Almanacco dei misteri d' Italia

 
La sparatoria sul treno (2 marzo 2003)
notizie del 7 marzo
 
7 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
L'esperto: ha radici profonde l'appello della terrorista arrestata sul treno all'alleanza con le masse palestinesi e islamiche. La prima a rifarsi a quel modello fu Mara Cagol, la compagna di Curcio
Da Moretti alla Lioce, il fronte arabo delle Br
Armi e attentati, trent'anni di contatti. Il giudice che indagò Arafat: un mito che resiste
"Gli elementi raccolti dal magistrato non hanno l'idoneità a creare l'apprezzabile "fumus" di colpevolezza per una partecipazione di Yasser Arafat ad una presunta collaborazione tra l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e le Brigate rosse...". Nel 1990 il processo finì così, assoluzione per insufficienza di prove. E per l'Italia il capo dell'Olp tornò ad essere soltanto un discusso leader politico e non un imputato. Carlo Mastelloni, un giudice di Venezia, aveva chiesto un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti: lo riteneva coinvolto nella fornitura di un carico di armi che l'Olp consegnò "gratuitamente" alle Brigate rosse nel 1979.
Una vicenda oscura, mai chiarita. Simbolo della fascinazione delle vecchie Brigate rosse per la causa palestinese. Mastelloni della bontà di quell'inchiesta è convinto ancora oggi: "Gli incontri di Mario Moretti a Parigi con i dissidenti dell'Olp testimoniavano l'ambizione delle Br. Cercavano non solo armi, ma anche un riconoscimento internazionale. E lo cercarono tra i palestinesi, che nel loro immaginario hanno sempre avuto una funzione di mito".
Una fascinazione rimasta intatta nel tempo. Nel 2003, Mario Galesi che confida a Nadia Lioce di volere una sepoltura con la kefiah al collo. Nel 1973, Mara Cagol, la compagna di Renato Curcio uccisa in un conflitto a fuoco nel 1975, che diceva di ispirarsi a Leila Khaled, la giovane palestinese specializzata in dirottamenti aerei che all'inizio degli anni Settanta divenne una specie di icona della lotta armata.
Ma l'influsso del "mito" palestinese portò anche ad atti più concreti. Negli anni di piombo, molti dei capi Br la pensavano esattamente come Nadia Lioce, che martedì, dal carcere di Arezzo, ha definito la "resistenza palestinese" come "il punto di riferimento di tutte le masse arabe e islamiche umiliate dall'imperialismo, che nel complesso costituiscono il naturale alleato del proletariato metropolitano dei Paesi europei".
Quel "naturale alleato" venne cercato, blandito, divenne una chimera, sempre sfiorata, mai completamente abbracciata. La storia dei contatti tra Brigate rosse e terrorismo palestinese passa attraverso tentativi goffi, piccoli tradimenti, sospetti reciproci. Una vicenda piccola, nell'enormità di quegli anni, ricostruita attraverso le testimonianze dei pentiti. E così riassunta dalla Commissione parlamentare di maggioranza sul caso Moro: "Risulta che sia le Br, sia Prima Linea hanno stabilito rapporti non occasionali con gruppi minoritari ed estremisti della resistenza palestinese dai quali, o tramite i quali, hanno ricevuto forniture di armi, che dopo l'assassinio di Aldo Moro determinarono un salto qualitativo nell'armamento delle maggiori organizzazioni terroristiche".
