Almanacco dei misteri d' Italia


estremismo di sinistra
le notizie del 2002 - da agosto in poi
1 settembre 2002 - 30 ANNI DOPO LA MORTE DI SERANTINI
"La Stampa"
Trent´anni dopo la morte di Serantini
TRENT'ANNI fa, il 5 maggio 1972 sul lungarno Gambacorti, a Pisa Franco Serantini un giovane ricciuto anarchico, veniva assalito dalla furia di alcuni poliziotti durante una manifestazione. Gli cercarono l'anima a forza di botte, la trovarono, lo uccisero. A trent'anni dalla sua morte la BFS edizioni, la case editrice della pisana Biblioteca Franco Serantini ripubblica il testo Il sovversivo di Corrado Stajano dedicato alla vicenda umana del giovane anarchico. Il testo uscito nel 1975 da Einaudi è da allora divenuto un classico saggistico necessario per comprendere la storia del nostro tempo. Stajano scrisse Il sovversivo in una Italia attraversata da venti contrari, tra spinte di rinnovamento e strategie di repressione; sei anni dopo la strage di Piazza Fontana, cinque anni prima della strage di Bologna, mentre le strade italiane continuavano a riempirsi di cortei e le Brigate Rosse sequestravano Gancia. La sorte di Serantini è un emblematica vicenda della storia istituzionale del nostro paese che vede fronteggiarsi energie umaniste e democratiche di cambiamento contro apparati rigidi ed autoritari; parti istituzionali medesime mosse però da cinetiche diverse. Mentre infatti Serantini subisce il pestaggio, un coscienzioso commissario di Ps Giuseppe Pironomonte sottrae con l'arresto il ragazzo dalla violenza dei suoi colleghi. In carcere Serantini ferito dall'aggressione verrà lasciato agonizzare, per tre giorni, nessuno vorrà porre cura al suo malessere, né il sostituto procuratore che lo interroga, né il medico del carcere che lo visita, né i secondini che lo vedono esanime in cella. Spirerà il 7 Maggio 1972 per emorragia cerebrale ma ogni parte del suo corpo è imbevuta di sangue, di escoriazioni, di tumefazioni dicono i referti necroscopici. Il commissario Pironomonte dopo questa atroce morte darà le dimissioni dal corpo di Polizia e conserverà in casa sua la foto di Franco. Corrado Stajano costruisce il suo libro con metodo rigoroso, l'oggettività del piano di ricerca storica è sostenuta dalla passionalità delle interpretazioni dell'autore; Stajano è partecipe della vicenda, la sua volontà narrativa accompagna il dato storico non sovrapponendosi però mai ad esso. Dopo i fatti di Napoli e di Genova, la gestione del potere è tornata come scottante problematica, le descrizioni di Pisa nei giorni della manifestazione del Maggio 1972 sono identiche a quelle napoletane e genovesi. Lacrimogeni usati ovunque in quantità abnorme, la fuga dei manifestanti, la caccia all'uomo, i violenti che scappano ed i gendarmi che si accaniscono su qualche isolato individuo. Uno Stato quello d'oggi che affronta le stesse difficoltà di quello descritto ne Il Sovversivo: "Lo Stato non ha fatto giustizia, non potrà neppure farla, non potrà processare se stesso senza mutare le sue strutture". Quando Franco Serantini, figlio di nessuno, venne assalito, si trovava dietro una barricata, fermo, accecato dai gas e dalla miopia. Tutti scapparono all'arrivo della polizia, lui no. Restò immobile, dinanzi ai colpi, ai calci, alle manganellate. Quell'immobilità ingenua che resta ancora l'universale atto d'innocenza che separa l'uomo dalla belva. Roberto Saviano

1 settembre 2002 - CURCIO A CASSOLNOVO COME EDITORE
"La Provincia pavese"
Curcio, l'editore che non parla di politica
"Lotta armata? Finito quel tempo Ora mi dedico alla ricerca"
L'ex-capo delle Br ospite della rassegna "Libriamoci"
di Lorella Gualco
CASSOLNOVO. L'editore Renato Curcio ha parlato di lavoro, azienda, diritti e dignità. Alle domande sul terrorismo e sui movimenti di ieri e di oggi ha risposto con un eloquente: "E' finito quel tempo, ora faccio il ricercatore". Inutile anche carpire un commento sui girotondi: "Non mi interesso di questo. Come cittadino ho le mie opinioni, ma non le ritengo importanti sul piano sociale".
Ieri pomeriggio, nella sala riunioni della scuola materna di viale Rimembranze, "il capo storico" delle Brigate Rosse negli anni Settanta, è intervenuto a "Libriamoci", rassegna dell'editoria indipendente, per presentare "L'azienda totale", il volume da lui curato per la cooperativa editoriale "Sensibili alle foglie". Curcio, detenuto in semilibertà, si sta dedicando al lavoro di ricerca sulle strutture totalizzanti. Partendo dall'esperienza-abisso dei lager si individuano, pur con i necessari distinguo storici e ambientali, strumenti per capire e interpretare il mondo del carcere, dei manicomi e anche strutture aziendali dove, dice Curcio "un lavoratore deve firmare un documento e mettersi in lista per andare al bagno". Ogni accenno al terrorismo viene stoppato sul nascere e su ogni tema Curcio risponde con l'approccio dello studioso.
E' vero che sta scrivendo un libro sulla lotta armata?
"No, è in atto un lavoro di ricerca basato su fonti documentali e sono stato interpellato a questo proposito".
Il ministro della Giustizia, Castelli, ha sostenuto che il carcere non deve essere un albergo. Cosa ne pensa?
"Il problema vero è quello del rapporto tra l'istituzione carcere e l'istituzione pena. Oggi mi interessa sapere quanto sia sensata l'istituzione carcere rispetto all'istituzione pena. I ministri fanno affermazioni di tipo politico, ma non è il punto di vista politico quello che oggi mi interessa".
L'editoria indipendente può creare una rete alternativa e concorrenziale alle grandi case editrici?
"Non credo, ma noi abbiamo una struttura editoriale con oltre 100 titoli e alcuni libri sono arrivati a 10mila copie. Portiamo i nostri volumi direttamente a contatto con i potenziali lettori. E' un modo di immaginare i libri che non nasce dal mercato. Viviamo di questo rapporto molto diretto e non soffriamo della crisi dell'editoria".
Curcio era ospite di un dibattito sul mondo del lavoro. Un titolo emblematico, dato alla giornata, "Mi Fletto ma non mi piego" e la presenza di sindacalisti. A moderare il dibattito, nel quale sono intervenuti Matteo Barrella della Cisl Pavia, Francesco Rizzo del sindacato Slai Cobas e Joshep Fremder del sindacato bancario Falcri Bnl, c'era il presidente della biblioteca Piero Carcano. Assenti rappresentanti ufficiali della Cgil. I problemi discussi sono stati fondamentalmente gli argomenti trattati nel Patto per l'Italia in materia di lavoro. Non sono mancate le contestazioni da parte del pubblico, indirizzate in particolare al rappresentante della Cisl. Si è discusso di contratti a termine e lavoro interinale. Se da parte dei sindacati autonomi il rifiuto di questo tipo di contratti è stato categorico, la Cisl ha ribadito la propria apertura all'ascolto di qualsiasi proposta. Da parte dei sindacalisti autonomi si è invece posto l'accento sul fatto che negli ultimi anni il lavoro è diventato sempre più flessibile, portando le ore lavorative anche a 70 settimanali.

3 settembre 2002 - INTERVISTA PECI A REPUBBLICA
ANSA:
"Dalla Chiesa era il nostro 'nemico' peggiore, perche' era 'invisibile'. Nel corso di un incontro gli ricordai che avevamo preparato il gruppo che doveva ucciderlo, ma ci frego' perche' non indossava la divisa. Gli parlai della necessita' di una legge per i dissociati della lotta armata. Bisognava creare una via d'uscita per i tanti che erano ormai come prigionieri delle loro scelte sbagliate". L'ex brigatista Patrizio Peci, primo pentito di terrorismo, racconta in una lunga intervista a REPUBBLICA l'incontro avuto nel '79 con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il cui metodo - secondo Peci - sarebbe efficace anche contro i nuovi terroristi. L'ex brigatista analizza anche il fenomeno delle nuove Br. "Non ho idea da dove saltino fuori. Non capisco quell'idea di mettere le bombe: possono uccidere anche un innocente che non c'entra nulla. Deve essere un gruppo ristretto, combatte poco. E' un gruppo semiaddormentato. Ma questa sua debolezza e' anche la sua forza". Per questo, conclude Peci, "sara' difficile prenderli".

4 settembre 2002 - APPELLO INTELLETTUALI PER PERSICHETTI
"Liberazione"
Persichetti, l'appello degli intellettuali italiani Giornalisti, scrittori, insegnanti La frettolosa estradizione dalla Francia di Paolo Persichetti, e quella minacciata di molti altri rifugiati italiani, ripete uno scenario che di recente si è già visto troppe volte. Trascorso un tempo sufficientemente lungo, si approfitta di un quadro storico e sociale completamente mutato per regolare vecchi conti, confidando che nel frattempo la memoria del contesto in cui gli eventi si produssero sia svanita. Nel nostro caso, la speranza è che dopo dieci, quindici, vent'anni nessuno ricordi quali circostanze indussero i governi francesi a concedere asilo a persone, allora molto giovani, ricercate dalla giustizia italiana.
Se Mitterrand e i suoi successori lo fecero, non fu per ostilità verso l'Italia e i suoi governanti. Fu invece perchè, nell'intento di spegnere un movimento di contestazione (solo qualche volta armato) che aveva coinvolto centinaia di migliaia di individui, i governi, il sistema politico e la magistratura italiani adottarono soluzioni normative e giudiziarie dette di "emergenza". Ciò volle dire sommarietà dei giudizi, uso esteso della delazione, mezzi coercitivi per strappare le confessioni, pene eccedenti qualsiasi regola di proporzionalità. Non a caso, un simile apparato repressivo (che condusse a oltre centomila incriminati, quando le frange armate contavano un numero di militanti molto inferiore) suscitò le proteste di Amnesty International e di numerosi osservatori stranieri. Tra questi il governo francese. Che comunque non concesse automaticamente l'asilo a tutti, ma affidò alla propria magistratura non "emergenziale" il vaglio delle richieste italiane di estradizione. La maggior parte furono cassate come frutto di una "giustizia militare". Nei rari casi in cui il governo francese assunse una decisione in prima persona, fu per l'enormità delle circostanze.
Esemplare proprio la vicenda di Paolo Persichetti: condannato in appello (dopo che in primo grado era stato assolto) a ventidue anni di carcere per un fumoso "concorso morale" in omicidio, quando l'unico pentito che lo accusava aveva ritrattato. Ma si dimentica troppo facilmente anche la cornice politica entro la quale i reati attribuiti ai rifugiati in Francia furono commessi. L'Italia degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta non era affatto un paese normale. Stragi attuate da neofascisti si rivelarono poi istigate o coperte dai servizi segreti. Un'associazione riconosciuta con fini eversivi, la Loggia P2, affiliava militari e uomini di potere. L'intera classe politica allora al governo doveva, un decennio dopo, confessare la propria corruzione e dissolversi nell'ignominia. Di fronte a tanta vergogna, tutto andrebbe ridiscusso, in un ripensamento storico che l'Italia non osa ancora intraprendere. Oggi il governo italiano raccoglie non poche schegge delle forze eversive che furono all'origine vera degli "anni di piombo". Si professa garantista, ma solo quando sono in gioco gli interessi materiali dei suoi esponenti o dei suoi protetti. Si compone di personaggi dalle fedine penali inguardabili.
Noi auspichiamo che il governo francese tenga presente tutto ciò, quando dall'Italia gli giungono ambigue richieste di estradizione. Che lasci perdere la stupidaggine della lotta globale a un terrorismo onnicomprensivo: lui sa, come sappiamo tutti, che le persone da estradare non hanno nulla a che vedere con Bin Laden o con i delitti delle sedicenti Brigate rosse, riapparse sulla scena italiana in un momento di forte tensione sociale. Sia capace, almeno lui, di riflessione storica. In Italia è inutile tentare di avviarla: si continuano a confondere questioni politiche e codice penale. Specie oggi, quando sono al governo individui che rappresentano una sintesi tra le due cose.
Valerio Evangelisti (scrittore), Serge Quadruppani (traduttore, scrittore), Wu Ming (scrittori), Lello Voce (poeta), Luigi Bernardi (scrittore, editore, publicista), Lidia Breda (editrice, Parigi), Carlo Formenti (giornalista, Corriere della Sera), Giorgio Agamben (filosofo), Pino Cacucci (scrittore), Massimo Carlotto (scrittore), Simona Vinci (scrittrice), Davide Ferrario (regista), Guido Chiesa (regista), Stefano Tassinari (scrittore e giornalista), Gianfranco Manfredi (scrittore), Sandrone Dazieri (scrittore), Sebastiano Gulisano, (giornalista, Avvenimenti), Roberto Saviano (collaboratore di Diario), Paolo Virgili (docente di statistica Università di Camerino), Andrea Minoglio (giornalista), Daniele Barbieri (giornalista, Carta), Orsola Casagrande (giornalista, Il Manifesto), Danilo Arona (scrittore, giornalista), Roberto Sturm (giornalista, editore), Doug Headline (editore, regista, Parigi) - Sophie Bajard (editrice, Parigi) Vittorio Curtoni (scrittore, traduttore), Silverio Novelli (giornalista), Beniamino Sidoti (giornalista, formatore), Stéphane Nicot (caporedattore di Galaxies), Antonio Amorosi per i Verdi Disobbedienti, Bologna - Marco Melotti (redazione di Vis-à-vis, Roma) Carla Pagliero (architetto), Ilenia Valvo (editor), Barbara Di Gennaro (editor), Fabrizio Giuliani (traduttore), Stefania De Salvador (musicologa) - Jason Di Rosso (filmaker and radio producer, Australia), Vittorio Marchiori (Libreria Patagonia), Delfo Cecchi (insegnante), Marco Giovannoni (agronomo), Valerio Guizzardi (Teatro Polivalente Occupato, Bologna), Christian Brütsch (politologo), Maria Amelia Beltramini Boveri giornalista Milano, Giancarlo Tossa (musicista, Cremona), Giuseppe Schivo (Coscos, Genova), Andrea Mi (poeta, grafico, giornalista radio), Romina Fabbri (studentessa, Faenza), Flavio Zocchi (CS Leoncavallo) - Manuela Pinto, Alberto Raviola (libero professionista), Collettivo redazionale di altremappe. org (Roma), Mercedes Spada (insegnante), Marcello Tarì (dottorando in antropologia), Nereo Turati, Gisella Lombardo (giornalista), Emanuela Dell'Orco, Nico Maccentelli (pubblicitario), Pierangelo Hobo Rosati (Padova), Daniele Violi (Università di Firenze), Barbara Cerboni, Giovanni Dursi (Docente di Psicologia della comunicazione)
Seguono altre trenta firme

