Almanacco dei misteri d' Italia

Terrorismo ed estremismo di sinistra (vecchio e nuovo)  
maggio 2005

4 maggio 2005 – SUL SET DI “ATTACCO ALLO STATO”
“Il Messaggero”
L’intervista/ Sul set di “Attacco allo stato”, film tv che ricostruisce gli omicidi D’Antona e Biagi
di MICAELA URBANO
ROMA Senzadio, annoiati, trascinati, disorientati. I trentenni di oggi, il cinema e la letteratura li raccontano così. Raoul Bova invece, nonostante abbia 34 anni, sa che cosa vuole, non ha paura delle responsabilità (ha una moglie e due figli), detesta il disfattismo, ha la testa e il cuore farciti di ideali, e la temperatura altissima (la febbre è direttamente proporzionale a quel suo maledetto vizio di vivere). La faccia sporca di barba, lo sguardo franco e diretto, la timidezza e i pugni in tasca e la pistola nella fondina, cammina nervosamente su e giù, consumando l’asfalto di piazza del Collegio Romano: è il protagonista di Attacco allo Stato , il film tv sulle nuove Brigate Rosse.
Un altro poliziotto, un altro eroe...
«Ma molto diverso da Ultimo . Ultimo è un uomo d’azione, un viscerale che va a caccia di criminali mettendoci anima e corpo. Ultimo è l’ultimo dei puri. Questo poliziotto è cerebrale, intuitivo, paziente fino allo spasimo. stakanovista che macina migliaia di flebili indizi, e centellina frasi e virgole per venire a capo di un puzzle macchiato di sangue».
Un personaggio lontano da lei.
«Ma che adesso la pensa quasi come me...».
In che senso?
«E’ vero che i ruoli influenzano gli attori, ma è vero anche il contrario. E così il vice questore della Digos Diego Marra è diventato anche un po’ me . Gli ho messo nel cuore e nel fegato la voglia di vincere, al di là della burocrazia, del potere occulto di certi politici. Al di là di quei confini che da sempre, si sa, legano le mani alla Polizia. Basta guardarci indietro, fino al cinema di denuncia di Petri e di Rosi. Fino, purtroppo, a una realtà ch e forse esiste ancora».
Quale opinione ha delle Brigate Rosse?
«Li vedo come bande armate ed esaltate. Marcos diceva: siamo un esercito di sognatori, per questo siamo invincibili . Le br raggiungono i loro ideali attraverso la morte. Ma morte e sogni non combaciano. I sogni si coniugano solo con la vita. Chi sono i brigatisti? Persone colte da follia collettiva. Fanatici che agiscono per destabilizzare e non per costruire. Per questo non vinceranno mai».
I cittadini, però, restano a subire, a guardare.
«Perché nessuno per primo dice: ci siamo, facciamo fronte unico . Perché tutti pensano: tanto, da soli, che possiamo fare ? Questi sono gli anni della solitudine. Per pigrizia probabilmente, per paura. Uno spreco, perché una risposta univoca è forza all’ennesima potenza. E tutti i menefreghisti per distrazione , insieme diventerebbero un terribile, inespugnabile avversario».
Lei contro chi o cosa combatte nella vita?
«Non so se si tratti di una lotta. Adesso tento di capire: quello che mi circonda, chi io sia davvero, che cosa pretendo da me. Ho imparato ad accettare quello che mi viene dato, a seguire il flusso, a non ostacolarlo, perché sarebbe come nuotare controcorrente. Mi sono sempre sentito come uno zingaro, senza radici, e così non è stato un dramma adattarmi alle situazioni, ai luoghi».
La sua tana?
« Mia moglie, i nostri figli». Un rifugio segreto?
«Lo avrò, eccome se lo avrò. Se ancora non c’è vuol dire che non sono i tempi giusti».
Fatalista, ma anche saggio, non è un po’ troppo per la sua età ?
«La vecchia generazione protesterebbe: a 30 anni avevo già fatto la guerra e ero padre di cinque bocche da sfamare... Comunque no, non è un po’ troppo. Sono uno fatto così, forse perché non ho vissuto un’adolescenza spensierata ma disciplinata, la mia mèta era l’agonismo. Forse perché sono cresciuto in una famiglia dove responsabilità non era una parola ma una regola».
Che cosa detesta di più?
«Guardare e non fare . E il lamento. Odio chi si compiange senza nemmeno provare a cambiare le proprie carte».
Quanto è cambiato come attore?
«Tanto. Il mio mestiere è andato di pari passo con la mia vita. Si è intriso di gioia, di delusioni, di disillusioni. Prima ero più controllato, quindi più timoroso. Adesso mi lascio andare e riesco addirittura a sorprendermi! La carriera di un attore, per lo meno la mia, si divide nel primo film e nei successivi: quelli in cui tenti di ritrovare il candore della prima volta. Perché il nostro è un lavoro impalpabile, indefinibile, è come scrivere sull’acqua». Le ha insegnato qualcosa?
«A essere altruista. A forza di scavare nei personaggi, quando mi ritrovo - che so? - con mia moglie, in automatico tento di immaginare il suo stato d’animo, di mettermi al suo posto. così, spesso mi ritrovo a darle ragione, addirittura a chiederle scusa. Mica lo so se è un bene...».

4 maggio 2005 - TERRORISMO: BIAGI; BANELLI DAVANTI A TRIBUNALE RIESAME
ANSA:
TERRORISMO: BANELLI; LEGALE, SI DICE E’ CREDIBILE MA NON PIACE
 “Il punto contraddittorio dell’ordinanza che contestiamo e’ che non si dice che Cinzia Banelli non e’ credibile. Si dice, invece, una cosa che secondo me e’ profondamente ingiusta: Banelli e’ credibile ma non mi piace. E questo non puo’ passare giuridicamente”.  L’avvocatessa Grazia Volo, che difende Cinzia Banelli, sintetizza cosi’ i motivi del suo appello, appena discusso davanti al Tribunale del Riesame di Bologna, contro l’ordinanza con cui il Gup aveva respinto la richiesta di arresti domiciliari per l’omicidio del prof.Marco Biagi.
Davanti al Tribunale del riesame anche il Pm Paolo Giovagnoli ribadisce di essere favorevole alla concessione dei domiciliari per la prima pentita delle nuove Br, l’ex “compagna So”.
Il Gup Rita Zaccariello nei mesi scorsi aveva condannato a 16 anni Banelli per l’omicidio del prof.Marco Biagi.  Successivamente aveva respinto la richiesta dei domiciliari, spiegando tra l’altro nell’ordinanza che, sull’ omicidio del prof.Biagi, Banelli “ha dato luogo ad una forma di narrazione progressiva, non sempre coerente e spontanea, talora intrinsecamente contraddittoria, che e’ parsa ispirata ad un principio utilitaristico essenziale: ottenere il maggior vantaggio processuale possibile apportando il minor danno possibile alla organizzazione nella quale aveva militato sino dal 1995”.
E per spiegare meglio ai giudici - un collegio composto da tre donne, presidente Liviana Gobbi - la sua posizione oggi la stessa Banelli e’ voluta comparire in aula, superprotetta anche rispetto a fotografi e operatori tv, facendo una dichiarazione spontanea.
“Abbiamo enucleato i punti di contraddizione dell’ordinanza del Gup - spiega tecnicamente Volo - L’ordinanza dice che la Banelli ha dato un contributo, seppure non riconducibile alla legge sul pentimento. Sicuramente c’e stato un contributo imponente che ha determinato la concessione delle generiche.  L’ordinanza non tiene in considerazione i fatti avvenuti dopo il luglio-settembre 2004, cioe’ i verbali di interrogatorio ai Pm, gli incidenti probatori, l’interrogatorio davanti alla Corte d’Assise di Bologna, la rilevanza che questi hanno avuto per lo svolgimento del processo in corso”. “C’e’ poi - spiega ancora l’avv.Volo - un problema relativo alla definizione del ruolo della Banelli. Cioe’ da una lato si dice che c’e’ una collaborazione, dall’altro che e’ stato adottato un criterio utilitaristico. Non si adotta invece quello che e’ il criterio fondamentale: la valutazione della dichiarazione secondo il parametro della credibilita’ estrinseca e intrinseca. Noi abbiamo sollevato punti di diritto nei quali non c’e’ nell’ordinanza adeguata risposta. Inoltre per la madre di un bambino sotto i tre anni (Banelli ha partorito in carcere, ndr) la legge prevede che non deve essere adottata la misura restrittiva massima. Qui c’e’ una sorta di inversione”.
“La Cassazione - aggiunge Volo - ha stabilito che per la valutazione dei dichiaranti, qualunque essi siano, collaboranti, pentiti o ordinari, la modalita’ e’ quella che la prova deve essere acquisita con un criterio di obiettivita’ intrinseca rispetto alla dichiarazione stessa. Cioe’ deve essere proveniente da una persona disinteressata, logica, reiterata e lineare. E ci deve essere l’obiettivita’ estrinseca, cioe’ fornita di riscontri. Criteri che sono presenti nelle dichiarazioni di Cinzia Banelli”.

TERRORISMO: BIAGI; BANELLI DAVANTI A TRIBUNALE RIESAME
“VINCOLO CON BR GIA’ RECISO PRIMA DI ARRESTO”
 “Il vincolo tra me e le Br era gia’ praticamente reciso da prima dell’arresto. Con la mia collaborazione e’ venuto meno totalmente”. Cinzia Banelli, la pentita della Br, e’ apparsa davanti al Tribunale del Riesame di Bologna per spiegare ai giudici la sua posizione.
Oggi, infatti, e’ stato discusso l’appello che Banelli, tramite il difensore Grazia Volo, ha presentato contro la decisione con cui il Gup del capoluogo emiliano aveva respinto la sua richiesta di arresti domiciliari. Tre settimane fa gia’ il Tribunale del Riesame di Roma aveva concesso gli arresti domiciliari a Banelli nell’ambito della vicenda processuale per l’omicidio di Massimo D’Antona. Secondo i giudici romani la collaborazione dell’ex compagna “So” ha “prodotto una vistosa frattura del vincolo associativo”. Banelli pero’ e’ ancora in carcere per effetto della risposta negativa data a suo tempo dal Gip Rita Zaccariello alla richiesta dei domiciliari per l’omicidio del professor Biagi.
Ora dovra’ essere il Tribunale del Riesame di Bologna a decidere dopo un’udienza durata circa un’ora e mezza. Se la risposta sara’ positiva, Cinzia Banelli andra’ di fatto ai domiciliari. La decisione si conoscera’ nei prossimi giorni.

9 maggio 2005 - D’ANTONA: BANELLI, DECISO DI COLLABORARE DOPO NASCITA FIGLIO
ANSA:
D’ANTONA: BANELLI, DECISO DI COLLABORARE DOPO NASCITA FIGLIO
PENTITA BR, LA MIA E’ UNA SCELTA DA CUI NON SI TORNA INDIETRO
 “La mia scelta di collaborare con la giustizia e’ stata fatta per ragioni umane e politiche. Avevo scelto di fare un figlio e quando sono stata arrestata tutto ruotava intorno a lui ed era diventata questa la mia priorita””. Cosi’ Cinzia Banelli ha motivato, rispondendo alle domande del pm Erminio Amelio, nell’aula-bunker del carcere di Rebibbia a Roma, la sua scelta di pentirsi e collaborare con la giustizia.
La ex compagna So ha spiegato che la sua “e’ una scelta da cui non si torna indietro”. “La scelta di collaborare - ha spiegato Cinzia Banelli - e’ stata fatta per ragioni umane e politiche. Fondamentale e’ stato il fatto che ormai il mio periodo di militanza era praticamente finito: non avevo piu’ vincoli politici ne’ quelli di militante, e non avevo piu’ gli obblighi conseguenti a questo status. La scelta di avere un figlio aveva fatto superare in me qualsiasi legame di solidarieta’ umana oltre che politica. La scelta di un ex militante e’ una scelta irreversibile, da cui non si puo’ piu’ tornare indietro, perche’ si e’ alla fine riconosciuto e preso atto di tutto quello che prima si combatteva”.
La testimonianza di Cinzia Banelli, gia’ condannata a venti anni di reclusione per l’omicidio D’Antona al termine del rito abbreviato, si e’ svolta, oltre che sulle figure dei militanti delle Br anche sulle rapine compiute ai danni di uffici postali.
La Banelli ha spiegato che il suo allontanamento dall’organizzazione, per altro gia’ avviato, era maturato proprio alla vigilia di una di queste rapine, quella che le Br fecero all’ufficio di via Torcicoda a Firenze.
“Avevo impegni di lavoro - ha spiegato Cinzia Banelli - e avevo fatto presente all’organizzazione se era possibile evitare la mia partecipazione alla rapina. Non potevo prendermi giorni di ferie o di permesso perche’ avevo appena cambiato lavoro. Ma mi fu risposto che la mia presenza era indispensabile. Ai militanti veniva a volte chiesto di mettersi in ferie o in malattia in maniera coatta proprio per partecipare alle azioni”.

