Almanacco dei misteri d' Italia
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notizie del 3 marzo |
3 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Scontro a fuoco, morti un agente e un br
Arezzo: il terrorista Mario Galesi uccide un poliziotto in treno e viene colpito. Presa la superlatitante Desdemona Lioce
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
AREZZO - Sparatoria dentro il vagone di un treno diretto a Firenze. Un agente della polizia ferroviaria ucciso, uno ferito, uno illeso. Una terrorista catturata e un terrorista che muore dopo dodici ore di agonia. I due erano latitanti di spicco. Viaggiavano insieme, sembravano una coppia tranquilla. E invece lui si chiamava Mario Galesi, aveva 37 anni, lo accusavano di aver partecipato alla ricostituzione delle Brigate rosse, e una dose di piombo gli ha perforato torace e addome. Lei, Nadia Desdemona Lioce, di anni ne ha 43 e non è stata raggiunta da alcun proiettile: tuttavia, dalle 10 di ieri, se apre bocca è soltanto per dichiararsi "prigioniera politica".
Doveva essere un controllo qualsiasi. Su un treno qualsiasi. Tre agenti della polizia ferroviaria alla stazione di Terontola-Cortona. Domenica mattina livida. Un velo di nebbia. Il "diretto" 2304, proveniente da Roma e con destinazione Firenze, è puntuale: sono le 8.24. Ci sono i freni che raschiano, c'è il rumore pneumatico delle porte che si aprono, il fischio del capostazione. Ma, soprattutto, ci sono quei tre uomini in divisa che si fanno largo, tra gli scompartimenti, chiedendo permesso.
E' a questo punto che i due terroristi seduti in seconda classe, nella carrozza numero 4, intuiscono quanto per loro sarebbe stato più prudente arrivare ad Arezzo in auto. Mario Galesi, robusto e stempiato, finge di continuare a leggere il giornale. Nadia Desdemona Lioce, bassa e sovrappeso, con i capelli color mogano, guarda fuori dal finestrino. Ma il vetro è appannato. Probabilmente, nel riflesso, tiene d'occhio gli agenti che avanzano.
Avanzano tranquilli. "Documenti, prego". I due terroristi mantengono, inizialmente, la calma. Consegnando carte di identità falsificate, e risultate poi rubate al Comune di Tivoli, due anni fa. I terroristi sperano in un controllo superficiale. Invece, no. Uno dei tre agenti prende i documenti e si allontana, di qualche passo, per chiamare - usando il telefonino - il compartimento della Polfer di Firenze. "Devo verificare l'autenticità di due identità: Rita Bizzarri e Domenico Marozzi".
La scena, a questo punto, cambia. Galesi tira fuori una pistola calibro 7,65 e la punta al collo del sovrintendente Emanuele Petri, nato 48 anni fa a Castiglion del Lago (Perugia), con una moglie e un figlio che ora si disperano perché "lui, Emanuele, non era neppure di turno, sostituiva un collega". Il colpo mortale parte un istante dopo che l'altro agente, Bruno Fortunato, 46 anni, residente a Terontola (Arezzo) e padre di due figli, obbedendo all'ordine di Desdemona Lioce - "Posa la pistola, bastardo!" - ha deposto la sua arma sul pavimento. Il terzo agente, sentendo il colpo, interrompe però bruscamente la comunicazione con la sede fiorentina della Polfer, estrae la sua pistola, fa cinque passi indietro e apre il fuoco.
La sparatoria è ravvicinata e violentissima. Un vigile urbano di Perugia, Roberto C., 45 anni, in viaggio verso Firenze, testimone oculare, conta "non meno di dieci colpi". Uno di questi raggiunge al fegato e al polmone destro anche l'agente Bruno Fortunato, ormai disarmato. La sua pistola è nelle mani di Desdemona Lioce, che l'ha raccolta sul pavimento. La terrorista, però, si rivela poco abile: "scarrella", l'arma si inceppa, lei bestemmia e cerca di ripararsi con l'avambraccio, piegandosi sul suo compagno, Mario Galesi, pure lui ferito a morte.
Sulla scena, così, illesi restano in due: il terzo agente, quello che stava telefonando, che punta la sua calibro 9 bifilare, e la terrorista, che molla la pistola inceppata e alza le mani. In un baleno, le è subito addosso anche il vigilie urbano perugino. La donna viene immobilizzata. Intanto il treno è giunto alla stazione di Castiglion Fiorentino: sono le 8.37.
I due terroristi erano saliti alla stazione di Roma-Tiburtina alle 6.18. Ma il guasto alle telecamere a circuito chiuso non permetterà di stabilire se qualcuno li ha accompagnati. Di certo, erano diretti ad Arezzo. Gli inquirenti, coordinati dalla Procura di Firenze, sono convinti che i due preparassero un attentato.
Con urgenza, e andando per esclusione, gli inquirenti hanno deciso di rafforzare la scorta del sottosegretario al Lavoro, Maria Grazia Sestini, che abita appunto ad Arezzo e che già era sotto protezione. "Mi occupo di handicap e volontariato. Potevo essere il loro obiettivo?".
Bisognerebbe chiederlo a Nadia Desdemona Lioce, già coinvolta nell'omicidio D'Antona, ma lei non parla. E' muta. Un mutismo calmo, mai nervoso. Ha dato la sensazione di essere glaciale e determinata. C'è qualcosa di feroce, dicono, nei suoi occhi, in come li muove. Perfino quando alla stazione di Castiglion Fiorentino, sotto al treno, in attesa della Digos, l'hanno ammanettata ad un palo della luce. Stava accucciata, mite, pericolosissima.
Fabrizio RonconeLe parole d'ordine di Br-Pcc adottate da una rete di formazioni minori
Email e contatti all'estero Ecco i nuovi terroristi
Nuclei di quarantenni. I latitanti ricercati sono 150
ROMA - Sono pochi, hanno mediamente 40 anni, conoscono bene le armi e sanno usarle con determinazione. Agiscono seguendo le tecniche della compartimentazione per non aprire falle nell'organizzazione di cui fanno parte. Contano su una rete logistica minima ma sufficiente per un gruppo non numeroso. Privilegiano la posta elettronica per comunicare tra di loro. Cercano di viaggiare il meno possibile e, quando lo fanno, scelgono il treno (ritenuto, almeno fino a ieri, sicuro e non sottoposto a controlli). Capita poi che, saltuariamente, passino da Firenze, città ritenuta snodo nevralgico per la loro attività. Un tempo erano solo l'anello di congiunzione tra le prime Brigate rosse-Partito comunista combattente (Br-Pcc) e le formazioni emergenti negli anni '80. Oggi sono terroristi spietati, militanti di prima linea a tutti gli effetti. L'identikit politico-criminale di Desdemona Lioce e di Mario Galesi descrive con buona approssimazione il gruppo dei quarantenni irreperibili che costituiscono l'ossatura del nuovo terrorismo interno al quale vengono attribuiti l'elaborazione e l'esecuzione degli attentati mortali contro i professori Massimo D'Antona (1999) e Marco Biagi (2002). Lioce e Galesi erano ufficialmente latitanti dallo scorso 31 ottobre e quindi, insieme ad altri militanti delle Br-Pcc, erano conosciuti dai magistrati, dalla polizia di Prevenzione e dal Ros dei carabinieri perché ritenuti coinvolti a vari livelli nell'omicidio di Massimo D'Antona.
IRRIDUCIBILI - Per il Sisde, il servizio segreto civile, è da ritenere che "le Br siano verosimilmente composte, al momento, da un numero non elevato di militanti le cui progettualità potrebbero essere ispirate da una "direzione strategica" in parte attiva oltre confine in un disegno comunque avallato dalla componente carceraria, tornata a lanciare messaggi all'esterno".
In altre parole, confermano gli 007 del Sisde, gli irriducibili detenuti (né pentiti né dissociati) hanno un ruolo di primo piano nel nuovo disegno brigatista: non si limitano a rivendicare gli omicidi politici e gli attentati ma si presentano come veri e propri "sacerdoti" della tradizione delle Br. E allora vale la pena ricordare che il nome di Desdemona Lioce figurava nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Roma Maria Teresa Covatta, insieme a quelli di Michele Mazzei (un ex operaio di Castelnuovo Garfagnana, Lucca), di Fabio Ravalli e di Maria Cappello. Tutti e tre toscani, tutti e tre irriducibili della "vecchia guardia" delle Br-Pcc che è finita in carcere nell'89 dopo l'omicidio del sindaco di Firenze Lando Conti , ucciso il 10 febbraio dell'86, e quello del professor Roberto Ruffilli (16 aprile '88).
Sempre a proposito di irriducibili, esisterebbe un altro collegamento: quello tra Desdemona Lioce e Mario Galesi, ex esponenti del Nuclei comunisti combattenti (Ncc), e il gruppo di detenuti composto da Antonino Fosso, Francesco Donati e Franco Galloni. Tutti tre accusati di aver collaborato alla stesura del documento di rivendicazione dell'omicidio di Massimo D'Antona. Questo tassello emerge anche dall'ordinanza di custodia cautelare a carico di Michele Pegna, il presunto brigatista arrestato a Napoli lo scorso mese di gennaio e poi scarcerato dal Tribunale del riesame di Roma.
