Almanacco dei misteri d' Italia

Terrorismo ed estremismo di sinistra (vecchio e nuovo) 
aprile 2005
 

1 aprile 2005 - ANNI DI PIOMBO PRIVATI PER IL ROMANZO DI CARBONE

ANSA:

ANNI DI PIOMBO TUTTI PRIVATI PER IL ROMANZO DI CARBONE

 (NOTIZIARIO LIBRI)

 (di Elisabetta Stefanelli). ROCCO

CARBONE, 'LIBERA I MIEI NEMICI' (MONDADORI, PP. 232, EURO

16,50).

   Romanzo con cui Rocco Carbone dimostra di aver raggiunto la maturita', "Libera i miei nemici", e' la storia di un uomo e del grumo d'angoscia intorno al quale ruota la sua vita. Ma e' anche la ricostruzione, descritta da un punto di vista tutto privato, degli Anni di Piombo e come tale quella di una generazione segnata, prima di tutto emotivamente, dal quel periodo di conflitti senza ritorno.

   La vicenda ha come protagonista un uomo profondamente solo, Lorenzo, che dirige la redazione di un dizionario bibliografico, un lavoro lento, di anni sempre uguali. Insegna italiano in un carcere, abita in una casa in cui regna l'ordine assoluto e, una volta al mese, porta il fratello che vive nella sua stessa citta' ma non vede mai, a pranzo nello stesso ristorante.  Personaggio che e' incarnato con rara efficacia dalla scrittura scarna, quasi sincopata, di queste pagine di Carbone.

    Poco prima dell'inizio del suo terzo anno di lezioni nel penitenziario femminile, Lorenzo inizia a dedicarsi ad una detenuta particolare ospitata da quel carcere: Lucia Adavastro.  E' una terrorista rinchiusa da vent'anni nella sezione di massima sicurezza, condannata all'ergastolo per i molti delitti che ha firmato in anni che anche Lorenzo, come dimostrano i flash-back del romanzo, ha vissuto da vicino insieme alla sua fidanzatina di allora, Francesca. Lucia non ha mai usufruito dei permessi che pure potrebbe avere, e cosi' Lorenzo inizia a farle visita per cercare di conoscerla, di farle frequentare il suo corso di italiano. Ma la cosa non finisce qui, perche' l'uomo chiede anche di poterle fare visita ogni domenica e riesce a conquistarla al punto di riuscire a passare con lei il primo giorno di permesso dopo vent'anni di prigionia.

   In questi stessi mesi pero' il rapporto di Lorenzo con il fratello Carlo si complica, fino al momento in cui scompare e il protagonista, dopo aver scoperto che e' tossicodipendente e travolto dai debiti, si ritrova di fianco al suo corpo ferito, disteso su un letto d'ospedale. E' li', per la prima volta, che Lorenzo piange, piange sulla sua solitudine, sulla sua incapacita' di comunicare, sul suo bisogno, mai espresso, d'amore. Ma le ragioni di questa angoscia si scopriranno, con un risvolto quasi da giallo, solo alla fine del romanzo in un epilogo di grande forza emotiva che porta alla luce, senza risolvere, il dramma di un'esistenza che e' dramma generazionale. E che non si puo' piu' nascondere nelle pieghe della storia ma ha bisogno della luce per apparire in tutta la sua evidenza.

 

1 aprile 2005 - FICTION "ATTACCO ALLO STATO" PER CANALE 5

"La Repubblica"

Michele Soavi gira in questi giorni "Attacco allo Stato" per Canale 5. Dall'omicidio D'Antona alla cattura della Lioce

Nuove Brigate rosse, il tv movie i set da Trastevere a Termini

Bova, Fassari, Bruschetta e la Saponangelo fra gli investigatori. "Ma non sono dei Rambo" dice il regista, "il loro è un lavoro di intelligence"

FRANCO MONTINI

La storia più recente delle Brigate Rosse, dall'omicidio di Massimo D'Antona, maggio 1999, alla sparatoria sul treno con l'uccisione di Mario Galesi in un conflitto a fuoco e l'arresto di Nadia Lioce, marzo 2003, diventa una fiction. A Roma sono iniziate le riprese di Attacco allo stato, un tv-movie in due puntate diretto da Michele Soavi, che andra in onda il prossimo autunno su Canale 5.

L'obiettivo è quello di raccontare il più fedelmente possibile - per questo la lavorazione si svolgera anche a Bologna e in Toscana - quattro anni drammatici nella storia recente del nostro paese, "con l'ambizione" aggiunge il produttore Pietro Valsecchi, "di rendere omaggio a due uomini seri, preparati, eroi proprio malgrado, come D'Antona e Marco Biagi e soprattutto far capire all'opinione pubblica, che in realta lo ignora, i motivi per i quali i due studiosi finirono nel mirino delle Br".

Alla sceneggiatura ha collaborato anche Giovanni Bianconi, giornalista esperto di terrorismo, che ribadisce come la fiction si basi su dati reali, senza romanzare nulla, anche se i protagonisti, necessariamente ridotti per esigenze narrative rispetto alla realta, sono ispirati sia a singole persone, sia rappresentano una sintesi di più personaggi implicati nelle vicende. In ogni caso, Attacco allo Stato racconta soprattutto le indagini che portarono alla individuazione dei brigatisti e in primo piano ci sono un ufficiale della Digos, interpretato da Raoul Bova e i suoi collaboratori Teresa Saponangelo, Antonello Fassari, Nini Bruschetta, Fabio Troiano. A impersonare i brigatisti, fra gli altri Rolando Ravello e Sandra Franzo i cui modelli d'ispirazione sembrano essere rispettivamente Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce.

"Non aspettatevi" commenta Soavi, "dei Rambo in divisa: le indagini sul terrorismo sono molto diverse rispetto a quelle sulla criminalita comune; si tratta soprattutto di in lavoro di intelligence, di scrivania, di raffronti tecnologici. Le nuove Br furono individuate soprattutto grazie alle schede e ai tabulati telefonici". "Non fu un lavoro facile" aggiunge Bianconi, "anche perch‚ dopo dodici anni di silenzio delle brigate rosse lo Stato era impreparato ad affrontare una nuova ondata di terrorismo e molte strutture investigative erano state smantellate".

A interpretare D'Antona e Biagi, gli unici personaggi che nella fiction appariranno con i loro nomi veri, sono rispettivamente Paolo Maria Scalondro e Stefano Santospago. Durante la preparazione sono stati presi contatti con i familiari dei due studiosi, anche per avere consigli e suggerimenti. "All'inizio" racconta Soavi, "la reazione è stata di una certa diffidenza, ma successivamente abbiamo avuto grande collaborazione, della quale siano enormemente grati, perch‚ ci rendiamo conto che, per chi era vicino a Biagi e D'Antona, rivivere sullo schermo quelle vicende non può non essere doloroso". Anche per questo la scena dell'omicidio D'Antona, seppure ricostruita in tutti i dettagli, non sara girata sul vero luogo dell'agguato.

Intanto la lavorazione è in pieno svolgimento in diversi set sparsi per tutta la citta: in un ufficio postale di viale Trastevere si gira la movimentata scena di una rapina; altre sequenze si svolgono nella zona della stazione Termini, fra via Marsala e piazza dei Cinquecento; un terzo set è ubicato a viale Carso. Quanto al ritratto dei brigatisti, Soavi avverte che si è cercato di evitarne la demonizzazione, raccontandoli anche in questo caso per come erano: "Persone normali, in qualche caso insignificanti, qualcuno perfino sposato con moglie e figli. La realta è sempre più imprevedibile di ogni fantasia".

 

2 aprile 2005 - "BASTA CON I TERRORISTI MAESTRI DI VITA"

"Il Corriere della sera"

"Basta con i terroristi maestri di vita"

Daniela Figini, arrestata nel 1983 e oggi avvocato e catechista: più rispetto per chi è stato colpito

Il dibattito aperto dalle lettere di Sergio Segio e del figlio del giudice Galli al Corriere. "La societa civile mi ha riabilitata. Ma non mi sento rappresentata da chi confonde ragioni e sentimenti"

