Almanacco dei misteri d' Italia
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notizie del 14 marzo |
14 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Il Nuovo"
La Lioce indagata per l'omicidio Biagi
La brigatista arrestata dopo la sparatoria sul treno è finita nel registro degli indagati della Procura di Bologna per l'omicidio del giuslavorista.
BOLOGNA – Nadia Desdemona Lioce, la brigatista arrestata dopo la sparatoria sul treno che collega Roma con Firenze, in cui ha perso la vita un sovrintendente di polizia, Emanuele Petri, è indagata per l’omicidio del giuslavorista Marco Biagi.
ll suo nome è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bologna.
A un anno dall'omicidio del consulente del Ministro del Welfare, la svolta. E' solo con la sparatoria del 2 marzo sul treno Roma-Firenze, infatti, che il cerchio si stringe. Le indagini si concentrano sui nomi di Nadia Desdemona
Lioce, ora in carcere a Firenze per l'omicidio dell'agente della Polfer Emanuele Petri, e di Mario Galesi, morto per le conseguenze della sparatoria sul treno. Fondamentale il contributo dei testimoni; uno di loro, subito dopo l'assassinio iutò gli inquirenti tracciando un identikit che somiglia in modo impressionante a Galesi e che descriveva un uomo visto almeno in un paio di occasioni nei giorni precedenti l'agguato sotto casa Biagi, in via Valdonica, a Bologna.
Dopo la sparatoria sul treno, le testimonianze si sono fatte più circostanziate e precise. Quando la foto del brigatista ucciso e della terorista arrestata sono cominciate a circolare su giornali e tv, le telefonate hanno intasato i centralini della questura bolognese e non solo. Anche Nadia Lioce è stata vista nel capoluogo emiliano sia prima che dopo l'omicidio. Gli inquirenti sono convinti che per preparare e portare a termine l'assassinio di Biagi tutti i brigatisti abbiano partecipato all'omicidio. Pochi e agguarriti, ''non sembrano in condizione di lasciare a casa qualcuno in un'azione come questa''.
Fino alla sparatoria del treno le indagini sull'omicidio avevano fissato alcuni punti fermi: quattro identikit e l' arma del delitto.
L' incrocio dei dati tra le due squadre di investigatori di Polizia e Carabinieri aveva portato a una scrematura: erano rimasti quattro volti di uomini (non c' erano facce femminili) che avrebbero avuto ruoli diversi nell'attentato. Due disegni ritraggono quelli che potrebbero essere stati i basisti. Il terzo, il possibile esecutore materiale dell'omicidio. Il quarto disegno, infine, è quello che porta a Galesi. Allo studio degli investigatori ci sono state a lungo le immagini registrate dalle telecamere della stazione ferroviaria, dove il professor Biagi, arrivato da Modena, fu pedinato da chi, poi, avvisò il commando che lo aspettava in via Valdonica.
Nelle immagini c'era anche un volto che poteva essere quello di Galesi, ma la perizia antropometrica ha escluso che si sia trattato del brigatista. Negativo anche il risultato dell'esame del Dna. Il confronto tra il codice genetico ricavato dai mozziconi di sigaretta raccolti il 19 marzo di un anno fa, in via Valdonica, non ha trovato corrispondenza in quello di Galesi.
Quanto poi all' arma usata, la comparazione delle ogive fatta dai Carabinieri del Ris ha ormai accertato che a uccidere Marco Biagi e Massimo D' Antona è stata la stessa pistola. Non c'è invece certezza sulla marca e modello dell' arma, anche se i carabinieri, in base alle 'striature' lasciate dalla canna, hanno stilato un elenco di probabili pistole: tra le altre, la Makarov calibro 9, fabbricata all' Est e di facile reperibilità sul mercato nero, e la Franchi-Llama. I proiettili usati sarebbero i Seller and Bellot, di fabbricazione ceca.