4 settembre 2002 - PERSICHETTI, "LE MONDE" CRITICA ESTRADIZIONE
ANSA:
In una 'tribuna' intitolata "La Francia, l'Italia e 'gli anni di piombo"', 'Le Monde' critica oggi l'estradizione di Paolo Persichetti, e afferma che una eventuale estradizione di altri rifugiati italiani sarebbe una violazione di un impegno di portata giuridica, preso dalla Francia nel 1998. Un impegno meno solenne nella forma di quello assunto da Francois Mitterrand, "ma piu' fondamentale nella sostanza". In tale data, ricorda il giornale, "il ministero degli interni, in accordo con il primo ministro (il socialista Lionel Jospin) concesse a tutti gli ex militanti non ancora in regola - una trentina su un centinaio - permessi di soggiorno di cinque o dieci anni. Non per errore o perche' avevano nascosto una parte del loro passato, scrive il giornale, ma con piena conoscenza degli atti che avevano commesso e delle condanne in Italia". "Riesaminare la situazione dei rifugiati italiani in Francia caso per caso", come ha detto il ministro della giustizia Dominique Perben, "e accordare al governo italiano le estradizioni che reclama significherebbe una marcia indietro su un atto di valenza giuridica, deciso in virtu' del potere sovrano dello Stato", scrive 'Le Monde'. In quanto a Paolo Persichetti, il giornale cita la dichiarazione di Perben, che ha definito l'estradizione "un gesto di solidarieta' dei diversi paesi europei di fronte al terrorismo", e spiega la situazione giuridica dell'ex brigatista. Ma afferma che "brandendo la minaccia terroristica a proposito di un uomo stabilito in Francia da dieci anni, il ministro si piazza su un terreno puramente ideologico". "Paolo Persichetti puo' essere stato assolto in prima istanza; il pentito che l'aveva accusato ha ritrattato in appello; il ministro della giustizia italiano ammette che nulla puo' collegarlo ai recenti assassinii delle nuove Br: poco importa", scrive 'Le Monde'. Per Perben, "il terrorismo non e' una minaccia virtuale". Una posizione che "resuscita i demoni degli anni di piombo e fa paradossalmente tabula rasa del passato, prima di tutto quello dell'Italia", oltre che della 'dottrina Mitterrand' che Perben ha definito "molto vecchia', sottolinea il quotidiano. 'Le Monde' traccia anche un panorama della situazione italiana degli anni del terrorismo, dalle Br alle leggi d'emergenza, al "terrore nero dei movimenti neofascisti teleguidati dai servizi segreti italiani" nell'ambito della "strategia della tensione che mirava a discreditare la mobilitazione sociale dell"epoca spingendo la sinistra alla radicalizzazione".

5 settembre 2002 - PERSICHETTI: SCALZONE ''NON ESCLUDE PIU''' RIENTRO
ANSA:
Oreste Scalzone non esclude piu', almeno ideologicamente, un rientro in Italia, ''se servisse a qualcosa''. ''Per me sarebbe oggi il male minore'', rispetto ''all'atto di sottomissione rappresentato dal restare in Francia dopo l' estradizione di Paolo Persichetti, accettando l'ospitalita' di un paese che ha tradito la parola data'', ha detto all'Ansa al termine di una conferenza stampa alla Lega dei diritti umani dedicata all'estradizione di Paolo Persichetti. L'ex leader di Potere Operaio e di Autonomia Operaia, che fino a 15 giorni fa ha sempre proclamato che ''mai si consegnera' alla giustizia italiana'' di cui non riconosce la legittimita', ha spiegato che dopo l'estradizione di Persichetti prova ''un profondo malessere'' a rimanere in Francia ''in una situazione di privilegio''. Aveva pensato di ricorrere a qualche cavillo procedurale per far riaprire la sua pratica alla Corte d'appello che lo aveva dichiarato non estradabile, per fare in modo di essere rispedito in Italia dalla giustizia francese, ma gli avvocati gli hanno detto che non e' possibile. La sua sembra comunque una riflessione puramente ideologica che per ora non sara' seguita da azioni concrete, ma Scalzone appare tormentato dai dubbi. ''Restare qua ora mi sembra un passo indietro, un atto di obbedienza equivalente a quello che ieri avrebbe costituito il rientrare in Italia. Ma mi chiedo a cosa servirebbe''. Pensa alla possibilita' di costituirsi in cambio dell'assicurazione che gli altri 10-15 rifugiati italiani che l'Italia potrebbe reclamare al nuovo governo francese saranno lasciati in pace? ''Non pretendo di essere uno che vale per 15, ne' posso avere l'ardire di proporre un mercanteggiamento'', risponde. ''E comunque se andassi non sarebbe per fare regali a nessuno, per me il sacrificio piu' grosso e' restare in Francia''.

6 settembre 2002 - CASTELLI CHIEDE ALLA FRANCIA ESTRADIZIONE SCALZONE
"Il Corriere della sera"
L'11 settembre l'incontro decisivo sul destino dei latitanti
Castelli ai francesi: estradate Scalzone
Trenta nomi nella lista C'è anche Pietrostefani
ROMA - Sono una trentina i latitanti per i quali l'Italia si appresta a sollecitare l'estradizione dalla Francia. I nomi di dodici di essi saranno consegnati nelle prossime ore al ministro della Giustizia Roberto Castelli: gli uffici di via Arenula hanno chiesto alle procure generali di Roma e Milano di inviare urgentemente relazioni sullo stato delle loro pendenze. Al Palazzo di giustizia del capoluogo lombardo si sono occupati, tra gli altri, delle posizioni dell'ex leader di Potere Operaio e di Autonomia Operaia Oreste Scalzone e di Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi insieme con Adriano Sofri ed Ovidio Bompressi. Nella Capitale i magistrati hanno dovuto riesaminare i fascicoli del cosiddetto processo "Moro Ter" relativi a sei esponenti delle Brigate Rosse condannati per delitti commessi a Roma tra il 1978 ed il 1983: la "talpa" della Camera Giovanni Alimonti, Enrico Villimburgo, Stefano Petrella (omicidio del "pentito" Patrizio Peci), Enzo Calvitti (uno dei vecchi capi della colonna romana delle Br), Roberta Cappelli e Maurizio Di Marzio. Sono questi gli estremisti per i quali, al termine dello "screening" effettuato al ministero della Giustizia, si è stabilito che esistono ancora fondate possibilità di poter ottenere il via libera per il rientro in Italia come è avvenuto per Paolo Persichetti. Durante l'incontro svoltosi mercoledì a Parigi tra una delegazione del ministero della Giustizia e i colleghi francesi sono stati esaminati i vincoli che impediscono l'estradizione della maggior parte degli oltre 70 terroristi che da anni vivono nel paese transalpino. Per una quarantina di loro, condannati definitivamente dai nostri giudici per reati come banda armata o associazione sovversiva prima del '92 a pene inferiori ai 5 anni, è scattata la prescrizione. Per gli altri, accusati di omicidi e sequestri di persona, è ancora possibile l'estradizione: su Di Marzio e la Cappelli c'è già stata, nel maggio del '95, la pronuncia della Cassazione francese che ha respinto i loro ricorsi. Ed a Calvitti sono interessati i magistrati romani che indagano sull'assassinio di Massimo D'Antona.
Decisivo per il destino dei latitanti sarà l'incontro in programma l'11 settembre tra il Guardasigilli Roberto Castelli ed il ministro della Giustizia francese Dominique Perben. Da Parigi fanno sapere che si deciderà "caso per caso" mentre Scalzone non esclude un rientro in Italia "se servisse a qualcosa: sarebbe il male minore - ha detto - rispetto all'atto di sottomissione rappresentato dal restare in Francia accettando l'ospitalità di un Paese che ha tradito la parola data".
Flavio Haver

6 settembre 2002 - SCALZONE: 'SAREI INESTRADABILE, MA SE PUO' SERVIRE RIENTRO'
ANSA:
"Non sono estradabile, ma se puo' servire per mettere un termine a questa situazione kafkiana, decido io di rientrare": lo ha detto oggi a Parigi Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio e Autonomia, per il quale - scrivono alcuni giornali - l'Italia starebbe per chiedere l'estradizione dopo quella di Paolo Persichetti. "Non so - dice Scalzone - se si tratta di distorsioni giornalistiche o se e' l'ingegner Castelli che fa lo sfondatore di porte aperte: chiede l'estradizione di qualcuno che dal giorno di quella di Persichetti, dichiara di esigere l'applicazione di questa misura alla propria persona". Scalzone ribadisce di essere "giuridicamente inestradabile": "quanto ai reati per i quali ho avuto una condanna definitiva, cioe' quelli associativi - spiega - a suo tempo il parere vincolante della Chambre d'accusation e' stato sfavorevole all'estradizione. Dunque, un'eventuale decisione di costituirmi significherebbe rinunciare a questa tutela. Se farlo permettesse un ritorno alla ragione, l'abbandono di questa storia sinistra delle liste e un ripristino dello status quo ante il 25 agosto, cioe' alla cosiddetta 'dottrina Mitterrand', sarei disposto a costituirmi". Oreste Scalzone afferma di "non essere il capo o il rappresentante di alcuno e peraltro di non tenerci". "Men che mai - aggiunge - mi piace fare il martire o offrirmi come capro espiatorio. Da 20 anni i governi italiani hanno reclamato almeno un rifugiato come risarcimento simbolico, la mia e' una posizione assolutamente particolare: mi sono assunto la responsabilita' di dire a decine di persone fuggiasche che la scommessa poteva essere giocata, che non c'erano ne' trappole ne' accordi inconfessabili e che dunque l'asilo sarebbe valso per tutti senza alcuna esclusione. Questa felice 'anomalia francese' si e' brutalmente interrotta con Persichetti. A questo punto per uno nella mia posizione restare significherebbe essere connivente molto piu' che andandomi a costituire. Dunque - conclude Scalzone - metto a disposizione la disponibilita' che ne deriva con i costi che questo comporta ai compagni di destino che sono minacciati da queste liste". "Lancio un segnale chiaro a chi detiene un potere di decisione, al di qua e al di la' delle Alpi - proclama Scalzone - non sto chiedendo la luna nel pozzo, la liberta' per Persichetti o una legge d'amnistia; sto chiedendo il ripristino di una situazione che non poneva problemi a nessuno fino a 15 giorni fa e che i maggiori organi di stampa francesi, anche di destra, stanno difendendo da giorni". Oreste Scalzone, 55 anni, e' da 20 anni rifugiato in Francia ed e' diventato il portavoce dei latitanti degli "anni di piombo". Paolo Persichetti, 40 anni, gia' militante dell'Unione comunisti combattenti, e' stato estradato da Parigi il 24 agosto scorso. Era stato condannato a 22 anni e 6 mesi di carcere per l'omicidio del generale Licio Giorgeri, nel 1987 ed e' il primo latitante estradato dalla Francia in Italia dal 1985.

6 settembre 2002 - ARRESTO PERSICHETTI: LETTERA ERRI DE LUCA
"Il Manifesto"
Hanno bisogno di te
Lettera a un detenuto politico nuovo di zecca
di ERRI DE LUCA
Vedi Paolo, questi poteri hanno bisogno di te. I detenuti politici, gli sconfitti antichi della lotta al terrorismo sono invecchiati. Da loro non si riesce più a spremere nessuna gratificazione di essere i loro vincitori. Per l'anno venturo duemilatre, è vero, sono previsti circa quattro film sul rapimento Moro per l'occasione del quarto di secolo, ma sono appunto film ed è intanto passato un diluvio di anni di prigione per i responsabili. Di loro e di tutti gli atti di lotta armata si sa tutto, ma si finge di non saperli ancora fino in fondo, per mantenere il fascino di un opera al nero che ancora sobbolle.
Ora hanno urgente bisogno di carne fresca da mettere a frollare nelle celle dei nemici. Tu quarantenne sei quanto di meglio offre il mercato. Sei la selvaggina allevata nella semiprigionia dell'esilio francese, quella selvaggina indifesa che nella stagione di caccia viene impallinata nelle riserve. Cosa importa che si tratta di atti remoti, gli ultimi della stagione terminale della lotta armata? Cosa importa che tu oggi sia uno straniero rispetto a quel suolo? Tu sei la nuova preda della gratificante lotta al terrorismo che da noi alimenta successi personali. Come in Israele fanno carriera politica i generali, così da noi l'hanno fatta e la fanno i magistrati addetti alla specialità.
Oggi l'Italia e l'occidente hanno bisogno ossigenante della giustificazione. Che diritto abbiamo di approfondire lo scarto della nostra ricchezza, del dominio sulle scorte di aria, acqua e suolo del pianeta, che diritto per alzare barriere e barricate contro le povertà? Abbiamo il diritto di una società in pericolo, minacciata di distruzione dal terrorismo, che perciò può giocare in difesa le sue carte peggiori e compattare il fronte interno. Persone come Fallaci e Glucksmann fanno bene a iscriversi alla nuova specie protetta della civiltà in pericolo. Il loro numero zero parte dal ground di Manhattan, il mio dall'abissale sottozero della gran parte della terra.
Ma quale indulto, ma quale amnistia? Qua serve il rinnovo del personale prigioniero. Quello in garanzia da più di venti anni è in scadenza. La Francia ha tenuto in fresco per noi tutta una bella fetta di rimandati, da poter punire oggi come nuovi. Oggi possono cominciare ergastoli per reati politici di trent'anni fa, che pacchia di vittoria, che teste incanutite da impagliare. Da noi il rancore dopo decenni è ancora intatto, fresco di giornata.
Non riescono a ottenere un solo spiffero sui casi sospesi, un paio di tristi omicidi di funzionari ministeriali isolati e disarmati. Senza soffiate non sono buoni a chiudere neanche l'indagine di Cogne, dopo trecento perquisizioni alla casetta da parte di tutta la squadra scientifica e scienziata.
Vedi Paolo, non sei la retroguardia di una schiera di vinti stravinti, ma il tratto d'unione con i futuri sconfitti da imbalsamare vivi in prigioni abitare ormai solo da stranieri. Perché gli italiani sono sempre innocenti. Sei la primizia di nuove carriere fondate sulla deportazione di altri uccelli da gabbia. Che importa che non siete canarini, che non cantate perché non sapete niente dei motivetti nuovi? Conta che siate lì, nei ceppi esposti dell'ultima gogna contro il terrorismo.
Di recente mi hanno chiesto con sincero stupore come mai avevo scritto la prefazione al libro di Scalzone e tuo Il nemico inconfessabile. Oggi le parole, i libri tornano ad avere il rispettabile peso del sospetto, e una prefazione può già fornire il brivido del reato associativo. Oggi mi sento associato ai residui penali degli anni settanta e ottanta molto più di prima e molto più di una prefazione. Avrei l'ambizione di scriverne la conclusione.
Vedi Paolo non ho consolazioni per te, non posso darti il benvenuto nella tua città turbata dal ritardo del campionato di calcio e dalla zanzara tigre. Ti mando queste righe attraverso uno dei due o tre giornali che in Italia accettano questi argomenti. Ti auguro la più profonda anestesia.