IRREPERIBILI - Nell'area Firenze-Pisa-Viareggio-Massa si era mossa anche Simonetta Giorgeri, la primula rossa di Carrara fuggita probabilmente in Francia, che è stata chiamata in causa dalla Procura di Roma perché accusata di aver fatto parte nei primi anni '80 delle Br-Pcc. Una leva, questa, che comprende anche Carla Vendetti e Nicola Bortone: quest'ultimo è stato arrestato in Svizzera per poi essere estradato in Italia a metà settembre del 2002. Per tutti e tre il pm romano Franco Ionta ha chiesto pene severe, dagli otto ai cinque anni. Nello stesso processo, svoltosi davanti alla III Corte d'Assise di Roma, erano stati coinvolti Marcello Tamaro Dell'Omo e Gino Giunti: tutti e due sono stati condannati con il rito abbreviato.
LATITANTI - Sono poco meno di 150 i latitanti ricercati per reati legati al terrorismo di sinistra. Un centinaio di loro vivono in Francia, dove generalmente conducono attività alla luce del sole e sono reperibili presso università e istituti culturali. Ma il 25 agosto 2002, a sorpresa, le autorità francesi hanno autorizzato l'arresto e l'estradizione in Italia di Paolo Persichetti, latitante da 10 anni e conosciuto da tutti per la sua attività di docente in uno degli atenei parigini. A settembre, poi, il guardasigilli Roberto Castelli (Lega) è volato a Parigi per affrontare con il suo collega francese Dominique Perben la delicata questione bilaterale: in quell'occasione, Castelli ha comunque smentito che esista una lista ufficiale di "estradandi". Ma è certo che in via Arenula sono già state enucleate le posizioni sulle quali i francesi potrebbero prima o poi mollare la presa.
DETENUTI - Nelle carceri ci sono circa 130 detenuti condannati per reati di terrorismo di sinistra. Gli irriducibili che non hanno mai cambiato idea sulla lotta armata sono circa 60: e per loro le porte dei penitenziari non si sono mai aperte. L'altra metà, invece, ha aderito alla cosiddetta "area omogenea" della dissociazione: rifiuto della lotta armata ma senza collaborare con la giustizia. In 50, dunque, hanno accesso al regime di semilibertà: escono all'alba e rientrano al tramonto. In venti, infine, hanno ottenuto l'applicazione dell'"articolo 21": è il permesso di svolgere un lavoro all'esterno, con orari e modalità molto rigide.
ATTACCO ALLE RIFORME - In questo quadro molto frastagliato, e per questo non tranquillizzante, i servizi di informazione e l'Antiterrorismo ritengono che le Br- Pcc possano canalizzare il consenso delle altre formazioni. Con obiettivi ben precisi: "Riferiti ai settori più sensibili dello Stato generale, a tutti quegli ambiti in cui si esprime il dialogo sociale, i propositi riformatori istituzionali - ultimi quelli in materia di federalismo, previdenza e istruzione - nonché le politiche di coesione europea e atlantica".
LE SIGLE - Gli scenari di un conflitto con l'Iraq potrebbero far tornare in azione formazioni diverse ma ormai collegate alle Br-Pcc. La Polizia di prevenzione riserva un occhio di riguardo ai Nuclei territoriali antimperialisti (Nta), attivi dal 1995 contro le strutture Nato e Usa del Nord-Est, che hanno anche rivendicato l'attentato del 9 agosto 2001 contro il tribunale di Venezia. Nell'ultima ondata di volantini firmati Nta, e fatti arrivare ad alcuni quotidiani, c'è una novità: i "nuclei" recepiscono slogan e parole d'ordine delle Br. In altre parole, rispondono all'appello lanciato dai "fratelli maggiori", accettando la loro "guida strategica". Un'attrazione che varrebbe anche per altri gruppi armati: il Nucleo proletario rivoluzionario (fallito attentato alla Cisl di Milano), il Nucleo di iniziativa proletaria rivoluzionaria (attentato di via Brunetti, a Roma), i Comitati di resistenza per il comunismo, Solidarietà internazionale (di matrice anarchica, ha rivendicato lo zaino bomba collocato nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano).
Nta, Npr, Nipr, Carc, Si: ecco le sigle del terrore che potrebbero accettare la guida delle Br-Pcc.
Dino Martirano"La Stampa"
AL VIMINALE, L´EUFORIA SI MISCHIA AL DOLORE, ALLA RABBIA PER IL "PREZZO" DI VITE UMANE
In due agende e un floppy gli ultimi misteri d´Italia
Non sono ancora stati aperti i documenti sequestrati ai due terroristi per paura che una mano inesperta cancelli quei contenuti "preziosi"
ROMA ABBIAMO svoltato, il cerchio si sta chiudendo". Al Viminale, l´euforia si mischia al dolore, alla rabbia per il "prezzo pagato" in termini di vite umane. Guardando oltre la scena del delitto, in quello scompartimento del Roma-Firenze forse è stato trovato "il bandolo della matassa" che ha portato ieri il ministro dell´Interno, Beppe Pisanu, a dire che "si sta avvicinando il momento per rendere giustizia alla memoria del professore Biagi e D´Antona". Insomma, pur se in modo fortuito e tragico, la polizia potrebbe essere inciampata sugli assassini dei due giuslavoristi e collaboratori dei ministri del Lavoro, o che hanno fatto parte dei gruppi di fuoco delle Br che sono entrati in azione il 20 maggio del 1999 a Roma e il 19 marzo del 2002 a Bologna, anche se ieri ha sparato una calibro 7,65 mentre per D´Antona e Biagi fu utilizzata una pistola calibro 38.
Scaramanticamente, per non creare attese che potrebbero andare deluse, l´investigatore dell´Antiterrorismo ripete che "intanto procede la procura di Firenze per omicidio e tentato omicidio", riferendosi ai due uomini della Polfer. Ma le attese, è inutile negarlo, ci sono e probabilmente non andranno deluse. Intanto, la scena del delitto, al di là di quelle macchie di sangue, del corpo senza vita dell´agente della Polfer, ha lasciato diversi indizi. Spiega l´uomo dell´Antiterrorismo: "Dai primi elementi, i due hanno commesso degli errori. Per esempio, nella storia delle Brigate Rosse, i clandestini si spostavano sempre da soli e in questo caso viaggiavano in coppia". Ancora ieri sera non erano state aperte le due agendine elettroniche e il floppy disk sequestrati ai due terroristi, per un "motivo di cautela", per paura che una mano inesperta cancellasse i contenuti "preziosi" di quel materiale. Gli investigatori stavano aspettando i tecnici delle case produttrici delle agendine e dei floppy per non commettere errori. Si comprende, dunque, il "nervosismo" di queste ore d´attesa: quelle agendine potrebbero rivelarsi molto utili. Mario Galesi e Desdemona Lioce hanno presentato documenti falsi agli uomini della Polfer. "I documenti - racconta chi li ha visti - presentavano degli errori grossolani: erano scritti a mano". Secondo una prima verifica, si tratta di carte d´identità rubate in bianco a Tivoli, nel 2000. Un indizio importante, che può fare ipotizzare che nella zona dei castelli romani le Br abbiano avuto o abbiamo ancora un covo, una base. Anche perché nella storia degli Ncc, dei Nuclei comunisti combattenti di cui si sospetta che Galesi e Lioce abbiano fatto parte, c´è un episodio che risale al 25 dicembre del 1992, quando il segretario della locale sezione del Partito socialista consegnò ai carabinieri due volantini, con intestazione "Nuclei comunisti combattenti", rinvenuti una decina di giorni prima. Il fatto poi che i due terroristi fossero partiti all´alba dalla stazione Tiburtina rafforza il sospetto che a Roma ci possa essere una base logistica delle Brigate Rosse. I due terroristi dovevano arrivare ad Arezzo alle 8,30, ieri mattina. Perché Arezzo, per fare cosa? Per il momento, si possono fare soltanto congetture: "Si può ipotizzare - spiega l´investigatore - che dovevano partecipare a una riunione, incontrarsi con altri brigatisti. Oppure che stavano recandosi sul posto per fare controinformazione su qualcuno. Insomma, per studiare i percorsi e le abitudini di un possibile bersaglio. Il fatto che fossero "armati" di una viodeocamera potrebbe far supporre che stessero lavorando a una inchiesta su qualche possibile vittima". Arezzo, dopo Roma e Bologna? Gli investigatori non si sbilanciano, e intanto riaprono il fascicolo della rapina, avvenuta quasi un mese fa, all´ufficio postale di via Torcicoda, nella periferia di Firenze. Il 6 febbraio, alle nove del mattino, quattro rapinatori, tra cui una donna (o forse due), armati di pistole e di mitra, un Kalashnikov, fanno irruzione nell´ufficio postale. Del gruppo, due entrano con il volto coperto con caschi, gli altri due irriconoscibili grazie alle sciarpe. Bottino: 67.000 euro. Il sospetto è che Mario Galesi e Desdemona Lioce potrebbero aver partecipato a quella rapina. Ieri mattina Desdemona Lioce, ai