Almanacco dei misteri d' Italia

 
Terrorismo ed estremismo di sinistra (vecchio e nuovo)
febbraio 2005
 
2 febbraio 2005 - BIAGI: BANELLI SARA' SENTITA IN PROCESSO BOLOGNA
ANSA:
BIAGI: BANELLI SARA' SENTITA IN PROCESSO BOLOGNA
PER LEI ABBREVIATO, MA PM L' HA CITATA CONTRO ALTRI BRIGATISTI
La "pentita" Cinzia Banelli dovra' ripetere alcune delle sue confessioni davanti alla Corte d' Assise di Bologna che dal prossimo 7 febbraio processera' Nadia Desdemona Lioce e altri quattro brigatisti per l' omicidio del professor Marco Biagi. Il pm di Bologna Paolo Giovagnoli l' ha infatti citata nella lista testi dell' accusa.
Banelli, che dall' agosto del 2004 ha deciso di collaborare con gli investigatori, verra' sentita in videoconferenza. Gran parte delle sue dichiarazioni sono gia' entrate direttamente nel processo dopo gli incidenti probatori cui era stata sottoposta, ma c' e' la necessita' di portare a conoscenza della Corte d' Assise le parole di due interrogatori avvenuti in seguito: gli investigatori bolognesi avevano infatti interrogato la donna anche a dicembre e a gennaio, chiedendogli spiegazioni su alcuni documenti ritrovati nei file dei brigatisti.
Finora e' sempre stato evitato dai brigatisti accusati dell' omicidio del giuslavorista bolognese, l' incrocio diretto con la 'pentita': durante l' udienza preliminare di Bologna, nell' ottobre scorso, quando Banelli fu sentita in teleconferenza, gli altri imputati non si presentarono in aula.

TERRORISMO: BR; LUPACCHINI, NESSUNA DECISIONE SU BANELLI
COMMISSIONE HA CHIESTO A PROCURA INTEGRAZIONE DOCUMENTAZIONE
"La Commissione non ha adottato alcuna decisione sulla concessione del programma di protezione a Cinzia Banelli, abbiamo chiesto alla procura una integrazione della documentazione, ma allo stato, ripeto non e' stata deciso nulla". Cosi' Otello Lupacchini, componente della Commissione pentiti che sta valutando la richiesta di concedere a Cinzia Banelli, la prima pentita delle Br, il programma di protezione.
Lupacchini si scaglia contro chi "e' giunto a conclusioni che sembrano romanzate", ma conferma la richiesta di una integrazione della documentazione per valutare l'apporto della ex Compagna So alle indagini sulle Brigate Rosse.
"Non c'e' alcun relatore della Commissione - spiega Lupacchini ex gip di Roma e ora all'Ispettorato del ministero della Giustizia - ci sono persone responsabili vincolate dal segreto e che operano nella massima discrezionalita' e professionalita'. Poi una volta avute le integrazioni richieste si decidera' e ognuno si assumera' le proprie responsabilita"".

TERRORISMO:MANTOVANO,NESSUNA DECISIONE SU PROTEZIONE BANELLI
"La Commissione sui programmi di protezione, da me presieduta, non ha fino a questo momento adottato alcuna decisione relativa a Cinzia Banelli". Lo fa sapere il sottosegretario all' Interno Alfredo Mantovano, sottolineando che "per gli atti della medesima Commissione vale il vincolo della riservatezza".
La precisazione si riferisce ad un articolo pubblicato oggi su 'Repubblica', secondo cui la Commissione aveva rinviato l' ingresso della ex brigatista Banelli nello speciale programma di protezione, chiedendo ulteriori documenti.

TERRORISMO: PROCURA BOLOGNA,DA BANELLI CONTRIBUTO IMPORTANTE
NOSTRA RICHIESTA PER PROGRAMMA PROTEZIONE NON ANCORA ESAMINATA
Ha dato "un'importante contributo alle indagini" la 'pentita' brigatista Cinzia Banelli, "altrimenti non avremmo chiesto per lei l'ingresso nel programma di protezione": lo ha ribadito la Procura di Bologna, che lunedi' aprira' il processo per l'omicidio del professor Marco Biagi, in relazione alla notizia, riportata da un quotidiano, che vedeva la donna esclusa dal sistema di protezione per chi collabora con la giustizia.
"E' vero che i presunti colpevoli dell'omicidio erano gia' stati individuati - e' stato fatto notare in Procura - ma e' anche vero che da Banelli sono arrivati alcuni contributi importanti. Cosi' come con le sue dichiarazioni ha rafforzato le prove, che gia' c'erano, a carico dei brigatisti Morandi, Blefari Melazzi e Boccaccini".
Secondo gli investigatori bolognesi poi, fornendo le password per leggere i file dei pc delle br, Banelli ha permesso di arricchire le conoscenze dell'organizzazione terrorista, facendone conoscere in profondita' le modalita' d'azione o il modo di reperimento dei fondi".
La richiesta avanzata dalla procura di Bologna di ammettere la donna a programma di protezione, inoltre - viene sottolineato - non e' stata ancora presa in esame.

2 febbraio 2005 - CASO DORIGO: CASTELLI, LA DECISIONE SPETTA ALLA MAGISTRATURA
ANSA:
CASO DORIGO: CASTELLI, LA DECISIONE SPETTA ALLA MAGISTRATURA
"Ribadisco che l'eventuale decisione sulla scarcerazione di Dorigo spetta alla magistratura e quindi non si capisce cosa c'entri il Ministro della Giustizia in questa vicenda". Cosi' il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, replica alle dichiarazioni dei parlamentari Giulietti e Russo Spena.
"Davvero strano, direi schizofrenico - dice il Guardasigilli - l' atteggiamento di alcuni parlamentari dell' opposizione.
Quando fa comodo, invocano l' autonomia e l' indipendenza della magistratura. Quando invece questa non fa comodo, esortano il Ministro a intervenire in un ambito che non gli compete, ovvero quello giurisdizionale".

2 febbraio 2005 - LIBRO DEL GIORNO: ERRI DE LUCA NELLA NAPOLI DEL'43
ANSA:
LIBRO DEL GIORNO: ERRI DE LUCA NELLA NAPOLI DEL'43
'MORSO DI LUNA NUOVA',I NAPOLETANI CACCIANO I TEDESCHI
ERRI DE LUCA:'MORSO DI UNA LUNA NUOVA' (ED. MONDADORI, PP.97, 12.00 EURO). Prolifico scrittore napoletano, Erri De Luca dedica alla sua citta' un altro piccolo libro, quasi un ritratto dell'estate terribile del '43, che sta in bilico fra letteratura e teatro.
L'autore lo definisce "racconto per voci in tre stanze". Ma e' una storia tutta in forma di dialogo, con tanto di discalie, scritta in napoletano, ma con la traduzione fra parentesi: prima o poi approdera' al palcoscenico, che forse' e' la sua vera sede.
Il titolo cita un verso di una poesia di Salvatore Di Giacomo, che si intitola 'Luna nuova' e che dice: "Puozze na vota resuscita'/ scétate, scétate, Napule, Na."
Siamo in un rifugio antiareo, nei giorni dei bombardamenti, o - se si preferisce - al tempo del primo atto di 'Napoli Milionaria!' di Eduardo De Filippo.
In quello spazio angusto si incontrano nove personaggi, per lo piu' gente minuta, anche se c'e' pure un generale (presumibilmente a riposo, visto che non e' al fronte). In quello spazio precario e soffocante intrecciano dialoghi, fanno esercizi di ottimismo, si raccontano storie, mentre i bombardieri americani lasciano cadere il loro carico sopra le loro teste.
Le loro piccole storie si intrecciano con la Storia con la 'esse' maiuscola. A luglio il fascismo si e' disciolto nella notte del 25; in agosto le truppe alleate si avvicinano e a Napoli s'inasprisce l'occupazione tedesca; a settembre al resa dell'esercito italiano, rastrellamenti e deportazioni di uomini: la citta' sta nella tenaglia di due eserciti, uno dentro e uno fuori.
Il presente e' drammatico, il futuro incerto. Ma in quell'antro buio la fiamma di un orgoglio civile tremola e prende forza fino alla rivolta. In quattro giorni d'insurrezione si scacciano i tedeschi, spianando la via maestra alle truppe alleate. Cosi' si evita la battaglia dei due eserciti in casa, che avrebbe trasformato Napoli in un cumulo di macerie. 'Morso di luna nuova' e' per Erri De Luca il morso di una citta' che addenta e insegue fino a sbattere fuori l'occupante intruso.

3 febbraio 2005 - ROGO PRIMAVALLE: MORUCCI, COPRIMMO GLI ASSASSINI
"Il Giornale"
PARLA MORUCCI
"Così coprimmo gli assassini di Primavalle"
PIERANGELO MAURIZIO
Forse è l'unico che ha cercato a suo modo di illuminare alcuni tasselli degli anni del nostro terrorismo sistemandoli sotto la luce della storia. Non a caso il suo ultimo libro, La peggio gioventù, è già arrivato alla terza ristampa in pochi mesi. Valerio Morucci, prima di intraprendere il percorso che lo portò ad essere uno degli sterminatori della scorta di Aldo Moro e il postino delle Br durante il sequestro, è stato il responsabile di Lavoro illegale, la struttura occulta di Potere operaio. All' epoca del rogo di Primavalle in cui morirono i due figli del segretario della sezione dell'Msi, Virgilio e Stefano (22 e 8 anni), fu incaricato di svolgere la "controinchiesta" interna per accertare come erano andate le cose. In questa intervista per la prima volta racconta nei dettagli gli interrogatori dei responsabili del delitto. Di come i vertici di Potere operaio pur conoscendo la verità preferirono avallare la pista della "faida interna tra fascisti"; le complicità dentro i giornali. E altri retroscena di quegli anni.
Quando comincia la controinchiesta interna?
"Succede il fatto. Chiediamo se i tre sospettati c'entrano qualcosa al responsabile della squadra (ndr, di Potere operaio) a Primavalle e lui ci dice no...".
E poi?
"Poi i tre vengono incriminati. Li convochiamo in un appartamento a Roma. Eravamo io, Franco Piperno, Lanfranco Pace. Dall'altra parte c'erano Manlio Grillo e Marino Clavo, Achille Lollo mi pare fosse già stato arrestato...".
Cosa rispondono?
"Negano di nuovo ogni coinvolgimento. Data la totale follia, l'aberrazione di quello che è successo, siamo portati a credergli. Anche se io ho subito alcuni dubbi conoscendoli come tre senza cervello...".
E cosa fa?
"Dico a Franco (ndr, Piperno): "Lasciami solo con loro". E lui: "Non possiamo usare oggi mezzi che .non useremmo nella società di domani". Insoma mi mette un freno morale. Io volevo solo spaventarli.. "
Quindi?
"Clavo e,Grillo vengono messi al sicuro. Clavo va a Firenze: all'epoca non era un problema trovare ospitalità. E Potere operaio imposta la linea difensiva sull'innocenza dei tre. Linea sposata da tutto il movimento. Da qui viene fuori l'ipotesi che il rogo sia stato il frutto di una guerra fra missini".
Il problema è che anche i cosiddetti "giornali borghesi" sposano questa teoria.
"Le faccio un esempio. Quando attaccammo l'autoparco della polizìa a Roma il Messaggero pubblicò un articolo quasi elogiativo. Un'atmosfera demenziale, ma era l'atmosfera di quegli anni. Se ti prendevano, i magistrati ti mettevano fuori, perché alcuni reati - anche gravi come blocchi stradali, violenze in piazza - socialmente non erano più considerati come tali. Questo bisogna avere il coraggio di ammetterlo, altrimenti si ragiona con il senno di poi".
Andiamo avanti.
"Emergono le prime discrepanze, da Primavalle filtrano le prime stramberie, altre cose strane che avevano fatto i tre...".
L'alibi di Clavo risulta falso?
"Sì- glielo aveva fornito Diana Perrone, la figlia dell'editore del Messaggero, almeno così ho letto. Prendo un altro militante di Lavoro illegale e andiamo a
Firenze da Clavo".
Perché?
"Perché devo sapere. Sono un operativo e ho l'occhio alla misura di ciò che si fa. All'epoca molte azioni non vennero fatte perchè potevano avere conseguenze incontrollabili".
E cosa succede?
"Mi siedo davanti a Clavo. Prendo la pistola, avvito il silenziatore e la poso accanto a me. E dico: "Allora, dimmi". E lui senza pensarci un attimo confessa: "Siamo stati noi"".
Le dice altro?
"Che i fascisti a Primavalle rompevano le scatole: quello che si chiamava "antifascismo militante"...Ma che non volevano uccidere, che non avevano calcolato. E io m'incazzai ancora di più: "Come fate a non calcolare che se si da fuoco a una casa qualcuno può morire?". Il fatto che avessero ucciso due persone senza volerlo, per me era un'aggravante. Dimostrava la totale sconsideratezza".
Ma davanti a lei aveva uno che credeva di essere un "giustiziere proletario" o che cominciava a capire?
"Tutte e due le cose. Ad un certo punto, mi sembra di ricordare, scoppiò anche a piangere. Come sfogo personale: perché comunque hai ucciso...".
Lei informò i vertici di Potere operaio: Piperno, Scalzone, eccetera?
"Immediatamente. Ma la macchina innocentista era talmente avanti che fermarla avrebbe fatto danni peggiori".
Preferirono far finta di niente?
"Sì, ma appunto perché dirlo, a quel punto, che erano stati tre dei nostri sarebbe stato peggio che averlo detto subito. Ti sputtanavi completamente e mettevi nei guai anche gli altri, le altre organizzazioni del movimento, che avrebbero presentato il conto".
C'è un libro di quel periodo, edito da Savelli, "Primavalle, inferno a porte chiuse", in cui si sostiene che gli assassini andavano cercati nel "verminaio" della sezione Giarabub dell'Msi di Primavalle. Circola ancora su alcuni siti "antagonisti" di Internet...
"Ma con quello noi non c'entravamo nulla...".
Sulla copertina c'è scritto: Potere operaio.
"Francamente non me lo ricordo".
La campagna innoncentista alimentata durante il processo ad Achille Lollo (prima che fuggisse) cullò un'altra leva di aspiranti terroristi. Alvaro Lojacono, che ritroveremo accanto a lei a via Fani, viene arrestato per la prima volta per una scazzottata durante quel processo.
"Le occasioni di scontro erano talmente tante che le cose non sarebbero cambiate granché".
Lojacono ha ucciso Miki Mantakas, un altro giovane di destra, e anche lui non ha mai pagato per quel delitto.
"Che anno era: il '75? Sì, avvenne durante gli incidenti a una delle udienze del processo Lollo. Comunque, il rogo di Primavalle fu una cosa tragica. E anche un paradosso".
Un paradosso?
"Questo atto rimane unico, pur nel panorama di quegli anni. Il paradosso è che a compierlo sono tre militanti di Potop che nell'arcipelago rivoluzionario è l'organizzazione meno antifascista. Potere operaio era abbastanza elitario: i nostri obiettivi non erano i fascisti; ma lo Stato e il capitalismo. Negli altri gruppi le azioni contro i fascisti erano pianificate e avevano un controllo centralizzato. Invece da noi non avendo i militanti indicazioni precise è potuto accadere che facessero di testa loro. Su questa tragedia Potere operaio si scioglie".
Perché?
"Perché i nostri militanti sapevano. Perché pensare di fare la rivoluzione e trovarsi in mezzo a una storia di ragazzini bruciati provoca uno sconquasso. Poi ci sono quelli come Toni Negri che utilizzarono la vicenda per rompere e avviare l'esperienza dell'Autonomia".
Anche Toni Negri- secondo Nouvel Observateur uno dei più importanti filosofi viventi - dunque sapeva?
"Certo, era nella segreteria nazionale di Potop".
Secondo lei chi ha protetto Lollo, Clavo e Grillo in questi trent'anni di latitanza?
"Hanno trovato asilo presso amici e compagni".
Come spiegherebbe questa vicenda alla madre dei fratelli Matici?
"Quello che le è stato fatto non è sanabile in alcun modo. Dare un "respiro storico a questi fatti è l'unica cosa che può lenire il dolore".
L'amnistia per gli anni di piombo: perché lo Stato dovrebbe concederla?
"La cosa importante è ragionare. Questo non rida la vita a nessuno, ma può almeno sanare la ferita collettiva. Altrimenti queste cose tornano continuamente. Sono passati 32 anni e siamo qui alle prese con il rogo di Primavalle e non sappiamo dove collocarlo. Ogni fatto preso singolarmente è un atto drammatico, inserito nel contesto di quegli anni diventa un lutto elaborabile. Anni di scontro violentissimo. Tra chi sognava una rivoluzione comunista e chi sognava un ritorno al fascismo, uno scontro basato su due ideologie, comunismo e fascismo, che non avevano più nulla a che a fare con la realtà...".
L'onorevole Luciano Violante, dei Ds, è tra i primi quando si parla di amnistia a erigere un muro di no.
"Perché l'amnistia si porterebbe dietro un dibattito che riaprirebbe le pagine della storia di quegli anni, nelle quali anche le forze politiche non farebbero una gran bella figura".
Lojacono, uno dei sequestratori di Aldo Moro, come racconta lui stesso, è fuggito all'estero grazie a complicità interne a Botteghe Oscure. Lei nel suo libro dice che i processi sul rapimento Moro sono stati inquinati dal Pci che ha infilato i propri avvocati come difensori delle parti civili, cioè dei familiari delle vittime: perché?
"Per impedire che diventassero processi all'ideologia comunista, che venissero fuori gli album di famiglia! Tuttora si guarda a quegli anni con le lenti della politica. Tranne pochi coraggiosi. Alemanno a destra. E a sinistra Veltroni è l'unico che ha detto cose chiare sulle foibe. II comunismo è stato capace di scempi tanto quanto il fascismo. Le Brigate rosse erano comuniste. Punto".
Lollo ha fatto sapere che non intende chiedere scusa ai parenti.
"Se a distanza "di 30 anni, al sicuro, non sei capace di esprimere una parola di cordoglio per quello che hai fatto sei una bestia".
E che cosa direbbe a Lollo, Clavo e Grillo se ce li avesse davanti?
"Quello che dissi a Clavo quel giorno: sei una grande testa di...".
Potrebbero ribatterle che anche lei ha ucciso.
"Si, ma non ho arso vivo un bambino di 8 anni. C'è una bella differenza. Noi brigatisti ritenevamo di combattere una guerra e abbiamo sempre applicato le regole di guerra, prima fra tutte quella di non colpire i civili".
Avete ucciso persone inermi, tanti innocenti.
"È aberrante ma per noi erano militanti dello schieramento nemico. E abbiamo rispettato quelle regole. Anche se qualche volta è stato peggio...".
Cioè?
"Per il sequestro Moro scartammo l'opzione di rapire il presidente Dc nella chiesa di Santa Chiara a piazza dei Giochi Delfici, che non prevedeva l'eliminazione degli agenti di scorta, proprio .perché era troppo alto il rischio di coinvolgere civili. E così ci siamo fottuti. E abbiamo segnato la storia del Paese e la fine di Moro. Dopo via Fani non aveva senso rilasciare Moro senza aver ottenuto nulla e con cinque persone uccise nessuna trattativa era possibile.
Con la mente continuo ad andare all'altra soluzione...".
Ci pensa spesso?
"Sì, sempre".
Pierangelo Maurizio

