Almanacco dei misteri d' Italia

 
La sparatoria sul treno (2 marzo 2003)
notizie del 4 marzo
 
4 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
ANSA:
Marco Boato, deputato verde, ipotizza che le Brigate Rosse volessero colpire Maria Grazia Sestini, sottosegretario al lavoro, ad Arezzo il 16 marzo, a tre giorni dal primo anniversario dell'omicidio Biagi e nel venticinquesimo anniversario del sequestro Moro.
Intervistato da Radio Radicale, Boato si dice d'accordo col ministro dell'interno, Giuseppe Pisanu, "quando ha detto che probabilmente l'obiettivo dei terroristi era purtroppo la sottosegretaria Sestini". Un obiettivo, osserva Boato, piu' facile da colpire ad Arezzo che a Roma.
Boato osserva che i terroristi, che hanno bisogno dell' omicidio come "affermazione di presenza e di identita"', sono stati scoperti quando "si stava avvicinando il primo anniversario dell'assassinio di Biagi, che cade il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, patrono del mondo del lavoro". Siccome questa data cade di mercoledi', "difficilmente avrebbero potuto colpire la sottosegretaria Sestini" a Roma. Mentre scegliendo la data del 16 marzo, avrebbero potuto colpire, osserva Boato, nell'anniversario del sequestro di Aldo Moro.

"Il Manifesto"
Inciampati sulle nuove Br
Indagini Dopo gelosie, ripicche, sgambetti e clamorosi flop investigativi, gli inquirenti antiterrorismo hanno una traccia. Ma è fatta di sangue
Risultati La pista si chiama Ncc: piccoli attentati, volantinaggi, due striscioni a Roma, poi un arresto casuale nel `95. E ora la sparatoria
ALESSANDRO MANTOVANI
ROMA
Dei vari filoni d'inchiesta nati dopo l'omicidio di Massimo D'Antona nel `99, l'unico credibile è dall'inizio quello che portava ai Nuclei comunisti combattenti dei primi anni `90 e, per questa strada, ha condotto gli inquirenti sulle tracce di Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, l'uomo (37 anni) e la donna (43) fermati domenica dalla Polfer sul diretto Roma-Firenze. Non a caso, Galesi e Lioce erano gli unici due personaggi non detenuti raggiunti da recenti ordinanze di custodia cautelare in carcere (ottobre 2002) con l'accusa di associazione sovversiva e banda armata per appartenenza alle nuove Br-Partito comunista combattente, la misteriosa organizzazione che ha rivendicato il delitto D'Antona e, tre anni dopo, l'agguato al suo collega Marco Biagi a Bologna. Tutti gli altri rivoli da erano (e sono) talmente sconclusionati, a partire dall'indagine del Ros dei carabinieri sugli otto militanti di Iniziativa comunista, da far pensare a depistaggi o almeno a gravissime carenze degli apparati investigativi. Vale, almeno in parte, per la pista che ha condotto la Digos romana su Alessandro Geri, il presunto telefonista del delitto D'Antona catturato nel 2000 tra fughe di notizie e altre stranezze, poi scarcerato e di recente prosciolto dal gip (archiviazione). Vale, a maggior ragione, per l'ultima figuraccia rimediata dagli investigatori con Michele Pegna, l'ex di Prima linea sospettato solo perché "irreperibile", colpevole solo di aver violato le prescrizioni impostegli quando uscì dal carcere: arrestato nello scorso dicembre, è uscito dal carcere perché i pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti hanno "dimenticato" di depositare gli atti nella cancelleria del tribunale. Suonano insomma un po' ridicoli quanti proclamano il successo degli investigatori dopo l'episodio, del tutto casuale, del controllo di routine sul treno che finisce con la sparatoria, un poliziotto e un brigatista morto e un'altra "terrorista" in manette. Specie se si tiene conto, oltre alle false piste, dei gravi conflitti esplosi in questi quattro anni tra gli inquirenti: procura di Roma contro procura di Bologna (competente per il delitto Biagi, e da domenica c'è di mezzo anche Firenze), polizia contro carabinieri, "analisti" con esperienza di antiterrorismo contro "mobilieri" (uomini delle squadre mobili) mandato da Gianni De Gennaro a cercare le Br, e perfino carabinieri oggi al Sisde contro carabinieri dell'attuale Ros. Gelosie, ripicche, sgambetti...
Nondimeno, la Digos romana e i pm Ionta e Saviotti hanno lavorato a fondo sulla pista degli Ncc, fino ad ottenere il 30 ottobre le due ordinanze firmate dal gip Maria Teresa Covatta contro Galesi e Lioce, dicotto pagine per lui e quindici per lei, e contro quattro detenuti "irriducibili" delle vecchie Br-Pcc sgominate alla fine degli anni 80 - Michele Mazzei, Francesco Donati, Franco Galloni e Antonino Fosso - accusati di aver contribuito dal carcere alla stesura di documenti di rivendicazione (oltre ad averne scritti e letti ai processi altri, per "aderire" ai delitti D'Antona e Biagi). Le Br, secondo l'opinione prevalente tra gli inquirenti, sarebbero un gruppo di non più di venti persone. Oltre ai due intercettati domenica e agli "irriducibili" detenuti, l'attenzione si concentra solo sugli "esuli" Carla Vendetti, Simonetta Giorgeri e Tammaro Dell'Omo: ultimo domicilio conosciuto la Francia, elementi a carico ben pochi. A meno che non ci siano altri "vecchi" br in circolazione, cosa su cui gli inquirenti si dividono, l'organizzazione potrebbe essere stata decapitata domenica.
La filiazione delle nuove Br dagli Ncc è elemento assai probabile, quasi certo. Come si legge nell'ordinanza Lioce, i Nuclei comunisti combattenti "con l'azione d'Antona si assumono la responsabilità politica di rivendicarla con la sigla ortodossa e mai abbandonata di Brigate rosse per la costruzione del partito comunista combattente". Ma chi lo dice? Lo dicono gli stessi neobrigatisti nella rivendicazione del delitto D'Antona, che contiene ben cinque riferimenti alla vicenda, assai marginale, di questo gruppuscolo. Nessun'altra organizzazione viene citata. E lo ribadiscono, in carcere, gli irriducibili detenuti: "Prima di D'Antona noi pensavamo ... che il rilancio sarebbe dovuuto avvenire attraverso l'attività dei Ncc", si legge in un foglietto sequestrato a Donati, uno dei presunti elementi di continuità tra vecchi e nuovi br, nel penitenziario di Trani dopo l'omicidio Biagi, meno di un anno fa. E poco dopo in aula, un'altra "irriducibile" che firma testi di adesione agli omicidi del `99 e del 2002, Tiziana Cherubini, ha dichiarato: "Fin dal `92, con l'iniziativa dei Ncc contro la Confindustria, poi con l'iniziativa delle Br contro D'Antona, l'iniziativa di poco tempo fa contro Marco Biagi, questa continuità è messa in risalto...". E una sua compagna, Vincenza Vaccaro, aggiungeva: "E' da sottolineare il ruolo fondamentale svolto dai Ncc, cioè l'avanguardia che a seguito degli arresti dell'88/'89 ha avviato lo stadio aggregativo".
La vicenda poco esaltante degli Ncc passa per due piccoli attentati dinamitardi - uno nel `92 alla Confindustria di Roma (peraltro fallito) e uno nel `94 al Nato defense college, entrambi senza vittime - qualche volantinaggio e due striscioni sempre a Roma. Due persone sono state condannate per l'appartenenza a questa formazione, dichiarata candidamente dopo un arresto casuale nel `95, forse legato a un progetto di rapina. Si chiamano Luigi Fuccini e Fabio Matteini, pisano il primo e fiorentino il secondo, entrambi classe 1958. Nadia Lioce, che oggi rivendica la sua appartenenza alle Brigate rosse, era all'epoca la compagna di Fuccini. E da quel giorno è scomparsa, per la polizia "irreperibile". Non a caso, il suo nome compare tra i sospetti subito dopo l'omicidio D'Antona. Da allora è di fatto ricercata, molto prima dell'ordinanza del 30 ottobre 2002, e gli investigatori controllano i suoi familiari, i suoi vecchi amici e i suoi vecchi compagni.
Più labile è il filo che lega Mario Galesi ai Nuclei comunisti combattenti. L'uomo che viaggiava con Lioce verso Arezzo e che, secondo la ricostruzione della sparatoria di domenica, avrebbe ucciso un agente della Polfer e sarebbe stato poi colpito a morte da un suo collega, ha precedenti penali degni di nota solo per rapina, non per terrorismo. E ha fatto perdere le sue tracce nel `98, fuggendo dagli arresti domiciliari quando ormai gli rimaneva ben poco da scontare. La tecnica utilizzata nella rapina per cui fu arrestato nel `97, la vecchia militanza nell'autonomia operaia, i contatti con elementi arrestati in passato per armi ed eversione, ma soprattutto la lunga, lunghiossima, "irreperibilità" hanno indotto il gip Covatta alla "convincimento - si legge nell'ordinanza - che il Galesi sia stato e sia inserito nell'ambito di tale formazione eversiva", gli Ncc appunto. La sua "irreperibilità - scrive ancora il gip - per le circostanze in cui si è estrinsecata e manifestata, non può che ritenersi connessa alla scelta dell'indagato di darsi alla clandestinità".

MARIO GALESI
Dalle lotte alle pistole. Da solo
Il br ucciso domenica ha un passato "di movimento"
A. MAN.
ROMA
Mario Galesi è morto per le ferite riportate nella sparatoria di domenica sul treno Roma-Firenze. Nadia Desdemona Lioce è in carcere da due giorni e apre bocca solo per dire "mi dichiaro prigioniera politica, militante delle Brigate rosse". Lui aveva 37 anni, lei ne ha 43. Non sono marziani, non vengono dal nulla. E non solo perché si tratta di "vecchie conoscenze" dell'Antiterrorismo e delle Digos di Roma - la città di lui - e della Toscana, dove lei si è trasferita giovanissima dalla Puglia. Se Lioce viene coinvolta fin dalla fine degli anni 80 nell'inchiesta fiorentina sull'omicidio dell'ex sindaco di Firenze Lando Conti (1986), una delle ultime "imprese" delle Br-Partito comunista combattente prima degli arresti dell'88-89, Galesi a Roma ha avuto anche un percorso "di movimento", che affonda le radici nella seconda metà degli anni 80 e nell'ultima fase dell'autonomia operaia. Tant'è vero che da tempo - ben prima dell'ottobre 2002, quando il gip romano Maria Teresa Covatta ha emesso le ordinanze di custodia cautelare contro di loro, accogliendo l'ipotesi dei pm antiterrorismo Franco Ionta e Pietro Saviotti che li accusano di far parte delle nuove Br responsabili degli omicidi di Massimo D'Antona (maggio 1999) e Marco Biagi (marzo 2002) - chiunque abbia avuto a che fare con i due è oggetto di particolari attenzioni, perquisizioni, controlli. Che però non hanno portato lontano perché i due hanno tagliato i ponti con tutti: familiari, amici e compagni di un tempo, alcuni dei quali hanno avuto "visite" anche ieri. Lei è irreperibile dal `95, cioè dall'arresto del suo compagno pisano, Luigi Fuccini, poi condannato per appartenenza ai Nuclei comunisti combattenti (Ncc) da cui sarebbero nate le nuove Br. Lui dal `98, quando è scappato dagli arresti domiciliari che scontava per rapina in una casa-famiglia romana (e gli mancava poco per uscire).
A Roma Mario Galesi lo conoscevano in tanti. Nell'86 era stato tra i fondatori del "Blitz", il centro sociale di Colli Aniene (zona Tiburtina) che oggi non esiste più ma all'epoca si inseriva a pieno titolo tra le prime esperienze di occupazione e autogestione a Roma, insieme al "Forte Prenestino" e al "Sisto V". Allora Galesi non faceva la lotta armata: quel che restava dell'autonomia romana ne era lontanissimo, tanto in via dei Volsci quanto al "Blitz". Anche l'arresto dell'86, il primo arresto di Galesi presentato ora come il prologo di una carriera da "terrorista", con l'eversione non c'entrava granché: insieme ad altri suoi compagni, a vent'anni, aveva aperto una breccia nella recinzione dello stadio Flaminio per entrare gratis a un concerto. E neanche il successivo ritrovamento di armi in casa di un suo compagno consentì mai a polizia e carabinieri di ipotizzare attività "terroristiche". Galesi, sia nelle informative della Digos sia nei racconti di chi lo conosceva bene, compare per lo più come partecipante a qualche scontro con i fascisti, all'università (che pure non ha mai frequentato da studente) o altrove. Per i compagni di allora era "un pezzo di pane, uno generoso che non si tirava mai indietro e credeva in quello che faceva", racconta oggi uno che faceva politica con lui a scuola, prima ancora del "Blitz". Al massimo "non aveva mai finito il liceo artistico - ricorda un altro - né si era mai trovato un lavoro serio, diciamo normale".
Ma poi le cose cambiano, cambiano i discorsi e i comportamenti di Galesi. Il movimento, la lotta di massa e i centri sociali non gli interessano più. E invano cerca anche di convincere alcuni dei suoi compagni a seguirlo su un'altra strada, che lo porta senz'altro alle rapine (come nel `97, quando lo arrestano per l'assalto a un ufficio postale in via Radicofani, nel quartiere romano di Montesacro, lo condannano e poi evade dai domiciliari), e alla lotta armata forse fin dai primi anni 90, o poco dopo, nel momento in cui compaiono i Nuclei comunisti combattenti (Ncc) destinati a rispolverare la sigla Br-Pcc. Forse solo nel `99, quando quella sigla sinistra firma l'omicidio di Massimo D'Antona, un uomo che andava a lavorare a piedi, senza scorta, ed è morto sul marciapiede di via Salaria a Roma.
Galesi, comunque, è scomparso da un pezzo. Almeno per i vecchi compagni che pensavano, anche quando è finito sui giornali perché "ricercato per l'omicidio D'Antona", che Mario fosse "lontano - dice oggi uno di loro - in chissà quale paese a fare un'altra vita, o magari anche in Italia a fare le rapine, ma non certo tra questi pazzi che pensano di fare la rivoluzione uccidendo D'Antona e Biagi". Qualcuno l'ha incontrato anche dopo, nel `97, dietro le sbarre di Rebibbia dopo l'arresto per la rapina di Montesacro. "La politica non l'aveva mollata, anzi sembrava che avesse anche studiato un po'. Insomma, si esprimeva meglio. Di che parlava? Parlava poco. E non solo di rapine".

