Almanacco dei misteri d' Italia


estremismo di sinistra
le notizie del 2003: gennaio
2 gennaio 2003 - PEGNA, MAI DISSOCIATO MA SEMPRE LONTANO DA BR
ANSA:
"Non mi sono mai dissociato perche' non rinnego il mio passato, ma sono stato sempre lontano dalle Br delle quali non condivido le scelte politiche e ideologiche. La lotta armata va condotta in maniera piu' complessa. Da quando sono uscito dal carcere sono in 'pensione'". Lo ha detto oggi Michele Pegna ai giudici del tribunale del riesame di Roma nel corso dell' udienza per l' esame della richiesta di revoca dell' ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti. La decisione dei giudici e' prevista in giornata. Parere negativo sulla scarcerazione di Pegna e' stato espresso dal pm Franco Ionta il quale ha indicato, tra gli elementi, di accusa le dichiarazioni di due testimoni: Lorenzo Musso, detenuto nel carcere di Voghera per fatti diversi dal terrorismo, e Maria Lobascio, ex compagna del presunto Br. In particolare, Musso, sentito su sua richiesta dai pm romani, ha riconosciuto in Pegna uno dei Br che comparivano in alcune foto scattate in Corsica e a lui mostrate nel 2000 da Jean Michel Rossi, esponente del gruppo terroristico Armata Corsa. Il testimone ha affermato che Rossi gli riferi' che una delle persone in questione si chiamava Michele, che da poco era uscito dal carcere e che poteva agevolarli in un eventuale traffico di armi. Circostanza, quest' ultima, respinta oggi da Pegna: "Mai stato in Corsica - ha detto - se fossi un br non mi farei fotografare ne' racconterei la mia storia". L' altra testimonianza citata da Ionta e' quella della Lobascio la quale, oltre a fare riferimento al proposito dell' ex compagno di procurarsi documenti falsi, ha raccontato che l' uomo era ben lungi dal condurre una vita normale: si muoveva con circospezione, evitava luoghi pubblici, insomma evitava qualsiasi comportamento che potesse far sospettare la sua presenza. La donna ha parlato, inoltre, del progetto di Pegna di allontanarsi dall' Italia, dei contatti dell' indagato con l' estero ed in particolare con la Francia dove, tuttavia, il presunto br - e' detto negli atti processuali - non poteva recarsi per via di un processo che lo riguardava. Fatti, anche questi, respinti da Pegna il quale, hanno riferito i suoi legali Mario D' Alessandro e Maria Russo, ha ricostruito quanto fatto negli ultimi tre anni dopo l'uscita dal carcere di Trani. In particolare, ha sottolineato di aver vissuto alla luce del sole girando con i suoi documenti veri e di aver lavorato nel settore dell' alimentazione biologica. Al riguardo i difensori hanno depositato una documentazione che attesterebbe i rapporti di lavoro avuti da Pegna con 19 supermercati di Napoli e dell' hinterland. Gli stessi avvocati hanno inoltre sottolineato che Pegna, una volta appreso di essere ricercato, ha contattato la Digos di Napoli il 14 dicembre scorso, tre giorni prima dell' arresto, manifestando la volonta' di costituirsi. Circostanza che il legale non suggeri' prima di aver preso visione delle accuse mossegli dalla procura di Roma.
Slitta a domani la decisione del Tribunale del riesame di Roma sulla richiesta di revoca dell' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Michele Pegna. Secondo quanto riferito da un componente del collegio, la decisione, che alle parti era stato detto essere in programma in giornata, sara' depositata domani. A sollecitare la revoca della misura restrittiva sono stati gli avvocati Mario D'Alessandro e Maria Russo. Durante la discussione tenutasi oggi i difensori del presunto brigatista hanno eccepito fra l'altro l'omessa trasmissione degli atti che sono a fondamento dell'ordinanza di custodia cautelare, l'omessa trasmissione degli interrogatori di Pegna e la tardiva trasmissione degli atti d'indagine successivi all'arresto del loro assistito. Il 31 dicembre scorso il Gip Maria Teresa Covatta aveva rigettato un'analoga istanza di revoca della misura restrittiva.

3 gennaio 2002 - VERTICE NUOVE BR IN CORSICA ?
"Il Corriere della sera"
"Nuove Br, un vertice in Corsica Assieme a Pegna c'era Casimirri"
L'unico latitante del caso Moro, fuggito in Nicaragua, segnalato nell'isola francese
ROMA - Un "vertice" in Corsica tra vecchi brigatisti latitanti per mettere a fuoco strategie operative e stringere rapporti con i separatisti. Puntano decisamente sulla parte settentrionale dell'isola francese le indagini dei magistrati impegnati a dare un nome ai terroristi che hanno ucciso Massimo D'Antona e Marco Biagi. Il filone d'inchiesta che ha portato all'arresto, lo scorso 17 dicembre, dell'ex esponente di "Prima Linea" Michele Pegna sta facendo emergere collegamenti che hanno impresso un vertiginoso impulso alle verifiche sulle nuove Brigate Rosse. Insieme con Pegna, nel periodo primavera-estate del 2000, sarebbe stato segnalato nella zona di Ajaccio anche Alessio Casimirri: il brigatista, scappato nel 1983 nel Nicaragua, è stato condannato all'ergastolo per il sequestro di Aldo Moro, ma non è mai stato estradato dal Paese centroamericano. E sempre in quel periodo, esattamente il 2 giugno, è stato arrestato vicino ad Ajaccio, sulla spiaggia di Ile Rousse, Alvaro Loiacono, altro terrorista delle Br che deve scontare il carcere a vita per l'omicidio dello statista democristiano, ma che è sempre stato latitante tra Francia e Svizzera. D'ANTONA - Lo sviluppo alle indagini sul ruolo che Pegna potrebbe aver avuto nelle nuove Br e nell'omicidio di Biagi (all'epoca di quello di D'Antona era ancora detenuto a Trani per una condanna a 16 anni) è arrivato grazie a due testimonianze. La prima è di Maria Lobascio, l'insegnante del penitenziario pugliese con la quale il presunto brigatista ha avuto una convivenza di alcuni mesi dopo essere stato liberato: la donna, oltre a ricordare che l'ex compagno le diceva di aver provveduto a procurarsi armi per il suo gruppo, ha raccontato ai funzionari della Digos di Roma che Pegna si vantava di aver appreso in carcere il contenuto della rivendicazione dell'omicidio di D'Antona firmata dalle Br. "Avevamo i nostri "sistemi" per nasconderla", avrebbe detto Pegna alla Lobascio alludendo ai metodi utilizzati dagli "irriducibili" detenuti a Trani per ricevere e occultare documenti da elaborare.
LA CORSICA - Ad aprire il fronte corso delle verifiche sono state invece le dichiarazioni di Lorenzo Musso, l'ex avvocato di Imperia arrestato per un duplice tentativo di sequestro di persona. E' stato lui a dire che, dopo aver allacciato rapporti con il capo dei separatisti Jean Michel Rossi, quest'ultimo gli aveva mostrato le foto di due terroristi che erano stati ad Ajaccio nel primo semestre del 2000. Uno, poi riconosciuto da Musso durante un interrogatorio di fronte al pm Franco Ionta, sarebbe Pegna. L'altro, secondo gli inquirenti, poteva essere Casimirri (ma Musso non lo ha riconosciuto). Pegna ieri si è fatto interrogare dal Tribunale del Riesame che deve decidere se liberarlo: "Non sono mai stato in Corsica", ha detto ricordando di non essersi "dissociato dalla lotta armata" ma aggiungendo che "quest'ultima va condotta in maniera più complessa" e ribadendo che era "in pensione" dalla scarcerazione. La decisione del Tribunale del Riesame è attesa per oggi.
Flavio Haver

3 gennaio 2003 - PEGNA TORNA IN LIBERTA'
ANSA:
Torna in liberta' il presunto brigatista Michele Pegna. La decisione e' del Tribunale della liberta' di Roma che ha ravvisato un vizio di forma nell' ordinanza di custodia cautelare per associazione eversiva e banda armata emesso il 31 ottobre scorso dal gip Maria Teresa Covatta su richiesta dei pubblici ministeri Franco Ionta e Pietro Saviotti. Pegna era stato arrestato a Napoli dalla Digos dopo quattro giorni di latitanza.
Il Tribunale della liberta' di Roma ha disposto la scarcerazione di Michele Pegna, ma il presunto br deve ancora scontare un anno di casa lavoro, che gli era stato imposto dal Tribunale di sorveglianza di Bari come aggravante della misura della liberta' vigilata attribuita a Pegna e alla quale l' indagato si era sottratto dopo la sua scarcerazione dal carcere di Trani il 15 gennaio del 2000. Il difensore del presunto br, Mario D'Alessandro, che ieri, durante la discussione davanti al Tribunale della liberta', aveva sollevato una serie di questioni procedurali a supporto della richiesta di revoca dell' ordinanza di custodia cautelare, ha espresso l' auspicio che l' autorita' giudiziaria "continui ad indagare per dimostrare l' estraneita' di Pegna dalle Brigate rosse". La mancata trasmissione al tribunale del riesame di un documento, il verbale dell'interrogatorio di Pegna davanti al gip Covatta, e' la circostanza che ha fatto decadere l'efficacia dell' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti del presunto brigatista. Il provvedimento del tribunale del riesame, quindi, non e' basato su questioni di merito ed ora i pm romani dovranno valutare se ricorrere per cassazione con la decisione del collegio presieduto da Ernesto Mineo od emettere una nuova ordinanza di custodia cautelare.
E' la casa lavoro di Sulmona (L'Aquila) la prossima destinazione di Michele Pegna, il presunto brigatista che ha ottenuto oggi la scarcerazione dal Tribunale del riesame di Roma per un vizio di procedura (mancata trasmissione di atti al Tribunale). Il provvedimento con il quale si impone a Pegna il soggiorno di un anno nella casa lavoro di Sulmona era stato emesso dal Tribunale di sorveglianza di Bari come forma di aggravamento della misura della liberta' vigilata alla quale l' indagato si era sottratto a partire dal 15 gennaio del 2000, quando usci' dal carcere di Trani. A sollecitare la revoca dell' ordinanza di custodia cautelare con due istanze (la prima al gip Covatta era stata respinta) sono stati gli avvocati Mario D'Alessandro e Maria Russo, i quali, nel corso della discussione tenutasi ieri davanti al collegio presieduto da Ernesto Mineo, avevano eccepito l' omessa trasmissione degli atti che sono a fondamento della misura restrittiva e di quelli relativi alle indagini compiute nei giorni successivi all' arresto di Pegna. "Avrei preferito che il Tribunale della liberta' si fosse pronunciato nel merito della vicenda - ha detto l' avv. D'Alessandro - in modo da verificare l' insussistenza degli indizi che hanno originato l' emissione dell' ordinanza di custodia cautelare. Auspico ora che non comincino a spuntare come funghi pentiti che raccontano storie inverosimili".

La Procura di Roma non intende sollecitare l' emissione di una nuova ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Michele Pegna, ma valutare la possibilita' di impugnare in Cassazione il provvedimento del Tribunale del riesame, che ha disposto la scarcerazione dell' indagato per un vizio di procedura. Lo hanno dichiarato il procuratore della Repubblica, Salvatore Vecchione e il responsabile del pool antiterrorismo della capitale, Franco Ionta. "Non sara' chiesta un' altra misura restrittiva - hanno sottolineato - perche' le esigenze cautelari sono garantite dal provvedimento di assegnazione di Pegna alla casa lavoro". Secondo i due magistrati, l' iniziativa del Tribunale di sorveglianza di Bari assicura "condizioni sufficienti per evitare i pericoli di fuga e di reiterazione del reato da parte dell' indagato". "La decisione del Tribunale del riesame - hanno aggiunto Vecchione e Ionta - sara' esaminata quando verranno depositate le motivazioni. Sara' allora che valuteremo se ci sono le condizioni per ricorrere in Cassazione". L' eventuale ricorso ai giudici della Suprema corte sarebbe basato su una sentenza delle sezioni unite del 21 luglio '95. I giudici, nel dare ragione ad un tribunale del riesame che sospese un' udienza camerale al fine di ottenere la trasmissione di tutti gli atti a suo tempo inviati dal pubblico ministero, aveva riconosciuto che il Tribunale del riesame "puo' procedere al giudizio - e' detto in quella sentenza - solo con piena cognizione degli atti. Nell' ipotesi di mancata trasmissione di tutta la documentazione e' legittimo il rinvio della decisione ai fini dell' acquisizione degli atti mancanti. Tale provvedimento interlocutorio, mirato alla completa cognizione della documentazione - si legge ancora nella sentenza del '95 - non si qualifica infatti come atto istruttorio, bensi' come provvedimento necessario, strumentale alla decisione e costituisce espressione di un dovere funzionale il cui esercizio e' indispensabile per la definizione del procedimento incidentale".

La scarcerazione di Michele Pegna per un vizio procedurale non scalfisce il quadro indiziario raccolto nei confronti del presunto brigatista. E' il primo commento negli ambienti della Digos romana, dove si attendono le motivazioni della decisione del tribunale della liberta' per un ulteriore approfondimento di giudizio sulla vicenda. Per gli investigatori, a fronte del dispositivo, ma non delle motivazioni, l'unico elemento di giudizio e' quello relativo al riferimento all'articolo 309 del codice di procedura penale, che fa pensare ad un vizio procedurale, nella notifica dei documenti o nella trasmissione degli atti. Un elemento che comunque non pregiudica il quadro indiziario messo a punto finora, che e' stato accolto sia dal Gip sia dal tribunale. Gli investigatori sottolineano che in questo momento non si e' ancora alla fase del giudizio, ma a quella delle indagini preliminari e molte questioni dovranno essere approfondite. Ma il provvedimento non ha nulla di scandaloso e la scarcerazione per vizio procedurale fa parte delle regole, che valgono per tutti e devono essere accettate e rispettate. In ogni caso, si fa osservare, Pegna sara' assegnato ad una casa lavoro e li' potranno essere mantenute le esigenze di carattere cautelare.

