Almanacco dei misteri d' Italia

 
La sparatoria sul treno (2 marzo 2003)
notizie del 6 marzo
6 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Gazzetta di Modena"
In tasca alla Br nomi e telefoni di 2 modenesi
Uno di loro potrebbe aver ospitato Nadia Lioce che per mesi ha pedinato Biagi
di Pier Luigi Salinaro
Modena base logistica delle Br che hanno assassinato il prof. Marco Biagi il 19 marzo dello scorso anno. E' più di un'ipotesi quella che sembra stia emergendo dalle indagini della polizia, che hanno scoperto che a Modena vivono un uomo e una donna che potrebbero essere stati fiancheggiatori non solo dei brigatisti, ma potrebbero anche aver ospitato Nadia Desdomona Lioce, che proprio ieri ha rivendicato l'omicidio del professore e che per mesi lo avrebbe pedinato durante i suoi spostamenti in città e i suoi viaggi per tornare a casa, a Bologna.
Un nome e un cognome, quello di una donna. Annotati su un bigliettino o forse una lista trovata nella tasca del soprabito di Nadia Desdemona Lioce, la Br catturata dopo la sparatoria con la polizia sul treno domenica scorsa. Un nome e un cognome di una donna che si dice abiti a Modena, in città. Questo nome la Lioce lo aveva annotato in quanto persona inserita nella rete brigatista o era stato appuntato per altri motivi? Lo dovranno chiarire le indagini della polizia, con gli investigatori impegnati non solo a chiarire quest'interrogativo, ma anche un altro, altrettanto, se non più, importante. Tra i sette numeri telefonici decriptati dai tecnici, due corrispondono ad altrettante utenze telefoniche di cellulari attivi nella nostra città. I prefissi sono di due diversi gestori, ma le utenze sono intestate alla medesima persona, in questo caso un uomo. Chi è il misterioso personaggio che è già stato individuato dagli investigatori? E' ancora in città o si è dileguato, se mai abbandonando quei due cellulari che se si fosse portato appresso permetterebbero di individuare dove sta andando o dove si trova? Anche in questo caso quei due numeri sono stati appuntati nella lista della Lioce per altri motivi?
Le indiscrezioni, rivelate ieri dal "Corriere", non sono state smentite e anzi avrebbero già trovato riscontri nella nostra città anche se gli investigatori sembrano indagare oltre che con massimo riserbo, coi piedi di piombo. Non vogliono sbagliare nulla per non dare scampo a nessuno, perché non ricapiti ciò che successe quando venne bloccato il presunto telefonista del delitto D'Antona.
Una cosa per ora è certa: l'omicidio del prof. Marco Biagi, per altro rivendicato proprio ieri da Nadia Desdemona Lioce, è stato pianificato dal gruppo della donna e del suo complice ucciso nella sparatoria, Mario Galesi, dopo lunghi appostamenti, pedinamenti, realizzazione di filmati soprattutto a Modena, intorno e forse anche dentro la facoltà di Economia, seconda casa del giurislavorista assassinato un anno fa. Per compiere queste operazioni i Br oltre a disporre del gruppo di fuoco, entrato in azione in via Valdonica a Bologna, hanno avuto a disposizione una o più persone a Modena che tenevano sotto controllo il prof. Biagi. E una di queste potrebbe essere stata proprio la Lioce. Che in città ha trascorso un lungo periodo. L'osservazione del docente potrebbe essere iniziata fin dall'estate del 2001, sei mesi dopo che la scorta modenese era stata revocata. Ma come ci raccontò chi aveva fatto parte per due anni di quella scorta, i poliziotti modenesi, quasi per abitudine più che per un ordine, avevano continuato in proprio a dare un'occhiata al professore, diventato per loro quasi uno di famiglia. Nadia Lioce dunque potrebbe essere arrivata a Modena al massimo nell'autunno del 2001. Poteva muoversi senza destare sospetto, avrebbe anche potuto alloggiare in albergo o in un residence visto che la carta d'identità di cui era in possesso - la stessa che domenica con Mario Galesi, aveva mostrato alla polfer che le aveva giudicate "in regola" - risultava intestata ad una persona "pulita", tale Rita Bizzarri. A quanto pare comunque in nessun albergo, in nessun residence risulta, tra estate 2001 e marzo 2002 (il 19 venne assassinato il prof Biagi), alcuna persona registrata con questi dati, né con quelli di Mario Galesi, che da carta d'identità era il signor Domenico Marozzi.
Sono stati probabilmente loro, Galesi-Marozzi a Bologna, Bizzarri-Lioce a Modena, a controllare e a studiare le abituidini del prof. Biagi.
Ma dove ha vissuto per tutti quei mesi la Lioce se non risulta registrata in nessun albergo o residence, né affittuaria di un appartamento?
Forse a casa della donna della quale è stato annotato il nome sul bigliettino trovato nelle tasche del soprabito della Br o forse a casa dell'uomo con le due utenze cellulari?
Proprio da una delle due abitazioni la Br potrebbe essersi mossa il 19 marzo dello scorso anno per pedinare per l'ultima volta il prof. Biagi che avrebbe dovuto salire sull'Intercity delle 19, ma che invece si intrattenne più a lungo in Univesità e lasciò via Berengario appena in tempo per prendere il treno successivo. Se è stata Nadia Lioce a seguire il professore fino a vederlo salire sul treno, è stata poi lei a chiamare il complice in attesa a Bologna, che come da riprese televisive della stazione e riconoscimento, ieri l'altro di un testimone, poteva essere proprio Mario Galesi.

"Il Corriere della sera"
Un sospetto br negli ambienti del professore
Omicidio Biagi, al vaglio i nomi trovati in tasca alla Lioce: gruppo di insospettabili tra i 25 e i 40 anni
DAI NOSTRI INVIATI
AREZZO - Conoscono le loro facce, il loro lavoro, le loro abitazioni. Ma adesso gli investigatori devono scoprire che ruolo hanno, se lo hanno, all'interno delle nuove Brigate rosse. Verificare quale può essere il loro legame con Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. La pista investigativa che parte dai documenti sequestrati ai due terroristi dopo la sparatoria di domenica sul treno Roma-Firenze, coinvolge infatti decine di persone, ma si concentra su quelle individuate esaminando gli appunti manoscritti che la donna custodiva. Scorrendo la lista sono due i nomi che attirano l'attenzione. Uno era già finito nel fascicolo sull'omicidio di Marco Biagi. L'altro gravita negli ambienti universitari frequentati dal professore.
Sono tutti insospettabili. Hanno tra i 25 e i 40 anni, conducono un'esistenza apparentemente normale. Alcuni di loro fanno mestieri che li portano a viaggiare frequentemente, ma c'è anche chi lavora in posti utili a fornire le informazioni necessarie per organizzare un attentato. Potrebbero far parte della "rete". Altri potrebbero essere entrati nella sfera di attenzione dei due brigatisti come nuovi elementi da avvicinare ed eventualmente reclutare. Altri ancora potrebbero essere semplicemente dei nomi da inserire sui documenti rubati e ancora in bianco che l'organizzazione aveva intenzione di utilizzare. Chi indaga sa che gli accertamenti sul loro conto devono procedere in fretta per scongiurare il pericolo di un'azione per "celebrare" la morte di Galesi. Ma l'obiettivo è anche quello di evitare un nuovo "caso Geri", con il rischio che mosse sbagliate o arresti frettolosi pregiudichino un'inchiesta che potrebbe arrivare sino all'individuazione degli assassini di D'Antona e Biagi.
In queste ore si stanno verificando i loro contatti, gli ultimi spostamenti. Resta forte il sospetto che tra loro ci sia qualcuno che Lioce e Galesi dovevano incontrare proprio domenica. Un appuntamento "strategico" durante il quale mettere a punto le prossime mosse. I primi risultati delle indagini tecniche sui palmari dei due terroristi consegnano un archivio fatto di agenzie di stampa che raccontano di incontri tra Confindustria e sindacati, di articoli su politici romani e di altre città, di copie di documenti. Tra tutti quei nomi potrebbe esserci anche la persona individuata come prossimo bersaglio. In un file della memoria ci sono poi considerazioni su una "compagna" che sembrano un vero e proprio atto di accusa. Una sorta di processo ai suoi comportamenti, così come avveniva negli "anni di piombo" nei confronti di chi non era più ritenuto affidabile.
Ed è proprio questo materiale a far ritenere che Lioce e Galesi potessero essere al vertice dell'organizzazione. Registi della nuova lotta armata avviata con l'agguato mortale a D'Antona, il consulente del ministro del Lavoro Antonio Bassolino freddato in via Salaria il 20 maggio 1999. Impegnati in prima persona nell'attività di autofinanziamento come dimostra la rapina all'ufficio postale di via Torcicoda a Firenze, avvenuta il 6 febbraio scorso. Occupati anche a gestire i contatti con quelle persone inserite negli ambienti dove carpire informazioni sugli obiettivi da colpire.
Per questo è interessante capire come mai Lioce avesse annotato su quel foglietto che aveva con sé domenica scorsa, un anno dopo il delitto, il nome di una persona che frequentava l'ambiente di Biagi. L'ipotesi che gli assassini del giuslavorista bolognese fossero stati in contatto con qualcuno che conosceva le sue abitudini e forniva informazioni sui suoi spostamenti non è mai stata abbandonata. Alcune telefonate di minaccia che il professore denunciò di aver ricevuto partivano proprio dal suo ambiente di lavoro. L'interrogativo di fondo rimane però sempre lo stesso: perché segnare quel nome sul bigliettino?
E' possibile che quel pezzo di carta dovesse essere consegnato ad altri militanti. E dunque che lo scopo del viaggio in treno fosse proprio quello di partecipare ad una riunione nel corso della quale pianificare le prossime mosse. Le indagini sulla rapina compiuta un mese fa confermano che fu proprio Lioce ad organizzare il colpo, acquistando a Roma i motorini utilizzati per scappare dall'ufficio postale. Quel giorno erano in quattro, portarono via circa 60.000 euro. Oltre a un uomo e una donna con i volti nascosti da caschi integrali - che gli investigatori ritengono fossero i due brigatisti - all'azione partecipò un'altra coppia che prese in ostaggio un'impiegata e costrinse la direttrice ad aprire la cassaforte. Lei era alta e bionda. L'identikit ricostruisce un volto che sembra quello di una straniera. Lui viene descritto "tra i 40 e i 50 anni con occhiali da vista con lenti chiare e tonde".
"Terroristi anche loro", assicurano gli inquirenti. I negozianti della zona li avevano già notati la settimana precedente. I quattro erano rimasti per oltre un'ora sulla panchina di fronte all'ingresso delle poste. Probabilmente stavano effettuando un sopralluogo per controllare i movimenti degli impiegati, gli accessi, le vie di fuga. "A Firenze - spiegano gli investigatori - hanno almeno due basi". Le ricerche si concentrano nella zona dell'Isolotto e nell'area sud della città. In alcuni palazzi gli uomini della questura hanno già provato le chiavi trovate nelle borse di Lioce e Galesi. Lo stesso stanno facendo i loro colleghi della capitale. Sotto controllo ci sono numerose persone che potrebbero aver fornito ospitalità ai brigatisti. L'individuazione dei "covi" è naturalmente una tappa fondamentale per ricostruire la rete delle nuove Brigate rosse.
Fabrizio Roncone

