Almanacco dei misteri d' Italia

 
La sparatoria sul treno (2 marzo 2003)
notizie dal 15 marzo
16 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
I testimoni del ghetto:
"Erano qui, li abbiamo visti"
Nel giorno in cui Desdemona Lioce finisce nel registro degli indagati per l'agguato di via Valdonica, una indiscrezione fa capire che nessuna traccia del suo Dna sarebbe stata trovata sui mozziconi di sigaretta raccolti la era del 19 marzo dell'anno scorso sotto l'abitazione del professore ucciso.
Si era ipotizzato, soprattutto dopo che vari testimoni avevano detto di aver notato alcuni uomini vestiti di nero appostati in via Valdonica con la sigaretta in bocca, che con un po' di fortuna dal Dna ricavato sui mozziconi repertati si potesse ottenere una prova schiacciante per sostenere che sia la Lioce, sia il suo compagno Mario Galesi, fossero sulla scena del delitto.
Ma così non è stato, i test del Dna non hanno avuto fortuna nè per Galesi, i cui risultati ufficiali sono arrivati tre giorni orsono, nè per quanto riguarda Desdemona Lioce. Un dato, questo, che in realtà non significa nulla, anche perché il Dna diventa una prova importante dal momento in cui risulta positivo. Il fatto che sia negativo non implica invece alcuna certezza. Contro la brigatista restano poi gli indizi raccolti dalla polizia subito dopo il due marzo, tragica data del conflitto a fuoco sul treno ad Arezzo, in cui hanno perso la vita il poliziotto Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi.
In base alle testimonianze raccolte risulta che la terrorista, che si è dichiarata prigioniera politica ed è in carcere a Sollicciano, sarebbe stata vista prima, durante e soprattutto dopo il delitto di Marco Biagi.
Così come per Galesi, che sarebbe stato notato sotto l'abitazione del giuslavorista nelle settimane precedenti l'azione del commando terrorista, anche per la Lioce ci sarebbero precisi riscontri in tal senso.
Ma il particolare su cui gli investigatori stanno concentrando gli sforzi maggiori è quello che ipotizza la presenza di Desdemona Lioce a Bologna nei giorni successivi l'assassinio di Biagi.
Qualcuno dice di averla vista in un luogo ben preciso, forse mentre entrava in un determinato palazzo cittadino, ed è proprio questa circostanza che porta gli investigatori a ipotizzare che i terroristi avessero in città una base operativa. Magari la stessa base da cui sono partiti e dove sono stati nascosti i motorini adoperati per il delitto. E' massimo, ovviamente, il riserbo in merito alla strada in cui la Lioce sarebbe stata notata: i poliziotti della Digos la stanno battendo porta per porta alla ricerca di conferme che potrebbero portarli diritti al covo.
b. m.

"Il Gazzettino"
Non ci sono tracce del Dna della Lioce BOLOGNA - Confermando indiscrezioni dei giorni scorsi, è ormai accertato che non è stata trovata traccia del dna di Nadia Desdemona Lioce nei reperti (i mozziconi di sigarette) raccolti il 19 marzo scorso in via Valdonica a Bologna, quando fu assassinato il professor Marco Biagi. Alla Procura del capoluogo emiliano non è ancora arrivato il rapporto definitivo dell'esame, ma le indicazioni informali fanno capire che l'esito è negativo. Come esito negativo aveva dato l'esame del dna di Mario Galesi, il brigatista ucciso nella sparatoria sul treno Roma-Firenze, in seguito alla quale fu poi arrestata Lioce. Nell'indagine della Procura bolognese restano comunque le testimonianze che collocano la donna nelle vie del centro storico nei giorni precedenti e in quelli seguenti l'omicidio del giuslavorista. Secondo gli inquirenti è plausibile che Lioce abbia partecipato alla pianificazione e alla realizzazione dell'agguato al professor Biagi, senza poi far parte del gruppo di fuoco che ha assassinato il docente.

18 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Nuovo interrogatorio per la Lioce
Br, vertice tra i pm: "Le indagini restano separate"
ROMA - In attesa della Superprocura antiterrorismo, la cui importanza è stata ampiamente condivisa dopo al sparatoria sul treno Roma-Firenze di due settimane fa, ci provano i magistrati romani ad accentrare nel loro ufficio tutte le indagini sugli ultimi delitti brigatisti, da Marco Biagi a Emanuele Petri. La richiesta di trasmissione degli atti era avvenuta nei giorni scorsi, nel più assoluto riserbo, da parte dei pm Franco Ionta e Pietro Saviotti. E ieri è stata "stoppata" con garbo dai colleghi delle altre Procure interessate, quelle di Firenze e di Bologna, al termine di un vertice di alcune ore nel capoluogo toscano.
Oltre ai pm romani Ionta e Saviotti, erano presenti il procuratore di Firenze, Ubaldo Nannucci; il suo aggiunto Francesco Fleury e i sostituti Nicolosi e Bocciolini (impegnati nell'inchiesta sulla sparatoria sul treno che costò la vita al sovrintendente Emanuele Petri e portò alla cattura dei br Galesi, poi deceduto, e Lioce); e c'erano il procuratore di Bologna Enrico Di Nicola, l'aggiunto Luigi Persico e il pm Paolo Giovagnoli, che indagano sull'omicidio del giuslavorista Marco Biagi. In apertura, i pm romani hanno chiarito perché ritengono necessario un accentramento delle attività investigative nella capitale. Per loro, la connessione tra gli episodi (dei quali l'agguato di via Salaria del 20 maggio '99 che costò la vita a Massimo D'Antona rimane il primo e più grave) è dimostrata anche dal fatto che a Roma fu compiuta la rapina per autofinanziamento alla quale prese parte Galesi nel '97, che l'arma usata per l'omicidio Biagi è la stessa che uccise D'Antona, che nella capitale furono rubati auto e ciclomotori utilizzati dall'organizzazione. Ma al termine della riunione, ognuno è rimasto sulle sue posizioni: "Esiste un coordinamento che è perfetto" ha commentato il procuratore di Bologna, Enrico Di Nicola. E quello di Firenze, Nannucci, ha aggiunto: "Per il momento procediamo in collegamento di indagini come previsto dall'inizio". Ma non si esclude che il conflitto possa diventare manifesto e sfociare in un ricorso davanti alla Corte di Cassazione: "Ma queste sono cose da valutare al tempo debito", taglia corto il procuratore Nannucci. E intanto, il ministro dell'Interno, Pisanu, ha ripetuto che il controllo del territorio sarà l'arma che consentirà di sconfiggere il terrorismo.
Nel frattempo si è tenuto un nuovo interrogatorio nel carcere di Sollicciano per Nadia Desdemona Lioce, la brigatista arrestata il 2 marzo scorso dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze. La quale ha limitato a dichiararsi ancora militante delle Br e prigioniera politica.
M.Mart.

"Il Resto del Carlino"
Br, inchiesta al veleno
Gelo fra le tre procure
FIRENZE - Il vertice delle procure di Firenze, Bologna e Roma, che si occupano delle nuove Brigate rosse, è durato poco più di due ore. Si è svolto, in gran segreto, nella sala riunioni del quinto piano della vecchia procura circondariale. Il clima, nonostante i termosifoni accesi, era come quello esterno: gelido. Alle 14,20, infatti, i nove magistrati che hanno partecipato al summit sono usciti in tre diverse ondate: procura per procura.
Separati in casa
Per primi se ne sono andati i magistrati di Roma, Franco Ionta e Pietro Saviotti, che la settimana scorsa con un fax avevano chiesto la trasmissione degli atti sia della sparatoria sul treno avvenuta il 2 marzo sia quelli dell'omicidio di Marco Biagi, il cui anniversario ricorre domani. Ionta e Saviotti sono filati via sulle loro auto, senza fare dichiarazioni. Poi sono scesi il procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola, l'aggiunto Luigi Persico e il pm Paolo Giovagnoli, arrivati a Firenze in forze per dire no all'avocazione dell'inchiesta, come avevano fatto sapere dopo l'arrivo del famoso fax. Enrico Di Nicola ha fatto pesare l'iscrizione nel registro degli indagati per l'omicidio di Marco Biagi di Desdemona Lioce.
Come dire: l'inchiesta è ancorata a Bologna e non si sposta. Anche i magistrati bolognesi sono andati via senza fare dichiarazioni, lasciate comunque al padrone di casa, il procuratore fiorentino Ubaldo Nannucci, subito dopo che l'aggiunto Francesco Fleury e i pm Giuseppe Nicolosi e Luigi Bocciolini scomparissero velocemente. Nannucci ha cercato di riscaldare il gelo della sala riunioni. "Abbiamo esaminato i problemi che la situazione presenta - ha detto - in un clima di perfetta cordialità e collaborazione". Poi ha aggiunto su domanda dei cronisti: "Ci siamo detti qualcosa sulle inchieste. E ora procediamo in collegamento di indagini".
Sul possibile ricorso alla Cassazione, ipotesi già avanzata dalla procura di Bologna nei giorni scorsi, per opporsi alla richiesta della procura romana di trasferire nella capitale i procedimenti aperti sul terrorismo a Bologna e Firenze, Nannucci ha precisato che "sono cose da valutare a tempo debito". E' a Firenze, secondo i magistrati del capoluogo toscano, che l'inchiesta deve fermarsi perché è qui che è stato commesso il reato più grave. La procura di Firenze è l'unica che ha arrestato la Lioce per tentato omicidio e omicidio con finalità di terrorismo e l'ha iscritta nel registro degli indagati anche per due rapine compiute per autofinanziarsi, mentre a Bologna ha solo un avviso di garanzia e a Roma non ha nulla. Ma c'è di più. Ieri Desdemona Lioce, è stata interrogata di nuovo dal gip, nel carcere di Sollicciano, ma non ha risposto a nessuna domanda.
Le aggravanti
Le sono state contestate invece due nuove aggravanti: l'aver cercato la fuga da latitante per sottrarsi all'arresto e di avervi partecipato quale associata a delinquere. Due aggravanti che sommate ai reati principali portano la pena fino all'ergastolo. I magistrati si rivedranno anche la prossima settimana. Ognuno proseguirà la propria inchiesta, fino alla decisione della Cassazione. Poi si vedrà. Anche il procuratore di Bologna Di Nicola ha gettato acqua sul fuoco: "Il coordinamento esiste ed è perfetto". L'impressione è che la risposta della procura emiliana alla richiesta romana di "competenza territoriale" possa arrivare fra alcuni giorni.
di Nicola Coccia

18 marzo 2003 - MARCO BIAGI: DOPO UN ANNO DUE INCHIESTE CERCANO VERITA'
ANSA:
Restano aperte due inchieste a Bologna, a un anno dall' assassinio del professor Marco Biagi: quella che sta cercando i killer del giuslavorista e che venerdi' scorso ha visto il primo nome sul registro degli indagati, quello di Nadia Desdemona Lioce (accusata di attentato con finalita' terroristiche); e l' indagine sulla mancata scorta al docente, che dovrebbe chiudersi entro una decina di giorni. Proprio sulla soglia dell' anniversario dell' omicidio del consulente del ministro Maroni, dopo mesi di intercettazioni, perquisizioni, congetture e supposizioni, l' indagine sul delitto ha avuto un' improvvisa accelerazione in seguito alla sparatoria sul regionale Roma-Firenze, perche' da li' gli investigatori hanno avuto la certezza di due nomi: oltre alla donna, quello di Mario Galesi. Tanto da far dire piu' di un inquirente bolognese: "Questa e' la pista giusta". Entrambi, Lioce e Galesi, sono stati collocati nel capoluogo emiliano i giorni dell' omicidio (la donna anche quelli seguenti) da alcune testimonianze, raccolte dagli uomini della Digos: certo riscontri soggettivi, in presenza dell' esito negativo del test del dna sui mozziconi trovati in via Valdonica la sera dell' agguato, ma pure sempre riscontri sui quali lavorare. Cosi' come i magistrati continuano a esaminare tutte quelle "strane coincidenze" che sembrano portare all' Universita' di Modena, dove il professor Biagi lavorava. Li', e precisamente a una bibliotecaria finora risultata estranea alla vicenda, aveva portato uno degli appunti trovati a Lioce; e li' porta l' ipotesi di una 'talpa', sempre considerata dagli investigatori. Una 'talpa' che conosceva bene il docente e il suo ambiente
lavorativo.
L' inchiesta potrebbe pero' finire alla Procura di Roma, che ha chiesto gli atti ai colleghi bolognesi (e a quelli fiorentini) invocando la competenza territoriale determinta da connessione. Ma il Procuratore capo di Bologna Enrico Di Nicola, che da giorni sta valutando la situazione e che avrebbe gia' scritto una bozza di ricorso, potrebbe investire del conflitto il Procuratore generale della Cassazione.
Intanto e' praticamente arrivata a conclusione l' inchiesta sulla mancata protezione al professor Biagi, coordinata dai Pm Giovanni Spinosa e Antonello Gustapane. Sotto la lente dei magistrati e' finita quella che - secondo gli investigatori - sarebbe una serie di mancanze a piu' livelli che avrebbero fatto si' che il giuslavorista rimanesse senza scorta, facendo di lui un facile obiettivo per i terroristi. I molti ruoli del docente bolognese lo mettevano nel mirino dei terroristi; cosi' come una nota del Sisde del 12 dicembre 2001 che, fra i potenziali obiettivi dell' eversione, collocava "in prima linea i cosiddetti uomini cerniera, tecnici e consulenti che ricoprono ruoli chiave come in passato Giugni, Ruffilli e D' Antona". L' indagine ha visto indagati il capo dell' Antiterrorismo Carlo De Stefano, il suo vice Stefano Berrettoni, il questore di Bologna Romano Argenio e il prefetto Sergio Iovino, la cui posizione fin dalle prime battute e' pero' parsa avviata all' archiviazione. Per tutti, oltre al rifiuto di atti d' ufficio, viene ipotizzata la cooperazione in omicidio colposo con l' aggravante del ruolo di pubblico ufficiale. E, a breve, i magistrati ne chiederanno l' archiviazione o il rinvio a giudizio.
Domani sara' il giorno del ricordo. A Bologna quello che i sindacati regionali hanno organizzato con una manifestazione cui partecipera' Olga D' Antona; quello del Consiglio comunale cui interverra' il Presidente Casini; quindi un concerto. A Modena con una messa in Duomo e poi con la presentazione all' auditorium della chiesa San Carlo di una doppia raccolta degli scritti di Biagi. A parlarne Tiziano Treu e Michele Tiraboschi, l' allievo indicato nei giorni scorsi come possibile nuovo obiettivo delle Br. Nel pomeriggio alla facolta' di economia un convegno internazionale sul decentramento delle politiche del lavoro. Proseguira' anche giovedi', quando interverranno tra gli altri Casini, Pezzotta e Sacconi.

