Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 |
3 gennaio 2002 - SCARCERATO EX FIANCHEGGIATORE BR RENATO LONGO
Il tribunale del riesame di Torino ordina la scarcerazione di Renato Longo, ex fiancheggiatore delle Brigate Rosse arrestato nel gennaio del 2001 dalla squadra mobile di Asti per traffico di droga. Longo sarebbe malato di "sindrome depressiva reattiva alla carcerazione" e quindi deve essere messo agli arresti domiciliari. Secondo il perito che lo ha visitato, Longo, che e' anche un attivista del partito radicale, "e' convinto di subire una detenzione ingiusta" (per quello che riguarda il "trattamento carcerario") cui reagisce "con rabbia e rivendicativita'", e presenta, oltre a un disturbo di personalita', un "disturbo di adattamento con umore depresso". Dal giorno del suo arresto Longo ha perso 22 chili (attualmente ne pesa 54, ed e' alto 1,74 mt). Il perito ha dunque parlato di "incompatibilita' relativa". L' indagato andra' a stabilirsi in una frazione di Asti, in casa di una parente. Arrestato una prima volta a 19 anni, Longo aveva conosciuto in carcere militanti delle Brigate Rosse: dapprima si avvicino' all' organizzazione, poi comincio' a collaborare con gli investigatori, contribuendo alla cattura di esponenti come Mario Moretti ed Enrico Fenzi. Ad Asti e' tornato nel 1989.8 gennaio 2002 - ORDIGNO A BANCA BOLOGNA, LA STESSA DELL 'ULTIMO TENTATIVO DI RAPINA DI HORST FANTAZZINI
Un ordigno artigianale esplode davanti all' agenzia di Porta Mascarella della Banca Agricola Mantovana, l' istituto di credito dove il 19 dicembre scorso Horst Fantazzini compi' il suo ultimo tentativo di rapina. Fantazzini, arrestato insieme a un complice, mori' in carcere pochi giorni dopo. Lo scoppio dell' ordigno, a base di diserbante, e' avvenuto verso le 3.30 e ha provocato danni molto limitati. La struttura metallica che sorregge il vetro antisfondamento si e' solo spostata di qualche centimetro e la porta e' rimasta chiusa. Gli investigatori non escludono l' ipotesi di un gesto vandalico con finalita' politiche. Secondo la Digos, coordinata nell'inchiesta dal Pm Paolo Giovagnoli, anche in assenza di rivendicazioni non si puo' comunque escludere la matrice politica del fatto, che altrimenti apparirebbe quasi inspiegabile, anche perche' l' ipotesi di un tentativo di furto appare poco verosimile. Al vaglio ci sono anche le somiglianze con il fallito attentato esplosivo del 19 luglio scorso in via dei Terribilia, nel centro di Bologna, a pochi metri dalla Prefettura e dalla Questura. Entrambe le bombe sono state confezionate in modo artigianale: quella di luglio, contenente diserbante, era all'interno di una pentola, infilata nel portapacchi di una bicicletta; quella della scorsa notte era dentro una borraccia metallica di tipo militare, e quasi certamente conteneva anch'esso diserbante, come dimostrerebbe la presenza di una piccola quantita' di sale ritrovata fra i resti dell'ordigno. E' inoltre probabile che anche questa bomba, come quella di via dei Terribilia, fosse stata sistemata dentro una borsa, anche se l'esplosione l'ha praticamente disintegrata, lasciando solo pochi frammenti. Diverso invece, nei due ordigni, l'innesco, in questo caso un timer, mentre a luglio la bomba sarebbe scoppiata all'apertura della pentola.11 gennaio 2002 - GAZZETTINO: DOCUMENTO NTA A CONEGLIANO
"Il Gazzettino"
L'accusa: "Frecce, distorto simbolo di morte" E la minaccia finale: "Questa volta abbiamo fallito, ma colpiremo più forte e molto presto". Richiami internazionali
Il documento fatto trovare dagli Nta (per la costruzione del partito comunista combattente) in via Cristoforo Colombo a Conegliano, oltre a rivendicare il fallito assalto alla Base aerea di Rivolto (Udine), rappresenta una dettagliata dichiarazione di guerra agli Stati europei che hanno dato vita all'eurotruffa e che sono sempre più governati dalle Destre fasciste. Questo, in sintesi, il contenuto delle quattro pagine di rivendicazione, ritenute autentiche e credibili dagli investigatori dei Carabinieri e della Digos. Dove fosse il documento, trovato in un cestino dei rifiuti di fronte al parco Mozart a Conegliano, è stato comunicato con due telefonate alla redazione di Pordenone del Gazzettino. Una voce registrata, probabilmente contraffatta e senza inflessioni o accenti, che non ha permesso di chiedere spiegazioni o formulare domande.
Il documento esordisce rivendicando l'azione di quattro terroristi contro la Base di Rivolto: "La reazione degli apparati contro-rivoluzionari (carabinieri) ha impedito alla cellula "Siegfried Hausner" di portare a totale compimento l'azione rivoluzionaria, che aveva l'obiettivo di infliggere danni notevoli alle strutture guerrafondaie dell'aerobase. Nonostante l'azione non abbia provocato né danni né perdite al nemico imperialista e nonostante il nemico fosse in soprannumero - dice il testo dei terroristi - i militanti Nta-Pcc (quattro uomini con passamontagna e mimetica armati fino ai denti) sono riusciti a eludere la cattura-inseguimento e a ricomporre successivamente le proprie forze".
I terroristi poi spiegano l'attacco a Rivolto: "Questo fallito attacco a uno dei simboli dell'imperialismo militare italiano e degli Usa-Nato - dicono - conferma la bontà della prassi e dell'azione rivoluzionaria. Le battaglie condotte dagli Nta-Pcc erano giuste e oculate. Sette anni nei quali gli Nta-Pcc sono riusciti a dimostrare quanto mai sia vincente e necessaria la lotta armata, ponendosi in continuità con l'azione delle Brigate Rosse e con i piani di scontro tra classe e Stato e imperialismo e antimperialismo. Il patrimonio rivoluzionario degli Nta-Pcc, grazie a una presenza capillare di militanti, ha contribuito all'effervescenza e alla vitalità della lotta armata, espressa dai compagni delle Fcc, dei Nipr, del Npr e da tutte le altre forze politico-militari che in clandestinità, in Italia e all'estero, stanno lavorando per ridurre in briciole gli apparati del potere politico-economico-militare della borghesia imperialista".
Ecco perché l'attacco al 2° Stormo e al 313° gruppo - pattuglia acrobatica: "uno dei distorti simboli di morte come Frecce Tricolori - dice il documento Nta -; storici contrabbandieri e portacolori dell'imperialismo e del militarismo italiano nel mondo, nonché scuola aerea di killer professionisti al soldo di Usa/Nato, grazie all'accondiscendenza della borghesia italiana dei D'Alema, ieri, e dei Berlusconi, oggi, e dei Fini, domani".
Il documento degli Nta-Pcc passa poi a spiegare la propria azione antimperialista "a partire dall'azione contro Clinton del 13 gennaio '96" fino "alla costruzione di un fronte combattente antimperialista (Fca) nell'area Mediterraneo-Mediorientale". Tutto ciò - è quanto in sintesi sostengono i terroristi - per radicalizzare la controffensiva del proletariato mondiale contro la borghesia mondiale-europea, che cerca di autoconservare il capitalismo con strategie come quella dell'introduzione della moneta unica (euro). Politica che punta a portare l'Europa - secondo gli Nta - a giocare un ruolo decisivo anche nello scacchiere militare-imperialista mondiale. "Quello appena messosi in evidenza con l'eurotruffa è uno Stato (italiano) - dicono gli Nta - che continua a manifestare un Dna profondamente reazionario e fascista (vedi vicende Taormina o castelli)".
Le ultime facciate del documento degli Nta (dopo una dedica a Nicola Giancola "Luca", militante delle Br "Walter Alasia", a 10 anni dalla morte nel lager di San Vittore) sono dedicate a indicare strategie di guerra, alleanze internazionali e obiettivi. "La Cellula "Sigfried Hausner" - concludono gli Nta - punta a riproporre l'esperienza Br-Raf, costituendo un fronte combattente antimperialista. Le azioni D'Antona (Roma), Saunders (Atene da parte del gruppo 17 Novembre), e quelle del gruppo Mavros Asteria e Grapo in Spagna testimoniano la bontà di questo progetto". La conclusione è una dichiarazione di guerra: "Oggi abbiano fallito, ma colpiremo di nuovo, molto più duro e molto più forte. Soprattutto molto presto: al cuore dello Stato, al cuore dell'imperialismo".
Roberto OrtolanL'IDENTIKIT Quello dell'altro giorno è un salto di qualità: finora avevano puntato più sulla "teoria" Sono studenti, figli di Br e sindacato (Ro) Molte le sigle "satellite" del terrorismo rosso: tutte figlie delle Brigate Rosse e degli anni di piombo. I Nuclei territoriali antimperialisti (Nta) compaiono nel '95, con il "primo documento" nel quale picchiano duro verbalmente contro Stati Uniti e Nato. L'antimperialismo è infatti il loro cavallo di battaglia sia quando hanno "colpito" (attentati a militari Usaf) sia nell'uso delle parole.
I terroristi degli Nta - per gli investigatori - hanno una buona cultura. Sono studenti o ex studenti con buoni agganci nelle Università (Trieste, Venezia e Padova). Ottime le conoscenze del mondo sindacale: hanno perciò fatto o stanno facendo attività in fabbrica (spesso hanno spedito i comunicati anche alle Rsu).
Secondo Digos e carabinieri gli Nta, sono figli delle Neo-Br: quelli che spararono raffiche di mitra contro una palazzina alloggi della Base Usaf di Aviano (nel '92) nascono a Pordenone. Hanno quasi subito cercato d'abbracciare la causa delle Brigate Rosse e di altri gruppi terroristici internazionali (Germania, Grecia e Spagna, tanto che una rivendicazione è stata fatta in spagnolo). Con l'assassinio del tecnico del ministero del Lavoro Massimo D'Antona gli Nta sono riusciti a legarsi a doppia mandata con le Brigate Rosse. Un legame così forte che - secondo gli esperti - avrebbe messo in crisi l'organizzazione terroristica. Una parte, forse il vertice, ha fatto un salto di qualità. Ha iniziato a usare esplosivi sofisticati e costosi e ad utilizzare un linguaggio più raffinato. L'altra parte degli Nta, forse perché rimasta senza "testa", ha invece iniziato a "perdere colpi". Le rivendicazioni si sono abbassate di tono, appiattendosi quasi sul linguaggio dei "no global", mentre le azioni sono ritornate quelle della metà degli anni '90 (caffettiera esplosiva piazzata sotto l'auto di un sergente statunitense).
Il fallito attentato di Rivolto e i quattro fogli dattiloscritti fatti trovare ieri dagli Nta a Conegliano segnano un'altra radicale svolta. Non a caso è stata fatta da una cellula nuova la "Sigfried Hausner" (terrorista tedesco morto nel '95). Almeno due le ipotesi investigative. L'attacco, seppure fallito, alla base aerea di Rivolto era un obiettivo strategicamente di primissimo livello. A tentarlo poteva essere solo un gruppo di fuoco molto preparato e attrezzato. Uomini che solo le Br-Nta avrebbero potuto fornire.
Valida anche l'altra pista investigativa. Gli Nta, organi dei vertici, hanno lavorato sodo, costruendo nuove leve di terroristi così preparati e con tali "agganci" da essere in grado di compiere un attentato alla base delle "Frecce tricolori".11 gennaio 2002 - RIVENDICATO ATTENTATO A BANCA BOLOGNA
Alla redazione bolognese del quotidiano "la Repubblica" e alla redazione de "Il Resto del Carlino", arrivano due buste simili inviate per posta prioritaria, datate 8 gennaio (il giorno dell'attentato) ma con il timbro postale del 10, con scritto "mittente anarchici" e con la rivendicazione firmata anarchia per l' ordigno alla Banca Agricola Mantovana di Porta Mascarella, a Bologna. La missiva viene considerata attendibile dagli investigatori. Le lettere sono state scritte con un normografo e forniscono particolari non pubblicati dai giornali sulla composizione dell' ordigno e l'orario dello scoppio. Inoltre la rivendicazione contiene un serie di slogan come "Horst e' stato assassinato", "Attaccare il capitale", "Assaltare le banche", "Morte allo Stato".17 gennaio 2002 - CARC; ARCHIVIATA INCHIESTA
Su richiesta del pool antiterrorismo della procura di Roma, il gip Maria Teresa Covatta archivia l' inchiesta su una novantina di militanti dei Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), finiti sotto indagine perche' sospettati di aver creato, dalla fine del 1998, una struttura clandestina per sovvertire l'ordine democratico. La procura continua comunque ad indagare sui Carc sulla base di una documentazione ricevuta dalla magistratura napoletana. Il Gip ha fatto proprie le argomentazioni dei pm secondo le quali gli elementi raccolti non sono sufficienti a contestare i reati di associazione sovversiva ed eversiva. L'inchiesta sui Carc era uno dei filoni aperti dal pool antiterrorismo dopo l'omicidio da parte della Br di Massimo D' Antona, avvenuto il 20 maggio del '99 in via Salaria. Tra gli indagati c'era anche Giuseppe Maj, leader dei Comitati, a cui gli inquirenti attribuiscono un documento di critica alle Br per le modalita' dell'omicidio di D'Antona trovato nel corso di perquisizioni in abitazioni di persone ritenute vicine ai Carc.18 gennaio 2002 - ARRESTATI EX TERRORISTI CON ARMI
"La Stampa"
BLITZ DEI CARABINIERI ALLA RUSCA: ARRESTATE L´ALTRA NOTTE TRE PERSONE, DUE APPARTENGONO AL GRUPPO EVERSIVO PRIMA LINEA
L´arsenale dei terroristi era in un garage
Scoperto in via Schiantapetto
SAVONA
L´arsenale era in un box per auto di via Schiantapetto. Nel garage erano nascosti una mitragliatrice Uzi, un kalashinikov, fucili a pompa, pistole, tremila cartucce da guerra. E ancora uniformi in dotazione a polizia e guardia di Finanza, ricetrasmittenti, fumogeni, parrucche, manette. Le armi, ben conservate e pronte all´uso, dovevano probabilmente essere utilizzate per rapine a banche, gioiellerie, uffici postali, ma i carabinieri non escludono neppure l´ipotesi più inquietante, quella che mitragliatrici e fucili potessero anche servire per azioni terroristiche. Nel carcere delle Vallette a Torino sono finiti in tre, tutti originari di Carmagnola (Torino). Un ex terrorista di Prima linea, che però non si è mai dissociato dalla lotta armata, Filippo Mastropasqua, 53 anni, (ha una condanna alle spalle a otto anni di reclusione per banda armata); la moglie, Nadia Mazzocco, 43, anche lei irriducibile di Prima linea e una condanna a tre anni per reati politici, e Pier Giuseppe Flematti, 47, l´unico dei tre che non ha mai avuto a che fare con il terrorismo, ma che è considerato un pezzo da novanta della malavita, visto il suo coinvolgimento in numerose rapine. L´ultima, nel marzo dello scorso anno, a una gioielleria di Collegno che si è conclusa con il suo arresto e quello di altri complici. Pier Giuseppe Flematti era il "savonese" del gruppo. Abitava, infatti, da qualche anno in corso Ricci, e aveva preso in affitto il box dove è stato trovato l´arsenale. Le accuse che vengono contestate al terzetto dal procuratore capo della Repubblica, Vincenzo Scolastico, e dal sostituto Alberto Landolfi, sono di concorso in porto e detenzione di armi. L´indagine dei carabinieri del nucleo operativo provinciale, coordinata dal tenente colonnello Teo Luzi, ha preso avvio nei mesi scorsi, dopo l´arresto di Pier Giuseppe Flematti per la rapina alla gioielleria. I militari hanno incominciato a passare ai raggi X i movimenti del bandito, le sue frequentazioni durante la permanenza a Savona e puntato l´attenzione sulle disponibilità finanziarie, i conti bancari. Un lavoro certosino che ha portato alla scoperta del garage che Flematti aveva preso in affitto in via Schiantapetto (la strada che collega via Mignone con la piazza della Rusca e via Padova). Nel dicembre scorso, i carabinieri hanno fatto irruzione nel box scoprendo un vero e proprio arsenale: un fucile mitragliatore Uzi completo di due caricatori (è in dotazione all´esercito istraeliano), un fucile mitragliatore kalashinikov, due fucili a pompa calibro dodici, cinque pistole (due calibro 7,65; una calibro 9, e due revolver 38 speciali), due valigette nere e una sacca militare che contenevano 2400 cartucce per pistole e fucili, sei candelotti fumogeni, coltelli, bombolette spray anti-aggressione, fondine per armi militari e civili. Armi militari e comuni che, secondo gli investigatori, arrivavano da un arsenale che probabilmente la banda aveva a Torino. In questi mesi, nessuno dei frequentatori dei garage vicini si era accorto di nulla. "Non abbiamo mai notato niente di sospetto - conferma l´amministratore Giorgio Marrucci -. Se avessi visto qualcosa di sospetto avrei ovviamente segnalato subito la cosa alle forze dell´ordine ma, all´apparenza, era tutto perfettamente regolare". L´altra notte, la notifica degli ordini di custodia cautelare.