7 settembre 2002 - PERSICHETTI: IL MIO E' STATO UN RAPIMENTO
"Il Resto del Carlino"
Persichetti: "Il mio è stato un rapimento"
PARIGI - "Il mio arresto e la mia consegna alle autorità italiane hanno avuto le sembianze di un rapimento". Lo scrive Paolo Persichetti (nella foto), ex brigatista estradato dalla Francia in Italia il 25 agosto, in una lettera dal carcere di Rebibbia al quotidiano comunista francese L'Humanitè. "Eccomi in prigione", esordisce Persichetti che si trova "in una sezione a stretta sorveglianza".
La lettera è datata 28 agosto, tre giorni dopo l'arresto.
"Sto bene - scrive - e spero di poter riavere presto il mio computer, i miei libri, per tornare alle mie ricerche". Persichetti racconta il suo "rapimento" e dice che "Per giustificare questo blitz, hanno parlato di contatti con il gruppo che ha rivendicato gli ultimi attentati in Italia. Ovviamente - prosegue la lettera - hanno evitato di esprimere accuse ufficiali che li avrebbero costretti a presentare delle prove, e anche una nuova richiesta di estradizione".
L'ex brigatista conclude affermando che "in difficoltà, negli ultimi tempi, dopo Genova e le dimissioni del ministro degli Interni", "hanno cercato un capro espiatorio".

8 settembre 2002 - ARRESTO PERSICHETTI: L' INCHIESTA
"Il Corriere della sera"
Inchiesta per favoreggiamento dopo l'arresto di Persichetti a Parigi
"Aiuti dall'Italia all'ex Br estradato"
ROMA - Paolo Persichetti ha ricevuto dall'Italia aiuti che gli hanno consentito, almeno durante i primi anni della sua latitanza in Francia, di non avere problemi economici. Ne sono convinti i magistrati che, dopo l'arresto a Parigi dell'ex brigatista rosso, hanno aperto un'indagine. Agenti della Digos sono andati a Rebibbia e si sono fatti consegnare gli effetti personali sequestrati al presunto terrorista il 24 agosto, quando gli investigatori transalpini lo hanno ammanettato. Ieri, un centinaio di persone, tra cui l'ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone, ha protestato nella capitale francese: "Né estradizione, né espulsione. Paolo libero", c'era scritto su uno striscione. Il fascicolo aperto dal pm Salvatore Vitello è contro ignoti per il reato di favoreggiamento. Al momento del suo ingresso in Italia, Persichetti aveva tre telefoni cellulari (uno è della sua compagna), due carte di istituti di credito francesi (una sarebbe intestata alla madre), due rubriche telefoniche, un'agenda e un floppy-disk. I magistrati vogliono accertare con chi e per quale motivo l'ex Br, condannato a 22 anni di reclusione per l'omicidio del generale dell'Aeronautica Licio Giorgieri, avesse contatti nel nostro Paese (sulle rubriche ci sarebbero numeri di giornalisti e di politici) e verificare se gli appuntamenti segnati sulle agende gli siano serviti pure per incontrare personaggi che, secondo gli esperti dell'antiterrorismo, potrebbero essere fiancheggiatori delle nuove Br. I poliziotti tenteranno, inoltre, di accertare se sul suo conto corrente siano state accreditate somme dall'Italia.
"Stiamo rasentando l'assurdità giuridica, come si fa a parlare di favoreggiamento della latitanza quando Persichetti viveva alla luce del sole?", si è chiesto il difensore, Rosalba Valori.
F. Hav.

9 settembre 2002 - LA TOSCANA E IL TERRORISMO
"La Nazione"
La campagna d'autunno del neo terrorismo toscano
PISA - Vecchi fantasmi e nuove paure si sprigionano dal fuoco divampato l'altro giorno nella sede della Cisl di Pisa. E' l'inizio di quella campagna d'autunno che le Br hanno promesso? E' la saldatura fra un neoterrorismo la cui geografia è ancora da disegnare e gruppi di irriducibili che dal carcere o dai comodi rifugi di Parigi continuano ad alimentare una strategia eversiva mai del tutto sconfitta?
Probabilmente sono vere entrambe le cose, almeno a giudicare dalla preoccupazione con la quale a diversi livelli si valuta l'episodio di Pisa. Eppoi c'è Pisa, appunto, che torna a porsi in primo piano come crocevia e centro di elaborazione di quel progetto di "attacco a cuore dello Stato" che da trent'anni, con fasi alterne, insanguina la vita italiana. Che qualcosa cominciava di nuovo a bollire in pentola in quell'asse che parte da Firenze, si incardina su Pisa e da qui prosegue verso nord, interessando la Versilia e la provincia di Massa Carrara, lo si era capito all'indomani dell'omicidio di Marco Biagi.
Da mesi all'ombra della Torre Pendente le stelle a cinque punte delle Br sono tornate a comparire sui muri della città e volantini più che espliciti circolano tutt'oggi di mano in mano per "giustificare" l'omicidio dell'"oppressore Biagi", accomunato nella condanna senza appello agli altri riformisti vittime di attentati, come Enzo Tarantelli, Roberto Ruffilli, Massimo D'Antona. Una cosa, però, a questi nuovi nuclei della eversione va riconosciuta. Non colpiscono a sorpresa. Anzi, avvertono per tempo e motivano gli attentati con risoluzioni strategiche che rivelano non solo una profonda conoscenza del mondo del lavoro e delle riforme, ma anche una capacità logico-analitica più propria delle aule universitarie che delle fabbriche. In questo senso l'attentato di Pisa alla sede della Cisl lo si può definire un evento annunciato e non importa riandare con la memoria troppo indietro nel tempo. Basta fermarsi al 2 agosto, quando a Firenze il sedicente Nucleo Proletario Combattente fa esplodere un ordigno incendiario nella sede di un'agenzia che organizza il lavoro interinale. "Ricominciamo - scrivono nel volantino con cui rivendicano l'attentato - la lotta armata per il comunismo e contro il progetto di rimodellazione economica e sociale espresso dalla delega al governo sulle riforme del lavoro con cui lo stato vuole sostenere la competitività del capitale a danno del proletariato e della classe operaia". E, se non bastasse, aggiungono: "E' lampante che la sigla del patto con il Governo e la Confindustria non è stata un cedimento da parte di Cisl e Uil ma un loro interesse.... In questa situazione il solo piano di emancipazione sociale e politica possibile per il proletariato metropolitano è combattere questo nemico, attaccarne i progetti per disarticolarli, fino alla distruzione dello stato borghese e alla crisi completa dell'imperialismo, per abolire la schiavitù del lavoro salariato e costruire una società senza classi".
Ma che cosa è il Nucleo Proletario Combattente che per la prima volta si è fatto vivo in Toscana? Chi c'è dietro questa sigla analoga a tutte le altre che, di volta in volta, sono servite da "pseudonimo" all'eversione rossa?
I fantasmi del passato, appunto, tornano a materializzarsi mentre polizia e carabinieri riaprono in gran fretta vecchi fascicoli mai spediti in archivio. Sono carte che hanno venti o quindici anni, valide ancora oggi per capire quello che sta accadendo e chi sono i probabili protagonisti di un'annunciata nuova stagione del terrore. E non sono pochi gli investigatori che guardano decisamente verso Parigi, dove il recente arresto del latitante Paolo Persichetti ha messo in luce l'esistenza di una vera e propria colonia di brigatisti, o ex brigatisti italiani, fra i quali, probabilmente, si annida una delle menti della strategia eversiva di questi ultimi mesi. Sono più di duecento i terroristi italiani che, a vario titolo, vivono in Francia, ma se c'è chi lo fa a volto scoperto e senza nascondersi, c'è anche chi continua a mantenere una sospetta clandestinità. Un nome per tutti: Simonetta Giorgieri, studentessa a Pisa negli anni di piombo e militante nel partito della lotta armata. Faceva parte del Comitato Toscano Rivoluzionario ed era una figura di primo piano della colonna toscana delle Br intitolata a "Luca Mantini", erede della brigata d'assalto "Dante di Nanni" il cui capo riconosciuto era quell'Umberto Cattabiani che dieci anni fa, scoperto dalla polizia in un rifugio clandestino fra Pisa e Viareggio, fu ucciso in un conflitto a fuoco nella pineta di Migliarino dove aveva tentato di darsi alla fuga.
Sono questi gli elementi di base che ispirano oggi l'attività investigativa dopo gli attentati di Firenze e Pisa secondo una linea già individuata dall'ultima relazione semestrale al parlamento dei nostri servizi segreti, dove il profilo che viene abbozzato delle Brigate Rosse del terzo millennio è proprio la somma fra il "vecchio" e il "nuovo". Una struttura numericamente "leggera, articolata in compartimenti e ispirata da una direzione strategica in parte attiva fuori dal confine, comunque avallata dalla componente carceraria irriducibile...". E sembra di vedere scorrere sullo schermo i titoli di testa di un film già visto.
di Giuseppe Meucci

10 settembre 2002 - MINISTRO CASTELLI A PARIGI PER ESTRADIZIONE EX TERRORISTI
"Il Corriere della sera"
Il ministro presenta oggi la lista al collega francese. I legali dei rifugiati ricevuti all'Eliseo
Castelli a Parigi per l'estradizione di 12 ex terroristi
ROMA - Il ministro della Giustizia Roberto Castelli cercherà di ottenere dal collega Dominique Perben l'assicurazione che gli ex terroristi italiani rifugiatisi in Francia con condanne definitive saranno estradati nel nostro Paese. E' questo l'obiettivo del Guardasigilli che arriverà all'incontro con Perben, in programma oggi a Parigi, con la lista dei nomi di dodici tra ex brigatisti rossi ed esponenti di Autonomia Operaia come Oreste Scalzone, per i quali gli uffici di via Arenula hanno accertato l'esistenza dei presupporti giuridici per ottenerne l'arresto. Ma l'esito del "vertice" è tutt'altro che scontato: la cattura e il trasferimento in Italia di Paolo Persichetti (responsabile dell'omicidio del generale dell'Aeronautica Licio Giorgieri) ha provocato la reazione degli oltre settanta ex terroristi che da anni vivono liberamente nella capitale transalpina in omaggio alla cosiddetta "dottrina Mitterrand". Grazie alla quale dal 1985 era stata negata l'estradizione dei rifugiati politici che avevano chiuso con le azioni del passato e si erano ricostruiti una vita in Francia. La svolta nell'atteggiamento è stata contestata da alcuni intellettuali italiani e francesi. A Parigi si è costituito il Comitato per la liberazione di Persichetti e in un appello (firmato da 3.000 persone, tra cui Daniel Pennac, Claude Chabrol e Daniel Cohn-Bendit) è stato ricordato che "l'estradizione rimette in gioco una posizione politica e giuridica approvata e confermata da nove governi, da Mauroy a Jospin, passando per Balladur, e due presidenti della Repubblica. Mitterrand aveva enunciato il principio - viene sottolineato nel documento - in nome di un concetto molto semplice: le leggi d'emergenza adottate (dall'Italia, ndr.), a partire dal 1976 per combattere il terrorismo, non garantivano agli accusati un processo equo". Ieri l'appello è stato consegnato dagli avvocati francesi di Persichetti, Jean Jacques De Felice ed Irene Terrel, al consigliere per gli Affari legali del presidente Jacques Chirac: i difensori hanno detto di aver avuto "la sensazione che la posizione sui rifugiati non sia cambiata" mentre l'avvocato italiano dell'ex terrorista, Rosalba Valori, ha osservato che "l'unica possibilità di estradare gli altri è che vengano avanzate nuove richieste e che la Francia riesamini i fascicoli". E questa potrebbe essere la strada: nei giorni scorsi le autorità francesi avevano fatto sapere che le decisioni sarebbero state adottate "caso per caso".
Flavio Haver

11 settembre 2002 - EX TERRORISTI LATITANTI IN FRANCIA: ACCORDO CASTELLI-PERBEN
"Il Corriere della sera"
Terroristi in Francia, l'"asilo" non è più garantito
Patto tra i ministri Castelli e Perben: si deciderà caso per caso. "Condono" per i reati non gravi prima dell'82
DAL NOSTRO INVIATO
PARIGI - "L'accordo è soddisfacente, anche se l'Italia avrebbe voluto più rigore. Ma capiamo pure le esigenze dei francesi. In ogni caso, l'intesa raggiunta è un buon risultato perché salvaguarda i diritti umani, ma ci consente di perseguire le persone accusate di fatti sangue". Parla così il Guardasigilli Roberto Castelli (Lega) mentre s'infila nell'ascensore dell'hotel Cambon, a poche decine di metri dal ministero della Giustizia di Place Vendom, dove è stato siglato un "nuovo patto" che introduce regole più precise per estradare gli ex terroristi italiani rifugiati in Francia. "A partire da oggi cambia il nostro atteggiamento sulle estradizioni", gli ha detto il ministro della Giustizia francese, Dominique Perben, e, per questo, Castelli lo ha ringraziato. In sostanza, il compromesso prevede uno spartiacque temporale, un condono, che esclude non meglio precisati "episodi di particolare gravità": "Per i fatti precedenti all'82 quel che è potuto accadere ormai è accaduto", sintetizza il ministro francese.
Invece, per reati commessi tra l'82 e il '93, "si procederà caso per caso, tenuto conto, però, del modo in cui si sono svolti i processi in Italia". Infine, per i fatti riguardanti gli ultimi 9 anni, il meccanismo dell'estradizione verrà assorbito dal mandato di cattura europeo che Parigi e Roma faranno scattare nel 2004. Resta da vedere cosa ne sarà degli ex terroristi condannati in contumacia in Italia: in Francia, infatti, i processi che si concludono con l'imputato assente vengono ripetuti qualora il latitante sia catturato. E ci sono distinzioni anche in base ai reati contestati, come ha precisato lo stesso Castelli: "Non siamo in grado di entrare nei particolari, perché oggi abbiamo raggiunto un accordo sul metodo, in base al quale per i reati di eccezionale gravità non c'è limite temporale. Alcune fattispecie di reato tipicamente italiane, come l'associazione per delinquere e la partecipazione a banda armata, in altri ordinamenti neanche esistono. Quindi è del tutto ovvio che per fatti di "eccezionale gravità" ci si riferisce a reati contemplati da entrambi gli ordinamenti".
Castelli ha negato l'esistenza d'una lista di persone da estradare: una notizia, questa, circolata dopo l'arresto di Paolo Persichetti, fermato il 24 agosto a Parigi (qui, da anni insegnava all'Università) e poi consegnato all'Italia dove deve scontare 17 anni di carcere per l'omicidio del generale Licio Giorgieri (Roma, 1987): "Questa storia della lista l'ho letta sui giornali, ma io non ho consegnato elenchi di nomi. Anzi, di nomi non abbiamo parlato affatto". Sui presunti collegamenti tra rifugiati francesi e nuove Br, che hanno rivendicato gli omicidi di D'Antona e Biagi, il ministro è stato cauto ("Non ho elementi certi"), pur ricordando che la magistratura sta scandagliando anche questo filone d'indagine.
La notizia dell'accordo ha forse tranquillizzato la maggioranza degli ex terroristi italiani rifugiati in Francia, in allarme dopo l'arresto di Persichetti. Davanti al ministero della Giustizia, si sono fatte vive una quindicina di persone che hanno scandito lo slogan "Paolo (Persichetti, ndr ) libero". A incontro terminato, è arrivato trafelato anche Oreste Scalzone, ex leader di Potere operaio condannato per fatti precedenti all'82 e non estradabile secondo la Chambre d'accusation parigina: "Provo una grande sensazione di sollievo al pensiero che non correrò più il rischio di vedere estradare persone che vivono in Francia in modo dignitoso e nella legalità".
E' invece più preoccupata Irene Terrel, avvocato di molti rifugiati, che, pur non facendo nomi, lascia intendere che la deroga per "fatti di eccezionale gravità" potrebbe nascondere un trabocchetto: "Non c'è eccezione possibile, non accettiamo la logica del caso per caso e per questo ci mobiliteremo per obbligare il governo francese e il presidente Chirac a fornirci una risposta chiara". E' solo questione di tempo, comunque: ora c'è un gruppo di lavoro comune che, assicurano i due ministri, "entro breve" procederà a un nuovo monitoraggio degli ex terroristi italiani che rischiano l'estradizione.
Dino Martirano

