Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: febbraio |
1 febbraio 2003 - ANARCHICI: SETTE CONDANNE A ROMA, ASSOLTO CAMENISCH
ANSA:
(di Francesco De Filippo)
Una decisione che da' un colpo al cerchio e uno alla botte. Cosi' qualcuno ha definito la sentenza della I Corte d' Assise di Appello di Roma che ha condannato 7 persone (una all' ergastolo, le altre a pene per complessivi 95 anni) presunte appartenenti all' Organizzazione rivoluzionaria anarchica insurrezionalista che salda frange anarchiche con sequestratori sardi irredentisti, ed assolte 39 tra le quali Marco Camenisch. Un gruppo capace di operazioni come sequestri di persona (Mirella Silocchi, Esteranne Ricca, Marzio Perrini), attentati (l' auto bomba del 1989 in un parcheggio nel quartiere Prenestino a Roma con la quale si intendeva compiere una strage di poliziotti e in cui mori' invece uno degli attentatori Luigi De Blasi), rapine, atti di sabotaggio ed altro in tutta Italia. Una sentenza salomonica non perche' abbia assolto 39 imputati, i cosiddetti portatori d' acqua, fiancheggiatori che non partecipavano alle rapine, agli attentati, ai sequestri di persona, ma svolgevano, secondo l'accusa, compiti tattici, secondari quanto importanti. Ma perche' ha inasprito le condanne di primo grado riconoscendo, soltanto per il gruppo storico romano, i pesantissimi reati di associazione sovversiva ed eversiva e di banda armata, non per gli altri. Una decisione che ha accolto in parte le richieste del sostituto procuratore generale Antonio Marini, convinto invece che dell' Organizzazione facevano parte proprio tutti e che per questo aveva chiesto l' ergastolo per quattro imputati e 270 anni di reclusione per, complessivamente, tutti gli altri. Marini aveva ricordato a tale proposito il documento da irriducibili che Giuseppe Stasi e Garagin Gregorian avevano letto in aula alla prima udienza del processo di primo grado in cui rifiutavano il confronto giuridico e professavano la lotta armata contro lo Stato. Ad essere escluso dal nucleo degli eversori e' anche Alfredo Maria Bonanno, ritenuto il teorico dell' Organizzazione, anche se la sua pena e' stata aumentata dai tre anni e sei mesi del primo grado a sei anni (piu' 2.000 euro di multa). Per lui, accusato di una rapina in banca, e' stata esclusa anche l' aggravante di terrorismo. Come per Giuseppe Martino e Lorenzo Ricci che erano con lui e che oggi sono stati condannati a due anni di prigione e mille euro ciascuno di multa. Il gruppo storico era insomma costituito da Francesco Porcu (per il quale e' stato confermato l' unico ergastolo comminato), Garagin Gregorian (30 anni), la statunitense Ann Rose Scrocco (30 anni ma tuttora latitante), Angela Maria Lo Vecchio (15 anni) e Orlando Campo (10 anni). Un grande contributo alle indagini a meta' anni '90 lo offri' la italo-iraniana Mojdeh Namsetchi, compagna di Carlo Tesseri, la quale, pentita, svelo' che non soltanto le rapine ma anche i sequestri di persona erano mezzi di autofinanziamento. Facile fu dunque risalire al patto tra anarchici e sequestratori sardi politicizzati. Marini ha espresso "parziale soddisfazione" per la sentenza pur annunciando che valutera' "se presentare ricorso in Cassazione per la posizione di coloro cui non sono stati riconosciuti i reati associativi". Neanche il difensore di alcuni imputati, tra i quali Porcu e Garagin, l'avvocato Luca Petrucci, ha escluso il ricorso al terzo grado di giudizio. Per il legale la sentenza di oggi "ridimensiona l'impianto accusatorio, perche' riconosce i reati piu' gravi soltanto per il gruppo romano a differenza di quanto avvenuto con la sentenza di primo grado". Con Petrucci e' d'accordo anche l'avvocato Simonetta Crisci che difende tre persone assolte. La Corte, presieduta da Antonio Cappiello, si e' riunita in Camera di Consiglio ieri mattina da dove e' uscita poco prima delle 12 di oggi. Nell' aula bunker di Rebibbia c'era poco pubblico e, nelle gabbie, due reclusi che proprio con il pubblico hanno scambiato a distanza qualche battuta con vari gesti.7 febbraio 2003 - EX BR DORIGO: MI HANNO MESSO UNA MICROSPIA IN TESTA
"Il Gazzettino"
IL MESTRINO DORIGO Carcerato denuncia: mi hanno infilato una microspia in testa Venezia
Disturbi all'udito, cefalee, sussurri di donna che lo spingono alla resa e ne minano l'equilibrio psichico. Come in un film horror, il mestrino Paolo Dorigo, detenuto per terrorismo che da 10 anni si dichiara prigioniero politico, è convinto di essere "torturato" dai servizi segreti. Il magistrato ha disposto una perizia nel condotto uditivo.IL PERSONAGGIO Un irriducibile finito in prigione per le confessioni di alcuni pentiti Paolo Dorigo, nato a Mestre nell'ottobre '59, si definisce un "militante comunista prigioniero, sequestrato dallo Stato italiano in assenza di regolare ed "equa" (ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti Umani) procedura penale". In galera è finito il 23 ottobre 1993 dopo un attentato alla base americana di Aviano. Una bomba a mano fu lanciata contro la recinzione, ma gli aggressori furono subito individuati. A farlo finire nei guai furono le confessioni di alcuni pentiti. E così venne condannato a 13 anni di reclusione. Il termine della pena è previsto per il 23 aprile 2007. E c'è da giurare che egli non uscirà un giorno prima, visto che ha dichiarato di non voler presentare richiesta di riduzione, neppure ai sensi delle legge vigenti che pure non richiederebbero dissociazioni o pentimenti. Dorigo, infatti, non riconosce alcuna autorità allo Stato che lo ha processato e condannato.
Dopo gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi, puntualmente la sua cella è stata perquisita dagli investigatori, alla ricerca di prove del collegamento tra gli irriducibili in carcere e il gruppo di fuoco. Ma a Dorigo è anche accaduto che gli fossero sequestrati due computer custoditi a casa, dove non si reca da quasi dieci anni, e che egli usava per lavoro. È per questo che ha presentato denunce per quelli che egli ritiene dei veri abusi, compiuti senza poter assistere con un avvocato alle perquisiziojni.
Ma c'è anche il capitolo della supposta "tortura bianca", di cui il "microchip" sarebbe solo un episodio. Ecco come la definisce l'avvocato Trupiano: "La "tortura bianca" è quella che non lascia segni e viene attuata per tramite di sofisticatissimi mezzi tecnologici, deprivazione sensoriale, isolamento diurno e notturno, impedimento a dormire di notte, ora d'aria saltuaria, sedativi e botte che non lasciano segni".
G. P.9 febbraio 2003 - BLU NOTTE SU ALCESTE CAMPANILE
"La Gazzetta di Reggio"
"Confessione con lacune"
Intervista con uno dei cronisti-detective di Lucarelli
m.s.
REGGIO. Tra gli autori che collaborano con Carlo Lucarelli nella creazione delle puntate di "Blu Notte", ci sono i giornalisti Guido Ruotolo e Vincenzo Vasile. In particolare, è stato quest'ultimo a raccogliere ed analizzare il materiale sul delitto di Alceste Campanile. E in questa intervista racconta il percorso - non facile - per far luce su questo delitto ancora zeppo di dubbi e di interrogativi.
Come mai avete scelto questo delitto?
"Quello di Alceste Campanile è uno dei misteri italiani classici, in cui la verità muta a seconda del periodo, del clima politico che si respira. In questi ventotto anni abbiamo visto come su questo caso, le indagini hanno battuto diverse piste, da ultima quella che attribuisce questo delitto a Paolo Bellini".
Come vi siete mossi per fare luce su questa storia?
"Come sempre facciamo per i casi di Blu Notte, ovvero studiando le carte processuali e gli atti di indagine. Anche nel massimo rigore, però, non abbiamo potuto fare a meno di seguire questa altalena che prima aveva portato gli investigatori sulla cosiddetta pista nera, poi su quella rossa e poi di nuovo su quella dell'antagonismo politico, intrisa magari di questioni a metà tra l'ideologico e il personale. E penso appunto alle recenti ammissioni fatte da Paolo Bellini. Ma c'è anche un'altra particolarità di questo caso che per noi di Blu Notte è interessante".
E sarebbe?
"Che anche per Campanile, a un certo punto, la vicenda processuale viene spostata fisicamente, il giudice naturale passa la mano, il caso approda ad Ancona, per via del coinvolgimento di un magistrato che poi verrà prosciolto. Ma di fatto il processo lascia Reggio per un'altra città. In altri casi di cui ci siamo occupati è accaduta la stessa cosa, sia pure per motivi diversi: penso alla strage di Portella delle Ginestre e al caso Montesi".
E in questi casi, qual è la morale?
"Che la verità si allontana. Succede sempre, ed è successo anche per Campanile".
Già, se non fosse per la confessione di Bellini... Lei cosa ne pensa?