5 febbraio 2005 - TOBAGI: E' MORTO ULDERICO, PAPA' DEL GIORNALISTA UCCISO
ANSA:
TOBAGI: E' MORTO ULDERICO, PAPA' DEL GIORNALISTA UCCISO
OGGI IL FUNERALE A CUSANO MILANINO
E' stato celebrato oggi nel santuario Madonna della Cintura a Cusano Milanino il funerale di Ulderico Tobagi, papa' di Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera, ucciso dai terroristi nel maggio del 1980.
La messa e' stata celebrata dal parroco don Carmelo Timpano che ha ricordato la figura di Ulderico Tobagi: "Un uomo con una grande ricchezza umana, che ha saputo, anche nei momenti drammatici della sua vita, mantenere equilibrio e la capacita' di perdonare".
Il parroco ha anche ricordato ai fedeli presenti in chiesa, parenti e amici di Cusano Milanino, la grande fede di Ulderico Tobagi che ogni giorno con la moglie si recava nella chiesa della parrocchia dove era cresciuto Walter Tobagi. "Un uomo - ha ricordato il parroco - che ha amato profondamente la moglie e le sue ultime parole sono state proprio per lei 'ti ho amata come Dio"".

5 febbraio 2005 - PISANU: "SINISTRA EGEMONIZZATA DA TONI NEGRI E CASARINI"
"La Repubblica"
L´INTERVISTA
"Bertinotti è la punta dell´iceberg, mentre Prodi sta lì come bandierina. D´Alema? Mai stato riformista"
Pisanu: "Sinistra egemonizzata da Toni Negri e Casarini"
Per noi è una pacchia: entriamo in sintonia con il loro elettorato moderato e voliamo
CLAUDIO TITO
ROMA - La sinistra ormai è egemonizzata dagli estremismi e ha come punto di riferimento Toni Negri, l´ex leader di Potere operaio. Il ministro dell´Interno Beppe Pisanu lascia per ultimo il Palazzo dei congressi dove si è chiuso il Consiglio nazionale di Forza Italia. E avverte: "Prodi è una bandierina" e "D´Alema non è mai stato riformista". E tutto questo perché sotto la punta dell´iceberg c´è un mondo radicale che spesso invade anche le istituzioni come "appunto" è accaduto con la sentenza che ha distinto tra guerriglia e terrorismo. "È accaduto anche in Puglia. - racconta Pisanu -. Fitto è una persona intelligente e sospettavo che avesse pilotato il voto delle primarie dell´Ulivo facendo votare Vendola".
E invece?
"E invece proprio no. Lì ci sono state, in una giornata fredda e piovosa, persone che si sono messe in fila davanti alle sezioni della Margherita, hanno pagato un euro e hanno votato Vendola per far fuori Boccia. Ossia il candidato moderato".
E quel voto è così ricco di conseguenze?
"Per me significa che in Italia c´è una sinistra reale che è tutt´altra cosa rispetto ai dirigenti. Altro che Prodi e D´Alema. La punta che emerge è Bertinotti. Lui è il volto borghese di una sinistra che non è più una sinistra di classe, ma salda tanti segmenti: l´anti-atlantismo, l´anti-americanismo, i no global, i disubbidienti, una parte del sindacato, la Fiom. Proprio quei segmenti che Toni Negri definisce la "moltitudine". Eppoi è un caso che il Nouvelle Observateur lo consideri uno dei 20 intellettuali più influenti del mondo?".
E questo secondo lei ha un significato particolare?
"Io osservo che ultimamente personaggi come Negri, gli esponenti di Potere Operaio, l´ambiente che negli anni ´70 stava a Padova, l´Autonomia, sono ricomparsi e, anche se in modo non visibile, egemonizzano la sinistra. Casarini, che non è certo un novello Gramsci, cita l´Impero, uno dei libri di Negri. Il punto è che questa area culturale e politica ha un peso ben superiore a quello che i partiti del centrosinistra vogliono far credere".
La linea del congresso Ds, però, non le dà ragione.
"Guardate Cofferati. Cosa ha fatto? Aveva saldato tutto. Il sindacato, i girotondi, i no global. Poi, certo, lo hanno "sbolognato" ma il suo posto lo ha preso Bertinotti che non si fa sbolognare. Alle primarie non rinuncerà. La verità è che quell´area ha un peso crescente altrimenti non si spiegherebbero tante cose".
Si riferisce alla differenza che è stata definita in questi giorni tra guerriglia e terrorismo?
"Appunto. La verità è che la sinistra non è riformista. Quali riforme ha fatto D´Alema? Nessuna. Hanno liquidato la socialdemocrazia. Dopo un anno hanno dovuto ammettere che i veri resistenti sono quegli 8 milioni di elettori iracheni. E per salvarsi l´anima tirano fuori che bisogna mandarci l´Onu. Ma vi pare possibile che la Nazioni unite abbiano la possibilità di mandare in Iraq 120 mila soldati?".
Però in Europa c´è anche Blair che si definisce di sinistra.
"Nominalmente è di sinistra, ma la sua politica è moderata".
Secondo lei il Pci era diverso?
"Certo. Adesso sono andati oltre. Questa sinistra reale è diventata egemone. Prodi sta lì come una bandierina".
Tutto questo per voi è un problema?
"Un problema? È una pacchia. A noi basta rendere pubbliche queste cose e entrare in sintonia con il loro elettorato moderato. A quel punto voliamo".
La Cdl, però, ha lo stesso problema a destra.
"L´importante è che Fini e An presidino quell´area. Il centro deve essere separato dalla destra da un bel trattino di ferro. Se si rimuove, qualcun altro occuperà la destra".
Eppure Fini tende a cancellare quel trattino.
"Non è vero. Anche al decennale di An lo ha ribadito, vuole essere una destra moderna".
Per evitare estremismi non dovrebbe perdere la Mussolini.
"Questo è un problema suo. Le questioni che pongo sono strategiche, non riguardano la campagna elettorale".
Che notizie avete della giornalista italiana rapita in Iraq?
"Speriamo che sia un sequestro politico".
Perché?
"Se si tratta di un rapimento politico, scopriranno che la giornalista è una di quelle che ha sempre sostenuto le loro ragioni".

6 febbraio 2005 - DOMANI PROCESSO BIAGI
"La Repubblica"
Bologna, da domani il processo. Il poliziotto che guidò le indagini: il cerchio non è chiuso
Delitto Biagi, nuove Br alla sbarra "Ma alcuni killer sono ancora liberi"
Sul banco dei testimoni salirà anche la moglie del professore. Rito abbreviato per Banelli
PAOLA CASCELLA
BOLOGNA - Nelle previsioni del presidente Libero Mancuso, due mesi di dibattimento e poi la sentenza. Si comincia domani. Le nuove Br saranno alla sbarra per rispondere dell´omicidio di Marco Biagi a neppure tre anni da quel 19 marzo 2002 dell´agguato. Il primo del terrorismo rosso a Bologna. Sono 156 i testimoni che accusano Nadia Lioce, Marco Mezzasalma, Paolo Boccaccini, Roberto Morandi e Diana Blefari Melazzi. La pentita Cinzia Banelli verrà giudicata con rito abbreviato il 15 febbraio. Venerdì sarà interrogata in videoconferenza. E prevedibilmente i suoi ex compagni lasceranno la gabbia, come qualche mese fa, all´udienza preliminare. Intanto a marzo dovranno dividersi con Roma dove comincia il processo per l´omicidio di Massimo D´Antona. La svolta nelle indagini? "Due anni fa, ad Arezzo, con l´arresto di Nadia Lioce da parte dell´agente Polfer rimasto ucciso nella sparatoria", dice Vittorio Rizzi, attuale capo della squadra mobile di Milano che venne spedito a Bologna dal capo della polizia Gianni De Gennaro per dirigere il "gruppo Biagi", la squadra incaricata di indagare a tempo pieno sull´uccisione del professore. I brigatisti sono tutti dietro le sbarre? "Occorre prudenza. Ci sono indagini in corso. Ma non si può escludere che alcuni fiancheggiatori siano ancora in circolazione". Anche nell´organigramma del commando che giustiziò Biagi sotto casa, alcune caselle sono rimaste vuote. "Di questo non voglio parlare perché lunedì comincia il processo e ogni affermazione può essere usata strumentalmente. Sarà il dibattimento a dire l´ultima parola".
Sul banco dei testimoni nei prossimi giorni salirà anche Marina Orlandi, la moglie del professore. Ma non tanto, (e non solo) per ricostruire la tragedia di quella sera. Una tragedia ampiamente prevista, ha già dichiarato a verbale la signora. Da lei e dallo stesso Biagi al quale la scorta era stata tolta e mai più restituita, nonostante le minacce. A Marina verrà chiesto di spiegare che cosa ha significato per lei e per i suoi due figli la scomparsa del marito, primo consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni, cervello della riforma del lavoro che porta il suo nome, estensore del Libro Bianco, docente all´università di Modena, per citare solo alcuni dei tanti, importantissimi incarichi che facevano di Biagi il prossimo più probabile bersaglio delle Br. Un dato ignorato da chi avrebbe dovuto proteggere il professore. La signora e la sorella del giuslavorista, Francesca Biagi dovranno dire pubblicamente, qual è stato il danno subito dalla famiglia. Da un punto di vista morale, ma anche economico.
Prevedibilmente sarà un momento di grande intensità emotiva. Marina Orlandi non ha mai fatto dichiarazioni pubbliche, non ha mai concesso interviste. A decidere la sua testimonianza l´avvocato di parte civile Guido Magnisi. Che in sede civile prepara una richiesta di risarcimento a molti zeri. Soprattutto nei confronti dello Stato, per aver lasciato solo il professore davanti ai suoi assassini.