"Sono stanca di essere rappresentata da chi, ancora oggi, pretende di ergersi a maestro di vita, confondendo idee, ragioni, sentimenti". Venne arrestata con Sergio Segio, fondatore di Prima linea, responsabile dell' omicidio del giudice Guido Galli. Era il 15 gennaio 1983. I carabinieri la sorpresero in viale Monza. Oggi Daniela Figini, 44 anni, siede dietro una scrivania ampia e ordinata. Capelli corti, tailleur scuro, le foto delle figlie appese alla parete. Condannata a 11 anni di carcere per banda armata e rapina, in appello, nel 1986, la sua pena è stata ridotta a 5 anni. Studiando in cella è diventata un avvocato. Si definisce "terrorista riabilitata alla vita civile". E spiega: "Le ferite degli Anni ' 70 sono state gia ricucite dalla societa". Per rispondere ai terroristi maŒtre a penser, rompe un silenzio durato 22 anni. Cosa significa frequentare il tribunale dove lavorano i giudici che morirono sotto i "vostri" colpi' "Incrocio la figlia del giudice Galli. Incontro colleghi che hanno conosciuto Alessandrini. Avrebbero potuto dirmi: "Che ci fai qua' non è il tuo posto"" Non è mai capitato' "Mai. Devo tutto alle persone che lavorano al mio fianco, che "sanno", e mi hanno accolto e apprezzato per quello che sono oggi. Un dono gratuito, che si può definire in un solo modo: una grazia". Cosa rimprovera ai suoi ex compagni' "La presunzione di voler parlare pubblicamente a persone colpite dalla nostra violenza. E' una mancanza di rispetto che addolora". Non può esserci dialogo con i familiari delle vittime' "Il tentativo di allacciare un rapporto dovrebbe essere privato. Bisognerebbe capire se le famiglie ne sentono la necessita. A me hanno risposto di no". Cosa vede dietro questi dibattiti "pubblici"' "Il tentativo di coinvolgere le vittime in un progetto di soluzione politica. Si tratta però di un discorso vuoto: la riconciliazione è gia avvenuta nella societa civile. E non c' è bisogno di ripeterlo ogni giorno". Cosa intende per "riconciliazione avvenuta"' "In Tribunale incrocio il procuratore Armando Spataro e il giudice Lombardi. Rappresentavano l' accusa nei miei processi. Ora mi stringono la mano. E' il segno che siamo stati accettati, ancor prima che ce ne accorgessimo". In che modo una studentessa di vent' anni, appassionata di sport e musica, entra nella lotta armata' "Nel mio caso non fu solo una scelta politica. Grande peso ebbero i rapporti di amicizia, la vita quotidiana, l' educazione cattolica, con i concetti di uguaglianza e giustizia sociale". Che ruolo ebbe come brigatista' "Ero coinvolta nell' attivita della colonna Walter Alasia. I miei amici e il mio compagno mi tenevano fuori dalle azioni. Quando vennero arrestati passai alla lotta armata". Per quanto tempo' "Solo qualche mese". Non ritiene dunque di avere responsabilita limitate' "La responsabilita penale è personale. Quella morale no, e la sento addosso per tutto ciò che è accaduto. Nessuno avrebbe ucciso se non ci fossimo stati noi altri a sostenerlo e incoraggiarlo". Si vergogna del suo passato' "Con la mia intelligenza, i miei studi, la mia cultura avrei potuto rendermi conto, evitare che accadesse quel che è accaduto. Oppormi. Non l' ho fatto. Per questo mi vergogno". Lei vive ancora nella stessa casa in cui abitava nei giorni dell' arresto. Perch‚' "E' stato un modo per accettarsi, per fare i conti col passato. Non scappare. Anche i vicini, in gran parte, sono gli stessi di allora". Quando è iniziato il suo reinserimento nella societa' "Durante il carcere ho continuato a studiare giurisprudenza. Professori come Onida e Marinucci venivano a San Vittore per gli esami". Cosa significò quel passaggio' "Fino a un anno prima, per quei docenti ero una persona pericolosa. Nella nostra guerra, loro erano i nemici, rappresentavano lo Stato contro cui combattevamo. Poco dopo, attraverso di loro, quello stesso Stato ci offriva un' opportunita". Le sue figlie conoscono il passato della mamma' "Con le due più grandi, 10 e 11 anni, io e mio marito stiamo cominciando a parlare. E' giusto che sappiano da noi". In che occasione avete deciso di farlo' "Sono rimasta molto colpita dai recenti omicidi delle Br. Quando venne ucciso Marco Biagi, mia figlia percepì la mia inquietudine. E chiese: "Mamma, ma cosa aveva fatto di male per essere ucciso'". Una domanda disarmante" Come hanno reagito le bambine' "In modi molto diversi. La prima ha detto: "L' importante è che tu abbia capito di aver sbagliato". L' altra: "Ma io non sarei mai finita in carcere per cambiare il mondo"". Perch‚ in vent' anni non ha mai parlato pubblicamente del suo passato' "Perch‚ ho ritenuto che la riconciliazione con la societa dovesse essere coltivata nel quotidiano e nel silenzio. Senza pubblicita. Per rispetto verso i morti e verso chi ha sofferto". Quanti hanno scelto la sua strada' "Molti, la maggioranza direi. Ex terroristi che lavorano, fanno volontariato, aiutano anziani e portatori di handicap. Non possiamo risarcire la societa con i soldi, n‚ con le parole. Ma con i fatti sì". Cosa ha significato per lei il carcere' "A Rebibbia, a Roma, mi sono sposata. Ricordo l' umanita degli operatori e delle suore di San Vittore. Anche loro erano lo Stato, e con loro lo Stato ci mostrava il suo volto positivo, quello che avevamo cancellato". Che senso ha oggi per lei la parola "testimonianza"' "Faccio la catechista. E' importante diffondere un segno di speranza tra i giovani. E spiegare l' aberrazione alla quale eravamo arrivati: colpire le persone più aperte, le più garantiste". Quale rischio indica ai ragazzi' "Evitare l' approccio esclusivamente ideologico all' esistenza. Per noi fu deleterio. Perch‚ escludeva il rispetto dell' uomo, non teneva conto della persona umana". Gianni Santucci La scheda LA RICORRENZA Il 19 marzo è caduta la ricorrenza dei 25 anni dall' uccisione del giudice Guido Galli a opera di terroristi di Prima Linea LA MEMORIA Un lettore scrive alla rubrica Dalla parte del cittadino: "E' un vero peccato che non si sia onorata la memoria di un uomo buono" LE LETTERE Con due lettere al Corriere danno la loro testimonianza il figlio del giudice, Giuseppe Galli, e Sergio Segio, leader di Prima Linea, che per quel delitto fu condannato a 25 anni di carcere IL SINDACO Il sindaco, Gabriele Albertini, scrive alla vedova di Galli per ricordare un uomo che è "un esempio per tutti" LA LETTERA 1 / SERGIO SEGIO Non fu una guerra, avevamo torto Non voglio cancellare o diminuire la responsabilita per il delitto Galli. Ne porto tutto il peso. Gli anni Settanta non sono stati una guerra civile, ma un drammatico e lacerante conflitto. E noi eravamo dalla parte sbagliata, posso dire che avevamo torto. Per quelle morti, per i familiari, non c' è risarcimento possibile se non la memoria. Ma bisognerebbe riscrivere quella memoria e avere il coraggio di voltare pagina LA LETTERA 2 / GIUSEPPE GALLI Guido Galli' Un padre, non un eroe Oggi con gli ex terroristi che diventano maestri di vita, scrivono libri, assurgono al ruolo di protagonisti di un' Italia che sembra aver perso qualsiasi valore, credo sia doveroso ricordare queste "persone normali", cui le nuove generazioni possano ispirarsi. Perch‚ non ricordarli' Perch‚ non ricordare Massimo D' Antona, Marco Biagi, Nicola Calipari' Io ho conosciuto Guido Galli. Non era un eroe, era mio padre

Santucci Gianni

 

2 aprile 2005 - OLTRAGGIATA LAPIDE TRE POLIZIOTTI VITTIME BR A MILANO

ANSA:

OLTRAGGIATA LAPIDE TRE POLIZIOTTI VITTIME BR A MILANO

   La lapide che ricorda uno dei piu' sanguinosi agguati delle Brigate Rosse a Milano - l'assassinio di tre uomini della Polizia avvenuto la mattina dell'8 gennaio 1980 in via Schievano, vicino a viale Cassala - e' stata oggetto di oltraggio la scorsa notte.

   Questa mattina, in via Schievano, gli agenti della Polizia Municipale hanno trovato i segni dell'atto di vandalismo: erano state spaccate le fioriere, sparsi per terra i fiori, e rotte le le fotografie delle tre vittime dell'agguato: il vicebrigadiere Antonio Santoro, e gli agenti Antonio Cestari e Michele Tatulli.  I tre poliziotti, che erano in auto, furono bloccati dagli attentatori vicino al sottopasso della ferrovia, e crivellati di colpi. L'agguato fu rivendicato dalle BR.

   Sull'episodio di oggi, il vicesindaco Riccardo De Corato ha commentato: "E' un oltraggio che gli uomini delle Forze dell'ordine e la citta' non meritavano, un oltraggio alla memoria di tre agenti della Polizia di Stato uccisi in un barbaro agguato". 

 

AN: FRAGALA', GRAVE OLTRAGGIO LAPIDE AGENTI UCCISI DA BR

MONITORARE ZONE GRIGIE EVERSIONE DA CUI ATTINGE TERRORISMO

   "Solidarieta' e affetto alle famiglie e  alle forze dell'ordine" vengono espressi da Enzo Fragala', deputato di An e capogruppo in commissione Mitrokhin, per l'atto vandalico nei confronti della lapide che a Milano ricorda tre agenti uccisi dalle Br.

   "Il gesto di coloro che, questa notte, a Milano, hanno oltraggiato la lapide  distruggendo persino le foto che ricordano il vicebrigadiere Antonio  Santoro, e gli agenti Antonio Cestari e Michele Tatulli assassinati dalle Brigate Rosse l'8 gennaio 1980 offende e ferisce la memoria di tutti gli italiani. E dimostra - afferma - che le zone grigie dell'eversione da cui attinge il terrorismo devono essere sempre attentamente monitorate. Esprimiamo solidarieta' e affetto nei confronti delle famiglie delle vittime, della  polizia di Stato e delle altre forze dell'ordine che espongono ogni giorno la loro vita per la sicurezza di tutti".

 

4 aprile 2005 - BIAGI; DIFESA RIPROPONE NULLITA' RINVIO GIUDIZIO

ANSA:

TERRORISMO: BIAGI; DIFESA RIPROPONE NULLITA' RINVIO GIUDIZIO

   L'avv.Francesco Romeo, difensore di Diana Blefari Melazzi, al processo per l'omicidio del prof.Marco Biagi ha riproposto la nullita' dal rinvio a giudizio in quanto mancherebbero - a suo dire - i decreti autorizzativi per l'acquisizione dei tabulati delle utenze telefoniche della sua assistita. In via subordinata ha chiesto alla Corte D' Assise l'inutizzabilita' di tutto cio' che ha riguardato fino ad ora nel processo i tabulati, a partire da quello che e' stato riferito sull'argomento dai funzionari di polizia giudiziaria.

   Alla richiesta si sono associate anche le difese di Marco Mezzasalma, Nadia Lioce e Roberto Morandi.

   Il Pm Paolo Giovagnoli si e' detto "sicuro che i decreti ci sono". La Corte ha dato tempo fino a domani, quando ci sara' una nuova udienza, per trovarli.

   In precedenza l'avv.Romeo aveva posto un altra questione relativa ai colloqui in aula tra difensori e assistiti. "C'e' una difficolta' di rapporto tra difesa e imputati - aveva detto alla Corte - per una continua situazione di tensione con gli operatori della scorta. Forse si tratta di eccesso di zelo, ma noi anche nella pause delle udienze abbiamo necessita' di parlare, non e' possibile che venga impedito. Bisogna dare delle regole". Il Presidente Libero Mancuso ha risposto che parlera' con il capo della scorta per capire la situazione.

 

TERRORISMO: BIAGI; LIOCE A BOLOGNA ANCHE DOPO OMICIDIO

LO HANNO RIFERITO VARI TESTIMONI

   Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi vennero visti a Bologna e nelle zone dell'Appennino attorno al capoluogo emiliano anche nei mesi successivi all' omicidio del prof.Marco Biagi, dal settembre 2002 al febbraio 2003. E' quanto emerso dalle testimonianze dell' udienza di oggi del processo per l' omicidio del giuslavorista bolognese ucciso il 19 marzo 2002 dalle Br. Imputati dell' omicidio sono Lioce, Roberto Morandi, Diana Blefari Melazzi, Marco Mezzasalma e Simone Boccaccini. Tutti presenti in aula tranne l' ultimo, che non e' mai comparso davanti alla Corte d' assise di Bologna.