poliziotti che le chiedevano la sua identità non ha voluto rispondere. Si è chiusa in un silenzio sospetto fino a quando, da Roma, non è arrivato chi l´aveva conosciuta nella metà degli Anni Novanta, e l´ha invitata a farsi riconoscere: "Dai, Nadia...". Solo a quel punto lei è sbottata: "Se sai che sono Nadia, sai pure che sono brigatista...". Il sospetto che fosse una "operativa" delle Brigate Rosse, gli uomini della Digos di Roma l´hanno avuto sin da quando, pur non avendo nessun debito da scontare con la giustizia, lei si era resa irreperibile. E come per Michele Pegna - poi arrestato e scarcerato - e per Mario Galesi, il gip di Roma ha emesso un´ordinanza di custodia cautelare anche per Desdemona Lioce, sulla base di indizi tenui ma con la certezza che spettava a loro, agli indagati, l´onere della prova della loro innocenza. Per Pegna, così sembra essere andata. Per Galesi e Lioce, invece, la drammatica cronaca di ieri ha rappresentato la conferma dei sospetti della Digos di Roma. Dopo quasi quattro anni dall´omicidio D´Antona, e dopo tentativi all´apparenza andati a vuoto - come l´arresto e la scarcerazione di Alessandro Geri, il presunto telefonista che rivendicò l´omicidio di via Salaria, e l´inchiesta del Ros dei carabinieri su Iniziativa Comunista - adesso il "mistero" delle nuove Brigate Rosse inizia a non essere più tale."Il Corriere della sera"
UNO SQUARCIO NEL BUIO
di GIOVANNI BIANCONI
Dalla tragica morte dell'agente Emanuele Petri, assassinato quasi a bruciapelo mentre svolgeva il suo lavoro di poliziotto sul Diretto 2304 Roma-Firenze, viene fuori il filo più solido afferrato dall'Antiterrorismo negli ultimi quattro anni, da quel 20 maggio 1999 in cui le rinate Brigate rosse firmarono l'omicidio del professor Massimo D'Antona. Per la prima volta un sospetto brigatista viene acciuffato, dopo una drammatica sparatoria seguita a un casuale controllo, e si dichiara "prigioniero politico". E' la conferma più importante per chi serra le manette ai polsi, la frase che durante gli anni Ottanta ha fatto da copione e colonna sonora alle centinaia di arresti che hanno smantellato le organizzazioni terroristiche della cosiddetta Prima Repubblica. Poi è venuta la cosiddetta Seconda, e dopo undici anni di silenzio una pistola brigatista è tornata a sparare uccidendo D'Antona e tre anni più tardi Marco Biagi, che ricopriva lo stesso ruolo di consulente in un governo di opposta colorazione politica.
Per la verità, già all'indomani del delitto D'Antona, un'informativa dei carabinieri individuava nei Nuclei comunisti combattenti che tra il '92 e il '94 avevano rivendicato un paio di attentati dinamitardi il "nocciolo duro" intorno al quale potevano essersi ricostituite le Br. E, nello stesso periodo, in un elenco di possibili brigatisti messo insieme dalla polizia di prevenzione compariva anche il nome di Nadia Desdemona Lioce, la donna che ha partecipato alla sparatoria di ieri e s'è dichiarata "prigioniera politica".
Non ha detto di quale organizzazione o gruppo. Non ha nominato, sembra, le Brigate rosse. E l'uomo che stava con lei e ha sparato all'agente Petri (Mario Galesi, anche lui sospettato e ricercato) non ha avuto la forza di dire nulla prima di morire lui stesso, per le ferite subite nel conflitto a fuoco. E' un particolare importante, la mancata ammissione di appartenenza alle Br, che andrà studiato e spiegato. Ma più importante è, per gli investigatori, aver avuto la conferma che avevano visto giusto puntando su quella pista. Ora non ci sono più soltanto gli indizi e le prove logiche che hanno portato i magistrati a firmare gli ordini di arresto nei confronti di Lioce e Galesi, nell'ottobre scorso. Ora ci sono un omicidio, la pistola, la confessione di essere "combattenti" del nuovo partito armato. E una messe di materiale sequestrato sul Diretto 2304 dal quale possono venire ulteriori spunti d'indagine.
Bisognerà vedere se i compagni dei due arrestati rivendicheranno la sparatoria di ieri. Di sicuro c'è che l'agente Petri è una nuova vittima del terrorismo italiano, arrivata prima dell'attentato che quasi certamente era in preparazione. Un altro nome viene iscritto nel libro dei lutti provocati da un progetto eversivo contro il quale non si possono avere titubanze né divisioni nel mondo politico, sociale ed economico. Non c'è asprezza di confronto tra i partiti o le parti sociali che possa legittimare indulgenze o leggerezze verso la minaccia terroristica interna.
L'unità e la fermezza della risposta politica al "partito armato" devono uscire rafforzate dai drammatici fatti di ieri. Perché al di là del riscontro delle piste investigative battute da polizia e carabinieri, abbiamo la conferma che certi programmi eversivi basati su attentati sporadici ma sanguinosi e dirompenti non sono solo uno spauracchio agitato da chissà chi, ma un pericolo reale per la convivenza democratica. Le nuove Br, insomma, sono le nuove Br, che intendono perseguire i loro progetti di morte, ancorché folli o destinati alla sconfitta. Poi ci potrà essere chi ci specula e chi ne approfitta per altri obiettivi - come forse è avvenuto anche con le vecchie -, ma appaiono come un fenomeno figlio di questo tempo e di questa fase politica ed economica, interna e internazionale.
Non sarà un caso che tra i documenti trovati ieri a Lioce e Galesi c'era un ritaglio del Sole 24 ore dove si parlava della riforma del mercato del lavoro appena approvata, secondo le linee che aveva disegnato Marco Biagi. Il conflitto sociale resta il campo d'azione prescelto dai neo-brigatisti, come si evince pure dai lunghissimi documenti che i "prigionieri politici" che ancora si sentono in lotta con lo Stato continuano a produrre e mandare fuori dal carcere.
Prima ancora degli arresti di ieri, sono stati gli stessi brigatisti detenuti ad affermare il collegamento tra le nuove Br e quei Nuclei comunisti combattenti in cui gli investigatori avevano iscritto Lioce e Galesi. Durante un processo, lo scorso anno, la "militante rivoluzionaria" Vincenza Vaccaro, che firma i proclami insieme ai responsabili dell'assassinio del professor Roberto Ruffilli (ucciso nell'aprile '88, ultima vittima delle Br della Prima Repubblica), aveva detto in aula: "E' da sottolineare il ruolo fondamentale svolto dai Ncc, cioè l'avanguardia che a seguito degli arresti dell'88-89, quindi a seguito del danneggiamento dell'Organizzazione comunista combattente, ha avviato lo stadio aggregativo dando avanzamento alla fase stessa delle forze rivoluzionarie... Nel percorso dai Nuclei all'iniziativa del 1999 ed ancora oltre, nel 2002, abbiamo le tappe che hanno scandito i salti di qualità nella costruzione della direzione rivoluzionaria... arrivata, con D'Antona, a portare l'attacco al cuore dello Stato".
Ecco dunque la continuità tra una "esperienza" che ha attraversato quasi sotto silenzio gli anni Novanta e i colpi di pistola che hanno riaperto una stagione di sangue che sembrava consegnata agli storici. Certamente, rispetto agli anni Settanta e Ottanta l'Italia è cambiata al punto da rendere improponibile un modello di lotta armata come quello che si affermò allora e che allora fu sconfitto. Ma a venticinque anni dal rapimento di Aldo Moro e dalla strage che sterminò i cinque agenti della sua scorta siamo davanti a un ennesimo omicidio colorato di politica da chi l'ha commesso. Dietro il quale c'è ancora un'organizzazione che pratica il terrorismo.
Le indagini condotte fin qui ipotizzano un legame diretto tra chi spara e alcuni dei vecchi brigatisti detenuti, così come la militanza di qualche latitante sparito dalla circolazione; Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, per esempio, le due brigatiste che hanno fatto perdere le proprie tracce anche dalla Francia in cui s'erano rifugiate. Un mese fa, a Firenze, c'è stata una rapina a un ufficio postale compiuta da due uomini e due donne che ha tutte le caratteristiche dell'"esproprio per autofinanziamento", e molti investigatori sono pronti a scommettere che nel commando ci fosse anche Nadia Desdemona Lioce. La coppia di latitanti intercettata ieri era partita da Roma poco dopo l'alba, il che fa dedurre che nella capitale c'è una "base" dell'organizzazione da scoprire, come gli altri terroristi in attività. Stavolta c'è un filo serio da seguire per arrivare a prenderli. Tocca agli investigatori e ai magistrati riuscirci, ma c'è bisogno - oggi come venticinque, venti o quindici anni fa - dell'impegno e del sostegno di tutti.