"La Repubblica"
Erano sorvegliati da gennaio, ma la sparatoria sul treno potrebbe accelerare la loro cattura
E nella colonna romana del gruppo spuntano i nomi di tre insospettabili
il retroscena
MASSIMO LUGLI
ROMA - Tre insospettabili nella "colonna romana". Tre nomi mai comparsi, fino a un mese fa, nelle indagini sul terrorismo, autentiche "new entry" sulla scena investigativa. Il trio è spuntato fuori durante una serie di accertamenti e gli inquirenti lo stavano marcando stretto in attesa di riscontri più solidi. La sparatoria sul treno ha costretto le indagini a una brusca accelerata ed è logico, a questo punto, aspettarsi risultati in tempi brevi, forse addirittura a giorni. L' intero gruppo che fa capo a Roma sarebbe composto di una decina di persone, molte delle quali già arrestate o comunque identificate in passato. Ma dei tre misteriosi personaggi (che hanno vite, amicizie e fedine penali immacolate) chi indaga ha cominciato a interessarsi solo alla fine di gennaio. Una pista che veniva ritenuta molto promettente. Polizia e carabinieri stanno anche cercando il "covo" di Mario Galesi e Nadia Lioce e che non è stato ancora individuato. "Niente a che vedere coi covo "caldi" delle vecchie Br - puntualizza uno degli investigatori - oggi le cose sono cambiate: da una parte l' abitazione, dall' altra i depositi di armi e un terzo nascondiglio per i documenti". Ma è probabile che i brigatisti abbiano già fatto piazza pulita di tutto il materiale compromettente. Ieri, alcune perquisizioni sono scattate nella zona di San Lorenzo: routine investigativa. Su questo punto, comunque, le piste si dividono. Il Ros dell' Arma avrebbe circoscritto un quartiere dove, probabilmente, i due terroristi hanno abitato assieme (anche se non risulta che siano stati "compagni" se non in senso politico) per un lungo periodo. Si tratta del Tiburtino dove, in passato, vivevano anche alcuni congiunti di Galesi. Proprio al Tiburtino fu rubato uno dei furgoni usati per l' agguato a Massimo D' Antona. Secondo la Digos, invece, si tratta solo di una coincidenza e anche il fatto che la coppia abbia preso il treno proprio dallo scalo Tiburtino significa poco o niente. "I terroristi non si sono mai nascosti nei quartieri dove sono conosciuti - ricorda un veterano degli anni di piombo - al contrario, preferiscono confondersi in zone dove risultano perfettamente anonimi". Vero, ma è anche innegabile che Mario Galesi e Nadia Lioce hanno violato anche un' altra delle più elementari regole della latitanza: due ricercati non viaggiano mai sullo stesso scompartimento. Specialmente se i loro documenti sono poco affidabili: le carte d' identità risultavano rubate nel 99 al comune di Casape, vicino Tivoli e sarebbero state smascherate a un controllo del numero del Poligrafico. Anche avere una sola pistola in due (ammesso che i brigatisti fossero solo due) contraddice le vecchie regole Br: o disarmati o pronti a scatenare l' inferno, nessuna via di mezzo. La polizia postale ha consegnato alla Digos le videocassette delle telecamere che controllano la stazione Tiburtina dove la coppia ha preso il treno alle 6,12. Top secret sul contenuto: si vedono la Lioce e Galesi? Solo loro o assieme ad altre persone? Per qualche misteriosa via gli inquirenti hanno concluso che la coppia è arrivata alla stazione in motorino. E da una serie di controlli vicino allo scalo sono saltati fuori ben sei ciclomotori rubati. Un' altra coincidenza?

il retroscena
Alla ricerca del traditore
GIUSEPPE D' AVANZO
"C' è un uomo che ha tradito Massimo D' Antona, che lo ha indicato ai suoi assassini. è un uomo che ha toccato le stesse carte e gli stessi documenti che ha toccato il professore. è un uomo che è stato a lui molto vicino". è il 21 maggio del 1999. Le Brigate Rosse, ventiquattro ore prima, hanno ucciso in via Salaria a Roma il giuslavorista, consigliere del ministro del Lavoro Antonio Bassolino. La qualificata fonte, come si dice in questi casi, misura a lunghi passi il suo ufficio al Viminale, ragionando a voce alta. D' Antona, dice, non è un bersaglio scontato, è "un obiettivo raffinatissimo". L' uomo rigira tra le mani le ventotto pagine della rivendicazione del delitto. Picchia sulla copertina l' indice e continua: "Questo documento contiene un' analisi delle politiche del governo, da Amato a D' Alema (siamo nel 1999, ndr). è un' analisi molto attenta delle leggi, delle riforme, addirittura con riferimenti alle "sette deleghe nel collegato ordinamentale nell' ultima Finanziaria su investimenti e occupazione". Be' , questa roba l' ha scritta un addetto ai lavori che è in grado di valutare la "centralità" del ruolo svolto da Massimo D' Antona nella politica del governo e del ministro Bassolino. Noi crediamo che quest' uomo lavorasse o abbia avuto rapporti di lavoro con il professore". L' "addetto ai lavori", dunque. Dove può nascondersi l' addetto ai lavori? Quel giorno di maggio, l' uomo del Viminale ragiona così: "Abbiamo tre possibilità. Lo cerchiamo all' università. Un ricercatore? Lo immaginiamo seduto di fronte al professore come controparte sindacale. è un dirigente dei Cobas? Vogliamo augurarci che non lavori al ministero del Lavoro, ma dobbiamo cercare anche lì, tra i funzionari e i dirigenti del ministero. Perché un fatto è certo, una buona parte del documento delle Br è stata scritta da un "tecnico" che ha avuto accesso diretto a una documentazione non segreta, ma nemmeno pubblica o di facile e diffusa consultazione". Ora che il drammatico controllo sull' interregionale Roma-Firenze, la morte di Emanuele Petri e del brigatista Mario Galesi, l' arresto di Nadia Desdemona Lioce hanno confermato agli investigatori che le indagini devono muoversi verso i Nuclei Comunisti Combattenti e nel loro piccolo mondo di irriducibili, irreperibili, latitanti, si è anche riaperto il capitolo del "tecnico" che svela agli assassini chi lavora a che cosa nel tentativo dei governi di riformare il mercato del lavoro. Non è un "grande vecchio", non è un "burattinaio" che con ogni probabilità, e comunque fino a prova contraria, non sono mai nemmeno esistiti. è una figura laterale, magari marginale dell' organizzazione. Mai in prima fila. Mai con la pistola in mano, manco a dirlo. è tuttavia capace di decodificare, per il "partito comunista combattente", culturalmente prigioniero della retorica della "contestualizzazione rispetto alla fase", l' evoluzione del quadro politico e istituzionale. Il giudice per le indagini preliminari Otello Lupacchini ne è così convinto da scriverlo in un ordine di arresto. "Il documento di rivendicazione del delitto D' Antona evidenzia la capacità dell' organizzazione di acquisire informazioni utilizzando con metodo le molteplici fonte aperte e le notizie dei settori d' interesse. Ne segue la ragionevole ipotesi di penetrazione di uno o più militanti negli ambienti di lavoro del professore D' Antona o quanto meno una conoscenza di tali ambienti da un osservatorio privilegiato". Antonio Bassolino, il ministro del Lavoro che chiese la collaborazione di Massimo D' Antona per "chiudere" il patto di Natale, non ha mai avuto dubbi che un traditore da qualche parte ci fosse. Lette le biografie e le storie dei brigatisti sorpresi domenica su quel treno, la sua convinzione si è irrobustita. Dice: "So soltanto quel che ho letto sui giornali, ma sono informazioni sufficienti per dire che bisogna risalire lungo la catena di cui Nadia Lioce e Mario Galesi sono soltanto anelli. Anelli importanti perché nella logica di un partito armato è importante chi spara. Ma quel partito non vive soltanto di pistole e assassinio. C' è anche chi ragiona, chi ha il ruolo di raccogliere informazioni e conoscenze, di individuare nella vicenda politica e sociale gli innocenti da annientare. Ecco, bisogna cercare quelle menti perché non ci sono soltanto gli assassini dietro i due documenti che hanno rivendicato la morte di Massimo e del professore Marco Biagi". "Sono rivendicazioni molto sofisticate, soprattutto la prima - spiega Tiziano Treu, anche lui nel passato ministro del Lavoro e soprattutto intellettuale molto vicino a Marco Biagi -. Certamente redatte da chi è a conoscenza della materia lavoristica. E non penso che debba essere necessariamente dentro il ministero del Lavoro. Penso in fondo a un piccolo anello di una piccola catena. Ne ho parlato con gli investigatori quando sono stato ascoltato dopo la morte di Marco e mi è sembrato che anche loro fossero convinti di quella possibilità. Io penso a un intellettuale con consuetudine con il linguaggio sociologico, magari al lavoro in una università, più che a un sindacalista di base. Perché, vede, anche un sindacalista radicale deve per forza misurarsi con la realtà ed essere alla fine anche pragmatico. Il fanatismo ideologico non si misura mai con la realtà. Incuba solitamente in ambienti intellettuali poco riusciti, alquanto frustrati. In ambienti, come dice Pietro Ichino, piccoli, chiusi, ripiegati su se stessi". Università, dunque, più che ministero del Lavoro. O l' uno e l' altro, perché poi non è un caso raro che si insegni, come D' Antona, come Biagi, all' università e si collabori con il ministro. Tuttavia, l' ipotesi sembra piacere poco agli investigatori che da quasi quattro anni girano intorno a questa inchiesta. Una delle ragioni è una lettera ritrovata in un appartamento di Milano. La spediva un latitante, Giuseppe Maj, un architetto incendiario, teorico del "Partito comunista combattente". "La clandestinità è un passaggio obbligato nella prospettiva insurrezionalista", scriveva. Insurrezione e non la lotta armata invocata e organizzata, aggiungeva con disprezzo, da "questi sindacalisti dei Nuclei comunisti combattenti". "Sindacalisti" perché tutto degli Ncc appare a Maj nella luce del sindacato. Sindacale il linguaggio. Sindacale lo sguardo sulla vicenda politica. Perché escludere - ipotizzano gli investigatori - che sindacale sia anche qualche angolo dell' organizzazione? Soltanto quando le inchieste saranno concluse si potrà dire se quest' ipotesi abbia un fondamento. Intanto, l' intelligence e i nuclei investigativi ci lavorano anche con la collaborazione dei funzionari di Cgil, Cisl, Uil. Se si chiede oggi con quale risultato, bisogna fare i conti con più di un distinguo. Spiegano alcune fonti: "è una questione delicata. La scelta della lotta armata non è una scelta di gruppo, è una scelta individuale. In uno stesso gruppo - è già accaduto nel passato - c' è chi imbraccia il mitra e chi invece magari se ne torna a casa tranquillo al suo lavoro o dalla moglie, dai figli. Ora, detto questo, è naturale che un qualsiasi piccolo sindacalista di un qualsiasi piccolo sindacato di base può entrare in possesso di materiali e documenti che magari pur pubblici non sono a disposizione di tutti. Diventiamo più curiosi quando per esempio quel sindacalista, che non è romano, è a Roma nel giorno in cui arrestiamo due fiorentini che si dichiarano prigionieri politici e militanti dei "Nuclei comunisti combattenti". Poi magari lo vediamo muoversi come un pesce nell' acqua nelle grandi manifestazioni di questi anni. E allora la nostra curiosità cresce...". è il sindacato dunque la grande casa delle nuove leve del terrorismo? è un' opinione che trova eco nel mondo politico. Se ne fa portavoce Francesco Cossiga. "Non sono d' accordo con chi parla di "antiche Br". Il fenomeno delle Br aveva un retroterra di intreccio tra lotte sociali e lotte politiche, un quadro di forte dialettica con il Pci... Mentre questo terrorismo di oggi è una forma del tutto nuova di estremismo sindacalista, tanto che si potrebbe dire che si tratta delle "nuove Br sindacaliste"". Sono parole destinate a riaccendere gli animi, a dividere. "Alcune frasi sentite in queste ore sono irresponsabili - si legge sul sito della Fondazione Di Vittorio presieduta da Sergio Cofferati - Il terrorismo è sempre stato e sempre sarà un nemico dichiarato del sindacato e di tutti coloro che hanno a cuore l' ordinamento democratico. è sbagliato, strumentale, falso e per questo oggettivamente di aiuto ai terroristi confondere o anche solo accostare al terrorismo il disaccordo e la pacifica e democratica protesta dei cittadini a scelte politiche non condivise". La ricerca di un traditore, del traditore di D' Antona e Biagi, precipitata nella battaglia politica, rischia di diventare strumentalmente la caccia ai movimenti, alle istituzioni che tradiscono. è una tentazione che, nella confusione che crea, protegge gli assassini e i loro consiglieri e minaccia la coesione che sempre deve preservare un Paese aggredito dal terrorismo.

"Il Corriere della sera"
DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA - Un incrocio inquietante. O forse solo una beffarda, ma quasi irripetibile, coincidenza. Loro, Mario Galesi e Desdemona Lioce, venivano da Roma e, se tutto fosse filato liscio, sarebbero arrivati ad Arezzo entro le 10 di domenica. Lui, Michele Tiraboschi, un tempo allievo e ora erede professionale di Marco Biagi, avrebbe invece dovuto giungere nella città toscana il giorno dopo, ieri, a distanza di una manciata di ore, proveniente da Bologna.
Non c'è dubbio che i due brigatisti sapessero chi è e che cosa fa Tiraboschi, dato che nella borsa da viaggio della coppia sono state trovate alcune pagine strappate dal quotidiano Il Sole 24 Ore , con articoli scritti di recente dall'allievo-erede di Marco Biagi sul Patto del Lavoro e sulla flessibilità. Così come i due terroristi, uno morto e l'altra arrestata, neanche Tiraboschi è mai arrivato ad Arezzo: il suo viaggio e stato annullato domenica sera, dopo la sparatoria sul treno. Gli stessi esperti dell'Antiterrorismo avrebbero sconsigliato al docente la trasferta
Spetterà naturalmente all'inchiesta il compito di stabilire se esisteva un nesso, una terribile finalità, tra questi due viaggi incrociati con un'unica destinazione: Arezzo. Subito dopo lo scontro a fuoco, si era pensato che uno dei possibili obiettivi dei due terroristi potesse essere il sottosegretario al Lavoro, Mariagrazia Sestini, senatrice di Forza Italia, residente ad Arezzo. Ora, probabilmente, anche un altro nome va preso in considerazione. Uno o forse due. Perché c'è un'altra coincidenza: anche Sergio Cofferati, questa settimana, dovrebbe essere ad Arezzo. Precisamente, sabato prossimo, per la presentazione di un libro.
Che Tiraboschi rientri da tempo nella lista delle persone ritenute a rischio non è un mistero: da quasi un anno, viaggia in costante compagnia di una nutrita scorta di poliziotti. A dispetto, infatti, della giovane età (ha 39 anni, è sposato, ha una figlia di qualche mese e un appartamento a Bologna), questo docente di Diritto del Lavoro all'università di Modena, professionalmente cresciuto all'ombra di Marco Biagi, gode di una notevole visibilità da quando è scomparso il suo maestro.
Oltre a numerose consulenze e alla collaborazione con riviste e quotidiani, Tiraboschi è, infatti, subentrato a Biagi alla direzione del Centro studi internazionali e comparati di Modena, è uno degli artefici della Fondazione creata mesi fa per ricordare e valorizzare il lavoro del giuslavorista ucciso e recentemente è entrato a far parte anche della commissione di nomina ministeriale che regolamenta il diritto di sciopero. Come avviene per quasi tutti i suoi spostamenti, anche la trasferta aretina era stata organizzata nel più stretto riserbo, come ha confermato il sottosegretario Maurizio Sacconi: "In pochi sapevano di quel viaggio".
Nella città toscana l'allievo di Biagi si sarebbe dovuto incontrare con uno scultore, al quale era stato affidato il compito di realizzare un busto dedicato al giuslavorista ucciso, destinato a essere scoperto durante una delle numerose cerimonie in corso di preparazione a Bologna, così come a Modena, in vista del 19 marzo, primo anniversario dell'assassinio. In un primo tempo, a quanto si è appreso, anche Marina Orlandi, la vedova di Marco Biagi, avrebbe dovuto accompagnare Tiraboschi in Toscana. Ma all'ultimo momento, complice un attacco febbrile, la signora ha preferito restare a Bologna con i figli.
E lontano da Arezzo, visto il precipitare degli avvenimenti, è rimasto pure Tiraboschi. "Non ho nulla da dire, nulla da confermare o da smentire", ha affermato il docente. La stessa linea adottata da sempre dalla famiglia Biagi: totale silenzio. Anche se, dopo la tragica sparatoria sul treno, Marina e i figli cominciano davvero a sperare di poter vedere un giorno in faccia gli assassini del loro Marco.
Francesco Alberti

