messaggio di condanna di ogni forma di violenza politica, di ripudio di ogni forma di intolleranza. Nonostante gli avvenimenti internazionali che fanno pesare la minaccia di un terrorismo sempre piu' spietato sulle comunita' e su intere nazioni, nonostante il sangue, la disperazione di popoli interi che fuggono dalla morte e dalla fame, nonostante i rumori delle guerre, Roma e', per nostra fortuna, una citta' serena, che non si e' fatta vincere dalla paura. Il dolore lo porta nella sua memoria. Memoria la cui condivisione e' il rifiuto della logica della violenza, del terrorismo, della morte".ROGO PRIMAVALLE: AN, DECISIONE VELTRONI SANA FERITA
'Finalmente un atto di civiltà, un atto dovuto, finalmente Roma rende omaggio a due dei tanti caduti della Destra romana che ha pagato duramente negli anni 70' il clima di terrore e di caccia all'uomo che si era scatenato nei confronti dei nostri militanti'. E' quanto dichiarano Fabio Rampelli e Marco Marsilio, consiglieri di Alleanza nazionale rispettivamente alla Regione Lazio e al Comune di Roma. 'Fino ad oggi ' sottolineano i due consiglieri di An ' il ricordo di queste tragedie era rimasto confinato nelle commemorazioni di parte o in coraggiose iniziative da parte di alcuni Municipi, come l'intitolazione di un parco ai fratelli Mattei alla Balduina, una targa dedicata allo studente greco Mikis Mantakas da parte del XVII Municipio o l'approvazione di un ordine del giorno per una strada ai caduti di Acca Larentia cui non è stato dato seguito'. Il capogruppo di An alla Provincia di Roma, Piergiorgio Benvenuti, considera la decisione del sindaco "un gesto importante: intitolare una strada di Roma a Stefano e Virgilio significherà soprattutto ricordare alle giovani generazioni le orribili conseguenze della violenza politica e della cieca intolleranza".
Per il consigliere comunale di An Malcotti, che si complimenta con Veltroni, l'iniziativa "sana una ferita".ROGO PRIMAVALLE: AZIONE GIOVANI, ORA ESTRADIZIONE LOLLO
"Questo e' un primo passo: vogliamo ricordare che gli esecutori del rogo ancora oggi sono liberi e non hanno mai pagato come Achille Lollo in Brasile di cui attendiamo l'estradizione". Lo ha dichiarato il presidente romano di Azione Giovani (An) Federico Iadicicco commentando che "la via intitolata ai Mattei deve ricordare alle future generazioni quegli anni in cui si teorizzava l'assassinio dell'avversario politico".ROGO PRIMAVALLE: FAMIGLIA DICE NO INTITOLAZIONE STRADA
Il rogo di Primavalle, ancora una volta, ha diviso coscienze, opinioni e sentimenti. E, ancora una volta, oggi, si e' percepito quanto dolore ci sia attorno alla morte dei fratelli Mattei, 'vittime', ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni, "di uno dei piu' orribili atti di violenza politica che abbiano funestato la nostra citta' e Paese".
L'occasione che ha risvegliato antiche divisioni, ma che oggi e' stata anche modo per vedere d'accordo destra e sinistra, e ' quella presa dal sindaco di Roma che vuole intitolare una strada a Stefano e Virgilio Mattei. Immediato e' arrivato il no della famiglia che, attraverso il proprio legale, ha detto, in sostanza, a Veltroni che il nome dei fratelli Mattei, adesso, "non puo' essere speso".
Il motivo dell'opposizione, ha poi spiegato il legale, sta nella mancata presa di posizione del sindaco di Roma quando e' tornata d'attualita' la vicenda di Achille Lollo, uno dei tre estremisti di sinistra, insieme a Marino Clivo e Manlio Grillo, condannati a 18 anni di reclusione per il rogo di Primavalle.
I fratelli Mattei, di 8 e 22 anni, figli del segretario della sezione di Primavalle dell'allora Msi, bruciarono vivi il 16 aprile del 1973 nel rogo della loro abitazione appiccato da militanti di Potere operaio. Nel 1987 la Cassazione rese definitive le condanne a 18 anni per tre militanti di Potere operaio, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. Lollo, che da tempo si trova in Brasile, e' stato al centro di polemiche, la scorsa primavera, per la mancata estradizione in Italia.
"La nostra intenzione - ha detto oggi il sindaco di Roma - e' chiara: attraverso l'atto della intitolazione, che fissa per cosi' dire il ricordo della coscienza pubblica, vogliamo mandare un messaggio di condanna di ogni forma di violenza politica, di ripudio di ogni forma di intolleranza".
Accolta da molte approvazioni politiche, invece, la decisione di Veltroni. A cominciare dal presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, che ha sottolineato come la decisione del sindaco "di intitolare una strada di Roma ai fratelli Mattei commuove quanti hanno sofferto per una tragedia che colpi' la destra della nostra citta' e dell'Italia intera. Spero che tutti si rendano conto, dopo il bel gesto del sindaco, sia giunta l'ora di assicurare Achille Lollo alla giustizia del nostro paese". E di "atto dovuto" parla il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri. "L'intitolazione di una strada ai fratelli Mattei - ha aggiunto - la cui tragica fine e' stata per anni colpevolmente dimenticata dalla sinistra, e' un atto dovuto e un messaggio per le giovani generazioni, perche' la politica sia corretto confronto tra culture diverse".
Anche per gli esponenti di An alla Regione Lazio e al Comune di Roma, Fabio Rampelli e Marco Marsilio, la decisione di Veltroni "sana una ferita" e "rende omaggio a due dei tanti caduti della destra romana che ha pagato duramente negli anni '70 il clima di terrore e di caccia all'uomo che si era scatenato nei confronti dei nostri militanti".ROGO PRIMAVALLE: NEL '73 L'ATTENTATO DI POTERE OPERAIO
I fratelli Mattei, figli di 8 e 22 anni del segretario della sezione Primavalle dell' allora Msi, bruciarono vivi il 16 aprile 1973 nel rogo della loro abitazione appiccato da militanti di Potere operaio.
La Cassazione nel 1987 rese definitive le condanne a 18 anni di reclusione per i responsabili del rogo, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, tutti allora militanti di Potere Operaio.
Lollo, che da tempo si trova in Brasile, e' stato al centro di polemiche, la scorsa primavera, per la sua mancata estradizione in Italia.
"La domanda di estradizione di Lollo - preciso' il ministro della Giustizia Roberto Castelli - e' stata inoltrata al Brasile l'8 aprile del '93 per l' esecuzione della pena residua. La domanda e' stata respinta il 15 settembre del '94 dal Supremo Tribunale Federale del Brasile, che in base all' ordinamento brasiliano ha sentenziato la caduta in prescrizione del reato, commesso nel '73". Dunque, Lollo si trova "libero in Brasile, pur essendo tuttora ricercato dall' Italia in campo internazionale". "Se si dovesse allontanare dal Brasile - concluse il ministro - potrebbe essere riproposta domanda di estradizione verso il nuovo paese ospitante".3 settembre 2004 - IL ROGO DI PRIMAVALLE
"La Repubblica"
LA STORIA
La morte dei fratelli Mattei e la escalation di violenza in tutta Italia fino al delitto Moro
Da quel rogo nella periferia romana i primi lampi degli anni di piombo
Il delitto di estremisti di Potere Operaio maturato in un clima sociale di violenza
Nello stesso anno le Br rapiscono Amerio a Torino, salto di qualità del terrorismo rosso
SILVANA MAZZOCCHI
ROMA - Erano già gli anni dell´odio e del piombo quando, la notte del 16 aprile 1973, un giovane che aveva poco più di 20 anni e un bambino di otto morirono nel rogo della loro casa a Roma, nel popolare quartiere di Primavalle. Ad appiccare il fuoco del rogo tre ragazzi esponenti di "Potere operaio", il gruppo extraparlamentare di sinistra che si sarebbe sciolto poco dopo tra la delusione dei più e l´avventurismo dei pochi che in seguito sarebbero andati ad alimentare la lotta armata. "Punire" la famiglia Mattei per la loro militanza nel Movimento sociale fu la crudele e insensata motivazione degli omicidi di allora.
Quello del ?73, in Italia, era un tempo diverso. La violenza politica di massa era il nutrimento quotidiano per un esercito di giovani che avevano affidato speranze e sogni di giustizia all´ideologia. E che, a destra e a sinistra, spargevano odio in una spirale di omicidi, intimidazioni, agguati e aggressioni. Una fotografia sfocata eppure tragica.
L´anno prima, nel clima avvelenato che aveva accompagnato la campagna per le elezioni del 7 maggio, era morto il 14 marzo sul fatale traliccio ad alta tensione di Segrate, Giangiacomo Feltrinelli, (il compagno Osvaldo), militante dei "Gruppi d´azione Partigiani". Stava preparando, si disse, un attentato e nessuno lo fermò. Intanto le elezioni del ?72 avevano spostato a destra il paese e segnato la conclusione dei venti sessantottini.
Il 17 maggio dello stesso anno era stato ucciso il commissario Luigi Calabresi, un delitto attribuito a "Lotta continua" e ad Adriano Sofri, maturato in un clima d´incontrollata violenza generale dove tutto era possibile. Scriverà Renato Curcio, storico fondatore delle Brigate Rosse: "Proprio in quel periodo le reazioni positive all´uccisione del commissario Calabresi diffuse nel movimento avevano creato un contesto favorevole alla lotta armata".
Il ?73 si apre in un clima di tensione sociale altissimo. Il 23 gennaio muore a Milano lo studente Roberto Franceschini, colpito durante una manifestazione dinanzi all´Università Statale. Il prefetto Libero Mazza invia un rapporto al ministero dell´Interno in cui descrive la città "in preda alle bande armate di sinistra" ma, il 12 aprile, sono gli estremisti di destra a scendere in piazza e, durante scontri cruenti con la polizia, una bomba uccide l´agente Antonio Marino. Un mese dopo, il 17 maggio, sempre a Milano, davanti alla Questura durante la cerimonia per il primo anniversario della morte di Calabresi, un anarchico proveniente da Israele, Gianfranco Bertoli, forse legato ai servizi segreti, lancia una bomba e uccide quattro persone e ne ferisce molte altre.
E´ un intreccio di violenza e di lassismo che sembra favorire la crescita dell´eversione e la lotta armata, all´ombra di servizi segreti tutt´altro che cristallini. E Roma fa la sua parte. Il 6 aprile, un´esplosione dinanzi a un circolo militare americano provoca il ferimento di numerosi militari statunitensi e, quasi contemporaneamente, alcuni candelotti scoppiano dinanzi all´ambasciata del Vietnam del sud.
Il giorno successivo, 7 aprile, il missino Nico Azzi rimane ferito dall´esplosione di un detonatore mentre sta innescando un ordigno ad alto potenziale nella toilette del treno direttissimo Torino Genova Roma. Era stato visto insieme ad altri giovani mentre ostentava un numero del quotidiano "Lotta continua". Testimonianza del torbido inquinamento che, a colpi di sospetti e di dubbi, aveva alimentato fin dal ?69 la strategia della tensione e che, in seguito, accompagnerà le successive stagioni delle Brigate rosse, fino alla strage di via Fani del ?78 e al rapimento e all´uccisione di Aldo Moro.
Una spirale di opposti estremismi, reali nella loro dimensione di massa, ma anche enfatizzati e strumentalizzati. E che, soprattutto nella prima parte degli anni Settanta, ha finito per coinvolgere e travolgere migliaia di giovani di destra e di sinistra in manifestazioni violente, agguati, aggressioni personali reciproche e sanguinose.
Lotta armata e Brigate rosse, la sigla più accreditata nella galassia dei gruppuscoli nati dalle ceneri dell´estremismo di sinistra. Il 12 febbraio 1973 le Br rapiscono a Torino il segretario provinciale dei metalmeccanici della Cisnal, Bruno Labate. Mentre il 10 giugno si chiude a Roma il XII Congresso della Dc con un documento che di fatto spiana la strada al ritorno del centro sinistra. Fino al 12 giugno quando il governo andreottiano di centrodestra si dimette.