Decine le perquisizioni ordinate nei mesi scorsi dalla Procura di Bologna, sia nel capoluogo emiliano che a Padova, nella provincia di Udine, a Mogliano Veneto e a Bassano del Grappa. Ora, l'iscrizione della Lioce nel registro degli indagati. La notizia era nell'aria da qualche giorno. La decisione, forse, anche in conseguenza della richiesta di avocazione avanzata dalla Procura di Roma."Il Messaggero"
PIAZZALE CLODIO
Il procuratore Vecchione: "C' è stata continuità e unità di progettazione"
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - "Unità di progettazione e continuità nel tempo". Per la Procura di Roma, le nuove Brigate rosse hanno nella Capitale un centro di interesse predominante. Esistono tutta una serie di elementi legati al delitto di Massimo D'Antona che portano a Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. Ed è questa la ragione per cui, dopo poco più di dieci giorni dalla sparatoria sul treno Roma-Arezzo, il procuratore della Repubblica Salvatore Vecchione e i suoi sostituti Franco Ionta e Pietro Saviotti hanno deciso di inviare la richiesta ufficiale di rimessione degli atti ai colleghi di Firenze e Bologna. A piazzale Clodio ritengono sia giusto che gli uffici giudiziari della capitale indaghino anche sul delitto di Marco Biagi, proprio perché successivo all'omicidio di D'Antona e comunque a questo strettamente collegato.
La decisione di avanzare la richiesta pur sapendo quante polemiche questa avrebbe scatenato, è stata presa nel tardo pomeriggio di mercoledì, quando dall'ufficio di Vecchione è partito il fax diretto al Nord. Per i magistrati romani esisterebbe un problema di competenza territoriale sviluppato nell'articolo 12 del codice di Procedura penale che regola i "casi di connessione" dei reati. Ma oltre alla ragione strettamente giuridica, ci sarebbero anche altri elementi: innanzitutto la pistola che ha sparato a Roma e a Bologna è la stessa, una calibro 9 corto. E ancora: sono state concertate nella capitale le rapine e gli omicidi messi a segno negli ultimi anni. Sempre a Roma sono stati rubati motorini e furgoni usati dalle br per operare, oltre al famoso covo dove la Lioce e Galesi avrebbero trovato rifugio, che gli uomini della Digos stanno cercando nella zona tra San Lorenzo e il Tiburtino.
La richiesta firmata da Vecchione segue uno scambio di contatti e telefonate che i magistrati hanno avuto in questi giorni. L'esigenza di indagare in fretta per non perdere indizi preziosi deve aver trovato un forte ostacolo nella mancanza di coordinamento tra i pm. Il problema si era già posto subito dopo il delitto Biagi, quando i terroristi rivendicarono l'agguato. Roma preferì non entrare in quell'inchiesta, probabilmente perché già costretta a fare i conti con un'indagine, come quella su D'Antona, che aveva subìto un brusco stop dopo la scarcerazione e il recente proscioglimento di Alessandro Geri, l'informatico sospettato di aver fatto la telefonata di rivendicazione del delitto in via Salaria.
Ora lo scenario sembra cambiato. Galesi e Lioce vengono considerati due pezzi da novanta e quanto sequestato nelle loro borse potrebbe dare un grosso colpo di acceleratore all'inchiesta. Per il momento, comunque, Nadia Desdemona Lioce rimane iscritta sul registro degli indagati romano per la sola banda armata e associazione sovversiva. L'omicidio non le è stato ancora contestato, forse perché i pm aspettano di vedere "le carte" prima di decidere.
Nel frattempo, rimane aperta la discussione sull'ipotesi di istituire una Procura nazionale antiterrorismo. Il sostituto pg di Roma, Antonio Marini, si dice assolutamente favorevole, sempre che si tratti di una struttura costruita sul "modello francese", dove c'è "un centro autonomo che svolge indagini". L'organismo al quale pensa dovrebbe avere "potere d'indagine oltre che di coordinamento". Dal presidente del Copaco, Enzo Bianco, che ha lanciato l'idea, viene contestata, però, l'eventualità che si affidino le competenze alla Procura nazionale antimafia, "che ha una specializzazione del tutto diversa. Una microstruttura in grado di mantenere il coordinamento delle indagini". E ancora Ferdinando Pomarici, alla guida della Dda milanese, ritiene che "un organismo di coordinamento nazionale" sarebbe perfetto, perché faciliterebbe il passaggio delle informazioni tra inquirenti."Il Resto del Carlino"
Roma vuole l'inchiesta, guerra fra le procure
ROMA - Inchiesta Biagi e sparatoria sul treno Roma- Arezzo, tutti gli atti arriveranno a Roma?