Dopo l' uccisione di Massimo D' Antona, i cui responsabili non hanno ancora un volto, gli investigatori hanno seguito diversi filoni:
IL TELEFONISTA: il 16 maggio 2000, a Roma, e' arrestato Alessandro Geri, sospettato di essere il 'telefonista' del gruppo che ha colpito D'Antona. Dopo una decina di giorni Geri e' scarcerato. Un mese fa la sua posizione e' stata archiviata.
IL RAPINATORE: il 12 dicembre 2000, dopo una rapina a Todi, e' arrestato Giorgio Panizzari, ex terrorista di sinistra, graziato nel 1998. Panizzari finira' nel registro degli indagati anche per l' uccisione di D' Antona, ma a luglio dello scorso anno la sua posizione e' stata archiviata.
IL FRONTE CARCERARIO: a fine maggio-inizio giugno del 1999, nel carcere di Novara e' trovata una lettera in cui gli 'irriducibili' Cesare Di Lenardo, Stefano Minguzzi, Francesco Aiosa, Ario Pizzarelli e Daniele Bencini rivendicavano la valenza politica dell' attentato. Altri fogli sull' attentato D'Antona sono trovati nei carceri di Latina e di Trani. A fine ottobre 2002 ordinanze di custodia cautelare sono notificate nel carcere di Trani agli irriducibili Antonino Fosso, Michele Mazzei, Francesco Donati e Franco Galloni, sospettati di avere avuto un ruolo nella preparazione della rivendicazione.
I CARC: l' inchiesta si e' occupata anche di un possibile ruolo dei Carc, i Comitati di appoggio alla Resistenza per il Comunismo, il cui leader, Giuseppe Maj, e' in clandestinita'. I Carc fanno parte del mondo dell' estremismo di sinistra ma dicono di lavorare per la ricostruzione del Partito Comunista. Sull' uccisione di D'Antona avevano criticato le Br-Pcc.
INIZIATIVA COMUNISTA: l' inchiesta sul caso D' Antona sembra arrivata ad una svolta il 3 maggio 2001, quando sono arrestati otto militanti di Iniziativa Comunista. Il loro capo, Norberto Natali, aveva pensato di candidarsi alle elezioni politiche a Crotone. Sono ritenuti fiancheggiatori delle Brigate rosse e avrebbero avuto contatti con il brigatista Nicola Bortone, allora latitante (e' stato poi arrestato in Svizzera ed estradato in Italia). I nomi di alcuni di loro verranno iscritti nel registro degli indagati anche per l' omicidio D'Antona. In particolare, una testimonianza indica Rita Casillo come presente sul luogo dell' agguato a D'Antona. Il riconoscimento pero' fallisce. Un po' per volta, tutti i militanti di Ic sono ormai tornati in liberta'.
PEGNA: il 13 dicembre emerge la notizia che Michele Pegna, un ex terrorista, e' ricercato. Il 17 Pegna e' arrestato a Napoli, davanti alla stazione centrale, mentre stava entrando in una cabina telefonica. Nell' ordinanza di custodia si parla anche di legami con gli irriducibili accusati di aver collaborato alla stesura della rivendicazione dell' omicidio D' Antona. Oggi Pegna e' tornato in liberta' per un vizio di forma nell' ordinanza di custodia cautelare.

3 gennaio 2003 - SARDEGNA; NUOVE LETTERE CON PROIETTILI-ESPLOSIVO
ANSA:
Il nuovo anno in Sardegna e' cominciato come era finito il 2002: cioe' con un crescente allarme terrorismo dopo l' arrivo di due nuove lettere contenenti proiettili e materiale esplosivo, recapitate alla sede regionale, a Cagliari e trovate nel centro smistamento delle Poste di Sassari. Due nuovi atti intimidatori, sempre a firma Npc (Nuclei proletari per il comunismo), nei confronti del segretario regionale della Uil sarda Gino Mereu e dell' agenzia della Banca Intesa di Macomer (Nuoro). Due buste che fanno seguito a quelle identiche, recapitate il 30 dicembre al segretario della Cisl sarda Mario Medde e due giorni prima al pm Mario Marchetti, coordinatore della Direzione distrettuale antiterrorismo (Ddat) in Sardegna. Sempre il 28 dicembre, a Sassari, era stata trovata nello sportello Bancomat dell' agenzia della banca San Paolo una busta con gelatina e alcuni fili elettrici non collegati. Nell' isola si e' in pratica aperta una vera caccia al "postino-eversore" da parte di Polizia e Carabinieri. All' attenzione degli inquirenti vi sono, in particolare, alcuni elementi, a cominciare dal mittente e dal posto in cui sono state imbucate. Le missiva sono state tutte attribuite a un fantomatico studio legale fratelli Rossi, in via Walter Alasia (chiaro ricordo-omaggio a un "caduto" delle Br cui venne intitolata una colonna del gruppo terroristico) a Porto Torres (Sassari). E su tutte l' affrancatura di partenza e' proprio il centro costiero sulla fascia settentrionale della Sardegna, sede di un importante polo industriale. Un contesto quest' ultimo da sempre prediletto dagli esponenti dei gruppi eversivi, a maggior ragione se questi siti - come nel caso di quello turritano - sono in crisi. Porto Torres poi e' stato in passato un centro intorno al quale hanno gravitato diversi esponenti dell' eversione sarda, alcuni dei quali originari proprio di tale citta'. Sui nuovi arrivi di lettere con proiettili e esplosivo hanno preso subito posizione i sindacati, con le segreterie regionali di Cgil-Cisl-Uil che hanno preannunciato la richiesta di un incontro al ministro dell' Interno Pisanu. "Certo vi e' preoccupazione per quanto sta accadendo - ha dichiarato il segretario della Uil sarda - ma non ci facciamo condizionare, l' opera e l' impegno del sindacato prosegue". Per il leader nazionale della Uil, Luigi Angeletti, bisogna respingere con determinazione tali atti intimidatori "proseguendo, a tutti i livelli, con immutato convincimento nel proprio impegno". Il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, ha sollecitato le forze di sicurezza e la magistratura a fare piena luce su quanto sta accadendo e ad intervenire con decisione "per assicurare alla giustizia chi intende minare le liberta' sindacali e la democrazia nel nostro Paese". Solidarieta' alla Uil e alla Cisl e' stata espressa anche dal presidente della Fnsi Franco Siddi, il quale ha sottolineato che "gli uomini delle tenebre resteranno soli".

4 gennaio 2003 - SCARCERATO PEGNA: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
LE INCHIESTE
Il teorema del "personaggio di spicco" e il vizio di forma Quattro anni di indagini antiterrorismo in un vicolo cieco
Geri, Panizzari e Iniziativa comunista: tre tentativi controversi di fare luce sull'eversione senza risultati giudiziari
ROMA - Il 17 dicembre scorso - a poche ore dall'arresto dell'ex-terrorista di Prima Linea Michele Pegna, accusato di far parte delle nuove Brigate rosse - il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu disse che si trattava di "personaggio di grande spicco" nel mondo dell'eversione. Se fosse vera la valutazione del responsabile del Viminale, le decisione del tribunale della libertà che ieri ha annullato l'ordine di carcerazione per Pegna sarebbe grave. Da qualunque lato la si voglia vedere: sia se la mancata trasmissione degli atti da parte del pubblico ministero fosse davvero "insanabile"; sia se, al contrario, i giudici del riesame avessero potuto prendere tempo chiedendo un'integrazione prima di decidere. Con un eversore di "grande spicco" tra le mani e gli assassini di Massimo D'Antona e Marco Biagi ancora in libertà, non ci si dimenticano le carte nel cassetto né si rinuncia a una possibile proroga dei tempi per ritrovarle. Le polemiche sul "vizio formale" sono già cominciate e andranno avanti a lungo, ma nel frattempo non si può scartare un'altra possibilità: che Pegna con le Br che sono tornate a uccidere non c'entri granché. E che in ogni caso gli elementi raccolti da investigatori e magistrati non siano sufficienti per incastrarlo. E' vero infatti che il tribunale della libertà non s'è pronunciato sul merito dei motivi dell'arresto, ma è anche vero che degli indizi contenuti nell'ordinanza emessa il 22 ottobre scorso ne restavano in piedi ben pochi.
Pegna sembrava un neo-brigatista più per logica che per le prove raccolte a suo carico. Ma una volta trovato senza armi né documenti falsi, scoperto che viveva accanto a una fidanzata semi-ufficiale e che aveva chiamato in Questura per costituirsi, quella logica reggeva poco. Perfino i motivi della sua clandestinità (o irreperibilità, che è cosa diversa) possono trovare spiegazione nel fatto che, disattesa la prima consegna dopo la scarcerazione del gennaio 2000, se trovato in circolazione avrebbe dovuto scontare un anno di casa di lavoro (come farà da oggi). La suggestione dei rapporti tra i suoi vecchi "tutori" bolognesi e la famiglia di Marco Biagi, inoltre, ha bisogno di altri elementi per non restare solo una suggestione. Elementi di cui finora non si ha notizia.
Insomma, verificare la posizione di un ex-terrorista già compagno di detenzione dei br irriducibili, che non ha mai rinnegato la lotta armata e di cui s'erano perse le tracce, era normale e doveroso. Ma oggi, a prescindere dai "vizi di forma", non resta che registrare un altro insuccesso delle indagini sulle "Brigate rosse per costruzione del partito comunista combattente" cominciate il 20 maggio 1999, quando fu ucciso Massimo D'Antona.
Da allora le piste imboccate da Procura di Roma, polizia e carabinieri sono state tante, però in carcere restano solo quattro irriducibili catturati negli anni Ottanta che dalla galera hanno rivendicato i delitti D'Antona e Biagi. Alessandro Geri, arrestato nel maggio 2000 con l'accusa di essere il telefonista delle Br sulla base di un percorso che fino a metà strada era oggettivo (la scheda telefonica utilizzata per firmare l'omicidio D'Antona) e poi s'è fatta indiziaria, fu scarcerato dopo undici giorni ed è stato recentemente prosciolto. Tra gli indagati per il delitto D'Antona finì l'ex-nappista graziato e riciclatosi rapinatore Giorgio Panizzari, prosciolto pure lui. Indagini e accertamenti sono stati svolti sugli ex-br Calvitti e De Luca, senza alcun risultato.
Nel maggio 2001 entrarono in cella Norberto Natali, Barbara Battista e altri aderenti a Iniziativa comunista, gruppo che secondo i carabinieri copriva un nucleo di aderenti alle nuove Br, con l'accusa di associazione sovversiva; scarcerati anche loro, per i quali la Procura ha chiesto comunque un processo dopo aver accantonato i sospetti per il delitto D'Antona. Quell'indagine partiva dalla convinzione che gli assassini del collaboratore dell'ex-ministro Bassolino (e nel marzo 2002 di Marco Biagi) provenissero dai resti dei Nuclei comunisti combattenti comparsi nei primi anni Novanta. Convinzione di cui s'è successivamente appropriata la polizia giungendo, a ottobre 2002, all'ordine di cattura per due presunti militanti della lotta armata: Nadia Desdemone Lioce e Mario Galesi, irreperibili da tempo.
Questo è venuto alla luce in quasi quattro anni di inchieste, mentre gli investigatori continuano a seguire altri filoni ancora segreti. "L'arresto di Pegna conferma che non brancoliamo nel buio", disse ancora il ministro Pisanu il 17 dicembre. C'è da augurarsi che sia vero, a parte l'arresto che da ieri non vale più.
Giovanni Bianconi

"Liberazione"
L'ex detenuto dovrà passare un anno in una casa di lavoro Un grande pasticcio Annibale Paloscia Pegna, il tribunale della libertà non riceve gli atti e dichiara decaduta l'ordinanza di custodia Il caso Pegna dopo aver fatto molto rumore e creato effimere certezze di una positiva svolta nelle indagini sulle nuove nuove Br è finito in un pasticcio. Per una serie di misteriosi errori - gli atti dell'inchiesta che ha portato al nuovo arresto di Michele Pegna non sono arrivati al tribunale del riesame, hanno preso percorsi sbagliati nei cupi corridoi dei palazzi di piazzale Clodio dove dimora la giustizia penale. Il tribunale del riesame non ha potuto fare altro che prendere atto della mancata trasmissione degli atti e dichiarare decaduta - come prevede l'articolo 309 del codice di procedura penale - l'ordinanza di custodia cautelare con la quale la gip Maria Teresa Covatta il 22 ottobre aveva rispedito in carcere l'ex detenuto di Trani per ipotetici rapporti con le nuove Br. E' una decisione che apre inquietanti interrogativi sul funzionamento della giustizia, ma che, comunque, mantiene ancora in piedi il traballante edificio accusatorio, a rischio di essere azzerato se fosse stato discusso nel merito. Pegna non torna subito in libertà: in esecuzione di un ordine del tribunale di sorveglianza di Bari deve scontare un anno di internamento nella casa dei lavoro di Sulmona per non avere adempiuto agli obblighi della libertà vigilata.
"Neppure una carta"
Che fine hanno fatto gli atti che dovevano pervenire al tribunale della libertà? Secondo l'avvocato Mario D'Alessandro, difensore di Pegna, il tribunale del riesame, presieduto dal giudice Ernesto Mineo, non ha ricevuto "neppure una carta", il che significa che non è arrivato a destinazione né il fascicolo relativo alle indagini anteriori all'emissione dell'ordinanza di custodia, né quello con gli aggiornamenti basati sulle rivelazioni fatte a fine dicembre da Maria Lobascio, una ex compagna di Pegna, e da Lorenzo Musso, un ex avvocato coinvolto in un fallito sequestro di persona. Secondo la Lobascio, Pegna dopo la scarcerazione aveva cercato di procurarsi documenti falsi; secondo Musso l'ex detenuto era andato in Corsica a prendere contatti con gli indipendentisti e aveva lasciato nelle loro mani perfino una sua fotografia. La procura non ha dato una versione ufficiale, ma attraverso "ambienti" di cancelleria ha fatto sapere che risultano "partiti" entrambi i fascicoli, il primo il 24 dicembre in doppia copia, una per la Gip e l'altra per il tribunale della libertà; il secondo, dopo l'acquisizione delle nuove testimonianze. I pubblici ministeri che si sono occupati del caso sono molto turbati, qualcuno preannuncia un ricorso in Cassazione contro il tribunale del riesame, sostenendo che avrebbe potuto rinviare la seduta invece di dichiarare decaduta l'ordinanza. Ma l'articolo 309 del codice di procedura penale è perentorio: "Se la trasmissione degli atti al tribunale del riesame non interviene entro il termine prescritto, l'ordinanza che dispone la misura coercitiva perde efficacia".
I dubbi sull'arresto
Al di là degli aspetti procedurali, l'inchiesta su Pegna sembra essere debole nelle fondamenta. Non sappiamo se questo possa avere qualche rapporto con i disguidi. Certo è che stupiva la motivazione dell'arresto così formulata nell'ordinanza della Gip Covatta: "Le indagini svolte nell'ambito più vasto degli omicidi D'Antona e Biagi sono a tutt'oggi in corso al fine di accertare l'operatività e la composizione della formazione terroristica, sicché è evidente il risvolto negativo che sul buon esito delle stesse potrebbe avere lo stato di libertà dell'indagato". Il senso è che Michele Pegna doveva tornare in carcere, perché la sua libertà poteva essere d'intralcio agli accertamenti sulle nuove Br. Una tale motivazione presupponeva che fossero certi e non ipotetici i collegamenti di Pegna con gli assassini di D'Antona e di Biagi. In verità le certezze non c'erano. E' poco credibile che le nuove Br mettessero a rischio la loro invisibilità reclutando un ex detenuto sconsiderato che, uscito dal carcere il 15 gennaio 2000, dopo aver scontato l'intera pena di 16 anni di reclusione per terrorismo, aveva fatto di tutto per destare sospetti e farsi arrestare di nuovo. Aveva violato gli obblighi della libertà vigilata, esponendosi a più gravi misure di sicurezza, come quella che gli è stata inflitta dai magistrati di Bari. Aveva sempre dichiarato, anche quando era detenuto a Trani che non rinnegava l'esperienza della lotta armata, e questo voleva dire mettersi nella lista dei sospetti appena uscito dal carcere. Forse i suoi strani comportamenti erano davvero motivati dal fatto che si sentiva non un dissociato ma "un pensionato del terrorismo", comunque a cacciarsi nei guai ci voleva poco. E' poco plausibile che si sia scoperto solo dopo due anni e mezzo che non aveva adempiuto agli obblighi della libertà vigilata ed era patibile di arresto. Lui sostiene di aver sempre lavorato in una catena di esercizi alimentari e di essersi spostato solo tra Napoli e Portici. Dopo l'emissione dell'ordine di arresto sono bastati quattro giorni per scovarlo. Se c'erano concreti sospetti sul suo conto non sarebbe stato meglio continuare pazientemente i controlli?
Una memoria mirabolante
E' un caso con troppi colpi di scena. Le testimonianze dell'ultim'ora, soprattutto quella di Lorenzo Musso, che risale al 29 dicembre, alla vigilia dell'udienza del tribunale del riesame, non sono del tutto convincenti. Questo teste deve essere in possesso di una memoria formidabile per ricordare che un volto rassomigliante a quello di Pegna compariva in una fotografia che gli fu mostrata due anni fa da un separatista corso che nel frattempo è morto. Dalle sue rivelazioni i magistrati della procura di Roma avrebbero tratto la convinzione che Pegna nella primavera del 2000 andò a prendere contatti con gli indipendisti corsi e incontrò nell'isola alcuni brigatisti rossi latitanti. E' inspiegabile il motivo per cui alcuni brigatisti si sarebbero fatti fotografare violando una regola elementare della clandestinità. In una delle foto sarebbe ritratto Alessio Casimirri, l'armiere delle Br che sequestrarono Moro, condannato all'ergastolo e riparato in Nicaragua. Si parlò tempo fa di rapporti di Casimirri, mentre era in quel Paese, con agenti del Sisde arrivati dall'Italia. Chissà quali misteri nascondono le novità che rimbalzano della Corsica? Quel poco che i magistrati fanno trapelare non è certo sufficiente a rimuovere i dubbi sul momento in emerge il nuovo scenario e sul fatto che esso dia un fondamento alle indagini su Pegna. Ci basterebbe che si facesse un po' di luce sugli omicidi D'Antona e Biagi. Ma ci sembra che lì sia ancora notte.