"Blu Notte si è già occupata di Bellini a proposito della vicenda Gioè. E in quel frangente, il ritratto che ne usciva era di un certo spessore. Ecco, credo che Bellini sia decisamente più credibile in quella veste. Penso che ne parleremo ancora quando torneremo a cercare di far luce sulla presunta trattativa tra cosa nostra e lo Stato".
E invece questo Bellini non convince?
"La puntata si chiude con un ultimo colpo di scena: Bellini, quasi un quarto di secolo dopo, confessa il delitto. Caso Chiuso? Non proprio: nella sua confessione, dice di aver usato una pistola. Ma la perizia balistica di allora parla di due proiettili esplosi da due pistole diverse. Delle due l'una: o la perizia balistica fatta allora è il più clamoroso errore mai commesso nel settore. Oppure Bellini ha mentito...".
Quanta gente avete sentito sul caso-Campanile?
"Chi ha visto Blu Notte sa che la trasmissione segue il filo di una narrazione sulla falsariga del romanzo giallo. Ecco, dal punto di vita narrativo non c'è stato davvero bisogno di forzare. I colpi di scena, in questa vicenda che si dipana in una trentina d'anni, non mancano di certo. Ovviamente abbiamo raccolto anche delle testimonianze, soprattutto tra gli avvocati che hanno recentemente affrontato Bellini al processo per i delitti di Reggio".
E i testimoni dell'epoca?
"Su quel versante non è stato facile andare a scavare. Omertà? Forse, anche se in questo caso c'è una spiegazione: in tutti questi anni, questa vicenda ha imboccato strade sempre diverse, ha coinvolto tante persone che poi si è appurato non c'entravano nulla. Logico che non ci sia voglia di parlare in chi è stato più volte tirato in ballo, a torto o a ragione".11 febbraio 2003 - BLU NOTTE SU ALCESTE CAMPANILE
"Il Corriere della sera"
Un fantasma che sgomenta
Si ha spesso l'impressione che la tv sia una grande pietra abrasiva e che il suo compito consista nel cancellare il passato, ridurre la storia a rumore di fondo: l'oblio nasce anche per accumulo. Ci sono però momenti in cui alcuni fantasmi del passato riaffiorano con insolenza e sgomento: difficile tenerli a freno, trovare loro una nicchia dove poterli scrutare. Il fantasma di Alceste Campanile s'è agitato l'altra sera con inusitato fragore, nel racconto che di lui, della sua morte, ha fatto Carlo Lucarelli: "Blu notte. Misteri italiani", a cura di Giuliana Catamo, regia di Fabio Sabbioni (Raitre, domenica, 23.20). Nel giugno del 1975 il corpo di un ragazzo viene trovato in aperta campagna, tra Montecchio e Sant'Ilario, ucciso da due colpi di pistola. E' Alceste Campanile, 22 anni, militante di Lotta Continua. Per anni si sono susseguite le ipotesi: pista rossa che coinvolge nomi eccellenti della sinistra extraparlamentare (è la tesi del padre) o pista nera che colpisce Campanile come avversario politico? Alla fine degli anni '90, il colpo di scena: un uomo legato a tanti altri misteri della storia italiana si autoaccusa del delitto. Il '75 fu un anno orribile: Mario Tuti, Vitaliano Principe, Renato Curcio, Mara Cagol, Sergio Ramelli, Antonio Braggion, Claudio Varalli, Gianni Zibecchi... Ricostruire la morte di Alceste è ricostruire il clima di quegli anni; non c'è riuscita la magistratura, non ci sono riusciti gli amici, i cronisti, i politici, tanto che Marco Boato fu costretto a una perorazione: "Chi sa parli!". Può riuscirci la letteratura? Carlo Lucarelli affronta la storia con le tecniche del giallo, cerca coi grimaldelli del genere (il mistero, la suspense, il colpo di scena) di dare un senso narrativo a una materia opaca, torbida. Invocando, evocando la verità.12 febbraio 2003 - RELAZIONE SERVIZI SEGRETI AL PARLAMENTO
ANSA:
Brigate Rosse e anarco-insurrezionalisti sono le principali minacce alla sicurezza nazionale sul fronte interno. Le Br potrebbero ancora colpire chi, nel mondo sindacale, politico e imprenditoriale, cerca mediazioni e soluzioni, mentre sul fronte anarchico, c' e' un innalzamento del livello di scontro. E' quanto rilevano i servizi segreti nella relazione al Parlamento relativa al secondo semestre 2002.
SI AFFACCIANO NUOVE LEVE - L' intelligence segnala l' emergere di frange di "nuove leve" che, prive del retroterra dottrinario e comportamentale tipico dell' ortodossia brigatista, "potrebbero rendersi disponibili ad osmosi progettuali e convergenze tattiche". E' all' attenzione il confronto a distanza tra questi ambienti e l' organizzazione Br dei delitti D' Antona e Biagi.
MINACCIA ELEVATA DA BRIGATE ROSSE - Le Brigate Rosse - per la costruzione del Partito comunista combattente costituiscono sempre una "elevata minaccia". Nella scelta degli obiettivi, e' possibile che le Br "intendano sfruttare la risonanza del dibattito politico sui progetti di riforma istituzionale (federalismo, devolution), su questioni occupazionali e sulla crisi Fiat, cercando di colpire tra quanti, a livello politico, sindacale e imprenditoriale, sono piu' coinvolti nella ricerca di mediazioni e soluzioni". Un supporto puo' arrivare sia da brigatisti latitanti all' estero, sia da alcuni detenuti irriducibili.
BASI NATO E USA NEL MIRINO - Le frange di matrice Br del Nord-Est, secondo i servizi, potrebbero, in concomitanza con l' eventuale conflitto in Iraq, "attuare una campagna offensiva colpendo obiettivi legati a basi Usa e Nato, o ad industrie del comparto militare". L' aspirazione di queste frange a porsi quale "avanguardia rivoluzionaria" di riferimento e fattore aggregante delle varie sigle, secondo i servizi, "ne allargherebbe il raggio d' azione, sino a ricomprendere proiezioni operative connesse con tematiche interne, come quella occupazionale".
ANARCO-INSURREZIONALISTI ALZANO LIVELLO SCONTRO - "Con il grave attentato dinamitardo contro la questura di Genova del 9 dicembre ed il successivo invio di una serie di plichi esplosivi contro obiettivi spagnoli e la Rai - rileva la relazione - gli anarco-insurrezionalisti si confermano tra le piu' pericolose componenti di un vasto fronte eversivo, determinati ad innalzare il livello di scontro con lo Stato". Gli attentati, secondo l' intelligence, "potrebbero inquadrarsi in una sorta di spontaneismo coordinato che, pur prescindendo da un' organizzazione verticistica, finisce col perseguire modelli e progetti omogenei, specie attraverso unita' autonome composte da pochi militanti, la presenza di un doppio livello (palese e occulto), la serrata ed aggressiva pubblicistica, i collegamenti telematici". In questa cornice, si rileva, "si realizzerebbe una conforme proiezione operativa che, senza tralasciare le tradizionali tematiche (antimilitarismo, ambientalismo, specie con riguardo alle grandi opere infrastrutturali) e con un mirato interesse verso il mondo del lavoro, punterebbe a reiterare le campagne ritorsive contro la magistratura, gli apparati di prevenzione ed il carcerario, cui si aggiungono istituti finanziari e quei media ritenuti funzionali al 'potere"'.
MOVIMENTO ANTAGONISTA - In seno al movimento antagonista la convergenza su questioni quali lavoro e eventuale conflitto in Iraq, e' l' analisi degli 007, ha favorito la sintonia tra diversi ambiti della contestazione sia in funzione antigovernativa che contro la Nato e gli Usa. Questo scenario potrebbe agevolare sinergie tra le frange estremiste. Il regolare svolgimento di manifestazioni come il Social Forum di Firenze, aggiungono, "sembra avare sancito al marginalizzazione delle componenti oltranziste nel movimento antiglobalizzazione". Sono comunque all' attenzione sia i tentativi di strumentalizzazione da parte di personaggi carismatici, sia alcuni contatti a livello europeo per attuare proteste comuni in occasioni dei prossimi vertici.