Intervista a Vittorio Rizzi, il super poliziotto che ha guidato il pool degli investigatori "Ma i fiancheggiatori sono ancora liberi" la svolta Il sacrificio dell´agente Petri che permise la cattura della Lioce è stato la svolta che ci ha portato all´arresto dei brigatisti la scorta Impossibile dire se il professore si sarebbe salvato se avesse avuto la scorta. In tutta sincerità davvero non lo so
L´INVESTIGATORE
L´INTERVISTA
Vittorio Rizzi, capo del gruppo di detective che indagò sull´omicidio del professore
"Ma in libertà ci sono ancora i fiancheggiatori dei brigatisti"
"Ogni Natale la signora Biagi veniva in Questura a farci gli auguri. E nessuno di noi mancava"
"Non chiedetemi se con la scorta il professore si sarebbe salvato. Sinceramente non lo so"
PAOLA CASCELLA
Il suo Natale negli ultimi quattro anni ha avuto un appuntamento fisso: Marina Biagi che arriva in Questura col panettone, il brindisi degli auguri con lei e con gli altri componenti della squadra creata apposta per scovare gli assassini del giuslavorista bolognese. "Una visita riservata per incoraggiarci nel nostro lavoro. La signora non ha mai mancato, neanche il primo anno, nel 2002, quando le indagini non avevano ancora dato risultati. Per noi del "gruppo Biagi" è sempre stata una cosa commovente, una festa nostra, interna, per quanto si possa festeggiare con una persona toccata da un lutto così grave. Chi era in ferie tornava, perché con la famiglia del professore abbiamo tutti un rapporto forte, importante".
Vittorio Rizzi, 45 anni, bolognese di nascita, "il mobiliere" (il soprannome degli uomini della Mobile), che nel marzo 2002 da un giorno all´altro fu mandato a Bologna dal prefetto Antonio Manganelli e dal capo della Polizia Gianni De Gennaro in persona, per dirigere il team Biagi, formato soprattutto dai "digosauri" della Digos, ora è tornato a capo della Squadra mobile. Non più a Venezia dov´era allora, ma in una fra le città più importanti d´Italia, a Milano. Per lui però la vigilia del processo ai brigatisti accusati del delitto resta un "momento di assoluta importanza, il traguardo del nostro lavoro che ci ha impegnato per mesi a 360 gradi. A questo obiettivo miravamo seguendo più piste, incrociando milioni e milioni di dati e di informazioni. Con uno sforzo che nella fase iniziale è stato anche quello di creare un gruppo omogeneo, affiatato, tra 50 poliziotti di provenienza ed estrazione diversa. Poi non si può dimenticare il piano emotivo. Difficile non essere coinvolti, restare neutri quando si indaga su una vicenda di questo tipo. Oggi non posso non rivolgere un pensiero alle vittime di questo delitto. Non solo il professor Biagi, ma tutta la sua famiglia. Il legame con loro è diventato via via imprescindibile. Anche perché quando fai questo genere di indagini, non conoscendo gli assassini, devi partire dalle vittime, dal loro dolore. Così fatalmente finisci col restare coinvolto emotivamente e affettivamente. E alla fine, ogni giorno il tuo scopo è tra gli altri quello di restituire giustizia a chi ha perso un affetto tanto importante".
Dottor Rizzi, oggi i brigatisti sono davvero tutti dietro le sbarre?
"No, non credo. La mia sensazione è che all´appello manchi ancora qualcuno".
Chi?
"Penso che la dirigenza sia stata interamente arrestata. Mancano i fiancheggiatori".
Anche nell´organigramma del commando che uccise Biagi, alcune caselle, una o forse due, sono restate vuote.
"Di questo non voglio parlare perché lunedì comincia il processo e ogni affermazione può essere usata strumentalmente. Sarà il dibattimento a stabilirlo".
Durante l´indagine spesso l´opinione pubblica ha percepito come un vero paradosso il fatto che chi indagava era anche sotto accusa per la mancata scorta al professor Biagi. I vertici del Viminale, il capo dell´Antiterrorismo e il suo vice, il questore di Bologna erano indagati per omicidio colposo. Ci sono voluti mesi per arrivare al proscioglimento. Intanto anche la vecchia dirigenza della Digos era al centro di polemiche infuocate. Quanto ha inciso questa atmosfera sul vostro lavoro?
"La tensione si avvertiva, certo. Ma posso dire che non ha avuto ricadute concrete sull´attività investiva".
Di fatto però il suo arrivo a Bologna è stato vissuto come una sorta di commissariamento della Digos di allora, provocando anche molti malumori in Questura.
"Ma no, ma no. Lavorare attraverso l´utilizzo di questi gruppi è una metodologia normale alla quale il Viminale ricorre spesso. Io personalmente ne avrò fatto parte almeno una decina di volte. Nel ´92 per esempio quando ero al Servizio centrale operativo, sono stato mandato a Palermo per partecipare al gruppo Falcone - Borsellino. Poi sono stato in strutture analoghe costituite per le stragi di mafia dei Georgofili e di via Palestro. Molte altre ne ho viste, magari dall´esterno. Prendiamo l´indagine su Profeta a Padova: lì ero io che ospitavo una squadra formata su quel caso. Ora a Milano abbiamo un gruppo di lavoro per le rapine nelle ville. ?Si vede anche nei film. All´inizio è sempre complicato, magari c´è diffidenza. Poi si smussa e si diventa amici. Per noi del gruppo Biagi è stato così. Adesso abbiamo un rapporto importante e molto forte".
Senza la morte dell´agente Polfer Emanuele Petri, e la cattura di Nadia Lioce, sul treno per Arezzo, nel marzo 2003, questo processo alle nuove Br sarebbe stato possibile?
"Penso di no. Non oggi almeno. Quel fatto ha significato la svolta. Non so se nel tempo le indagini ci avrebbero portato comunque all´individuazione e all´arresto degli attuali imputati. Per dirlo ci vorrebbe la palla di vetro e io non ce l´ho. Certo alcuni degli arrestati erano stati sfiorati dal nostro lavoro investigativo, ma era un momento "freddo" della loro attività. Difficile trovare elementi di prova quando una persona sospetta fa una vita normale: il lavoro, la famiglia, le cose di tutti i giorni".
Dottor Rizzi, se il professor Biagi avesse avuto la scorta, si sarebbe potuto salvare ?
"In tutta sincerità davvero non lo so".

IL PROCESSO AI TERRORISTI
Parte domani nell´aula Bachelet di Palazzo Baciocchi il processo per l´omicidio del professore. Sei gli imputati
Marina sarà sentita come teste
La vedova Biagi in aula contro i killer delle Brigate rosse
La pentita Cinzia Banelli parlerà venerdì prossimo in teleconferenza. In tutto sono 156 i testi chiamati dall´accusa
Dovrà elencare la lunga lista degli incarichi noti e meno noti di Marco Biagi - primo consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni, estensore del Libro bianco, cervello della riforma del lavoro che porta il suo nome, docente all´università di Modena? - tutti quelli che avrebbero dovuto far capire a chi di dovere che il professore era il prossimo obiettivo, il più probabile, delle Brigate rosse. E per questo doveva restare sotto scorta anche in tempo di tagli e di austerity. Marina Orlandi, la moglie del professore ucciso dalle Brigate rosse il 19 marzo 2002 salirà sul banco dei testimoni per raccontare ai giudici che cosa ha significato per lei e la sua famiglia la scomparsa del marito. Anche economicamente.
Sarà uno dei momenti più toccanti del processo alla nuove Br che comincia domani nell´aula Bachelet di Palazzo Baciocchi, la grande aula che ha ospitato tanti dibattimenti per stragi e terrorismo. Nella gabbia che ha custodito Mambro e Fioravanti, Mario Tuti, i vecchi brigatisti che assassinarono Roberto Ruffilli, e i poliziotti della Banda della Uno bianca, ci saranno Nadia Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Paolo Boccaccini e Diana Blefari Melazzi. La pentita Cinzia Banelli verrà giudicata il 15 febbraio col rito abbreviato. La sua testimonianza di autoaccusa e di accusa per gli ex compagni è prevista per venerdì in teleconferenza.
Non si sa quando verrà ascoltata Marina Orlandi. Certamente dopo i 156 testi dell´accusa. A volere la signora sul banco dei testimoni è l´avvocato difensore della famiglia Guido Magnisi che chiamerà al microfono anche la sorella del professore, Francesca Biagi. La sua decisione quasi certamente corrisponde ad un desiderio di Marina che raramente si lascia condizionare da ciò che non condivide. Sarà la sua prima dichiarazione pubblica. Prevedibilmente di particolare emozione. Impossibile prescindere dal fatto che le parti civili (il Comune di Bologna ha appena depositato la sua costituzione) sono tali se possono dimostrare di aver subito un danno dalla commissione di un delitto. Marina Biagi dovrà raccontare ai giudici qual è stato quello suo e dei suoi figli. Un´ovvietà naturalmente. Ma la quantificazione di cosa significhi per una famiglia la scomparsa di un marito e di un padre rappresenta uno degli aspetti più delicati e dolorosi dei giorni del lutto. Nessuno ne è esente. E prevedibilmente questo momento rappresenterà un gradino importante per la richiesta miliardaria di risarcimento che Magnisi si prepara a presentare in sede civile. Questa volta allo Stato, per la mancata scorta al professore.
(p.c.)

7 febbraio 2005 - COMINCIA PROCESSO BIAGI: BR REVOCANO AVVOCATI
ANSA:
TERRORISMO: BR; COMINCIATO A BOLOGNA PROCESSO OMICIDIO BIAGI
Alle 9:30 e' cominciato, davanti alla Corte d' Assise di Bologna presieduta da Libero Mancuso, il processo per l' omicidio del prof.Marco Biagi, assassinato dalle Br il 19 marzo 2002 sotto casa.
In aula sono presenti Diana Blefari Melazzi, Nadia Desdemona Lioce, Marco Mezzasalma e Roberto Morandi. E' assente invece il quinto imputato, Simone Boccaccini.
Cinzia Banelli verra' invece giudicata separatamente con il rito abbreviato il 15 febbraio. I quattro imputati presenti sono in due gabbie attigue, in una gli uomini nell' altra le donne.

TERRORISMO: BR; LIOCE E MORANDI REVOCANO DIFENSORE
Nadia Desdemona Lioce e Roberto Morandi hanno revocato il loro difensore di fiducia, l' avv. Sandro Clementi, che aveva di recente sostituito l' avv. Attilio Bacioli. Lo hanno fatto a conclusione della lettura di un lungo documento di analisi politica letto da Nadia Lioce, la quale ha specificato che non saranno riconosciuti neanche gli eventuali avvocati d' ufficio.

TERRORISMO: BR; LEGALE LIOCE E MORANDI, VALUTANO SCELTE
CHE ATTEGGIAMENTO TENERE NEI CONFRONTI DELLA CORTE
"Stanno valutando le loro scelte processuali, che atteggiamento tenere nei confronti della Corte e dello Stato, in coerenza anche con certe scelte passate delle Br". Lo ha detto l' avv. Alessandro Clementi, difensore di Nadia Desdemona Lioce e di Roberto Morandi, in merito all' atteggiamento dei suoi due assistiti, poco dopo l' apertura a Bologna del processo alle nuove Br per l' omiciido Biagi. Clementi, che difende da solo i due terroristi dopo la revoca dell' incarico al collega Attilio Bacioli, ha detto anche di non escludere che durante questa udienza i Br possano presentare un documento.

TERRORISMO: BR; NADIA LIOCE, CAPO ANCHE DENTRO LA GABBIA
LEI PARLA GLI ALTRI ASCOLTANO, POI PER MEZZ'ORA LEGGE DOCUMENTO
Basta guardare per qualche minuto la gabbia della Corte d'Assise di Bologna per capire che Nadia Desdemona Lioce e' il capo delle nuove Brigate Rosse, se ci fossero dubbi. Quello con gli altri tre brigatisti accusati dell'omicidio del professor Marco Biagi non e' un colloquio: lei parla, gli altri ascoltano. Al massimo, qualche risposta, ma poche parole.
Vestita con gemelli beige sotto un giaccone giallo senape, Nadia Desdemona Lioce entra nell'aula Bachelet del palazzo di giustizia di Bologna alle 9.10, si siede a fianco di Diana Blefari Melazzi, consegna un documento a Roberto Morandi, diviso da una parete di sbarre insieme a Marco Mezzasalma, e inizia a parlare. Accompagna il discorso gesticolando con la mano sinistra, che non sta mai ferma: a volte riunisce le dita toccandosi il petto, come per rivendicare proprie responsabilita', altre punta solo l'indice, per additarne ad altri, richiamandone l'attenzione. In aula si iniziano a discutere le questioni preliminari, ma la brigatista continua il monologo. Spesso si rivolge a Diana Blefari, sovrastandola visivamente, ben piu' dei dieci anni di differenza. L'unico con licenza di non ascoltare pare Morandi, con gli occhi piantati sul documento che Lioce ha scritto a mano e che, poco dopo, lei leggera' in aula. Pure qui mica e' una condivisione: Morandi firmera' in fondo a quelle cinque facciate, tesi gia' elaborate dalla compagna. Morandi sottoscrivera' tutto anche a voce, dopo la lettura, non invece Blefari e Mezzasalma. Una divergenza che c'era stata pure il 5 ottobre scorso, nel corso dell'udienza preliminare quando Lioce e Morandi lessero una paginetta:
Mezzasalma, che stava al loro fianco, non firmo'. Ora ascolta, annuisce, riflette: il dissenso, che su qualche punto continua a esserci, e' condensato in poche battute.
Finite le questioni preliminari e l'esposizione delle liste testi, Nadia Lioce chiede di poter fare spontanee dichiarazioni. Esce dalla gabbia, fa qualche passo avvolta dagli agenti della Polizia penitenziaria, e si siede davanti ai giudici. S'aggiusta gli occhiali, lasciati penzolare sul petto dentro la gabbia, e inizia a leggere al microfono. Dalle 13.13 rimacina per oltre mezz'ora "la riforma delle pensioni", "il fallimento della strategia imperialistica in Medio Oriente", "le politiche antiproletarie dell'esecutivo", "la legge Biagi". Un quarto d'ora e' sufficiente per far scattare il Pm Paolo Giovagnoli:
"L'argomento delle dichiarazioni deve essere attinente al processo". Lioce ribatte - "non manca molto" - e continua. Il presidente Mancuso la richiama nuovamente e la brigatista risponde di nuovo. Revoca e diffida i difensori, dopo di che Mancuso la interrompe e la fa riaccompagnare nella gabbia. Nelle ultime righe del documento, che Lioce non fa in tempo a leggere, restano scritte le cose da fare: "Lavorare alla ricostruzione delle forze rivoluzionarie e proletarie sul terreno della lotta armata e degli strumenti politico-organizzativi per rilanciare l'iniziativa offensiva e far avanzare i termini attuali della guerra di classe". Parole da capo.

TERRORISMO: BR; MORANDI DIFFIDA ANCHE AVVOCATI UFFICIO
Roberto Morandi ha diffidato gli avvocati di ufficio appena nominati a rappresentare lui e Nadia Desdemona Lioce nel processo dell' omicidio del prof.Marco Biagi.
Erano appena stati nominati i due avvocati d' ufficio, Addolorata Pastore per Lioce e Barbara Paoletti per Morandi. Quest'ultimo ha chiesto la parola e ha detto: "vorrei far presente agli avvocati d' ufficio che poc' anzi io e Nadia Lioce come militanti delle Brigate rosse Pcc abbiamo revocato il mandato agli avvocati di fiducia e anche diffidato qualsiasi avvocato d' ufficio a sostenere la nostra difesa in questa aula". A quel punto il presidente della Corte Libero Mancuso ha interrotto le parole di Morandi: "si accomodi. Lei non puo' diffidare nessuno".
Sono stati concessi i termini a difesa per i nuovi avvocati difensori e il processo e' stato rinviato al 21 febbraio quando verra' sentita in videoconferenza Cinzia Banelli.
Tutti e quattro gli imputati presenti in aula hanno fatto sapere che non saranno presenti quando sara' sentita la pentita Banelli.