E´ l´anno dell´occupazione di Mirafiori, dei grandi movimenti di sinistra. Le Brigate rosse cercano di raccogliere i frutti della contestazione di massa che ha invaso il paese. Il 10 dicembre del ?73 un commando brigatista sequestra a Torino Ettore Amerio, il direttore del personale Fiat auto. Non sarà come i precedenti un rapimento lampo; lo portano in una "prigione del popolo" e ha inizio lo stillicidio dei comunicati. Si apre un´altra stagione di odio e di piombo.3 settembre 2004 - BIAGI: STATO PARTE CIVILE
"La Repubblica"
L´Avvocatura pronta a costituirsi
Lo Stato parte civile e "imputato" nel caso Biagi
La prima mossa alla prossima udienza preliminare
PAOLA CASCELLA
Lo Stato contro le Brigate rosse; la famiglia Biagi contro le Brigate rosse e contro lo Stato. Il solito paradosso italiano cui ci ha abituato in questi anni il Presidente del Consiglio, si consumerà nei prossimi giorni anche nei Tribunali bolognesi. All´udienza preliminare fissata per decidere del rinvio a giudizio dei brigatisti accusati dell´omicidio del giuslavorista, l´Avvocatura dello Stato si costituirà parte civile per la Presidenza del Consiglio, il ministero degli Interni e quello del Welfare, di cui spiega l´avvocato dello Stato Mario Zito, "il professore era consulente fin dal governo precedente. "L´obiettivo" Biagi nasce per le Br proprio dal suo rapporto con il ministero del Lavoro". E nel provvedimento firmato dal pm Paolo Giovagnoli, che chiede il processo per Cinzia Banelli, Roberto Morandi, Nadia Lioce, Diana Blefari Melazzi, Marco Mezzasalma e Simone Boccaccini, tra le parti lese, accanto alla famiglia Biagi, già fin d´ora figurano la Presidenza del Consiglio e il dicastero di Pisanu, all´epoca dell´omicidio occupato da Claudio Scajola, l´uomo che chiamò il professore bolognese "quel rompicoglioni", uno scivolone che gli costò la poltrona. I reati di terrorismo, sovvertendo l´ordine pubblico "danneggiano" il ministero degli Interni. Quindi in questo caso, paradosso nel paradosso, lo stesso Scajola, che era ministro il 19 marzo 2002, il giorno del delitto. Lo Stato sarà parte civile dunque nel processo penale, ma anche "imputato" in quello civile. Allo Stato l´avvocato Guido Magnisi che rappresenta la famiglia, si prepara a chiedere un maxirisarcimento per la scorta negata al professore. Biagi venne lasciato solo, senza protezione, e per questo fu scelto come bersaglio, nel momento in cui anche i servizi segnalavano le minacce sempre più preoccupanti delle Br verso i cosiddetti uomini cerniera. Uomini che cercavano soluzioni ai conflitti del mondo del lavoro. Uomini come Marco Biagi.3 settembre 2004 - BANELLI: SCENE DI UN MATRIMONIO TRADIZIONALE
"Panorama"
Scene da un matrimonio brigatista
di Giacomo Amadori
Nozze tradizionali prima dell'arresto. Da lì, dicono ora gli investigatori, Cinzia Banelli si è incamminata verso il pentimento
La Principina è una fattoria nel cuore della Maremma toscana, a 4 chilometri dalle spiagge sabbiose del parco naturale dell'Uccellina. Un hotel a quattro stelle con camere da 160 euro a notte. Un piccolo angolo di paradiso dove, il 6 ottobre 2001, si è sposata Cinzia Banelli, tecnico radiologo e, all'epoca, brigatista. È da qui che inizia, forse, il suo viaggio a ritroso, quello che nel luglio 2004 le ha fatto scegliere la strada della collaborazione con i magistrati che indagano sulle nuove Br. Quel giorno di inizio ottobre, nella chiesetta del podere maremmano c'è una donna diversa dal cupo modello della rivoluzionaria di professione. C'è una quarantenne femminile, quasi vezzosa nel suo abito grigio perla, come dimostrano le foto che Panorama pubblica in esclusiva in queste pagine. Diversissima dall'occhialuta "postina" guerrigliera che, secondo i suoi accusatori, nel 1999 girava l'Italia distribuendo la rivendicazione del delitto di Massimo D'Antona o che studiava gli spostamenti del giuslavorista Marco Biagi la settimana prima dell'omicidio. Nel 2001 Cinzia è una donna con un discreto lavoro (guadagna 24 mila euro all'anno) all'ospedale di Pisa che ha appena scelto di sposarsi vicino alla casa dei genitori, quella dove è cresciuta.
Il clima alla Principina è molto diverso da quello odoroso di polvere da sparo delle nozze militanti di Renato Curcio e Mara Cagol, cattolici fondatori delle Br, anche loro sposi in chiesa nel 1969. Quello di Cinzia e Angelo è un matrimonio come migliaia di altri, con parenti eccitati e rubizzi per il vino. In lista neppure un compagno di lotta armata. A un certo punto, dalla coscia della sposa, scende perfino una maliziosa giarrettiera. Scene da un matrimonio che non sono fini a se stesse. È davanti a questo album fotografico che gli investigatori intuiscono uno spiraglio nel golem brigatista, capiscono che forse Banelli ha solo bisogno di essere aiutata a uscire dalle sabbie mobili in cui si è ficcata alla fine degli anni Ottanta, quando frequentava il centro sociale pisano Macchia nera, dove conobbe i compagni dei Nuclei comunisti combattenti, le future Br. La terrorista, quando decide di sposarsi, probabilmente sta già cambiando: forse non vuole più fare la guerrigliera, ma non sa come uscire da quel gioco terribile.
La scusa gliela danno gli uomini dell'antiterrorismo che, all'alba del 24 ottobre 2003, irrompono nella sua villetta di due piani a Vecchiano (Pisa). Banelli rimane seduta immobile con le mani sul pancione: da quattro mesi aspetta Filippo. Nel frattempo ha iniziato a frequentare l'università a Siena e ad Arezzo. In casa sua non ci sono libri da rivoluzionaria o poster di Che Guevara, solo un computer zeppo di segreti. Dalla finestra si vede il giardino con un albero di limoni e un melograno, sulla porta c'è una targhetta con il disegnino di una casa e un cielo sereno. "Adesso non parlo, più avanti vedremo" annuncia subito agli uomini della Digos. Una dichiarazione che non viene sottovalutata, sebbene la donna in carcere scelga un silenzio ostinato e decida di farsi difendere da un avvocato d'area, Massimo Focacci di Pietrasanta (Lucca).
La famiglia cerca di farle prendere un'altra strada, quella che si impegna di più è la sorella Michela, che vive con uomo dalle idee politiche molto diverse dalla cognata br. In carcere, in uno dei primi colloqui, il fratello Claudio le dice: "Noi vogliamo che a casa torni la vecchia Cinzia, non quella dei giornali". Lei lo gela: "Di Cinzia ce n'è una sola". Sembra il muro innalzato da una irriducibile, in realtà è la voglia di slacciarsi la corazza di combattente. "La terrorista stava scegliendo, lentamente, i valori tipici della borghese: la famiglia e la proprietà" sottolinea un investigatore che l'ha conosciuta. Una famiglia economicamente piuttosto solida la sua, venuta su coltivando i terreni di un podere dell'ente Maremma, zona bonificata ai tempi del fascismo. Il papà Romolo, tessera del Pci dal 1945, arrestato lo stesso giorno della figlia per detenzione di armi clandestine (e funzionanti), grazie a Totocalcio e Superenalotto ha messo via una piccola fortuna, che ha spartito con i figli.
Con la sua parte, circa 600 milioni di lire, Cinzia compra la villetta (300 milioni) di Vecchiano, gli altri li offre alle Brigate rosse che in quei mesi la processano per la sua discontinuità (una sua "bigiata" manda a monte una rapina), intuendo il travaglio "borghese". Il pegno in denaro dovrebbe essere la prova di fedeltà al verbo comunista. Ma intanto la "compagna So" ("Sotto osservazione") dentro non è più un'eversiva. Per lei entrare nel carcere femminile di Sollicciano è quasi una liberazione. Non vive più due vite, la sua dimensione schizofrenica di moglie modello e di terrorista. Focacci ricorda l'ambiente amichevole: "C'era un'atmosfera rilassata, tutti erano gentili e disponibili". Nel suo pentimento ha un ruolo chiave una giovane agente di polizia penitenziaria che all'inizio del 2004 le viene affiancata 24 ore su 24. Le parla, la convince a non crescere il figlio in carcere. "Io al mio bambino non ci rinuncio" sbotta Banelli in colloquio del 22 luglio. Dopo pochi giorni cambia avvocato, scegliendo la nota penalista romana Grazia Volo, e inizia a parlare con i magistrati. Una decisione, pare, senza ritorno.4 settembre 2004 - FILM DI GUIDO CHIESA SU "RADIO ALICE"
"Il Corriere della sera"
Utopie e ribellione: in gara i nostri Anni '70
Dieci minuti di applausi al film di Guido Chiesa. "Sarà sgradito a destra e a sinistra"
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
VENEZIA - I 13 avventurosi mesi di Radio Alice, laggiù nel '77 a Bologna, è il soggetto non inventato del primo film italiano ieri in concorso alla Mostra, Lavorare con lentezza , di Guido Chiesa, che mescola bene impegno e passione, cronaca e storia, ricordi e testimonianze, ritornando come Bellocchio e Giordana a esplorare quei famosi Anni '70.
Ma il mondo gira e soffre, intorno al cinema: la troupe ha letto alla stampa un documento in cui si dice che loro sono qui ma non si chiamano fuori da quello che sta accadendo nel mondo, dalla Russia all'Iraq, che non si può far finta di niente, chiamando in causa "i massacratori e quei governi che pensano si possa sterminare un popolo in nome dei propri interessi economici".
E di rimbalzo i precari francesi, che avevano animato il festival di Cannes e che ora sono ospiti a Global Beach, hanno fatto una pacifica irruzione - e pacificamente sono stati fatti sgombrare - nell'incontro stampa e poi alla proiezione del film, protestando contro la legge firmata in Francia sui lavoratori dello spettacolo.
Ma torniamo al film, che ieri alla prima proiezione pubblica ha raccolto dieci minuti di applausi. "Bologna allora rappresentò la fine dell'innocenza e l'incapacità di controllo sociale del Partito Comunista. Allora vivevo alla periferia di Torino, ero un classico studente sedicenne di sinistra e Radio Alice era come la chat line di oggi, ci dava la possibilità di esprimerci, sentire la nostra musica: avevano intuito la comunicazione senza censure e la trasformazione del lavoro e la rivendicazione di altri bisogni ora attuale nei movimenti no global. Ormai siamo invasi dallo stress, la voglia di profitto e denaro, i telefonini fanno lavorare no stop: la vita di un uomo aveva negli Anni '30 70 mila ore lavorative, che diventarono 40 mila negli Anni '70 ma oggi sono 100 mila".
A parte il titolo che qualunque marketing sconsiglia per la negatività delle parole "lavorare" e "lentezza", ma che il produttore Procacci ha difeso e la partner Medusa ha accettato, insieme al volto di Mao nel poster, il film prende anche con ironia quella ultima stagione studentesca che finì nel sangue versato l'11 marzo con la morte di un militante durante gli scontri con la polizia. "Ho cercato l'ironia, aggiungendo qualche fantasia nella storia vera dei due ragazzotti rapinatori che in realtà non vennero mai presi ma che scavavano un tunnel per rapinare 50 miliardi alla Cassa di Risparmio; e poi col personaggio di Claudia Pandolfi, l'avvocato, mentre Valerio Mastandrea è un credibile tenente. Poi la drammaticità dei fatti prende la mano: i riferimenti sono quasi automatici al G8 di Genova, c'è uno scontro di piazza con un estintore. Ho messo in bocca ai due ragazzi sulla R4 una battuta che anticipa la morte di Moro perché quella fu la fine dell'illusione, segno che il movimento non aveva espresso una politica".
Ma il film della Fandango vuole mostrare anche il positivo di quel remake del '68 che aprì le porte agli anni di piombo: "Siamo sempre all'utopia. C'era stata la rivoluzione sessuale e il femminismo che cambiarono la società italiana, sembrava di conquistare il Palazzo d'Inverno con la felicità e la libertà. Ma purtroppo è finita male".
Chiesa non è un manicheo, non ama i militanti duri e puri né il maschilismo, non si schiera e non gli interessa il teatrino della politica di Berlusconi o D'Alema. "Mi piacciono personaggi off , come Bifo, ovvero Franco Berardi, che ora sta in Australia a parlare dell'Italia. So già che il mio film non piacerà né a certa destra né a certa sinistra che non vogliono fare i conti e come oggetto estetico è poco identificabile perché non subisce il diktat della tv. Dobbiamo fare film di questo tipo, ne progetto uno, anche divertente, sull'immigrazione in Italia: ho scoperto che mi piace far sorridere la gente. Basta coi sentimenti privati, bisogna esprimere uno sguardo originale su ciò che sta accadendo, avere il coraggio di rischiare, allacciando il passato al presente: non abbiamo ancora fatto un film su Tangentopoli. Le altre arti sono più avanti, si muovono in fretta, hanno più voglia di capire e sapere".
Maurizio Porro7 settembre 2004 -BANELLI: NUOVO INTERROGATORIO
ANSA:
D'ANTONA: OGGI NUOVO INTERROGATORIO DI CINZIA BANELLI
E' in programma oggi un nuovo interrogatorio di Cinzia Banelli, la "compagna So" delle Br che, all' inizio di agosto, ha cominciato una forma di collaborazione con i magistrati romani titolari dell' inchiesta sull' omicidio del giuslavorista Massimo D' Antona. La donna sara' sentita dai pm Franco Ionta e Pietro Saviotti.
Nel primo faccia a faccia con gli inquirenti della capitale nel carcere fiorentino di Sollicciano, la Banelli ha ammesso di aver fatto parte delle nuove Brigate Rosse, ma ha preso le distanze dagli omicidi di Massimo D' Antona e di Marco Biagi. I pm romani, dopo la prima presa di contatto del 2 agosto scorso, sperano che quella di oggi sia l' inizio di una collaborazione piena della "postina" con rivelazioni di particolari sui due omicidi, i luoghi frequentati dall' organizzazione ed i ruoli dei militanti. Finora la "compagna So" si e' limitata ad ammettere la sua partecipazione all' organizzazione, la conoscenza di Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi ed i contatti solo per telefono con i compagni dell' organizzazione.
I segnali arrivati dal carcere negli ultimi giorni circa una piena collaborazione della donna, attualmente sotto protezione, inducono ad un certo ottimismo. Ma le eventuali rivelazioni della Banelli dovranno essere riscontrate: a cominciare dal proprio ruolo. Ad esempio non convince la versione della sua estraneita' all' omicidio D' Antona in quanto la sua scheda telefonica di riferimento risultava attiva a Roma nei giorni a ridosso dell' agguato al consulente dell' allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino.D'ANTONA: BANELLI AMMETTE PARTECIPAZIONE OMICIDIO
Cinzia Banelli ha ammesso di aver fatto parte del commando che il 20 maggio 1999 uccise Massimo D' Antona. Il suo ruolo, secondo quanto si e' appreso, sarebbe stato quello di fare da staffetta.
