Almanacco dei misteri d' Italia
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notizie del 10 marzo |
10 marzo 2003 - CIAMPI: INAUGURATA FONDAZIONE MARCO BIAGI
ANSA:
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha scoperto la targa su cui c' e' scritto "Fondazione Marco Biagi". Con questo atto e' stata ufficialmente inaugurata, nella facolta' di Economia e Commercio dell' universita' di Modena, al Foro Boario, la Fondazione che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle Br a Bologna il 19 marzo 2002. Al suo arrivo Ciampi e la signora Franca sono stati salutati da un lungo applauso.
Alla cerimonia non hanno potuto avere accesso i giornalisti ma solo i fotocineoperatori, per espresso desiderio della vedova. La Fondazione occupa le aule 39, 41 e 43, attigue alla 45 che fu l' aula del professor Biagi e che ora e' occupata dal suo allievo Michele Tiraboschi. E' il lato sinistro del corridoio di Economia, di fronte alla biblioteca, la numero 50. La targa, in ottone, e' posizionata tra le aule 39 e 41.
Nell' ingresso al piano terra un folto gruppo di cittadini, alcuni dei quali hanno esposto cartelli con la scritta: "Ciampi ricorda l' articolo 11", in relazione all' impegno della Costituzione italiana che ripudia la guerra. Ciampi, entrando nell' androne, si e' fermato davanti al cartello, lo ha letto e con il capo ha fatto cenno di si'. Un altro cartello riportava invece la scritta: "Meno soldi agli armamenti, piu' soldi all' istruzione".
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha incontrato privatamente la vedova del professor Marco Biagi in una saletta della Fondazione, a Modena, attigua all' ufficio del giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse. All' incontro era presente l' allievo del docente, il prof. Michele Tiraboschi.
All' incontro privato di Ciampi e della signora Franca con Marina Orlandi Biagi, il prof. Michele Tiraboschi e il gruppo dei piu' stretti collaboratori del docente scomparso, nella sede della Presidenza della Fondazione, hanno assistito anche il rettore Gian Carlo Pellacani, il preside della facolta' di Economia di Modena prof. Andrea Landi, il direttore amministrativo dell' Ateneo Paola Reggiani Gelmini, i direttori dei dipartimenti universitari di Economia aziendale, Elisabetta Gualandri, e di Economia politica, Giuliano Muzzioli.
Durante l' incontro, protrattosi per una ventina di minuti - informa un comunicato dell' Universita' - al Presidente della Repubblica e' stata consegnata dal Rettore una targa riproducente il Sigillo d' oro dell' Ateneo con una breve dedica a ricordo della giornata, una copia del manuale di 'Istituzioni di diritto del lavoro', opera del prof. Marco Biagi, e il volume 'Morte di un riformista', di cui e' autore il prof. Tiraboschi.
Dalle mani di Marina Orlandi Biagi, Presidente della Fondazione, il Capo dello Stato ha ricevuto poi la copia numero 1 dello Statuto della Fondazione, che verra' ufficialmente presentato nel corso dell' iniziativa programmata dall' Universita' di Modena e Reggio e dalla Fondazione Marco Biagi all' Auditorium della Chiesa San Carlo di Modena, in occasione del primo anniversario della morte del docente.10 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
L'impronta genetica del terrorista ucciso sul treno confrontata senza risultato anche con i reperti trovati sul luogo dell'omicidio del giuslavorista bolognese
Delitto D'Antona: nessuna traccia del Dna di Galesi
Proseguono i controlli sui testimoni ma per le analisi su Nadia Lioce è necessario il suo consenso e un incidente probatorio. Il ministro Martino: "Le Br rialzano la testa"
ROMA - Poteva essere la prova decisiva. L'elemento determinante per avere la certezza che Mario Galesi, il terrorista ucciso durante la sparatoria di una settimana fa sul treno Roma-Firenze, fosse proprio uno degli assassini di Massimo D'Antona o di Marco Biagi. E invece i primi risultati dei test sul Dna sono negativi. La comparazione tra il codice genetico del brigatista e quelli ricavati dai reperti trovati sui luoghi dei due attentati non coincidono. Gli investigatori compiranno esami ulteriori, ma il verdetto sembra definitivo. Nulla, almeno ufficialmente, si sa invece su Nadia Desdemona Lioce. Per effettuare i prelievi ci vuole il consenso dell'indagata ed è necessario compiere le analisi in sede di incidente probatorio ma nessuna procura ha presentato richiesta al Gip. Si cercano dunque altre prove, nuovi riscontri sul ruolo avuto da Galesi e Lioce negli omicidi dei due giuslavoristi e all'interno dell'organizzazione terroristica che, come ha sottolineato ieri il ministro Antonio Martino "sta rialzando la testa". All'Accademia militare di Modena, il titolare della Difesa ha elogiato il generale di brigata dei Carabinieri Umberto Rocca, che nel 1975 per liberare l'industriale Vallarino Gancia sequestrato dalle Br, perse un braccio e restò cieco da un occhio.