Claudio VimercatiOPERAZIONE DEI CARABINIERI NEL SAVONESE: RAGGIUNTI DALL´ORDINANZA MASTROPASQUA E NADIA MAZZOCCO (PRIMA LINEA)
Un arsenale nel covo degli ex terroristi Le armi sequestrate servivano per le rapine: tre arresti
Non è certo l´arsenale di una nuova "Prima Linea", ma c´è comunque un po´ mistero su un garage colmo di armi, trovato dai carabinieri sulle colline di Savona, che ha portato ieri mattina in galera un terzetto di pesci grossi del crimine, due addirittura legati al terrorismo degli Anni 70: Filippo Mastropasqua, 54 anni e la moglie Nadia Mazzocco, 44 anni. Il terzo uomo è Pier Giuseppe Flematti, 48 anni, rapinatore, già detenuto alle Vallette. Mastropasqua e Mazzocco sono stati svegliati ieri mattina alle 4, nella loro casa di Carmagnola, in via Lione 3, dai carabinieri che hanno notificato loro un ordinanza di custodia cautelare per detenzione di armi da guerra. L´arsenale era stato scoperto un mese fa in un garage del quartiere collinare La Rusca di Savona, preso in affitto da Pier Giuseppe Flematti, 48 anni, originario di Carmagnola come Mastropasqua di cui è amico dall´infanzia, e residente a Savona. Flematti ha ricevuto l'ordine di custodia cautelare nel carcere di Torino dove è detenuto per una rapina commessa a Collegno nel marzo del 2001: i carabinieri lo bloccarono mentre stava fuggendo dalla oreficeria Stecco con gioielli per 400 milioni. Lui e i complici avevano in pugno pistole di grosso calibro ed indossavano giubbotti antiproiettile. I gioiellieri raccontarono: "Non erano rapinatori normali, ma autentici professionisti". I magistrati sono cauti. Il procuratore di Savona, Scolastico, non si sbilancia: "Stiamo lavorando. Al momento non possiamo dire se l´arsenale trovato dai carabinieri servisse solo per rapine o se invece preludesse a qualche azione terroristica". Meno possibilisti i militari dell'intelligence torinese: "Ci troviamo certamente di fronte ad una banda di determinati rapinatori, che siano anche terroristi è al momento solo un´ipotesi senza conferme". Entrambi ebbero, negli anni di piombo, ruoli non marginali: l´uomo venne arrestato la prima volta nel `74 per due rapine, una a Marene ed una a None. Si buscò quattro anni di carcere. Era l´inizio del terrorismo e lui, detenuto a Cuneo, entrò in contatto con il mondo della clandestinità. Scarcerato iniziò a navigare in quelle acque. Prima le Ronde Proletarie di Orbassano. Poi l´approdo a Prima linea e l´incontro con la Mazzocco, più una ideologa che una donna d´azione. Quindi le Brigate Rosse. Gli uomini del Generale Dalla Chiesa lo arrestarono nel febbraio dell'80 a Torino. Era stato lui ad affittare l´alloggio-covo in via Borgo Dora 1, uno dei sospetti rifugi di Patrizio Peci, il pentito che con i suoi racconti finì con lo scardinare la colonna torinese, e non solo, delle Br. Mastropasqua non parlò, ma i carabinieri di Dalla Chiesa arrivarono lo stesso sulle tracce di Peci, allora ventisettenne. L´inizio della fine per il terrorismo. Al maxiprocesso contro Prima Linea, dove Susanna Ronconi fu condannata a 14 anni, Mastropasqua ne rimediò 8, cinque in più della sua donna. Poi venne la detenzione. A Cuneo, nell´82, aggredì a coltellate una guardia carceraria: finì a Genova, poi in Sardegna, al carcere di Badu `e Carros. E´ però vero che sia Mastropasqua e sia la moglie non si sono mai pentiti né dissociati da Prima Linea. Il primo è stato in carcere dieci anni per banda armata, la seconda tre anni per reati politici. Ma è anche vero che Mastropasqua nasce rapinatore e che si politicizza solo in carcere. Dopo gli anni di piombo torna ai vecchi amori: sul suo conto sono aperti diversi procedimenti giudiziari per rapine, assalto a portavalori, azioni da criminalità comune. Mastropasqua per questi reati si trovava attualmente agli arresti domiciliari, con facoltà di uscire per recarsi al lavoro. Ma cosa c´era nel garage di Savona? Nell´inventario spiccano un fucile mitragliatore israeliano Uzi, un Kalashnikov, due fucili a pompa, cinque pistole, 2400 cartucce, fumogeni, coltelli, manette, parrucche, baffi, denti finti, ricetrasmittenti, divise di guardia di finanza, polizia e di una società di vigilanza privata, capi di vestiario dell'esercito, bombolette spray del tipo anti-aggressione. Tutto in perfetto ordine, pronto all´uso. Angelo ContiUNA DELLE PERSONE COINVOLTE RISULTA ABITARE IN CORSO RICCI E HA ALLE SPALLE NUMEROSE RAPINE A BANCHE DEL PIEMONTE
Mastropasqua e la moglie, gli irriducibili Il ritratto di Pier Giuseppe Flematti: un bandito dai modi educati
SAVONA CINQUANTATRE anni. Il viso segnato, i capelli che tendono al grigio. Ma i tratti da duro che mostrava durante i processi per banda armata alla fine degli Anni 70 e all´inizio degli `80 li ha ancora ben netti sul viso. Filippo Mastropasqua, ex esponente di Prima linea, è considerato dagli inquirenti un irriducibile, anche se con il terrorismo attivo ha chiuso da tempo, per dedicarsi alle rapine. I documenti raccontano che venne arrestato la prima volta nel `74 per due rapine, una a Marene ed una a None. Fu condannato a quattro anni di carcere. Era l´inizio del terrorismo e lui, detenuto a Cuneo, entrò in contatto con il mondo della clandestinità. Scarcerato, iniziò a navigare in quelle acque. Prima le ronde proletarie di Orbassano. Poi l´approdo a Prima linea e l´incontro con la Mazzocco. Quindi le Brigate Rosse. Gli uomini del generale Dalla Chiesa lo arrestarono nel febbraio dell´80 a Torino. Era stato lui ad affittare l´alloggio-covo in via Borgo Dora 1, uno dei sospetti rifugi di Patrizio Peci, il pentito che con i suoi racconti finì con lo scardinare la colonna torinese, e non solo, delle Br. Mastropasqua non parlò, ma i carabinieri di Dalla Chiesa arrivarono lo stesso sulle tracce di Peci. Al maxiprocesso contro Prima linea, Mastropasqua fu condannato a otto anni, cinque in più della sua donna, Nadia Mazzocco. La sua compagna storica, ex Prima linea pure lei, quella che le cronache degli anni di piombo descrivono come "dura" e con "lo sguardo profondo". Hanno continuato a dividere appartamento e amicizie. Pier Giuseppe Flematti è considerato un pezzo da novanta della ciminalità torinese, ma è conosciuto anche per il suo fare gentile e scherzoso. Quando nel gennaio `88 venne arrestato a Nichelino (aveva in casa alcune pistole) disse al sottufficiale che aveva bussato alla sua porta: "Entri pure e accetti i miei complimenti. Lei non lo sa ancora, ma ha fatto un bel colpo, sono pieno di armi, sono tutte di là, in cucina". Un modo di fare gentile e scherzoso che non perde neppure durante le rapine (e gliene sono state attribuite tante, in questi anni). Nel dicembre `79, durante l´assalto all´agenzia di Polonghera della banca cuneese Lamberti e Meinardi, si avvicinò al direttore, lo prese sotto braccio: "Permette? Possiamo fare quattro passi assieme, come vecchi amici?". E se lo portò dietro nei vari uffici, prendendo circa sei milioni e mezzo. Pier Giuseppe Flematti era stato anche al centro di una querelle fra Procura generale e Cassazione. La Procura, forte dei numerosi reati da lui commessi in semilibertà, entrò in conflitto con la Suprema Corte che aveva annullato due ordinanze del giudice di sorveglianza che rigettava nuove istanze per la semilibertà. Il plurirapinatore finì con l´ottenere il beneficio e si trasferì nel Savonese a lavorare in un allevamento di conigli.
c. v."A Savona le armi della mala del Nord" Coinvolta una quarta persona: era il guardiano del box
PRIME ore del mattino, un mese fa circa. I militari non sanno ancora che cosa nasconde il garage di via Schiantapetto. L´informativa ricevuta non lo diceva. Il box è chiuso a chiave. Lo aprono. Spuntano le armi, le munizioni. Le divise, le parrucche, i denti e baffi finti.. Il materiale viene riposto nei borsoni, il deposito viene messo in "sonno", i carabinieri non pubblicizzano la scoperta. E´ uno scherzo risalire al proprietario, ingnaro di tutto, quindi alla persona che ha preso in affitto l´immobile. E´ Pier Giuseppe Flematti, più che noto alle forze dell´ordine. E´ detenuto a Torino, ma questo non è un ostacolo. Cominciano a "ronzare" le microspie, ad entrare in funzione i telefonini-spia. Il lavoro d´intelligence è soprattutto pazienza. Quando partono le ordinanze di custodia cautelare i giochi sono chiusi. Per il procuratore capo Vincenzo Scolastico e il sostituto Alberto Landolfi Flematti, assieme ad un´altra persona, presunto "guardiano" dell´arsenale (indagata per concorso in detenzione e porto di armi da guerra), avrebbe ricevuto e custodito il tutto da e per conto della coppia degli "irriducibili" di Prima Linea. Che da Torino avrebbero trasferito in Riviera i borsoni con i mitragliatori e le munizioni, con le divise e i fumogeni. Non è una eccezione. "Savona è crocevia di quantitativi di droga in transito e di armi. E´ una città tranquilla, portuale, facile da raggiungere: una base di cui la malavita piemontese e lombarda si è sempre servita" sostiene Landolfi (che ricorda ancora il suo primo sequestro di armi, un arsenale scoperto nel `91 a Vezzi Portio). Le banchine, la rete viaria, il confine di Stato non lontano, i collegamenti con le città del Nord Italia: una situazione ideale, soprattutto per chi non deve tenere roba che scotta vicino a casa, o nell´ambito in cui lavora ed è più conosciuto e tenuto sott´occhio. Ma da dove provengono le armi? "Non è difficile procurarsele" si limita a dire Landolfi. Già, i mercati dei Balcani e dell´ Europa un tempo d´oltre cortina, l´ex Yugoslavia della guerra civile, la Macedonia e l´Albania. I Tir che percorrono le autostrade dell´Est, che attraversano le porte di Trieste, ma anche del Brennero. E poi gli scafisti, signori per fortuna contrastati del canale d´Otranto; le navi. Resta da capire a che cosa servisse quello che stava "a riposo" nel garage. Nelle ordinanze di custodia cautelare si fa riferimento ai precedenti penali delle persone alle quali sono state notificate; si va per "esclusione", nel senso che per ora non si può escludere che quest´armamentario potesse servire per compiere rapine, assalti; non si può escludere - in questa prima fase delle indagini - che potesse essere tenuto in consegna per esponenti della malavita comune, anche se di alto livello, ma neppure che fosse destinato a militanti dell´eversione, vecchia o nuova che sia. Un terrorismo che, tre anni fa, dopo undici di normalità, almeno sotto il profilo dei colpi mortali della lotta armata, è tornato tristemente alla ribalta: il 16 aprile 1988, a Forlì, era stato Roberto Ruffilli, 52 anni, politologo, collaboratore del presidente del Consiglio De Mita, l´ultima vittima delle Brigate rosse; il 20 maggio 1999, a Roma, la stessa sigla di un partito armato che si credeva estinto ha rivendicato l´assassinio di Massimo D´Antona, 51 anni, consigliere del ministro del Lavoro Bassolino.L´IRRUZIONE NELLA SEDE DEL GRUPPO DIRIGENTI FIAT A TORINO, GLI OMICIDIO DEL PROFESSORE ALFREDO PAOLELLA E DEL GIUDICE EMILIO ALESSANDRINI
Prima Linea, antitesi alle Br Una parabola di sangue che va dal `76 all´81
LA prima formazione armata italiana nasce a Genova da un circolo di operai: si chiama "XXII Ottobre". A Milano nascono in concomitanza i Gap (Gruppi di azione partigiana). Avranno vita breve e lasceranno il campo soprattutto alle Brigate rosse, ai Nap (Nuclei armati proletari) al Sud, a Prima linea al Nord, quest´ultima una organizzazione di estrema sinistra che vede tra i suoi militanti anche Marco Donat Cattin, figlio del ministro esponente della sinistra dc Carlo. Prima Linea viene costituita nell´autunno del 1976 in due riunioni, a Salò e Stresa. Secondo l´archivio storico-giornalistico on line "Misteri d´Italia", diretto da Sandro Provvisionato, "i quadri che daranno vita a Prima Linea iniziano a separarsi dal gruppo extraparlamentare Lotta Continua nella primavera del 1974; provengono da due aggregazioni che in LC avevano portato avanti la battaglia politica per l´armamento di massa". E ancora: "Dal rapporto di quest´area con militanti provenienti da Potere Operaio, nascono la rivista Senza Tregua ed i Comitati Comunisti per il Potere Operaio. Di qui prendono vita successivamente i Comitati Comunisti Rivoluzionari, le Unità Comuniste Combattenti e Prima Linea". La prima azione rivendicata dall´organizzazione è l´irruzione nella sede del Gruppo Dirigenti Fiat a Torino il 30 novembre 1976. Il volantino è anche manifesto politico: "Prima Linea non è un nuovo nucleo combattente comunista, ma l´aggregazione di vari nuclei guerriglieri che finora hanno agito con sigle diverse". Dall´archivio on line: "Nella storia della lotta armata in Italia Prima Linea rappresenta ? sotto il profilo politico ? l´esatta antitesi alle Brigate Rosse: se le BR rappresentano lo sviluppo di un progetto politico violento, ma pur sempre aderente ad una concretezza rivoluzionaria, PL è invece il portato di una serie di umori individuali, fondati quasi unicamente sull´emotività...". "Militarmente "PL si muove, ai suoi inizi, in un´ottica prevalentemente giustizialista e di supporto ai ´´momenti alti´´ della lotta dentro le fabbriche. Molte delle azioni armate dei primi anni consistono infatti nel ferimento di capi reparto e dirigenti aziendali... PL diventerà PL solo a partire del 1978, in coincidenza con l´alzo zero delle Brigate Rosse (sequestro Moro)...". Il primo omicidio politico rivendicato dall´organizzazione è datato 11 ottobre 1978: a Napoli viene colpito Alfredo Paolella, docente di Antropologia criminale in servizio presso il carcere di Pozzuoli. Il 29 gennaio 1979, a Milano, Prima Linea rivendica l´attentato mortale contro il giudice Emilio Alessandrini. L´azione di PL prosegue con espropri di autofinanziamento, disarmi, conflitti a fuoco, ferimenti e altri attentati mortali. Gli Anni Ottanta segnano il termine dell´esperienza di Prima Linea, alle prese con dibattiti interni, con il fenomeno del pentitismo e con l´azione repressiva delle forze dell´ordine. Ci sono le prime emorragie di militanti, finchè nel gennaio `81, con una conferenza a Barzio, viene decretato lo scioglimento dell´organizzazione, che avrà una coda soltanto nell´attività di liberazione dei militanti arrestati. Nell´84 il movimento che promuove la legge a favore della dissociazione vede coinvolta la quasi totalità dei militanti di Prima Linea. Meno Mastropasqua, che ai carabinieri s´è detto irriducibile.