Pegna: "Una tragedia Io non c'entro nulla"
ROMA - E' lì Michele Pegna, in quella che viene chiamata casa lavoro, dentro al supercarcere di Sulmona. Ha letto sui giornali, ha visto in televisione: "Una tragedia", sussurra da dietro le sbarre a Paolo Cento, il deputato Verde vice-presidente della commissione Giustizia, ieri in visita in questo carcere di sicurezza dove almeno l'80 per cento dei detenuti è dentro con l'ergastolo. "Spero soltanto che nessuno, né da destra né da sinistra, voglia fare speculazioni su questa tragedia, dove due persone hanno perso la vita". Lo ha già detto Michele Pegna che lui con le nuove Br-Pcc non c'entra nulla. Ha mostrato più che sorpresa il 17 dicembre dello scorso anno, quando attorno ai suoi polsi sono scattate le manette, il suo nome associato proprio a quello di Nadia Desdemona Lioce e di Mario Galesi dal gip, prima, e dal ministro dell'Interno Pisanu poi, il 27 gennaio scorso. Ma lo ripete ancora, anche oggi.
"Ho pagato la mia colpa con la giustizia: quattordici anni. Perché adesso questo aggravio di pena, senza motivo?". Ha un cappello di lana in testa l'ex-militante di Prima linea, lamenta una sinusite e l'isolamento in una cella dove non può lavorare come dovrebbe. Dice che non fanno altro che andargli a frugare tra le coperte e le poche carte della sua cella, perquisizioni continue, improvvise. Con il deputato Cento rimpiange il carcere romano di Rebibbia, dove si erano già incontrati e dove lui ha passato un paio di settimane prima di finire a Sulmona. Qui, nella sua cella singola. Ha attaccato alle pareti una bandiera arcobaleno della pace. Meglio: la copia di carta di quella bandiera contro la guerra.
"Mi ha colpito molto il suo dolore. Era turbato, soprattutto per la morte dell'agente", dice Paolo Cento. E racconta: "La verità è che lui dovrebbe lavorare ma non lo può fare, non gliene danno la possibilità. Non è l'unico qui dentro in questa condizione. Si chiama casa-lavoro, ma non hanno i soldi per metterli in condizione di fare nulla". In attesa del processo, Michele Pegna ha detto che chiederà un trasferimento: vuole andare a Modena, in un'altra casa-lavoro.
Alessandra Arachi

Rivendicazione per Biagi, una pista dal carcere
La bozza del documento delle Br nella cella di un irriducibile. Per gli esperti è significativa la scelta dell'avvocato della Lioce
ROMA - Il legame tra il carcere e la "guerriglia in attività" è noto e viene rivendicato dagli stessi brigatisti "irriducibili" chiusi nei penitenziari di massima sicurezza. Ma per investigatori e inquirenti c'è qualcosa di più della contiguità ideologica e la comune militanza, tra i terroristi che stanno dietro le sbarre e quelli ancora in circolazione. Con l'accusa di aver "collaborato alla elaborazione" della rivendicazione del delitto D'Antona (maggio 1999), quattro mandati di arresto per banda armata sono stati già notificati in carcere ai brigatisti Michele Mazzei, Francesco Donati, Antonino Fosso e Franco Galloni. Adesso un altro elemento permette di ipotizzare un passo successivo: anche il documento col quale le Br hanno firmato l'omicidio di Marco Biagi, il consulente del ministero del Lavoro ucciso un anno fa, potrebbe essere stato scritto con la partecipazione attiva dei "rivoluzionari prigionieri".
Nella cella di Franco Galloni a Trani, durante le perquisizioni seguite al provvedimento sul delitto D'Antona dell'autunno scorso, è saltato fuori un lungo manoscritto che ricalca quasi alla lettera la rivendicazione del delitto Biagi. Quasi: perché manca la parte iniziale, dove c'è il nome e la descrizione del ruolo della vittima, e alcune espressioni risultano diverse. Una decina in tutto, non di più, secondo l'analisi eseguita dagli esperti della polizia. E la spiegazione di quei fogli scritti a mano, in stampatello e con calligrafia minuta, era stata trovata nell'abitudine allo studio e alla continua rielaborazione dei documenti che i brigatisti coltivano da sempre. Ma tra le carte sequestrate c'erano anche altre copie della rivendicazione Biagi così come era uscita dalle email spedite dai brigatisti, il che rende meno comprensibile lo sforzo di copiare a mano tante pagine.
Anche da questa considerazione è scaturita una nuova ipotesi che nelle scorse settimane è giunta al Viminale, fino alla scrivania del ministro dell'Interno Pisanu: i fogli trovati nella cella di Galloni potrebbero essere la copia di una bozza mandata all'esterno del carcere per firmare l'omicidio brigatista. Le perizie stilistico-linguistiche che la magistratura dovrà disporre stabiliranno se e come questa possibilità troverà conferma; e se pure nel caso di Biagi, come ritengono i pubblici ministeri romani che indagano sull'omicidio D'Antona, "i brigatisti detenuti sono stati attivati e sollecitati a intervenire sul testo, innanzitutto per garantire la propria copertura politica all'operazione".
Nei mesi scorsi, forse anche in seguito ai risultati delle perquisizioni nelle celle, da Roma è arrivato l'ordine di trasferimento di otto irriducibili da Trani in altre carceri. Fra i trasferiti c'è pure Franco Galloni, che fu arrestato a Milano nel giugno del 1988 in un covo brigatista insieme alla moglie Rossella Lupo e a Tiziana Cherubini, anch'esse irriducibili. La Cherubini è intervenuta lo scorso anno nell'aula di un processo contro le Br per sottolineare la "continuità" nella strategia delle Br-pcc tra gli omicidi del 1987 e 1988 (due poliziotti uccisi in una rapina e il senatore Ruffilli), con quelli di D'Antona e Biagi, passando per le "iniziative" del Nuclei comunisti combattenti negli anni Novanta. Continuità che ora è confermata dalla dichiarazione di Nadia Desdemona Lioce, la donna già considerata affiliata ai Ncc che dopo la sparatoria di domenica mattina s'è dichiarata prigioniera politica e "militante delle Brigate rosse".
Agli occhi degli esperti di indagini e inchieste sulle Br, rappresenta un segnale importante anche la scelta fatta dalla Lioce di nominare come difensore l'avvocato Attilio Baccioli, legale di quasi tutti i detenuti che continuano a lanciare proclami di lotta armata. Compreso Galloni. E' una decisione che assume il significato di un'ulteriore dichiarazione di appartenenza, se ancora ce n'era bisogno. Anche la Lioce, adesso, è entrata ufficialmente in quella pattuglia che lo stesso avvocato Baccioli descrive così: "Non si considerano affatto dei giapponesi rimasti a combattere nella giungla, perché nella loro analisi l'Italia sta vivendo un momento di stasi del processo rivoluzionario, che può riprendere in qualsiasi momento e tornare ad assumere le caratteristiche di un movimento di massa. Per questo, anche dal carcere, continuano a studiare e ad affermare la necessità della lotta armata; per non far cadere la tensione e continuare a colpire il cuore dello Stato".
Giovanni Bianconi

Il legale degli irriducibili "C'è qualcosa di strano"
FIRENZE - Con Nadia Desdemona Lioce parlerà per la prima volta oggi alle 10.30 in una cella del carcere di Sollicciano. Però l'avvocato Attilio Baccioli, il difensore della terrorista, alla dinamica del conflitto a fuoco letta sui giornali crede poco. Baccioli è stato il legale della maggior parte degli "irriducibili" Br, che non definisce terroristi, ma "prigionieri politici o esponenti della lotta armata", e si è sempre rifiutato di difendere pentiti o dissociati. "Sono perplesso, i fatti così come sono stati raccontati mi sembrano inverosimili - spiega -. Come è possibile che due persone impegnate nella lotta armata si siano messe a sparare contro tre poliziotti che stavano controllando i loro documenti? Erano su un treno, non avrebbero potuto fuggire. Ho letto che uno dei poliziotti aveva telefonato per verificare i documenti. Dubito che avrebbe potuto scoprire qualcosa. Due latitanti dei nuclei combattenti non usano documenti rubati, semmai falsificati e dunque il solo controllo a voce non sarebbe servito".
Dunque per l'avvocato Baccioli sul treno Roma-Firenze è successo qualcos'altro. "Confusione, una perdita di controllo. Guardi, io sulla lotta armata, come avvocato, ho una lunga esperienza e mi resta impossibile credere che Mario Galesi abbia potuto puntare la pistola al collo di uno dei poliziotti e sparare. Gli agenti non erano gli obiettivi di un'azione armata. Credo invece che qualcuno abbia perso la testa, bisogna stabilire chi. Ed è proprio per questo che cercherò di fare un po' di luce. Parlerò con la mia assistita, leggerò bene le carte e la ricostruzione della dinamica".
L'avvocato contesta l'ipotesi di collegamento tra la Lioce e il delitto Biagi. "Sull'ordinanza con la quale si dispone la cattura della Lioce, si afferma che la mia assistita sarebbe stata in collegamento con esponenti della lotta armata in carcere a Trani e insieme avrebbero concertato il volantino di rivendicazione dell'omicidio Biagi. Invece non esiste nessuna prova anche perché non c'era materialmente la possibilità di avviare questi contatti". Ma la Lioce, ex Nuclei combattenti comunisti, è davvero una militante delle Brigate rosse? "Beh, il fatto che abbia nominato me come difensore è indicativo. Io seguo questo filone, è di queste persone che mi occupo".
Marco Gasperetti

"C'era un'altra donna, è scappata dopo gli spari"
Ricercata una complice. Le Br-Pcc rivendicano l'azione. Le foto degli arrestati confrontate con i filmati del caso Biagi
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
AREZZO - "Siamo le Brigate Rosse partito comunista combattente. Rivendichiamo la paternità morale dello scontro a fuoco avvenuto ieri nel quale è rimasto vittima un nostro compagno". La telefonata arrivata alla redazione dell'agenzia Ansa di Genova ieri pomeriggio è "attendibile" secondo gli investigatori. Nessun valore viene invece attribuito al volantino fatto ritrovare alla stazione di Fornovo, in provincia di Parma, che annunciava "una bomba nella galleria" e accusava i poliziotti di essere "bastardi". Le Br si fanno vive e il timore degli inquirenti aumenta. "Per vendicare la morte di Galesi - spiega uno di loro - potrebbero anche compiere un agguato". Per questo si cerca di fare presto, di prevenire ogni possibile azione. Le procure di Firenze, Roma e Bologna accelerano accertamenti e verifiche. Gli uomini delle Digos coordinati dalla polizia di Prevenzione del Viminale compiono perquisizioni e controlli. Come quelli che riguardano i passeggeri del treno dove domenica è avvenuta la tragedia. All'appello manca una donna. "Giovane, mora, con i capelli lunghi", l'hanno descritta i testimoni. "E' scesa alla stazione di Castiglion Fiorentino e si è dileguata", hanno poi aggiunto. Potrebbe essere una complice di Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. Potrebbe aver viaggiato con loro o in un altro scompartimento.
I CONTROLLI - Si muovono in tutte le direzioni le verifiche di queste ore. Oltre alle perquisizioni, la polizia sta effettuando accertamenti per scoprire se i nomi falsi Rita Bizzarri e Domenico Marozzi fossero stati utilizzati dai due brigatisti per affittare appartamenti, acquistare merce, dormire in una pensione. Vengono riesaminate le rapine compiute in Toscana negli ultimi mesi, le foto recenti dei due militanti si mostrano a centinaia di testimoni. Un'indagine complessa che si affida anche alla tecnologia. Alle compagnie telefoniche sono stati chiesti i tracciati ricavati dalle tessere telefoniche, tecnici dell'azienda produttrice dovranno analizzare i due computer palmari sequestrati, mentre gli esperti informatici cercheranno di leggere i floppy che Lioce custodiva nella sua borsa. A chi si occupa di balistica spetta invece il compito di comparare la pistola 7,65 che ha ucciso l'agente Emanuele Petri con le armi utilizzate in azioni del passato. La matricola è abrasa, ma attraverso le analisi di laboratorio si spera di accertarne la provenienza.
GLI INTERROGATORI - Questa mattina nel carcere di Sollicciano arriverà il pubblico ministero di Arezzo. Domani sarà la volta dei suoi colleghi di Roma. Ma l'intenzione di Nadia Desdemona Lioce è avvalersi della facoltà di non rispondere. I magistrati bolognesi hanno deciso di comparare le ultime foto scattate alla Lioce e Galesi con i filmati ripresi alla stazione di Bologna che mostrano il viso dei presunti attentatori di Marco Biagi. E di mostrarle ai testimoni dell'omicidio. Durante le ricognizioni effettuate nei giorni successivi all'agguato nessuno li riconobbe, ma si trattava di foto d'archivio mentre la loro fisionomia è notevolmente cambiata. Stessa procedura dovrebbe essere seguita dagli inquirenti romani titolari dell'inchiesta sull'assassinio di Massimo D'Antona.
GLI OBIETTIVI - Oggi il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu riunirà il comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza. Oltre all'analisi sugli ultimi fatti saranno impartite direttive per la rimodulazione di scorte e tutele. Gli inquirenti ripetono che gli accertamenti svolti sinora non consentono di individuare il possibile obiettivo di una nuova azione terroristica, ma i settori a rischio restano quelli legati al lavoro, alla giustizia, alle carceri.
F.Sar.