   Una dipendente dell' Euroelettrica di Bologna, negozio che vende elettrodomestici e telefonini, ricorda di aver visto nell' esercizio Lioce e Galesi: "Chiesero informazioni e non acquistarono nulla - ha riferito - avemmo una conversazione di 10-15 minuti. Me la ricordo perche' la signora Lioce fu una persona piacevole. Questo avvenne nel periodo tra gennaio e marzo 2003". Nel marzo 2003 Lioce venne poi arrestata e Galesi mori' nello scontro a fuoco sul treno Roma-Arezzo in cui venne ucciso anche il sovrintendente della polizia di Stato Emanuele Petri.

   Altre testimonianze sulla presenza di Lioce e Galesi nel Bolognese sono arrivate dall' Appennino. In localita' Badi, quasi al confine con le province di Prato e Pistoia, la titolare di un negozio di alimentari ha raccontato di aver servito Lioce, che riconobbe dalle foto pubblicate dopo la cattura, in un paio di occasioni nel settembre-ottobre 2002. "Ricordo che aveva un aspetto trasandato, teneva le mani in tasca, guardava tutti i prodotti. Con lei c' era un signore che vide un formaggio marchigiano che tenevo. Mi disse che lo conosceva perche' lui era di origine marchigiana".

   Un altro teste ancora ha riferito di aver visto Galesi a Silla, localita' appenninica della stessa zona di Badi, davanti a un bar, fermo a bordo di un' Alfa 33 rossa nel gennaio 2003.

   Un altro teste ha invece raccontato di aver incontrato nel febbraio 2003 in un supermercato di Gaggio Montano Nadia Lioce.  Infine una signora che abita a Mantova nel novembre-dicembre 2002 ha visto Lioce sul treno Mantova-Modena: "Mi colpi' per gli occhi, il viso e lo sguardo. Mi dette un' occhiataccia". 

   Oggi sono stati sentiti altri testi - tutti lavorano in bar o pasticcerie - che hanno visto Lioce e anche Galesi a Bologna, prima dell'omicidio Biagi.

   La commessa della pasticceria Eporedia di Corticella, periferia Nord di Bologna (dalla stazione di Corticella Lioce e Galesi la sera dell'omicidio presero il treno per Ferrara, e da li' quello per Roma) ha raccontato di aver visto piu' volte i due nell'esrcizio nel periodo ottobre-novembre 2001: "Vidi le loror foto sul giornale dopo la sparatoria sul treno e li ricobbi: erano clienti che erano venuti in pasticceria a colazione. Per due o tre mesi sono passati piu' volte durante la settimana". Gia' in una delle scorse udienze una teste, cliente a sua volta della pasticceria Eporedia, aveva indicato in aula Lioce, ricordando che l'aveva vista mentre mangiava delle brioche.

   Il titolare di un altro bar, in viale Masini, a ridosso delle zona universitaria, non lontanissimo da casa del prof.Biagi, ha raccontato che Lioce e Galesi sono andati quasi tutte le mattine nel suo bar tra gennaio e marzo 2002. "Dopo l'omicidio del prof.Biagi non li ho piu' visti".

   E ancora in un'altra pasticerria, a Porta San Mamolo, sui viali verso la zona collinare di Bologna, ci sarebbero tracce della Lioce. La ragazza che fa il turno alle 6 di mattino ha detto di aver servito tra febbraio e primi di marzo 2002 qualche volta la colazione alla brigatista, che in una occasione sarebbe stata anche con Galesi. La titolare della vicina edicola, a sua volta, ha riferito che Lioce in qualche occasione avrebbe acquistato i biglietti del bus da lei, dopo essere uscita dalla pasticceria.

   Oggi e' stata sentita anche la bibliotecaria della facolta' di economia e commercio di Modena dove lavorava il prof.Biagi.  Un biglietto con sopra il suo nome, il codice fiscale, ma con una lettera mancante, il suo vecchio indirizzo e un paio di numeri di telefoni cellulari venne trovato alla Lioce dopo l' arresto. "Questo biglietto l'ho scritto io, questa e' la mia calligrafia - ha confermato - non ricordo pero' in che contesto.  Visto che ho scritto prima il cognome e poi il nome forse era relativo a qualcosa di formale".

   La Corte ha ascoltato anche diversi funzionari di polizia che si sono occupati delle indagini. Il processo proseguira' domattina.

 

5 aprile 2005 - BIAGI; BLEFARI, IN COMPUTER RIVENDICAZIONE BIAGI

ANSA:

TERRORISMO: BIAGI; BLEFARI, IN COMPUTER RIVENDICAZIONE BIAGI

IL FILE E' DEL GIORNO PRECEDENTE OMICIDIO

   Nel computer di Diana Blefari Melazzi e' stata trovata la rivendicazione dell'omicidio del prof.Marco Biagi in un 'file' del 18 marzo 2002, vale a dire del giorno prima dell'assassinio del giuslavorista bolognese.

   La circostanza l'ha resa nota il Pm Paolo Giovagnoli - che proprio oggi ha ricevuto sull'argomento una nota dalla polizia di Roma - al processo davanti alla Corte d'Assise di Bologna per l'omicidio Biagi, che vede Blefari tra gli imputati.

   Il Pm ha chiesto l'acquisizione del documento e la citazione come testi dei funzionari di polizia che si sono occupati del computer. Oltre al 'file' con la rivendicazione c'e' anche altro materiale ricavato dal computer.

   Il difensore di Blefari, avv.Francesco Romeo, si e' opposto all'acquisizione.

 

TERRORISMO: BIAGI; CORTE RESPINGE RICHIESTA NULLITA' DIFESA

   La Corte d'Assise di Bologna ha respinto la richiesta di nullita' del rinvio a giudizio proposta dall'avvocato Francesco Romeo, difensore di Diana Blefari Melazzi, al processo per l'omicidio del professor Marco Biagi.  Il legale aveva sollevato la questione perche', a suo dire, mancavano i decreti autorizzativi delle utenze telefoniche della sua assistita. In via subordinata aveva chiesto l' inutilizzabilita' di tutto quello che aveva riguardato fino ad ora nel processo i tabulati.

   Questa mattina, prima della decisione della Corte, il Pm Paolo Giovagnoli aveva spiegato che i decreti autorizzativi erano finiti per errore nel fascicolo stralcio ancora aperto sull'omicidio del prof.Biagi. E comunque, aveva aggiunto, la difesa li conosceva gia' e vi aveva argomentato davanti al tribunale del riesame. Inoltre - aveva detto ancora il Pm - dei decreti autorizzativi si parlava anche nella richiesta di rinvio a giudizio.

 

TERRORISMO: BIAGI; COVO VIA MAIA, 'COME AFFITTAI CASA A BR'

'SCELSI MEZZASALMA TRA 120, MI SEMBRO' AFFIDABILE E PACIOSO'

   "Misi una inserzione su un giornale di annunci. Non lo avessi mai fatto. Mi risposero in 120, io scelsi una persona affidabile, tranquilla dall'aspetto pacioso. Il dott.Mezzasalma". Ha raccontato con ironia ai giudici della Corte d'Assise del processo per l'omicidio del prof.Marco Biagi le modalita' con cui affitto' il suo appartamento, poi diventato noto come "il covo della Br di via Maia a Roma".

   Mauro Bergamo ha riferito che Marco Mezzasalma gli disse di lavorare in una industria missilistica: "mi fece vedere le ultime tre buste paga, aveva una buona retribuzione, circa tre milioni e mezzo di lire nell'88. Lui mi spiego' che era appassionato di computer, che viveva con la madre e che voleva un posto per stare tranquillo, uno studio. Cosi' gli affittai casa con contratto fino al 30 giugno 2003. Mi ha sempre fatto dei bonifici regolari per l'affitto di 850.000 lire mensili, non ha mai sgarrato di un giorno".

   Bergamo, comunque, ogni tanto passava dalla palazzina di via Maia per ritirare la posta, perche' attendeva un documento per l'ex moglie. "Un giorno, ero di buon umore, stavo cantando una canzone di Lucio Battisti e stavo aprendo la buchetta della posta, vidi entrare e salire le scale una donna. Poi dopo gli arresti dei Br, su Panorama capii chi era. Era la signora Desdemona Lioce". "E' quella signora li' con la giacca gialla", ha aggiunto indicando Lioce nella gabbia degli imputati.

   Lioce abitava li', ma questo Bergamo lo seppe dopo la 'scoperta' che l'appartamento era stato un covo. "Dopo la palazzina parlava da sola, prima nulla. Una signora mi racconto' che una volta le era caduto un maglione sul terrazzo sottostante, quello del mio appartamento. Suono' e apri' una ragazza. Non mi stupi' questo fatto, mi sembrava normale che ci avesse portato una ragazza. Dopo i fatti ho saputo che nell' appartamento c'era sempre la ragazza - con i capelli rossi mi dissero - che annaffiava le piante, che tornava sempre a pranzo e andava via al mattino con la bici".

   Il racconto di Bergamo, che in alcuni passaggi ha provocato il sorriso della Lioce, e' passato anche per quello che trovo' nell'appartamento dopo che Mezzasalma aveva restituito le chiavi: "C'era uno scooter come segato a meta', c'erano dei cilindri di metallo, delle bombolette di vernice spray, mentre una parete confinante con l'appartamento accanto era stata insonorizzata con polistirolo. E poi in terrazza c'erano una trentina di cactus di specie rare, tutti seccati. Uno spettacolo pietoso".

 

TERRORISMO: BIAGI; SORELLA BOCCACCINI, SIMONE E' INNOCENTE

IL 19 MARZO 2002 ERA CON ME E GUARDAMMO NOTIZIE OMICIDIO IN TV

"Mio fratello e' innocente. Ho la certezza di questo". Maria Pia Boccaccini, sorella di Simone, imputato al processo per l'omicidio del prof.Marco Biagi, oggi dopo essersi avvalsa della facolta' di non rispondere in quanto congiunta davanti alla Corte d'Assise ("perche' non sono mai stata creduta dal Pm Paolo Giovagnoli"), ha accettato di parlare con i giornalisti.