TERRORISMO: BR; LEGALE D'UFFICIO,DIFFIDA SUONA COME MINACCIA
NUOVI DIFENSORI LIOCE E MORANDI, DOBBIAMO FARE NOSTRO DOVERE
Mica pare solo una diffida quella dei brigatisti Nadia Desdemona Lioce e Roberto Morandi ai propri difensori: "Suona come una minaccia", risponde ai cronisti appena finita l'udienza l'avv. Addolorata Pastore, 36 anni, che in meno di mezz'ora si ritrova legale d'ufficio nel processo al commando delle Brigate Rosse accusato dell'omicidio del professor Marco Biagi.
"E' inconcepibile - aggiunge, lei che dovra' tutelare Nadia Lioce - perche' queste persone ci chiedono di non difenderle: ma noi, quest'obbligo, l'abbiamo. Allora faro' il mio dovere, anche perche' in questo momento facciamo un pubblico servizio". Era una giornata normale, fino a quando la Corte, obbligata dalla revoca del legale di fiducia, ha chiesto al call-center dell'ordine degli avvocati di pescare nella lista dei difensori d'ufficio: "Stavo parlando con altri clienti - spiega ancora - quando mi hanno telefonato: devi assolutamente venire". Non se lo sarebbe nemmeno augurato due anni fa: "Mi ricordo quando vidi le immagini dell'arresto di Lioce in televisione. Ho pensato: 'Non la potrei difendere'. E invece, eccomi qua".
Non ci crede neppure Barbara Paoletti, 35 anni il prossimo 19 marzo, quando sara' il terzo anniversario del delitto. Lei dovra' difendere Morandi, quello stesso che l'ha appena diffidata, parlandole a pochi metri, davanti alla Corte d'Assise: "Dobbiamo farlo - ripete mentre scende le scale del palazzo di giustizia - e poi c'e' l'articolo 24 della Costituzione (la difesa diritto inviolabile, ndr). E allora faremo il nostro lavoro". Per studiare le carte avranno due settimane.

TERRORISMO: BR; 'DIFFIDATI' AVVOCATI, PROCESSO SLITTA
LIOCE E MORANDI, NEMMENO QUELLI DI UFFICIO CI RAPPRESENTANO
Nessun avvocato puo' difendere le Brigate Rosse. Nadia Desdemona Lioce e Roberto Morandi, due dei cinque brigatisti accusati dell'omicidio del professor Marco Biagi riportano la Corte d'Assise di Bologna, riunita per la prima udienza, nel cuore degli anni '80: "Revochiamo gli avvocati difensori compresi quelli d'ufficio e li diffidiamo dal rappresentarci", intima decisa Lioce, seduta davanti ai giudici per dichiarazioni spontanee.
Piu' che una dichiarazione somiglia a una minaccia, se e' vero che, appena si presentano i nuovi legali d'ufficio, Morandi esce dalla gabbia e ribadisce davanti al microfono: "Vorrei far presente agli avvocati d'ufficio che poc'anzi io e Nadia Lioce, come militanti delle Brigate Rosse Pcc, abbiamo revocato il mandato agli avvocati di fiducia e anche diffidato qualsiasi avvocato d'ufficio a sostenere la nostra difesa in questa aula". Libero Mancuso, presidente della Corte, non gradisce e interrompe il brigatista: "Si accomodi. Lei non puo' diffidare nessuno".
Le Br non vogliono avvocati, semplicemente perche' questo non e' il loro tribunale: "Non riconosciamo alcuna legittimita' a giudicarci alle corti che dello Stato sono i tramiti", aveva detto ancora Lioce, leggendo parte di un documento scritto a mano, in stampatello, lungo cinque facciate e qualche riga. I nuovi legali, Barbara Paoletti, 35 anni, e Addolorata Pastore, 36, si presentano alle 15 di fronte alla Corte, chiedendo i termini a difesa, davanti a un processo scritto in 89 faldoni di documenti. Il sabotaggio brigatista ha avuto un primo effetto: salta la prevista audizione della 'pentita' Cinzia Banelli, gia' in calendario per lunedi' 14 febbraio. Si fara' sette giorni piu' tardi, il 21, in videoconferenza. Ma i brigatisti non ci saranno: da sempre rifiutano di incrociare pure solo lo sguardo con la compagna So, la 'pentita'. Figurarsi confrontarsi con lei e ascoltare il suo 'tradimento' in teleconferenza. Infatti, subito dopo l'annuncio, Nadia Lioce si alza, e dalla gabbia annuncia che rinuncera' a comparire: si associa Morandi e, poi, anche Marco Mezzasalma e Diana Blefari Melazzi. Questi ultimi due pero' non hanno firmato il documento con il quale i due compagni revocavano i difensori. Non era in aula invece Simone Boccaccini, il quinto imputato dell'omicidio Biagi. Il prossimo appuntamento sara' allora con il separato giudizio abbreviato per Banelli, il 15 febbraio.
L'udienza si era aperta in mattinata con la discussione delle questioni preliminari e con l'indicazione delle fonti di prova da parte dell'accusa, delle difese e delle parti civili. L'unica eccezione di nullita' e' stata sollevata dall'avv. Sandro Guerra, legale di Boccaccini: l'avviso di fine indagini e la richiesta di rinvio a giudizio - ha argomentato - furono notificati solo a lui e non al codifensore. Si sono opposti il Pm Paolo Giovagnoli e l'avv. Guido Magnisi, che assiste la famiglia Biagi: entrambe le notifiche furono ripetute e, quindi, nessun diritto della difesa fu violato. Una tesi, quest'ultima, accolta dalla Corte dopo un'ora e 35 minuti di camera di consiglio.
Nelle liste testi sono spuntati i nomi del ministro del Welfare Roberto Maroni, del sottosegretario Maurizio Sacconi e del capo di Gabinetto, Angela Pria: indicati dall'Avvocatura dello Stato, tutti e tre lavorarono a contatto con il professor Biagi, che era consulente di quel dicastero. L'accusa ha invece citato 162 testimoni, fra i quali diversi ufficiali di pg che fecero le indagini. In aula parleranno anche Marina Orlandi e Francesca Biagi, rispettivamente vedova e sorella del giuslavorista assassinato il 19 marzo 2002, sotto casa: lo faranno come parti civili, chiamate dall'avv. Magnisi.
Oltre alla revoca dei brigatisti, anche le richieste di alcuni difensori hanno poi modificato il calendario che avrebbe previsto tre giorni di udienza alla settimana, ora ridotti a due, il lunedi' e il martedi'. A fine mattinata, Lioce e' uscita dalla gabbia per la lettura del documento: una lettura di 32 minuti, densa di argomentazioni gia' ribadite in decine di documenti brigatisti. E gia' dopo 15 minuti aveva esaurito la pazienza del Pm: "Non sono attinenti al processo". Risposta:
"Manca la parte rilevante e penso che chi si prende la responsabilita' politica di fatti oggetto del giudizio ne dia spiegazione". Poco dopo anche Mancuso l'ha interrotta: "Se non passa alla parte processuale devo accogliere la richiesta del Pm". Ed e' arrivata alla revoca dei difensori e alla diffida di quelli d'ufficio. "Suona come una minaccia - ha detto Pastore, appena nominata d'ufficio - ma dobbiamo fare il nostro dovere, noi prestiamo un servizio pubblico".

8 febbraio 2005 - TERRORISMO: 25 ANNI FA L'OMICIDIO DI VITTORIO BACHELET
ANSA:
TERRORISMO: 25 ANNI FA L'OMICIDIO DI VITTORIO BACHELET
A ROMA UN SEMINARIO, UNA MESSA E UN CONVEGNO PER RICORDARLO
A 25 anni dalla morte l'eredita' di Vittorio Bachelet sara' ricordata nella sua universita', La Sapienza, quella dove lo studioso insegnava e dove il 12 febbraio del 1980 fu assassinato dalle Brigate Rosse sulle scale della facolta' di Scienze Politiche dell' Universita' di Roma.
Un omicidio che ha visto tra i responsabili Anna Laura Braghetti, militante Br arrestata lo stesso anno dell'agguato che costo' la vita al docente universitario.
Quella di Bachelet e' un'eredita' complessa perche' fu un uomo di studi, di azione politica e di impegno cristiano: presidente dell'Azione Cattolica, vice presidente del Consiglio superiore della Magistratura, docente universitario.
E proprio l'Azione Cattolica Nazionale, insieme al settore Giovani dell'Azione Cattolica di Roma e alla Federazione Universitaria Cattolica di Roma, ha promosso il seminario che si terra' domani nella facolta' di Scienze Politiche dal titolo "Passione intellettuale e impegno civile. A 25 anni dall' assassinio di Vittorio Bachelet, i giovani si confrontano sull' eredita' del suo pensiero".
"L'esempio del suo sacrificio nella nostra facolta', dove e' stato ordinario di diritto amministrativo e direttore dell'istituto di studi giuridici - ha spiegato il preside della facolta' di Scienze Politiche de La Sapienza Fulco Lanchester - ha lasciato un ricordo indelebile. E come Moro e D'Antona rappresenta uno dei tre 'martiri' del periodo degli anni di piombo e del terrorismo".
Il preside ha ricordato che come studioso di diritto amministrativo Bachelet si era interessato in particolare del coordinamento e dei regolamenti militari. "E' stato uno studioso profondo - ha ricordato Lanchester - attento alla dinamica del sistema politico costituzionale e, nello stesso tempo, come docente e' stato sempre aperto e disponibile nei confronti dei propri allievi".
I 25 anni trascorsi dalla morte di Bachelet, ha aggiunto il preside, "ci danno anche l'occasione di ripercorrere una generazione: sia come colleghi, sia come uomini che hanno vissuto accanto al professore e se lo sono visto strappare. Personalmente quando Bachelet fu ucciso, non ero ancora professore ero un'assistente e lui era membro di una commissione di concorso. Ho scritto una sua biografia sul dizionario biografico degli italiani. Per la sua figura di studioso, ma soprattutto per il suo esempio, considero Bachelet una bussola della mia esistenza".

8 febbraio 2005 - BR; DIFFIDE A DIFENSORI, LEGALI SOTTO PROTEZIONE
ANSA:
TERRORISMO: BR; DIFFIDE A DIFENSORI, SI VALUTA IPOTESI SCORTA
DECIDERA' COMITATO PROVINCIALE ORDINE E SICUREZZA DI BOLOGNA
Il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica di Bologna valutera' se concedere la protezione ai due difensori d'ufficio dei brigatisti Nadia Desdemona Lioce e Roberto Morandi, in seguito alla "diffida" fatta ieri in aula dai due dei cinque imputati dell'omicidio del professor Marco Biagi.
Dopo la decisione di revocare il proprio legale, l'avv. Alessandro Clementi, sono stati nominati due difensori d'ufficio: gli avvocati Addolorata Pastore e Barbara Paoletti. La diffida brigatista era suonata come una minaccia, pure per l'intervento di Roberto Morandi, subito dopo la comparsa dei nuovi legali davanti alla corte: "Vorrei far presente agli avvocati d'ufficio - aveva detto il brigatista in una dichiarazione spontanea, fuori dalla gabbia - che poc'anzi io e Nadia Lioce come militanti delle Brigate rosse Pcc abbiamo revocato il mandato agli avvocati di fiducia e anche diffidato qualsiasi avvocato d'ufficio a sostenere la nostra difesa in questa aula". E lo stesso avvocato Pastore, uscendo dall'aula aveva commentato: "Suona come una minaccia, ma noi abbiamo l'obbligo di difenderli. Allora faro' il mio dovere, che, in questo momento e' un pubblico servizio".

TERRORISMO: BR; DIFFIDE DIFENSORI, COME A BOLOGNA NEL 1982
PRESIDENTE AVVOCATI, MI CAPITO' CON TUTI A PROCESSO ITALICUS
"Nessuno si azzardi a difendermi d'ufficio, altrimenti fara' i conti con me". Grido' cosi' Mario Tuti, dalla gabbia della Corte d'Assise di Bologna, accusato della strage dell'Italicus: era una mattina del febbraio 1982, ma l'avvocato Lucio Strazziari, ora presidente dell'ordine degli avvocati di Bologna non se l'e' dimenticato. Soprattutto adesso che la memoria e' lucidata dalle diffide dei terroristi, stavolta rossi, piovute su altri difensori d'ufficio, nell'ambito del processo Biagi.
"Accadde - ricorda Strazziari - che pochi giorni prima dell'udienza, in un aula del Tribunale di Firenze, avessero arrestato l'avv. Germano Sangermano, legale di fiducia di Tuti. Cosi', a Bologna, per l'Italicus, il presidente Negri di Montenegro sospese l'udienza concedendo tre giorni perche' il consiglio dell'ordine trovasse un difensore d'ufficio: su delega del presidente dell'ordine, Angela Sbaiz, fui nominato io". E li cominciarono i problemi: "Dalla gabbia, Tuti mi grido che non voleva essere difeso d'ufficio".
Una diffida comunque diversa da quella dettata ieri dai brigatisti Lioce e Morandi nel corso del processo per l'omicidio del professor Marco Biagi: "Si' - prosegue Strazziari - perche' non e' che Tuti non volesse essere difeso: voleva esserlo solo dall'avv. Sangermano, Io, il 23 febbraio, chiesi i termini a difesa: 20 giorni". Tre giorni prima che si riaprisse l'aula, Sangermano fu rimesso in liberta': "Pote' riprendere la difesa, anche se a quell'udienza andai anch'io, perche' formalmente risultavo ancora suo difensore. E Tuti mi ringrazio': per aver ottenuto i 20 giorni di tempo".

TERRORISMO: BR; DIFFIDE A DIFENSORI, LEGALI SOTTO PROTEZIONE
'ADOTTATE CAUTELE' PER AVVOCATI D'UFFICIO DI LIOCE E MORANDI
Saranno sotto protezione i due avvocati d'ufficio di Nadia Desdemona Lioce e Roberto Morandi, i due brigatisti che ieri a Bologna hanno "diffidato" qualsiasi legale da assumerne la difesa, nella prima udienza del processo per l'omicidio del professor Marco Biagi. Lo ha deciso il Comitato provinciale dell'ordine e la sicurezza pubblica, riunitosi nel pomeriggio.
E' stata valutata la situazione - si e' appreso - ed e' stato deciso che saranno adottate "le cautele del caso". Gli avvocati Addolorata Pastore e Barbara Paoletti erano state nominate dopo che Lioce e Morandi, in una dichiarazione spontanea, avevano revocato il proprio legale, l'avv. Alessandro Clementi.
"La mia vita non cambia, anche se ovviamente avrei preferito non trovarmi in questa situazione - ha detto pacata l'avv. Paoletti, difensore d'ufficio di Roberto Morandi - pero' non vorrei che questa vicenda fosse ne' ingigantita, ne' minimizzata". Sul merito della protezione, non e' entrata: "Se hanno ritenuto di adottarla - ha continuato - significa che ce n'erano i presupposti. La mia vita al 99% e' al lavoro, tutti i pomeriggi in studio. Non penso che avere una protezione cambiera' molto le cose".
Piuttosto, sul lavoro, incidera' l'ingresso nel processo per l'omicidio del professor Biagi: migliaia di pagine da leggere e ogni mossa da pesare sotto l'occhio delle telecamere. "Sicuramente e' un'esperienza che ha il suo peso - ha spiegato ancora il legale - a livello emotivo e professionale. Delicatezza e tensione ci sono pero' anche in altri processi, che pure ho affrontato, anche se non sotto l'occhio dei media". Ora si sta organizzando: "Dovro' farmi le copie degli atti, poi iniziero' a studiare". Difficile, invece, fare il punto con il proprio cliente: "Non penso che sara' possibile. Io, pero', la mia disponibilita' la metto".
Al Comitato provinciale, presieduto dal prefetto di Bologna Vincenzo Grimaldi, hanno partecipato il questore Francesco Cirillo, il comandante provinciale dei carabinieri Agostino Papa e quello della Guardia di Finanza Gaetano Barberi. Il Comitato ha esaminato la situazione e ha deciso le misure che saranno adottate dalla forze di polizia per la tutela dei due difensori d' ufficio. "Non riconosciamo alcuna legittimita' a giudicarci alle corti che dello stato sono i tramiti - aveva detto Lioce leggendo un documento ieri in aula - e revochiamo gli avvocati difensori compresi quelli d'ufficio e li diffidiamo dal rappresentarci". Una diffida poi ripetuta da Roberto Morandi.