D’ANTONA: BANELLI DEPONE, LIOCE E ALTRI ABBANDONANO AULA
ASSIEME A BROCCATELLI CHIEDE DI USCIRE DA GABBIE AULA REBIBBIA
Cinzia Banelli sta deponendo da alcuni minuti nell’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma in un’ udienza del processo per l’omicidio del professore Massimo D’Antona.
Nadia Desdemona Lioce, Paolo Broccatelli e gli imputati del cosiddetto ‘carcerario’, poco prima dell’ingresso in aula di Cinzia Banelli hanno chiesto di lasciare le loro gabbie.
Il presidente della seconda Corte d’Assise Mario Lucio D’Andria ha acconsentito alla loro richiesta e gli imputati, durante la deposizione della pentita delle BR, hanno lasciato le loro gabbie.
 “Non intendiamo essere presenti alle dichiarazioni di una collaborazionista strumentalizzata dallo Stato”. Cosi’ Nadia Desdemona Lioce ha motivato la sua uscita dall’ aula bunker del carcere di Rebibbia con la concomitanza della deposizione di Cinzia Banelli.
In aula e’ rimasto soltanto Bruno Di Giovannangelo, mentre tra i banchi, accanto ai loro avvocati difensori, ci sono Federica Saraceni e Alessandro Costa.
Cinzia Banelli sta ripercorrendo le dichiarazioni fatte durante l’incidente probatorio. La pentita ha ottenuto gli arresti domiciliari dal tribunale del riesame di Roma l’11 aprile scorso ed e’ in attesa della decisione del tribunale del riesame di Bologna.
La Banelli sta deponendo protetta da un paravento e indossa un golf giallo e pantaloni neri. In aula c’e’ il suo difensore, l’avvocato Grazia Volo. Cinzia Banelli rispondera’ durante l’udienza alle domande dei pm Pietro Saviotti ed Erminio Amelio.

D’ANTONA: BANELLI IN AULA, BR ABBANDONANO GABBIE
E’ UNA COLLABORAZIONISTA; AVV. VOLO, MA PER STATO NON E’ PENTITA
Un marchio di infamia, una sorta di ‘lettera scarlatta’ impressa con un comunicato, letto dal loro leader, Nadia Desdemona Lioce che l’ha definita ‘collaborazionista’, come le spie, gli ‘infami’ che tradiscono in guerra. Hanno chiesto ed ottenuto di uscire dalle loro gabbie i brigatisti che oggi nell’aula del carcere di Rebibbia a Roma, si sono trovati per la prima volta ‘fisicamente’ insieme, anche se divisi da sbarre e da un paravento, con la loro accusatrice, la prima pentita delle Br, Cinzia Banelli.
Dimagrita, ma con il tono di voce deciso e senza esitazioni (ha esitato nel suo racconto e si e’ interrotta soltanto quando ha pensato di essere stata ripresa da un cameraman che pero’ le stava inquadrando solo le mani), la ex compagna So per la prima volta (era soltanto intervenuta in videoconferenza a Bologna e nell’incidente probatorio nell’ottobre scorso) ha raccontato ‘dal vivo’ chi erano i militanti, ha spiegato sigle e ruoli, ricordato le rapine di autofinanziamento e sostenuto un faccia a faccia con Federica Saraceni, che insieme ad altri due imputati, tutti ai domiciliari tranne Bruno Di Giovannangelo rimasto da solo in gabbia, e Alessandro Costa non ha lasciato l’aula quando la pentita ha cominciato la sia deposizione.
“Non intendiamo essere presenti alle dichiarazioni di una collaborazionista - ha detto Nadia Desdemona Lioce - che si e’ resa strumento dello Stato nella lotta alle Brigate rosse”. Una sorta di appello quello della Lioce al quale hanno aderito tutti i brigatisti.
Hanno chiesto al presidente Mario Lucio D’Andria e ottenuto di uscire dalle gabbie (sono stati messi in quelle dell’aula accanto a quella della II Corte d’Assise), i cosiddetti irriducibili del carcerario (Donati, Fosso e Galloni) nonche’ Paolo Brocatelli, Marco Mezzasalma, Roberto Morandi, Diana Blefari Melazzi. Se c’e’ ne fosse stato ancora bisogno la dimostrazione che il processo per questi ultimi e’ gia’ finito e che invece e’ tutto da definire per Costa, Roberto Badel e per la stessa Saraceni. “No non l’ho mai vista”. Ha detto la Banelli dopo il confronto con la Saraceni che il suo difensore (oltre al padre Luigi anche oggi in aula), il professor Franco Coppi ha sollecitato alla corte.
I pm Pietro Saviotti ed Erminio Amelio hanno sollecitato la Banelli a parlare dei militanti, dei sistemi di comunicazione, delle staffette, dell’inchiesta all’ex ministro del governo D’Alema, Enrico Letta. “L’avevo ideata io - ha detto l’ex compagna So - ma era solo per una raccolta di dati e fu seguito da me e da Di Giovannangelo a Pisa, dove aveva casa, durante una festa dell’Unita’ a cui doveva partecipare”.
Polemica la legale della Banelli, l’avvocato Grazia Volo.  “Per i brigatisti e’ una minaccia, una collaborazionista - ha detto Grazia Volo riferendosi al proclama della Lioce - ma per lo Stato non e’ ancora una collaborante e noi siamo ancora alle prese con una richiesta di domiciliari a Bologna (a Roma la Banelli li ha gia’ ottenuti dal Riesame, ndr) e con un programma di protezione negato”.
Infine la Banelli ha fatto un riferimento a se stessa, al suo pentimento sollecitata da una domanda del pm Erminio Amelio.  “Ho deciso di collaborare dopo la nascita di mio figlio - ha detto - lui e’ diventato la mia priorita’ anche rispetto a rapporti di solidarieta’ che mi legavano ai miei ex compagni. I legami politici, quelli erano finiti da un pezzo”. 

D’ANTONA: BANELLI, IO DECISI INCHIESTA SU ENRICO LETTA
PENTITA PER LA PRIMA VOLTA FISICAMENTE IN AULA BUNKER REBIBBIA
“Fui io a decidere ‘l’ inchiesta’ su Enrico Letta che svolsi insieme con Bruno Di Giovannangelo durante una festa dell’ ‘Unita”, nel settembre 2002 a Pisa, dove Letta intervenne”. Cosi’ Cinzia Banelli, durante la sua deposizione nell’ aula bunker di Rebibbia a Roma in una udienza del processo per l’ omicidio del professor Massimo D’ Antona.  Cinzia Banelli, la prima pentita delle nuove Br, gia’ condannata a 20 anni di reclusione al termine del rito abbreviato che si e’ svolto il primo marzo scorso a Roma, e’ oggi per la prima volta “fisicamente” in un’ aula di giustizia dopo la sua vicenda processuale e dopo aver deciso di collaborare svelando le password dell’ archivio dei terroristi.
“Decisi di aprire l’ inchiesta su Enrico Letta - ha detto Cinzia Banelli, difesa dall’ avv. Grazia Volo, rispondendo alle domande dei Pm Pietro Saviotti ed Erminio Amelio - perche’ Letta aveva una casa a Pisa. Non c’ era un’ attivita’ specifica, dovevamo soltanto identificare dove abitava. Ripeto, non perche’ ci fosse una qualche attivita’, ma erano dati del nostro archivio”. Cinzia Banelli ha spiegato che se occorreva si raccoglievano dati su soggetti diversi, su cui erano note le loro identita’ politiche. “Ho poi assistito personalmente al dibattito con Letta durante la Festa dell’ Unita’ - ha aggiunto e a quell’ inchiesta abbiamo partecipato io e Di Giovannangelo”. Alla domanda del Pm che chiedeva alla Banelli se Di Giovannangelo poteva sapere le motivazioni dell’ inchiesta, la Banelli ha risposto: “Naturalmente lo sapeva, e non ha mai mostrato dissenso o critica verso le ‘iniziative disarticolanti’ (gli omicidi D’ Antona e Biagi).
Cinzia Banelli, sempre a proposito di Di Giovannangelo ha spiegato che “era un militante di basso livello”. Di Giovannangelo - ha continuato Banelli - non ha partecipato alle attivita’ ‘disarticolanti’ di Biagi e D’ Antona”, ma la pentita ha anche osservato che lo stesso Di Giovannangelo ha partecipato al ‘dibattito politico’ successivo ai due omicidi precisando che ebbe un’ attivita’ di rivendicazione e reclutamento diffondendo anche il volantino dopo l’ omicidio del prof. Marco Biagi.
Banelli, che indossa un maglioncino colorato, giallo e verde, sta parlando con voce chiara, senza esitazioni e ha ricostruito all’ inizio dell’ udienza i ruoli di alcuni militanti, come quello che corrisponde al nome operativo di ‘Carlo’ un componente del nucleo romano delle Br mai identificato. Cinzia Banelli ha ribadito di avere una conoscenza diretta di Nadia Desdemona Lioce e anche di Mario Galesi, ma che non conosceva i militanti romani delle Br-Pcc. Ad esempio, leggendo alcuni documenti dell’ archivio Morandi ha spiegato di non conoscere e di aver mai incontrato la militante V.T., una sigla che corrisponderebbe, secondo l’ accusa, a Federica Saraceni.
Cinzia Banelli ha spiegato il suo ruolo nell’ ambito della cellula toscana delle Br, della quale era arrivata al vertice, illustrando anche le modalita’ dei cosiddetti ‘recuperi’, ossia i contatti tra militanti dopo gli omicidi o le rapine di autofinanziamento.

D’ANTONA: BANELLI, NON HO MAI VISTO FEDERICA SARACENI
DOPO CONFRONTO CON IMPUTATA RIBADISCE, NON L’HO MAI INCONTRATA
“Non l’ho mai vista ne’ mai incontrata, lo avevo detto con certezza anche in precedenza”.  Cosi’ Cinzia Banelli, rivolgendosi alla corte, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, durante un confronto avuto con Federica Saraceni, una delle imputate nel processo D’Antona.  Federica Saraceni era in aula, come sempre accanto al padre Luigi che e’ suo avvocato difensore, quando un altro dei suoi legali, il professor Franco Coppi ha chiesto alla corte di poter effettuare, per la prima volta, dopo un confronto gia’ fatto in videoconferenza, un faccia a faccia con la Banelli presente dietro al banco dei testimoni. Federica Saraceni si e’ alzata e si e’ messa davanti alla pentita che ha confermato di non averla mai vista ne’ incontrata.
La ex compagna So ha poi spiegato, per quanto era a sua conoscenza, di non poter attribuire alcuna sigla o nome di battaglia alla stessa Saraceni.

D’ANTONA: PM SAVIOTTI, DA BANELLI CONFERMA RILEVANZA APPORTO
“Da Cinzia Banelli e’ venuta ancora una volta la conferma della rilevanza del suo apporto alle indagini, in linea con l’impostazione accusatoria. Da lei e’ stata inoltre ribadita la sua collaborazione irreversibile”.  Cosi il pm Pietro Saviotti commenta, alla fine dell’udienza, la testimonianza resa oggi dalla pentita delle Br, Cinzia Banelli nell’aula bunker del carcere di Rebibbia di Roma davanti alla seconda Corte di Assise.
“Il contributo che ha dato la Banelli - ha aggiunto Saviotti e’ rilevante sotto il profilo probatorio”. A chi gli chiedeva quando si definira’ il percorso giudiziario per la Banelli che dovra’ approdare al piano di protezione il pm Saviotti ha risposto che: “Questo non dipende da noi, abbiamo fatto tutto cio’ che era in nostro potere e dovere di fare”. In merito alla richiesta fatta dalla maggioranza degli imputati di uscire dall’aula in concomitanza della testimonianza della stessa Banelli, Saviotti ha aggiunto che: “Prendiamo atto - ha spiegato il pm - che la quasi totalita’ degli imputati ha aderito alle dichiarazioni fatte da Nadia Lioce che definiscono la Banelli collaborante dello Stato borghese. Non e’ certo una novita’ assoluta ma oggi abbiamo preso atto nuovamente di questa situazione”.
Il processo e’ stato aggiornato all’udienza di dopo domani durante la quale e’ prevista la testimonianza di un dirigente della Digos di Firenze che dovra’ riferire alla corte sul conflitto a fuoco del 2 marzo 2003 durante il quale fu ucciso il sovrintendente di polizia Emanuele Petri, e rimase ucciso il brigatista Mario Galesi, e che consenti’ l’arresto di Nadia Desdemona Lioce.