   Boccaccini venne incastrato anche in base al racconto della sua convivente, Eleonora (anche lei oggi si e' avvalsa della facolta' di non rispondere). La ragazza riferi' che Boccaccini le fece capire di essere coinvolto nella preparazione dell' omicidio del prof.Biagi e di essere stato a Bologna per 'pedinarlo, per seguirlo'. "Avevo gia' capito che Simone aveva a che fare con fatti relativi alle Br - aveva detto la giovane agli inquirenti - Quando in televisione hanno dato la notizia dei nuovi arresti di brigatisti e hanno fatto la ricostruzione dell' omicidio del prof. Biagi mi ha fatto capire di essere stato a Bologna per i pedinamenti".

   "Io capisco Eleonora - ha detto Maria Pia Boccaccini - ha detto quelle cose per istinto di sopravvivenza. Aveva ricevuto pressioni e intimidazioni, voleva togliersi da quella situazione. Mi ha chiesto perdono per quello che ha detto su Simone. Io ho studiato psicologia e capisco come scattano certi meccanismi". "La realta' - ha aggiunto - e' che Simone la sera del 19 marzo 2002 era con lei. Passo' tutta la sera a seguire in tv le notizie su questi fatti. Purtroppo pero' non sono mai stata creduta. Non ho piu' fiducia nella giustizia".

   Nell'udienza di oggi il difensore di Simone Boccaccini, avvocato Sandro Guerra, ha fatto acquisire una sentenza dell'86 che condanno' Boccaccini per una vicenda di stupefacenti. 

 

6 aprile 2005 - AMNISTIA: ORESTE SCALZONE IN SCIOPERO DELLA FAME

ANSA:

AMNISTIA: ORESTE SCALZONE IN SCIOPERO DELLA FAME

   Oreste Scalzone iniziera' domani uno sciopero della fame per l' amnistia.

   "Mi aggiungo - ha detto l' ex leader di Potere operaio - e non dico aderisco o partecipo allo sciopero della fame e della sete iniziato da Marco Pannella per rispettare le diversita' reciproche e reciproca garanzia, nella 'pari dignita" di soggetti diversi".

   "Ci divide da Pannella - spiega Scalzone - la sua accettazione della legalita', dello Stato inteso come detentore del monopolio della violenza legittima, della democrazia rappresentativa, della merce e della sua logica che arriva a pervadere la vita stessa. Non a caso Pannella si prefigge di salvare l' anima dell' establishment".

   "Da parte nostra siamo persuasi - prosegue - che lo sciopero della fame possa essere una forma di lotta adeguata allo scopo di richiamare l' attenzione su alcune questioni che ora sentiamo decisive: il giustizialismo e il penalismo dilaganti, ovvero la trasformazione dell' emergenza in norma, dell' eccezione in regola".

   "Il mio sciopero - dice Scalzone - che e' rivolto contro il livello politico-istituzionale, non ha 'forza di pressione'. E' uno sciopero della fame che prende come controparte/ interlocutore non la Politica, bensi' il 'movimento dei movimenti', cui chiedo di prendere una posizione chiara nel merito delle seguenti proposte: una camapgna per indire un referendum abrogativo della legge del '92 che richiede il quorum dei 2/3, ovvero la maggioranza qualificata in materia di amnistia e d' indulto, e una campagna per promuovere una legge di iniziativa popolare che riproponga il progetto d' indulto del '97".

 

7 aprile 2005 - E SCALZONE DIGIUNA

"Il Corriere della sera"

E Scalzone digiuna: però ho idee diverse

Da oggi Oreste Scalzone è in sciopero della fame a sostegno dell' amnistia. Le motivazioni sono diverse da quelle di Pannella: "Ci divide - spiega da Parigi l' ex leader di Potere operaio - la sua accettazione della legalita, dello Stato detentore del monopolio della violenza legittima, della democrazia rappresentativa, della merce e della sua logica che arriva a pervadere la vita stessa". Scalzone è contro il "giustizialismo e il penalismo dilaganti, ovvero la trasformazione dell' emergenza in norma". "Il mio sciopero non ha forza di pressione, come controparte non ha la politica ma il movimento dei movimenti cui chiedo di prendere una posizione chiara". L' ex leader di Potere operaio propone un referendum per abolire la maggioranza dei 2/3 sull' amnistia e una legge d' iniziativa popolare sull' indulto.

 

7 aprile 2005 - COR; ESPOSTO DIFESA A CSM, ILLECITA PROROGA ARRESTO

ANSA:

TERRORISMO: COR; ESPOSTO DIFESA A CSM, ILLECITA PROROGA ARRESTO

   Esposto al Csm per l'inchiesta della magistratura di Pisa sulle Cor (Cellule di offensiva rivoluzionaria), sigla che ha rivendicato una serie di azioni incendiarie nel pisano a partire dal luglio 2003. L'avvocato Giuseppe Pelazza, legale di William Frediani, 29 anni, della provincia di Pisa, fra gli arrestati, si e' rivolto al Csm sostenendo che la proroga della durata di una misura cautelare e' stata utilizzata per finalita' "che non possono che essere definite gravemente illecite".

    Nell'esposto, inviato anche al ministro della giustizia e al procuratore generale della Cassazione, l'avvocato rileva che il gip di Pisa, su richiesta del pm, fra il 5 e 6 novembre scorsi prorogo' la custodia in carcere di altri 45 giorni a Frediani, "facendo riferimento alla pendenza di accertamenti istruttori particolarmente complessi" quali "le numerose indagini dattiloscopiche genetiche informatiche concernenti ben 486 corpi di reato tempestivamente disposte gia' dal luglio/agosto dal pm". Ma, sostiene l'avvocato, la relazione del Ris di Parma sugli accertamenti dattiloscopici e biologici risultava gia' pervenuta alla procura di Pisa il 30 ottobre 2004, due giorni dopo quella del reparto operativo dei carabinieri di Pisa sulla documentazione estratta dai supporti informatici. Secondo il legale "ci si trova, quindi, di fronte all'utilizzo di un istituto processuale per finalita' del tutto diverse da quelle che lo connotano, per finalita' che non possono che essere definite gravemente illecite: protrarre al di la' dei termini massimi imposti dal legislatore la custodia in carcere di un cittadino".

   L'avvocato Pelazza stigmatizza anche il fatto che i magistrati abbiano inizialmente contestato l'accusa di associazione a delinquere semplice, escludendo che fosse connotata da finalita' di terrorismo, riqualificando poi, a distanza di pochi mesi, il reato come associazione con finalita' di eversione. Una modifica che a giudizio del legale appare strumentale al protrarsi della custodia cautelare.

   "L'insieme dei fatti esposti dall'avvocato fa emergere un quadro sconcertante sull'andamento di questa inchiesta" ha commentato il Comitato contro la repressione di Pisa. 

 

11 aprile 2005 - D'ANTONA: AVV. SARACENI, RISPETTARE INTIMITA' DELL'IMPUTATA

ANSA:

D'ANTONA: AVV. SARACENI, RISPETTARE INTIMITA' DELL'IMPUTATA

Un invito a rispettare la sfera personale degli imputati, nella fattispecie la figlia Federica, e la sua intimita' su vicende private e' stato rivolto dall'avvocato Luigi Saraceni nel corso dell'udienza al processo dell'omicidio D'Antona, in  corso a Roma, ai pubblici ministeri, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio.

   L'avvocato Saraceni in conclusione dell'udienza che e' stata aggiornata a dopodomani, dove sara' ascoltata tra gli altri Olga D'Antona, ha fatto riferimento ad una lettera scritta da Federica Saraceni e sequestrata dalla Digos nell'ambito dell'acquisizione di alcuni flop disk trovati nell'abitazione della presunta brigatista, nella quale la stessa Saraceni, di ritorno da un viaggio a Cuba, parla dei suoi rapporti sentimentali, ormai terminati, con un altro imputato, Alessandro Costa. La lettura della lettera, fatta dal responsabile della Digos di Roma, oggi in aula, era stata poi interrotta dal presidente della seconda corte d'assise Mario Lucio D'Andria.

   "Mi rendo conto delle necessita' dell'accusa - ha detto Luigi Saraceni, padre e avvocato di Federica - e del fatto che l'imputata in queste condizioni e' costretta a mettersi a nudo, ma, fatte salve le necessita' dell'accusa, sarebbe auspicabile tenere fuori dall'udienza fatti personali o quelli che attengono alla sfera privata".

   L'invito e' stato girato dal presidente D'Andria, che ha tuttavia affermato che in questa lettera non c'era nulla di disdicevole, a due pubblici ministeri, i quali hanno anche spiegato che al momento della lettura della stessa lettera non avevano il supporto cartaceo.

   Durante il dibattimento, inoltre, e' stato affrontato ancora una volta il tema dell'affitto di un appartamento a Cerveteri, che l'accusa ritiene una base logistica di riserva delle Br, fatto da Federica Saraceni. Un affitto che, sostiene la difesa, era stato fatto dalla Saraceni, invece, per scopi personali.  L'accusa, invece, sostenendo una presunta difficolta' economica della stessa Saraceni nel 1998, anno in cui e' stato locato l'immobile, ritiene improbabile che una persona che versava in condizioni non certo agiate come la Saraceni, abbia potuto affittare un appartamento se non per scopi dell'organizzazione.

   L'avvocato Luigi Saraceni ha spiegato che in quel periodo la figlia ottenne un  rimborso di circa 10 milioni di lire da una compagnia di assicurazione successivo ad un incidente stradale di cui rimase vittima, confutando in questo modo la tesi delle difficolta' economiche della stessa Saraceni.

   Durante l'udienza e' stata ascoltata la testimonianza dei proprietari dei due immobili, quello di via Maia a Roma, ritenuto un covo delle Br e affittato da Marco Mezzasalma e quello del villino di Cerveteri affittato da Federica Saraceni.

   Il proprietario dell'immobile di via Maia, un ex funzionario di banca ha spiegato di essere stato contattato da Marco Mezzasalma e di averlo incontrato al momento della locazione dell'immobile e al momento in cui fu disdetto il contratto di affitto. Lo stesso proprietario dell'immobile ha anche spiegato di avere incontrato in una circostanza Nadia Desdemona Lioce mentre svuotava la cassetta delle lettere che lo stesso Mezzasalma non aveva in uso. "Incontrai Nadia Desdemona Lioce - ha detto - nel tardo pomeriggio. Poi l'ho riconosciuta come la brigatista quando ho visto le sue foto a colori su un settimanale dopo che era stata arrestata".