9 febbraio 2005 - TERRORISMO: BR; AVVOCATO D'UFFICIO NON INCONTRA LIOCE
ANSA:
TERRORISMO: BR; AVVOCATO D'UFFICIO NON INCONTRA LIOCE
'ANCORA ISCRITTO AVVOCATO DI FIDUCIA'
L'avvocato Addolorata Pastore, nominata difensore d'ufficio di Nadia Desdemona Lioce nel processo che vede a Bologna la brigatista imputata per l'omicidio del prof. Marco Biagi non ha potuto incontrare oggi la sua assistita. "Mi sono recata al carcere di Sollicciano - ha spiegato il legale - ma risulta ancora iscritto l'avvocato di fiducia e quindi non mi e' stato possibile vederla, incontrarla".
Pastore (36 anni) e la collega Barbara Paoletti (35) erano state nominate difensori della Lioce e di Roberto Morandi dopo che i due brigatisti avevano revocato il mandato al loro legale di fiducia, l'avv. Alessandro Clementi, lunedi' durante la prima udienza del processo alle nuove Br accusate dell'omicidio del giuslavorista bolognese. Nella stessa udienza Lioce e Morandi avevano "diffidato" qualsiasi legale da assumere la loro difesa. Per questo Pastore e Paoletti, per decisione del Comitato provinciale dell'ordine e la sicurezza pubblica, sono da ieri sotto protezione.

9 febbraio 2005 - TERRORISMO: GIP ROMA NEGA DOMICILIARI A BADEL
ANSA:
TERRORISMO: GIP ROMA NEGA DOMICILIARI A BADEL
Il gip del tribunale di Roma, Simonetta D'Alessandro, ha respinto la richiesta della misura cautelare agli arresti domiciliari avanzata per il presunto terrorista Roberto Badel.
La procura di Roma, durante l'udienza che si era svolta le scorse settimane, nell'aula Occorsio a piazzale Clodio, aveva espresso parere favorevole alla richiesta avanzata dagli avvocati difensori.

10 febbraio 2005 - ROGO PRIMAVALLE: LOLLO, ERAVAMO IN SEI
"Il Corriere della sera"
Dopo la prescrizione del reato, parla l'ex di Potere operaio. "Per 30 anni ho rispettato un patto del silenzio"
La verità di Lollo: a Primavalle eravamo in sei, ecco i nomi
di ROCCO COTRONEO
RIO DE JANEIRO - "Non siamo stati in tre ad organizzare l'attentato. Eravamo in sei. Ho rispettato un silenzio di oltre trent'anni, oggi non ha più senso. Voglio dire tutta la verità sul rogo e sulla morte dei fratelli Mattei". Achille Lollo parla dal Brasile, dove vive da 18 anni. Prima latitante per il rogo di Primavalle in cui morirono i fratelli Mattei, oggi libero cittadino, dopo la prescrizione della pena che ha scatenato reazioni indignate.
Ecco le sue parole: "Oltre a me, Marino Clavo e Manlio Grillo c'erano altri tre compagni. Hanno vissuto liberi e tranquilli questi 32 anni. In molti vennero a sapere la verità su Primavalle nei mesi successivi, compresi i vertici di Potop. La verità vera. Quando io venni arrestato nessuno degli altri cinque scappò. Erano strasicuri che non avrei parlato. Clavo e Grillo fuggirono all'estero qualche tempo dopo. Gli altri tre non ne ebbero mai bisogno, qualcuno o qualcosa li salvò dall'accusa".

LA PREPARAZIONE
RIO DE JANEIRO - Achille Lollo parla. Di nuovo. Dal Brasile, dove vive da 18 anni. Prima latitante per la strage di Primavalle, oggi libero cittadino, dopo la prescrizione della pena tra l'indignazione generale in Italia. Lascia un messaggio nella segreteria telefonica. Anche il linguaggio è d'epoca: "Sono maturati i tempi, vediamoci". Aveva promesso un memoriale, oggi preferisce un'intervista. "Non siamo stati in tre ad organizzare l'attentato. Eravamo in sei. Ho rispettato un silenzio di oltre trent'anni, oggi non ha più senso. Voglio dire tutta la verità sul rogo e sulla morte dei fratelli Mattei". Achille Lollo vive in un modesto appartamento in un quartiere residenziale di Rio de Janeiro. Fuori è Carnevale in ogni angolo di strada. Ma in questo salottino in penombra, silenzioso, due divani e un tavolo, ci sono solo libri, collezioni di riviste e ricordi incorniciati dei giornali di sinistra, che Lollo non ha mai smesso di pubblicare, dall'Angola al Brasile. Uno dei suoi quattro figli - si chiama Achille come lui - assiste incuriosito alla conversazione, ma capisce a fatica l'italiano e dopo poco se ne va. "Stai attento quando esci. Questa città è diventata invivibile - lo ammonisce il padre -. Assalti, rapine e sparatorie ad ogni angolo...". Poi si siede e tira fuori cinque fogli pieni di appunti a mano, con date, orari e note. Ritagli dell'epoca e i verbali dei processi. "E' solo per seguire il filo. In realtà mi ricordo tutto, come fosse successo ieri".
Sono maturati i tempi per che cosa, Lollo?
"L'attentato alla casa dei Mattei venne organizzato da sei persone. Oltre a me, Marino Clavo e Manlio Grillo (tutti condannati in via definitiva, ndr ) c'erano altri tre compagni. Facevano parte di un collettivo che avevamo creato qualche mese prima, vicino a Potere operaio. I loro nomi sono Paolo Gaeta, Diana Perrone e Elisabetta Lecco. Liberi e tranquilli da 32 anni".
Cosa avvenne quella notte?
"Preferisco prima spiegare cosa avvenne due giorni dopo il rogo, il 17 o il 18 aprile 1973, non ricordo bene. In una riunione di Potere operaio, in via del Boschetto, c'era l'intero vertice romano dell'organizzazione. Io e gli altri eravamo tra i sospettati, ci sommersero di domande. Negammo tutto. Poi noi sei ci ritirammo in una stanza appartata e facemmo un giuramento, lo chiamammo silenzio ideologico, era il linguaggio di quei tempi. Nessuno di noi avrebbe aperto bocca per trent'anni. Né sui fatti, né sui compagni coinvolti".
Che credibilità ha questa storia Lollo?
"In molti vennero a sapere la verità su Primavalle nei mesi successivi, compresi i vertici di Potop. La verità vera, sto dicendo, non quella ufficiale. Un altro aspetto importante è questo: io il giorno dopo la riunione venni arrestato e nessuno degli altri cinque scappò. Erano strasicuri che non avrei parlato. Clavo e Grillo fuggirono all'estero qualche tempo dopo. Gli altri tre non ne ebbero mai bisogno, qualcuno o qualcosa li salvò dall'accusa".
Torniamo a quella notte.
"Attorno a mezzanotte ci incontrammo tutti vicino a piazza Farnese. Avevamo due Cinquecento, io e Grillo con una e gli altri quattro sull'altra. Ci mettiamo d'accordo sull'azione e ci separiamo. Verso l'una e mezzo, io e Grillo ripassiamo a prendere Clavo ed Elisabetta Lecco, i due erano fidanzati. Loro avevano la tanica per l'attentato. Ci fermiamo da un benzinaio, un distributore automatico, e dividiamo a metà mille lire tra la tanica e il serbatoio della macchina. Arrivammo in quattro sotto casa Mattei, verso le due e un quarto di notte, ma le luci nell'appartamento erano ancora accese. Decidiamo di fare un altro giro. Verso le tre meno un quarto, infine, io e Clavo saliamo le scale della palazzina, arriviamo dietro la porta dei Mattei con tanica, innesco e cartello di rivendicazione. E lì avviene il disastro, la terribile cazzata...".
E cioè?
"Non volevamo provocare l'incendio, né uccidere. Doveva essere un'azione dimostrativa, come altre che avevamo fatto contro i fascisti a Primavalle. Ma al momento di montare l'innesco, mi si ruppe il preservativo...".
Il preservativo?
"La Lilli, così si chiamava all'epoca la bomba artigianale, si costruiva con una tanica, un po' di benzina - due o tre litri - e i due preservativi servivano per l'acido solforico, il diserbante e lo zucchero. L'innesco doveva far esplodere i gas della benzina. Se tutto avesse funzionato, avremmo provocato un botto e annerito la porta dell'appartamento. Invece io sbaglio, l'acido mi cola tra le mani e scappiamo, lasciando la tanica inesplosa. Da quel giorno ho il dubbio su cosa sia davvero successo dopo. Non abbiamo mai pensato di far scivolare la benzina sotto la porta per dar fuoco all'appartamento. Mai. Tutte le perizie ci hanno dato ragione, tra l'altro".
Dice che eravate in quattro, in via Bibbiena. E gli altri due?
"Gaeta e la Perrone erano rimasti a casa. Non c'era bisogno di sei persone. Comunque anche loro parteciparono a tutta l'operazione, furono loro a preparare il cartello di rivendicazione".
E la scamparono, lei dice, grazie al famoso patto del silenzio ideologico.
"Io finii subito in carcere, ci rimasi due anni, ma ben presto cominciarono ad avvenire cose strane. Come è noto, una buona parte della sinistra romana si era mobilitata nella mia difesa. I socialisti chiesero all'avvocato Adolfo Gatti di entrare nel collegio difensivo. Poi, improvvisamente, Gatti si ritirò, per diventare il legale di Gaeta e della Perrone, che erano stati chiamati come testimoni. La cosa puzzava molto. Un giorno venne in carcere a trovarmi Umberto Terracini, il senatore del Pci. Uscì su tutti i giornali. Riservatamente mi disse: Lollo, entro io nel collegio difensivo, perché questo ritiro di Gatti mi sembra tanto una operazione di svendita dei tre capi espiatori".
Gatti e Terracini sono morti. Non potranno confermare.
"E' andata così. Che la cosa si stesse negoziando segretamente con il procuratore Sica (pm all'epoca, ndr ) mi parve ancora più evidente quando lui venne a trovarmi in carcere, proponendomi di denunciare l'intero vertice di Potop, i vari Morucci, Piperno e Pace, come mandanti della strage di Primavalle. In cambio della libertà provvisoria. Io rifiutai. Mi dia l'ergastolo, se vuole, risposi. Nessun altro aveva alcuna responsabilità sull'episodio, solo noi sei del collettivo".
Insomma, lei sospettò che Gaeta e la Perrone avessero, diciamo così, svenduto voi tre ai giudici in cambio dell'impunità. E perché lei mantenne il silenzio ugualmente?
"Io ero un comunista e credevo ai patti, a quell'epoca a queste cose si credeva fino in fondo. E poi il processo era apertissimo, tanto che in primo grado venimmo tutti assolti. Il mio avvocato ( Tommaso Mancini, ndr ) voleva che parlassi, riteneva che sarebbe stato meglio ammettere l'incidente, la dolosità dell'incendio. Ma io non ho mai aperto bocca. Fino ad oggi, diciamo".
Perché fare adesso tre nomi nuovi? E' una forma di vendetta?
"Nemmeno per sogno. I trent'anni del patto erano scaduti nel 2003, ma poi ho preferito far arrivare la prescrizione, proprio per non mettere nei guai nessuno. Oggi parlo perché credo che questo aiuti la causa dell'amnistia, della soluzione politica. Non possiamo più avere scheletri nell'armadio. E poi basta con il mostro Lollo, che fa la bella vita da 32 anni. E quelli che fanno una bella e tranquilla vita borghese romana da 32 anni?".
Lei sospetta che ci fu una divisione di classe nella scelta dei tre imputati?
"Gaeta, la Perrone e la Lecco venivano da un certo ambiente sociale, figli di professionisti e intellettuali. Io, Grillo e Clavo eravamo della piccola borghesia. C'è chi viveva a piazza Farnese e chi a Primavalle. Faccia lei".
Comunque anche Gaeta e la Perrone vennero indagati.
"Sì, ma divennero quasi subito testimoni. E il nome di Elisabetta Lecco sparì del tutto, pur avendo fatto parte del commando, era nella 500 con noi. Venne manipolata per creare un alibi agli altri due. All'epoca, le ricordo, non c'era mica la legge sui pentiti. Le cose avvenivano in off".
Lollo, insieme alle rivelazioni sui complici, questa è la prima volta che ammette la sua colpevolezza sulla morte dei fratelli Mattei. Però resta qualcosa in sospeso. Non crede che sia il momento di chiedere perdono?
"Noi non abbiamo incendiato la casa dei Mattei. Ci sono troppe cose strane avvenute quella notte. Nessuno fece scivolare la benzina sotto la porta. L'innesco non si accese. E poi loro non vennero colti nel sonno, ci stavano aspettando. Da dietro la porta, prima di scappare, sentii una voce: "Eccoli, arrivano...". Una voce che ho in testa da 30 anni. Quel pomeriggio un testimone mi sentì telefonare da un bar a casa Mattei (Angelo Lampis, missino, poi arrestato, ndr ) . Il giorno prima la figlia dei Mattei mi beccò durante una perlustrazione nella palazzina e mi riconobbe. "A' ma', ce sta' quello de Potere operaio". Insomma, non fu una sorpresa, secondo me loro sapevano che stavamo arrivando".
Mica penserà che i Mattei si diedero fuoco alla casa da soli?
"Non so cosa pensare. Ma non mi sto dichiarando innocente. Sto dicendo che non so cosa ha dato fuoco alla benzina. E se mi avessero dato otto anni invece di sedici li avrei scontati, senza scappare. Lo dissi a mio padre: sono pronto ad andar dentro, prenderò al massimo sei-sette anni, perché ho fiducia che le indagini ricostruiranno i fatti. Invece ho dovuto farlo io, dopo 32 anni".
Rocco Cotroneo

L'EX BR E LE VITTIME
Morucci a Mattei: Clavo mi disse che non volevano uccidere
"Clavo mi disse che non volevano uccidere. Un segno della loro scelleratezza". Così Valerio Morucci ha risposto a Giampaolo Mattei in un faccia a faccia durante il quale Mattei gli ha chiesto: "Perché i miei fratelli Stefano e Virgilio sono stati ammazzati?". Il tutto nel corso della trasmissione La peggio gioventù del canale Planet di Sky, dedicata al rogo di Primavalle, l'incendio doloso nel quale morirono i due fratelli Mattei, nella loro casa, appunto, nel quartiere romano di Primavalle. Del duplice omicidio furono accusati Marino Clavo, Manlio Grillo e Achille Lollo. Morucci ha ricordato la sua "inchiesta segreta" all'interno di Potere operaio e ha ripensato al giorno in cui andò a Firenze, dov'era rifugiato Marino Clavo: "Gli ho fatto dire com'erano andati i fatti. Non gli ho puntato nessuna pistola addosso perché non ce n'è stato bisogno. Lui si portava dentro questo gravame da un po' e mi temeva. Dunque bastò avere una pistola accanto e Clavo mi disse che effettivamente erano stati loro ma che non volevano uccidere. Non lo dico come loro giustificazione - ha aggiunto Morucci - ma come segno di scelleratezza: quando fai azioni come quelle non puoi concentrarti solo sul colpire senza pensare alle conseguenze. Se questo per la giustizia è un'attenuante per me è un'aggravante. Non ci può essere scelleratezza".