D’ANTONA: VOLO,BANELLI PER BR COLLABORA PER STATO NON ANCORA
“Con il loro proclama, e con la loro uscita dalle gabbie, le Brigate rosse riconoscono a Cinzia Banelli il ruolo di collaboratrice “dello stato borghese”, ma noi ci troviamo ancora a combattere con un programma di protezione negato e alle prese con l’iter giudiziario per la concessione dei domiciliari”. E’ quanto ha detto, non senza polemica, l’avvocato Grazia Volo, legale della pentita delle Brigate rosse, oggi nell’aula-bunker di Rebibbia a Roma dove la stessa Banelli sta rispondendo alle domande dei pm Pietro Saviotti ed Erminio Nelio.
L’avvocato Volo fa riferimento al proclama letto dai brigatisti prima della loro uscita dalle gabbie in concomitanza con l’entrata in aula, dietro il banco dei testimoni, di Cinzia Banelli.
Quest’ultima e’ stata condannata a venti anni di reclusione per l’omicidio D’Antona e per altri reati, dal gip del tribunale di Roma Luisanna Figliolia, che le aveva anche respinto gli arresti domiciliari. Successivamente il tribunale del riesame della capitale ha concesso alla Banelli gli arresti domiciliari.  Analoga richiesta viene esaminata in questi giorni dal tribunale del riesame di Bologna, dove la Banelli e’ imputata per l’omicidio del professor Marco Biagi. I domiciliari, sia a Bologna che a Roma sarebbero propedeutici al programma di protezione che venne negato nei mesi scorsi dalla commissione del Viminale alla stessa Banelli. Nelle motivazioni la stessa commissione non riconosceva alla ex compagna So lo status di collaborante.

10 maggio 2005 – BRIGATE ROSSE, LE RIVELAZIONI IN AULA AL PROCESSO D’ANTONA
“La Stampa”
BRIGATE ROSSE, LE RIVELAZIONI IN AULA AL PROCESSO D’ANTONA
Banelli: «Ecco chi sono i militanti»
La pentita per la prima volta svela i segreti dell’organizzazione
ROMA
Cinzia Banelli per la prima volta si trovava ieri fisicamente in un’aula giudiziaria, per la precisione l’aula-bunker di Rebibbia. Brigatista della colonna toscana, condannata con rito abbreviato per l’omicidio del giuslavorista Massimo D’Antona, ha deciso di collaborare con i giudici. E non appena ha iniziato a parlare l’aula si è svuotata, secondo un rito ben preciso dei brigatisti non pentiti, lasciandola da sola a parlare davanti ai magistrati. Cinzia Banelli ha ricordato ancora una volta le ragioni della sua scelta di dissociarsi dalle Br: «Ragioni umane e politiche. Avevo scelto di fare un figlio e quando sono stata arrestata tutto ruotava intorno a lui ed era diventata questa la mia priorità». Assicura, la sua «è una scelta da cui non si torna indietro». Conferma di non aver «mai visto nè incontrato» Federica Saraceni. E rivela dettagli meno noti. «Spendevo circa 2-3 milioni l’anno, più che altro in viaggi in treno e per altri tipi di spostamenti». E «a seconda del grado di adesione all’organizzazione», alcune spese venivano rimborsate ai militanti. Ci pensava Mario Galesi a pagare in contanti.
Rivendica la decisione di seguire Enrico Letta. «Fui io a decidere l’inchiesta su Enrico Letta che svolsi insieme con Bruno Di Giovannangelo durante una festa dell’Unità, nel settembre 2002 a Pisa, dove Letta intervenne. Decisi di aprire l’inchiesta perchè Letta aveva una casa a Pisa. Non c’ era un’ attività specifica, dovevamo soltanto identificare dove abitava. Ripeto, non perchè ci fosse una qualche attività, ma erano dati del nostro archivio». Servivano «dati fisici, per esempio, il percorso seguito per andare da un posto all’altro: le posizioni politiche già le conoscevamo». Cinzia Banelli parla delle «azioni di recupero», una sorta di appuntamenti utilizzati dalle Br per incontrarsi e scambiarsi informazioni al termine di una operazione o dopo un periodo convenuto, compiute subito dopo l’omicidio D’Antona sia con «forze non impiegate» sia con altre di «diversi ambiti». Nel caso in cui una telefonata prevista veniva a mancare bisognava seguire alcuni passaggi per essere sicuri che i compagni fossero al loro posto. Non esistevano invece istruzioni precise di «smobilizzo». Se poi «l’azione di recupero» era prevista con una persona non conosciuta, per riconoscersi si servivano del classico giornale sotto il braccio: «La Stampa o Il Corriere della Sera», precisa. «Nel caso dell’omicidio D’Antona è avvenuto a piazzare Flaminio dopo l’attentato in via Salaria. Allora ha coinvolto due soggetti: V e Vt».
Il pm Saviotti chiede maggiori informazioni su Maria, nome di battaglia «Mrt». Aveva un ruolo di staffetta, risponde Cinzia Banelli. Doveva attendere Biagi alla stazione di Bologna per misurare il percorso del giuslavorista. Chi era il capo? «La sede centrale allargata era composta da due uomini e due donne: Roberto Morandi, Mario Galesi, Nadia Desdemona Lioce e per l’appunto Maria».
A questo punto è chiaro che da ieri Cinzia Banelli è a tutti gli effetti una collaboratrice anche se lo status ancora non le è stato riconosciuto. Questo potrebbe porre non pochi problemi come è apparso ieri dal comportamento degli altri brigatisti. «Lo status non dipende da me - commenta il pm Saviotti - Abbiamo fatto quanto era in nostro potere e dovere. Credo che per lei ci sia l’esigenza di una protezione, in quanto si è esposta».

11 maggio 2005 - CARCERI: REBIBBIA; LA BR SARACENI, TOPI E CONDIZIONI PESSIME
ANSA:
CARCERI: REBIBBIA; LA BR SARACENI, TOPI E CONDIZIONI PESSIME
IMPUTATA PROCESSO BR DETENUTA PER UN ANNO E MEZZO IN CARCERE
Topi, condizioni igienico-sanitarie definite pessime, scarsissima assistenza sanitaria. E’ lo scenario che delinea Federica Saraceni, imputata nel processo Br per l’ omicidio del prof. Massimo D’ Antona, e detenuta per circa un anno e mezzo nel carcere dove sono stati denunciati casi di varicella uno dei quali mortale.
“Le condizioni igienico-sanitarie a Rebibbia - dice la Saraceni - sono pessime. In quel carcere non vale la massima prevenire e’ meglio che curare. Se ci si rivolge ad un medico perche’ magari si accusa un dolore, quello che accade e’ che ti imbottiscono di farmaci ma nessuno approfondisce perche’ una detenuta sta male. Somministrano farmaci su di te senza capire bene che cosa hai ed ottenere un ricovero e’ davvero difficile.  Per averlo bisogna stare veramente male”.
Poi Federica Saraceni parla della situazione di sovraffollamento nel penitenziario femminile. “Le celle sono affollate - dice - e occupate da piu’ detenute, anche quelle singole in cui ci si sta in due, ma i servizi igienici a disposizione sono singoli con evidenti problemi di privacy.  Inoltre, Rebibbia femminile e’ piena di topi, ce ne sono tantissimi al piano terreno e spesso e’ facile trovarli anche ai piani superiori. Per quanto riguarda la pulizia le cosiddette ‘scopine’ vengono pagate pochissimo e soltanto per quattro ore”.
“Io stessa quando ero detenuta al terzo piano - racconta ancora Federica Saraceni - ho visto un topo camminare nella cella. Era uscito da un buco sotto il lavandino rotto. Poi con altre detenute abbiamo noi stesse tappato quel buco con delle buste di plastica”.

11 maggio 2005 - D’ANTONA: TESTIMONE, VIDI PROFESSORE CADERE A TERRA
ANSA:
D’ANTONA: TESTIMONE, VIDI PROFESSORE CADERE A TERRA
“Ero a Roma per lavoro, e sentii sparare. Percorrevo via Salaria, quando vidi due persone in jeans e con il capo coperto da un cappellino incrociare il mio percorso. Poi vidi quell’ uomo a terra, ebbi paura e dissi al mio collega andiamo via”. E’ la testimonianza di Gabriella C., una delle testimoni oculari dell’ omicidio del professor D’Antona, ucciso a Roma in via Salaria il 20 maggio del 1999, ascoltata oggi nell’ aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, dalla seconda Corte di Assiste che sta celebrando il processo alle nuove BR.
L’ udienza si era aperta con la testimonianza del professor Antonio Martone, presidente della Commissione di garanzia per il diritto allo sciopero, la cui sede a Roma fu oggetto di un attentato di matrice brigatista. Rispondendo alle domande dei pm Erminio Amelio e Pietro Saviotti, Martone ha definito i compiti istituzionali della Commissione stessa, spiegando che i poteri dello stesso organismo sono stati aumentati proprio grazie ad una legge del 2000 a cui aveva collaborato attivamente Massimo D’Antona.
Martone, che all’ epoca dell’ omicidio non era presidente della Commissione, al cui vertice c’era Gino Giugni, vittima di un attentato delle BR negli anni ‘80, ha parlato anche del volantino di rivendicazione dell’ attentato alla sede della commissione stessa, spiegando che nella parte finale rimandava alla rivendicazione fatta dai brigatisti per l’ omicidio D’Antona.
Prima della pausa del dibattimento i pm hanno ascoltato la testimonianza del dirigente della Digos Andrea Grassi, gia’ in servizio alla Questura di Firenze, che ha illustrato nel dettaglio le modalita’ operative della cosiddetta cellula fiorentina e toscana delle BR di cui erano responsabili la pentita Cinzia Banelli e il brigatista Roberto Morandi.
Al dibattimento oltre agli imputati agli arresti domiciliari (Federica Saraceni, Roberto Badel e Alessandro Costa), assistono tutti gli imputati che durante la scorsa udienza lasciarono le gabbie in occasione della testimonianza resa da Cinzia Banelli, definita da Nadia Desdemona Lioce “una collaborazionista, strumento dello Stato borghese”.

12 maggio 2005 - D’ANTONA: EX AGENTE,MIO RAMMARICO? NON AVER UCCISO LIOCE
ANSA:
D’ANTONA: EX AGENTE,MIO RAMMARICO? NON AVER UCCISO LIOCE
BRUNO FORTUNATO RICORDA DAVANTI AI GIUDICI LA SPARATORIA
 “Il mio rammarico piu’ grande? Non aver sparato, non aver ucciso Nadia Desdemona Lioce che mi puntava contro la pistola tolta ad un collega e che non e’ riuscita ad ammazzarmi solo perche’ aveva la sicura”. Bruno Fortunato ha nel nome il suo destino, in omaggio ad un vecchio adagio. Fortunato e’ stato baciato dalla sorte due volte: la prima perche’ la pallottola sparata dalla pistola di Mario Galesi gli perforo’ si’ stomaco e polmone, ma non lo fini’. Il secondo regalo dalla fortuna fu proprio quella sicura messa alla Beretta calibro 7.65 che Nadia Lioce, la br sorpresa con Galesi sul treno per Arezzo - dove il brigatista fu ucciso dopo aver a sua volta ucciso il sovrintendente Emanuele Petri - strappo’ a Giovanni Di Fronzo, il terzo agente della Polfer coinvolto nella sparatoria a Castiglion Fiorentino il 2 marzo del 2003.
Molto e’ stato detto e scritto sulla sparatoria, sui dubbi, ma sarebbe maglio dire ‘fantasie’, che pure qualcuno ha avanzato sul fatto che tre agenti in servizio di controllo su un treno possano essersi imbattuti ‘per caso’ nei vertici delle nuove Br, ossia Lioce e Galesi che, dopo i ripiegamenti e gli omicidi D’ Antona e Biagi, secondo il legale della famiglia Petri, l’ avvocato Valter Biscotti, stavano per ampliare i vertici delle Br in una riunione programmata ad Arezzo.
Quella sparatoria e’ stata ancora una volta rievocata oggi nell’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, dove Fortunato, originario di Portici, vicino a Napoli, ha testimoniato rispondendo alle domande del pm Saviotti. In quella mattina fredda e piovosa, lui, Petri e Di Fronzo erano in servizio per routine. Tra i tanti documenti controllati due carte di identita’, false, di due passeggeri particolari, Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. Il br che balza dal sedile del treno, punta la pistola alla gola di Petri, mentre la Lioce riesce a recuperare la Beretta che Di Fronzo aveva cercato di gettare il piu’ lontano possibile. Poi gli spari, una, due, tre, forse quattro colpi di pistola. Galesi a terra, morto, Petri accanto a lui ammazzato come si dice “nell’adempimento del suo dovere”.  C’e’ gia’ un ergastolo per quell’omicidio che Lioce dovra’ scontare, il secondo delle nuove Br dopo quello a Laura Proietti.
Oggi Fortunato, che ha deposto insieme con Di Fronzo, non ha neppure sfiorato con lo sguardo la gabbia dove la Lioce era chiusa con i suoi soliti compagni due irriducibili del cosiddetto carcerario. “Quella mattinata non la dimentichero’ mai - ha detto dopo aver deposto in aula - come poliziotto forse potevo fare di piu’, potevo sparare a quella donna che ora mi e’ completamente indifferente. Il mio rammarico e’ solo professionale”.
Fortunato non e’ piu’ un poliziotto, e’ in pensione perche’ quella pallottola gli ha causato problemi fisici che lo hanno reso inidoneo al servizio. E nessuno conosce il suo domicilio.  Motivi di sicurezza. La moglie quasi lo trascina via dopo la deposizione e l’ultima parola dell’ex poliziotto e’ per Petri, l’ ultimo dei ‘quattro inutili morti’, dopo D’Antona, Biagi e lo stesso Galesi, come ammise la pentita Banelli durante le sue confessioni ai magistrati, della breve stagione di sangue delle nuove Br. “Era una persona speciale - dice - un amico”.
Intanto nell’aula bunker si materializzano altri fantasmi, quelli del fallito attentato alla Cisl di Milano in via Todino, il 6 ottobre del 2000, attraverso la testimonianza della ex segretaria Maria Grazia Fabrizio. Volevano colpire il Patto di Milano, i nuovi terroristi pallidi epigoni delle vecchie Br, nemici della concertazione e del sindacato. Ma, come ha sottolineato la stessa Fabrizio, non fecero altro che cementare l’ unita’ delle rappresentanze dei lavoratori.