5 gennaio 2003 - PEGNA A SULMONA
"Il Centro"
Pegna è già a Sulmona
Il brigatista è da ieri nella casa di lavoro
Claudio Lattanzio
SULMONA. Dalle 9 di ieri è iniziato per Michele Pegna il periodo di casa di lavoro nel supercarcere di Sulmona. Un anno nel quale il presunto brigatista imparerà il mestiere di sarto, calzolaio, falegname o giardiniere.
Ma prima di essere inserito nel libro paga del ministero di Giustizia, e quindi avviato alla produzione, Pegna sarà messo in "quarantena". Il regolamento carcerario dispone che le nuove matricole debbano trascorrere un periodo di ambientamento per essere sottoposte a una serie di accertamenti psicofisici e medici. E spetterà proprio agli educatori e ai medici della struttura carceraria stabilire se il presunto terrorista sarà abile al lavoro.
Una volta superata questa fase, e prima di iniziare la sua attività lavorativa, Pegna sarà inserito in una lista di attesa: una sorta di ufficio di collocamento dove sono iscritti tutti i detenuti ammessi al lavoro. Non sarà lui a decidere il mestiere che andrà a svolgere, la scelta spetterà all'amministrazione carceraria che dovrà stabilire, anche in base alle risultanze delle visite mediche, il laboratorio nel quale lavorerà il presunto brigatista.
Alla stessa amministrazione toccherà poi stabilire l'orario di lavoro che potrà variare a seconda delle disponibilità economiche messe a disposizione dal ministero della Giustizia. La retribuzione, infine, sarà regolata dal contratto di lavoro vigente.
Subito dopo il suo arrivo nel supercarcere di Sulmona, Pegna è stato assegnato alla sezione degli internati che, attualmente, ospita circa una sessantina di reclusi. Una sezione che si distingue dalle altre perché le celle restano costantemente aperte. Gli internati, infatti, non si trovano nel classico regime detentivo, ma trattandosi di ex detenuti ritenuti socialmente pericolosi, vengono sottoposti ad una ulteriore pena accessoria prima di essere rimessi in libertà.
Michele Pegna, 43 anni, di Reggio Calabria è sospettato di aver avuto un ruolo negli omicidi D'Antona e Biagi. Le accuse a suo carico parlano di associazione sovversiva e banda armata che gli erano state contestate nell'ordinanza di custodia cautelare, emessa il 17 dicembre scorso, dal gip del Tribunale di Roma. E' stato trasferito a Sulmona dal carcere di Rebibbia, dopo che il tribunale del riesame di Roma ha dichiarato l'inefficacia della misura cautelare per un vizio di procedura.
Pegna è stato quindi trasferito a Sulmona in seguito alla notifica del provvedimento emesso dal Tribunale di Sorveglianza di Bari che prevedeva il soggiorno di un anno nella casa di lavoro peligna. La misura cautelare era stata decisa come forma di aggravamento della libertà vigilata alla quale il presunto terrorista si era sottratto dopo essere uscito dal carcere di Trani.

6 gennaio 2003 - ATTENTATO CONTRO REDAZIONE UNIONE SARDA A NUORO
ANSA:
Attentato la scorsa notte contro la sede della redazione dell' Unione sarda a Nuoro. Un ordigno e' stato fatto esplodere contro la porta vetrata del locale che ospita la redazione del quotidiano cagliaritano, in via Brigata Sassari, nel centro della citta'. La deflagrazione ha provocato gravi danni, ma non ci sono feriti. Al momento dell' esplosione, intorno a mezzanotte, giornalisti e impiegati stavano concludendo il lavoro. Sul posto sono subito accorsi Carabinieri, con una squadra di artificieri, e Polizia. L' attentato non e' stato, per il momento, rivendicato ma gli investigatori ritengono che possa essere legato alle ultime vicende di matrice pseudo-terroristica che hanno visto l' invio di lettere con proiettili e esplosivo ai sindacati e a un magistrato, firmate dai Nuclei proletari per il comunismo. Proprio ieri l' Unione sarda indicava Nuoro come possibile covo dei gruppi eversivi.

Dopo gli 'avvisi' con i due ordigni inesplosi vicino alla Prefettura e alla sede dell' Associazione degli Industriali trovati il 26 settembre 2002, in occasione della visita a Nuoro del ministro dell' Interno, gli attentatori hanno colpito davvero. Bersaglio la sede della redazione nuorese del quotidiano L' Unione Sarda. Il giornale era finito nel mirino di quelli che oggi il direttore del giornale, Roberto Casu, chiama "i nipotini sardi dei brigatisti", anche nel luglio del 2002 quando due lettere, indirizzate al quotidiano cagliaritano, erano esplose nel centro smistamento delle Poste di Peschiera Borromeo, a Milano. L' ordigno, composto da poco piu' di 200 grammi di esplosivo al plastico, forse di tipo militare, e diverso dalla comunissima polvere da cava usata per i due ordigni 'avvisi', e' esploso poco prima della mezzanotte, danneggiando gli uffici nuoresi dell' Unione sarda e delle emittenti radiotelevisive del Gruppo, Videolina e Radiolina, tutti vuoti. Nello stabile vi era solo il custode che non e' rimasto ferito. Immediate le reazioni. Casu, in un editoriale, invita i terroristi a non illudersi perche' i giornalisti non si faranno intimidire e "non cederanno al ricatto e alla vigliaccheria criminale di chi gioca a fare il piccolo rivoluzionario". Prese di posizione e solidarieta' ai giornalisti e' stata subito espressa dall' Associazione Stampa Sarda, dalla Fnsi e dall' Ordine dei Giornalisti. Il ministro dell' Interno, Giuseppe Pisanu, che domani presiedera' un vertice a Cagliari, in serata ha visitato la redazione cagliaritana del giornale. "Le forze dell' ordine non lasceranno nulla di intentato - ha assicurato il ministro - per assicurare alla giustizia i responsabili di questa troppo lunga e inquietante serie di attentati contro le istituzioni, i sindacati, la Confindustria, le banche e gli organi di informazione della Sardegna". Il sindaco di Nuoro, Mario Zidda, ha inviato telegrammi di solidarieta' al direttore Casu e alla responsabile della redazione nuorese, Alessandra Raggio. "L' attentato compiuto ieri notte contro la redazione dell' Unione Sarda - ha scritto Zidda - offende la coscienza civile dell' intera regione e ferisce pesantemente tutti i nuoresi". L' escalation della tensione era cominciata tra novembre e dicembre con una serie di episodi rivendicati dai Nuclei proletari per il comunismo. Il primo risale alla tarda serata del 13 novembre quando un ordigno era stato fatto esplodere nell' androne di un palazzo, nel centro storico di Sassari, che ospita un' agenzia della Toro Assicurazioni. L' 8 dicembre era stata presa di mira la Cisl di Olbia, con un candelotto di gelatina esploso davanti al portone del palazzo che ospita la sede territoriale del sindacato e anche dell' Apisarda. Si arriva, infine, agli ultimi giorni del 2002, quando entra in azione quello che ormai viene definito il "postino eversore". Il 28 dicembre una busta con dentro gelatina e un messaggio-rivendicazione viene lasciata nello sportello bancomat dell' agenzia di Sassari della Banca San Paolo. Il giorno dopo, una lettera con un proiettile cal. 7,62 (munizione in dotazione alle forze armate) viene recapitata al Palazzo di Giustizia di Cagliari, indirizzata al coordinatore della Direzione distrettuale Antiterrorismo (Ddat), Mario Marchetti. Passano 24 ore e una missiva, sempre con un proiettile cal. 7,62, viene ricevuta nel capoluogo dal segretario regionale della Cisl, Mario Medde. Gli arrivi di lettere con esplosivo o proiettili si interrompono per qualche giorno, per le festivita' di fine anno e per un dettaglio (insufficiente affrancatura). Riprendono il 3 gennaio con una lettera con proiettile recapitata al segretario regionale dell' Uil, Gino Mereu, e con una lettera con esplosivo trovata nel centro smistamento delle Poste di Sassari e indirizzata alla sede di Macomer di Banca Intesa. Le lettere risultano tutte spedite da Porto Torres e hanno come mittente un inesistente ma significativo (per il riferimento) studio legale Rossi, via Walter Alasia, il nome cioe' del giovane ucciso in un conflitto a fuoco il 15 dicembre del 1976 e a cui venne intitolata una delle colonne delle Br. L' intensificarsi degli episodi di matrice eversiva, intanto, ha portato all' accentuazione dei servizi di prevenzione e sorveglianza per tutta una serie di personaggi e strutture istituzionali.

7 gennaio 2003 - CASELLI: SENZA PENTITI NON AVREMMO SCONFITTO LE BR
"La Stampa"
UN PROTAGONISTA DELLA BATTAGLIA GIUDIZIARIA CONTRO IL TERRORISMO RILEGGE GLI ANNI DI PIOMBO
Senza pentiti, non avremmo vinto le Br
LA fase di contrasto del terrorismo successiva al 1977 è segnata, innanzitutto, dalla ristrutturazione (in pratica la scomparsa) dei Nuclei, facenti capo per i Carabinieri al generale Dalla Chiesa e per la Polizia al questore Santillo, che erano stati creati subito dopo il sequestro Sossi, con il conseguente venir meno dei valori fondanti di quei nuclei: centralizzazione di tutti i dati e specializzazione degli inquirenti. Un evento meramente "burocratico" come la chiusura dell'istruttoria torinese relativa ai capi storici delle Br, accusati del sequestro Sossi, fu considerato sufficiente per accantonare, nella sostanza, un metodo d'indagine che si era rivelato vincente. Per un bel po' di tempo le indagini ripresero ad annaspare, e le Br - obiettivamente - ebbero più spazio e più tempo per riorganizzarsi. Fino a realizzare quell'attacco al cuore dello Stato che fu rappresentato dalla strage degli uomini di scorta dell'on. Aldo Moro, dal sequestro di questi e poi dalla sua lunga prigionia, conclusasi con una criminale e vigliacca "esecuzione" (senza che le Br abbiano mai saputo sfruttare, come avrebbero potuto nella loro ottica delinquenziale di propaganda sovversiva e divisione del fronte politico istituzionale, gli scritti redatti da Aldo Moro durante la sua dolorosa prigionia: ricchissimi di riferimenti a fatti e uomini politici, redatti con rara intelligenza e costante controllo della situazione nonostante il dominio esercitato su di lui dai suoi carnefici). Finché il gen. Dalla Chiesa - nel frattempo chiamato a occuparsi di carceri "speciali", in grado cioè di impedire troppo facili fughe - non fu "ripescato" e nuovamente incaricato, sul finire degli anni Settanta, di dirigere un Nucleo speciale antiterrorismo ispirato ai "vecchi" moduli di organizzazione del lavoro investigativo. Intanto il processo ai capi storici delle Br, celebrato dalla Corte d'assise di Torino presieduta da Guido Barbaro con totale rispetto delle regole e della stessa identità "politica" degli imputati, si era concluso - pur fra mille vicissitudini - con giuste e severe condanne: smentendo il teorema brigatista secondo cui la lotta armata non si sarebbe mai potuta processare e incuneando nel mondo della sovversione un decisivo fattore di crisi. Destinato a lavorare in profondità sotto la spinta del clamoroso fallimento "politico" dell'operazione Moro, militarmente spietata ma incapace di produrre anche uno soltanto dei risultati non militari per cui era stata pensata (riconoscimento delle Br come soggetto politico; innesco di una situazione di guerra civile spingendo all'azione gli altri gruppi armati esistenti; frantumazione irreparabile dell'arco costituzionale fra trattativisti e linea dura...). Due potenti fattori di logoramento della sicurezza e compattezza delle Br, che facilitarono quell'isolamento politico dei terroristi cui si puntò con decisione e con successo (spazzando via, finalmente, le troppe ambiguità del passato tipo "compagni che sbagliano" o "né con lo Stato né con le Br), mediante le tante, tantissime assemblee che partiti e sindacati, scuole e parrocchie, magistrati e poliziotti, intellettuali e amministratori locali presero a organizzare per fare chiarezza sulla realtà del terrorismo. Per far comprendere a tutti che esso era ed è nemico dell'intiera società civile, non solo delle potenziali vittime di "gambizzazioni" e omicidi, in quanto pericoloso per la democrazia, per lo sviluppo e per i diritti di tutti. Venne così sempre più delineandosi, nelle Br e negli altri gruppi armati, una crisi destinata a farsi irreversibile. Che la ritrovata efficienza degli apparati di contrasto dello Stato seppe sfruttare al meglio, profittando anche delle prospettive favorevoli che il decreto Cossiga sui sequestri di persona (ponti d'oro ai collaboratori...) lasciava intravedere come estensibili a tutti i "pentiti". Si spiega così la slavina di "pentimenti" che evidenziò la crisi dei gruppi terroristici e ne causò prima la disarticolazione e poi il crollo verticale. Il carcere c'entra poco o nulla. Qui la penso diversamente da Tessandori, e i fatti - io credo - mi danno ragione, perché Peci, Sandalo e praticamente tutti gli altri che ne seguirono l'esempio decisero di collaborare subito - o quasi subito - dopo il loro arresto, prima ancora di aver davvero sperimentato la detenzione.
In realtà, a parte pochi "irriducibili", nessuno più credeva nella lotta armata e pentirsi (o dissociarsi) era ormai l'unico modo per riconoscere il proprio fallimento e cercare di uscirne col minor danno possibile. Su questa strada si riversarono in massa gli ex terroristi, senza distinzione fra proletari e piccoli borghesi, uomini di cultura marxista o di estrazione cattolica, epigoni della contestazione universitaria e nostalgici di una fantomatica "resistenza tradita". In ogni caso, senza "pentiti", senza la rivelazione da parte loro di segreti altrimenti impenetrabili, il terrorismo di quegli anni (capace di un tale stillicidio di azioni criminali da costringere il Ministero dell´Interno a calcolarne addirittura la cadenza oraria) non sarebbe stato sconfitto. E quell'ironica sufficienza nei confronti del "pentitismo" e dei suoi protagonisti che sembra fare capolino anche nella postfazione di Tessandori appare un po' stridente. In conclusione, il libro di Tessandori, venticinque anni dopo, può risultare anche più utile di quanto non sia stato in occasione della prima edizione. Grazie alla riproposizione oggi del vasto materiale documentario allora metodicamente raccolto; grazie allo scarto - concretamente misurabile - fra crimini, bollettini di guerra e risultati "politici" mai ottenuti; grazie alla constatazione della criminale sproporzione tra le utopie rivoluzionarie e la pratica fanatica degli attentati contro persone indifese, elette a simboli da abbattere con spietata ferocia; grazie a tutto ciò è facile verificare che coloro che praticano la violenza armata come metodo di lotta politica "suscitano paura, ma il loro terrorismo è senza sbocco". E queste parole di Carlo Casalegno, profetiche nel 1977, valgono oggi allo stesso modo. Oggi: che nuove, indecifrabili Br cercano di sconvolgere e intorbidare - con gli omicidi D'Antona e Biagi - il confronto sociale. Dando corpo alla tesi di quanti sostengono che il terrorismo, al di là dei proclami, è un "piatto sporco" in cui molti possono mettere le mani. Gian Carlo Caselli