Il processo
LA STRAGE A Roma, nel quartiere di Primavalle, nella notte tra il 15 e il 16 aprile '73 viene versata una tanica di benzina sotto la porta dell'abitazione di Mario Mattei, segretario di una sezione dell'Msi. Lui, con la moglie Anna, fugge e salva 4 dei 6 figli. Gli altri due, Virgilio, 22 anni, e Stefano, di 8, muoiono bruciati
IL PROCESSO
Nel 1987 vengono condannati a 18 anni Achille Lollo e altri due militanti di Potere operaio: Marino Clavo e Manlio Grillo, per incendio doloso e duplice omicidio colposo. Scappano all'estero. Lollo vive in Brasile: nel '93 era stato arrestato a Rio de Janeiro. Dopo 8 mesi e mezzo torna libero
PRESCRIZIONE
Oggi le condanne sono prescritte. Il codice dice che "la pena della reclusione si estingue col decorso del tempo pari al doppio della pena inflitta" che va calcolata su ogni singola pena (in questo caso 8 anni per l'incendio colposo): decorrevano dal 13 ottobre 1987, sono scaduti il 12 ottobre 2003

"Il Messaggero"
Il rogo di Primavalle/ Avviate le "indagini difensive" per far luce sulla morte di Virgilio e Stefano
"Ora cerchiamo i mandanti"
L'avvocato dei Mattei: una donna sa come andarono le cose
di CRISTIANA MANGANI
Hanno deciso di andare fino in fondo, di provare a trovare qualcosa che non faccia rimanere impunita la morte dei loro cari. Cercano i mandanti del rogo, i responsabili di una strategia che ha portato alla perdita dei due ragazzi. La famiglia Mattei non si rassegna all'estinzione della pena nei confronti di Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, e ha dato incarico all'avvocato Luciano Randazzo di avviare le indagini difensive. Cosa cercano a distanza di così tanti anni? Cosa sperano di trovare? "L'attentato di Primavalle - dice il legale - non è che l'inizio della lotta armata. Ho idea che i vecchi compagni degli autori del rogo li abbiano scaricati. C'è troppo interesse a parlare, a raccontare, a dire la loro verità".
Randazzo, dal canto suo, forte anche dell'energia di Giampaolo Mattei che continua a darsi da fare per conoscere i retroscena di quella esecuzione, ha deciso di lavorare alla ricerca dei mandanti. "Abbiamo una donna che può testimoniare come andarono realmente i fatti", spiega. All'epoca aveva vent'anni o poco più e frequentava gli ambienti della sinistra extraparlamentare. Ma i Mattei vogliono attuare in pieno le loro possibilità "difensive" e chiederanno di poter ascoltare Achille Lollo, Francesco Piperno, Lanfranco Pace e Valerio Morucci. Tutto questo mentre il pubblico ministero Maria Monteleone, alla quale è stata affidata l'inchiesta su chi ha permesso la fuga dei tre, si avvia verso l'archiviazione.
Intanto, ieri sera su Planet Sky, durante un faccia a faccia tra Giampaolo Mattei e Valerio Morucci, l'ex brigatista ha dichiarato: "Clavo mi disse che non volevano uccidere. Un segno della loro scelleratezza". La risposta arriva a una domanda del fratello delle vittime: "perché Stefano e Virgilio sono stati ammazzati?". In sala, oltre a Mattei e a Morucci sono presenti il legale della famiglia, il deputato di An Giulio Maceratini e Filippo Falvella, fratello del neofascista Carlo, ucciso il 7 febbraio 1972.
"Avevo molti dubbi che non riuscivo a risolvere - ha dichiarato l'ex brigatista rispondendo a Mattei - per questo la mia inchiesta segreta all'interno di Potere operaio. Volevo capire come mai Potop si fosse lanciato sulla linea innocentista dando per buona la prima versione fornita subito dopo il rogo di Primavalle". Il br ha anche ricordato di essersi recato a Firenze dove era rifugiato Marino Clavo: "L'ho portato a dirmi come erano andati i fatti. Non gli ho puntato nessuna pistola perché non si può rispondere a orrore con altro orrore e perché non ce n'era bisogno".
"Lui - ha proseguito Morucci - non ricordo di preciso quanto tempo era passato, si portava dentro questo gravame da un po' e mi temeva perché credeva fossi dedito ad attività clandestine, dunque bastò avere un'arma accanto e Clavo mi disse che effettivamente erano stati loro".
"Mi disse anche - è ancora la replica fatta in trasmissione - che non volevano uccidere. E non lo dico come loro giustificazione, ma come segno di scelleratezza: non puoi concentrarti solo sul colpire senza pensare alle conseguenze. Se questo per la giustizia è un'attenuante per me è un'aggravante. Non ci può essere scelleratezza".

ANSA:
ROGO PRIMAVALLE:DESTRA E SINISTRA,SI' A NUOVA INCHIESTA
Da destra e da sinistra tutti d'accordo sulla giustezza di riaprire l'inchiesta giudiziaria sul rogo di Primavalle alla luce dei nuovi elementi emersi dall'intervista rilasciata al Corriere della Sera da Achille Lollo.
Una voce isolata tra i politici e' quella del Verde Paolo Cento che, per "liberare la verita' dal ricatto giudiziario" propone, "una commissione parlamentare su tutti gli assassini politici" e l'adozione di "un provvedimento di amnistia-indulto che chiuda definitiva gli anni del terrorismo".
Chiede una commissione di inchiesta parlamentare, ma "per fugare ogni dubbio sulla complicita' di appartenenti allo Stato con gli assassini", Alessandra Mussolini, parlamentare di Alternativa Sociale, che considera un "atto dovuto" la riapertura delle indagini. Ha considerato "assolutamente corretta" la decisione di riaprire il caso anche il sindaco di Roma Walter Veltroni.
Per il parlamentare della Margherita Alessandro Battisti "l'apertura di un'indagine potrebbe portare la giustizia a compiere il suo dovere e a sanare, seppur in parte la ferita aperta". Il presidente della Regione Lazio Francesco Storace si augurato che si concluda l'inchiesta "sbattendo in galera chi merita di finire in galera". E il vice-presidente di An Ignazio La Russa, "a nome di tutta An" ha chiesto che venga riaperto il processo "per vedere se il titolo del reato vada rivisto, visto che sono stati condannati per incendio colposo e omicidio colposo" e visto che a preparare l'omicidio furono in sei, "ci sono gli elementi per parlare di reato associativo, oltre alla chiamata in correita' di altre persone".
Anche Antonio Di Pietro leader dell'Italia dei Valori e' sulla stessa posizione: "Ben venga la riapertura delle indagini per ricostruire esattamente la vicenda e individuare eventuali piu' gravi reati ancora non caduti in prescrizione". Per il ministro delle Politiche Agricole e Forestali Gianni Alemanno e' necessario esplorare "tutte le possibilita' di annullare la prescrizione per i reati cosi' gravi, attraverso un'opportuna modifica legislativa". Il ministro delle Riforme Roberto Calderoli, e' convinto che senza "mea culpa" da parte dei magistrati "l'unico passo possibile sia la modifica della Costituzione" per riportarli sulla terra come esseri soggetti ad errori. Infine per deputato il An Enzo Fragala' e' "arrivato il momento di fare definitiva chiarezza da parte della sinistra sulle coperture che hanno consentito agli esecutori e ai mandanti di restare impuniti per 30 anni" e soprattutto per accertare "il ruolo del Pci nelle stragi degli anni di piombo rimaste insolute".

ROGO PRIMAVALLE: GASPARRI, LOLLO MENTE ANCORA OGGI
CAPI POTERE OPERAIO SEPPERO E NON FECERO NULLA
"Lollo mente ancora oggi". Al di la' delle chiamate in correita' di altre persone nel rogo di Primavalle da parte di Achille Lollo, il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri mette in dubbio la ricostruzione di quel crimine fatta dall'ex esponente di Potere operaio sul 'Corriere della Sera'.
"Lollo sostiene in maniera delirante che la famiglia Mattei aspettava l'attentato" ha spiegato il ministro durante la trasmissione "Punto a capo". Come pure non e' credibile, secondo l'esponente del governo, che non furono lui e i suoi compagni a dar fuoco alla benzina che provoco' il rogo.
Gasparri ha puntato l'indice anche contro gli allora vertici di Potere operaio. "I capi seppero e non fecero nulla".
Un'accusa respinta da Franco Piperno, tra gli ospiti della trasmissione: "Nell'immediatezza sostenemmo la loro innocenza perche' ne eravamo convinti" ha detto l'ex leader di Potere Operaio, ribadendo che la verita' emerse solo in seguito. Mentre sulle tre persone, accusate da Lollo di aver partecipato al rogo, ma sinora rimaste fuori dalla vicenda giudiziaria, Piperno ha detto di essere "sorpreso: non ho mai pensato e non lo penso tuttora che abbiano fatto parte di un'operazione micidiale".

ROGO PRIMAVALLE:LEGALE MATTEI,DENUNCERO' EX CAPI POTOP
"Oggi o domani presentero' una denuncia alla procura nei confronti degli allora capi di Potere Operaio come mandanti della strage di Primavalle". Lo ha annunciato l' avvocato Luciano Randazzo, legale della famiglia Mattei, dopo aver letto l' intervista di Achille Lollo sul "Corriere della Sera" nella quale l' ex esponente di Potere operaio afferma che l' attentato fu compiuto da sei persone e non solo dai tre condannati, tra cui lui stesso.
"Ho anche inviato una comunicazione al signor Lollo - ha aggiunto il penalista - per chiedergli se intende farmi delle dichiarazioni nell' ambito delle investigazioni che sto svolgendo sul rogo dell' aprile del 1973".

ROGO PRIMAVALLE: POSSIBILE RIAPERTURA INCHIESTA PER STRAGE
ACQUISITA INTERVISTA A FASCICOLO SU FIANCHEGGIATORI LOLLO
Le dichiarazioni di Achille Lollo al Corriere della Sera potrebbero portare ad una riapertura dell' inchiesta sul rogo di Primavalle, in cui morirono i fratelli Stefano e Virgilio Mattei. La circostanza, secondo quanto si e' appreso a piazzale Clodio, potrebbe essere legata ad una nuova configurazione del reato per i fatti avvenuti nella notte tra il 15 e 16 aprile 1973, ossia quello di strage.
L' intervista dell' ex estremista di Potere Operaio che recentemente ha avuto la prescrizione della condanna per omicidio colposo, e' stata acquisita agli atti del fascicolo che il pubblico ministero Maria Monteleone ha aperto oltre un anno fa per fare luce sui presunti fiancheggiatori di Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo. Le dichiarazioni fatte in Brasile al Corriere della Sera saranno ora oggetto di una valutazione da parte degli inquirenti.

ROGO PRIMAVALLE: PROCURA ROMA RIAPRIRA' INCHIESTA
La Procura di Roma riaprira' le indagini sul rogo di Primavalle nel quale morirono i fratelli Stefano e Virgilio Mattei, figli dell'allora segretario della locale sezione dell' Msi. Lo si e' appreso a piazzale Clodio.
Gli inquirenti attendono una informativa dagli investigatori dopo l'intervista fatta da Achille Lollo al Corriere della Sera. Il primo atto sara' costituito dalla verifica della attendibilita' delle dichiarazioni fatte dall'ex estremista di Potere Operaio.

ROGO PRIMAVALLE: PROCURA INDAGHERA' SUI 3 DIMENTICATI
L'EX LEADER DI POTOP LANFRANCO PACE, NON CI FURONO MANDANTI
La Procura di Roma riaprira' le indagini sul rogo di Primavalle dopo l'intervista di Achille Lollo al Corriere della Sera. Ma non riguardera' Lollo, Clavo e Grillo, definitivamente usciti dalla vicenda dal punto di vista giudiziario, ma soltanto le tre persone chiamate in causa dallo stesso Lollo dal Brasile: Paolo Gaeta, Elisabetta Lecco e Diana Perrone, che per tutti questi oltre 30 anni hanno vissuto una vita normale, alla luce del sole, tutti di famiglie della Roma bene.
Su di loro la procura puo' configurare responsabilita' analoghe a quelle oggetto del primo procedimento, e quindi dovra' archiviare il fascicolo per intervenuta prescrizione. Oppure configurare il fatto diversamente, ad esempio per strage, e quindi procedere contro i tre citati da Lollo, ed arrivare, sempre in via ipotetica, anche ad un processo.
Il legale della famiglia Mattei, Luciano Randazzo, ha annunciato una denuncia alla procura nei confronti degli allora capi di Potere Operaio come "mandanti della strage di Primavalle". Randazzo e' convinto che nella vicenda esistano mandanti e addirittura che "qualcuno di loro ora rivesta incarichi all'interno delle istituzioni".
Invece e' l'avvocato Tommaso Mancini, che assiste Lollo, ad avere "grossissime perplessita"" sulle dichiarazioni fatte dal suo assistito. E sulle tre persone chiamate in causa da Lollo dice: "Alla luce di quanto emerso dal processo, non ci sono elementi che possano portare ad aver alcun tipo di sospetto".
Per Alessandro Gaeta, fratello di Paolo oggi titolare di un'enoteca, le dichiarazioni di Lollo non sono che "la vendetta di un disperato". Paolo Gaeta, dice il fratello, "non forni' un alibi ai tre accusati del duplice omicidio e dopo trent'anni questa e' la risposta". Paolo Gaeta oggi non ha parlato, conta di farlo soltanto dopo aver sentito il suo avvocato, tuttavia Alessandro lo scagiona senza dubbio: "Mio fratello non c'entra in quella vicenda, le cose non stanno come dice Lollo".
Chi e' convinto che non ci siano mandanti del rogo e' Lanfranco Pace, uno dei leader di Potop e all'epoca segretario romano: "Coloro che hanno provocato il rogo di Primavalle lo hanno fatto in assoluta buona fede, senza l'intento omicida, e si sono autorizzati da soli, per farsi belli agli occhi della struttura politico-militare centrale di Potere Operaio". Pace sottolinea che "Lollo non dice cose false" e che i sei facevano parte di "una fronda interna alla sezione Primavalle di Potere Operaio, che non accettava lo schema deciso dal congresso di Roma". Ed e' convinto che i nomi fatti siano quelli dei responsabili. "Come li ho visti ho pensato: sono loro - ricorda Pace - Erano tremanti, sconvolti, cambiati fisicamente".
Caustico e' Oreste Scalzone, un altro dei leader di Potere Operaio negli anni '70: "Che la Procura di Roma riapra un'inchiesta mi sembra automatico. Quanto all'avvocato Randazzo si accomodi; potra' portare come consulenti, oltre ad Igor Marini, il sindaco di Roma Veltroni, che annuncia squadre d'azione contro sentenze che applicano leggi, nonche' Valerio Morucci, come 'bocca della verita", e chi altro voglia". Scalzone parla di "sofismi dietrologici e complottisti", di un "misto di delirio paranoico, di disinformazione da manipolati e manipolatori", di una droga che "divora neuroni piu' del crack".