Le ammissioni della Banelli, condite da dettagli sull' agguato, sono state fatte ai pm Franco Ionta e Pietro Saviotti nel corso dell' interrogatorio, durato oltre sette ore nel carcere fiorentino di Sollicciano. La "compagna So", stando alle indiscrezioni, ha quindi confermato l' impianto accusatorio dei magistrati romani, ma c'e' grande riserbo sui dettagli del suo resoconto, in particolare se abbia fornito particolari sulla dinamica dell' agguato, sui ruoli dei componenti del commando e, soprattutto, su chi abbia materialmente premuto il grilletto. I magistrati romani avrebbero lasciato il carcere visibilmente soddisfatti. Domani la Banelli, assistita dall' avvocato Grazia Volo, sara' interrogata dai magistrati bolognesi che indagano sull' omicidio di Marco Biagi.BIAGI: BANELLI, ANCHE IO NEL COMMANDO A BOLOGNA
Secondo quanto si e' appreso, la "Compagna So" ha ammesso anche la sua partecipazione all' omicidio di Marco Biagi avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002. In entrambi gli agguati targati br, avrebbe aggiunto la Banelli, il suo ruolo sarebbe stato quello di fare da staffetta e di presidiare il territorio, ossia segnalare ai compagni l' eventuale arrivo di forze dell' ordine.D'ANTONA: BANELLI, GALESI SPARO' A LUI E A BIAGI
Ad uccidere Massimo D' Antona e Marco Biagi fu Mario Galesi. Lo ha rivelato Cinzia Banelli ai pm romani.TERRORISMO: BIAGI-D'ANTONA; BANELLI, LA LIOCE NEI COMMANDI
I GRUPPI ERANO FORMATI DALLE CINQUE ALLE SETTE PERSONE
I gruppi che parteciparono agli agguati a Marco Biagi e Massimo D' Antona erano composti dalle cinque alle sette persone. Tra queste Nadia Desdemona Lioce. Lo ha detto Cinzia Banelli la quale ha anche sottolineato di non sapere che fine abbia fatto la pistola usata per i due delitti.
In particolare, la "compagna So" ha sottolineato di non essere a conoscenza del luogo in cui veniva custodito l' arsenale dell' organizzazione.
Dei commando che uccisero Massimo D' Antona e Marco Biagi, avrebbe aggiunto la Banelli, avrebbero fatto parte, oltre alla Lioce, anche Roberto Morandi e Laura Proietti. La br avrebbe inoltre aggiunto che l' organizzazione non disponeva di covi in cui ritrovarsi e di ritenere la cantina di via Montecuccoli, dove fu scoperto l' arsenale dei brigatisti e l' archivio documentale, un rifugio occasionale.TERRORISMO: BR; BANELLI, AD AGOSTO LE PRIME AMMISSIONI
Dopo un primo contatto con i pm all' inizio di agosto e dissociazione dai delitti delle brigate rosse alla certezza di un percorso nuovo. Cinzia Banelli, la "compagna So" delle Br, e' passata da una forma di collaborazione tiepida ad un pentimento vero e proprio.
La Banelli era stata arrestata nell'ottobre scorso perche' colpita da una ordinanza di custodia cautelare emessa dai magistrati del pool antiterrorismo di Roma Franco Ionta e Pietro Saviotti.
Il 2 agosto scorso, durante il primo faccia a faccia con gli inquirenti romani, la donna ammise di aver fatto parte delle Br escludendo, tuttavia, di non avere niente a che fare con gli omicidi Biagi e D'Antona. In particolare, si limito' ad ammettere la conoscenza di Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, e che i contatti con i suoi "compagni" avvenivano per via telefonica. La donna fu subito sottoposta a uno specifico programma di protezione all' interno del carcere di Sollicciano, dove e' detenuta, a conferma del fatto che aveva iniziato a collaborare con la magistratura.
Poi, alla fine di agosto, la conferma della sua decisione di andare fino in fondo, con l'apertura di una nuova fase: l'inizio di una collaborazione piena della "postina" delle Br.
Cauto l'ottimismo con il quale i magistrati del pool antiterrorismo oggi l'hanno sentita.
Alla fine, dopo sette ore d'interrogatorio, la novita' e' stata l'ammissione di Cinzia Banelli di aver fatto parte, come staffetta e vedetta per segnalare l'eventuale arrivo delle forze dell'ordine, del commando che il 20 maggio 1999 uccise Massimo D' Antona e di quello che il 19 marzo 2002 uccise Marco Biagi.(ANSA).TERRORISMO: BANELLI, DIETRO LEI SCIA TRACCE TELEFONICHE
In treno da Pisa a Roma, poi da Roma a Milano e, infine, da Milano a Pisa, passando per Bologna e Firenze: e' stato questo - secondo gli inquirenti - il viaggio di Cinzia Banelli, presunta "postina" delle Brigate Rosse, incaricata di lasciare in una cabina telefonica di Milano la rivendicazione dell' omicidio di Massimo D' Antona, ritrovata il 30 giugno 1999, quaranta giorni dopo il delitto. Cinzia Banelli, la 'compagna So' che ora collabora con gli inquirenti squarciando il velo sugli omicidi di Marco Biagi e Massimo D' Antona, ammettendo di aver fatto parte dei due commando e rivelando che fu Massimo Galesi a sparare, ha lasciato una lunga traccia 'telefonica' nei suoi spostamenti per conto delle Br.
Gli investigatori, attraverso le analisi di numerosi tabulati di schede telefoniche con traffico prepagato e di telefoni cellulari nella disponibilita' dell' organizzazione, sono arrivati ad individuare le utenze che aveva in uso. Lo sviluppo dei tabulati relativi a tali utenze e l' incrocio con l' orario dei treni ha fatto disegnare agli investigatori il viaggio della presunta brigatista.
Dai tabulati telefonici emerge che alle 15.38 del 29 giugno 1999 dall' utenza cellulare in uso a Cinzia Banelli viene sollecitato il ponte radio con copertura sulla stazione ferroviaria di Pisa. La presunta postina - secondo gli investigatori - e' dunque nei pressi della stazione, da dove alle 16.35 parte un treno diretto a Roma Termini, con arrivo nella Capitale alle 19.55.
Alle ore 21.21 una chiamata dalla stessa utenza della Banelli passa per il ponte radio di via Giolitti, a Roma, che copre la stazione Termini. La presunta "postina" delle Br ha, dunque, raggiunto la Capitale, dove - secondo gli investigatori - incontra altri brigatisti che le consegnano il volantino di rivendicazione dell' omicidio di Massimo D' Antona. La "postina", sempre in treno, parte per Milano. Alle ore 5.32 e 5.50 del giorno successivo, 30 giugno 1999, vengono effettuate da due cabine pubbliche ubicate nella stazione centrale del capoluogo lombardo due chiamate dirette ad un' utenza ritenuta in uso a presunti brigatisti. In quell' arco temporale, dunque - secondo la ricostruzione degli investigatori - la "postina" e' a Milano. Deposita la rivendicazione e subito riparte, probabilmente con il treno delle ore 6.05, che arriva a Bologna alle 8.33. Da li' alle 8.48 parte un treno per Firenze e la "postina", sempre secondo gli inquirenti, e' su quel treno: alle ore 8.53, infatti, dal cellulare ritenuto in uso a Cinzia 32703mBanelli parte una telefonata che passa per un ponte radio di via Fabbri 110, a Bologna. Tale ponte raccoglie proprio le telefonate fatte dalla linea ferroviaria Bologna-Firenze. La "postina" arriva a Firenze intorno alle 9.45 e riparte per Pisa alle 10.30. Poco dopo, alle 10.32 e alle 10.34, infatti, sempre lo stesso cellulare sollecita, in progressione, le celle telefoniche di via Finiguerra e Viale Cadorna di Firenze: segno che chi parla sta allontanandosi dalla stazione di Santa Maria Novella. Il viaggio si conclude a Pisa intorno alle 11.30.
"Appare, quindi, verosimile - scrivono gli investigatori in uno degli atti dell' inchiesta - che la Banelli, il 29 giugno 1999, sia partita da Pisa per recarsi a Roma, ove le sono stati consegnati i volantini di rivendicazione dell' omicidio del Prof. Massimo D' Antona. Nel corso della notte, la donna avrebbe, quindi raggiunto Milano, per lasciare i documenti BR all' interno di una cabina telefonica, come noto rinvenuti il giorno seguente. La Banelli sarebbe subito ripartita per Firenze, transitando per Bologna alle ore 8.30 del 30 giugno 1999".TERRORISMO: PENTITI BR, DA PECI ALLA 'COMPAGNA SO'
Il primo pentito ufficiale della lotta armata e' stato 'il professorino' di Potere Operaio, Carlo Fioroni, sette mesi dopo l'assassinio di Aldo Moro. Poi vennero Enrico Triaca, il tipografo delle Br e Michele Viscardi, il killer di Prima Linea soprannominato 'Mike occhi di ghiaccio'. Ma, soprattutto, lui: Patrizio Peci, il superpentito delle Brigate Rosse, il primo che apri' uno squarcio sul mondo dell'eversione di sinistra permettendo agli inquirenti di capirne dinamiche e metodologie di ragionamento. Il 'traditore' pago' cara la scelta: i suoi ex compagni gli sequestrano il fratello e lo uccisero dopo una lunga prigionia.
Cinzia Banelli e' l'ultima presunta terrorista a scavalcare il fosso. Un salto che altri prima di lei hanno fatto, consapevoli che tornare indietro e' impossibile. C'e' chi si e' pentito completamente, chi si e' dissociato dalla lotta armata e chi, invece, ha ammesso soltanto le sue colpe senza coinvolgere altre persone. Chi piu' chi meno, comunque, gli ex brigatisti, ex piellini, potoppini e autonomi, con i loro racconti hanno permesso di ricostruire un mondo, quello dell'eversione, che in quegli anni gli investigatori stentavano non solo a comprendere ma persino ad individuare nella sua complessita' e nella sua varieta'. Il primo ad alzare il velo fu, appunto, Fioroni: condannato per l'uccisione dell'ingegner Saronio, apri' la strada con le sue dichiarazioni alla '7 aprile', l'inchiesta che porto' sul banco degli imputati lo stato maggiore di Autonomia Operaia. Anche il contributo di Roberto Sandalo non fu da meno:
l'ex ufficiale degli alpini e amico di Marco Donat Cattin diventato piellino, con le informazioni in suo possesso permise di smantellare nell' '80 la rete di Prima Linea nel nord Italia. E sempre da Pl veniva Michele Viscardi: il killer dell' organizzazione si penti' appena fu arrestato a Sorrento nel 1981 e con gli inquirenti percorse migliaia di chilometri su e giu' per l'Italia alla ricerca dei covi di Prima Linea.
Il primo brigatista a 'cantare' fu, invece, Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato a Roma poco dopo il ritrovamento del cadavere del presidente della Dc in via Caetani: fu l'inizio della fine per la colonna romana delle brigate rosse. In seguito Triaca ritratto' tutto, accusando gli inquirenti di tortura. Subi' in giudizio una condanna a 30 anni. Non c'e' dubbio pero' che la figura principale tra i pentiti delle Br sia Patrizio Peci, non a caso il "superpentito". L' "infame" (come lui stesso si e' definito in un libro scritto anni dopo la fine della sua esperienza nella lotta armata) fu arrestato dagli uomini del generale Dalla Chiesa a Torino il 18 febbraio del 1980. Un mese dopo comincio' a parlare e fu un fiume in piena: grazie a lui si sono ricostruiti tre anni di vita delle Brigate Rosse, dal '77 all' '80, gli anni piu' bui. Fu lui a permettere di risalire, tra l'altro, ai nomi del commando di via Fani e fu lui a sostenere che Aldo Moro fu tenuto prigioniero nel retrobottega di un negozio vicino Roma e non in via Montalcini. Contro Peci le Br scatenarono una campagna senza precedenti: nel giugno dell' '81 spararono ad uno dei suoi avvocati e ad agosto gli uccisero il fratello Roberto. Peci oggi si e' ricostruito una vita e dovrebbe vivere in una regione del nord grazie ad una attivita' commerciale. Nel silenzio piu' totale.
Altro pentito di spessore delle Br e' Antonio Savasta, uno dei carcerieri (assieme a Emilia Libera, anche lei pentita) del generale Dozier ed elemento di primo piano dell'ala militarista delle Br. C'e', infine, il professore genovese Enrico Fenzi, per lungo tempo braccio destro del supercapo Mario Moretti. E' a lui, secondo molti inquirenti, che si devono i maggiori ragguagli sui meccanismi interni alle Br, sulla psicologia dei militanti e sulle divisioni che hanno portato alla scissione del partito armato.TERRORISMO: PRIMO PENTIMENTO NUOVE BR, GALESI IL KILLER
BANELLI, ANCHE IO NEI COMMANDO CHE UCCISERO BIAGI E D'ANTONA
Il viaggio dei pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti nel carcere fiorentino di Sollicciano ha sortito l' effetto auspicato. Nel muro di silenzio delle nuove brigate rosse si e' finalmente aperto uno squarcio: c' e' un pentito ed ora ruoli e responsabilita' negli omicidi di Massimo D' Antona e Marco Biagi assumono contorni visibili. Il killer dei due giuslavoristi, per la Banelli, e' Mario Galesi, il terrorista ucciso nel conflitto a fuoco sul treno Roma-Firenze nel marzo dello scorso anno, e capo, insieme con Nadia Desdemona Lioce, dell' organizzazione che, dopo la ritirata strategica di fine anni '80, decise di ripartire, nel 1999 con l' attacco al cuore dello stato.
Una confessione, quella della "postina" dell' organizzazione, sofferta, meditata, probabilmente condizionata dal suo ruolo di madre di una piccola creatura costretta, con lei, a vivere la dura esperienza del carcere. Una confessione attesa, per certi versi invocata dai magistrati romani, i quali avevano ormai delle certezze sui componenti delle nuove Br, ma anche dubbi su ruoli e nomi dei componenti dei commando che agirono a Roma il 20 maggio 1999 e a Bologna il 19 marzo 2002.
Certamente la Banelli, come ha dichiarato il suo difensore Grazia Volo, e' la prima pentita del terrorismo post anni Settanta. In un interrogatorio fiume davanti ai pm che aveva scelto come interlocutori privilegiati, la "compagna So" ha raccontato la propria verita': per la prima volta ha ammesso di aver fatto parte dei due commando che assassinarono D' Antona e Biagi. Il suo ruolo? Quello di fare da staffetta e di avvertire i compagni dell' eventuale arrivo di forze dell' ordine. Un compito marginale, dunque, come marginale, ha dichiarato la donna, e' stata la sua presenza nell' organizzazione tanto da essere perfino "processata" dai suoi compagni per la sua inaffidabilita'. La Banelli ha detto che i gruppi di fuoco erano formati da cinque-sette persone. Tra questi Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Laura Proietti. Una sola l' arma utilizzata per i due omicidi e mai ritrovata: una pistola Makarov calibro nove della quale, la Banelli, dice di non sapere che fine abbia fatto. Anche dell' arsenale dell' organizzazione la "Compagna So" afferma di non sapere nulla, mentre esclude che le nuove Brigate Rosse avessero dei covi in cui riunirsi. La stessa cantina di via Montecuccoli, dove furono scoperti armi ed esplosivo nonche' documenti dell' organizzazione, sarebbe stato un rifugio occasionale.