L'INCHIESTA
Roma, trovata una moto rubata
ROMA - La caccia al covo delle Brigate rosse nella Capitale diventa di ora in ora più frenetica. Gli investigatori sono certi che Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi siano usciti da un appartamento che si trova dalle parti della Tiburtina all'alba di domenica e, dopo essere saliti su uno scooter rubato, abbiano raggiunto la stazione che si trova a due passi dal cimitero del Verano per prendere il treno diretto ad Arezzo. Per tutta la giornata di ieri gli agenti della Digos hanno passato al setaccio le strade attorno allo scalo ferroviario per rintracciare la moto utilizzata dai terroristi: ne sono state rinvenute due rubate. La loro attenzione si è concentrata su una "125": i poliziotti hanno rilevato le impronte digitali e le stanno confrontando con quelle dei due brigatisti. Sospettano che sia proprio la loro. La svolta delle indagini sugli omicidi di Massimo D'Antona e di Marco Biagi è strettamente legata agli accertamenti in corso. E alla rapidità con cui si possono seguire le tracce lasciate dalla Lioce e da Galesi. Dopo un giro di telefonate con i colleghi di Firenze e di Bologna, il coordinatore del pool antiterrorismo della Procura di Roma, Franco Ionta, ha deciso di dare il via libera alla divulgazione della foto segnaletica della donna - sarà resa pubblica da oggi - e all'istituzione di un numero verde a cui potranno telefonare i cittadini: la fisionomia della Lioce è completamente cambiata rispetto alla sua immagine diffusa dai giornali e dalle tv e i magistrati sperano che, riconoscendola, qualcuno fornisca elementi utili per trovare il covo e scoprire con chi avevano contatti lei e Galesi.
L'individuazione della "base" romana delle Brigate rosse viene ritenuta "fondamentale" dagli esperti dell'antiterrorismo: gli altri brigatisti che potrebbero sapere dove si trova l'hanno probabilmente "congelata" per non correre il rischio di essere arrestati nel caso in cui venga scoperta dagli inquirenti e questi ultimi sono sicuri che contenga un "tesoro" di informazioni. Per questo gli uomini della Digos diretti da Franco Gabrielli stanno procedendo a tappe forzate: domenica notte sono state eseguite sei perquisizioni. Una nell'abitazione della sorella di Galesi, Paola: la donna era già finita nel mirino degli investigatori perché aveva fatto alcune telefonate al centro sociale di Roma frequentato da Alessandro Geri, il presunto telefonista delle Br prima arrestato ma poi prosciolto dal gip. Gli agenti hanno sequestrato a Paola Galesi un computer e i tecnici sono al lavoro per carpirne i segreti.
Gli esperti stanno esaminando pure il contenuto dei due floppy-disk trovati nel borsone che i terroristi avevano sul treno e, contemporaneamente, hanno avviato accertamenti sulle due tessere prepagate della Telecom trovate nelle tasche dei brigatisti. Con una non sono state mai fatte telefonate, dall'altra sì: i controlli incrociati sulle utenze potrebbero portare alla scoperta dei loro "contatti" durante la latitanza. I poliziotti attribuiscono molta importanza anche alle chiavi in possesso della Lioce: è scattata la verifica con le serrature di alcuni appartamenti che potrebbero essere stati frequentati dalla terrorista. Le indagini puntano inoltre su Casape, un paese sulla Tiburtina a una manciata di chilometri da Roma. Le carte d'identità falsificate in possesso dei due Br facevano parte di uno stock di 101 documenti in bianco rubati la notte tra il 9 e il 10 marzo del 1999 dal Comune. Il furto è avvenuto due mesi prima dell'omicidio di D'Antona: gli agenti vogliono accertare che fine abbiano fatto le altre e se siano state utilizzate per operazioni che potrebbero aprire nuovi fronti d'indagine.
Flavio Haver

"Il Messaggero"
Si riaprono le indagini su D'Antona. Controlli a tappeto a San Lorenzo e al Tiburtino. I due terroristi avrebbero raggiunto la stazione su un motorino
Perquisita la casa della sorella di Galesi
Roma al setaccio, sequestrato un computer della donna.Tre sospetti nel mirino
di CRISTIANA MANGANI e MARIO MENGHETTI
ROMA - L'arresto di Nadia Desdemona Lioce ha dato un colpo di acceleratore alle indagini romane. E il biglietto di andata e ritorno, con partenza dalla stazione Tiburtina, trovato nelle borse dei due br, ha circoscritto l'ambito di azione in alcune zone della città dove il "nuovo" terrorismo armato avrebbe trovato probabilmente una base logistica o di supporto. Una sorta di covo, utilizzato per gli incontri e le soste in città. Gli uomini della Digos stanno visionando le immagini registrate dalle telecamere in funzione alla stazione romana, alla ricerca di volti conosciuti. Per valutare anche se i due fossero partiti con altri complici. La cassetta è stata consegnata al sostituto procuratore Franco Ionta, che coordina l'inchiesta della capitale (domani si recherà insieme al gip romano Maria Teresa Covatta al carcere di Sollicciano per interrogare Nadia Desdemona Lioce), e quasi in contemporanea sono scattate le perquisizioni.
Prima tappa a casa della sorella di Mario Galesi, Paola, nel quartiere San Lorenzo. La donna è abituata a ricevere le visite degli investigatori. Il suo nome viene fuori anche nell'ordinanza emessa nei confronti del fratello: la tessera Telecom usata per la rivendicazione D'Antona era stata usata anche per una telefonata alla Casa dei Diritti Sociali, da lei frequentata. E anche per due chiamate andate a vuoto verso un numero le cui prime 4 cifre combaciavano con quello della casa dove lei abitava a quel tempo. Ieri le hanno sequestrato un computer e dei documenti. Questi saranno messi a confronto con i dati dei palmari e delle agende trovate in possesso di Galesi e della Lioce. Nello stesso momento anche i carabinieri del Ros hanno intensificato l'attività. Da qualche settimana, infatti, sono sulle tracce di tre persone che avrebbero stretto rapporti con i rappresentanti della stella a cinque punte. Sarebbero, però, degli insospettabili. Gente comune, che non ha precedenti penali e che starebbe crescendo all'ombra di irriducibili che si nascondono tra il quartiere San Lorenzo, il Portuense, la Tuscolana e persino il litorale romano, finora collegato a esponenti dell'estrema destra. Per alcuni di loro esistono delle intercettazioni che confermerebbero i contatti con i vecchi latitanti. Lo scambio coinvolgerebbe terroristi che vivono in Germania e Francia, dove il passaggio della Lioce è stato più volte segnalato. Sempre ieri mattina, gli uomini della Digos hanno recuperato dei motorini che erano stati parcheggiati davanti alla stazione Tiburtina e stanno facendo i riscontri, anche se si tratterebbe di ciclomotori rubati. Lioce e Galesi potrebbero aver scelto di raggiungere il luogo di partenza proprio con uno di questi. Negli uffici dove si occupano di terrorismo, comunque, ieri si respirava un'aria di prudente ottimismo. "Quanto è successo domenica - spiega un investigatore - ha dato sicuramente un duro colpo. I motivi sono due: il primo è che siamo passati dalle congetture e dalle ipotesi investigative alle persone fisiche. Il secondo è che fino a oggi ci siamo riferiti a latitanti, e ora, invece, abbiamo in mano tracce ed elementi molto recenti". La scelta, poi, di Galesi e Lioce di viaggiare in coppia non viene valutata come un errore. "È un modo ordinario di atteggiarsi - aggiunge un funzionario - Anche le forze dell'ordine fanno pedinamenti in coppia per dare meno nell'occhio. La scelta di utilizzare un treno di linea secondaria, di domenica mattina, risponde alla logica di normalità. In quelle condizioni, il controllo dei documenti era una possibilità molto remota".
Un commento cauto arriva anche dal questore di Roma, Nicola Cavaliere che, ieri, a margine del convegno "Il sistema integrato della sicurezza nel Lazio" ha ribadito che "l'attenzione è sempre alta". "Nel Lazio - ha chiarito - sul terrorismo interno ed internazionale, credo che le indagini non siano mai cessate e credo che ciò non sia una novità. Come ha detto il ministro Pisanu: abbiamo avute le idee sempre chiare. I due terroristi erano ricercati con provvedimenti emessi dalle autorità giudiziarie di Roma a seguito di indagini fatte dalla Digos della Questura di Roma".

Il bagaglio lasciato sul treno da Galesi e Lioce si rivela un'eccezionale fonte di notizie per le indagini. C'erano anche una mappa e un mazzo di chiavi
Panini, cellulari e foto: i segreti del borsone
Dagli scatti della microcamera si potrebbe risalire agli obiettivi che stavano per colpire
dal nostro inviato
MASSIMO MARTINELLI
AREZZO - Dopo le lacrime e la rabbia, per gli uomini in divisa arriva un nuovo entusiasmo. Di più: adrenalina pura, per la consapevolezza che adesso c'è in filo rosso da afferrare, che potrebbe trascinare giù per sempre quasi tutto l'organigramma delle nuove Brigate Rosse.
Il filo rosso è il borsone anonimo che i due brigatisti avevano al seguito, zeppo di materiale che porta lontano Tanto lontano da far esclamare ad un investigatore: "Per portarsi dietro tutta quella roba compromettente dovevano fare davvero qualcosa di molto impegnativo. Mai, prima d'ora, i brigatisti avevano commesso leggerezze del genere".
Vediamole, allora, queste leggerezze. A cominciare dalla microcamera celata in un pacchetto di sigarette. Si tratta di un apparecchio digitale di dimensioni ridottissime, in grado di scattare circa duecento fotogrammi e poi di scaricarli sul floppy disk di un computer. Uno degli investigatori si è lasciato sfuggire che all'interno del microchip ci sarebbero 50 scatti già eseguiti. Potrebbe trattarsi delle immagini panoramiche dei luoghi scelti per quella che doveva essere la prossima azione Br, dal momento che quel tipo di microcamera non viene utilizzata per ritratti di persone poiché è dotata di un obbiettivo grandangolo, che deforma leggermente l'immagine per garantire il massimo della visuale. Su questi dettagli, gli investigatori mantengono il massimo riserbo; addirittura nessuno le conferma ufficialmente. Tuttavia, secondo indiscrezioni, ci sarebbero già al lavoro molti agenti per individuare l'esatta ubicazione dei luoghi ritratti nelle immagini per individuare i possibili bersagli che i terroristi volevano colpire.
La seconda pista importante è quella dei due telefoni cellulari che i brigatisi avevano addosso al momento dell'arresto (anche se 24 ore dopo la sparatoria, gli investigatori hanno provato a spiegare che si trattava solo di schede telefoniche). Ebbene, da quei telefonini gli esperti della scientifica possono tirare fuori gli ultimi anni di vita dei possessori. Non solo la lista dei numeri chiamati e delle telefonate ricevute, ma anche i messaggini di testo e, soprattutto, gli spostamenti. Tutto con una precisione millimetrica. Ad esempio, seguendo il segnale del telefono di Galesi, gli esperti possono individuare da che strada di Roma ha fatto la prima telefonata della giornata; e persino dov'era quando ha riacceso il telefono appena sveglio. Naturalmente si può individuare dov'era anche chi parlava dall'altra parte, grazie al satellite che "fissa" la posizione con uno scarto di qualche decina di metri. Le potenzialità di una pista del genere sono facilmente immaginabili: se gli investigatori, come sembra, hanno in mano i cellulari in uso a due brigatisti rossi, possono risalire ai covi, agli spostamenti, alle persone contattate. E da ogni utenza parte una nuova pista: se ad esempio gli investigatori individuano che un numero in particolare teneva contatti giornalieri con la Lioce, quello diventa un altro filo da tirare, per vedere cosa si porta dietro. E' questo il motivo del rinnovato entusiasmo delle forze dell'ordine, quello che due giorni fa ha consentito al ministro dell'Interno di esclamare: "Adesso non brancoliamo più nel buio". Ieri gli hanno fatto eco gli investigatori bolognesi: "È la pista giusta per arrivare agli assassini del professor Marco Biagi", hanno detto.
Da Roma, altri investigatori hanno commentato sorridendo: "Se conosciamo di che pasta sono fatti gli amichetti di di Galesi e della Lioce, in queste ore si sarà scatenato un fuggi-fuggi generale; chiunque li conosceva e aveva contatti con loro, adesso ha ottimi motivi per sparire dalla circolazione".
E ancora, c'è da decrittare il palmare, che non è altro che un minicomputer che contiene dati, nomi, telefoni. E' protetto da una password segreta, ma tutte le chiavi segrete possono essere aperte da chi è veramente esperto. E anche da quel palmare potrebbero arrivare nuovi spunti investigativi.
Infine, da quel borsone dei misteri sono spuntati fuori anche 500 euro. Per gli investigatori si tratta d una cifra considerevole, tenuto conto del tenore di vita che scelgono i brigatisi. Probabilmente servivano per acquistare qualche altro strumento tecnologico. Oppure per una spesa extra: ad esempio un'altra pistola.

Le carte d'identità contraffatte utilizzate dai due terroristi Lioce e Galesi erano state trafugate nel 1999 da Casape, un piccolo centro alle porte di Tivoli
di CATERINA CIAVARELLA
C'è un filo che collega il comune di Casape, ottocento abitanti in tutto in un piccolissimo paese a quarantotto chilometri da Roma, con i latitanti assassini del treno Roma-Firenze.
Le due carte d'identità intestate a Domenico Marozzi e Rita Bizzarri, nomi "puliti" per Mario Galesi e Desdemona Lioce, fanno parte della partita dei documenti in bianco rubati nella notte del 10 marzo 1999 negli uffici del piccolo centro alle porte di Tivoli. Un colpo da manuale, messo a segno senza difficoltà. I ladri dopo aver forzato l'ingresso sono andati a colpo sicuro: hanno rovistato nella scrivania del sindaco per prendere le chiavi della cassaforte. Ed i documenti di riconoscimento erano proprio lì, insieme al misero fondo cassa, duecentocinquanta mila lire.
Il fascicolo compilato dai carabinieri della stazione di San Gregorio, il paese vicinissimo a Casape, è stato archiviato insieme agli altri furti, e subito rispolverato ieri mattina. Nella stazione dei militari sono arrivati gli uomini della Digos, ogni minimo indizio legato alla coppia di terroristi viene passato al setaccio. E se da una parte è chiaro che la bassa manovalanza criminale piazza senza difficoltà i documenti in bianco nel mercato delle identità contraffatte, dall'altra gli investigatori cercano appigli che possano indirizzare le indagini verso un territorio preciso.
I due terroristi sono saliti sul treno dalla stazione Tiburtina. E' la prima frontiera della capitale per chi arriva dalla zona a nord est di Roma, un territorio enorme che comincia a Guidonia e finisce nei paesini che costellano i monti tiburtini. Decine di piccoli centri, con abitazioni anche in aperta campagna che possono diventare un rifugio per chi deve vivere come un fantasma. E proprio nei palazzi comunali di questi paesi intorno a Tivoli si sono consumati negli ultimi quattro anni una serie di furti mirati proprio alle carte d'identità e ai timbri ufficiali degli uffici comunali. In totale ne sono state rubate 560. L'ultimo furto è stato registrato il 6 dicembre scorso, nel Comune di Marcellina, dove i ladri ne hanno sottratte da un armadio blindato 377. Nella notte dell'11 febbraio 2002, nel comune di Vicovaro ne erano sparite un'ottantina.