f. poz.20 gennaio 2002 - COMMEMORATO A FIRENZE AGENTE FAUSTO DIONISI
E' commemorato a Firenze l' agente di polizia Fausto Dionisi, ucciso a Firenze il 20 gennaio di 1978 nel corso di una tentativo di evasione dal carcere delle Murate organizzato da un commando di Prima Linea. Dopo la deposizione di una corona al cimitero di Peretola dove Dionisi e' sepolto, una messa e' stata celebrata nella cappella interna alla Questura. Successivamente una corona e' stata deposta in via della Casine, dove Dionisi mori' e dove nel 1999 fu apposta una lapide in suo ricordo. Alla commemorazione hanno preso parte la vedova Mariella, la figlia dell' agente ucciso, Jessica, e il questore di Firenze Giuseppe De Donno.25 gennaio 2002 - TELEFONATA ANNUNCIA RICOSTITUZIONE COLONNA GENOVESE BR
Con una telefonata al centralino del Secolo XIX una voce anonima maschile annuncia la ricostituzione della colonna genovese delle Brigate Rosse, nel nome di Riccardo Dura, uno dei quattro terroristi uccisi il 28 marzo 1980 nel covo di via Fracchia a Genova. Gli investigatori, avvertiti dal giornale, sono propensi a ritenere si tratti di uno scherzo, anche se il riferimento a Dura e un accenno ad un ingegnere dell' Ansaldo ferito nel 1977, sempre a Genova, fa pensare che l' anonimo telefonista conosca le vicende del terrorismo della anni settanta.28 gennaio 2002 – GLORIA ARGANO: GIUSTIZIA BORGHESE NON LEGITTIMATA
Davanti alla terza Corte d' appello di Milano, dove e’ in corso il processo di secondo grado per una rapina avvenuta nel 1983 a Parigi, l’ imputata Gloria Argano afferma che:"La giustizia borghese non e' legittimata a giudicare i rivoluzionari". Gloria Argano, 42 anni, di Latina, e' una 'irriducibile' della lotta armata, con alle spalle varie condanne, fra cui quella all'ergastolo, inflittale proprio dai giudici milanesi nel 1991, per l'uccisione di due poliziotti municipali, sempre a Parigi, in una sparatoria che coinvolse anche elementi di 'Action Directe', in Avenue Trudaine, il 31 maggio 1983. Con la Argano, in carcere dal febbraio 1984 quando a Milano venne scoperto un covo dei Colp (Comunisti organizzati per la liberazione proletaria), e’ imputato anche Franco Fiorina, compagno d'azione della donna sia in Francia che in Italia e anch'egli condannato all'ergastolo per gli stessi episodi, che non e’ presente in aula. La Corte d'Appello accoglie la richiesta del sostituto procuratore generale Gianfranco Montera, conferma la decisione di primo grado che riguardava un periodo di isolamento diurno, come inasprimento della pena dell' ergastolo gia' passata in giudicato.3 febbraio 2002 - INIZIATIVA COMUNISTA; IN LIBERTA' GLI ULTIMI QUATTRO
Tornano in liberta' per scadenza dei termini di custodia cautelare Norberto Natali, Barbara Battisti, Gennaro Franco e Luca Ricaldone, gli ultimi quattro militanti di Iniziativa comunista che si trovavano agli arresti domiciliari con l'accusa di essere fiancheggiatori delle Br.7 febbraio 2002 - COSSIGA RIABILITA TONI NEGRI
"Sette", settimanale del CORRIERE DELLA SERA
Giustizia difficile; parla Francesco Cossiga.
Le "deviazioni" dei giudici ? Toni Negri la prima vittima.
L'ex presidente della Repubblica riabilita il leader dell'Autonomia, suo avversario negli anni settanta. E dice che gli eccessi di Mani Pulite hanno origine nella lotta al terrorismo rosso.
Presidente, si ricorda quando sui muri scrivevano Cossiga boia?
"Kossiga boia, Kossiga con la kappa. E qualche volta mettevano pure le "s" runiche, tanto per darmi del nazista. Certo che mi ricordo, pensi che quella scritta la vidi persino a Berlino".
Erano gli anni in cui Cossiga era il ministro dell'Interno e quindi - per l'estrema sinistra - il simbolo della repressione. Mentre il simbolo - o almeno, uno dei simboli - della rivoluzione era il professor Toni Negri, leader intellettuale dell'Autonomia, finito in galera con l'accusa di essere l'ideologo del terrorismo rosso, poi fuggito in Francia, quindi tornato in Italia per scontare in cella cio' che gli restava da scontare. Molte cose sono cambiate, e adesso siamo venuti qui, a casa di Cossiga, per commentare con lui 'Impero', il libro che Toni Negri ha scritto a quattro mani ("SI', a quattro mani: ma diciotto dita sono di Negri, e solo due di quell'altro") con lo studioso americano Michael Hardt. Molte cose sono cambiate. Tanto che Cossiga non esita a indicare l'ex nemico Toni Negri come una vittima. Vittima degli anni Settanta, ma soprattutto di un certo modo di intendere la magistratura: "nei confronti di Toni Negri fu condotta un' azione giudiziaria che ricorda mutatis mutandis, Mani Pulite. I classici teoremi dei magistrati di sinistra".
Sta dicendo che Negri era innocente? Che il suo arresto fu un'ingiustizia?
"Si', assolutamente: fu un'ingiustizia. Al massimo, Negri si sarebbe meritato una piccola condanna per aver incitato qualche studente a dare un po' di bastonate. Ma siamo sul piano della rissa, non del terrorismo. Mi creda: Negri ha pagato un prezzo sproporzionato alle sue responsabilita'. E' una vittima del giacobinismo giustizialista".
Che cosa penso' quando le dissero che Negri era il telefonista del caso Moro?
"Mi misi a ridere".
Non neghera' che fu, perlomeno, un cattivo maestro. L'autore di libri che istigavano alla lotta armata.
"Io quei libri li lessi, naturalmente, perche' ero ministro dell'Interno e volevo rendermi conto di cosa c'era dietro l'Autonomia e il terrorismo. Certo: Negri e' un uomo con un pensiero al quale non e' estranea la violenza, come non e' estranea al pensiero di tutti i rivoluzionari e di tutti i marxisti. Quindi, si puo' anche dire che, tenendo conto dell'epoca, fu un cattivo maestro. Ma cattivo maestro lo scriva tra virgolette, perché allora erano molto piu' cattivi maestri i facitori di slogan del Pci e dei sindacati".
Non sta esagerando?
"Senta un po': se Andreotti e' stato davvero quello che e' stato accusato dalla Sinistra di essere stato, e se e' vero tutto quello che la sinistra ha detto sullo stragismo di Stato, mi dica lei se non era giusto stare dalla parte della Brigate rosse".
Lei crede che le stragi di Stato siano una balla colossale?
"Che alcuni uomini dello Stato abbiano collaborato in alcune stragi, puo' essere. Ma che le stragi siano di Stato, come si diceva allora, e' un'affermazione irresponsabile messa in giro dal Pci e dai sindacati. Che, ripeto, erano molto piu' pericolosi di Toni Negri. Erano specialisti nella falsificazione semantica".
Falsificazione semantica?
"E' una tecnica tipica dei comunisti. II maestro fu Stalin, che riuscI' a far passare il concetto che non si puo' essere al tempo stesso antifascisti e anticomunisti. Questo modo di pensare resiste ancora oggi. Resiste persino nel mondo democratico-cristiano".
Anche tra i democristiani? Questa sembra grossa.
"Ma e' vera. Sa chi pensa in quel modo stalinista, per esempio? Se lo dico, lui si arrabbia moltissimo".
Allora non lo dica.
"E invece glielo dico: e' Ciriaco De Mita. Secondo lui non c'e' democrazia se non accanto ai comunisti. Intendiamoci: Lui i comunisti li detesta, e detesta pure i Ds. Ma siccome e' antiberlusconiano, e siccome Berlusconi e' anticomunista, allora De Mita pensa che non si possa essere antiberlusconiani e anticomunisti".
Lei non ha mai ragionato cosI', da stalinista?
"Certo che si'. Non ho nessuna paura a dirglielo: io, Kossiga con la kappa, sono stato stalinista quando chiamai terrorismo cio' che invece avrei dovuto chiamare eversione".
C'e' molta differenza?
" Moltissima. Il terrorismo e' una tecnica di lotta al servizio della rivoluzione, cioe' dell'eversione. Chiamare soltanto terroristi i brigatisti rossi degli anni Settanta fu una falsificazione semantica come scrivere Kossiga con la doppia esse dei nazisti. Allora, per coerenza, avremmo dovuto chiamare terrorista anche la guerra partigiana".
La guerra partigiana?
"Perche', quello di via Rasella non fu un attentato terroristico? L'assassinio di Gentile non fu un agguato terroristico simile a quelli delle Br? I partigiani usarono il terrorismo come strumento di liberazione. E i brigatisti lo hanno usato come strumento per fare una rivoluzione marxista-leninista. Chiamandoli soltanto terroristi abbiamo negato loro ogni valenza morale. Mi raccomando: anche questo "morale" lo metta tra virgolette".
Quando ha rivisto le sue posizioni sui brigatisti? E su Negri?
"Io e Negri abbiamo fatto la pace - e dico pace anche se io non mi sono mai sentito in guerra con lui - gia' dalla meta' degli anni Ottanta, quando lui mi scrisse da Parigi chiedendomi di essergli amico, cosa che mando' in bestia Rossana Rossanda. Poi, nel '97, sono andato a trovarlo in carcere, ed e' stato un incontro commovente. Non ci vedevamo da quando, io giovane e lui giovanissimo, frequentavamo l'Azione cattolica. Qualche tempo dopo quell'incontro in carcere, l'ho rivisto in un bar davanti a Santa Maria in Trastevere. Ci abbracciammo, e la gente si scandalizzo'".
Che cosa pensa di "Impero" ?
"Negri me ne mando' una copia con dedica quando usci' in America. Hanno scritto che e' la teoria degli antiglobal, ma non e' vero. Intanto Neri riconosce alla globalizzazione dei meriti, soprattutto quello di avere portato al superamento degli Stati nazionali. E poi, a differenza degli antiglobal, Negri non crede che gli Stati Uniti siano il centro dell'impero, e nel suo testo non c'e' traccia di pauperismo. Direi che Negri vede nel movimento antiglobal una specie di movimento comunista a-scientifico, cioe' non hegeliano-marxista-leninista, che secondo lui servira' ad abbattere l'attuale impero, fatto dalle relazioni economiche internazionali. Dopo di che, questo comunismo utopico dovra' inverarsi in un nuovo comunismo scientifico".
E' un libro "pericoloso" come quelli degli anni Settanta?
"Ancora meno pericoloso di quelli. Ne ho inviata una copia al giudice Garzon, che a Porto AIegre ha detto che la classica divisione dei poteri va cambiata: non piu' legislativo, esecutivo e giudiziario ma giudiziario, politico ed economico. Gli ho mandato una lettera d'accompagnamento: caro Garzon, seguo da lontano la sua fantasiosa e spaziale imitazione del Pool di Mani Pulite italiano; siccome ho visto che ora e' diventato un antiglobal, e siccome mi dicono che lei e' intelligente ma un po' carente di cultura politica, impari qualcosa da questo libro del mio amico-avversario Toni Negri".
Lei difende Negri, ha amici nell'Eta... Ha un debole per gli "eversori"?
"Luigi Manconi dice che ho un rapporto irrisolto con l'uso della violenza come strumento di lotta politica, e che per questo ho un rapporto di amore-odio con i terroristi. Non credo che sia vero, pero' le confesso che quando vedo il film Mission, con i gesuiti che impugnano le armi, mi commuovo. Piango. Credo che faccia parte del mio cattolicesimo: ogni tanto affiora in me l'eresia del temporalismo, della giustizia "qui e ora"".
Faccia un'altra cosa "cattolica". Un mea culpa sugli anni di piombo.
"Con le leggi speciali abbiamo trasformato i giudici da soggetti super partes a soggetti che lottano contro qualcosa. Abbiamo fatto leggi leniniste, anzi giacobine. Per questo mi sento un po' responsabile delle deviazioni attuali della magistratura".
Michele Brambilla12 febbraio 2002 - AZIONE CATTOLICA RICORDA VITTORIO BACHELET
A 22 anni dalla uccisione, avvenuta il 12 febbraio 1980 da parte delle Brigate rosse, l' Azione Cattolica ricorda Vittorio Bachelet, che e' stato presidente dell' Azione cattolica italiana e vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura. "Figura di primo piano del laicato cattolico, interprete del rinnovamento post-conciliare dell'associazione, Vittorio Bachelet - si legge in un comunicato dell'Ac - incarna l'ideale del laico che per essere tale, per sentirsi tale, per agire da laico non ha bisogno di gridarlo, di puntualizzarlo. Incarna l'ideale del cristiano normale, del cristiano della semplice e spoglia testimonianza, che diventa grande e straordinario proprio perche' ha saputo vivere nella semplicita' e nella normalita' la sua esperienza di credente". L' Azione Cattolica "vuole ricordare cosi' il presidente della 'scelta religiosa', accompagnando il ricordo con la preghiera e con l'impegno a proseguirne il cammino per la formazione di un laicato adulto nella fede, capace di interpretare il rinnovamento conciliare e di viverlo nella quotidianita' dell'esperienza associativa, nei rapporti con la chiesa locale e con le altre realta' presenti, nella partecipazione responsabile alla vita sociale e politica".22 febbraio 2002 - TONI NEGRI, SINISTRA E' OUT DA ANNI SETTANTA
ANSA:
"Ritengo che dagli anni Settanta la sinistra italiana ha marciato su un terreno completamente sbagliato e oggi ne raccoglie i frutti: chi semina vento raccoglie tempesta". E' quanto sostiene Toni Negri, rispondendo alle domande dei giornalisti sulla situazione dell'Ulivo, oggi a Venezia a margine di un incontro sul suo libro "Impero". Per Negri "la grande fortuna di questa gente e' che esiste un'opposizione reale nel Paese che e' interpretata dai movimenti e dai sindacati". "Spero che queste forze - aggiunge - rifondino la sinistra italiana e di tutto l'Occidente come minimo". "Oggi e' fondamentale - ha concluso - far esprimere nuove energie, nuovi programmi e nuove forze dai movimenti".25 febbraio 2002 - ARRESTATO A PARIGI LATITANTE CO.CO.RI.