7 gennaio 2003 - SARDEGNA; NUOVE BUSTE NPC CON PROIETTILE
ANSA:
Due nuove buste con proiettili calibro 7,62 indirizzate al presidente della Regione Mauro Pili e all' assessore regionale della Programmazione Italo Masala sono state ricevute stamane negli uffici della Giunta presso il Consiglio regionale, da cui sono state poi smistate nel pomeriggio alle sedi della Presidenza, cioe' Villa Devoto, e dell' assessorato in via Mameli. Pili, che e' a Roma e dovrebbe rientrare in nottata, e' stato subito subito informato, mentre Masala ha ricevuto una telefonata mentre era impegnato in un' audizione davanti alla Commissione Programmazione dell' Assemblea sarda. "Mi ha chiamato un' addetta alla segreteria - ha spiegato - e mi ha comunciato l' arrivo di una busta con uno strano rigonfiamento. Ho capito che poteva trattarsi di esplosivo o altro e ho detto di non aprirla, ma di informare subito la Polizia". Le due buste, ancora chiuse sono state quindi prese in consegna dagli artificieri e dagli esperti della Polizia scientifica, accompagnati da agenti della Digos. Le buste, affrancate con posta prioritaria, risultano imbucate - come le altre a sindacati e al Pm Marchetti - a Porto Torres e hanno sempre lo stesso mittente inesistente ma dalla simbologia chiara: studio legale Rossi, via Walter Alasia.

7 gennaio 2003 - FRANCIA: IN LIBERTA' D'AURIA, IN ATTESA ESTRADIZIONE ITALIA
ANSA:
Il medico dell'Abbe' Pierre ed ex militante di estrema sinistra italiano, Michele D'Auria, in carcere alla Sante' a Parigi in attesa di estradizione verso l'Italia, e' stato rimesso in liberta' questa sera. Lo si e' appreso da fonti giudiziarie. Condannato a nove anni in Italia, D'Auria, 45 anni, e' accusato di aver partecipato nel 1990 a quattro rapine in banche milanesi destinate a finanziare Prima Linea, ma ha sempre sostenuto la sua innocenza affermando che in quel periodo si trovava in Sudafrica. Condannato il 30 settembre 1997 a nove anni dalla Corte d'appello di Milano, e' stato arrestato il 25 febbraio scorso a Parigi dove viveva da dieci anni sotto il nome di Michele Canino. Oltre ad essere diventato il medico personale del celebre "apostolo dei diseredati', e' popolare in Francia per il suo impegno nelle operazioni umanitarie. Secondo uno degli avvocati di D'Auria, Jean-Jacques de Felice, la decisione di rimettere in liberta' l'italiano significa che il governo francese "ha definitivamente rinunciato ad estradarlo verso l'Italia". La giustizia francese aveva autorizzato l'estradizione di Michele D'Auria e il medico dell'Abbe' Pierre, in carcere, era in attesa della decisione definitiva del governo. Il 20 novembre, D'Auria aveva perso il ricorso in Cassazione con il quale aveva cercato di opporsi al parere favorevole alla sua estradizione pronunciato dalla 'Chambre d'accusation' della Corte d'appello di Parigi il 16 luglio. D'Auria non ha mai smesso di dirsi innocente, portando come prova principale i visti sul suo passaporto che dimostrerebbero che durante le rapine di cui e' accusato si trovava in Sudafrica. Ma la magistratura italiana ha ritenuto che il documento sia stato falsificato. D'Auria nega di essere un ex attivista di Prima Linea, contrariamente al fratello ucciso durante un'operazione nel 1994. L'abbe' Pierre, convinto dell'innocenza del suo medico personale, e' intervenuto personalmente con una lettera al presidente Jacques Chirac per chiedergli di intercedere. L'Abbe' Pierre, secondo i sondaggi l'uomo piu' popolare in Francia, ha anche scritto al presidente della corte di Cassazione, portandosi garante delle azioni di D'Auria nel caso fosse stato rimesso in liberta'. Secondo uno degli avvocati di D'Auria, Jean-Jacques de Felice, la decisione di rimettere in liberta' l'italiano significa che il governo francese "ha definitivamente rinunciato ad estradarlo verso l'Italia". La giustizia francese aveva autorizzato l'estradizione di Michele D'Auria e il medico dell'Abbe' Pierre, in carcere, era in attesa della decisione definitiva del governo. Il 20 novembre, D'Auria aveva perso il ricorso in Cassazione con il quale aveva cercato di opporsi al parere favorevole alla sua estradizione pronunciato dalla 'Chambre d'accusation' della Corte d'appello di Parigi il 16 luglio. D'Auria non ha mai smesso di dirsi innocente, portando come prova principale i visti sul suo passaporto che dimostrerebbero che durante le rapine di cui e' accusato si trovava in Sudafrica. Ma la magistratura italiana ha ritenuto che il documento sia stato falsificato. D'Auria nega di essere un ex attivista di Prima Linea, contrariamente al fratello ucciso durante un'operazione nel 1994. L'abbe' Pierre, convinto dell'innocenza del suo medico personale, e' intervenuto personalmente con una lettera al presidente Jacques Chirac per chiedergli di intercedere. L'Abbe' Pierre, secondo i sondaggi l'uomo piu' popolare in Francia, ha anche scritto al presidente della corte di Cassazione, portandosi garante delle azioni di D'Auria nel caso fosse stato rimesso in liberta'.

8 gennaio 2002 - LE BR E LA SARDEGNA
"La Nuova Sardegna"
Nel 1979 le Br sbarcarono nell'isola per tentare di creare la colonna sarda
Fu Antonio Savasta a tenere i contatti con Barbagia Rossa
SASSARI. Bombe, minacce, volantini di rivendicazione. Ritornano linguaggi e paure che fanno rivivere antichi fantasmi. Incubi che sembravano sepolti dal tempo. E perfino la memoria di giovani vite spezzate da sogni violenti pareva essersi persa nell'oblio. O meglio storicizzata e così consegnata a un passato ormai cristallizzato. Insomma, una stagione lontana e ormai definitivamente conclusa. E' stato lo stesso ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, a dire, nei giorni scorsi, che forse non è così.
E' stato infatti Pisanu a dire che forse i nuovi segnali eversivi arrivano anche da quel passato, da quella "stagione di piombo" consumatasi in Sardegna tra la fine degli anni Settanta e l'inzio degli anni Ottanta. Ed ecco che diventa così inevitabile pensare a Barbagia Rossa e al tentativo delle Br di costituire una colonna sarda. Certo, per adesso ci sono solo le dichiarazioni del ministro e alcune indiscrezioni filtrate dal mondo investigativo. Non è abbastanza, nel senso che potrebbe trattarsi ancora di un'ipotesi, di una pista, alla quale manca ancora il cemento della prova. Ma è indubbio che si tratta di affermazioni che impongono una seria riflessione. E anche una rivisitazione di alcuni dei capitoli più importanti di quella breve stagione violenta.
La storia scritta negli atti giudiziari fissa la data del tentativo di sbarco delle Br nell'isola e racconta anche i primi contatti tra gli emissari della direzione strategica e Barbagia Rossa.
L'idea di creare una presenza organizzata nell'isola maturò durante un campeggio a Stintino, nel luglio del 1979. Doveva essere più che altro un sopralluogo per verificare la possibilità di un assalto al supercarcere dell'Asinara, dove erano rinchiusi i capi storici delle Br, tra cui Renato Curcio e Roberto Franceschini. A quel campeggio avrebbe partecipato il gotha del terrorismo rosso dell'epoca: Moretti, Balzerani, Seghetti e Gallinari.
Il progetto apparve subito impossibile, inattuabile. Si sviluppò allora un altro progetto: creare una colonna sarda delle Br, coinvolgendo un'organizzazione autoctona come Barbagia Rossa, radicata soprattutto nel Nuorese. Sempre secondo la storia raccontata dai processi, il tramite sarebbe stato l'algherese Giuliano Deroma, che avrebbe avuto in precedenza contatti con alcuni brigatisti in carcere.
Secondo le confessioni alluvionali di Antonio Savasta, i primi incontri tra le due organizzazioni eversive sarebbero avvenuti nell'autunno del 1979. E più esattamente tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre. In principio, la delegazione delle Br era guidata Prospero Gallinari che, dopo qualche settimana, venne sostituito da Antonio Savasta.
Ed ecco come, nell'udienza del 9 maggio del maxi-processo di Cagliari, Savasta raccontò il suo approccio con la realtà sarda: "Avevamo la percezione generica, più che scientifica, di una situazione estremamente complicata: da una parte il polo chimico in crisi, dall'altra l'extra legalità".
E ancora: "In Sardegna per la prima volta incontravamo compagni che esprimevano il concetto politico di una subordinazione storica, economica e sociale a uno stato imperialista".
E proprio durante uno dei viaggi di Savasta in Sardegna si inquadra la sparatoria di Sa Janna Bassa, avvenuta nel dicembre del 1979. Una pattuglia dei carabinieri, comandata dal capitano Enrico Barisone, arrivò in un ovile nelle campagne di Orune. Scoppiò un drammatico conflitto a fuoco nel quale morirono due latitanti: Mario Bitti e Francesco Masala. Secondo il pentito Savasta, venne fatto saltare un incontro tra rappresentanti dell'eversione armata ed esponenti della malavita. Quelli che, nel linguaggio di Barbagia Rossa, erano definiti gli uomini dell'"antagonismo sociale".
Al maxi-processo di Cagliari, il 9 giugno del 1983, fu proprio uno degli imputati, Pietro Coccone, a parlare della nuova linea del "partito armato" in Sardegna: trovare interlocutori e fare campagna di proselitismo nella criminalità comune, ribattezzata appunto in quell'occasione "antagonismo sociale". E sempre in quell'udienza Coccone parlò di una campagna di stampa che li aveva "descritti come uno spinello, slegato da contraddizioni reali" e successivamente affermò: "La guerriglia è nata prima delle carceri speciali".
Quest'ultima affermazione tendeva a smentire l'interpretazione secondo la quale il terrorismo nel centro Sardegna era nato dalle spore velenose del supercarcere di Badu 'e carros, nel quale erano rinchiusi alcuni dei leader delle Br, di Prima Linea e dei Nuclei Armati Proletari. Fenomeno autonomo, quindi, e non subordinato a realtà aliene alla cultura locale.
Forse è stato davvero così. Sta di fatto però che, prima dei contatti con le Br, Barbagia Rossa si era limitata a una serie di attentati dinamitardi e incendiari. Poi, però, si verificò un salto di qualità. Come interpretare, infatti, il fatto che le Br trasferirono in Sardegna un arsenale impressionante che proveniva da un gruppo del terrorismo palestinese? Le armi vennero nascoste in una grotta a Monte Pizzinnu, nelle campagne di Lula: c'erano mitra, missili terra-aria, bazooka e una consistente quantità di esplosivo.
Ma fu soprattutto l'omicidio dell'appuntato dei carabinieri Santo Lanzafame, avvenuto la sera del 31 luglio del 1981, a far capire che il terrorismo sardo stava lievitando e crescendo. Il mitra Sterling utilizzato nell'agguato del Monte Ortobene, sembra provenisse dall'arsenale di Monte Pizzinnu.
Per quel delitto sono stati condannati all'ergastolo gli orunesi Pietro Coccone e Antonio Contena. Quel sanguinoso episodio avrebbe dovuto significare il battesimo di sangue del terrorismo barbaricino. Certo lo fu, ma fu anche la sua fine. Dopo qualche mese, infatti, Barbagia Rossa venne azzerata.
E, come in una nemesi, fu proprio Antonio Savasta il grande accusatore. L'uomo che, con le sue rivelazioni, contribuì a tradurre l'idea rivoluzionaria in Sardegna in una valanga di anni di galera. Proprio Savasta l'uomo che voleva far diventare quei ragazzi i "soldati" della colonna sarda delle Br e che li spinse verso la catastrofe.
In questi giorni il ministro Pisanu ha evocato quegli anni. Per lui, infatti, una delle tre aree eversive in attività in Sardegna affonderebbe le sue radici nel gruppo che diede vita a Barbagia Rossa. Per ora non è possibile capire su quali elementi si fondi questa convinzione e se quindi esistano tracce o indizi. Non resta che aspettare. L'importante che non si processi la storia.