D’ANTONA: LE BR E IL PATTO DI MILANO, L’ATTENTATO ALLA CISL
In aula tornano i fantasmi del terrore e quelli degli attentati a sedi sindacali e torna la stagione dell’eversione che aveva come obiettivo la rappresentanza dei lavoratori e che fini’ poi per cementare, contro le previsioni dei terroristi, l’unita’ sindacale. L’udienza di oggi al bunker di Rebibbia a Roma, dove e’ in corso il processo davanti alla II Corte di Assise ai brigatisti accusati dell’omicidio del professor Msssimo D’Antona, e’ stata dedicata, prima dell’esame della sparatoria sul treno del 2 marzo 2003, al fallito attentato alla sede della Cisl di via Tadino il 6 ottobre 2000 che aveva come obiettivo strategico-politico l’attacco al cosiddetto ‘patto di Milano’.
Sul banco dei testimoni la allora segretaria regionale del sindacato, oggi consigliere regionale, Maria Grazia Fabrizio che ha ricordato, risponendo alle domande del pm Pietro Saviotti, la stagione del Patto di Milano, l’accordo che fu trovato, con il Comune, ‘per rispondere ai bisogni - ha detto - dei piu’ deboli per chi non aveva accesso al lavoro, per gli over 40, per i disoccupati”. “Un accordo - ha spiegato la ex segretaria sindacale - che fu sottoscritto con la soddisfazione di tutti”.  L’ attentato fu sventato perche’ gli ordigni sistemati in fioriere, furono scoperti da un impiegato della Cisl. “La nostra attivita’ - ha concluso Fabrizio - non fu minimanente scalfita da quell’episodio”.
L’udienza, dopo la testimonianza dei poliziotti della Polfer per quanto riguarda la sparatoria sul treno Roma-Arezzo, e’ stata poi dedicata alla testimonianza del maggiore dei carabinieri Massimiliano Macilenti sui cosiddetti attentati minori attribuiti alle sigle Nipr, Ncc. Macilenti, tra l’altro, ha sostenuto l’esistenza di legami tra l’imputato Paolo Costa, ora ai domiciliari e accusato solo di banda armata, con un ex irriducibile delle Br, scarcerato nel ‘99, Fausto Marini, spiegando che tale legame passava per numerose telefonate fatte da Costa ad una utenza intestata a Marini. Inoltre, da una agenda di una amica di Mario Galesi, il br ucciso proprio sul treno Roma-Arezzo, ci sono riferimenti allo stesso Costa conosciuto con il soprannome di ‘Gibbone’.
Nel controesame del legale di Costa, l’avvocato Marco Lucentini, ha sottolineato il fatto che le telefonate alla utenza di Marini, utenza a cui faceva riferimento una abitazione in cui viveva la famiglia dello stesso Marini. “Costa era amico di uno dei figli della convivente di Marini - ha detto Lucentini - e dalle intercettazioni si evincono colloquio di natura privata tra lo stesso Costa e uno dei figli della stessa convivente”. Per quanto riguarda alcune telefonate fatte, secondo Macilenti, da un telefono cellulare dell’organizzazione sequestrato al momento del’arresto nel ‘97 a Galesi e a Jerome Cruciani, a Costa o a un suo conoscente. l’avvocato Lucentini, attraverso l’esame dei tabulati e attraverso nil controinterrogatorio dell’ufficiale ha spiegato che “tale telefono non aveva solo un uso cosiddetto ‘citofonico’ ovvero per l’organizzazione”. “Quest’ utenza chiama anche altri cellulari - ha aggiunto - e chiama altri due numeri o altri luoghi come alberghi, ditte e societa””.
Le udienze riprenderanno il 23 maggio.

D’ANTONA: LEGALE PETRI, BR VOLEVANO ALLARGARE VERTICE
 “Ormai sembra chiaro, anche alla luce delle indagini avvenute dopo la sparatoria nel treno Firenze-Arezzo, che quel 2 marzo 2003 era in programma un vertice delle Brigate Rosse, un summit durante il quale si doveva decidere l’allargamento dell’organizzazione terroristica”. E’ quanto ha detto l’avv. Walter Biscotti, legale della famiglia del sovrintendente di Polizia Emanuele Petri, ucciso durante il conflitto a fuoco sul treno Firenze-Arezzo durante il quale fu ammazzato il brigatista Mario Galesi e catturata Nadia Desdemona Lioce.
“Il sacrifico di Emanuele Petri - ha aggiunto l’avv.  Biscotti - ha di fatto impedito, e giova ripeterlo, che vi fosse una riorganizzazione al vertice delle Br”.

13 maggio 2005 - ERRI DE LUCA INAUGURA RASSEGNA LIBRI NASCOSTI
ANSA:
ERRI DE LUCA INAUGURA RASSEGNA LIBRI NASCOSTI
DEDICATA ALL’EDITORIA MINORE LIGURE E LUNIGIANESE
Sara’ lo scrittore Erri De Luca ad inaugurare, venerdi’ 20 maggio, la rassegna ‘Libri nascosti’, la prima mostra-mercato della piccola editoria ligure e lunigianese, fino a domenica, al Centro Salvador Allende, a La Spezia. L’iniziativa e’ stata presentata stamani in una conferenza stampa dal sindaco spezzino Giorgio Pagano e dal presidente dell’Istituzione per i servizi culturali Marco Ferrari.
Trenta gli eventi tra presentazioni, incontri, spettacoli e reading poetici a ingresso libero, con la partecipazione di autori come Marco Buticchi, Alberto Cavanna, Jole Baldaro Verde, Giuseppe Benelli, Marco Ferrari e Bruno Cora’.
L’intento della rassegna e’ quello di promuovere il sistema editoriale minore nato sul solco dei librai pontremolesi, della Lunigiana storica, e delle province limitrofe, e di valorizzare cosi’ il patrimonio culturale di queste zone. ‘Libri nascosti’ sara’ infatti anche un’occasione per lanciare la giovane poesia spezzina sul panorama nazionale.
Al Centro Allende avranno spazio 30 espositori in gran parte provenienti dalla Liguria, dalla Toscana, dall’Emilia-Romagna e dal Piemonte. Tra gli altri saranno presenti De Ferrari, Fratelli Frilli, Il Grande Vetro, Cinque Terre, Luna Editore, Cut Up, Chiappini, ConTatto, Giacche’, Edizioni Clandestine e Pontegobbo. Tutte realta’ editoriali minori che si sono comunque distinte per il coraggio, la capacita’ di autonomia, il fiuto nella scoperta di talenti e di opere significative.

 15 maggio 2005 – SCALZONE A TONI NEGRI SU UE
“Il Corriere della sera”
Scalzone a Negri: un vero marxista vota no alla Carta Ue
Il referendum francese divide i due vecchi leader di Potere operaio. « Ma quale alternativa agli Usa. Il Trattato è una deriva autoritaria »
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI - Il referendum francese sul trattato europeo si sta trasformando nel primo grande dibattito transnazionale. Logico, allora, che nella campagna intervengano sempre più anche attori esterni, dai capi di Stato agli intellettuali, ai leader di partito. L' altro ieri, sulle colonne di Libération , si è sorprendentemente schierato a favore del sì il professor Toni Negri, l' ex cattivo maestro e fondatore di Potere operaio, recentemente definito dalla critica francese il « nuovo Marx » . Definendosi un « rivoluzionario realista » , il professore sostiene che la Costituzione europea è il percorso possibile verso un modello continentale alternativo al capitalismo conservatore e reazionario e all' ultraliberismo dell' im pero americano. Inutile proclamarsi no global e anticapitalisti se non si crede nella possibilità di un modello federale che riafferma i diritti fondamentali dell' uomo e i principi dell' Europa sociale. Pur senza farsi illusioni. A Toni Negri risponde un ex allievo, il compagno di viaggio dei « formidabili anni » Oreste Scalzone, appena uscito da un lungo sciopero della fame per sostenere l' amnistia per quegli anni che, oltre che formidabili, furono di piombo. Premessa: « Mi sembra assurda la semplificazione con cui si vuole vedere a tutti i costi dissenso e contrasto, come dire che il sì è un voto antiamericano e il no è un voto per Le Pen. O come dire che chi vota no è un deficiente. È un modo di ragionare che impedisce di ragionare. Anche perché non esiste una vera alternativa fra sì e no. L' Europa andrà avanti lo stesso, il sistema resta capitalistico e magari si tornerà a votare una seconda volta, come già si sente dire » . Ma lei, se dovesse votare, voterebbe con l' estrema sinistra francese e con la parte dei socialisti che si riconosce nell' ex primo ministro Laurent Fabius? « Fabius non mi è mai stato simpatico. Piuttosto, per affetto e storia personale mi sento vicino e condivido le ragioni della gente e dei movimenti che votano no, così come rifiuto il paternalismo altezzoso dell' establishment che ci spiega che le ragioni del bene stanno dalla parte del sì. Mi stupisce che un marxista e uno studioso di Spinoza come Toni Negri consideri Costituzione un guazzabuglio di regole e concetti confusi. Hegel diceva che il diritto oltre un certo limite diventa come il listino della spesa » . Non c' è solo Negri a sostenere che il trattato costituzionale è un grande avanzamento sul piano dei diritti, sociali e civili. « Molti non l' hanno letto bene. Il trattato inserisce deroghe alle legislazioni nazionali che fanno venire i brividi. Credo che si vada nella direzione della democrazia totalitaria. Basti vedere le proposte che si vanno facendo sul controllo delle frontiere, sugli immigrati, sull' impiego delle forze dell' ordine, sulla penalizzazione delle devianze » . Persino Chirac, come il rivoluzionario Negri, sostiene che il modello europeo può essere un fattore di riequilibrio nella governabilità del pianeta di fronte all' « imperium » americano. « È tutto da dimostrare che l' Europa sia più forte con questa Costituzione. Chi, come me, si richiama a Marx dovrebbe compren dere che il capitalismo non è americano o cinese o europeo. Il capitalismo è in ogni luogo, è un modello mondiale. Cambiarlo o combatterlo significa rimetterne in discussione i meccanismi. Non credo che una Europa più o meno liberale sia alternativa al liberismo dei neoconservatori americani, almeno f i n o a quando la vita della gente, in Europa come in America, resta una variabile dipendente del cosiddetto progresso, una promessa di mondo migliore sempre spostata in avanti, mentre il presente è fatto di tagli della spesa sociale e di licenziamenti » . Toni Negri confida nella fine degli Stati nazionali attraverso il federalismo. « Su questo punto, come auspicio, sono d' accordo. Tuttavia, gli Stati nazionali non finiranno con l' Euro pa federale e con la creazione di un superstato » . Non l' affascina nemmeno l' idea che un' Europa più forte e unita avrebbe potuto contrastare quella che Negri definisce la « crociata » in Iraq per il petrolio? « Affascinante, se fosse realistica. L' Europa resta nella Nato. Una parte dell' Europa è andata in guerra. Non credo al messianesimo di orizzonti pacifici se non si ferma la corsa dell' umanità all' autodistruzione, se non ci si ferma a riflettere davvero sulla realtà, come dovrebbero fare i marxisti. Il sì o il no alla Costituzione mi ricorda l' alternativa fra Bush e Saddam, un manicheismo deformante che porta a colpevolizzare il dissenso, a insinuare il sospetto, a lapidare la critica. Questa è democrazia? » . Oreste Scalzone TONI NEGRI SU « LIBÉRATION » «L' Europa è contro l' Impero» Nell' intervista pubblicata venerdì da « Libération » Toni Negri si è pronunciato a favore della Costituzione Ue sottoposta a referendum in Francia: « Voto sì per far sparire questa merda di Stato nazione » . Toni Negri, condannato per le sue responsabilità in atti di terrorismo, sostiene che « la Carta è un mezzo per combattere l' Impero, questa nuova società capitalista mondializzata » . Non credo che un' Unione più liberale sia la risposta al liberismo dei neoconservatori americani
Nava Massimo

 

16 maggio 2005 - TERRORISMO: BIAGI; DOMANI LE RICHIESTE DEL PM

ANSA:

TERRORISMO: BIAGI; DOMANI LE RICHIESTE DEL PM

GIUDICI BOLOGNA RESPINGONO RICHIESTA NUOVA AUDIZIONE BANELLI

Domani il Pm di Bologna Paolo Giovagnoli formulera’ davanti alla Corte d’Assise le richieste di condanna per i cinque brigatisti accusati dell’omicidio del prof.Marco Biagi avvenuto nel capoluogo emiliano il 19 marzo 2002. In programma ci sono anche gli interventi delle parti civili.