Mario Moretti, capo delle Brigate rosse, nel 1979 girò per il Mediterraneo a bordo del "Papago" trasportando 150 mitra Sterling, due mitragliatrici, sei quintali di esplosivo al plastico. Armi destinate alle Brigate rosse, che si occuparono del trasporto, ma anche all'Ira e all'Eta. I fornitori, secondo il racconto del pentito Sandro Galletta: "Si trattava di una frazione dell'Olp, dissidente, ovvero minoritaria". Un pentito storico delle Br, Antonio Savasta, racconta che i palestinesi, colpiti dall'efficienza dimostrata dalle Br, offrirono il loro appoggio in cambio dell'impegno dei terroristi italiani a colpire obiettivi israeliani e Nato. "Una volta ottenute le armi - scrive la Commissione -, le Br cancellarono dai loro programmi le azioni promesse ai palestinesi, secondo Savasta per la difficoltà politica di conciliarle con la strategia dell'organizzazione, tutta incentrata sulla vicenda italiana". Gli interlocutori palestinesi non la presero bene, e i rapporti con gli "inaffidabili" italiani si raffreddarono.
Gli ultimi colpi di coda delle "vecchie" Brigate rosse riportano in primo piano i rapporti con gli estremisti palestinesi. Il documento di rivendicazione dell'omicidio (luglio 1984) del diplomatico americano Leamon Ray Hunt, responsabile delle forze militari Nato nel Sinai, viene firmato dalle Brigate rosse-Partito comunista combattente, e dalla Farl (Frazione Armata Rivoluzionaria Libanese), organizzazione legata al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. Un delitto rimasto senza colpevoli. E senza spiegazioni, ad iniziare da quella rivendicazione congiunta.
La storia del Pcc sembra finire nel 1989, quando la polizia smantella la sua ultima cellula. Nove arresti, otto italiani e un giordano, Khalid Hassan Thamer Birawi, militante del "Consiglio rivoluzionario" di Abu Nidal, all'epoca primula rossa dell'eversione internazionale, responsabile dell'attentato del 1982 alla sinagoga di Roma. Secondo gli esperti dell'antiterrorismo, era stata concordata un'alleanza politica per compiere un attentato a Roma. In quell'operazione finisce in manette anche Franco La Maestra, nome di battaglia "Cesare". Era lui che teneva i contatti con l'inviato di Abu Nidal. Oggi La Maestra è uno degli irriducibili Br, uno di quelli che dal carcere "ispirano" chi sta fuori. Fu lui a citare implicitamente la Lioce e Galesi in una intercettazione telefonica dopo il delitto D'Antona.
Anche Eli Carmon, israeliano, uno dei principali esperti di terrorismo internazionale è convinto che l'"appello" della Lioce non sia estemporaneo, ma abbia radici profonde: "Anche nel 1987-88, prima di essere spazzate via, le Br-Pcc, colpite dal successo della prima Intifada, scrissero documenti in cui auspicavano una collaborazione con i terroristi palestinesi".
Gli esperti italiani dell'antiterrorismo leggono le parole della Lioce confrontandole con il documento dei Nipr (Nuclei di Iniziativa Proletaria Rivoluzionaria), organizzazione che si ispira alle Br-Pcc, che rivendicava l'attentato del 10 aprile 2001 all'Istituto Affari Internazionali di Roma. Trenta pagine sulla situazione internazionale. Un'analisi dettagliata sul Medio Oriente, che esalta "il soggetto palestinese" come "un alleato naturale nella lotta all'imperialismo".
Sostiene Carmon: "Nelle loro risoluzioni, i terroristi italiani hanno sempre trascurato l'aspetto religioso della lotta palestinese, che è fondamentale. Esaltando invece lo sfondo ideologico, i deboli contro i forti". L'aspetto mitologico. Quello che diceva Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse: "I primi Br erano imbevuti dell'alone leggendario della Resistenza. Verso la metà degli anni Settanta i più giovani invece si ispirarono alla lotta dei palestinesi". Come Mario Galesi e Nadia Lioce, oggi.
Marco Imarisio

"Gazzetta di Modena"
Galesi pedinava Guidalberto Guidi
Riconosciuto da uomo della scorta
NEL MIRINO Il supermanager modenese
Mario Galesi pedinava Guidalberto Guidi. Il brigatista ucciso durante la sparatoria sul treno a Castel Fiorentino è stato riconosciuto da una delle guardie del corpo del manager modenese oggi vicepresidente di Confindustria.