La polizia di Milano, in collaborazione con la polizia francese, arresta a LIONE Michele D'Auria, 45 anni, ufficialmente residente a Milano, latitante a Parigi dal 21 maggio 1991, che era era ricercato dal 1991 perche' su di lui pendeva una condanna a nove anni di carcerazione per alcune rapine, ma non risulta sia mai stato indagato per fatti legati al terrorismo, anche se negli anni '80 aveva gravitato nell'estremismo legato ai CoCoRi, i Comitati combattenti rivoluzionari successivamente confluiti in Prima Linea. A lui la polizia sarebbe arrivata pedinando la compagna, che viveva con lui in Francia e che nei giorni scorsi era rientrata a Milano per sbrigare alcuni affari. Quando e' ripartita e' stata agganciata e pedinata dagli agenti che sono saliti con lei, in stazione Centrale, su un Tgv che l'ha portata fino a Lione, dove il latitante, giunto a prenderla in macchina alla stazione, e' stato riconosciuto dai poliziotti italiani e bloccato da quelli francesi, avvisati lungo il viaggio. D'Auria e' ritenuto responsabile di quattro rapine, tre eseguite con il fratello Lucio (morto in Spagna nel 1994 durante un conflitto a fuoco con la polizia) e una quarta con Francesco Gorla, 41 anni, che poi partecipera' all'assalto al furgone portavalori di via Imbonati, avvenuto il 14 maggio.27 febbraio 2002 - 30 ANNI DAL PRIMO SEQUESTRO DELLE BR
"Il Corriere della sera"
trent'anni fa
Le Br e il primo sequestro
3 marzo 1972, trent'anni fa. Le Brigate Rosse sequestrano Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens. È il salto di qualità dell'organizzazione terroristica di estrema sinistra, l'inizio di un'escalation tragica che porterà, sei anni dopo, al sequestro e all'assassinio di Aldo Moro. La storia delle Br era iniziata nel 1970. A febbraio il comizio volante nel quartiere proletario di Lorenteggio a Milano, alla fine di agosto la diffusione di manifesti ciclostilati alla Sit-Siemens di piazza Zavattari, sempre a Milano. Il 17 settembre viene bruciata l'auto di Giuseppe Leoni, dirigente della Sit-Siemens. A novembre viene diffuso alla Pirelli di Bicocca un volantino con l'elenco dei capi e dei crumiri da punire, quindi vengono bruciate le auto di due dipendenti e poi tre camion a Lainate. Nel settembre del 1971 viene diffuso il primo documento teorico delle Br, a gennaio del '72 bruciate le auto di Attilio Carelli (Msi) e di Ignazio La Russa (Fronte della gioventù). Quindi, a marzo, il primo sequestro.8 marzo 2002 – PANORAMA: 1977, ALICE NEL PAESE DELLE P38
"Panorama"
1977 Alice nel paese delle P 38
A Roma il segretario della Cgil aggredito dagli autonomi, a Milano le rivoltelle ai cortei. E in una Bologna blindata, tra i girotondi degli indiani metropolitani, una piccola radio inventava un bizzarro modello di comunicazione. Ora libri e film rievocano quegli anni. Formidabili?
di VALERIA GANDUS
Indiani sì, ma niente assalto alla dirigenza
A differenza dei sessantottini, nessuna lobby e poco potere. Ma tanta fantasia
"La generazione del '77 è una generazione perduta. O è stata annientata dalla repressione o si è autoannientata con l'eroina. Non ha conquistato posti di potere, come quella del '68. Ma i sopravvissuti hanno fatto percorsi molto più interessanti". Sergio Bianchi, fondatore della casa editrice Deriveapprodi, è ancora innamorato della "fantastica creatività" di quegli anni. Della gente che scriveva fanzine, organizzava radio libere, faceva girotondi. Ma dove sono finiti costoro?
In genere fanno cose strane, poco istituzionali. Spesso nei new media. Basta vedere i fondatori di Radio Alice: "Bifo" Berardi fa controinformazione online con Rekombinant; Andrea Zenobetti è diventato un genio del "motion control" ed è stato chiamato dalla Playstation a Vancouver; Luciano Cappelli, l'inventore del "non palinsesto", vive in Costa Rica e gira documentari; Andrea Ruggeri è pubblicitario, Maurizio Torrealta giornalista a RaiSat.
E poi c'è Helena Velena: ai tempi di Radio Alice era un uomo, oggi è donna. Lesbica. Fondatrice del sito porno-politico Cybercore, scrive libri e tiene conferenze sul rapporto tra impegno militante e "dispiegamento delle proprie pulsioni estetico-godimentose di frociaggine orgogliosa".
"Anche sul fronte dell'identità sessuale il '77 ha rivendicato la più grande libertà di percorso" ricorda Pablo Echaurren, pittore, uno dei primi indiani metropolitani di Roma e d'Italia. Intorno alla fanzine Oaks c'erano con lui Carlo Infante, che oggi si occupa di teatro e web, "Gandalf il viola", che milita a Firenze nel Partito umanista, e "Beccofino" Grechi, che oggi vende enciclopedie. In un paesino fuori mano, marginale per scelta, vive Maurizio "Fanale" Gabbianelli, mentre Mario Canale ha diretto un corto sulle Brigate rosse e l'ha portato al Festival di Venezia nel '94. A produrlo è stato un altro reduce del '77, Sandrone Silvestri di Radio Città futura.
E gli altri? Ecco alcuni dei brutti, sporchi e cattivi di Zut e del Male, di Cannibale e Frigidaire: Vincino disegna per Il Foglio, Il Corriere, Panorama; Riccardo Mannelli per La Repubblica; Vauro per Il Manifesto e Nigrizia. Vincenzo Sparagna e Filippo Scozzari, sempre uguali a se stessi, fanno ogni tanto uscire un numero di Frigidaire. Mentre Angelo Pasquini è diventato regista (Santo Stefano) e scrive sceneggiature di successo (Il portaborse, Montalbano, Perlasca). Come produttore ha spesso avuto Carlo Degli Esposti, proprietario della Palomar, un altro che nel '77 era a Bologna.
Ma non parliamo di lobby, anzi. "Questa è una generazione dispersa. E che, per fortuna, ha conquistato poco potere" garantisce Enrico Ghezzi, situazionista mediatico a Raitre, padre di Blob. Negli anni 70 apparteneva all'ala "ludico-luddista" del Movimento a Genova. Oggi non rinnega nulla: nemmeno la mancata presa del potere. "Trovo che sia la cosa più positiva dei settantasettini".
Laura MaragnaniAdriano Sofri: "Non c'ero. E se c'ero, leggevo"
Il fondatore di Lotta continua dichiara la sua estraneità nei confronti di quel movimento Intervista
Lotta continua si era sciolta da pochi mesi (novembre 1976) quando esplose il Settantasette. Adriano Sofri, allora autodeposto leader di Lc, racconta come visse, da spettatore, quella stagione.
Lei non ha mai amato il Settantasette. Perché?
Per la stessa ragione, immagino, per cui un volontario della Bainsizza non avrebbe amato una battaglia della Seconda guerra mondiale.
Reduce di un'altra guerra, insomma.
Pensionato. Come oggi Borrelli. A parte gli scherzi, il Settantasette non mi coinvolse affatto perché sembrò significare, all'inizio, un forzoso richiamo alle armi. E, poi, un letterale richiamo alle armi. Che spuntarono, puntuali, nelle mani dei bambini.
Ma c'erano anche gli indiani metropolitani, Radio Alice...
Non mi interessavano: io ero un tipo serioso, appartato. Andai a qualche manifestazione, per senso del dovere. Ma ebbi la sensazione di una cosa che andava con una certa ineluttabilità verso lo sbaraglio. Con abbigliamenti, fisionomie, linguaggi che mi erano fortemente estranei. Dopo uno di quei sabati romani da sfida western fra Cossiga e il movimento, mi assentai. Questo non per dire che avessi ragione, ma perché mi sentivo grettamente estraneo.
Anche ai nuovi linguaggi, ai fumetti di Andrea Pazienza?
Non ero il tipo: quando ho smesso di fare politica, ho ricominciato a leggere i classici. E ho smesso di parlare ai funerali, funzione alla quale, purtroppo, ero chiamato spesso. L'ultima volta è stato a una cerimonia per Francesco Lorusso. Dissi che quello slogan, "è vivo e lotta insieme a noi", era finito, che non bisognava gridarlo più.
(V.G.)10 marzo 2002 - ARRESTATO IN SVIZZERA BRIGATISTA NICOLA BORTONE
Il militante delle Br-Pcc, Nicola Bortone, ricercato da tempo, e' arrestato a Zurigo, in Svizzera dalla Polizia italiana. La notizia e' confermata l' 11 marzo dal direttore dell'Ucigos, Carlo De Stefano. L'operazione che ha portato alla cattura del latitante e' stata condotta dalla Polizia elvetica insieme agli uomini dell' Ucigos e della Digos di Roma e coordinata dalla Procura di Roma.Bortone e' stato arrestato per la strada e non opposto resistenza. Nicola Bortone, 45 anni, nome di battaglia 'Vincenzo', era irreperibile dal 1992. Considerato tra i fondatori delle nuove Br, nell' assetto organizzativo, cosi' come si presentava a fine '88, veniva inquadrato nella cosiddetta "Struttura sud", insieme ad Antonio De Luca, Franco La Maestra, Simonetta Giorgieri (che poi divento' sua moglie), Giuseppe Armanente, Marcello Tammaro Dell'Omo e Alberto Marino. Nato a Cesa, in provincia di Caserta, Bortone fu raggiunto da un mandato di cattura emesso nel settembre 1989 dal giudice istruttore del Tribunale di Roma per i reati di associazione sovversiva e banda armata. Era gia' stato arrestato, insieme ad altri brigatisti, il 2 settembre dell' 89, in Francia, per associazione per delinquere, porto e detenzione illegali di armi, contraffazione di documenti amministrativi ed altri reati. In quell' occasione si dichiaro' "militante rivoluzionario". Il 23 aprile 1992 e' stato condannato dal tribunale di Parigi a 3 anni di reclusione, con il divieto, per lo stesso periodo di tempo, di soggiorno in Francia. Al momento della scarcerazione non fu ne' estradato ne' espulso ed elesse domicilio in Francia. Il 3 settembre 1992 si e' sposato con Simonetta Giorgieri. Risulta irreperibile dall'ottobre del '92, insieme alla moglie, dopo una breve permanenza nel soggiorno obbligato. Di lui si e' tornati a parlare, per i legami con alcuni esponenti della cellula romana smantellata nel maggio del 2001 e sospettata di un coinvolgimento nel delitto D'Antona e della preparazione di un nuovo attentato. La Corte di Assise di Roma ha condannato Bortone, il 18 settembre del 2001, a 5 anni e 6 mesi di reclusione, all'interdizione dai pubblici uffici e al risarcimento del danno in favore delle parti civili (Presidenza Consiglio dei Ministri e ministero dell'Interno) per associazione sovversiva e banda armata.10 marzo 2002 - LA STORIA DI 'RADIO ALICE' IN UN FILM-DOCUMENTARIO
ANSA:
Nell' epoca del 'girotondismo' sembrano particolarmente lontani i tesi e duri anni Settanta in cui la creativita' e la comunicazione studentesca dominavano la scena con la lore controcultura e un nuovo modo di essere. Ora nel segno di quel decennio, culminato nel mitico 1977, arrivano un film documentario e un libro. Prodotto dalla Fandango in collaborazione con Tele+ che lo trasmettera' martedi' in prima serata su Tele+bianco, 'Alice e' in paradiso', questo il film a firma di Guido Chiesa, racconta in poco meno di un ora, la storia di radio Alice emittente libera bolognese chiusa dalla polizia proprio nel 1977. Un ritmo serrato, tante testimonianze e materiali di repertorio (alcuni inediti) per raccontare la nascita di un tipo di comunicazione del tutto nuovo: quello che vide alcuni giovani impegnati politicamente scoprire il mezzo radiofonico e farne uno spazio libero di confronto. "Le porte di radio Alice - dice uno dei fondatori nel filmato di Chiesa - erano davvero aperte. Entrava chiunque. E se voleva poteva anche fare il suo personale programma o anche solo fermarsi a dormire nella sede della radio se non sapeva dove andare". Ancora ora, a 25 anni dalla sua chiusura da parte della polizia dopo i tafferugli che videro la morte dello studente Francesco Lo Russo, 'Radio Alice' e' rimasta nel cuore di chi ancora la ricorda come la 'radio degli autonomi'. Per quanto riguarda il libro, '1977: l'anno in cui il futuro incomincio', a cura di Franco Berardi (Bifo) e Veronica Bridi (Fandango, pp. 140, euro 16), si tratta di un lavoro dedicato a un'originale riconsiderazione di quell'anno che i due autori considerano come un momento di passaggio dall'epoca moderna a quella postmoderna. Nel volume tante fotografie che documentano quegli anni di contestazione e rivolta come le manifestazioni espressive e artistiche proprie a quell'epoca, il tutto accompagnato da una breve cronologia ragionata degli eventi politici. Oltre al saggio di Franco Berardi (Bifo) dal titolo 'L'anno in cui il futuro fini' e a quello di Niva Lorenzini sulle esperienze letterarie di quegli anni a confronto con creativita' di massa anche uno studio di Roberto Roversi 'Il conflitto e' (nel)la comunicazione. Al filmato e al libro, la Fandango dedichera' lunedi' un'intera serata per raccontare quel singolare periodo della storia del nostro paese. Previste al cinema 'Politecnico - Fandango' due proiezioni del filmato di Chiesa e una lettura del volume.11 marzo 2002 - CERIMONIA PER 25 ANNI MORTE FRANCESCO LO RUSSO
ANSA:
Un abbraccio fra Giuliano Giuliani e Agostino Lo Russo, padre di Francesco, morto a Bologna l' 11 marzo '77 durante scontri con le forze dell' ordine, e' stato il momento piu' commovente delle celebrazioni per il venticinquesimo anno dall' uccisione dello studente bolognese. "I giovani pagano la loro generosita' - ha detto il padre di Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso durante il G8 di Genova - e questo aumenta l' ingiustizia delle loro morti. I giovani sono piu' generosi di noi". Prima dell' arrivo di Giuliano Giuliani e della moglie Aidi, era stata deposta una corona di fiori sulla lapide che ricorda Francesco Lo Russo in via Mascarella, in zona universitaria, dove fu colpito a morte dai proiettili di un carabiniere. Alla cerimonia c' erano una cinquantina di persone, fra le quali giovani dei centri sociali, i vecchi compagni di Lo Russo, militante de Movimento e di Lotta Continua, e rappresentanti delle istituzioni: l' assessore comunale all' Urbanistica Carlo Monaco, il vicepresidente del Consiglio Comunale Maurizio Cevenini e il senatore Ds Walter Vitali, ex sindaco di Bologna.12 marzo 2002 – CORRIERE DELLA SERA SU ARRESTO DI BORTONE
"Il Corriere della sera"
E' il fondatore dell'organizzazione che ha rivendicato l'omicidio D'Antona
Preso in Svizzera il Br Bortone
Catturato in una cabina telefonica: deve scontare 5 anni e mezzo di carcere
ROMA - "Sono Nicola Bortone, militante delle Brigate Rosse". Sono le uniche parole pronunciate dal terrorista ricercato da dieci anni arrestato domenica mattina a Zurigo, dagli investigatori svizzeri, mentre telefonava da una cabina ai parenti italiani. Bortone, 45 anni, nome di battaglia "Vincenzo", aveva in tasca un documento falso intestato al fratello, ma con la sua foto: è stato condannato dalla Corte d'Assise di Roma lo scorso 18 settembre a 5 anni e 6 mesi di reclusione per banda armata ed associazione sovversiva e, secondo gli esperti dell'antiterrorismo, è uno dei fondatori delle nuove Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente, l'organizzazione eversiva che ha rivendicato l'omicidio di Massimo D'Antona nel maggio del '99. Gli investigatori stanno valutando la posizione delle persone con cui era in contatto nel nostro Paese e sviluppi potrebbero arrivare dalle numerose perquisizioni andate avanti per tutta la giornata di ieri: sono state passate al setaccio le due case che il brigatista aveva a disposizione in Svizzera ed anche a Cesa, in provincia di Caserta, il paese di cui è originario, sono in corso accertamenti per verificare se qualcuno lo abbia aiutato nella latitanza. Le indagini per cercare di arrestare il terrorista avevano avuto un ulteriore impulso un anno fa. Il Procuratore Salvatore Vecchione ed il pm Franco Ionta avevano autorizzato decine di intercettazioni sugli apparecchi di persone che potevano avere contatti con Bortone. La svolta è arrivata giovedì scorso. Il terrorista ha chiamato da Zurigo un amico di Cesa (il cui telefono era sotto controllo), dicendogli di fissare un appuntamento con i parenti ad un determinato numero per mezzogiorno di tre giorni dopo: gli agenti dell'Ucigos diretti da Carlo De Stefano e della Digos di Roma, agli ordini di Franco Gabrielli, hanno capito che poteva essere l'occasione giusta per arrestarlo. La polizia elvetica è stata messa in allarme ed è stata attivata un'ulteriore intercettazione sul numero indicato da Bortone. Il più era fatto, bisognava solo aspettare che il terrorista chiamasse l'Italia e sperare che la conversazione non fosse breve. E così è stato: Bortone ha telefonato al numero indicato all'amico a mezzogiorno in punto e ha parlato con lui per cinque minuti. I poliziotti italiani hanno immediatamente "girato" ai colleghi svizzeri il numero di Zurigo da cui il brigatista stava chiamando: prima che riattaccasse la cornetta, Bortone è stato bloccato all'interno di una cabina pubblica nella zona industriale della città elvetica. Gli agenti della Digos hanno assistito in diretta all'arresto: "Era un anno che non chiamavo, la prima volta mi avete subito beccato...", ha detto prima che la conversazione si interrompesse. "Ci sono alcune decine di terroristi latitanti, stiamo lavorando senza lesinare sforzi per cercare di catturarli", ha garantito De Stefano. A parte il periodo in cui è rimasto in Francia, cosa abbia fatto Bortone in questi dieci anni di latitanza è un mistero. Si sa solo che, dopo aver sposato l'altra terrorista Simonetta Giorgieri ed essersi separato da lei, il brigatista ha conosciuto una donna svizzera nota agli investigatori per la sua appartenenza a formazioni eversive. E che con lei ha cominciato una nuova vita. Nell'ordinanza che ha portato in carcere lo scorso maggio alcuni militanti di Iniziativa Comunista (tra i quali Barbara Battista e Luca Ricaldone), il gip Otello Lupacchini ha ipotizzato poi un collegamento tra il gruppo e l'omicidio D'Antona. E quel provvedimento ha riacceso i riflettori anche su Bortone: secondo i carabinieri del Ros, malgrado fosse latitante il terrorista si era incontrato con Ricaldone nel metrò di Milano nella primavera del 2000.