Gli inquirenti non si sono mai illusi sulla possibilità che la verità sarebbe arrivata dai test scientifici, ma c'è comunque delusione per l'esito negativo. Anche perché le tracce di Dna rilevate dopo gli agguati erano moltissime e avevano consentito di tracciare numerosi profili genetici, compresi quelli di almeno due donne. In via Salaria a Roma, dove il 20 maggio 1999 fu ucciso D'Antona, erano stati "repertati" mozziconi di sigarette. Nei furgoni utilizzati dal gruppo di fuoco erano stati trovati invece capelli e tracce organiche. Cicche, gomme da masticare e altri oggetti furono portati via anche da via Valdonica - Biagi fu assassinato sotto la sua casa bolognese il 19 marzo 2002 -, ma anche in questo caso la comparazione non è stata positiva.
Adesso si tornano ad "esplorare" i computer palmari sequestrati ai due terroristi e ad esaminare i racconti dei testimoni. A Bologna due persone hanno riconosciuto Galesi come l'uomo notato nei giorni precedenti l'agguato nella strada dove abitava Biagi e "forse anche quella sera". Un altro ha giurato che fosse proprio Lioce la donna vista il 19 marzo mentre faceva da "palo" al commando. A Roma le "ricognizioni" non hanno invece avuto lo stesso esito. Nessuno dei testimoni ha infatti riconosciuto i due brigatisti. Del resto sono trascorsi quasi tre anni, la fisionomia dei due può essere cambiata e in ogni caso i killer di D'Antona indossavano il cappello.
Sul fatto che dietro i due omicidi ci sia la stessa firma, gli inquirenti non sembrano comunque avere dubbi. La pistola utilizzata è la stessa: un particolare che fa ipotizzare l'esistenza di un'unica organizzazione. Ma ciò non vuol dire che anche i componenti del gruppo di fuoco siano gli stessi. Anzi. Nel volantino di rivendicazione dell'omicidio Biagi, le nuove Brigate Rosse parlarono di un "nucleo" che aveva agito a Bologna. Un'indicazione che secondo gli analisti dimostrerebbe l'esistenza di "commandi diversi" guidati però da un'unica strategia.
Fiorenza Sarzanini"Il Corriere della sera"
Caso Biagi, indagini su cinque numeri telefonici
Caccia alle utenze da cui partirono le minacce al docente assassinato. L'allarme fu archiviato per un errore nei tabulati
DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA - Non è solo la caccia ai complici e ai fiancheggiatori dei due bierre Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi a tenere impegnati gli inquirenti. Oltre ai nomi e ai numeri di telefono trovati nei foglietti in possesso dei due brigatisti coinvolti nella sparatoria sul treno Roma-Firenze, sui tavoli della Procura di Bologna c'è anche qualcos'altro. Si tratta di quattro-cinque utenze telefoniche che, oltre a confermare la fondatezza delle numerose minacce denunciate dal giuslavorista Marco Biagi nei mesi precedenti il suo omicidio, quando disperatamente chiedeva di poter riavere la protezione che gli era stata revocata, potrebbero offrire interessanti indicazioni sull'ambiente e sugli eventuali aiuti di cui hanno beneficiato i terroristi. Di quelle telefonate intimidatorie, il consulente del ministro Maroni riferì, oltre che agli investigatori, anche ad amici, colleghi e alti rappresentanti dello Stato. Ma le massime autorità di sicurezza bolognesi, così come gli uffici competenti del Viminale, archiviarono la pratica come "inesistente", non essendo stati trovati riscontri nei tabulati.