 

11 aprile 2005 - D'ANTONA: DOMICILIARI A BANELLI, MA RESTA IN CARCERE PER BIAGI

ANSA:

D'ANTONA: DOMICILIARI A BANELLI, MA RESTA IN CARCERE PER BIAGI

ACCUSATA DI CONCORSO NELL'OMICIDIO DEL GIUSLAVORISTA

Il Tribunale del Riesame di Roma ha concesso gli arresti domiciliari all'ex Br Cinzia Banelli. La decisione e' stata presa in accoglimento della richiesta fatta dai magistrati del pool antiterrorismo di Roma nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Massimo D'Antona.

  La "compagna So" resta pero' in carcere perche' detenuta anche per concorso nell'omicidio di Marco Biagi.

   Il collegio presieduto da Francesco Taurisano si e' pronunciato sul ricorso dei pm Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio contro il rigetto degli arresti presso il domicilio deciso dal gup Luisanna Figliolia nell' ambito del procedimento, con il rito abbreviato, conclusosi con le condanne all' ergastolo di Laura Proietti e a 20 anni di reclusione della "Compagna So" per l' omicidio D' Antona.

   La stessa Banelli, durante la discussione davanti al tribunale del riesame, aveva ribadito le proprie distanze dalle Br: "Con la mia scelta - sottolineo' il 31 marzo scorso riferendosi alla propria collaborazione con gli inquirenti - ho dimostrato di essere fuori dall' organizzazione". Linea,quest' ultima, condivisa dai magistrati romani che riconoscono il ruolo "determinante" dell' ex brigatista nell' inchiesta sull' omicidio D' Antona. Per gli inquirenti, la Banelli non solo ha fornito un contributo fondamentale per ricostruire la struttura del gruppo che operava in Toscana indicando elementi per risalire alla Proietti e sigle attribuibili ad almeno altri tre militanti romani, ma ha soprattutto "consegnato" ai magistrati le chiavi di accesso agli archivi informatici suo e di Roberto Morandi che si sono rivelati preziose miniere di informazioni.  La prova della dissociazione della Banelli dalle Br, per i pm romani, sta non solo nella sua collaborazione, ma anche nell' "inchiesta" alla quale fu sottoposta dall' organizzazione nel gennaio 2003 "per presunte mancanze ai doveri di militanza". 

 

D'ANTONA: BANELLI,APERTA LA STRADA PER LA SCARCERAZIONE

   Per Cinzia Banelli, prima pentita delle nuove Brigate Rosse, si apre la strada che potrebbe, a breve, portare alla sua scarcerazione. Oggi, dal tribunale del riesame di Roma, e' arrivato il primo segnale tanto invocato dall' ex br per poter accudire meglio il figlio di tre anni.  Arresti domiciliari per la vicenda dell' omicidio di Massimo D' Antona, episodio per il quale la "Compagna So" e' stata condannata in primo grado a 20 anni di reclusione. Ma per poter uscire dal carcere di Sollicciano, visto che la donna e' detenuta anche per concorso nell' omicidio di Marco Biagi, occorre ora che anche i giudici del riesame di Bologna siano dello stesso parere dei colleghi romani.

   A chiedere la modifica della misura detentiva della Banelli erano stati gli stessi pm Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio. Dopo il "no" del gup Luisanna Figliolia, secondo la quale non si puo' ritenere la Banelli realmente dissociata, oggi il via libera del tribunale del riesame. In particolare, e' stato riconosciuto che la collaborazione dell' ex br ha prodotto una "rottura del primitivo rapporto di vincolo operativo con le Br". Non solo, il tribunale ha ritenuto che sussistano i presupposti per l' applicazione dell' articolo 275 comma IV del codice di procedura penale nella parte in cui viene esclusa la carcerazione, salvo casi di eccezionale rilevanza, per le madri di bambini piccoli.

  La stessa Banelli, durante la discussione del ricorso, il 31 marzo scorso, aveva ribadito le proprie distanze dalle Br: "Con la mia scelta - sottolineo' - ho dimostrato di essere fuori dall' organizzazione". Linea, quest' ultima, condivisa dai magistrati romani che riconoscono il ruolo "determinante" dell' ex brigatista nell' inchiesta sull' omicidio D' Antona.

   "In forza della collaborazione data - ha affermato il pm Saviotti - bisogna ritenere che non vi siano esigenze cautelari.  Ed e' ingiustificata la misura della detenzione in carcere se consideriamo che la Banelli ha un bambino di eta' inferiore ai tre anni. La fattispecie e' prevista anche dal codice".

   Duro, specie nei confronti dei gup di Roma e di Bologna, Luisanna Figliolia e Rita Zaccariello, che hanno respinto la richiesta di domiciliari, il commento dell' avvocato Grazia Volo, difensore della Banelli: "Mi sarei aspettata da due magistrati donne una maggiore sensibilita' nei confronti di una madre detenuta e con un figlio minorenne che ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo delle indagini sulle brigate rosse".

   In caso di scarcerazione della "Compagna So', i pm romani potrebbero prendere in esame la possibilita' di rivolgersi nuovamente al Viminale per sollecitare l' ammissione della Banelli al programma di protezione per i collaboratori di giustizia. L' apposita commissione presieduta da Alfredo Mantovano si e' gia' pronunciata negativamente il 10 marzo scorso ritenendo che la brigatista non abbia fornito un contributo significativo ai fini dell' attivita' investigativa. 

 

D'ANTONA: BANELLI; RIESAME ROMA, PASSI PODEROSI GRAZIE A LEI

L'ORDINANZA DEL TRIBUNALE DELLA LIBERTA'

"La voce 'narrante' di Cinzia Banelli ha generato una sensibile collaborazione le cui incisive tracce, a oggi, hanno consentito agli investigatori e ai pubblici ministeri dei differenti uffici giudiziari competenti, di sviluppare passi poderosi verso l'acquisizione di concreti risultati di inconfutabile caratura probatoria, pervenendo a un rilevante contesto di scoperta anche di fatti ignoti". Cosi' scrivono i giudici del Tribunale del Riesame di Roma (presidente Francesco Taurisano) che hanno restituito in 26 pagine la patente di pentita a Cinzia Banelli oltre a concedere alla ex 'Compagna So' gli arresti domiciliari dopo l'istanza del legale, l'avvocato Grazia Volo, e dei pm della procura di Roma del pool antiterrorismo.

   Nell'ordinanza si spiega, tra l'altro che "l'esperienza narrativa fondata dalla Banelli, a fare data dal 2 agosto del 2004, ha attraversato fino ad oggi, un serio, specifico e circostanziato percorso storico-evocativo di fatti criminosi e di personaggi". "Lo studio degli atti - scrive il Riesame - comunica che la Banelli ha fondato il suo statuto collaborativo con lo Stato, sapendo di dover adempiere al debito di coerenza, interna ed esterna, nella esperienza narrativa". Secondo il Riesame "l'opera di riscontro e controllo compiuta dagli inquirenti e dai pm ha misurata la cifra della sincerita' e della compiutezza della collaborazione corredata da riferimenti cronologici, topografici, modali e circostanziali".

   Il tribunale spiega che "l'ammissione delle attivita' svolte e il ripudio della violenza come metodo di lotta politica sono condizioni fondative della dissociazione e queste condizioni ricorrono per la Banelli che ha materializzato cio' attraverso comportamenti palesi ed espliciti".

   Oltre a definire quello della pentita alle indagini "un apporto di rilevante livello qualitativo", il Riesame di Roma osserva che "si raffigura il percorso del ravvedimento della Banelli inteso come mutamento di vita conseguente al riconoscimento di errori e colpe".

   Le 26 pagine dell'ordinanza sono dedicate anche alla condizione della pentita, madre di un bambino di tre anni" con riferimento all'articolo del codice che stabilisce che non possa disporsi la custodia cautelare in carcere allorquando sia imputata persona che si trovi nelle condizioni della stessa pentita "salvo che non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza".

   "Tale disposizione - osserva il Riesame - non impone l'obbligo di disporre la custodia in carcere delle persone indicate dalla norma, bensi' essa pone il divieto di tale misura nei confronti delle stesse persone 'salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza"". "Pertanto - scrive il riesame - nell'assenza di siffatte eccezionali esigenze e' potere-dovere del giudice disporre misure cautelari coercitive meno afflittive del carcere".

   Secondo i giudici del riesame, infine, il "divieto di custodialita' in carcere quando l'imputata sia madre di prole di eta' inferiore a tre anni con lei convivente, rappresenta la regola".

 

D'ANTONA: BANELLI; VOLO, SPERAVO SENSIBILITA' DA DONNE GUP

"Fa specie che nelle scorse settimane due magistrati donne abbiano deciso di negare gli arresti domiciliari alla Banelli. Mi sarei aspettata da due magistrati donne una maggiore sensibilita' nei confronti di una madre detenuta e con un figlio minorenne". Cosi' il legale di Cinzia Banelli, l' avv.Grazia Volo, commenta la decisione di oggi del tribunale del riesame di Roma, che ha concesso gli arresti domiciliari alla pentita delle br Cinzia Banelli, ribaltando la decisione del gup della capitale Luisanna Figliolia. Analoga decisione fu presa a Bologna, per la vicenda Biagi, dal gup Rita Zaccariello.

   "Mi sarei aspettato - ribadisce l' avv.Volo riferendosi alle precedenti ordinanze dei gup - maggiore sensibilita' nei confronti di una donna che ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo delle indagini sulle brigate rosse e alla individuazione di una serie di elementi che erano stati raggiunti dallo sforzo dagli inquirenti del via del tutto indiziaria e non certamente con il riscontro della prova piena".

   "Lo scandalo giudiziario - spiega l' avv.Volo - che emerge dai due provvedimenti dei gup che, insieme alla procura di Roma, abbiamo impugnato davanti al tribunale del riesame, e' che entrambi i provvedimenti non spendono una parola in relazione alla previsione dell' art.275 IV comma, che impone il divieto dell' applicazione della misura estrema della detenzione in carcere, alle madri conviventi di figli minorenni che hanno meno di tre anni. Questo fatto, immediatamente rilevabile, e' stato percepito e ampiamente motivato dal tribunale del riesame, che nelle motivazioni da' ampio spazio a questo argomento e lo risolve nel senso previsto dalla legge".

 

11 aprile 2005 - D'ANTONA: DUE I COLPI MORTALI CHE UCCISERO IL PROFESSORE

ANSA:

D'ANTONA: DUE I COLPI MORTALI CHE UCCISERO IL PROFESSORE

IN AULA LA DEPOSIZIONE DEL MEDICO LEGALE

Il professor D'Antona mori', quasi con certezza, alle 9,30 del 20 maggio 1999, ucciso da due proiettili, tra i sei che gli furono sparati contro, uno dei quali gli trapasso' il cuore provocando emorragia e arresto cardiaco.