Flavio Haver13 marzo 2002 – LUCARELLI SU MORTE DI FELTRINELLI
"Il Mattino"
Indagine su un mistero
Carlo Lucarelli
C'è la fotografia, cruda ed essenziale nel suo bianco e nero di tanti anni fa: il corpo di un uomo steso sulla schiena ai piedi di un traliccio dell'alta tensione. È morto e sembra che gli manchino tutte e due le gambe. A trovarlo così, distinguendolo nell'erba attraverso la foschia della sera del 14 marzo 1972, furono due contadini che passavano da quelle parti, vicino a Cascina Nuova di Segrate, provincia di Milano. In tasca l'uomo aveva un documento, una carta d'identità intestata a Vittorio Maggioni. Ma quello, quel nome qualunque e sconosciuto, non era il suo. Alla polizia bastò pochissimo, meno di 24 ore, per scoprire che sotto il traliccio numero 71 c'era Giangiacomo Feltrinelli.
Miliardario, fondatore della casa editrice che porta il suo nome e che si rivela da subito una delle più importanti e culturalmente attive nel panorama italiano, quando muore Giangicomo Feltrinelli ha 46 anni. Uomo di sinistra, prima nel PCI e poi vicino a Potere Operaio, amico di Fidel Castro e Che Guevara e dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo a cui la casa editrice spesso da voce, Feltrinelli non è soltanto un editore. È anche "Osvaldo", attivista e fondatore dei GAP, i Gruppi d'Azione Partigiana, una formazione clandestina impegnata in azioni di sabotaggio e propaganda. È per questo, per un'azione di sabotaggio, che Feltrinelli si trova nell'erba ai piedi di quel traliccio?
Esiste un racconto di quello che accadde quella sera. Lo ha fatto un uomo che si nasconde sotto il nome di Gunther e che dice di essere un membro dei Gap. Osvaldo e altri due erano andati al traliccio di Cascina con l'intenzione di farlo saltare. "Osvaldo" si era arrampicato sui montanti di metallo per sistemare la carica e l'innesco, ma si era accorto che i cavi elettrici del detonatore erano troppo corti. Allora si era fatto passare anche l'attrezzatura portata per un altro traliccio e aveva unito tutto assieme. Ma si era sbagliato. Aveva chiuso il contatto e la carica era scoppiata, troncandogli una gamba e proiettandolo indietro, sulla testa degli altri due, e lasciandolo sull'erba a morire dissanguato. Un racconto preciso, completo di ora, le 9 meno 5, perché poco prima uno dei due aveva guardato l'orologio. A questo si aggiungono le indagini della polizia e le risultanze dell'esame autoptico. Ci sono le fotografie, anche questa altrettanto cruda ed essenziale, soprattutto per chi l'abbia conosciuto da vivo: la gamba, troncata in modo compatibile con la posizione a cavallo del traliccio; le cornee degli occhi, che riportano lo stampo delle lenti, come se fossero indossati da chi aveva gli occhi aperti; e stanghette degli occhiali, riprese dalla bruciatura sulle tempie nella stessa posizione in cui Feltrinelli era solito portarli. Risultato: al momento dell'esplosione "Osvaldo" era vivo, era a cavallo del traliccio e stava sistemando la bomba che lo ha ucciso.
Sicuramente, forse. Perché è ovvio che un caso del genere sollevi comunque parecchi dubbi. C'è chi ha fatto notare come sia stata facile l'identificazione di Feltrinelli visto che la bomba ha provvidenzialmente lasciato intatti sia il volto che le mani dell'editore. Che ha avuto anche l'altrettanto provvidenziale ingenuità di tenere assieme al documento falso una vera foto di famiglia. E le chiavi di un furgoncino parcheggiato poco distante con tanti indizi da far saltare quattro covi, un box e parecchi militanti. C'è anche chi ha fatto notare come Gunther possa non essere uno dei Gap ma un uomo di Carlo Fumagalli, il fondatore del marzo 2002, un gruppo vicino a Gladio e di tutt'altra matrice politica. E come Feltrinelli fosse nelle liste dei servizi segreti del mondo, non il Terzo ma il Primo. Che sia cauto in una trappola, ucciso e messo in mezzo, pedina involontaria della strategia della tensione?
Qualunque sia la risposta, c'è un mistero che comunque sarà difficile chiarire, nonostante ricordi e riflessioni e libri come Giangiacomo Feltrinelli di Aldo Grandi, o Senior Service di Carlo Feltrinelli, figlio dell'editore. È il mistero di lui, Giacomo Feltrinelli, un borghese inquieto secondo alcuni, un vero rivoluzionario secondo altri, un paranoico ossessionato dai golpe reazionari, un compagnio impegnato nell'assalto al cielo, un ingenuo, un generoso, un pazzo, sicuramente un irregolare.
C'è un'altra foto, sempre in bianco e nero, ma niente affatto impietosa e cruda come le altre. Giangiacomo Feltrinelli è assieme a Fidel Castro. Ha un pallone da basket in mano e sotto la guaiabera si nota un accenno di pancetta. Non sa di essere fotografato, guarda Fidel che sta lanciando il suo pallone e serenamente, sotto i baffi neri, sorride. Sembra felice.
Il mistero che l'ha portato a cavallo di quel traliccio, comunque ci sia arrivato, passa prima attraverso il cuore di Giangiacomo Feltrinelli.14 marzo 2002 - TEATRO: A PADOVA IL DRAMMA DI TALIERCIO, VITTIMA DELLE BR
ANSA:
E' tornata a rivivere, sul palco del teatro Verdi di Padova, la tragedia di Giuseppe Taliercio, il direttore del Petrolchimico di Porto Marghera rapito e ucciso nel 1981 dalle Brigate Rosse. A richiamarne la memoria, soprattutto per le giovani generazioni, sono stati Luigi Francesco Ruffato, autore dell'atto unico, e il Gruppo Teatro Ricerca del Centro culturale Kolbe di Mestre, con la regia di Francesco Pinzoni. Giuseppe Taliercio, protagonista del dramma, scrive l'autore, "e' l'unico che merita di essere chiamato per nome. Silenzioso e forte, ritenuto dai rapitori un simbolo della criminalita' industriale, resiste come un eroe alle minacce, alle torture. Non si lamenta ne' maledice. Non si difende con l'accusa, perche' la sua forza interiore si alimenta costantemente alla fede cristiana. Rimane fedele, fino al martirio". Gli altri protagonisti invece sono solo numeri: Br1, Br2 e Br3. Il primo e' l'uomo piu' feroce, con gli interrogatori cerca di spossare l'ostaggio fino alla speranza di tradimento. La sua psicologia e' tenue rispetto alla crudelta' dei gesti, "arrogante fino a creare il contrasto piu' plastico con il personaggio in cattivita"'. Il secondo conosce invece piu' del primo l'etica del Cristianesimo di cui Taliercio viene rappresentato come profondo interprete, e' piu' dialettico del suo compagno, non uccide ma - avverte ancora l'autore - "non ha scritto lettere" come l'altro avrebbe poi fatto rivolgendosi pentito alla moglie della vittima, "o fatto proclami di pentimento". B3 e' l'unico personaggio femminile, pilatesco nella scelta finale, che pero' scrivera' alla moglie: "Nella nostra follia volevamo colpire il simbolo, ma vivendogli accanto, giorno dopo giorno e ora dopo ora, ci porto' inevitabilmente alla conoscenza dell'uomo, del suo spirito estremamente delicato, dignitoso, e mai arrogante". Ad interpretare Taliercio nello spettacolo e' Vittorio Pregel, i tre brigatisti sono invece affidati a Massimo D'Onofrio, Ermanno Peltrera e Marina Biolo. Giuseppe Taliercio, nato a Marina di Carrara nel 1927, cinque figli, fu rapito nella sua casa di Mestre il 20 maggio 1981. Dopo 47 giorni di duro sequestro, fu ucciso con 16 colpi di pistola in una mansarda di Tarcento (Udine) e abbandonato nel bagagliaio di una vettura a pochi passi dal Petrolchimico. Per quell'omicidio, imputato alla colonna veneta "Anna Maria Ludmann-Cecilia", sono stati condannati all'ergastolo Luigi Novelli, Pietro Vanzi, Francesco Lo Bianco, Cesare Di Lenardo e Alberta Biliato, mentre Antonio Savasta, autore materiale dell' omicidio, ha beneficiato della legge sui pentiti venendo condannato in primo grado a dieci anni di reclusione.14 marzo 2002 - MANDAVA MINACCE BR-PCC A MINISTRI, POLIZIA LO SCOPRE A LECCO
ANSA:
Inviava ai giornali finte risoluzioni siglate Br-Pcc con minacce a diversi ministri, tra cui quelli della Giustizia Roberto Castelli, della Sanita' Girolamo Sirchia e del lavoro Roberto Maroni. L'uomo e' stato scoperto dalla Polizia a Lecco. Le indagini, condotte dalla Polizia di Lecco e coordinate dalla procura della repubblica, sono state lunghe e sono partite dai comunicati inviati tra il '99 e il 2002, alle redazioni di diverse testate. E' un operaio ventisettenne, Emanuele Visciglia, di Cernusco Lombardone, centro della Brianza meratese in provincia di Lecco, il giovane identificato e denunciato a piede libero dalla Polizia di Lecco come autore delle lettere minatorie contro i ministri Maroni, Sirchia e Castelli, inviate in piu' occasioni negli ultimi tre anni a redazioni di quotidiani, Unione industriali e politici di Lecco. L'accusa nei suoi confronti e' di minacce e procurato allarme. L'operaio, secondo gli inquirenti che hanno tenuto una conferenza stampa per spiegare i dettagli dell'operazione, avrebbe agito da solo e non sarebbe in collegamento con alcuna cellula terroristica. Alla conferenza stampa oltre agli uomini della Digos della questura di Lecco che hanno condotto l'operazione, c'erano anche gli agenti del Gabinetto di Polizia Scientifica di Milano, il procuratore Anna Maria Delitala, il pm Valeria Bove e il questore Giovanni Selmin. A indirizzare i sospetti su un' unica firma delle missive, firmate di volta in volta con sigle di cellule terroristiche riconducibili alle BR, sono stati molti punti di contatto fra i documenti, in particolare quelli dell' ottobre '99, agosto 2001 e gennaio 2002. Le successive perquisizioni a carico di Visciglia hanno consentito di raccogliere ulteriori elementi di prova che hanno portato alla sua denuncia.
Emanuele Visciglia, l'operaio metalmeccanico lecchese denunciato a piede libero per le lettere minatorie contro i ministri Maroni, Sirchia e Castelli, e' stato sospeso sia da Rifondazione Comunista - partito al quale e' iscritto - che dalla Fiom Cgil. Lo hanno reso noto nel pomeriggio i portavoce di Rifondazione comunista e della Cgil augurandosi che l'accaduto possa essere chiarito in ogni suo aspetto al piu' presto. In particolare, il segretario generale della Camera del lavoro di Lecco, Renato Bonati, ha ufficializzato la sospensione, "auspicando, come sempre, che la giustizia faccia il suo corso e in tempi rapidi vengano chiariti i fatti".15 marzo 2002 - MANDAVA MINACCE BR: 'VOLEVO ATTIRARE ATTENZIONE SU PROBLEMI'
ANSA:
"Visciglia non condivide assolutamente il modello organizzativo, ne' lo spirito delle Br, ma crede fortemente negli ideali comunisti di solidarieta', uguaglianza e lotta di massa, come testimoniato dalla sua partecipazione attiva nella Cgil e nel Prc dai quali e' stato sospeso". Si apre con queste parole il comunicato diffuso dall' avvocato Saverio Megna e sottoscritto da Emanuele Visciglia, l' operaio denunciato a piede libero perche', secondo l'accusa, inviava lettere minatorie ai ministri. "L'intestazione 'Br' su detti volantini - prosegue il documento - ha avuto il solo scopo di attirare l'attenzione sul contenuto, dato che i mezzi di informazione non danno spazio adeguato ai temi come la gestione delle aziende. In molti casi non viene rispettato il contratto nazionale del lavoro ne' i contratti interni". Visciglia "riconosce di avere combinato una bravata, dovuta solo alla forte convinzione nelle proprie idee, di contestazione della politica locale impegnata in riforme ritenute inidonee alla tutela di tutti i lavoratori e soprattutto dei giovani, italiani ed extracomunitari, perche' a vantaggio dei datori di lavoro".15 marzo 2002 - FELTRINELLI,UNA MOSTRA PER 30 ANNI MORTE 'EDITORE MILITANTE'
Sotto un traliccio a Segrate il 14 marzo del 1972 Giangiacomo Feltrinelli chiudeva la sua vita di uomo che con i libri - ma non soltanto - voleva cambiare il mondo e combattere le ingiustizie. A questo discusso personaggio il 'Museum Strauhof' di Zurigo dedica, nel trentennale della morte, una mostra che si apre oggi nella citta' elevetica. Al centro della rassegna e' ovviamente l'editore Feltrinelli la cui intuizione per testi e autori assicuro' un immediato successo alla sua giovane casa editrice. Feltrinelli fece uscire libri di grande impatto sulle coscienze (oltre a subire per questo numerosi processi) e pubblico' autori del terzo mondo, letteratura politica e romanzi che fecero scalpore, come quelli di Henry Miller. Il pensiero corre subito, ovviamente, a 'Il dottor Zivago' di Boris Pasternak del 1957 e a 'Il Gattopardo' di Giuseppe Tomasi di Lampedusa dell'anno successivo. Libri che hanno segnato la letteratura mondiale e che hanno imposto la 'Feltrinelli'. Nella mostra sono esposti per la prima volta alcuni preziosi documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e della casa editrice. Tra questi, la prima edizione del 'Trattato sulla tolleranza' di Voltaire, i manifesti della Comune di Parigi, manoscritti di Karl Marx e Ignazio Silone, lettere di Boris Pasternak e una biografia, mai pubblicata, di Fidel Castro. Altra sezione e' quella in cui sono esposte le fotografie scattate negli anni '50 e '60 da Inge Schoental Feltrinelli. E se Nadine Gordimer definisce Feltrinelli "un combattente della cultura", per l'editore francese Christian Bourgois e' stato "l'ultimo editore militante che apparteneva a un mondo editoriale e letterario in via di estinzione". "Quel giovane uomo - afferma la scrittrice sudafricana nel numero dela rivista 'Du' uscito in occasione della mostra - aveva il talento, l'amore per la letteratura e la capacita' di giudizio necessari a diventare un grande editore. Riconosceva d'istinto, e non soltanto entro l'ambito politico, quando la letteratura illumina e rivela cosa e' l'esistenza umana". "Mi chiedo cosa penserebbe Giangiacomo del nostro mondo di oggi, trent'anni dopo, ora - continua Gordimer - che abbiamo realizzato ogni progresso materiale e scientifico, ora che abbiamo inventato nuove forme di comunicazione, una tecnologia che, dobbiamo ammetterlo, non ha ridotto la distanza fra chi dispone delle risorse del mondo e che non ha niente o quasi". "Penso - conclude - che sarebbe stato uno di quanti fra noi, e alcuni sono fra i piu' privilegiati, cercano, con i molti mezzi a disposizione, di evitare l'uso della violenza come soluzione antica di conflitti e di ingiustizie; e di abolire la poverta' trasformando la globalizzazione da potere esclusivo delle nazioni ricche in piena partecipazione dei paesi e dei popoli piu' poveri".19 marzo 2002 – RESTO DEL CARLINO SU ANNIVERSARIO MORTE FELTRINELLI
"Il Resto del Carlino"
Feltrinelli, l'editore che si fece guerrigliero
Sono passati trent'anni da quella mattina del 15 marzo 1972, quando il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli fu ritrovato ai piedi del traliccio di Segra>
Trasferimento interrotto.
hiaro che la foto del documento rinvenuto sul corpo, intestato a Vincenzo Maggioni, era in realtà quella di Feltrinelli, si scatenò il gioco delle ipotesi. Quasi tutti, fior di intellettuali in testa, propesero per l'omicidio e chiamarono in causa i servizi segreti, CIA in testa. Le indagini sulla morte condussero alla scoperta attraverso decine di perquisizioni e qualche arresto, di numerosi covi gestiti direttamente dal Feltrinelli (nella foto) e in cui trovavano rifugio i militanti dei "Gap", l'organizzazione rivoluzionaria che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto combattere contro un eventuale colpo di Stato e, comunque, fungere da detonatore della guerriglia nel nostro Paese.