18 marzo 2003 - MARCO BIAGI: SOLE 24 ORE LO RICORDA CON SPECIALE DI 12 PAGINE
ANSA:
Uno speciale di dodici pagine con interventi del presidente della camera Pierferdinando Casini, dei ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu e del Welfare Roberto Maroni ed un editoriale di Guido Gentili. Cosi' il sole 24 ore ricordera' domani Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Br, ad un anno dalla sua morte.
Intitolato "Marco Biagi, un anno dopo", lo speciale, come anticipa il quotidiano, presenta documenti inediti di Biagi sul federalismo e il mercato del lavoro, sulla riforma del collocamento e sul modello partecipativo in Europa ed ospita in prima pagina l'intervento di Casini, seguito, tra gli altri, da quelli del Direttore Generale di Confindustria Parisi, del Segretario Generale Cisl Pezzotta e dagli scritti dell'allievo di Biagi ed editorialista de Il Sole 24 Ore, Michele Tiraboschi. La seconda parte, dedicata all'analisi del terrorismo vecchio e nuovo, ospita l' intervento di Pisanu, oltre a quelli di monsignor Ravasi e Giuseppe Pontiggia. In chiusura l'anticipazione di un capitolo del libro di Daniele Biacchessi sull'omicidio di Biagi.
"Biagi non e' mai stato un uomo di parte -scrive Casini- ma sempre e costantemente uomo delle istituzioni. Nella sua intensa attivita' di consulenza alla decisione politica, egli ha posto il suo rigore e il suo entusiasmo di intellettuale al servizio di tutto il Paese, a prescindere dalla formula nella quale si e' espressa di volta in volta la maggioranza degli orientamenti politici e al riparo dalle angustie del ruolo di 'consigliere del principe'. Parlando poi dei recenti sviluppi nelle indagini, che hanno portato all'arresto della Br Nadia Desdemona Lioce, Casini aggiunge che "i fatti dei giorni scorsi ci hanno ancora una volta posto dinanzi a una drammatica realta': l'esistenza di gruppi di terroristi che non si rassegnano al fatto che lo Stato ha vinto la battaglia contro l'eversione armata e che non esiste alcuna possibilita' di suscitare nella societa' civile altre reazioni che non siano di orrore, sdegno e categorico rifiuto dei disegni della lotta armata".
Sull'impegno per scoprire gli assassini di Biagi, interviene il ministro dell'Interno, che definisce quello appena trascorso "un anno speso bene per la sicurezza degli italiani". Secondo Pisanu, "senza il confronto pacifico delle idee la democrazia non puo' vivere: quanto piu' ampi saranno gli spazi e le occasioni di confronto, tanto piu' sara' difficile per i suoi nemici trovare interlocutori e complici". Pisanu aggiunge di considerare un suo "impegno primario di ministro dell'Interno" quello di "creare o favorire tutte le condizioni che consentano alle Forze dell'ordine di garantire a chiunque la liberta' di manifestare le proprie idee", purche' in modo pacifico.
Il ministro del welfare ricorda la figura di Biagi, il consulente del ministero che, scrive, "decise di sfidare le convenzioni accettando la sfida di costruire con questo Governo un percorso di riforma del peggior mercato del lavoro in Europa, quello italiano. Questa sfida storica oggi abbiamo iniziato a vincerla. Se fosse qui tra noi Marco Biagi sarebbe felice di vedere trasformata in legge dello Stato la prima parte della sua grande riforma, di constatare che il mercato del lavoro italiano ha oggi gli strumenti per non essere piu' il peggiore d'Europa.
"Il nostro faro -conclude Maroni- resta il Libro Bianco di Biagi, una fonte costante di ispirazione e innovazione legislativa. Un lavoro che ci permette, oggi, di guardare ai partner europei con l'ambizione di voler tornare ad essere i primi della classe".

18 marzo 2003 - TERRORISMO:EX QUESTORE SU PADANIA, ECCO IDENTIKIT DELLA TALPA
ANSA:
Poco meno di 60 anni di eta', consulente del ministero del lavoro da almeno venti dopo essere stato ricercatore all' universita' di Modena e che, alla fine degli anni Settanta, sarebbe stato in contatto con Giovanni Senzani: e' questo l' identikit della cosiddetta talpa brigatista secondo quanto ricostruito oggi dall' ex questore Arrigo Molinari in un articolo pubblicato dal quotidiano La Padania (nota della redazione di Almanacco dei misteri d'Italia: il nome di Molinari era nell' elenco dei presunti iscritti alla P2. Inoltre, da qualche tempo, "La Padania" non ha piu' l' edizione online e il lavoro di recupero tramite scanner dell' articolo, che occupa un intero paginone, avra' bisogno di un po' di tempo. Lo inseriremo quindi quando potremo).
Una talpa "forse inconsapevole", sostiene ancora Molinari, al cui nome, per ora top secret, gli inquirenti sono arrivati "seguendo sia la pista logico-deduttiva, sia coi riscontri dei documenti e appunti trovati addosso ai due Br della sparatoria sul treno Roma-Firenze". Al nome di questo "topo di segreteria", prosegue l' ex questore, si sarebbe giunti "enucleando il suo nome da una rosa di 30 possibili candidati al poco invidiabile ruolo di talpa". "La coincidenza che ha messo in allarme gli investigatori - prosegue Molinari - e' quella che l' attuale sospettato sia un criminologo come lo era Senzani",il quale, ricorda ancora, prima di essere scoperto come capo brigatista era consulente del ministero della giustizia. Infine uno spunto: negli anni Ottanta "Marco Galesi abitava in via Ugo Pesci, al Tiburtino, proprio nello stesso stabile dove nel gennaio 1981 fu arrestato Giovanni Senzani".

19 marzo 2003 - BIAGI VITTIMA DESIGNATA DA 4 ANNI:
"Il Corriere della sera"
"Biagi, vittima designata già quattro anni fa"
I pm di Roma: indicato come bersaglio nella rivendicazione per D'Antona. Indagini sulla scorta, interrogata la vedova
ROMA - Un anno dopo, sull'omicidio di Marco Biagi ucciso a Bologna il 19 marzo 2002 resta il mistero degli esecutori. Così come a quasi quattro anni di distanza non conosciamo i nomi di chi sparò a Massimo D'Antona, assassinato a Roma il 20 maggio 1999. Un anno dopo, tre Procure della Repubblica - all'indomani della sparatoria sul treno del 2 marzo scorso s'è aggiunta quella di Firenze - si ritrovano a discutere su chi deve condurre le indagini, e dai magistrati di Roma viene fuori una tesi che riconduce la genesi dell'omicidio Biagi a quello di D'Antona. E' il motivo per cui si propone di concentrare nella capitale le inchieste sulle Brigate rosse, ma al di là delle dispute procedurali si ribadisce che già nel delitto di Roma si possono rintracciare i presupposti per il delitto di Bologna. Non del professor Biagi con nome e cognome, ovviamente, ma della volontà di colpire quell'area di persone che lavorano al "progetto neo-corporativo" dipinto e combattuto dalle nuove Brigate rosse.
Nella rivendicazione dell'attentato a D'Antona, sostengono i magistrati di Roma, viene esplicitato il progetto di una nuova organizzazione terroristica che ha chiesto e ottenuto il permesso di firmarsi con quella sigla, lo stesso che ha portato all'uccisione di Biagi. Nel documento del '99, atto di fondazione delle nuove Br, si legge fra l'altro: "La linea politica che indirizza l'offensiva combattente è orientata a colpire le responsabilità centrali nell'opera di istituzionalizzazione della sede neo-corporativa, nell'approfondimento del ruolo politico dell'Esecutivo e nella sua azione programmatica tesa a tradurre in iniziativa legislativa quelle linee di riforma e ristrutturazione economico sociale".
E' una spiegazione del delitto Biagi arrivata tre anni prima che venisse consumato, e un anno dopo siamo ancora allo stesso punto, come dimostra il proclama stilato in carcere dalla militante delle Br Nadia Lioce che afferma: "Lo scontro di potere tra Classe e Stato sulla rimodellazione economico-sociale e istituzionale non è affatto chiuso, e sta alle avanguardie rivoluzionarie sapervi incedere".
Sul fatto che Biagi fosse un obiettivo a rischio e sulla sua mancata protezione le polemiche vanno avanti da un anno, e in questi giorni è arrivato l'avviso di proroga delle indagini sui dirigenti di polizia indagati con l'accusa di cooperazione colposa in omicidio: il capo dell'Antiterrorismo De Stefano, il suo vice Berrettoni e il questore di Bologna Argenio sono ancora sotto inchiesta, insieme al prefetto Iovino. Si aspettava la richiesta di archiviazione e invece i magistrati bolognesi hanno preso altro tempo. E hanno interrogato, su sua richiesta, la vedova del professore assassinato che evidentemente aveva da fornire nuovi elementi che gli inquirenti intendono approfondire. Continua dunque il paradosso che chi indaga sul delitto Biagi è al tempo stesso indagato per un'ipotetica e difficilmente dimostrabile "cooperazione" con chi l'ha perpetrato.
Tuttavia, l'inchiesta sulle nuove Br non ha risentito della doppia veste di alcuni investigatori. La pista che indicava in Nadia Lioce e Mario Galesi due possibili soldati del nuovo "partito armato" era partita proprio dagli uffici dell'Antiterrorismo, che avevano ripreso una precedente indicazione dei carabinieri: il gruppo che ha ucciso nel '99 e nel 2002 proviene dai Nuclei comunisti combattenti che tra il '92 e il '94 dichiararono la volontà di proseguire la lotta armata in Italia. Al momento di fare il salto di qualità passando all'omicidio politico, si sono "assunti la responsabilità politica" di riprendere l'esperienza delle Brigate rosse. E gli "irriducibili" delle vecchie Br che dal carcere continuano a lanciare proclami di guerra contro lo Stato hanno dato il loro appoggio.
Un anno dopo, la teoria è questa, confermata dall'arresto di Nadia Lioce e dalla morte di Mario Galesi. Un anno dopo, il nome della Lioce è finito sul registro degli indagati per l'omicidio Biagi. Probabilmente sulla base di qualche testimonianza dalla quale si può ipotizzare la sua presenza sul luogo dell'agguato. Il raffronto del Dna della donna e di Galesi con alcune tracce trovate in via Valdonica a Bologna (mozziconi di sigarette e altro) ha dato esito negativo, ma questo non basta a escluderli dal commando.
Anche l'esame del Dna sui reperti trovati a Roma in via Salaria dove fu ucciso D'Antona (soprattutto all'interno del furgone usato dai killer per nascondersi, dove c'erano le impronte genetiche di alcuni uomini e di una donna) ha stabilito che non è lo stesso di Galesi e Lioce, ma pure in questo caso non serve a scartare la loro partecipazione al delitto. La Lioce, comunque, non è stata indagata per l'omicidio D'Antona. Lo è invece per il reato di banda armata, in qualche modo ammesso da lei stessa quando s'è dichiarata prigioniera politica e militante delle Br. Il nodo da sciogliere resta quello: trovare gli altri terroristi del gruppo, a cominciare da quelli che hanno partecipato alla rapina a un ufficio postale di Firenze, all'inizio di febbraio, presumibilmente un'azione di autofinanziamento.
Secondo i magistrati di Roma - che sottolineano anche l'identità della pistola usata per uccidere Biagi e D'Antona come elemento di connessione tra i due delitti - si tratta di una struttura unitaria che non è più organizzata in "colonne" nelle varie città, come accadeva un tempo. Poche persone che si muovono su tutto il territorio, a seconda dell'obiettivo da colpire, dunque. Un anno dopo, gli indizi e gli elementi lasciati "sul campo" da Galesi e Lioce a seguito della sparatoria che ha ucciso anche l'ispettore della polizia ferroviaria Emanuele Petri - dai floppy disk ai computer palmari, dalla micro-camera ai biglietti scritti a mano - rappresentano la traccia più consistente per smascherarle.
Giovanni Bianconi