Una giovane vista allontanarsi alla stazione, potrebbe essere stata la Giorgieri. Ma almeno altri 4 terroristi erano a bordo con la coppia partita da Roma
I complici c'erano, andavano a un "vertice"
La sparatoria sul treno, la Lioce: "Sono una militante Br" . Rivendicazione a Genova
dal nostro inviato
AREZZO - Doveva essere quasi una scampagnata, con tanto di panini e gita sulle colline intorno alla città: tre o quattro "combattenti" che venivano da Roma per incontrare quelli della colonna toscana, gli irriducibili mai catturati dai tempi del sequestro Moro. Con uno scopo preciso: fare il sopralluogo decisivo sul luogo che avrebbe visto la nuova azione delle Brigate Rosse, l'inizio di quella campagna d'autunno molte volte annunciata e sempre rinviata per la pressione investigativa di polizia e carabinieri. Invece è finita a pistolettate sul treno, con un servitore dello Stato e un brigatista uccisi in mezzo alla gente.
E il giorno dopo, a mente fredda, gli investigatori mettono insieme i nuovi tasselli che quella sparatoria ha, comunque, fornito alle indagini. La prima scoperta importante viene dalla faccia di Nadia Desdemona Lioce, la brigatista che ieri, subito dopo l'arresto, si è dichiarata "prigioniera politica e militante delle Br". La sua chioma rossa, i suoi occhi castani e la faccia rotonda sono stati mostrati in foto ad alcuni testimoni di una rapina che avvenne lo scorso 6 febbraio a Firenze, nell'ufficio postale di via Torcicoda 6. C'erano tre uomini e una donna, in quell'azione; con un mitra Kalashnikov in mano, rubarono 67mila euro, centotrenta milioni delle vecchie lire. E i testimoni, tra i quali alcuni negozianti della zona, l'hanno riconosciuta al volo. E' stata la conferma al sospetto che gli investigatori della Digos avevano avuto subito: era una rapina per finanziare il terrorismo. Probabilmente, erano i soldi con i quali Galesi e la Lioce hanno poi comprato la microcamera digitale che avevano portato due giorni fa in treno, per filmare luoghi e persone da colpire.
Sul numero dei partecipanti a questo minivertice della lotta armata che si doveva tenere ad Arezzo domenica scorsa, gli investigatori possono fare solo ipotesi. Anche partendo da quei panini trovati nel borsone dei terroristi, poco più di una decina, incartati a due a due, come fossero razioni già stabilite. Quindi sei, sette persone in tutto. Tre o quattro delle quali erano sul treno, visto che anche ieri è arrivata la conferma che almeno una "ragazza sulla trentina, vestita sobriamente" è scesa dal treno fermo a Castiglion Fiorentino e si è allontanata in fretta eludendo l'invito che era stato rivolto dai carabinieri a tutti i passeggeri di aspettare vicino ai binari per essere identificati. Molti investigatori non hanno dubbi: "Poteva essere Simonetta Giorgeri". Anche se la primula rossa delle Br ha qualche anno di più.
E poi, i vecchi biglietti del treno. Li hanno trovati addosso a Galesi e alla Lioce: due Roma-Firenze del primo gennaio e due Firenze-Roma di metà febbraio. Prima e dopo la rapina di via Torcicoda. Non basta ancora, perché i due avevano in tasca anche qualche tagliando della metro di Milano, ancora da utilizzare. C'erano stati, dunque. E contavano di tornarci. E per gli investigatori il ricordo di un altro brigatista famoso intercettato nel metrò di Milano è stato automatico: Stefano Bortone, all'epoca latitante e poi arrestato in Svizzera, si incontrava proprio in quelle gallerie con Luca Ricaldone, uno dei giovani di Iniziativa Comunista coinvolto nelle indagini del Ros dei carabinieri sul delitto D'Antona.
E ancora, dagli archivi della Questura di Firenze spuntano altre conferme che la coppia Galesi-Lioce avesse scelto la Toscana come nuovo terreno di battaglia. Mentre tutti li credevano latitanti in Nicaragua, un paio di mesi fa, nel centro di Firenze, un signore alla guida un motociclo Ape Piaggio investiva un vecchietto che attraversava la strada. Nessuna conseguenza per l'anziano, ma l'autista dell'Ape fece vedere una carta d'identità intestata a Domenico Marozzi, lo stesso nome di fantasia che era sui documenti di Galesi, due giorni fa. Forse se anche in quella circostanza il vigile intervenuto avesse provato a controllare il nominativo al cervellone, un banale incidente stradale si sarebbe trasformato in una strage.
Intanto, come gli analisti dell'Ucigos avevano previsto, i "compagni combattenti" di Galesi stanno cercando di legare il suo nome a qualche azione eclatante. Roba di nessuno spessore, ma che provoca clamore. Come il volantino fatto trovare ieri alla stazione di Fornovo, in provincia di Parma: commemorava Galesi e annunciava una bomba sul treno Parma-Pontremoli. Che è stato fermato e controllato. E una telefonata di rivendicazione è arrivata ieri pomeriggio all'Ansa di Genova: una voce maschile, senza particolari inflessioni dialettali ha detto: "Siamo le Brigate Rosse partito comunista combattente. Rivendichiamo la paternità morale dello scontro a fuoco avvenuto ieri nel quale è rimasto vittima un nostro compagno".
Ma il procuratore di Verona, Guido Papalia, si aspetta una rivendicazione "vera", articolata, di molte pagine. E un altro investigatore, che preferisce restare anonimo, ironizza sul volantino di Fornovo: "Meglio un documento da poco che un altro attentato". Ma poi riflette che un prezzo altissimo lo Stato lo ha pagato già. Ieri l'autopsia sul corpo del sovrintendente Emanuele Petri ha confermato che ad ucciderlo è stato l'unico colpo di pistola sparato da Galesi. A bruciapelo, alla gola, sotto la mandibola.
M. Mart.

SCONTRO TRA PROCURE
Firenze guida le indagini: malumore nella Capitale
di MARIO MENGHETTI
ROMA - La Procura fiorentina l'ha già detto a chiare lettere: l'inchiesta sulla sparatoria di domenica mattina sul treno Roma-Firenze sarà di sua competenza. Sulla base delle nuove norme antiterrorismo che, in sintesi, recitano come in caso di episodi con finalità terroristiche o di eversione, la competenza a procedere è sempre della Procura della città capoluogo del distretto della Corte d'Appello.
Una presa di posizione chiara e netta, accettata a denti stretti dalle Procure di Roma e Bologna, impegnate nelle inchieste sugli omicidi D'Antona e Biagi, targati Br-Pcc. "Nessuno di noi ha posto il problema della competenza - ha assicurato il Procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola - Nel vertice di Arezzo si è parlato di coordinamento, al momento sereno e senza nessun tipo di contrasto". In realtà i malumori venuti a galla durante la riunione sono stati molteplici. Soprattutto da parte dei magistrati romani che contro Desdemona Lioce e Mario Galesi avevano richiesto una un ordinanza di custodia cautelare, poi emessa dal gup Maria Teresa Covatta nell'ottobre scorso, per banda armata. Fino a l'altra mattina l'unica accusa per cui la Lioce era ricercata.
"Tutto quello che può interessare ai singoli uffici è messo reciprocamente a disposizione - ha ribadito comunque Di Nicola - così come rientra nel coordinamento fra le diverse Procure lo scambio di atti". In pratica - sembra essere l'impostazione della Procura emiliana - fin quando sia l'indagine D'Antona, sia quella Biagi saranno a carico di ignoti è impensabile qualsiasi ipotesi di riunificazione delle varie inchieste.
Il lavoro investigativo andrà quindi avanti, con le tre Procure in stretto contatto fra di loro. Anche se lo stesso Enzo Bianco, direttore del Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) ha affermato: "È necessario una Procura nazionale antiterrorismo. Non è pensabile che ci siano indagini spezzettate tra diverse Procure come sta accadendo oggi". Alla sua idea si è dichiarato favorevole anche il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano. "Un coordinamento serve - ha spiegato Mantovano - ma ci sono resistenze all'interno della stessa magistratura".

"La Repubblica"
Faranda: rivivo il mio dramma vecchie e nuove Br sono legate
l' ex brigatista
La 'postina' del rapimento Moro: 'Se arriva l' avallo dal carcere agli attentati, c' è collegamento politico' il ricordo Ho sentito la notizia, ho immaginato quella donna: dopo tanta morte, torni tra i vivi ma nulla è come prima la clandestinità La donna del treno era clandestina: conosco il dramma e la solitudine di quella vita e la difficoltà a uscirne la microcamera La microcamera nel pacchetto di sigarette: probabile che andassero a fare un' inchiesta la lotta armata Non si può inseguire il sogno di una società più giusta con la lotta armata, ormai sono una non violenta convinta
SILVANA MAZZOCCHI
ROMA - "Ho sentito la notizia e ho avuto subito una sensazione; mi è affiorata come un' immagine dal mondo della clandestinità. I documenti falsi, la tensione del controllo. Lì per lì ho pensato: era domenica mattina, forse andavano a una riunione, a metà strada con il nord, come si faceva all' epoca. Ma è stata solo un' impressione: quando ho sentito della microcamera nel pacchetto di sigarette, mi è sembrato più probabile che andassero a fare un' inchiesta". Adriana Faranda, 53 anni, componente della Direzione strategica nelle prime Brigate Rosse all' epoca del sequestro Moro e "postina", insieme con Valerio Morucci, nei 55 giorni del rapimento, venne arrestata nel ' 79. Ha scontato sedici anni di prigione ed è libera dal ' 95. Vive in campagna, fa la fotografa, e, ormai, si dichiara "una non violenta convinta". E' trascorso un quarto di secolo dalla strage di via Fani. Alle prime Br sono seguìte negli anni Ottanta quelle di seconda generazione e la lotta armata è stata sconfitta e isolata. "Le Br attuali sono per me incomprensibili - dice Faranda - eppure un elemento di continuità con il passato ci deve essere. Ho avuto dei dubbi finché le Br attuali non sono state avallate dai brigatisti detenuti. Dopo, non più. Quando dal carcere parte l' appoggio diretto vuol dire che c' è almeno un riconoscimento, politicamente parlando. E per le Br, "politicamente" vuol dire che c' è un minimo di prolungamento. Ideologico e organizzativo". Nadia Desdemona Lioce ha detto di essere delle Brigate rosse e si è dichiarata prigioniera politica. Proprio come facevate voi. "Non mi ha stupito. Stesso comportamento, stesse formule. Se esiste ancora un gruppo di persone che si rifà all' ideologia delle Brigate rosse, è ovvio che chi ne fa parte riproduca gli stessi riti, sebbene il contesto sociale sia profondamente cambiato. Dichiarare l' appartenenza e dirsi prigionieri politici, è fra i connotati dell' identità brigatista". Riti a parte, riconosce una continuità oggettiva tra le nuove e le vecchie Br? "L' uccisione di D' Antona e di Biagi mi hanno lasciato esterrefatta. Lo dico rispetto alle prime Brigate rosse; perché già quelle di seconda generazione, degli anni Ottanta, sono per me difficili da interpretare. Quando le vecchie Br volevano avviare un processo di diffusione dell' ideologia della lotta armata sceglievano obiettivi immediatamente riconoscibili, l' epoca delle persone con responsabilità nascoste o meno visibili è venuta dopo. Ora, per fortuna, è tutto diverso: un' epoca si è chiusa definitivamente. Oggi siamo in presenza di un movimento per la pace, autentico, trasversale e forte, del tutto differente dal movimento antiamericano di un tempo e dell' odio cosiddetto antimperialista che l' accompagnava. Le nuove Br non hanno tanta acqua in cui nuotare o tanto referente disposto a passare sul terreno della violenza". E allora? "Non le so interpretare. In questa situazione le vecchie Br sarebbero state in ritirata strategica. Mi spiego: al 90% se ne starebbero tranquille, in attesa di un contesto sociale di conflitto acuto, per il restante 10% tenterebbero di riavviare un discorso di propaganda, per riconquistare il consenso. Ma con azioni di basso profilo, non certo con gli omicidi. Tengo a dire che sto ragionando a rigor di logica. Dò per scontato il lato umano: che non si può inseguire il sogno di una società più giusta con la lotta armata. Io sono ormai una non violenta convinta". Lei è stata una dirigente delle Br, sa riconoscere la cosiddetta "sapienza" brigatista nei documenti diffusi dopo gli omicidi di Massimo D' Antona e di Marco Biagi? "Quei documenti non li ho letti. Ma vorrei smitizzare il concetto di "sapienza". All' epoca noi ci informavamo sui volumi degli iscritti al Rotary, sulla guida Monaci, sui giornali locali. Ormai c' è Internet, che mette a disposizione qualsiasi cosa per chi vuole e sa navigare bene. Quanto agli informatori, anche ai nostri tempi c' era l' impiegato al ministero o altrove. Ma direi che oggi, in un momento in cui la situazione di massa d' appoggio non esiste, potrebbe rivelarsi paradossalmente più facile individuare il simpatizzante isolato". Quale consistenza pensa possano avere le nuove Br? "La pericolosità di un gruppo non ha niente a che fare con la sua consistenza numerica ed è in diretta relazione con la volontà e la decisione di queste persone ad agire. E' un dato di fatto che, a differenza dei nostri tempi, oggi non esistono situazioni favorevoli nei movimenti. E meno si è presenti sul territorio, più difficile è muoversi. Ma sta di fatto che loro si muovono, purtroppo". Secondo lei, ci sono contatti o collegamenti con le vecchie Br? "Un legame, anche fisico, con le vecchie Br, probabilmente c' è. Non ho né la voglia né gli strumenti per avere certezze o per trarre conclusioni. Tra l' altro non ho mai conosciuto alcun elemento del gruppo toscano. Quanto alla continuità, invece, c' è sicuramente quella ideologica-organizzativa". Da che lo deduce? "Dal fatto che le nuove Br sono state appoggiate da persone detenute. Perché, per quanta fame e sete di referenti esterni possa avere chi è prigioniero, non si avalla qualcuno, fuori, se non si sa chi è. Devi riconoscerlo come parte di te, ideologicamente e politicamente. Devi riconoscere la tua stessa identità politica, avere delle garanzie". Il declino e la sconfitta delle Br iniziarono venticinque anni fa, dopo l' omicidio di Moro e della sua scorta. Come mai ancora esistono le Brigate rosse? "Se non si accetta che la lotta armata è stata sconfitta dalla storia; se non si accetta che l' utopia di una società giusta non si può imporre e non si può ottenere con la violenza, ma anzi, al contrario, si può fondare solo sul rispetto della vita, allora si continua ad andare avanti, a tempo indeterminato, nella stessa perversa illusione". Come guarda Adriana Faranda le Br di oggi? "Vivo con molta amarezza, quanto è accaduto. Due morti e la donna del treno era clandestina. Conosco il dramma e la solitudine di quella vita. Conosco le difficoltà ad uscirne. E adesso l' irreversibilità di quanto è avvenuto è enorme e irrimediabile. Se sei clandestino, o riconosci la sconfitta e vai altrove, magari all' estero. O, peggio, stai qui, in attesa, finché fai o accade qualcosa. Scelte drammatiche e definitive. E dopo, dopo tutta questa morte, anche se tornerai tra i vivi- e non uso questo termine a caso- non sarai mai più quella di prima. E non sarà mai finita". Sta pensando a lei stessa? "Sì, in parte. Anche se io, come tanti altri, non ho mai ucciso nessuno in prima persona. Ma è lo stesso. Le responsabilità collettive sono un macigno. Dentro ti resta sempre qualcosa che ti dà la consapevolezza che nulla sarà più com' era".