L'ANALISI
In archivio la "dottrina Mitterrand" Ma forse pagherà solo Persichetti
Il Guardasigilli francese: quello dell'ex presidente era solo un atteggiamento, senza fondamento giuridico
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI - Alla fine pagherà Persichetti, vittima di un processo al presente prima che imputato di un processo al suo passato di ex terrorista. Nonostante le proteste d'intellettuali e gruppi di difesa dei diritti umani, nonostante la preoccupazione di quanti, come lui, si sono rifugiati in Francia e temono nuove estradizioni, la sua sembra al momento l'unica possibile: un segnale politico, non l'inizio di una resa dei conti collettiva con la giustizia italiana.
E' questa l'impressione, dopo l'incontro fra il ministro della Giustizia Roberto Castelli e il suo omologo francese, Dominique Perben, il quale ha puntualizzato i limiti entro i quali potrebbero essere presi in esame, "caso per caso", i dossier a carico dei fuoriusciti in Francia per fatti avvenuti fra l'82 e il '93, mentre ha escluso i fatti precedenti, salvo "casi di eccezionale gravità". Tutto, comunque, nel rispetto dell'ordinamento giudiziario francese che, ad esempio, non considera il reato di banda armata e non è in sintonia con la legislazione d'emergenza italiana.
Impressione confermata anche dalla "controparte", ovvero rifugiati e loro avvocati. I primi, come Oreste Scalzone, "sollevati dalla riaffermazione della legalità". I secondi convinti che i limiti enunciati da Perben restringano la conta degli estradabili al solo Persichetti, probabile oggetto, a questo punto, di riflessioni sulla teoria del capro espiatorio, più che di dibattiti sul bisogno di giustizia.
Perben, con sottile ironia, è stato esplicito nel sottolineare come il nuovo governo francese di centrodestra consideri la cosiddetta "dottrina Mitterrand" piuttosto vaga e senza alcun fondamento giuridico. Una prassi, mantenuta dai precedenti governi, oggi consegnata alla storia di un'epoca. Anche se gli avvocati degli ex terroristi ricordano che alla "dottrina" dell'ex presidente della Repubblica seguì un impegno ufficiale dell'ex primo ministro Lionel Jospin all'indomani degli accordi di Schengen.
La Francia continua a essere la patria dei diritti dell'uomo, ma la musica è cambiata rispetto al clima sociale e culturale delle porte spalancate e della tolleranza in ogni direzione. Questo vale per la piccola e grande criminalità, per l'estremismo e la propaganda islamica (puntuale, in proposito, la dichiarazione dell'altra sera del ministro degli Interni, Sarkozy), per gli immigrati clandestini e per l'asilo politico facile.
Più degli anni di piombo italiani, sembrano pesare sull'atteggiamento della Francia ragioni di politica interna e le nuove minacce del presente e del futuro che spingono due Paesi vicini (e oggi in maggiore sintonia politica) a sgomberare il campo da equivoci e malintesi del passato (Castelli aveva accusato la Francia di ospitare e proteggere terroristi) e a collaborare pienamente su tutti i fronti.
Occorreva un gesto chiaro, sostenuto però da un contesto giuridico inoppugnabile, quale era appunto la situazione di Paolo Persichetti.
Si sa che l'Italia, a più riprese, ha sollecitato l'esame di altri casi e che la Francia, pur dichiarando la propria disponibilità, ha preferito prendere in considerazione l'unico dossier che presentava un iter procedurale completo per l'estradizione, con tanto di firma dell'ex primo ministro Balladur, anche se congelato dall'ex guardasigilli socialista, Guigou.
"Sono andato a rileggermi il discorso di Mitterrand, non ci ho trovato elementi per teorizzare una dottrina giuridica, ma un atteggiamento", ha detto Perben. E questo, nella Francia di Chirac, è cambiato. Non è casuale che sia stato detto apertamente l'11 settembre.
Massimo Nava

IL CASO PERSICHETTI
Il 25 agosto scorso Paolo Persichetti , ex Unione comunisti combattenti, è stato estradato dalla Francia. E' l'unica estradizione per un protagonista degli anni di piombo. Il decreto risaliva al 1994, quando il premier neogollista Edouard Balladur lo firmò. Le proteste dell'opposizione però ne impedirono l'esecuzione. La consegna di Persichetti rientra nei rapporti di collaborazione internazionale che l'antiterrorismo sta sviluppando con la Francia.

I NUMERI
Sono almeno duecento i latitanti per reati di terrorismo ricercati dalle forze di polizia italiana. Circa 170 sono legati al terrorismo "rosso" e trenta a quello di destra. La Francia è il Paese che ha accolto il maggior numero dei ricercati di sinistra. Dal 1981 a oggi nel Paese transalpino ne sono passati novecento . Nel 1984 erano trecento, oggi sono 100-150 , dei quali solamente 75 hanno subìto una procedura di estradizione, sempre negata dalla Francia, fino a Persichetti.

11 settembre 2002 - TERRORISMO:FUORIUSCITI FRANCIA, SCALZONE
ANSA:
"Provo un'enorme sensazione di sollievo, al pensiero che non correro' piu' il rischio di vedere estradare persone che vivono in Francia se non in modo dignitoso e nella legalita"'. Lo ha detto Oreste Scalzone, arrivando trafelato davanti al ministero della giustizia dove si era appena concluso l'incontro tra il ministro Roberto Castelli e il collega francese Dominique Perben. Condannato per fatti precedenti il 1982, l'ex leader di Potere Operaio e di Autonomia Operaia - dichiarato non estradabile dalla Chambre d'accusation parigina - e' ormai in una botte di ferro, ma dice di "non provare una grande soddisfazione personale". "Sono 15 giorni che dico in tutte le salse di essere disposto a trovare il modo di farmi estradare, e anche a costituirmi", dice, "dopo l'estradizione di Persichetti per me restare diventa ogni giorno piu' insostenibile, mi sento un privilegiato". Non precisa pero' se si consegnera' davvero alla giustizia italiana, e dice di aver appreso dal suo legale italiano che entro una ventina di giorni la sua pena "verra' prescritta". Ottimista, afferma di ritenere che l'esame "caso per caso" evocato da Perben "riguardi soltanto Paolo Persichetti", peraltro ormai gia' estradato.

11 settembre 2002 - ACCORDO ITALIA-FRANCIA: SANTIAPICHI
"Il Resto del Carlino"
Santiapichi: "Finalmente Parigi cambia rotta"
ROMA - "E' una virata molto forte del governo francese. Un'apertura che ci permetterà di ottenere degli imputati che potrebbero avere a che fare anche con i più recenti fatti di terrorismo".
Severino Santiapichi coglie questo risvolto delle intese tra Castelli e Perben.
Anche se dubita che ci siano collegamenti tra le nuove e vecchie Br, il presidente della Corte d'assise che ha giudicato i primi quattro processi per l'assasinio di Aldo Moro e della sua scorta, ritiene che la pista vada comunque seguita.
Santiapichi ha chiuso la sua carriera di magistrato come procuratore generale a Perugia.
Ritiene giusto tenere fuori le posizioni relative ai fatti accaduti oltre venti anni fa?
"Mi sembra apprezzabile che ci si limiti ad esaminare le estradizioni dei condannati per fatti precedenti al 1982, fatti che si inseriscono in un contesto storico difficilmente ripetibile, chiuso definitivamente. Quindi, mi pare anche umanamente giusto che ci si metta una pietra sopra".
E per quanto riguarda i fatti successivi?
"La riserva dell'accertamento delle responsabilità per i fatti successivi all'82, mi pare estremamente vantaggiosa per il nostro Paese".
Perché?
"Nel senso che permette la possibilità di un'estradizione, previo l'accertamento di una responsabilità concreta nelle nuove organizzazioni terroristiche. Se nuove sono".
Lei ritiene le nuove Brigate Rosse in collegamento con le vecchie?
"E' difficile, però si apre la porta ad accertamenti di questo genere. Personalmente non ci credo, ma tutto è possibile e bisogna indagare anche in questo senso".
Un'opportunità che dai tempi di Mitterrand non avevamo?
"Beh, ai miei tempi abbiamo trovato uno sbarramento assoluto da parte della Francia. E anche una presa di distanza dai metodi italiani per quanto concerne la disciplina del concorso di persone nel reato e della gestione probatoria. Il motivo della chiusura sulle estradizioni era politico, ma c'era anche questo preconcetto giuridico".
di Lucio Tamburini

12 settembre 2002 - EX TERRORISTI IN FRANCIA: INTERVISTA ROBERTA CAPPELLI ALL' ESPRESSO
ANSA:
"Mi sento come un ostaggio di una guerra finita vent'anni fa". Parla cosi' Roberta Cappelli, 46 anni, architetto, condannata all'ergastolo perche' esponente della colonna romana delle Brigate Rosse, in un'intervista che verra' pubblicata sul prossimo numero dell'Espresso. Alla giornalista che le chiede: "Prevede che sara' arrestata?", lei risponde: "ovviamente spero di no. Ma penso di si' e vivo come se dovesse accadere tra un'ora". E aggiunge che le fu imputata banda armata e una parte delle azioni della colonna romana delle Brigate rosse. "E' bene ricordare - sostiene pero' - che siamo stati degli oppositori politici e non dei semplici criminali. E' difficile sostenere che in Italia ci siano stati tutti insieme, in galera, 6 mila criminali comuni che in base ad un delirio collettivo si dichiaravano politici. Sembra che finora questa cosa l'abbia capita solo Francesco Cossiga". Roberta Cappelli vive a Parigi ma anche in Italia. Fu arrestata a 26 anni e condannata all'ergastolo a 32; allora aveva partorito da pochi mesi un bambino, suo figlio, che oggi ha 15 anni ed "e' libero, viene in Italia quando vuole con suo padre, frequenta il liceo qui a Parigi ed e' un ragazzo magnifico". Lo concepi' con un compagno di scuola "di tutt'altro ambiente" e il bambino nacque "nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia, anzi al Policlinico, dove fui accompagnata sotto scorta quando mi si ruppero le acque". In tutto e' stata in carcere, racconta, sei anni. "Dopo quattro - spiega - fui liberata perche' erano scaduti i termini della carcerazione preventiva e ancora non mi era stato fatto un processo. La mia storia con le Br era finita, la decisione di chiudere con il passato era irreversibile. Gia' allora cercai di venire in Francia perche' aspettavo un bambino e volevo un futuro diverso per me e per lui". In Francia e' arrivata nel 1993, "subito prima della sentenza della Cassazione che confermava il mio ergastolo, perche' sapevo che Mitterrand aveva detto: io accolgo in Francia gli uomini e le donne che hanno partecipato a quello scontro sociale e che hanno abbandonato la lotta armata; offro questa possibilita' per aiutare a chiudere quella stagione. Mitterrand ha mantenuto la promessa ma la parola data anche noi l'abbiamo rispettata". A Parigi ha fatto la baby sitter, la coloratrice di fumetti, e' stata direttrice di una boutique di lusso, ha fatto un corso di perfezionamento e uno stage in una importante agenzia fotografica. L'arresto di Persichetti "e' stato si' uno choc, ma non perche' - spiega - non ce lo aspettassimo. Noi ci aspettiamo sempre qualcosa...Ma il brutto di questo arresto e' che ha avuto come risultato anche quello di riportare indietro di colpo il dibattito sui nostri anni. Allontanando la prospettiva di una soluzione politica". Anche in Francia, qualche anno fa, e' stata arrestata: "ho fatto due mesi di carcere e sono stata giudicata dalla Chambre d'accusation che ha dato parere favorevole alla mia estradizione. Ma il governo non ha mai firmato il decreto e nel '97 - conclude - mi e' stato dato un regolare permesso di soggiorno".

Almanacco dei misteri d' Italia:
Roberta Cappelli, 46 anni, e' latitante in Francia e deve scontare una condanna definitiva all' ergastolo nel processo Moro Ter.
Con il nome di battaglia di ''Silvia'' (ma era conosciuta anche come ''la secca''), Roberta Cappelli era entrata negli ambienti del terrorismo nel 1978, reclutata da Bruno Seghetti. In quell' anno, Mario Moretti e Anna Laura Braghetti andranno in Francia usando i documenti di Maurizio Iannelli e di Roberta Cappelli, ancora sconosciuti alle forze dell' ordine. L' anno dopo entra in clandestinita', nella ''brigata Tiburtina'', nel 1980 e' nella direzione della colonna romana, per passare poi alla direzione strategica. Tra gli episodi piu' gravi che le sono stati contestati, l' attentato all' ex vice dirigente della digos di Roma Nicola Simone (febbraio 1981).
La Cappelli viene arrestata una prima volta il 29 maggio del 1982 a Roma, insieme con Marcello Capuano, dopo una sparatoria con i carabinieri. Scarcerata nel 1985 per scadenza dei termini, sara' arrestata nuovamente l' anno dopo, tornando poi in liberta', sempre per scadenza dei termini.
Nel 1988 e' condannata all' ergastolo nel processo Moro-ter (nel 1993 la condanna viene confermata in appello e in Cassazione) e allora si rifugia in Francia dove, il 25 agosto 1994, e' arrestata a Parigi, in strada, da funzionari della Digos e dell' Ucigos, in collaborazione con la polizia francese. Alloggiava in un appartamento nella periferia sud della citta'. Dopo due mesi la chambre d' accusation della Corte d' Appello di Parigi la rimette in liberta' in considerazione del fatto che disponendo di un impiego (lavorava in un negozio di moda) e di un domicilio, offre 'garanzie sufficienti'. Nel gennaio 1995, la stessa Corte autorizza il governo francese ad estradare Roberta Cappelli in Italia, come aveva gia' fatto con Paolo Persichetti e Maurizio Di Marzio. A maggio del 1995 la Corte di Cassazione francese respinge definitivamente i ricorsi della Cappelli e di Di Marzio contro l' estradizione.