19 marzo 2003 - EX QUESTORE MOLINARI SU SENZANI E TALPA BR
"Avvenire"
NUOVA EVERSIONE
Un uomo vicino all'ex leader Senzani e uscito indenne da altre inchieste avrebbe passato informazioni riservate sulle riforme del ministero del Lavoro
Un vecchio Br la talpa di Biagi?
Più difficile raggruppare tutte le inchieste alla procura di Roma: a Firenze, contro la Lioce il gip sostiene che siano competenti i pm toscani
Da Roma
Avrebbe poco meno di 60 anni e da più di un ventennio sarebbe consulente del ministero del Lavoro e ricercatore all'università di Modena. Alla fine degli anni '70 sarebbe stato uno dei "ragazzi del Welfare", di coloro cioè che aiutarono l'allora consulente del ministero della Giustizia Giovanni Senzani, che poi si scoprì essere uno dei capi delle Br. Sarebbe questo l'identikit della talpa brigatista ("forse inconsapevole") al ministero del Welfare, secondo quanto pubblicato dal quotidiano La Padania e firmato dall'ex vicequestore Arrigo Molinari. Il nome, al quale gli inquirenti sarebbero arrivati anche grazie a documenti e appunti trovati addosso ai due Br Nadia Lioce e Mario Galesi è ancora "top secret". Ma i sospetti si sarebbero concentrati "su questo assistente universitario definito topo di segreteria enucleando il suo nome da una rosa di 30 possibili candidati al poco invidiabile ruolo di talpa". L'uomo viene ricordato "tra i portaborse dell'allora insospettabile Senzani", ai tempi in cui collaborava con lo Stato, ma anche con le Br. E proprio all'esperienza degli anni '80, quando cioè "l'egemonia di Senzani su buona parte delle Br è un fatto acquisito", secondo l'ex vice-questore, si richiama "questa esperienza nuova del terrorismo". Che ci potesse essere una talpa collegabile al Ministero era un'ipotesi che era già emersa all'indomani dell'omicidio del professore Massimo D'Antona. La pista era suffragata dal fatto che la rivendicazione degli omicidi dei due consulenti del governo era scritta da una persona molto esperta delle riforme che erano iniziate con il governo D'Alema e proseguite con l'attuale esecutivo. La notizia dell'identificazione della presunta talpa delle nuove Br non ha registrato smentite. Sembra comunque sempre più in salita la strada intrapresa dalla procura di Roma di portare nella capitale tutti i filoni dell'indagine sulle Br. Se infatti a Bologna i magistrati hanno iscritto il nome di Nadia Desdemona Lioce nel registro degli indagati per l'omicidio Biagi, il gip del capoluogo toscano, Antonio Crivelli, ha contestato alla terrorista, nel corso dell'interrogatorio svoltosi lunedì in carcere, una nuova ordinanza che, integrando quella già emessa per l'omicidio del sovrintendente Petri, aggiunge altre aggravanti. Non solo, ma il giudice si è inserito nella "sfida" tra le tre procure spiegando in un provvedimento notificato all'avvocato Attilio Baccioli, legale della Lioce, che a nulla vale l'apertura, cronologicamente anteriore, di un procedimento per banda armata da parte della magistratura romana perché questa possa vantare la competenza per connessione. Il giudice, poi, nel provvedimento si sofferma sull'osservazione del difensore secondo cui un procedimento per banda armata è già pendente a Roma. Per Crivelli, non c'è incompetenza per connessione. E poiché il reato di banda armata è meno grave del reato di omicidio con finalità di terrorismo su cui sta indagando Firenze, "ne consegue l'insuscettibilità del procedi mento pendente avanti all'autorità giudiziaria di Roma di esercitare forza attrattiva nei confronti del presente procedimento". Intanto è praticamente arrivata a conclusione l'inchiesta sulla mancata protezione al professor Biagi, coordinata dai Pm Giovanni Spinosa e Antonello Gustapane. L'indagine ha visto indagati il capo dell' Antiterrorismo Carlo De Stefano, il suo vice Stefano Berrettoni, il questore di Bologna Romano Argenio e il prefetto Sergio Iovino, la cui posizione fin dalle prime battute è però parsa avviata all'archiviazione. Per tutti, oltre al rifiuto di atti d'ufficio, viene ipotizzata la cooperazione in omicidio colposo.

19 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Galesi, l'arma non ha firmato altri delitti
Oggi la commemorazione a Bologna. Il ministro Pisanu: "Spiragli di verità"
di MASSIMO MARTINELLI
ROMA - E' un anniversario di speranza quello che si celebra oggi per la morte di Marco Biagi, il professore bolognese ucciso un anno fa sotto casa a Bologna, mentre sistemava la sua bicicletta e uno dei figli lo aspettava alla finestra. Speranza per la cattura dei suoi killer, ma non solo. Perché questo anno appena trascorso, durante il quale c'è stata anche la tragica sparatoria sul treno Roma-Firenze costata la vita al sovrintendente Petri e al brigatista Galesi, ha consentito agli inquirenti di tre procure italiane di fare moltissimi passi in avanti nella lotta alle Brigate Rosse.
Lo conferma Giuseppe Pisanu, ministro dell'Interno, che oggi firma un intervento sul Sole24ore, il quotidiano sul quale scriveva Marco Biagi: "Le indagini in corso ci permettono ora di allargare gli spiragli e di procedere verso la piena luce della verità dei fatti", dice il titolare del Viminale. Sul Sole24ore interviene anche il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, che scrive: "Lo Stato ha vinto la battaglia contro l'eversione armata; ma purtroppo esiste ancora una drammatica realtà con gruppi di terroristi che non si rassegnano".
Così, mentre la figura di Marco Biagi sarà ricordata a Bologna, in via Valdonica dove fu ucciso, e nel resto d'Italia, i magistrati di Roma, Firenze e Bologna procedono nelle loro indagini collegate anche ai delitti D'Antona e Petri. Le novità maggiori riguardano la capitale, che da qualche giorno ha rivendicato la competenza territoriale a indagare anche sugli episodi di Bologna e Firenze: proprio i pm romani Ionta e Saviotti avrebbero interrogato nei giorni scorsi, e in gran segreto, il giovane finlandese Anton Monti, bloccato in extremis mentre stava per lasciare l'Italia verso Helsinki. Si tratta di un amico di Galesi, che lo ospitò in Finlandia negli anni scorsi. E che davanti ai pm romani, avrebbe confermato i rapporti con il brigatista ucciso circoscrivendoli agli anni passati. Sempre da Roma arrivano indiscrezioni sulla non compatibilità tra il Dna di Nadia Lioce e quello raccolto in uno dei furgoni utilizzati per il delitto di Massimo D'Antona, dove erano stati ritrovati dei capelli di donna. Era già accaduto con il Dna di Galesi, ma gli investigatori avevano sottolineato che tale circostanza non rappresentava la prova della loro estraneità al fatto. E ancora dalla capitale sono filtrate indiscrezioni che riguardano la pistola calibro 7,65 con matricola abrasa che fu utilizzata da Galesi per uccidere Emanuele Petri durante la sparatoria sul treno. Un primo esame avrebbe consentito di escludere che l'arma possa aver sparato in altre azioni delle Brigate Rosse. anche se proseguono gli accertamenti per verificare la compatibiltà di quei proiettili con quelli sparati a Roma contro il direttore del petrolchimico di Marghera, Giuseppe Taliercio (luglio '81) e contro il direttore dell'Ufficio Collocamento di Roma, Enzo Retrosi (maggio '81).

19 marzo 2003 - MARCO BIAGI: CACCIA ALLA TALPA
"Il Resto del Carlino"
Ma la talpa è più di un'ipotesi
Erano da poco passate le 20 del 19 marzo dell'anno scorso quando un commando di brigatisti sparò a bruciapelo sei colpi di pistola uccidendo Marco Biagi, davanti alla porta della sua abitazione di via Valdonica a Bologna. Il giuslavorista era appena sceso dal treno sul quale era salito a Modena alle 19,12, subito dopo essere uscito dalla facoltà di Economia dove lavorava e insegnava dal 1991.
Caccia aperta alla talpa
In via Berengario, forse, qualcuno aspettava Marco Biagi. Una donna, si è sempre detto, che avrebbe fatto il viaggio con lui. Una donna che potrebbe aver avvertito i complici del ritardo del professore. Una telefonata infatti trattiene Biagi in ufficio e il docente perde il treno che avrebbe dovuto prendere, quello delle 19. Chi lo ha comunicato ai terroristi appostati nel capoluogo? La sorte ha voluto che le telecamere della nostra stazione ferroviaria quella sera fossero fuori servizio ma quelle dello scalo bolognese hanno 'registrato' una ragazza che è scesa dal treno subito dopo di lui e si è incontrata con un uomo sul marciapiede del binario. E' la prima 'pista modenese' nelle complicate indagini su un omicidio che dopo la sparatoria sul treno ad Arezzo presenta meno ombre. E sempre a Modena portano le ultime 'piste investigative' perchè l'ipotesi di una talpa non è mai stata abbandonata.
Tre sospetti nessuna certezza
E a proposito della talpa, l'ultima novità riportata ieri dal quotidiano La Padania, riguarda un ricercatore dell'Università di Modena (forse di giurisprudenza) di poco meno di 60 anni, consulente anche del ministero del lavoro. Quest'uomo, alla fine degli anni Settanta, secondo quanto dichiarato dall'ex questore di Genova Arrigo Molinari, sarebbe stato in contatto con Giovanni Senzani, capo brigatista ex ex consulente a sua volta del ministero della giustizia. "Una talpa forse inconsapevole - sostiene Molinari - al cui nome, ancora top secret, gli inquirenti sarebbero arrivati seguendo sia la pista logico-deduttiva sia con i riscontri dei documenti e gli appunti trovati addosso a Nadia Lioce e Mario Galesi". Una pista che la Procura di Bologna sta ancora "valutando". I pm che si occupano dell'omicidio Biagi si sono limitati a dire che "sentiranno Molinari" senza aggiungere altro. Il nome di questo misterioso ricercatore si unisce a quello di altre due persone i cui numeri di telefono sono stati trovati scritti su un foglietto che era in tasca a Nadia Lioce. Si tratta della bibliotecaria della facoltà di Economia, il cui ufficio è stato perquisito diversi giorni fa e del dipendente di un supermercato modenese. Tutti e due sono stati sentiti come persone informate sui fatti e mai formalmente indagati. L'Università di Modena, dai vertici ai dipendenti, si è sempre schierata a difesa della bibliotecaria definendola persona onesta e assolutamente affidabile. Resta ancora da chiarire come mai Nadia Lioce avesse non soltanto il numero di telefono e parte del codice fiscale della bibliotecaria che lavorava a 15 metri dallo studio di marco Biagi (e anche da quello di Tiraboschi).
L'auto rubata targata Modena
E' targata Modena la Fiat Punto rubata e ritrovata dagli investigatori parcheggiata davanti all'ufficio postale di Arezzo, rapinato il 6 febbraio scorso da un commando brigatista per autofinanziamento. Quattro impiegati hanno riconosciuto due componenti della banda: Nadia Lioce e Mario Galesi.
La telefonata di minacce
Sempre da Modena è arrivata, poco prima dell'agguato di via Valdonica, una delle telefonate minatorie che Biagi riceveva sempre più spesso. Attraverso i tabulati forniti dalla Telecom e spulciati minuziosamente dagli inquirenti è stata localizzata nello studio del professore alla facoltà di Economia, studio al quale in molti avevano accesso. Una chiamata lunga, mai chiarita.
La scorta revocata
E' andata avanti in modo parallelo a quello sull'omicidio. Perchè il giuslavorista, che aveva più volte e a più livelli riferito i suoi timori, è stato lasciato senza scorta?
di Barbara Manicardi