DESTRA EXTRAPARLAMENTARE - In questo ambito i servizi registrano una "progressiva accentuazione dell' attivismo delle frange piu' radicali". Sono pochi, ma "fortemente determinati da acceso fanatismo ed aggressivita"'. Da parte dell' eversione di destra ci sono iniziative di solidarieta' con gli operai Fiat, tese ad allargare il fronte della protesta. C' e' poi mobilitazione contro la guerra in Iraq, con il rilancio di posizioni tradizionalmente ostili agli Usa, ad Israele ed al modello occidentale. Tra le frange estreme delle tifoserie ultras del Centro-Nord, segnalano i servizi, e' poi sempre piu' consistente l' infiltrazione, specie a fini di proselitismi, di elementi della destra radicale intenzionati a fomentare violenze.12 febbraio 2003 - CSM: PLENUM COMMEMORA BACHELET
ANSA:
A 23 anni dal suo omicidio da parte delle Brigate Rosse, il plenum del Csm ha commemorato Vittorio Bachelet. L'assemblea di Palazzo dei marescialli, che si riunisce in una sala che porta il nome del vice presidente del Csm "barbaramente ucciso dalle Br il 12 febbraio dell'80" ,come sottolinea una nota del Consiglio, ha osservato all'inizio della seduta un minuto di silenzio nel ricordo del "sacrificio" di Bachelet.14 febbraio 2003 - TERRORISMO: CONDANNATI A ROMA TRE MILITANTI NAC-FCC
ANSA:
Per gli attentati alle sedi Ds e An firmati dai Nac-Fcc avvenuti tra il 1999 e il 2000, la seconda Corte d'Assise di Roma ha condannato i tre imputati Roberta Ripaldi, Fabrizio Antonini e Raoul Terilli a pene varianti da un anno e otto mesi e due anni e otto mesi. Associazione sovversiva e danneggiamenti sono i reati di cui sono stati riconosciuti responsabili, a seconda delle posizioni. La Corte, presieduta da Mario Renato D' Andria, ha riconosciuto tutti gli imputati colpevoli del reato di associazione sovversiva; Antonini e Ripaldi anche di danneggiamento; Terilli anche di detenzione di sostanze stupefacenti. Il pm Salvatore Vitello aveva chiesto condanne ad otto anni per Antonini, sei per Terilli e due per Ripaldi. Secondo l' accusa, i tre militanti dei Nuclei Armati per il Comunismo-Formazioni Comuniste Combattenti tra il 1999 e il 2000 avrebbero messo a segno attentati incendiari contro sedi dei Ds e di An, e dato fuoco all'auto della responsabile della formazione per un'agenzia di lavoro interinale. La prova sarebbe in una serie di volantini che sono stati diffusi all' esito degli attentati incendiari, una prova della pianificazione violenta della lotta politica. I difensori degli imputati, gli avvocati Caterina Calia e Antonia Di Maggio, avevano sostenuto in particolare che i danneggiamenti non erano collegati da alcun elemento probatorio. Terilli fu arrestato nel novembre 2001 dopo che la Digos trovo' nel computer dove lavorava il testo del volantino inviato alla stampa il 17 e il 18 luglio dello stesso anno in cui si faceva riferimento all'omicidio di Massimo D'Antona, all' attentato in via Brunetti a Roma all'Istituto Affari Internazionali e all' auto di Simona Ciavatti, responsabile della formazione di un' agenzia interinale. Nel corso delle indagini e' emerso che Antonini, di 42 anni, bidello in una scuola nel centro di Roma, avrebbe fatto due telefonate di rivendicazione dell' attentato alla sede Ds del quartiere periferico La Rustica il 28 aprile 1999, mentre la Ripaldi, di 26 anni, un lavoro saltuario di preparazione atletica in centri sportivi, avrebbe fatto una telefonata per rivendicare l'attentato alla sede Ds a Villa Gordiani il 5 maggio 1999. Entrambi eseguiti dando fuoco agli obiettivi. Per gli inquirenti i due potrebbero avere preso parte anche all' attentato di via Brunetti. Alcuni riscontri degli investigatori sono emersi dal materiale informatico sequestrato nelle abitazioni di Antonini e Ripaldi e in un appartamento in via Zanardi. Per quanto riguarda Terilli, gli investigatori ritengono che abbia lavorato in quello che viene considerato il covo dei Nuclei armati per il comunismo-Formazioni comuniste combattenti e che l'imputato usava normalmente. Per l'attentato alle due sedi Ds si sono costituiti parte civile gli avvocato Luca Petrucci e Cristina Michetelli. Petrucci ha definito la sentenza "equilibrata e priva di spirito vessatorio. Gli strumenti della lotta politica devono essere quelli della democrazia".14 febbraio 2003 - UNA STRADA INTITOLATA A VITTIME VIA ACCA LARENTIA
ANSA:
Il consiglio comunale di Roma ha approvato (con 19 si', 5 no e 2 astenuti) l'ordine del giorno che chiede di intitolare una strada della capitale a Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, i due giovani del Fronte della Gioventu' uccisi nell'attentato del 7 gennaio 1978 davanti alla sezione missina di via Acca Larentia, e a Stefano Recchioni, un altro ragazzo di destra rimasto ucciso poche ore dopo, negli scontri con le forze dell' ordine nelle manifestazioni di protesta che seguirono l'attentato. Il documento - sottoscritto da consiglieri della Casa delle liberta', primo firmatario Adalberto Bertucci (AN), ma anche da due consiglieri dei Ds, il capogruppo Lionello Cosentino e Enzo Foschi, e dal presidente del consiglio comunale Giuseppe Mannino (Lista civica per Veltroni) - impegna la giunta capitolina ad intervenire presso l'ufficio toponomastica, per attivare la procedura necessaria ad intitolare una via a queste tre "giovani vittime del terrorismo a duratura memoria dei tragici eventi avvenuti il 7 gennaio del 1978". Nell'ordine del giorno, nelle premesse, si ricorda che le indagini sull' agguato "erano incentrate sull'avvenuto ritrovamento durante una serie di operazioni delle forze dell'ordine contro i covi delle Brigate rosse di una mitraglietta Skorpion, la stessa che firmo' gli omicidi del sindaco di Firenze Lando Conti, del senatore Roberto Ruffilli e dell'economista Ezio Tarantelli e che le indagini non hanno mai permesso di risalire agli esecutori materiali degli assassini". L'approvazione dell'ordine del giorno e' stata apprezzata dal presidente della Regione Lazio Francesco Storace il quale ha detto che si tratta di "un gesto nobile, che rende onore a tre giovani di destra sacrificati dalla barbarie terroristica".17 febbraio 2003 - ARGENTINA: PRESUNTO BR BERTULAZZI, TOLTO PROCESSO A GIUDICE
ANSA:
La Corte d'Appello ha tolto al giudice federale Claudio Bonadio il processo per l'estradizione del presunto ex brigatista rosso Leonardo Bertulazzi, arrestato lo scorso ottobre a Buenos Aires. Lo ha reso noto l'agenzia di stampa Dyn, precisando che, secondo fonti giudiziarie, su istanza della difesa del detenuto, la Corte ha anche annullato diverse risoluzioni del magistrato. Bertulazzi, condannato in Italia per la sua partecipazione al sequestro dell'armatore genovese Piero Costa, e' stato arrestato il 3 novembre del 2002 a Buenos Aires mentre si trovava insieme alla moglie, la tedesca Bettina Kopcke -che fa parte della organizzazione 'Medici senza frontiere'-, con la quale aveva raggiunto l'Argentina dal Salvador, dove viveva da tempo. Durante il loro soggiorno nel Salvador -circa cinque mesi-, la Kopcke ed il marito hanno collaborato ad un piano sanitario di una organizzazione dei disoccupati. Anche per questo diversi organismi per i diritti umani si adoperano per evitare che Bertulazzi venga estradato in Italia.19 febbraio 2003 - COMITATO PER PERSICHETTI
"Il Manifesto"
GIUSTIZIA
Un comitato per Paolo Persichetti
Non è un comitato "Paolo libero", è un "osservatorio sulla civiltà giuridica europea" impegnato innanzitutto nel controllo delle condizioni di detenzione di Paolo Persichetti, l'ex brigatista delle Ucc estradato lo scorso agosto dalla Francia che ha cancellato il "Lodo Mitterrand". E' rinchiuso a Viterbo dove sconta 17 anni per concorso morale nell'omicidio del generale Giorgieri (1987). Ieri il "Comitato Persichetti" è stato presentato a Montecitorio da Graziella Mascia (Prc), Lucio Manisco (Pdci), Daniel Bensaid (professore all'università Paris VIII-Saint Denis dove insegna anche Persichetti), Francesco Romeo (legale del detenuto insieme a Rosalba Valori) e Claudio Del Bello (edizioni Odradek). Tutti hanno denunciato il legame, stabilito da governo e Viminale subito dopo l'estradizione, tra la figura di Persichetti che si era ricostruito una vita in Francia e le nuove Br responsabili degli omicidi di D'Antona e Biagi, legami che le procure di Roma e Bologna non hanno mai affermato, tant'è che Persichetti è stato sentito solo mercoledì scorso, e come semplice testimone, dal magistrato bolognese titolare dell'inchiesta su Biagi (e mai dai pm romani). "E' stato usato come un capro espiatorio - ha detto Mascia - perché le indagini sulle Br sono ferme". Il comitato indica l'estradizione di Persichetti come la "prova generale" del prossimo "mandato di arresto europeo" e, nel denunciare l'estensione ad altre tipologie di reato oltre a quella mafiosa del regime carcerario del 41 bis, afferma di voler combattere "l'idea che l'azione penale possa essere lo strumento di regolazione della vita sociale" nell'Europa del futuro. Gli avvocati parigini di Persichetti stanno ricorrendo contro la Francia alla corte dei diritti dell'uomo di Starsburgo: l'estradizione, legittima per il diritto italiano, era in contrasto con il "lodo Mitterrand", che "non era - ha detto Bensaid - un fatto privato ma un impegno pubblicamente assunto". Detenuto da sei mesi tra Rebibbia, Ascoli e ora Viterbo, Persichetti non ha ancora avuto il computer richiesto, con il quale può continuare a lavorare per l'università di Saint Denis (che gli ha mantenuto lo stipendio).20 febbraio 2003 - IPOTESI ALLEANZA NTA-ANARCHICI