L' auspicio dei pm romani e' che il pentimento della Banelli possa ora aprire la strada ad altre forme di collaborazione degli altri br in carcere dall' ottobre dello scorso anno. Gli stessi sui quali, a partire dal 13 settembre prossimo, si dovra' pronunciare il gip di Roma in sede di esame della richiesta di rinvio a giudizio per l' omicidio D' Antona (sette gli imputati) e la partecipazione alla banda armata (dieci posizioni). Ed e' praticamente certo che al fascicolo processuale saranno allegati anche i verbali di interrogatorio della Banelli di oggi e del 2 agosto scorso. La "compagna So", intanto, sara' interrogata domani dai magistrati di Bologna ed il giorno successivo da quelli di Firenze.8 settembre 2004 - INTERROGATORIO BANELLI: DAI GIORNALI
ANSA:
TERRORISMO: BANELLI, NON HO MAI USATO ARMI
"Non ho mai usato armi". E' quanto ha detto Cinzia Banelli, la brigatista rossa che da ieri fornisce una collaborazione piena e che ha raccontato la sua
attivita' all'interno dell'organizzazione ai magistrati romani.
Per gli inquirenti l'affermazione potrebbe rispondere al vero poiche' risulta che la donna non abbia alcuna attitudine all'uso delle armi, e comunque il suo ruolo all'interno delle nuove brigate rosse sarebbe stato proprio quello che lei descrive come "staffetta".TERRORISMO: BANELLI, NON AVEVO RAPPORTI CON ALTRI GRUPPI
ERA IL COMPITO DI LIOCE E GALESI
"Non era compito mio tenere rapporti con eventuali altre organizzazioni, ma era compito della sede centrale (Lioce e Galesi, ndr). Noi della cellula di Pisa leggevamo, pero', le pubblicazioni di area antagonista, come per esempio quelle dei Nac - Nuclei armati per il comunismo".
Lo ha detto Cinzia Banelli ieri rispondendo alle domande dei pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti, nel carcere di Sollicciano, a Firenze dove e' detenuta in regime di protezione.TERRORISMO: BANELLI, MOSTRATE FOTO TUTTI BR ARRESTATI
HA DETTO DI RICONOSCERE VAGAMENTE LA PROIETTI
A Cinzia Banelli, la brigatista che ha deciso di collaborare pienamente con la giustizia, sono state mostrate ieri tutte le foto dei nuovi brigatisti finiti in manette a partire dallo scorso ottobre.
Cinzia Banelli ha detto di riconoscere vagamente solo il viso di Laura Proietti, tutti gli altri ha spiegato di non averli mai visti.TERRORISMO: BANELLI, NASCONDEVAMO LE ARMI FUORI DAL COVO
MA NON SO DOVE E' L'ARMA USATA PER BIAGI E D'ANTONA
"Le armi venivano lasciati in posti sicuri, a quello che so, posti all'aperto e mai in casa. Tuttavia non so dirvi dove siano l'arma usata per i delitti Biagi e D'Antona, ne' le altre di cui disponeva l' organizzazione". Lo ha detto la brigatista Cinzia Banelli, la quale, pur sottolineando di non sapere in quale luogo e in quale regione siano le armi, ha comunque voluto chiarire che la metodologia dell'organizzazione e' sempre la stessa: nascondere le armi fuori da un eventuale covo.
La Banelli si e' detta meravigliata del fatto che sul luogo dell'omicidio di Massimo D'Antona, non siano stati trovati i bossoli della calibro 9, che gli investigatori ritengono sia stata usata a differenza di quanto invece e' avvenuto sul luogo dell'attentato a Maro Biagi. La Banelli si e' spiegata questa circostanza ipotizzando che all'ultimo momento la sede centrale, Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, avessero fatto qualche cambiamento rispetto ai piani. Gli investigatori in proposito all'assenza di bossoli, in via Salaria a Roma, ipotizzarono che i brigatisti avessero usato una busta di plastica per evitare che i bossoli cadessero a terra.TERRORISMO: BANELLI, CONOSCO SOLO UN PEZZO STORIA NUOVE BR
A PARTIRE DALLA FINE DEGLI ANNI '90 AD OGGI
"Conosco solo un pezzo della storia delle nuove Br. La cellula pisana era composta da me e Morandi e facevamo riferimento alla sede centrale, che si trovava a Roma, ed era composta da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce". Lo ha raccontato ieri la brigatista Cinzia Banelli ai magistrati romani Franco Ionta e Pietro Saviotti.
La Banelli ha sostanzialmente spiegato ai magistrati di conoscere uno spicchio della storia delle Br a partire dalla fine degli anni '90 ad oggi. La brigatista, stando a quanto si e' appreso, ha ammesso di conoscere le "forze in campo" che riguardavano la sua citta', cioe' Pisa, quindi il suo rapporto con Roberto Morandi e il rapporto con i due capi Mario Galesi e Nadia Desdemone Lioce; soprattutto con Mario Galesi. Con loro si incontrava in Toscana, a Roma o anche in altre localita'.
La Banelli ha detto di non conoscere direttamente i compagni della cellula romana e di aver contattato soltanto qualcuno telefonicamente e senza conoscere il vero nome.TERRORISMO:BANELLI,AD ASSOCIAZIONE ITALIA-CUBA CONOBBI LIOCE
"Conobbi Nadia Desdemona Lioce attraverso amici comuni incontrati nell'ambito di una sezione dell'associazione 'Italia-Cuba' di cui ero fondatrice. Era verso la fine degli anni '90".
Lo ha detto Cinzia Banelli spiegando gli albori del suo contatto con le brigate rosse ai magistrati romani che ieri l'hanno interrogata a Firenze.TERRORISMO: BANELLI, NON CONOSCO INIZIATIVA COMUNISTA
Cinzia Banelli, la brigatista che ha deciso di collaborare pienamente con la giustizia, ha detto di non conoscere Iniziativa Comunista ne' i suoi componenti e che se le Brigate Rosse avevano rapporti con questo gruppo non era certamente lei a tenerli, bensi' Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce.
Alcuni componenti di Ic sono tuttora imputati perche' accusati di aver fiancheggiato le Brigate Rosse. L'udienza che li riguarda si terra' in ottobre.TERRORISMO: BANELLI, NUMERO MEMBRI BR CORRISPONDE A INDAGINI
Il numero degli appartenenti alle
Brigate Rosse individuato dagli inquirenti nel corso delle indagini, a partire dall'omicidio di Massimo D'Antona in poi, corrisponde in buona misura al racconto fornito ieri da Cinzia Banelli ai magistrati romani Franco Ionta e Pietro Saviotti.TERRORISMO: BANELLI, RACCONTA DI RAPINA A SIENA CON GALESI
C' ERA ANCHE LIOCE
Una rapina messa a segno presso un ufficio delle poste di Siena tra il 1999 e il 2000 insieme con Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. E' questo uno dei particolari svelati ai magistrati romani ieri, da Cinzia Banelli.
La rapina non era mai stata attribuita, stando a quando si e' appreso alle Brigate rosse dagli investigatori e invece la Banelli l'ha definita rapina di autofinanziamento sottolineando che il bottino fu decisamente importante "poiche' il colpo fu messo a segno in un giorno buono, cioe' il giorno prima della distribuzione delle pensioni".
Potrebbe forse essere quella avvenuta il 2 dicembre del 1999, all'ufficio postale di viale Vittorio Emanuele, subito fuori porta Camollia, a Siena, la rapina indicata da Cinzia Banelli.
Fra quelle avvenute nel periodo indicato da Cinzia Banelli, quella del 2 dicembre 1999 e' l'unica rapina che frutto' un bottino elevato: oltre 300 milioni di lire. All'ufficio, secondo quanto riportato dalla cronaca dell'epoca, erano arrivati i soldi per le pensioni. Due gli autori entrati in azione dentro le Poste, secondo quanto reso noto all'epoca, che scapparono dopo aver esploso un colpo, non e' chiaro se con una pistola o una scacciacani, all'indirizzo di un bancario, che aveva cercato di bloccare la loro fuga. A suo tempo per la rapina del 2 dicembre 1999 era stato accusato un giovane siciliano.
Dai documenti ricavati da uno dei palmari sequestrati a Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, quando furono intercettati sul treno Roma-Firenze il 2 marzo 2003, era gia' emersa un'inchiesta condotta dalle Br a Siena, ritenuta a suo tempo un possibile studio di fattibilita' per una rapina da compiere alle Poste o ad un furgone postale. Il riferimento era ad un incontro con la compagna "So" - che a Siena frequentava l'universita' -, con indicazioni su un furgone, denominato "Patrizia", e su strade e luoghi di Siena, fra cui anche Camollia.D'ANTONA: PER GALESI E LIOCE NOTTE IN FURGONE PRIMA DELITTO
ERA PARCHEGGIATO VICINO LUOGO DELITTO
Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi trascorsero la notte precedente l' omicidio di Massimo D' Antona dentro ad uno dei furgoni Nissan parcheggiati precedentemente in via Salaria. E', questo, un altro dei particolari emersi dall' interrogatorio al quale e' stata sottoposta ieri Cinzia Banelli.
Dei commando che agirono a Roma ed anche a Bologna per l' agguato a Marco Biagi, secondo la Banelli, Lioce e Galesi erano i due componenti "operativi", i soli cioe' ad essere armati. A Galesi spettava il compito di sparare, mentre la Lioce svolgeva la funzione di supporto. Altre quattro persone, tra cui Banelli, Proietti e Morandi ricoprivano il ruolo di staffetta e di presidio del territorio.TERRORISMO: BANELLI, HA SPIEGATO COME FUNZIONAVANO NUOVE BR
SEDE CENTRALE ERA A ROMA
Cinzia Banelli ha fornito ieri ai magistrati romani Franco Ionta e Pietro Saviotti un'idea di come funzionavano le nuove Brigate rosse.
La sede centrale, ha raccontato la brigatista, era a Roma ed era composta da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. Nella capitale, i compagni, le cosiddette forze in campo, costituivano il nucleo piu' nutrito rispetto alle altre citta' italiane dove operavano le brigate rosse. In relazione alla cellula romana tuttavia, la Banelli ha specificato di non conoscere personalmente i componenti ma soltanto Galesi e Lioce. Le altre cellule avevano, stando alla ricostruzione della Banelli, una "posizione laterale": controllavano il territorio del luogo dove si trovavano e prendevano indicazioni direttamente dalla sede centrale. In riferimento agli attentati D'Antona e Biagi ognuno aveva un ruolo preciso e non conosceva quello degli altri esclusi quelli di Galesi e Lioce. Galesi usava le armi e la Lioce faceva da supporto; gli altri avevano il compito di staffetta, ossia controllavano che l'operazione andasse a segno e non vi fossero interventi esterni.TERRORISMO:BIAGI-D'ANTONA:5 MESI DI PREPARAZIONE PER AGGUATI
NEL 1998 LA DECISIONE DI PASSARE ALL' ATTACCO CUORE DELLO STATO
Per pianificare gli omicidi di Massimo D' Antona e di Marco Biagi furono necessari dai quattro ai cinque mesi di tempo. Lo ha detto Cinzia Banelli agli inquirenti romani. In particolare, si trattava di un periodo indispensabile per svolgere le indagini sui due "obiettivi" e per organizzare la parte logistica delle operazioni.
La Banelli ha anche precisato che fu nel 1998 che l' organizzazione, fino ad allora operante con sigle con Nipr e Npr per una serie di attentati (tra i quali quello ad una sede sindacale di via Po nel 2001 al quale presero parte la stessa Banelli, Galesi e Morandi), decise di passare alla fase dell' attacco al cuore dello stato.D'ANTONA: PRIMA DELL'AGGUATO COMUNICAZIONI TRA BR VIA RADIO
NON USARONO TELEFONI CELLULARI
Nell' imminenza dell' agguato a
Massimo D' Antona, il 20 maggio '99, i terroristi comunicarono via radio e non piu' attraverso i telefoni cellulari. E', questo, un altro passaggio del racconto fatto ieri ai pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti da Cinzia Banelli.
La circostanza, secondo quanto si e' appreso, e' stata rivelata in merito alle modalita' attraverso le quali la "Compagna So" conobbe Laura Proietti. Fu proprio quest' ultima, secondo la pentita delle Br, a passarle in via Salaria la radio per le comunicazioni tra le staffette ed il gruppo di fuoco, ossia Lioce e Galesi.TERRORISMO: BANELLI, UNA PERSONA METODICA
HA RICORDATO TUTTE LE STRADE ATTORNO A VIA OMICIDIO D'ANTONA
Cinzia Banelli e' apparsa agli inquirenti come una persona "assolutamente metodica, con una personalita' che sicuramente faceva comodo all'organizzazione per questa qualita' importante secondo i canoni delle Brigate Rosse".
La donna ha dimostrato, nel corso dell'interrogatorio di ieri, di conoscere la citta' di Roma alla perfezione. In particolare - si e' appreso - la donna ha ricordato tutte le vie intorno al luogo dell'omicidio D'Antona con una precisione impressionante.TERRORISMO: BANELLI; INQUIRENTI, UNA CRISI ESISTENZIALE
PIU' CHE UN CAMBIAMENTO POLITICO
Per gli inquirenti, la collaborazione con la giustizia della brigatista Cinzia Banelli corrisponde piu' ad una crisi esistenziale che a una vera e propria crisi politica.