Intanto nell’udienza svoltasi in mattinata e’ stato ascoltato come testimone Stefano Benelli, gia’ condannato a Roma per favoreggiamento per aver trasportato due vespe di Roberto Morandi, uno degli imputati del processo di Bologna: gli altri sono Nadia Desdemona Lioce, Diana Blefari Melazzi, Marco Mezzasalma e Simone Boccaccini, unico quest’ultimo non presente in aula.

La Corte presieduta dal giudice Libero Mancuso ha respinto la richiesta avanzata dalle difese di Lioce e Morandi di sentire nuovamente la pentita delle Br Cinzia Banelli, mentre, sciogliendo la riserva formulata il mese scorso, ha deciso di non acquisire un interrogatorio di Simone Boccaccini davanti all’autorita’ giudiziaria di Firenze. I giudici, su richiesta del Pm, hanno anche disposto per domattina l’accompagnamento coatto del testimone Biagio Paolo D’Amore, che in precedenza aveva mandato due certificati medici, giudicati pero’ troppo generici. L’uomo dovrebbe rispondere alle domande sulla compravendita di alcune schede telefoniche fatta tramite un giornalino d’annunci romano, nel corso della quale avrebbe involontariamente visto qualcuno degli imputati.

 

TERRORISMO: BIAGI; PRONTA RICHIESTA RISARCIMENTO PER 6-7 MLN

DOMANI IN ASSISE; POI CAUSA CIVILE A STATO SU MANCATA SCORTA

Una richiesta di risarcimento danni per “svariati milioni di euro”, stimata fra i 6 e i 7: la chiedera’ domani l’avv. Guido Magnisi, che tutela i famigliari del professor Marco Biagi, davanti alla Corte d’Assise di Bologna che sta processando i cinque sospetti brigatisti accusati dell’omicidio del giuslavorista, assassinato nel capoluogo emiliano il 19 marzo 2002.

Dopo, come si era intuito in seguito all’inchiesta della Procura di Bologna sulla mancata scorta al professor Biagi, il passo successivo sara’ la causa civile contro il ministero dell’Interno responsabile di non aver protetto chi era da tempo nel mirino dei terroristi.

Le cifre ufficiali le potra’ pronunciare solo l’avv. Magnesi domani in aula, ma una stima valuta la richiesta di risarcimento fra i 6 e i 7 milioni di euro.

Il 15 marzo scorso, condannando a 16 anni con rito abbreviato la pentita Cinzia Banelli, il Gup di Bologna Rita Zaccariello aveva anche deciso una provvisionale a titolo di risarcimento di 500 mila euro per Marina Orlandi, vedova del professor Biagi, 250 mila euro a ognuno dei due figli, Lorenzo e Francesco, 125 mila euro per il padre Giorgio e 75 mila euro per la sorella Francesca. Una decisione che aveva accolto in pieno le richieste dell’avv. Magnisi.

Al di la’ dei processi alle Br, quattro anni di indagini avevano stigmatizzato le responsabilita’, seppure non penali, dello Stato: “Se il professor Biagi avesse avuto una scorta armata non avremmo potuto ucciderlo - racconto’ il 21 febbraio scorso Banelli, ascoltata in videoconferenza dalla Corte d’ Assise - perche’ l’azione non sarebbe stata praticabile. Per noi gia’ due persone armate costituivano un problema. Non eravamo abituati ai veri conflitti a fuoco”. La pentita parlo’ anche dell’ articolo del settimanale ‘Panorama’ redatto sulla base di un allarme terrorismo dei servizi segreti e pubblicato qualche tempo prima dell’omicidio del giuslavorista: “Leggemmo l’ articolo e capimmo che poteva costituire un problema. Veniva indicata chiaramente una persona come Biagi come possibile obiettivo. Avremmo dovuto fare piu’ attenzione, osservare possibili cambiamenti nella situazione del professore. Dovevamo controllare che non fosse solo. Invece, arrivo’ alla stazione di Bologna da solo”.

Le colpe della burocrazia furono messe nero su bianco dal Gip di Bologna Gabriella Castore, nel provvedimento che archivio’ l’ inchiesta della Procura sulla condotta dell’ex prefetto e questore di Bologna e dei vertici della Polizia di Prevenzione:

Le Br - fu in sostanza la conclusione del giudici - scelsero di colpire il professor Biagi anche perche’ gli fu tolta la protezione, per una serie di errori sia a livello centrale sia periferico, che pero’ non avevano rilievo penale. “Le colpe dell’ apparato - avevano scritto invece i Pm Antonello Gustapane e Giovanni Spinosa, che condussero l’indagine - sono esorbitanti”.

Il dramma risuono’ il 18 aprile scorso nell’aula della Corte d’ Assise, quando il presidente Libero Mancuso lesse in una lettera di Marina Orlandi l’accusa allo Stato: “Togliendogli la scorta ne fecero un bersaglio troppo facile”. Domani chiedera’ i danni ai brigatisti anche l’Avvocatura dello Stato (circa 7 milioni di euro), che si e’ costituita per la Presidenza del Consiglio, e per i ministeri del Welfare e dell’ Interno.

 

TERRORISMO: BIAGI; TESTE, MORANDI CERCAVA DI CONVINCERMI

‘MI PARLAVA DI POLITICA, MA MI SENTIVO COME BAMBINO IMPREPARATO’

“Roberto Morandi era molto interessato ad argomenti politici, cercava di convincermi, mi consigliava anche delle letture. Io, pero’, in materia sono molto acerbo. Questa situazione dopo un un po’ comincio’ a opprimermi. Io ero riconoscente nei suoi confronti, perche’ mi aveva aiutato per problemi di salute, pero’ ero impreparato in politica. Mi sembrava di essere un bambino che va a scuola e non ha imparato la lezione”.

   A raccontare in questi termini Morandi, uno dei cinque imputati al processo per l’omicidio del prof.Marco Biagi, e’ stato Stefano Benelli, amico del brigatista fiorentino. Benelli e’ stato sentito dai giudici delle Corte di Assise di Bologna davanti a cui si tiene il processo per l’assassinio del giuslavorista. A Roma e’ stato condannato a un anno e quattro mesi per favoreggiamento, ma la sentenza e’ stata appellata.

Benelli, che fa l’artigiano termoidraulico, e’ finito nei guai con la giustizia per aver aiutato Morandi a riportare dall’Appennino tosco-emiliano a Firenze una Vespa 50 in avaria.

Il ciclomotore e’ quello che - secondo quanto ha raccontato la brigatista pentita Cinzia Banelli - venne lasciato tra Via Irnerio e via del Borgo, a circa 500 metri da via Valdonica dove venne ucciso Biagi la sera del 19 marzo 2002. Nel cassettino dello scooter i brigatisti che avevano partecipato all’azione depositarono le radio, i telefonini e le armi usate dal commando. Poi Galesi e Lioce portarono tutto a Roma. La Vespa, invece, qualche tempo dopo venne riportata verso la Toscana, ma si guasto’ nella zona di Vergato sull’Appennino bolognese.  Quindi andava riportata nel capoluogo toscano.

“Ho conosciuto Morandi tramite sua moglie - ha riferito Benelli - Cambiarono appartamento e io andai a fare dei lavori nella loro nuova abitazione. Ho una ditta artigiana di termoidraulica. Era il 2001. Diventammo amici. Poi Morandi, che lavorava all’ospedale, mi ha aiutato molto quando ho avuto dei gravi problemi di salute. Mi consiglio’ cosa fare. Mi fece fare un esame, poi venni operato e rimasi in ospedale dal 25 febbraio al 9 marzo 2002. Il 13 marzo mi nacque il figlio e fu un parto complicato, con il taglio cesareo. Un periodo tremendo. Io sviluppai una gratitudine nei confronti di Morandi. Lui e la moglie mi sono stati vicini in quei giorni, si sono prodigati per me”.

Successivamente Morandi chiese a Benelli se poteva aiutarlo a trasportare la Vespa: “In azienda ho un furgone ‘Ape’. Mi capita spesso che qualcuno mi chieda di fare un trasporto, alle volte e’ un mobile altre volte un elettrodomestico. Lui mi chiese di recuperare la vespa in avaria, era il luglio 2002.  Dalle schede carburante ho ricostruito che era il 16 o il 17. Da Firenze arrivammo oltre Silla (localita’ dell’Appennino, sulla Porrettana, ndr). Individuo’ il posto e caricammo la Vespa che aveva la gomma posteriore forata. Dopo ci fermammo anche a mangiare un panino. Tutto potevo pensare, ma certo non a cosa era servita quella Vespa. Lui mi spiego’ in modo non molto preciso che una persona sua conoscente, fece capire che era un’amica, aveva avuto il problema della foratura e che comunque la Vespa andava riportata a Firenze e quindi non valeva la pena ripararla li’. Io gli consigliai un meccanico a Firenze. Poi l’anno successivo feci un altro trasporto per lui, era il venerdi’ Santo, verso meta’ aprile 2003”.

 

16 maggio 2005 - COSSIGA, GIORGIANA MASI FORSE UCCISA DA ‘FUOCO AMICO’

ANSA:

COSSIGA, GIORGIANA MASI FORSE UCCISA DA ‘FUOCO AMICO’

ME LO DISSE MASONE, FINORA HO TACIUTO PER MOTIVI DI CARITA’

Giorgiana Masi venne probabilmente uccisa da “fuoco amico” sul Ponte Garibaldi, a Roma, il 12 maggio 1977. E cioe’, afferma Francesco Cossiga, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti, “da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine”.

Il “terribile dubbio”, rivela Cossiga, serpeggio’ allora tra i servizi investigativi e gli e’ stato confermato in tempi recenti dal Prefetto Fernando Masone, ex capo della Polizia.  “Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale - sottolinea il senatore a vita - per motivi di carita’ “.

 “Ho avuto sempre comprensione - dice Cossiga in una dichiarazione da Costa Masnaga - per il rimorso che attanaglia tanti radicali per la morte di Giorgiana Masi, per aver essi voluto, contro le valutazione e le disposizioni dell’autorita’ di pubblica sicurezza, senza avere la possibilita’ di controllarla, convocare a favore di un referendum da loro indetto una vasta riunione a Palazzo Navona, in un periodo estremamente delicato per l’ordine pubblico. Cgil, Cisl e Uil accettarono l’invito del governo a rinviare la celebrazione della Festa del primo maggio, nonostante il servizio d’ordine di cui disponevano, composto per la maggior parte di comunisti militanti e guidato dalla ‘Vigilanza’ del PCI, ricca di esperienza anche nel collaborare con le forze di polizia sia sul piano informativo che su quello operativo, in piazza e nelle strade”.

“Scongiurai Marco Pannella - racconta ancora Cossiga - di disdire il comizio di Piazza Navona: egli non accolse il mio invito. Portai il problema al CIIS che all’unanimita’ dispose che io convalidassi il divieto di svolgimento della manifestazione, che si svolse con l’infiltrazione di numerosi membri d’Autonomia e che culmino’ tragicamente nell’uccisione di Giorgiana Masi. Il reparto dei carabinieri - precisa l’ex capo dello Stato - che si trovava dall’altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell’autorita’ giudiziaria fu disarmato da elementi della Squadra Mobile: alla perizia, risulto’ che nessun colpo era stato sparato. Da parte mia, rimossi dalla carica di questore di Roma un caro amico che pero’ mi aveva falsamente informato non esservi in piazza ne’ poliziotti ne’ carabinieri con le armi in mano, il che, come documento’ L’Espresso, non era vero. Ma neanche dalle armi di costoro risulto’ fosse stato sparato il colpo mortale”.