il personaggio
Così Nadia la bella incontrò la lotta armata
CARLO BONINI
ORA raccontano che "Nadia era bella". All' imperfetto, come di chi non c' è più. Sì, "Nadia era bella e di una bellezza che nascondeva. Come quel secondo nome che non le piaceva: Desdemona...". Desdemona tragica sposa di Otello. Più banalmente, Desdemona figlia di un' Italia di provincia i cui figli, nati nei felici ' 60, disconoscevano i padri. Cominciando dalla prima delle loro scelte. Il nome. L' amica di Nadia Desdemona Lioce mostra una foto in bianco e nero sgranata dal tempo e da uno scatto incerto. Foggia, 1978, terza D, Liceo classico "Vincenzo Lanza". "Eccola Nadia. Eccola lì". L' ovale rotondo in cima alla goffa piramide di cappotti a campana. La testa reclinata all' indietro, lo sguardo rivolto fiducioso all' insù, mentre l' Italia era piegata all' ingiù. Su via Fani, sul sequestro e l' omicidio di Aldo Moro. Nadia ride. Felice. Nadia sta per cominciare una nuova vita. Nadia sta per emanciparsi dal suo universo. La casa di via Conte Appiano, la madre Diana, la sorella Daniela più piccola di tre anni. La terza D di sole donne in un liceo - da sempre il solo "classico" a Foggia - dove il padre Guido aveva voluto che andasse. Già, il "Lanza", il "mitico Lanza" con i suoi giardinetti che affacciavano sul corso dove fumare e mischiarsi, a dispetto delle regole della scuola (sezione A e C maschili, B e D femminili) che - se chiedi oggi - ti diranno famosa per aver diplomato Renzo Arbore. "E come no, il "Lanza" - ricorda lui sorridendo - Il liceo della buona borghesia. Quando lo frequentavo io - e parlo della seconda metà degli Anni ' 50 - era ancora pieno di professori monarchici. Se ricordo bene, uno solo era comunista e lo guardavano come una mosca bianca. Ma la mia era un' altra scuola, un' altra Italia". Quella di Nadia è bianca e nera come le foto che la ritraggono. Odia il compromesso. Si cresce in fretta. E sono poche le passioni da bambino che ti restano appiccicate addosso. Alle medie, nelle aule della "Carducci", Nadia è un faccino incorniciato da morbidi riccioli neri. In classe la sfottono, dicendole che somiglia a Gigliola Cinguetti. Lei passa le estati sulle spiagge di Siponto, sul Gargano, a raccogliere felice cani e gatti che porta a casa. Al liceo è già un' altra persona. E' una donna. E il "Lanza" non è più scuola da colletti inamidati. Si sperimentano i "gruppi di studio", "i compiti collettivi, in cui ognuno contribuisce per quel che è e sa". Ricorda un' amica: "Fu il femminismo il suo, il nostro, battesimo con la politica. Ci crescevano i peli sulle gambe e Nadia insisteva che non uno andava strappato. Perché gli uomini, se ci volevano, dovevano accettarci così. Lei cominciò a frequentare il collettivo marxista-leninista di Foggia vecchia. E se non sbaglio fu uno dei suoi primi filarini a portarcela. Perché anche lì, non tutti i ragazzi erano uguali. Bisognava stare con un "proletario"". Che a casa, però, non entravano. "Anche perché c' era Guido...". Già, Guido, il padre di Nadia. Geometra del Consorzio della bonifica della Capitanata, era allora ed è rimasto uomo di poche parole. Buongiorno e Buonasera al lavoro. Lunghi silenzi in casa. "Di quelli - ricorda ancora un' amica - che ti facevano sentire sempre di troppo. Poveretto, tra noi lo chiamavamo "il fascista", semplicemente perché era il maschio di quella casa. Era quello che diceva "no"". Era quello che avrebbe perso presto tutte le sue donne, restando solo. Lui e un cane. Un alano nero, ben più grande di quei bastardini che Nadia da bambina raccattava sulla spiaggia di Siponto tra i rimproveri. Nadia saluta Foggia nel '79. Ha scelto. La casa di via Appiano, con i suoi mobili di formica, la stanza divisa con la sorella, lo struscio nei "giardinetti" del Lanza, sono un angolo di mondo dove - ne è convinta - la storia non farà mai tappa. E la Storia, in quegli anni, si è messa a correre. Al diavolo dunque l' iscrizione alla facoltà di medicina dove si sono iscritte sei su dieci delle sue compagne. Lei sogna Pisa. Lettere e Filosofia. Una vita da sola, "dove unire finalmente in matrimonio pubblico e privato", ricorda la sua amica. E Pisa la abbraccia. Forse la cambia. Forse no, se è vero che qui trova quel che ha cominciato a cercare nelle stanze fumose del collettivo marxista-leninista di Foggia vecchia. Racconta un investigatore toscano che ha inseguito Nadia come si insegue un fantasma: "Per la Lioce, Pisa è come una serra. Immaginate una pianta che sboccia. Che tira fuori tutto quel che ha dentro. Ecco, Pisa è stato tutto questo. Frequentare in quegli anni lettere e filosofia significava entrare nel Sinedrio del Movimento. Cominciare a dialogare con quel grumo di attese, rabbia, illusioni che si era coagulato lungo l' asse universitario Trento-Milano-Bologna-Padova". Nadia si divide tra l' università e la Usl dove ha trovato lavoro come assistente sociale. Comincia a dare qualche esame, che però resterà un numero. Il "matrimonio tra pubblico e privato", infatti, ora ha il volto di un ragazzone più giovane di lei, Luigi Fuccini, conosciuto nelle interminabili riunioni del Casa dello Studente e del Comitato studenti medi. Insieme, se ne vanno a vivere in via Marco Polo 7, una stradina dietro la stazione centrale. La loro casa è in un condominio "antico", oltre un cancello in ferro battuto, e affaccia su un giardino. All' interno, un disordine allegro e oggetti etnici. Per anni, in quella casa, la politica entrerà con un volto sempre più deformato. Nadia e Luigi entrano in contatto con "Azione Rivoluzionaria", frequentano il "Circolo culturale polivalente". Sigle anarcoidi che abbracciano un' umanità politica che intreccia le esperienze di una fetta del movimento universitario con il vissuto di quei "proletari" (ferrovieri, operai) che Nadia aveva cominciato a cercare in quel di Foggia. A ben vedere, dietro quelle sigle si nasconde una fibrillazione che appare appena più arretrata della scelta definitiva compiuta - proprio in quegli anni - dal Comitato Rivoluzionario Toscano. Smantellato nell' 82, nell' urto delle indagini sul sequestro Dozier, il "Comitato Rivoluzionario" ha infatti già scelto la lotta armata. E quando di lui non resta più traccia, non restano che loro. I ragazzi come Nadia e Luigi. Né a Nadia serve, evidentemente, sapere che tra lei e il salto nel buio della clandestinità armata sono rimaste sua madre Diana e sua sorella Daniela. L' hanno raggiunta in Toscana non molto tempo dopo averla salutata alla stazione di Foggia. Lei se ne congeda una mattina di febbraio del ' 95, il 13. Quel giorno, a Roma, viene arrestato Fuccini che forse è ancora il suo uomo o forse non più. Con lui dovrebbe essere anche lei, perché insieme hanno acquistato il biglietto ferroviario da Livorno (così ricorderanno almeno i testimoni). Ma lei, al contrario è già lontana. Due giorni prima, l' 11, ha lasciato la sua Renault 4 in piazza della Libertà, a Firenze. E ha affidato il suo gatto alla madre spiegandole che resterà fuori qualche giorno. Non si rivedranno mai più. O, se si sono riviste, questo resta un loro segreto. Certo, la vecchia signora Diana resterà fedele a quella consegna di otto anni fa. Si prenderà cura del gatto, come nei giorni d' estate di Siponto. Difenderà con forza e orgoglio quella sua figlia scomparsa ogni qual volta ne affiorerà il nome dopo che il terrore avrà ricominciato ad uccidere. Fino a Domenica 2 marzo. A quello sparo assassino sull' interregionale 2304. Ora, il numero della sua abitazione squilla muto. L' avvocato, Michele Passione, incaricato dalla famiglia Lioce di proteggere le mura domestiche, spiega gentile al telefono: "Non è un momento facile. Per nessuno. Cercate di capire. Se potete".

"La Stampa"
L´EX LEADER DI POTERE OPERAIO PRENDE LE DISTANZE DALLA NUOVA LOTTA ARMATA E NEGA CHE VI SIANO COLLEGAMENTI CON PARIGI
Scalzone: vivono in un delirio mentale
"Così buttano via la loro esistenza e quella degli altri"
corrispondente da PARIGI CHAGRIN et pitié", sgomento e pietà. Cosa altro può dire Oreste Scalzone, eterno reduce dagli anni di piombo, fratello maggiore di tutti i terroristi, veri e presunti, attori e complici, colpevoli e innocenti, che in più di vent'anni sono sbarcati nel largo seno di Parigi, tuttora accogliente, ma pur sempre "sospetta" come proprio a Scalzone risulta che qualcuno in Italia stia pensando.
Scalzone, a proposito di vecchio e nuove terrorismo, cosa bolle nel "santuario" francese?
"Lo so che lo chiamano così, qualcuno ci pensa sul serio, con un procedimento di pensiero che più o meno suona in questo modo: quello non può non essere un santuario. Lo si dice in ambienti giudiziari e anche di magistratura democratica. C'è un sospetto postumo nei confronti di Mitterrand e della sua dottrina, inquietante e, appunto, sospetta".
Per essere chiari: ci può essere un rapporto tra il vecchio mondo raccolto qui a Parigi e il nuovo terrorismo?
"Guardi, io non posso pretendere che mi si creda ciecamente, ma considerando la vita dei rifugiati io so per certo che la distanza con tutto quell'altro mondo è enorme. Non si può immaginare quanto. Si è completamente su un'altra lunghezza d'onda".
Paolo Persichetti, l'ultimo estradato, l'agosto scorso, viveva da lei?
"Sì, viveva da me, lavoravamo insieme. E posso assicurarle che Persichetti la pensa esattamente come me, anzi è ancora più netto nel giudizio su quel mondo. Una distanza totale".
Però ci risiamo: domenica mattina su un treno ad Arezzo s'è materializzato qualcosa che sa di molto vecchio.
"E' un incubo".
Non vuol fare un appello che la smettano una buona volta di sparare?
"Lettere aperte ne ho già fatte".
Chi pensa che siano?
"Esiste una cerchia ristretta di persone che vive dentro una specie di prigione mentale, che coltiva una paradossale fedeltà a se stessa".
Hanno prospettive?
"Secondo me è un meccanismo disumano: aggiungono male al male, buttano via la loro vita e quella degli altri. Come possono pensare che oggi qualcuno, vedendoli, dica: ecco, visto come si fa? Nessuno pensa una cosa del genere. Anzi, tutti abbassano ancora di più le orecchie".
Come nascono, o rinascono?
"Non so, ma il delirio esiste, anzi esistono tanti deliri".
Ma perché si riproduce sempre, uguale?
"E' inevitabile".
Ma perché, così senza prospettive?
"Non voglio fare del determinismo sociale, ma viviamo dentro un immenso grand-guignol, una cronaca nera continua. Io sento la radio, France Info, ogni cinque minuti si può ascoltare che la vita è sempre più bella e più sicura e subito dopo che stiamo invecchiando e moriremo tutti più poveri".
E' a causa delle nuove Br?
"No, gliel'ho già detto, nessun rapporto causa effetto. Ma c'è un'assurda spettacolarizzazione del male assoluto. Per esempio: da una parte si parla di una guerra democratica, dall'altra si trasforma uno dei più infami dittatori in un Davide contro Golia. Toni Blair e Gino Strada dicono diverse e ugualmente cose raccapriccianti".
E lei sta in mezzo, come un ni-ni?
"Questa è un'altra maledizione dei tempi, la logica binaria, la reductio a due, se non ti schieri in modo cieco e immediato sei fuori, nessuno ti capisce, non hai diritto di parola. E' come un obbligo ad essere ossessionati. Ecco, io di fronte alla cosa di domenica provo sgomento e pietà ed è come se non avessi altre parole, perché ogni parola diversa ti porta su un terreno minato".
Beh, tanto per incominciare, sono emersi dal nulla - tragicamente - due terroristi veri, in carne ed ossa. Lei non era uno di quelli che sospettava "attentati di Stato"?
"No e in questo caso tiro in ballo anche il mio amico Persichetti: abbiamo sempre evitato la dietrologia. Altri lo pensavano, soprattutto per il delitto Biagi. Agnoletto, Casarini. La dietrologia è una paranoia, come quelli che dicono che le Torri di New York sono state abbattute da Bush o dal Mossad".
Quindi lei ha sempre pensato che le Br avessero ucciso Biagi?
"Per me Berlusconi è un nemico di classe, ma mi fa senso dire: Biagi l'hanno ammazzato loro. E allora D'Antona chi l'ha ucciso? Bassolino? Basta con la paranoia del complotto. Rivolgo un invito a tutti ad essere popperiani, nel senso di Popper: non essendo confutabile, la teoria del complotto non è seria".
Ma i nuovi terroristi sono seri, nel senso che esistono e che sparano.
"Sì e allora mi faccia dire un'altra cosa. Basta con il ritornello ultra-repressivo: la violenza aumenta perché c'è troppo lassismo. Dov'è questo lassismo? Non è mai stato fatto il benché minimo indulto, le carceri scoppiano. Anche il Papa e l'Osservatore Romano si sono indignati. Chi semina vento raccoglie tempesta: è un circolo vizioso di implacabilità e di ferocia".
Ci risiamo al determinismo sociale?
"Il contrario: dov'è il rapporto causa-effetto tra chi dice che la violenza è dovuta al troppo lassismo? Viviamo dentro una superemergenza planetaria in un clima di odio, penale e punitivo da blade runner".
E cosa si può fare? Si sente di fare una proposta?
"Svelenire il clima. Dal mio punto di vista è forse ingenuo proporlo ma io continuo a pensare all'autonomia, dei singoli e degli insiemi".