13 settembre 2002 - ARRESTO PERSICHETTI: PERSICHETTI RISPONDE A ERRI DE LUCA
lettera al manifesto del 13/09 di Paolo Persichetti
Caro direttore, le chiedo cortesemente di pubblicare questo mio breve testo, scritto in risposta al bell'articolo che Erri De Luca (il manifesto del 5 settembre) mi ha indirizzato dalle pagine del suo (o piuttosto vostro) giornale.
"Ciascuno vede ciò che tu gli sembri, pochi ascoltano quello che sei". Così Machiavelli nel Principe spiega, o meglio disvela, uno dei segreti della politica intesa come dominio. Ciò che conta è apparire, mostrare, far credere, molto meno essere autentici. Una verità tanto più forte in questa epoca, dove lo sviluppo delle tecniche della comunicazione ha reso il loro uso pervasivo e il loro controllo una posta in gioco per l'esercizio del potere. L'uso dei media è uno dei moderni strumenti di governo utile all'ammaestramento delle coscienze, alla fabbricazione del consenso. Cavalieri della tv e magnati della pubblicità da una parte, Nanni e ballerine dall'altra, esprimono attraverso il loro astioso conflitto una speculare concezione di questa nuova realtà. Berlusconi possiede, i girotondi bramano rancorosi l'anziano possesso della Rai lottizzata. Entrambi concepiscono la politica come "apparire". Il premier ultramiliardario si vuole "operaio", quel groviglio di sordi interessi legati alle professioni e alle carriere dell'emergenza, si sente espressione del luogo che da sempre l'antipolitica e il qualunquismo hanno eletto come autentico, la "società civile".
Hai ragione Erri, hanno bisogno delle nostre apparenze. Hanno bisogno dei nostri corpi per calzarci addosso i panni dei responsabili di sostituzione che hanno ritagliato per noi. Siamo alle conseguenze concrete del dopo 11 settembre. Vittima di se stesso, dei suoi Frankestein stragisti clonati in laboratorio e sfuggiti al controllo, l'occidente cerca colpevoli ovunque. Si è aperta l'epoca dei conflitti senza frontiere. Il nuovo diritto serve solo ad abbattere barriere, controllare territori, azzerare tutele e garanzie. Conservare privilegi ai gendarmi mondiali. Il nemico si è fatto impalpabile, agita ombre, scuote paure, per questo il ricorso a capri espiatori può avere una funzione rassicurante. E poi, molto più in basso, ci sono poltrone e carriere da salvaguardare. Dopo Napoli e Genova, dopo Bolzaneto e la Diaz, i vertici della polizia sono stati travolti dal discredito. Le polemiche sulle scorte mancate hanno bruciato un ministro degli interni e trasformato questori e dirigenti dell'antiterrorismo da inquirenti in indagati. Sotto schiaffo, le professioni della specialità e le carriere dell'emergenza hanno dovuto reagire. Da questa bassa cucina è nata la mia estradizione.
Caro Erri, non provo dolore ancora meno rancore. Osservo i loro gesti come guardassi dei minerali. In fondo, hanno bisogno di noi come il vampiro ha bisogno della sua vittima, come il drogato del buco. Ma dalla loro parte c'è solo la forza triste della dipendenza priva d'ogni autonomia e potenza. Senza il collo della sua vittima il vampiro muore. C'è uno scarto che ci rende superiori. Noi non abbiamo bisogno di loro, dobbiamo solo scrollarceli di dosso.
Ho letto su un giornale che il capo delle guardie pretoriane avrebbe telefonato per annunciare la mia cattura addirittura nel pieno d'una festa. Pare che abbiano immediatamente brindato e cantato. Sembrava una scena da basso impero di quelle descritte nel Satyricon.
Prima di congedarmi e tornare all'allegro brusio della mia cella affollata, vorrei dire ai potenti e potentati di turno: stiamo tornando uno ad uno ma non è il caso di rallegrarvene troppo. Non scenderemo muti nel gorgo, siatene inquieti. La storia sta di nuovo accelerando.
Nel caso in cui i magistrati di Roma e Bologna vogliano interrogarmi in qualità di teste, dico pubblicamente che non ho alcuna intenzione di rispondere alle loro domande. Sono loro a dover spiegare perché il sottoscritto e i suoi compagni fuoriusciti dovrebbero essere dei testimoni interessanti. Non ci sono elementi per incriminarci e quindi si ricorre a sotterfugi. Che si misurino con l'onere della prova invece di distillare vigliaccamente il sospetto.
Paolo Persichetti

13 settembre 2002 - PER PAPALIA, NON CI SONO BR TRA LATITANTI IN FRANCIA
"Il Mattino di Padova"
Papalia: "Non ci sono Br tra i fuoriusciti francesi"
ROMA. "Ritengo che l'accordo vada bene, non crea problemi. D'altro canto la Francia, anzi, ha allargato un po' le maglie consentendo di rivedere la posizione dei fuoriusciti che hanno commesso fatti di terrorismo successivi al 1982. Così il procuratore capo di Verona Guido Papalia.
Commentando l'intesa raggiunta a Parigi tra il Guardasigilli Roberto Castelli e il suo collega di Parigi Dominique Perben riguardo alla possibile estradizione di alcuni terroristi o ex rifugiatisi in Francia.
Ma se da un lato Guido Papalia giudica positivamente l'accordo, dall'altro soffoca sul nascere le aspettative di chi (politici e qualche zaltro suo collega magistrato o investigatore) ipotizza un collegamento tra le nuove Br-Pcc che hanno rivendicato gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi e gli ex brigatisti della passata generazione rifugiatisi Oltralpe. "Da quello che ho potuto constatare direttamente dalle indagini - afferma Paplia - non mi risulta che ci siano contatti con i fuoriusciti francesi. L'ho detto più volte che sicuramente c'è una continuità tra nuove e vecchie vechie Br". Ma la pista per il magistrato non porterebbe assolutamente in Francia.

14 settembre 2002 - PRECISAZIONI DEL CREATORE DEL SITO WWW.BRIGATEROSSE.IT
Riceviamo e pubblichiamo:
Salve, se vi puo' interessare ho ritenuto opportuno dare una serie di informazioni in merito al sequestro del mio sito.
Le info si trovano sul sito www.brigaterosse.com
Grazie,
Tommaso Fera

QUESTO IL TESTO CHE SI TROVA SUL NUOVO SITO:
Gentile visitatore, il 30 Marzo 2002 la Polizia Postale di Milano ha sottoposto a sequestro il sito www.brigaterosse.org (insieme al dominio www.brigaterosse.it , www.brigaterosse.info e la casella di posta elettronica info@brigaterosse.it ) da me registrato e curato.
Il 5 Settembre 2002 ho registrato il dominio brigaterosse.com al fine di fornire una serie di informazioni per meglio comprendere quanto successo e per cercare di arginare, per quanto mi e' possibile, il diffondersi di notizie false o inesatte.
Ogni informazione - sul mio conto, sul sito brigaterosse.org (.it e .info), sul sequestro e sui motivi che lo hanno generato - diversa da quanto riportato in questo sito e' da ritenersi inesatta o frutto della fantasia di qualche giornalista.
Fornisco una serie di risposte sotto forma di FAQ, ma chiunque voglia contattarmi per ulteriori informazioni lo puo' fare al seguente indirizzo email: info@digitaltek.it oppure via sms al seguente numero +39 320 0947139.
Con la speranza che tutto si chiarisca quanto prima...
Grazie,
Tommaso Fera
FAQ
(in continuo aggiornamento) -Quando e cosa e' stato sequestrato? Il 30 Marzo 2002 la Polizia Postale di Milano ha sottoposto a sequestro lo spazio web e i domini di www.brigaterosse.org , www.brigaterosse.it , www.brigaterosse.info e la casella di posta elettronica info@brigaterosse.it. Da quella data sono impossibilitato ad accedere ai pannelli di controllo dei siti. -Perche' sono stati sequestrati i siti? I siti sono stati sequestrati poiche' per alcune email pubblicate nella sezione "OPINIONI" era ipotizzabile il reato di "apologia di reato e l'istigazione a delinquere". -Chi sono gli intestatari dei siti? I domini brigaterosse.org e brigaterosse.info sono intestati a mio nome, il dominio brigaterosse.it e' invece intestato a mia sorella. Questo poiche' non avendo partita IVA non potevo registrare il .it. -Da quanto tempo era on-line il sito sulle Brigate rosse? Il dominio brigaterosse.org e' stato da me registrato il 2 Settembre 2000, era comunque disponibile una prima versione del sito su un altro indirizzo gia' dal Gennaio 2000. -Quale era il contenuto del sito? Ecco cosa compare nella descrizione del sito fatta da www.virgilio.it :
"Sito sulle Brigate Rosse, contiene la storia, interviste ai personaggi, documenti, avvenimenti e date. Inoltre, una sezione dedicata al Caso Moro, alle tesi, ricerche e libri sull'argomento."
Il sito conteneva esclusivamente informazioni di pubblico dominio, prelevate da altri siti, da giornali, libri o riviste. Nella maggior parte dei documenti veniva citata la fonte.
Vorrei far notare una cosa, le pagine del sito si trovavano precisamente al seguente indirizzo: www.brigaterosse.org/brigaterosse/index.htm , i siti brigaterosse.it e brigaterosse.info contenevano esclusivamente un link all'indirizzo sopra riportato...eppure sono stati sequestrati. Se si volesse seguire lo stesso criterio utilizzato per il dominio .it e .info dovrebbero essere chiusi tutti i siti che hanno fatto un link a brigaterosse.org!!!
-Cosa conteneva la sezione "OPINIONI" del sito? La sezione opinioni conteneva 21 messaggi, postati tra il 21e il 28 Marzo 2002. La maggioranza condannava decisamente ogni scelta violenta. Per 2-3 messaggi invece si e' ipotizzato il reato.
Il giorno dopo il sequestro molti quotidiani hanno pubblicato parte dei messaggi presenti nel sito, erano da sequestrare anche i giornali?
-Esiste un "mirror" del sito sequestrato? No, nonostante il fatto che era tecnicamente possibile spostare il sito sotto altro dominio in pochi minuti, per una questione di "principio" non ho effettuato nessuna operazione. L'intero sito ed in particolare la sezione "opinioni" non possono essere consultate da nessuna parte. Ho notato inoltre che circolano vari link per ripescare porzioni di sito dalle cache, si tratta comunque di pagine vecchie risalenti alla primissima versione del sito. -Quante persone visitavano il sito? Nonostante il nome, il sito brigaterosse.org non era particolarmente visitato, in media non superava i 15-20 accessi giornalieri. Solo nei giorni successivi all'omicidio Biagi il sito ha superato i 1000 contatti giornalieri. Le statistiche di accesso al sito erano comunque libere e consultabili da chiunque. -Come hai saputo del sequestro del sito? Sono venuto a conoscenza del sequestro da una telefonata di un giornalista de "La Stampa". Attualmente non sono stato ancora ufficialmente avvisato del sequestro, ne dalla Procura ne dal provider presso cui e' stato effettuato il blocco.
Ringrazio anticipatamente chiunque mi possa fornire informazioni in merito alla durata di un sequestro preventivo o quanto meno possa indicarmi quanto altro tempo debba passare prima che qualcuno mi comunichi qualcosa.
-Cosa hanno scritto i giornali in merito al sequestro? Sono rimasto profondamente amareggiato per come si sono comportati i mezzi di informazione, il mio sito "sulle" Brigate rosse e' diventato il sito "delle" Brigate rosse.
Postero' a breve una serie di link sull'argomento.
Questi invece sono i titoli di una serie di articoli comparsi sui quotidiani nei giorni successivi al sequestro:
-La polizia oscura due siti filo-Br
-La polizia chiude siti internet filo-br
-La polizia oscura 3 siti sulle Brigate rosse
-Oscurati i siti Internet delle Brigate rosse
-Milano, sequestrati siti inneggianti alle Br
-Solidarieta' via Internet ai brigatisti, si indaga su due siti
-Sotto sequestro i siti Internet delle Brigate rosse
-Terrorismo, oscurati tre siti "Brigate Rosse"
-I tre siti sulle Br oscurati, Una pista porta a [...]
-Ci sono articoli su internet che parlano del sequestro? Si, di seguito riporto i link ad una serie di aILO DI SCELBA
"Il Resto del Carlino"
Scelba, l'impolitico
Quando succede che la polizia non riesce a tenere la piazza e il ministro dell'Interno tentenna, c'è ancora qualcuno che dice: "Ci vorrebbe Scelba". E c'è sempre meno gente che, ascoltandolo, capisce chi è il babàu invocato. La polvere del tempo, che ricopre i protagonisti della prima repubblica, non ha risparmiato Mario Scelba. Sei anni da duro, ministro di polizia quando il Pci faceva fare ginnastica rivoluzionaria ai militanti, e mandava i braccianti a rischiare la pelle per occupare le terre incolte che si sarebbero presto affrettati ad abbandonare. Ma non era un Fouché, maestro nell'arte di servirsi della polizia per galleggiare attraverso i cambiamenti di regime, e per questo famoso nei secoli. Era solo un uomo di polso e di carattere, troppo orgoglioso per non essere onesto. Destinato al dimenticatoio, passato il suo momento. Dimenticatoio da cui lo toglie, a undici anni dalla morte, un'agile biografia di Vincenzo La Russa, Il ministro Scelba, pubblicata da Rubbettino. Leggerla vuol dire penetrare il mistero di una carriera politica fondata su qualità personali che più impolitiche non si può.
Senza compromessi
L'uomo era di stampo ottocentesco, aggrappato ai suoi principi e riluttante ai compromessi. Qualità che sarebbero state fuori corso già al suo ingresso in politica, se non fossero tornate provvisoriamente in circolazione insieme con i grandi vecchi dell'Italia prefascista. Come don Luigi Sturzo, il prete di Caltagirone fondatore del Partito popolare, che prese sotto la sua ala quel ragazzetto sveglio e squattrinato, e ve lo tenne tanto da suscitare la diceria di una paternità non solo spirituale. E come Alcide De Gasperi, che se ne servì per impersonare la parte in commedia - quella del duro, appunto - di cui un leader non può fare a meno, a patto che tocchi a un altro.
L'inventore della Celere
La Russa suggerisce l'idea che dei due, Scelba e De Gasperi, il vero anticomunista non fosse il primo. Lo colpisce lo sbigottimento di Scelba quando si rende conto nel 1946, l'anno del referendum istituzionale e dell'elezione della Costituente, che l'altro era non solo disposto a vedere qualcosa di buono nella monarchia, ma anche già ansioso di buttar fuori dal governo i comunisti. E lo colpisce anche di più apprendere che il ministro di ferro, inventore della Celere regina delle piazze e sempre pronto a coprire i poliziotti che aprivano il fuoco, aveva da obiettare all'uso della forza per la repressione della protesta sociale. Era il suo mite presidente del Consiglio che lo richiamava alla necessità di "combattere la forza con la forza". La forza del neonato Stato democratico contro quella eversiva del Pci, manovrato da Stalin come una spina nel fianco occidentale al tempo della guerra di Corea. Il presidente degli Stati Uniti Eisenhower, che gli chiedeva, ricevendolo da presidente del Consiglio cosa aspettasse per sciogliere il Pci, si sentì rispondere: "Lei metterebbe fuori legge cinquanta milioni di americani, un terzo della popolazione?". Come presidente del Consiglio non andò lontano. Morto De Gasperi, spazzata via dal ciclone Fanfani la vecchia classe dirigente di origine sturziana, le qualità di Scelba non avevano più mercato. Che farsene di un onest'uomo che aveva esordito nella carriera ministeriale (alle Poste) mandando all'aria la cessione del controllo dei telefoni all'americana ITT, con fantastica tangente miliardaria per la Dc? Un uomo di principi, utilizzabile per silurare il governo Pella, che aveva osato spingere la rivendicazione dell'italianità di Trieste fino a contestare agli alleati angloamericani il cedimento al ricatto di Tito, ma così malaccorto da farsi addossare la responsabilità della cessione dell'Istria alla Jugoslavia?
Nell'arcipelago della Dc
Era un democristiano all'antica. Così all'antica, da scontrarsi con Enrico Mattei, signore dell'Eni e di mezza Dc, in nome di una certa idea del cattolicesimo liberale, e da essere incapace di navigare nell'arcipelago delle correnti scudocrociate. In quel testimone scomodo d'un mondo scomparso, anche l'anticomunismo e l'antifascismo erano ormai qualcosa di eccessivo. Quanto la sua pretesa che la Dc passasse all'opposizione contro l'introduzione del divorzio. Un evidente intralcio alla flessibilità richiesta dal gioco delle combinazioni. Per rimuovere la sua opposizione all'apertura a sinistra, bastarono a Moro un corsivo dell'Osservatore romano e un cordiale appello all'unità del partito, insieme con l'offerta di qualche poltrona per i suoi ultimi amici (probabilmente rafforzata da un ricatto spionistico per la sua sicula riluttanza alla fedeltà coniugale).
Dalla facilità con cui Scelba si lasciò estromettere dal Palazzo si capisce che non era fatto per entrarvi. Né vi avrebbe messo piede, se De Gasperi non lo avesse creato ministro allo scopo di ammorbidire la feroce opposizione di don Sturzo alla firma di un Trattato di pace punitivo per l'Italia. E nemmeno vi sarebbe rimasto dopo la firma del Diktat, se la signora De Gasperi non avesse convinto il marito che un uomo tutto d'un pezzo era quello che gli ci voleva agli Interni, con i comunisti sul piede di guerra e il bandito Giuliano impazzante in Sicilia. Scelta azzeccata, come si vide poi. Tutto d'un pezzo lo era anche fisicamente, come testimoniano le fotografie e Onello Onelli, che tentò d'insegnargli l'inglese: "La base del cranio è unita direttamente alle spalle. Ne risulta un'immagine di cocciutaggine taurina e di forza plebea. Al contrario la rotondità del volto, la modestia con cui ascolta le idee altrui, il riso spontaneo, fanno pensare a un carattere remissivo, incline al compromesso".
Una faccia smentita dal corpo. "Gli dobbiamo se siamo liberi", disse di lui Mario Missiroli con appena una punta di esagerazione. La politica gliene fu ben poco grata.
Una strada in periferia
Morì a novant'anni, insieme con la Dc. Da tempo era l'ombra di se stesso. Andarlo a intervistare nello studio romano che stava per lasciare, perché non poteva più permettersi di pagare l'affitto, era un'esperienza penosa. Non sentiva quel che gli si diceva ed era arduo capire quel che farfugliava lui. Ma si capiva che gli interessava soltanto il ricordo di sé che avrebbe lasciato all'amata Caltagirone. La Russa riproduce le disposizioni testamentarie in cui rivendicava, in nome delle benemerenze acquisite presso i calatini, un certo diritto a dare il suo nome a piazza Umberto I, e magari anche a essere sepolto vicino al suo maestro Sturzo. Dieci anni dopo i compaesani si sono decisi a intitolargli una stradina periferica.