La verità sul decesso di colui che aveva fondato una delle più prestigiose case editrici mondiali, la trovarono i medici che effettuarono l'autopsia: la morte fu causata da un'emorragia a seguito dello scoppio della dinamite che aveva lacerato una delle aorte femorali. Niente, quindi, omicidio prima e messinscena poi sotto il traliccio.
Pochi giorni dopo la scoperta del cadavere, sul giornale di "Potere Operaio", uno dei gruppi dell'estrema sinistra più agguerriti, apparve il titolo "Un rivoluzionario è caduto" riferito all'editore: una spiegazione della morte che nessuno, tantomeno la sinistra, voleva accettare vista la convinzione dell'esistenza di un complotto organizzato dai servizi segreti più o meno deviati e più o meno nostrani congiuntamente a manovalanza fascista. I dirigenti di Potop, in una conferenza stampa, provarono a rettificare il tiro, ma ormai la frittata era fatta. Feltrinelli, che aveva lasciato l'Italia dopo la strage di Piazza Fontana perché inseguito, ingiustamente, dagli inquirenti, altri non era che un guerrigliero che aveva fatto una scelta precisa.
Chi scrive ha potuto consultare i documenti che il Sismi ha fornito alla commissione Stragi un paio di anni fa sulla figura dell'editore. Sono numerosi faldoni per i quali, al più tardi una settimana fa, lo stesso servizio segreto ha negato la desecretazione: non si capisce per quale ragione, visto che il contenuto dimostra, casomai, l'insipienza dei nostri "007" il cui principale compito fu, a giudicare dal numero dei faldoni con ritagli di giornale all'indomani del decesso, quello di raccogliere e protocollare gli articoli pubblicati. Il Sid, servizio informazioni difesa, fino ad allora non aveva scoperto granché. Qualcosa di più fece la magistratura che, se non altro, con le indagini sull'editore attuò un'inevitabile pressione sulle componenti che avevano scelto la via della militarizzazione e sui gruppi in generale.
A distanza di trent'anni si può dunque senz'altro scrivere che la morte di Feltrinelli fu accidentale. Che con lui erano alcuni gregari di un esercito che esisteva solo nei suoi sogni. Che il furgone rinvenuto a Segrate e appartenente all'editore, era stato predisposto da Valerio Morucci, militante prima di Potop e poi passato ai Gap. Che Feltrinelli non era un pazzo e che, anzi, aveva coscientemente scelto una strada conoscendone i rischi ed essendo disposto a pagarne, a differenza di altri, le conseguenze. Che i servizi segreti, nonostante lo controllassero dalla metà degli anni '50 e ne avessero intercettato spesso le telefonate, non avevano capito cosa stava architettando almeno fino alla sua morte. O meglio. Qualcuno, forse, come Federico Umberto D'Amato, il responsabile dell'ufficio affari riservati del ministero dell'Interno lo aveva intuito, ma preferì giocare come il gatto con il topo. Non a caso, il 17 maggio 1972, giorno della morte di Calabresi, parlando al comitato dei servizi di sicurezza dei paesi Nato, si vantò con i colleghi di aver costretto Feltrinelli a agire in prima persona - e quindi a commettere l'errore che lo uccise - pubblicando un opuscolo, commissionato a un esponente dell'estrema destra, dal titolo 'Feltrinelli guerrigliero impotente', in cui, partendo da una presunta impotenza a causa dei ripetuti divorzi, in realtà voleva riferirsi all'impotenza politica e militare di chi, ricco di nascita, invece di agire in prima persona mandava avanti i suoi uomini. di Aldo Grandi20 marzo 2002 - PROCURA ROMA CHIEDE ESTRADIZIONE NICOLA BORTONE
I magistrati del pool antiterrorismo di Roma hanno avviato la procedura per la richiesta di estradizione dalla Svizzera di Nicola Bortone, il militante delle Br-pcc arrestato il 10 marzo scorso a Zurigo. A sollecitare il ministero della Giustizia a chiedere l' estradizione di Bortone sono stati il procuratore Salvatore Vecchione e il sostituto Franco Ionta. Il brigatista deve scontare in Italia un residuo di pena di tre anni e sei mesi di reclusione per partecipazione a banda armata.22 marzo 2002 - DROGA: CHIESTA CONDANNA A 16 ANNI PER EX BR RENATO LONGO
ANSA:
Prima fiancheggiatore delle Brigate Rosse, poi confidente della polizia, infine spacciatore di hashish: per l' astigiano Renato Longo, che contribui' alla cattura di esponenti brigatisti del calibro di Fenzi e Moretti, oggi sono stati chiesti, a Torino, 16 anni di carcere per droga. L' uomo e' accusato dal pm Andrea Padalino di essere il coordinatore di una piccola banda che importava lo stupefacente dall' Olanda. Arrestato una prima volta nel 1972, a 19 anni, Longo si politicizzo' dopo aver conosciuto in carcere alcuni militanti dell' organizzazione; passato a collaborare con le forze dell' ordine, forni' loro - ha raccontato lui stesso al pm - informazioni preziose, ma quando passo' la stagione del terrorismo si ritrovo' «allo sbando, in quanto non era stato riconosciuto alcun valore alla mia collaborazione». Tornato nel 1989 ad Asti, dove e' piuttosto conosciuto per come anti-proibizionista e attivista del partito radicale (si era anche candidato alle ultime elezioni regionali) Longo venne fermato dalla squadra mobile nel gennaio del 2001. Da tre mesi si trova agli arresti domiciliari in casa di una parente: per il tribunale del riesame le sue condizioni psico-fisiche (soffre di «sindrome depressiva» - si legge nell' ordinanza - perche' e' convinto di «subire una carcerazione ingiusta») non erano piu' compatibili con il carcere. Il pm Padalino ha chiesto il ripristino della custodia cautelare in un penitenziario.25 marzo 2002 - TERRORISMO: SOSPESA SEMILIBERTA' PER BR VENTURINI
ANSA:
Sospesa la concessione dello stato di semiliberta' per Marco Venturini, il brigatista fiorentino condannato con sentenza definitiva a 30 anni di reclusione per l' agguato in cui il 10 febbraio 1986 un commando di terroristi delle Br-Pcc uccise l' ex sindaco repubblicano di Firenze Lando Conti. Il giudice di sorveglianza gli aveva concesso la semiliberta' ai primi di marzo, visto che Venturini, detenuto a Sollicciano, aveva gia' scontato meta' della pena (era stato arrestato all' inizio del 1988) e aveva tenuto in carcere un comportamento corretto. Il tribunale di sorveglianza ha disposto nei giorni scorsi la sospensione della semiliberta' sulla base di un ricorso della procura generale di Firenze, contraria alla semiliberta'. In attesa della decisione nel merito, il tribunale ha intanto accolto la richiesta di sospensione della misura avanzata dalla procura generale. Al processo di primo grado per l' uccisione di Lando Conti Marco Venturini era stato condannato all' ergastolo insieme ai coniugi pratesi Maria Cappello e Fabio Ravalli, rimasti fra i brigatisti «irriducibili». La Cassazione gli aveva pero' riconosciuto una attenuante e aveva abbassato la pena a 30 anni di reclusione.25 marzo 2002 - COSSIGA A TONI NEGRI, REGALA IL TUO LIBRO A COFFERATI
ANSA:
«Di questo libro importante, fatene un'edizione breve e regalatela a Cofferati»: cosi' l'ex presidente Francesco Cossiga ha chiuso oggi, al Piccolo Eliseo di Roma, il dibattito di presentazione del libro «Impero» di Toni Negri e Michael Hardt. Avevano appena finito di parlare gli oratori Pierluigi Battista, Lucio Caracciolo e Giacomo Marramao, quando Cossiga dalla platea e' intervenuto. Il presidente emerito della Repubblica ha rivelato dapprima di aver letto il libro di Negri nell'edizione inglese, pubblicata da un paio d'anni. Poi ha ricordato di aver fatto visita allo stesso Negri, quando era in carcere, portandogli in dono il «Dialogo sulla consolazione delle tribolazioni» di Tommaso Moro. In cambio, Negri rispose ad una domanda di Cossiga sul perche' fosse crollato il comunismo: era crollato perche' «non aveva capito che nell'economia moderna, gli strumenti di produzione si erano trasferiti nella testa dell'uomo», cioe' nella produzione immateriale. Il socialriformismo, ha aggiunto l'ex presidente della Repubblica, e' stato spazzato via: «Non so - ha detto ancora - quale cultura ci sia dietro Cofferati, tranne l'art.18». Cossiga ha poi dedicato anche una battuta a Prodi affermando: «In Europa, il cittadino ha meno garanzie che nel suo Paese. Solo Prodi pensa il contrario e si crede il primo ministro d'Europa, ma non e' che il capo del servizio civile d'Europa». Il libro di Toni Negri, pubblicato da Rizzoli, affronta il tentativo di interpretare il nuovo ordine mondiale della globalizzazione. E ricorre per questo non ad una metafora, ma - ha detto Negri - ad un concetto: quello dell' impero, che non e' - come alcuni potrebbero pensare - una metafora degli Stati Uniti. Cossiga ha molto lodato il lavoro di Negri e del suo collega americano, definendolo «il de profundis totale della Terza Internazionale».26 marzo 2002 - TERRORISMO:ITALIA HA CHIESTO ESTRADIZIONE BORTONE A SVIZZERA
ANSA:
L' Italia ha chiesto alla Svizzera l'estradizione di Nicola Bortone, sospettato di essere stato membro delle Brigate rosse ed arrestato lo scorso 10 marzo a Zurigo. La domanda formale di estradizione e' stata inoltrata ieri al competente Ufficio federale di giustizia (Ufg), che ne ha dato oggi la notizia. Bortone, sospettato dalle autorita' italiane di essere stato membro delle Brigate rosse,"grazie alla stretta collaborazione tra autorita' di polizia svizzere e italiane - si afferma in un comunicato dell'Ufg - il 10 marzo 2002 Bortone ha potuto essere arrestato dalla polizia zurighese. Da allora si trova in stato d'arresto in vista di estradizione". L'Ufg informa di aver gia' trasmesso la domanda di estradizione al cantone di Zurigo e in base all'audizione di Bortone e ad un'eventuale presa di posizione del suo avvocato, l'Ufg decidera' in merito all'estradizione. Un'eventuale decisione d'estradizione potrebbe essere impugnata da Bortone davanti al Tribunale federale, massima istanza giudiziaria svizzera. La domanda formale di estradizione si fonda su un ordine d'arresto del Tribunale di Roma, emesso il 12 settembre 1989 per i reati di promozione, costituzione ed organizzazione di associazione eversiva dell'ordine costituzionale e di banda armata. Per i medesimi reati - spiega l'Ufg - il 18 settembre 2001 Bortone e' stato condannato in contumacia dalla Corte di Assise di Roma a una pena di cinque anni e mezzo di reclusione. Sulla base di una domanda di ricerca internazionale proveniente dall'Interpol di Roma, nell'ottobre 1998, l'Ufg aveva provveduto, a scopo d'arresto, all'iscrizione di Bortone nel sistema Ripol.30 marzo 2002 - IL DIFENSORE DI BORTONE SI OPPONE ALL' ESTRADIZIONE
"L' Avvenire"
Secondo l'avvocato non può tornare in Italia
Tempi lunghi per Bortone Il difensore si oppone all'estradizione dell'ex br
Roma. (D.Pao.) Non è stata una vera e propria rivendicazione, ma "un'adesione". Un messaggio ben preciso che i brigatisti della vecchia guardia, dalle loro celle, hanno voluto mandare alle nuove leve, agli assassini di Massimo D'Antona e di Marco Biagi. Ed è un messaggio che suona più o meno così: "Siete i nostri eredi, avete il nostro sostegno". Questo, secondo gli inquirenti romani, significavano i proclami lanciati ieri l'altro nell'aula bunker di Rebibbia da "irriducibili" del calibro di Michele Mazzei, già capo della colonna toscana delle Br, e di Fabio Ravalli, uno degli assassini di Roberto Ruffilli. E lo stesso valore avrebbe il placet fatto pervenire da Ginevra, tramite il suo avvocato, da Nicola Bortone, ritenuto come Mazzei uno dei fondatori delle Br-Pcc, arrestato venti giorni fa e di cui le autorità italiane attendono l'estradizione.
Un'estradizione che "non arriverà mai" - ha detto ieri lo stesso legale, Attilio Baccioli - così come non è mai arrivata dalla Francia quella di Alvaro Lojacono, brigatista rosso condannato per il sequestro e l'esecuzione di Aldo Moro. "Il reato contestato a Bortone è di natura politica e non è previsto dal codice svizzero", ha spiegato l'avvocato. Ma su Bortone pendono anche sospetti per quanto riguarda il delitto D'Antona. "Se lo vogliono processare per questo tirino fuori le prove", ha aggiunto Baccioli. Per il momento, il suo cliente resta in una cella del carcere di massima sicurezza di Phaggen, a 15 chilometri da Zurigo, in regime d'isolamento, con una sola ora d'aria al giorno e sorvegliato da microspie. Ma tutto ciò non gli ha impedito di far sapere ai giornali (e quindi anche ai "compagni" ancora in attività) la propria adesione ideale all'uccisione di Biagi.
È la famosa "saldatura" tra due generazioni di terroristi, sempre meno un'ipotesi e sempre più una certezza, sulla quale stanno lavorando proprio in queste ore gli esperti anti-terrorismo della Capitale. Si tratta di ricostruire il periodo che va dall'omicidio di Ruffilli (16 aprile '88), l'ultimo firmato dalle Br-Pcc, a quello di D'Antona (20 maggio '99) quando la sigla è riapparsa dopo undici anni di silenzio. Il primo obiettivo è capire chi nella vecchia guardia, tra detenuti, irreperibili e latitanti, abbia dato ai nuovi brigatisti il permesso di usare il nome e la stella a cinque punte. Perché il permesso è stato dato, sostengono in Procura a Roma, altrimenti gli "irriducibili", anziché rivendicarli, si sarebbero dissociati dagli attentati a D'Antona e a Biagi.
È in dirittura d'arrivo, intanto, l'inchiesta amministrativa del Viminale sui motivi che indussero i prefetti di Roma, Milano, Modena e Bologna a revocare la tutela a Biagi. Il ministro Scajola, si legge in una nota, valuterà se emettere eventuali provvedimenti "nei tempi più brevi possibili".31 marzo 2002 - OSCURATO SITO WWW.BRIGATEROSSE.IT
"Il Corriere della sera"
IL CASO
Oscurati i siti Internet sulle Brigate rosse
MILANO - Due siti strutturati alla stessa maniera. www.brigaterosse.it e Brigaterosse.com . Più un indirizzo di posta elettronica: info@Brigaterosse.it . All'interno la storia delle Br, i personaggi più conosciuti, gli anni di piombo, le colonne, il caso Moro, le interviste. Ma anche messaggi relativi all'omicidio di Marco Biagi, il consulente del ministro del Lavoro ucciso sotto casa a Bologna. Insomma, una sorta di grande contenitore con dentro anche i documenti più significativi della lotta armata. Ma anche un luogo di discussione dove simpatizzanti e critici potevano esprimere la loro opinione. Proprio il contenuto di alcuni messaggi ha convinto gli investigatori a oscurare il sito e a denunciare chi lo aveva registrato (si tratta di Tommaso Fera, su di lui sono in corso accertamenti). Indagini vengono svolte anche sulla società che lo ha ospitato, la Got.it di Bergamo. Numerosi i messaggi inviati. Biagi è indicato come "un nemico del popolo"; e ancora: "È opportuno che chi è comunista esca di casa e combatta. Contro lo Stato". "Chi ha ucciso Biagi - scrive un anonimo - non ha le palle perché ha colpito uno strumento di cui usufruiva il toro (lo Stato) e non ha tagliato la testa". Jessika scrive: "Il voto non paga, prendiamo il fucile! Onore ai compagni e combattenti antimperialisti caduti". Uno che si firma Ammiratore: "Avete fatto bene a uccidere Marco Biagi. Vi dovete far sentire ancora di più". Ma ci sono anche email di critica, come quella di una certa Viviana: "Uccidere serve a creare odio e non consenso". Oppure: "Chi come Dio pensa di poter giustiziare in nome di un'idea, giusta o no, questo non importa, è un assassino, non un rivoluzionario".