Gli inquirenti, nel pronunciarsi in questa maniera, hanno tenuto conto sia delle vicissitudini personali della donna, che ha un bambino di cinque mesi venuto al mondo in carcere, sia del fatto che la Banelli ieri non ha fatto alcun prologo politico al racconto della sua attivita' di brigatista.TERRORISMO: BIAGI; PM BOLOGNA GIOVAGNOLI INTERROGA BANELLI
Il Pm di Bologna Paolo Giovagnoli e' a Firenze per interrogare nel carcere di Sollicciano Cinzia Banelli, la brigatista che ha cominciato a collaborare con la giustizia e che ieri era gia' stata interrogata dai magistrati di Roma che indagano sull'omicidio di Massimo D'Antona.
"L'interrogatorio di Giovagnoli - ha spiegato il Procuratore di Bologna Enrico Di Nicola - verte sull'attentato a Marco Biagi, e quello che ha detto Cinzia Banelli a Pm di altre Procure puo' far pensare ad un atteggiamento partecipativo, ma fino a quando non abbiamo nel nostro processo dichiarazioni della Banelli, non possiamo valutare realmente il suo atteggiamento". "Io non sono presente all'interrogatorio - ha specificato - perche' mi riservo di valutare quello che dira' Cinzia Banelli, per poi assumere le mie iniziative".
Domani ad interrogare Banelli, sempre nel carcere di Sollicciano, saranno i magistrati della Procura di Firenze.TERRORISMO: BANELLI, FRATELLI VISCIDO NON ERANO NELLE BR
FURONO ARRESTATI A PISA NEL FEBBRAIO SCORSO
"I fratelli Viscido non facevano lavori per l'organizzazione. Non ho mai avuto rapporti politici, relativi all'attivita' delle Brigate Rosse, con loro". Lo ha detto Cinzia Banelli ieri ai magistrati romani sostenendo che la sua e' solo una conoscenza privata con i due fratelli Fabio e Maurizio Viscido, i due dipendenti postali arrestati a Pisa lo scorso 24 febbraio nell'ambito dell'inchiesta della procura fiorentina sulle nuove Brigate Rosse. Per i due fratelli la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio in seguito alle indagini nate dopo gli omicidi D'Antona e Biagi. L'udienza preliminare che riguarda anche i due toscani e' fissata per il 13 settembre prossimo.TERRORISMO: BANELLI, CONOSCEVO DI GIOVANNANGELO
E SOSTIENE CHE FACEVA BASISTA RAPINE DI AUTOFINANZIAMENTO
Cinzia Banelli, la brigatista che da agosto collabora con la giustizia, ha ammesso ieri davanti ai Pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti di conoscere Di Giovannangelo, l'impiegato postale di Pisa finito in carcere il 31 ottobre scorso con l'accusa di essere un fiancheggiatore delle nuove Brigate Rosse presunto brigatista. Per lui la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per banda armata.
La donna ha spiegato di conoscerlo perche' Di Giovannangelo faceva il basista per le rapine di autofinanziamento in Toscana.TERRORISMO: BANELLI, INDAGINI SU MILITANTI DA LEI INDICATI
QUELLI CON CUI HA AVUTO CONTATTI TELEFONICI
Le indagini degli investigatori proseguono adesso sul fronte che riguarda i militanti con i quali la Banelli ha detto di aver avuto contatti telefonici, ma di cui non sa indicare i nomi, ne' i volti.
Cinzia Banelli ieri ha dato delle piccole indicazioni che riguardano i compagni con cui parlava al telefono, brevemente, di norma quando concludeva uno dei compiti che le era stato assegnato dalla sede centrale. Vi sono indicazioni di telefonate su cui la Digos di Roma ha ampiamente lavorato nei mesi scorsi e da cui potrebbe emergere qualche nuovo elemento per accertare se i compagni di cui parla la Banelli sono gia' finiti nelle indagini, o se si tratti di persone sconosciute agli inquirenti. E tuttavia non bisogna dimenticare che il traffico telefonico su cui hanno lavorato gli uomini della Digos arriva fino alla fine del '99. Poiche' quando scoppio' il caso Geri, venne alla luce la tecnica investigativa che riguardava il traffico telefonico rintracciabile attraverso le schede, e da quel momento l'organizzazione non utilizzo piu' le schede di organizzazione, bensi' schede prepagate che venivano usate una volta e poi buttate via.TERRORISMO:BANELLI; COMUNICAVO CON DISCHETTI A SEDE CENTRALE
Cinzia Banelli, la brigatista pentita, ha raccontato ieri ai magistrati romani che uno dei modi di comunicazione con la sede centrale, cioe' con Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, avveniva attraverso dischetti.
I dischetti contenevano le cosiddette progettualita' dell'organizzazione e successivamente osservazioni sulle idee da mettere in atto.ANSA:
TERRORISMO: BANELLI CONFERMA, PER BIAGI FECI LA STAFFETTA
11 ORE DI INTERROGATORIO PER LA BRIGATISTA CHE COLLABORA
Ha confermato il suo ruolo di "staffetta" nell'omicidio del prof.Marco Biagi ed ha ricostruito in modo molto dettagliato e preciso l'attentato contro il prof.Marco Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002.
Si sta per concludere l'interrogatorio fiume di Cinzia Bannelli da parte del Pm di Bologna Paolo Giovagnoli, titolare dell'inchiesta sull'omicidio Biagi. L'interrogatorio, che ha quasi raggiunto le 11 ore, era cominciato nel carcere fiorentino di Sollicciano attorno alle 11 di mattina. C' e' stata una pausa per permettere a Banelli di allattare il figlio.
Banelli ha confermato che a sparare al giuslavorista fu Mario Galesi, il br morto nella sparatoria sul treno Roma-Firenze. Secondo la ricostruzione che venna fatta dalla Procura sulla base anche delle testimonianze raccolte sotto casa di Biagi, dove avvenne l'attentato, c'erano tre persone, una a viso scoperto due con i caschi. Nella racconto fatto dalla Banelli e ritenuto attendibile dagli inquirenti, invece, erano solo due i brigatisti: oltre a Galesi c'era Roberto Morandi, anche lui armato. Confermato da Banelli che la pistola usata per assassinare Biagi era stata usata in precedenza per uccidere Massimo D'Antona.
La brigatista che collabora con la giustizia ha anche indicato il luogo di Bologna dove venne lasciato il motorino su cui fuggirono Galesi e Morandi dopo l'assassinio. Avrebbe escluso la presenza di Laura Proietti a Bologna, mentre non ha saputo indicare tutti i brigatisti presenti la sera del 19 marzo 2002 a Bologna, in quanto usavano nomi di battaglia che tra l'altro cambiavano a seconda delle operazioni.
La valutazione della Procura di Bologna e' che si tratta di una collaborazione seria.TERRORISMO: BANELLI; DOMANI INTERROGATORIO SU RAPINE
Sara' incentrato soprattutto sulle rapine di autofinanziamento delle Br in Toscana l'interrogatorio in programma domani a Cinzia Banelli da parte della procura fiorentina che ha chiesto il rinvio a giudizio della compagna "So" e di altre sette persone per i colpi alle Poste di Firenze. L'udienza preliminare e' fissata per il 16 settembre. Saranno il procuratore aggiunto Francesco Fleury e il pm Giuseppe Nicolosi ad interrogare Cinzia Banelli.
Scontato comunque che agli inquirenti interessino anche le informazioni sull'organizzazione in Toscana che Cinzia Banelli puo' aver acquisito nel corso della sua partecipazione alle Brigate Rosse.
Un interesse che si ricollegherebbe anche all'omicidio dell'ex sindaco di Firenze Lando Conti, ucciso dalle Br-Pcc nel 1986. All'epoca le indagini non sarebbero riuscite ad individuare sette-otto i brigatisti che aveva organizzato e realizzato il delitto. Dell'inchiesta su Lando Conti si era tornati a parlare gia' con l'arresto di Nadia Desdemona Lioce e poi con quello, il 24 ottobre scorso, del tecnico radiologo fiorentino Roberto Morandi. Risulto' infatti che entrambi erano stati perquisiti per l'inchiesta sull'omicidio dell'ex sindaco. Tutti e due erano pero' usciti dalle indagini.TERRORISMO: BANELLI, USAVAMO STESSA PISTOLA COME FIRMA
PER L'OMICIDIO BIAGI IN AZIONE SEI TERRORISTI
Le Br hanno usato come 'firma' la stessa pistola per gli omicidi di Marco Biagi e Massimo D'Antona. In questo modo veniva messo un marchio per evitare rivendicazioni a nome Brigate rosse di azioni non condotte dal gruppo.
Lo ha spiegato Cinzia Banelli nell'interrogatorio fiume condotto dal Pm di Bologna Paolo Giovagnoli. "Non sono una esperta di armi - ha detto Banelli - ma da qual che ricordo si trattava di una calibro 9 semiautomatica con il silenziatore".
Banelli ha spiegato che la sera in cui vene ucciso Biagi entrarono in azione sei brigatisti. Uno a Modena, dove il docente insegnava all'Universita', e cinque a Bologna. A Modena il brigatista segnalo' ai compagni che Biagi era salito sul treno a Bologna. Ad attenderlo alla stazione del capoluogo emiliano c'era un altro brigatista. Banelli ha detto che non sa chi fossero i due Br. Pero' ha spiegato che lei e Nadia Desdemona Lioce avevano il compito di staffette e di controllare ai lati del luogo dove e' stato assassinato Biagi che non arrivassero le forze dell'ordine. Mario Galesi, infine, sparo' e Roberto Morandi era con lui armato pronto a utilizzare la pistola in caso di bisogno.
Questo primo interrogatorio da parte del Pm di Bologna viene considerato, per ora, chiuso. Intanto verranno fate una serie di verifiche al racconto.TERRORISMO: BANELLI; VEDOVA PETRI, EMANUELE STA VINCENDO
ORGOGLIOSA COME CITTADINA PER SCONFITTA BR
"Emanuele sta vincendo la sua battaglia anche dopo la morte": Alma Petri, vedova del sovrintendente della polfer ucciso nello scontro a fuoco sul treno a Castiglion Fiorentino, commenta le confessioni di Cinzia Banelli e si dice "soddisfatta ed orgogliosa, come cittadina, dei frutti che sta dando la morte di Emanuele".
Alma Petri, che vive a Tuoro sul Trasimeno, ribadisce la convinzione che "proprio il controllo su quel treno, che 18 mesi fa mi ha portato via in un momento il compagno di 30 anni di vita ed il padre di mio figlio, abbia fatto scaturire tutto il processo che sta portando alla sconfitta delle nuove Brigate rosse. Certo - continua la vedova Petri - come moglie non me n' e' venuto niente di buono. Sono sola, non ho piu' mio marito e mio figlio, che fa a sua volta il poliziotto, si trova senza un padre che lo potrebbe consigliare. Ma Emanuele - conclude Alma Petri - di come stanno andando le cose contro il terrorismo sarebbe molto soddisfatto: ne sono piu' che sicura".TERRORISMO: DIETRO PENTIMENTO BANELLI CRISI ESISTENZIALE
LE INDAGINI PROSEGUIRANNO SU ALTRI EVENTUALI MILITANTI
Una crisi esistenziale piu' che una vera e propria crisi politica. Potrebbe essere questa la molla, a giudizio degli inquirenti, ad aver spinto Cinzia Banelli sulla strada del pentimento. Nessun proclama politico ha infatti scandito il resoconto della donna sugli omicidi di Massimo D'Antona e di Marco Biagi. Piu' che logico pensare, quindi, che siano state le inquietudini personali, su tutte l' esperienza del carcere vissuta accanto ad un bimbo di cinque mesi, a suggerirle il cambio di rotta.
Sta di fatto che, come affermato ieri dall' avvocato Grazia Volo, la Banelli puo' essere considerata "la prima pentita del terrorismo post anni settanta". Ed oggi, al termine dell'interrogatorio che hanno tenuto i magistrati di Bologna, il procuratore Enrico Di Nicola ha definito "serie" le sue dichiarazioni.Ora, grazie alle sue rivelazioni, i pm Franco Ionta e Pietro Saviotti hanno un quadro piu' ampio della situazione anche se la donna precisa di conoscere "solo un pezzo della storia delle nuove br". Non solo: si e' anche scoperto che una rapina di autofinanziamento da 300 milioni di lire compiuta a Siena nel '99 fu portata a termine dalla colonna pisana con l' ausilio di Mario Galesi. I pm, comunque, hanno avuto la conferma che la sede centrale dei terroristi era a Roma ed era composta da Galesi e Nadia Desdemona Lioce. Nella capitale c' era il nucleo piu' nutrito anche se la Banelli ha detto di non conoscere personalmente i componenti, ma soltanto Galesi e Lioce, e di aver visto per la prima volta Laura Proietti il 20 maggio 1999 quando le consegno' una radio per le comunicazioni. Con gli altri i contatti avvenivano tramite telefono anche se per lo scambio di informazioni non si disdegnava l' uso di dischi informatici.
Le altre cellule, compresa quella pisana (composta da lei e da Morandi) avevano una "posizione laterale": controllavano il territorio loro assegnato e prendevano indicazioni direttamente dalla sede centrale. In riferimento agli attentati D'Antona e Biagi, ha raccontato ancora la Banelli, ognuno aveva un ruolo preciso e non conosceva quello degli altri. Galesi usava le armi e la Lioce faceva da supporto; gli altri avevano il compito di staffetta, ossia controllavano che l'operazione andasse a segno e non vi fossero interventi esterni. In particolare, Lioce e Galesi passarono la notte precedente l' omicidio D' Antona in uno dei furgoni Nissan parcheggiati in via Salaria. Le indagini degli investigatori proseguiranno adesso sul fronte che riguarda i militanti con i quali la "Compagna So" ha detto di aver avuto contatti telefonici, ma dei quali non sa indicare i nomi, ne' i volti. Si riesamineranno tabulati per accertare se i compagni di cui parla la donna sono gia' finiti nelle indagini, o se si tratti di persone sconosciute. La Banelli ha tuttavia escluso che i fratelli pisani Maurizio e Fabio Viscido, accusati di banda armata, abbiano fatto parte delle br, mentre ha ammesso di conoscere Bruno Di Giovannangelo, indicato come basista per alcune rapine di autofinanziamento."Il Corriere della sera"
"Tanto ancora da capire. Ma ormai Massimo non c'è più"
ROMA - La ferita di Olga D'Antona si riapre a ogni nuova rivelazione, a ogni dettaglio aggiunto su quegli istanti che uccisero suo marito. E' successo anche ieri, nell'apprendere dai Tg che Cinzia Banelli aveva indicato in Mario Galesi l'assassino di suo marito. Nonostante abbia accolto questa confessione con forte scetticismo. Non crede alla voglia di collaborare della compagna So?