Giovanni Bianconi"Il Corriere della sera"
Mappe e liste di nomi, erano pronti a colpire
Gli investigatori: preparavano un attentato. Una microtelecamera per filmare gli obiettivi. Si cerca un covo a Roma
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
AREZZO - Il poliziotto la chiama mentre la stanno portando via: "Nadia...".
Lei si volta, lo sguardo è gelido. "Visto che mi avete riconosciuto... Sì, sono proprio io, Nadia Desdemona Lioce. Mi dichiaro prigioniera politica".
E' la conferma ufficiale, il cerchio che finalmente comincia a chiudersi. La brigatista ricercata da anni è in trappola negli uffici della Squadra mobile di Arezzo. Le indagini sui suoi progetti imminenti sono appena cominciate. Mentre gli uomini della Digos perlustrano la città alla ricerca di un covo, si materializza l'incubo di un nuovo attentato.
Erano in piena attività i due terroristi bloccati sull'interregionale Roma-Firenze, pronti a colpire entro breve. Gli inquirenti non hanno dubbi sul fatto che l'azione fosse imminente. Così come sembrano ormai certi che nel commando che un mese fa rapinò l'ufficio postale di via Torcicoda a Firenze, portando via 100 milioni di vecchie lire, ci fosse proprio lei, la "primula rossa" delle nuove Br.
I particolari combaciano. Quella donna descritta dai testimoni con i capelli ramati e gli occhi chiari, potrebbe essere la stessa che adesso, chiusa in quella stanzetta, si rifiuta di parlare. Erano in quattro la mattina del 6 febbraio scorso. E forse anche sul treno i due brigatisti non erano soli. Qualcuno ha parlato di un uomo e una donna scesi alla stazione di Castiglion Fiorentino "con fare sospetto, che si sono poi allontanati cercando di non dare nell'occhio".
IL PROGETTO - "Operativi", ripetono gli inquirenti. E a questo punto le ipotesi sono tre. La prima: stavano terminando l'inchiesta sull'obiettivo e ad Arezzo avevano programmato un incontro strategico o un sopralluogo. La seconda: l'inchiesta era finita, stavano arrivando in Toscana per entrare in azione. La terza, ritenuta però la meno probabile: avevano in progetto un'altra rapina di autofinanziamento.
Per capirne di più si parte dall'esame degli oggetti sequestrati nei due bagagli a mano di Lioce e Galesi. Oltre alla pistola 7,65 che ha sparato, i terroristi avevano un computer palmare, due cellulari, una microtelecamera nascosta in un pacchetto di sigarette, una decina di floppy disk, alcune pagine del Sole 24 ore di febbraio dove si parla dell'approvazione del "Libro Bianco" messo a punto da Marco Biagi (il giuslavorista assassinato dalle Brigate rosse il 19 marzo 2002), una cartina turistica del centro Italia, un mazzo di chiavi, alcuni appunti manoscritti con nomi, numeri di telefono e analisi politiche, tessere della metropolitana di Roma e Milano. E' proprio la telecamera a far ipotizzare che i due avessero intenzione di compiere un pedinamento o forse una "ripresa" del luogo da colpire.
Ad Arezzo vive Grazia Sestini, parlamentare di Forza Italia e sottosegretario al Welfare. Era sotto scorta da mesi, da ieri il suo dispositivo di protezione è stato ulteriormente rafforzato. Controlli e verifiche sono scattati anche allo stabilimento Piaggio di Pontedera, mentre gli apparati di sicurezza stanno verificando nuovamente i possibili bersagli che si trovano nella zona.
I COVI - Lioce e Galesi partono dalla stazione di Roma-Tiburtina alle 6,18, e questo fa ipotizzare che nella capitale abbiano almeno una "base". Nei loro volantini di rivendicazione degli omicidi D'Antona e Biagi le nuove Br hanno scritto che non avrebbero creato "covi". "Ma è presumibile - spiega un investigatore - che a Roma avessero un appartamento dove hanno trascorso la notte".
Non si sa se alla stazione romana siano arrivati da soli. Le telecamere che dovrebbero registrare il movimento dei passeggeri sono fuori uso. Acquistano un biglietto di sola andata Roma-Arezzo e dunque è probabile che proprio qui avessero fissato un appuntamento "strategico", che potessero contare su una sede "pulita". O forse questa era soltanto la prima tappa di un viaggio da continuare in macchina insieme a chi li stava aspettando. Ma per andare dove?
I CONTATTI - Le carte di identità che i brigatisti hanno mostrato agli agenti provengono da uno stock di documenti rubati due anni fa al Comune di Tivoli (Roma). All'epoca Massimo D'Antona è già stato ucciso, all'omicidio di Marco Biagi mancavano ancora due anni. L'organizzazione era attiva, poteva contare su persone che agiscono nella capitale e non solo, come dimostrerebbero i biglietti delle metropolitane di Roma e Milano.
Per cercare di scoprire la rete, gli investigatori stanno adesso esaminando agende, appunti e palmari. Ma la loro ricerca non è semplice. I nomi sono in codice, le agendine elettroniche sono leggibili soltanto inserendo una password segreta. Nella notte sono scattate perquisizioni nel quartiere Tiburtino della capitale e in altre città.
Fiorenza SarzaniniNuove Br, l'Antiterrorismo ora ha una pista
Il messaggio lanciato da una irriducibile: fondamentale il ruolo dei Nuclei comunisti combattenti
L'unità e la fermezza della risposta politica al "partito armato" devono uscire rafforzate dai drammatici fatti di ieri. Perché al di là del riscontro delle piste investigative battute da polizia e carabinieri, abbiamo la conferma che certi programmi eversivi basati su attentati sporadici ma sanguinosi e dirompenti non sono solo uno spauracchio agitato da chissà chi, ma un pericolo reale per la convivenza democratica. Le nuove Br, insomma, sono le nuove Br, che intendono perseguire i loro progetti di morte, ancorché folli o destinati alla sconfitta. Poi ci potrà essere chi ci specula e chi ne approfitta per altri obiettivi - come forse è avvenuto anche con le vecchie -, ma appaiono come un fenomeno figlio di questo tempo e di questa fase politica ed economica, interna e internazionale. Non sarà un caso che tra i documenti trovati ieri a Lioce e Galesi c'era un ritaglio del Sole 24 ore dove si parlava della riforma del mercato del lavoro appena approvata, secondo le linee che aveva disegnato Marco Biagi. Il conflitto sociale resta il campo d'azione prescelto dai neo-brigatisti, come si evince pure dai lunghissimi documenti che i "prigionieri politici" che ancora si sentono in lotta con lo Stato continuano a produrre e mandare fuori dal carcere.
Prima ancora degli arresti di ieri, sono stati gli stessi brigatisti detenuti ad affermare il collegamento tra le nuove Br e quei Nuclei comunisti combattenti in cui gli investigatori avevano iscritto Lioce e Galesi. Durante un processo, lo scorso anno, la "militante rivoluzionaria" Vincenza Vaccaro, che firma i proclami insieme ai responsabili dell'assassinio del professor Roberto Ruffilli (ucciso nell'aprile '88, ultima vittima delle Br della Prima Repubblica), aveva detto in aula: "E' da sottolineare il ruolo fondamentale svolto dai Ncc, cioè l'avanguardia che a seguito degli arresti dell'88-89, quindi a seguito del danneggiamento dell'Organizzazione comunista combattente, ha avviato lo stadio aggregativo dando avanzamento alla fase stessa delle forze rivoluzionarie... Nel percorso dai Nuclei all'iniziativa del 1999 ed ancora oltre, nel 2002, abbiamo le tappe che hanno scandito i salti di qualità nella costruzione della direzione rivoluzionaria... arrivata, con D'Antona, a portare l'attacco al cuore dello Stato".
Ecco dunque la continuità tra una "esperienza" che ha attraversato quasi sotto silenzio gli anni Novanta e i colpi di pistola che hanno riaperto una stagione di sangue che sembrava consegnata agli storici. Certamente, rispetto agli anni Settanta e Ottanta l'Italia è cambiata al punto da rendere improponibile un modello di lotta armata come quello che si affermò allora e che allora fu sconfitto. Ma a venticinque anni dal rapimento di Aldo Moro e dalla strage che sterminò i cinque agenti della sua scorta siamo davanti a un ennesimo omicidio colorato di politica da chi l'ha commesso. Dietro il quale c'è ancora un'organizzazione che pratica il terrorismo.
Le indagini condotte fin qui ipotizzano un legame diretto tra chi spara e alcuni dei vecchi brigatisti detenuti, così come la militanza di qualche latitante sparito dalla circolazione; Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, per esempio, le due brigatiste che hanno fatto perdere le proprie tracce anche dalla Francia in cui s'erano rifugiate. Un mese fa, a Firenze, c'è stata una rapina a un ufficio postale compiuta da due uomini e due donne che ha tutte le caratteristiche dell'"esproprio per autofinanziamento", e molti investigatori sono pronti a scommettere che nel commando ci fosse anche Nadia Desdemona Lioce. La coppia di latitanti intercettata ieri era partita da Roma poco dopo l'alba, il che fa dedurre che nella capitale c'è una "base" dell'organizzazione da scoprire, come gli altri terroristi in attività. Stavolta c'è un filo serio da seguire per arrivare a prenderli. Tocca agli investigatori e ai magistrati riuscirci, ma c'è bisogno - oggi come venticinque, venti o quindici anni fa - dell'impegno e del sostegno di tutti.