"Il Corriere della sera"
IL DOCUMENTO
"E' un vero capo, ha scritto il programma delle Br"
L'espressione è di un analista del Viminale, a commento dei passaggi in cui la brigatista ricorda "il compagno Mario Galesi" esaltandone "lo studio e il lavoro di comprensione svolto con impegno e serietà, esaudendo la prima condizione necessaria per rapportarsi efficacemente alla conduzione dello scontro". Una sorta di investitura da parte di chi, evidentemente, era entrato nell'organizzazione in precedenza e aveva già compiuto lo stesso percorso. La sparatoria sul Diretto 2304, scrive la brigatista superstite, non è stata un'azione premeditata: "Vogliono far credere che il conflitto a fuoco sia stato espressione di una linea di attacco delle Br o peggio, un costume dei brigatisti di sparare qua e là al primo che capita, peraltro anche in palese condizione di inferiorità di fuoco". Non è così, assicura la Lioce. I programmi sono altri. Per lei si tratta di "iniziative rivoluzionarie", per l'Antiterrorismo sono attentati in preparazione. E se si devono individuare gli obiettivi dalle parole messe nero su bianco, come si tentava di fare negli anni Settanta e Ottanta coi volantini firmati con la stella a cinque punte, il documento consegnato ieri al giudice indica tre "aree di interesse", come le chiamano gli esperti.
C'è la conferma dell'attenzione rivolta in primo luogo ai progetti di riforma del mercato del lavoro e delle istituzioni; l'area politica e quella dei "consiglieri" come D'Antona e Biagi, dunque. Ma anche il mondo dei sindacati, compresa la Cgil. Infine, la contingenza internazionale porta a immaginare attacchi contro bersagli riconducibili a chi sta preparando la guerra all'Iraq: Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.
Il linguaggio è involuto, i periodi lunghi e complessi, ma per chi è abituato a questo stile i messaggi risultano chiari. "Lo scontro di potere tra Classe e Stato sulla rimodellazione economico-sociale e istituzionale - scrive la Lioce -, nel quale le Brigate Rosse sono intervenute con l'azione Biagi spostando i rapporti di forza momentaneamente a favore del proletariato, non è affatto chiuso, ed è aggravato dalla perdurante stagnazione economica". Dopo la teoria, ecco le indicazioni per la "prassi": "Sta alle avanguardie rivoluzionarie sapervi incidere, andando a lacerare le contraddizioni che attraversano il nemico, a porre le basi per la ricostruzione di un'autonomia politica della Classe".
Per chi pratica la lotta armata significa continuare a muoversi in quell'area dove le parti sociali giocano un ruolo fondamentale: la Confindustria, che per i brigatisti "ha sponsorizzato e sostenuto con tutte le sue forze l'iniziativa di riequilibrio del rapporto neo-corporativo", ma anche i sindacati. "In questi giorni - si legge a pagina 6 del documento - il governo Berlusconi si prepara a celebrare, confidando sul vantaggio militare ottenuto ( l'uccisione di Galesi e l'arresto della Lioce , ndr), l'avvio della riforma Biagi. Cgil, Cisl e Uil, come se le parole d'ordine con cui sono scesi in piazza milioni di persone fossero solo contro il governo e la malasorte, ricuciono il rapporto tra loro e la Confindustria sul consueto terreno dell'interesse comune alla competitività delle azioni operanti in Italia...". Per gli analisti, mettere sullo stesso piano Cgil, Cisl e Uil significa anche spiegare ai vari "Nuclei" e "Fronti" che in questi mesi hanno compiuto attentati dimostrativi contro la Cisl e la Uil, che fra i tre sindacati non ci sono differenze sostanziali. Sono tutti sullo stesso piano, e semmai ha "colpe" maggiori chi promuove i grandi appuntamenti di piazza e poi "tradisce" le aspettative dei manifestanti.
Ma dopo l'11 settembre 2001, citato dalla Lioce come una sorta di spartiacque, l'orizzonte delle "avanguardie rivoluzionarie" non può fermarsi all'Italia. Occorre occuparsi della prossima guerra all'Iraq, che le Br leggono come il tentativo di "abbattere il principale ostacolo all'egemonia dell'entità sionista bastione dell'imperialismo nell'area, disarmando e annientando la resistenza palestinese, punto di riferimento e di forza per tutte le masse arabe e islamiche espropriate e umiliate dall'imperialismo, che nel complesso costituiscono il naturale alleato del proletariato metropolitano dei Paesi europei".
Anche su questo punto c'è un passaggio del documento che, letto con gli occhiali di chi immagina futuri attentati, indica nuovi obiettivi. "Le avanguardie - continua la Lioce - devono fare del contrasto alle mire israelo-anglo-statunitensi di ridefinizione a proprio vantaggio degli equilibri in Medio Oriente un punto di programma su cui aprire la prospettiva storica del Fronte combattente antimperialista, promuovendone i termini politico-militari...". La chiave di volta è tutta in quel termine doppio, "politico-militare", che prelude alle azioni armate che servono da cassa di risonanza ai proclami brigatisti. Di qui l'indizio su possibili bersagli legati a Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.
Dal chiuso della cella nel carcere di Sollicciano, seppure in un momento di "vantaggio militare" per lo Stato, arrivano insomma nuovi annunci di guerra. "La linea dell'attacco al cuore dello Stato secondo i criteri di centralità, selezione e calibramento sedimentati e verificati in 30 anni di attività delle Br, è vincente e propositiva". Firmato Nadia Lioce. Cioè Brigate Rosse.
Giovanni Bianconi

BR, I NUOVI BERSAGLI
di GIOVANNI BIANCONI
ROMA - A un anno dalla rivendicazione del delitto Biagi, le Brigate rosse tornano a lanciare proclami con la calligrafia tonda e chiara di Nadia Lioce (il secondo nome, Desdemona, in calce al documento lei non l'ha messo). Ufficialmente le dieci pagine scritte a mano con due sole cancellature sono la dichiarazione spontanea ai giudici di Roma andati a interrogarla, prima di chiudersi nel silenzio. Ma per gli esperti dell'Antiterrorismo rappresentano "un messaggio che arriva dal cuore delle Br". Quasi una risoluzione strategica, condensata rispetto al solito per il poco tempo che la donna ha avuto a disposizione prima di incontrare i magistrati. Due giorni appena, nell'isolamento di una cella all'indomani dell'arresto, per dare conto delle "linee che in questa fase congiunturale caratterizzano la proposta delle Brigate rosse alla Classe". Alla luce di quelle dieci pagine, per inquirenti e investigatori Lioce non è più una semplice militante delle "Br per la costruzione del partito comunista combattente", come s'è firmata. E' un capo. Una che "commemora dall'alto" il militante morto domenica nello scontro a fuoco con gli agenti della polizia ferroviaria.
L'espressione è di un analista del Viminale, a commento dei passaggi in cui la brigatista ricorda "il compagno Mario Galesi" esaltandone "lo studio e il lavoro di comprensione svolto con impegno e serietà, esaudendo la prima condizione necessaria per rapportarsi efficacemente alla conduzione dello scontro". Una sorta di investitura da parte di chi, evidentemente, era entrato nell'organizzazione in precedenza e aveva già compiuto lo stesso percorso.
La sparatoria sul Diretto 2304, scrive la brigatista superstite, non è stata un'azione premeditata: "Vogliono far credere che il conflitto a fuoco sia stato espressione di una linea di attacco delle Br o peggio, un costume dei brigatisti di sparare qua e là al primo che capita, peraltro anche in palese condizione di inferiorità di fuoco". Non è così, assicura la Lioce. I programmi sono altri. Per lei si tratta di "iniziative rivoluzionarie", per l'Antiterrorismo sono attentati in preparazione. E se si devono individuare gli obiettivi dalle parole messe nero su bianco, come si tentava di fare negli anni Settanta e Ottanta coi volantini firmati con la stella a cinque punte, il documento consegnato ieri al giudice indica tre "aree di interesse", come le chiamano gli esperti.
C'è la conferma dell'attenzione rivolta in primo luogo ai progetti di riforma del mercato del lavoro e delle istituzioni; l'area politica e quella dei "consiglieri" come D'Antona e Biagi, dunque. Ma anche il mondo dei sindacati, compresa la Cgil. Infine, la contingenza internazionale porta a immaginare attacchi contro bersagli riconducibili a chi sta preparando la guerra all'Iraq: Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.
Il linguaggio è involuto, i periodi lunghi e complessi, ma per chi è abituato a questo stile i messaggi risultano chiari. "Lo scontro di potere tra Classe e Stato sulla rimodellazione economico-sociale e istituzionale - scrive la Lioce -, nel quale le Brigate Rosse sono intervenute con l'azione Biagi spostando i rapporti di forza momentaneamente a favore del proletariato, non è affatto chiuso, ed è aggravato dalla perdurante stagnazione economica". Dopo la teoria, ecco le indicazioni per la "prassi": "Sta alle avanguardie rivoluzionarie sapervi incidere, andando a lacerare le contraddizioni che attraversano il nemico, a porre le basi per la ricostruzione di un'autonomia politica della Classe".
Per chi pratica la lotta armata significa continuare a muoversi in quell'area dove le parti sociali giocano un ruolo fondamentale: la Confindustria, che per i brigatisti "ha sponsorizzato e sostenuto con tutte le sue forze l'iniziativa di riequilibrio del rapporto neo-corporativo", ma anche i sindacati. "In questi giorni - si legge a pagina 6 del documento - il governo Berlusconi si prepara a celebrare, confidando sul vantaggio militare ottenuto ( l'uccisione di Galesi e l'arresto della Lioce , ndr), l'avvio della riforma Biagi. Cgil, Cisl e Uil, come se le parole d'ordine con cui sono scesi in piazza milioni di persone fossero solo contro il governo e la malasorte, ricuciono il rapporto tra loro e la Confindustria sul consueto terreno dell'interesse comune alla competitività delle azioni operanti in Italia...". Per gli analisti, mettere sullo stesso piano Cgil, Cisl e Uil significa anche spiegare ai vari "Nuclei" e "Fronti" che in questi mesi hanno compiuto attentati dimostrativi contro la Cisl e la Uil, che fra i tre sindacati non ci sono differenze sostanziali. Sono tutti sullo stesso piano, e semmai ha "colpe" maggiori chi promuove i grandi appuntamenti di piazza e poi "tradisce" le aspettative dei manifestanti.
Ma dopo l'11 settembre 2001, citato dalla Lioce come una sorta di spartiacque, l'orizzonte delle "avanguardie rivoluzionarie" non può fermarsi all'Italia. Occorre occuparsi della prossima guerra all'Iraq, che le Br leggono come il tentativo di "abbattere il principale ostacolo all'egemonia dell'entità sionista bastione dell'imperialismo nell'area, disarmando e annientando la resistenza palestinese, punto di riferimento e di forza per tutte le masse arabe e islamiche espropriate e umiliate dall'imperialismo, che nel complesso costituiscono il naturale alleato del proletariato metropolitano dei Paesi europei".
Anche su questo punto c'è un passaggio del documento che, letto con gli occhiali di chi immagina futuri attentati, indica nuovi obiettivi. "Le avanguardie - continua la Lioce - devono fare del contrasto alle mire israelo-anglo-statunitensi di ridefinizione a proprio vantaggio degli equilibri in Medio Oriente un punto di programma su cui aprire la prospettiva storica del Fronte combattente antimperialista, promuovendone i termini politico-militari...". La chiave di volta è tutta in quel termine doppio, "politico-militare", che prelude alle azioni armate che servono da cassa di risonanza ai proclami brigatisti. Di qui l'indizio su possibili bersagli legati a Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.
Dal chiuso della cella nel carcere di Sollicciano, seppure in un momento di "vantaggio militare" per lo Stato, arrivano insomma nuovi annunci di guerra. "La linea dell'attacco al cuore dello Stato secondo i criteri di centralità, selezione e calibramento sedimentati e verificati in 30 anni di attività delle Br, è vincente e propositiva". Firmato Nadia Lioce. Cioè Brigate Rosse.
Giovanni Bianconi