16 settembre 2002 - ANNUNCIATA FORMAZIONE GRUPPO NCC IN LIGURIA
"La Stampa"
ANNUNCIATA LA FORMAZIONE DI UN GRUPPO DI LOTTA ARMATA IN LIGURIA Un documento dei "nuclei comunisti combattenti"
SAVONA
Il documento è scritto a mano, in stampatello. In alto campeggiano una stella a cinque punte inscritta in un cerchio e la sigla del movimento: nuclei comunisti combattenti. Poi, a caratteri più piccoli, il testo nel quale viene rivendicato l´"ordigno" ritrovato qualche giorno fa a Borgio Verezzi (ma già le prime analisi hanno escluso che il pacco sospetto, abbandonato in un sottopasso all´altezza di un passaggio a livello, contenesse esplosivo) e viene annunciata la formazione in Liguria di un nucleo di lotta armata. Nel documento, fatto pervenire a La Stampa, i sedicenti nuclei comunisti combattenti rivendicano "il piazzamento dell´ordigno come atto propagandistico alla lotta armata" e ne spiegano i motivi. "Quando il governo - si legge tra l´altro - viola i diritti del popolo, l´insurrezione è il più sacro dei diritti, e il più imperioso dei doveri. La libertà si conquista con la lotta". Non mancano riferimenti agli omicidi di Massimo D´Antona e Marco Biagi "quali formulatori del `´patto per l´occupazione e lo sviluppo´´ e del `´libro bianco sul lavoro´´ . La lotta armata si è confermata prima con l´azione D´Antona e poi con quella rivolta a Biagi". Il messaggio è ora al vaglio degli inquirenti. "Chi l´ha scritto - è il primo commento - è una persona di cultura, che probabilmente ha frequentato la vecchia autonomia e ne usa il linguaggio, e che magari vuole fare propaganda. Non mancano però nel testo elementi superficiali, quasi infantili. E poi è davvero singolare che chi l´ha scritto sia stato così ingenuo da farlo a mano". Un fatto sembra, però, certo. Il documento fatto pervenire a La Stampa è sicuramente opera della stessa persona o delle stesse persone che hanno piazzato il pacco sospetto a Borgio Verezzi. Vicino al sifone metallico, collegato con due figli elettrici ad un gruppo di pile e a un vecchio orologio che aveva la funzione di un timer, c´era uno scritto con la stella a cinque punte e frasi che sono ripetute nel documento.
Claudio Vimercati

17 settembre 2002 - TONI NEGRI PUBBLICA IN FRANCIA AUTOBIOGRAFIA 'BIOPOLITICA'
ANSA:
(di Pier Antonio Lacqua)
Da una parte "il sistematico terrorismo di stato che metteva le bombe, faceva dei morti, praticava la repressione". Dall'altra un "desiderio di liberazione", incarnato da un'estrema sinistra che rispose "in modo militare" quando tutte le altre risposte divennero "impossibili". Il "cattivo maestro" Toni Negri rivisita con taglio manicheo gli "Anni di Piombo" in un libro-intervista appena pubblicato in Francia e a tinte fosche racconta di un'Italia "alle frontiere dell'Occidente" dove il governo in mano alla Democrazia Cristiana "creava il terrore" per far fronte ad una sinistra in ascesa e ad una "dinamica sociale completamente incontrollabile". "E' vero che in Italia c'e' stato il terrorismo ma incomincia con il terrorismo di stato a partire dalla bomba di Piazza Fontana", sostiene Negri nel libro ("Du Retour" il titolo, l'intervistatrice e' la giornalista Anne Dufourmantelle, la casa editrice e' Calmann-Levy). A suo avviso il terrorismo degli Anni Settanta "legato alla classe operaia" non va confuso con quello "nichilista di oggi: "fu in generale una continuazione della politica con altri mezzi". "In Italia - accusa ancora Negri, diventato negli ultimi anni a sorpresa un 'maitre a penser' di fama internazionale grazie al successo del libro "L'Impero" - per vincere il terrorismo il governo e la polizia hanno organizzato due operazioni: hanno criminalizzato gli intellettuali che partecipavano alle lotte e hanno incoraggiato la delazione". Nelle 241 pagine del libro-intervista, costruito come un "abbecedario biopolitico" con tanti capitoli quante le lettere dell'alfabeto, Negri divaga di continuo tra l'Amarcord politico, l'autobiografia personale e la digressione colta. Una riflessione su quanto era brutto e cattivo il terrorismo di stato puo' benissimo sfociare in un richiamo all'amatissimo Spinoza. "Arma, Attentato, Azione, Attesa, Avvenire" si intitola il capitolo dedicato alle conversazioni che prendono spunto dalla lettera A mentre la B e' tutta riservata alle Brigate Rosse, la H al filosofo Heidegger e all'ibridazione (Hybridation in francese), la L contiene un lungo passaggio sulla Lombardia e su Milano, la O richiama subito alla mente l'oppressione e cosi' via. Il capitolo S e' incentrato sulla sensualita' ma non c'e' proprio nulla per stuzzicare i bassi istinti del lettore: Negri riflette sul fatto che "si pensa con i sensi" e a conforto chiama in causa il solito Spinoza e scomoda il materialismo sovietico, Giobbe e Leopardi. Al capitolo T ci si puo' invece familiarizzare con il Negripensiero sulle Torri Gemelle: "Ho una nostalgia enorme - dice il "cattivo maestro" - delle Torri Gemelle perche' erano il simbolo della speranza, del progresso e del lavoro per tutti. Odio il terrorismo che ha distrutto le Twin Towers, odio il terrorismo che distrugge la tolleranza e il multiculturalismo, i sogni di ibridazione che continuiamo ad associare alla storia degli Stati Uniti e alla speranza di un nuovo mondo". Ma che vuol dire, che tutto d'un colpo Negri sta dalla parte dello zio Sam? Assolutamente no. L'ex-leader di Autonomia Operaia, sospettato in passato di connivenze con le Brigate Rosse, odia con altrettanta forza "il terrore di uno stato che grida vendetta, che nutre il terrorismo praticando il terrore e che si rifiuta di pensare in modo politico". Il governo americano gli sembra "assolutamente spaventoso".

18 settembre 2002 - SVIZZERA CONCEDE ESTRADIZIONE IN ITALIA DI BORTONE
ANSA:
La Corte Suprema Svizzera ha concesso l' estradizione in Italia per Nicola Bortone, accusato di appartenere alle Brigate Rosse. Secondo quanto si e' appreso in via Arenula, la Corte Suprema elvetica ha concesso oggi l' estradizione in Italia, che dovrebbe essere riconsegnato alle autorita' italiane entro la fine del mese. Nicola Bortone, 45 anni, nome di battaglia 'Vincenzo' e considerato uno dei fondatori delle nuove Br, era irreperibile dal 1992 ed era stato arrestato a Zurigo lo scorso 10 marzo. La richiesta di estradizione era stata avviata dai magistrati romani Salvatore Vecchione e il sostituto Franco Ionta, per un residuo di pena di tre anni e sei mesi di reclusione per partecipazione a banda armata.

"Sono prigioniero politico perche' militante delle Br". Queste furono le prime parole di Nicola Bortone alla polizia di Zurigo dopo l'arresto del 10 marzo scorso. E la sua frase rafforzo' l' ipotesi su cui stavano lavorando gli investigatori nelle indagini sull'attentato a Massimo D' Antona, e cioe' che fosse proprio Bortone l' uomo che incontro' Luca Ricaldone (uno degli otto militanti di Iniziativa Comunista arrestati lo scorso anno dalla procura di Roma perche' ritenuti fiancheggiatori delle Br, e poi scarcerati) nella metropolitana di Milano. E che quindi fosse proprio lui uno dei personaggi di saldatura tra i vecchi brigatisti e le nuove leve responsabili dell' omicidio D'Antona. Non e' escluso peraltro che il brigatista, una volta consegnato dalla Svizzera alle autorita' italiane, finisca sul registro degli indagati della procura di Roma e venga messo a confronto con lo stesso Ricaldone. Nicola Bortone, 45 anni, nome di battaglia 'Vincenzo', irreperibile dal 1992, nell' assetto organizzativo delle Br-Pcc, cosi' come si presentava a fine '88, era stato inquadrato nella cosiddetta "Struttura sud", insieme ad Antonio De Luca, Franco La Maestra, Simonetta Giorgieri (poi diventata sua moglie), Giuseppe Armanente, Marcello Tammaro Dell'Omo e Alberto Marino. Nato a Cesa, in provincia di Caserta, Bortone era stato raggiunto da un mandato di cattura emesso nel settembre 1989 dal giudice istruttore del Tribunale di Roma per i reati di associazione sovversiva e banda armata. Era gia' stato arrestato, insieme ad altri brigatisti, il 2 settembre dell' 89, in Francia, per associazione per delinquere, porto e detenzione illegali di armi, contraffazione di documenti amministrativi ed altri reati. In quell' occasione si era dichiarato "militante rivoluzionario". Il 23 aprile '92 era stato condannato dal tribunale di Parigi a 3 anni di reclusione, con il divieto, per lo stesso periodo di tempo, di soggiorno in Francia. Al momento della scarcerazione non era stato ne' estradato ne' espulso ed aveva eletto domicilio in Francia. Il 3 settembre del '92 si era sposato con Simonetta Giorgieri e dall'ottobre dello stesso anno risultava irreperibile insieme alla moglie.

Sono circa 140 i latitanti ricercati per reati legati al terrorismo di sinistra. E di questi circa 100 sarebbero quelli rifugiati in Francia, dove il 25 agosto scorso e' stato arrestato, dopo circa dieci anni di latitanza, il brigatista Paolo Persichetti. Nelle carceri italiane invece sono circa 130 i detenuti per reati di terrorismo di sinistra, di cui un cinquantina in semiliberta' e una ventina con la possibilita' di lavorare all' esterno del carcere. Tra i latitanti che si sono rifugiati in Francia, e per i quali le autorita' francesi hanno negato l' estradizione, Sergio Tornaghi, condannato all' ergastolo e legato alla colonna milanese Br Walter Alasia, Roberta Cappelli, della colonna romana. In Francia anche Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate lo scorso anno a Roma perche' appartenenti alle Br-Pcc negli anni '80. Oltralpe ha vissuto a lungo Nicola Bortone, arrestato in Svizzera nello scorso mese di marzo, di cui oggi e' stata concessa l'estradizione. Sono invece circa 130 i detenuti in Italia per reati legati alle Brigate Rosse e al terrorismo di sinistra. Di questi, circa 60 sono reclusi senza benefici in corso, una cinquantina godono del regime di semiliberta', e una ventina beneficiano dell' art.21 dell' ordinamento penitenziario, che permette il lavoro all' esterno dell' istituto penitenziario, con rientro in carcere la sera. Tra quelli detenuti, i terroristi di sinistra cosiddetti "irriducibili" sono circa 60. Sono quelli che non hanno aderito ne' alla cosidetta 'area omogenea' della dissociazione (rifiuto della lotta armata ma senza collaborazione), ne' tantomeno alla collaborazione con gli inquirenti. Sono soprattutto brigatisti che non hanno rinunciato all'idea della lotta armata e non rinnegano gli 'anni di piombo'. Della cosiddetta "area omogenea" fanno parte i detenuti che, come prescriveva la legge, firmarono una dichiarazione di dissociazione dalla lotta armata entro il febbraio del 1987.