Giovanni BianconiL'ANALISI / Il procuratore Laudi: troppo tempo fra un attentato e l'altro, non sono radicati nel territorio
"Pochi militanti, questi arresti li rallenteranno"
"I brigatisti non dovrebbero essere molti, lo si intuisce dal fatto che gli attentati siano stati eseguiti a grande distanza di tempo l'uno dall'altro. Gli eventi di ieri dovrebbero perciò costringerli a rallentare ulteriormente le loro "azioni"". Il procuratore aggiunto di Torino, Maurizio Laudi, ritiene che la cattura di Desdemona Lioce e la morte di Mario Galesi obbligherà i terroristi a rivedere piani e strategie, a mettere in discussione l'attuale organizzazione del gruppo. Protagonista delle indagini sul nucleo storico delle Brigate rosse che insanguinarono il nostro Paese negli anni di piombo insieme con l'attuale procuratore generale di Torino Gian Carlo Caselli, il magistrato si rende perfettamente conto di che cosa significhi per gli investigatori l'arresto della donna. "Anche se riesce difficile dirlo in un momento così tragico per la morte di un poliziotto, quello che è accaduto è sicuramente un fatto molto importante. Anzi il più importante negli ultimi anni nella lotta contro l'eversione di estrema sinistra". Dottor Laudi, ritiene che la Lioce e Galesi possano aver lasciato dietro di sé tracce fondamentali per individuare gli altri terroristi?
"Sicuramente attraverso loro si potrà cercare di dare un volto e un nome ai brigatisti. Non so se abbiano fatto parte dei gruppi di fuoco che hanno ucciso D'Antona e Biagi, ma la reazione che hanno avuto quando si sono resi conto di essere in pericolo fa capire che sono inseriti in pianta stabile nell'organizzazione eversiva. E il fatto che la Lioce si sia dichiarata "prigioniera politica" ne è l'ulteriore conferma".
Lei è convinto che gli esponenti delle nuove Brigate rosse non siano tanti. Per quale motivo?
"Dall'omicidio di Massimo D'Antona a quello di Marco Biagi sono trascorsi quasi tre anni. Se il gruppo fosse numericamente consistente e ben radicato e se avesse una buona disponibilità di armi e di basi, avrebbe certamente agito in tempi più ravvicinati. Il fatto che abbiano atteso tanto prima di compiere il secondo attentato mi fa arrivare alla conclusione che siano pochi e che non abbiano grandi mezzi a disposizione".
Gli esperti dell'intelligence hanno segnalato il rischio di una saldatura fra i brigatisti e i gruppi minori. Se fosse già avvenuta, i terroristi in grado di colpire con azioni "significative" potrebbero essere molti.
"I recenti attentati nel Nord-Est dimostrano la pericolosità delle cosiddette organizzazioni eversive minori. Una saldatura con le Brigate rosse è possibile, e anche se non c'è stata ancora formalmente, la reiterata esplosione di ordigni e il proliferare di rivendicazioni dimostrano che, di fatto, questo potrebbe avvenire da un momento all'altro. E ciò, inevitabilmente, incrementa il numero dei terroristi pronti a colpire".
Quale è la differenza tra vecchie e nuove Br?
"I brigatisti dell'ultima generazione sono molto attenti ai fatti di politica, ma a volte ne parlano nei loro documenti con annotazioni astruse. Sembrano vivere in una realtà "dissociata" da quella reale. Leggendo le rivendicazioni, pare che si siano fermati a 60-80 anni fa: ci sono pochissime tracce, a volte addirittura inesistenti, dei temi più sentiti di adesso, dalla globalizzazione alla nuova economia, alla difesa dell'ambiente. Le vecchie Br erano molto più legate alla realtà del momento, "sentivano" i problemi e agivano, sia pure arbitrariamente, in nome della lotta del proletariato e della classe operaia".
Anche allora, però, la Toscana era una delle regioni in cui i terroristi erano più attivi.
"All'inizio degli anni '70 no, poi diventò importante quando diminuirono gli attentati al Nord: non a caso le Br uccisero l'ex sindaco di Firenze Lando Conti. E gli ultimi avvenimenti dimostrano che le regioni dell'Italia centrale, e in particolare la Toscana, sono nevralgiche per i terroristi: l'asse della nuova eversione si muove sulla direttrice che unisce Roma a Bologna".
Flavio Haver"Sono prigioniero politico": la prima volta nel 1974
La formula
"Sono un prigioniero politico". E' l'espressione che i brigatisti, dagli Anni Settanta in poi, usano per distinguersi dagli "altri", quelli che finiscono in carcere per malavita e non perché "in guerra" con lo Stato. Prigioniero politico è Paolo Maurizio Ferrari, il primo brigatista clandestino catturato: succede il 27 maggio del 1974, a Firenze, Ferrari è sospettato dei sequestri del sindacalista Labate, del manager Fiat Amerio, del giudice Sossi. Prigioniero politico è Tonino Loris Paroli, arrestato nel 1975, l'uomo che ne prende il posto per mantenere il collegamento con la fabbrica. Il 1975 è l'anno di altri arresti e di altri prigionieri politici eccellenti, come Renato Curcio e Alberto Franceschini. Dalle "vecchie" alle nuove Brigate rosse il linguaggio non cambia. "Siamo prigionieri politici", rispondono al Gip dal carcere i quattro terroristi rossi accusati dell'omicidio D'Antona: Fosso, Mazzei, Galloni e Donati. Irriducibili, rifiutano il confronto con giudice e tribunali, che "non riconoscono" e da cui ritengono di "non poter essere giudicati". Insieme ai quattro, destinatari dei provvedimenti del Gip erano anche Desdemona Lioce e Mario Galesi, irreperibili fino a ieri. Così, all'arresto, la Lioce segue la strada consueta: "Sono un prigioniero politico". E' anche grazie a questo elemento che prende corpo l'ipotesi, poi confermata, che i due che hanno sparato sul treno siano brigatisti. Una specie di "marchio". Che non vale solo per i carnefici, ma anche per le vittime. E' così che i brigatisti parlavano di Aldo Moro: "Moro - dicevano - è un prigioniero politico"."Il Mattino"
LEGATO AI DUE TERRORISTI
Il mistero di Pegna arrestato a Napoli e poi scarcerato
GIUSEPPE CRIMALDI
Nel libro nero degli irreperibili c'era finito quattro mesi fa. Dal 31 ottobre 2002 Giuseppe Pegna non era più un uomo libero: la magistratura romana aveva emesso nei suoi confronti un'ordinanza cautelare richiesta dai pm Franco Ionta e Pietro Saviotti. Accuse pesantissime, capaci di evocare gli spettri inquietanti degli anni di piombo: associazione eversiva con finalità di terrorismo e banda armata.
In quell'ordinanza il nome di Pegna non era solo; e nella lista figuravano anche i nomi di altri ex militanti dei Nuclei comunisti combattenti: Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, che dal 1995 avevano fatto perdere le loro tracce.
La libertà di Giuseppe Pegna si concluse il 17 dicembre a Napoli. Già da qualche settimana gli uomini della Digos e della Direzione centrale della polizia di prevenzione (la vecchia Ucigos) avevano cominciato a stringere il cerchio intorno a quest'uomo di 41 anni dall'aspetto normale, non fosse per i capelli rasati a zero e per quel pizzetto alla D'Artagnan che lo rendevano inconfondibile. La trappola si strinse alle undici di mattina, a piazza Garibaldi.
"Sono io, Giuseppe Pegna, state tranquilli, non vi preoccupate, ho capito chi siete...", disse quando si accorse degli agenti. Non era armato. E spiegò che quella qualifica di "irreperibile" che la legge gli aveva riservato dopo l'emissione dell'ultimo ordine di cattura, non aveva ragione di essere. In realtà Pegna stava trattando la propria resa da tre giorni: e per questo si era affidato all'avvocato Mario D'Alessandro. Ma la polizia arrivò prima di ogni consegna spontanea.
Primula rossa, irriducibile, neobrigatista: le cronache di quei giorni descrissero così Michele Pegna. L'unico dato certo resta invece il suo passato, caratterizzato da militanza attiva nell'universo di sigle eversive (dai "Comitati organizzati per la liberazione del proletariato" alla "Guerriglia metropolitana per il comunismo", prima di approdare - come sostengono gli inquirenti - nelle Brigate Rosse-Partito comunista combattente); ma anche un passato scandito da periodi di clandestinità e galera, Pegna si nascondeva a Napoli. Nella zona orientale: tra Portici, dove ha vissuto fino a una settimana prima della cattura, e Ponticelli, dove avrebbe anche stretto numerose amicizie. "Non appartengo alle Br. Non lo sono mai stato, brigatista, né prima, né dopo essere uscito dal carcere": così rispose ai magistrati romani il 21 dicembre. Una lunga serie di no: respingendo l'accusa di essere uno degli organizzatori delle nuove Br, quelle degli attentati ai professori Massimo D'Antona e Marco Biagi. E negando anche di aver vissuto in clandestinità una volta uscito dal supercarcere di Trani, dove aveva scontato una pena a 18 anni.