8 gennaio 2003 - DOCUMENTARIO SU UCCISIONE SERANTINI
"Il Manifesto"
Franco Serantini, il tempo della vita è sempre politico
"S'era tutti sovversivi". Il documentario di Giacomo Verde, distribuito da "A-rivista anarchica", racconta la storia del ragazzo ucciso dalla polizia a Pisa nel 1970
GIOVANNA BOURSIER
"Insomma, s'era tutti sovversivi, rispetto all'Italia d'allora": ha fatto bene il regista Giacomo Verde a scegliere questa dichiarazione d'intenti, fatta da un'amica di Franco Serantini, per dare il titolo al video che racconta la vita e la morte dell'anarchico ucciso dalla polizia a Pisa, trent'anni fa. Il documentario ci racconta i tanti modi di essere sovversivi, dalla vita quotidiana - la musica, i consumi, le letture - all'impegno politico - che allora si misurava sulla strada come nelle sedi, in un impegno totale che mescolava pratica pubblica e vita privata, senza far diventare una professione la prima e senza alienare gli interessi personali della seconda. In un'ora di testimonianze raccolte oggi e documenti d'epoca scorre un'Italia che appare mille anni lontana da quella odierna, anche se pure emergono i fili di una continuità per capire come tutto sia cambiato per non cambiare nulla nel potere, nella violenza, nell'oppressione. E persino quei ragazzi invecchiati di trent'anni che raccontano il loro essere sovversivi e il "loro Franco", alla fine, non sono, nei desideri e nei problemi, così distanti dai loro omologhi del XXI° secolo che si ritrovano a Seattle come a Genova, in una fabbrica minacciata dai licenziamenti come in un call-center ad alto tasso d'alienazione; fascino e mistero della storia e della sua memoria.
Il contesto in cui vive e muore Franco Serantini è quello di un'Italia che si arrovella negli squilibri sociali e nella modernità che si porta dentro la mina del proprio peccato originario, quello di una classe dirigente gretta, bigotta, che diventa feroce quando si sente tremare la terra sotto i piedi. Un'intera generazione - con tutte le fratture culturali e politiche che l'attraversavano - cercò di praticare la sovversione - anche nella vita quotidiana - e di preparare il cambiamento (alcuni la chiamavano rivoluzione, altri riforma, ma erano quasi solo delle sfumature): le venne impedito, con la forza e lì iniziarono le tragedie, le scelte suicide, le sconfitte. Che furono personali e collettive.
Anche Serantini scelse il suo modo d'essere sovversivo, quello di un "figlio di nessuno", di un ragazzo nato a Cagliari e abbandonato in fasce al brefotrofio, adottato all'età di due anni per poi ritornare in un'istituto dopo la morte della nuova madre; e, poi, il riformatorio, in un regime di semilibertà che gli lascia il tempo solo per lo studio. L'incontro con la politica - prima Lotta continua, poi gli anarchici - avviene quasi naturalmente, nell'Italia di allora. E inizia una nuova vita, fatta di discussioni, della "sede" dove ci si ritrova sempre, del tempo scandito dai ritmi del movimento: riunioni, volantini, cortei, assemblee. L'incontro con gli operai della Saint Gobain minacciati di licenziamento, i "mercatini rossi" al quartiere Cep per dimostrare che i generi alimentari possono costare molto meno di quanto li fa pagare il supermercato o il bottegaio: ogni cosa fa dire che il mercato è una truffa.
Corse frenetiche, senza respiro. Tutto il tempo della vita è tempo della politica, perché tutta la vita è politica, anche gli spazi privati, quelli riempiti dalle letture per capire, dai confronti con le vecchie generazioni, a Pisa con la "memoria anarchica", lì ancora fortissima. E su questo le mannaie dello stato, l'esplosione della strategia della tensione, la perdita dell'innocenza, alla Bussola dove la polizia spara per "difendere il capodanno dei ricchi", come a piazza Fontana. Agire propositivo e agire oppositivo si mescolano e costruiscono una cultura: vendere le verdure nei quartieri di periferia, occupare le case o diffondere il proprio giornale sono in continuità con uno sciopero, la protesta contro la strage di stato, gli scontri con i fascisti. È un fiume unico e inarrestabile - o, almeno, così sembrava essere - che solo a tratti s'interrompe, quando cala addosso al movimento la violenza dello stato. Quella che stronca Serantini. Il 5 maggio del 1972 a Pisa arriva il missino Giuseppe Niccolai, per un comizio elettorale. Lotta continua e gli anarchici organizzano la contestazione - "non deve parlare" - una delle tante degli anni `70. Ma questa volta non è come le altre: sul Lungarno la polizia carica, Franco Serantini si trova isolato, cade sotto le botte dei celerini, lo lasciano lì a terra, come uno straccio vecchio. Poi lo portano via, in questura, al carcere don Bosco. Viene interrogato, dice di star male, ma il giudice non considera "serio" quel suo malessere. Cade in coma, ma rimane abbandonato nella sua cella e quando lo portano al pronto soccorso del carcere, muore quasi subito. È il 7 maggio `72. Due giorni dopo viene sepolto.
Le indagini sulla sua morte non daranno alcun esito, nessuno verrà giudicato né condannato. Corrado Stajano scriverà un bel libro (Il sovversivo, Einaudi), la memoria di Serantini rimarrà viva a lungo e non solo a Pisa; almeno fino a quando il buio degli anni `80 cercerà di avvolgere tutto e rimuovere quel modo d'essere, quello di un ragazzo mite, un po' miope, studente e lavoratore precario, donatore di sangue, anarchico: "figlio di nessuno", come dice la lapide che lo ricorda. S'era tutti sovversivi, il bel video di Giacomo Verde - prodotto e distribuito dalla Biblioteca Franco Serantini e da "A-rivista anarchica" (tel.02/2896627, e-mail. arivista@tin.it), 15 euro - ne raccoglie la memoria e aiuta a capire il suo tempo. Senza nostalgia, per comprendere le ricchezze stroncate assieme ai limiti, alle ingenuità e agli errori che altri hanno saputo ben usare.

8 gennaio 2003 - FRANCIA: GOVERNO HA NEGATO ESTRADIZIONE D'AURIA, LE MONDE
ANSA:
Il governo francese di Jean-Pierre Raffarin ha negato l'estradizione in Italia a Michele D'Auria, il medico dell'Abbe' Pierre condannato dalla Corte d'Appello di Milano a nove anni per rapine a favore di Prima Linea. Lo scrive oggi il quotidiano Le Monde citando fonti del ministero della Giustizia. ''Il governo - dicono fonti del ministero della giustizia francese citate dal quotidiano - ha deciso di non estradare Michele D'Auria tenendo conto degli argomenti dell'Abbe' Pierre''. D'Auria e' stato rimesso in liberta' ieri pomeriggio ed ha lasciato il carcere parigino della Sante', dove era rinchiuso dopo il parere favorevole all'estradizione da parte della Cassazione francese. L'abate, detto l'apostolo dei diseredati, e' - a 90 anni compiuti - da molti anni l'uomo piu' popolare di Francia. D'Auria, 45 anni, e' da 10 anni il suo medico personale, e lo ha seguito sempre come un'ombra sotto il falso nome di Michele Canino. Il presunto fiancheggiatore di Prima Linea nel 1990 ha sempre sostenuto la sua innocenza affermando che nel periodo
delle rapine si trovava in Sudafrica. Condannato il 30 settembre 1997 a nove anni dalla Corte d'appello di Milano per quattro rapine a mano armata, era stato arrestato il 25 febbraio scorso a Parigi, dove da 10 anni e' popolare oltre che per essere il medico dell'Abbe' Pierre anche per numerose iniziative umanitarie. Il 20 novembre, D'Auria aveva perso il ricorso in Cassazione con il quale aveva cercato di opporsi al parere favorevole alla sua estradizione pronunciato dalla 'Chambre d'accusation' della Corte d'appello di Parigi il 16 luglio. D'Auria, insistendo nella sua innocenza, ha portato come prove i visti sul suo passaporto che dimostrerebbero che durante le rapine di cui e' accusato si trovava in Sudafrica. Ma la magistratura italiana ha ritenuto che il documento sia stato falsificato. D'Auria nega di essere un ex attivista di Prima Linea, contrariamente al fratello Lucio, rimasto ucciso nel 1994 durante un'azione. L'abbe' Pierre, convinto dell'innocenza del suo medico personale, e' intervenuto personalmente con una lettera al presidente Jacques Chirac per chiedergli di intercedere ma secondo Le Monde ha parlato direttamente in favore di D'Auria anche con il premier Raffarin. Al ministero si sottolinea che la decisione e' in sintonia con il proposito espresso dal ministro della Giustizia, Dominique Perben, di esaminare ''caso per caso'' le domande di estradizione degli ex militanti di estrema sinistra italiani rifugiati in Francia: ''e' un approccio umano e individuale - si precisa al ministero - ma non pregiudica le altre domande che sono in corso di esame''.

8 gennaio 2003 - IN SARDEGNA ALTRE LETTERE-PROIETTILE E VOLANTINO NTA
ANSA:
Imperversa ancora il "postino-eversore", con l' arrivo di nuove lettere con proiettile (sono ormai otto), tutte firmate da Nuclei proletari per il comunismo. Ma intanto si affaccia sulla scena sarda anche un altro gruppo eversivo, i Nuclei territoriali antimperialisti, che inviano un volantino programmatico all' Unione sarda che pare identico a quello giunto al Piccolo di Trieste. L' arrivo delle lettere con proiettili cal. 7,62 (tutte risultano finora spedite lo stesso giorno, il 27 dicembre e una sola con affrancatura sottodimensionata) si sussegue ormai con cadenza, tanto da provocare un po' di sconcerto ma anche reazioni che tendono a sdrammatizzare la vicenda ("Non ho ancora ricevuto nulla" e' la battuta che fanno diversi assessori, dirigenti sindacali o industriali). Nessuno pero' sottovaluta la situazione, come ha sottolineato il prefetto di Cagliari Efisio Orru' recatosi nel pomeriggio, insieme al questore Antonio Pitea a Villa Devoto, sede della presidenza della Regione. A Mauro Pili i due responsabili dell' Ordine pubblico hanno espresso la massima solidarieta', dopo la lettera ricevuta ieri, ma l' incontro - gia' programmato - e' servito soprattutto, per fare il punto sul progetto sicurezza per il mezzogiorno previsto nel protocollo siglato di recente dal presidente del Consiglio Berlusconi e dal ministro degli Interni Pisanu. Pili, come aveva gia' fatto ieri il ministro degli Interni, ha anche escluso un possibile collegamento tra il malessere sociale che da tempo investe la Sardegna (una delle regioni con il piu' alto tasso di disoccupazione) e i gravi atti intimidatori di questi giorni."I giovani - ha rilevato - chiedono lavoro e non allarme sociale". In serata poi, come detto, e' giunta all' Unione sarda la lettera col volantino programmatico dei Nuclei territoriali antimperialisti, un gruppo che si e' segnalato in passato per alcune azioni nel Veneto e in Friuli, compresi atti dimostrativi nella zona della base Nato di Aviano. Questo gruppo di matrice ideologica antimilitarista non avrebbe collegamenti con i Nuclei proletari per il comunismo e l' "aggancio" con la Sardegna sarebbe il dibattito che si riaccende periodicamente nell' isola sull' eccessiva presenza di servitu' militari. In questa ottica rientrerebbero voci che si erano diffuse qualche tempo fa e avevano portato all' intensificazione della vigilanza intorno alla sede dell' Ammiragliato e al deposito militare di monte Urpino a Cagliari. L' arrivo del volantino dei Nta sembra, comunque, rafforzare l' ipotesi sulla quale gli esperti stanno lavorando da qualche tempo. E, cioe', i collegamenti - sottolineati dallo stesso ministro Pisanu - tra elementi sardi che hanno avuto in passato esperienze di tipo eversivo e frange terroristiche italiane e straniere (si guarda in particolare a movimenti anarco-rivoluzionari corsi, greci). Tra i fautori di un maggiore allarmismo vi e' poi l' impressione che la Sardegna possa diventare un crocevia di contatti con altri gruppi che ruotano intorno all' eversione internazionale e si teme che l' isola possa trasformarsi i una sorta di "laboratorio" per aggregazioni tra sigle eversive di diversa estrazione (insurrezionalista, marxista, separatista) con infiltrazioni anche della criminalita' comune.

8 gennaio 2003 - PEGNA; RIESAME CONFERMA MANCATA TRASMISSIONE ATTI
ANSA:
Mancata trasmissione degli atti compiuti prima dell' emissione dell' ordinanza di custodia cautelare riguardante Michele Pegna (22 ottobre 2002) e della trascrizione del verbale di interrogatorio del 20 dicembre successivo. Le motivazioni del tribunale del riesame di Roma sulla scarcerazione del presunto Br, decisa il 2 gennaio scorso, confermano le indiscrezioni circolate subito dopo la decisione dei giudici romani. Nelle cinque pagine di motivi firmate dal presidente del collegio Ernesto Mineo e dal giudice estensore Vifredo Marziani, si afferma che la trasmissione al tribunale degli atti da parte del pm, in vista dell' esame della richiesta di revoca della misura restrittiva, e ' avvenuta in tre occasioni: 23, 30 e 31 dicembre, man mano che gli inquirenti acquisivano altri atti come le dichiarazioni di Maria Lobascio, ex convivente di Pegna. Il tribunale rileva "l' avvenuta trasmissione di elementi, di indagine e non, tutti raccolti o addirittura espletati - si legge nelle motivazioni - in epoca successiva al 22 ottobre 2002, ovverosia in un momento susseguente alla data di adozione del gravato provvedimento applicativo oggetto del riesame". Allo stesso tempo si sottolinea "del tutto pacificamente" la "mancata trasmissione di tutti gli elementi valutativi di indagine acquisiti ed espletati in epoca precedente il 22 ottobre e che, al contrario, risultano invece in concreto utilizzati dal gip e da questi posti a fondamento della motivazione dell' ordinanza". Quanto al verbale dell' interrogatorio tenuto da Pegna davanti al gip Maria Teresa Covatta, il tribunale del riesame osserva che il documento finito nelle sue mani riporta "esclusivamente la dichiarazione dell' indagato 'Intendo rispondere' seguita dall' annotazione 'si da' atto che si procede a registrazione"'. Per i giudici tale verbale "cosi' confezionato non puo' neppure qualificarsi come verbale redatto in forma riassuntiva perche' carente dei contenuti minimi di forma richiesti dalla legge, ma soprattutto non risulta neppure assistito dall' ulteriore necessaria integrale trasmissione dell' atto stesso registrato". Mentre Pegna si trova a Sulmona per scontare un anno di casa lavoro, i pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti dovranno ora valutare le motivazioni che hanno determinato la scarcerazione dell' uomo accusato di far parte delle Br. Sicuramente ricorreranno per Cassazione contro la decisione del tribunale della liberta'.