"Se ha deciso di farlo è positivo. Finora però non mi pare che abbia fatto dichiarazioni risolutive. Né che abbia chiamato in causa nomi nuovi".
Però dice che a sparare fu Galesi.
"Certo lui non può confermare".
Lei sostiene di avere avuto un ruolo non centrale.
"Beh. O erano davvero quattro gatti, oppure essere coinvolti in un omicidio non può essere ritenuta un'attività marginale".
Cosa si aspetta dalle sue rivelazioni?
"C'è ancora da capire l'entità del gruppo, le contiguità, la capacità di aggregazione raggiunta".
Ma lei cosa le chiederebbe?
"Nulla. Ormai Massimo l'ho perso".
A freddo come giudica queste Br?
"Lo spessore mi sembra assai modesto. Anche se la scelta dei bersagli è stata molto mirata. Entrambi si occupavano della riforma del lavoro e non erano conosciutissimi. Ma mentre la morte di mio marito rallentò il processo di riforma, paradossalmente la morte di Biagi l'accelerò".
Ma nel libro che ha dedicato a suo marito ("Così caro così perduto") dice che quella riforma non le è piaciuta.
"Massimo era convinto che la riforma dovesse andare di pari passo con un forte sistema di tutela e di garanzie per i lavoratori. Mentre la riforma del governo Berlusconi ha creato solo precarietà".
Nel libro riflette anche sul terrorismo.
"Credo che ci siano profonde differenze sociali, storiche e geopolitiche tra gli anni '70 e oggi. Allora si respirava una grande tensione e c'erano rischi di colpo di Stato. Ma, allora come oggi, il terrorismo non ha migliorato la vita di nessuno".
Virginia Piccolillo"La Stampa"
Vincenzo Tessandori
ROMA
Ora diranno che questo è il volto umano del terrorismo, come se il terrorismo non ne avesse soltanto uno, dai lineamenti sciagurati. Ora che Cinzia Banelli, bierre Duemila, ha raccontato quel mattino del 20 maggio 1999 in cui venne assassinato Massimo D'Antona, a Roma, in mezzo alla strada. "Sparò Mario Galesi", ha detto. E Galesi è il solo del gruppo ad esser morto. E lei c'era quel giorno, come era a Bologna la sera del 19 marzo 2002 quando, con un'altra "azione di guerra", come dicono di considerarla loro, i terroristi, fu ucciso Marco Biagi. Guerra al sistema, come se fosse possibile scindere il sistema dagli uomini, come se ammazzare un simbolo fosse la stessa cosa che uccidere un nemico. Come se aver svolto il ruolo della staffetta, aver cioé controllato il luogo, insomma, aver fatto il palo, fosse meno grave di aver premuto il grilletto.
Ma ognuno fa i suoi conti, li ha fatti la "compagna So" e li ha fatti la Giustizia.
Sette ore, nella stanzetta al primo piano del carcere di Sollicciano, presso Firenze, lo stesso in cui rimase rinchiuso Pietro Pacciani, mostro assai presunto di Firenze, e in cui medita Nadia Desdemona Lioce, considerata un'irriducibile del gruppo Bierre Duemila, compagna di Galesi e lei pure sul treno Roma-Firenze, quella prima mattina di marzo 2003, quando in uno scontro a fuoco morì il brigatista e il soprintendente di polizia Emanuele Petri. Una lunga deposizione di fronte ai pubblici ministeri Franco Ionta e Pietro Saviotti, ma il racconto non sembra aver dipinto scenari che già non si conoscessero o, per lo meno, s'intuissero.
Lei ha detto: "Ero nel commando che ha ucciso D'Antona e Biagi". Ma armi no, non ne ha usate. Del resto la pistola assassina è la stessa, marca russa, si dice oggi, ma i bierre attuali avrebbero preferito "sovietica".
"Non ci sono covi. La struttura non ne prevedeva l'esistenza", è stato detto dalla "collaborante" e, a quanto pare, anche accettato. Forse è vero, forse le Br Duemila hanno limitato la clandestinità a Galesi e Lioce, ormai ricercati, almeno ufficialmente, e hanno evitato l'organizzazione di basi per ridurre al minimo i rischi. Ma la pistola assassina in qualche posto dovrà pur essere. E Cinzia Banelli non ne ha parlato. Magari ignora tutto, ma è difficile credere che fosse esclusa dai segreti più segreti quando ci si fidava di lei fino al punto da affidarle la sicurezza del gruppo di fuoco. Anche se ha sostenuto che "fare la staffetta" vuol semplicemente dire "controllare il territorio per segnalare l'eventuale arrivo delle forze di polizia". E se fossero arrivate, le forze di polizia? Come le avrebbero accolte, i bierre Duemila?
Ad ogni buon conto, ora si sottolinea come "con le sue dichiarazioni, Cinzia Banelli ha sostanzialmente confermato l'impianto accusatorio" e abbia "fornito una serie di dettagli". Che, naturalmente, saranno oggetto di approfondimenti. Il profilo delle Brigate rosse Duemila, al di là di questo racconto, rimane torbido, incerto, sfuggente.
E' vero che il tempo smussa ogni cosa, anche le più spigolose, ma è un fatto che al di là dei tre finiti dietro alle sbarre per l'omicidio di Lando Conti, già sindaco repubblicano di Firenze, almeno una mezza dozzina di brigatisti è rimasta sconosciuta. E non ci sono garanzie che siano andati a rimpinguare il numero già cospicuo di coloro che hanno varcato la frontiera per trovare in terra di Francia generoso asilo politico.
Il manipolo di cui faceva parte Cinzia Banelli sembra avere le radici a Pisa e Pisa ha un passato assai inquietante, in questo senso. Ma credere che soltanto questo gruppetto di terroristi fuori tempo sia alla base dei grandi rischi ripetutamente denunciati anche dal ministro Pisanu, equivarrebbe a ridurre tutto a una follia omicida collettiva di provincia.
E forse non è proprio così, o soltanto, così. Anche se ora diranno che questo è il volto umano del terrorismo."Panorama online"
Interrogata, la pentita Banelli svelò...
di Matteo Durante
Era "sotto osservazione" da parte di Lioce e Galesi, che intendevano processarla per il suo "travaglio borghese". Il carcere, per lei, è stata una liberazione. E dopo la nascita del figlio, pochi mesi fa, l'ex eversiva Banelli ha deciso di svuotare il sacco e svelare le sue approfondite conoscenze sull'universo delle nuove Br: struttura, psicologia, operatività dell'organizzazione che ha ucciso D'Antona e Biagi. Ora sono molti i compagni che tremano
"Ho appreso la notizia dalla televisione... sono cose che colpiscono... E' un bene che stia palando".
Dal telefono, la voce di Olga D'Antona, vedova del consulente dell'ex ministro del Lavoro Antonio Bassolino, trucidato dalle Br, giunge chiaramente provata.
La signora D'Antona, deputata dei Ds, ha appena appreso dai telegiornali delle rivelazioni della terrorista Cinzia Banelli, che ha ammesso di aver fatto parte dei commando che uccisero Massimo D'Antona e Marco Biagi, indicando in Mario Galesi il killer che sparò a entrambi.
C'è da supporre che alla sorpresa della vedova D'Antona corrisponda il sollievo dell Banelli.
Sollievo per aver, finalmente, svuotato il sacco. O comunque per aver almeno iniziato a farlo.
La decisione di Cinzia Banelli di collaborare con la giustizia - ora sì con un programma di collaborazione che ne classifica, ufficialmente, lo status di pentita e le apre davanti la via di una serie di benefici: in merito alla sua posizione processuale, alle sue finanze, alla sua nuova condotta di vita - dicono che sia arrivata dopo un "travaglio" di qualche mese. Probabilmente in coincidenza con il "travaglio" che le ha dato, appunto cinque mesi fa, un figlio: Filippo.
Nel suo pentimento ha avuto un ruolo chiave una giovane agente di polizia penitenziaria che all'inizio del 2004 le venne affiancata 24 ore su 24.
Colloqui su colloqui, con l'intenzione di convicerla a non crescere il piccolo in carcere.
Operazione riuscita: dopo pochi giorni la Banelli cambia avvocato, scegliendo la nota penalista romana Grazia Volo, e inizia a parlare con i magistrati. Una decisione, pare, senza ritorno.
E ora, l'ultimo suo legame con le nuove Br, resta in quella "donazione" (300 milioni di vecchie lire, la metà esatta dell'eredità lasciatale dal padre) alla cellula romana che nei primi mesi del 2003 - e lei lo sapeva bene - aveva messo in piedi, in chiaro stile stalinista, un processo a suo carico, per la sua discontinuità (non si era presentata a una rapina e l'operazione andò a monte), intuendo il "pericoloso" travaglio "borghese" che la compagna "So" (cioé, "Sotto osservazione") stava attraversando.
Anche se Cinzia non aveva ricevuto ancora la "contestazione formale" della sua messa sotto accusa da parte dell'organizzazione: Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce non le avevano ancora consegnato il documento relativo, quello trovato dagli investigatori dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo dello scroso anno.
E' dal momento della sua entrata in carcere che Cinzia ha smesso i panni dell'eversiva. Non vive più due vite, la sua dimensione schizofrenica di moglie modello e di terrorista. E per darne prova - a se stessa, al marito, alla famiglia, ai magistrati - ha cominciato ad aprire il coperchio sul ribollente universo brigatista: un'operazione che molti compagni, in carcere e non, ora temono abbia le stesse conseguenze di un cataclisma.RICOSTRUZIONE PUNTIGLIOSA
Nella puntigliosa e precisa ricostruzione fatta da Banelli ai pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti, spicca innanzi tutto il nome di Mario Galesi, quale killer di Massimo D'Antona e di Marco Biagi.
Contrariamente a quanto detto nell'interogatorio dello scorso agosto, la brigatista pentita ha anche ammesso di aver partecipato ai due omicidi, anche se, pare, il suo ruolo sarebbe stato quello di staffetta, con il compito di presidiare il territorio, ossia segnalare ai compagni l'eventuale arrivo di forze dell'ordine.
Di Mario Galesi, le cronache si occuparono il 2 marzo dello scorso anno, giorno in cui venne ucciso durante uno scontro a fuoco con la polizia. In quello scontro, tra i vagoni del diretto Roma-Firenze, perse la vita anche l'agente della Polfer Emanuele Petri e Desdemona Lioce venne catturata.
Già, la Lioce. Anche di lei parla, e approfonditamente, la Banelli. Confermando che Nadia Desdemona aveva un ruolo di primo piano non solo nei gruppi di fuoco dei brigatisti, ma anche all'interno delle sfere organizzative delle Nuove Br.
In particolar modo, sostiene la Banelli, a Nadia Desdemona Lioce faceva capo la cellula romana (quella che gravitava, ma solo casualmente, intorno al covo di via Montecuccoli); mentre Mario Galesi, da Roma, teneva le fila dei brigatisti di Firenze, i cosiddetti "compagni d'Arno".
La Banelli ha poi aggiunto che "la pistola usata negli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi era la stessa", ma ha anche detto di non sapere nulla di dove venissero nascoste le armi, che cambiavano spesso nascondiglio, preferendo i brigatisti sotterrarle all'aperto, piuttosto che tenerle in casa.
Anche perché, stando alle sue parole, l'organizzazione non disponeva di covi in cui ritrovarsi e di ritenere la cantina di via Montecuccoli, dove fu scoperto l'arsenale dei brigatisti, e l'archivio documentale, un rifugio temporaneo."BIAGI, TUTTO ERA PRONTO PER UCCIDERLO IL 12 MARZO"
Le rivelazioni di Cinzia Banelli agli inquirenti bolognesi. Il giuslavorista si sarebbe salvato se avesse avuto la scorta
Marco Biagi doveva essere ucciso il 12 marzo 2002, cioè una settimana prima dell'agguato mortale di via Valdonica. Lo ha rivelato Cinzia Banelli, nel corso dell'interrogatorio avuto con il pm bolognese Paolo Giovagnoli. Un faccia a faccia durato undici ore, che si è svolto nel carcere fiorentino di Sollicciano.
Un tassello importante, nella ricostruzione dell'omicidio. Insieme all'altra circostanza rivelata dalla brigatista pentita: se il professore avesse avuto la scorta (che gli era stata in precedenza revocata), non sarebbe stato ucciso. Perché i terroristi, in questo caso, erano decisi a rivolgersi contro un altro obiettivo.
Riguardo alla data del delitto, Banelli ha spiegato che era tutto pronto per uccidere Biagi il 12 marzo 2002; le Br, però, rinviarono l'operazione perchè la rivendicazione non era ancora pronta. In particolare, lei stessa, insieme a Roberto Morandi, arrivò il giorno 12 a Bologna: entrambi erano convinti che l'operazione stesse per scattare. Ma Mario Galesi, giunto apposta dalla capitale, comunicò loro che era tutto rinviato di una settimana.
Biagi era finito nel mirino delle Brigate rosse fin dall'estate del 2000, subito dopo la sigla del patto per il lavoro di Milano. Questo, fra l'altro, avrebbe detto Cinzia Banelli al pubblico ministero di Bologna, Paolo Giovagnoli. Marco Biagi era diventato un obiettivo da eliminare giá nell'estate del 2000 subito dopo la sigla del patto per il lavoro di Milano. A quel punto Mario Galesi, secondo la compagna "So" il killer di Biagi e D'Antona, incaricò la stessa Banelli e Marco Morandi a recarsi in via Valdonica a Bologna per fare delle scritte minatorie contro il giuslavorista bolognese.
Intanto, a Roma, gli uomini della Digos sono riusciti a entrare nei file del computer della Banelli, grazie alle password fornite dalla donna ai magistrati Franco Ionta e Pietro Saviotti. Il pc era stato sequestrato nell'ottobre scorso, quando lei fu arrestata su ordine della Procura. Gli inquirenti ritengono che per la maggior parte possa trattarsi di osservazioni, progetti e programmi delle Br. E non non escludono che ci possano essere indicazioni su possibili attentati futuri.