Ora, a distanza di un anno dall'assassinio Biagi, una successiva perizia telefonica, disposta mesi fa dalla Procura di Bologna nell'inchiesta sulla mancata scorta al giuslavorista, ha accertato che quelle minacce non erano affatto "inesistenti" o, come qualcuno arrivò ad insinuare, "un'invenzione" dello stesso giuslavorista. Esistono effettivamente - nei giorni, nelle ore e agli apparecchi telefonici indicati da Biagi nelle sue denunce - quattro, cinque chiamate. E se fino ad ora non erano emerse, ciò dipende in gran parte da una serie di inesattezze contenute nei primi tabulati inviati dalle compagnie telefoniche ai magistrati: "buchi" e lacune principalmente dovuti a problemi di carattere tecnico.
Gli inquirenti tentano ora di risalire alle utenze e ai loro intestatari. Anche se è tutto da dimostrare che vi sia un collegamento tra gli autori delle minacce e il commando bierre che uccise Biagi. Come sottolinea più di un investigatore, "non rientra infatti nella storia e nel modus operandi dei brigatisti mettere sul chi vive i propri bersagli". Anche altre piste vengono battute, non esclusa quella degli ambienti accademici bolognese e modenese (dove Biagi insegnava). Proprio all'Università di Modena oggi il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, inaugurerà la Fondazione intitolata a Biagi.
Cinque furono le telefonate di minaccia denunciate dal docente. Si concentrano tra il 20 luglio e il 15 ottobre del 2001. Proprio i mesi in cui gli venne revocata la tutela a Milano, Roma, Bologna e Modena. Le chiamate intimidatorie (del tenore: "Se scrivi ancora te la faremo pagare...", "Ho visto i tuoi angeli custodi andare via...", "Te ne vai a Roma da solo adesso?") l'hanno raggiunto ovunque: due nell'abitazione bolognese, una sul cellulare, una nella casa a Marina di Ravenna, un'altra a Pianoro. L'indagine, aperta a fine estate 2001, fu archiviata senza risultati nel febbraio 2002, un mese prima che Biagi venisse assassinato. Dopo la sua morte, fu aperta un'inchiesta sui motivi della mancata scorta, nella quale furono indagati il capo dell'Antiterrorismo Carlo De Stefano, il suo vice Stefano Berrettoni, il prefetto di Bologna Sergio Iovino e il questore Romano Argenio. Quest'ultimo si difese, sostenendo che "l'attività investigativa consentiva di escludere la ricezione di quattro delle cinque telefonate, mentre la quinta, della durata di 9 secondi, non si conciliava con il contenuto denunciato dal professor Biagi...".
Francesco Alberti"Il Nuovo"
Br: "Rivendicazione da baci Perugina", la Procura ricorre
Sarà proposto appello contro la sentenza di proscioglimento dei militanti che rivendicarono l'omicidio Biagi in Tribunale. Per il pm e il gup non era idonea a fare propaganda sovversiva.
MILANO - La rivendicazione dell'omicidio di Marco Biagi uguale ai baci perugina: così quattro militanti erano stati assolti per aver letto in un'aula di Tribunale un documento di rivendicazione. Adesso, la Procura intende ricorrere in appello.
Allora era stato lo stesso pm a chiedere il proscioglimento, con questa singolare definizione e aveva, perfino, convinto il giudice che li aveva prosciolti. Ma la sentenza, che al momento era sembrata solamente imprevedibile, appare bollente alla luce dell'arresto di Desdemona Lioce e di un nuovo possibile attentato contro un uomo del Governo, legato alla riforma del Lavoro.
Così il Tribunale di Milano, dove è stata pronunciata la sentenza, si è fatto incandescente e il pm che ha chiesto il proscioglimento si trova in una difficile posizione: la stessa Procura intende ricorrere in appello contro al sentenza pronunciata dal gup Cristina Mannocci. La decisione era già emersa nei giorni scorsi dopo una riunione del pool antiterrorismo e i procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando Pomarici che non avevo condiviso l'orientamento giurisprudenziale del pm. Adesso la decisione sembra sul punto di formalizzarsi. Secondo il pubblico ministero, Francesco Aiosa, Cesare Di Lenardo, Stefano Minguzzi e Ario Pizzarelli (i quattro irriducibili imputati a Milano), avevano portato in un aula un documento di rivendicazione "non idoneo, perché di difficile comprensione all'esterno a configurare il reato di propaganda sovversiva". E sostanzialmente le sue motivazione erano state accolte dal gup.
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