"Il Mattino"
Modena, individuata la talpa che tradì Biagi
DALL'INVIATO A FIRENZE
GIGI DI FIORE
Nel materiale sequestrato a Nadia Desdemona Lioce, c'è la conferma ad un'ipotesi circolata subito dopo l'omicidio di Marco Biagi: c'era una "talpa" a Modena. Una persona che tenne sotto osservazione il docente universitario, che insegnava proprio a Modena. Segnalò alle Br i suoi spostamenti, le sue abitudini, i suoi viaggi tra Modena e Bologna, dove abitava. Tra le lettere ed i numeri criptati, molti ancora non decodificati, il lavoro degli inquirenti, attraverso gli archivi informatici e la logica, ha portato a due nomi di Modena. All'utenza di un uomo, ad esempio, già indagato dalla Procura di Bologna, dipendente di un supermercato, impegnato in movimenti dell'ultra sinistra. E poi, negli appunti della terrorista arrestata, è comparso anche il nome di una donna: una dipendente dell'Università di Modena. Su di loro, sono concentrate le attenzioni degli inquirenti, che sperano di arrivare ad individuare la "talpa" che a Modena tradì Biagi.
Nadia Lioce, esponente di primo piano nelle nuove Br. Nadia Lioce in attività tra Roma, Firenze e Milano, che ora invita i suoi compagni liberi a "non scoraggiarsi e proseguire la lotta armata". Tra le segnalazioni giunte al numero verde della Questura di Firenze, anche quella di un bigliettaio della stazione Campo di Marte. Ha raccontato di aver visto almeno in tre occasioni la donna acquistare, da sola, biglietti ferroviari. A Roma, invece, un teste dell'omicidio D'Antona, sentito un anno e mezzo fa dalla Digos, ha riconosciuto nella terrorista in carcere la donna "dal grosso sedere" che nei giorni precedenti l'agguato notò in compagnia di due uomini sul luogo del delitto.
In tasca, la Lioce aveva due biglietti della Metropolitana di Milano. Ed è stata individuata l'edicola dove furono venduti i biglietti. Proprio da Milano è partita la telefonata che, lunedì sera, rivendicò all'Ansa la sparatoria sul treno di domenica.
Ma è Firenze che, nelle ultime ore, si cercano connivenze, altri complici. Gli investigatori avrebbero già individuato due "covi": uno nel quartiere dell'Isolotto, dove avvenne la rapina all'ufficio Postale di via Torcicoda cui parteciparono anche la Lioce e Mario Galesi; l'altro è nella zona a sud di Firenze, dove Galesi investì un pedone con un Apecar. Per ora le due basi vengono controllate, nella speranza di individuare altri terroristi.
A Firenze avevano portato, già nei mesi scorsi, le indagini della Procura di Roma. I magistrati della capitale avevano messo sotto controllo i parenti della Lioce con microspie e intercettazioni telefoniche. Nelle conversazioni registrate, sembra che i familiari della brigatista mostrino imbarazzo, quando si accenna alla loro congiunta "irreperibile". Non è un mistero, anche in questi giorni, che la signora Diana, la mamma della Lioce, sia molto legata alla figlia, tanto da insistere per farla difendere anche da un legale di sua fiducia. E non è un mistero che la Procura di Roma non voglia autorizzare subito i colloqui tra i familiari e la terrorista. Quasi sospettino che qualche contatto tra loro, negli otto anni di "irreperibilità", ci sia stato.
E intanto, tra ritagli di giornali e notizie di agenzie di stampa trovate nel borsone della Lioce, una conferma sulle strategie brigatiste. Studiavano convegni e appuntamenti, sul tema del "patto per il lavoro". Raccoglievano nomi di sindacalisti, docenti, consulenti, funzionari della Confindustria impegnati in questa materia. Poi, avrebbero scelto l'obiettivo: quello più esposto e meno protetto. Una scelta, dettata anche da valutazioni sulle "inchieste": le analisi delle abitudini dei possibili bersagli.

"La Repubblica"
L´ALLARME
E´ titolare della delega alle relazioni industriali. La testimonianza di uno dei suoi agenti di scorta
"Il brigatista ucciso pedinava Guidi vice presidente della Confindustria"
Riconosciuto Mario Galesi. "Lo seguiva a Roma nella zona di via Veneto"
Valori non è in Italia "So dell´indagine che mi riguarda ma sono tranquillo"
CLAUDIA FUSANI
FIRENZE - Mario Galesi, il terrorista morto domenica dopo la sparatoria sul treno, stava conducendo un´"inchiesta" su Guidalberto Guidi, vicepresidente di Confindustria e titolare della delega alle relazioni industriali. Galesi lo seguiva, lo pedinava, faceva appostamenti, sapeva dove andava e quando. Lo dicono alcuni testimoni, soprattutto uno che ieri, quando ha visto la foto pubblicata sui giornali, non ha più avuto dubbi.
La fonte è attendibile perché si tratta di uno degli agenti di scorta del dirigente industriale che è convinto di aver riconosciuto Galesi nell´individuo che più di una volta è stato intravisto dalle parti di via Veneto, nel cuore della capitale. Qui Confindustria ha a disposizione una foresteria, duecento metri quadrati circa all´ultimo piano di una palazzina all´inizio di via Veneto. E qui è stato riconosciuto Galesi durante quelli che sono stati definiti veri e propri pedinamenti.
Guidi è sotto scorta da quando le Br-pcc hanno ucciso il professor Marco Biagi. Stupisce che il brigatista potesse "studiare" le mosse di un obiettivo così tutelato e dunque più difficile per mettere a segno un possibile attentato. Segno che l´organizzazione sovversiva si sente probabilmente molto forte e non è così preoccupata di scorte e tutele. Segno anche, ammette una fonte, che "la struttura forse è più consistente di quello che si possa pensare". Insomma, non un gruppo di dieci, quindici persone come gli investigatori hanno creduto fino a questi giorni ma assai più strutturato, organizzato. Sicuramente cresciuto rispetto al 1999 quando le Br-pcc sono tornate a colpire firmando l´omicidio D´Antona.
Guidi vive a Modena, ma viaggia spesso tra Bologna e Roma. Che potesse essere un possibile obiettivo, è dimostrato anche dal fatto che proprio a Modena conduce una delle utenze telefoniche trovate nei giacconi dei due brigatisti fermati domenica mattina sul treno poco prima di Arezzo.
Confindustria nel mirino, dunque. Come ha ribadito ieri nel documento politico Nadia Lioce. E come dimostrano gli sviluppi dell´indagine sui computer palmari e sugli scritti sequestrati a Lioce e Galesi. E´ presidente di Confindustria Lazio Giancarlo Elia Valori, il dirigente su cui le Br-pcc hanno sviluppato parti di "inchiesta" e acquisito informazioni. Valori, in questi giorni in Russia, spiega di "essere stato subito informato di questo sviluppo di indagine che lo riguarda" ma aggiunge di "essere tranquillo e di non voler cambiare i programmi". A questo punto, forse, va riletto con più attenzione anche l´episodio di cui è stato vittima a gennaio Guido Gentili, il direttore del "Sole 24 ore" che fu inseguito una sera da due persone in motorino mentre usciva dalla sede del giornale e andava in un ristorante. Anche quella volta fu la scorta a denunciare l´episodio.
Intanto gli investigatori proseguono la lettura della memoria delle due agende palmari trovate negli zaini dei due brigatisti. Sembra acquistare importanza il contenuto di un lungo scritto dedicato a una specie di "inchiesta" su alcuni militanti, o aspiranti tali, dell´organizzazione. Gli esperti stanno decifrando il testo che è pieno di abbreviazioni e sigle, quasi un linguaggio in codice. Potrebbe dare presto informazioni "importantissime" sulla struttura della formazione brigatista e sui covi.

IL PERSONAGGIO
Manager emiliano risanatore d´aziende
Vicepresidente della Confindustria, dove assume spesso e volentieri i panni del "falco", Guidalberto Guidi è un manager che - dopo anni di "specializzazione" nel risanamento e rilancio di numerose aziende dell´area emiliana, come la Sabiem e la Lombardini - è recentemente diventato un industriale vero e proprio, grazie all´acquisizione di Ducati energia, quotata in Borsa. Con l´avvento alla presidenza di Antonio D´Amato, tre anni fa, Guidi subentra a Carlo Callieri nel ruolo di vicepresidente con la delega alle relazioni industriali della Confindustria. Ai tempi di Giorgio Fossa, Guidi ricopriva invece l´incarico di responsabile del Centro studi, dopo essere stato numero uno della Federazione dell´industria dell´Emilia Romagna. Nato a Modena, nel ´41, laureato in giurisprudenza, Guidi è presidente e amministratore delegato della Finanziaria generale felsinea (Fgf), dove è socio dell´ex presidente degli industriali bolognesi, Giuseppe Gazzoni Frascara. Tra le altre sue cariche, Guidi ricopre quelle di consigliere di amministrazione della Banca Popolare Emilia Romagna e della società Autostrade. Attualmente è presidente della società editrice del quotidiano "Il Sole-24 Ore".