La rivelazione è arrivata ieri da Repubblica come un fulmine a ciel sereno. Si era infatti discusso molto sui possibili bersagli delle Brigate Rosse proprio in vista della destinazione di Arezzo del treno sul quale viaggiavano Galesi e la Lioce.
Ora il riconoscimento getta nuova luce sui possibili obiettivi dei brigatisti.
L'agente di scorta avrebbe visto nella foto di Galesi la stessa persona che era stata notata più di una volta in via Veneto a Roma vicino alla residenza di Guidi.
Galesi sarebbe stato visto passeggiare in modo sospetto, proprio come durante un pedinamento. Un'ipotesi che indicherebbe quanto la struttura delle attuali Br sia più consistente di quanto si immaginava.
Secondo gli investigatori, le cosiddette Br-Pcc sarebbero insomma ben più forti e numerose di quanto si creda forse anche in conseguenza dei "successi" ottenuti dopo l'assassinio di D'Antona a Roma nel 1999.
Guidalberto Guidi, definito un "falco" dell'attuale dirigenza di Confindustria, è nato a Modena nel 1941. Laureato in giurisprudenza, è presidente e amministratore delegato di Finanziaria Generale Felsinea, consigliere d'amministrazione della Banca Popolare dell'Emilia Romagna e della Società Autostrade.
Pur continuando ad abitare a Modena e a mantenervi la residenza, vive a Roma in una foresteria in via Veneto messa a disposizione da Confindutria.
Il suo pendolarismo tra Modena, Bologna e Roma sarebbe stato oggetto di atttenzioni da parte di Galesi e altri brigatisti facendo di lui un posibile obiettivo, scrive Repubblica, come dimostra il fatto che "proprio a Modena conduce una delle utenze telefoniche trovate nei giacconi dei due brigatisti".

"Il Messaggero"
Secondo il Viminale i capi non sono più di dieci. L'ex sottosegretario Brutti: "L'organizzazione ha inglobato anche terroristi di altri gruppi"
Almeno 100 militanti, i covi al centro-nord
Dalla Capitale a Milano, i brigatisti possono contare su un numero consistente di "basi"
dal nostro inviato
RITA DI GIOVACCHINO
BOLOGNA - Da un lato ci sono decine di nomi in codice e numeri telefonici crittati, dall'altro le foto dei superlatitanti e gli identikit. Il frenetico lavoro di questi giorni, che coinvolge decine di investigatori a Roma, Firenze, Bologna e Modena punta a mettere uno accanto all'altro volti, nomi e numeri di telefono che si nascondono dietro la memoria dei computer palmari, il "covo" mobile delle nuove Br. Bisogna capire in fretta anche quanti sono gli "irregolari". La prima amara scoperta è che sono molti di più di quanto si pensasse. Finora il più allarmista era stato il diessino Massimo Brutti, ex sottosegretario agli Interni, che ipotizzava l'esistenza di almeno 50 Br-Pcc. Lo aveva smentito recentemente, l'attuale sottosegretario Mantovano, di An: "Non sono più di trenta". Ma Brutti ci ripensa: "Se ho sbagliato è stato per difetto, a conti fatti sono più di cento e sono convinto che a questo punto hanno inglobato nell'organizzazione anche altre formazioni come gli Nta, presenti nel nord-est, e gli Npr di Milano. Questi arresti ci consentono di intervenire e bloccare un processo di aggregazione molto pericoloso".