"Il Corriere della sera"
"Alleanza tra terroristi anarchici e Nta"
La pista degli investigatori dopo gli attentati in Sardegna e alle chiese di Padova. "Ora l'obiettivo comune è l'antimilitarismo"
ROMA - Due ordigni esplosi e rimasti senza firma, una lunga sequela di attentati che dimostra il crescente fermento delle aree eversive. L'attenzione dei reparti Antiterrorismo si concentra nel Nordest. Ed esplora una nuova pista sulla possibile affinità tra i gruppi anarco-insurrezionalisti e formazioni di diversa estrazione. "Sulla base di acquisizioni informative - si legge in un rapporto di analisi investigativa - non si escludono contatti con ambienti dell'eversione e in particolare con i Nuclei Territoriali Antimperialisti". Le indagini compiute dopo gli ultimi attentati dinamitardi in Sardegna hanno imboccato in maniera decisa la strada che porta a un collegamento diretto tra attivisti di varie matrici. Uniti dal comune obiettivo del separatismo, gli anarchici dell'isola sono entrati in contatto con gruppi marxisti-leninisti. La stessa "colleganza", avvertono gli esperti, potrebbe essersi verificata nel Nordest. In questo caso l'obiettivo comune potrebbe essere rappresentato dall'antimperialismo e dall'antimilitarismo. Da settimane gli investigatori stanno riesaminando le ultime azioni compiute nell'area che comprende il Veneto e una parte del Friuli. Nell'elenco sono naturalmente inseriti i due ordigni esplosi la notte del 9 febbraio in due chiese del padovano. Quelle bombe non sono state rivendicate e questo ha indirizzato le indagini verso la malavita locale, ma in assenza di riscontri concreti non sono state state ancora abbandonate altre ipotesi. Vittorio Borracetti, procuratore di Venezia con una lunga esperienza di inchieste sul terrorismo, non si sorprende di fronte alla possibilità che gli anarchici abbiano avviato contatti con formazioni diverse. Ma avverte: "Al di là della grande produzione cartacea, degli Nta sappiamo davvero poco. La sigla si è attribuita diversi attentati, compreso quello contro il palazzo di giustizia di Venezia, ma prove concrete sull'esistenza di un gruppo strutturato non ce ne sono. Forse sarebbe più giusto parlare di singoli personaggi che cercano consenso e visibilità, come dimostrato anche con gli ultimi volantini inviati ai giornali". Tra gli attentati rivendicati dagli Nta ci sono anche gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. "Ma la prova di un collegamento diretto con le nuove Brigate Rosse - chiariscono gli inquirenti - non è mai arrivata".
Molto più "concrete" le azioni degli anarco-insurrezionalisti che, sia pur con sigle diverse, hanno dimostrato negli ultimi mesi di voler "rilanciare lo scontro con lo Stato indirizzando il loro interesse verso i settori ambientalisti, carcerari e repressivi in genere, ma anche verso tematiche concernenti il mondo del Lavoro". Proprio in questi ambiti, spiegano gli analisti dell'Antiterrorismo, potrebbero decidere di dirigere il loro progetto eversivo. Su questo punto il rapporto è chiaro: "Mentre gli anarchici che agiscono in Sardegna stanno intensificando i contatti con omologhi gruppi corsi e baschi che hanno sempre portato avanti anche con modalità violente istanze separatiste, l'anarchismo lombardo e del Nordest presenta una marcata connotazione anticlericale e insurrezionalista che potrebbe portare a una nuova mobilitazione".
Fiorenza Sarzanini21 febbraio 2003 - SEI TERRORISTI RACCONTANO: LIBRO DI BIANCONI
"Il Corriere della sera"
Le testimonianze di sei brigatisti raccolte da Giovanni Bianconi
Il peso delle "mitologie" cattolica e marxista nella lotta armata degli anni di piombo
C'è chi fa il pittore, chi fa il poeta, chi cura l'orto. Geraldina di giorno lavora alla redazione del manifesto , la sera dorme in cella e dedica i suoi versi alla compagna Wilma, con la quale si scambiavano regali, dividevano un cappotto, era la sua "Macchiolina, con le fossette e i puntini verdi sull'iride" ma è rimasta sull'asfalto "per le pallottole di un agente di scorta che non avevamo voluto colpire", ed è "andata persa come ogni cosa della mia vita di prima". Anche Tonino, dopo sedici anni di carcere, dipinge. Mentre Bruno sta ancora dentro, ma si occupa di informatica. Sembrano ancora dei corpi celesti, fermatisi dopo una lunga traiettoria di cui non sanno le origini, non conoscono il punto di partenza, la pulsione originaria. Come ha fatto il kalashnikov a diventare verso, pennello, scalpello da scultore? Carichi di morti inutili e feroci, di orribili azzoppamenti, di agguati vigliacchi vissuti come eroismi, di sangue innocente sparso per niente, questi miti carnefici sembrano ancora anime leggere, sempre pronte a farsi portare dal vento delle passioni, ma sempre senza capire. Nella storia delle Brigate Rosse, in questa minuziosa prosopografia dal basso offertaci da Giovanni Bianconi ( Mi dichiaro prigioniero politico ) che Einaudi sta per mandare in libreria nella splendida collana Stile libero, la cosa che più sorprende è la mancanza di curiosità e di intelligenza che gli ex brigatisti hanno per la propria vita. Quel che meraviglia è come, oggi, né pentiti né dissociati, eppure sopravvissuti, essi non abbiano capito. Bianconi ci racconta il loro destino, presta la sua penna ai loro pensieri, con un rigore freddo che rischia il giustificazionismo, che è tenacia della ragione e dovere di cronista.
Dunque Bianconi parla con le loro bocche, guida con Bruno la 132 che nasconde Moro nel bagagliaio, prepara insieme con Anna Laura l'ultimo pasto al prigioniero, passa con le mani di Maccari la mitraglietta a Moretti e con lui spara due raffiche su quel vecchio stanco e spaventato. E nel pensiero degli ex brigatisti due poveracci di 60 e di 30 anni, Giuseppe Mazzola e Graziano Giraluci, custodi della sede del Msi, assassinati per "incidente sul lavoro", sono ancora "due fascisti" senza storia, e diventa "un'azione militare" l'agguato più vile alla vittima più inerme: "Passa a piedi il ponte sul Tevere, compra il giornale all'edicola, si ferma al bar per bere un caffè e si riavvia verso casa. Alle sue spalle sbucano una donna e un uomo. Lei lo chiama, mentre il suo compagno gli scarica sette colpi di pistola nelle gambe. Traversi cade a terra e comincia a urlare, per il dolore... ". Ebbene, nessuno di questi fragili e poetici assassini ha saputo dar conto di quel che Bianconi qui viviseziona nei suoi elementi primari, caso per caso, e dove ogni caso non è mai individuale ma tipico. Ecco il punto: i brigatisti non furono individui, ma tipi.
Tutti eterodiretti dunque, e non certo nel senso del grande vecchio, del Kgb e dei servizi segreti deviati, ma nel senso culturale, epocale, hegeliano. Giovani affetti dal mal di vivere, come tutti i giovani del mondo, i brigatisti ricorsero infatti alla mammana, a una farmacopea che non conoscevano ma subivano, a una terapia per sentito dire. E non importa neppure il loro nome, non c'è differenza tra Pippo e Gulliver, tra Curcio e Franceschini, tra Mara Cagol e Augusta, tra la guerriera Angela che ha lasciato il fidanzato perché lo amava troppo, e quella che per troppo amore lo ha convinto a combattere con lei, o ancora quella Lalla che ha sparato perché amava. Né importa che siano morti sull'asfalto, o di aneurisma in cella come Germano, o siano invece rimasti vivi, solo in questo comunisti, nel far parte di un Olimpo che somiglia all'Ade, sempre figure e mai soggetti di quella che doveva essere una terra di eroi, di novelli Aiace, di Diomede, di Achille, di Ulisse e che invece è diventata la barca di Caronte.
Bianconi coglie ciascuno di loro nel momento in cui stava consegnando la propria domanda epocale, quella di sempre, sull'ingiustizia nel mondo e sulla libertà, a una plumbea mitologia altrui, a una tensione dalla quale non era attraversato, che non gli apparteneva. Bianconi fotografa ciascuno di loro nell'atto di offrire la propria marmellata adolescenziale alla mitologia politica dei nonni resistenziali, ai sogni frustrati dei genitori, agli azzardi terreni della religione, del Vangelo, all'idea che Gesù è venuto sulla Terra per liberare i poveri. Avevano gli occhi gonfi di immagini che altri avevano visto, la testa piena di pensieri che non li riguardavano.