IL RITORNO DELLE BR
Stazione di Roma Termini, decine di computer, mille clienti al giorno. Eppure i dipendenti ricordano bene Galesi e Lioce
"Venivano qui a spedire le e-mail"
I due br riconosciuti all´Internet point da dove partì la rivendicazione per Biagi
"Lei aveva i capelli diversi da ora, ma erano loro siamo sicuri"
MASSIMO LUGLI
ROMA - "La donna aveva i capelli diversi. Più corti o forse legati dietro la nuca, non so. Ma era lei, ne sono sicura. E anche lui, quel tipo pelato un po´ massiccio, me lo ricordo benissimo". I due ragazzi non hanno dubbi. Tamara e Victor, dipendenti dell´Internet Point della stazione Termini, non esitano un solo istante davanti alla foto di Nadia Desdemona Lioce e di Mario Galesi: "Devono essere venuti parecchie volte perché altrimenti le loro fisionomie non ci sarebbero così familiari. Sa, qui passano almeno mille persone al giorno, siamo aperti dalle 6 del mattino a mezzanotte".
La postazione Internet è la base da cui fu inviata, tre giorni dopo il delitto, la rivendicazione dell´assassinio a Marco Biagi, ucciso a Bologna da un commando brigatista il 19 marzo 2002. Eppure i due dipendenti, in questi undici mesi, non sono mai stati interrogati da polizia o carabinieri. Non per storie di terrorismo, almeno. "Vengono spesso perché da qui sono partite alcune truffe elettroniche o magari e-mail di molestie ma noi cosa possiamo farci?" spiegano quasi per scusarsi.
Le 26 cartelle del volantino di rivendicazione furono mandate da un cellulare "agganciato" a una casella di posta elettronica aperta dall´International center phone della stazione, un piccolo locale nel "Forum", lo shop center sotterraneo di Termini. Il pamphlet (nel solito, verboso stile delle nuove Br) fu spedito a ben 500 indirizzi elettronici diversi. Un lavoro che, per forza di cose, ha richiesto parecchio tempo.
Tamara, una bella ragazza bionda e minuta di 26 anni e Victor, un giovane asiatico, lavorano all´Internet point dal giorno dell´apertura, nel 1999. Ieri pomeriggio non avevano ancora visto le foto dei due terroristi sul giornale o in televisione. E´ stato il cronista a mostrarle ad entrambi. E i due ragazzi hanno annuito quasi subito. "Sì, li abbiamo visti di sicuro". Forse ad attirare l´attenzione è stata l´età abbastanza inconsueta dei clienti. Alle postazioni siedono quasi invariabilmente ragazzi "under 30".
Sono venuti diverse volte?
"Penso di si ma non so dirglielo con precisione - risponde la ragazza, la più disponibile - Se si fossero visti una sola volta di sicuro non me li ricorderei. Qui, tra telefoni e computer è un porto di mare, la gente va e viene di continuo".
Le cabine telefoniche e le postazioni informatiche, in effetti, sono perennemente affollate. Tariffe Internet: 3,80 euro per 46-60 minuti. Un collegamento lampo di 5 minuti costa 50 centesimi. Fuori, nel sotterraneo della stazione un vai e vieni continuo. A Termini passano circa 900 mila persone al giorno. Il posto più adatto per confondersi tra la folla.
Lei è fisionomista, Tamara?
"Abbastanza. Se vedo un viso più volte me lo ricordo. E poi anche Victor è d´accordo. Sia l´uomo che la donna sono stati qui a lungo. Anche se lei portava i capelli in modo diverso".
Sa dire che periodo era?
"Direi nel 2002. Un anno fa circa".
Come fa a esserne così sicura?
"Perché se fosse stato prima, forse la faccia non me la ricorderei così bene".
E se fosse stato dopo?
"Allora avrei un´immagine più nitida". I due giovani, comunque, non ricordano gran che dell´omicidio Biagi e il loro riferimento temporale è del tutto spontaneo.
Venendo qui hanno fatto qualcosa di particolare? Qualche frase, qualche atteggiamento che vi ha colpiti?
"No, questo non possiamo proprio dirlo. Ricordiamo le facce e basta. Il tipo pelato e quella donna grossa".
Venivano assieme?
"Non mi pare - è Tamara a rispondere - oppure forse hanno fatto finta di non conoscersi. Non me li ricordo come una coppia".
Sa dire che mese era?
"Questo no, mi spiace. Un anno fa circa, ne sono abbastanza sicura ma il mese proprio no...".
Potrebbe ricostruire che uso hanno fatto dei computer?
"No. Non ricordo nemmeno i loro nomi. Solo le facce".
Non siete molto informati sulla sparatoria del treno, vero?
"Sa com´è, qui c´è un sacco da lavorare. Abbiamo pochissimo tempo per leggere i giornali. Come le ho detto è un porto di mare. E a volte succedono brutte cose perché chi vuole usare Internet per una truffa o qualche altro scopo poco pulito sceglie un posto così, di grande passaggio. La polizia ci viene a trovare spesso. Ma di questa faccenda non ne ha mai parlato".
Siete gli unici dipendenti?
"No, per carità. Ci diamo il cambio con altri due ragazzi". Una testimonianza che potrebbe rivelarsi preziosa anche per chi indaga: il ruolo di Nadia Lioce e Mario Galesi nel delitto Biagi sembra sempre più definito.

IL RETROSCENA
I messaggi inviati col palmare così i terroristi beffarono tutti
ROMA - Il palmare trovato nel borsone di Mario Galesi e Nadia Lioce potrebbe essere stato usato anche per la rivendicazione dell´omicidio di Marco Biagi. Il documento che ne rivendicava la paternità era stato spedito a circa 500 indirizzi di posta elettronica. Gli inquirenti erano riusciti a scoprire due cose al proposito: 1) che la casella postale da cui partì era stata aperta da un internet point della stazione Termini, a Roma e 2) che al server di posta elettronica che ospitava la casella si era collegato, nel momento in cui verosimilmente era avvenuta la spedizione, qualcuno utilizzando una scheda di un cellulare Wind attivato la sera dell´omicidio a Bologna.
Queste circostanze avevano portato a credere che avessero operato due gruppi: uno a Roma, che aveva fisicamente aperto la casella, e l´altro a Bologna, che invece aveva attivato la scheda del telefonino da cui era partita la telefonata della connessione a internet. Ma nell´ipotizzare l´incompatibilità geografica tra le due località non si era tenuto conto che con un palmare del tipo di quello trovato nella disponibilità dei terroristi (uno Psion con un´espansione di memoria che poteva contenere anche file pesanti come il documento della rivendicazione) ci si poteva tranquillamente, da qualsiasi luogo, collegare al provider e usare la casella per spedire il voluminoso documento al vasto indirizzario. Non occorrevano due gruppi in due città diverse, quindi, ma ne bastava uno. Con il palmare che sostituiva il computer fisso dell´internet point romano. (r.sta.)

UN´OCCASIONE STORICA E LA BABELE DELLE PROCURE
GIUSEPPE D´AVANZO
È SEMPRE più chiaro che l´Italia ha un´occasione storica in questi giorni: liberarsi definitivamente di quell´anomalia che lascia ancora vivo il terrorismo politico nel nostro Paese. Non è un auspicio, ma un fatto. Le Brigate rosse sono ridotte a pochi elementi. Le indicazioni per intercettarli sono nelle mani degli investigatori dopo la morte di Mario Galesi e l´arresto di Nadia Desdemona Lioce. Le loro storie politiche ci dicono quanto disperato, irreale e cieco sia stato il loro "sogno rivoluzionario".
Quanta solitudine umana e politica li ha fatti prigionieri. Oggi, le Brigate rosse appaiono un nemico debolissimo che un´azione efficace può spazzare via prima che diventi concreto un pericolo che molti paventano: la saldatura di queste frange di disperati con il terrorismo islamico. In questo senso, il documento letto da Nadia Desdemona Lioce ai giudici romani più che un proclama è un´invocazione. Quasi l´invocazione di aiuto di chi sa di aver perduto la partita. Allo Stato tocca ora chiudere definitivamente i conti con il terrorismo. Con la decisione e lo spirito indicati in Parlamento ieri dal ministro dell´Interno Giuseppe Pisanu.
È lecito però chiedersi in queste ore: gli apparati investigativi e giudiziari stanno lavorando nella consapevolezza dell´occasione storica che gli è stata offerta dal colpo tragico e "fortunato" di domenica mattina? Un colpo "fortunato" che, è vero, ha confermato il lavoro di quattro anni di investigazione apparso, al contrario, spesso pasticciato. Tuttavia la soddisfazione di aver "visto giusto" non può giustificare quel che sta accadendo in questi giorni.
L´apparato giudiziario - intendo le Procure alle prese con gli assassini di Massimo D´Antona e Marco Biagi - appare scollegato in modo avvilente. Ogni ufficio sembra tirare acqua al mulino della propria competenza. In un´indagine che in questa fase richiede soprattutto rapidità di reazione (interrogatori, perquisizioni, verifiche) le informazioni dovrebbero circolare tra i responsabili dell´inchiesta senza strozzature. Al contrario ogni pubblico ministero sembra più interessato in questa fase ad affermare la fondatezza delle proprie convinzioni e del proprio metodo che non a raccogliere fonti di prova, e quindi fatti che possano scrivere la parola fine a questo tormentato capitolo della storia italiana. Dopo un anno, ancora non si riesce a comprendere perché le indagini non siano state raccolte, come vuole il codice di procedura penale, in una sola Procura, considerato che:
a) Gli assassini di Biagi sono gli stessi che hanno ucciso Massimo D´Antona.
b) Gli assassini di Emanuele Petri sono nel gruppo di assassini che hanno ucciso Marco Biagi e Massimo D´Antona.
Accade invece che, dopo la sparatoria sul treno, le Procure da due (Roma e Bologna) diventino addirittura tre (si aggiunge Firenze), aumentando la babele dei linguaggi, delle intenzioni, delle convinzioni, delle ambizioni. Non ha torto il ministro Maroni a dolersi della presenza televisiva di pubblici ministeri romani. Ha sorpreso che il procuratore di Bologna, appena tornato in ufficio da un vertice in Toscana, abbia informato che il volto di Mario Galesi era nelle immagini registrate all´arrivo del professor Biagi alla stazione di Bologna (circostanza che per altro, allo stato, non ha trovato conferma: ma forse è stata gettata lì soltanto per ribadire la propria competenza).
Le divisioni tra gli uffici giudiziari si riflettono sugli apparati della polizia giudiziaria. Già di per sé le polizie del nostro Paese sono ammalate di gelosia professionale e non si negano mai la soddisfazione di una scortesia. In questo caso, oltre alla consueta rivalità, devono fare i conti con input confusi e contraddittori, quando ci sono. Con la conclusione che ognuno suona la sua musica e quel che ne viene fuori è un concerto cacofonico, dove si rischia di perdere gli elementi base della grammatica investigativa. E con questi l´occasione storica di "togliere dalla strada", come si dice, quei sei, otto, dieci uomini e donne che ancora possono tenere vivo un fantasma capace di annientare innocenti e intorbidare la vita pubblica.

"Il Nuovo"
Br: c'era Confindustria nel mirino dei terroristi
La Lioce lo ha affermato esplicitamente nel proprio documento, ma la sua non era una semplice dichiarazione d'intenti. La scorta di Guidi, vicepresidente di Confindustria, riconosce Galesi.
FIRENZE - Sarebbero tanti, tantissimi, i cittadini che hanno telefonato o si sono presentati in procura per sosenere di aver riconosciuto i due brigatisti Mario Galesi e Desdemona Lioce nelle azioni di vita quotidiana come far la spesa in un supermercato, o bere un caffè al bar. Fino a ieri erano una cinquantina le telefonate al numero verde (800544850) della Digos di Firenze che segnalavano la presenza dei due brigatisti (arrestata la seconda e ucciso nello scontro a fuoco con gli agenti il primo) in varie città d'Italia. Molte delle segnalazioni, peraltro, arrivano dal centro nord, la zona dove gli investigatori ritrengono si muova il nuovo estremismo rosso.
Di certo i due sono stati riconosciuti sia dai testimoni che avevano assistito all'omicidio di D'Antona, sia a quelli bolognesi dell'attentato a Marco Biagi.
Ma tra i tanti, forse il riconoscimento più importante, reso noto oggi dal quotidiano La Repubblica, arriva da uno degli agenti di scorta di Giudalberto Guidi, il modenese attuale vicepresidente di Confindustria, che sostiene di aver riconosciuto in Galesi l'uomo che più volte era stato visto dalle parti dell'abitazione romana del suo "protetto", tanto da destare sospetti negli uomini della scorta. Secondo gli agenti, Galesi stava pedinando Guidi, per registrarne movimenti e orari abituali.
L'attuale vicepresidente di Confindustria è sotto scorta dai giorni immediatamente successivi all'omicidio di Marco Biagi, l'economista bolognese consulente del ministero del Welfare. Per un nucleo terroristico, analizzano gli esperti, è un bersaglio fin troppo tutelato e difficile da "agganciare". L'eventuale decisione di farne l'eventuale oggetto di un attentato - ragionano gli analisti - indicherebbe o una fortissima determinazione da parte dei nuclei armati, o una forza e una capacità di fuoco e organizzazione, che i magistrati e gli inquirienti, convinti che i brigatisti siano in tutto poco più di una decina di persone, non sospettano. Una circostanza che renderebbe ancora più concreto l'allarme lanciato ieri dal ministro degli Interni Pisanu, che ha messo in guardia contro eventuali "reazioni" dei terroristi.
D'altronde, proprio ieri, nel documento che la Lioce ha consegnato ai magistrati con una sorta di "testamento" ideologico del nuovo gruppo armato, Confindustria viene indcata come uno dei principali bersagli. E peraltro, sempre secondo le rivelazioni del quotidiano La Repubblica, un secondo nome legato in qualche modo all'associazione degli industriali, quello di Elia Valori, presidente della Confindustria del Lazio, era già stato trovato nelle agende sequestrate ai due in treno.
Nel frattempo gli esperti continuano a esaminare il materiale ritrovato, tra i quali i nomi in codice e gli appunti protetti da password delle agendine elettroniche scoperte in possesso dei due. Una delle utenze telefoniche annotate, porterebbe prorpio a Modena, la città di Guidi, dove forse le Br avevano già un covo da utilizzare come eventuale base logistica.