18 settembre 2002 - LA7: 'TERRORE', VIOLENZA POLITICA IN ITALIA A 'ALTRA STORIA'
ANSA:
E' dedicato alla violenza politica degli anni '70 in Italia il documentario 'Terrore', in onda domani alle 22 su La7, con cui si apre il nuovo ciclo di 'Altra storia', il programma di divulgazione storica dedicato al Novecento, condotto da Sergio Luzzatto. Tra gli intervistati Giorgio Bocca, Erri De Luca, Luciano Violante, Alberto Franceschini, Sergio Segio. Ospiti in studio il giudice Mario Sossi, primo sequestrato dalle Br, e l'on. Pellegrino, ex presidente della commissione stragi.

19 settembre - PERSICHETTI TRASFERITO A CARCERE MARINO DEL TRONTO
"Il Messaggero"
IL CASO
Il brigatista Persichetti a Marino, coro di proteste
Paolo Persichetti, l'ex brigatista estradato dalla Francia il 25 agosto, è stato trasferito lunedì mattina dal carcere di Rebibbia a quello di Marino del Tronto. Lo ha reso noto noto il direttore della casa editrice Odradek, che ha pubblicato un libro e due saggi di Persichetti, Claudio Del Bello, secondo il quale il trasferimento "apre un nuovo capitolo dell'accanimento di politicanti e burocrati, di poliziotti e di ministri, che continua, stupido e feroce". "A Roma Persichetti è stato rinchiuso in una cella del G12, sezione di massima sicurezza di Rebibbia, anzichè nel G8, come si doveva, visto che la sua è una condanna definitiva - scrive Del Bello - inoltre gli hanno impedito di scrivere e lavorare. In compenso ha ricevuto ben sei visite della Digos mentre nessun magistrato gli ha contestato alcunchè. Come se non bastasse, il 16 settembre è stato trasferito ad Ascoli Piceno, lontano dalla vecchia madre, l'unica persona rimastagli dopo la morte del padre".
Del Bello sottolinea, inoltre, come in Francia c'è una forte mobilitazione a favore di Persichetti e si rammarica che "non avvenga altrettanto in Italia". Unico ex terrorista del carcere di massima sicurezza di Marino del Tronto - lo stesso dove sconta l'ergastolo il capo di Cosa Nostra Totò Riina - Paolo Persichetti trascorrerà la detenzione nella sezione ordinaria, insieme ad altri due o tre detenuti, e non in cella di massima sicurezza. Lo si è appreso presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria delle Marche. L'ex brigatista rosso estradato il 25 agosto dalla Francia è uno dei 125 detenuti, fra ordinari e sottoposti al regime 41 bis, del carcere che in passato ha ospitato un leader delle Br come Giovanni Senzani, Raffaele Cutolo (che da qui avrebbe trattato con le Br la liberazione dell'assessore della Democrazia Cristiana campana Ciro Cirillo), l'attentatore del Papa Alì Agca. Da tempo però a Marino sono reclusi quasi esclusivamente detenuti per reati di mafia e criminalità comune organizzata, fra cui numerosi boss. C'è anche Giovanni Farina, uno dei banditi sardi che rapirono l' imprenditore Giuseppe Soffiantini. Il deputato Verde Paolo Cento, insieme al diessino Pietro Folena e ai colleghi di Rifondazione Graziella Mascia e Giovanni Russo Spena, hanno subito presentato una interrogazione al ministro della Giustizia sui motivi del trasferimento.
"Chiediamo al Ministro - sostengono i parlamentari - di chiarire se il trasferimento di Persichetti sia dovuto ad esigenze di carattere processuale oppure a criteri discrezionali del ministero, tenendo conto che il penitenziario di Ascoli contiene all'interno un circuito di sorveglianza speciale. Il detenuto Persichetti, infatti, nè soggettivamente nè oggettivamente presenta elementi di rischio e pericolosità per l'ordinamento penitenziario".
R.As.

19 settembre 2002 - ESTRADIZIONE BORTONE: DAI GIORNALI
"La Stampa"
ALTRO CASO DOPO QUELLO PERSICHETTI, DOVRA´ SCONTARE UNA CONDANNA DI ASSOCIAZIONE SOVVERSIVA E BANDA ARMATA Ritorna in Italia un terrorista delle nuove Br L´Alta Corte svizzera dice sì: Bortone sarà estradato
MILANO
Dopo Paolo Persichetti, tocca a Nicola Bortone rientrare in Italia per scontare una condanna per fatti di terrorismo. Ieri la Corte Suprema Svizzera ha infatti concesso l´estradizione per uno dei nomi di spicco delle nuove Brigate Rosse, di cui è considerato tra i 9 fondatori. Irreperibile dal 1992, era stato arrestato proprio in Svizzera dalla polizia italiana lo scorso 10 marzo. Bortone, che ha 45 anni, è stato condannato dalla Corte d´Assise di Roma a 5 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e banda armata, il 18 settembre 2001. Militante delle Br-Pcc (accusate degli omicidi Conti e Ruffilli), risultava inquadrato nella cosiddetta "Struttura Sud", insieme ad Antonio De Luca, Franco La Maestra, Simonetta Giorgieri (che era poi diventata sua moglie), Giuseppe Armanente, Marcello Tammaro Dell´Omo e Alberto Marino. Bortone era stato raggiunto da un mandato di cattura, emesso nel settembre 1989 dal giudice istruttore del Tribunale di Roma, per i reati di associazione sovversiva e banda armata. Era già stato arrestato in Francia, insieme ad altri brigatisti tra cui la Giorgieri, il 2 settembre del 1989, per associazione per delinquere, porto e detenzione illegali di armi, contraffazione di documenti amministrativi ed altri reati. In quell´occasione si era dichiarato "militante rivoluzionario". Il 23 aprile ´92 era stato condannato dal tribunale di Parigi a 3 anni di reclusione, con il divieto, per lo stesso periodo di tempo, di soggiorno in Francia. Al momento della scarcerazione non era stato però estradato e nemmeno espulso, ed aveva eletto domicilio in Francia. Il 3 settembre del ´92 si era sposato con Simonetta Giorgieri e dall´ottobre dello stesso anno risultava irreperibile insieme alla moglie. Il suo nome è tornato alla ribalta delle indagini sul terrorismo per i legami con alcuni esponenti della cellula romana individuata nel maggio del 2001 e sospettata di un coinvolgimento nel delitto D´Antona (oltre che della preparazione di un nuovo attentato). Secondo un rapporto del Ros dei carabinieri, Bortone avrebbe incontrato almeno un esponente di Iniziativa Comunista (in particolare, un contatto si sarebbe svolto a Milano in una stazione della metropolitana), con lo scopo di creare un´alleanza con le nuove leve del brigatismo. Ma in quella circostanza Bortone era riuscito a scomparire nel nulla. Forse in Francia, più probabilmente in Svizzera. Fino al 10 marzo scorso, quando era stato arrestato a Zurigo mentre faceva una telefonata a casa da una cabina pubblica. Al momento dell´arresto risultava impiegato in una ditta di pulizie negli studi di produzione di una televisione locale. Una richiesta di estradizione fatta dall´Italia era stata respinta in prima istanza da un tribunale federale svizzero, che aveva accolto gli argomenti del suo legale, l´avvocato Bernard Rambert. Ma il caso era quindi approdato all´Alta Corte elvetica, che lo ha esaminato per alcune settimane e ieri ha deciso per il suo ritorno in Italia. E´ stato invece trasferito da Rebibbia al carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno l´ex brigatista Paolo Persichetti, estradato dalla Francia il 25 agosto. "Non conosco le motivazioni della decisione presa dal ministero della Giustizia. Persichetti non ha un indice di pericolosità tale da giustificare il trasferimento in un supercarcere", ha commentato il suo difensore Rosalba Valori. "Persichetti ha la famiglia a Roma e questa nuova situazione crea disagi anche all´anziana madre che, per vederlo, dovrà recarsi in una zona non raggiungibile con i mezzi pubblici". Dopo la sua estradizione la magistratura romana ha aperto un procedimento per identificare eventuali responsabili che avrebbero favorito la sua latitanza, durata dieci anni. Perciò nei giorni scorsi sono stati sequestrati un rubrica telefonica, la carta di credito e alcuni telefoni cellulari che l´ex terrorista lasciò nell´ufficio matricola di Rebibbia al suo ingresso in carcere. Brunella Giovara

19 settembre 2002 - SVIZZERA CONFERMA IMMINENZA ESTRADIZIONE BORTONE
ANSA:
Il Tribunale federale svizzero ha confermato oggi di aver autorizzato l'estradizione in Italia del presunto Br Nicola Bortone. L' estradizione dovrebbe essere imminente. Il Tribunale federale ha deliberato sull' estradizione in quanto sola ed unica istanza, ha precisato a Berna il portavoce del competente Ufficio federale della giustizia. Questa procedura e' prevista quando la persona perseguita afferma di esserlo per reati politici. Il portavoce non ha voluto comunicare la data esatta dell'estradizione. Bortone, 45 anni, irreperibile dal '92, era stato arrestato a Zurigo il 10 marzo scorso. E' considerato tra i fondatori delle nuove Br. La domanda formale di estradizione di Bortone era stata inoltrata dall'Italia a Berna lo scorso 26 marzo.

20 settembre 2002 - SVIZZERA ESTRADA NICOLA BORTONE
ANSA:
La Svizzera ha estradato Nicola Bortone in Italia. Questa mattina, l'uomo accusato di appartenere alle Brigate rosse e' stato consegnato alle autorita' italiane alla frontiera di Chiasso. Ne ha dato notizia a Berna il competente Ufficio federale di giustizia. Bortone e' stato preso in consegna alla frontiera da agenti dell' Ucigos e della Digos di Roma. Sara' portato in un carcere del centro Italia. La domanda formale di estradizione di Bortone era stata inoltrata dall'Italia a Berna lo scorso 22 marzo e si fondava su un'ordine d'arresto emesso il 12 settembre 1989 dal Tribunale di Roma per i reati di promozione, costituzione ed organizzazione di associazione eversiva dell'ordine costituzionale e di banda armata. Per i medesimi reati - ricorda l'Ufg in un comunicato - il 18 settembre 2001 Bortone e' stato condannato in contumacia dall Corte di Assise di Roma a una pena di cinque anni e mezzo di reclusione. La decisione sull'estradizione di una persona perseguita compete all'Ufg, "se tuttavia la persona in questione fa valere di essere ricercata per un reato politico o se nell'istruzione appaiono seri motivi per concludere al carattere politico dell'atto - spiega l'Ufg - la decisione spetta al Tribunale federale, massima istanza in Svizzera. Poiche' Bortone ha sostenuto che nel suo caso si ponesse la questione del carattere politico dell'atto, il 23 luglio scorso l'Ufg aveva trasmesso gli atti al Tribunale federale chiedendo che l'estradizione venisse autorizzata". Il Tribunale federale ha autorizzato l'estradizione di Bortone mercoledi' scorso. Sara' detenuto in un carcere marchigiano Nicola Bortone, estradato oggi dalla Svizzera. A quanto si e' appreso, non si tratterebbe del supercarcere ascolano di Marino del Tronto, dove nei giorni scorsi e' stato trasferito dal carcere romano di Rebibbia Paolo Persichetti, accusato di aver parto parte delle Ucc, estradato dalla Francia nelle scorse settimane.

21 Settembre 2002 - ESTRADIZIONE BORTONE: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
I carabinieri: "Bortone spesso in Italia nel 2000
Preparò un attentato con le nuove Brigate rosse"
ROMA - I carabinieri del Ros ne erano convinti all'epoca, e continuano a esserlo: Nicola Bortone (nella foto) sarebbe stato in Italia più volte nel 2000 per progettare un attentato. Bortone, esponente delle nuove Br, avrebbe avuto contatti con gli irriducibili delle carceri grazie ad alcuni insospettabili: quei militanti di Iniziativa Comunista arrestati nel maggio del 2000 con l'accusa di essere fiancheggiatori delle Br-Pcc.
Oggi che Bortone è stato estradato in Italia, e rinchiuso in un carcere delle Marche, i carabinieri del Ros intendono ripercorrere il filone di indagini che ha portato a ipotizzare una saldatura tra le vecchie Br e le nuove leve, responsabili degli omicidi D'Antona e Biagi. Un'indagine il cui fulcro consiste nell'attentato in preparazione nel maggio 2000, quando Bortone si sarebbe incontrato nella metropolitana di Milano con Luca Ricaldone, componente di Iniziativa comunista poi arrestato.
Ieri voci sull'iscrizione di Bortone nel registro degli indagati nell'ambito dell'inchiesta D'Antona si sono susseguite, ma senza conferma ufficiale. Bortone deve scontare una condanna a tre anni e mezzo, ma ha già scontato sei mesi e con i benefici di legge potrebbe tornare libero tra un anno e mezzo. Quindi non ha alcun motivo per rispondere a domande sull'omicidio D'Antona, che potrebbero peggiorare la sua posizione.

24 settembre 2002 - ITALIA-FRANCIA: 14 I BRIGATISTI DA ESTRADARE ?
"Il Piccolo"
I ministri della Giustizia Perben e Castelli avevano negato l'esistenza di elenchi. "Un'infamia", dice Danielle Mitterrand
Parigi: 14 i brigatisti da estradare
France 3 rivela una lista di fuoriusciti italiani che non saranno più protetti
PARIGI - Al ministero della Giustizia francese c'è una lista di 14 rifugiati italiani che potrebbero essere rispediti in Italia. Lo ha reso noto ieri l'emittente tv France 3 in un breve servizio, in cui smentisce le dichiarazioni dei ministri della Giustizia francese e italiano secondo le quali non sono state compilate liste.
Nel loro incontro dell'11 settembre a Parigi, Dominique Perben e Roberto Castelli avevano affermato di aver soltanto deciso "il metodo" e "la piattaforma tecnica su cui lavorare", escludendo di aver parlato di nomi o di liste.
France 3, che non cita le fonti, sostiene invece che esiste un elenco di 14 fuoriusciti richiesti dall'Italia, "i cui casi sono all'esame". Si tratta, secondo la rete televisiva, di Giovanni Alimonti, Enrico Villimburgo, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Maurizio Di Marzio, Vincenzo Spano, Massimo Carfora, Walter Grecchi, Marina Petrella, Giorgio Pietrostefani, Giovanni Vegliacasa, Cesare Battisti, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli.
"È un'infamia", ha detto Danielle Mitterrand alla conferenza stampa in favore degli ex brigatisti degli Anni di Piombo, testimoniando la sua discesa in campo in difesa dei rifugiati a rischio di estradizione per l'abbandono della promessa fatta nel 1985 dal marito, allora presidente della Repubblica, di non estradare gli ex terroristi che avessero voltato pagina con il passato.
"Tradita? No, io non mi sento tradita, ma i francesi sì, e anche coloro che oggi non si possono più sentire al riparo, perchè si è alla mercè delle complicità politiche del momento".