Il copione si è ripetuto davanti ai magistrati bolognesi: "Da quando sono uscito dal supercarcere di Trani, nel gennaio 2000, non ho mai messo piede a Bologna". Una difesa su tutti i fronti, insomma. Tra conferme accusatorie e ricorsi della difesa la battaglia giudiziaria è andata avanti fino a quando - due mesi fa - non è stato il Tribunale del Riesame di Roma a scrivere l'ultima parola: scarcerazione. Per un vizio di forma. La mancata trasmissione al Tribunale dall'ufficio del pubblico ministero di alcuni atti dell'inchiesta, quelli sui quali è fondata l'ordinanza di custodia cautelare, hanno così riaperto le porte del carcere."Il Messaggero"
"Sono i primi Br-Pcc a finire in trappola
Il loro gruppo firmò l'omicidio Biagi"
dal nostro inviato
RITA DI GIOVACCHINO
BOLOGNA- Sono partiti alla volta di Arezzo, il procuratore capo Enrico Di Nicola e il pm Paolo Giovagnoli, non appena è arrivata la conferma che i due brigatisti catturati erano Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. "Li hanno presi, andiamo", ha detto Di Nicola. Appena una battuta pronunciata a mezza bocca. Non c'è stato bisogno di aggiungere altro. Dopo quasi dodici mesi di buio fitto nelle indagini sull'uccisione del professor Biagi, questa dannata sparatoria sul treno, purtroppo conclusasi con il sacrificio di un altro servitore dello Stato e con la morte di uno dei due terrotisti, apre finalmente uno spiraglio investigativo sugli eredi storici delle Brigate rosse, il gruppo che ha firmato il delitto del giusvalorista. Poi in serata, al termine del vertice, Di Nicola è apparso sollevato: "Il fatto importante che la Lioce e Galesi erano due ricercati come appartenti alle Br-Pcc, l'organizzazione che ha firmato il delitto Biagi. Questo è fondamentale. Finora non era stato preso nessuno. Il resto sarà accertato, si tratta di uno snodo importantissimo per la nostra indagine".
Che ruolo abbiano avuto i due brigatisti nell'assassinio di via Valdonica, il 19 marzo scorso, non è ancora chiaro. Ma un ruolo lo hanno avuto: di questo sono certi anche gli investigatori bolognesi. Il capo della Digos, Vincenzo Rossetto, tra i pochi funzionari di polizia sopravvissuti all'indagine sulla mancata scorta a Biagi, è andato ad Arezzo per uno scambio informativo con i colleghi romani e toscani. Un vertice svoltosi finalmente all'insegna della speranza. Come sempre è l'attitudine a memorizzare, archiviare, catalogare a tradire gli appartenenti alle Br. E quella borsa di Desdemona, piena di documenti, di riferimenti lascia sperare bene: nei prossimi giorni si scoprirà il covo, i progetti dei futuri attentati, lo stato del dibattito interno, i nuovo proclami e i nuovi obiettivi. E per loro sarà finita. Non sarà un anniversario pieno di amarezza.
L'arresto effettuato è buono, buonissimo. Non era un mistero che quegli ordini di cattura dell'ottobre scorso, firmati dal pm Franco Ionta, nei confronti dei due brigatisti serviva a circoscrivere il cerchio delle indagini attorno alle Br-Pcc, l'unico esiguo gruppo di terroristi in grado di riaprire una stagione di sangue. E tra questi c'era proprio Desdemona Lioce, che tutti indicavano ancora attiva nella zona di Firenze, all'interno del Comitato rivoluzionario toscano dele Br. Ancora loro, sempre loro. Il Comitato toscano è sempre stato qualcosa di più di una semplice colonna e dal periodo del sequestro Moro costituisce il punto più alto di riferimento dell'intera organizzazione brigatista. Non privo di sospetti sulle molte protezioni che ha goduto per sviluppare la sua attività e i suoi sospetti, come quella base del Sismi in via sant'Agostino 3, dove un infiltrato delle Br andava a riferire al capo del Centro di Controspionaggio Federigo Mannucci Benincasa.
Ad indirizzare l'attenzione degli inquirenti bolognesi sul gruppo toscano c'era naturalmente la vicinanza logistica tra Firenze. Ma anche il fatto che i brigatisti toscani, sopravvissuti alla falcidie di arresti dell'89, sono gli unici ad avere la preparazione culturale e l'esperienza militare per portare a fine attentati come quelli contro D'Antona e Biagi. Tra i due è la donna, Desdemona Lioce, ad avere un curriculum di maggior spessore: in un rapporto di polizia il suo nome viene accostato a quello di Michele Mazzei, operaio di Castelnuovo Garfagnana, protagonista insieme a Fabio Ravalli e Maria Cappello della precendete stagione di sangue, culminata nell'89 con gli assassini del sindaco di Firenze Lando Conti e a Forlì del senatore Roberto Ruffilli. Un agguato quest'ultimo, molto somigliante per le modalità, a quello di Marco Biagi, compiuto da terroristi in trasferta in grado di individuare bersagli non protetti e altamente simbolici.Olga D'Antona: "Stavolta credo davvero
che siano arrivati al bandolo della matassa"
di LUCA LIPPERA
ROMA - "Ho la sensazione che si sia finalmente trovato il bandolo della matassa e che le persone prese sul quel treno abbiamo veramente a che fare con l'omicidio di mio marito". Casa D'Antona al Quartiere Trieste, primo pomeriggio di ieri, telefono che squilla senza sosta. Olga Di Serio, 57 anni, vedova del consulente del Lavoro ucciso in via Salaria il 20 maggio del 1999, non sa ancora delle parole del ministro dell'Interno Pisanu ("Su Biagi e D'Antona non è più buio"), eppure "sente", percepisce che questa potrebbe essere davvero la volta buona. "Quei nomi - dice - compaiono parecchie volte nelle inchieste della Procura di Roma. Ma ora, più che scoprire se sono loro i colpevoli materiali dell'omicidio di Massimo, vorrei sapere perché fu compiuto il delitto, per capire cosa succede in questo Paese".
Chiamano amici, colleghi di partito (la D'Antona è deputato dei Ds), giornalisti da tutta Italia. Le prime parole, al telefono, sono le stesse per tutti. "Ci sono un altro orfano e un'altra vedova - dice la D'Antona pensando all'agente della Polizia Ferroviaria (Polfer) ucciso nello scontro a fuoco sul treno - Questa è gente che spara senza nemmeno rendersi conto di quello che fa. Abbiamo a che fare con persone che non riconoscono, non considerano l'umanità dell'individuo. Evidentemente si tratta di soggetti che vivono in una condizione paranoica, indirizzati da una logica, da un modo di pensare e di essere completamente al di fuori della nostra quotidianità".
È la logica, di cui sono pieni i volantini delle Br, dell'eterna "lotta di classe", dei "nuovi scenari di sfida aperti dalla globalizzazione e dall'Impero", del capitalismo nemico da "combattere e abbattere ad ogni livello". "Non capisco - continua Olga Di Serio D'Antona - come si possa pensare, nell'attuale contesto storico, di rovesciare la società italiana. I nuovi brigatisti, d'altronde, non lo dicono neppure nei loro documenti, che tra l'altro non ho la forza di leggere fino in fondo. Ma mi sfugge, nonostante gli sforzi, come possano credere, con queste azioni, di trovare un consenso".
Massimo D'Antona, quando fu ucciso, aveva cinquantuno anni. Era consulente dell'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino. Il nome di Nadia Desdemona Lioce circolò nell'inchiesta sul delitto che portò in carcere Alessandro Geri. Geri, accusato d'essere stato il telefonista delle nuove Br, è stato scagionato. "In questo momento - spiega la D'Antona - quello che mi interessa di più non è tanto sapere se le due persone prese ieri fecero parte del gruppo che uccise mio marito. L'importante è che la rosa dei nomi si allarghi e che vengano impediti altri crimini. Qui ci sono individui che sparano senza guardare in faccia nessuno. La loro natura è quella".
Individui, fa capire la D'Antona, che comunque sembrano senza speranza. "Rimangono ancorati a una vecchia ideologia - ragiona Olga Di Serio - Non fanno i conti con una realtà che è completamente mutata. Sono, ancora una volta, sgomenta, addolorata. Per la famiglia dell'agente ucciso e per quella del suo collega ferito. Sono loro vicina. So quello che stanno provando".A 25 ANNI DAL DELITTO MORO
di ROBERTO MARTINELLI
A POCHI giorni dalla ricorrenza dei venticinque anni della strage di via Fani e del delitto Moro ecco spuntare dal più banale e casuale dei controlli su un vagone ferroviario due appartenenti alle nuove Br che non esitano ad uccidere quando si rendono conto che la loro latitanza è finita. Un uomo e una donna indagati da anni, sospettati di essere coinvolti negli omicidi D'Antona e Biagi e poi svaniti nel nulla. Non appena il tam-tam del loro arresto è stato trasmesso da una Procura all'altra, una folla di magistrati si è prenotata per interrogarli. E subito è cominciata la ridda di ipotesi sul perché fossero su quel treno, su quale fosse la loro destinazione e sul vero obiettivo del loro viaggio. Un attentato o una fuga? Un summit segreto o cos'altro?