"Il Corriere della sera"
L'ALLARME / Michele Tiraboschi è subentrato al professore nel ruolo di consulente per l'attuazione del piano sul mercato del lavoro
L'allievo di Biagi portato via in fretta da Bologna
"Urgenti ragioni di sicurezza" è la motivazione che filtra dagli ambienti investigativi
DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA - Via, via in tutta fretta, da quell'appartamento nel cuore di Bologna, considerato "non più sicuro". Un trasloco lampo. Appena il tempo di prendere quattro cose. Staccato il telefono. Cancellato sul campanello qualsiasi riferimento alla famiglia. Via, via. Michele Tiraboschi, l'ex allievo di Marco Biagi, subentrato al maestro nel nevralgico ruolo di consulente del ministro Maroni per l'attuazione del Piano sul mercato del lavoro, è stato praticamente prelevato di peso e portato lontano dal capoluogo emiliano, in una località top secret. Con lui, la moglie e la figlioletta di nemmeno un anno. Tutto nell'arco di poche ore: sabato erano ancora nella casa bolognese, domenica erano già da un'altra parte.
"Urgenti ragioni di sicurezza" è la motivazione che filtra dagli ambienti investigativi. Un'"urgenza" sfociata in allarme domenica scorsa, dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze, la scoperta che Mario Galesi e Desdemona Lioce erano diretti ad Arezzo (la stessa città nella quale poche ore dopo sarebbe dovuto arrivare Tiraboschi per un viaggio che doveva restare segretissimo) e soprattutto il ritrovamento nella borsa dei due terroristi di alcuni articoli scritti di recente dal professore sul "Sole 24 Ore".
Via, in tutta fretta. Raddoppiata la scorta. Annullati tutti gli impegni e gli spostamenti di Tiraboschi, perfino le quotidiane lezioni all'Università di Modena. Perché questo docente di 37 anni, che non ha mai nascosto l'orgoglio di "fare il Biagi", pur consapevole della responsabilità e dell'esposizione pubblica che ciò comportava, è considerato, ora più che mai, un potenziale obiettivo dei terroristi. Non l'unico, certo, comunque uno dei primi della lista.
Niente di ufficiale. Nei corridoi della Procura bolognese, al solo accennare all'argomento "Tiraboschi-Arezzo", va in scena il fuggi-fuggi: "Non ci riguarda, non ce ne occupiamo". A occuparsene, a prendere "più che sul serio" l'ipotesi che fosse il professore la vera ragione della trasferta aretina di Galesi e della Lioce, sono invece gli esperti dell'Antiterrorismo e della Digos, decisamente restii a credere che la contemporaneità tra il viaggio dei due bierre e quello di Tiraboschi possa essere archiviata sotto la voce "coincidenza".
Una convinzione che ieri si è rafforzata nel leggere il documento partorito in carcere dalla Lioce, là dove è scritto che "l'obiettivo della lotta armata è l'attacco al progetto di rimodernizzazione sociale e istituzionale del Paese in cui rientra anche l'attentato a Marco Biagi". Proprio quello che sta facendo da quasi un anno, per conto del ministero del Welfare, Michele Tiraboschi, incaricato di mettere nero su bianco i decreti legislativi di delega del Piano sul lavoro. Era stato lo stesso Biagi a fare il nome del suo allievo al sottosegretario Maurizio Sacconi. Che, in un'intervista al "Giornale", ha così ricordato l'episodio: "Biagi parlava della sua morte come di un dato possibile, anzi probabile. Ti stupiva: ne discuteva nei dettagli. Ma una volta mi gelò il sangue, dicendo seraficamente: "ecco, per il passaggio delle consegne, se mai non ci fossi più, sappi che Michele Tiraboschi ha tutte le carte di cui avrà bisogno. Si può continuare anche senza di me..."".
E' una pista tutta in salita quella che dovrà fornire le definitive certezze sul disegno dei terroristi ai danni dell'ex allievo di Biagi.
Anche perché, se confermata, riporterebbe in auge la vecchia teoria, già emersa ai tempi dell'omicidio D'Antona, di una "talpa" al ministero del Lavoro. Tra i pochi che potevano essere a conoscenza del viaggio ad Arezzo di Tiraboschi, che nella città toscana doveva perfezionare gli ultimi accordi per la consegna di un busto in memoria di Biagi, commissionato dallo stesso ministero, c'erano infatti persone che lavorano in via Veneto, a Roma.
Francesco Alberti

"Il Resto del Carlino"
Rubata in città auto usata dalle Br
Un modenese è sospettato di appartenere alle nuove Brigate Rosse e di essere coinvolto nell'omicidio del giuslavorista Marco Biagi. E questa non è l'unica pista che porta alla nostra città. Anche per la rapina compiuta da brigatisti all'ufficio postale di via Torcicoda, a Firenze, il 6 febbraio scorso fu utilizzata un'auto rubata molto tempo prima nella nostra città. Il collegamento che porta a ipotizzare un basista modenese è stato compiuto dagli investigatori del laboratorio tecnico dei servizi segreti a Roma dopo l'analisi di un foglietto trovato in una tasca di Nadia Desdemona Lioce, la brigatista arrestata dopo il conflitto a fuoco sul treno interregionale Roma-Firenze che è costato la vita all'agente della Polfer Emanuele Petri e all'altro brigatista Mario Galesi. Sulla nota in tasca alla Lioce erano segnati due nomi per esteso e un insieme di numeri scritti in modo apparentemente casuale. A un esame più attento quelle cifre, a gruppi di sette, sono risultati numeri telefonici. A uno di questi, una volta individuato il prefisso giusto, corrisponderebbe il numero di telefono di una persona appunto residente a Modena. Non è tutto: al numero del telefono portatile il computer degli investigatori avrebbe associato una seconda utenza relativa alla stessa persona. Questo secondo numero era già comparso all'indomani dell'inchiesta sull'omicidio Biagi. Sembra improbabile che si tratti di un caso, a maggior ragione se si considera che, come noto, il consulente del ministero del Lavoro lavorava come docente nell'ateneo modenese (nella foto) e che proprio dal capoluogo di provincia stava tornando a casa la sera in cui fu ucciso. La presenza di un basista 'in loco', peraltro, è da sempre sembrata agli investigatori un'ipotesi plausibile. I terroristi avevano la necessità di studiare le abitudini di Biagi nella città in cui trascorreva buona parte delle sue giornate, a maggior ragione nei giorni precedenti alla data scelta per ucciderlo. Va da sè che qualcuno abitante proprio a Modena avrebbe dato meno nell'occhio che non gente trasferitasi momentaneamente da un altro centro. A ciò si aggiunga un particolare: la sera in cui fu assassinato, Biagi era partito dalla nostra città alla volta di Bologna con un treno diverso da quella che prendeva abitualmente, che aveva perso essendosi attardato in facoltà. Qualcuno può avere avvertito da Modena del ritardo i brigatisti che lo attendevano vicino a casa. Da qui la deduzione che una 'base' del gruppo brigatista che uccise Biagi e forse prima di lui D'Antona potrebbe consistere in una abitazione stabile posta all'ombra della Ghirlandina. Tornando ai nomi annotati sul foglietto che Nadia Desdemona Lioce aveva con sè, uno sarebbe di una donna abitante in Emilia e l'altro di un romano. Gli altri numeri in codice sarebbero numeri di telefoni cellulari di persone residenti in Toscana e in Sicilia. Riguardo al foglietto gli investigatori si limitano a dire: "Non parliamo di indagini in corso" e tacendo confermano. Tornando a Modena, come dicevamo fra i mezzi utilizzati per una rapina di 'autofinanziamento' delle nuove Br vi sarebbe una Fiat Punto rubata il 26 maggio del 2001 a Moderna, in via Canaletto, e presumibilmente tenuta nascosta per oltre un anno. Anche in questo caso non sembra una coincidenza il fatto che la vettura sia stata rubata dalle nostre parti. In calce la notizia, non confermata ufficialmente ma attendibile, secondo cui all'indomani della sparatoria sul treno a Modena sarebbe stata compiuta una perquisizione domiciliare, operazione che in genere presuppone a garanzia l'iscrizione del perquisito nel registro degli indagati.
Alberto Iori

"La Stampa"
L´AVVOCATO: NON È UNA RIVENDICAZIONE MA UN DOCUMENTO POLITICO PRIVATO
Il proclama di Desdemona "Noi br alleati con gli islamici"
inviato a FIRENZE
Rivendicazione molto privata di un molto privato delirio chiamato "lotta armata". Nadia Desdemona Lioce, un "capo", forse, in un'organizzazione che dovrebbe essere di tutti uguali, in manette da domenica dopo una tragica sparatoria sul diretto Roma-Firenze, stringe una decina di fogli di quaderno a quadretti scritti con grafia rotondeggiante. E dice: "Ora leggo". I pubblici ministero Franco Ionta e Pietro Saviotti e il giudice per le indagini preliminari Maria Teresa Covatta, di Roma, la fissano con attenzione. E vigile è pure il difensore, Attilio Baccioli, di Livorno. Le 10 di mattina. Lei ha già detto quello che sanno tutti: "Sono prigioniera politica e militante delle Brigate rosse-Partito combattente comunista". Nel silenzio della stanza al primo piano dalle pareti bianche tappezzate da manifesti con veduta della Toscana turistica, si spetta il resto. E il seguito è: "Quanto accaduto domenica è stato un fatto puramente accidentale". Anche se "il compagno Galesi ha messo a disposizione della rivoluzione le proprie energie senza limiti". In altre parole, il poliziotto assassinato e quello ferito, il compagno ucciso, il suo stesso arresto: tutto da mettere nel conto come danni collaterali, inevitabili in una guerra come in una rivoluzione. Quale rivoluzione? La risposta è immediata, e sgomenta. "La linea politica di attacco al cuore dello Stato si è espressa lungo tutta l'attività e da ultimo con l'attentato a Biagi, attacco al progetto di rimodernizzazione economico-sociale e istituzionale". Insomma, un appello per una "contrapposizione al governo Berlusconi e al tentativo di riavviare la riforma Biagi" seguito dall'indicazione di porre sullo stesso piano "confindustria e sindacati". Ciò che sembra estraneo a questa chiamiamola linea strategica è una sparatoria come quella sul treno. "Conseguentemente a tale impostazione generale le forze rivoluzionarie evitano lo scontro col nemico se non ha questo obiettivo". L'attacco al cuore dello Stato, dunque: furono definiti così il sequestro del magistrato genovese Mario Sossi nel '74 e il rapimento, "processo proletario" e assassinio di Aldo Moro, quattro anni più tardi: in ère politiche ormai remote. Insomma, un programma complicato, forse troppo, e così emerge un tentativo di banalizzarlo, renderlo più accettabile. Meglio allargare l'orizzonte della lotta, toccare un contesto internazionale e attuale: "Invoco solidarietà per le masse arabe e islamiche espropriate e umiliate che insieme al proletariato metropolitano, di cui sono il naturale alleato, devono contrapporsi e reagire alla nuova fase di rafforzamento dei governi borghesi". Naturalmente, l'"offerta" di alleanza sembra rivolta più ai palestinesi che ai terroristi di Al Qaeda. Tocca poi all'avvocato Baccioli chiosare il documento: "Una presa di posizione politica della mia cliente, non una rivendicazione dei delitti Biagi e D'Antona". Il legale ha quindi spiegato: "L'altro giorno ho assistito all'autopsia su Galesi primo perché fa parte del procedimento che riguarda la mia cliente, secondo perché era un omaggio dovuto a un uomo che è stato ucciso. I suoi familiari non sono venuti a reclamare la salma perché se si presentassero, li intercetterebbero e pedinerebbero per tre anni. Io stesso penso di essere stato seguito, anche se questo è il mio lavoro". Confermato l'arresto dal gip di Arezzo, per il concorso in omicidio aggravato dalle finalità di terrorismo, la brigatista Nadia Desdemona Lioce è ora al centro anche delle magistrature di Bologna e Roma, che si legge delitto Biagi e delitto D'Antona e sul suo nome, garantisce il dottor Saviotti, "ci lavoriamo concretamente quantomeno dal giugno-luglio dello scorso anno. Fino ad ottenere, appunto, le misure cautelari per banda armata". Ma come sono strutturate, oggi, le Brigate rosse? Osserva il dottor Ionta: "L'organizzazione è più elastica rispetto al passato. Quindi non si può parlare di colonna, ma probabilmente di una struttura unica". Una sorta di commando itinerante, difficile da localizzare se qualcuno dei suoi componenti non cade nell'errore di lasciarsi dietro tracce. Come quelle trovate indosso alla brigatista catturata e al suo compagno morto. Numeri di telefono, chiose in codice, in ogni modo un lungo filo che, per il momento, non ha portato a quello che si aspettano gli inquirenti: l'incontro con altri brigatisti o, almeno, la scoperta di basi. "Ma come si fa a scoprirlo, un covo?", si chiedeva ieri Francesco Fleury, procuratore aggiunto di Firenze. "C'è un unico sistema: avere qualcuno che ti ci porta, che racconta i segreti dall'interno, insomma, con un infiltrato". Anche se è sottinteso, lui il nome di Patrizio Peci non lo fa, ma risale ancora più indietro, parla di Frate Mitra, il primo infiltrato. E non spiega perché, oggi, nessuno abbia pensato a un nuovo Frate Mitra. E sottolinea: "A un certo punto si deve calare il riserbo". Tutto questo, e anche altro, si porta dietro quella rivendicazione molto privata di un molto privato delirio.
Vincenzo Tessandori