Alberto Berticelli"La Stampa"
SEQUESTRATI E OSCURATI DALLA POLIZIA POSTALE "WWW.BRIGATEROSSE.IT" E WWW.BRIGATEROSSE.ORG
Solidarietà via Internet ai brigatisti, si indaga su due siti Il proprietario dei domini web: "Mai fatto politica, quei messaggi erano niente più che provocazioni"
MILANO
"Www.brigaterosse.org": da ieri chi volesse entrare in questo sito (al pari di "www.brigaterosse.it) oppure spedire messaggi di posta elettronica alla casella "info brigaterosse.it" non potrà più farlo. Potrà solamente leggere "Sito non più raggiungibile in quanto sottoposto a sequestro": l´oscuramento è stato effettuato dalla polizia postale di Milano che ipotizza i reati di apologia di reato e istigazione a delinquere e che sui tre siti ha inviato un rapporto alla procura di Roma e a quella di Bergamo. Nella città lombarda, infatti, ha sede la società Go.it che ospita "brigate rosse.org". Esiste anche chi ha registrato, tra settembre 2000 e settembre 2001, tutti e tre i siti: Tommaso e Assunta Anna Fera di Caivano (Napoli), persone realmente esistenti, nonostante la polizia postale avanzasse ieri l´ipotesi dei nomi di copertura. A una società del settore, "GoldNames", appartiene poi il dominio .com, non ancora utilizzato. Quello .net, è di proprietà delle "Milenkovic Industries Dot Com Inc". Quest'ultimo nome a dominio è stato creato il 24 maggio del 2001, e fa capo a una società il cui amministratore ha sede nel centro di Savona. Adesso le indagini vogliono scoprire chi sia ad avere aperto i siti, che secondo gli inquirenti non erano semplici contenitori di documentazione storica delle Brigate Rosse ma avevano quanto meno una funzione di esaltazione dell´attività terroristica. E identificare chi ha mandato "messaggi di plauso per l´omicidio Biagi nonchè messaggi inneggianti alla lotta armata". Abbondantemente compensati, però, da chi ha inviato critiche e pure insulti alle Brigate Rosse. Nelle quattro pagine stampate dalla polizia postale dal link Opinioni della casella postale si può infatti leggere: "Avete fatto bene ad uccidere Marco Biagi! Vi dovete far sentire ancora di più devono sapere tutti che lottiamo contro potere oppressivo!". La firma è "Ammiratore". Ma c´è anche "Un amico" che scrive: "Siete fuori dal mondo. Chi vi ha chiamato? Non è più il tempo. Siete soli, poveri e pazzi". E per una Jessika che fa sapere "Il voto non paga, prendiamo il fucile!", c´è una Laura che dice: "Chi come dio pensa di poter "giustiziare" in nome di un´idea, giusta o no, questo non importa, è un assassino non un rivoluzionario". Si legge anche: "E se... non foste mai esistiti? Se foste dei pazzi alla mercè del governo? Ditemi che è vero"; "Come al solito per colpa di fascisti infiltrati mi vergogno di essere comunista". C´è un messaggio che comincia con apparente interesse: "La storia delle Br è una storia che nessuno ha il coraggio di raccontare, di un paese che fatica a diventare normale, che permette a Berlusconi di diventare due volte presidente del Consiglio" ma poi sostiene che "i brigatisti, i fascisti reazionari in genere non vinceranno, non hanno e non avranno mai consenso popolare, e neanche lo cercano e la dimostrazione è l´omicidio Biagi". Di aspra critica il primo messaggio registrato, con data 21 marzo (subito dopo l´omicidio di Marco Biagi): "Voi siete la rovina del comunismo e del pacifismo democratico"; di insulti l´ultimo (28 marzo): "Siete così coglioni che siete riusciti a farvi odiare anche dai comunisti più convinti... Complimenti!".
r. m."La Stampa"
L´AUTORE, INFORMATICO DI 29 ANNI, È UN TECNICO DI SOFTWARE IN CAMPANIA
"La Digos di Napoli sa già come stanno le cose"
"Ehm, per la verità quei messaggi mi sembravano solo una provocazione...". Tommaso Fera, insieme con sua sorella Assunta, è il proprietario dei tre domini sequestrati ieri (brigaterosse.org, .it, .info). Ha 29 anni. Lavora come tecnico di software in un´azienda di Caivano, provincia di Napoli. Dice di non aver "mai fatto politica" e di aggiornare "solo per hobby" quei siti sulla "documentazione storica delle Br". Dice, anche, di apprendere in quel momento le ragioni che hanno indotto al sequestro del sito. Per ora, giura, "i particolari me li sta raccontando lei".
Riassumendo: la polizia cambia le password dei siti perché ipotizza che la sezione "Opinioni" contenga apologia di reato e istigazione a delinguere. In pratica, applausi alle Br.
"Incredibile. La Digos di Napoli sa tutto del sito, nel maggio 2001 andai a fare una dichiarazione per spiegare tutto... Ora cercherò la questura per charire"
Perché andò a fare quella dichiarazione?
"Per smentire le calunnie di un settimanale".
Quando ha messo in rete i messaggi?
"A partire dal 28 marzo".
Alcuni li poteva filtrare.
"Di messaggi ce ne sono 21: di questi quattro, forse cinque simpatizzanti. E comunque su Internet si trova molto peggio".
r.i.Riportiamo anche una notizia Ansa del maggio 2001, che conferma che il sito era gia' conosciuto e pubblicizzato:
TERRORISMO: IN RETE UN SITO DEDICATO ALLE BRIGATE ROSSE
CON LA RIVENDICAZIONE D'ANTONA E SCHEDE CAPI STORICI
(ANSA) - ROMA, 3 MAG - Un sito internet interamente dedicato alle Brigate Rosse, con le schede sui capi storici, il documento di rivendicazione dell'omicidio D'Antona, interviste, cronologie sugli anni di piombo e un'home page che non lascia dubbi: la stella a cinqe punte campeggia al centro dello schermo. Ad individuarlo e' stato l'Espresso che e' risalito al suo autore. Il sito, secondo il periodico che fornisce un' anticipazione dell'articolo in edicola domani, e' stato registrato da Tommaso Fera, 29 anni, perito informatico della provincia di Napoli. "Non sono un simpatizzante delle Br -ha detto all'Espresso- ne' un estremista dei centri sociali. L'ho fatto per provocazione. E devo dire che non si e' fatto vivo nessun investigatore". Nonostante la clandestinita' virtuale del sito, che fino a qualche giorno fa era escluso dai motori di ricerca, piu' di 1000 navigatori si sono collegati a Brigaterosse.it, dalla laureanda che sta preparando la tesi sul terrorismo a persone che mandano messaggi piu' criptici, come quello di Adriano ("Br-Pcc, cerco punti di contatto") o pongono domande inquietanti: "come colpire lo stato Vaticano?". Il menu' principale del sito propone le schede biografiche dei capi storici delle Br (Curcio, Gallinari, Franceschini, Cagol e Moretti), documenti e interviste rilasciate dai militanti, una cronologia sugli anni di piombo. Un capitolo e' poi interamente dedicato al caso Moro: si possono leggere le lettere dello statista ucciso dalle Br, i messaggi dei suoi carcerieri, gli articoli dei giornali e le fasi dei processi. Nello spazio dedicato a "Le Br oggi" e' invece pubblicata la rivendicazione dell'omicidio D'Antona.La redazione di "Almanacco dei misteri d' Italia" segnala anche che e' possibile vedere la Home-page del sito grazie alla funzione "copia cache" della ricerca di Google, ma l' Home-page contiene solo la testata con la scritta "Brigate rosse" e la stella cinque punte, cliccando sulla quale si entrava nel sito.
Da Google e' anche possibile curiosare nel contatore del sito, fornito gratuitamente da Shinystat. Si osserva che gli accessi sono passati dalle poche decine quotidiane dei primi 18 giorni di marzo (tra 18 e 43 pagine), ai circa mille al giorno nei giorni 20, 21, 22 e 23 marzo, per poi scendere di poco nei giorni immediatamente successivi (tra le 400 e le 900 pagine circa visitate al giorno). Anche nei mesi precedenti (gennaio e febbraio 2002) i visitatori quotidiani hanno oscillato tra un minimo di 4 e un massimo di 60. I visitatori provenivano quasi tutti dall' Italia, ma erano comunque presenti accessi da ben 45 paesi stranieri. Il sito risulta curato dalla Digitaltek.9 aprile 2002 – MORTO GIACOMO MANCINI
"La Stampa"
Mancini, il socialista che giocava solo contro tutti Settant´anni di militanza politica, dalle occupazioni delle terre in Calabria al governo. Passando per l´"invenzione" di Craxi segretario del partito
ROMA A spinte, a strattoni, a bastonate, all´arma bianca, a palle infuocate, a bocconcini avvelenati... Quando muore un vero leader politico, quale è stato certamente Giacomo Mancini, uno vorrebbe ricordarlo per le cose buone fatte. E ce ne sono senz´altro, e parecchie. Quando ad esempio, ministro della Sanità nella stagione del primo centrosinistra, s´impegnò allo spasimo contro corposi interessi farmaceutici e inaudite resistenze burocratiche per imporre nelle scuole la vaccinazione anti-polio gratuita; o quando, passato ai Lavori Pubblici, fece di tutto - ma di tutto sul serio, come si comprese in seguito - perché l´Italia non finisse più a Eboli; e la sua Calabria, allora uno schianto di miseria, fosse decentemente collegata con il resto del paese. L´autostrada Salerno-Reggio è oggi criticatissima. A Mancini, che pure non fu mai un umanista né un uomo politico particolarmente colto, la cultura democratica e riformista deve parecchio. Fu un buon ministro (per cinque volte); un accettabile segretario del Psi (dal 1970 al 1972, anni difficili, detronizzato al termine della "corrida" congressuale di Genova); un lucido e manovriero capocorrente (a "Presenza socialista" aderivano i manciniani che a un certo punto si fecero pure la carta intestata). Fu un notabile piuttosto insofferente durante il periodo craxiano; e infine fu un ottimo sindaco di Cosenza, città che cominciò a governare con qualche intermittenza e un intelligente pragmatismo dal 1985 fino a quando la morte non se l´è preso. Ecco: questo uno dovrebbe scrivere per celebrare la dignità e le virtù politiche di Giacomo Mancini. L´inventore dell´"intervento straordinario" nel Mezzogiorno, che oggi suona come una bestemmia, ma che quando venne lanciato più che utile era indispensabile, se non altro a ripagare al Sud torti secolari. "L´amico del popolo": così l´accoglievano nei comizi calabresi; "Mancini non promette, realizza" recitavano i cartelli in platea. Intanto lui, sul palco, sfoggiava con eleganza quella inconfondibile oratoria tormentata e nasale. Il fazzoletto in mano, la testa reclinata, la cicatrice sulla mascella, l´impassibile monotonia con la quale di punto in bianco cominciava a dire cose terribili. Era un tipo di politico da collera fredda, sprezzante, temeraria. Non aveva paura di niente e di nessuno, anzi appena possibile aumentava il carico, rilanciava. E qui, in un giorno come questo, che è un giorno di perdita e anche di riflessione, ci si vorrebbe fermare. Ma è davvero impossibile, perché in nessuno più che in Giacomo Mancini la passione politica si è identificata nella lotta, nello scontro incessante, nel combattimento duro e il più delle volte in solitudine. Detto in altre parole: non c´è personaggio di rilievo, non c´è movimento sociale, non c´è partito democristiano o comunista o socialdemocratico, non c´è Quirinale (da Saragat a Leone), non c´è potentato economico, organizzazione criminale, "alte greche" o corpo separato dello Stato con cui, nel corso di settant´anni, Mancini non sia entrato in violentissimo conflitto. Era figlio di Pietro Mancini, il primo deputato socialista calabrese, e già nel 1921 venivano i fascisti a urlare nella piazzetta sotto casa sua, a Cosenza. Nel 1970, durante la rivolta di Reggio, i neo-fascisti di Ciccio Franco lo impiccarono e bruciarono in effigie. Giovanissimo, fazzoletto rosso al collo, aveva cominciato a occupare terre e dovette vedersela con gli agrari e con i carabinieri. Incarnava un socialismo rivoltoso, quasi anarcoide; anche allora diffidava delle divise e delle tonache; scriveva su un giornaletto della federazione firmandosi "Gino Verità". Deputato dal 1948, ebbe modo di scontrarsi con chiunque, da Scelba a Cefis, dal Sid di Miceli agli Affari Riservati di Federico Umberto D´Amato, da Luigi Preti a Moris Ergas, da Giorgio Pisanò ai comunisti giustizialisti, dal fronte della fermezza durante il caso Moro ai pentiti della `ndrangheta che per vendicarsi lo misero in mezzo, a più di ottant´anni, durante la tempesta di Tangentopoli. Fu assolto, anche quella volta. Ma di nuovo: nessun altro politico della Prima Repubblica ebbe, a memoria di giornalista, non solo tanti nemici, ma anche tante accuse così diverse tra loro. Scandali economici, insinuazioni pseudo mondane, sospetti di banda armata (proteggeva Potere Operaio, ebbe rapporti con il gruppo di Metropoli, piantò grane a ripetizione contro l´inchiesta del 7 aprile), oltre al lungo processo per concorso in associazione mafiosa. Lo diffamarono, lo intercettarono, gli perquisirono la casa, pedinarono i suoi figli, spaventarono gli amici, gli armarono i nemici, nel partito, a Roma, in Calabria, dappertutto. Testa politica sopraffina, di antica scuola. Fu lui a lanciare la candidatura di Sandro Pertini al Quirinale; e fu sempre lui a "inventarsi" al Midas la segreteria di Craxi, ma senza dubbio contribuì più di ogni altro socialista ad affossarla, 16 anni dopo, con una terribile testimonianza a Di Pietro. Non gli era piaciuto come a via del Corso avessero pensato di addossare tutte le responsabilità sullo scomparso tesoriere, Vincenzo Balzamo. Di suo paternalista, autoritario, prepotente. Nel 1992 arrivò a impedire che il figlio si candidasse alla Camera. Eppure era anche generoso, spiritoso, anticonformista, umano, pronto a battersi senza mai arretrare di un´unghia fossero i diritti di Sandra Milo o il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, gli esuli antifascisti della Grecia, i forestali del Monte Pollino, il boiardo della sua corrente o i radicali in sciopero della fame. Rimase vedovo relativamente giovane; risposatosi, adorava la sua seconda moglie, donna Vittoria, ed era adorato dai numerosi nipoti. Rispettava solo Pietro Nenni, ma faceva sempre di testa sua. Gli piacevano le corse e nei primi Anni Settanta comprò un cavallo in società con l´allora direttore del Secolo d´Italia Alberto Giovannini. Per qualche retaggio c´era ancora, specie in Calabria, chi lo chiamava "Giacomino". Il misterioso diminutivo suona oggi quasi tenero. Ma i veri combattenti, forse, non si finisce mai di conoscerli.9 aprile 2002 - CONDANNATO A 12 ANNI E 8 MESI PER DROGA EX FIANCHEGGIATORE BR RENATO LONGO
ANSA:
Come confidente della polizia, dopo essere stato fiancheggiatore delle Br, aveva contribuito alla cattura di brigatisti del livello di Fenzi e Moretti. Oggi l' astigiano Renato Longo, diventato nel frattempo esponente antiprobizionista, e' stato condannato a 12 anni e otto mesi di reclusione per traffico di droga. L' uomo era accusato dal pm Andrea Padalino di essere il coordinatore di una piccola banda che importava hashish dall' Olanda. Con altri astigiani rispondeva di associazione a delinquere volta al traffico internazionale di stupefacenti. Arrestato una prima volta nel 1972, a 19 anni, Longo si era politicizzato dopo aver conosciuto in carcere alcuni militanti delle Brigate Rosse. Diventato collaboratore delle forze di polizia, aveva fornito loro - come ha riferito lui stesso al pm - informazioni preziose, ma dopo la fine degli anni di piombo si era ritrovato allo sbando. "Non e stato riconosciuto alcun valore alla mia collaborazione", aveva affermato. Tornato nel 1989 ad Asti, dove e' noto come attivista del partito radicale (nel '95 si era candidato alle elezioni regionali nella lista degli antiproibizionisti) Longo venne fermato dalla squadra mobile nel gennaio del 2001, mentre rientrava dall' Olanda con tre chili di hashish. Insieme a lui, oggi il gup di Torino Cristina Domaneschi ha condannato Massimo Rabezzana (11 anni e sei mesi), Marco Pontarollo (sei anni e sette mesi) e Claudio Vitali (sei anni e dieci mesi).10 aprile 2002 - CONTESTATO TONI NEGRI IN CALABRIA