 “L’autorita’ giudiziaria ed i servizi investigativi non giunsero mai ad alcuna conclusione certa. Essi mi confidarono pero’ un terribile dubbio, confermatomi, anche in tempi recenti, poi dal Prefetto Masone e che per primo fu formulato a me, ministro dell’Interno, da uno dei magistrati che conducevano l’inchiesta: che Giorgiana Masi fosse stata uccisa da ‘fuoco amico’, e cioe’ da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine”.

“Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale - sottolinea il senatore a vita - per motivi di carita’. Sembra comunque che questo anno, essendo Sergio Cofferati sindaco di Bologna, non vi saranno piu’ le solite manifestazione, per rispetto a D’Antona e Biagi, uccisi per alcuni tragici giudizi ed invettive lanciate autorevolmente contro di loro in assemblee sindacali e che innescarono, tramutandosi le parole in pallottole, la loro barbara uccisione, che poi i ‘sindacal-rivoluzionari’ d’accatto di Sergio Cofferati, a differenza delle Brigate Rosse e dei sindacalisti dell’aerea di Autonomia, specialmente bolognese, dei miei tempi di ministro dell’Interno, non hanno avuto il coraggio, pur essendone politicamente e moralmente responsabili, ne’ di difendere ne’ di giustificare, dovendosi alcuni di loto mantenersi liberi e candidi per candidature di parlamento e di governo nella prossima era del ‘cattolico adulto’ Romano Prodi, forse accanto al noto progressista ‘fiatiano’ , il ‘marchesino’ Luca Cordero di Montezemolo ed altro”.

 

PANNELLA, SU GIORGIANA MASI COSSIGA CONTINUA A MENTIRE

APPARTIENE A CULTURA DOPPIEZZA VERITA’ CIVILE E ISTITUZIONALE

“Francesco Cossiga, dopo avere in quella occasione clamorosamente mentito e fatto mentire dinanzi al Parlamento, adesso torna a mentire”. E’ questa la replica del leader dei radicali Marco Pannella alle rivelazioni fatte dal senatore a vita Cossiga sull’uccisione di Giorgiana Masi (che sarebbe stata colpita da ‘fuoco amico’) con particolare riferimento al fatto che l’allora ministro dell’Interno sostiene che scongiuro’ Pannella di disdire il comizio a Piazza Navona.

Per il leader radicale, Cossiga torna a mentire “naturalmente per coloro che su questi temi, dalle responsabilita’ per l’assassinio di Giorgiana Masi a quello di Aldo Moro, sono disposti a credere che sia animato dall’amore della verita””.

“In realta’ - conclude Pannella - egli appartiene a una delle culture cattoliche (e comuniste) che fondano non solo sulla doppia ma sulla doppiezza della verita’ i propri comportamenti e intereressi nella vita civile e in quella istituzionale”.

 

GIORGIANA MASI: COSSIGA, PANNELLA SCONVOLTO DAL RIMORSO

POVERO MARCO, CAUSA PRIMA DI QUELLA MORTE

“Povero Marco! Il rimorso per essere stato egli con la sua imprudenza e testardaggine la causa prima della morte di Giorgiana Masi gli sconvolge ogni anno la mente!”. Cosi’ il senatore a vita Francesco Cossiga replica a Marco Pannella sulla morte di Giorgiana Masi.

“Rinnovo e confermo a lui, con antica amicizia, la mia comprensione per questo suo tremendo dramma. Egli almeno non e’, come alcuni bolognesi, un ‘professionista del dramma’. E alle sue commemorazioni di Giorgiana Masi, extraparlamentari, non vanno alte autorita’ ne’ dello Stato, ne’ della Regione, ne’ del Comune ne’ la sinistra ufficiale “.

 

GIORGIANA MASI: COSSIGA RIVELA, UCCISA DA ‘FUOCO AMICO’

PANNELLA, EX MINISTRO MENTI’ ALLORA E OGGI TORNA A MENTIRE

(di Paolo Cucchiarelli)

Una polemica politica vecchia di 26 anni - dolorosa e finora irrisolta - per la morte di Giorgiana Masi trova uno sbocco improvviso nelle parole di uno dei protagonisti. Francesco Cossiga, all’epoca ministro dell’Interno, rivela che la ragazza venne colpita da ‘fuoco amico’, proiettili sparati dai dimostranti e non dalle forze dell’ordine durante la manifestazione, vietata dalla Questura, in occasione della celebrazione dei Radicali per la vittoria nel referendum sul divorzio. Glielo aveva detto poco dopo uno dei magistrati che indagava, spiega, e poi, piu’ di recente, l’aveva confermato l’ex capo della Polizia Ferdinando Masone, scomparso nel luglio del 2003.

La vicenda da anni divide, con polemiche sempre feroci e che il tempo non sopisce, il ministro dell’Interno del maggio 1977 e quello che resta il leader dei Radicali, Marco Pannella, che anche oggi ha risposto duramente alle affermazioni che Cossiga.

All’epoca  la vicenda ebbe echi enormi, rinfocolata a breve quando un settimanale diffuse le foto che dimostravano la presenza di poliziotti non in divisa che sparavano ad altezza d’uomo durante le manifestazioni che riempirono di lacrimogeni tutto il centro di Roma. Giorgiana Masi venne colpita dal lato di Ponte Garibaldi verso Trastevere, all’altezza di piazza Belli mentre dall’altro lato era schierato un drappello di poliziotti.  Tra i manifestanti c’erano molti Autonomi e ragazzi che poi fiancheggiarono o entrarono nelle Br. Si e’ affermato che  la pistola che uccise Giorgiana Masi venne ritrovata proprio in un covo Br.

Cossiga, dopo tante allusioni, interviene citando dati e sospetti avuti all’epoca, scioglie cosi’, per la sua parte, un ‘mistero’ che ciclicamente riemerge: la ragazza, dice, mori’ colpita “da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine”. Il “terribile dubbio”, rivela Cossiga, serpeggio’ allora tra i servizi investigativi e gli e’ stato confermato in tempi recenti dal prefetto Masone.

“Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale per motivi di carita’ - spiega Cossiga - Ho avuto sempre comprensione per il rimorso che attanaglia tanti radicali per la morte di Giorgiana Masi, per aver essi voluto, contro le valutazione e le disposizioni dell’autorita’ di pubblica sicurezza, senza avere la possibilita’ di controllarla, convocare a favore di un referendum da loro indetto una vasta riunione a Palazzo Navona, in un periodo estremamente delicato per l’ordine pubblico. Cgil, Cisl e Uil accettarono l’invito del governo a rinviare la celebrazione della Festa del primo maggio, nonostante il servizio d’ordine di cui disponevano, composto per la maggior parte di comunisti militanti e guidato dalla ‘Vigilanza’ del PCI, ricca di esperienza anche nel collaborare con le forze di polizia sia sul piano informativo che su quello operativo, in piazza e nelle strade”.

“Scongiurai Marco Pannella - racconta l’ex capo dello Stato di disdire il comizio di Piazza Navona: egli non accolse il mio invito. Il reparto dei carabinieri, che si trovava dall’altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell’autorita’ giudiziaria fu disarmato da elementi della Squadra Mobile: alla perizia, risulto’ che nessun colpo era stato sparato”. Analoghe analisi vennero svolte sulle armi dei poliziotti che intervennero agli incidenti camuffati da Autonomi, ma anche queste non avevano ucciso. Magistrati e servizi investigativi non arrivarono mai ad un risultato anche se, anche recentemente, dissero a Cossiga (ultimo Masone) che la Masi fosse stata uccisa da “fuoco amico”.

Pannella non risparmia di rinnovare le sue critiche aspre a Cossiga: Menti’ allora e “torna a mentire oggi”, dice. E l’ex ministro replica: Pannella e’ ancora oggi sconvolto dal rimorso per il “tremendo dramma”.

Nella polemica entrano anche altri parlamentari. Paolo Cento (Verdi) chiede una commissione d’inchiesta ma l’ex capo dello Stato smorza subito la richiesta con una battuta: “Commissione con Cento presidente? Siamo seri, non tutti possono permettersi di essere Pannella”. E a Antonio Di Pietro che gli ricorda l’obbligo che aveva come pubblico ufficiale di riferire al magistrato, il senatore a vita risponde con altrettanto sarcasmo: “Studi finalmente il Codice di procedura penale, furono i magistrati e gli investigatori a riferirmi i loro dubbi e convincimenti e il ministro dell’Interno” non ha facolta’ alcuna rispetto alle indagini”.

 

GIORGIANA MASI:DI PIETRO,PERCHE’ COSSIGA TACQUE CON GIUDICI?

ORA INFANGA SOLO RICORDO DELLA RAGAZZA E RUOLO DEI RADICALI

“Non e’ carita’ citare come testimone un morto per sostenere una tesi indimostrabile”, afferma Antonio Di Pietro, presidente dell’Italia dei Valori, commentando le dichiarazioni del presidente emerito Francesco Cossiga sull’omicidio della studentessa Giuliana Masi, avvenuto nel maggio ‘77 a Roma durante una manifestazione .

“Per altro þ continua Di Pietro - faccio rilevare che nella sua funzione all’epoca dei fatti di ministro dell’Interno e successivamente di capo dello Stato, il presidente Cossiga era un pubblico ufficiale e come tale aveva il dovere riferire alla autorita’ giudiziaria quanto in sua conoscenza sull’accaduto”.

“Ora rischia solo di infangare il ricordo di chi ci ha rimesso la vita e di screditare il nome del partito di appartenenza, tanto piu’ - conclude Di Pietro - che gli esponenti Radicali, organizzatori della manifestazione, si sono sempre caratterizzati per l’esercizio della non violenza”.

 

GIORGIANA MASI: COSSIGA, DI PIETRO STUDI PROCEDURA PENALE

 “Speravo che come mi aveva promesso, il buon Antonino Di Pietro dopo aver cessato di essere magistrato per non incorrere, come e’ noto, nel rigore del Csm si mettesse finalmente a studiare il diritto penale e il nuovo codice di Procedura penale. Mi dispiace che non lo abbia fatto”. Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, osservando che “come al solito questo ragazzo ha l’abitudine di parlare di cose di cui non capisce assolutamente nulla”.

“Devo dire - prosegue il senatore a vita - che adesso Di Pietro fa meno danno perche’ prima faceva cose di cui non capiva nulla, con quella tragica sequela di famiglie distrutte e di gente uccisasi che tutti conoscono; ma adesso incassa, facendo parte dell’Unione, la cambiale di aver forse risparmiato dolori a Romano Prodi. Io  ribadisce - non avevo nessun obbligo di riferire niente a nessuno, perche’ furono i magistrati ed i poliziotti che indagavano che riferirono; come lui avrebbe dovuto sapere Di Pietro se avesse studiato la procedura penale, in Italia a differenza che in altri paese il ministro dell’Interno non ha facolta’ alcuna rispetto alle indagini”.

E, rivolto all’ex Pm, Cossiga aggiunge: “Toni’, stai tranquillo e ringrazia ancora il cielo che ci sono persone che ancora ti prendono sul serio: io ti voglio bene, ma sul serio certo non ti prendo”. 

 

GIORGIANA MASI: DI PIETRO A COSSIGA, CODICE ERA DEL 1977

PERCHE’ FAI RIFERIMENTO A QUELLO ENTRATO IN VIGORE NEL ‘99

“Contrariamente a quanto affermato dal presidente emerito Francesco Cossiga, il ministro dell’Interno e’ un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni quindi e’ tenuto a riferire alle autorita’  sui fatti di cui e’ a conoscenza”. Antonio Di Pietro, presidente dell’Italia dei Valori, controreplica cosi’ alle affermazioni dell’ex presidente della Repubblica sull’omicidio di Giorgiana Masi. Cossiga aveva ricordato che il ministro dell’Interno “non ha alcuna  possibilita’ di intervenire sulle indagini” cosi’ come prevede il Codice di Procedura.

“Chissa’ perche’, poi, Cossiga fa riferimento al nuovo codice di procedura penale þ continua Di Pietro - giacche’, a prescindere dalle considerazioni precedenti, il nuovo Cpp e’ del 1999, mentre i fatti a cui ci riferiamo sono avvenuti nel 1977.  Anche a me spiace constatare che un ex Presidente della Repubblica non conosca la legge, ma lui piu’ di me e’ giustificato e scusato in considerazione dell’eta””.

 

GIORGIANA MASI: CENTO, NECESSARIA COMMISSIONE D’INCHIESTA

COSSIGA NON PUO’ CAVARSELA ALZANDO UN POLVERONE

 Paolo Cento, dei Verdi, sostiene che dopo le affermazioni di Fracesco Cossiga secondo cui Giorgiana Masi potrebbe essere stata uccisa dal “fuoco amico” sparato dai manifestanti, e’ urgente una commissione di inchiesta sui fatti di quel 12 maggio 1977.