Dopo giorni di rassicurazioni sulla "piena collaborazione" tra le procure, ieri i magistrati di piazzale Clodio sono usciti allo scoperto e con un fax ai colleghi di Firenze e Bologna hanno chiesto la trasmissione degli atti che riguardano Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi - il brigatista morto durante la sparatoria costata la vita all'agente Petri - e sull'omicidio del professor Marco Biagi.
Lo stesso filo rosso
"La banda armata nasce nella Capitale e per questo riteniamo che i fatti collegati all'organizzazione siano di competenza della procura di Roma". Questa la motivazione della richiesta da parte dei magistrati che indagano sull'assassinio di Massimo D'Antona. Il filo conduttore di questa "continuità" è rappresentato proprio dai nomi della Lioce e di Galesi. Se prima del conflitto a fuoco sul treno gli omicidi D'Antona e Biagi - secondo i magistrati capitolini - seppure riconducibili alla stessa organizzazione, potevano essere per ipotesi opera di persone diverse, gli sviluppi delle indagini dopo la sparatoria hanno modificato il quadro della situazione.
In assenza di un ufficio centrale antiterrorismo., la necessità sottolineata da Roma di unificare gli accertamenti. A piazzale Clodio dovrebbero passare le inchieste sia sulla sparatoria in treno sia sull'omicidio Biagi. Il primo delitto di questa nuova stagione, infatti, è stato compiuto a Roma.
Fin qui gli argomenti dei romani che già da giorni mostravano un certo nervosismo. Ora occorre vedere quale sarà la decisione dei colleghi di Firenze e Bologna. Se da questi dovesse giungere opposizione la questione dovrebbe essere portata dinanzi alla Cassazione.
E che Bologna e Firenze non siano entusiaste della richiesta, è abbastanza palese. "Ci atterremo alla legge", ha commentato il procuratore di Bologna, Enrico Di Nicola. "Mi riservo - ha detto ieri il magistrato - di valutare insieme con i colleghi per prendere decisioni conformi alla legge". Traduzione: è già pronto il ricorso in Cassazione. In quel caso, sarà il procuratore generale della Suprema Corte a decidere. Commento analogo, "valuteremo", da parte del procuratore aggiunto fiorentino Francesco Fleury. "La questione - ha aggiunto il magistrato - è molto complessa". Nel capoluogo toscano c'è un procedimento aperto contro Nadia Lioce per omicidio e tentato omicidio con finalità di terrorismo e banda armata.
"Una Procura nazionale"
La mossa dei pm romani ha riportato in primo piano la proposta, lanciata da Enzo Bianco, di creare un organismo nazionale Antiterrorismo sul modello dell'Antimafia. Un'idea che trova perfettamente d'accordo Ferdinando Pomarici, il magistrato che guida la direzione distrettuale antimafia di Milano. Di diverso avviso, invece, un altro magistrato milanese, il procuratore aggiunto Armando Spataro, secondo il quale non servono "sovrastrutture" per coordinare le indagini: al massimo sarebbe necessario "creare un organismo interforze di polizia giudiziaria".