 24 settembre 2002 - SENTENZA RAPINA VIA PRATI DI PAPA: BR IRRIDUCIBILI RIVENDICANO UCCISIONE BIAGI
"Il Nuovo"
Biagi, Br in aula: "L'attacco ha indebolito Berlusconi"
Due documenti letti in aula dai brigatisti imputati per l'omicidio di due agenti, in via Prati di Papa a Roma nel 1987. Sono stati inflitti sette ergastoli e un'assoluzione per l'assalto al furgone.
ROMA - Sette ergastoli sono stati inflitti dalla seconda Corte d'Assise di Roma per l' assalto di un gruppo di brigatisti a un furgone postale in via Prati di Papa a Roma che il 14 febbraio 1987 costò la vita a due agenti di polizia . Soltanto uno degli imputati è stato assolto. Resta invece senza responsabili l'omicidio del generale della Nato Leamon Ray Hunt del 15 febbraio del 1984, per il quale erano imputati Barbara Balzerani e Paolo Cassetta che sono stati assolti dalla Corte d'Assise.
Stamane, in aula, una nuova clamorosa dichiarazione di appoggio al delitto Biagi è stata letta in aula dai brigatisti irriducibili condannati in primo grado per la strage di via Prati di Papa. In due documenti Stefano Minguzzi e Fabio Ravalli, a conclusione del processo, hanno sostenuto che: "Il nostro attacco contro Marco Biagi ha indebolito l'Esecutivo Berlusconi, colpendo Biagi è stato colpito l'ideatore e il promotore delle linee riformatrici che puntano allo sfruttamento del lavoro salariale. Biagi con il suo libro bianco è stato l'artefice delle regole di sfruttamento del proletariato".
Il pm Franco Ionta lo scorso 8 luglio aveva chiesto otto ergastoli per Fabio Ravalli, Maria Cappello, Stefano Minguzzi, Francesco Grilli, Tiziana Cherubini, Flavio Lori, Vincenza Vaccaro e Michele Mazzei. Per un altro imputato, Tonino Foss, il pm aveva chiesto invece il proscioglimento perché già giudicato e condannato all'ergastolo.
I brigatisti erano tutti presenti in aula. stamane Quando il loro avvocato Attilio Baccioli, ha finito di parlare hanno chiesto la parola. Il primo a leggere un lungo documento è stato Stefano Minguzzi: "A nome dei militanti prigionieri delle Br-Pcc dico che solo questa organizzazione ha la legittimità storico-politica per prendere la parola sullo scontro di classe il cui esempio tipico è rappresentato da questo processo condotto stancamente e celermente. Il nostro rapporto con lo Stato e la giustizia borghese è un rapporto di guerra, noi rispondiamo solo al proletariato".
Fabio Ravalli ha poi parlato di "lotta armata come soluzione proletaria alla crisi dell'economia borghese e imperialista dello Stato che vuole consolidare l'arretramento della posizione del proletariato". Duri attacchi in entrambi i documenti a governo Berlusconi e Confindustria. Parlando dello "scontro in cui il proletariato misura le proprie forze" i due brigatisti hanno detto che "il 19 marzo c'è stato il solo modo per far pesare gli interessi di classe". I due documenti sono stati poi acquisiti dalla Corte d'assise presieduta da Renato D'Andria.
Il pm Franco Ionta, nel motivare la richiesta di condanna all'ergastolo degli imputati tutti esponenti del comitato esecutivo delle Br-Pcc, ha citato come prove della loro colpevolezza il ritrovamento delle armi usate per l'agguato in cui morirono gli agenti di polizia Rolando Lanari e Giuseppe Scravaglieri (un terzo, Pasquale Parente, rimase gravemente ferito), il loro inserimento nella contabilità legata all'utilizzazione del bottino (un miliardo e cento milioni di lire), il loro ruolo nella stesura e diffusione del documento di rivendicazione.
Per quanto riguarda invece la vicenda dell'omicidio del generale della Nato Leamon Ray Hunt avvenuto il 15 febbraio 1984, Ionta aveva invece sollecitato l'assoluzione di Barbara Balzerani e di Paolo Cassetta per "non aver commesso il fatto". Secondo Ionta, l'attribuzione ai due imputati del solo ruolo nella rivendicazione non configura una loro responsabilità diretta nell'agguato.

25 settembre 2002 - PERSICHETTI: ASCOLTATE COSSIGA
"La Stampa"
PARLA L´EX BRIGATISTA ESTRADATO DALLA FRANCIA: "APPREZZO LA MISURA DELLA SIGNORA GIORGIERI. CHI SOFFRE MERITA RISPETTO, E HO IL PUDORE DI NON DISTURBARE" Persichetti: politici ascoltate Cossiga "Sull´amnistia lui e Macaluso gli unici a essere lucidi dopo il mio arresto" "Io vittima di un´Europa antigiuridica, la stessa denunciata da Tremonti"
L´UOMO che parla da una cella del "braccio ordinario" del carcere di Marino del Tronto è Paolo Persichetti, il brigatista condannato per l´assassinio del generale Giorgieri ed estradato a fine agosto dal governo neogollista di Jean-Pierre Raffarin. Poco distante, in questo edificio, ci sono le stanze che hanno ospitato, negli anni, il "criminologo" delle Br Giovanni Senzani, il padrino della Nuova Camorra Raffaele Cutolo, l´attentatore del papa Ali Agca e, adesso, il boss dei boss, Totò Riina. Persichetti, al contrario dei precedenti "ospiti" illustri, è stato fatto accomodare nella sezione comune. Gli è stato permesso di scrivere e ricevere posta. Non gli è stato dato un computer. Lo conforta, dice, "l´insurrezione dell´opinione pubblica transalpina, ogni giorno ricevo decine di lettere da cittadini francesi scioccati che mi esprimono caldamente solidarietà". Anche Le Monde s´è esposto in sua difesa. Ciononostante, a detta dell´emittente pubblica France 3 esiste già una lista di quattordici latitanti che potrebbero andare a fargli compagnia. In testa: Giorgio Pietrostefani, condannato a ventidue anni come mandante dell´omicidio del commissario Calabresi. Nella prima intervista, concessa per iscritto, dopo il rientro forzato in Italia, Persichetti spiega di non credere che quelle estradizioni verranno eseguite: "La Francia ha già fatto marcia indietro di fronte alla reazione indignata della sua opinione pubblica". Chiede ai politici di ascoltare Cossiga, tra i pochi ad aver detto "cose lucide" suggerendo la soluzione-amnistia. Critica con accenti aspri i "professionisti della dissociazione" alla Sergio Segio, "stanno ancora pagando le cambiali della libertà". Sostiene di aver sperimentato, sulla sua pelle, l´esattezza dell´analisi svolta dal ministro Tremonti sulla Stampa, "anch´io temo stia prendendo forma un´Europa profondamente antigiuridica". Ostinati silenzi arrivano, invece, se gli chiedete di dire cosa pensi dell´omicidio di Marco Biagi e di quelle "nuove Br" da cui, pure, s´è già professato arcidistante; oppure dell´agguato che portò alla morte del generale dell´Aeronautica Licio Giorgieri. Quel passato, par di capire, per il ricercatore di scienze politiche a Paris VIII è un mondo chiuso, finito.
Persichetti, che pensa dell´accordo sulle estradizioni firmato dal Guardasigilli Castelli con il collega Perben?
"Il grande evento simbolico che doveva rappresentare l´incontro dell´11 settembre è finito in una merenda a "pizza e fichi". La Francia ha chiaramente fatto marcia indietro di fronte alla reazione indignata della sua opinione pubblica. Ha monitorato la situazione giuridica dei fuorusciti e ha scoperto che tutte le loro pendenze penali erano precedenti al 1982. Così ha stabilito questa data come una soglia invalicabile".
E perché Parigi farebbe marcia indietro?
"Chirac deve tener conto dell´umore degli elettori di sinistra che tanta parte hanno avuto nella sua rielezione plebiscitaria. Forse l´Eliseo non era nemmeno al corrente di quanto stavano realizzando i balladuriani Sarkozi e Perben. Smentita nella forma, la dottrina Mitterrand è stata confermata nella sostanza".
Lei in che circostanze è stato fermato? E perché soltanto oggi?
"Potevano venire a casa, ma hanno scelto di prendermi in strada, nell´ultimo fine settimana di agosto, in una Francia ancora distratta. Un sabato sera alle 20,25, in un luogo isolato, una zona d´uffici, deserta a quell´ora. Sono stato caricato in macchina, mi è stato impedito di avvisare i miei legali e verso mezzanotte ero già in viaggio per l´Italia. Più che un trasferimento sembrava un "rapimento". Quando in Francia s´è scatenata la riprovazione mediatica, era ormai troppo tardi. La mano degli inquirenti francesi è stata sapientemente forzata facendo balenare sulla mia testa il sospetto per gli ultimi attentati".
Eppure il Viminale ha invitato a non fare collegamenti tra vecchie e nuove Br, tra lei e gli assassinii di D´Antona e Biagi. Lei condanna questi omicidi?
"Di sicuro gli Interni hanno instillato il dubbio su un mio collegamento con gli ultimi attentati attraverso il "teorema dei quarantenni" che appassiona il risiko investigativo a cui giocano alcuni inquirenti. Reo di avere quarant´anni, e per giunta di mostrarne anche meno, ero la preda migliore da incasellare in questa tipologia del sospetto. Poi dopo le dimissioni di Scajola e il buco clamoroso di San Petronio avevano bisogno di fabbricare un "grande successo operativo"".
Ma gli omicidi? Almeno un´idea sulle nuove Br ce l´avrà. Chi milita in queste formazioni?
"La semplice riappropriazione di una sigla rubata dal museo della storia non vuol dire nulla. Le nuove Br sono solo un logo ad alto contenuto simbolico, che offre maggiore e immediata visibilità. La pubblicità insegna: altro che vecchie Br, qui siamo al postmoderno. Invece il gruppo per la cui appartenenza fui condannato, ovvero Br-Udcc, s´è autodisciolto nel 1989, dichiarando "concluso il ciclo politico della lotta armata" e aperto il "passaggio alla lotta politica aperta e di massa""
Forse è un po´ poco agli occhi di chi ha perso parenti e amici. A loro l´estradizione - tanto più in un´Europa comunitaria - sembrerà normalissima, non crede?
"La mia estradizione è solo un piccolo tassello di un fenomeno più vasto e inquietante che sta inquinando dalle fondamenta l´edificio europeo: la giudiziarizzazione della società come modello di governo. La politica di massa, sia quella radicale che quella riformista, sta morendo spodestata dal protagonismo dei poteri finanziari e delle procure. Prende forma un´Europa profondamente antigiuridica, in cui la partecipazione democratica è del tutto superficiale, modellata sugli interessi dei circoli d´affari: lo ha detto persino Tremonti, sul vostro giornale. Anche il mandato europeo nasce tra le asimmetrie più stridenti dei codici penali".
Era l´obiezione sollevata agli altri paesi Ue dal governo di centrodestra italiano.
"Preoccupazione sensata. Per le profonde diversità dei criteri di formulazione della prova. Per le differenze tra riti accusatori e inquisitori. Per le disparità delle pene".
Toni Negri si augura che il suo arresto possa riaprire la discussione sull´amnistia: sarebbe uno strumento utile per chiudere con gli "anni di piombo"?
"Cos´altro fare, quando un paese vede un´area sociale che supera il milione - di cui almeno centomila militanti - alimentare per oltre un decennio ripetute ondate di movimenti contestatori, sovversivi e armati? Dopo la prima risposta giuridico-militare, logica e buon senso vorrebbero che sopraggiungesse una gestione politica della vicenda. Chiusa l'eccezione, si ripristina la norma comune, sanando l´eccesso. Cossiga, Macaluso, Erri De Luca, gli unici che hanno detto cose lucide dopo la mia estradizione, parlano nel vuoto come profeti nel deserto".
Sergio Segio ha accusato Oreste Scalzone di aver fatto mancare, in questi anni, una esplicita dissociazione. Scalzone gli ha risposto "non ho niente da cui dissociarmi". Lei come considera la questione della dissociazione?
"Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà. Mi ricorda una frase di Kundera rivolta a coloro che per un po´ di futuro hanno venduto il loro passato. La dissociazione è stata uno dei prodotti più velenosi dell´emergenza. Non punisce il passato del militante - i reati commessi - ma il presente carcerario, le sue opinioni. Risultato: Paolo Maurizio Ferrari, condannato per reati associativi, è in galera da ventotto anni. Segio, reo confesso di numerosi omicidi, è in libertà".
Persichetti, come le pare la sinistra politica italiana?
"Ha navigato a vista, fatto giravolte, cambiato giacca, eleggendo di volta in volta nemici di turno - Andreotti o Craxi - per finire sempre col mangiare nel piatto dove sputava. Il craxismo è diventato parte integrante della cultura della maggioranza diessina: hanno cavalcato il giustizialismo, senza accorgersi che apriva la strada all´egemonia berlusconiana".
I girotondi?
"La manifestazione del 14 settembre è stata un frullato di istanze confuse e stati d´animo fugaci. Nanni Moretti è un berluschino in sedicesimo, anche lui ricorre alle proprie risorse aziendali per fare politica. Dov´è la differenza, se non nelle proporzioni?"
In definitiva, prende le distanze oggi dell´uso della violenza come strumento di lotta politica? Di recente ha criticato il "dogmatismo non violento" di certi no global...
"Ma di quale violenza si sta parlando? A differenza dei loro maestri non violenti - Gandhi e Thoreau - i no global condannano la violenza dei deboli che bruciano cassonetti, ma non hanno il coraggio di disobbedire ai veri divieti dei forti". L´intervista è finita. Paolo Persichetti è un uomo "in cattività", dunque torna in cella. Vuole dire, infine, qualcosa alla vedova del generale Giorgieri, assassinato il 20 marzo 1987 da un commando delle Br-Udcc: "Ho apprezzato la misura mostrata dalla signora Giorgieri. Chi soffre merita rispetto e del rispetto fa parte anche il pudore di non disturbare. Quanto al dialogo, è prerogativa d