19 marzo 2003 - STORIA NCC IN UN RAPPORTO DIGOS
"La Stampa"
Delitto Biagi
in un rapporto Digos la lunga storia dei Ncc Dall´attentato alla Confindustria (1992) agli agguati a D´Antona e all´economista bolognese: ecco su cosa lavorano polizia e Ros
Un anno fa, Bologna. Sono da pochi minuti passate le otto di sera. In via Valdonica lo stanno aspettando in due, i killer, anzi in tre, ma almeno altri due lo avevano seguito nel suo percorso, forse dall´università di Modena, dove insegnava, sicuramente dalla stazione di Bologna dove era arrivato. Lui, il professore Marco Biagi, scende dalla bicicletta, che lega accanto al portone. Fa per prendere le chiavi quando un ombra gli arriva alle spalle. Sei colpi di una 9 x 17 tipo corto, una Makarov, la stessa che ha ucciso Massimo D´Antona a Roma, in via Salaria, e Marco Biagi si ritrova a terra. Un anno fa a Bologna tornarono a colpire le Brigate Rosse. Un´altra scena, molti anni prima, dieci, e in un´altra città, Roma, aveva segnato l´inizio di questa storia, della storia delle nuove Brigate Rosse. Sono le 4,20 del 18 ottobre del 1992. In via dell´Astronomia, dove ha sede la Confindustria, un vigilante sente il rumore di una brusca frenata seguita da tamponamento. Dal monitor vede l´auto con uno sportello e il bagagliaio aperto. Lancia l´allarme, gli artificieri trovano, in una borsa all´interno dell´auto, "un involucro di polistirolo, fermato da scotch marrone, sul quale campeggia la scritta in rosso: "bomba". L´involucro custodisce cinque chili di esplosivo, due detonatori a miccia, due spezzoni di miccia a lenta combustione". E´ il battesimo di fuoco degli Ncc. Oltre dieci anni di storia, caratterizzati da drammatici momenti con gli omicidi D´Antona (20 maggio 1999), Biagi (19 marzo 2002), la sparatoria sul Roma-Firenze (2 marzo 2003). Questo decennio ha segnato l´evoluzione del gruppo, il suo salto di qualità che l´ha portato, con l´omicidio D´Antona, a riutilizzare la sigla Br, congelata dal 1988. E´ in questo decennio che si intrecciano i destini di vecchi e nuovi brigatisti, di Mario Galesi e Desdemona Lioce, di Carla Vendetti e Simonetta Giorgieri. E di quei "latitanti" di cui, nelle inchieste della Digos e del Ros dei carabinieri, se ne intravedono le sagome, le ombre. All´inizio di questa storia, l´attentato alla Confindustria del `92 appare misterioso. Gli "inesperti" bombaroli fanno ritrovare tre pagine di rivendicazione: "Con questa iniziativa i Nuclei Comunisti Combattenti hanno voluto attaccare il patto Governo-Confindustria-Sindacati, concretizzatosi con l´accordo sul costo del lavoro del 31 luglio scorso". Gli Ncc si pongono in continuità con le Br e attaccano i sindacati per essere "vere appendici statuali incuneate nel proletariato". Le Br tacevano da alcuni anni, l´ultima azione risaliva al 16 aprile 1986 quando a Forlì avevano ucciso il senatore dc Roberto Ruffilli. Tra l´88 e l´89 le ultime grandi retate di brigatisti: più di venti arresti, ma non tutti i terroristi finiscono nella rete. Il Ros dei carabinieri ricorda in un recente rapporto che nel blitz sicuramente la fecero franca "Pippo, Rosa, Cip e Ciop e altri". Roma, quattordici mesi dopo l´attentato alla Confindustria. All´ 1,10 di notte del 10 gennaio del 1994, ricostruisce il rapporto della Digos, "ignoti hanno fatto esplodere un ordigno in viale Beethoven 5, nei pressi dello stabile che ospita gli uffici del Nato-Defence College. L´esplosione ha causato danni alla facciata del palazzo. Due persone hanno visto allontanarsi a grande velocità un´Alfetta color sabbia con quattro persone a bordo". Arriva la rivendicazione: "Con questa iniziativa politico-militare gli Ncc hanno voluto colpire il ruolo svolto dalla Nato all´interno della strategia imperialista di nuovo ordine mondiale". Gli Ncc "riconoscono la centralità delle Br all´interno del percorso rivoluzionario del proletariato e la validità del loro impianto politico assumendolo come proprio", e rivendicano anche l´attentato Br di Aviano, del 3 settembre del 1993 (mentre dal carcere diversi "irriducibili" criticano quell´azione: "E´ un operazione di combattentismo fine a se stesso, di movimentismo astratto, di deviazionismo analitico"). Gli Ncc rendono onore "alla compagna Barbara Kistler rivoluzionaria antimperialista caduta in combattimento nel febbraio del `93". Nel documento di rivendicazione dell´attentato alla Confindustria del `92, gli Ncc avevano ricordato un´altra "vittima", Carlo Pulcini, il brigatista arrestato nell´ultima retata dell´88 e morto in carcere nel marzo del `92. Pulcini e Kistler sono i punti di riferimento anche degli Nta, la sigla eversiva del Nord-Est attiva dal dicembre del 1995, che a loro hanno intitolato due cellule. Dal carcere, dove era già arrivato il sostegno agli Ncc per l´attentato alla Confindustria, gli "irriducibili" appoggiano anche quello alla Nato. Il brigatista Franco Grilli era stato il destinatario di una lettera-cartolina spedita dal carcere francese dalle terroriste Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti: "Abbiamo saputo che giù non avete la rivendicazione dell´azione di gennaio (contro la Nato-Defence College, ndr) e così, come vedi, ve la mandiamo". In allegato, le due brigatiste - arrestate a Parigi il 2 settembre del 1989, scarcerate nell´aprile del `95, da allora "irreperibili" -, avevano inviato una copia della rivendicazione degli Ncc. Dalla Nato a via Salaria. In questi cinque anni vi sono almeno due date, due episodi importanti. Sempre Roma, sempre quartiere Eur. Sono le 11 del 13 febbraio del 1995: "In via Eredia - si legge nel rapporto della Digos -, personale dipendente del commissariato Ps "Colombo", in normale servizio di prevenzione, ha proceduto al controllo di due persone che stazionavano in loco, nelle immediate vicinanze di un ciclomotore con targa apparentemente contraffatta". I due sono Fabio Matteini e Luigi Fuccini, fiorentino il primo pisano l´altro. Fuccini dichiara: "Non voglio parlare senza il mio avvocato e poi io non sono uno "comune", sono un militante rivoluzionario dei Nuclei comunisti combattenti". E Matteini: "Posso dire che sono un prigioniero politico e un militante rivoluzionario". Un controllo di polizia casuale, come otto anni dopo avverrà sul Roma-Firenze, svelerà le identità di due militanti degli Ncc. Gli investigatori con l´arresto dei due sperano di risalire agli altri: "Di particolare interesse investigativo - scrivono in un rapporto - è risultata la circostanza che il Matteini rivesta un ruolo preminente nell´ambito del "CPA-Firenze Sud", organismo costitutivo del "Movimento Proletario Anticapitalista" e che la sua convivente sia stata fotografata all´interno del CIP Alessandrino di Roma in occasione di riunioni riservate del MPA". Nell´MPA, secondo la Digos, gravita anche il fratello di Silvano Falessi, un altro latitante delle Brigate Rosse. In un rapporto del Ros dei carabinieri del febbraio del 2000, si legge: "Il Fuccini era partito (da Livorno, ndr.), verosimilmente, in compagna di altri due uomini e due donne. Oltre al citato Fuccini venivano nell´occasione riconosciuti, da testi presenti, Valtere Lorenzi, Carlo Camilloni e Desdemona Nadia Lioce". E´ da quella data, 13 febbraio 1995, che Nadia Lioce si volatizzerà fino al 2 marzo scorso, quando sarà arrestata. Mario Galesi, il brigatista rimasto ucciso nella sparatoria del Roma-Firenze, il 15 gennaio del 1997 viene arrestato, con Jerome Cruciani, per una rapina all´ufficio postale di via Radicofani, a Roma. Galesi rimane agli arresti domiciliari soltanto per tre mesi. Il 7 febbraio del 1998, un anno prima dell´agguato in via Salaria, si dà latitante. Entra in clandestinità. Siamo alla vigilia della trasformazione: gli Ncc rispolverano la sigla delle Br, con l´omicidio D´Antona.
Guido Ruotolo

19 marzo 2003 - BIAGI: TAORMINA, MAGISTRATI INCAPACI BRANCOLANO NEL BUIO
ANSA:
"Il primo anniversario dell'assassinio di Marco Biagi si celebra all'insegna dell'incapacita' della magistratura che, in quattro anni dall'omicidio D'Antona, brancola nel buio e soprattutto lascia liberi terroristi che dopo D'Antona hanno trucidato Biagi, Petri e trucideranno altri". L'attacco a chi indaga su quegli omicidi viene dal parlamentare di Forza Italia Carlo Taormina. "La magistratura si esibisce in spaccature e conflitti tra procure che stanno cercando di rubarsi reciprocamente le inchieste", denuncia Taormina; il tutto "ricorrendo a marchingegni di stampo davvero inquietante, come l'iscrizione di Nadia Lioce al registro indagati per l'assassinio di Biagi o come la lettura delle norme del codice in modo che Roma possa svolgere tutte le inchieste, come premio per il nulla di fatto ad oggi totalizzato in ordine all'individuazione degli assassini di D'Antona, trucidatori anche di Biagi". Secondo il parlamentare-legale "dal giorno dell'uccisione di Emanuele Petri sul treno Roma- Arezzo" e' in atto "il massiccio tentativo di appioppare a Nadia Lioce e Mario Galesi gli assassinii di D'Antona e Biagi, ai quali essi sono totalmente estranei, come e' stato dimostrato dal negativo esame del Dna effettuato sui reperti in sequestro". Un tentativo che "deve essere sventato" e che si concretizza in un "gravissimo sviamento delle indagini" sui due omicidi. Sviamento "sul quale tutti gli organi competenti devono esercitare tutti i possibili accertamenti, se realmente si vogliono sgominare le Brigate Rosse e non si vuole con esse colludere per speculare sui loro omicidi, che sembrano far comodo a tutti, destra,sinistra e centro".