La macchina investigativa si è messa in moto e quel poco che gli inquirenti sono riusciti a scoprire da quanto era in possesso dei brigatisti (la microcamera, i due computer portatili, la pistola 7.65, e i documenti falsi) è oggetto di attenta valutazione. Ma nulla di concreto è emerso: la sola certezza è stata l'amara constatazione che la lotta al terrorismo è ancora lontana dall'essere vinta. La reazione dei due brigatisti ha dimostrato infatti un perfetto addestramento all'uso delle armi e una fredda capacità di affrontare le difficoltà tipica di quelli che erano una volta gli uomini del partito armato.
E' forse esagerato dire che la sparatoria di ieri abbia ricacciato il paese nel tunnel della paura e dell'angoscia, o peggio ancora nell'incubo degli anni di piombo. Ma il segnale che le istituzioni hanno colto è forte e ha convinto tutti ad una seria riflessione sugli errori commessi. Si pensi solo che gli assassini di Massimo D'Antona e Marco Biagi sono ancora liberi e le indagini continuano a girare a vuoto passando da un indagato all'altro, ma tutti alla fine scagionati. Due vittime sacrificali, due giuristi, due riformatori, due bersagli facili senza protezione alcuna, attendono ancora giustizia.
La microcamera trovata indosso ai due brigatisti arrestati ieri era destinata a mettere nel mirino una terza vittima con le stesse caratteristiche? Difficile dirlo, forse impossibile se non salterà fuori una prova certa e inconfutabile che nemmeno una ripresa già effettuata può dare. Una volta esclusa questa pista investigativa resterebbe quella di accertare eventuali responsabilità negli assassini D'Antona e Biagi. Ma il lungo lasso di tempo trascorso gioca a favore degli arrestati e appare sempre più problematico dimostrare una loro eventuale colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio.
E' invece assai più interessante lo squarcio che i due arresti hanno aperto sullo scenario del terrorismo degli anni Duemila. I due brigatisti presi al termine della sparatoria nel treno sono gli uomini del partito armato di oggi. Due rappresentanti di un movimento eversivo che è stato studiato solo attraverso incerte testimonianze postume di dissociati o pentiti, e su interpretazioni filologiche dei loro proclami da sempre oggetto di inutili dibattiti e di suggestive ma improduttive ricerche storico-poliziesche.
Una delle voci dal di dentro, quella di Alberto Franceschini, disse tanti anni fa che l'organizzazione delle Br, per come la conosceva lui, era di una debolezza politica infinita. Certo i terroristi di oggi sono distanti anni luce dalla geometrica potenza del commando che agì in via Fani e tenne in scacco lo Stato italiano per 54 giorni. Ma la dinamica dell'episodio di ieri dimostra assoluta familiarità nell'uso delle armi, capacità di reazione e disponibilità di mezzi di tutto rispetto. Ed ecco allora quanto sia delicato e al tempo stesso difficile il compito che attende gli inquirenti. Perché stavolta la ricerca della verità ha un doppio scopo. Non deve solo accertare ruolo e responsabilità personali, ma scoprire i legami, le complicità e, se possibile, la centrale operativa che si muove alle loro spalle. Per far questo occorre collaborazione e non rivalità tra magistrati e inquirenti. Ma soprattutto volontà e unità di intenti di tutte le forze politiche nel combattere seriamente il terrorismo.
Qualche giorno fa in un'aula di giustizia un proclama brigatista, per una presunta "vacuità dei suoi contenuti", è stato equiparato ad uno dei "messaggini" che avvolgono i baci di cioccolato. Un pubblico ministero, nella sua piena e assoluta disponibilità dell'azione penale, ha ritenuto opportuno ricorrere a questa immagine colorita per sostenere l'assoluta innocenza di quattro militanti delle brigate rosse che l'anno scorso esibirono in aula un documento per rivendicare l'assassinio di Marco Biagi. La similitudine è stata condivisa dal giudice che ha assolto gli imputati con la formula "il fatto non sussiste". Alla luce di quanto è accaduto ieri, quel paragone non risulta una scelta felice. Di certo non ha avuto l'effetto deterrente che l'esercizio dell'azione penale dovrebbe avere su chi è deciso a combattere lo stato di diritto.La Capitale è spesso stata utilizzata dai terroristi per nascondersi: dal Gianicolense alla Cassia e al centro storico. Ma anche sul litorale
Brigatisti, scatta la caccia al covo romano
Galesi e Lioce erano partiti dalla stazione Tiburtina. Il quartiere nel mirino degli investigatori
di ANTONELLA STOCCO
Domenica, stazione Tiburtina: comincia da qui il viaggio di Mario Galesi e Desdemona Lioce. Per un sopralluogo operativo, un'inchiesta probabilmente, e forse non erano soli. Se non andavano a un appuntamento "strategico", di quelli stabiliti a data e luogo fissi. O semplicemente Galesi e Lioce fuggivano da un covo non più sicuro, proprio nella zona del Tiburtino che il Ros sostiene di tenere sotto controllo da tempo per il fondato sospetto della presenza di nuclei brigatisti nel quartiere. Forse i due pensavano di passare da un treno all'altro, giorno e notte, secondo l'addestramento degli anni Settanta e come faceva Senzani. Aspettando che le ricerche si raffreddassero, il tempo di capire se altri compagni "regolari" e altri covi erano stati scoperti. Certamente sono in fuga i compagni con cui erano in contatto diretto o che li hanno ospitati, ora che si è scatenata la caccia ai covi romani. Come negli anni di piombo, prima e dopo il sequestro Moro e la scoperta di via Gradoli con quel rubinetto aperto e i suoi misteri. Soltanto tra il '75 e il '76, sono stati scoperti e smantellati covi su covi dei Nap in tutta la città. Da via Bixio 76 dove furono trovati legacci, bende e documenti a via Bruni 36, a Tomba di Nerone. Qui c'era una parte del denaro frutto del sequestro Moccia. A via Mecenate 20, piazza Vittorio, e a via Arezzo 15, piazza Bologna, saltarono fuori armi, documenti e timbri. A via Due Ponti, al Flaminio, in uno scontro a fuoco morì Anna Maria Mantini, sorella di Sergio morto durante una rapina a Firenze. In un appartamento sulla Cassia sono state trovate brandine e radio. A via Etnea, a Monte Sacro, esplosivo e carte d'identità false. La prima prigione del giudice Giuseppe Di Gennaro era a via Gesù e Maria, a un passo dal Pantheon.
Ma è a via Lorenza Longo, al Gianicolense, che l'antiterrorismo trova il primo covo di Giuseppe Lo Muscio, che aveva assassinato l'agente Graziosi sparandogli su un autobus, e Maria Pia Vianale. Il 1 luglio del '76 Lo Muscio morirà in una sparatoria con i carabinieri che lo avevano riconosciuto, seduto sulla scalinata di San Pietro in Vincoli con la Vianale e Franca Salerno, che saranno catturate. A via Longo c'erano schede con i dati di possibili obiettivi, armi. Una Beretta calibro 6,35 venne trovata dentro una confezione di piselli in scatola, con due caricatori. Lo Muscio e Vianale, forse come Galesi e Lioce, lasciavano un covo dopo l'altro. Le loro tracce, e altre armi, sono state trovate in un appartamentino di via Porta Tiburtina 36. E poi a Nettuno, a via della Liberazione 148. Covi che erano stati a lungo case tranquille, affittate attraverso agenzie immobiliari da coppie sbiadite e abitudinarie, orari fissi e mai un problema con i vicini di casa. Allora, si passavano al setaccio tutti i nuovi contratti, gli allacci della luce, molti covi erano già freddi. Non quello di via Diomede Pantaleone 28, a Boccea, dove c'era uno schedario con i nomi dei "nemici del popolo". Nicola Abbatangelo, che ci abitava, venne preso grazie a un tamponamento in auto.