   E' quanto ha spiegato oggi durante l'udienza in svolgimento nell' aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma il professor Costantino Ciardella, medico legale dell' Universita' La Sapienza che effettuo' l'esame autoptico sulla salma del giuslavorista.

   Un altro colpo, secondo il medico legale, fu mortale, un proiettile sparato subito dopo il primo che dal torace raggiunse la parete addominale perforando il polmone, fegato e rene destri e fuoriuscendo dalla regione lombare. Il corpo del professore fu raggiunto da altri quattro proiettili: uno penetro' nell' avambraccio sinistro, che D'Antona alzo' come estremo segno di protezione, e poi attutito si fermo' su un'agendina che lo stesso D'Antona aveva nella tasca della giacca. Un altro proiettile raggiunge mano e avambraccio destri. Un ultimo proiettile fu sparato quando il professore era ormai a terra e lo raggiunge al fianco destro, senza colpire organi vitali.

   Il legale di parte civile della famiglia D'Antona, avvocato Luca Petrucci, ha chiesto al medico legale se la morte fu immediata o meno: "Il decesso - ha risposto il medico legale - avvenne certamente in tempi brevi ma non fu immediato".

 

D'ANTONA: IN AULA LETTERE DELLA SARACENI A COSTA

SCHERMAGLIA TRA DIFESA E ACCUSA SU DOCUMENTI IN FLOPPY-DISK

"Sono tornata da Cuba, mi sono liberata totalmente di Gib, un rapporto troppo pesante". Sono le prime righe di una lettera di Federica Saraceni, trovata custodita in un floppy-disk sequestrato dalla Digos alla presunta brigatista.

   La lettura della lettera, poi fermata, e' stata fatta dal responsabile della Digos di Roma Lamberto Giannini, oggi nell' aula bunker di Rebibbia, durante l'udienza del processo per l'omicidio del professor Massimo D'Antona.

   Alla lettura del documento, giudicato tra l'altro troppo personale sia dalla stessa Federica Saraceni sia dal padre Luigi, anche oggi in veste di suo difensore, si e' opposta la difesa della stessa Saraceni, spiegando che si trattava di materiale che non era stato prodotto su supporto cartaceo. Il presidente della II corte d'assise, Mario Lucio Giordano, ha accolto le tesi della difesa invitando l'accusa a produrre queste lettere anche su materiale cartaceo.

   "Mi oppongo anche io - ha detto Federica Saraceni dalla gabbia in cui e' rinchiusa con Alessandro Costa, il 'Gib' della lettera in questione - perche' bisogna leggere tutto il resto'  E' un diario tra le cose sequestrate del materiale informatico".

   Il Pm Pietro Saviotti, oggi in aula con il collega Erminio Amelio, ha spiegato che questa documentazione, anche se su supporto informatico, e' comunque depositata agli atti.

   L'udienza di oggi e' stata caratterizzata dalla deposizione di Giannini, preceduta dalla testimonianza di un'altra funzionaria della Digos, Laura Tintisona, che ha risposto alle domande dell' avvocato Luigi Saraceni, padre e legale di Federica.

   Durante la deposizione e' stata toccata ancora una volta la vicenda relativa all' utenza cellulare che ha il numero finale '233'. Un'utenza che secondo l'accusa era una di quelle in uso alle Brigate Rosse e che invece secondo la difesa era stata prestata a Federica Saraceni, la quale ne avrebbe fatto un uso personale.

   Sempre durante la testimonianza dei due funzionari della Digos sono stati ricostruiti i rapporti tra Laura Proietti e la stessa Federica Saraceni e le telefonate che sarebbero intercorse tra le due donne nelle ore successive all' omicidio di D'Antona.

 

D'ANTONA: RIESAME, RECISO VINCOLO BANELLI CON ORGANIZZAZIONE

La collaborazione di Cinzia Banelli con l' autorita' giudiziaria ha "prodotto una vistosa frattura del vincolo associativo" ed una "rottura del primitivo rapporto di vincolo operativo con le Br". E' questo uno dei passi delle motivazioni, contenute in 25 pagine, allegate al provvedimento con cui il tribunale del riesame di Roma ha disposto la misura degli arresti domiciliari della "compagna So" per la vicenda D'Antona.

   I giudici, nell' accogliere le argomentazioni dei pm Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio, ritengono quindi sufficiente l' adozione di cautele ordinarie per la Banelli, il cui racconto e' "serio, proficuo e circostanziato",  e non quelle eccezionali costituite dalla detenzione in carcere.

   La decisione del collegio presieduto da Francesco Taurisano potrebbe dunque schiudere le porte del carcere di Sollicciano alla Banelli qualora anche la magistratura bolognese, nell' ambito del procedimento per l' agguato a Marco Biagi, si pronunciasse con le stesse argomentazioni del tribunale del riesame di Roma. E, nel caso di scarcerazione della prima pentita delle Br, i magistrati romani potrebbero prendere in esame la possibilita' di rivolgersi nuovamente al Viminale per sollecitare l' ammissione della Banelli al programma di protezione. L' apposita commissione si e' gia' pronunciata negativamente in occasione della prima richiesta ritenendo che quello della Banelli non e' stato un contributo determinate per la lotta alle Brigate Rosse.

 

D'ANTONA: SAVIOTTI, SU BANELLI CONFERMATO NOSTRO PUNTO VISTA

"Devo leggere le motivazioni, ma il tribunale della liberta' ha condiviso il nostro punto di vista su Cinzia Banelli". Cosi' il pm Pietro Saviotti, durante una pausa dell' udienza che si sta svolgendo nel carcere di Rebibbia a Roma per l'omicidio D'Antona, ha commentato la decisione della concessione dei domiciliari alla pentita delle Br Cinzia Banelli.

   "In forza della collaborazione data - ha detto Saviotti - bisogna ritenere che non vi siano esigenze cautelari. Ed era ingiustificata questa misura in virtu' di una donna con un bambino di eta' inferiore ai tre anni. La fattispecie e' prevista anche dal codice".

 

TERRORISMO: DOMICILIARI A BANELLI; RIESAME ANCHE A BOLOGNA

   L'avv.Grazia Volo, che difende Cinzia Banelli, presentera' a breve al Tribunale del riesame di Bologna appello contro la decisione con cui il Gup del capoluogo emiliano aveva respinto la richiesta di arresti domiciliari per la sua assistita. A favore della richiesta di domiciliari si era espresso anche il Pm Paolo Giovagnoli. In ipotesi, se dopo la decisione favorevole di oggi del Tribunale del riesame di Roma arrivasse anche quella favorevole di Bologna, Cinzia Banelli andrebbe di fatto agli arresti domiciliari.

   Il Gup Rita Zaccariello aveva condannato a 16 anni l'ex compagna 'So' per l'omicidio del prof.Marco Biagi.  Successivamente Zaccariello aveva respinto la richiesta dei domiciliari con sette pagine di motivazione, spiegando tra l'altro che, sull'omicidio del prof.Biagi, Banelli "ha dato luogo ad una forma di narrazione progressiva, non sempre coerente e spontanea, talora intrinsecamente contraddittoria, che e' parsa ispirata ad un principio utilitaristico essenziale: ottenere il maggior vantaggio processuale possibile apportando il minor danno possibile alla organizzazione nella quale aveva militato sino dal 1995".

 

13 aprile 2005 - COMINCIATA TESTIMONIANZA VEDOVA D'ANTONA

ANSA:

TERRORISMO: BR; COMINCIATA TESTIMONIANZA VEDOVA D'ANTONA

   E' cominciata da pochi minuti nell' aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, la testimonianza di Olga D'Antona, vedova del giuslavorista  Massimo D'Antona, ucciso dalle Br il 20 maggio del '99.

   La signora D'Antona sta rispondendo alle domande del pm, Franco Ionta, e in particolare sta illustrando le attivita' del professor D'Antona, spiegando la natura della sua consulenza con l'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino.

   Il pm Ionta ha chiesto alla vedova anche le abitudini del giuslavorista, ossia gli orari in cui usciva di casa, i mezzi da lui usati e l'agenda di lavoro del professore.

   In aula, tra il pubblico, c'e' il sindaco di Roma, Walter Veltroni, che sta seguendo la testimonianza di Olga D'Antona.

   Mentre sta deponendo la vedova del professor D'Antona, sono presenti tra gli altri nell'aula bunker del carcere di Rebibbia, gli imputati Nadia Desdemona Lioce, Marco Mezzasalma, Roberto Morandi.

   Il pm Ionta sta continuando a formulare domande alla signora D'Antona ed in particolare ha chiesto alla vedova del giuslavorista di ricostruire la cronologia della mattina dell'omicidio. "Massimo -. ha detto Olga D'Antona - era particolarmente stanco. Avrebbe dovuto partecipare a tre convegni e a uno dei quali avrebbe dovuto sostituire il ministro Bassolino. Era molto affaticato e preoccupato. Doveva passare anche da studio. Ma quando vidi il trambusto sotto casa mia telefonai a studio ma un suo collaboratore mi disse che non era ancora arrivato".

 

TERRORISMO: D'ANTONA; VEDOVA,SOLO FUGACE OCCHIATA A BRIGATISTI

   Soltanto una fugace occhiata alle gabbie in cui sono rinchiusi i brigatisti accusati dell'assassinio di suo marito. Olga D'Antona, vedova del giuslavorista, ha rivolto lo sguardo ai detenuti mentre uscita dall'aula-bunker del carcere di Rebibbia in compagnia del sindaco di Roma Walter Veltroni e del suo avvocato Luca Petrucci.

   La testimonianza della signora D'Antona e' durata poco piu' di 20 minuti, durante i quali ha risposto alle domande dei pubblici ministeri Franco Ionta e Pietro Saviotti sulle abitudini di suo marito, sulle attivita' del collaboratore dell'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino ma anche sul 'vissuto' del marito. In particolare Olga D'Antona, visibilmente emozionata, vestita con un tailleur di colore chiaro, ha risposto sempre con voce ferma alle domande della pubblica accusa e infine a quelle del presidente della seconda Corte di assise di Roma, Mario Lucio D'Andria.