20 marzo 2003 - TERRORISMO E AMORE: IL RUOLO DELLE DONNE
"Sette" del Corriere della sera
ATTUALITÀ LE DONNE E L'EROS AI TEMPI DELLE BR
Quando la COMPAGNA BALZERANI prese a padellate un brigatista (anzi più di uno) troppo focoso
Quando la Ronconi fece una rapina per pagarsi un week-end con Sergio Segio Quando la Braghetti passò alcuni giorni con Morucci in un albergo di lusso parigino. Quando la Vianale con le sue camicine a righe, strappava occhiate galeotte. Dopo il caso di Nadia Lioce entrata nei Comunisti combattenti per seguire il fidanzato, breve storia di vita quotidiana dei terroristi in amore.
di AGOSTINO GRAMIGNA
Tutto come 30 anni fa. Quando la domenica mattina del 3 marzo le agenzie davano notizia dello scontro a fuoco sul treno diretto a Firenze, molti hanno pensato di rivivere il clima degli anni dì piombo. Identiche le modalità: un poliziotto e un terrorista a terra immersi in una pozzanghera di sangue e lei, Nadia Lioce la superlatitante appartenente alle nuove Br, ora iscritta nel registro degli indagati dalla procura di Bologna per l'omicidio del professor Marco Biagi che un minuto dopo l'arresto si dichiarava prigioniera politica. Quasi a cementare il ponte tra passato e presente.
Sta di fatto che Lioce cresciuta a pane e femminismo, cominciò a frequentare i circoli marxisti leninisti di Foggia seguendo un suo filarino. Ed entrò nel gruppo dei Comunisti combattenti per amore del suo fidanzato, Luigi Fuccini più giovane di lei, arrestato a Roma nel'95 Una biografia che richiama alla memoria quelle di altre donne (belle sotto il burkha brigatista molto più famose, che per anni hanno occupato pagine e pagine di giornali: Margherita Cagol, giovane studentessa di Sociologia a Trento, che sposò in tailleurino Renato Curcio nella chiesetta di San Romedio, in Val di Non; Adriana Faranda, la bruna siciliana molto sexy, due grandi occhi neri magnetici, che, prima di iniziare una love story con Valerio Morucci, aveva sposato Luigi Rosati, esponente di Potere operaio e buon amico di Morucci; e Barbara Balzerani, la donna del capo (Mario Moretti) che amava il mare e la guerrigliera. E non disprezzava i piaceri dell'amore, forte della sua avvenenza e del suo fascino.
Un aspetto, questo, non secondario. Nel manuale del perfetto terrorista c'era (e c'è) una regola precisa: la scelta del partner avviene dentro i confini dell'organizzazione e l'amore viene vissuto come riflesso del credo politico. Soprattutto dalle donne, le cui scelte di sangue, spesso, si intrecciarono a quelle sentimentali. Ed è seguendo questo filone che si scopre una storia molto più articolata e sorprendente. Parlando con ex terroriste e rileggendo diversi libri biografici emergono, infatti, stralci di vita quotidiana che gettano luce sugli anni di piombo al pari di tante analisi storiche e confessioni politiche.
Eppure non tutte le storie sentimentali erano uguali. O almeno non potevano essere vissute nello stesso modo. Appartenere alle Br o a Prima linea mutava sensibilmente la prospettiva. Chi ha militato nelle Br spiega che la scelta era etica, quasi monastica: l'amore era subordinato alla supremazia della lotta di classe. Nessuna donna o uomo sarebbe potuto entrare come regolare nell'organizzazione senza avere superato la prova: dimostrare di essere capaci di separarsi dal proprio compagno, di sopportare la compartimentazione. Era questo il termine (compartimentato) che veniva usato per separare fisicamente una coppia: fu il caso per esempio di Adriana Faranda, la postina del rapimento Moro, e Valerio Morucci. Lei era stata messa alla guida di una brigata romana, lui mandato a organizzare un poligono di tiro nel Nord Italia. Tanto che quando ritornò a Roma dopo qualche settimana si pensava che non fosse capace di resistere senza la sua donna. invece era andato a fuoco il poligono.
Morucci era un leader delle Br, tutto d'un pezzo. Non come Marcello Capuano, il brigatista che i suoi compagni chiamavano "Findus", arrestato nel '77. Era fidanzato con la figlia di un esponente della sinistra extraparlamentare, già conosciuta dalla polizia. Come condizione per accedere alle Br gli fu posta quella di separarsi dalla sua amata. Lui non ce la faceva e per questo veniva "congelato" ogni volta dai capi. Da li' il nome di Findus. Dice un ex brigatista: "Fu libero quando andò in prigione finalmente poteva ricongiungersi con la sua compagna di un tempo".
Non c'era solo nostalgia degli affetti. La separazione forzata era totale: spirituale e corporea. Così capitava che quando una colonna Br si riuniva, dopo lunghi periodi di astinenza sessuale, i maschi si sentissero in dovere di fare avances pesanti alla prima donna che capitava sottomano. Una mattina Barbara Balzerani, che pure era la donna di Mario Moretti, uno dei capi storici delle Br, raccontò di aver passato una notte d'inferno: per difendersi dalle pesanti richieste, aveva preso a padellate un suo compagno. Anche perché Moretti non aveva lo stesso stile di un Morucci che, raccontano i brigatisti, non avrebbe esitato a impugnare la pistola per difendere la sua Adriana.
In ogni caso se non fu per amore che Faranda entrò nelle Br, di sicuro giocò un ruolo fondamentale Morucci. Lui era entrato nelle Br nel luglio del '76 dopo un colloquio con Moretti. Adriana non era ancora convinta, nostante avesse già scelto la via della lotta armata. A settembre incontrò i capi delle Br; a ottobre diede un primo si', ci ripensò, per poi essere congelata ed entrare definitivamente ai primi di gennaio. Ha raccontato in suo libro: "Valerio per me era la fiducia se lui non fosse entrato nelle Br neanche io lo avrei fatto".
La storia del terrorismo fu anche storie di coppie perché solo la coppia dice un'ex Br, "permetteva di non essere schiacciati dal peso delle decisioni". Ma se per amore si seguiva il proprio compagno nella scelta della lotta armata, non era con i sentimenti che si faceva carriera. Come dimostrano i casi di Ave Maria Petricola e Maria Rosaria Roppoli: la prima (ciociara di Valmontone) diventata terrorista per seguire Giulio Caciotti e relegata solo a lavori casalinghi ("Mi facevano solo cucinare pulire lavare e stirare" ), la seconda (piemontese) una giovane insegnante che trovò identità politica quando conobbe Patrizio Peci. Diventare terrorista per una "determinazione sentimentale" significava al massimo arrivare a fare il fiancheggiatore, distribuire volantini o fare da mangiare. Non si diventava "regolari". Giuseppina Viriglio ("Giusy"), arrestata a Torino e finita in carcere per una rapina, entrò per amore del comandante Alberto. Non poté dissociarsi dalla lotta armata perché non aveva fatto granché, tranne subire il fascino di Marco Donat Cattín, esponente di Prima linea che la mise incinta (lei abortì). Ancora più complessa la storia di Rita Algranati, moglie del Br Alessio Casimirri, uno dei nove componenti di via Fani. Rita non aveva identità politica precisa, era una figura abbastanza opaca, dice chi l'ha conosciuta bene: "Non disponeva del carattere forte di donne come Balzerani, Cagol o Faranda. Solo con il tempo, seguendo il suo uomo, diventò più determinata".
Controversa, in questo senso, è la vicenda di una "regolare", Anna Laura Braghetti, la donna cui era intestata la casa di via Montalcini dove fu detenuto Aldo Moro. Romana, piccola di statura, era stata al centro di molti pettegolezzi: avrebbe avuto un flirt con Maccari, trascorso alcuni giorni in alberghi di lusso a Parigi con Morucci, per poi sposare Prospero Gallinari. Lei però amava Bruno Seghetti, uno dei nove componenti dell'assalto di via Fani. Chi l'ha conosciuta dice che forse s'era messa inconsapevolmente in un gioco più grosso di lei. Per seguire il suo uomo. Sconosciuta dai membri della colonna romana, non aveva esperienza di brigata, ma era considerata compagna superaffidabile. Per questo le fu affidato il delicatissimo compito di acquistare l'immobile di via Montalcini, a condizione che il suo Seghetti non vi mettesse piede. I capi delle Br compartimentarono subito la coppia: consideravano a rischio l'amore tra i due.
Le Br non erano i Nap o Prima linea, sigle più laiche e moderne in tema di sentimenti. Molti dei suoi uomini venivano da Potere operaio; quelli di PL (e dei Nap) provenivano perlopiù da Lotta continua. La "pasionaria" per eccellenza fu la napoletana Maria Pia Vianale, una ragazza molto bella e di buona famiglia, che amava vestirsi in modo divertente (portava vistose camicie a strisce), aveva l'abitudine di portare i capelli all'indietro e ha marchiato l'immaginario erotico dei suoi coetanei, oggi quaranta/cinquantenni. Una ragazza che aveva studiato nel più esclusivo istituto religioso di Napolì (Educanti femminili), finché non conobbe Giovanni Gentile Schiavone, ideologo dei Nuclei armati proletari. Se ne innamorò: a 19 anni entrò nell'organizzazione e nel '75
scelse la latitanza per seguirlo. Il giorno dell'arresto nascondeva in una tasca l'anellino di fidanzamento che Schiavone le aveva regalato.
L' esempio che amore e terrorismo potessero coesistere fu dato, agli albori, da due coppie mitiche tra i terroristi dell'epoca: Renato Curcio e Margherita Cagol, Sergio Segio e Susanna Ronconi, minuta e pallida, figlia di un ex ufficiale di Marina, accusata di otto omicidi. Fu Cagol che nel '75 guidò, per amore, l'assalto al carcere di Casal Monferrato per liberare il marito. Mentre fu Sergio Segio a far evadere dal carcere di Rovigo ('82) la Ronconi, una donna minuta entrata nelle Br nel '74, usciti subito dopo per fondare Prima linea nel '75. Forse non a caso. Spiegò una volta Ronconi: "Facevo le rapine per pagare i week-end con Sergio. Perché i miei spazi umani me li son sempre presi".
Agostino Gramigna

21 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: BOLOGNA RICORRE CONTRO ROMA
"Il Messaggero"
RICORSO IN CASSAZIONE
Inchieste Br, Bologna contro Roma
ROMA - Quella che doveva essere l'offensiva finale di tre Procure importanti contro le nuove Brigate Rosse, diventa uno scontro frontale tra toghe. Che inevitabilmente potrebbe rallentare la velocità di reazione della magistratura dopo la tragica sparatoria di tre settimane fa sul treno Roma-Firenze. Stamattina sarà infatti depositato in Cassazione il ricorso con il quale la Procura di Bologna si oppone alla richiesta formale della Procura di Roma di acquisire la titolarità delle indagini sul delitto di Marco Biagi, formulata in base alla considerazione che quell'omicidio fu ideato nella Capitale dagli stessi brigatisti già imputati a Roma per banda armata. Tra questi c'è Nadia Desdemona Lioce, che nei giorni scorsi era stata indagata per il delitto Biagi dai pm bolognesi e che dall'ottobre scorso era invece ricercata dai magistrati romani per la sua "partecipazione a banda armata denominata Brigate Rosse".
La richiesta dei pm romani era stata formalizzata in un clima di cortesia, nel corso di un vertice a Firenze della scorsa settimana. Ma ieri, i rapporti tra le due procure si sono notevolmente raffreddati. Il procuratore di Bologna, Enrico Di Nicola, ha firmato personalmente il ricorso in Cassazione, sostenendo che non ci sarebbe continuazione tra la banda armata dell'omicidio D'Antona ('99) e quella dell'assassinio di Biagi, nel 2002. E non sarebbe dimostrata l'assoluta identità di tutti i componenti della banda. L'unico elemento di fatto che unisce i due delitti, cioè la stessa arma calibro nove, non sarebbe considerato sufficiente per giustificare la trasmissione degli atti. Infine, da Bologna, ricordano che tutta la giurisprudenza relativa ai vecchi delitti delle Br ha portato a giudicare tutti gli omicidi nel luogo dove erano stati consumati.
M. Mart.

23 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: CONTINUANO I CONTRASTI TRA PROCURE
"Il Corriere della sera"
I magistrati chiedono di continuare a indagare sull'assassinio di Biagi e respingono le tesi dei colleghi romani. Deciderà la Cassazione
"Le Brigate rosse sono attive in sette regioni"
La procura di Bologna: cercano alleanze operative con i gruppi minori, soprattutto al Nord
ROMA - Le nuove Brigate rosse vorrebbero "estendere ad altri gruppi omogenei operanti in altre regioni d'Italia, specie nel Nord e Nord-Est del Paese, la partecipazione alle loro azioni". Non più soltanto la ricerca di dialogo con i vari Nuclei nel tentativo di reclutare nuovi militanti, come avevano detto finora investigatori e organismi d'intelligence, bensì - sembra di capire - una vera e propria alleanza operativa; un coinvolgimento diretto anche nella realizzazione degli attentati. Se così fosse sarebbe una strategia del tutto inedita, non in linea con la tradizione delle Br che sono sempre state gelose della loro sigla e allergiche a commistioni con gli altri gruppi. Ma del cambio di rotta sembra convinta la Procura di Bologna, che mette anche questa presunta novità tra i motivi per continuare a indagare sull'omicidio di Marco Biagi. Se i magistrati di Roma hanno chiesto gli atti su quel delitto perché ritengono di essere competenti - a causa dell'unicità di strategia tra l'assassinio del professore bolognese e quello di Massimo D'Antona, ucciso nella capitale tre anni prima; e poi perché i due omicidi sono stati commessi con la stessa arma; e ancora perché una perizia linguistica ha stabilito che i due documenti di rivendicazione sono stati scritti dalla stessa mano - quelli di Bologna rispondono che tutto ciò non basta. Contestano l'affermazione dei colleghi romani secondo la quale il "cuore" dell'organizzazione terroristica si troverebbe lì dove c'è "il cuore dello Stato" che si vuole attaccare; a Roma, appunto, e il fatto che Biagi sia stato ucciso a Bologna è una circostanza casuale, al pari dello scontro a fuoco in cui sono morti il brigatista Mario Galesi e l'agente della polizia ferroviaria Emanuele Petri, avvenuto in un'area di competenza della Procura di Firenze.
Vorrebbero divenire titolari anche dell'indagine su quella sparatoria, gli inquirenti romani, sempre per via della "connessione" che lega l'episodio all'attività delle Br progettata, cominciata e radicata nella capitale. Ma da Bologna il procuratore Di Nicola ribatte: "L'omicidio consumato nei pressi di Arezzo (quello dell'agente Petri, ndr ) non sembra sia stato occasionale, in quanto le indagini in corso fanno ritenere che un gruppo di terroristi legato ai due presenti sul treno Roma-Arezzo, con base a Firenze o nelle vicinanze, abbia effettuato in quella città un tentativo di rapina e una rapina tra la fine del 2002 e l'inizio del 2003, e continui ad operare delittuosamente in Toscana e in particolare tra Firenze e Arezzo".
Anche se non sono più i tempi di centinaia di militanti divisi nelle "colonne" cittadine, per i magistrati bolognesi si può sostenere che le Br dal '99 ad oggi hanno manifestato la loro presenza nel Lazio, in Toscana e in Emilia Romagna, "con verosimili contatti in Lombardia, Liguria, Veneto e Friuli". Che Nadia Lioce, dopo l'arresto, abbia rivendicato anche l'omicidio Biagi inscrivendolo nella più generale "linea politica di attacco al cuore dello Stato" non significa affatto che gli autori di quell'attentato siano gli stessi del delitto D'Antona. Nemmeno l'unica pistola utilizzata nelle due esecuzioni dimostra "che sia identico l'autore degli spari o il "gruppo di fuoco"", e la perizia linguistica non varrebbe granché.
Da domani la Procura generale della Corte di Cassazione comincerà a studiare le carte di questa controversia tecnico-giuridica (anche da Firenze sta per per arrivare una memoria per chiedere che l'indagine sulla sparatoria nel treno resti in quella città), ma dietro la disputa in punto di diritto emergono le divergenze di opinioni su com'è organizzata la banda armata chiamata Brigate rosse. A Bologna sono stati interrogati analisti ed ex-ufficiali di polizia giudiziaria per ricostruire la storia passata delle Br e raccogliere pareri su quel che sono i vari Nuclei che inneggiano alla lotta armata; sono stati studiati e fotocopiati praticamente molti atti dell'indagine sul delitto D'Antona ed è stato ascoltato in veste di testimone un ex-brigatista che negli anni Ottanta aderì alla cosiddetta "seconda posizione" delle Br come Paolo Persichetti.
A Roma sono stati ripresi in mano gli atti delle vecchie inchieste, compresa quella sui Nuclei comunisti combattenti (considerati il seme da cui sono nate le nuove Br) i cui militanti, benché toscani, sono stati arrestati, processati e condannati nella capitale. Anche questa circostanza verrà riesumata per sostenere la necessità di un'unica inchiesta sulla nuova organizzazione terroristica presentatasi sulla scena col delitto D'Antona. Delitto per il quale non ci sono attualmente indagati, mentre a Bologna Nadia Lioce è accusata dell'omicidio Biagi, a Firenze per l'assassinio dell'agente Petri, e a Roma è inquisita per banda armata. A parte gli ergastolani irriducibili arrestati quindici anni fa e ancora in carcere, è l'unica protagonista certa di un'indagine incerta e contesa da chi la deve condurre.
Giovanni Bianconi