E ora l'ex brigatista deve affrontare l'interrogatorio da parte dei magistrati della terza città coinvolta nelle indagini sulle nuove Brigate Rosse, e cioè Firenze: a condurlo, il procuratore aggiunto Francesco Fleury e il sostituto Giuseppe Nicolosi.
Al centro del colloquio, le rapine di autofinanziamento compiute dai brigatisti in Toscana.DAI 5 AI SETTE UOMINI PER GLI ATTENTATI
Secondo la Banelli, i gruppi che parteciparono agli agguati a Marco Biagi e Massimo D'Antona erano composti dalle cinque alle sette persone, proprio come le indagini dei magistrati inquirenti avevano ipotizzato all'indomani dei due omicidi, mentre il numero totale dei compagni membri delle nuove cellule brigatiste erano poche decine.
Per pianificare gli omicidi dei due giuslavoristi, D'Antona e Biagi, prosegue nella sua confessione la Banelli, furono necessari dai quattro ai cinque mesi di tempo.
In particolare, si trattava di un periodo indispensabile per svolgere le indagini sui due "obiettivi" e per organizzare la parte logistica delle operazioni.
Non si ferma più , l'ex compagna "So" nel fare luce sulla struttura organizzativa e operativa del gruppo di "nuovi brigatisti".
Ed entra, la Banelli, anche nei particolari pratici delle operazioni e così si scopre che la "squadra offensiva" era composta da due persone.
In due erano armate e una solitamente sparava, l'altra stava accanto.
In via Salaria, a Roma dove venne freddato D'Antona, la squadra era formata da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce; a Bologna, Marco Biagi cadde sotto i colpi dello stesso Galesi, al quale si era quel giorno affiancato un altro uomo, probabilmente Roberto Morandi.
La Banelli ha anche precisato che fu nel 1998 che l'organizzazione, fino ad allora operante con sigle con Nipr e Npr per una serie di attentati (tra i quali quello ad una sede sindacale di via Po nel 2001 al quale presero parte la stessa Banelli, Galesi e Morandi), decise di passare alla fase dell'attacco al cuore dello stato e di colpirne i funzionari.LA STRUTTURA DELLE BR
Proseguendo nel suo racconto, Cinzia Banelli ha anche svelato ai magistrati romani come funzionavano le nuove Brigate rosse.
La sede centrale, ha raccontato la brigatista, era a Roma ed era composta da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. Nella capitale, i compagni, le cosiddette forze in campo, costituivano il nucleo più nutrito rispetto alle altre città italiane dove operavano le brigate rosse.
In relazione alla cellula romana tuttavia, la Banelli ha specificato di non conoscere personalmente i componenti, ma soltanto Galesi e Lioce.
Le altre cellule avevano, stando alla ricostruzione della Banelli, una "posizione laterale": controllavano il territorio del luogo dove si trovavano e prendevano indicazioni direttamente dalla sede centrale.
In riferimento agli attentati D'Antona e Biagi ognuno aveva un ruolo preciso e non conosceva quello degli altri, esclusi quelli di Galesi e Lioce.SCHEDE DI RUOLO
"Ognuno aveva una scheda di ruolo che illustrava il compito da svolgere". Traducendo le parole della Banelli, ciascun militante conosceva bene il proprio segmento e il contesto in cui si inseriva, ma soltanto a grandi linee che cosa avrebbero dovuto fare gli altri.
Solo i capi dell'operazione, insomma Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, conoscevano il piano nel suo complesso e i compiti che ciascun membro del commando avrebbe dovuto eseguire.
Anche perché, esistevano diversi "piani" per portare a termine gli agguati: un "modulo operativo" che veniva studiato e via via elaborato fino a raggiungere la stesura definitiva e che poteva essere modificato fino all'ultimo minuto.
Nel delitto di Biagi, in via Valdonica, a Bologna, per esempio, la compagna "So" ha svelato di aver fatto "osservazioni" sul territorio nei giorni precedenti, salendo e scendendo anche dai treni per accertarsi se ci fosse o meno "l'obiettivo", cioè il prof. Marco Biagi che vide passare per combinazione in bicicletta poco prima di essere ucciso.
Solo dopo l'operazione seppe che era stata portata a segno, con successo, l'azione. Anche a Modena, sede dell'università in cui il professore lavorava, una persona - che la Banelli non sa dire se uomo o donna - aveva la funzione di avvisare quando il professore avrebbe preso il treno; a Bologna una donna lo aspettava alla stazione.
Finita l'operazione era previsto l'incontro dei militanti nei cosiddetti "punti di recupero".
Del resto, dalle parole dell'indagata, è emersa chiara anche la struttura dell'organizzazione: assolutamente verticale, in cui il membro "semplice" non comunicava con gli altri, ma solo con i capi. La mentalità stessa dei componenti delle nuove Brigate Rosse - un misto di chiusura e diffidenza fino all'esasperazione - impediva che le informazioni potessero circolare tra i componenti "laterali", ma solo grazie al tramite dei vertici, che davano dimostrazione di comunicare il minimo indispensabile a ogni militante, fornendo ai compagni solo i particolari sul loro compito da svolgere.
Galesi usava le armi e la Lioce faceva da supporto; gli altri avevano il compito di staffetta, come la Banelli stessa: controllavano che l'operazione andasse a segno e non vi fossero interventi esterni.
Ma quella ormai, per Cinzia, è una storia finita.PENTITI e DISSOCIATI
Il filo sottile che divide, tecnicamente e giuridicamente, la posizione del dissociato da quella del pentito, passa proprio da qui: la Banelli, ha fatto rivelazioni o nomi nuovi, anche senza mai far riferimento alle armi o ai covi.
Ha insomma fornito agli inquirenti elementi che questi possano usare, nel corso delle loro indagini, contro Lioce& compagni.
Da un'iniziale assunzione di una posizione critica, e un conseguente allontanamento dal gruppo criminale di cui ha ammesso di far parte, Banelli è diventata a tutti gli effetti una "collaboratrice di giustiza" ed è entrata in un programma di collaborazione che ne classifica, ufficialmente, lo status di pentita e che apre per lei una serie di benefici: in merito alla sua posizione processuale, alle sue finanze, alla sua nuova condotta di vita.9 settembre 2004 - INTERVISTA A ERRI DE LUCA
"Sette" del Corriere della sera
di Claudio Sabelli Fioretti
ERRI DE LUCA
Perche' non dico chi ha ucciso Calabresi
"Perche' c'e' ancora il pericolo di mandare qualcuno in galera. Si potra' parlare di quegli anni quando non ci saranno piu' prigionieri". Lo scrittore-alpinista ex Lotta Continua si arrampica per i sentieri del suo passato rivoluzionario senza fare sconti a nessuno. A cominciare da se stesso. E per lui sono tutti uguali:"Io non faccio differenza fra Liguori e Deaglio".
Rivoluzionario. Operaio. Muratore. Scrittore. Alpinista. Io sono "numeroso", ha detto una volta Erri De Luca, 54 anni, oggi semplicemente autore di libri di successo e arrampicatore di difficili vie dolomitiche. Cominciamo da rivoluzionario. Quando, come, perché? Dice: "Ero di Lotta Continua e Lotta Continua era un movimento rivoluzionario. Era un movimento che credeva nelle possibilità rivoluzionarie dell'Italia anni Settanta e che agiva di conseguenza".
Lotta Continua si sciolse nel 1976. Tu andasti a fare l'operaio. Altri cominciarono la loro carriera. Chi nei giornali, chi nell'industria, chi nelle televisioni.
"No, il grande blocco di quelle decine di migliaia che eravamo è rimasto lì, inapplicabile alla vita civile, inutilizzabile per i poteri. Inservibile. Tanti anni di antagonismo ci avevano reso intrattabili e inassimilabili. Molti si sono demoliti con le droghe, altri sono entrati nelle formazioni armate. Ma la gran parte sono rimasti lì, nei mestieri che facevano, insegnanti, operai".
Marcenaro, Rinaldi, Liguori, Lerner, Capuozzo, Briglia, Pietrostefani, Sofri, Ravera, Deaglio "operai"?
"Alcuni sono riusciti a entrare in un circuito di visibilità e di rappresentanza. Ma sono quelli che numericamente, nelle analisi organolettiche, vengono chiamati "tracce". Zero virgola zero zero zero zero uno".
E la grande parte, il nove virgola nove nove nove nove?
"Sono rimasti lì dove erano, senza fare né carriera né fortuna. Desaparecidos, politicamente assenti. Quelli che sono al potere oggi sono quelli che erano latitanti ai tempi di Lotta Continua. Disertori".
Tracce, dici tu. Ma tracce molto visibili.
"Tracce fastidiosamente visibili".
E sono andati dovunque. A destra, a sinistra?
"Io non faccio tanta differenza tra il dovunque di Liguori e quello di Deaglio".
La scelta di Deaglio sembra più coerente.
"Per me non fa differenza se uno va con i socialisti e l'altro con i democristiani".
Tu hai continuato ad avere rapporti con quelli di Lotta Continua?
"Ho rapporti con un mucchio di compagni che vengono da lì e che nessuno conosce. Più a lungo di questi militi ignoti ho avuto rapporti con Ovidio Bompressi. Siamo stati amici per la pelle".
Le tue origini sono borghesi o proletarie?
"Un misto. La mia era una famiglia borghese impoverita dalla guerra. Abitavamo in un quartiere popolare di Napoli. Un'infanzia da bambino povero col fastidio di essere comunque un privilegiato, uno che a sei anni andava a scuola invece che a lavorare, che non andava scalzo, che in classe non era rasato a zero per via dei pidocchi, che parlava italiano e non napoletano".
Amori napoletani?
"Nessuno. Napoli mi ha dato altri sentimenti, le collere, le vergogne, lo schifo, le commozioni. Sentimenti fondanti, di quelli che ti attrezzano il sistema nervoso".
Ad un certo punto hai mollato tutto.
"Me ne sono andato a 17 anni, come un evaso, non sapevo niente di quello che c'era fuori, non sapevo che esisteva una generazione che si stava muovendo, ci sono finito dentro per cooptazione perché era lì, era in mezzo alle strade".
Cos'è che ti soffocava a Napoli?
"La scuola, la città, la presenza degli americani, tutte le persone che incontravo mi volevano vendere qualche cosa in napolamericano, non ne potevo più".
Hai lasciato Napoli e?
"Sono andato a Roma. Facevo il fattorino, il fotografo, vivevo in una camera ammobiliata. Cominciavano le prime manifestazioni, le prime battaglie di strada, le prime questure, le prime amicizie".
Come avvenne l'incontro con Lotta Continua?
"Eravamo un gruppetto spontaneo. Una cinquantina di agitatori, agitati, agitanti. Andavamo ad occupare case sfitte, portavamo l'elettricità nelle case, lottavamo contro l'Enel. Ci chiamavamo Gruppo Agitazione Operai Studenti, Gaos. Ad un certo punto decidemmo che ci piaceva Lotta Continua e dicemmo: siamo noi Lotta Continua a Roma. Venne Mauro Rostagno e ci disse: va bene, siete Lotta Continua".
Chi c'era con voi?
"Ricordo Paolo Ramundo e Mimmo Cecchini che poi è il marito di Stella, la sorella di Adriano Sofri".
C'era anche Paolo Liguori.
"Straccio. Era un bravissimo capo, uno a cui piaceva parlare e che ci sapeva fare, era un capo naturale. Era ambizioso e Lotta Continua lo mortificò. Venne Pietrostefani a Roma e lo sbatté a fare il militante davanti all'Alfa Sud di Secondigliano".
Pietrostefani che tipo era?
"Il peggiore di tutti. Come persona e come atti. Non mi è mai piaciuto e gliel'ho sempre detto in faccia. Ha sfruttato la sua posizione di potere dentro Lotta Continua in modo borghese".
Tu diventasti capo del servizio d'ordine di Lotta Continua di Roma, un servizio ai limiti della legalità?
"No, no. Un servizio completamente dentro all'illegalità. Lotta Continua era tutta illegale, l'illegalità era la pratica diffusa".
Spiegati meglio.
"Proteggere dei latitanti era illegale, scontrarsi con le forze dell'ordine era illegale, fabbricare delle bottiglie incendiarie era illegale".
Quante molotov hai fatto?
"Eravamo una bella fabbrica in piena produzione".
Con la connivenza dei benzinai?
"I benzinai erano tutti amici nostri. E noi eravamo dei clienti robusti".
Giravate armati?
"Tutta la nostra attività era una attività armata".
Tipo pistole?
"Noi le avevamo sì: facevano parte della necessità della presenza in piazza contro i fascisti e nei cortei. Dopo il '75 è diventata pratica comune".
Tutti armati?
"No, quelli autorizzati, solo quelli autorizzati".
Perché molti di Lotta Continua raccontano il loro passato cancellando tutto questo?
"Si dissociano, dalla loro storia, dall'evidenza. E io li perseguito ricordandogli i dettagli".
Che cosa succede quando li perseguiti ricordandogli i dettagli?
"Gli guasto qualche momento di digestione. Poi gli passa, gli passa".
Hai fatto qualcosa che se ti avessero beccato ti avrebbe portato in galera?
"Come tutti".
Non sto parlando di molotov.
"Come tutti, come tutti. Abbiamo condiviso il peggio di quel tempo. Le azioni di quell'epoca erano a nome e a titolo collettivo. Non è che ci fossero militanti innocenti ed esecutori colpevoli. Non c'erano dirigenti ignari e dirigenti mandanti. Per questo ho scritto che molte persone sono in prigione o in esilio a scontare anche per me. E finché per qualcuno c'è uno strascico penale io non sono in pace con quel passato".
Un colpo di spugna su cose così pesanti? Ci sono stati dei morti.
"Da tutte le parti ci sono stati dei morti".
Ma alcuni non volevano combattere: se ne stavano pacifici a vivere la loro vita.
"Anche le vittime delle stragi se ne stavano pacifici a vivere la loro vita. E quelli che li hanno ammazzati sono tranquilli al posto loro. Da una parte impunità e dall'altra punizioni?"