ROGO PRIMAVALLE: RIAPERTURA INCHIESTA, MA PER NUOVI REATI
E SOLO PER I TRE CITATI DA LOLLO IN INTERVISTA
La nuova inchiesta che la Procura di Roma aprira' sul rogo di Primavalle nel quale morirono i fratelli Stefano e Virgilio Mattei non potra' che riguardare, nell'ipotesi in cui trovassero riscontro le parole di Achille Lollo, le tre persone da lui citate nell' intervista al Corriere della Sera. Lollo, Clavo e Grillo, infatti non potranno piu' essere processati per i fatti di Primavalle dal momento che nei loro confronti c'e' una sentenza definitiva, con, tra l'altro, la prescrizione delle pene.
Sui tre chiamati in causa da Lollo, la procura ha due possibilita' da percorrere: ritenere che le eventuali responsabilita' ipotizzabili configurino la stessa fattispecie oggetto del primo procedimento, e in questo caso non si potra' che archiviare il fascicolo per intervenuta prescrizione. La seconda strada e' quella di una diversa configurazione giuridica del fatto, in via di ipotesi la strage, ed in questo caso ci sarebbero tutti i presupposti per procedere contro i tre citati da Lollo, ed arrivare, sempre in via ipotetica anche ad una processo incentrato su una imputazione diversa da quella contestata trent'anni fa.

ROGO PRIMAVALLE: DOPO 32 ANNI UNA VICENDA ANCORA APERTA
Mario Mattei, segretario della sezione missina di Primavalle, 48 anni, netturbino, viveva con la moglie e sei figli, Virgilio, Lucia, Silvia, Antonella, Stefano e Giampaolo, al terzo piano di una palazzina popolare in via Bibbiena. Verso le tre di note del 16 aprile 1973 alcune persone, poi individuate per Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo, versarono benzina davanti alla porta di casa e diedero fuoco. La donna, che aveva con se' i figli piu' piccoli, Giampaolo e Antonella, riusci' a mettersi in salvo, Mattei rimase in casa riuscendo a salvarsi e a calare da una finestra Silvia e Lucia. Non pote' fare nulla per Virgilio, di 22 anni, e Stefano, di otto. Le indagini, affidate al sostituto procuratore Domenico Sica, si indirizzarono subito verso i 'duri' di Potere Operaio. Il primo ad essere arrestato, per reticenza, fu un netturbino repubblicano, Aldo Speranza, successivamente assolto. Il 7 maggio il pm romano Domenico Sica, chiuse l'inchiesta individuando in Lollo, Clavo e Grillo gli assassini.
Il processo in Corte d' Assise si concluse il 15 giugno 1975 con l'assoluzione per insufficienza di prove. Lollo, Clavo e Grillo, liberi, subito si trasferirono all' estero: Lollo in Angola dove rimase dieci anni; Grillo fu segnalato dapprima in Svezia e poi in Nicaragua.
Il 30 giugno 1981 la Corte d' Assise d' appello dichiaro' nullo il processo accogliendo il ricorso dei patroni di parte civile basato sul fatto che uno dei giudici popolari fosse affetto da una malattia neuropsichiatrica, ma il 28 maggio 1984 la Suprema Corte di Cassazione stabili' che il processo di primo grado era valido: annullo' la sentenza dell'81 e ordino' un nuovo processo che si svolse nel dicembre del 1986 davanti alla seconda Corte d' Assise d' Appello. Si concluse cn la condanna dei tre a 18 anni per omicidio preterintenzionale e incendio colposo. La condanna divenne definitiva il 13 ottobre 1987 quando la Corte di Cassazione respinse gli opposti ricorsi della Procura generale e degli imputati.
Per circa sei anni della vicenda non si parlo' piu', poi il 20 febbraio 1993 Achille Lollo, quarantunenne, fu arrestato in Brasile, dove viveva legalmente dal 1987. Con lui, in un lussuoso appartamento di Rio de Janeiro, viveva la compagna che lo aveva seguito anni prima dall' Angola e che gli aveva dato quattro figli, due dei quali nati in Brasile. Ai giudici del Supremo Tribunale Federale brasiliano quattro mesi piu' tardi parlera' di una "persecuzione personale" da parte di Domenico Sica. Il Supremo Tribunale all'unanimita' respinse la richiesta di estradizione considerando le "caratteristiche politiche" del crimine e il fatto che due suoi figli erano nati in Brasile.
Di nuovo la vicenda cadde nel dimenticatoio, per undici anni, fino a quando l'otto marzo 2004 un esponente di An scopri' che Lollo era iscritto nella lista degli elettori del ministero dell'Interno per le elezioni dei Comites (che rappresentano le comunita' italiane eletti direttamente dagli italiani residenti all'estero) nonostante fosse ancora latitante. Il 10 marzo 2004 Lollo in un' intervista al Corriere della Sera, preciso' che otto giorni prima con la famiglia aveva ricevuto il certificato elettorale ed era andato al consolato a firmare per 'Viva l'Italia', una lista di candidati che faceva riferimento all'Ulivo" e sosteneva il proprio diritto a votare. "E' un mio diritto di cittadino italiano - disse - votare per i miei rappresentanti all'estero. Non capisco lo scandalo. Ho votato anche alle precedenti elezioni. Se vogliono, quelli di An possono chiedere che mi venga tolta la cittadinanza. Cosi' non potro' piu' votare". Lollo aveva anche spiegato che in Brasile era "iscritto e militante attivo del Pt, il partito dei lavoratori di Lula". Lollo osservo' anche che la sua estradizione, chiesta da esponenti di An, era impossibile: "Il provvedimento non puo' essere chiesto due volte allo stesso Stato straniero e per lo stesso reato". E annuncio' che entro un mese avrebbe presentato in Italia a Presidente della Repubblica, Procuratore Generale di Roma e Ministro della Giustizia, un documento pieno di fatti inediti: "Apriro' il mio archivio sulle vicende di quegli anni. Avevo un compromesso morale con alcune persone, ma ora, davanti a questi attacchi orchestrati, la mia scelta non vale piu"".
Non si sa se lo abbia fatto veramente, comunque oggi, a distanza di un anno circa, ha fatto i nomi nel corso di un' intervista, sempre al Corriere della Sera. Dichiarazioni che hanno fatto immediatamente aprire una nuova inchiesta alla Procura di Roma.
Del rogo di Primavalle si e' tornato a parlare proprio nelle settimane scorse, il 29 gennaio, quando sullo stesso quotidiano e' stata diffusa la notizia della prescrizione del reato con conseguente polemica politica e tra la famiglia Mattei ed i politici di destra e tra questi e il ministro della Giustizia, Roberto Castelli.

ROGO PRIMAVALLE: LANFRANCO PACE, NON CI FU NESSUN MANDANTE
PER L'EX LEADER DI POTERE OPERAIO LOLLO NON DICE COSE FALSE
Il rogo di Primavalle "non ha alcun mandante", quelli che "hanno provocato questa vicenda efferata si sono autorizzati da soli" e lo hanno fatto "per farsi belli agli occhi della struttura politico-militare centrale di Potere Operaio". Lo ha detto oggi uno dei leader storici di Potere Operaio, Lanfranco Pace, commentando quanto rivelato da Achille Lollo e pubblicato oggi dal Corriere della Sera.
Pace, sottolineando che "Lollo non dice cose false", ha ricordato che i tre condannati (Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo) e le tre altre persone chiamate in causa oggi da Lollo (Paolo Gaeta, Elisabetta Lecco e Diana Perrone), facevano parte di "una fronda interna alla sezione Primavalle di Potere Operaio, che non accettava lo schema deciso dal congresso di Roma".
Quella di Primavalle era una delle cinque o sei sezioni romane di Potop, di cui Lanfranco Pace era segretario, e nel congresso capitolino, ha ricordato lo stesso Pace, era stato deciso che un servizio d'ordine proteggesse le sedi e i cortei mentre le azioni illegali sarebbero state compiute da una struttura nazionale denominata "lavoro illegale", al cui vertice c'era Valerio Morucci, e della quale si entrava a far parte per cooptazione.
L'azione a Primavalle sarebbe stata compiuta, secondo Pace, in "assoluta buona fede", cioe' senza l'intento di uccidere, allo scopo di "dimostrare che le sezioni erano in mano ad opportunisti di destra, come si diceva allora, e di farsi belli agli occhi della struttura centrale" dedita appunto alle azioni illegali.
A differenza di Morucci, Lanfranco Pace ha detto di non aver mai raccolto una confessione da parte dei responsabili del rogo, ma, venuto a sapere della morte dei fratelli Mattei, e incontrati Lollo e gli altri, ebbe la sensazione di avere di fronte i responsabili del duplice omicidio. "Come li ho visti ho pensato: sono loro - ha detto Pace - Erano tremanti, sconvolti, cambiati fisicamente". Da quel momento "e' cominciato il viaggio al termine della notte: mi colpi' l'atroce morte e il seguito di quell'episodio perche' noi fummo obbligati a difenderli e il clima di sospetto intorno a loro si dileguo' a mano a mano".
L'ex segretario romano di Potop ha ricordato che "molti si erano convinti della loro innocenza e dissero che si era trattato di una faida interna al Msi, una ipotesi che comincio' a sembrare verosimile". Pace ha sottolineato di essersi "prestato a questo, non si poteva fare altro, anche se poi da li' si e' avuta la morte di Mantakas e la nuova catena di odio e di morte scaturita del 1977". Tre erano le possibilita': "O li davi alla magistratura, ma nessuno lo avrebbe fatto, nemmeno il Pci, o li punivi, ma non avevamo la forza per farlo, oppure dicevi che erano innocenti".
Pace, che ha trascorso venti anni in Francia, dice di "averli persi tutti di vista" e segnala come Potere Operaio all'epoca fosse "l'unico gruppo della sinistra non antifascista, per noi il nemico era il capitalismo". Che nell'azione di Primavalle ci fossero anche altre persone, per Pace, "era una cosa risaputa".

ROGO PRIMAVALLE: RANDAZZO, FORSE MANDANTI ORA IN ISTITUZIONI
"Il boomerang della prescrizione sta portando materialmente a percorrere la strada della verita' per scoprire i veri mandanti della strage di Primavalle. Forse qualcuno di loro ora riveste incarichi all' intero delle istituzioni e probabilmente non dorme sonni tranquilli". Lo ha detto il legale della famiglia Mattei, l'avvocato Luciano Randazzo, che in mattinata avra' un colloquio con il pm Maria Monteleone, secondo il quale le dichiarazioni di Achille Lollo al "Corriere della Sera" dimostrano che "coloro i quali, a suo tempo, aiutarono la sua fuga e la sua latitanza lo hanno abilmente scaricato".

ROGO PRIMAVALLE: SCALZONE, RANDAZZO NOMINI MARINI CONSULENTE
'E' AUTOMATICO RIAPERTURA INCHIESTA MAGISTRATURA'
"Che la Procura di Roma riapra un' inchiesta mi sembra automatico. Quanto all' avvocato Randazzo si accomodi: potra' portare come consulenti, oltre ad Igor Marini, il sindaco di Roma Veltroni, che annuncia squadre d' azione contro sentenze che applicano leggi, nonche' Valerio Morucci, come 'bocca della verita", e chi altro voglia". Lo ha detto Oreste Scalzone, uno dei leader di Potere Operaio all' inizio degli anni '70, dopo le dichiarazioni di Achille Lollo al Corriere della Sera che hanno portato la magistratura romana alla decisione di riaprire le indagini sul rogo di Primavalle e l' avvocato Luciano Randazzo, legale della famiglia Mattei, ad annunciare una denuncia nei confronti degli allora capi di Potere operaio "come mandanti della strage di Primavalle".
"Mi pare di aver letto - ha aggiunto Scalzone - che l' avvocato Randazzo o altri consimili fantasisti continuino a straparlare alla ricerca di favoreggiatori che collocano a via delle Botteghe Oscure e dintorni o presso altre filiali o corrieri della corrispondente casa madre dell' epoca. Avendo io dichiarato di aver direttamente e personalmente aiutato Clavo e Grillo a sottrarsi all' arresto (cosa che all' epoca era un dovere minimo, e mi piacerebbe sentire se c' e' un ex gauchista che si senta di smentire questa banalita') trovo un comportamento da pugili suonati continuare a fare gli Sherlock Holmes".
Secondo Scalzone "i sofismi dietrologici e complottisti, mai suscettibili di essere confutati, dunque senza valore, sono la forma post-moderna, new age, delle peggiori superstizioni.
Questo misto di delirio paranoico, di disinformazione da manipolati e manipolatori, e' una droga che prima ancora di far danno ai calunniati, chiunque essi siano, divora neuroni piu' del crack nella testa di chi ne fa una chiave di lettura del reale, uccidendo i fondamenti dell' intelligenza e dell' umanita'. Cio' fa parte dello stesso universo buio in cui anime belle e gente altolocata varia quasi si complimentano con personaggi che, loro, si presentano o come guappi di cartone o come sinistri giustizieri che si vantano di avere estorto, attraverso metodi come false esecuzioni ed altri mezzi della stessa risma, delle mezze 'verita", da eventualmente mescolare con mezze menzogne".
"Per quanto mi riguarda l' eventuale seguito che questi propositi dovessero avere, specie se corroborato dal mandato di cattura europeo, costituira' - ha concluso Scalzone - una interessante occasione per avere finalmente un faccia a faccia con tanti personaggi, che e' altrimenti difficile avere a portata d' orecchio e guardare negli occhi".