23 marzo 2003 - UCCISIONE BIAGI: PROF. TIRABOSCHI, L'UNIVERSITA' ERA CONTRO
"La Gazzetta di Modena"
Michele Tiraboschi, allievo del docente di diritto del lavoro, in un'intervista all'"Espresso" punta il dito contro il nostro ambiente accademico
"L'Università modenese era contro Biagi"
"In questa città rossa ci muovevamo in una continua guerra civile psicologica"
"Ho avuto tantissime telefonate di solidarietà dopo la sparatoria sul treno ad Arezzo, ma una sola dalla mia facoltà". Michele Tiraboschi, il professore della Facoltà di Economia di Modena, allievo ed erede di Marco Biagi, assassinato dalle Br, confida con una punta di amarezza il dopo 2 marzo, quando la polizia ferroviaria vicino ad Arezzo catturò dopo un conflitto a fuoco Madia Lioce e Mario Galesi, poi morto, appartenenti alle nuove Br che forse avevano progettato e stavano portando a termine un attentato proprio contro il successore del prof. Biagi.
Da quel giorno Michele Tiraboschi vive sotto scorta in una località sconosciuta. E confida tutta la sua amarezza ad un anno dalla morte del suo maestro, al vice-direttore de "L'Espresso" Giampaolo Pansa, che lo ha intervista sul numero in edicola.
Tiraboschi ha appena pubblicato il libro, "Morte di un riformista" sui 10 anni trascorsi accanto al maestro che aveva preparato le nuove riforme del mondo del lavoro. Ora lui sta portando avanti per il Ministero, nell'intervista racconta della sua vita sotto scorta, delle ultime ore trascorse con il professore nella facoltà di economia all'ex Foro Boario, del momento in cui si sono lasciati e dell'appuntamento telefonico che avrebbero dovuto aver alcune ore dopo, ma che non c'è mai stato: le Br non hanno dato "più tempo" a Marco Biagi.
Poi, Michele Tiraboschi parla della sua vita, ora che di Biagi ha preso il posto. Ed è molto critico verso la sua facoltà - "una sola telefonata dopo Arezzo" - che ha rivisto il 10 marzo scorso quando il Presidente Ciampi ha scoperto una targa ricordo del prof. Biagi davanti al suo ufficio che quel giorno è diventato sede della Fondazione a lui dedicata.
Critico nei confronti della "sua" Università, Tiraboschi diventa quasi spietato quando parla di Modena e del suo ambiente politico e di lavoro: "Modena è una città rossa, con una forte presenza della Cgil. Le idee che portavamo avanti con Biagi non piacevano molto. A Modena, ma non soltanto lì, ci sono molti che pensano: Biagi, e anche Tiraboschi, parlano in un certo modo perché sono sovvenzionati dal governo di centro-destra. Una sorta di guerra civile mentale - aggiunge Tiraboschi riprendendo una frase di Paolo Mieli in un articolo dedicato a Biagi - che era stata avvertita anche da Marco e l'avverto anch'io attorno a me. Sì, una guerra di parole e di comportamenti".
Quando poi Pansa chiede dei "veleni e di isolamento sul piano accademico" citati sul suo libro, Tiraboschi ritorno ad attaccare l'Ateneo modenese: "Che cosa vuole che aggiunga? Biagi era un professore molto giovane e occupava già posizioni importanti. Questo non è mai visto con favore. Ancora oggi, anche se sono finiti i tempi dei baroni, l'università ha una logica ferra. Bisogna stare su un certo binario. Biagi stava per conto suo".
Insomma, anche se il prof. Tiraboschi non lo dice apertamente, Marco Biagi non andava a genio all'Ateneo. E probabilmente nemmeno lui, ancora più giovane del suo maestro, forse dà fastidio "alla logica ferra" dell'Università modenese e alla Facoltà di Economia.
Certo dopo le dure parole di Michele Tiraboschi, non ci si deve meravigliare delle perquisizioni e dei sequestri fatti dopo il 2 marzo. E anche se la bibliotecaria presa mira dagli inquirenti è stato dimostrato non c'entra nulla con Nadia Lioce e il biglietto trovatole in tasca col nome della dipendente modenese della facoltà di Economia, l'Università modenese non deve meravigliarsi se più d'uno degli investigatori insiste, per l'assassinio di Marco Biagi, sull'eventualità dell'esistenza di una "talpa" all'interno della facoltà stessa.

24 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: ANCHE FIRENZE CONTRO ROMA
"Il Nuovo"
Br: Procura di Firenze va in Cassazione: indagine nostra
Il ricorso fa seguito alla richiesta della magistratura romana di concentrare nella capitale l'inchiesta toscana sulla sparatoria in treno.
FIRENZE - Procure l'una contro l'altra: Firenze contro Roma o ancora Roma contro Firenze. La magistratura toscana e quella capitolina si stanno affrontando su una delle questioni più spinose degli ultimi anni: la competenza sulle nuove Br. Una polemica che adesso è finita in Cassazione: la procura fiorentina infatti ha adito la Suprema Corte, presentando ricorso al procuratore generale per il conflitto sulla competenza delle indagini. Firenze ritiene ci avere comptenze sulla strage sul treno Roma-Firenze e sul conseguente arresto di Dedesmone Lioce, ma Roma intende a sua volta concentrare nella capitale le indagini, sul presupposto che tutto è iniziato da delitto d'Antona.
Ecco dunque il ricorso alla Cassazione: la procura di Roma, all'indomani della sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo scorso, nella quale morirono il poliziotto Emanuele Petri ed il presunto terrorista Mario Galesi, aveva presentato formale richiesta di concentrare nella capitale le indagini sulla sparatoria ed anche quelle della procura bolognese per l'omicidio di Marco Biagi in base al principio della connessione dei reati, sostenendo che l'omicidio di Massimo D'Antona, avvenuto il 20 maggio 1999, era stato il primo.
Di tutt'altro parere i magistrati fiorentini che hanno ritenuto la richiesta "uno scippo" delle proprie indagini: Firenze rivendica la propria competenza sostenendo che la sparatoria sul treno è stato un fatto occasionale e che non rientra nella continuazione del reato. Inoltre ha evidenziato come non vi sia certezza che gli episodi di Firenze, Bologna e Roma siano riconducibili alle stesse persone. Infine, ha rilevano che l'episodio in cui è stata arrestata la Lioce si configura come l'episodio più grave, in considerazioni delle aggravanti contestati.
Oggi, inoltre, la procura di Firenze ha affidato una consulenza tecnica per gli accertamenti balistici e per ricostruire l'esatta dinamica della sparatoria.

25 marzo 2003 - UCCISIONE BIAGI: SI TORNA AD INDAGARE SU SPARO ALL' UNIVERSITA'
"La Gazzetta di Modena"
Colpo di pistola contro le finestre di Economia
Colpì un ufficio accanto a quello di Marco Biagi a pochi mesi dall'agguato Br
Mentre infuria la polemica dopo le dichiarazioni di Michele Tiraboschi sull'emarginazione da parte dell'Università del prof. Marco Biagi, a poco più di un anno dall'assassinio del docente di diritto del lavoro ad Economia e Commercio, spunta dalle indagini, tuttora in corso, un episodio a dir poco inquietante, accaduto a pochi mesi dall'agguato omicida delle Br. Tracce di un colpo di pistola, vennero trovate sul vetro della finestra dell'ufficio accanto a quello del prof. Biagi. Intanto ieri un altro foro, forse anche questo di pistola, su un vetro, questa volta di Fisica.
Su tutta la vicenda è stato mantenuto il più assoluto riserbo, sia da parte degli inquirenti, sia da parte della facoltà di via Berengario.
Ma sembra che prorio in questi giorni, dopo la sparatoria del 2 marzo, la cattura della Br Lioce e tutto quanto ne è conseguito, gli inquirenti stiano rimettendo mano al rapporto della Digos su quel colpo di pistola. A distanza di mesi, sono trapelate le prime indiscrezioni su quanto avvenuto in autunno ad Economia. La finestra presa di mira è stata quella dell'ufficio accanto allo studio del prof. Biagi. E' la finestra della segreteria del consulente del Ministero del lavoro. Poche e scarne in ogni modo le notizie sull'episodio. Di sicuro vi è che nell'autunno scorso, una segretaria della facoltà ha notato sul faccia esterna del vetro della finestra un foro. Tondo e pare con tracce di polvere da sparo, a confermare che si trattava di un colpo da arma da fuoco. Il proiettile come detto, aveva "bucato" solo la faccia esterna del vetro, vale a dire la "prima pelle" che forma la così detta termocamera isolante.
Dopo l'allarme e la immediata chiamata sul posto della polizia, gli uomini della Digos e della scientifica hanno fatto un lungo e accurato sopralluogo, al quale hanno poi partecipato anche gli inquirenti bolognesi, titolari delle indagini sul delitto Biagi.
Stando alle indiscrezioni le indagini hanno portato a rilevare come il foro fosse stato provocato da un'arma da fuoco, probabilmente una calibro 22. Il fatto che il proiettile avesse bucato solo il primo dei due strati della termocamera di vetro, ha portato successivamente ad ipotizzare che il colpo fosse stato esploso da una distanza superiore ai 250-300 metri. Giusto quella che separa le finestra della facoltà dalla gradinata-tribuna dell'ex Foro Boario.
All'interno della termocamera gli investigatori non trovarono traccia del proiettile, così come all'esterno della finestra, sul davanzale, dove invece c'erano piccole schegge di vetro. Il fatto che il proiettile non avesse trapassato completamente il vetro, è poi stato spiegato in una lunga relazione consegnata dagli investigatori alla magistratura bolognese. In questo rapporto si parla anche delle lunghe ricerche effettuate sotto la finestra colpita, a caccia del proiettile. Ricerche che hanno dato esito negativo come del resto quella effettuata nei pochi edifici esistenti nella zona. Insomma, sul colpo di pistola sparato contro l'ufficio accanto a quello che era stato del prof. Biagi, le indagini non avevano portato a nulla di concreto. Ma ora, dopo gli ultimi avvenimenti, anche quell'episodio potrebbe essere rivisitato.

26 marzo 2003 -D'ANTONA; 1 ANNO A 4 IRRIDUCIBILI BR PER TENTATA RIVENDICAZIONE
ANSA:
"Onore a Mario Galesi": lo hanno espresso in aula quattro Br irriducibili a giudizio a Milano. "Esprimiamo qui il dolore, il cordoglio ma rendiamo onore a Mario Galesi caduto in combattimento. La sua vita e la sua storia si misurano nella sua coerenza politica...", ha letto da un documento uno dei quattro brigatisti prima di essere interrotto dal presidente. I quattro hanno anche espresso solidarieta' al popolo irakeno. I quattro brigatisti irriducibili sono Cesare Di Lenardo, Ario Pizzarelli, Stefano Minguzzi e Francesco Aiosa, aderenti alle Br-Pcc. Piu' volte hanno rivendicato in aula le azioni delle delle nuove Br, come gli omicidi Biagi e D'Antona, dichiarandosi anche, in quanto militanti, storicamente responsabili delle azioni di tutte le Br, dal 1970 ad oggi. Un mese fa, processati proprio per aver rivendicato in aula l'omicidio di Marco Biagi, furono prosciolti in quanto venne accettata la tesi del pm secondo cui queste rivendicazioni fatte in aula avrebbero ormai un mero valore rituale. Oggi sono a processo perche' rivendicarono il delitto D'Antona mandando un documento al Corriere della Sera, che non lo pubblico'. Devono rispondere di tentata propaganda sovversiva. I quattro dalla gabbia degli imputati hanno chiesto il permesso di leggere un documento di oltre due cartelle dattiloscritte. Permesso inizialmente accordato, quindi il presidente della quarta sezione della Corte d'Appello ha tolto la parola al brigatista Francesco Aiosa perche', invece di affrontare temi pertinenti al processo, ha ribadito i motivi fondanti dell' esistenza delle Brigate Rosse e della lotta armata.
"Esprimiamo qui il dolore, il cordoglio ma rendiamo onore a Mario Galesi caduto in combattimento - ha esordito Aiosa -. La sua vita e la sua storia si misurano nella sua coerenza politica...". A questo punto il presidente e' intervenuto per togliere la parola al brigatista.
Dopo un breve scambio di vedute in aula, la parola e' stata riconcessa, per essere nuovamente tolta quando i brigatisti hanno portato il loro discorso sulla guerra contro l'Iraq parlando di "masse arabe e islamiche umiliate dall' imperialismo americano e sionista".
A quel punto e' stata definitivamente tolta la parola ai quattro brigatisti e l'udienza e' proseguita.