   Olga D'Antona ha spiegato che "nessuno si aspettava quello che sarebbe successo". "La mattina del 20 maggio del '99 - ha detto la vedova del giuslavorista - mio marito aveva molti appuntamenti, era stanco e affaticato, ma nessuno si aspettava quello che sarebbe successo. Quando ho visto quel trambusto sotto casa mia, ho chiamato allo studio, sperando di parlare proprio con lui per chiedergli spiegazioni su cosa mai poteva essere successo. Ma mi ha risposto un suo collaboratore, e mentre parlavo al telefono ricordo che ha squillato il citofono, ed allora ho capito".

   La testimonianza di Olga D'Antona e' stata costellata anche da molti "non ricordo", soprattutto su alcuni particolari che riguardavano la vita privata del professore, appuntamenti a cena con amici, brevi momenti di vacanza. La vedova del professor D'Antona ha pero' ricordato una vacanza fatta a maggio del '99 ad Ischia dopo un convegno a cui D'Antona doveva partecipare a Napoli.

   Olga D'Antona ha anche ricordato, sollecitata sempre dalle domande dei pm Ionta e Saviotti, una contestazione, da parte di qualcuno, fatta al professore durante un convegno a Napoli in cui era relatore, tra gli altri, proprio Massimo D'Antona.

   Lei ricorda il documento delle Br sull'attentato' E' stato poi chiesto ad Olga D'Antona. "Si' - ha risposto - lo ricordo in parte, sa...a distanza di anni la memoria fa brutti scherzi.  Ma ricordo benissimo, e mi sorpresi molto di questo fatto, che nelle prime pagine della rivendicazione c'erano alcune ultimissime affermazioni e osservazioni fatte da mio marito. Mi sono stupita di questa tempestivita': evidentemente le Br erano molto aggiornate rispetto al lavoro di mio marito".

   Ad Olga D'Antona inoltre e' stato chiesto se conoscesse il professor Nicola Rossi, secondo gli inquirenti l'obiettivo originariamente da colpire da parte delle Br che era rimasto "in ballottaggio" con D'Antona per diverso tempo.

   Olga D'Antona ha anche spiegato in dettaglio le attivita' e gli studi del professore: la sua collaborazione alla legge sulla regolamentazione degli scioperi, quella, quando era collaboratore dell'ex ministro della Funzione Pubblica, Franco Bassanini, sulla rappresentativita' nel pubblico impiego, e le sue attivita' come sottosegretario nel governo Dini.

 

TERRORISMO:VEDOVA D'ANTONA,SE MINACCIATO NON L'AVREBBE DETTO

   "Ricordo soltanto che Massimo era molto stanco, molto stanco e affaticato in quel periodo, e attribuivo questa situazione al troppo lavoro: se lui si fosse accorto di qualcosa, di minacce, sono sicura che non lo avrebbe detto ne' a me ne' a nessuno". Questo uno dei passaggi della testimonianza di Olga D'Antona al processo in corso a Rebibbia a 16 presunti brigatisti accusati della morte del giuslavorista, ucciso dalle Br il 20 maggio 1999.

   Olga D'Antona, ha lasciato, dopo la testimonianza, insieme al sindaco Veltroni l'aula Bunker. La vedova, visibilmente emozionata, al termine della deposizione, e' stata abbracciata dal sindaco e aveva gli occhi lucidi. Olga D'Antona e' stata poi accompagnata all'auto, anche dal suo legale, l'avvocato Luca Petrucci, senza rilasciare dichiarazioni.

 

D'ANTONA: TESTE, ASSASSINI GLI PARLARONO PRIMA DI SPARARGLI

 AVEVA ALLORA DODICI ANNI, HO UDITO DUE SPARI

   I due terroristi che si avvicinarono al prof. Massimo D'Antona prima dell'omicidio parlarono con lui e probabilmente il giuslavorista si rese conto di quanto gli stava accadendo. La circostanza del colloquio intercorso tra i brigatisti e D'Antona e' stata raccontata in aula da Pier Ludovico Puddu, che il giorno dell'omicidio del collaboratore dell'ex ministro Bassolino aveva 12 anni e stava andando a scuola.

   "Dopo avere attraversato il passaggio pedonale di via Salaria - ha spiegato il giovane oggi 18enne - ho visto tre persone, una di queste era calva e con i baffi e stava in mezzo agli altri due. Ho sentito che parlavano fra di loro, poi mi sono girato e ho udito due spari, mi sono voltato e ho rivisto una di queste persone col braccio teso verso un uomo che era a terra, e ho sentito altri spari: non dimentichero' mai quello che ho visto. All'inizio non mi ero reso conto di quanto stava succedendo. Pensavo ad uno scherzo, non volevo crederci, tant'e' che dopo sono andato regolarmente a scuola". Il ragazzo, durante la sua deposizione ha risposto alle domande del Pm, Erminio Amelio, intervallate da molti "Non ricordo". In particolare a Puddu e' stato chiesto di descrivere le due persone che si trovavano in via Salaria con D'Antona. "Ho cercato di dimenticare tutto il fatto - ha detto Puddu visibilmente emozionato - per cui adesso non ricordo bene".

   Durante l'udienza di oggi, che si e' conclusa da pochi minuti, sono stati ascoltati i testimoni oculari che si trovavano la mattina del 20 maggio in via Salaria. Tra questi, oltre a Puddu, anche Giovanni Battista Vignato, un impiegato che la mattina dell'omicidio era per motivi di lavoro a Roma ed alloggiava in un albergo in via Villa Albani, nelle vicinanze di via Salaria. "Ho visto due persone, dopo aver sentito degli spari, venire nella mia direzione - ha detto Vignato - con una collega ci stavamo recando ad un appuntamento di lavoro li vicino. Non so dire se si trattasse di un uomo o di una donna: una di queste era sicuramente un uomo. Una di queste persone, ricordo questo particolare, aveva gli occhi a mandorla come si trattasse di un orientale, aveva un taglio di occhi simile a quello delle persone di quella nazionalita'. Ricordo una persona anziana che indicando due persone a bordo di un motorino, dopo avermi superato, mi ha detto 'quelli li' sono matti, hanno sparato'".

 

D'ANTONA: TESTE RACCONTA, L'HO VISTO AGONIZZANTE

 ERA IN TERRA, RANTOLAVA, HA CERCATO DI DIRMI QUALCOSA

All'epoca dei fatti aveva soltanto 16 anni. Andrea Caldella, oggi studente universitario, ha raccontato, durante la sua deposizione nell'aula bunker nel carcere di Rebibbia a Roma l'agonia del prof. Massimo D'Antona, ormai a terra, morente dopo essere stato colpito dalle Brigate Rosse.

   Con voce spesso rotta dall'emozione, Caldella ha spiegato di aver notato il corpo del giuslavorista a terra. "Mi sono avvicinato - ha detto - ero spaventato, ed ho visto quella persona che cercava di dirmi qualcosa, non riusciva a parlare ed ho sentito un rantolo, poi ho chiamato il 113".

 

D'ANTONA:UN TESTE, AVEVO 12 ANNI, COSI' LO VIDI MORIRE

HO CERCATO DI DIMENTICARE; IN AULA OGGI ANCHE LA VEDOVA

Li chiama, quasi temesse di definirli in un altro modo, 'quei signori'. Quei 'signori' erano Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, i terroristi che spararono sei volte a Massimo D'Antona. La mattina di quel 20 maggio 1999, e' stata ricordata oggi dalla voce, emozionata, e dagli occhi di un ragazzo che allora aveva solo 12 anni e vide morire il professore mentre stava andando a scuola.

   Pier Ludovico Puddu oggi ha 18 anni, ma dimostra meno della sua eta'. La voce rotta dall'emozione, i suoi ripetuti "non ricordo" alle domande dei pm, la sua ammissione di "aver cercato di dimenticare tutto il fatto" da quel giorno hanno caratterizzato la sua testimonianza oggi nell'aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, dove si e' celebrata l'udienza al processo per l'omicidio del giuslavorista che ha visto sfilare testimoni oculari e Olga D'Antona.

   In aula, tra il pubblico, anche il sindaco di Roma Walter Veltroni, che con la sua presenza ha voluto testimoniare "la vicinanza personale e della citta"" alla vedova D'Antona.

   Nelle gabbie, apparentemente distratti, gli imputati, i brigatisti accusati dell'omicidio, tra cui proprio Nadia Desdemona Lioce che non ha mostrato particolari emozioni mentre Olga D'Antona ricostruiva le ultime ore del marito. Impassibile anche quando un altro teste raccontava di essersi avvicinato in via Salaria al corpo del professore spiegando di aver raccolto "il suo ultimo rantolo", un disperato, ultimo tentativo di chiedere aiuto prima di morire. L'unica differenza con le precedenti udienze e' stato il brusio degli imputati, oggi impercettibile, al contrario di altre volte.

   Al giovane Pier Ludovico, interrogato dal pm Erminio Amelio, che con i pm Franco Ionta e Pietro Saviotti ha proceduto all'esame dei testi oggi, e' toccato, proprio su invito dell'accusa mimare il gesto omicida. "Erano in due - ha detto il ragazzo, alzatosi dal banco dei testimoni con il braccio destro teso verso il basso e la mano che mimava il possesso di una pistola in pugno - un uomo calvo con i baffi era in mezzo a loro. Stavo andando a scuola e li ho visti avvicinarsi a D'Antona, hanno parlato. Poi mi sono voltato, ho sentito due colpi secchi, ho rivolto di nuovo lo sguardo e ho visto uno dei due con il braccio teso che sparava verso il torace dell'uomo a terra. Pensavo fosse uno scherzo, non avevo capito bene cosa stesse accadendo. Percio' sono andato a scuola".

   Dal racconto del giovane emerge un dato inedito che anche la stessa pentita Cinzia Banelli non era stato in grado di confermare nel suo racconto prima ai pm e poi in aula, sempre a Rebibbia, durante l'incidente probatorio in sede di udienza preliminare. Banelli disse che "il protocollo" non prevedeva di interloquire con la vittima. Ma oggi appare verosimile che il professor D'Antona si rese conto, negli ultimi istanti di vita, di cio' che stava accadendo e che forse Galesi - il brigatista che materialmente si ritiene abbia sparato a D'Antona-pronuncio', prima di sparare, la sentenza di morte prevista dalla 'liturgia' delle Brigate Rosse.

  Una conferma e' invece venuta dalle parole di Olga D'Antona.  "Massimo era molto stanco e affaticato dal lavoro e quella mattina in cui fu ucciso mi sembro' particolarmente provato - ha detto la D'Antona - Non credo si fosse accorto di essere seguito, ma se lo avesse percepito, se avesse avuto sentore di minacce, credo che non lo avrebbe detto a nessuno, nemmeno a me".