"Il Messaggero"
"In via Salaria una donna dai fianchi larghi"
I ricordi di un teste sull'agguato di Roma. Al Ris di Parma i test del Dna
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - Non è facile riconoscere Nadia Desdemona Lioce nelle foto di questi giorni: è più rotonda di quattro anni fa, ha i capelli rossi e lisci, è invecchiata. Eppure uno dei testimoni del delitto del professor Massimo D'Antona sembra avere ricordato nei suoi tratti somatici la donna vista nei giorni precedenti l'omicidio. Il racconto era stato raccolto dalla Digos e dal pubblico ministero Federico De Siervo che, all'epoca seguiva le indagini insieme con il collega Franco Ionta. Il teste, che abita nei pressi di via Salaria dove fu messo a segno l'attentato al giuslavorista il 20 maggio del '99, aveva riferito di avere notato, sempre a tarda sera e per tre volte nel mese precedente all'agguato, tre persone - due uomini e una donna - che percorrevano sistematicamente un tratto di via Adda, arrivavano all'angolo con via Salaria, raggiungevano il posto dove D'Antona fu ucciso e ritornavano a piedi in via Adda fino all'altezza dell'Hotel Albani. Nel verbale viene descritta una donna dai fianchi larghi, "con un gran sedere" che stava sempre al centro, tra i due uomini.
Dopo l'omicidio, sempre lo stesso testimone ricordò quegli strani movimenti che aveva avuto modo di notare la sera tardi rientrando dal suo turno di lavoro e sospettò che si trattasse delle prove che i terroristi avrebbero fatto nel corso della preparazione dell'attentato. Dei sopralluoghi per preparare l'agguato.
In queste ore gli uomini della Digos stanno riascoltando tutti coloro che negli ultimi anni hanno dato un contributo all'inchiesta. Stanno cercando riscontri nei ricordi di chi quella mattina ha visto il momento in cui il commando è entrato in azione. Il sospetto è che Desdemona Lioce, pur facendo parte del gruppo omicida e partecipando attivamente alla preparazione, non sia stata tra coloro che eseguirono materialmente il delitto. Per questa ragione, al momento, la Procura di Roma continua a contestarle solo il reato di associazione sovversiva e banda armata, in attesa di raccogliere altri elementi che permettano l'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di omicidio. Magari anche i risultati di quei test del Dna che sono stati affidati alla scientifica e ai carabinieri del Ris di Parma.
Gli investigatori stanno anche rianalizzando la posizione di tutti coloro che finirono nell'inchiesta subito dopo l'agguato. Un fascicolo aperto dal Sisde su un "volontario" che prestava servizio in carcere è di nuovo al centro di indagini, a conferma che l'intelligence crede esistano forti collegamenti tra gli irriducibili che si trovano dietro le sbarre e i latitanti br che "operano" nella capitale.
Esiste anche una possibile saldatura tra il terrorismo interno e l'eversione islamica. Il ministro Giuseppe Pisanu lo aveva dichiarato durante l'audizione alla Camera, qualche settimana fa, lanciando l'allarme sulla possibilità "che nel clima generale prodotto da una guerra, gruppi eversivi di diversa origine e cultura", potessero convergere spontaneamente "nel segno della comune avversione alla Nato, agli Usa e ad Israele o addirittura concordino le loro azioni, secondo la vecchia idea del "marciare divisi per colpire uniti"". Il documento consegnato dalla Lioce ai giudici romani non fa altro che confermare questa tesi nella parte in cui la donna si dice solidale con la massa araba. Ma c'è di più, ed è un'indagine seguita dai carabinieri e sviluppatasi nell'ambito dell'inchiesta che ha portato all'arresto di alcuni maghrebini che nascondevano ferricianuro nell'abitazione e frequentavano una moschea nella zona della stazione Termini. Durante pedinamenti e intercettazioni, i militari notarono che, in più occasioni, qualche componente dello stesso gruppo fondamentalista si incontrava con un brigatista rosso. Un ex detenuto, recuperato dal carcere e impegnato nel volontariato che si occupa di assistenza agli immigrati.

"Il Corriere della sera"
Attilio Baccioli, 69 anni, di Grosseto, baby pensionato come insegnante di filosofia. E' stato il legale di centinaia di detenuti: nei periodi caldi girava l'Italia dormendo nei treni
Dal caso Moro a Desdemona, l'avvocato che difende gratis i brigatisti
DAL NOSTRO INVIATO
FIRENZE - Ai suoi compagni di partita, a Grosseto, probabilmente appare solo un pensionato come tanti che gioca a briscola al dopolavoro e che non parla mai di politica. E anche ieri mattina, mentre usciva dal portone dal carcere di Sollicciano, pareva solo un vecchio acciaccato dai suoi 69 anni e dai postumi di un incidente, che si reggeva su un bastone e leggeva con mano tremante un mucchietto di fogli spiegazzati e scritti a mano. Soltanto che quei fogli erano il "proclama politico" della brigatista Nadia Desdemona Lioce e lui è l'avvocato Attilio Baccioli. Uno che, a metà degli anni '80, è arrivato a difendere 140 militanti delle Brigate Rosse: per star dietro a tutti i processi passava le notti in treno e di giorno si presentava freschissimo nelle Corti d'Assise. Nel carcere di Voghera c'è stato un momento in cui assisteva 40 detenute donne: quando andava per i colloqui ne usciva a notte fonda, esausto.
Anche ieri Baccioli è rientrato nel suo studio, nel quale spesso dorme, ed era spossato. "E' stata dura. Oggi ero molto stanco, ma ho voluto comunque essere presente all'autopsia di Mario Galesi. E' morto anche lui e come tale merita rispetto. Lo sa che nessuno ha chiesto di lui? D'altronde è normale, se qualcuno ci va finisce pedinato dalla polizia". Tanti anni fa - Baccioli è nato a Manciano (Grosseto) il 10 maggio del '33, è avvocato dal 1958 e Cassazionista dal '74 - probabilmente non credeva che avrebbe vissuto una vita così. Sposato (ma si separerà quasi subito), difendeva qualche cliente, ma era soprattutto un insegnante di filosofia e pedagogia alle magistrali di Grosseto. Poi, con il '68 è cambiato tutto. Così, raggiunta l'anzianità minima, Baccioli è diventato uno dei tanti baby pensionati dell'epoca e ha indossato la toga sul serio.
"In quel periodo ero vicino ai maoisti e ai marxisti-leninisti" racconta. Nessun feeling invece con il Pci ("mai stato iscritto") e l'unico partito di cui fa parte è il Pdup. "Sono gli anni della contestazione e comincio a difendere ragazzi e operai che occupano università e fabbriche". Difende personaggi come Moretti, Gallinari, Vallanzasca, Cutolo, Giorgieri e Vendetti. Non prova imbarazzi a difendere brigatisti: "Non posso né condividere le idee delle Br, perché altrimenti entrerei a farne parte, né posso pubblicamente e in modo attivo sostenere idee diverse". Se c'è da correre il rischio di essere associato ai brigatisti, lo corre volentieri: "Anche se la cosa in passato mi ha creato qualche problemino".
Ne ha fatti tanti di "processi politici" e le sue non sono state "difese tecniche": "Non lo sono mai, figuriamoci nei processi politici. E' sempre stato così anche ai tempi di Socrate e Giovanna D'Arco. Certo, si dibatteva sul fatto che fosse o meno una strega, ma si parlava d'altro. Qui sono in gioco valori". Per cinque anni è andato avanti e indietro da Parigi, dove ha difeso un terrorista arabo e diversi militanti di Action Directe. Nel tempo libero ne approfittava per dare un'occhiata alle statue greche esposte al Louvre. A metà degli anni '90 il lavoro è cominciato a calare: "E la maggior parte dei brigatisti li ho difesi gratis".
E' rimasto il tempo per rileggersi i classici, da Socrate alla Rivoluzione francese. "Bisogna vedere le cose in una prospettiva più ampia. Nei processi politici nove volte su dieci la storia ha dato ragione ai condannati. Pensiamo ai martiri cristiani. Io credo che i valori portati avanti da chi fa la lotta armata siano apprezzabili". E delle vittime? "Già, le vittime sono un problema, tutte le vittime, anche i brigatisti. Però anche piangere troppo è sbagliato: mi sembra esagerato questo lacrimismo facile".