10 febbraio 2005 - GLI OMICIDI ZICCHIERI, CECCHIN, DI NELLA
"Il Giornale"
TRENT'ANNI DOPO
Le altre vittime "nere" rimaste senza colpevoli
La storia dei militanti di destra Di Nella, Zicchieri e Cecchin, uccisi dall'odio e dimenticati dalla giustizia
Non solo Primavalle
LUCA TELESE
"Pronto, buonasera...'Sono la madre di Mario Zicchieri. Devo fare una domanda all'assassino di mio figlio". Capita anche questo, nel 2005: può capitare - com'è successo ieri - durante una trasmissione, perchè le ferite della memoria e i conti della verità, a trentanni di distanza non sono ancora chiusi.
Non c' è solo il rogo di Primavalle, nella drammatica contabilità degli anni di piombo, ci sono morti e delitti a destra e a sinistra, e fra i tantissimi caduti missini degli anni Settanta. E ci sono tre storie appese, tre omicidi senza colpevoli e senza pena dopo tre decenni. Sono tre vite legate da uno stesso filo, tre storie di ragazzi assassinati giovanissimi, fra i 17 e i 23 anni. E alla incredibile storia di Mario Zicchieri, detto "Cremino", "giustiziato" brutalmente nel 1975 all'uscita di una sezione del Msi con un fucile a pompa, oggi vanno aggiunte la storia di Francesco Cecchin, suo coetaneo ucciso nel 1979 dopo essere stato gettato da un muretto a 17 anni. E poi quella di Paolo Di Nella, morto il 9 febbraio del 1983, dopo essere stato sprangato il 2, mentre affiggeva manifesti nel quartiere africano con Daniela Bertani, la ragazza che era con lui quella sera, altrettanto inerme, niente a che vedere con lo stereotipo dell'attacchino corazzato. Due ragazzi, senza scorte, un rotolo di manifesti intriso di sangue, sette giorni di coma drammatico. La storia non passa via come un soffio di vento, e ieri, nel nome di Di Nella, una folla di trecento ragazzi riempiva piazza Gondar, per un presidio iniziato alle undici del giorno prima: una veglia sit-in in cui si sono affacciati studenti quindicenni ed ex camerati oggi importanti: Teodoro Buontempo, Fabio Rampelli, Roberta Angelilli e Gianni Alemanno, che all'epoca era responsabile di quartiere del Fronte della Gioventù (amico sia di Cecchin che di Di Nella).
Di Nella a Roma fu l'ultimo della catena dei caduti; Zicchieri fu la prima vittima del brigatismo, forse il prezzo di un rito di iniziazione. E la persona a cui sua madre rivolgeva quella agghiacciante domanda era Valerio Morucci, l'ex brigatista rosso processato per il delitto (anche se assolto "per non aver commesso il fatto"). Ma i dubbi sulla vicenda sono tanti, fondati e legittimi, se è vero che un altro brigatista, Bruno Seghetti aveva coinvolto, in una chiamata di correità, se stesso, lo stesso Morucci e Bruno Maccari (tre nomi noti al grande pubblico per il delitto Moro) come autori dell'assassinio: "Siamo stati noi". Per quanto possa sembrare incredibile, Seghetti non fu creduto: il caso Zicchieri si legava al processo Moro, e in quel momento, contro chi si dissociava dalla lotta armata si usò il guanto di velluto. Oggi la signora Zicchieri dice: "O è stato Morucci, o Morucci sa chi è. E io lo dico, assumendomi la responsabilità di queste frasi. Di più: spero che Morucci mi quereli, perché io sono una madre che non aspetta altro per riaprire un caso sepolto nel silenzio. In anni e anni di udienze Morucci mi ha sempre guardato impassibile, non ho mai potuto fargli una domanda. Il guaio è...che non gliel'ha fatta nessuno. Oggi, prima che tutto sia prescritto, abbiamo il dovere di ripetere le domande che allora nessuno ha fatto: non per cercare vendette, ma per la verità che io devo a mio figlio". Morucci ha dato la sua versione, nel modo in cui poteva: "Non c'è una risposta per ogni singolo caso. Ci dev'essere una risposta storica". E sarebbe sciocco negare gli strappi che l'ex Br ha fatto con la sua storia quando ieri ha ammesso senza attenuare la sua responsabilità: "Io i fascisti li odiavo a morte, è evidente. Quell'odio era figlio di questa Repubblica, fondata sul sangue e lo scempio di piazzale Loreto".
Ecco, la grande storia e i casi individuali. Non si può fare la prima, se non si scava nei secondi. Anche coloro che furono accusati per il delitto Cecchin, sono stati assolti. E ancora oggi pare incredibile l'assoluzione di Francesco Marozza, accusato di essere l'uomo sceso da una 850 bianca che aveva tallonato e inseguito Cecchin. Per quanto possa sembrare strano, la Corte d'assise di Roma nel 1981 motivò così la sua scelta: "Marozza, se pure prosciolto con formula piena, non potrà mai scrollarsi completamente di dosso i dubbi ed i sospetti che aleggiano intorno alla sua persona". L'avvocato Vittorio Battista, legale della famiglia, dopo essersi battuto strenuamente perché reperti e perizie che provavano le percosse venissero acquisiti, disse alla madre di Cecchin: "Con questi verdetti di solito si motiva una condanna, non certo un'assoluzione". Non era una battuta. La stessa sentenza recitava: "Grave e singolare appare che i periti non abbiano approfondito l'indagine", "che abbiano dato una "scorsa" altrettanto superficiale ai rilievi effettuati dalla polizia scientifica". Di più: "È singolare che non abbiano tenuto in alcun conto i referti dell'ospedale". Anche per chiarire molte di queste zone d'ombra, il ministro Roberto Castelli sarà questa sera ospite di 'Punto e a capo' (Raidue ore 21.00) in una puntata dove Giovanni Masotti e un giornalista che conosce la storia della destra per averla vissuta, Gennaro Sangiuliano, hanno costruito un dossier intomo ai tanti punti interrogativi lasciati aperti dal caso. Ma quel che resta fuori dai fascicoli giudiziari è un incredibile oceano di dolore. Quello della signora Zicchieri e delle sue due figlie, certo. Ma anche quello di Maria Carla Cecchin, sorella di Francesco, che si ritrovò al fianco del fratello quella sera, quando gli uomini che scendevano dalla 850 bianca urlarono: "E lui prendetelo!". E quando Francesco le disse: "Va' via, scappa!". Non scappò, ovviamente: e gli corse dietro senza riuscire a raggiungerlo, né lui, né i killer. Anche sua madre, la signora Cecchin dice con un taglio di sorriso amaro: "Non voglio vendette, mi basterebbe la verità". E in quale contabilità va messa la morte di suo marito Antonio, stroncato dal dolore? Di fronte a prezzi così alti, si spiega l'ostinata memoria che ieri alla veglia faceva commuovere persino un vecchio lupo come Buontempo: "La metà di questi ragazzi, quando Francesco è morto non erano nati. Erano bambini quando è stato ucciso Paolo! Questa presenza, per collegamento ideale, e non diretto, è la pagina più bella della politica di oggi... l'esercizio della memoria, a destra o a sinistra, è l'unico antidoto contro il cinismo di questi tempi". la veglia per Di Nella si chiude con un "presente" a braccio teso. Un rito che Federico ladicicco, presidente di Azione Giovani (l'unico a parlare) racconta così: "Non è ostentazione, ma un tributo: una cerimonia privata... in luogo pubblico". Aggiunge Giorgia Meloni, la leader dei giovani di An: "Qualcuno ci accusa di ripeterci. Oppure ci chiede incuriosita: ma perché mai siete ancora qui a ricordare, ogni anno, tutti questi morti lontani? La risposta è semplice: ognuno di noi potrebbe essere stato uno di loro. E finché faremo politica lo faremo anche in loro nome". Su viale Libia, da anni, una scritta immensa:"Paolo vive", sotto cui - ieri - c'erano due bracieri accesi e due militanti in turno di veglia. Il primo di quei turni l'ha fatto anche Alemanno, nel cuore della notte, con i pantaloni militari, come quando era nel Fdg. Anche lui, oggi, spiega:"Vengo sempre, perché le morti di Paolo e Francesco mi hanno cambiato la vita". C'è una scritta che dice "Mario vive!" anche a via Erasmo Gattamelata, al Prenestino. "E in un quartiere dove da anni non tenevano più commemorazioni - spiega felice Luca Malcotti, consigliere comunale - da qualche anno si è ripreso il rito". Ci sono fiori tutti i giorni, ad Acca Larentia, e una piccola foto di Stefano Recchioni, nell'angolo in cui la sua vita incontrò una pallottola. E c'è il nome di Cecchin, dipinto nel muro, vicino al terrazzino da cui l'hanno gettato. Ci sono tanti segni sui muri di Roma, che bilanciano il bianco delle pagine delle sentenze e i vuoti di memoria dei protagonisti. Pippo Falvella, che ha perso il fratello Carlo dice: "A destra e a sinistra, dobbiamo chiudere la stagione del sangue, pagare tutti i conti. Allora sarà possibile un'amnistia". E Marcello De Angelis direttore di Area, e a sua volta fratello di Nanni, militante di Terza posizione "suicidato" in carcere, aggiunge: "Per rompere il muro degli Omissis serve il coraggio di un grande baratto: verità in cambio di libertà". Perché su questo ha ragione la signora Zicchieri:"Sa, io ora sto benissimo: perché non mi ricordo nemmeno cosa gli ho detto, al signor Morucci. Ma era trent'anni che glielo volevo dire".
Luca Telese

LA VICENDA
Tre vite spezzate
nessun perché
Mario Zicchieri. Detto "Cremino", ucciso nel 1975 a colpi di fucile pompa mentre usciva da una sezione del Msi.
Paolo Di Nella. Morì nel 1983 dopo una settimana di coma. Venne sprangato mentre affiggeva manifesti.
Francesco Cecchin. Morì a Roma nel 1979 dopo essere stato gettato da un muretto.

10 febbraio 2005 - PERSICHETTI: NEGATA PRESCRIZIONE REATO MINORE
ANSA:
TERRORISMO: PERSICHETTI; NEGATA PRESCRIZIONE REATO MINORE
CHIEDEVA RIDUZIONE UN ANNO E MEZZO CARCERE PER BANDA ARMATA
Nessuna riduzione di pena per Paolo Persichetti, l' ex br arrestato in Francia nell' estate del 2002 in esecuzione di una condanna a 22 anni e mezzo di carcere per il concorso nell' omicidio del generale dell' Aeronautica Licio Giorgieri e per altri reati. Lo ha stabilito la prima corte di appello di Roma, presieduta da Antonio Cappiello, che ha rigettato una ricorso nel quale si chiedeva che fosse dichiarato prescritto un anno e mezzo di carcere relativamente alla parte di condanna riguardante la partecipazione a banda armata e alla violazione della legge sulle armi.
A chiedere la dichiarazione di prescrizione era stato l' avvocato Francesco Romeo, lo stesso che difende Marino Clavo, il quale ha annunciato che ricorrera' per Cassazione.
Persichetti fu arrestato a Parigi il 25 agosto 2002 dopo piu' di dieci anni di latitanza. Era stato condannato per concorso nell' omicidio Giorgieri, avvenuto a Roma il 20 marzo del 1987. Si trattava del primo, e finora unico caso, dei circa 150 italiani rifugiatisi in Francia, e coinvolti in atti di terrorismo in Italia, per il quale veniva concessa l' estradizione.
Recluso nel carcere di Viterbo, Persichetti contesto' le modalita' del suo arresto, ed in particolare la sua pericolosita' sociale, sostenendo di vivere a Parigi "alla luce del sole". "La mia estradizione? - dichiaro' in un' intervista - piu' che altro e' stato un rapimento". Indagato dalla procura di Bologna nell' ambito dell' inchiesta sull' omicidio di Marco Biagi, l' ex br ha ottenuto lo scorso anno l' archiviazione della sua posizione.

12 febbraio 2005 - 'LA STORIA SIAMO NOI' RACCONTA IL SEQUESTRO DOZIER
ANSA:
RAIDUE: 'LA STORIA SIAMO NOI' RACCONTA IL SEQUESTRO DOZIER
'Vorrei rivedere i miei rapitori. Mi piacerebbe farci una chiacchierata, per dirgli che non provo rancore. Loro avevano il loro lavoro da fare ed io il mio. Loro hanno perso ed io, grazie alla Polizia Italiana, ho vinto". A dirlo e' James Lee Dozier, durante 'Partita a tre: Il sequestro Dozier', di Piero A. Corsini e Marco Melega in onda lunedi' alle 22.50 su Raidue, per la serie 'La storia siamo noi'.
Attraverso filmati e testimonianze inedite, Giovanni Minoli ricostruisce il rapimento del generale americano avvenuto a Verona il 17 dicembre 1981, ad opera delle Brigate Rosse. Ospite in studio Dozier, che ricorda i giorni della vicenda nel faccia a faccia con il conduttore.

14 febbraio 2005 - DOMANI BANELLI DAL GUP
"La Repubblica"
IL CASO
Il pentimento della Banelli "Quattro inutili morti"
Domani la terrorista davanti al gup nel processo con rito abbreviato
PAOLA CASCELLA
"Mi sono resa conto che quella assunta nel precedente interrogatorio era una posizione indifendibile?Devo perciò rettificare in gran parte le precedenti dichiarazioni, particolarmente con riferimento agli omicidi D´Antona e Biagi, ai quali ho personalmente partecipato". E´ il 7 settembre 2004, ore 11,30, carcere di Sollicciano. Davanti ai pm romani Ionta e Saviotti, Cinzia Banelli, brigatista da pochi mesi divenuta mamma, comincia a raccontare la verità. Quella vera, dopo qualche tentativo di guadagnarsi la patente di pentita con poche ammissioni e molte bugie. Una confessione e un´assunzione di responsabilità che ora le fa dire: "Ho rielaborato la mia posizione politica nei fatti, avendo compreso che c´era qualcosa di sbagliato nelle scelte compiute. La mia idea in questo momento è che ci sono state quattro inutilissime morti". Ecco, parte da qui, da queste parole, il percorso che ha guadagnato a Banelli il processo con rito abbreviato che comincerà domani davanti al gup. E che potrebbe consentirle di passare tra le pareti di casa, col piccolo Filippo, la pena, benevolmente ridotta, per aver partecipato all´assassinio di Marco Biagi il 19 marzo 2002. Una condizione indispensabile per la neopentita: presto Filippo non potrà più stare con lei dietro le sbarre. Il 5 agosto, al primo interrogatorio davanti al pm Paolo Giovagnoli, di Filippo, allora di soli cinque mesi, si era dovuta occupare un´agente scelta. Non c´era stato modo di sistemarlo altrimenti mentre la mamma parlava dell´organizzazione e della esecuzione dell´omicidio del professore. Forse domani Banelli sarà presente. Ma il processo non finirà in una sola udienza. L´ex compagna So deve ancora testimoniare nel dibattimento contro i suoi ex compagni. E i giudici vogliono valutare le sue dichiarazioni prima di decidere la pena da infliggere e lo sconto che merita la sua collaborazione. Una collaborazione che non ha aggiunto molto, a quello che le indagini avevano già accertato. Le dichiarazioni di Banelli sono servite soprattutto a confermare dati già acquisiti. Come quando la donna ha permesso di entrare nella memori