9 gennaio 2003 - TERRORISMO: VESPA INTERVISTA PISANU
"Panorama"
"Quei terroristi così normali"
di Bruno Vespa
Si muovono nell'area delle manifestazioni, diffondono le loro idee usando libri o siti web. Ritratto dei nuovi brigatisti, visti dal responsabile del Viminale. Che dice la sua anche su pentiti, poliziotti di quartiere, fondamentalisti islamici
"Lei mi chiede se può capitarci di incontrare in strada o in un ufficio esponenti del nuovo terrorismo italiano. Le rispondo che non posso escluderlo: tra loro ci sono naturalmente dei clandestini, ma la maggior parte conduce una vita normale. Alcuni preferiscono non farsi notare, altri invece si muovono nell'area antagonista delle manifestazioni pubbliche e sostengono apertamente le loro idee anche con un'intensa attività editoriale".
Giuseppe Pisanu, sardo di Ittiri (Ss), 66 anni, è ministro dell'Interno dal 3 luglio 2002
Ministro dell'Interno da sei mesi, unico esponente del governo Berlusconi che non sia mai stato attaccato dall'opposizione, Beppe Pisanu si apre a tutto campo nella sua prima intervista.
La conversazione parte dal terrorismo per due ragioni. Pisanu è sardo e l'ultima firma il terrorismo l'ha messa con un attentato alla redazione nuorese della Unione Sarda nella notte dell'Epifania e spedendo per posta proiettili al presidente della Regione e ad altri esponenti locali.
La seconda ragione il ministro l'ha appesa alla parete dietro la sua scrivania: la memorabile lettera scritta da Paolo VI agli "uomini delle Brigate rosse" durante il sequestro Moro.
Pisanu era un importante dirigente democristiano e mi confida che "quella lettera rappresentò il primo spiraglio di luce dopo settimane di buio". Allora lo Stato era del tutto impreparato a fronteggiare il terrorismo, ma ricordo al ministro che non trascorsero oltre tre anni senza che si incarcerassero brigatisti, come accade oggi dopo i delitti D'Antona e Biagi.
"La grossa differenza con la prima stagione del terrorismo" risponde Pisanu "è che dopo la loro storica sconfitta le Brigate rosse si sono completamente destrutturate. Non ci sono più un'organizzazione e una catena di comando, i covi tradizionali sono stati sostituiti da covi telematici nei quali ci si incontra senza muoversi dalla propria abitazione o dall'ufficio. Persone fisicamente lontane possono concordare rapidamente i dettagli dell'azione da compiere e sciogliersi subito dopo".
Come va interpretato in questo quadro il nuovo terrorismo sardo?
I filoni principali sono due, che si richiamano direttamente al terrorismo nazionale e internazionale: gli anarco-insurrezionalisti che hanno da tempo una presenza consistente nell'isola e un gruppo marxista-leninista erede della vecchia colonna sarda delle Br. A essi si aggiunge certamente una componente locale indipendentista.
È quest'ultima il valore aggiunto che ha reso il terrorismo sardo particolarmente attivo negli ultimi tempi?
Un filone ribellista e indipendentista in Sardegna c'è sempre stato. Può darsi che il ricorso alla violenza abbia suggestionato componenti indipendentiste deluse dalle ripetute sconfitte elettorali. Può darsi, come è accaduto altre volte in passato, penso a Matteo Boe, che elementi della criminalità comune politicizzati in carcere e fuori dal carcere si siano uniti ai delusi dell'indipendentismo e del ribellismo.
Quali sono i contatti nazionali e internazionali dei terroristi sardi?
La loro spinta ideologica è certamente molto vicina a quella che si registra altrove. Gli anarco-insurrezionalisti sardi, per esempio, occupano un posto di tutto rilievo nel contesto nazionale e hanno saldi legami con i greci e gli spagnoli.
Qualche legame con gli assassini di D'Antona e di Biagi?
Penso di no. Anche se la Corsica è vicina e in quella regione i separatisti locali hanno avuto molte occasioni di incontro non solo con i loro colleghi sardi, ma anche con elementi diversi del terrorismo italiano. Non vorrei tuttavia ridurre il terrorismo alla componente anarco-insurrezionalista. I gruppi più pericolosi sono costituiti dai focolai ancora non spenti delle Brigate rosse e dei loro eredi come i Nuclei territoriali antimperialisti (Nta) e i Nuclei combattenti per il comunismo (Ncc). Cinque delle sette organizzazioni di estrema sinistra sono direttamente riconducibili alle Brigate rosse. Aggiungo che i brigatisti in carcere hanno avuto una forte influenza sugli omicidi di Biagi e D'Antona.
Siete sulla strada giusta per arrivare ai responsabili di questi attentati?
Sull'anarco-insurrezionalismo le indagini sono abbastanza avanzate. Sono in corso due importanti processi a Roma (covo scoperto sulla Cristoforo Colombo) e a Milano (68 imputati di cui alcuni sardi). Sugli omicidi di Biagi e D'Antona, che sono ascrivibili ad altre componenti, ripeto quel che ho già detto: non brancoliamo più nel buio.
Dicevamo all'inizio che i sospetti terroristi partecipano a manifestazioni e svolgono un'intensa attività editoriale. Qualche dettaglio?
Per esempio gli anarco-insurrezionalisti fanno propaganda attraverso siti web (Anarkism) e molte riviste (Cane nero, ProvocAzione) e manuali come quello dell'Anarchico esplosivista, pubblicato nel 1996 da una sedicente casa editrice James Banf, espressamente dedicato "A chiunque sia interessato ad attaccare lo Stato sia attraverso le istituzioni sia attraverso le persone fisiche che lo rappresentano". In cinque capitoli c'è il vademecum con tutti i metodi per preparare lettere incendiarie e vari tipi di ordigni.
Mercoledì 8 gennaio la procura della Repubblica di Genova ha pubblicato una inserzione a pagamento sul "Secolo XIX" per facilitare la ricerca di possibili capi dei black bloc. La sinistra vi accusa di averli lasciati liberi di agire e di esserveli fatti scappare. Avete rinunciato a prenderli?
Non mi pare corretto parlare di fatti specifici che sono ancora all'esame della magistratura. Posso soltanto dirle che non abbiamo mai smesso di cercare i black bloc e che stiamo esaminando una quantità enorme di materiali anche fotografici.
A proposito di Genova, diventano sempre più inquietanti i dettagli su quel che accadde nella scuola Diaz.
Nessuno qui al Viminale è disposto a chiudere gli occhi dinanzi a eventuali responsabilità accertare dalla magistratura. Quello delle forze dell'ordine è un corpo sano di sicura fede democratica. È perciò in grado di riconoscere tranquillamente se al proprio interno sono stati commessi degli errori e di porvi rimedio. Peraltro, la Polizia di Stato ha già dimostrato a Firenze e in una lunghissima serie di manifestazioni ad alto rischio di aver ben appreso la dura lezione genovese del G8.
I venti di guerra ripropongono i rischi che il terrorismo internazionale tocchi anche l'Italia.
In Italia c'è una rilevante presenza di terroristi fondamentalisti islamici che sembrano avere più spiccata funzione logistica, ma sono comunque inseriti in una rete europea e intercontinentale. Finora li abbiamo fronteggiati efficacemente arrestando dopo l'11 settembre 116 sospetti terroristi e colpendo importanti centri di finanziamento.
Come va la collaborazione con gli americani?
Incontrerò nei prossimi giorni il mio collega John Ashcroft. La particolare efficienza del governo Berlusconi è stata riconosciuta dal dipartimento di Stato Usa nel suo documento Patterns of global terrorism, in cui si esprime grande apprezzamento nei nostri confronti.
Che cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?
Dipende molto dall'evoluzione del quadro internazionale.
Cioè dal rischio di guerra con l'Iraq.
La guerra è l'ultima soluzione. La penultima è "mostrare la bandiera", cioè ostentare la forza per indurre l'avversario a miti consigli. Spero che basti la penultima soluzione.
Torniamo in Italia: non le sembra che la gestione dei pentiti offra di nuovo qualche motivo di perplessità?
Più che di gestione dei pentiti, sarebbe forse più giusto parlare della loro gestibilità. Credo sia difficile anche per il più avveduto dei magistrati individuare le reali intenzioni del pentito. E credo che ogni pentito abbia la naturale inclinazione a tutelare se stesso.
Ma le pare possibile che la vita pubblica italiana sia legata agli improvvisi ricordi, reali e più spesso fantasiosi, dei mafiosi che decidono di parlare?
No, assolutamente no. Le dichiarazioni dei pentiti, quelle regolari e quelle estemporanee, vanno comunque sottoposte al vaglio dei riscontri più rigorosi e scartate dinanzi all'emergere del minimo dubbio.
Il governo ha aperto l'anno con il poliziotto di quartiere e la sinistra vi ha accusato di esservi messi una inutile piuma sul cappello...
È un esperimento appena avviato che nei prossimi mesi interesserà fino a 1.500 operatori, ed entro l'anno si andrà a regime. Quando parliamo di quartiere, ci riferiamo a un'area di circa 10 mila abitanti. I primi risultati sono assolutamente positivi. Il poliziotto armato di pistola e computer in grado di fornire risposte immediate ai cittadini non è, d'altra parte, la sola espressione della polizia di prossimità e cioè di professionisti della sicurezza che siano in grado di raccogliere immediatamente preoccupazioni e suggerimenti dai cittadini, facendo così buona prevenzione.
Se la sente, in coscienza, di sostenere che nell'ultimo anno l'Italia è diventato un Paese più sicuro?
Come ha ricordato il presidente Silvio Berlusconi, tutti gli indicatori reali sono positivi: gli omicidi si sono ridotti quasi del 5 per cento, i furti e le rapine in abitazione di quasi il 10, i sequestri di stupefacenti sono aumentati dell'11 per cento, i morti per droga sono scesi da 917 a 603. Ma mi lasci dire che è aumentata anche la percezione dei cittadini che le cose stanno migliorando.
La gente, insomma, si sente più sicura.

9 gennaio 2003 - TERRORISMO; LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA
"Il Corriere della sera"
risponde Paolo Mieli
Delitti Br, vecchi terroristi e rischi d'abbaglio
A proposito della scarcerazione dell'ex di "Prima linea" Michele Pegna, che in un primo tempo era stato ritenuto coinvolto o forse qualcosa di più nell'uccisione di Marco Biagi, Giovanni Bianconi sul Corriere ha scritto che "non si può scartare la possibilità che Pegna con le Br, che sono tornate ad uccidere, non c'entri granché". E ha elencato tutta una serie di casi - Alessandro Geri, Giorgio Panizzari, Norberto Natali, Barbara Battista, Nadia Desdemone Lioce, Mario Galesi - di sospettati per i più recenti delitti del terrorismo rosso che poi si sono rivelati innocenti, quantomeno per quel che concerne quei fatti di sangue.
Mi domando, a questo punto, con quale criterio siano state mosse le accuse iniziali.
Graziella Meloni
Milano
Cara signora Meloni, anch'io sono rimasto molto impressionato dalla lettura dell'articolo di Giovanni Bianconi su Michele Pegna. E ne ho tratto, come lei, la convinzione che in quel tipo di indagini c'è qualcosa che non va. Cosa? Difficile dirlo. Ma molto probabilmente siamo vittime - tutti noi, osservatori e investigatori - di un'eccessiva sovrapposizione nelle nostre menti tra i due terrorismi, quello di venti o trent'anni fa e quello di oggi. Sovrapposizione dovuta anche all'ascolto che diamo ai "protagonisti" della passata stagione di sangue. Tempo fa, sul Sole 24 Ore , Andrea Casalegno prima e Salvatore Carrubba poi hanno sollevato il tema del "disinvolto utilizzo massmediologico dei vecchi Br, periodicamente (ahinoi!) estratti dall'oblìo per dire la loro sulla propria esperienza e, soprattutto, su quella dei loro lugubri seguaci". Casalegno - figlio del vicedirettore della Stampa ucciso dai brigatisti - ha fatto tra l'altro notare che "ogni intervista concessa da ex terroristi si è tradotta più o meno surrettiziamente in un'apologia del loro passato sanguinario". Marco Barbone, capo del commando che il 28 marzo del 1980 trucidò Walter Tobagi, nel marzo del 2002 ha dichiarato al Giornale : "Il linguaggio dei brigatisti è perfettamente omologo a quello delle frange operaiste del sindacato; i girotondini costituiscono, piaccia o no, il milieu culturale al cui interno una scelta sciagurata come la lotta armata trova appoggio, silenzio, conformismo omertoso di stampo mafioso". L' Unità ha commentato: "Il signore sì che se ne intende". Anch'io sono convinto che quello di dar retta ad ex brigatisti o consimili, trattandoli da oracoli, non è un buon modo per venire a capo del terrorismo di oggi. Non perché siano cattive persone, in malafede, ma per il fatto che il loro più che evidente intento autoapologetico, anziché chiarirci qualcosa, ci confonde le idee. Più si mettono assieme faccende tra loro diverse, più ci si allontana dal punto focale della questione e si corre il rischio di prendere abbagli. Ciò che è parso evidente allorché Alessandro Geri prima e Michele Pegna poi sono stati implicati nelle uccisioni, rispettivamente, di Massimo D'Antona e Marco Biagi. I due non avevano niente a che fare con quei delitti ed è stata davvero imbarazzante la manifestazione di deficit culturale degli investigatori che è emersa quando furono resi noti indizi e "prove" a loro carico: erano vicini di casa di..., i figli andavano nella stessa scuola di..., è assai somigliante a...
Sì, c'è un problema di deficit culturale. A causa del quale, ha scritto giustamente Luigi Manconi, gli investigatori e spesso anche i giornalisti si mostrano incapaci "di distinguere con pazienza e precisione, di discernere tra opinioni e azioni, di disaggregare fenomeni diversi all'interno di aree affini (o che tali appaiono)" e per altro verso cercano di "sopperire alla debolezza dell'investigazione con gli stereotipi del "discorso generale"". Giusto. Credo che a questo punto, se vogliamo aver ragione di quel che si muove sul fronte del terrorismo, si dovrebbero lasciar perdere i vecchi terroristi, gli episodi di sangue non andrebbero considerati come ultime manifestazioni di un tempo che fu e ci si dovrebbe mettere nello spirito di chi ricomincia daccapo. Con la mente sgombra, come se avessimo a che fare con un fenomeno assolutamente nuovo. Anche perché, molto probabilmente, proprio di questo si tratta.