"Il Resto del Carlino"
"Omissioni nelle indagini
C'è anche l'ombra dei Servizi"
"C'è sempre stata un'attività delle Br in Toscana e si può senz'altro parlare di omissioni nelle indagini". Sono le parole di Sergio Flamini, parlamentare del Pci dal '68 al '87, componente per anni della commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro e autore di alcuni volumi sull'argomento, come "La tela del ragno", "Il covo di Stato" e "Convergenze parallele".
Flamini, perché parla di omissioni?
"Perché non si è indagato abbastanza sul comitato regionale toscano delle Br che, come si seppe in seguito, sospese le sue attività per dare appoggio al Comitato esecutivo che si occupava del rapimento Moro e che come noto si era trasferito a Firenze. E probabilmente perché dava fastidio indagare sull'appartamento fiorentino affittato dai Servizi dove si tentò una trattativa per il rilascio di Moro. Inoltre ritengo che si è dato troppo credito al dissociato Morucci quando affermò che il fiorentino Giovanni Senzani entrò in gioco solo in un secondo momento".
Fu colpa dei Servizi quindi?
"Beh, c'è anche da dire che la procura di Firenze non poté mai concretamente occuparsi dell'inchiesta Moro; non c'è mai stato un vero coordinamento nelle indagini".
A che punto dell'inchiesta, secondo lei, ci sono stati i ritardi più gravi?
"Per esempio dopo che nel '84 Morucci e la Faranda confermarono al giudice Imposimato che tutti e nove i comunicati diffusi durante il sequestro di Moro erano stati ciclostilati nelle vicinanze di Firenze".
Si riferisce a Igor Markevic e alla suggestione del "grande vecchio"?
"Al contrario, penso che proprio l'indagine su Markevic sia stata uno dei tanti depistagli".
Cosa pensa di queste nuove Br?
"Certamente stavano preparando qualcosa e certamente sono gli eredi diretti degli irriducibili della vecchia generazione. Anche se il linguaggio è maturato e si è arricchito di terminologie tecniche per esempio sull'argomento del lavoro, certe parole d'ordine sono le stesse che si ritrovano nei primi documenti di Renato Curcio del '75. Penso però che la pozzanghera si sia prosciugata e che questi pesci non abbiano sufficiente acqua per nuotare. Direi poi che anche questa volta le Br hanno scelto un preciso periodo storico per le loro azioni. L'attenzione ora è tutta sulla crisi internazionale e non a caso Desdemona Lioce ha fatto riferimento all'Islam".
Come giudica l'ipotesi di istituire una superprocura antiterrorismo?
"Penso che nonostante il ritardo accumulato sia oggi indispensabile, vuoi intesa come superprocura specificamente dedicata, vuoi come ampliamento delle competenze di quella antimafia".
Gigi Mazzini

"Il Resto del Carlino"
Ministero, caccia alla talpa
"Qui è un porto di mare"
ROMA - Lo chiamano ministero, ma è un porto di mare. Migliaia di dipendenti con contratti diversi, visitatori, sindacalisti, operai per eterni restauri e adattamenti. E soprattutto quattro sedi. Chi parla di "ministero del Welfare" o di "ministero del Lavoro" pensa a via Flavia. Ma via Flavia, la sede storica, è quasi smantellata. Il ministro sta nella sede di rappresentanza, in via Veneto. I ministeriali che non hanno ancora abbandonato gli uffici di un tempo, sono divisi tra vicolo D'Aste e, specialmente, via Fornovo. Ed è proprio qui, oltretevere, che avvengono le riunioni. Qui si parla, anzi si sussurra, della 'talpa'.
Blindato fuori casa
E' la vicenda del superconsulente Michele Tiraboschi a tenere banco. Avrebbe dovuto essere lunedì ad Arezzo, al Viminale sospettano che l'obiettivo delle Br fosse proprio lui che adesso vive blindato fuori Bologna: "Cos'è successo? - dice al telefono - non c'è bisogno di tante parole. Io ho ereditato il lavoro di Marco Biagi. E' superfluo ricordare com'è finito lui, e prima di lui D'Antona".
Chi ha informato i terroristi? Discuterne al telefono è una chimera. Bisogna andare a trovare qualche amico, poi l'amico dell'amico. "Ma figurati...". Poi, alla fine: "E'possibile". Possibile? Ed esce la descrizione di una situazione assolutamente fuori controllo: "Qui ognuno fa solo quello che vuole. E' pieno di sindacalisti che parlano solo di diritti, diritti, diritti...". Poi un sospiro: "Negli anni ciascuno ha messo i suoi uomini. Ci sono ancora vecchi dc,poi i ds e poi i nuovi arrivati. Ci conosciamo a stento: entrano gli operai, entrano gli invitati al giro eterno delle riunioni, entrano i visitatori". Ma basta questo ad accreditare l'ipotesi della talpa? "Ci sono molti furti...".
Ma la talpa è un'altra cosa. I lavoratori più sindacalizzati, superato l'imbarazzo, sposano la reazione sdegnata. E' la via più facile. In via Fornovo ancora si ricorda la lettera che Maroni scrisse a tutta la scala gerarchica, dal capodipartimento all'ultimo impiegato, dopo l'omicidio Biagi, quando l'eventualità troneggiava su tutti i giornali: "Respingo con indignazione e fermezza", "provocatorie illazioni", "immutata solidarietà ai lavoratori tutti".
Parlare della 'talpa' diventa quasi un gioco: si dice, e poi si attenua la dichiarazione, e alla fine si smentisce. Accadde a Bassolino, il primo a parlarne, e poi a smussare, dopo l'omicidio D'Antona. Disse una cosa quasi ovvia: dall'analisi del linguaggio si evinceva la mano di qualcuno a stretto contatto con le cose di cui parlava. Seguì un polverone che costrinse il ministro al dietrofront. Neanche gli inquirenti gli dettero una mano: pochi giorni dopo l'assassinio convocarono chi sui giornali aveva accennato alla 'talpa'. Il risultato? Qualche magistrato anonimo lanciò messaggi in controtendenza: "Ma ci siamo dimenticati che i brigatisti sono degli studiosi sempre documentati sulla vittime?". Certo è che, ai tempi di D'Antona, nel ministero si prese la palla al balzo.
Allora non si parlava di movimenti, di no global, ma accusare i sindacati era sempre pericoloso.
Ritagli di giornale
E anche ad alto livello gli intervento politici divennero prudenti fino allo scrupolo. Dopo l'assassinio di Biagi, Fini disse: "La talpa? E' una ipotesi". Tanto è bastato per spostare il tiro. La 'talpa' è diventata un'invenzione giornalistica. In fondo, i terroristi di Arezzo viaggiavano con ritagli del Sole 24ore, ciò che scrivono nei documenti possono sempre copiarlo. E le certezze sugli spostamenti: "Ah, questo è un altro discorso". Cioè? E viene fuori l'ipotesi di una 'talpina': magari il basista è un usciere, un autista, un archivista, un operaio, un impiegato di basso profilo. Come dire: la 'talpa', quella vera, non c'è.
di Paolo Berardengo

Visto da Arezzo, dove stamani si sono tenuti i funerali di Emanuele Petri, l'isolamento del terrorismo e' apparso un fatto compiuto e non solo quell'auspicio espresso negli anni e nei giorni recenti dalle massime autorita' dello Stato nei loro appelli all'unita' del Paese.
Le piu' alte cariche dello Stato, uomini del governo di centrodestra ed esponenti politici del centrosinistra, uniti a migliaia di persone comuni che hanno affollato la grande cattedrale di Arezzo e la piazza antistante, si sono uniti attorno alla bara del soprintendente di polizia, rimasto ucciso, domenica scorsa, sul treno Roma-Firenze, nel corso di un controllo di routine che ha portato alla scoperta di due esponenti delle nuove Br, ritenuti di grande importanza nelle indagini dei delitti di D'Antona e Biagi.
In prima fila la moglie di Petri, la signora Alma con appuntata sul petto la medaglia d' Oro al Valor Civile consegnatale dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; il figlio Angelo, il giovane carabiniere Roberto Genisello, sulla sedia a rotelle, al quale il poliziotto ucciso dedicava molto del suo tempo libero. Sulla panca a fianco il presidente della Repubblica, la signora Franca, il presidente del Senato Marcello Pera, della Camera Pier Ferdinando Casini, il vice presidente del Consiglio Gianfranco Fini, il presidente della Corte Costituzionale Riccardo Chieppa.
Seduti dietro il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Virginio Rognoni, il presidente della Regione Toscana Claudio Martini ed il presidente del Consiglio regionale Riccardo Nencini. E ancora il capo della polizia Gianni Di Gennaro, il comandante generale dei carabinieri Guido Bellini e della Guardia di finanza Alberto Zignani. Piu' in la' il presidente dei Ds Massimo D'Alema, il capo dei senatori della Quercia, Gavino Angius, il presidente dei senatori della Margherita Willer Bordon e Rosy Bindy.
Tra la folla nella cattedrale anche il sottosegretario al Welfare Maria Grazia Sestini, indicata, in un primo momento, come possibile obiettivo della spedizione di Desdemona Lioce e Mario Galesi; Alemanno e il sottosegretario Tortoli, che nei giorni scorsi e' stato al centro di polemiche per dichiarazioni da lui stessi, poi, giudicate eccessive.
Il brusio della politica ha lasciato il posto al raccoglimento dando sostanza immediata all'invito del vescovo di Arezzo, Gualtiero Bassetti che nell'omelia ha chiamato ad una "unita' non di facciata". "Il Paese - ha detto il vescovo - chiede che ogni forza politica e ogni movimento e associazione riscopra la forza unificante e vivificante dei valori democratici condivisi, veri pilastri della convivenza civile".
Il senso di riconoscenza verso Petri, espresso dalla presenza di autorita', di politici di vari schieramenti, espresso dagli striscioni, dai tanti gonfaloni e dalle migliaia di volti di gente comune, e' sembrato esso stesso testimoniare che quei valori sono condivisi. Gli stessi applausi riservati dalla folla al presidente Ciampi all'uscita dalla cattedrale e all'uscita dalla prefettura, dove si e' recato per insignire della Medaglia d'Oro al Valor Civile Giovanni Di Fronzo, l'unico agente rimasto illeso nella sparatoria di domenica, hanno dato il senso dell'unita' del Paese nell'isolare il terrorismo.
Moltissimi i giovani che hanno affollato la cattedrale e la piazza chiedendo un giorno di dispensa dalle lezioni. "Siamo qui perche' sentiamo di dovergli qualcosa", ha detto un ragazzo dello scientifico. "Non lo conoscevo ma sono venuta lo stesso perche' gli sono grata", ha detto un'anziana signora. Tanti gli striscioni: "Emanuele sarai sempre con noi" era scritto su quello del gruppo motociclisti Avis, "Fabio e Marco", fondato da Petri, E quello dei colleghi della Polfer di Bologna con un semplice "Ciao".
Diversa l'atmosfera che circonda la salma di Mario Galesi, conservata nella cella frigorifero della Misericordia di Arezzo, ancora non richiesta da alcun parente. Se entro la fine del mese nessuno dei parenti si occupera' della salma del terrorista morto sara' il comune di Arezzo a sostenere le spese del funerale e della sepoltura.