Quando Lotta Continua, al congresso di Rimini, fu sciolta, tu eri d'accordo?
"No, per me era una diserzione".
Lo scioglimento di Lotta Continua ha frenato o favorito il passaggio di molti alla lotta armata?
"Molti mi chiedevano il da farsi. Nel mio piccolo, avendo avuto la responsabilità di alcune centinaia di militanti del servizio d'ordine di Lotta Continua di Roma, la mia scelta di non ficcarmi dentro una banda armata ha risparmiato delle conseguenze penali e penose a molti compagni".
E le armi che fine hanno fatto?
"Che io sappia quelli che le detenevano le hanno passate ai gruppi combattenti. Se chiudi un giornale passi la tipografia a quelli che vogliono farne un altro. Le armi le passi a quelli che vogliono sparare".
Dove le avevate rimediate le armi?
"E che domande? La mia risposta sarebbe da collaboratore di giustizia".
Le avevate comprate? Le avevate rubate?
"Lotta Continua non comprava niente, non faceva acquisti".
C'è qualche slogan di cui ti sei pentito?
"Avevo un rapporto un po' delicato con le parole, per me le parole avevano un peso, un significato e dovevano trasformarsi in atti, per cui tutti gli slogan esagerati io li tacevo, non li pronunciavo".
Alle assemblee parlavi?
"All'inizio ero un introverso. Poi ho imparato. Quella era una scuola che insegnava a parlare ai muti. Comunque non mi piacevano gli interventi lunghi. Quando avevo detto il necessario mi fermavo".
Anche adesso non sei un grande parlatore. Ma quando parli le polemiche sono automatiche.
"Non piace ai reduci che io dica che Lotta Continua era un organismo rivoluzionario. O che dica: "Ognuno di noi avrebbe potuto uccidere Calabresi"".
Tu avresti potuto uccidere Calabresi?
"Ma certamente. Quando dico noi, includo anche me".
Sei stato fortunato.
"Magari non ero a Milano, non ero nel gruppo delle persone che hanno realizzato quell'attentato".
L'ultima che hai detto è: "Vi diremo la verità quando ci restituirete i corpi di Sofri e di Bompressi".
"No. Quella è stata un'utile semplificazione tanto per fare un po' di casino come è abituata a fare, attraverso i titoli, la tua professione".
Dacci l'interpretazione autentica.
"Si potrà parlare di quegli anni quando non ci saranno più prigionieri. Quando saremo tutti liberi potremmo sapere la verità su Calabresi".
Fai capire che sai chi ha ucciso Calabresi.
"Io questa frase non l'ho pronunciata. Se lo avessi voluto dire lo avrei detto".
Tu lo sai chi ha ammazzato Calabresi?
"Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo".
C'è il pericolo di mandare qualcuno in galera?
"Anche: ne parleremo quando non avrà più rilevanza penale".
Sapere chi ha ammazzato Calabresi è importante.
"Questo Stato lo ha già stabilito una volta per tutte. Chi è il mandante, chi l'esecutore. Lo Stato sta già a posto per Calabresi, come per Moro, ma quello che si vuole sapere, ed è una curiosità sana, è qualcosa di più sulle motivazioni, su quello cui la verità giudiziaria non può attingere: la verità storica, una verità che racconti le ragioni dei vinti".
Tutti vogliono fuori Sofri.
"Non è vero affatto. Alla gran parte degli italiani non gliene frega niente".
Anche Sofri se l'è presa con te.
"Non sono in buoni rapporti con Sofri, da molto tempo, dai tempi della Bosnia. Lui era favorevole ai bombardamenti. Ma io non voglio polemizzare con lui".
Vincino ha scritto che non hai mai fatto un giorno di galera dei tanti che avresti meritato.
"Ha ragione. Noi tutti eravamo meritevoli di molti giorni di galera. Lui compreso".
Per chi voti?
"Non voto. Finché ci sono dei prigionieri e degli esiliati in giro, per i reati politici del 1900, io non voto".
Molta gente non vota.
"Perché vede troppa omogeneità. Rutelli vale Berlusconi. Anzi, vale di meno".
Chi è che ti piace a destra?
"Nessuno".
E a sinistra?
"A sinistra c'è un caso misterioso, l'affare Cofferati. Un incidente di percorso che rimane oscuro a noi italiani. Non si capisce cosa sia successo tranne il fatto che uno invece di diventare capo della sinistra di opposizione è diventato sindaco di Bologna".
Il '68 è stato una sconfitta per il Paese?
"L'Italia aveva bisogno di quella febbre e di quella gioventù rivoluzionaria per innescare la sua democrazia. Poi siamo andati al macero, ma in fabbrica, nelle carceri e nelle caserme abbiamo contribuito a conquistare cose importanti".
Avresti potuto scegliere la lotta armata?
"Avrei potuto, sì, ma guarda che noi non facevamo una lotta disarmata. La lotta armata, rispetto a quello che facevamo noi, era diversa solo perché gli altri facevano di quella attività l'unica forma di espressione politica. Per noi quello era semplicemente un accessorio maledetto della grande lotta politica pubblica".
Tu hai scritto a Bompressi una lettera che pubblicò Micromega. E dicevi: "Tu sei estraneo, ma non innocente".
"Nessuno di noi era innocente. Siamo tutti corresponsabili di quello che è successo in quegli anni".
Ma molti si autoassolvono. Dicono: bisogna considerare il contesto.
"Sono contrario alla giustificazione del contesto. È come se quello che ho fatto me lo avessero fatto fare gli altri. No, quello che ho fatto l'ho fatto in piena consapevolezza e senza nessun trascinamento".
Tu hai mai fatto una rapina?
"Sono stato accusato di averle fatte. Non so quante me ne ha attribuite Marino".
Più di quelle che hai fatto?
"Dai Claudio!".9 settembre 2004 - BANELLI: DAI GIORNALI
ANSA:
TERRORISMO: BANELLI; COMPAGNA 'SO' ERA ANCHE BARBARA
Un nome di battaglia, "Sonia", abbreviato in "So" nel processo che le Br avevano avviato nei suoi confronti, e un nome operativo, Barbara, quando partecipava alle azioni. E' quanto ha riferito Cinzia Banelli nel corso del suo interrogatorio oggi con il procuratore aggiunto di Firenze Francesco Fleury e il sostituto Giuseppe Nicolosi.
La brigatista ha spiegato che anche gli altri militanti avevano un doppio nome, di battaglia e operativo, per motivi di sicurezza dell' organizzazione. Il nome di battaglia era quello utilizzato per indicare il militante, quello operativo quando si entrava in azione.
Agli inquirenti ha fornito indicazioni del doppio nome dei militanti a lei noti, in tutto sei-sette persone, per conoscenza diretta o indiretta.TERRORISMO: BANELLI; CONCLUSO INTERROGATORIO A FIRENZE
E' terminato, nel carcere fiorentino di Sollicciano, l' interrogatorio di Cinzia Banelli sentita oggi dai magistrati fiorentini. Il procuratore aggiunto Francesco Fleury e il sostituto Giuseppe Nicolosi, insieme al dirigente della digos fiorentina Gianfranco Bernabei, hanno lasciato il carcere alle 14.50.
L' interrogatorio, che avrebbe riguardato le rapine di autofinanziamento compiute dalle Br in Toscana, era cominciato stamani poco prima delle 10.TERRORISMO:BANELLI;DIGOS ENTRA NEL COMPUTER DELLA BRIGATISTA
La Digos di Roma e' riuscita ad entrare nei file del computer di Cinzia Banelli, la brigatista che da agosto collabora pienamente con la giustizia. A fornire le password per entrare nel computer e' stata la stessa Banelli.
E' stata la stessa Banelli a fornire ai magistrati romani Franco Ionta e Pietro Saviotti le due password - due intere frasi - che consentono di aprire i numerosi documenti contenuti nel computer della donna, che era stato sequestrato nell'ottobre scorso quando la Banelli fu arrestata su disposizione della Procura di Roma.
A leggere i documenti sono proprio i cosiddetti "indiani", cioe' quegli agenti della Digos che hanno lavorato per mesi setacciando la capitale porta a porta prima di arrivare a scoprire il covo di Via Montecuccoli.
Al momento del sequestro del computer gli investigatori erano riusciti a vedere soltanto l'indice dei titoli contenuti nella memoria. Dopo l'interrogatorio di 2 giorni fa gli agenti della Digos possono leggere il contenuto dei documenti della brigatista.
Gli inquirenti ritengono che per la maggior parte possa trattarsi di osservazioni, progetti e programmazione delle BR e non escludono che ci possano essere indicazioni su altri possibili attentati che l'organizzazione aveva intenzione di mettere a segno.TERRORISMO: BANELLI; FIGLIO BERARDI, DICE COSE GIA' NOTE
ACCUSA GALESI E LIOCE SUI QUALI INDAGINI GIA' FATTO CHIAREZZA
"Non mi sembra che Cinzia Banelli stia dicendo nulla di straordinario, anzi sta dicendo cose che l' opinione pubblica conosce gia' da tempo: sta accusando Nadia Desdemona Lioce, che e' stata arrestata, e Mario Galesi, che e' stato ucciso sul treno Roma-Firenze assieme al sovrintendente della Polfer Emanuele Petri". Lo afferma in una dichiarazione Salvatore Berardi, figlio del maresciallo Rosario Berardi, ucciso in un agguato dalle Br la mattina del 10 marzo del '78 a Torino, quando era vicecomandante della Digos.
Salvatore Berardi, che oggi ha 49 anni e vive a Cerignola (Foggia), e' critico verso la Banelli "che sta per diventare il nuovo idolo del terrorismo" perche' "la stanno osannando ed elogiando" dopo che ha deciso di collaborare con la giustizia.
La Banelli - sottolinea il figlio della vittima delle Br - "sta accusando un morto per gli omicidi D' Antona e Biagi e la Lioce di essere una delle menti della ricostituzione delle Br. Sta accusando persone sulle quali la magistratura aveva gia' fatto chiarezza".
"Non ho pero' sentito - continua -, a meno che non sia coperto da segreto istruttorio, che la Banelli abbia detto qualcosa circa altri attentati progettati dalle Br, o se rientravano nel progetto brigatista attentati a persone, cose o istituzioni, e se dietro le Br c' erano movimenti oscuri".
"Non vorrei - conclude Berardi - che misteri legati alle Br si riproponessero ancora in futuro e spero di non sentire tra qualche mese, fra qualche anno, che le Br hanno colpito ancora. In passato, infatti, non e' stato accertato chi ha manovrato le Br, su Moro hanno fatto quattro processi e non si e' mai saputo nulla, e restano avvolti nel mistero molti aspetti legati alla prima ondata di terrorismo brigatista".TERRORISMO: BANELLI; FORSE SOPRALLUOGO PER COVO ARMI FIESOLE
Un sopralluogo con Cinzia Banelli nelle campagne di Fiesole alla ricerca del deposito delle armi da lei indicato. Gli inquirenti toscani stanno pensando a questa possibilita' dopo che oggi la compagna So, nel corso del suo interrogatorio con la procura di Firenze, ha spiegato che potrebbe essere in grado di riconoscere il luogo dove le Brigate Rosse avevano sotterrato una pistola o forse due, gia' indicato nelle campagne del comune di Fiesole.
La donna ha ribadito di non aver mai maneggiato armi. Ha spiegato pero' che era a conoscenza di questa sorta di "covo", che sarebbe stato poi abbandonato prima delle rapine di autofinanziamento agli uffici postali, la prima delle quali, quella fallita in via Tozzetti, risale al 5 dicembre 2002.TERRORISMO: BANELLI; IN CORSO INTERROGATORIO DI PM FIRENZE
(ANSA) - FIRENZE, 9 SET - E' in corso, nel carcere fiorentino di Sollicciano dove e' detenuta dal 24 ottobre scorso, l' interrogatorio della brigatista rossa Cinzia Banelli da parte del procuratore aggiunto di Firenze Francesco Fleury e del sostituto Giuseppe Nicolosi, titolari dell' inchiesta sulle rapine di autofinanziamento delle Br in Toscana.
E' la prima volta che i magistrati fiorentini interrogano Cinzia Banelli dopo la decisione della donna di collaborare.TERRORISMO: BANELLI; IN QUATTRO NEL COORDINAMENTO TOSCANO
ANCHE MORANDI, DI GIOVANNANGELO E 4/O MILITANTE, MA NON FA NOME
Cinzia Banelli faceva parte del "coordinamento" toscano delle Brigate Rosse insieme a Roberto Morandi, Bruno Di Giovannangelo e ad un quarto militante di cui fornisce alcune indicazioni senza pero' farne il nome. Per gli inquirenti potrebbe essere Simone Boccaccini, di cui pero' Cinzia Banelli, nel corso del suo interrogatorio di oggi con i magistrati fiorentini, non ha fatto mai il nome.
Il suo ingresso nelle Br Cinzia Banelli lo colloca intorno a meta' degli anni '90. Gia' conosceva Nadia Desdemona Lioce. A fare da anello di collegamento fu pero' un' altra persona, gia' attenzionata nel corso dell' inchiesta della procura toscana sulle nuove Br, che avrebbe fatto parte di una cosiddetta "area di contiguita"" all'organizzazione, senza necessariamente farne parte. Su questa persona sarebbero in corso accertamenti da parte della procura di Roma a cui e' passato il filone dell' inchiesta legato al reato di banda armata.
Cinzia Banelli ha spiegato di aver conosciuto Morandi all' incirca all' epoca della prima rapina di autofinanziamento delle poste in Toscana, quella avvenuta nel pisano il 13 maggio 1998.TERRORISMO: BANELLI;LEGALE BIAGI, CONFERMA LAVORO INQUIRENTI
Le parole della brigatista Cinzia
Banelli "avvalorano il lavoro investigativo sin qui svolto
dagli inquirenti". Lo ha detto l' avvocato Guido Magnisi,
legale della famiglia del professor Marco Biagi, assassinato il
19 marzo 2002 a Bologna.
"Mi sembra prudente, prima di dare una valutazione compiuta delle dichiaraz