9 gennaio 2003 - MINACCE A MAGISTRATI
"Il Piccolo"
Minacce a magistrati triestini e veneti. Documento simile e lettere-proiettile in Sardegna
TRIESTE - Un volantino con la scritta Nuclei territoriali antimperialisti e con il disegno di una stella a cinque punte è stato recapitato ieri, per posta prioritaria, al nostro giornale. Il volantino, che rivendica come proprio degli Nta "l'intero portato storico, politico e militare delle Br e delle Br-Pcc", è al vaglio degli investigatori della Digos di Trieste. Il volantino è simile a quello inviato alla redazione di Cagliari dell'Unione Sarda (dove domenica notte è esploso un ordigno) e ad altre missive in cui sono stati inseriti proiettili. Al volantino recapitato al "Piccolo" (che fa tra l'altro riferimento all'azione dimostrativa contro l'Ince di Trieste, ai delitti D'Antona e Biagi, e ai "Lavori della Direzione strategica allargata Nta" che si sarebbe svolta il 26 dicembre scorso) è allegato un foglio nel quale sono rivolte minacce ad alcuni magistrati del Triveneto.
Spedita per posta prioritaria alla redazione del "Piccolo" una lettera firmata dai Nuclei territoriali antimperialisti
Le nuove Br ricompaiono a Trieste
Nel volantino minacce a giudici della regione e veneti. Sul caso indaga la Digos
TRIESTE - I terroristi rossi salutano, in modo macabro, l'anno nuovo da Trieste. Lo fanno con un documento firmato dai Nuclei territoriali antimperialisti e inviato al "Piccolo" tramite posta prioritaria nel quale, tra l'altro, con vile cinismo rivendicano la valenza delle "azioni compiutamente rivoluzionarie contro i parassiti D'Antona e Biagi", fanno riferimento in modo chiaramente minaccioso a "9 inchieste terminate che passano a cellule e operativi per esecuzioni" e inviano imprecisati "saluti" a tre magistrati, esplicitamente citati con il cognome, delle procure di Trieste, Pordenone e Verona.
E' un documento sul quale gli investigatori non nascondono alcune perplessità, anche se l'esame da parte degli uomini della Digos di Trieste e degli esperti antiterrorismo dell'Ucigos non è concluso. Fanno riflettere in particolare l'intestazione Nuclei territoriali antimperialisti con la stella a cinque punte inserita nel cerchio che sarebbero esageratemente schiacciate, il fatto che la testata sia stata chiaramente fotocopiata sopra il testo, la formula dei "saluti" ai magistrati. Ancora, forse per accreditarsi, i terroristi elencano le componenti dell'ordigno rudimentale fatto esplodere nel settembre 2000 dinanzi alla sede del segretariato dell'Ince (Iniziativa centroeuropea) in via Genova, a Trieste. Si fa riferimento a una torcia Energizer, sacchetti Pvc con benzina e polistirolo e polvere nera. Ma in particolare la torcia Energizer nell'occasione non sarebbe stata utilizzata. Questo riferimento e le minacce più terribili sono contenuti in un foglio stranamente allegato.
In linea con l'attuale "evoluzione" dei gruppi che si muovono nell'orbita del rinato partito comunista combattente sono invece il linguaggio e le argomentazioni usati nel documento che oltretutto fa riferimento ai "lavori della Direzione strategica allargata degli Nta" che si sarebbe riunita il 26 dicembre mentre la gente festeggiava il Natale. Sono le considerazioni che, al contrario, fornirebbero connotati di autenticità al documento avvalorando l'ipotesi della presenza di una cellula dei Nuclei territoriali antimperialisti all'interno della stessa città di Trieste, ipotesi fatta balenare nei mesi scorsi dalle stesse fonti investigative.
Nel documento si fa anche riferimento al "vittorioso attacco della rivoluzione antimperialista e antisionista contro gli insulsi totem del potere americano nel settembre 2001" ripalesando quell'unità perlomeno di intenti tra terrorismo italiano e terrorismo islamico sulla quale c'è già stata la messa in guardia da parte dei nostri servizi segreti. "Nelle azioni compiutamente rivoluzionarie contro i parassiti D'Antona e Biagi, così come nelle altre offensive dispiegate dal movimento rivoluzionario, dagli attacchi allo Iai e alla Commissione scioperi, a quelle recenti dei compagni toscani e sardi fino a quelli contro la questura di Genova - sostengono gli Nta - si ricompone e riqualifica, nell'unione del politico al militare, l'oggettività rivoluzionaria contro santi e santuari di Stato e imperialismo."
Nel volantino gli Nta rivendicano "ancora una volta come proprio l'intero portato storico, politico e militare delle Br e delle Br-Pcc" e nel foglio allegato riportano anche le frasi "Piombo su piombo" e "Solidarietà al compagno di Mestre erroneamente indagato come appartenente alla nostra organizzazione". Questa nuova inchiesta sui Nuclei territoriali antimperialista è condotta dal sostituto procuratore Luca Fadda.
Silvio Maranzana

Documento dei Nta anche all'Unione sarda di Cagliari
TRIESTE - In serata un documento programmatico dei Nuclei territoriali antimperialisti, molto simile a quello già spedito al "Piccolo", è stato inviato anche alla redazione di Cagliari dell' Unione sarda. La notizia è stata confermata dal direttore del quotidiano, Roberto Casu, il quale ha precisato che nel volantino non compare alcuna rivendicazione dell'attentato compiuto domenica notte ai danni della redazione di Nuoro dell'Unione sarda. Il documento è stato inviato a Cagliari con posta prioritaria dal centro di smistamento postale di Peschiera Borromeo, nel Milanese, lo stesso dove esplosero due lettere bomba indirizzate sempre al quotidiano sardo.
Casu ha parlato di un legame tra "le centrali nazionali della nuova eversione e quelle sarde". In realtà mentre varie sigle del nuovo terrorismo operano frequentemente in altre zone d'Italia, gli Nta hanno il fulcro della propria azione nel Friuli Venezia Giulia. L'esordio è avvenuto nel dicembre '95 a Sacile dove fu fatto trovare un volantino firmato dai Nuclei territoriali antimperialisti affiancata dalla stella a cinque punte delle Brigate rosse. Tra i primi attentati, l'incendio dell'automobile di un sergente statunitense in servizio alla base Usaf di Aviano in occasione della visita del presidente Clinton, il 16 gennaio 1996, e tre anni più tardi anche l'incendio dell'auto di un dipendente civile della base. Nel '97 l'incendio di una concessionaria Toyota a Udine nell'ambito di un "piano per contrastare l'imperialismo giapponese".
Poi le azioni si sono gradatamente spostate verso Trieste dove nel settembre 2000 venne fatta espolodere una rudimentale bomba su una finestra del palazzo di via Genova che ospita il segretariato dell'Iniziativa centroeuropea. I terroristi volevano colpire, come spiegarono nella successiva Risoluzione strategica, un ente e una città simboli dell'allargamento a Est dell'Unione europea. Successivi volantini e documenti degli Nta hanno rivendicato a Trieste la valenza di attentati compiuti a Roma dai Nuclei di Iniziativa proletaria, mentre nel novembre 2001 un volantino degli Nta è stato fatto trovare a Mestre e conteneva minacce a un altro vertice Ince che si stava per tenere a Trieste. Sulla pericolosità degli Nta si sono chiaramente espressi due magistrati autori di storiche inchieste sulle Brigate Rosse: Guido Papalìa di Verona e Carlo Mastelloni di Venezia.
Recentemente a Trieste è apparsa anche un'altra sigla, quella del Fronte popolare di liberazione che ha tra l'altro inviato una lettera-bomba non innescata al sindaco Roberto Dipiazza.
s.m.

9 gennaio 2003 - TERRORISMO: D'ALI',SEPARATISTI DIETRO ATTENTATO UNIONE SARDA
ANSA:
"Manteniamo alto il controllo per contrastare fenomeni di terrorismo. Per quanto riguarda quello interno, e soprattutto l' attentato all' Unione Sarda, ritengo che si tratti di frange separatiste sarde, e non mi pare che episodi come questo siano esportabili". Lo ha detto il sottosegretario agli Interni Antonino D' Ali' intervenuto a Caltabellotta (Agrigento) ad un convegno delle religioni monoteiste. "Se gli eventi internazionali ci aiutano - ha continuato D' Ali', riferendosi soprattutto alla crisi mediorientale - anche per l' Italia la situazione migliorera"'. Il sottosegretario ha anche sottolineato "il senso di responsabilita' delle forze politiche di opposizione, che a cominciare dalla manifestazione di Firenze del Social Forum, hanno capito che la sicurezza interna non e' solo un problema che riguarda il governo".

10 gennaio 2003 - DIRETTORE SOLE24ORE SEGUITO DA MOTO: INDAGINI DIGOS
ANSA:
"Un episodio tutto da chiarire su cui sta indagando la Digos": questo l'unico commento della Questura di Milano alla diffusione della notizia che il direttore del Sole 24 Ore, Guido Gentili, mercoledi' sera sarebbe stato inseguito da due giovani in motocicletta mentre nella sua auto blindata e con accanto un agente di tutela, usciva dal giornale per andare a cena. La motocicletta, dopo aver seguito la Bmw del direttore passando per due volte incroci con il semaforo rosso, si e' poi perduta nel traffico. Da quel giorno il direttore ha un altro agente di tutela al proprio fianco quando si muove fuori dal giornale. Sempre secondo la Questura, che ieri non ha dato la notizia non avendo ancora elementi per giudicare, l'episodio potrebbe venire ridimensionato dal fatto che uno dei due presunti inseguitori sarebbe stato notato, al ritorno del direttore al giornale, fare un cenno di intesa ad un automobilista fermo sotto la redazione in via Lomazzo. Sulla base del numero di targa della vettura, l'automobilista e' stato rintracciato e sentito dagli agenti: e' una persona incensurata che ha spiegato la sua presenza in quel luogo. Attendeva un conoscente. E ha smentito di aver scambiato alcun cenno con il giovane dalle sembianze simili a quelle di uno dei presunti inseguitori. Nessuno ha riferito agli investigatori la targa della moto. Anche secondo il dirigente della Digos, Massimo Mazza, "ogni giudizio su quello che e' avvenuto e' prematuro. La valutazione e' sospesa in attesa degli accertamenti. Un episodio da non sottovalutare e che non e' stato sottovalutato". Questi i punti fermi dell'episodio. Sono le 21:30 di mercoledi' e il direttore Gentili esce dal giornale per andare a una cena di lavoro in piazza della Repubblica. L'agente messo a sua tutela nota due persone ferme sotto la redazione. Poi si accorge che uno scooter, sul quale ci sono due persone con il casco, scende dal marciapiedi e segue la vettura blindata. Non si sa se, a bordo, ci siano le stesse persone notate poco prima in via Lomazzo. La vettura del direttore (in quel momento il traffico e' scarso) accelera nel tentativo di evitare di essere raggiunto dallo scooter e supera due semafori col rosso. La moto scompare alla vista dell'agente all'altezza dell'incrocio con la via Melchiorre Gioia. Al ritorno in redazione, dopo la cena, l'agente nota che sotto il giornale c'e' ancora lo sconosciuto visto all'uscita. E' nei pressi di un'auto con una persona alla guida. Annota il numero di targa e, per sicurezza, prosegue la marcia non fermandosi. L'automobilista non avra' difficolta' a spiegare il motivo della sua presenza in quel momento (attende la sua compagna) ma nega di aver scambiato alcuna parola ne' alcun cenno con il giovane notato dal poliziotto. Fin qui i dati certi. Anche la fisionomia degli sconosciuti visti all'uscita del direttore e quella del giovane rivisto dopo e' incerta: era buio e la memoria del loro volto e' stata registrata solo dopo che e' iniziato il presunto inseguimento. "E' presto per dare un'interpretazione a quanto e' avvenuto - conclude il dirigente della Digos -: bisogna attendere gli accertamenti in corso da parte degli investigatori". Non vengono confermati due particolari che potrebbe assumere nuovi significati alla luce di quanto avvenuto. La segnalazione, risalente al settembre scorso, di un pedinamento di Gentili, e di una motocicletta rubata con una targa falsa, trovata una decina di giorni fa posteggiata davanti al giornale. Nel corso di una conferenza stampa lo stesso dirigente ha precisato che le due ("o tre") persone notate all'uscita dal giornale si trovavano nel marciapiedi di fronte, e che l'agente che sedeva di fianco all'autista ha avvisato subito la centrale del comportamento della moto dietro di loro. Ma lo scooter, nel tragitto fatto dietro alla Bmw e dopo che ha cambiato percorso all'altezza della via Melchiorre Gioia, non e' stato rintracciato. Dopo aver lasciato il direttore Gentili al ristorante, il poliziotto messo a tutela del giornalista dopo l'assassinio di Marco Biagi, e' tornato verso la redazione per verificare se le persone notate all'uscita erano ancora li'. E' ha visto uno dei giovani (o uno che gli assomigliava, c'era buio in quel punto) che si allontanava, facendo "come un cenno" a un automobilista il quale subito dopo si e' allontanato. Ha fatto in tempo a prendere nota della targa della vettura. Cenno smentito dall' automobilista che ha potuto spiegare la sua presenza in via Lomazzo in quel momento. Le telecamere del giornale non hanno registrato immagini utili per riconoscere i protagonisti della vicenda "che dovra' essere valutata in tutti i suoi aspetti - ha concluso il dottor Mazza - e collegata eventualmente a tutte le segnalazioni che gli agenti messi a tutela di persone esposte fanno ogni volta che notano qualche cosa di insolito durante il servizio".

11 gennaio 2003 - RENATO CURCIO, OGGI MONDO DEL LAVORO COME CARCERE
ANSA:
Le istituzioni totalizzanti classiche, come carceri, manicomi, campi di concentramento, oggi hanno prodotto metastasi anche nella vita di tutti i giorni, nel mondo del lavoro e della scuola. Parola del leader storico delle Brigate Rosse, Renato Curcio,che ha tenuto stasera un' affollata conferenza nel centro sociale autogestito "il geko" della Spezia, che ha stentato a contenere centinaia di spettatori. "Chi finisce in una istituzione totale, come il carcere, il manicomio, il campo di concentramento - ha osservato Curcio - attraversa dispositivi che lo cambiano per sempre. Si adatta, per sopravvivere: anche se ne esce, come ho fatto io, non ne uscira' veramente piu'". Secondo Curcio si e' superata la tesi della riabilitazione. "Oggi - ha detto - non si attende il processo. Come le assicurazioni, si fa il calcolo del rischio e delle probabilità. E si previene. Ti tolgono di mezzo prima ancora che tu abbia fatto qualcosa. E' una equazione matematica da campo di concentramento. Fermo il clandestino affamato prima che rubi il pane. Nessuno calcola pero' quante probabilità ha un dirigente di falsificare il bilancio di una societa'". "Nessun dispositivo di lavoro e' ingenuo. Mira alla colpevolizzazione del dipendente. Molti lavorano anche al di sotto del livello salariale pur di non perdere il posto. E' il ricatto del lavoro interinale e della flessibilita'. Se una sola volta dici no sei fuori e non lavorerai piu'". "Io - ha detto Curcio, che non ha risposto alle domande dei giornalisti sui nuovi terroristi - ho scelto il lavoro cooperativo. Ho fatto tanti anni di militanza dura, ora ho messo al centro della riflessione la scelta di are quello che mi piace fare. E' una assunzione di responsabilita'. Vivo in un bosco, ho una figlia. Abbiamo disintegrato lo spazio. Non vedo altre forme che consentano questo, se non quella cooperativa".

11 gennaio 2003 - PER DE LUTIIS, IMPROBABILE SALDATURA BR-ALTRI GRUPPI
ANSA:
I diversi attentati che si sono susseguiti in Italia nell' ultimo periodo sono il segnale di un clima caldo, ma il gruppo piu' pericoloso e' ancora quello delle Br, responsabile degli omicidi Biagi e D' Antona ed e' improbabile che esso si saldi con altre sigle come gli Nta o gli anarco-insurrezionalisti. L' analisi e' dello studioso di terrorismo, Giuseppe De Lutiis, che mette in guardia: "le Br - dice - sono in grado di colpire per la terza volta, dopo Biagi e D' Antona". "Chi ha ucciso i due consulenti del ministero del Lavoro - osserva l' esperto - e' una formazione con un' elevatissima professionalita' e freddezza ed una grande compartimentazione, dimostrata dal fatto che, a distanza di anni, non ci sia neanche un indiziato. Gli altri piccoli gruppi, dagli Nta ai Nipr, sia quelli collocati nel Nord-Est che quelli presenti in altre citta' settentrionali, mi sembrano solo gruppi di giovani senza molta professionalita', capaci di bruciare qualche macchina e che propugnano teorie che erano fuori da ogni realta' gia' nel 1978, figuriamoci ora, con l' Italia fortemente ancorata all' Europa". Una saldatura "con il gruppo che ha ucciso D' Antona e Biagi e che si e' autodefinito Br - rileva De Lutiis - mi sembra quindi difficile anche perche' questo puo' riuscire a mantenere la forte compartimentazione che lo caratterizza solo se rimane un piccolo gruppo, altrimenti si potrebbe indebolire". Gli anarco-insurrezionalisti poi, prosegue, "rappresentano un terzo tipo di gruppo eversivo, animato da persone sprovvedute sul piano ideologico e quindi pericolosamente aperte ad ogni infiltrazione e condizionamento. Se da parte loro, come da parte di Nta ed altri, ci puo' essere una volonta' di accreditamento presso le Br, tuttavia mi pare difficile che si possa arrivare ad una saldatura". Quanto al pedinamento del direttore del Sole 24 ore, Guido Gentili, per De Lutiis "e' una vicenda inquietante, perche' ricorda un fatto analogo accaduto pochi giorni prima del rapimento Moro, quando fu pedinato il direttore del Corriere della sera, Franco Di Bella. Ovviamente, l'augurio e' che non ci sia alcun rapporto e che sia soltanto una bravata".