(dell' inviato Claudio Sebastiani).
Addio 'gigante buono' dicono a Emanuele gli amici del figlio Angelo. Addio uomo che 'hai vinto per tutti noi', che hai 'fermato il fiume sommerso di odio che solca la nostra terra' ricorda il parroco don Aldo.
Ma quello di oggi pomeriggio non e' un addio perche' Tuoro sul Trasimeno non dimentichera' mai Emanuele Petri. Quindi 'Ciao Lele, per sempre con noi' gridano i suoi concittadini con un grande striscione fuori dalla chiesa.
Il piccolo paese umbro ha salutato per sempre Emanuele Petri. Lo ha fatto con una cerimonia intima e solenne. Cosi' come voleva la famiglia del sovrintendente ucciso domenica mattina, cosi' come voleva tutta la comunita'. Un funerale che nella piccola chiesa di S. Maria Maddalena ha unito gli amici, i colleghi di Lele, la gente di Tuoro e quella dei paesi vicini, al ministro dell' interno Giuseppe Pisanu, al capo della polizia Gianni De Gennaro, qui con le mogli, al comandante dei carabinieri Guido Bellini. Che ha messo insieme tanti gonfaloni, della Regione, dell' Avis, dell' Aido, dei Comuni.
Davanti a tutti la bara di Emanuele, avvolta nel tricolore con sopra la sua sciabola. Ai suoi piedi un cuscino a forma di cuore di rose rosse voluto dalla vedova. E sui primi banchi c' e' proprio lei, Alma, che porta orgogliosa la medaglia d' oro al valor civile. Ha il volto impietrito. Lo stesso del resto della famiglia che le e' vicina. Solo verso la fine della cerimonia la donna si lascia andare per un attimo e appoggia la testa sulla spalla del figlio Angelo al quale stringe la mano con tenerezza.
Il loro e' un dolore composto, come quello di tutto il paese. La gente e' ancora stordita, ma nessuno ha voluto mancare a questo appuntamento. Cosi' prima fa ala al passaggio del feretro (lo stesso accade lungo la strada che collega Arezzo a Tuoro), poi si ritrova nella piccola chiesa, vicino all' impianto di amplificazione che diffonde all' esterno la messa e davanti al maxischermo allestito in piazza per far partecipare tutti al rito. E fuori, con gli amici che gli fanno scudo, rimane Roberto, l' ex carabiniere costretto su una sedia a rotelle che tanto Lele aveva aiutato.
"La gente e' questa - sottolinea Olga D' Antona dopo avere reso omaggio al feretro - la gente che lavora e non vuole certo la rivoluzione".
Comincia la messa e don Aldo, il parroco di Tuoro, ricorda quel fratello tornato a casa dopo troppi giorni, con una medaglia alla memoria. "L' Italia, l' Umbria, Tuoro - sottolinea il sacerdote - piangono il figlio, l' uomo che ha vinto per tutti noi e ha allontanato l' avanzare di un progetto di odio. Un fiume sommerso che solca la nostra terra, che si ferma davanti all' eroismo". Don Aldo sottolinea che Lele ha dato speranza ai giovani. Poi legge un passo di una lettera scritta dagli amici del figlio del sovrintendente della polfer: "E ora gigante buono sei salito su quel treno che per quanto lontana e' la sua destinazione non riuscira' a portarti via".
Anche l' arcivescovo Giuseppe Chiaretti, che presiede il rito, sottolinea come la morte di Petri abbia portato alla "scoperta forse decisiva di una nuova metastasi del terrorismo italiano che ha ripreso ad operare nel corpo sociale". "Ci ritroviamo insieme - sottolinea ancora - ad esprimere nella preghiera la nostra comune sofferenza, ma anche la nostra gratitudine ad un uomo che senza clamori e con discrezione aveva fatto della solidarieta' un suo personale contrassegno".
Poi le letture, la prima lettera di San Giovanni Apostolo, il Vangelo secondo Matteo. Quindi le invocazioni: "preghiamo - dice un parrocchiano - perche' i politici comprendano che come Emanuele devono mettere a disposizione degli altri il loro potere".
Alla fine del rito e' il sindaco Rodolfo Pacini a prendere la parola. "E' insopportabile - afferma - vivere sulla propria pelle certe tragedie". Il sindaco parla di una comunita' ora piu' consapevole dei valori che devono unirla. Ringrazia la vedova per la "grandissima dignita' dimostrata". "Angelo - dice al figlio di Lele - chi ti sorreggera' adesso? Ci saranno le istituzioni, ma soprattutto ci sara' per tutta la vita l' orgoglio e il privilegio di avere avuto Emanuele come padre". Grazie".
Con la voce rotta dall' emozione parla un collega della polfer. "Sono sicuro che da lassu' - afferma - ci sta dicendo qualcosa per non farci soffrire. Se avevi una possibilita' di scelta su come andartene sono certo che avresti voluto farlo cosi' da eroe". L' agente dice "arrivederci in Paradiso" al collega. Ricorda gli appellativi con i quali tutti chiamavano Emanuele: "generale, per il vanto che avevi delle tue medaglie, Schwarzkopf, per il tuo senso di condottiero".
Suona il silenzio e in pochi trattengono le lacrime. La bara esce dalla chiesa tra gli applausi. 'Addio gigante buono' ripete la gente di Tuoro mentre sventola ancora quell' ultimo saluto: "Ciao Lele, per sempre con noi".

"E' chiaro che dopo un evento come quello dell'uccisione del poliziotto ritorna il discorso sul terrorismo, anche se per me non si tratta, di per se', di un atto terroristico, non e' un attentato. Non per minimizzare il fatto, ma e', in qualche modo un incidente. Non si puo' parlare quindi di terrorismo: non e' un'azione politica pensata e progettata e, come tale, mi auguro che non ci sia nessun ritorno del terrorismo". Lo ha sostenuto l'ex brigatista Alberto Franceschini ai microfoni dell'emittente radiofonica nazionale RTL 102,5, parlando della sparatoria avvenuta domenica scorsa sul treno Roma-Firenze.
Franceschini crede che la differenza tra il terrorismo degli anni '70 e gli eventi di oggi "sia evidente. Soprattutto le condizioni storiche di allora - ha spiegato l'ex brigatista - sono diverse rispetto a quelle attuali, talmente diverse che, almeno dal mio punto di vista, sembra folle pensare ad un progetto di lotta armata in una situazione come quella odierna". Secondo Franceschini "il terrorismo si puo' fermare cercando di perseguire una politica che non sia di scontro dal punto di vista della democrazia e sotto il profilo istituzionale. Piuttosto - ha proseguito - e' necessaria un apolitica di convivenza, ed e' inoltre opportuno fuggire da qualunque idea di strumentalizzare il terrorismo come invece e' accaduto negli anni '70. Deve essere chiaro a chiunque che le azioni terroristiche non possono essere pensate come un'opportunita' per costruire un mondo migliore".
A proposito del suo passato di brigatista, Franceschini ha detto che degli anni '70 "non mi sono rimasti che vaghi ricordi. Sono passati trent'anni ma e' come se fosse trascorso un secolo. Quando si ripetono eventi come quello dell'uccisione del poliziotto - ha concluso - nella mia mente e' come se fantasmi e spettri del passato emergessero dal nulla".

"Noi siamo una realta' che opera democraticamente e conduce le sue battaglie politiche, sociali e culturali alla luce del sole e da sempre respingiamo ogni pratica di terrorismo che riteniamo assolutamente inaccettabile": e' quanto si legge in una nota diffusa dal Centro Sociale "Intifada" di Roma che ritiene di essere stato accostato ingiustamente alle vicende dei BR Lioce e Galesi, perche' in alcuni resoconti di cronaca si ricordava che nei pressi del centro sociale venne rubato uno dei due furgoni utilizzati nell' attentato a D'Antona.
Il centro sociale - si legge ancora nel documento di 'Intifada' - da anni ed anni opera per "il risanamento ambientale, la riqualificazione culturale del territorio, il diritto al lavoro e al reddito per i disoccupati, la pace, contro ogni guerra". "Partecipiamo - aggiunge la nota - a quel vasto e articolato movimento che si esprime pubblicamente, nelle piazze, per la pace e per l' uguaglianza e su questo abbiamo collaborato con deputati e giornalisti nonche' con l' organizzazione Emergency".

"Il testo scritto di Desdemona Lioce e' il primo nella storia delle br ad essere cosi' esplicito: pare invitare i combattenti islamici a considerare la possibilita' di un alleanza tattica antimperialista". Commenta cosi' l'avv. Sandro Clementi il documento scritto in carcere dalla brigatista arrestata per la sparatoria sul treno Roma-Firenze.
Clementi e' il legale che, insieme al collega Attilio Baccioli (che ora rappresenta anche la Lioce) difende Cesare Di Lenardo, Ario Pizzarelli, Stefano Minguzzi e Francesco Aiosa, i quattro irriducibili appartenenti alle Br-Pcc. Non ha letto il documento, ne ha conosciuto parte del contenuto dai giornali ma, intanto spiega che "nel testo c'e' probabilmente un richiamo a un terreno comune di lotta con le masse islamiche: la lotta contro l'imperialismo".
Difficile capire se si tratta di una nuova strategia, secondo Clementi che ricorda che, in passato, le brigate rosse "avevano avuto collegamenti con organizzazioni straniere di stampo marxista o analogo, non solo europee, ma anche mediorientali e latino-americane". Nei documenti di rivendicazione degli omicidi di D'Antona e Biagi erano emersi numerosi passaggi che lasciavano intendere, prima un interessamento alla causa islamica, poi una attenzione sempre piu' concreta a cio' che ora gli islamici stanno portando avanti (lotta all'imperialismo in generale), nonostante siano innegabili le diversita' ideologiche. "Ma ora la Lioce sembrerebbe essersi spinta oltre", riconosce il legale.
La situazione non e' chiara e l'avv.Clementi fa notare che comunque "ci sono divergenze tra l'ideologia delle br e quella dell'Islam. L'anticapitalismo non e' un elemento comune, l' antimperialismo puo' esserlo". Diversi anche gli obiettivi: "Le brigate rosse puntano a una rivoluzione che porti ad una societa' comunista, mentre gli islamici mirano ad una societa' teologica". Il legale comunque esclude che l'invito lanciato da Desdemona Lioce "sia il risultato di contatti diretti tra br ed islamici".
E questa tesi il legale la sostiene anche sui risvolti, trapelati dagli ambienti giudiziari, del presunto rapimento di Abu Omar, l'egiziano di 40 anni scomparso dallo scorso 17 febbraio. Da quel che si e' saputo, un ex detenuto per fatti di br, uscito dal carcere circa un mese fa, avrebbe chiesto proprio ad Abu Omar di poter incontrare l'imam della moschea di viale Jenner a Milano. Il motivo: cercare di aiutare e perorare la causa di Nabil Benattia, uno degli islamici arrestati e sotto processo con l'accusa di far parte di una presunta cellula vicina ad Al Qaeda. "Non credo che nelle carceri ci possano essere contatti diretti tra brigatisti e presunti terroristi islamici perche' generalmente sono tutti in isolamento - afferma l'avv. Clementi - Forse qualche contatto, ma di striscio, puo' avvenire quando ci sono i trasferimenti da una citta' all'altra per gli interrogatori o per determinati processi". Ma allora perche' quell'interessamento? "Forse perche' l'ex br ha avuto sue notizie indirette e, a titolo personale, ritiene non c'entri nulla con il terrorismo. Escludo che un brigatista, dopo aver espiato la pena, esca dal carcere e nel giro di una ventina di giorni ritorni ad essere militante e sia pronto a cercare contatti con gli islamici".

Il gip di Arezzo ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti della brigatista Nadia Desdemona Lioce per la sparatoria di domenica scorsa sul treno Roma-Firenze. Lo ha detto il legale della donna, l'avvocato Attilio Baccioli, spiegando che ieri sera gli e' stata comunicata la notifica del provvedimento. Il difensore ha spiegato che i reati contestati sono gli stessi per i quali era stato convalidato l'arresto: omicidio e tentato omicidio con finalita' di terrorismo e banda armata. Nella sparatoria sul treno e' rimasto ucciso il sovrintendente di polizia Emanuele Petri ed e' stato ferito un suo collega, Bruno Fortunato. In seguito al conflitto a fuoco e' morto anche il brigatista Mario Galesi. Insieme alla misura cautelare il gip di Arezzo ha emesso un provvedimento con cui si trasmette il fascicolo relativo alla sparatoria di domenica alla procura di Firenze, competente a procedere in quanto i reati contestati alla Lioce sono aggravati dalla finalita' di terrorismo. La procura chiedera' ora al gip fiorentino la conferma della misura cautelare. E solo dopo questo atto - e il relativo interrogatorio di garanzia - i pm fiorentini potranno sentire la donna.
 
 
 

 

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