La quarta sezione penale della corte d'appello di Milano ha condannato a un anno di reclusione per tentata rivendicazione dell'omicidio D'Antona i brigatisti irriducibili, da tempo in carcere, Cesare Di Lenardo, Ario Pizzarelli, Stefano Minguzzi e Francesco Aiosa.
La corte, riunitasi per cinque minuti in camera di consiglio, ha disposto che i quattro sono colpevoli di tentata rivendicazione per aver inviato dal carcere un documento al Corriere della Sera in cui rivendicavano l'omicidio del professor D'Antona.
I quattro in aula hanno parzialmente letto oggi un nuovo documento in cui rendono "onore a Mario Galesi", il terrorista ucciso circa un mese fa sul treno nella tratta Roma-Firenze. Nello stesso documento i brigatisti, da sempre irriducibili, proclamano la legittimita' della lotta armata e "rendono onore" al popolo iracheno "in lotta contro l'imperialismo americano e sionista". La corte ha disposto la trasmissione degli atti alla procura.

26 marzo 2003 - ATTENTATO PORDENONE: RIVENDICAZIONE NTA
"La Nuova Venezia"
L'attentato di Pordenone. La telefonata ieri sera alle 21 alla redazione di Udine del "Messaggero Veneto"
Gli Nta rivendicano la bomba
L'ordigno in Tribunale per "protesta contro la guerra in Iraq"
UDINE. "La bomba nel Tribunale di Pordenone è stata messa dai Nuclei Territoriali Antimperialisti per protesta contro la guerra degli americani in Iraq". Questa la rivendicazione - sulla cui attendibilità sta indagando la polizia - arrivata ieri sera alle 21 con una telefonata alla redazione di Udine del Messaggero Veneto. Gli Nta mettono quindi la loro firma all'esplosione di un ordigno avvenuta lunedì mattina in un bagno del Palazzo di Giustizia di Pordenone. Sull'attendibilità della telefonata sono in corso accertamenti da parte della Digos della Questura del capoluogo friulano.
La telefonata è giunta poco prima delle 21 alla redazione di Udine del Messaggero Veneto. Una voce maschile, che ha detto di parlare a nome dei Nuclei Territoriali Antimperialisti, ha rivendicato l'attentato compiuto lunedì scorso a Pordenone che - ha spiegato la voce al telefono - è stato compiuto come gesto contro l'attacco militare degli Stati Uniti in Iraq.
Sulla telefonata stanno facendo indagini gli investigatori della Digos della Questura di Udine che stanno verificando una serie di particolari per accertare l'attendibilità della rivendicazione. Le indagini sono scattate immediate, le verifiche sulla telefonata sono proseguite per tutta la notte.
La telefonata al quotidiano friulano rimette in discussione l'ipotesi formulata subito dopo l'attentato, quella che si trattasse dell'ennesimo gesto di Unabomber, il pazzo che da dieci anni compie attentati nel Nordest, dal tubo di acciaio che il 21 agosto 1994 a Sacile, alla sagra degli osei, è esploso con il suo contenuto di biglie ed esplosivo, alle uova in un supermercato di Portogruaro (31 ottobre 2000), si tubetti di pomodoro e maionese sempre a Portogruaro nel novembre 2000, il lumino scoppiato al cimitero di Motta di Livenza un anno dopo che ha ferito gravemente un'anziana agli occhi e alle mani, fino agli episodi più recenti: i vasetti di crema e di cioccolata a Pordenone nel luglio 2002, il tubetto di bolle di sapone sempre in un supermercato della città friulana e, lo scorso Natale, un ordigno esploso nel duomo di Cordenons.
Ora la rivendicazione degli Nta rimette tutto in gioco, quantomeno sul piano delle indagini che devono aprirsi su più fronti, sempre che la telefonata al Messaggero Veneto risulti attendibile alle analisi della Digos.
L'ordigno è esploso lunedì scorso alle 12.15 al Tribunale di Pordenone. La bomba era stata collocata in una vaschetta per wc in uno dei servizi igienici al secondo piano, di fronte all'aula dedicata a Falcone e Borsellino. Per fortuna l'esplosione non ha ferito nessuno.

26 marzo 2003 - ATTENTATO PORDENONE: LABOZZETTA, INATTENDIBILE RIVENDICAZIONE NTA
"Il Corriere della sera"
Secondo il procuratore capo
Pordenone: rivendicazione degli Nta inattendibile
Non sono le modalità dei Nuclei territoriali antimperialisti. "Non c'è nessun supertestimone e avvisi di garanzia"
PORDENONE - "La riteniamo inattendibile, perché fatta con modalità non consone agli Nta". Così il procuratore capo di Pordenone, Domenico Labozzetta, commenta la rivendicazione telefonica fatta martedì sera al quotidiano "Messaggero Veneto" di Udine dei Nuclei territoriali antimperialisti (Nta) della bomba scoppiata lunedì in un bagno del tribunale di Pordenone. Il procuratore ha aggiunto che solitamente gli Nta segnalano con una telefonata il luogo dove è collocato il volantino con la rivendicazione.
"NESSUN SUPER TESTIMONE" - "Non c'e nessun supertestimone, ci sono descrizioni ma nessuna che porti a fare specifici atti istruttori", ha spiegato Labozzetta sulle indagini relative all'ordigno che vede come sospettato l'imprendibile Unabomber. Labozzetta precisa quindi che "non c'è nessun avviso di garanzia in vista. Nemmeno nel prossimo futuro". Il procuratore getta acqua sul fuoco anche sul fronte reperti organici trovati nel bagno dove è scoppiata la bomba. Dice che se la polizia scientifica ne ha trovati, si tratta dei "soliti peli e capelli che si trovano comunemente nelle toilette". In ogni caso le misure di sorveglianza nel palazzo di giustizia di Pordenone sono state rafforzate.

26 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DIMESSO SOVRINTENDENTE FERITO
ANSA:
E' stato dimesso nel pomeriggio dal policlinico Le scotte di Siena il sovrintendente della Polfer Bruno Fortunato rimasto ferito il 2 marzo nella sparatoria sul treno ad Arezzo con le Brigate rosse nella quale trovarono la morte il poliziotto Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi.
Fortunato, 46 anni, residente a Terontola (Arezzo), e' stato ricoverato per 25 giorni dopo che un colpo lo aveva raggiunto ad un polmone. Il poliziotto fu operato e dopo una degenza di alcuni giorni in rianimazione venne trasferito in un altro reparto da dove oggi e' stato dimesso.

26 marzo 2003 - OMICIDIO BIAGI: SI INDAGA ANCHE SUGLI NTA
"Il Messaggero Veneto"
Trieste, per il caso Biagi s'indaga anche sugli Nta
TRIESTE. Per il procuratore capo della Repubblica di Trieste, Nicola Maria Pace, "la Procura di Bologna annette una importanza rilevante agli Nta (Nuclei territoriali antimperialisti) nel quadro dell'eversione e nel quadro delle indagini sull'uccisione di Marco Biagi, e ha gli elementi - ha detto il magistrato triestino - per farlo".
Rispondendo a una domanda sui presunti legami tra le Brigate Rosse e gli Nta su cui sta indagando anche Trieste, Pace ha affermato che "noi abbiamo avuto contatti operativi sia con Bologna che con altre procure che si interessano a quest'area eversivo-terroristica. Siamo anche parte di un osservatorio permanente sul fenomeno eversivo in quest'area geografica, nell'ambito del quale abbiamo contatti periodici e sistematici con tutte le altre Procure del Nord-Est interessate al fenomeno".
In effetti nella rivendicazione dell'omicidio Biagi le nuove Brigate Rosse sembravano voler far capire di poter contare su vari nuclei, tanto che gli investigatori devono aver riaperto molti fascicoli sui vecchi brigatisti o su gruppi eversivi che negli ultimi tempi hanno dimostrato il proprio attivismo.
Un aspetto fondamentale nella ricostruzione degli inquirenti pare essere il filo rosso che lega le Br al presente. Ma nella galassia terroristica si muovono diverse altre formazioni, tra le quali figurano questi Nta. La sigla è comparsa nel 1995 e corrisponde a un gruppo che ha "firmato" diverse azioni, molte in Friuli-Venezia Giulia e in Veneto e che dopo l'omicidio D'Antona ha dichiarato il suo apparentamento con le Br-Pcc.
Secondo l'identikit fatto a suo tempo dal procuratore di Verona, Guido Papalia, gli Nta sarebbero pochi, motivati ideologicamente, ancora non armati, ma potenzialmente pericolosi. La loro nascita a Nord-Est sarebbe dovuta al fatto che in queste zone hanno sede quelli che vengono considerati i simboli dell'imperialismo e, quindi, gli obiettivi dell'antimperialismo. La Base Usaf di Aviano è - ha rilevato Papalia - un possibile bersaglio, così come lo sono state, in passato, le auto del personale civile e militare statunitense.
Gli Nta sono pure, secondo le riflessioni del magistrato, un gruppo che ha scelto di rendersi visibile attraverso la divulgazione di documenti che dimostrano una preparazione culturale non molto aggiornata e ancorata alle vecchie teorie marxiste-leniniste, anche se sarebbero soliti discutere abitualmente di questi temi a un livello non modesto. Per quanto riguarda gli attentati - ha concluso a suo tempo Papalia - gli Nta che si sono dimostrati alla stessa altezza delle Br nella stesura dei documenti, ne hanno fatti di piccolo spessore.

26 marzo 2003 - UNIVERSITA' DI MODENA: SCOPERTO ALTRO SPARO
"La Gazzetta di Modena"
Sparato un altro proiettile contro Economia
Il buco scoperto ieri mattina nella finestra accanto a quella della bibliotecaria
Inquietudine e paura per il nuovo episodio Un "avvertimento" o il gesto di un pazzo? Digos indaga sul caso
Un altro colpo di pistola contro l'Università. E' il terzo. Ieri notte, contro la Facoltà di Economia. Quattro giorni dopo quello sparato contro un vetro dei bagni della Facoltà di Fisica. E a pochi mesi dal proiettile che ha raggiunto il vetro della segreteria di Marco Biagi, come rivelato ieri dalla Gazzetta e confermato dalla questura. Tutto a dir poco inquietante, da qualsiasi parte la si guardi: colpi sparati da un mitomane o "avvertimenti" collegabili direttamente o indirettamente alle indagini sull'omicidio del professore. E da qualsiasi parte la si guardi, viene da chiedersi: cosa sta succedendo in Università? Chi ce l'ha con l'Ateneo? Soprattutto, perchè?
Il colpo esploso ieri notte contro le finestre della facoltà di Economia, ha lasciata la medesima traccia di quello sparato contro la finestra dei bagni di Fisica, per il quale si era ipotizzato, anche da parte degli investigatori, la possibilità si trattasse di un foro provocato non da un'arma da fuoco. Ma a questo punto, esaminate le due tracce, gli stessi agenti della Digos sembrano non aver più dubbi: "In entrambi i casi, a Fisica e ieri notte a Economia, si è trattato di un colpo d'arma da fuoco".
Quello di ieri notte è un proiettile che è partito dall'arma di una persona che ha sparato da via Berengario. Presa di mira, guardando dall'esterno l'edificio dell'ex Foro Boario, è stata colpita la quarta finestra da destra all'angolo sulla curva di via Berengario-via Fontanelli. Il proiettile ha perforato la parte alta della finestra, anta sinistra. Anche in questo caso, come era accaduto mesi fa per il colpo indirizzato verso la finestra della segreteria del prof. Biagi, il proiettile non ha trapassato la termocamera del vetro e ha perforato così solo la parte esterna.
In assenza di una perizia balistica, che sarà effettuata al più presto, resta per ora difficile stabilire se il colpo sia stato esploso dal basso verso l'alto o in orizzontale. In quest'ultimo caso si prospetta l'ipotesi che lo sparatore sia potuto salire in uno dei palazzi che stanno di fronte ad Economia. Secondo indiscrezioni raccolte nella stessa Facoltà - off-limits ai giornalisti e ai fotografi ieri mattina - la finestra presa di mira è quella dello studio numero 8, occupato dal professor Angelo Gesualdi. Un particolare preoccupante. Lo studio sta proprio accanto a quello della bibliotecaria il cui nome è stato trovato scritto su un foglio nelle tasche del giubbotto di Nadia Desdemona Lioce, la Br catturata dopo la sparatoria sul treno vicino ad Arezzo. Questo particolare porterebbe a pensare, ma è solo un'ipotesi anche a livello investigativo, che chi ha sparato ieri notte potrebbe averlo fatto con l'intento di raggiungere un ben preciso obiettivo. Che poi il colpo sia finito nella finestra accanto, è un dettaglio, visto che dall'esterno le due finestre, quella dello studio 8 e una delle due dell'ufficio della bibliotacaria, condiviso con altri due colleghi, sono una accanto all'altra.
Ad accorgersi della presenza del foro nella finestra, sono stati ieri mattina due ricercatori della Facoltà di Economia. Alla luce di quanto accaduto negli ultimi giorni e mesi fa contro la finestra della segreteria di Biagi, hanno immediatamente avvertito la polizia. Sul posto uomini della Digos. Poi i periti di balistica. Tutto nella massima discrezione, in un ambiente, come la piccola facoltà di via Berengario, dove ieri mattina si respirava aria pesante, non solo per il colpo di pistola della notte e la rivelazione della Gazzetta del colpo sparato contro le finestre di Biagi, ma anche per le dichiarazioni rilasciate in un'intervista all'Espresso dall'erede del docente ucciso, il prof. Michele Tiraboschi, il quale non ha esitato a puntare il dito anche contro l'entourage dell'Ateneo. Massimo riserbo e malcelato nervosismo per quanto trapelato sul colpo contro l'ufficio di Biagi e per quanto accaduto negli ultimi giorni, anche da parte degli investigatori. Nulla esclude, infatti, a livello di indagini, che l'autore dei due gesti, a Fisica venerdì scorso e ad Economia ieri notte, possa non essere solo un mitomane pazzo.
Se così dovessero stare le cose, il discorso cambierebbe e l'ipotesi dell'avvertimento potrebbe prendere corpo sempre più, con scenari tutti da valutare e di non facile lettura. Sarà infatti una coincidenza, ma sia il colpo sparato contro Fisica, sia quello di ieri notte contro Economia, sono stati esplosi dopo l'uscita in edicola dell'Espresso con l'intervista a Michele Tiraboschi. Il quale è sotto scorta non dal giorno della sparatoria sul treno per Arezzo, ma dal giorno in cui, pochi mesi dopo l'omicidio Biagi, si registrò appunto l'espisodio del colpo d'arma da fuoco contro la finestra della segretaria del professore assassinato dalla Br. E accanto a quella finestra c'è anche lo studio di Tiraboschi.
Da qualsiasi parte la si guardi, questa "raffica di colpi" contro l'Università allarma non poco, qualsiasi sia la sua matrice. Tre episodi come questi nel giro di pochi mesi e dopo un delitto come quello del prof. Biagi, non possono infatti che far cadere nello sconforto e nell'inquietudine e, perchè no, anche nella paura. A meno che non si dimostri che chi ha sparato è un pazzo, tutte le altre ipotesi sono valide, compresa quella che riconduce direttamente al delitto Biagi e quindi alle Br. Dell'episodio di ieri notte, come di quello alla facoltà di Fisica e il precedente sempre ad Economia, la questura di Modena ha avvertito informalmente la Procura di Modena e trasmesso dettagliati rapporti alla magistratura bolognese che indaga sull'omicidio Biagi.