“Dopo le affermazioni di Cossiga, allora ministro dell’ Interno e’ ancora piu’ urgente realizzare quella commissione parlamentare d’inchiesta sull’uccisone di Giorgiana Masi che i Verdi hanno proposto da tempo”. Per Cento, tuttavia, “l’unica cosa certa e accertata” resta “la presenza delle squadre speciali del ministero dell’Interno, le foto che ritraggono agenti in borghese che sparano ad altezza d’uomo coperti da blindati di polizia e il tentativo dello stato di far cadere nel silenzio le responsabilita’ politiche e materiali di quella giornata fortemente condizionata dal divieto liberticida di manifestazione imposto dalle autorita””.

Secondo Cento, “sulla morte di Giorgiana Masi serve la verita’ e nessuno, neanche l’allora ministro dell’Interno Cossiga, puo’ cavarsela con una battuta o sollevando un polverone con l’obiettivo di cancellare le gravissime responsabilita’ dello stato e dei suoi apparati di allora”.

 

GIORGIANA MASI: COSSIGA, COMMISSIONE? CON CENTO PRESIDENTE..

SIAMO SERI, NON TUTTI POSSONO PERMETTERSI DI ESSERE PANNELLA

“E facciamo la commissione di inchiesta sulla povera Giorgiana Masi come proposto da Cento e nominiamolo presidente”. Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga commentando la richiesta dell’esponente dei Verdi.

“Ma siamo seri - aggiunge Cossiga - non tutti si possono permettere di essere Marco Pannella”.

 

GIORGIANA MASI: DOPO 28 ANNI NESSUNA VERITA’

INCHIESTA ARCHIVIATA NEL 1981; ANCHE GHIRA ACCUSATO DA IZZO

L’ ipotesi prospettata dall’ ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che Giorgiana Masi, possa essere stata colpita da “fuoco amico”, cioe’ da “colpi vaganti sparati da dimostranti” riapre un caso in realta’ mai chiuso dopo 28 anni.

L’uccisione di Giorgiana Masi risale al 12 maggio 1977. A Roma, durante una manifestazione organizzata dal Partito radicale per l’ anniversario della vittoria elettorale nel referendum sul divorzio, vietata dalle autorita’, quella che doveva essere una giornata di festa si trasforma in tragedia.  Sull’asfalto di ponte Garibaldi, Giorgiana Masi, una ragazza di 19 anni, viene uccisa da un colpo di pistola. L’inchiesta sull’ uccisione di Giorgiana Masi venne chiusa il 9 maggio del 1981 dal giudice Claudio D’ Angelo con la dichiarazione di non doversi procedere per essere rimasti ignoti i responsabili del reato. La riapertura del caso e’ stata sollecitata piu’ volte.

Le foto dimostreranno il fatto, smentito in un primo tempo, che nelle strade erano presenti agenti delle forze dell’ ordine in borghese. L’ allora ministro dell’ Interno Francesco Cossiga affermo’ poi:”Fu un momento drammatico in cui tra l’ altro chiesi scusa al Parlamento, perche’ mi era stato detto che non vi erano in piazza appartenenti alla Polizia o all’ Arma dei carabinieri in borghese. Io affermai questo. Avendo appreso il contrario, quando gli amici de ‘L’ Espresso’ mi diedero la documentazione fotografica, rimossi dal suo incarico uno che era mio amico e che mi aveva fornito, non per colpa sua, queste informazioni. E poi andai davanti al Parlamento e chiesi scusa”.

Si parlera’ in seguito anche della possibile responsabilita’ di personaggi dell’ estrema destra o dell’ estrema sinistra. Il pentito di destra Angelo Izzo disse nel 1997 che a sparare fu Andrea Ghira, usando le armi che avevano in dotazione nel gruppo eversivo di cui faceva parte, chiamato “Drago”.

L’ anno dopo un quotidiano parla di un rapporto della Digos secondo cui il colpo mortale potrebbe essere stato sparato da una pistola calibro 22 poi trovata in un covo delle Br. Ma non si sapra’ mai con sicurezza chi ha sparato il colpo mortale.

Nel 2001, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga disse:”Non vorrei essere frainteso ma io le dico con estrema onesta’ che come sia morta Giorgiana Masi non lo so”.

Nel 2003, a “Report”, Cossiga confermo’ di non conoscere chi ha ucciso Giorgiana Masi, ma fa capire di sapere qualcosa e dice testualmente: “non l’ho mai detto all’autorita’ giudiziaria e non lo diro’ mai, e’ un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono cio’ che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo diro’ mai se mi dovessero chiamare davanti all’ autorita’ giudiziaria perche’ sarebbe una cosa molto dolorosa”. E in quegli stessi giorni, l’ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino, parlando della vicenda Giorgiana Masi, ha ricordato che “Pannella venne a trovarmi e mi diede una traccia, che io purtroppo non ho potuto seguire fino in fondo. La vicenda di Giorgiana Masi rimase un po’ fuori dai nostri accertamenti”. Ma “le affermazioni di Cossiga - ha proseguito Pellegrino - confermano il quadro che ci ha fatto Pannella. Io credo che gia’ allora si volesse determinare una situazione che poi si determino’ in Italia nel 1992-1993”.

 

GIORGIANA MASI: MUGHINI, IO C’ERO, RESTERA’ TERRIBILE DUBBIO

“Rimarra’ un terribile dubbio se il colpo fu sparato dagli agenti o da microterroristi infiltrati”.  Cosi’ lo scrittore e giornalista Giampiero Mughini, ospite di Pierluigi Diaco a ‘Servizio Pubblico’ su Radio 24 þ Il Sole 24 Ore, commentando le rivelazioni di Francesco Cossiga sulla possibilita’ che Giorgiana Masi sia stata uccisa da “fuoco amico”.

“Quel giorno ero li’, a Roma þ ha spiegato Mughini þ perche’ lavoravo per Paese Sera che mi mando’ a seguire la manifestazione. Vagavano molte pallottole ed e’ noto che le pallottole non scelgono le proprie vittime. Ma la situazione era molto incandescente, la manifestazione era un elastico che era stato tirato, tutti avrebbero dovuto fare un passo indietro e invece ne fecero due avanti. Roma in quelle giornate era un inferno, un inferno”.

“Paradossalmente le vittime sono state poche þ ha aggiunto il giornalista þ per come erano messe le cose all’epoca. Me lo dissero anche alcuni carabinieri al termine di una manifestazione”.

 

 “Dagospia”

SENATO DELLA REPUBBLICA

COMUNICATO STAMPA

In relazione alle ancora ripetute intimazioni al Sen.Cossiga, allora ministro dell’Interno, di “dire la verità” sull’omicidio di Giorgiana Masi, l’ex-capo dello Stato ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Ho ormai accettato come una punizione del Signore essere insultato ogni anno quale “assassino” e “complice d’assassini” nelle manifestazioni di piazza per le dolorose ricorrenze della strage della Stazione in Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’ITAVIA su Ustica, alla presenza di altissime autorità locali e dello Stato plaudenti ed opportunisticamente assenzienti e di alcuni che praticano squallidamente la professione di “amici e congiunti delle vittime”.

Penso di essere il Capo dello Stato che abbia battuto ogni record di convocazione o presentazione spontanea davanti ad autorità giudiziarie o commissioni parlamentari d’inchiesta, dopo la scadenza del mandato: settantaquattro volte.

Ho avuto sempre comprensione per il rimorso che attanaglia tanti radicali per la morte di Giorgiana Masi per aver essi voluto, contro le valutazione e le disposizioni dell’autorità di pubblica sicurezza, senza avere la possibilità di controllarla, convocare a favore di un referendum da loro indetto una vasta riunione a Palazzo Navona, in un periodo estremamente delicato per l’ordine pubblico, mentre la CGIL-CISL-UIL accettò l’invito del Governo a rinviare la celebrazione della Festa del 1° maggio, nonostante il servizio d’ordine di cui disponeva, composto per la maggior parte di comunisti militanti e guidato dalla “Vigilanza” del PCI, ricca di esperienza anche nel collaborare con le forze di polizia sia sul piano informativo che su quello operativo, in piazza e nelle strade.

Scongiurai Marco Pannella di disdire il comizio di Piazza Navona: egli non accolse il mio invito. Portai il problema al CIIS che all’unanimità dispose che io convalidassi il divieto di svolgimento della manifestazione, che si svolse con l’infiltrazione di numerosi membri d’Autonomia e che culminò tragicamente nell’uccisione di Giorgiana Masi.

Il reparto dei carabinieri che si trovava dall’altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell'autorità giudiziaria fu disarmato da elementi della Squadra Mobile: alla perizia, risultò che nessun colpo era stato sparato. Da parte mia, rimossi dalla carica di questore di Roma, un caro amico, che però mi aveva falsamente informato non esservi in piazza né poliziotti né carabinieri con le armi in mano, il che come documentò L’Espresso non era vero. Ma neanche dalle armi di costoro risultò fosse stato sparato il colpo mortale.

L’autorità giudiziaria ed i servizi investigativi non giunsero mai ad alcuna conclusione certa. Essi mi confidarono però un terribile dubbio, confermatomi, anche in tempi recenti, poi dal Prefetto Masone e che per primo fu formulato a me, ministro dell’interno, da uno dei magistrati che conducevano l’inchiesta: che Giorgiana Masi fosse stata uccisa da “fuoco amico”, e cioè da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine.

Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale, per motivi di carità! Sembra comunque che questo anno, essendo Sergio Cofferati sindaco di Bologna, non vi saranno più le solite manifestazione, per rispetto a D’Antona e Biaggi, uccisi per alcuni tragici giudizi ed invettive lanciate autorevolmente contro di loro in assemblee sindacali e che innescarono, tramutandosi le parole in pallottole!, la loro barbara uccisione, che poi i “sindacal-rivoluzionari” d’accatto di Sergio Cofferati, a differenza delle Brigate Rosse e dei sindacalisti dell’aerea di Autonomia, specialmente bolognese, dei miei tempi di ministro dell’interno, non hanno avuto il coraggio, pur essendone politicamemte e moralmente responsabili, né di difendere né di giustificare, dovendosi alcuni di loto mantenersi liberi e candidi per candidature di parlamento e di governo nella prossima era del “cattolico adulto” Romano Prodi, forse accanto al noto progressista “fiatiano” , il "marchesino" Luca Cordero di Montezemolo ed Altro”.

Costa Masnaga, 17 Maggio 2005

 

17 maggio 2005 - TERRORISMO: BIAGI; PC RIVENDICAZIONE COMPRATO DA MEZZASALMA

ANSA:

TERRORISMO: BIAGI; PC RIVENDICAZIONE COMPRATO DA MEZZASALMA

Venne acquistato di seconda mano da Marco Mezzasalma il computer marca Bell utilizzato poi dalle Br per la rivendicazione dell’omicidio del prof. Marco Biagi. Lo ha riferito ai giudici della Corte d’Assise questa mattina il funzionario della Digos Pietro Marotta, nell’ultima testimonianza del processo per l’omicidio del giuslavorista bolognese.

A questa conclusione gli investigatori sono giunti negli ultimi giorni dopo una serie di accertamenti. All’acquisizione degli accertamenti si e’ opposto il difensore di Mezzasalma, avv. Caterina Calia. I giudici si sono riservati la decisione.  Sul pc, come stabilito da tempo, e’ stata trova una impronta di Mezzasalma. Il pc venne acquistato il 5 maggio 2000 e attivato due giorni dopo.

 

TERRORISMO: BIAGI; PROCESSO SLITTA AL 30 MAGGIO

La Corte d’Assise di Bologna ha concesso i termini alla difesa di Marco Mezzasalma per consultare il nuovo materiale relativo al computer Bell con cui venne fatta la rivendicazione per l’omicidio Biagi, e quindi il processo riprendera’ il 30 di maggio. La decisione della Corte d’Assise e’ stata presa dopo una richiesta dell’avvocato Caterina Scalia che difende Mezzasalma.

Il 30 dovrebbe cominciare la discussione con la requisitoria del Pm, gli interventi delle parti civili e dei difensori. Prima ci sara’ il contro esame da parte della difesa del funzionario della Digos Pietro Marotta. La discussione, che doveva cominciare originariamente tra ieri e oggi, proseguira’ il 31 ed eventualmente il primo giugno.

 

TERRORISMO: BIAGI; MA PROCESSO STAVA PER RIPRENDERE

Si e’ rischiato che il processo per l’omicidio del prof. Biagi, che era gia’ stato sospeso e rinviato al 30 maggio, riprendesse poco dopo il rinvio. Infatti pareva fosse stato trovato un accordo per far tenere la requisitoria oggi.