IL PROCURATORE GENERALE DI TORINO: ALLORA CAPIMMO CHE SEPARATI AVREMMO FATTO POCA STRADA
Caselli: questi Br sono giapponesi
"Del tutto scollegati da quanto succede intorno a loro"
TORINO
DOTTOR Giancarlo Caselli, lei nella nostra memoria è l'uomo che assieme al generale Dalla Chiesa ha sconfitto le Br storiche...
"No, non esiste l'uomo che ha battuto le Br. E' esistito un lavoro di squadra a Torino in collegamento con le varie procure d'Italia e le forze di polizia. E' la forza così articolata sul territorio nazionale che ha vinto. E importante sottolinearlo, soprattutto in riferimento a quello che succede oggi".
Lei, comunque, quel terrorismo l'aveva conosciuto bene. Sono passati tanti anni, e siamo di nuovo da capo. Quei brigatisti che identikit avevano? Che origini? Com'erano, rispetto a quelli di adesso?
"Ho riletto proprio in queste ore un libro, "Terrorismi in Italia", del Mulino, 1984, quando quelle Br erano già state sconfitte e nulla lasciava presagire che saremmo stati ancora oggi qui a parlarne. Assieme a Donatella Della Porta, scrissi una ministoria delle Br. Non posso che riconfermare: non esistono le Br, esistono varie fasi di questa organizzazione e cambiano le storie. Prima fase, 1970-'74: propaganda armata. '74-'76: attacco al cuore dello Stato. Terza fase, '77-'78: strategia dell'annientamento. '78-'82, scontro militare con lo Stato per la sopravvivenza dell'organizzazione. Per ciascuna di queste fasi, sono diverse le strutture organizzative, le strategie d'azione, le aeree di reclutamento e quindi la composizione delle Br. Nel '75 e nel '76 subiscono colpi durissimi. Non più di una decina di "regolari" restano in libertà, la membership subisce un ricambio radicale. Si rinnova la composizione dei militanti di base e mutano le loro caratteristiche. Non esistono le Br. Ne abbiamo avute tante. Sono la stessa sigla a partire dal '70, però con differenze importanti al loro interno".
E quelle di oggi? Da dove arrivano? Sono figli o sopravvissuti?
"Questo non lo so. Però, guardiamo quello che successe allora. Nell'80 rimangono in pochi. E dove reclutano? Stando a quello che sappiamo, arriva fino a oggi quel tipo di reclutamento. Arruolano fra quelli che avevano già avuto una militanza nel terrorismo. Per esempio, Roberto Serafini e Walter Pezzoli uccisi in un conflitto con i carabinieri alla fine dell'80, e Umberto Catabiani hanno militato in Azione Rivoluzionaria, nelle formazioni comuniste combattenti e nelle brigate d'assalto Dante Di Nanni e in Pl. Gli altri arruolati sono ex detenuti, parenti o amici, vecchi contatti e vecchi militanti riciclati dopo un lungo periodo di congelamento".
E oggi? Sono sempre gli stessi?
"Ne so poco. C'è una quota di irriducibili detenuti che con le rivendicazioni di questo o quell'omicidio dimostrano di crederci ancora. Poi ci sono nuovi soggetti raggiunti nel tentativo di coagulare gruppi eversivi minori, oltre a quelli che gravitavano nelle Br del Pcc. Ce ne sono alcuni rientrati dall'estero. Come si vede, è un reclutamento simile a quello dell'80, che avevamo studiato noi. Oltre che nell'oggi, si pesca un po' nel passato, c'è un pezzo di vecchio riciclato".
C'è il nuovo, però?
"C'è il nuovo che conosciamo, probabilmente intrecciato a un nuovo ancora da scoprire".
Questi di oggi hanno tutti quarant'anni. Allora, ce n'erano di tutte le età. Non è una differenza rilevante?
"Le Br storiche nel corso di una quindicina d'anni hanno reclutato in molti settori e in fasce generazionali diverse. Per esempio, la degenerazione del movimento del '77 portò vari proseliti giovani. La Walter Alasia reclutava nelle fabbriche. Il partito della guerriglia nel movimento studentesco, eccetera".
Ecco, non è importante? Questi non sembrano dei giapponesi che combattono nella giungla? Dei sopravvissuti?
"Bisogna ricordare che il terrorismo storico era un fenomeno rispetto al quale il ministro dell'Interno era arrivato a calcolare la cadenza oraria dei fatti criminosi. C'era uno stillicidio quotidiano di attentati. Ce ne siamo dimenticati. Il nuovo terrorismo è pericolosissimo, ma è molto diverso. C'è una differenza importante. Diciamo che 20 anni fa parte della sinistra non capì. Le Br prima erano dei Robin Hood, poi Zorro, poi compagni che sbagliano. C'era un'aria di ambiguità in cui loro pescarono. Oggi no".
Sono dei giapponesi che combattono una guerra che è già finita?
"Qualcosa che gli somiglia. Mentre prima avevano una base di massa, ora non più. Adesso il rigetto è totale, indiscusso".
Dal passato che lezioni vengono?
"Noi, agli inizi, abbiamo avuto per quanto riguarda le Br un problema: Torino si occupava di Torino, Milano di Milano, eccetera. A un certo punto abbiamo capito che viaggiando separati di strada ne avremmo fatta poca. Allora, abbiamo cominciato a riunirci sistematicamente in modo da formare un centro di raccolta dati e elaborare risposte comuni. E' anche su questa esperienza che Falcone si sarebbe poi inventato la Direzione Antimafia. Bisogna muoversi su due coordinate fondamentali: la centralizzazione dei dati e la specializzazione. Ecco, da tempo si sta chiedendo una struttura del genere per il terrorismo. Oggi c'è la parcellizzazione. Ci vorrebbe la struttura pensata da Falcone applicata contro la violenza armata".
Senta. Il giudice Laudi dice: questi terroristi sembrano vivere in una realtà dissociata da quella reale. Un tempo non era così, dice. E' d'accordo?
"Credo di sì. Assolutamente vero. Allora non erano così scollegati da quello che accadeva attorno a loro".
Quindi è vero che sembrano dei giapponesi...
"Lo penso e lo spero. Ma in tanti anni una cosa ho imparato. Non essere mai sicuri di niente. Basta poco per cambiare gli scenari. Senza mai dimenticare un'altra cosa. Io credo che le Br siano state quello che si vedeva. Ma certamente il terrorismo è un piatto sporco in cui possono metterci le mani in tanti".

I RICORDI DEL GIORNALISTA CHE FREQUENTAVA LA STESSA CLASSE DEL BRIGATISTA UCCISO SUL TRENO
"Mario, il timido compagno della 5ª C"
Floris, conduttore di Ballarò: già allora lo chiamavamo l´indiano
ROMA E´ lui. O non è lui?". Il dubbio dell´identità, propria e altrui, coglie Giovanni Floris, trentasettenne conduttore di Ballarò, quando al tigì di pranzo rivede in fototessera un compagno di ginnasio del liceo Tasso, uno con cui è stato amico come si è talvolta a quindici anni, amici senza nulla in comune. Lui, Mario Galesi. Lui, l´adolescente troppo schivo e ombroso e capellone. Lui, il brigatista morto, il terrorista del treno, l´uomo quasi calvo che ha sparato e ammazzato, con una pistola che ogni tanto s´inceppava, il poliziotto Emanuele Petri. "E´ lui, è lui" gli conferma al telefono la professoressa d´italiano, "E´ lui, è lui" gli dicono gli altri della quarta C. Com´era allora Galesi? "Atteggiamento farsesco. Faceva l´adulto, stava per conto suo. Si aggirava attorno alle assemblee, ma partecipare mai. Era un ragazzetto molto dolce, lì nel suo banco all´ultima fila. Gli unici punti di contatto con noi erano le Clark, i Duran Duran, gli Spandau Ballet, il pallone. Chiacchierava. Ma quando confidavamo di striscio patemi per qualche ragazzetta, essendo noi ragazzetti, lui sorrideva, al più sogghignava. Come dire: bambinate, io sono più grande di voi. E più adulto effettivamente lo era. Perché poi sempre a un certo punto, lui con quell´aria da John Lennon occhialetti e capelli allora lunghi sulle spalle, s´infilava le mani in tasca, e se ne andava a fare il toninegri altrove". Dove? "Noi dicevamo: a via dei Volsci. Ma così, per dire un luogo di politica dura e pesante, di politica vissuta come forse l´avevano vissuta le generazioni precedenti alla nostra, quelle del Sessantotto e del Settantasette. Nell´83-´84 avevamo quindici, sedici anni. Eravamo dentro la piena della deideologizzazione. Lui no. E si vedeva". "Se si seccava, quando lo chiamavamo l´indiano? No, credo che gli piacesse. Come credo gli piacesse ritrovare con noi, suoi coetanei, il ragazzino che era. Dolce, svagato, gentile, appassionato di calcio e di rock". Mai un dubbio, in tanta diversità? "Ecco, certo qualche segnale c´era. Ma solo se ci ripenso con gli occhi di oggi. La professoressa d´italiano, la Lucidi, di qualcosa s´era accorta. A scuola andava male. Spariva al pomeriggio, era sempre insufficiente. E così una volta gli disse sta attento, l´impegno politico vissuto in maniera così pesante e invasiva non va, ti rovinerai la vita, tu... Se ci stupimmo di quella romanzina? Ecco, no. Perché c´era stato un momento in cui qualcosa era venuto fuori. Fu a un concerto rock. Mi pare di ricordare che fosse di David Bowie, ma non ne sono sicuro. Ci furono scontri, c´erano di quelli che volevano entrare senza pagare il biglietto. D´improvviso, il compagno di classe che era lì con Galesi se lo ritrovò tra quelli che incitavano alla guerriglia con la polizia. Un altro Galesi, insomma. Poi, finita la quinta ginnasio, lui sparì. Non se ne seppe più nulla. Qualche anno, e il suo nome apparve sui giornali come quello dell´autore di una rapina. Anche allora, mi venne da pensare: ma è lui? O non è lui?".
ant. ram.

"Liberazione"
Intervista al filosofo Massimo Cacciari "Fantasmi dei misteri d'Italia" Guido Caldiron "Fantasmi. Fantasmi che vengono da un passato che ha ancora molti punti oscuri e che aiutano chi vuole limitare la libertà e la democrazia oggi. E' questo che il terrorismo rischia di produrre qui da noi, come è già accaduto negli Stati Uniti dopo l'11 settembre".
Per il filosofo veneziano Massimo Cacciari il ritorno sanguinoso delle Brigate Rosse, segnalato dall'ultimo tragico episodio dello scontro a fuoco di domenica mattina sul treno Roma-Firenze che è costato la vita a un agente di polizia e a un brigatista, è inspiegabile quanto allarmante, ci parla di un passato mai assunto e chiarito fino in fondo e di un rischio tutto attuale di deriva autoritaria e antidemocratica.
Cacciari, le Br tornano ciclicamente nella storia del paese. Ma oggi che fenomemo rappresentano, con che cosa dobiamo fare i conti?
Si tratta di fantasmi, di qualcosa di insensato e terribile. Se poteva essere già così un tempo lo è ancora di più oggi. Infatti, se trent'anni fa si poteva leggere il terrorismo nel contesto di un particolare clima sociale del paese, nel senso che vi era un quadro d'insieme nel quale quel fenomeno si manifestava, oggi nessun tipo di presenza politica ha niente a che fare con tutto ciò. Si tratta di avvenimenti del tutto straordinari, nel senso che non hanno alcun contatto o possibile inquadramento nella realtà del paese. E questo mi fa porre la domanda sul perché non si sia ancora smantellato il gruppo che ha già compiuto negli ultimi anni diversi omicidi. Agiscono in una situazione in cui nulla li può far comprendere, si tratta di qualcosa che non ha alcun radicamento sociale. E' come se ci fosse in Italia la presenza di qualcosa di incontrollabile, un fantasma che vola sul paese liberamente, seminando tragedie.
Eppure il terrorismo sceglie di manifestarsi in momenti molto precisi, di intervenire con la violenza nelle vicende del paese...
Certo, ora c'è il grande dibattito intorno alla guerra, prima c'è stato lo scontro tra governo e sindacato, o il confronto interno alle stesse forze sindacali. E' chiaro come il terrorismo ha sempre cercato di far leva sulle contraddizioni sociali e politiche per esasperarle. Questo è ovvio. Meno ovvio è, ripeto, il fatto che ancora gruppi così isolati possano manifestarsi liberamente. E' dal delitto Ruffilli che ci viene detto che si sta uscendo dal fenomeno, che non dovremo più preoccuparci, eppure continuano a colpire. Nel corso della recente storia italiana il terrorismo ha avuto il proprio ruolo nel cercare di rendere più duri i conflitti, nel rendere difficile la loro soluzione. Più in generale il terrorismo ha sempre come effetto quello di rinviare il maturarsi dei processi democratici. Del resto è quello che sta accadendo anche negli Stati Uniti dall'11 settembre, dove con la scusa della risposta al terrorismo si è proceduto a un'ampia violazione dei diritti democratici. Il terrorismo cerca di rendere ingovernabili le contraddizioni fino a produrre una reazione dell'opinione pubblica che finisce per ritenerle un male in quanto tali. E' questa la spirale terribile che la violenza terrorista produce, una spirale su cui si rischia di avvitare la democrazia, dando spazio alle tendenze più autoritarie. E' quanto sta ad esempio accadendo negli Usa, il paese che si candida a guidare i destini del mondo in questo momento.
Del profilo dei vecchi militanti delle Brigate Rosse sappiamo molte cose, anche grazie all'ampia bibliografia disponibile sull'argomento. Ma questi nuovi Br è perfino difficile immaginarli, capire che biografie possano avere. Che ne pensa?
Credo che sia davvero misterioso capire come può esserci stata una nuova generazione arruolata su basi simili a quelle degli anni Settanta. Non solo come sono stati arruolati, ma anche come sono arrivati a qualcosa del genere. Questo significa però che malgrado tutte le informazioni di cui disponiamo oggi, non abbiamo ancora assunto e metabolizzato l'insieme del fenomeno del terrorismo del passato. E soprattutto che non conosciamo ancora niente di moltre di quelle vicende: continuano ad esempio ad esserci molti buchi e dubbi su fatti importanti, si pensi ad esempio al caso Moro. Restano punti oscuri su allora che naturalmente pesano anche sulla nostra possibilità di indagare anche sul nuovo terrorismo. Vuoi vedere che il terrorismo ha potuto continuare fino ad oggi perché veniva dal "lato oscuro" di quello di allora. Io ho questo sospetto: che vi possa essere un elemento di inquinamento esterno come già vi fu in passato, a mio giudizio, sia per il terrorismo nero che per quello rosso. Finché resteranno dei lati oscuri nella nostra storia recente, farà sempre fatica a crescere e maturare una vera coscienza democratica e quindi non usciremo dal terrorismo.
Eppure le enormi manifestazioni contro la guerra di questi giorni rappresentano un vero antidoto alla violenza. Non pensa che movimenti come questo possano battere il terrorismo?
Già negli anni Settanta gli antidoti veri erano questi, anche se resta difficile sconfiggere un terrorismo strisciante e "incapsulato" chissà dove, inserito in chissà quale strategia più ampia. E' quest'ultimo aspetto che mi preoccupa ancora guardando sia alla situazione di oggi che al futuro.