di Silvia Mastrantonio"Il Resto del Carlino"
Il rettore: bibliotecaria scagionata
D'ora in poi, alla facoltà di Economia di viale Berengario, saranno adottati "provvedimenti di prevenzione e di protezione del lavoro prestato dai docenti e dal personale" per "garantire il diritto all'incolumità e alla privacy di quanti si prodigano per il prestigio dell'Ateneo". Lo comunica in modo ufficiale il rettore dell'Università Gian Carlo Pellacani (nella foto) in una lettera aperta ai docenti, ai ricercatori e al personale tecnico e amministrativo del Foro Boario dove "non si erano mai posti problemi relativi alla sicurezza delle persone che vi lavorano e vi studiano". Questo fino a un anno fa, alla sera del 19 marzo quando un commando Br ha ucciso il giuslavorista Marco Biagi. Da quel momento la situazione nella facoltà dove lo studioso e consulente del ministro Maroni lavorava è cambiata, precipitando due settimane fa, dopo la sparatoria sul treno ad Arezzo e il sospetto che, nel mirino dei terroristi, potesse esserci l'allievo del giuslavorista ucciso dalle Br, Michele Tiraboschi (che ora vive blindato in una città segreta). Poi la perquisizione degli uffici dell'ala est del Foro Boario, a due passi dallo studio di Biagi e quel numero di cellulare della bibliotecaria della facoltà scritto su un foglietto trovato in tasca a Desdemona Lioce. "L'indagine avviata dalla magistratura - scrive ancora Pellacani - ha portato all'inconsapevole coinvolgimento di una nostra dipendente, risultata del tutto estranea alla vicenda. Sono personalmente soddisfatto dell'esito che hanno dato i riscontri effettuati e mi unisco, come ho avuto modo di fare personalmente, alle tante espressioni di solidarietà e di stima che da più parti sono giunte all'interessata". I dipendenti infatti stanno preparando una formale lettera nella quale hanno deciso di esprimere, nero su bianco, la propria solidarietà alla collega, ravvivando i sentimenti di stima e fiducia nei suoi confronti. Un gesto significativo che ha trovato un largo consenso al Foro Boario e che probabilmente ha spinto il rettore a ribadire la propria convizione sull'innocenza della bibliotecaria che non è mai stata indagata ma soltanto sentita come persona informata sui fatti. La tensione però è sempre rimasta altissima e forse è stato proprio questo a provocare il 'giro di vite' sulla sicurezza in una facoltà che "comunque deve restare un luogo aperto, accessibile ai suoi utenti" ma evidentemente non agli estranei.
Barbara Manicardi"Il Resto del Carlino"
Caccia alla leader delle Br
"E' qui, la troveremo"
"Giorgieri Simonetta, Brigate Rosse": prima il cognome, poi il nome e la sigla di appartenenza. Sparì dalla circolazione nel luglio del 1995. Sarebbe dovuta rimanere agli arresti domiciliari a Vire, in Francia, dove la decima Chambre del Tribunal correctionel le aveva imposto il soggiorno obbligato. Invece scomparve. Scelse la latitanza e si rituffò nel suo passato di terrorismo. Che ora esplode di nuovo.
"E' vicina, è vicina...". Simonetta Giorgieri, 48 anni, carrarese, negli anni Ottanta era la postina della colonna toscana delle Br. Negli anni Novanta era un incubo inafferrabile per i segugi dell'antiterrorismo.
"Come un generale"
Oggi è qualcosa di più, molto di più: "E' un capo, un leader, una militante regolare della direzione strategica delle Brigate Rosse", ci dice un alto funzionario della polizia che le dà la caccia da quel lontano '95. Nel settembre scorso, la Corte d'Assise di Roma la condannò a 8 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e banda armata. Fa pari con Carla Vendetti, stessa storia, stesso peso, stessa condanna. "Simonetta Giorgieri potrebbe essere in Italia. Il fatto che si sia rifugiata in Francia non significa che da là non si muova mai. Valicare i confini europei è facile. Pensi a Nicola Bortone: era latitante tra Francia e Svizzera, ma ogni tanto si incontrava con alcuni compagni nella metropolitana di Milano. Sottrarsi a una cattura, per una persona ricercata, è ancor più facile se di lei si hanno solo due vecchie foto segnaletiche, come nel caso della Giorgieri". E ora quelle fotografie gli agenti della Digos di Roma le stanno portando in giro per la città dal giorno successivo alla sparatoria sul treno ad Arezzo, culminata con l'arresto della brigatista Nadia Lioce e la morte del suo compagno Mario Galesi e del sovrintendente di polizia Emanuele Petri.
"Il motivo per cui la Giorgieri potrebbe essere in Italia è molto semplice - prosegue l'investigatore -: un capo di un'organizzazione criminale, per quanto possa correre rischi, deve trovarsi sul territorio quando sono in corso operazioni importanti".