12 gennaio 2003 - LETTERA NTA A 'LIBERAZIONE'
"Liberazione"
Lettera firmata Nta a "Liberazione"
sa. del.
In redazione il comunicato dei Nuclei Territoriali Antimperialisti: soddisfazione per l'11 settembre e gli omicidi di Biagi e D'Antona C'è fermento tra i Nuclei Territoriali Antimperialisti, la formazione nata nel Nord-Est tra la fine del '95 e l'inizio del '96 con alcuni attentati dinamitardi e incendiari. Nella settimana appena trascorsa i Nta hanno inviato alcune missive a diversi quotidiani, dal Piccolo di Trieste all'Unione Sarda, a Repubblica e ieri a Liberazione.
La lettera è giunta in redazione al mattino, sulla busta il timbro "CMP Borromeo - Milano" e la data dell'8.1.03.17. All'interno il comunicato firmato "Nuclei Territoriali Antimperialisti" con stella a cinque punte racchiusa in un cerchio, datato 4 gennaio 2003, stilato su un unico foglio A4.
All'esame della procura di Roma c'è anche il volantino inviato nei giorni scorsi sempre dai Nta alla sede del quotidiano La Repubblica. La busta arrivata a piazza Indipendenza conteneva le due pagine del volantino, con la stella a cinque punte, e recava il timbro postale con la data del 7 gennaio e il nome, poco leggibile, "Borro... ", Presumibilmente, dunque, la missiva sarebbe stata imbucata nello stesso luogo in cui è stata inviata quella a Liberazione.
Nel testo i due comunicati non differiscono. Contengono entrambi riferimenti al "percorso storico, politico e militare delle Brigate rosse" rivendicato dagli Nta, che si ritengono "l'alternativa", dal '95, nella lotta rivoluzionaria. "Lotta" che sarà "lunga", "forte" e "paziente".
Unica eccezione il messaggio conclusivo inviato a Repubblica e rivolto "agli amici Fadda, Labozzetta e Papalia", i magistrati delle procure di Trieste, Pordenone e Verona che si occupano di terrorismo e già oggetto di "saluti" nel volantino spedito al Piccolo di Trieste all'inizio della settimana. In quel caso gli Nta fanno anche riferimento esplicito a "9 inchieste terminate che passano a cellule e operativi per esecuzioni".
Tutti i comunicati elogiano l'attentato dell'11 settembre, definito il "vittorioso attacco della rivoluzione antimperialista e antisionista contro gli insulsi totem del potere americano". Poi il passaggio sugli omicidi di D'Antona e Biagi: "Nelle azioni compiutamente rivoluzionarie contro i parassiti D'Antona e Biagi, così come nelle altre offensive dispiegate dal movimento rivoluzionario, dagli attacchi allo Iai e alla Commissione scioperi, a quelle recenti dei compagni toscani e sardi fino a quelli contro la questura di Genova - sostengono ancora gli Nta - si ricompone e riqualifica, nell'unione del politico al militare, l'oggettività rivoluzionaria contro santi e santuari di Stato e imperialismo".
Gli Nta rivendicano "ancora una volta come proprio l'intero portato storico, politico e militare delle Br e delle Br-Pcc". Infine, le missive sono state inviate con posta prioritaria dal centro di smistamento postale di Peschiera Borromeo, lo stesso dove esplosero due lettere-bomba indirizzate all'Unione Sarda.
Secondo l'analisi dello studioso di terrorismo, Giuseppe De Lutiis, una saldatura degli Nta o dei Nipr "con il gruppo che ha ucciso D'Antona e Biagi e che si è autodefinito Br sembra difficile, perché questo può riuscire a mantenere la forte compartimentazione che lo caratterizza solo se rimane un piccolo gruppo, altrimenti si potrebbe indebolire. Lo stesso si può dire per gli anarco-insurrezionalisti".

12 gennaio 2003 - PEDINAMENTO GENTILI: L'INCHIESTA
"Il Messaggero"
L'INCHIESTA
Pedinamento del direttore del "Sole 24 ore":
si prepara l'identikit di tre persone sospette
MILANO - Si stanno controllando le immagini riprese dalle telecamere, a circuito chiuso, per appurare se, mercoledì sera, quando due motociclisti hanno inseguito l'auto di Guido Gentili, direttore del "Sole-24 Ore", c'erano persone sospette in via Lomazzo, davanti alla sede del quotidiano di Confindustria. Le sequenze sono passate al rallenty da parte degli uomini della Digos e pare che il risultato sia soddisfacente. Nel senso che tre persone sono state riprese, come si è già saputo subito dopo l'allarme, ma per arrivare a un identikit vero e proprio, bisognerebbe aspettare ancora alcuni riscontri.
Dopo aver escluso il coinvolgimento di un automobilista, che stava attendendo la propria fidanzata, la Digos sta indagando a 360 gradi per accertare se l'episodio è configurabile in una preparazione di agguato terroristico contro Gentili oppure se si è trattato di una bravata. Ma al momento l'ufficio diretto da Massimo Mazza non è ancora arrivato a una conclusione "definitiva". Quando lo sarà, verrà consegnata una relazione alla magistratura la quale, per ora, non ha aperto alcuna inchiesta. Giuseppe De Lutiis, studioso di eversione, ha affermato che "un fatto analogo accadde pochi giorni prima del rapimento Moro quando fu pedinato il direttore del "Corriere della sera", Franco Di Bella. Ovviamente l'augurio è che non ci sia alcun rapporto e che sia soltanto una bravata". Secondo De Lutiis "le Br, dopo Biagi e D'Antona sono in grado di colpire per la terza volta".

12 gennaio 2003 - CHI SONO ADEL SMITH E MASSIMO ZUCCHI
"Il Corriere della sera"
I RITRATTI
Massimo l'ex rosso e il tipografo in affari coi neonazisti Quella strana coppia che adesso punta alle elezioni
MILANO - Strani tipi. Sempre insieme, come si conviene al presidente e al segretario di un partito che "vuole presentarsi alle elezioni". Quando lo fondarono, nel salone di un albergo romano, erano presenti loro due, tre signori in giacca, cravatta e sbadiglio stampato in faccia (servizi segreti, probabilmente), e tre camerieri. Eppure, di Adel Smith e del suo luogotenente Massimo Zucchi si parla, e parecchio. I motivi potrebbero essere i contenuti degli scritti di Smith. Qualche titolo: "Cento errori nella Bibbia" (è in preparazione una nuova edizione, gli errori salgono a 500), "Un Dio mai crocifisso", "Il Dio che non c'è", "I segreti scomodi dei Vangeli". Teorie anti cattoliche estreme, esposte con prosa non proprio pacata ("L'eucarestia è un rito satanico e blasfemo che consiste nell'ingestione conseguita dalla deiezione di ciò che si crede sia quanto resta della propria divinità").
Gli esponenti delle comunità islamiche li considerano ciarlatani, qualcuno sospetta che vengano usati più o meno inconsapevolmente per "oscurare" aspetti più pericolosi del radicalismo musulmano in Italia. Ma in tv, Smith e Zucchi vanno forte. Diventano famosi il 7 novembre 2001, comparsata a "Porta a porta". Smith definisce il crocifisso sui muri dei luoghi pubblici un "cadaverino appeso a due legnetti". Segue scandalo. Intanto, l'Italia si è accorta dell'esistenza di Smith e Zucchi.
C'erano anche prima. Emilio Adel Smith nasce ad Alessandria d'Egitto da padre scozzese, architetto da tempo residente in Italia, e da Mona, contadina egiziana. Il papà del futuro presidente del "Partito Islamico italiano" progetta i palazzi di re Farouk. Per sposarsi, si converte all'Islam, ma educa i figli al cattolicesimo. Quando Nasser prende il potere, torna in Italia. A Roma, suo figlio mette a frutto la conoscenza dell'arabo. Aiuta alcuni imprenditori islamici, diventa il loro factotum. Il suo odio per il cristianesimo inizia quando la moglie tunisina di un suo amico, un camionista egiziano, risponde al citofono. Sono i Testimoni di Geova: riescono a convertirla. Smith decide di fare qualcosa per "vendicare" l'amico. Definendosi uno "studioso", chiede incontri "amichevoli" con alcuni sacerdoti, e li copre d'insulti. Nel 1990 ha un incidente in moto. Ancora oggi, dovrebbe essere operato ad una gamba, ma rifiuta l'intervento per timore dell'anestesia. Nello stesso periodo ha qualche problema con la giustizia, perché tenta di rapire la moglie che voleva lasciarlo. Va in Albania, dove vive in un camper, noleggiato con i soldi di amici. Il camper non lo rivedrà più nessuno. Smith compra una tipografia vicino a Tirana.
L'unico che gli affida delle pubblicazioni è un nome noto, Claudio Mutti. Parmigiano, uno dei principali "fari" del neonazismo italiano, dal '79 convertito all'Islam. Già fondatore dei comitati per la scarcerazione di Franco Freda, autore di "Nazismo e Islam", il testo di riferimento dei Murabitun, organizzazione per europei convertiti all'Islam che propugna una dottrina antisemita, Mutti diventa l'unico committente di Smith. E al suo ritorno in Italia gli fa conoscere Massimo Zucchi, ex responsabile romano dei Murabitun. Altro tipo particolare. Il 2 aprile 1985 viene arrestato per "appartenenza a banda armata denominata Brigate rosse" (poi sarà assolto). Il suo nome di battaglia era "Massimo". Entra in carcere con quello, ne esce chiamandosi "Abdul Haqq": il suo compagno di cella, estremista di destra, gli ha fatto scoprire "il grande complotto sionista contro il mondo". Quando conosce Smith abbandona il lavoro di materassaio e lo segue. Sembra sia Zucchi ad avere l'idea del partito. Cinquemila iscritti, dicono loro. Una lista ufficiale non esiste. Secondo molti esponenti della comunità islamica, Smith contrabbanderebbe per adesioni al partito le sottoscrizioni alla sua petizione per coprire il dipinto che ritrae Maometto all'inferno, nella basilica di San Petronio a Bologna . E per ora, sarebbe fermo a tre iscritti: lui, Zucchi, e un'infermiera dell'ospedale milanese di Niguarda, Rosa Fatima Petrone, nota per aver protestato contro la presenza del crocifisso in corsia.
La campagna contro il crocifisso è stata l'unica nella quale Smith abbia raccolto un parziale successo. A casa sua, Ofena (L'Aquila). Protestò con la maestra dell'asilo di suo figlio, e lei mise il crocifisso in un cassetto. Per tre giorni. Quando se ne accorse il parroco, don Innocenzo, "il pezzo di legno" (così continua a definirlo) tornò sul muro della scuola. Ma ormai Smith ha altro a cui pensare. Nel salotto di Bruno Vespa non ci è più tornato, ma nei mille "Porta a porta" delle tv private, lui e Zucchi sono una presenza fissa. Strani, soli, forse innocui. Ma pronti a spararle grosse, grossissime, quel tanto che basta per diventare graditi ospiti delle nostre televisioni.
"Stiamo pensando di fare un comunicato, a nome di tutti i centri islamici, per scomunicare Adel Smith". Abu Shwaima, medico, 52 anni, è l'imam della moschea di Segrate, la più alta autorità per 70 mila musulmani a Milano e dintorni. E non ne può più: "Condanniamo la violenza ma di più lui: tutti lo considerano un infiltrato, non prega, né digiuna né frequenta le moschee. Danneggia l'Islam, che è tollerante. Mentre i veri musulmani non trovano spazio per rispondere alle cretinate d'un provocatore isolato". E Hamza Roberto Piccardo, segretario dell'Unione delle comunità: "Chi semina vento... Smith è il musulmano dei leghisti". (g.g.v.)
Marco Imarisio

12 gennaio 2003 - PENTITO MUSSO SU BR E INDIPENDENTISTI CORSI
"La Stampa"
L´EX AVVOCATO DI IMPERIA DI COLPO E´ DIVENTATO TESTIMONE SUPER IN INCHIESTE SULLE BRIGATE ROSSE E SUGLI INDIPENDENTISTI
Interrogatori a Parigi per il "pentito" Musso Dai giudici francesi la richiesta di notizie sulla tragica fine di due leader còrsi
IMPERIA
Sarà sentito dai giudici parigini Lorenzo Musso, che da un mese sta collaborando con la Procura di Roma, raccontando dei presunti legami tra indipendentisti còrsi e nuove brigate rosse. I magistrati francesi vogliono avere da lui notizie sulla tragica fine di Jean Michel Rossi e Francois Fantoni, leader storici di Cuncolta Naziunalista (è un partito legato al Fronte di liberazione della Corsica) e, il primo, esponente del gruppo terroristico Armata Còrsa. Pare che Musso conoscesse entrambi e che li avesse frequentati prima del loro assassinio: Rossi venne crivellato di pallottole nell´agosto 2000 davanti a un bar dell´Ile Rousse, mentre Fantoni venne "giustiziato" con le stesse modalità un anno più tardi nel villaggio di Monaccia d´Aullene. Venerdì scorso al processo in appello per il tentato sequestro di Poggi, nel quale l´ex avvocato d´Imperia ha visto confermata la condanna a sei anni inflittagli in primo grado, Musso ha mostrato ai giudici il libro realizzato da Rossi e Fantoni "Pour solde de tout compte", che gli sarebbe stato dedicato quando ancora viveva a Calvì con il nome di Claudio Alberti, cercando di fare affari nel settore immobiliare. Siamo nella primavera 2000. Sempre Rossi e Fantoni gli avrebbero parlato di collegamenti tra i separatisti còrsi e i terroristi italiani mostrandogli persino delle fotografie scattate nella baia di Ajaccio che compreverebbero questi scottanti legami. E in alcune foto che gli hanno fatto esaminare nel dicembre scorso i magistrati romani che indagano sugli omicidi eccellenti di D´Antona e Biagi, Musso avrebbe riconosciuto il volto del presunto brigatista Michele Pegna che, ha raccontato, si vedeva con Rossi in Corsica nelle primavera del 2000 per commerciare in armi (Pegna ha da subito negato di essere mai stato nell´isola: "Se fossi un Br non mi farei di certo fotografare nè racconterei la mia storia"). Armi: un argomento che stava a cuore sia agli indipendentisti che alle Br. Nel libro "A saldo di tutti conti" - questa la traduzione italiana - si parla ad esempio a pagina 182 di un furto di 2.500 pistole da una fabbrica di Solothurne, in Svizzera. Si tr