I più raffinati tra gli storici della Rivoluzione francese hanno spiegato come essa sia stata influenzata dai navigatori dei mari del sud, uomini che, per tutto il Settecento, avevano scoperto terre nuove, e che erano tornati in Francia con, negli occhi, le immagini di un'umanità primitiva, donne nude, mitologie di libertà poi prestate ai figli, alle utopie dei giovani e ai loro malesseri. C'è insomma un rapporto stretto tra i mari del Sud e Rousseau, non ben dimostrabile e tuttavia sicuro come ha spiegato il più grande studioso dell'Oceano Pacifico, Oscar Spate. Ebbene il Pacifico dei nostri brigatisti fu il mondo eroico, ma ormai ridotto solo a rancore, dei partigiani, un paradiso dell'uguaglianza dove il povero è il buono e il ricco è il cattivo, quello del Vangelo e quello della Resistenza con la vecchia pistola dello zio antifascista, la mitologia cattolica e marxista del secondo dopoguerra italiano, di cui siamo tutti ancora testimonianza vivente.
Leggendo Bianconi si capisce finalmente perché solo in Italia, solo nel Paese più cattolico d'Europa, tra giovani formatisi nelle scuole salesiane e nelle sezioni del Pci, la confusione generazionale si consegnò allo slogan "mai più senza fucile". Altrove la trasgressione diventava corpo nudo, e i giovani si coloravano perché trovavano insopportabile l'unicità cromatica del mondo. Quei giovani vivevano per l'integrazione mentre questi nostri morivano per la disintegrazione.
Solo in Italia, nel più mediterraneo dei Paesi d'Europa, e dunque nel più vicino alla furia mediorientale, apparente periferia ma in realtà centro di uno scontro imperiale per il controllo dei processi finali della decolonizzazione (dall'Algeria alla Tunisia, al Marocco, all'Egitto, alla Grecia), solo qui gli astratti furori della gioventù divennero molotov, spranghe, chiavi inglesi, teste rotte eppur bisogna andar. Anche il momento dell'arresto dei brigatisti, che Bianconi ricostruisce, arresto per arresto, con il rigore freddo che i lettori del Corriere ben conoscono, è alla fine sempre uguale: nel covo, nella casa o nella borsa la polizia trovava libri di Lenin, classici di filosofia, romanzi gialli, racconti di fantascienza e cimeli del nonno partigiano. Non c'era mai la marijuana dei loro coetanei, ma, ancora e sempre, la dannazione italiana di libro e moschetto.
Solo nel Paese ingessato nella cultura post resistenziale, nel Paese della democrazia bloccata e malata, nell'Italia eternamente indignata, nella patria dell'indignazione politica, solo a Torino, a Milano, a Roma, il mal di vivere e la ricerca di un destino potevano diventare lotta armata, una delle tante vie italiane al socialismo, insieme con quella storica di Togliatti, con quella letteraria di Pasolini, con quella dei giornali e con quella dei giudici di Magistratura democratica, che provavano a cambiare l'Italia nelle aule di tribunale, arrivando sino alla complessità di Tangentopoli e ancora oltre, anche dentro i nuovi movimenti e nel sindacato, nelle cui indignazioni cercano un ricovero e una tana le nuove, vecchissime Br, quelle che hanno ucciso Massimo D'Antona e Marco Biagi.
La lotta armata è stata una via italiana al socialismo, una via lastricata e battuta sino alla tragedia. Ebbene, Bianconi ha ripercorso per noi questa via Paal verso la morte. E' il biografo dei ragazzi della via Paal al socialismo.
Il libro: "Mi dichiaro prigioniero politico" di Giovanni Bianconi uscirà martedì da Einaudi Stile libero, pagine 311, 9,5023 febbraio 2003 - CGIL ESPELLE TECNICO ISCRITTO AI CARC
"La Gazzetta di Reggio"
La Cgil espelle il tecnico iscritto ai Carc
Per la Fiom l'adesione ai Comitati comunisti non è compatibile con quella al sindacato
Espulso dalla Cgil perché icritto ai Carc, i comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo. E' questo l'epilogo della vicenda di Renzo Gemmi, il tecnico 30enne reggiano che era stato in un primo tempo sospeso dal sindacato Fiom-Cgil perché apparso tra gli indagati per il delitto D'Antona. Gemmi era stato scagionato, ma, da articoli di stampa, appariva una seconda indagine. A quanto riferiscono ora i Carc di Milano, la Cgil ha risolto il problema arrivando all'espulsione, l'11 febbraio, basandosi "sull'incompatibilità tra l'iscrizione alla Cgil e l'appartenenza ai Carc". Una mattina dello scorso novembre i Carc avevano tenuto un presidio davanti alla Camera del lavoro ed erano stati ricevuti da due membri della segreteria provinciale.
Quell'incontro non è servito a chiarire il caso e Renzo Gemmi è stato espulso: è un tecnico di 30 anni che agli atti risulta aver organizzato una manifestazione sugli 80 anni della Rivoluzione d'Ottobre e aver tenuto in casa "materiale antimperialista" sequestratogli durante una perquisizione. Nel dialogo con i sindacalisti i Carc si erano sentiti dire che si trattava di una "sospensione cautelativa in attesa di chiarimenti" su un eventuale nuovo coivolgimento sul caso D'Antona, e che dalle nuove indagini secretate non si sapeva se Gemmi fosse coinvolto o no. Lo statuto del resto prevede che un indagato per reati gravi non può essere iscritto al sindacato.
In solidarietà con il "compagno Renzo" i Carc avevano raccolto mille firme di operai, giovani e anziani, e sostenuto che la Cgil lo aveva processato solo in base ad articoli di giornale, non in base a fatti o sentenze.
Dalla sospensione alla espulsion, sostenuta da una decisione della Fiom nazionale, dicono i Carc. La motivazione: non si può essere iscritti alla Cgil e ai Carc. E si rimanda all'articolo 3, dove si dice che è incompatibile con la Cgil l'iscrizione ad "organizzazioni segrete, criminali, o a carattere fascista o razzista, logge massoniche".
"La Cgil si arroga il diritto di espellere un compagno - dicono i Carc nazionali di Milano - perché presuppone secondo le sue letture dei giornali, o le informative della Digos?, che questa organizzazione sia segreta o criminale. I Carc sono un'organizzazione pubblica, le sue sedi sono conosciute. La direzione della Cgil, parte importante della sinistra borghese, ha paura delle mobilitazioni che essa stessa è costretta a promuovere. Infatti non spinge a fondo le mobilitazioni, non lavora per cacciare Berlusconi, come vorrebbero i lavoratori. La Cgil tiene un piede in due staffe". (l.g.)24 febbraio 2003 - IN UNA CABINA TELEFONICA A ROMA ELENCO OBIETTIVI TERRORISMO
"Il Gazzettino"
ALLARME ATTENTATI Fatta ritrovare una settimana fa in una cabina telefonica a Roma, con una telefonata anonima, una lista di "obiettivi sensibili" Terrorismo: Treu e piazza San Marco nel mirino Rafforzati i controlli per l'ex ministro vicentino e nello storico salotto veneziano. Si teme un'alleanza eversiva internazionale Venezia
Tra neppure un mese ricorre il primo anniversario dall'uccisione di Marco Biagi, abbattuto dalle Brigate Rosse mentre tornava a casa, da solo, in bicicletta, senza alcuna protezione. E si torna a parlare di obiettivi possibili di attentati, luoghi e soggetti finiti nel mirino delle organizzazioni che continuano a seminare la paura a colpi di pistola o a minacciare azioni dimostrative contro chiese e palazzi. Nell'ultimo elenco, fatto trovare in una cabina telefonica a Roma e subito trasformato in una prudente direttiva che il Ministero dell'Interno ha diramato in tutta Italia, c'è anche di che preoccuparsi a Nord Est.
Un luogo e un nome, entrambi molto noti, ricorrono in quelle pagine. Il primo è Piazza San Marco, già protetta un anno fa quando da alcune intercettazioni telefoniche sorse il sospetto che il terrorismo islamico potesse colpire i grandi luoghi di culto della Cristianità, oppure gli ambienti (chiese, musei, locali pubblici) frequentati da cittadini statunitensi. Tra le persone che rischiano di fare la stessa fine di Marco Biagi (Bologna, 19 marzo 2002), Massimo D'Antona (Roma, 20 maggio 1999), Roberto Ruffilli (Forlì, 16 aprile 1988) ed Ezio Tarantelli (Roma, 27 marzo 1985) c'è anche il professore Tiziano Treu, già ministro nei governi dell'Ulivo.
Originario di Vicenza, il docente universitario abita ora in centro storico a Venezia, anche se la vora a Roma. A tutelarlo con una scorta ci aveva già pensato il Ministero dell'Interno subito dopo il delitto Biagi. È chiaro, infatti, che alle Brigate Rosse interessino soprattutto i giuslavoristi, ovvero gli studiosi che si occupano di Diritto del Lavoro e sono impegnati sul fronte delle riforme sociali. Infatti, Biagi era consulente del ministro al Wellfare, Roberto Maroni, D'Antona del ministro del Lavoro Antonio Bassolino.
L'elenco con il nome di Treu è stato fatto ritrovare circa una settimana fa, con una telefonata anonima al 113. "Troverete i prossimi obiettivi" aveva detto un anonimo, senza però dare alcuna attribuzione di sigle. I due fogli lasciati dentro una cabina sono stati esaminati e ritenuti sufficientemente attendibili. Nel senso che corrispondono a soggetti già controllati, tenuti d'occhio, in qualche modo protetti. Si tratta di uomini di governo, imprenditori, sindacalisti, consulenti, esponenti di Confindustria.