Contatti e sopralluoghi
Più chiarezza. Eccola. "Ha presente Bernardo Provenzano? Il capo di Cosa nostra non può comandarla stando lontano dalla Sicilia. O per lo meno non può stare lontano troppo a lungo e, di certo, non nei momenti in cui c'è da impostare una strategia. Lo stesso discorso vale per la Giorgieri: dev'essere in Italia nel momento in cui si allacciano contatti diretti, si effettuano sopralluoghi, si passa a fasi operative".
Ma è possibile che sia qui anche ora che l'antiterrorismo rinforza la caccia? "Sì, è possibile. Adesso è meno rischioso rimanere fermi in clandestinità piuttosto che spostarsi. Se è fuggita all'estero, l'ha fatto poche ore dopo la sparatoria". Era in via Salaria quando fu assassinato Massimo D'Antona? "Riteniamo che abbia partecipato molto da vicino almeno alla preparazione dell'omicidio. Già all'indomani del delitto, un rapporto dei servizi la segnalò come una delle componenti del nucleo intorno al quale si è formato il nuovo organigramma delle Br-Pcc". Era a Bologna quando venne ucciso Marco Biagi? "Questo non possiamo dirlo. Per tanti buoni motivi. L'importante è trovarla".
di Alessandro Antico"La Stampa"
IL VOLANTINO SPEDITO DA TORINO ALLE RDB VENETE
La polizia indaga tra gli ex terroristi
Torinesi, ex fiancheggiatori o membri di secondo piano delle vecchie formazioni eversive, dalle Brigate Rosse a Prima Linea. Divisi da sempre su "come" gestire il progetto eversivo, critici con l´ala militare delle nuove Br e con le azioni della cellula Lioce-Galesi. Sono loro i redattori de "L´Aurora", un giornale di quattro pagine, formato A4, infilato in una busta e spedito dal centro di Torino alla sede dei Cub di un´azienda di Mestre. La stella a cinque punte delle Br compare sulla testata, all´interno della O di "Aurora". Adesso la Digos di Torino sta lavorando per indentificare i componenti del gruppo clandestino che "vuole creare il partito comunista militare combattente". Usano un vecchio linguaggio; echeggia i toni dell´aspro dibattito che, alla fine degli Anni 80 e all´inizio dei 90, ha spaccato in due quel che restava delle vecchie Brigate rosse, falciate dagli arresti e dai verbali dei pentiti. Da una parte l´ala militare, dall´altra i movimentisti, più attenti a quelle frange della sinistra extraparlamentare e istituzionale ben radicate nel sistema. Oggi quell´antica questione sembra tornare d´attualità. I redattori de "L´Aurora" usano un lessico quasi identico alle risoluzioni scritte dagli "irriducibili" in carcere. Questa storia preoccupa la Digos, perché è il segno del ridestarsi di organizzazioni legate al terrorismo anche a Torino, dopo anni di silenzio.
m. nu."Il Mattino di Padova"
Brigate rosse, un mostro con due teste
I duri del "partito comunista combattente" uccidono, i movimentisti cercano proseliti
e spediscono per posta il manuale "Aurora" ai sindacati di Mestre, Vicenza e Udine
La Procura e la Digos ritengono mitomani gli autori delle minacce con la stella a 5 punte
di Giorgio Cecchetti
MESTRE. L'ala movimentista delle Brigate rosse cerca reclute in tutto il Nordest: oltre che a Mestre, l'opuscolo di 8 pagine recapitato nella sede veneziana del sindacato di base Rdb-Cub è arrivato anche a Vicenza e a Udine. Anche se il mezzo utilizzato per fare proseliti - le Poste italiane - lascia perplessi, il pm di Venezia Luca Marini e gli investigatori non sottovalutano l'iniziativa.
Ben diverso, invece, il giudizio sia sulle scritte a pennarello sul muro dei gabinetti in Municipio a Mestre (le minacce riguardavano il prosindaco veneziano Gianfranco Bettin, il pubblico ministero Luca Ramacci e il segretario del Sap Franco Maccari) sia sulla molotov lanciata contro le auto dei dipendenti dell'Actv nel deposito di Marghera. Insomma, sia la Procura sia la Digos stanno cercando di non fare di tutta l'erba un fascio, di distinguere le iniziative che provengono presumibilmente da strutture organizzate, da chi il terrorismo lo pratica già o si avvia a farlo, e quelle che provengono da mitomani che sfruttano la situazione pre creare tensione e confusione o da persone che perseguono semplicemente una vendetta privata.