"La Gazzetta del sud"
Polemici documenti contro l'ex leader di Potere Operaio
"Icu" e An contestano Toni Negri
L'impero della protesta. "O - secondo il coordinatore regionale di azione Giovani di An, Fausto Orsomarso -, del cattivo gusto del dipartimento di sociologia dell'Unical. Che in un periodo storico caratterizzato dal prepotenete ritorno del fenomeno terroristico nel nostro paese, ha avuto la trovata geniale di invitare, a tenere una serie di seminari, Toni Negri. O meglio, chi ancora oggi, non ha rinnegato la teorizzazione della violenza come strumento di lotta politica". "I giovani di An - puntualizza Fausto Orsomarso - hanno sempre sostenuto la necessità di un continuo e costruttivo confronto con la sinistra moderata e con le strutture accademiche. L'iniziativa messa in atto dal dipartimento di sociologia però, rappresenta un vero e proprio passo indietro per la crescita democratica e culturale dell'intera comunità universitaria". "L'ateneo di Arcavacata - scrive il coordinatore regionale di Azione giovani di Alleanza nazionale - è una istituzione, che dovrebbe rappresentare la culla dello sviluppo complessivo della Regione. Ma di fatto però, appare ancora legata a logiche anacronistiche, capaci di far dubitare della capacità di poter rappresentare realmente un punto di riferimento non solo culturale, ma anche socio-economico". "Anzicché persistere, quindi, sul progetto fallimentare, già attuato in passato, dell'accoglienza di personaggi che hanno fatto la storia in negativo del nostro paese, l'Unical - afferma Fausto Orsomarso -, dovrebbe avere maggiore attenzione verso i problemi sociali dell'intero territorio. E affrontarli con una sensibilità culturale diversa e tale da poter scongiurare gli errori del passato, come quelli compiuti da Negri e dei suoi amici". "I giovani di An - evidenzia Fausto Orsomarso - oltre a stigmatizzare l'iniziativa del dipartimento di sociologia, chiedono ai vertici dell'università della Calabria, una maggiore responsabiltà nella gestione dell'ateneo. Una circostanza - sottolinea - che in futuro potrebbe avere un ruolo importante nello sviluppo dell'innovazione tecnologica. Un obbiettivo che, riteniamo - conclude Fausto Orsomarso - non possa essere raggiunto attraverso l'esaltazione di uomini come Toni Negri". Dello stesso avviso l'area Cattolica. "Ovvero, l'impero di quelli, che non vogliono Toni Negri all'Unical". "Non condividiamo e protestiamo - affermano in una nota, che sarà approvata dall'assemblea della Cisl-Università, i giovani dell'associazione studentesca "Icu" - per la scelta del dipartimento di sosciologia". "Non è stata una trovata felice invitare uno dei cervelli della strategia eversiva degli anni '70. Specie in un momento in cui il terrorismo delle Br è tornato prepotentemente alla ribalta. Ci saremmo aspettati - scrivono quelli di "Icu" - un momento di riflessione e di commemorazione dei docenti universitari, da Tarantelli a Biagi, che sono stati strappati all'affetto dei loro cari in modo violento proprio da coloro, che condividono il pensiero di Toni Negri. Di uno di quei "cattivi maestri", che insieme a Franco Piperno, è stato protagonista di una stagione buia della storia nazionale". "I cattolici dell'Unical - concludono gli studenti di "Icu" - prendono quindi le distanze da quella classe di docenti, che continuano ancora oggi a credere in quella ideologia dell'insurrezione e dell'extraparlamentarismo di sinistra, di cui si è sempre fatto portavoce l'ex latitante in regime di semilibertà Antonio Negri". (e.o.)11 aprile 2002 - EX AGENTE SISDE DENUNCIA CHE PRODI AVREBBA SMANTELLATO RETE DI INFILTRATI
"Il Mattino"
RIVELAZIONI DI EX AGENTE SISDE
"Così Prodi smantellò la rete di infiltrati nell'ultrasinistra"
Il governo Prodi smantellò la rete di infiltrati del Sisde nei settori più radicali dell'ultrasinistra. Lo rivela un'inchiesta che sarà pubblicata oggi su Italy Daily, supplemento italiano dell'International Herald Tribune. "Si trattava - ha spiegato a Italy Daily Marco Bernardini, un agente infiltrato nell'area di estrema sinistra, licenziato dal Sisde nel 1997 - di evitare il rischio che indagando sulle attività di elementi estremisti si arrivasse in qualche modo a toccare, o anche solo sfiorare, un partito di Governo. Così - ha aggiunto - è stato deciso di congelare tutte le attività di penetrazione e monitoraggio che in qualche modo riguardassero frange sindacali e organizzazioni di ultrasinistra". Secondo la rivista, "una conseguenza di questa decisione si è manifestata nei giorni immediatamente successivi all'omicidio di Marco Biagi, quando gli investigatori si sono trovati nelle condizioni di non sapere quali telefoni di possibili fiancheggiatori dei terroristi fosse opportuno mettere sotto sorveglianza a Bologna". Qualcosa di simile inoltre, ha proseguito Italy Daily, "era già successo nel luglio scorso a Genova, in occasione delle manifestazioni contro il G8, quando risulta che i servizi si trovarono con un solo informatore di qualità".
Italy Daily scrive anche che il Centro 2 del Sisde di Roma, che si occupava dell'antiterrorismo di sinistra, cominciò ad allentare le attività dei suoi agenti infiltrati nell'ottobre del '96. Poi, tra l'inizio dell'anno e la fine della primavera del '97, furono tagliati, o meglio, non rinnovati, tutti i contratti di chi lavorava sotto copertura. "Il lavoro sotto copertura - ha rilevato Bernardini - è fatto da contrattisti a tempo, non da impiegati del ministero o della Presidenza del Consiglio, per il semplice motivo che non si possono lasciare tracce che permettano a qualcuno di risalire al vero datore di lavoro".
Oltre a quello di Bernardini, il Sisde tagliò i contratti di almeno una ventina di altre persone, da anni infiltrate nell'area dell'ultrasinistra, tra le quali due che operavano in un centro sociale di Roma Nord e una terza inserita negli ambienti dei latitanti italiani in Francia. Esattamente due anni dopo lo smantellamento della struttura di penetrazione dell'estrema sinistra, ha proseguito il supplemento, "nel maggio del '99 l'omicidio di Massimo D'Antona contribuì a rendere evidente l'errore commesso. Da allora, nei servizi si è cercato di riattivare una rete di informatori"."Il Resto del Carlino"
"L'Ulivo licenziò gli agenti infiltrati" ROMA - Tra il '96 e il '97 il governo di Romano Prodi (nella foto) avrebbe dato incarico al Sisde di licenziare tutti gli infiltrati dei servizi che operavano nei settori più radicali dell'ultrasinistra. Ciò, "al fine di evitare che i partiti di governo potessero essere anche solo sfiorati da una qualche indagine scaturita in quegli ambienti". La rivelazione è sensazionale ed è la conclusione alla quale è giunta un'inchiesta che sarà pubblicata oggi su Italy Daily, supplemento italiano dell'International Herald Tribune in collaborazione con il Corriere della Sera. A parlare un ex agente infiltrato nell'area dell'estrema sinistra, mandato a casa nel '97, Marco Bernardini. "Si trattava - ha spiegato - di evitare il rischio che indagando sulle attività di elementi estremisti si arrivasse in qualche modo a toccare, o anche solo a sfiorare, un partito di governo. Così - racconta Bernardini - è stato deciso di congelare tutte le attività di penetrazione e monitoraggio che in qualche modo riguardassero frange sindacali e organizzazioni di ultrasinistra". A seguito della decisione, sempre secondo l'inchiesta della rivista, ci sono stati problemi per la ripresa del terrorismo e poi con l'omicidio del consulente del ministro Maroni a Bologna. "Una conseguenza di questa decisione - scrive la rivista - si è manifestata nei giorni immediatamente successivi all'omicidio di Marco Biagi, quando gli investigatori si sono trovati nelle condizioni di non sapere quali telefoni di possibili fiancheggiatori dei terroristi fosse opportuno mettere sotto sorveglianza a Bologna".
Qualcosa di simile sarebbe successo, sempre secondo Italy Daily, "nel luglio scorso a Genova, in occasione delle manifestazioni contro il G8 quando risulta che i servizi si trovarono con un solo informatore di qualità".
"Il lavoro sotto copertura - ha spiegato Bernardini al giornale - è fatto da contrattisti a tempo, non da impiegati del ministero o della Presidenza del Consiglio, per il semplice motivo che non si possono lasciare tracce che permettano a qualcuno di risalire al vero datore di lavoro". Questi contrattisti, rivela il periodico, che facevano capo al Centro 2 del Sisde di Roma che si occupava dell'antiterrorismo di sinistra, furono prima diminuiti e poi del tutto tagliati tra la fine del '96 e la primavera del '97. In pratica non furono rinnovati i contratti. Oltre a quelli, furono tagliati almeno altri 20 contratti del Sisde. Riguardavano, secondo l'inchiesta giornalistica, persone infiltrate da anni nell'area dell'ultrasinistra. Tra queste, due che operavano in un centro sociale di Roma Nord e una terza inserita negli ambienti dei latitanti italiani in Francia. "Nel maggio del '99 l'omicidio di Massimo D'Antona - riporta il supplemento - contribuì a rendere evidente l'errore". Sulla vicenda Enzo Fragalà di An ha chiesto al presidente della Camera Casini l'istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare.
s. m.11 aprile 2002 - FRANCIA: NO A LIBERTA' PER EX TERRORISTA ITALIANO MEDICO DELL'ABBE' PIERRE
ANSA:
Niente liberta' per Michele D'Auria, il latitante italiano arrestato il 25 febbraio a Parigi: accusato di quattro rapine a scopo terroristico in Italia, D'Auria, che fa il medico, curava da tempo l'Abbe' Pierre, l'anziano prelato noto come "l'apostolo dei diseredati". La Corte d'Appello di Parigi ha respinto la richiesta di scarcerazione in attesa di esaminare, il 22 maggio, la domanda di estradizione italiana.
Condannato a 9 anni per quattro rapine compiute nel 1990 a Milano e provincia, D'Auria fu anche vicino ad ambienti del terrorismo di sinistra. Nei primi anni Ottanta simpatizzo' con i CoCoRi, i Comitati combattenti rivoluzionari, poi confluiti in 'Prima Linea'. La condanna nei suoi confronti pronunciata in Italia riguarda esclusivamente le quattro rapine, tre compiute con il fratello Lucio (morto in Spagna nel 1994 durante un conflitto a fuoco con la polizia) e una con Francesco Gorla.
Quest'ultimo partecipera' poi all'assalto del furgone portavalori di via Imbonati a Milano, il 14 maggio 1999.
Gli avvocati di D'Auria si dicono certi di poter provare che "i timbri sul passaporto dimostrano che i giorni delle rapine D'Auria non poteva essere in Italia". Daranno battaglia per il no all'estradizione in quanto la ripetizione di un processo ad un condannato in contumacia - principio obbligatorio in Francia - non e' invece previsto in Italia in caso di arresto successivo alla sentenza del latitante.
D'Auria, 45 anni, era stato arrestato dalla squadra mobile milanese "in trasferta" a Parigi, il 25 febbraio nel quartiere di Montparnasse. Sotto il falso nome di Michele Canino, D'Auria viveva in Francia dal 1991 e si dedicava ad opere umanitarie. La sua figura, alla quale 'Liberation' anche oggi dedica una pagina, e' nota in tutto l'ambiente umanitario per importanti operazioni umanitarie in Sudafrica e a conferenze di psichiatria.
Il "dottor Canino, medico dei poveri", come lo chiamavano i francesi, ha osservato la settimana scorsa anche uno sciopero della fame di protesta in carcere. "Sono sempre stato un medico - ha detto e ripetuto - e non e' a 33 anni che mi sono messo a fare improvvisamente il rapinatore. Sono 10 anni che vivo in Francia e se mi libereranno ci restero', ovviamente".18 aprile 2002 – ATTENTATI SEDI DS: CHIESTO RINVIO A GIUDIZIO TRE NAC-FCC
“Il Messaggero"
Attentati alle sedi Ds, la Procura chiede tre rinvii a giudizio
La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di Roberta Ripaldi, Fabrizio Antonini, Raoul Terilli, ritenuti militanti dei "Nuclei Armati per il Comunismo-Formazioni Comuniste Combattenti" e accusati di associazione sovversiva. Due imputati devono rispondere pure di danneggiamento aggravato. Gli investigatori ritengono che i tre frequentassero ambienti che potrebbero aver condiviso o concepito i progetti - se non l'organizzazione - degli omicidi Biagi e D'Antona.
Ripaldi e Antonini furono arrestati (sono detenuti) su richiesta del procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni e del Pm Federico De Siervo nel luglio scorso, dopo indagini su attentati avvenuti in città tra il '98 e il 2000 a sedi di An e Ds e sull'incendio dell'auto di Simona Ciavatti responsabile "formazione" di un'agenzia di lavoro interinale.
Terilli finì in manette nel novembre 2001 dopo che la Digos trovò nel suo computer il testo del volantino inviato ai giornali il 17 e il 18 luglio 2001, che si riferiva all'omicidio di Massimo D'Antona, all'attentato romano di via Brunetti presso l'Istituto affari internazionali e a Simona Ciavatti. L'ipotesi degli inquirenti è che gli attentati servissero a legare questi gruppi ad altre compagini eversive attive sul territorio e ad accreditarli. L'uso di più sigle diverse per rivendicare attentati potrebbe aver celato invece membri dello stesso gruppo.
Nell'aprile '99 Antonini - 41enne bidello di una scuola elementare del Centro - avrebbe fatto due rivendicazioni telefoniche dell'attentato alla sede Ds alla Rustica. La Ripaldi - 26 anni e un lavoro saltuario da preparatrice atletica - avrebbe invece rivendicato al telefono l'attentato alla sede Ds di Villa Gordiani a maggio 1999. Nei due casi furono incendiati gli obiettivi. I due potrebbero aver partecipato pure all'attentato di via Brunetti.
I riscontri di polizia - si è appreso - sono venuti fuori anche da materiale informatico sequestrato nelle case di Antonini e Ripaldi (l'uomo viveva a via Dulceri, la giovane a via di Grottaperfetta) e in una casa di via Zanardi. Qui sono stati trovati computer, libri, appunti su temi marxisti-leninisti. Ai due si contestano anche altri attentati: alla sede An a via delle Petunie nel 1997, alla federazione autonoma Radio Urbe (vicina ad An) a via Giglioli nel 1998, al circolo An a via delle Celidonie nel 1998, l'incendio dell'auto dei carabinieri nell'officina dell'Arma a via del Fringuello nel dicembre 1998. Attentati rivendicati dalla sigla Volante rossa. Quanto a Terilli, gli investigatori hanno lavorato sul computer trovato in quel che viene considerato il covo dei Nuclei armati per il comunismo-Formazioni comuniste combattenti (nac-Fcc) e che l'uomo usava di norma. Il testo del volantino non era stato cancellato.