La direttiva firmata dal capo della Polizia (con allegato l'elenco) è stata inviata ai prefetti, ai questori, ai comandi dei carabinieri e della guardia di Finanza. Dimostra una preoccupazione alquanto viva negli ambienti del Viminale, che riflettono anche i periodici allarmi lanciati dalle strutture d'intelligence. Con la crisi internazionale non è aumentato solo il rischio di attentati terroristici di matrice islamica, ma anche il pericolo che si verifichi una saldatura tra organizzazioni italiane ed altre strutture operanti sullo scacchiare mondiale. Insomma, le forze potrebbero unirsi su obiettivi limitati, ma inseriti in un contesto più generale.
Il senatore Treu (si veda l'intervista a lato) non appare più preoccupato di quanto già non sia da un anno a questa parte. Il suo nome era finito da subito nell'elenco dei soggetti a rischio. Ma con lui trovavamo anche altre due persone, a cui non fanno riferimento invece i terroristi nell'ultimo elenco. Innanzitutto Maurizio Sacconi, sottosegretario nel governo Berlusconi, in prima linea nelle trattative per la riforma del mercato del lavoro. E poi Maurizio Castro, responsabile delle relazioni sindacali della Zanussi, un manager che da tempo vive sotto scorta.
Il gruppo Elettrolux, che ha a Pordenone la casa-madre italiana, è da sempre sotto la lente d'ingrandimento degli investigatori, nel sospetto che tra i lavoratori si possa nascondere qualche fiancheggiatore dei terroristi. Ed è ormai noto a tutti che Biagi, quando tentò inutilmente e più volte di vedersi ripristinare la scorta personale, aveva indicato tra i motivi di preoccupazione il fatto di essere consulente dell'Electrolux-Zanussi. Il gruppo era stato indicato come uno degli obiettivi dei Nuclei Territoriali Antimperialisti dopo l'attentato esplosivo contro la sede dell'Ice a Trieste, nel 2000.
Quale rilievo viene dato all'elenco con 30 soggetti o luoghi sensibili? "Di solito i nomi delle vittime non vengono annunciati in anticipo" commentano con un po' di scetticismo gli investigatori, che appaiono invece preoccupati per quanto continua a ribollire nel pentolone del terrorismo di casa nostra.
Giuseppe PietrobelliLA REAZIONE "Informato del pericolo solo due giorni fa La rinascita delle Br è una follia tutta italiana" Professor Treu, anche il suo nome è nell'ennesimo nuovo elenco di "soggetti sensibili", ovvero delle persone a rischio di attentati.
"Non sapevo di quella lista, nè del suo ritrovamento in una cabina telefonica. Ma un paio di giorni fa - a Roma, non a Venezia - ero stato informato ufficialmente dell'esistenza di qualche nuovo segnale di pericolo".
Il suo informatore è riconducibile al Viminale, ovvero al ministero dell'Interno?
"Sì. Mi aveva accennato ad un allarme riguardante un certo tipo di persone a rischio".
Stupito?
"Vivo sotto scorta dal giorno successivo all'omicidio del professor Marco Biagi, e purtroppo prima di lui hanno ucciso Ezio Tarantelli e Massimo D'Antona. Erano tutti e tre dei miei carissimi amici. E lo era anche il senatore Roberto Ruffilli, ucciso nel 1988".
Durante questi ultimi mesi, cosa è accaduto dal punto di vista della sicurezza?
"Niente. Da allora tutto è andato avanti come al solito".
Da quante persone viene protetto?
"Da due persone che mi seguono costantemente nei miei spostamenti. Sia quando sono a Venezia, dove vivo, sia quando sono a Roma. Naturalmente a Roma usiamo anche l'auto, a Venezia, invece, mi accompagnano a piedi per le calli".
Cosa pensa della rinascita del terrorismo?
"È una vera follia tutta italiana. Qualcosa di simile a quello che è accaduto da noi si è verificato in tutti i Paesi, ma ad un certo momento è finita. Da noi, invece, trent'anni dopo siamo ancora qui a doverci preoccupare. Quando hanno ucciso Massimo D'Antona erano parecchi anni che i terroristi non colpivano più. Tanto che si era smesso di pensare che potessero costituire ancora un pericolo".
G. P.25 febbraio 2003 - TERRORISMO: SCORTE RADDOPPIATE
"Il Mattino di Padova"
Terrorismo, scorte raddoppiate
In Veneto intensificati protezioni e controlli a giudici e politici
di Giorgio Cecchetti
PADOVA. Mai i terroristi, nostrani o stranieri, hanno comunicato prima a forze dell'ordine o giornali quali sarebbero stati i loro prossimi obiettivi e, dunque, quel documento fatto trovare anonimamente a Roma dieci giorni fa lascia, per gli investigatori, il tempo che trova. In modo ben diverso, invece, sono gli allarmi lanciati dai nostri servizi segreti e così da circa un mese tutele e scorte sono aumentate per quanto riguarda il numero delle persone "attenzionate" sia di agenti e carabinieri impegnati.
Anche nel Veneto, quindi, le persone che da qualche settimana sono state poste sotto controllo sono aumentate e chi già aveva la scorta si è visto raddoppiare il numero: a Treviso adesso sono due i dirigenti Elettrolux accompagnati dagli angeli custodi e, sempre nel capoluogo della Marca, sono ora provvisti di tutela sia il procuratore capo di Pordenone Domenico Labozzetta sia il pubblico ministero di Venezia Carlo Nordio, entrambi residenti a Treviso. A Venezia sono stati raddoppiati gli uomini che seguono passo a passo l'ex ministro Tiziano Treu e il pubblico ministero Felice Casson. Tutto questo riguarda i rischi che potrebbero essere legati ad una maggiore attività e pericolosità del terrorismo interno, quello di casa nostra che ancora gli investigatori non sono riusciti a penetrare dopo gli omicidi di Massimo D'Antona a Roma e Marco Biagi a Bologna.
Per quanto riguarda, invece, il terrorismo internazionale sono stati incentivati i controlli su alcuni edifici. In laguna è aumentata l'attenzione delle forze dell'ordine su obiettivi definiti sensibili. A Venezia, già dall'11 settembre 2001, la basilica di San Marco e l'intera Piazza da una parte e il Ghetto a Cannaregio dall'altra sono osservati speciali. Ci sono uomini fissi ed anche pattuglie che controllano giorno e notte chi entra e chi esce, osservando possibili movimenti sospetti. Un controllo che è aumentato in queste ultime settimane sia a causa dell'avvicinarsi dei rischi di guerra sia a causa del grande afflusso turistico dovuto al Carnevale.
Non va, infine, dimenticato l'allarme creato dalle bombe scoppiate due settimane fa nelle due chiese in provincia di Padova e la scoperta del chilo di esplosivo a Badia.25 febbraio 2003 - STRADA A VITTIME VIA ACCA LARENZIA: IL BARBIERE DELLA SERA
"Il Barbiere della sera"
Chi ha paura dell'uomo nero?
di Der Kaiser
Roma: è polemica sull'intitolazione di una strada a tre giovani missini assassinati dai brigatisti rossi durante gli anni di piombo
Acca Larenzia. Alzi la mano chi sa cosa è e quale significato abbia avuto nella nostra storia. Storia, non mitologia: lasciamo stare Romolo e Remo.
Pochini, vero? Dunque: la sera del 7 gennaio 1978 Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta furono assassinati da un commando dei "Nuclei comunisti per il contropotere territoriale" mentre stavano uscendo dalla sezione del Msi del quartiere Appio-Tuscolano.
Bigonzetti, centrato da diversi proiettili sparati da una mitraglietta Skorpion, muore sul colpo. Ciavatta viene inseguito dai killer e freddato con una serie di colpi sparati da distanza ravvicinata.
I due militanti missini avevano 19 e 18 anni e non erano armati. Non portava armi nemmeno il diciannovenne Stefano Recchioni, colpito a morte poche ore più tardi durante gli scontri tra forze dell'ordine e giovani di destra, accorsi in via Acca Larenzia da ogni parte della città non appena si era sparsa la notizia dell'agguato.
Per i terroristi fu un allenamento. Quella che poi diventerà la colonna romana delle Brigate Rosse aveva fatto le prove generali per altri delitti che successivamente avrebbero impressionato l'opinione pubblica: da Aldo Moro a Ezio Tarantelli, a Roberto Ruffilli, a Lando Conti. Gli ultimi tre firmati proprio dalla Skorpion di Acca Larenzia.
Ma per i poveri martiri missini non ci fu il medesimo interesse mediatico. D'altronde in quegli anni nei cortei dell'estrema sinistra si gridava "uccidere un fascista non è un reato". Slogan che poi veniva messo in pratica in un clima che andava dall'indifferenza al linciaggio morale, passando per la connivenza.