 

D'ANTONA: VEDOVA, CHIAMATI VIGILI PER RIMUOVERE FURGONI BR

 ERANO PARCHEGGIATI DA TEMPO IN VIA SALARIA, INTRALCIAVANO

La presenza di due furgoni in via Salaria nei giorni precedenti l'omicidio del professor D'Antona, presenza constatata anche la mattina dell'assassinio, fu denunciata prima dell'agguato ai vigili urbani ai fini della loro rimozione, perche' ingombravano la sede stradale. E' quanto ha spiegato oggi nell'aula bunker del carcere di Rebibbia durante la sua testimonianza, Olga D'Antona, la vedova del giuslavorista ucciso dalle Br. Rispondendo alle domande dei pm, Franco Ionta e Pietro Saviotti, Olga D'Antona ha detto:

"Ricordo a proposito dei due furgoni parcheggiati in via Salaria che qualcuno aveva chiamato i vigili urbani per farli rimuovere. Stazionavano li' da tempo e intralciavano il parcheggio".

 

13 aprile 2005 - D'ANTONA: BR USARONO ARMA SENZA SILENZIATORE PER UCCIDERLO

ANSA:

D'ANTONA: BR USARONO ARMA SENZA SILENZIATORE PER UCCIDERLO

   La pistola semiautomatica da cui partirono i sei colpi che uccisero il professor Massimo D'Antona, la mattina del 20 maggio 1999, non aveva il silenziatore. E' quanto spiegato nell'aula-bunker del carcere di Rebibbia a Roma, dove e' in corso un'udienza del processo a carico di 16 presunti brigatisti, da Patrizia Carosi, vicequestore della Polizia Scientifica che effettuo' i rilievi balistici.

   Rispondendo alle domande del pm Erminio Amelio la funzionaria di polizia ha anche spiegato che l'arma usata dai brigatisti era evidentemente dotata di un meccanismo per il recupero dei bossoli, tant'e' che sul luogo dell'omicidio non ne furono trovati.

   La dottoressa Carosi ha spiegato, altresi', che ci sono vari sistemi tecnici per il recupero dei bossoli, alcuni dei quali riferiti a meccanismi che si applicano sull'arma, ma altri piu' 'artigianali' come quello che si riferisce alla dotazione di un sacchetto con il quale recuperare i bossoli stessi.

   La funzionaria di polizia ha anche spiegato che in base agli esami balistici sarebbe ormai acclarata la tesi secondo la quale le Brigate Rosse usarono la stessa arma per uccidere sia Massimo D'Antona sia Marco Biagi a Bologna.

 

14 aprile 2005 - BR; TESTI PARLANO DI IMPRONTE E ESPLOSIVI IN COVI

ANSA:

TERRORISMO: BR; TESTI PARLANO DI IMPRONTE E ESPLOSIVI IN COVI

   Udienza molto tecnica quella che si sta svolgendo oggi nell'aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, dove e' in corso il processo per l'omicidio del professor Massimo D'Antona, e dedicata alle decine di impronte e a materiale esplosivo trovate dalla polizia nei cosiddetti covi delle Brigate Rosse di via Maia e via Montecuccoli nella capitale.

   Il pm della Procura di Roma Erminio Amelio ha esaminato oggi funzionari e tecnici della polizia scientifica che rilevarono, e poi attribuirono in alcuni casi impronte digitali repertate su oggetti trovati nel covo di via Maia, e nel deposito di via Montecuccoli. In particolare, secondo quanto emerso dalla testimonianza dei funzionari di polizia scientifica, sono state attribuite impronte digitali a Nadia Desdemona Lioce, Marco Mezzasalma e Paolo Broccatelli. Alcune impronte trovate sugli oggetti sequestrati apparterrebbero anche al brigatista Mario Galesi ucciso nell'aprile dello scorso anno sul treno Roma-Firenze nell'ambito di un conflitto a fuoco durante il quale mori' il sovritendente della polizia Emanuele Petri, al termine del quale fu arrestata la stessa Lioce.

   L'udienza si era aperta in mattinata con la testimonianza di un funzionario della polizia scientifica esperto in esplosivi che ha illustrato il materiale trovato nel covo di via Montecuccoli riguardante detonatori, micce e manufatti per fabbricare presumibilmente ordigni.

   L'esame tecnico-scientifico fatto dai testimoni si e' soffermato anche sulle impronte digitali trovate nel maggio del 1999 sui due furgoni parcheggiati in via Salaria che servirono, secondo l'accusa, come supporto logistico per l'omicidio del professor Massimo D'Antona.

 

14 aprile 2005 - AMNISTIA: SCALZONE IN SCIOPERO FAME, RICOVERATO IN OSPEDALE

ANSA:

AMNISTIA: SCALZONE IN SCIOPERO FAME, RICOVERATO IN OSPEDALE

   L' ex leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, in sciopero della fame a Parigi dal 7 aprile scorso, e' stato oggi ricoverato in ospedale in seguito ad un malessere provocato da un abbassamento di tensione che persiste.

   Scalzone aveva iniziato lo sciopero della fame "in soldarieta' con la mobilitazione per una misura d' amnistia-indulto, in favore dei detenuti nelle prigioni italiane".

   L' ex leader di Potere Operaio - ha fatto sapere il gruppo di comunicazione Sos, Sostegno Oreste Scalzone - intende continuare la sua azione. I medici decideranno in funzione dell' evoluzione del suo stato di salute.

 

16 aprile 2005 - BIAGI E D'ANTONA NELLA FICTION DI RAOUL BOVA

"Il Tempo"

Biagi e D'Antona nella fiction di Raoul Bova

Al via le riprese nella capitale. L'attore interpreta un dirigente della Digos di Roma

ROMA - Dalle aule di giustizia di Roma e Bologna alle strade della morte. Alle vie macchiate dal sangue di due uomini dello Stato, uccisi dalla mano di militanti delle nuove Brigate Rosse. Si tratta della fiction che ricostruira proprio gli omicidi di Marco Biagi e Massimo D'Antona, e che vedra in prima fila Raoul Bova. L'attore ha gia iniziato a girare le prime riprese della fiction "Attacco allo Stato" nel cuore della capitale, in piazza delle Cinque Giornate, interpretando il ruolo di un dirigente della Digos di Roma. Il funzionario che da la caccia agli assassini dei due professori, in collaborazione della Polizia di Stato, che ha il compito di portare avanti le indagini sugli omicidi. Ieri per tutta la giornata sono state effettuate le prime riprese, quelle che fanno riferimento all'ingresso in Questura del bambino che all'epoca della morte del professore che viveva in via Salaria doveva indicare il giovane che avrebbe tenuto contatti telefonici con i brigatisti, poi uscito dalle indagini. La Questura nella fiction è il palazzo dell'Inail, in piazza delle Cinque Giornate, dove i funzionari della Digos si riuniscono per accertare le indagini svolte ogni ora, ogni momento della gioranta di lavoro: prendere decisioni, disporre pedinamenti e chiedere intercettaziono e perquisizioni. Ieri infatti hanno ripreso le immagini dell'arrivo del minorenne che entra in Questura, un lavoro che è andato avanti per tutta la giornata con Raul Bova che provava e riprovava le scene fino alla registrazione di quella perfetta.

 

16 aprile 2005 - BIAGI E D'ANTONA NELLA FICTION DI RAOUL BOVA

"Il Tempo"

Biagi e D'Antona nella fiction di Raoul Bova

Al via le riprese nella capitale. L'attore interpreta un dirigente della Digos di Roma

ROMA - Dalle aule di giustizia di Roma e Bologna alle strade della morte. Alle vie macchiate dal sangue di due uomini dello Stato, uccisi dalla mano di militanti delle nuove Brigate Rosse. Si tratta della fiction che ricostruira proprio gli omicidi di Marco Biagi e Massimo D'Antona, e che vedra in prima fila Raoul Bova. L'attore ha gia iniziato a girare le prime riprese della fiction "Attacco allo Stato" nel cuore della capitale, in piazza delle Cinque Giornate, interpretando il ruolo di un dirigente della Digos di Roma. Il funzionario che da la caccia agli assassini dei due professori, in collaborazione della Polizia di Stato, che ha il compito di portare avanti le indagini sugli omicidi. Ieri per tutta la giornata sono state effettuate le prime riprese, quelle che fanno riferimento all'ingresso in Questura del bambino che all'epoca della morte del professore che viveva in via Salaria doveva indicare il giovane che avrebbe tenuto contatti telefonici con i brigatisti, poi uscito dalle indagini. La Questura nella fiction è il palazzo dell'Inail, in piazza delle Cinque Giornate, dove i funzionari della Digos si riuniscono per accertare le indagini svolte ogni ora, ogni momento della gioranta di lavoro: prendere decisioni, disporre pedinamenti e chiedere intercettaziono e perquisizioni. Ieri infatti hanno ripreso le immagini dell'arrivo del minorenne che entra in Questura, un lavoro che è andato avanti per tutta la giornata con Raul Bova che provava e riprovava le scene fino alla registrazione di quella perfetta.

 

16 aprile 2005 - TERRORISMO: INDAGINI TRIESTE; LEGAMI CON RIVISTA 'AURORA'

ANSA:

TERRORISMO: INDAGINI TRIESTE; LEGAMI CON RIVISTA 'AURORA'

   Sarebbero legati al ritrovamento, avvenuto lo scorso anno in un bosco dell' Altopiano del Carso in provincia di Gorizia, di una valigetta contenente alcune copie della rivista clandestina "Aurora", che promuove l' insurrezione armata a Milano, gli ultimi sviluppi dell' indagine antiterrorismo che ha portato alle odierne perquisizioni a Foggia.

   Secondo quanto si e' appreso in ambienti investigativi, nelle scorse settimane gli agenti della Digos hanno effettuato controlli anche nella provincia isontina, il cui esito pero' non e' noto.

   Tutto e' scaturito dal rinvenimento, avvenuto nel giugno scorso, di una valigetta in plastica del tipo utilizzato per contenere materiale fotografico, che era stata lasciata sotto alcuni sassi in un tratto di macchia nel territorio di Doberdo' del Lago (Gorizia). Il contenitore era stato notato da alcuni escursionisti, quindi consegnato agli investigatori; al suo interno erano contenute cinque copie di "Aurora", piu' altro materiale cartaceo con contenuti politici relativi a un "programma di costruzione del partito combattente".

   Il fascicolo era quindi stato trasmesso dalla magistratura goriziana alla Procura distrettuale di Trieste, competente per le i