27 marzo 2003 - INCENDIATE AUTOMOBILI MILITARI USA IN VENETO: NTA RIVENDICA
ANSA:
Con una telefonata al "Giornale di Vicenza, gli Nta hanno fatto trovare un volantino nel quale si attribuiscono la paternita' degli attentati ad automobili di militari americani avvenuti ieri notte nel Nordest.
Nel messaggio, che porta la sigla dei Nuclei Territoriali Antimperialisti, si fa riferimento agli omicidi D'Antona e Biagi e si annuncia una "campagna" volta ad "armare la rivoluzione antimperialista nelle metropoli".
Uno scoppio, un'auto targata Afi in fiamme, l'arrivo dei vigili del fuoco, le indagini degli investigatori. Il copione e' stato lo stesso, la scorsa notte, per tre attentati avvenuti a Vicenza, i primi due, e a Maniago (Pordenone), l'ultimo, contro le automobili di tre militari americani.
La sequenza e' cominciata a poche centinaia di metri dalla caserma Ederle, sede della 173/a Brigata Aviotrasportata Usa, in una zona sottoposta a stretta sorveglianza. L'esplosione, in via Meschinelli, si ode verso le 22.15 di ieri. L'automobile, una "Opel Calibra", e' avvolta immediatamente dalle fiamme. A dare l'allarme e' lo stesso proprietario della vettura, un militare in servizio alla Ederle, accanto alla cui abitazione la macchina e' parcheggiata. L'arrivo dei vigili del fuoco non riesce a salvare l'auto, che e' quasi completamente distrutta. Gli investigatori accerteranno che e' stato impiegato del liquido infiammabile versato su una ruota. Le fiamme hanno danneggiato anche alcune auto vicine.
Danni meno gravi riporta invece la seconda auto presa di mira dagli attentatori: in via Legione Antonini, sempre a Vicenza, ma in tutt'altra zona della citta'. E' una strada di passaggio, ma questo non sembra aver intimorito gli sconosciuti autori del gesto. Lo scoppio avviene intorno alle 23.00. Obiettivo, stavolta, e una Jeep "Wrangler", un fuoristrada di proprieta' di un altro militare americano. Viene impiegata una bomboletta di gas da campeggio fatta esplodere sulla cappotta dell'auto. La tela prende fuoco, ma il resto della vettura si salva. Il fumo, pero', annerisce le pareti dello stabile vicino.
Il terzo attentato avviene intorno alle 3.30 di oggi a pochi chilometri dalla base Usaf di Aviano (Pordenone). L'auto, parcheggiata in via San Rocco di Maniago, e' una Chevrolet. Le fiamme vengono appiccate sulla parte posteriore. L'esplosione, che anche in questo caso si e' udita, potrebbe essere stata prodotta dal serbatoio del metano. Si fa udire anche l'impianto di allarme dell'auto, che funziona fintanto che le fiamme non finiscono di divorarlo. Quando i vigili del fuoco spengono l'incendio, della macchina resta solo la parte anteriore, e anche quella malconcia.
Nulla si sa ancora delle motivazioni di questi attentati e se il collegamento con la guerra in Iraq e' il primo che si affaccia alla mente, gli investigatori dicono di prendere in considerazione molte ipotesi, non escluso il terrorismo islamico.
Gli attentati di Vicenza sono stati oggetto di esame nella riunione di oggi dell'Unita' di Crisi, che il Prefetto Angelo Tranfaglia ha istituito allo scoppio della guerra. E' un episodio grave - ha detto il Prefetto - peraltro non completamente inaspettato. Non e' da enfatizzare, sottolinea il Prefetto, ma nemmeno da trascurare.

27 marzo 2003 - PAPALIA SU RIVENDICAZIONI NTA
"Il Gazzettino"
TERRORISMO Dopo la rivendicazione dell'incendio di tre auto di militari Usa, parla il Pm di Verona attaccato nel volantino
Papalia: "Gli Nta cercano di alzare il tiro"
"Stanno tentando di fare proseliti" - "Hanno da diverso tempo un collegamento con le Bierre"
Vicenza
Il procuratore di Verona lancia l'allarme: "C'è il rischio che gli Nta ripetano attentati come quelli alle auto di militari Usa, i loro bersagli saranno sempre quelli senza tutela perché i militanti sono pochi". Guido Papalia ha preso in esame i volantini ritrovati a Mestre dove i "Nuclei" annunciano, con molti refusi, l'apertura della campagna "Armare la rivoluzione antimperialista nelle Metropoli". Il magistrato, ricordando che nel '99 la "campagna Primavera rossa" si risolse con attentati alle strutture Nato e alle sedi dei Ds a Verona e ad altre auto di militari Usa di Aviano e Vicenza, conferma il collegamento tra Br e Nta a livello di vertice. Il pericolo per il Nordest è che ai Nuclei territoriali antimperialisti aderiscano nuovi adepti, in questo caso -secondo il magistrato- c'è il pericolo di un salto di livello notevole.
"L'ideologia dei Nuclei è identica a quella delle Br-Pcc. I loro obiettivi sono quelli senza tutela"
Vicenza
NOSTRA REDAZIONE
"Sogno molto poco e faccio sempre bei sogni". Il procuratore di Verona, Guido Papalia usa come al solito l'arma dell'ironia per commentare il breve passo del volantino degli Nta nel quale viene ricordato il suo obiettivo di eliminare l'organizzazione antimperialista. "Un sogno...." lo definiscono gli autori del comunicato. Nel proclama, trovato due sere fa a Mestre dopo una telefonata ad un giornale vicentino, i terroristi annunciano l'apertura della campagna "Armare la rivoluzione antimperialista nelle Metropoli". In realtà, nelle due pagine del comunicato gli Nta, si parla anche di "Amare la Rivoluzione....". "Con questa campagna - scrivono i terroristi - rilanciamo con operatività di guerriglia e strategia rivoluzionaria un'azione che intende fare incidere con decisione gli interessi generali delle masse urbane". E ancora: "Con la loro progettualità rivoluzionaria, gli Nta pcc - riporta il volantino - colpiscono oggi nel cuore delle loro contraddizioni....un governo che nella supina impotenza della sinistra devastata dal neocorporativismo dai D'Alema e Pezzotta di turno, finanzia la guerra mentre estromette migliaia di lavoratori dal ciclo produttivo...". Non risparmiano neppure il leader della Lega, Umberto Bossi e le nuove leggi sul Welfare. Gli aderenti al "Nucleo territoriale antimperialisti" tirano il ballo, infine, anche il magistrato veronese, affermando che "lasciamo al pensionando Papalia cercare di ricomporre nei suoi sogni e anche nei suoi incubi, il portato politico e militare di un'organizzazione radicata e ramificata".
Allora sta andando in pensione?
Mi dispiace ma ho intenzione di lavorare ancora per diversi anni.
Tra un refuso e l'altro, i terroristi degli Nta annunciano la partenza della campagna "Armare (o amare?) la rivoluzione nelle metropoli". Cosa ne pensa?
Già hanno fatto la campagna "Primavera rossa" nel '99 che poi si è risolta con i vari attentati anche alle strutture delle sedi Nato e alle sedi dei Ds a Verona e ad altre auto di militari americani di stanza tra Aviano e Vicenza.
Esiste un collegamento tra le Br e gli Nta?
Un collegamento a livello di vertice c'è da diverso tempo.I Nuclei sono pronti al grande salto?Da un punto di vista ideologico gli Nta sono la stessa cosa con le Br- Pcc.C'è solo il rischio che gli Nta ripetano attentati come quelli alle auto di militari Usa, ma i loro bersagli saranno sempre quelli senza tutela perché i militanti sono pochi.
Qual è la differenza tra le due organizzazioni?
Le Brigate Rosse hanno un gruppo di fuoco che gli Nta non hanno. Ma per fare un gruppo di fuoco basta anche solo una pistola.Nel loro volantino, gli Nta parlano di una struttura ramificata.
Nella zona friulana tra Sacile, Udine, Pordenone sono molto ramificati ma in numero molto, molto esiguo. In Veneto, a Verona e a Vicenza ci potrebbe essere qualche basista o qualche simpatizzante ma comunque non sono molti.
Quanti saranno?
Complessivamente saranno una ventina, suddivisi in cellule da due, tre persone.
La preoccupa questo volantino?
No, gli Nta sono sempre nella stessa linea, non hanno grandi possibilità. L'unica speranza è che non facciano proseliti come stanno tentando di fare da anni senza riuscirci. Speriamo che continuino a non riuscirci..."
Giampaolo Chavan

29 marzo 2003 - MOTIVAZIONI CONDANNA IRRIDUCIBILI PER RIVENDICAZIONE OMICIDIO D'ANTONA
"La Stampa"
"L'esaltazione di un omicidio quale mezzo di lotta politica - scrivono i giudici d´Appello- non può essere considerata una manifestazione di pensiero politico astratto"
"Non si vede proprio come l´esaltazione di un omicidio quale mezzo di lotta politica, con l´implicito invito a riutilizzare tale mezzo, possa essere considerata una manifestazione di pensiero politico astratto". La IV Corte d´Appello motiva così la condanna a un anno per quattro "irriducibili" delle Br che avevano inviato la rivendicazione dell´omicidio del professo Massimo D´Antona (ucciso a Roma nel maggio del 1999) a un quotidiano che non lo aveva pubblicato. "È innegabile che la lettera inviata - si legge nella motivazione - avesse finalità di diffondere l´idea della necessità di una lotta violenta anche mediante la pratica dell´omicidio". La "condotta processuale" di Francesco Aiosa, Cesare Di Lenardo, Stefano Minguzzi e Ario Pizzarelli, che lunedì scorso in aula hanno reso onore a Mario Galesi (il br ucciso sul treno Roma-Firenze il 2 marzo scorso), "conferma l´esistenza di un preciso e consapevole fine di propaganda". I quattro brigatisti avevano rivendicato anche l´omicidio di Marco Biagi (ucciso a Bologna il 19 marzo 2002), anche se in quel caso il giudice li aveva assolti. Ora la Procura sta preparando l´impugnazione.
g. t.
 
 
 
 


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