Dopo la sparatoria sul treno Nadia Desdemona Lioce si dichiara "prigioniera politica"; si cercano le "basi" dei terroristi A chi servono le nuove Br Annibale Paloscia
Un anno e mezzo fa il prefetto Carlo De Stefano, direttore del servizio antiterrorismo della polizia di Stato, aveva cerchiato sulla piantina dell'Italia centrale una zona fra l'alto Lazio e Arezzo: era là, secondo lui, che bisognava cercare il nucleo delle nuove Br. Era un'ipotesi investigativa, fondata sull'analisi dei comportamenti dei killer di D'Antona e Biagi, più che su dati informativi, ma la sparatoria di domenica mattina sul treno Roma-Arezzo - un poliziotto e un terrorista morti, un altro poliziotto ferito, una brigatista catturata - l'ha drammaticamente confermata. Il caso ha fatto sì che a scoprire i due brigatisti sul treno regionale siano stati tre agenti della polizia ferroviaria e non i segugi dell'antiterrorismo che da mesi cercavano tracce delle Br fra il Lazio e la Toscana. "I nostri tre agenti - ha detto il questore Ercolani direttore della polizia ferroviaria - facevano un normale controllo: ne abbiamo fatti nel Duemila più di un milione sugli ottomila treni che viaggiano giornalmente". Una direttiva data nel 2001 dal dipartimento della Ps aveva sospeso i servizi di vigilanza negli scali merci ed aveva mandato gli agenti a bordo dei treni per rafforzare i controlli sui viaggiatori. "Erano controlli a campione - precisa il capo della polizia ferroviaria - ma ovviamente a motivare la richiesta dei documenti può bastare, la percezione di un comportamento sospetto".
La ricerca delle "basi"
Perché Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, ricercati per il delitto D'Antona, erano partiti all'alba da Roma su quel treno con un biglietto andata e ritorno per Arezzo? Le ipotesi degli investigatori sono due. La prima: i due terroristi avevano una base ad Arezzo, ma operavano su Roma in preparazione di un attentato. La seconda: avevano una base a Roma e andavano ad Arezzo per studiare le consuetudini di qualcuno che era nel loro mirino. Ad Arezzo vive Maria Grazia Sestini sottosegretaria al Welfare. Ma è un obiettivo difficile perché da tempo è sotto scorta. Tranne che nel caso Moro i brigatisti hanno sempre evitato di attaccare le scorte. Le nuove Br sono un gruppo ristretto, al massimo una decina secondo gli esperti dell'antiterrorismo: non oserebbero affrontare le reazioni di una scorta. Il loro comportamento somiglia a quello di un serial killer: un delitto ogni tanto in nome di un odio maniacale contro una categoria di persone. Le nuove Br hanno ucciso due volte e in entrambi i casi le loro vittime erano esperti di diritto del lavoro.
Le origini delle nuove Br
Le biografie della Lioce e di Galesi dimostrano il loro legame ideologico con i vecchi brigatisti, ma non sappiamo con quali irriducibili delle Br abbiano rapporti. La Lioce, 43 anni, foggiana, proviene dai nuclei comunisti combattenti. Era irreperibile dal 1995, quando era legata a Luigi Faccini, arrestato perché trovato in possesso di armi. All'origine i nuclei comunisti combattenti erano una costola dell'autonomia genovese: operarono dall'aprile al dicembre del 1977, rivendicarono un attentato contro gli uffici della Lufthansa a Genova, poi confluirono nelle brigate rosse. Negli anni Novanta la sigla è rispuntata con la rivendicazione di attentati contro le sedi della Confindustria e il Nato Defence College.
Mario Galesi, 37 anni, fu arrestato nel 1986 per partecipazione a banda armata, perché aveva tentato di introdurre un gruppo di giovani senza biglietto nello stadio Flaminio dove si svogeva un concerto rock. Dopo due giorni fu scarcerato. Nuovo arresto nel 1997 con l'accusa di aver compiuto una rapina contro un ufficio postale a Roma forse per autofinanziare il suo gruppo. Nel 1998 ebbe un permesso e sparì. La sua reazione nel treno dimostra che quanto meno ha appreso male la lezione delle Br.
Le regole dei loro maestri
All'epoca del sequestro Moro i brigatisti diffusero tra i loro affiliati un manuale operativo in cui venivano indicati i casi in cui conveniva lasciarsi arrestare senza reagire. "Se vi fermano su un treno - diceva il manuale - non avete nessuna possibilità di fuga: è inutile tentare la resistenza". La tragedia del treno deve essere ancora ricostruita nei particolari. "Una cosa è certa - dice una ispettrice della Digos-: è frutto della follia, dell'odio cieco, e anche dell'inesperienza dei due neobrigatisti". Il film della tragedia dura tre minuti. Alle 8,30 il treno arriva alla stazione di Terontola e salgono a bordo tre agenti della Polfer: Emanuele Petri, 47 anni, Bruno Fortunato, 45, e Giovanni Di Franzo, 47. Camminano nei corridoi, raggiungono la carrozza centrale della seconda classe e chiedono i documenti ai due brigatisti. Racconta l'ispettrice: "Galesi ha perso la testa quando ha visto che uno degli agenti telefonava alla centrale per controllare i documenti. Ha tirato fuori la pistola ha minacciato l'agente Petri. Ha sparato dopo che Petri e l'altro agente hanno lasciato cadere le pistole. Ha ucciso Petri e ha ferito l'altro con due colpi. Poi è stato abbattuto dall'agente Di Franzo. Per fortuna la Lioce che aveva raccolto la pistola di uno degli agenti, non sapeva maneggiarla, ha mandato il colpo in canna, ma non è riuscita a togliere la sicura. Era un'arma che aveva quindici colpi nel caricatore. Se la Lioce fosse stata capace di usarla, avrebbe fatto una strage. L'agente Di Franzo e un passeggero, che è vigile urbano, l'hanno disarmata prima che si rendesse conto che doveva togliere la sicura".
La ricostruzione del partito armato
Lo scorso anno un brigatista irriducibile, Vincenzo Vaccaro, disse nel corso di un processo: "E' da sottolinare il ruolo fondamentale svolto dai nuclei comunisti combattenti, cioè l'avanguardia che a seguito degli arresti dell'88-89, quindi a seguito del danneggiamento dell'organizzazione comunista combattente, ha avviato lo stadio aggregativo dando avanzamento alla fase stessa delle forze rivoluzionarie... Nel percorso dai nuclei all'iniziativa del 1999 ed ancora oltre, nel 2002, abbiamo le tappe che hanno scandito i salti di qualità della costruzione dell'azione rivoluzionaria arrivata, con l'omicidio D'Antona a portare l'attacco al cuore dello Stato".
I nuclei comunisti combattenti sono stati davvero capaci di ricostituire un forte nucleo di brigate rosse? Secondo gli investigatori la sparatoria sul treno conferma che i brigatisti che hanno ucciso Massimo D'Antona e Marco Biagi sono effettivamente uno "sviluppo dei nuclei comunisti combattenti", una costola delle vecchie Br, ma la loro consistenza è limitata a pochi elementi, perché hanno paura che il proselitismo possa indebolire la loro impermeabilità. La Lioci si è dichiarata "prigioniera politica brigatista". Il che conferma la sua militanza nelle nuove Br.
Chi sono i capi della nuova organizzazione delle Br? E' possibile che nel materiale trovato nello zaino di Galesi si scopra qualche traccia ultile per sviluppare le indagini. Ci sono una decina di floppy, un'agendina elettronica, e una minicamera digitale. Per ora tutto è all'esame della procura di Firenze. I magistrati di Bologna e Roma avanzano la richiesta di competenza sulle indagini. Con insisistenza è circolata ieri la voce che la polizia sta cercando un "covo" a Roma. C'è stata anche una"rivendicazione" ritenuta dagli investigatori inattendibile.
Piero Ichino, professore di diritto del lavoro a Milano, e protetto da settimane con una scorta rafforzata, aveva scritto tre giorni fa una lettera al Corriere della sera in cui si era rivolto ai terroristi con queste parole: "Guardiamoci negli occhi, dialoghiamo". Questa proposta, ora che sono vicini alla sconfitta, gli ultimi emuli delle Br dovrebbero prenderla in considerazione. Non solo è una barbarie, ma anche una scemenza pretendere di combattere le ingiustizie del mondo ammazzando i docenti di diritto del lavoro.

"La Gazzetta del Mezzogiorno"
SUPERCARCERE DI TRANI / Irriducibili trasferiti
È stato smembrato il gruppo dei 13 irriducibili reclusi da anni nel carcere di massima sicurezza di Trani. Otto di loro sarebbero stati trasferiti in un altro penitenziario. In un primo tempo si è detto che il trasferimento è avvenuto subito dopo la sparatoria, ma dopo è stato comunicato che il trasferimento è avvenuto in precedenza. Nel supercarcere di Trani ne resterebbero ora reclusi cinque: Franco Grilli, Flavio Lori, Giuseppe Di Cecco, Fabio Ravalli e Francesco Donati. Quest'ultimo è uno dei 4 brigatisti (assieme ad Antonio Fosso, Michele Mazzei e Francesco Galloni) nei cui confronti il gip di Roma aveva emesso lo scorso 31 ottobre ordinanze di custodia cautelare nell'ambito delle indagini sull'omicidio D'Antona. Oltre ai quattro, destinatari delle ordinanze erano anche Desdemona Lioce e Mario Galesi, all'epoca irreperibili, e Michele Pegna arrestato e poi scarcerato per un vizio di forma.
Gi irriducibili detenuti nel supercarcere di Trani sono in regime "eiv", cioè ad elevato indice di vigilanza, che equivale a un livello di sorveglianza superiore a quello cui sono sottoposti i detenuti comuni, ma comunque al di sotto del livello di massima sicurezza.

AMARCORD / Frequentò il liceo Lanza
Nadia a Foggia era contro
la lotta armata comunista
FOGGIA Negli anni Ottanta Nadia Desdemona Lioce, quando sporadicamente tornava a Foggia, sua città natale, frequentava il centro di documentazione comunista "Luigi Pinto" che svolgeva attività politica contro la lotta armata e contro la costituzione di "cellule" terroristiche. Un atteggiamento dunque contrario a quello poi messo in pratica.
Lo ricordano alcuni dei suoi ex amici che venti anni fa frequentavano il centro di documentazione - ormai chiuso da anni - e che avevano l'opportunità talvolta d'incontrarla.
In quegli anni la donna viveva già a Pisa, dove si era trasferita nel 1978, ma sporadicamente tornava nel capoluogo dauno per far visita ad alcuni famigliari; in qualche occasione avrebbe incontrato i suoi ex amici che frequentavano il centro.
Verso la fine degli anni Ottanta, però, la gran parte dei suoi amici, non ebbe più notizie di Desdemona Lioce, molto probabilmente perchè la donna aveva deciso di non recarsi più nel capoluogo dauno, nemmeno per far visita ai suoi parenti.
Negli anni Settanta Desdemona Lioce - che a Foggia è più conosciuta col nome di Nadia - frequentò il liceo classico Lanza e nel 1977 ottenne la maturità. Quando frequentava la scuola media superiore la donna aderì al collettivo degli studenti marxisti-leninisti, i cui componenti conducevano in genere battaglie politiche contro i continui rincari dei libri di testo e contro la "selezione di classe all'interno delle scuole", per un allargamento del diritto allo studio.
Dopo aver ottenuto il diploma di maturità, Desdemona Lioce si iscrisse alla facoltà di filosofia dell'università di Bari e poi, nel 1978, si trasferì a Pisa dove proseguì gli studi.

"Il Nuovo"
Arresti Br: Galesi assomiglia a un uomo che seguiva Biagi
La somiglianaza, secondo la procura di Bologna, emerge da alcune immagini riprese la sera dell'omicidio. L'arresto della Lioce dà nuovo impulso alle inchieste sugli ultimi omicidi eccellenti. Lo assicura il Viminale.
ROMA - L'uomo che seguiva il professor Marco Biagi, la sera del 19 marzo scorso, potrebbe essere stato proprio Mario Galesi, il brigatista che era sul treno assieme all'altra terrorista, Desdemona Lioce. Il Procuratore di Bologna Enrico Di Nicola ha infatti confermato che nelle immagini riprese il 19 marzo di un anno fa dal circuito chiuso della stazione di Bologna, c' è una persona che somiglia a Mario Galesi. Ma - ha precisato - una somiglianza non è sufficiente, ci vuole una prova provata. Per questo, sono stati compiuti i rilievi antropometrici sul corpo del terrorista morto, che verranno poi confrontati con quelli della persona ripresa in stazione.
L'arresto dei due terroristi avvenuto dopo la sparatoria di Terontola, insomma, "apre uno spiraglio importante nelle indagini per gli omicidi Biagi e D'Antona, convalidando i filoni investigativi sui quali si lavorava da tempo". Ad esserne convinti sono gli esperti del ministero degli Interni che compongono il Comitato Nazionale per l'ordine la sicurezza presieduto dal ministro Beppe Pisanu
Proprio il titolare del Dicastero aveva già annunciato, immediatamente dopo la sparatoria di domenica nel treno Roma-Firenze, che la vicenda forniva importanti elementi d'inchiesta ai magistrati per le indagini sugli ultimi "fatti di sangue" rivendicati dai brigatisti.
E il Comitato chiarisce senza mezzi termini che l'arresto dei due brigatisti "apre uno spiraglio importante nelle indagini sugli omicidi di Biagi e D'Antona, convalidando i filoni investigativi sui quali si lavorava da tempo".
Di certo, alcuni elementi, nel difficile puzzle che le procure di Roma, Firenze e Bologna, devono riuscire a ricomporre, sembrano già corrispondere perfettamente agli incastri.
Di fatto, comunque, Nadia Desdemona Lioce non è iscritta nel registro degli indagati della Procura di Bologna per l' omicidio di Marco
Biagi, ma potrebbe diventare formalmente indagata a breve. "Fino a quando non arriveranno atti ufficiali da Firenze - ha spiegato Di Nicola - non ci sarà sicuramente l' iscrizione nel registro degli indagati. Gli atti che ci verranno trasmessi determineranno la decisione formale della Procura". Oltretutto alla Procura di Bologna si fa notare che non è stata mai esclusa la partecipazione di una donna, magari ai pedinamenti di Biagi.
Torna in auge anche la pista che voleva che ci fosse una donna, nei commando che avevano organizzato ed eseguito gli omicidi di Biagi e D'Antona. Una pista che, come nota lo stesso procuratore di Bologna Enrico De Nicola, era poi stata esclusa. Ora però, dopo l'arresto di Desdemona Lioce, potrebbe riprendere vita. Sebbene i tasselli dell'inchiesta rest