Per diversi giovani di destra, Acca Larenzia significò la fine della legalità. Se i "rossi" sparavano e le forze dell'ordine pure, non c'era altra scelta che la lotta armata. Francesca Mambro ad esempio, quella sera era laggiù. Insomma, fu uno dei punti di svolta degli anni di piombo.
Per non dimenticare e "per chiudere con un atto di pacificazione la pagina del terrorismo", alcuni esponenti romani di An hanno dato il via a una raccolta di firme: vogliono intitolare una strada della capitale alle vittime di Acca Larenzia.
Dopo un primo consenso generale e un ordine del giorno approvato in consiglio comunale, Rifondazione non ha mancato di dimostrarsi una volta di più formazione politica legata a arcaici pregiudizi, giudicando l'iniziativa di An "inopportuna e in contrasto con la storia antifascista di Roma".
Ma c'è di più. Due diffusissimi quotidiani nelle cronache romane hanno dato la notizia spostando i fatti di dieci anni, al 1988. Anche se l'errore fosse dell'agenzia, cambierebbe poco.
Stupisce che giornalisti che magari saprebbero dirti il colore del giubbotto di Mario Capanna a quella data manifestazione o che saprebbero svelarti divertenti retroscena - nella stampa italiana c'è un retroscena per ogni circostanza -sugli indiani metropolitani, siano all'oscuro di un evento che negli anni ha prodotto una lunghissima scia di sangue. Nemmeno che Google e il Dea richiedessero un'abilità fuori dal comune.
La conclusione è scontata. Mentre Genova prima o poi avrà piazza Carlo Giuliani "ragazzo", Franco, Francesco e Stefano, "gli uomini neri", continuano e continueranno a fare paura. Anche da morti.
Der Kaiser25 febbraio 2003 - COSSIGA, CON PSEUDONIMO RACCONTO FANTAPOLITICA VU VICENDA MARCO DONAT CATTIN
ANSA:
"Sui racconti di fantapolitica non si puo' dare che un giudizio di critica letteraria: e il mio e' positivo. Sull' interpretazione che ne fa l'amico Buffa, bisognerebbe essere degli storici: e io non lo sono". Con questa dichiarazione Francesco Cossiga commenta un articolo oggi pubblicato sull' 'Opinione' a firma Dimitri Buffa. L'articolo commenta a sua volta uno scritto comparso domenica scorsa su 'Libero' sotto il titolo 'Il giorno del corvo' e firmato con lo pseudonimo 'Franco Mauri', attribuito allo stesso presidente emerito della Repubblica. Quella pubblicata domenica era in realta' una storia fantapolitica nella quale i nomi dei protagonisti sono adattati alla lingua tedesca, anche se in tutti sono riconoscibili - come sottolinea oggi Dimitri Buffa - i protagonisti della vicenda che nel 1980 porto' ad una grave crisi politica, dopo che il figlio di Carlo Donat Cattin, Marco, era stato individuato come militante di Prima Linea. Secondo la ricostruzione fatta da Buffa anche sulla base della storia di fantapolitica scritta da 'Mauri', fu Virginio Rognoni a chiedere nel 1980 a Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio, di avvertire Donat Cattin che il figlio Marco faceva il terrorista in Prima Linea. Lo stesso Buffa conclude la rievocazione di quella vicenda, ricordando che Carlo Donat Cattin si confido', credendo che fosse un amico del figlio, con Roberto Sandalo, terrorista di Prima Linea, raccontandogli di un colloquio con Cossiga. "Sandalo lo racconto' ai magistrati e quelli - scrive Buffa - puntarono dritti sul futuro picconatore, sollevandogli contro l'ex Pci che voleva l'impeachment, senza che ovviamente Rognoni muovesse un dito a suo favore nella circostanza. Epilogo della storia: oggi Cossiga e' costretto a scrivere la verita' sotto la forma di parabola, mentre Rognoni fa il capo del parlamentino corporativo delle toghe. Rosse e no".27 febbraio 2003 - PIETRO ICHINO ALLE BR, SONO TRA I VOSTRI BERSAGLI
"Il Corriere della sera"
LETTERA APERTA AI TERRORISTI
Ichino Pietro
Fino a un anno fa giravo per la città soltanto in bicicletta: con il sole, la pioggia o la neve. Come Marco Biagi: la bicicletta era una delle passioni che ci accomunavano. Poi, una sera, a lui, appena sceso dalla bici, avete sparato; e a me è stata data la scorta che - colpevolmente - era stata negata a lui. Da allora non mi lasciano più fare un metro per strada, se non in macchina e accompagnato dai miei custodi armati. Ora, dai vostri covi sembra sia trapelato che mi avreste posto tra i vostri bersagli prioritari, cosicché la scorta mi è stata raddoppiata: per non subire la mortificazione che voi vorreste riservarmi, patisco quella, certo assai minore, di dovermi muovere nel traffico cittadino - io, che odiavo muovermi in macchina - non con una sola macchina ma con due. Data l' alternativa, non mi lamento. Resta il fatto che questa condizione di bersaglio in cui mi avete posto fa di me in qualche misura una vostra vittima. In misura minima, beninteso; ma sufficiente perché io possa rivolgermi a voi a nome di tutte le vostre vittime, passate e future. Anche a loro nome, ho alcune cose da dirvi. Potreste obiettarmi che voi non avete alcun interesse ad ascoltarci, ma solo a spararci. Capisco. Però, anche solo questa obiezione costituirebbe un primo scambio di idee, per quanto rudimentale; sarebbe dunque una pur minuscola cornice di umanità, in cui l' atto dello sparo che vi sta tanto a cuore si inserirebbe. Anche solo un embrionale scambio di idee implicherebbe che ci riconoscete come persone e non come cose. Il problema, del resto, si pone anche dal nostro lato: voi, per noi, ora siete soltanto una cosa, al più un volto coperto e una canna di pistola puntata. Non riusciamo a pensare a voi se non come a entità aliene, con cui è possibile la sola interazione mortale: conta soltanto chi spara per primo. Per questo aspetto, il rapporto tra noi e voi non costituisce un' eccezione. In tante altre situazioni si fronteggiano individui, gruppi, nazioni, che non si riconoscono e non comunicano: gli uni sono per gli altri degli alieni spaventosi, con i quali il solo problema è riuscire a sparare per primi. Anche lì manca la cornice. Ne avrebbero bisogno i rapporti tra Occidente e Islam, tra israeliani e palestinesi, tra americani e iracheni. Avrebbero gran bisogno di una cornice, fatta di un' idea condivisa dello Stato di diritto, anche i rapporti tra maggioranza e opposizione in questo nostro disgraziato Paese. Avrebbero bisogno di una cornice i rapporti tra i sindacati: quel minimo di comune sentire e di semplici procedure che consentisse loro di riconoscersi reciprocamente come maggioranza e minoranza, senza che ciascuno pretenda di "far fuori" gli altri. Fra voi terroristi e noi vostre vittime designate, più o meno protette, basterebbe anche molto meno per fare un passo avanti importante: basterebbe smettere di considerarci reciprocamente come idee astratte, come alieni. Dateci un segno, anche solo per dirci che tutto questo discorso vi fa schifo. Guardiamoci negli occhi, anche soltanto per un attimo. Sappiamo che noi non possiamo pretendere di conoscere i vostri coniugi, i vostri figli; ma voi potete guardare in faccia i nostri: fatelo. Se poi, ciononostante, riterrete ancora di colpire, fatelo come lo ha fatto Caino con Abele, litigando con lui, maledicendolo; ma non come si ammazza un topo o un cane randagio. Se invece, a quel punto, non ve la sentirete più di sparare, vorrà dire che si sarà creata intorno a noi e voi una cornice più consistente del previsto. Avremo creato davvero qualche cosa di nuovo; una cosa per la quale - pensate un po' che paradosso - vale persino la pena di morire."A chi mi dice che sono solo belve io rispondo che non e' cosi', a chi mi dice che non sono uomini io dico che invece lo sono". Fermo nelle sue posizioni, il prof. Pietro Ichino non accetta le critiche che da qualche parte gli sono venute dopo la sua lettera aperta alle nuove Brigate Rosse apparsa oggi sul Corriere della Sera. "L' uomo e' in ciascuno di loro - ripete parlando con l' Ansa - ed io voglio capire".
- Che cosa l' ha spinta a tentare questo incredibile dialogo?
""Ho cercato di considerarli come persone e non come alieni. Ho cercato di far capire che io so che ci sono, so che vivono nella nostra societa', so che pensano. Ma ho scritto loro anche per dire quanto credo che in ogni persona, anche la peggiore, c' e' un uomo con cui si puo' stabilire una relazione perche' e' uomo. Io ci credo anche se questo puo' sembrare assurdo".
- Il suo scritto ha assunto ormai la valenza di un forte gesto politico. Lo sa?
"Certo, e' una delle cose che volevo al di la' dell' aspetto umano. La realta' che circonda il nostro paese e' preoccupante. Io personalmente sono molto angustiato dal quadro che l' Italia attraversa, sento che tutte le cornici che erano alla base dei rapporti politici vengono meno. E' cosi' nelle relazioni sindacali, e' cosi' tra maggioranza e opposizione. Stanno venendo meno l' idea e il valore dello stato di diritto, c' e' sotto i nostro occhi una nazione che si sfalda a causa di comportamenti sia della maggioranza sia dell' opposizione".