Era abitato anche il rifugio di via Casal San Pio V, all'Aurelio: Delli Veneri, Papale, Olivares, Ceccarelli e Bartolini più quella documentazione che portò a ipotizzare l'esistenza di una "talpa" dentro il ministero di Grazia e Giustizia. A Ostia viene presa la nappista Loredana Casini. A via Palombini, all'Aurelio, sono arrestati Gabriella Mariani e il marito di Barbara Balzarani, Antonio Marini. Morucci e Faranda vivevano a viale delle Milizie. Il nappista Raffaele Piccinino disponeva di tre covi: un appartamento a via Francesco Amici 13, zona Gianicolense, un'autorimessa all'Aurelio, a via dei Savorelli e un garage a via di San Pancrazio 15. Nell'Ottanta, grazie a un infiltrato, viene arrestata la colonna romana delle Br, per primi la Braghetti, il 27 maggio a Corso Vittorio, poi Seghetti e Piccioni. Prima Linea aveva scelto Ostia come quartier generale, tutti presi. All'hotel Vesuvio lavorava come portiere un irregolare della colonna molisana, appena entrata in contatto con Senzani. A via Foà c'era la tipografia delle Brigate Rosse che il covo-prigione di Aldo Moro a via Montalcini lo avevano comprato, proprio per schivare i controlli sui contratti d'affitto. Poi viene trovato Giovanni Gentile Schiavone, in una casa al 214 della circonvallazione Nomentana dove vengono sequestrati mitra e pistole, fotocopiatrici e volantini dei Nap e delle Br. Allora, l'antiterrorismo si faceva anche girando col pentito in macchina o dentro un furgone, e lui indicava covi e compagni. Mario Galesi era ancora un ragazzino e nelle carceri stavano nascendo le aree omogenee quando nell'84, a febbraio, con 35 arresti l'anticrimine azzera la ricostituita colonna romana delle Br. Finiscono in carcere 35 persone, tra cui Livia Todini. Terroristi e fino a questo momento perfetti sconosciuti per la polizia dell'ufficio politico. In questa operazione viene per la prima volta fotografata Carla Vendetti, ora considerata primula rossa e numero uno dei latitanti brigatisti. Svanita, forse tra Svizzera e Francia, forse con Simonetta Giorgeri. In questi ultimi anni, Carla Vendetti è sfuggita più volte a indagini sofisticatissime. Giochi a incastro, trappole così ben costruite che sembrava impossibile non catturarla. Gli investigatori la chiamano: "Quel demonio".L'ANALISI DI GENNAIO
Il nome della Lioce era nella relazione in Parlamento
"La violenza politica spiana la strada ai terroristi"
ROMA - L'episodio avvenuto ad Arezzo "richiama duramente alla realtà tutti coloro che hanno sottovalutato la minaccia del nuovo terrorismo". Lo ha dichiarato il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu secondo il quale la vicenda di ieri "conferma l'analisi che ho sottoposto nel gennaio scorso all'attenzione del Parlamento". In quella sede il ministro parlò del rischio derivante dalle nuove br ma, anche, ha ricordato ieri "della violenza politica diffusa che, come ho detto altre volte, può oggettivamente spianare la strada ai terroristi". Il nome di Desdemona Lioce, la donna arrestata ieri per la sparatoria sul treno Roma-Firenze, era stato fatto dal ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, nell'audizione dello scorso 27 gennaio alle commissioni congiunte Affari Costituzionali e Difesa della Camera. Il ministro, parlando sul tema della violenza politica e del terrorismo, aveva sottolineato "l'assiduo impegno investigativo che ci ha consentito di individuare e catturare elementi di spicco delle Br-Pcc, già condannati per gravi delitti e latitanti all'estero". Tra le operazioni più significative, Pisanu ha segnalato "quella conclusa nello scorso ottobre, nel quadro delle indagini relative all'omicidio D'Antona, nei confronti dei terroristi Michele Mazzei, Francesco Donati, Francesco Galloni e Antonino Fosso, tutti già condannati all'ergastolo per omicidio, che, nel carcere di Trani, secondo quanto finora accertato dalla magistratura, avevano elaborato documenti preparatori della rivendicazione dell'assassinio". Nello stesso contesto d'indagine, aveva aggiunto, "sono stati emessi provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di tre ex militanti dei Nuclei Comunisti Combattenti, Nadia Desdemona Lioce, Mario Galesi e Michele Pegna, accusati di appartenere alle Br-Pcc".
Si calcola che siano circa 140 i terroristi di sinistra italiani ancora latitanti. Di questi, almeno un centinaio sarebbero rifugiati in Francia. Alla galassia degli irreperibili appartenevano anche Desdemona Lioce e Mario Galesi. Negli anni scorsi, fonti investigative avevano segnalato la presenza della Lioce proprio in Francia. Tra i latitanti, circa 40 sono stati condannati per fatti di sangue, gli altri per altri reati. Tra i latitanti che si sono rifugiati in Francia e per i quali le autorità francesi hanno negato l'estradizione, ci sono anche Sergio Tornaghi, condannato all'ergastolo e legato alla colonna milanese Br Walter Alasia e Roberta Cappelli, della colonna romana."La Stampa"
DAL FEBBRAIO DI OTTO ANNI FA, LE INDAGINI DEL VIMINALE SU "BASISTI" E "RACCORDI" ROMANI NON AVEVANO PORTATO A NULLA
Ncc, la sigla-contenitore per coprire le nuove Br
Nel 1995 gli investigatori erano già indirizzati alla "pista toscana" un quartetto di militanti composto anche da Fuccini e Matteini
ROMA L´ULTIMO "segugio" delle Brigate Rosse, quelle che uscirono di scena nel settembre 1988 con l´omicidio del senatore democristiano Roberto Ruffilli, è convinto che dopo la grande retata di quel settembre i "raccordi", gli scampati alla cattura, aspettarono che passasse la "piena" per riorganizzarsi. E che in realtà, quando quattro anni dopo si affacciarono sulla scena del terrorismo politico i Nuclei comunisti combattenti, gli Ncc, con l´attentato (fallito) alla Confindustria di via dell´Astronomia, all´Eur, quell´azione era il segnale che le Brigate Rosse "erano tornate". E alla esperienza degli Ncc erano legati i due arrestati di ieri, Desdemona Lioce e Mario Galesi. L´investigatore riflette: "Tra l´ottobre e il novembre del 1992, gli Ncc si mossero tra Roma, Padova e Treviso, con azioni di propaganda armata, limitate a diffondere volantini, far ritrovare striscioni, minacciare di morte dirigenti industriali". Poi calò il silenzio. Era quello il tempo in cui il Paese era sotto tiro di ben altro terrorismo, quello mafioso. Nel maggio e nel luglio del 1992, c´erano state le stragi Falcone e Borsellino a Palermo, nel 1993, via Fauro, Firenze, Roma, Milano. Quando le autobombe della mafia "furono parcheggiate, gli Ncc tornarono in azione": il 10 gennaio del 1994, un ordigno esplose sempre all´Eur, in via Civiltà del lavoro, dove ha sede la "Nato Defence College". Gli Ncc fecero trovare un comunicato nel quale rivendicarono anche "l´azione di Aviano" - il 2 settembre del 1993, le Brigate Rosse-Partito comunista combattente presero di mira la base aerea Usaf di Aviano - e annunciarono "la ripresa dell´iniziativa rivoluzionaria e del più generale processo di ricostruzione delle forze". In quel comunicato, gli Ncc fecero riferimento alla "Ritirata Strategica" delle Br proclamata nel marzo del 1982, ponendosi così in continuità con quella esperienza. "Ciò che oggi appare più nitidamente - spiega l´investigatore - e cioè che le Brigate Rosse che hanno ucciso Massimo D´Antona e Marco Biagi in realtà sono lo sviluppo degli Ncc, come si può dedurre dallo stesso documento di rivendicazione dell´omicidio D´Antona, già allora dovevamo intuirlo". Le ultime azioni dell´86, l´omicidio Conti, e dell´88, l´omicidio Ruffilli, furono firmate dalle Brigate Rosse-Partito comunista combattente. "Gli Ncc - prosegue l´investigatore - rappresentavano la sigla di un momento particolare in cui l´organizzazione, le Br, non poteva qualificarsi come tale". Le indagini sugli Ncc non ebbero esiti positivi se non per un arresto, che non ha retto alla prova del dibattimento: il presunto telefonista che rivendicò l´attentato del 1992 alla Confindustria, Anubi Lussurgiu D´Avossa, fu assolto. Ma è il 13 febbraio del 1995 che si presenta un´occasione, che si annuncia la svolta: nel corso di un normale controllo stradale, vengono fermati a un posto di blocco due toscani, Luigi Fuccini e Fabio Matteini: "Ci dichiariamo prigionieri politici, militanti dei Nuclei Comunisti Combattenti". Nelle abitazioni dei due terroristi vengono trovati documenti degli Ncc e in un´auto rubata, nella loro disponibilità, quattro pistole, tra cui una Beretta 92. E´ da quel momento che la compagna di Luigi Fuccini, Desdemona Lioce, si rende irreperibile. Ma le indagini sui "basisti", sui "raccordi" romani, i contatti che Fuccini e Matteini avevano non solo a Roma, non hanno portato a nulla. Forse, sospettano adesso gli inquirenti romani, Mario Galesi era militante a tutti gli effetti degli Ncc, anche in quegli anni in cui le Brigate Rosse avevano deciso di non utilizzare la loro sigla. Luigi Fuccini, pisano, e Fabio Matteini, fiorentino. Ambedue, oggi, una volta usciti dal carcere, secondo gli inquirenti, "non sarebbero più operativi". Ma su questo palcoscenico delle Br-Ncc-Br affollato di "sagome" e di "ombre", molte tracce portano alla Toscana. Matteini, prima ancora che diventasse un "operativo" degli Ncc, potrebbe avere avuto rapporti con gli ultimi protagonisti delle Br che uccisero Conti e Ruffilli, con i Daniele Bencini e Marco Venturini.
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