Proseguono, invece, le indagini sia sull'ultimo comunicato dei Nuclei territoriali antimperialisti sia sul manuale titolato "Aurora". L'opuscolo inviato alle Rdb di Mestre, Vicenza e Udine potrebbe rivelarsi uno dei segnali che indicano una spaccatura all'interno del movimento brigatista. Nel documento, pur senza prendere le distanze dagli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi, si sposa senza mezzi termini l'idea che l'avanguardia armata senza movimento ha vita breve. E gli analisti sostengono che l'opuscolo potrebbe provenire proprio dall'ala movimentista delle Brigate rosse, quella che non condivide il militarismo spinto delle Br-Partito comunista combattente.
La stessa scelta di cercare contatti diretti e consensi tra le file del sindacato più radicale sottolinea le diversità che separano chi ha spedito l'opuscolo da chi ha ucciso il 2 marzo sul treno Roma-Arezzo. Non è certo una novità che le Brigate rosse cerchino appoggi e reclute nel movimento: è già accaduto negli anni Settanta nelle fabbiche e nelle università. Quello che meraviglia è il sistema utilizzato: la Posta. Nella busta arrivata a Mestre non era indicato alcun nome: era indirizzata alla sede della Rdb, al 118 di via Camporese. Dentro c'era anche un questionario politico con quesiti sulla situazione politica, sullo scontro sindacale e via dicendo.
Chi l'ha spedito forse sperava che chi lo avesse ricevuto lo avrebbe fotocopiato e distribuito? O, forse, avrebbe risposto ai quesiti di quell'esame politico? Una mossa che sembra ingenua, ma che dimostra la debolezza organizzativa della struttura. In altri tempi i sistemi di reclutamento e quelli per attirare consenso erano ben più efficaci e penetranti. E, paradossalmente, la necessità di inviare quegli opuscoli dimostra quanto lontani siano i brigatisti dai movimenti, anche da quelli ritenuti più radicali.
"E' gente fuori dalla storia - commenta Giampiero Antonini, responsabile del settore trasporti dei Cub veneziani - e fuori dalle lotte dei lavoratori. Per noi è solo un problema in più in un momento in cui stiamo mobilitandoci contro la guerra".
"Sono segnali equivoci e inquietanti, e non è nella tradizione del nostro movimento collegarsi a queste modalità di azione". Così commenta, invece, don Albino Bizzotto, presidente di Beati i costruttori di pace, l'arrivo di documenti e rivendicazioni di organizzazioni terroristiche. Secondo il sacerdote "sono il frutto di qualcuno che va per la tangente, e avanza cose improponibili. E' brutto che accadano proprio in questo momento, mentre siamo impegnati ad opporci alla guerra, e se passa solo per un secondo l'idea che ci sia un collegamento è deleterio".
"Ma la gente - conclude don Albino - conosce la storia, e sa che noi dei movimenti pacifisti abbiamo sempre agito alla luce del sole"."Il Messaggero"
L'HACKER "ROSSO"
Caccia al superesperto
Dopo l'arresto di Nadia Lioce "scatta la caccia all'hacker rosso". I magistrati di Bologna che indagano sull'omicidio Biagi "inseguono un superesperto informatico che potrebbe aver fornito ai brigatisti il know-how necessario per navigare in Rete senza lasciare (quasi) traccia". A scriverlo è il settimanale l'Espresso. Secondo gli inquirenti, "tutti i recenti attentati hanno un denominatore comune: la presenza di un superesperto di Internet"
La "guerra telematica"
Il punto di partenza della "guerra telematica" viene considerato il fallito attentato alla Cisl di Milano nel luglio del 2000 (due ordigni ritrovati tra le fioriere): azione rivendicata via e-mail dal Npr, Nucleo proletario rivoluzionario. Seguono, nell'aprile 2001, la rivendicazione da parte dei Nipr (Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria) della bomba di via Brunetti a Roma e le e-mail spedite da un Internet point della stazione Termini per rivendicare l'uccisione di Marco Biagi il 19 marzo 2002
@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"
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