- Sergio Segio, l' ex di Prima Linea, commenta che la sua e' stata un' iniziativa molto importante. Che potrebbe davvero servire a gettare un ponte con un mondo cosi' alieno come quello del terrorismo. Si sente di dire qualcosa a Segio?
"Giudico molto importante quello che ha detto. Mi piacerebbe avere l'occasione di sviluppare questo principio di dialogo. Era proprio questo uno dei miei obiettivi: avviare un dialogo".
- E ai terroristi, cosa vuol dire?
"Vorrei poterli considerare come persone, ma vorrei anche che loro considerassero me come persona".
- Come considera chi potrebbe ucciderla? "Volevo dire loro che io non li considero belve anche se tutti li considerano tali. Sono convinto che c' e' un uomo in ognuno di loro e se si crede a questo, bisogna anche trattarli da uomini. Solo cosi' possiamo aiutare noi e loro a riscoprirci tutti tali. L' inizio e' il rispetto reciproco, pero'. Mi rendo conto di quanto possa sembrare assurdo il cercare un dialogo con terroristi che ti vogliono uccidere, ma se si rinuncia a questo viene meno qualsiasi speranza".
- Come e' arrivato a questo ragionamento?
"Sembrera' strano: mettendomi nei loro panni. Mettersi nei panni degli altri e' un esercizio difficile ed oggi pochissimo praticato. Ma occorre imparare a farlo sempre di piu' e tanto piu' quanto piu' e' difficile. I terroristi non sono alieni".Giuslavorista come Marco Biagi, assassinato dalle Brigate Rosse a Bologna il 19 marzo dello scorso anno, Pietro Ichino e' da allora sotto scorta perche' ritenuto possibile obiettivo di azioni terroristiche. Da quanto si e' appreso, da qualche giorno e' stato alzato il livello di attenzione nei suoi riguardi, con il raddoppio della scorta (come ha reso noto lo stesso Iachino), in seguito ad alcune segnalazioni dei servizi di sicurezza, secondo le quali Ichino potrebbe essere nel mirino di nuovi nuclei brigatisti. Le strategie di tali gruppi eversivi - secondo le stesse fonti di intelligence - sarebbero anche orientate in direzione di possibili azioni eclatanti rivolte verso grandi gruppi industriali del settore metalmeccanico, finalizzate ad accrescere il livello di conflittualita' nell' attuale complessa fase delle trattative in corso per il rinnovo del contratto di lavoro del comparto.
"Lo stato d' animo provocato dalla lettera di Ichino ai terroristi e' stato di grande ansia, sono rimasto molto colpito. Vedo in quello che ha scritto un gesto di nobilta', ma certo non ci trovo costrutto politico. Nonostante la risposta di Sergio Segio": cosi' un altro degli uomini che sarebbe nel mirino delle nuove Brigate Rosse, il professor Carlo Dell' Aringa, uno degli estensori del Libro Bianco sottoposto a tutela dopo l' omicidio di Marco Biagi, parla dell' iniziativa del collega giuslavorista. Avvertendo che "Ichino chiede loro di non essere quello che sono, una cosa che trovo un po' disperata".
- E lei come si sente nella veste di possibile bersaglio?
"Quella di Ichino e' una condizione che purtroppo capisco bene. La sua e' anche una richiesta di farsi vivi, come dire, politicamente, di dialogare. E' per questo pero' che trovo la cosa disperata. E' come chiedere ai terroristi di non essere quello che sono. Quello di Ichino non credo sia un gesto che possa avviare un dialogo. Forse una preghiera serve di piu'".
- Insomma, ha trovato l' appello un po' ingenuo?
"No, e' molto toccante, mi ci ritrovo molto in quello che ha scritto. Ma lo trovo un invito giusto, si', ma disperato. Sia perche' viene da una possibile vittima, sia perche' chiede loro di non essere quello che sono. Sono terroristi, questa e' la realta', e si comportano da terroristi. E non si puo' essere terroristi ed al contempo dialogare. e' una contraddizione. Purtroppo, non c' e' in questo una terza strada".
- E la risposta dell' ex leader di Prima Linea Sergio Segio? Non e' in fondo una risposta, un ponte alle tesi di Ichino che dice 'conosciamoci'?
"No, perche' Ichino trova un dialogo con chi,appunto come Segio, ha ormai un' altra storia, e' disponibile a volerlo. Quello con Segio non e' un dialogo con i terroristi. Ripeto, ritengo quello di Ichino un gesto di grande nobilta' ma privo ci costrutto politico, perche' di costrutto politico non ce ne puo' essere con chi e' un terrorista".
- Lei avrebbe scritto quella lettera?
"Io avrei usato toni non cosi' forti. L' ho detto che sono rimasto molto colpito. Certo, da bersagli viviamo una vita disagiata, me in fondo e' nulla in confronto a quello che e' accaduto ad altri che sono stati uccisi. L' avrei scritta? Non so. Quello di Ichino, avviare un dialogo con i terroristi, un confronto, e' un gesto disperato perche' il dialogo e' proprio quello che per loro e' intollerabile. Sono terroristi".28 febbraio 2003 - MORUCCI: SE CONOSCI IL MEMICO, IMPOSSIBILE UCCIDERLO
"Il Corriere della sera"
L'EX BRIGATISTA
Morucci: se conosci il nemico diventa impossibile ucciderlo
ROMA - "Mi viene in mente una canzone di De Andrè, "La guerra di Piero". Dove si parla di come sia impossibile guardare in faccia il nemico che si deve uccidere...". Valerio Morucci ha letto il fondo di Pietro Ichino, la drammatica lettera aperta nella quale il giurista trasformato in bersaglio chiede ai suoi aspiranti carnefici di guardarlo in faccia, per vedere se poi saranno ancora capaci di premere il grilletto. Morucci era uno della colonna romana delle Brigate rosse. E ha ucciso, in via Fani e in altre occasioni. Che ne pensa dell'appello di Ichino?
"Per un soldato il nemico non deve avere faccia. La vittima non diventa mai persona, nessuno se lo può permettere, nessun soldato. Se succede ci fai della letteratura, dei film".
Lei però ad un certo punto ha detto "no", si è tirato indietro.
"E' successo per Moro, perché era prigioniero. Se mi avessero chiesto di ucciderlo in via Fani avrei potuto farlo, lo posso dire francamente. Ma dopo, una volta preso, non era più un bersaglio, ma un uomo... A me mi passavano per le mani le sue lettere, e leggendo quelle lettere la "cosa" era diventata uomo. E io avevo cominciato a temere per lui. E avevo cominciato ad adoperarmi perché non morisse. Se lo riconosci come essere umano non puoi più ucciderlo. Così come, tempo dopo, vedendo come esseri umani due poliziotti di 19 anni che stavano leggendo dei fumetti sotto il carcere delle Nuove a Torino, e che noi dovevamo uccidere, me n'ero andato dalle Brigate rosse. E' stata la mia catarsi".
Quindi l'osservazione di Ichino è molto meno utopistica di quanto potrebbe sembrare...
"Lo so, però può capitare solo se sei un carceriere, e allora nel momento di uccidere ti vedi come carnefice... Oppure è difficile. Perché premere il grilletto è cosa di un attimo, mentre la prigionia prolunga la pressione su quel grilletto. Se uno è portato al fare il carnefice non ha problemi, ma se pensi che combatti per liberare l'umanità, qualche effetto te lo fa".
La lettera allarga il discorso, lo applica in qualche modo anche ad altre guerre, quelle di questi anni.
"Ancora meno valido il suo discorso, allora. Perché siamo in una situazione in cui si buttano le bombe intelligenti dall'alto. La guerra, che era già il luogo supremo nel quale uccidere senza guardare in faccia il nemico, è diventata la negazione assoluta di questa possibilità: gli americani, se come pare andranno in Iraq, ammazzeranno quasi tutti con i missili".
Torniamo a Moro. Lei ha detto no, ma qualcuno lo ha ucciso, qualcuno ha premuto il grilletto. Guardandolo negli occhi, dopo 55 giorni passati assieme a lui.
"Cosa c'era dentro i poliziotti che hanno portato i No Global in una caserma e li hanno massacrati di botte? C'era odio, c'era determinazione assoluta".
Sparare però è di più, è più difficile. O almeno dovrebbe esserlo.
"E' tutto rapportato. Però l'odio, la carica che ti fa compiere il gesto sono gli stessi. Ci vuole il fanatismo, quello proprio di tutte le ideologie. Come facevano i preti a torturare la gente per salvarla? Devi credere oltre misura in quello che stai facendo. I brigatisti non erano nemmeno invasati fino a questo punto, ma avevano comunque un'enorme determinazione. Lui, Moretti, invece ce l'aveva anche perché era il capo. Se non fosse stato il capo non ce l'avrebbe fatta, perché neanche lui voleva uccidere Moro. Ma essendo il capo non poteva non farlo. Era talmente invasato del suo ruolo... Non si poteva tirare indietro".
Giuliano Gallo ggallo@corriere.it
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Notizie del 2002
Altri misteri
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