I detenuti erano gia’ stati portati via pronti per il trasferimento nelle carceri e anche alcuni avvocati, soprattutto quelli di parte civile, si erano gia’ diretti verso i loro studi. Poi, invece, il contrordine: gli imputati sono stati riportati in aula e gli avvocati sono stati chiamati via telefono. Ma alla fine, dopo un momento di agitazione, si e’ avuta conferma che il processo riprendera’ solo il 30 maggio.

 

TERRORISMO:BIAGI; NOVITA’ SU PC BR FA SLITTARE PROCESSO

COMPUTER ACQUISTATO DA MEZZASALMA;SENTENZA PREVISTA PRIMI GIUGNO

Slitta ancora la stretta finale del processo per l’omicidio del prof.Marco Biagi. Gia’ ieri era previsto l’ inizio della discussione, con la requisitoria del Pm e le richieste di condanna per i cinque imputati. Ma il programma era stato spostato ad oggi dopo che il Pm Paolo Giovagnoli aveva chiesto l’accompagnamento coatto di un testimone. Giovagnoli aveva chiesto anche una nuova audizione del funzionario della Digos Antonio Marotta per riferire di novita’ emerse sul computer utilizzato per rivendicare l’ omicidio Biagi.

Cosi’ la Corte d’Assise presieduta da Libero Mancuso aveva spostato ad oggi, dopo le audizioni dei due testi, l’inizio della discussione. Ma proprio le novita’ riferite in aula da Marotta hanno indotto il difensore di Marco Mezzasalma, avv. Caterina Calia, a chiedere i termini a difesa per potere controinterrogare il funzionario Digos dopo aver consultato il nuovo materiale depositato. Termini concessi dai giudici dopo una camera di consiglio, con ulteriore rinvio per le richieste del Pm e della parti civili (tra l’altro l’avv.Guido Magnisi che assiste i familiari del giuslavorista dovrebbe chiedere un risarcimento superiore agli otto milioni e mezzo di euro) a fra due settimane, al 30 maggio. L’intenzione delle Corte e’ quella di chiudere la discussione il 31 o, al massimo, il primo giugno e quindi ritirarsi in camera di consiglio per la sentenza.

In aula dopo la chiusura dell’udienza c’e’ stato un momento di agitazione perche’ pareva che ci fosse il contrordine e cominciasse, dopo un accordo tra le parti, la requisitoria: gli imputati (come al solito erano presenti Nadia Lioce, Mezzasalma, Roberto Morandi e Diana Blefari Melazzi; non c’era Simone Boccaccini) erano gia’ stati accompagnati verso i cellulari e invece sono stati fatti tornare in aula; alcuni legali che se ne erano gia’ andati sono stati chiamati ai telefonini e fatti tornare precipitosamente. Ma alla fine e’ stato confermato il rinvio al 30 maggio.

La novita’ che ha fatto spostare la conclusione del processo riguarda il computer marca ‘Dell’ utilizzato dalle Br per la rivendicazione dell’omicidio del prof.Biagi. Gia’ da un anno le indagini hanno accertato che sul monitor del pc Dell c’era l’ impronta del pollice della mano destra di Mezzasalma. La difesa avrebbe potuto argomentare, pero’, che l’impronta era stata lasciata dopo il trasloco. Ma gli ulteriori accertamenti investigativi riferiti oggi in aula da Marotta direbbero che il computer venne acquistato e usato proprio da Mezzasalma. Quindi l’ ipotesi dell’impronta lasciata durante il trasloco verrebbe meno.

Le indagini hanno permesso di risalire ai vecchi proprietari del Pc, una coppia di coniugi che lo aveva messo in vendita con un annuncio sul giornale “Porta Portese”. Il marito e’ un dirigente di una societa’ che opera nel settore informatico e ha riferito di aver venduto in piu’ occasioni pc gia’ utilizzati.  Non ricorda a chi cedette quel ‘Dell’. Pero’ da una scheda telefonica prepagata, di quelle in uso alle Br, e’ emerso che Mezzasalma chiamo’ l’uomo. Con quella schede, infatti, il brigatista telefono’ anche ad amici e conoscenti. L’ultima volta che e’ apparso l’annuncio su Porta Portese e’ stato il 5 maggio 2000. Il 7 maggio il pc e’ stato attivato su internet con una cellulare delle Br, che ha impegnato la cella telefonica di via Natan, quella che copre la zona in cui si trova la casa di Mezzasalma. Lo stesso telefono usato successivamente per gli accessi internet con il Pc.

 

17 maggio 2005 - TRANI; BR, OMICIDIO D’ANTONA? ATTO IGIENE PUBBLICA

ANSA:

TERRORISMO: TRANI;BR,OMICIDIO D’ANTONA? ATTO IGIENE PUBBLICA

‘NON C’E’ APOLOGIA PERCHE’ NON C’E REATO’; REQUISITORIA IL 28/6

L’omicidio del consulente del ministero del lavoro Massimo D’Antona e’ stato “un atto di igiene pubblica” e rivendicandolo non e’ stata commessa alcuna apologia di reato perche’ “non c’e’ apologia se non c’e’ reato”.

Cosi’ alcuni dei 15 esponenti delle Brigate rosse - accusati di apologia di reato e istigazione per delinquere per aver rivendicato gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi - hanno definito l’assassinio del giuslavorista ucciso a Roma il 20 maggio del 1999 nel corso del processo nei loro confronti che si celebra nel supercarcere di Trani.

Le definizioni dell’omicidio D’Antona sono contenute in alcuni dei documenti che il pm Giuseppe Maralfa ha chiesto di acquisire agli atti del processo che si celebra dinanzi al giudice monocratico del Tribunale di Trani Francesco Messina, prima dell’ultima udienza del dibattimento fissata per il 28 giugno prossimo quando e’ prevista la requisitoria della pubblica accusa e l’arringa del difensore d’ufficio degli indagati, avv. Gianluca Loconsole.

Nel corso dell’udienza di oggi gli imputati hanno nuovamente legittimato l’omicidio D’Antona “come espressione della lotta armata, a difesa del proletariato e contro la borghesia e l’imperialismo” e hanno deciso di non rispondere alle domande del pm “perche’ - hanno detto - non riconosciamo questo processo che e’ politico”. Gli imputati hanno anche annunciato che alla lettura del dispositivo della sentenza non saranno presenti in aula.

Dei 16 imputati 15 sono esponenti e presunti aderenti alle ‘Brigate rosse per la costituzione del partito comunista combattente’ e di questi dieci sono attualmente detenuti tra il carcere di Trani e quello di Bari (Maria Cappello, Tiziana Cherubini, Francesco Donati, Antonino Fosso, Franco Galloni, Franco Grilli, Rossella Lupo, Michele Mazzei, Fabio Ravalli, Vincenza Taccaro). I cinque imputati che sono in stato di liberta’ sono Giuseppe Armante, Enzo Grilli, Franco La Maesta, Flavio Lori e Fausto Marini.

Il sedicesimo imputato e’ tuttora latitante: e’ Giuseppe Maj, ex direttore del periodico campano ‘Bollettino dell’Associazione proletaria”, sul quale fu pubblicato il documento di rivendicazione dell’omicidio D’Antona a distanza di sei mesi da quando fu letto in un’aula dell’ex Pretura di Trani da Fausto Marini nel corso di un processo per oltraggio ad agenti di polizia. Secondo l’avv. Loconsole, Maj avrebbe soltanto pubblicato il documento di rivendicazione sul bollettino, che dirigeva all’epoca dei fatti, il quale da’ voce ai detenuti e a coloro che si definiscono prigionieri politici.

Inoltre, dalla deposizione dei testimoni ascoltati oggi - il funzionario della Digos di Roma, dottoressa Tintisona, e il comandante dei carabinieri del Ros di Bari, maggiore Domenico Ruscigno - secondo il legale sono stati esclusi i rapporti tra Maj e gli autori dei due documenti di rivendicazione dei delitti: quello letto da Marini e quello trovato nella cella di un brigatista recluso all’epoca del delitto nel carcere di Latina.

 

 “La Repubblica”

IL PROCESSO

Le parti civili faranno causa anche allo Stato per la scorta negata. E l´importo sarà ancora più alto

Biagi, la famiglia chiede i danni "Otto milioni di risarcimento dai br"

Oggi a Bologna le richieste dei pm per i cinque terroristi imputati

PAOLA CASCELLA

BOLOGNA - Ecco, il momento è arrivato. Oggi la famiglia Biagi presenta il conto ai brigatisti: otto milioni di euro, il risarcimento materiale, in realtà solo una parte, quella che eventualmente toccherà ai killer del professore. Marina Orlandi, la moglie del giuslavorista, i figli Francesco e Lorenzo - uno appena laureato, l´altro ancora adolescente - la sorella Francesca e il padre Giorgio, rivendicheranno un indennizzo ben più alto in sede civile, una cifra che secondo qualcuno potrebbe superare i dieci milioni. La rivendicheranno nei confronti dell´imputato morale dell´uccisione di Biagi, lo Stato, colpevole di aver tolto la scorta al successore di Massimo D´Antona, e di non avergliela restituita malgrado il crescente pericolo brigatista. Ma per ora si parla solo del risarcimento che dovrà essere pagato da Nadia Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Simone Boccaccini e Diana Blefari Melazzi (Cinzia Banelli è già stata condannata a versare alla famiglia un milione di euro), il commando accusato dell´agguato in via Valdonica. Lo chiederà oggi l´avvocato della famiglia Guido Magnisi alla Corte d´Assise incaricata di giudicarli.

Il processo è agli sgoccioli. Prima di Magnisi il pm Paolo Giovagnoli pronuncerà la sua requisitoria con le richieste di condanna. Sentenza prevista per la fine di maggio. Nelle scorse settimane il presidente Libero Mancuso aveva già disposto il sequestro dei beni degli imputati. Per le spese processuali, si è detto, ma è chiaro che conti correnti e beni immobili non resteranno fuori da eventuali provvisionali. Dopo il verdetto penale, sarà certamente il fronte civile ad impegnare l´avvocato Magnisi. Una questione in cui l´aspetto economico è per la famiglia Biagi importante quanto il riconoscimento delle colpe dello Stato. Colpe ribadite in questi tre anni, dalla morte del professore, in molte sedi.

Implicitamente sono stati persino gli stessi brigatisti a puntare il dito contro le istituzioni. Lo ha fatto la pentita Cinzia Banelli raccontando che «se il professor Biagi avesse avuto una scorta non avremmo potuto ucciderlo perché l´azione non sarebbe stata praticabile. Per noi già due persone armate costituivano un problema. Non eravamo abituati ai veri conflitti a fuoco». Banelli ha parlato anche del pericolo terrorismo lanciato dai servizi segreti nella loro semestrale, anticipata da "Panorama" pochi giorni prima dell´omicidio del giuslavorista: «Leggemmo l´articolo e capimmo che poteva costituire un problema. Veniva indicata chiaramente una persona come Biagi come possibile obiettivo. Avremmo dovuto fare più attenzione, osservare possibili cambiamenti. Dovevamo controllare se il professore continuava ad essere senza protezione».

I brigatisti pensarono che gli sarebbe stata riassegnata la scorta. «Invece arrivò alla stazione da solo come al solito». L´ottusità della burocrazia è stata messa nero su bianco anche dalla gip Gabriella Castore, nel provvedimento di archiviazione dell´inchiesta per la mancata protezione del professore: «Le Br scelsero di colpire Biagi anche perchè gli era stata tolta la scorta».

 

18 maggio 2005 - TERRORISMO: MORUCCI, C’E’ ANCORA SPAZIO PER SCELTE ESTREME

ANSA:

TERRORISMO: MORUCCI, C’E’ ANCORA SPAZIO PER SCELTE ESTREME

EX BR, CORDONE OMBELICALE CON ANNI ‘70 NON ANCORA RESCISSO

ROVIGO, 18 MAG - “Temo che ci sia ancora spazio per scelte estreme. Se non di vecchia matrice di nuova. Non piu’ terrorismo programmatico come negli anni ‘70, ma terrorismo disperato, quasi individuale”. E’ uno dei passaggi dell’ intervista all’ex brigatista rosso Valerio Morucci che “Il Resto del Carlino” pubblichera’ domani nell’edizione di Rovigo e di cui ha diffuso stasera un’anticipazione.

“Il cordone ombelicale con gli anni ‘70 - prosegue Morucci - non e’ stato ancora rescisso. Perche’ quegli anni non sono stati adeguatamente elaborati nella coscienza e nella memoria collettiva. Se cio’ avvenisse, se di cio’ - oltre che poche voci isolate assieme alle nostre - qualcun altro si facesse carico, il rischio sarebbe minore. Ma non eliminato. I problemi sono altri. E stringenti. Ma non so - conclude Morucci - se c’e’ qualcuno davvero interessato al problema”.

 

19 maggio 2005 - D’ANTONA: 6 ANNI FA L’OMICIDIO, E’ CACCIA A BR MINORI

ANSA: