Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 - novembre e dicembre |
4 novembre 2002 - ARRESTATO IN ARGENTINA EX BRIGATISTA ROSSO BERTULAZZI
"Il Corriere della sera"
Leonardo Bertulazzi, latitante da 22 anni
Brigatista rosso fermato a Buenos Aires Rapì l'armatore Costa
Era riuscito a fuggire dopo una sparatoria con la polizia di fronte a un "obiettivo sensibile", la casa dell'allora sindaco di Genova Fulvio Cerofolini. Era il 17 settembre 1980. Da quel giorno Leonardo Bertulazzi, brigatista della prima generazione, appartenente alla "Colonna genovese 28 marzo", aveva fatto perdere le proprie tracce. Spostandosi tra Grecia, Portogallo, Sud e Centro America. Ma ieri pomeriggio, dopo 22 anni di latitanza, l'ex Br è stato arrestato in Argentina, a Buenos Aires. Bertulazzi, nato a Verona, ma genovese d'"adozione", 51 anni, era stato condannato a 27 anni di carcere per attentato e sequestro di persona. Nel gennaio '77, aveva preso parte al rapimento dell'armatore Piero Costa, uno degli eredi della famosa dinastia imprenditoriale, rilasciato dopo 81 giorni di prigionia e dopo il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e mezzo di lire. A tradire l'ex brigatista, bloccato in un garage ieri alle 13 ora locale (le 17 in Italia) sono state la sua moto e la carta di credito della sua compagna, un medico tedesco, finita pure lei in manette. Ora si attende solo l'estradizione.
Sono state l'Ucigos e la Questura di Genova a scoprire il nascondiglio di Leonardo Bertulazzi. Nell'agosto scorso infatti, nel corso di accertamenti contro il terrorismo, si è scoperto che l'ex brigatista si era rifugiato, assieme a una dottoressa tedesca, in San Salvador, dove lavorava in una cooperativa vicina al Fronte di liberazione nazionale sandinista. Quando la polizia è arrivata, all'inizio di settembre, l'ex brigatista si era già spostato: stavolta in Argentina. In mano alla polizia, però, ora c'erano il numero di targa della sua moto, una Honda 850, e l'identità della compagna. Così si è risaliti al nuovo nascondiglio: un appartamento nel quartiere Constitution di Buenos Aires, nel cui garage ieri Bertulazzi e la donna sono stati fermati senza opporre resistenza dalla polizia italiana e da quella argentina, assieme all'Interpol.
Il nome di Leonardo Bertulazzi è legato soprattutto al sequestro di Costa, avvenuto il 12 gennaio 1977 e per il quale furono condannati Adriana Faranda e Valerio Morucci. Il riscatto-record che fu pagato per la liberazione dell'armatore servì ai terroristi per finanziare l'attentato all'onorevole dc Aldo Moro e agli uomini della sua scorta, massacrati in via Fani a Roma. Bertulazzi, ricercato con mandato di cattura internazionale dei tribunali di Genova e Roma, fu l'unico che riuscì a fuggire dopo la sparatoria del 1980: il blitz della polizia portò a molti arresti e segnò la fine dell'attività terroristica del gruppo di ultrasinistra "Brigata 28 marzo".
Davide Gorni4 novembre 2002 - ARRESTO BERTULAZZI, DUE MESI PER ESTRADIZIONE
ANSA:
Saranno necessari almeno un paio di mesi per estradare in Italia dall' Argentina Leonardo Bertulazzi, il latitante genovese delle Br arrestato ieri a Buenos Aires. Alla digos di Genova, che lo ha individuato, non risulta che il terrorista, 51 anni, fosse in contatto con le nuove Brigate Rosse. Insieme a Bertulazzi la polizia argentina ha arrestato ieri la sua compagna tedesca, Bettina Erika Liselotte Hildegard, medico di 41 anni. La sua posizione e' al vaglio degli inquirenti sudamericani. Rischia una denuncia per falso materiale anche uno dei fratelli del brigatista, Alberto: al momento dell' arresto Bertulazzi aveva un passaporto del congiunto, con la propria foto. L' indagine della digos genovese per rintracciare il brigatista era cominciata nel febbraio di quest' anno. Gli investigatori avevano avuto notizia che Bertulazzi viveva nella capitale del Salvador, dove lavorava con la moglie in una cooperativa del movimento sandinista Farabundo Marti'. A marzo di quest' anno Bertulazzi e la moglie erano partiti per una viaggio in moto che aveva toccato Guatemala, Cile e l' estremo sud dell' Argentina, a Ushuhaia. I due erano poi risaliti a Buenos Aires, dove prima avevano vissuto in albergo, poi avevano preso in affitto un appartamento. Gli investigatori affermano di non conoscere i motivi che hanno spinto Bertulazzi e la moglie a lasciare il Salvador. I due potrebbero aver deciso di andarsene dopo l' avvento di un governo di destra nel paese, meno tollerante verso i latitanti stranieri. Non si esclude pero' che volessero semplicemente fare una lunga vacanza in moto. I poliziotti della digos di Genova hanno seguito i due per mesi, attraverso le tracce che lasciava la carta di credito della moglie del brigatista. Quando gli investigatori hanno individuato la coppia in alcuni alberghi del centro di Buenos Aires sono stati attivati l' Interpol e la polizia argentina. Gli agenti genovesi e i colleghi dell' Ucigos dieci giorni fa sono volati in Argentina per collaborare con gli inquirenti locali alla cattura. E' stato individuato il garage dove il brigatista lasciava la sua Honda 850. Per tre giorni i poliziotti sono rimasti appostati nei pressi del mezzo, finche' ieri alle 17 (ora italiana) Bertulazzi si e' presentato per ritirarlo ed e' stato arrestato. Il terrorista, latitante dall' 80, deve scontare una condanna complessiva a 27 anni per banda armata e per il sequestro dell' armatore Piero Costa. Negli anni Settanta era il capo della brigata "28 marzo" che all' interno della colonna genovese delle Br si occupava della logistica. Per questa ragione non risulta abbia partecipato a fatti di sangue.5 novembre 2002 - ARGENTINA, NOTIFICATE ACCUSE A BR BERTULAZZI
ANSA:
Il brigatista rosso Leonardo Bertulazzi, 51 anni, arrestato domenica scorsa a Buenos Aires, e' stato condotto nel tardo pomeriggio di ieri davanti al giudice federale Claudio Bonadio, che gli ha notificato i mandati di cattura spiccati nei suoi confronti dai tribunali di Genova e di Roma. Lo hanno reso noto fonti giudiziarie, precisando che nel corso della deposizione e' stato affrontato anche il tema della sua estradizione in Italia. Le stesse fonti hanno fatto sapere all'agenzia di stampa statale Telam che Bertulazzi, al momento dell'arresto, era in possesso di un documento contraffato in cui compariva con il nome di Adalberto, che sarebbe il fratello maggiore. Appunto per questo il giudice Bonadio sta esaminando la possibilita' di incriminarlo per falsificazione di documento pubblico. Potrebbe pertanto essere processato per tale reato in Argentina prima di essere estradato in Italia. Le fonti giudiziarie hanno anche reso noto che il magistrato ha disposto la liberazione di Bettina Kopcke, la donna di nazionalita' tedesca fermata a sua volta quando e' stato arrestato il brigatista. E' stato accertato che la Kopcke fa parte dell'organizzazione umanitaria Medici senza frontiere (Msf) e che, il mese scorso - sia lei che Bertulazzi sono entrati in Argentina, provenienti dal Cile, l'11 maggio scorso - ha donato una somma pari a 4.500 euro al movimento 'piquetero' (disoccupati argentini, ndr) Teresa Rodriguez, per opere per l'acqua potabile. Al momento del suo arresto, Bertulazzi e' stato trovato in possesso di volantini di tale movimento, uno dei piu' radicali dei 'piqueteros', e sono state avviate indagini anche in tal senso. Secondo i trattati in vigore tra Argentina e Italia, ora tocca alla magistratura italiana chiedere l'estradizione del brigatista entro 30 giorni.Il brigatista Leonardo Bertulazzi, arrestato domenica a Buenos Aires, collaborava da almeno tre mesi con la filiale argentina dell'associazione 'Medici senza frontiere' nell'ambito di un programma sanitario. Lo ha reso noto oggi la stessa organizzazione, precisando comunque di non essere mai stato a conoscenza dei suoi precedenti. In un comunicato, 'Medici senza frontiere' afferma inoltre che allo stesso programma sanitario collaborava anche Bettina Erika Kopcke, la dottoressa tedesca fermata a sua volta domenica scorsa insieme a Bertulazzi, nei confronti della quale, per altro, il giudice federale Claudio Bonadio ha gia' disposto la scarcerazione. L'organizzazione precisa anche che era solo a conoscenza del prolungato periodo in cui la coppia "ha svolto lavori umanitari nel Salvador", ed esprime "la piu' profonda solidarieta' per entrambi", assicurando infine che effettuera' "tutti gli sforzi necessari affinche' siano trattati con i diritti e le garanzie che spettano loro". In proposito, sempre oggi, la stampa del Salvador afferma che "Bertulazzi e la moglie Bettina Kopcke hanno lavorato per dieci anni nell'Organizzazione non governativa Pro Vida". Intanto, in Argentina, mentre si e' in attesa che la giustizia italiana invii la richiesta di estradizione nei confronti del brigatista, alcuni specialisti ricordano che la legislazione locale "e' contraria a prendere in considerazione i processi in cui l'imputato sia stato condannato in contumacia, come e' avvenuto nel caso di Bertulazzi". E che cio' potrebbe costituire un ostacolo alla sua estradizione in Italia.
6 novembre 2002 - BERTULAZZI;10 ANNI LATITANZA IN SALVADOR
ANSA:
Il presunto brigatista Leonardo Bertulazzi, arrestato domenica scorsa in un garage di Buenos Aires, ha lavorato come grafico per l'associazione umanitaria salvadoregna 'Pro Vita' durante la sua latitanza nel Paese centroamericano, hanno rivelato fonti della Ong a San Salvador. Bertulazzi, 51 anni, ha usato nei quasi dieci anni trascorsi nel Salvador i documenti di un suo fratello morto, Alberto, ed ha vissuto in una villetta della Colonia Libertad, alla periferia nord di San Salvador, assieme alla moglie tedesca Bettina Erika Kocpke, medico. La direttrice di 'Pro Vita', Mirna Garcia, ha detto di non avere mai saputo che Bertulazzi era ricercato dalla magistratura italiana. La presidente della Ong, Violeta Menjivar, deputata del Fronte Farabundo Marti' di liberazione nazionale (Ffmln), ha rivelato che Bertulazzi "ha sempre dimostrato un grande spirito umanitario, oltre ad ottime capacita' professionali". La stampa locale scrive oggi che la polizia italiana comincio' le ricerche di Bertulazzi in Salvador dopo che, durante una perquisizione nella casa della madre del presunto brigatista, vennero trovati una spilletta e materiale di propaganda del Ffmln. La madre ed una sorella di Bertulazzi visitarono il Salvador nel 2001, scrivono i giornali salvadoregni. Bertulazzi - condannato in Italia a 27 anni di reclusione per il sequestro dell'armatore genovese Pietro Costa, per associazione sovversiva e banda armata - utilizzava a Buenos Aires, dove e' stato arrestato, una motocicletta con targa salvadoregna. La sezione argentina dell'associazione umanitaria 'Medici senza frontiere' (Msf) ha reso noto ieri che Bertulazzi e la moglie medico hanno collaborato per almeno tre mesi ad un programma sanitario nel paese sudamericano.6 novembre 2002 - SEQUESTRO D'URSO: DUE EX DETENUTI ASSOLTI DA FATTI CONNESSI
ANSA:
"La decisione sulla sorte di un 'prigioniero' in mano alle BR era unicamente del comitato esecutivo". Nessuna influenza, quindi, da parte di militanti dell' organizzazione detenuti. Lo ha detto l'ex Br Antonio Savasta al processo che ha visto oggi due ex detenuti, Italo Pinto e Stefano Ponora, assolti da fatti collegati al sequestro di Giovanni D'Urso, il magistrato dirigente degli Istituti di prevenzione e pena, prelevato dalla colonna romana Br il 12 dicembre 1980 e liberato il 15 gennaio successivo. Pinto e Ponora, all' epoca dei fatti detenuti per altri reati nel carcere di Palmi, e gia' condannati a 16 anni e nove mesi di reclusione per concorso nel sequestro D'Urso, dovevano rispondere delle accuse di aver aderito, attraverso la diffusione di un comunicato, alla minaccia Br di uccidere il magistrato se non fosse stato chiuso il carcere dell' Asinara e di essersi impossessati di due documenti di identita' e di un'agenda di D'Urso. I giudici della II corte d'assise di Roma, nel dichiarare il non luogo a procedere nei loro confronti per associazione sovversiva (in quanto gia' giudicati per quel reato), hanno decretato l'assoluzione dei due imputati dalle altre imputazioni "per non aver commesso" il fatto. Prima della sentenza Savasta, sentito come testimone, ha detto che il sequestro D'Urso avvenne nell' ambito di una campagna contro le carceri speciali. In questo contesto, ha aggiunto, la componente carceraria fu chiamata a pronunciarsi sulla liberazione del magistrato, ma la decisione finale "fu solo del comitato esecutivo". Savasta ha poi ricordato che le Br avevano contatti con le 'Brigate di Campo' di alcuni istituti di pena (strutture costituite da Br e detenuti, incaricate di trasferire la lotta sul terreno carcerario), alle quali facevano pervenire materiale propagandistico e anche armamenti. Assistiti dagli avvocati Giuseppe Mattina e Antonella Di Maggio, Bonora e Pinto, attualmente in liberta', erano stati coinvolti nella vicenda a causa del loro inserimento nel "Comitato unitario di campo" di Palmi, organismo slegato dalle Br che si occupava delle problematiche carcerarie.7 ottobre 2002 - RICORDATO AL ROTARY SEQUESTRO VALLARINO GANCIA
"La Stampa"
SERATA SPECIALE AL "ROTARY" CON LA RIEVOCAZIONE DEL DRAMMATICO FATTO DI SANGUE CHE NEL GIUGNO `75 COINVOLSE L´INDUSTRIALE CANELLESE "Ricordo quel giorno quando mi liberò dalle Brigate Rosse" Commosso incontro tra Vittorio Vallarino Gancia e il generale Rocca
ASTI
"Per me è come un fratello, forse anche di più". Si commuove Vittorio Vallarino Gancia, quando presenta alla platea dei soci Rotary, il generale Umberto Rocca, medaglia d´oro al valor militare, ospite d´onore di una serata dedicata all´Arma e alle celebrazioni del IV Novembre. C´è anche la bandiera di guerra del sommergibile "Scirè" affondato nel porto di Haifa (1942), ma l´attenzione è tutta per quei due uomini che si sono ritrovati ancora una volta insieme, a distanza di 27 anni dal 5 giugno 1975: una data che entrambi non potranno dimenticare. Vallarino Gancia era stato rapito il giorno prima vicino a casa, sulla strada per Cassinasco, da un commando di 9 brigatisti rossi travestiti da addetti Sip. Legato e incappucciato, lo tenevano in ostaggio alla cascina "Spiotta", nell´Acquese. Ed è lì che quel 5 giugno venne liberato dai carabinieri guidati dall´allora tenente Rocca. Fu una "battaglia", con i brigatisti che lanciarono anche le bombe a mano contro i militari: Rocca, colpito dalle schegge di una granata perse il braccio sinistro e l´occhio destro e l´appuntato Giovanni D´Alfonso morì crivellato di colpi. Nella sparatoria venne inoltre uccisa la brigatista Mara Cagol, la moglie di Renato Curcio. Un bilancio drammatico per uno degli episodi più cruenti degli "anni di piombo". Da allora Vallarino Gancia e il suo liberatore, sono diventati amici, anche se in questo caso il termine è sicuramente riduttivo. "Non può essere diversamente per chi, come Umberto - ricorda Gancia - ha dato un braccio e un occhio per la mia salvezza, per la mia vita". Rocca anche davanti ai "rotariani" ha minimizzato: "E´ andata così: ma episodi come questo aiutano a rinsaldare i legami e quello con Vittorio è davvero forte". Rocca, che ora dirige il Museo storico dell´Arma - era accompagnato dai colonnelli Carlo La Vigna (comandante provinciale) e Adriano Casale e dal capitano Dionisio De Masi - sarà nuovamente ospite a fine mese ad Asti per le celebrazioni del 200° dalla nascita di Giovan Battista Scapaccino, come Rocca medaglia d´oro al valor militare. La prima nella storia dell´Arma.7 novembre 2002 - ARRESTO BERTULAZZI, AMBASCIATA ITALIANA IN SALVADOR
ANSA:
L'ambasciata d'Italia nel Salvador ignorava la presenza del presunto brigatista rosso Leonardo Bertulazzi nel Paese centroamericano. Bertulazzi, arrestato domenica scorsa a Buenos Aires, avrebbe trascorso quasi dieci anni di latitanza nel Salvador, secondo la stampa locale. L'ambasciatore d'Italia in Salvador, Roberto Falaschi, ha detto che solitamente le Organizzazioni non governative segnalano la presenza di stranieri alle rispettive ambasciate, ma ha precisato che cio' non avvenne con l'Ong 'Pro Vita', presso la quale Bertulazzi lavorava come grafico. Yolanda Barahona, direttrice di 'Pro Vita', si e' difesa sostenendo che non era compito dell'Ong verificare l' autenticita' dei documenti di Bertulazzi, ma del ministero dell'Interno. Bertulazzi, 51 anni, ha utilizzato durante la sua latitanza in Salvador i documenti d'identita' di un suo fratello morto, che si chiamava Alberto. Il presunto brigatista e' stato condannato in contumacia in Italia a 27 anni di reclusione per il sequestro dell'armatore genovese Pietro Costa, associazione sovversiva e banda armata.12 novembre 2002 - FRANCIA: ABBE' PIERRE CHIEDE A CHIRAC LIBERAZIONE D'AURIA
ANSA:
L'abbe' Pierre, "l'apostolo dei poveri", ha deciso di mettere in gioco la sua immagine e la sua influenza per ottenere la liberazione di Michele D'Auria, il suo medico personale di cui l'Italia, che l'accusa di aver partecipato nel 1990 a quattro rapine destinate a finanziare Prima Linea, reclama l'estradizione. L'abbe' Pierre ha scritto al presidente Jacques Chirac il 24 ottobre, sostenendo l'innocenza di D'Auria, in carcere in Francia dal 25 febbraio, quando venne arrestato da uomini della squadra mobile milanese in trasferta a Parigi, dove viveva da dieci anni sotto il falso nome di Michele Canino dedicandosi ad opere umanitarie. Il prelato ha spiegato al presidente che D'Auria e' stato condannato a nove anni di carcere in contumacia, senza poter fornire le prove della sua innocenza. Altrettanto ha fatto in una lettera alla presidente della sezione istruttoria della corte d'appello, che domani dovra' decidere sulla richiesta di scarcerazione del 45enne medico. "Non sopporto piu' l'ingiustizia di vederlo in carcere - ha scritto - e percio' le chiedo di rimetterlo in liberta' e di restituirlo a tutti quelli che ha curato e aiutato come medico dei poveri e degli esclusi. Il suo disinteressato impegno per i piu' poveri lo rende prezioso per il nostro Paese che dovrebbe sentirsi onorato di averlo accolto". Il fondatore di Emmaus si e'impegnato a titolo personale a far si' che, in caso di liberazione, D'Auria "rispetti tutti gli obblighi impostigli dalla giustizia, e accetti una decisione definitiva di estradizione se, per sfortuna, fosse cosi' deciso". La corte d'appello ha infatti dato parere favorevole all'estradizione di D'Auria, che ha fatto ricorso in cassazione. Se la cassazione dovesse confermare la sentenza della corte d'appello, l'ultima parola spettera' al governo. D'Auria ha sempre negato il suo coinvolgimento nelle rapine in questione, affermando che all'epoca dei fatti si trovata in Sudafrica. L'arresto aveva lasciato esterrefatto l'abbe Pierre e la sua comunita' Emmaus, oltre che gli ambienti umanitari che conoscono bene Michele Canino e la sua opera umanitaria.13 novembre 2002 - EX PENTITO ROBERTO SANDALO ARRESTATO PER RAPINE
"L' Unione Sarda"
Rapine in banca Un emigrato sardo con l'ex terrorista
ASTI Roberto Sandalo, ex pentito dell'organizzazione terroristica "Prima Linea" che insanguinò Torino a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, è stato arrestato dai carabinieri di Canelli per una serie di rapine commesse nell'Astigiano. Insieme a lui è stato arrestato un giovane di origini sarde, Costantino Serra, 27 anni, abitante a Cesano Boscone (Milano). I colpi in banca - ha precisato il sostituto procuratore di Asti, Vincenzo Paone, che ha coordinato le indagini - non avevano finalità terroristiche. Sandalo, 45 anni, attualmente residente a Vanzago (Milano), con le sue confessioni permise agli investigatori di smantellare l'intera organizzazione di "Prima Linea".
Sono tre le rapine delle quali è chiamato a rispondere Costantino Serra. Vennero compiute il 17 ottobre (a Costigliole) e il 7 novembre (Castagnito e, subito dopo, a Colosso d'Asti) e hanno fruttato poco più di 30 mila euro. Anche Sandalo sarebbe coinvolto in questi colpi ma, puntualizzano gli investigatori, la sua partecipazione alla prima rapina non è certa.
Roberto Sandalo è stato uno dei due grandi pentiti dell'eversione rossa. Era stato arrestato nel maggio del 1980, quando aveva 23 anni, a seguito delle dichiarazioni di Patrizio Peci (il pentito che permise di sgominare le Brigate Rosse) e cominciò a confessare pochi giorni dopo. Una volta scarcerato, cambiò nome e si trasferì all'estero, quasi certamente in Kenya. Di lui si tornò a parlare nel 1999, quando, dopo l' omicidio di Massimo D'Antona, rilasciò una clamorosa intervista a "Panorama" in cui parlava di legami tra le nuove Br e i movimenti anarchici e secessionisti.15 novembre 2002 - 13 ARRESTI IN AMBIENTI NO-GLOBAL MERIDIONALI
ANSA:
Il leader del No Global di Napoli, Francesco Caruso e' stato arrestato in nottata dalla Digos di Benevento. Secondo le prime notizie, sarebbe accusato di associazione sovversiva. L' arresto e' avvenuto in casa della fidanzata, a Fisciano, vicino a Salerno. L' arresto di Caruso e' stato confermato da fonti del Movimento. Davanti alla Questura di Benevento si sono radunati alcuni esponenti dei No Global campani, in attesa di notizie. Secondo quanto si e' appreso, Caruso sarebbe stato arrestato su disposizione della magistratura di Cosenza. A Benevento si sta recando il suo legale, l' avvocato Carmine Malinconico. L' arresto e' stato compiuto dagli agenti della questura di Benevento in quanto il leader del No Global napoletani e' beneventano e risiede nel capoluogo sannita. E' in corso un' operazione dei carabinieri del Ros e della polizia per l' esecuzione di venti ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Cosenza, su richiesta della Procura della Repubblica, nei confronti di appartenenti ad organizzazioni ''no global'' accusati di associazione sovversiva. L' operazione, oltre a quello di Francesco Caruso, ha gia' portato all' arresto di Francesco Cirillo e Giuseppe Fonzino, capi, rispettivamente, dei movimenti ''no global'' di Cosenza e Taranto. Caruso, Cirillo e Fonzino, secondo quanto e' emerso dall' inchiesta della Procura della Repubblica di Cosenza che ha portato all' operazione che e' in corso, sarebbero i capi di un' organizzazione sovversiva denominata, stando a quanto riferito dagli investigatori, ''Rete meridionale del sud ribelle''. L' organizzazione avrebbe avuto come finalita' la messa in atto di azioni sovversive e di devastazione in occasione di appuntamenti internazionali come quelli di Genova, in occasione del G8, e di Napoli. L' inchiesta della Procura della Repubblica di Cosenza ha preso avvio da indagini di carabinieri e polizia su ambienti delle organizzazioni ''no global'' di Cosenza. Organizzazioni che avrebbero svolto un ruolo particolarmente attivo in occasione degli incidenti accaduti a Genova a Napoli nell' ambito dei raduni delle organizzazioni ''no global''.Sono state tutte eseguite le 20 ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale di Cosenza, su richiesta della Procura della Repubblica, contro appartenenti ad organizzazioni ''no global''. Gli arresti, fatti dai carabinieri del Ros e dalla Digos della Questura di Cosenza, sono stati eseguiti a Cosenza, Taranto, Napoli e nelle province di Lecce e Vibo Valentia.
Sono complessivamente 42 le persone indagate nell' ambito dell' inchiesta della Procura della Repubblica di Cosenza contro le organizzazioni ''no global''. Delle 42 persone coinvolte nell' inchiesta, soltanto 22 sono indagate per il reato di associazione sovversiva. Nei loro confronti la scorsa notte sono state eseguite perquisizioni domiciliari che, secondo quanto hanno riferito gli investigatori, hanno portato al sequestro di un ''ingente quantita' di materiale ritenuto di primario interesse investigativo''.
E' lungo l' elenco dei reati contestati dalla Procura della Repubblica di Cosenza alle venti persone appartenenti ad organizzazioni ''no global'' arrestate la scorsa notte. La prima accusa, secondo quanto ha riferito la Digos di Cosenza, e' quella di cospirazione politica mediante associazione al fine di turbare l' esercizio delle funzioni di governo, effettuare propaganda sovversiva e sovvertire violentemente l' ordinamento economico costituito nello Stato. Agli arrestati vengono contestati, inoltre, l' attentato contro gli organi costituzionali, il porto di oggetto atti ad offendere, la propaganda sovversiva, l' istigazione a disobbedire alle leggi dell' ordine pubblico, l' invasione di edifici e la resistenza a pubblici ufficiali.
L' elenco delle 13 persone coinvolte nell' inchiesta della Procura della Repubblica di Cosenza contro alcune organizzazioni "no global" per le quali e' stata disposta la misura della custodia cautelare in carcere si apre col nominativo di Francesco Cirillo, di 52 anni, residente a Diamante (Cosenza). Le altre persone arrestate e condotte in carcere, oltre a Francesco Caruso e Giuseppe Fonzino, capi dei "no global" di Napoli e Taranto, sono Antonino Campenni' (37), di Parghelia (Vibo Valentia); Anna Curcio (31), di Cosenza; Michele Santagata (36), di Cosenza; Lidia Azzarita (29), nata a residente a Napoli ma domiciliata a Diamante; Giancarlo Mattia (52), nato a Tarsia (Cosenza) e residente a Catanzaro; Claudio Dionesalvi (31), di Cosenza; Gianfranco Tallarico (31), di Cosenza; Antonio Paolo Rollo (50), di San Cesario di Lecce; Pierpaolo Solito (27), di Taranto, e Salvatore Stasi (48), di Taranto. Gli arresti domiciliari sono stati disposti per Emiliano Cirillo, (23), figlio di Francesco; Antonio Brunetti (27), di Manfredonia (Foggia), residente a Modena; Vittoria Oliva (61), nata ad Addis Abeba, in Etiopia, residente a Montefiascone (Viterbo); Lucia Francioso (27), di Taranto; Gianluca Fonzino (26), di Taranto; Giancarlo Petruzzi (29), di Taranto, e Giuseppe Orfeo (22), di Taranto.
(di Alessandro Sgherri)
Associazione sovversiva: e' un' accusa pesante quella che parte da una procura della Repubblica del sud nei confronti di appartenenti ad organizzazioni dell' area no global, che avrebbero avuto tra i loro fini anche quello di "turbare l'esercizio delle funzioni del Governo". Un' accusa che all'alba di oggi - su disposizione del gip Nadia Plastina - ha portato all' arresto di 20 persone nell' ambito di un' operazione coordinata dalla Procura di Cosenza e condotta dalla Digos e dal Ros dei carabinieri, nella citta' calabrese, a Taranto, Napoli e nelle province di Lecce e Vibo Valentia. Cosenza, dunque, centro catalizzatore del movimentismo italiano, come viene definito dagli investigatori.
I PRINCIPALI ARRESTATI - Tra gli arrestati figurano Francesco Caruso, leader del no global di Napoli, Francesco Cirillo e Giuseppe Fonzino, capi, rispettivamente, dei movimenti di Cosenza e Taranto.
LA RETE MERIDIONALE DEL SUD RIBELLE - Secondo gli inquirenti, gli arrestati avevano costituito, all' interno delle organizzazioni no global, la "Rete meridionale del sud ribelle", una presunta organizzazione sovversiva che diffondeva attraverso internet informazioni relative alla lotta contro la globalizzazione e contro i "fenomeni del mondialismo". La "Rete meridionale" si estende dalla Calabria alla Puglia, alla Campania, al Lazio.
I RAPPORTI CON I BLACK BLOC - Gli arrestati sarebbero stati collegati ai "black block". Un' ipotesi che avrebbe trovato conferma, secondo fonti investigative, tra l'altro col ritrovamento in alcune abitazioni di mazze di ferro, bastoni ed altri strumenti atti ad offendere. Inoltre le finalita' della "Rete meridionale" sarebbero state sempre piu' specifiche e prevedevano per i componenti dell' organizzazione ruoli e compiti precisi nel corso delle manifestazioni no global. In particolare, dopo gli scontri di Genova, sarebbe stato progettato di formare un "blocco rosso" da porre dietro i "blac bloc".
GLI INDAGATI - Complessivamente sono 42 le persone indagate (solo a 22 viene contestato il reato di associazione sovversiva). Nei loro confronti sono state eseguite perquisizioni domiciliari che, secondo quanto hanno riferito gli investigatori, hanno portato al sequestro di un "ingente quantita' di materiale ritenuto di primario interesse investigativo".
LE ACCUSE CONTESTATE - Tra le accuse contestate dal sostituto procuratore di Cosenza Domenico Fiordalisi ci sono anche episodi relativi agli scontri al G8 di Genova. Vengono inoltre addebitate responsabilita' anche in relazione ad incidenti accaduti in manifestazioni "no global" a Napoli e Taranto. L' elenco dei reati contestati dalla Procura di Cosenza e' lungo. Il primo e' quello di cospirazione politica mediante associazione al fine di turbare l'esercizio delle funzioni di Governo, effettuare propaganda sovversiva e sovvertire violentemente l' ordinamento economico costituito nello Stato. Vengono poi contestati l'attentato contro gli organi costituzionali, il porto di oggetto atti ad offendere, la propaganda sovversiva, l' istigazione a disobbedire alle leggi dell' ordine pubblico, l' invasione di edifici e la resistenza a pubblici ufficiali.
LA NASCITA DELL' INCHIESTA - A far partire le indagini (durate 18 mesi, con pedinamenti, intercettazioni, riprese filmate e 60mila e-mail intercettate) e' stato il volantino fatto pervenire alla Rsu dello stabilimento di Rende della Zanussi con cui si rivendicava l' attentato a Roma contro la sede dell' Istituto per gli affari internazionali: a dirlo in maniera esplicita e' il procuratore della Repubblica di Cosenza, Alfredo Serafini. Da quel momento, ha affermato Serafini "si e' venuti a conoscenza della costituzione a Cosenza, due mesi prima del G8, di un sodalizio auodefinitosi 'Rete meridionale del sud ribelle"'. All' interno dell' organismo, la Procura ha individuato un nucleo, composto da calabresi, napoletani e pugliesi "che aveva come finalita' la distruzione delle citta' dove si svolgevano i vertici dei Governi degli Stati piu' importanti cosi' turbare le funzioni istituzionali e di politica estera del Governo italiano. Da qui la competenza della Procura di Cosenza. Il nucleo avrebbe organizzato azioni delittuose in danno delle agenzie di lavoro interinale. Il rispetto per il segreto istruttorio impedisce allo stato ulteriori specificazioni".
LE PERQUISIZIONI, ANCHE ALL'UNIVERSITA' - Nel corso dell' operazione sono state eseguite decine di perquisizioni, alcune anche nell' Universita' della Calabria. In particolare, sono stati perquisiti i centri sociali di Cosenza, le abitazioni di persone legate con contratto di lavoro con l' Unical e alcune stanze del Dipartimento di sociologia. Sono stati sequestrati decine di computer, dischetti, materiale di supporto informatico ed anche mezzo chilo di marijuana.
DUE INDAGATI GIA' STATI IN CARCERE CON CURCIO - Due degli arrestati, Francesco Cirillo e Giancarlo Mattia, erano gia' stati coinvolti nel 1983, insieme ad altre cinque persone, in un' inchiesta su una presunta associazione sovversiva a Cosenza. La Corte d' assise d' appello di Catanzaro condanno' per cospirazione politica sei dei sette indagati, tra cui Cirillo e Mattia, ad un anno di reclusione, riducendo di sei mesi la pena comminata loro in primo grado. La pena fu comunque condonata. In questo periodo, secondo quanto riferito nell' ordinanza, Cirillo e Mattia hanno trascorso un periodo di detenzione insieme a Renato Curcio, fondatore delle Brigate rosse.La "Rete antagonista del sud ribelle" e' ritenuta dagli investigatori una organizzazione di estrema sinistra che raggruppa numerosi gruppi antagonisti dell'Italia meridionale e che si sarebbe appositamente costituita per coordinare le contromanifestazioni per il vertice G8 di Genova del luglio 2001. Tra gli esponenti di primo piano della 'Rete' gli investigatori pongono Francesco Cirillo, di Diamante (Cosenza), una delle persone interessate dai provvedimenti restrittivi. Queste, secondo le risultanze investigative, le organizzazioni che hanno aderito alla "rete antagonista del sud ribelle": Slai Cobas di Taranto; Kollettivo anti globalife di Taranto; Collettivo streghe rosse di Taranto; Sinistra verde antagonista della Calabria; Filorosso e Gram di Cosenza; Confederazione cobas di Cosenza e di Vibo Valenzia; Slai cobas di Praia a Mare; Antifascisti e antirazzisti di Catanzaro; Officina 99 Ska di Napoli; Depistaggio di Benevento; Dipartimento lotte sociali di Napoli; Csa Auro di Catania; Laboratorio area 51 di Messina; Slai cobas di Palermo; Asilo politico di Salerno; Collettivo disoccupati di Acerra; Comitati contro gli inceneritori; Giovani Comunisti di Cosenza e Catanzaro; Rischiozero alto Tirreno cosentino; Avamposto degli incompatibili (Lecce); Cs coppola rossa; Osservatorio permanente Italia-Albania (Brindisi); Osservatorio sui Balcani (Brindisi); Collettivo antagonista metropolitano e Sassi sul G8 (Matera).
(di Anna Lisa Antonucci)
"Concreto pericolo di fuga di tutti gli indagati i quali troverebbero sicuramente appoggi all'estero per ottenere, di fatto, l'impunita". Ma anche possibilita' che "protraggano l'attivita' delittuosa e commettano ulteriori gravi delitti di 'criminalita' organizzata' anche contro 'l'ordine costituzionale' per la "forte determinazione politica che li ha spinti alla scelta eversiva". Queste le motivazioni con cui il pubblico ministero ha chiesto ed ottenuto la carcerazione per 13 dei no global arrestati e i 'domiciliari' per gli altri 7. Nelle ultime pagine dell'ordinanza si spiegano i motivi di una decisione come quella dell'arresto notturno e del carcere, criticata da piu' parti.
I CONTATTI ALL'ESTERO."Sussistono gravi esigenze cautelari", segnala il Pm, in quanto l'organizzazione che fa capo a Caruso e Cirillo "e' in stretto contatto con esponenti di spicco dell'eversione oggi all'estero, quale ad esempio Oreste Scalzone,latitante per reati di eversione a Parigi". Nell' ordinanza sono trascritti messaggi di posta elettronica intercettati a Francesco Cirillo e diretti a Scalzone. "In particolare anche Michele Santagata" (tra i reclusi nel carcere di Trani), ha stretto "rapporti personali con i Black Bloc tedeschi che gli hanno fatto omaggio di una maschera in ricordo delle attivita' violente di Genova ed al fine di travestirsi alle prossime manifestazioni". "E' probabile quindi - si nota - che Santagata, se lasciato in liberta' o se posto agli arresti domiciliari, grazie all'appoggio dei Black Bloc tedeschi, fugga all'estero, insieme agli altri indagati con i quali e' strettamente legato, sottraendosi al procedimento e alle responsabilita' penali". Anche Francesco Cirillo "proprio in considerazione della presente indagine e su consiglio di 'persona' a lui vicina ha recentemente richiesto il passaporto". Quanto al figlio, Emiliano, anche lui arrestato "risulta che sia in procinto di recarsi in Australia". "Appare - e' detto ancora nell'ordinanza - pertanto concreto il pericolo di fuga di tutti gli indagati, i quali troverebbero sicuramente appoggi all'estero per ottenere, di fatto, l'impunita'".
PERICOLOSI PERCHE' FORTEMENTE DETERMINATI. Nell'ordinanza si rileva che c'e' "pericolo concreto che gli indagati protraggano l'attivita' delittuosa e commettano ulteriori gravi delitti di 'criminalita' organizzata' anche contro 'l'ordine costituito' per la modalita' dei fatti commessi e la forte determinazione ideologica che li ha spinti alla scelta eversiva".
FUORI POSSONO USARE INTERNET. Gli indagati sono pericolosi ma "la necessita' di applicare la misura custodiale in carcere deriva anche dall'estrema facilita' di questi di usare, al di fuori delle strutture carcerarie, la rete internet". E nell'ordinanza si fa riferimento ad adesioni giunte all' organizzazione da parte di persone che, rispondendo alle sollecitazioni degli indagati diffuse via internet, "si dichiarano disposti ad usare la violenza di massa a fini rivoluzionari, per sopprimere l'ordinamento economico costituito nello Stato".
LA PROGNOSI NEGATIVA DEL GIP. "Le lucide e pertinenti notazioni del Pm quanto ai 'pericula libertatis' sono pienamente condivisibili", scrive il gip nell'ordinanza, e "supportano una prognosi assolutamente negativa" sul futuro comportamento degli indagati "anche tenuto conto degli appuntamenti internazionali previsti per i prossimi mesi e considerati come ulteriore scenario di violenze e turbative".
LA FIGURA DI EMILIANO CIRILLO. L'ordinanza non raccoglie le indicazioni del Pm solo per quanto riguarda il figlio di Francesco Cirillo, Emiliano, a cui applica gli arresti domiciliari. Del giovane, 23 anni, residente a Diamante, si nota: "e' sicuramente plasmato dal padre, Francesco, a livello ideologico; tuttavia il suo livello di adesione all'associazione cospirativa risulta teorico e soprattutto riferibile alla sola figura paterna".Un volantino dei Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria (Nipr) fatto recapitare il 27 aprile del 2001 nel centro di assistenza di Rende della Zanussi per rivendicare l' attentato fatto alcune settimane prima a Roma contro la sede dell' Istituto per gli affari internazionali. E' da qui che ha preso le mosse l' inchiesta della Procura della Repubblica di Cosenza sui movimenti "No global". Il ritrovamento, secondo quanto si afferma nell'ordinanza di custodia cautelare, viene subito valutato "con attenzione" dagli investigatori, che ritengono "non casuale" il luogo scelto per fare ritrovare il volantino. A Rende, infatti, sostengono gli inquirenti, c'e' l' Universita' della Calabria e "proprio il centro universitario era divenuto noto, a partire dall' inizio degli anni '70, per la presenza di diversi esponenti di primo piano dei gruppi piu' estremisti della sinistra extraparlamentare coinvolti successivamente, a vario titolo e livello di responsabilita', nelle vicende del terrorismo degli anni di piombo". Dopo il ritrovamento del volantino, la Procura di Cosenza apre un fascicolo e delega le indagini alla Digos della citta' ed ai carabinieri del Ros. Polizia e carabinieri presentano due informative alla Procura da cui emerge "un quadro sintetico, ma assai interessante", delle principali vicende riguardanti la storia dell' eversione locale. Nelle informative compare il nome di Francesco Cirillo, gia' arrestato per associazione sovversiva nell' aprile del 1980 insieme a Giancarlo Mattia, un altra delle persone coinvolte nell' inchiesta sui "no global". Nell' ordinanza si fa riferimento al fatto che anche il procedimento penale del 1980 avesse avuto origine dal ritrovamento di un documento relativo ad una riunione tenutasi nell' Universita' di Cosenza. Nel corso di tale riunione "Cirillo, Mattia e numerosi altri docenti, alcuni dei quali gia' militanti nel disciolto 'Potere operaio' - si legge nell' ordinanza - avevano progettato la costituzione di strutture politico-militari eversive nel territorio della Calabria". Sarebbe stato questo contesto ad indurre il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa ad interessarsi dell' Universita' della Calabria ed a spingere lo stesso ufficiale dei carabinieri ucciso dalla mafia a dedicare un lungo passaggio proprio alla "Situazione di Cosenza" nel corso della deposizione fatta l' 8 luglio del 1980 davanti alla Commissione parlamentare d' indagine sul caso Moro. Nell' ordinanza si fa poi riferimento alla costituzione di alcuni centri sociali come Gramna e Filo rosso nell' ambito dei quali un "ruolo preminente" - sempre secondo i magistrati - sarebbe stato svolto da docenti e studenti dell' Universita'. Ci sono poi da tenere in considerazione gli episodi minatori ed incendiari verificatisi nel cosentino tra il 1994 ed il 1999, con successive rivendicazioni di stampo eversivo. Episodi culminati nel ritrovamento, nell' agosto del 1999, di un ordigno inesploso presso la nuova caserma del Comando provinciale dei carabinieri di Cosenza. Un altro episodio citato nell' ordinanza e' il ritrovamento nel settembre del 1999, presso la sede regionale della Rai e presso la redazione del 'Quotidiano', di un volantino a firma Brigate rosse-per la ricostruzione del Partito comunista combattente contenente minacce al Presidente della Repubblica. Volantino, si rileva nell'ordinanza, simile a quello con cui era stato rivendicato l' assassinio del prof. Massimo D' Antona. Le indagini si concentrarono subito su Francesco Cirillo, ritenuto dagli investigatori "un possibile trait-d'union tra vecchia e nuova lotta armata".
Fanno parte dei delitti contro la personalita' dello Stato quattro dei reati contestati ai no global arrestati. Si tratta di reati gravissimi e le norme che li prevedono hanno trovato applicazione soprattutto nel periodo del terrorismo. In particolare la cospirazione politica mediante associazione, che e' uno dei delitti contestati agli arrestati, rappresenta uno dei reati associativi piu' gravi previsti dal nostro ordinamento. A punirlo e' l'articolo 305 del codice penale, che prevede che quanto tre o piu' persone si associano per commettere uno dei delitti contro la personalita' dello Stato "coloro che promuovono, costituiscono o organizzano l'associazione sono puniti per cio' solo con la reclusione da cinque a 12 anni"; pene aumentate "se l'associazione tende a commettere due o piu' dei delitti" in questione. Risale al 1930 e fu introdotto per colpire le opposizioni comuniste, socialiste e anarchiche un altro dei reati di cui devono rispondere i no global. Si tratta del delitto previsto dall' articolo 270 del codice penale "Associazioni sovversive", che e' di rara applicazione. La norma punisce con la reclusione da 5 a 12 anni chiunque, nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale, o comunque a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato". Gli altri delitti contro la personalita' dello Stato di cui devono rispondere i no global sono la "propaganda ed apologia sovversiva o antinazionale", punita dall'articolo 272 e "l'attentato contro gli organi costituzionali", previsto dall'articolo 289. Per il primo reato, che consiste nel fare "propaganda per l'instaurazione violenta della dittatura di una classe sociale sulle altre, o per la soppressione violenta di una classe sociale o comunque per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato", e' prevista la pena della reclusione da uno a cinque anni. Il secondo e' invece punito con la reclusione non inferiore a 10 anni se si commette un fatto diretto a impedire , in tutto o in parte, al presidente della repubblica o al governo o al parlamento o alla Corte costituzionale o alle assemblee regionali l'esercizio delle loro funzioni. Reclusione da uno a cinque anni invece se il fatto ha solo lo scopo di turbare l'esercizio di queste funzioni: un caso, quest' ultimo, previsto dal comma 2 richiamato nell' ordinanza di custodia nei confronti dei no global.
Non mostra di credere all'ipotesi, per anni ventilata, della presenza di servizi occidentali dietro il sequestro di Aldo Moro, un evento che ricorda oggi come "una cosa straordinaria". E fa anche considerazioni sul delitto Biagi e sull'efficacia o meno delle scorte per contrastare azioni di terrorismo. Francesco Cirillo, uno dei leader dei No Global arrestati oggi, fa riferimento ai due sanguinosi episodi in conversazioni intercettate con microspie ambientali dagli inquirenti.
Il 24 marzo scorso, Cirillo conversa con Lidia Azzarita, su temi molto dibattuti dal movimento, soprattutto la nuova stagione di manifestazioni sindacali. In un ampio passaggio dell'intercettazione (in piu' punti incomprensibile per problemi tecnici) Cirillo si sofferma sul delitto dell'economista Marco Biagi: "...e ma a quello che hanno ammazzato che fanno?... (il professor Biagi, chiosa il gip). E va bene ma e' la stessa cosa...e tu che fai? Tu che vai a fare alle riunioni...noi che andiamo a fare alle riunioni...avanti la cosa che...cioe' che lo facciamo a fare?".
"Io penso - dice poco dopo Cirillo - che...le manifestazioni pacifiche diciamo non servono a niente. Io penso che le manifestazioni oggi si dovrebbero fare...il potere si mangia tutto...si mangia tutto...si mangia pure tre milioni e due...io ora voglio vedere il sindacato". "Voglio vedere - aggiunge - Cofferati...quindi lo scontro sociale aumenta...alla fine...vedrai che se Cofferati, Cofferati e va avanti..nella discussione...loro sono prospetti (propensi? ndr) a non far passare l'articolo 18...a ritirarlo...il Governo stesso. Poi un'altra cazzata e' quando si dice sempre...ma perche' non prendono a quello...Ma se tu pensi che sia giusto a prendere Berlusconi...perche' non lo prendi tu?...Perche' non lo fai tu?...Se tu reputi che sia giusto? Non e' che lo puoi dire agli altri...pero' poi e' chiaro che ognuno cerca di fare...quello che fa...allora e' chiaro che tu devi essere un bersaglio senza scorta...Un errore...ci potrebbe essere...il fatto come ha detto Mauro...quella e' stata una cosa....un'osservazione giusta...cioe' il fatto che il...che Panorama sia uscito dicendo che tutta questa gente sia sotto scorta...puo' darsi che abbia accelerato...a farlo fuori...perche' altrimenti... puo' darsi che lo avrebbero fatto fuori piu' in la'...allora siccome era un obiettivo che loro gia' tenevano sotto...sott'occhio...siccome quello ha detto...ma come mai questa gente e' senza scorta? Allora loro hanno detto guarda prima...che gli mettono la scorta diventa piu' difficile fare il reato...a parte il fatto che il ragionamento della scorta fino a un certo punto c'ha un significato..".
Lidia Azzarita: "Perche' la fanno fuori...".
Cirillo: "Perche' si fanno fuori pure la scorta...quindi e' inutile che fanno".
A questo punto Cirillo rievoca la vicenda Moro. "Moro aveva cinque persone...uno piu' esperto dell'altro...e l'hanno fatti fuori a tutti quanti...senza ammazzare gente...ed all'inizio...io mi ricordo...immagina il giorno dopo..che...in Italia....immagina che cosa si e' potuto scatenare il giorno dopo..quando e' successo il rapimento Moro....hanno incominciato a dire che non erano le Brigate Rosse...che c'erano i servizi segreti...che si davano ordini in tedesco...che un altro dice che erano persone della CIA che dentro c'era....dopo hanno scoperto tutti quanti chi erano il commando...si sa chi era...non c'erano tedeschi...non c'era la CIA...non c'era nessuno".
Cirillo parla di Moro - scrive il gip - esprimendosi "in termini di agghiacciante apologia di quel tragico episodio". Cirillo: "Erano tutte persone che avevano fatto...certo addestramento...avevano fatto addestramento con le armi perche'...ad ammazzare la scorta...con Moro che era al centro dietro..senza colpirlo...eh insomma e' stata una cosa straordinaria...il giorno dopo manifestazioni in tutt'Italia...pure a Diamante...lo sai? C'era il PCI allora...la DC..erano tutti quanti a fare la manifestazione".
Lidia: "E tu dov'eri?".
Cirillo: "Ero a Diamante e facemmo un manifesto...in cui dicemmo che noi non partecipavamo...piangetevelo voi.."."Data la mia situazione, purtroppo non ho mai potuto avere con i compagni militanti arrestati quello 'stretto contatto' di cui si favoleggia nella prosa giudiziaria". Oreste Scalzone, leader di Potere operaio rifugiato da anni a Parigi, smentisce cosi' all'Ansa quanto scritto nell'ordinanza di arresto dei no global, secondo la quale l'organizzazione "e' in stretto contatto con esponenti di spicco dell'eversione oggi all'estero, quali Oreste Scalzone". "Non ho potuto che leggere talvolta i loro testi on-line, o magari parlare con qualcuno di loro via i microfoni di radio libere quali radio Ciroma di Cosenza - dice - e di questo limite mi rammarico: avrei preferito uno scambio, una cooperazione, una interazione con loro. Mi sarebbe piaciuto poterli incontrare". "Personalmente mi sento onorato ogni volta che mi viene attribuita una complicita' di fondo con movimenti di lotta che esprimano resistenza e controffensiva nei confronti delle Razionalita' economiche e statali", prosegue. "Razionalita' di cui ci dicono dalla regia- cosi' dicono rapporti Onu che fuggevolmente compaiono sulle prime pagine dei giornali come una specie di cronaca nera planetaria, buona per essere dimenticata il giorno dopo - che rendono probabile l'agonia della terra tra 30 anni, e sicuro il moltiplicarsi persino dei genocidi della sete". "Naturalmente questo mio sentirmi onorato - prosegue Scalzone - non reclama necessariamente una reciprocita' e soprattutto sono fermamente intenzionato a stroncare il tentativo di usare la mia persona, la mia storia, e la mia identita' come una sorta di aggravante da usare contro di loro". Sugli arresti dei no global, Scalzone ritiene che "si debba sempre tentare finche' e' possibile di rovesciare i colpi che si ricevono, cercando di farne un boomerang di ritorno per chi li ha lanciati". "Bisogna tentare di vedere le sofferenze e le sconfitte anche come delle occasioni", dice. "Questa specie di remake di una logica da retata giudiziaria evoca il ricordo dei peggiori momenti della giustizia d'emergenza: converra' che molti riflettano sulla grande illusione, sulla grande mistificazione girotondista, sintetizzata in un cartello apparso recentemente a Roma su cui e' scritto "Legalita' e' il potere dei senza potere".
16 novembre 2002 – LA STAMPA RICORDA UCCISIONE CASALEGNO
"La Stampa"
DAI SEQUESTRI IN FABBRICA AGLI ATTENTATI MORTALI: LA FOLLE STRATEGIA DELLE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE Br, un omicidio che segna il "salto di qualità"
ERA cambiato. Da lotta armata, con quel vago sapore rivoluzionario, terzomondista, utopistico era diventato terrorismo: un'arma letale in mano ai rivoluzionari, ha detto qualcuno. Ma non era con il terrorismo che le Brigate rosse avrebbero potuto "colpire il cuore dello Stato", cancellare regole antiche, fare la rivoluzione. La parabola cominciata sui banchi universitari e nei comitati di fabbrica clandestini, fra la fine dei Sessanta e l'alba dei Settanta, avrebbe spinto una parte non insignificante di una generazione in una strada senza uscita, scadita a ogni passo da assassinii, ferimenti e sequestri. In questa logica aberrante s'inserisce l'omicidio di Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa. Quattro mesi più tardi, il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, presidente della democrazia cristiana, avrebbe segnato il punto di non ritorno di quella "rivoluzione" che non sarebbe mai diventata "guerra di popolo". Era cominciata quasi come un gioco pericoloso. E perverso. I modelli erano l'Oriente rosso, il Mao-tse Dong pensiero, la lunga marcia, la Sierra Madre, il "Che" e Fidel, l'Angola e l'Irlanda del Nord. Si era cominciato con l'arma della propaganda per finire con la propaganda delle armi. Carlo Franceschini, un comunista ortodosso, superstite di Auschvitz, mi raccontò che suo figlio Alberto, considerato un capo fra le bierre e l'inquisitore del giudice genovese Mario Sossi, un giorno gli aveva detto: "La nostra guerra durerà magari 500 anni, l'importante è cominciarla". Contro chi, quella guerra? C'è sempre un nemico da combattere. L'elenco di quelli "del popolo" si allungava di giorno in giorno: lo stato borghese, le multinazionali, gli intellettuali, coloro che non si piegavano alla logica della minaccia e della paura. "Il professore" era uno di quelli, uno che aveva il coraggio delle proprie idee dunque, peccatore irrecuperabile, agli occhi dei brigatisti, ormai incapaci di uscire dal labirinto. Nessuna indulgenza con chi praticava il terrore, nessuna ambiguità, aveva più volte ripetuto sulle colonne de La Stampa. Un giorno aveva scritto: "Esistono, tra il terrorismo e le formazioni eversive dell'estrema sinistra, rapporti indiretti e un'obiettiva complicità. Br, Nap, Prima Linea con l'azione armata clandestina, i fanatici dell'ultrasinistra con i cortei violenti, i sabotaggi, le spedizioni squadristiche, la pratica organizzata dell'illegalità conducono, utilizzando mezzi diversi, una stessa guerra alle istituzioni, ai principi della convivenza civile, a interessi primari, politici ed economici della collettività. E le organizzazioni oltranziste non clandestine offrono al terrorismo una solidarietrà dichiarata, anche se talvolta critica; una copertura psicologica; una vasta schiera di giovani combattivi da cui poter trarre nuove reclute". Ecco smascherati i "cattivi maestri", che ammettevano di provare euforia al momento di abbassare sul volto il passamontagna, che ispiravano e incoraggiavano i più ribelli a dare inizio alla rivoluzione con gli "espropri proletari", che erano rapine per autofinanziamento, o con i "processi proletari" come quelli a cui erano stati sottoposti Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit Siemens di Milano, Ettore Amerio, della Fiat Auto e Sossi. Quando spararono al "professore" le Brigate rosse sprecarono tre pagine per tentare una spiegazione politica inesistente: "Come agente della controguerriglia attiva aveva fatto una chiara scelta di campo". Come dire: o con noi o contro di noi, e chi è "contro" dev'essere spazzato via. Del resto, non era stato Stalin a dire che "la morte risolve ogni problema... via l'uomo via il problema"? Quella ricerca di una motivazione aveva aspetti ossessivi. Altro che "né con lo Stato né con le brigate rosse". L'agguato, sostennero, era un capitolo nella "campagna contro i giornalisti": quando alcuni militanti della Raf tedesca, fra i quali Ulrike Meinhof, erano morti di morte dubbia nel carcere di Stammheim, la pubblica posizione presa dal "professore" aveva spinto i terroristi a deciderne l´omicidio. Ma la ragione dell'attentato sarebbe ancora più tragicamente maschina, se si deve credere a Patrizio Peci, il primo grande "pentito" fra le Bierre che così la racconta nell'autobiografia "Io, l'infame": "Tutto nacque, credo, da un'irritazione particolare di Andrea Coi nei confronti di Casalegno. Coi - che era un intellettuale, e quindi sensibile a quelle cose - ce l'aveva a morte con i suoi articoli. Effettivamente erano articoli durissimi: Casalegno si era fatto carico, sulla Stampa, del problema del terrorismo e lo trattava con estrema decisione: a mali estremi estremi rimedi. Ma non era tanto questo che dava fastidio. Casalegno era un maestro nello sminuire e ridicolizzare l'Organizzazione. L'Organizzazione non tollera l'ironia né tollera di essere sbeffeggiata". Nessun gruppo, di destra o di sinistra, ha mai tollerato critiche, tantomeno l'ironia. Due mesi avanti l'attentato, Azione rivoluzionaria, che seguiva un credo anarchico riveduto e corretto, aveva compiuto un attentato al tritolo contro il giornale che soltanto la buona sorte, o la Provvidenza per chi crede, aveva impedito si risolvesse in una carneficina. Quel mercoledì era un giorno normale, lui al giornale, la moglie Dedi in casa, col cuore in gola perché quelli erano tempi drammatici. I brigatisti, lo controllavano da tempo e quando furono certi che non avesse più il piantonamento della polizia sotto casa, decisero di uccidere. Quell'anno i terroristi delle varie organizzazioni assassinarono 23 persone e ne ferirono 38: con l'uccisione di Marco Biagi, 19 marzo scorso, le vittime sono diventate 130, centinaia i feriti, i più colpiti alle gambe, da cui il termine gambizzati. Vincenzo TessandoriFolla ai funerali, risposta alla paura Il dramma aprì gli occhi sui falsi profeti degli anni di piombo
QUANTO pesava sulle nostre spalle di giovani giornalisti, quella mattina, la bara di lucido legno marrone in cui riposava "il professore". Lasciavamo dietro di noi l´odore di cera fusa e di fiori che aleggiava nell´atrio del giornale trasformato in camera ardente, ed entravamo nell´aria grigia d´un giovedì d´inverno sentendo, forte, la pesantezza dell´umana compassione e del dolore e della rabbia. Ma, ancora più, su tutti gravava la consapevolezza che il terrorismo aveva aperto la sua stagione più tremenda. Era partito dalle auto bruciate, dalle spedizioni punitive contro gruppi neofascisti e dalle irruzioni nelle associazioni imprenditoriali per arrivare ai ferimenti dei "servi dello Stato": i "gambizzati", come si diceva allora con un neologismo brutto e terribile. Adesso le Nagant, le Skorpion, nomi ormai diventati quasi consueti in quegli anni di piombo, sparavano per uccidere. "Sappiano i giornalisti che d´ora in poi sapremo alzare il tiro" avevano avvertito i br della colonna Walter Alasia. Carlo Casalegno è la prima vittima di questa miserabile promessa: lo colpiscono alla testa perchè muoia e perchè l´immagine dei suoi capelli bianchi imbrattati di sangue sia monito ad altri "pennivendoli". Di più: perchè la sua fine sprofondi un´intera classe dirigente nella cultura dell´angoscia. Ma il corteo che porta verso la chiesa della Crocetta la cassa avvolta nella bandiera, taglia, quel giorno, una metropoli più indignata che terrorizzata. Giacchè, come aveva detto Arrigo Levi davanti a 10 mila persone riunite in piazza Castello per rispondere alla sfida degli uomini del terrore, "essere città è essere civiltà". Restano, è vero, nella Torino d´allora e nel Paese che le fa da specchio, sacche di colpevole indifferenza e luoghi del ribellismo violento dove ancora s´ardisce coniugare lo slogan "nè con lo Stato nè con le br". Ma l´omicidio, il drammatico e tracotante "salto di qualità" - che mesi dopo raggiungerà lo zenit con l´uccisione di Moro - getta in viso alla società metodi e forme d´una eversione che ripugna. Nasce di qui l´altra faccia della paura: l´impeto che, ad esempio, fa insorgere l´Italia delle fabbriche contro chi immagina un´ipotetica contiguità o copertura morale tra la lotta sociale organizzata e la dannata macchina dell´assassinio: "Le nostre battaglie non sono radici di terrorismo e non c´è continuità tra i picchetti e gli attentati br, i volantini sindacali e quelli terroristici". E sono figlie dello stesso orrore anche le domande scabrose rivolte a coloro che Sciascia definisce i "professionisti dell´intelligenza": perchè molti intellettuali non si sono sforzati di "interpretare i fatti, di coglierne le implicazioni anche remote e di scorgerne le conseguenze possibili" preferendo stare chiusi nella loro solitudine? La risposta arriva, con il più fragoroso silenzio, dall´intellettuale più solo: il "professore" ucciso che portiamo a spalle nella mattina dell´addio. Renato Rizzo16 novembre 2002 – ARRESTO NO-GLOBAL: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
I vicini di cella sono gli irriducibili delle Br
ROMA - I No Global arrestati sono detenuti nelle carceri di Trani e Latina. I loro vicini di cella sono i brigatisti irriducibili. Il supercarcere di Trani, in provincia di Bari, è infatti famoso per la presenza, in un'ala di massima sicurezza, di una dozzina di terroristi responsabili degli omicidi del professor Ruffilli nell'88, del sindaco di Firenze Conti nell'86 e del professor Tarantelli nell'84.
Tra questi vi sono Antonino Fosso, Michele Mazzei, (già condannati all'ergastolo per la vicenda "Prati di Papa"), Franco Galloni e Francesco Donati che il 31 ottobre scorso hanno ricevuto quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere perché la procura di Roma ha contestato loro un ruolo nella stesura del documento che rivendicò l'omicidio di Massimo D'Antona, ucciso in via Salaria il 20 maggio 1999.
Anna Curcio e Lidia Azzarita, arrestate nell'ambito dell'inchiesta sui No Global, sono invece in regime di isolamento a Latina. Nello stesso penitenziario sono detenute le irriducibili delle Br."Il Corriere della sera"
IL RITRATTO / Laurea a pieni voti, una condanna per rapina: sa farsi pubblicità con slogan e colpi a effetto (come il bossolo per Scajola)
Francesco Caruso, il ribelle che si inchina alle leggi del marketing
DAL NOSTRO INVIATO
BENEVENTO - Sovversivo lo è di sicuro. Perché vallo a trovare un altro che abbia cambiato in maniera così radicale l'abbecedario italiano del dissenso, inciampando casomai nelle sue stesse parole, andando spesso oltre misura, ma restando sempre fedele a una sola regola. Quella che dice: sparala grossa e parleranno di te. Bene, male: cosa importa? L'essenziale è che ne parlino.
Avrà disobbedito a tutto, Francesco Caruso, nei 28 anni che gli stanno alle spalle, ma non a questo comma del marketing politico. E se un paio d'anni fa giornali e televisioni cominciarono ad occuparsi del movimento "no global", lo si deve anche alle esche (a volte velenose) lanciate da questo ragazzo tra le fauci dei mass media. Eccone un breve campionario.
La più improbabile, alla vigilia della marcia per la pace di Assisi: "Getteremo gavettoni d'acqua santa su Rutelli e D'Alema". La più gradassa, prima della marcia filoamericana organizzata a Roma dal centrodestra: "Il signor presidente del Consiglio, cav. Silvio Berlusconi, meriterebbe un paio di ceffoni". La più angosciante, come preludio al G8 di Genova: "Per invitarlo a riflettere sulla potenza distruttiva di un proiettile, abbiamo spedito al ministro Scajola una lettera con un libro e un bossolo di pistola". L'ultima, di pochi giorni fa: "La contestazione proseguirà a Lecce, dove si riuniranno i ministri dell'Interno di tutta Europa. Assedieremo il loro castello, li chiuderemo dentro".
Roba degna di un "copywriter", più che di un pericoloso ribelle. Anche se Francesco Caruso, in questi anni, di guai con la giustizia ne ha avuti parecchi: sospetti, imputazioni, condanne, mai però un arresto. E tantomeno clamoroso come quello di ieri. E' stato indagato dalla Procura di Roma per l'assalto a un ufficio dell'agenzia di lavoro interinale Adecco, avvenuto il 15 febbraio scorso durante una manifestazione indetta dai sindacati di base. "S'è trattato dell'azione di smontaggio di un simbolo dello sfruttamento lavorativo", raccontò allora destreggiandosi tra le parole come un acrobata. Ma poi aggiunse: "E' un'accusa assurda, nel corteo c'erano centomila persone. Io mi sono limitato a fare il resoconto della giornata in una conferenza stampa". La condanna più grave, invece, risale a marzo, quando gli sono stati inflitti 17 mesi di galera per una rapina compiuta nel '98 a Milano, dopo una manifestazione. "Ma quale rapina - replicò subito dopo la sentenza -. Ho soltanto difeso una ragazza che non voleva farsi perquisire dai "city angels" all'uscita di un supermercato". Adesso a Benevento, la città natale, dicono che "il sovversivo" altro non sia che uno studente modello con una laurea a pieni voti in scienze politiche e "un'antica passione civile per gli emarginati".
Ma c'è da scommetterci che l'immagine del "bravo ragazzo un po' scapocchione", rimasto impigliato nella rete della magistratura, non piacerebbe a Caruso. Lui se ne inventerebbe un'altra. Probabilmente migliore. Senza dubbio più vera di quelle che gli hanno appiccicato addosso. Qui e a Cosenza.
Enzo d'Errico17 novembre 2002 - BERTULAZZI; MOGLIE CHIEDE AD ARGENTINA DI NON ESTRADARLO
ANSA:
La tedesca Bettina Erika Liselotte Hildegard, moglie del brigatista Leonardo Bertulazzi, condannato in Italia a 27 anni di carcere per il sequestro dell' armatore genovese Piero Costa, ha chiesto al governo argentino di opporsi alla estradizione perche', ha assicurato, "e' un perseguitato politico del governo Berlusconi". In una intervista all'agenzia di stampa argentina 'DyN' la donna, che ha fornito l'identita' di Erika Kopcke, ha espresso "la grande speranza" che Buenos Aires non accolga la richiesta di estradizione perche', ha detto, la condanna italiana "non e' legale" per la legge argentina. La donna ha quindi illustrato le due ragioni che la spingono a ritenere che Bertulazzi non sara' estradato a Roma: "Il processo si e' svolto in contumacia e per la legge argentina questo tipo di processo non e' legale, e i reati per cui e' stato condannato non erano 'di sangue' e sono gia' entrati in prescrizione". La Hildegard ha quindi assicurato che Bertulazzi ha detto al giudice istruttore argentino Claudio Bonadio che "non vuole essere estradato in Italia considerandosi un perseguitato politico del governo Berlusconi". A questo riguardo la donna ha detto che "siccome il governo di destra di Berlusconi segue i passi di quello di George Bush e della sua teoria della 'lotta contro il male', ora si e' messo a cercare in ogni parte del mondo i militanti di sinistra degli anni '70, e li fa arrestare per poter dire agli Stati uniti: guardate, stiamo catturando gente". "L'Argentina deve sapere che se manda Bertulazzi in Italia - ha concluso la tedesca - lo sotterreranno per 27 anni in un carcere di massima sicurezza". Da cinque mesi in Argentina dopo un lungo viaggio in moto in America latina, Bertulazzi e la moglie sono stati arrestati a Buenos Aires il 3 novembre scorso dalla polizia italiana e da quella argentina. Nato a Verona nel '51, ma genovese di adozione, Bertulazzi, un brigatista della prima generazione, e' stato condannato nell"87, con un cumulo di pene, a 27 anni di reclusione per associazione sovversiva e banda armata.Aveva fatto parte della colonna genovese 28 marzo delle Brigate Rosse.17 novembre 2002 - ARRESTI NO GLOBAL: IL TESTO DEL COMUNICATO DEL VIMINALE
ANSA:
Questo il testo del comunicato diffuso oggi dal ministero dell' Interno: "Il portavoce del Viminale rende noto che il ministro dell' Interno, Giuseppe Pisanu, ha espresso soddisfazione per la misura con cui il movimento no global ha manifestato ieri in diverse citta' italiane e, allo stesso tempo, ha sottolineato l' equilibrio e l' accortezza con cui le forze di polizia hanno garantito il corretto svolgimento delle manifestazioni". "Il ministro Pisanu segue, pero', con grande attenzione gli ulteriori possibili effetti che i provvedimenti della magistratura di Cosenza potrebbero determinare sull' ordine pubblico. A tal fine, avvalendosi degli strumenti che la normativa vigente gli attribuisce - prosegue la nota - chiedera' al procuratore della repubblica di Cosenza di fornirgli ogni utile elemento conoscitivo che emerga dall' inchiesta in corso". "Il ministro Pisanu ha confermato la piena fiducia nell' azione della magistratura, auspicando, da un lato, la rapida conclusione di tutte le indagini attinenti allo svolgimento di pubbliche manifestazioni e, dall' altro, che anche i competenti procuratori generali delle Corti d' appello, data la delicatezza e l' ampiezza dell' inchiesta - conclude il comunicato - assicurino la piena attuazione delle attivita' di coordinamento e di vigilanza informativa che la legge prevede".17 novembre 2002 – ARRESTO NO-GLOBAL: PER AVV. CAVALLO SONO PACIFICI
"Il Nuovo"
Il legale dei No-global: quali sovversivi, sono dei pacifici
L'avvocato Mino Cavallo contesta le competenze della Procura di Cosenza e la sostanza dei reati che hanno spedito in carcere 20 manifestanti al G-8.
di Gisella Desiderato
MILANO - "Cospirazione politica al fine di turbare l'esercizio delle funzioni di governo, propaganda sovversiva, sovvertire violentemente l'ordinamento economico costituito dello Stato, istigazione a disobbedire alle leggi dell'ordine pubblico". Nell'ordinanza di custodia cautelare il Gip di Cosenza, Nadia Plastina, va giù pesante. Con queste accuse 20 no-global sono stati arrestati. E altri 42 indagati . Facevano tutti parte della Rete meridionale del sud ribelle. "Un'associazione assolutamente pacifica - spiega Mino Cavallo, uno degli avvocati del folto collegio che in queste ore si sta formando in difesa degli indagati - Per il gip questa associazione è nata a Cosenza quasi con un atto di costituzione notarile". Cavallo è il legale dei "sovversivi" di Taranto: 8 persone del collettivo anti-global della provincia jonica, 3 detenuti presso il super carcere di Trani, 5 agli arresti domiciliari.
I capi di imputazione sono gravissimi. Quali sono gli elementi costitutivi di questi reati?
Si tratta di accuse molto complesse. A monte esiste un difetto di competenza: a procedere non deve essere Cosenza. I fatti contestati risalgono al marzo 2001, quando ci fu il Global Forum di Napoli, e a quel maledetto luglio 2001, quando, durante il G8 di Genova, morì Carlo Giuliani. Non ci sono fatti nuovi. Dunque: se c'è un reato scopo, come quello di sovvertire l'ordinamento democratico, a essere lesi sono prima di tutto il Parlamento e il Governo, quindi competente è Roma, dove hanno sede le Istituzioni. Se c'è un reato fine, come le precise "devastazioni" avvenute a Napoli e Genova, competenti sono le Procure campane e liguri. Che c'entra Cosenza? Non esistono fatti specifici. La prima eccezione che solleveremo, come collegio difensivo, è quella di incompetenza. Poi entreremo nel merito di queste contestazioni anacronistiche.
Giuliano Pisapia, di Rifondazione Comunista, ha precisato che da febbraio è pronta una proposta di legge, ignorata finora dal ministro Castelli, per modificare il reato di associazione sovversiva. Perché lo si vuole cambiare?
Perché è un reato orribile. Si tratta di un reato di opinione. Che si configura con la semplice propaganda. E che, invece, andrebbe individuato solo dopo "atti idonei a sovvertire". Andrebbe eliminato l'articolo 270 c.p. (associazione sovversiva ndr), e mantenuto il 270-bis c.p. (associazione armata ndr).
Qual è la differenza?
Sta nel fatto che se qualcuno oggi dice che il Governo Berlusconi è un "governo ladro", se non incorre nella diffamazione, può essere indagato per un atto di propaganda politica. Diverso è se questo qualcuno mette una bomba in Parlamento. Il primo caso rientra nel 270 c.p., il secondo nel 270-bis c.p. Per gli odierni arrestati i giudici ipotizzano atti di violenza. Che oltre a non essere provati, non sono neanche riferibili al singolo, ma a una associazione, in barba al principio per il quale la responsabilità penale è personale.
Di quali fonti di prova dispongono i magistrati?
Di intercettazioni, e-mail. Tutti elementi interpretati in maniera cervellotica. Il fatto più duro è contenuto in una dichiarazione di uno degli arrestati che, riferendosi a Genova, ha detto: "Dobbiamo sfondare la zona rossa". Ma si tratta di un atto politico, non violento.
Ma se 20 persone sono state arrestate vuol dire che esistono le esigenze cautelari?
Assolutamente no. Per il gip esiste il pericolo di fuga. Ma i fatti contestati si riferiscono a più di un anno fa. E' un abominio giuridico. La pericolosità sociale è ancora peggio. L'ordine di cattura è stato firmato dal gip il 4 novembre ed eseguito il 15 mattina. E tra le 359 pagine viene detto che gli arrestati sono pericolosi perché possono commettere atti di violenza durante il Social Forum di Firenze. Così come non è stato. Insomma l'ordinanza ha contraddetto sé stessa.
In quali casi è stato contestato il reato di associazione sovversiva? Si potrebbe ipotizzare un invisibile legame con le vecchie Br?
Queste contestazioni richiamano gli anni di piombo. I fatti di sangue e la lotta armata. Di associazione sovversiva si è parlato all'epoca del teorema Calogero. Ma allora esistevano contestazioni serie. Oggi si tratta di fandonie. I magistrati vorrebbero ravvisare un'identità di linguaggio con le Brigate Rosse. Ma la violenza di allora, oggi non esiste più.
Ora è il momento della solidarietà. E i simpatizzanti dei new- global stanno ricorrendo all'autodenuncia collettiva. Per i magistrati ora saranno guai . Non solo perché la macchina della giustizia si ingolfa, perché a fronte di centinaia di autodenunce ci possono essere centinaia di archiviazioni. Ma anche perché se uno si auto-accusa di aver commesso un fatto per cui un altro è stato arrestato, i giudici devono giustificare l'eventuale disparità di trattamento.18 novembre 2002 - ARRESTI NO GLOBAL: CARUSO NON RISPONDE AL GIP
ANSA:
E' durato pochi minuti il faccia a faccia nel carcere di Viterbo tra Francesco Caruso, assistito dall'avv. Carmine Malinconico, ed il Gip presso il tribunale di Cosenza Nadia Plastina. Giusto il tempo di far mettere a verbale una dichiarazione con la quale Caruso afferma che le indagini che hanno portato al suo arresto sono pregiudiziali e subito dopo l'altra dichiarazione con la quale si e' avvalso della facolta' di non rispondere alle domande. Quindi l'avvocato Malinconico ha sollevato una eccezione: la incompetenza territoriale della magistratura cosentina per fatti avvenuti per la prima volta a Napoli nel 2001 e, in subordine l'incompetenza, sempre dei giudici calabresi per fatti che investono organi costituzionali per i quali la magistratura competente puo' essere soltanto quella di Roma. Il difensore di Caruso ha anche chiesto l'immediata scarcerazione del suo assistito. All'uscita dal carcere di massima sicurezza di Mammagialla, l'avvocato Malinconico ha riferito che Caruso e' apparso sereno anche se un po' affaticato per il lungo trasferimento dal carcere di Trani a quello di Viterbo durato nove ore. A quanto si e' appreso il capo napoletano dei no global, per passare le lunghe ore ha richiesto di avere alcuni libri disponibili nella biblioteca del carcere: in particolare ha chiesto: "Il processo" di Kafka, " Demoni" di Dostoyeski, "Madame Bovary" di Flaubert. Domani Caruso potra' incontrare i parenti. Al momento, secondo quanto dichiarato dall'avv. Malinconico, tutti i difensori degli arrestati hanno optato per una linea comune di difesa, almeno per questi primi adempimenti, tra i quali il ricorso al tribunale della liberta' che sara' presentato tra domani sera e mercoledi' mattina. In pratica subito dopo l'interrogatorio delle donne arrestate e rinchiuse nel carcere di Latina. "Non sara' semplice - ha detto il legale di Caruso - preparare attentamente il ricorso dovendoci districare in oltre 27 mila pagine presentate dalla accusa". Gli avvocati hanno lasciato il carcere di Viterbo verso le 17,30, precedendo il Gip Plastina, quando ormai fuori oltre le grosse cancellate che delimitano l'istituto di pena, i circa cento manifestanti presenti da stamani avevano smontato cartelloni e bandiere e si erano portati al centro della citta' in piazza del Comune per una pacifica manifestazione. In mattinata erano giunti a Viterbo in visita agli arrestati i deputati Cento e Russo Spena che all'uscita si sono intrattenuti qualche minuto con i dimostranti sotto un pioggia torrenziale.19 novembre 2002 - ARRESTO NO-GLOBAL: ARRESTATE SI AVVALGONO FACOLTA' NON RISPONDERE
ANSA:
Si sono avvalse della facolta' di non rispondere Anna Curcio e Livia Azzarita, le donne del movimento no-global arrestate nei giorni scorsi e detenute nel carcere di Latina. Gli interrogatori da parte dei magistrati nella casa circondariale di via Aspromonte sono terminati intorno alle 15. Anche oggi una ventina di rappresentanti del social forum di Latina hanno tenuto un sit-in davanti al carcere. Hanno rifiutato ogni contestazione rifiutandosi di rispondere al giudice Livia Azzarita e Anna Curcio, le donne del movimento no-global ascoltate oggi dal gip nel carcere di Latina. All'uscita dalla casa circondariale gli avvocati non lasciano spazio a dubbi: "Siamo di fronte a un' ordinanza di custodia grottesca - ha detto Mario D'Alessandro, legale della Azzarita - gia' a leggere il capo d'accusa qualcuno dovrebbe spiegare come si puo' sovvertire l'ordinamento dello Stato con due manifestazioni e una vetrina rotta, non mi sembra che ci siano state crisi dopo quelle vicende. La mia assistita ha fatto sempre tutto alla luce del sole e rivendica quello che
ha fatto". Secondo Maurizio Nucci, difensore della Curcio, "Nessuna risposta sulle contestazioni perche' aspettiamo di verificare l' intero impianto processuale. La mia assistita e' sicura di poter precisare e puntualizzare la sua posizione, crede nella giustizia nonostante tutto. Gli errori possono commetterli tutti e se qui ce ne sono stati le ragazze andranno scarcerate". Intanto, per quello che si apprende dai difensori, entrambe le no-global detenute a Latina sono "serene, tranquille, hanno ricevuto anche la solidarieta' delle altre donne che si trovano in carcere". Il sit-in con alcune decine di persone fuori dalla casa circondariale si e' sciolto dopo l'uscita degli avvocati. E' polemica sull'operato dei carabinieri del Ros in relazione all'inchiesta che ha portato agli arresti di 20 No global. Gia' da alcuni giorni, su qualche giornale, si va ipotizzando che il Ros abbia cercato di "piazzare" l'indagine svolta sui manifestanti che hanno compiuto danneggiamenti ed atti di violenza durante il G8 di Genova (ma anche al Global forum di Napoli) presso diverse procure, che pero' avrebbero risposto picche, non condividendo l'impianto accusatorio. Alla fine, l'indagine sarebbe stata sottoposta al pm di Cosenza, che ha chiesto ed ottenuto l'arresto dei 20 no global. Oggi alcuni esponenti politici e del Movimento hanno duramente attaccato il Ros e in serata e' lo stesso comandante del Raggruppamento operativo speciale, il generale Giampaolo Ganzer, a negare, con un comunciato ufficiale, che ci siano "dossier del Ros vaganti per l'Italia alla ricerca di una procura compiacente". Il primo, stamani, ad esprimere dubbi sull'operato del Ros e' l'on. Nichi Vendola, commissario dell'Antimafia, oggi a Cosenza. "In Italia - ha detto - e' aperto un problema che riguarda il limite del lavoro degli apparati dello Stato. Il Ros rappresenta un problema. Lo dico pur apprezzando le tante professionalita' che ci sono sotto questa sigla, sapendo che il Ros e' un organismo complesso. Noi siamo sempre stati molto responsabili quando parliamo di queste cose - ha continuato Vendola -. Per esempio non abbiamo impiantato polemiche di fuoco quando un esponente di spicco del Ros ha accusato il suo capo di avergli impedito di arrestare Bernardo Provenzano. Pero' adesso tutto ci dice che il Ros ha consumato una vendetta, portando di procura in procura, in un pellegrinaggio meschino, una paccottiglia che non puo' tenere in piedi nessun genere di accusa". A rispondere a Vendola e' il presidente dell'Antimafia, Roberto Centaro: "Il Ros e' un problema serio, ma per le organizzazioni criminali. E' un corpo d' elite degli apparati investigativi dello Stato che ha dato risultati straordinari nella lotta alla mafia e al terrorismo. Il Ros non ha storie differenti, ma un'unica storia di elevata professionalita', di fedelta' alle istituzioni e alle leggi dello Stato. Tutto il resto e' indegno e esula da ogni forma di critica". Ma a rincarare la dose, con un'interpellanza al presidente del consiglio e ai ministri dell'Interno e della Difesa, e' il verde Paolo Cento, che chiede al governo di intervenire "per limitare i compiti dei Ros dei Carabinieri e verificare eventuali violazioni delle norme di legge in merito ai dossier sul movimento no global consegnati a diverse procure italiane e alla base dell'inchiesta giudiziaria di Cosenza". Nella polemica si inseriscono anche Fausto Bertinotti e altri 3 eurodeputati di Prc, in una dichiarazione congiunta da Bruxelles: "Lo stillicidio di episodi di brutale repressione poliziesca, a Napoli e a Genova, e l'interpellazione da parte dei Ros di varie procure fino a Cosenza - affermano - indicano la presenza nei corpi della polizia dello stato e in pezzi della maggioranza di governo di forze antidemocratiche e con propensione eversiva". E durissima e' l'accusa di Luca Casarini e Anubi d'Avossa Lussurgiu, leader dei Disobbedienti. "Il Ros e i magistrati di Cosenza vorrebbero tapparci la bocca, ma non ci riusciranno. E noi non resteremo a guardare". Secondo Casarini, in particolare, "il Ros, che sta dietro l'operazione di Cosenza, deve essere sciolto. E' una struttura che fa capo al generale Ganzer, di cui conosciamo bene i precedenti. Chi intercetta centinaia di telefonate senza rendere conto a nessuno e' capace di fare ben altro. Il mantenimento del Ros, e' un pericolo, un problema per la democrazia". Infine, la replica di Vendola a Centaro: "Spiace - dichiara il commissario dell'Antimafia - che secondo Centaro si possa discutere di tutto, mentre non si puo' parlare di un apparato importante come il Ros dei Carabinieri. Io dico: e' stato scritto su tutti i giornali che l' inchiesta acchiappa fantasma della Procura di Cosenza nasce da intercettazioni fatte dal Ros dei Carabinieri, da un faldone di mille pagine. E' stato scritto dovunque che questa roba e' stata portata in una prima Procura che l' ha considerata indegna, per usare un aggettivo che usa Centaro, di essere trasformata in teorema accusatorio. Poi e' stata portata in una seconda Procura, con lo stesso risultato. Infine e' finita in un lido piu' accomodante dove e' nato il teorema accusatorio e una retata. Non ho ancora letto un comunicato dei Ros che smentisca tutto questo". Il comunicato, in realta', arriva in serata, a firma dello stesso generale Giampaolo Ganzer. "In merito a quanto riportato da alcuni organi di informazione circa una comunicazione di reato asseritamente 'proposta' dal Ros dei carabinieri a piu' procure della Repubblica, con riguardo alle attivita' svolte dall'Arma - afferma il generale - preciso che le sezioni anticrimine di Genova e di Catanzaro hanno condotto distinte indagini delegate dalle procure della Repubblica di Genova e di Cosenza, cui hanno riferito gli esiti degli accertamenti esperiti nel rigoroso rispetto dei mandati ricevuti e delle competenze attribuite alla polizia giudiziaria. Pertanto - conclude il comandante del Ros - nessun'altra autorita' giudiziaria avrebbe potuto essere, ne' e' stata, in alcun modo informata dell'esito degli accertamenti svolti e non esiste alcun dossier vagante per l'Italia alla ricerca di una procura compiacente".22 novembre 2002 - NO GLOBAL: GIP DISPONE SCARCERAZIONE PER ALCUNI ARRESTATI
ANSA:
Il Gip di Cosenza, Nadia Plastina, ha disposto la scarcerazione di alcune delle persone arrestate una settimana fa nell' ambito dell' inchiesta sui no global. Il Gip, in particolare, ha disposto la revoca dell' arresto, ordinando l' immediata scarcerazione, per Claudio Dionesalvi e Gianfranco Tallarico, entrambi di 31 anni, di Cosenza, ed ha revocato gli arresti domiciliari a Vittoria Oliva, di 61 anni, residente a Montefiascone (Viterbo). Il Giudice delle indagini preliminari ha anche concesso gli arresti domiciliari a Antonino Campenni' (37) di Parghelia (Vibo Valentia); Antonio Paolo Rollo (50) di San Cesareo di Lecce; Giancarlo Mattia (52) di Catanzaro; Anna Curcio (31) di Cosenza. Il provvedimento del Gip e' contenuto in 20 pagine di ordinanza che in questo momento e' in corso di notifica agli interessati nelle varie carceri, o nelle abitazioni in cui si trovano. "Una decisione di rimessione in liberta' e' sempre un fatto positivo. Sono significativi anche i tempi brevi con cui e' stata adottata, anche se non comprendo la differenziazione rispetto agli altri indagati". E' questo il primo commento del legale di Dionesalvi, l' avv. Giuseppe Mazzotta, alla scarcerazione decisa stamattina dal Gip di Cosenza. "Speriamo che tale decisione - ha aggiunto il legale - sia di buon auspicio in vista delle udienze del Tribunale della liberta'. Mi pare che si stia ridimensionando un fatto che era stato ingrossato dagli stessi magistrati". L' avv. Mazzotta, in sede di interrogatorio di garanzia, aveva chiesto al Gip la scarcerazione del suo assistito per mancanza di gravi indizi di colpevolezza o per mancanza delle esigenze cautelari. "Ancora non ho letto il provvedimento del giudice - ha affermato - ma da quanto mi e' stato riferito, ritengo che la decisione sia stata presa per la seconda motivazione". Circa l' eventuale partecipazione di Dionesalvi all' assemblea organizzata per oggi dai no global presso l' Universita' della Calabria, il suo legale ha sostenuto di non poter dire con certezza se sara' presente. "Occorrera' vedere quali saranno i tempi tecnici per la scarcerazione e se fara' in tempo ad essere a Cosenza per la serata". Al momento, secondo quanto riferito dall' avv. Mazzotta, non sono state ancora fissate le udienze davanti al Tribunale della liberta' di Catanzaro per la discussione delle istanze di scarcerazione presentate per conto di tutte e 20 le persone arrestate. Per quanto riguarda, invece, la posizione di altri due indagati che stamattina hanno ottenuto gli arresti domiciliari, Giancarlo Mattia e Anna Curcio, si e' saputo che i rispettivi legali, gli avvocati Petitto e Foliero, avevano presentato al gip richiesta di scarcerazione o, in subordine, di concessione degli arresti domiciliari per motivi di salute comprovati da certificati medici.Il pericolo che gli indagati nell' inchiesta della procura di Cosenza su appartenenti all' area dei no global "protraggano l' attivita' delittuosa e commettano ulteriori gravi delitti di 'criminalita' organizzata', anche contro 'l' ordine costituzionale', sussiste intanto, anzi rafforzato, attese le modalita' dei fatti commessi e la forte determinazione ideologica che li ha spinti alla scelta eversiva". E' quanto, tra l' altro, ha scritto il Gip di Cosenza, Nadia Plastina, nella sua ordinanza con cui ha scarcerato tre indagati e concesso gli arresti domiciliari per altri quattro, confermando invece i provvedimenti restrittivi per tutti gli altri. "Alla luce di cio' - ha rilevato il Gip - l' obiezione dei difensori (che ricordavano che il Social Forum di Firenze si e' svolto senza incidenti) appare non pertinente, perche' il riferimento a Firenze non e' l' unico motivo di cautela per il Gip anche perche' nel programma della Rete meridionale del sud ribelle fondata da Francesco Cirillo, i fatti delittuosi attengono al rendere 'ingestibili' e 'distruggere le citta" ove si svolgono vertici internazionali, per turbare l' esercizio delle funzioni del Governo italiano laddove tutti sanno che il Social forum era una riunione del movimento senza la presenza di alcun soggetto 'nemico'. E dunque, la protrazione della condotta criminosa posta in essere dagli indagati nel tempo, l' attualita' della stessa per quanto riferito, la oggettiva gravita' dei fatti - desumibile dal considerevole numero di reati in contestazione, dal tipo e dalla natura permanente della fattispecie piu' grave - uniti alla personalita' degli indagati, ricostruita attraverso le vicende ed i procedimenti penali e giudiziari, supportano una prognosi assolutamente negativa sul loro futuro comportamento e, dunque, di concreto, attuale pericolo di reiterazione di reati della stessa specie di quelli per cui si procede, ovvero di 'criminalita' organizzata' e contro 'l' ordine costituzionale'". "Giustamente - scrive ancora il Gip nella sua ordinanza - il pm ricorda come la connotazione ideologica dei comportamenti delittuosi conferisca una ancora piu' accentuata pericolosita', sotto il profilo criminale, agli autori, che non solo coltivano concreti propositi eversivi partecipando ad azioni violente, ma non si sottraggono neanche alle suggestioni provenienti da coloro che hanno fatto un ulteriore passo nell' area eversiva (quello della vera e propria lotta armata terroristica)". Da tali elementi, a giudizio del Gip, "discende, indiscutibilmente la necessita' di recidere ogni collegamento criminogeno degli indagati tra di loro, con l' ambiente nel quale operano, compresi gli strumenti operativi (la rete internet in primo luogo) e di impedire agli stessi di proseguire nell' attuazione del progetto sovversivo-cospirativo".
"L' abiura della violenza rappresenta il presupposto del venir meno della pericolosita' sociale di chi se ne e' reso autore; Claudio Dionesalvi e Gianfranco Tallarico non possono essere piu' considerati socialmente pericolosi e vanno rimessi in liberta"': e' questo uno dei passaggi dell' ordinanza con cui il Gip di Cosenza, Nadia Plastina, ha disposto la scarcerazione dei due indagati e la concessione degli arresti domiciliari per altri quattro. Decisivo, al fine della decisione, l' interrogatorio di garanzia a cui Dionesalvi e Tallarico sono stati sottoposti dal Gip. "Entrambi gli indagati - scrive il Gip - con molta serenita', hanno fornito elementi a loro discolpa che dovranno essere certamente verificati, ma, soprattutto, dato che rileva in questa sede, hanno esplicitamente e con decisione e chiarezza di avere, elaborando un percorso personale, ripudiato definitivamente il metodo della violenza nella lotta politica e di non volere piu' delegare a gruppi la rappresentanza delle proprie idee". "Non sembri cio' - aggiunge il giudice delle indagini preliminari - troppo poco per rivedere il giudizio sulla sussistenza della ragione di cautela e dunque sulla pericolosita' sociale degli autori. E difatti il provvedimento coercitivo emesso ha censurato la violenza programmata concretamente dagli indagati e attuata in varie occasioni dagli stessi (quegli stessi che la avevano programmata) per finalita' di lotta politica e non certo reprimere le idee alla lotta politica sottese". "Ovviamente - sostiene poi Nadia Plastina nella sua ordinanza - si comprende bene il diritto degli indagati di difendersi in ogni modo, di invocare i diritti costituzionali, di gridare alla giustizia liberticida, di dichiarare di essere stati colpiti per le opinioni e non per il programma violento concepito concretamente e gli atti violenti che lo attuavano: si tratta di prevedibili argomenti difensivi in tema di reati contro la personalita' dello Stato, ma il giudice deve avere ed ha ben chiaro il distinguo tra opinioni e reati ed in ordinanza non ha trascurato questa analisi, come la lettura integrale di essa dimostra agevolmente. Tuttavia pare necessario ribadire cio' che pure sembrava essere stato gia' affermato a chiare lettere con il supporto di giurisprudenza e dottrina autorevoli: la violenza anche per ragioni di ideologia politica e' reato e al di la' di ogni critica sui reati applicati, sui dubbi di costituzionalita' (ma nell' ordinanza e' contenuto un puntuale esame delle pronunce della Consulta e della Cassazione che supera queste perplessita'), esiste un assunto insuperabile: violenza e diritto sono incompatibili. Accettare la trasmigrazione nel dibattito politico della violenza vuol dire consentirne la propagazione, favorirne la condivisione ed il peso ideologico. L' abiura della violenza, rappresenta, allora, coerentemente, il presupposto del venir meno della pericolosita' sociale di chi se ne e' reso autore". Per quanto riguarda le posizioni degli altri indagati per i quali sono stati modificati i provvedimenti adottati inizialmente, il Gip motiva la revoca degli arresti domiciliari per Vittoria Oliva e la trasformazione della detenzione in carcere in arresti domiciliari per Giancarlo Mattia, Anna Curcio e Antonio Paolo Rollo per ragioni di salute. Rollo, in particolare, deve accudire la figlia gravemente malata. Il Gip sottolinea anche che gli arresti domiciliari per Mattia sono stati adottati "solo" per le sue condizioni, "dal momento che egli, richiesto dal giudice piu' volte nel corso dell' interrogatorio di chiarire se la Rete meridionale del sud ribelle ammettesse la violenza come strumento di affermazione della propria ideologia, ha dichiarato di non poter rispondere trattandosi di 'questione politica'. Diversa la motivazione, invece, per Antonino Campenni'. "Il parere favorevole espresso dal pm alla attenuazione del regime restrittivo - scrive Nadia Plastina - e' da ricondursi alle dichiarazioni rese dal soggetto in sede di interrogatorio. Il prevenuto ha in effetti esposto la sua versione fornendo elementi che certo dovranno essere riscontrati, ma che costituiscono in qualche modo una presa di distanza dalla Rete. Peraltro, anche rispetto alla partecipazione ai disordini di Napoli, occorrera' acquisire le dichiarazioni rilasciate all' autorita' giudiziaria di quella citta' per comprendere il ruolo complessivo del soggetto nella vicenda. Il quadro cautelare cosi' risultante appare compatibile con una misura meno afflittiva quale gli arresti domiciliari". Tutte le altre posizioni, sottolinea quindi il Gip di Cosenza, "non hanno subito modifiche significative alla luce degli elementi raccolti nel corso degli interrogatori, sicche' si richiamano le considerazioni svolte in sede di prime cure, e, in qualche caso, addirittura, risultano aggravate per via degli esiti delle acquisizioni probatorie successive, per come segnalato dallo stesso pm nel parere del 21 novembre".
28 novembre 2002 - TORINO COMMEMORA CASALEGNO, PRIMO GIORNALISTA UCCISO DALLE BR
ANSA:
Carlo Casalegno, il primo giornalista assassinato dalle Brigate Rosse, e' morto a Torino 25 anni fa, il 29 novembre 1977, dopo tredici giorni di agonia. Era caduto in un agguato mentre rientrava a casa dalla Stampa, il quotidiano di cui era vicedirettore, la sera del 16 novembre. Torino lo ricorda oggi con una cerimonia a Palazzo Civico e la deposizione di una corona di fiori sulla lapide a lui dedicata nella sede del giornale. Per rendere omaggio alla sua memoria nella sala rossa del Municipio si sono raccolti, insieme ai rappresentanti delle istituzioni e al direttore della Stampa, Marcello Sorgi, alcuni protagonisti di quei giorni: Arrigo Levi, direttore della Stampa di allora, Diego Novelli, al tempo sindaco di Torino, Giorgio Calcagno, collega che gli fu tra i piu' vicini. Insieme hanno rievocato un periodo, quei dodici mesi circa che hanno preceduto l' assassinio, segnato a Torino da oltre 60 attentati contro sedi di partiti e istituzioni, 12 contro persone, sette contro aziende. Prima di Casalegno nel capoluogo piemontese quell' anno erano gia' morte per mano dei terroristi cinque persone. "Torino - ha sottolineato Novelli - era allora una citta' di frontiera, cerniera fra l' Italia e l' Europa. Qui due grandi blocchi economici e sociali si fronteggiavano senza intermediazioni. La citta' aveva assunto un ruolo pilota per le relazioni industriali e l' elaborazione delle strategie del capitale da un lato e delle forze sindacali dall' altro. I terroristi erano consapevoli che mettere in crisi Torino significava mettere in crisi il Paese". Rievocando l' indimenticabile sera del 17 novembre in piazza San Carlo, quando sindaco e direttore del quotidiano cittadino condannarono la violenza brigatista di fronte a una folla di oltre diecimila persone, Novelli ha parlato anche degli sbagli compiuti dalla classe dirigente di quegli anni. "Il grande errore delle forze politiche e dello stato - ha detto - e' stato quello di sottovalutare questo ruolo di Torino. Un errore di valutazione fatto anche dalla sinistra istituzionale, che di fronte alla comparsa delle Brigate Rosse provo' imbarazzo e tardo' a capire". Carlo Casalegno fu ucciso per un articolo pubblicato in prima pagina dalla Stampa l' 11 novembre 1977, 'Terrorismo e chiusura dei covi'. In quel pezzo il giornalista denunciava: "Al terrorismo, rosso e nero, si aggiunge un duplice squadrismo, d' estrema destra e d' estrema sinistra, che nel nostro Paese ha assunto proporzioni sconosciute nel resto dell' Occidente". Ora, di fronte alla minaccia globale del terrorismo internazionale, ha detto l' attuale sindaco Sergio Chiamparino, "Torino non pretende di insegnare al mondo che cosa fare, ma vuole porgere il suo piccolo contributo". "Non dimenticare - ha sottolineato - e' un dovere civile delle istituzioni; attingere ancora alle forze nobili che allora prevalsero nella lotta e' lo sforzo che le istituzioni torinesi devono fare oggi di fronte alle nuove, seppure molto diverse, difficolta' che hanno colpito la citta'". La Torino dilaniata dal terrorismo e' stata rievocata anche da uno dei grandi protagonisti della Torino di oggi, il non torinese Marcello Sorgi, che dirige il quotidiano cittadino. Arrivato ai vertici della Stampa venti anni dopo l' assassinio di Casalegno, Sorgi ha raccontato la sua prima volta nel capoluogo piemontese, un anno circa dopo l' attentato. "In quegli anni - ha raccontato - facevo l' inviato: arrivai a Torino a inizio '79, per una grossa operazione antiterroristica guidata da Dalla Chiesa. C' erano stati venti arresti, e la cosa che piu' colpiva era che undici degli arrestati avevano meno di vent' anni". Per Sorgi, la sua generazione "non ha avuto sui temi del terrorismo i meriti dei suoi padri professionali". Ma con il terrorismo ha avuto tuttavia un contatto unico: "i terroristi - ha sottolineato - erano fra noi, erano i nostri compagni di scuola: e' forse anche per questo che molti di noi hanno capito tardi quello che stava accadendo". Storico oltre che giornalista, il "professor Casalegno", come tutti lo chiamavano dentro e fuori dal giornale, viene ricordato nel pomeriggio con un' altra cerimonia nell' aula magna del suo liceo, il D' Azeglio, fucina di intellettuali. Qui sara' letto un messaggio del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. "Figlio di una autentica cultura liberale, Casalegno - scrive Berlusconi - ha pagato con la vita il suo amore per la liberta' e la sua dirittura morale e civile in un' epoca della nostra storia segnata dall' intolleranza e da una violenza ideologica cieca e indifferente alla sacralita' della vita umana". Anche il presidente dei deputati dei Ds Luciano Violante, che in quegli anni e' stato uno dei magistrati piu' impegnati a Torino nella lotta al terrorismo brigatista, ha mandato un messaggio alla commemorazione di Casalegno, nel quale ricorda che "il suo assassinio sveglio' la coscienza di molti, e impegno' molti a Torino in una dura battaglia perche' prevalesse il principio del rispetto dell'avversario politico e perche' fosse bandita la violenza da ogni forma di manifestazione politica". Dopo aver sottolineato che tutti devono provare gratitudine per Casalegno, come anche per tutte le altre vittime del terrorismo, Violante conclude esortando a non dimenticare. "I sopravvissuti, di fronte a coloro che sono caduti per ragioni ideali - conclude - hanno il dovere di proseguire nel loro impegno".2 dicembre 2002 - TERRORISMO: REVOCA ORDINE CATTURA PER LATITANTE PRIMA LINEA
ANSA:
La Corte d' Assise d' Appello di Torino ha revocato l' ordine di cattura per Alfredo Russo, un ex terrorista di Prima Linea, latitante e condannato in via definitiva: il motivo e' che e' passato troppo tempo dal momento della sentenza. "I giudici hanno dovuto accogliere il ricorso che ho presentato - spiega l' avvocato difensore Cosimo Palumbo - sulla base di un articolo del Codice penale che in sostanza impedisce allo Stato di eseguire la condanna (il condannato quindi non va piu' in carcere) quando trascorre un tempo equivalente al doppio della pena inflitta". Ad Alfredo Russo, protagonista del caso giudiziario, erano stati inflitti sei anni e sei mesi con sentenza diventata definitiva il 12 ottobre 1989. L' avvocato Palumbo ha atteso 13 anni esatti, durante i quali il suo assistito non e' mai stato fermato, e poi ha chiesto e ottenuto il ritiro dell' ordine di carcerazione. L' ex terrorista, adesso, da latitante e' diventato a tutti gli effetti un libero cittadino. Alfredo Russo, 52 anni, originario di Torino, doveva di fatto scontare due anni e sei mesi di carcere in virtu' di due condoni (l' uno del 1986, l' altro del 1990). Di lui, pero', l' autorita' giudiziaria non aveva piu' notizie dal 1989, quando, nel capoluogo torinese, venne condannato insieme ad altri 95 militanti di Prima Linea. Fra gli imputati di quel maxi-processo c' erano, tra l' altro, Sergio Segio, al quale furono inflitti 30 anni, e il pentito Roberto Sandalo, che recentemente e' stato arrestato ad Asti per rapina. La sua posizione era considerata marginale all' interno dell' organizzazione che aveva insanguinato Torino alla fine degli anni Settanta: non gli erano nemmeno stati contestati omicidi o sequestri di persona. "Sono molto contento e non vedo l' ora di tornare a casa" ha detto al suo avvocato quando ha appreso che la Procura generale, in seguito alla sentenza della Corte d' Assise d' Appello, aveva ritirato l' ordine di carcerazione. L' avvocato Palumbo, da poco nominato presidente della Camera Penale del Piemonte, spiega di non avere fatto altro che chiedere l' applicazione dell' articolo 172 del codice penale, un articolo che "non vale solo per i latitanti, ma per chiunque". "Che lo Stato - dice il legale - rinunci ad eseguire una condanna dopo molto tempo e' un principio di civilta' giuridica. Non sempre ci vogliono nuove leggi: a volte basta applicare quelle che gia' ci sono".11 dicembre 2002 - FRANCIA:ANNI PIOMBO,CONVEGNO COMITATO LIBERAZIONE PERSICHETTI
ANSA:
Tra il terrorismo brigatista degli anni '70 e quello degli omicidi Biagi e D'Antona c'e' "continuita' ideologica e parziale identita' soggettiva". A dirlo e' Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione stragi, intervenuto oggi a un convegno sulla violenza politica organizzato dal Comitato per la Liberazione di Paolo Persichetti. Il convegno di due giorni si svolge all'Universita' di Parigi- Saint Denis, dove insegnava l'ex brigatista estradato in Italia il 25 agosto scorso. Gli interventi di oggi, tra cui anche quello di Oreste Scalzone, si sono concentrati in particolare sugli anni di piombo italiani e sul clima politico del periodo a cavallo tra gli anni '60 e '70 quando la prima contestazione si e' trasformata in attivita' armata. A questo proposito l'ex senatore Pellegrino ha raccontato aneddoti e retroscena degli avvenimenti di quell'epoca: in special modo come si sia arrivati alla conclusione che la strategia della tensione sia veramente esistita e sia stata messa in atto "dai servizi militari italiani con l'assistenza di alcuni servizi alleati" che hanno interagito (sicuramente tra il 1969 e il 1974) con gruppuscoli della galassia di estrema destra. Rievocando, poi, le distorsioni provocate dalla guerra fredda sul funzionamento delle istituzioni italiane, Pellegrino ha cercato di spiegare come mai "una parte, che non era la peggiore, di una generazione ha bruciato se' stessa nel fuoco ideologico" degli anni di piombo e ha sottolineato che quella che si puo' definire una "guerra civile a bassa intensita'" fa parte ormai della nostra storia ed e' un capitolo che dovrebbe trovare una soluzione politica e non solo giudiziaria. Anche se a suo avviso non si tratta di una fase del tutto chiusa, proprio a causa di una mancata discussione aperta e "laica" sui fatti degli anni '70, e che ha portato agli ultimi rigurgiti di violenza politica recente con gli omicidi Biagi e D'Antona, che hanno, ha ribadito l'ex presidente della commissione stragi,"continuita' ideologica e parziale identita' soggettiva" con quelli delle vecchie BR. Evocando il caso Sofri, Pellegrino ha detto che tenendo in carcere un intellettuale del suo livello "l'Italia fa uno scialo". Analogo il suo parere su Persichetti: "non lo conosco - ha detto - ma non ha senso tenere dentro un intellettuale dopo 17 anni".14 dicembre 2002 - RICERCATO EX TERRORISTA PEGNA
"Il Corriere della sera"
Ricercato il br Pegna, legami col delitto Biagi
Ordine d'arresto per banda armata. Il suo ex tutore abita a poca distanza dal docente ucciso
ROMA - Gli danno la caccia in tutta Europa. E' un brigatista ricercato per associazione sovversiva e banda armata ma gli investigatori sospettano che Michele Pegna abbia un ruolo centrale nelle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente, l'organizzazione ha ucciso Massimo D'Antona e Marco Biagi. I suoi trascorsi in "Prima Linea", i contatti con Bologna e, soprattutto, la conoscenza con un impiegato comunale residente nella città emiliana che gli ha fatto da "tutore" quando era detenuto, hanno attirato l'attenzione su Pegna. Che da ieri è ufficialmente "latitante". L'INCHIESTA - Gli investigatori avevano messo gli occhi sul presunto terrorista da tempo. Quando Pegna era nel carcere di Trani per scontare la condanna a 16 anni, era stato interdetto legalmente e aveva nominato "tutore" L. A. D. Il figlio minore di quest'ultimo frequenta la stessa scuola di quello più piccolo di Biagi, il consulente del lavoro ucciso a Bologna il 19 marzo scorso. L. A. D. (che non è indagato ma il suo appartamento è stato perquisito due settimane fa) abita inoltre a poco più di 200 metri dal luogo dell'agguato. Pegna era ancora rinchiuso nel penitenziario pugliese all'epoca del precedente assassinio rivendicato dalle Br, quello di D'Antona (20 maggio '99). Ma è scomparso dal gennaio del 2000, il giorno in cui è stato scarcerato, sebbene non avesse più alcuna pendenza con la giustizia e dovesse solo rimanere al soggiorno obbligato a Bologna.
LE PERQUISIZIONI - Le indagini sui delitti Biagi e D'Antona puntano decisamente sull'ex esponente di "Prima Linea": ieri agenti della Digos hanno eseguito 15 perquisizioni in sette città (Bologna, Firenze, Livorno, Perugia, Roma, Napoli e Reggio Calabria). Dopo l'omicidio di D'Antona, gli investigatori hanno cominciato a tenere sotto controllo i terroristi "irriducibili" detenuti nelle carceri, ai quali sono state trovate copie delle rivendicazioni dei due agguati. Nel mirino sono finite tutte le persone che, per un motivo o per l'altro, erano in contatto con i reclusi di Novara, Biella, Latina e Trani. E l'attenzione si è concentrata su Pegna: la sua sparizione ha suscitato subito sospetti, che si sono accentuati con l'assassinio di Biagi.
L'ORDINANZA - Nel provvedimento contro Pegna (43 anni, originario di Reggio Calabria) chiesto dal "pool" antiterrorismo della Procura di Roma coordinato dal pm Franco Ionta e firmato dal gip Maria Teresa Covatta vengono messi in evidenza i suoi numerosi precedenti: coinvolto nell'82 a Bologna nell'occupazione dell'Opera universitaria. Nell'84 arrestato per detenzione di armi e di una bomba a mano. Nell'88 segnalato dalla polizia francese per i contatti con la terrorista Regis Schleicher di "Action Directe". E mentre è detenuto a Trani, gli vengono sequestrati 20 grammi di esplosivo e la rivendicazione dell'omicidio di Lando Conti. L'ordinanza contiene una lettera inviata da Pegna all'"irriducibile" veneziano Paolo Dorigo dopo il delitto D'Antona ("dalla missiva che gli inquirenti segnalano anche per evidenziare il ruolo centrale del carcere di Trani e per l'effervescenza del clima carcerario - ha scritto il gip - non può non trarsi il convincimento che Pegna abbia una posizione di grande importanza nell'ambito della formazione eversiva" Br-Pcc) e un'intercettazione ambientale dello scorso 24 settembre. Una registrazione che lascia intravedere l'"attivismo eversivo" di Pegna: "I genitori - osserva il giudice - fanno espresso riferimento alla Francia ed al timore che il figlio si accompagni ad un latitante che ivi risiede ("gliela faranno pagare, il reato che ha fatto... che non stia là con quell'orbo...")". E lunedì è in programma un vertice tra i magistrati di Roma ed il pm bolognese Paolo Giovagnoli.
Flavio Haver"La Gazzetta del sud"
I "COLLEGAMENTI" CON GLI ULTIMI OMICIDI
Biagi, una strana coincidenza. D'Antona, la lettera sospetta
BOLOGNA - Il figlio del tutore del presunto brigatista Michele Pegna - a chiunque deve scontare una condanna superiore ai 5 anni viene nominato un tutore - frequentava la scuola con il figlio minore del professor Marco Biagi, assassinato a Bologna il 19 marzo scorso. Anche per questa "strana" coincidenza da qualche tempo gli investigatori bolognesi stavano indagando negli ambienti dell'uomo ora ricercato dalla Procura di Roma per banda armata e associazione sovversiva. Dai primi accertamenti, peraltro, il tutore sarebbe del tutto estraneo a ogni vicenda legata al terrorismo, e tempo fa la sua abitazione sarebbe stata perquisita soltanto nell'ambito delle ricerche di Pegna. Intanto fonti vicine alla famiglia del giuslavorista ucciso "negano rapporti di frequentazione fra le due famiglie". In ogni caso da qualche tempo Pegna e le sue frequentazioni erano finiti sotto la lente della Procura di Bologna nell'ambito delle decine di accertamenti, controlli e verifiche partite in seguito all'omicidio del professor Biagi. "Pegna è ricercato per ordine della Procura di Roma - ha detto un investigatore bolognese - ma potrebbe interessare anche noi. Che appartenga alle nuove Brigate Rosse è un sospetto". L'impressione è che gli investigatori da qualche tempo stessero tenendo sotto controllo proprio l'ambiente del presunto brigatista e, probabilmente proprio per questo motivo, hanno accolto con notevole stupore (e dispiacere) la rivelazione del nome di Pegna da parte dei mass-media.
LA LETTERA . "Caro compagno Paolo, ho ricevuto le tue lettere, quelle di risposta politica e l'altra relativa a quella situazione lì. Tu hai ricevuto il mio telex e voglio dirti di stare vigile sempre ma molto tranquillo. Quando ho letto quello che ti sta capitando mi sono molto preoccupato. Ho provveduto immediatamente e mi sono mosso come si deve fare in questi casi!". È la lettera scritta da Pegna all'irriducibile Paolo Dorigo, detenuto nel carcere di Trani. "Ho già avuto risposta da chi si deve interessare e perciò può essere che lì qualcosa cambia in positivo, se qualcuno ti chiama per dirti che tutto è a posto - continua Pegna - Capisci che il "messaggio" che doveva arrivare è giunto a destinazione e ti assicuro che è un buon e forte messaggio! Tu comunque fammi sapere subito eventuali novità e cerca di non fare cose avventate anche perché quando arriverà il "messaggio" penso proprio che tutti saranno costretti a cambiare atteggiamento". E ancora, "se credi necessario proseguire la tua lotta per venire insieme ad i compagni cerca di venire qui, almeno ci sono io. Capito! qui non è cambiato nulla rispetto a prima, io ho buoni rapporti con i tre Pcc/Br (secondo chi indaga si tratterebbe degli irriducibili Fosso, Mazzei e Galloni che rivendicarono il delitto di Massimo D'Antona, "qualificandosi militanti prigionieri" delle Br/Pcc, nonchè di Francesco Donati, "definitosi un militante rivoluzionario", ndr ) e con un altro compagno, con i pochi restanti non me ne frega nulla e credo che siamo alla frutta della politica. Un forte abbraccio rosso rivoluzionario. Venceremos".IL PERSONAGGIO
Nato a Reggio Calabria, "segnalato" per la prima volta nell'82 Interrogati i parenti: potrebbe essersi nascosto in Francia
ROMA - Potrebbe trovarsi in Francia Michele Pegna. Il particolare emerge - leggendo l'ordinanza di custodia - da alcune intercettazioni ambientali ai quali sono stati sottoposti i parenti dell'indagato. Nell' ultima informativa della Digos del luglio 2002 si evidenzia che, nonostante tutti gli sforzi compiuti subito dopo la scarcerazione di Pegna da Trani, non è stato possibile localizzarlo e tuttavia risulta che i parenti più stretti dell'indagato sanno approssimativamente dove si trovi il loro congiunto e sono ben consapevoli che si nasconda. Nell'intercettazione ambientale del 24 settembre, i genitori di Pegna fanno espresso riferimento alla Francia e al timore che si accompagni ad un latitante che risiede lì. Peraltro, i genitori dell'indagato non riescono a giustificare, si legge nell'ordinanza, e a comprendere le ragioni dell'assenza del figlio e più volte ribadiscono in conversazioni "che il loro congiunto ha già scontato la pena che gli era stata inflitta e che pertanto non è neppure da considerarsi latitante". Michele Pegna, ricorda il gip Covatta, è nato a Reggio Calabria il 9 settembre del 1959 e ha scontato 16 ani di carcere. Nel febbraio del 1982 fu arrestato insieme con altri giovani della sinistra extraparlamentare in seguito all'occupazione dell'Opera universitaria di Bologna. Ottenuta la libertà provvisoria, si rese irreperibile abbandonando il suo recapito al collegio universitario Gandusio dove alloggiava e dove risultava che avesse ospitato anche altri membri di Prima Linea come Sergio Segio, Pia Sacchi e Diego Forastieri. Sempre nell'82 la questura di Reggio Calabria lo segnalò a Milano nei giorni in cui furono arrestati Susanna Ronconi e altri esponenti di Prima Linea. Il 12 maggio dell'82 fu colpito da un provvedimento di cattura emesso dall'autorità giudiziaria di Bologna in relazione al delitto di partecipazione alla banda armata denominata Prima Linea, e ciò anche in seguito alle dichiarazioni rese da un fuoriuscito dell'organizzazione che indicava Pegna come un elemento attivo del gruppo bolognese. Il suo nome emerse nuovamente nel maggio dell"83, quando la polizia trovò nel covo di via Giuseppe Cei, a Roma, una carta d'identità contraffatta con sopra la foto di Pegna. Nel febbraio del 1984, nel corso di indagini sull'organizzazione terroristica denominata Comunisti Organizzata per la Liberazione Proletaria (Colp) Pegna fu arrestato insieme con altre persone per reati associativi perché trovato in possesso di armi (una pistola calibro 9 con matricola punzonata, completa di caricatori e munizioni e una bomba a mano Mk1) e anche di documenti di identità falsi. Nel 1988, Pegna fu segnalato dalla polizia francese come un elemento di contatto con un terrorista transalpino, Regis Schleicher, già arrestato per duplice omicidio e ritenuto uno degli esponenti di spicco dell'organizzazione eversiva Action Directe, con il quale Pegna intratteneva costanti rapporti epistolari. Questa segnalazione assunse particolare rilievo poiché il nome e l'indirizzo del terrorista francese furono ritrovati nell'agenda della terrorista Natalia Ligas e dalle indagini risultò che sia la Ligas sia Pegna intrattenevano costanti rapporti anche con lo Schleicher. Il nome dell'indagato emerse pure nell'indagine svolta dalla questura di Roma negli '80-'90 sulla formazione terroristica nota come Guerriglia Metropolitana. Nell'86 a Roma fu ritrovato un documento riferibile a Guerriglia Metropolitana su cui compariva la stella a cinque punte e la firma, tra gli altri, di Giovanni Senzani e Michele Pegna. Nell'88 Pegna, che era già detenuto, venne trasferito nel carcere di massima sicurezza di Trani, venne trovato in possesso di 20 grammi di esplosivo occultati nell'ano. Mentre Pegna era nel carcere pugliese gli fu fatta una perquisizione domiciliare e furono ritrovati documenti vari, tra cui lettere ad altri detenuti che riguardavano il dibattito sulla guerriglia metropolitana con aspre critiche ai pentiti e dissociati, nonché sulla necessità di proseguire la lotta armata come unico metodo per combattere l'imperialismo. In quella occasione a Pegna venne trovata anche una copia del volantino di rivendicazione dell'omicidio di Lando Conti e di una copia manoscritta del volantino di rivendicazione della rapina di via dei Prati di Papa, a Roma."Il Resto del Carlino"
Ex Prima linea, ha il Dna degli anni di piombo
ROMA - Un irriducibile vecchio stampo, un reduce degli anni di piombo ancora pericoloso. Michele Pegna è un nome di primo piano nel panorama dell'eversione. Secondo i magistrati, avrebbe scelto di rendersi irreperibile prima ancora di lasciare il carcere. Tra il 29 novembre '99 e il giorno precedente alla scarcerazione (14 gennaio 2000), Pegna aveva ricevuto ben 16 lettere da una tale Cristina Boni, persona con cui non aveva mai intrattenuto corrispondenza. Le ricerche non hanno avuto esito e il sospetto è di uno stratagemma per organizzare la scomparsa.
Michele Pegna è nato a Reggio Calabria il 9 settembre del '59. Nel febbraio dell'82 fu arrestato per l'occupazione dell'Opera universitaria di Bologna. In libertà provvisoria, si rese irreperibile abbandonando il suo recapito al collegio universitario Gandusio, dove avrebbe ospitato membri di Prima Linea come Sergio Segio, Pia Sacchi e Diego Forastieri. Sempre nell'82, la questura reggina lo segnalò a Milano nei giorni in cui furono arrestati Susanna Ronconi e altri esponenti di Prima Linea. Nel maggio '82 fu colpito da un provvedimento di cattura dell'autorità giudiziaria di Bologna per partecipazione a banda armata denominata Prima Linea.
Portò l'esplosivo in carcere
Nel febbraio '84, nel corso di indagini sull'organizzazione dei Comunisti organizzati per la liberazione proletaria (Colp), Pegna fu arrestato con altre persone per reati associativi perché trovato con armi. Nell'88, Pegna fu segnalato dalla polizia francese come elemento di contatto con un terrorista transalpino, Regis Schleicher, ritenuto esponente di Action Directe.
Il nome di Pegna emerse pure nell'indagine della questura di Roma negli '80-'90 su Guerriglia Metropolitana. Nell'86, a Roma, fu trovato un documento riferibile a quel gruppo, in cui comparivano la stella a cinque punte e le firme, tra gli altri, di Giovanni Senzani e Michele Pegna. Nell'88 Pegna, già detenuto, durante il trasferimento nel supercarcere di Trani venne trovato con 20 grammi di esplosivo. Mentre era in carcere gli fu fatta una perquisizione domiciliare e vennero trovati vari documenti, tra i quali una della rivendicazione dell'omicidio di Lando Conti e di una copia della rivendicazione della rapina in via dei Prati di Papa, a Roma.
Silvia MastrantonioIL RAPPORTO / La mappa dell'area anarco-insurrezionalista. Gruppi in Lombardia, Piemonte, Liguria e Toscana
"Il Corriere della sera"
L'Antiterrorismo: ecco la galassia eversiva, in cento pronti a colpire lo Stato
Gli attivisti producono ordigni artigianali con forte potenza offensiva
ROMA - Una galassia di sigle con un unico obiettivo: aggredire lo Stato. Piccoli gruppi al confine tra area antagonista ed eversiva che hanno deciso di alzare il livello dell'attacco. E' quel terrorismo "minore" di cui ha parlato mercoledì scorso alla Camera il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu durante l'informativa al Parlamento sulle bombe esplose davanti alla questura di Genova. Quell'area che secondo gli investigatori è in grande fermento. Una "effervescenza" sottolineata nell'ultimo dossier dell'Antiterrorismo che individua i possibili obiettivi delle prossime azioni. E sottolinea il clima di tensione sociale e politica che sta alimentando il dissenso dell'area antagonista. "La crisi della Fiat - scrivono gli esperti - e i conseguenti problemi occupazionali, stanno favorendo iniziative propagandistiche attuate da gruppi della sinistra extraparlamentare al fine di strumentalizzare la protesta in chiave di proselitismo. Inoltre dall'analisi della più recente pubblicistica della sinistra oltranzista è emerso che i vari gruppi d'area stanno concentrando la mobilitazione sull'eventualità di un intervento militare in Iraq". Problemi economici interni e crisi internazionale: è su questi due binari che cerca di inserirsi, secondo gli investigatori, chi vuole colpire le istituzioni.
Ma dietro le ultime bombe possono esserci anche motivi più strettamente legati alle rivendicazioni per i "compagni" detenuti. Il pacco esplosivo recapitato a Roma riporta alla mente gli ordigni fatti ritrovare nel 2000 nella basilica di Sant'Ambrogio e nel Duomo di Milano. In entrambi i casi il volantino di rivendicazione era firmato da "Solidarietà internazionale", un gruppo anarchico che si batte per l'abolizione del "Fies" il regime di carcere duro in vigore in Spagna.
Anarchici-insurrezionalisti: è questa l'area che preoccupa maggiormente i reparti della prevenzione perché caratterizzata da persone che si muovono sulla base di iniziative spontanee da sole o al massimo in due, tre. Attivisti in grado di fabbricare ordigni artigianali, ma dalla grande capacità offensiva. Sinora hanno sempre cercato di compiere attentati senza provocare vittime. "Ma nell'ultimo periodo - si legge nel rapporto - va segnalato un salto di qualità che li porta a compiere azioni dalle conseguenze impre