Vediamo. A Roma c'è certamente il quartier generale dell'organizzazione. Lo dicono gli analisti del Viminale e anche lo "spessore" politico del documento consegnato dalla Lioce ai magistrati: la brigatista mostra di essere un capo, fa sicuramente parte della Direzione strategica o Comitato esecutivo, comunque oggi si chiami. Non sono più di otto o dieci quelli che "comandano", attorno ruotano almeno una ventina di persone che hanno fatto parte degli Ncc. Ma, come scriveva dal carcere il Br Franco La Maestra "i raccordi sono cresciuti". I raccordi sono militanti radicati nel sociale: le realtà di fabbrica, la scuola, il sindacato. Gli inquirenti cercano una "base logistica" al Tiburtino, l'appartamento dove vivevano Lioce e Galesi, ma nella zona sud-est di Roma ci sono certamente altre abitazioni-covo.
A Firenze i covi potrebbero essere almeno due: lo si deduce dal fatto che i due brigatisti hanno trascorso lunghi periodi nel capoluogo toscano. Dopo la pubblicazione delle foto, i testimoni confermano di averli visti spesso all'Isolotto, la stessa zona dell'ufficio postale di via Torcicoda. Chi li ha ospitati? Forse la coppia che era con loro, armi in pugno mentre rapinavano 67 mila euro. Una donna alta, bionda, dall'aspetto nordico e forse mancina. L'uomo è di altezza media, calvo e con gli occhiali, vicino ai 50 anni. Alcuni testimoni li hanno visti seduti sulle panchine davanti alle Poste, la polizia ha in mano gli identikit e i loro nomi. Ma Lioce e Galesi potrebbero aver alloggiato anche a Campo di Marte, una frazione alla periferia di Firenze, per via dei biglietti di treno trovati nel borsone. Si cerca il covo anche lì. A Bologna, c'erano forse anche i due compagni di rapina. In questi giorni sono stati riascoltati tutti i testi di via Valdonica, che hanno confermato di aver visto sia Galesi che la Lioce. Per il momento non è stato ancora spiccato alcun mandato di cattura nei confronti della brigatista. C'è il sospetto che avverrà quando gli inquirenti saranno riusciti a dare un nome a tutti e otto, tanti erano presenti alla fase operativa dell'omicidio. Questo traguardo non sembra. Tra i killer potrebbero esserci anche terroristi degli Nta, i Nuclei territoriali armati: furono i primi a far trovare un volantino di rivendicazione del delitto Biagi. E il giusvalorista aveva chiesto la scorta dopo una consulenza alla Zanussi che aveva provocato un duro volantino siglato Nta, trovato in fabbrica. A Milano c'è ormai la certezza che una parte del vecchio nucleo degli Npr, i Nuclei proletari armati, siano stati inglobati nelle Br. Il gruppo era coinvolto nell'inchiesta Biagi per via dell'attentato a palazzo Marino seguito alla sua consulenza sul nuovo contratto di lavoro del Comune di Milano. Non è un caso, dicono gli analisti, che la rivendicazione della telefonata all'agenzia Ansa di Genova dopo la sparatoria sul treno sia partita da una cabina di piazza Corvetto.

"Il Messaggero"
Gli investigatori stanno cercando di rintracciare la persona che potrebbe aver dato alloggio alla terrorista prima dell'assassinio del professore
La Lioce ospitata a Modena: sorvegliava Biagi
Nel soprabito della br il nome di un'impiegata dell'ateneo e i numeri telefonici di un uomo
dal nostro inviato
UGO CUBEDDU
MODENA - Un nome, due numeri di telefono. Il primo, quello della donna scritto sul bigliettino trovato nella tasca del soprabito di Desdemona Lioce. I due numeri, quelli di un uomo che aveva due telefoni cellulari di due diversi gestori, ma tutti e due intestati a lui. Sia la donna che l'uomo sono di qui, di Modena. Della prima si pensava a un contatto importante, poi si è rivelata del tutto estranea. Resta l'uomo, che non è stato ancora rintracciato, che stanno cercando. Potrebbe dire molte cose sulla Br, potrebbe anche spiegare se è vero che ha ospitato la brigatista tra la fine dell'estate (o al massimo all'inizio dell'autunno) del 2001 e il marzo del 2002. Esattamente fino al 19 di quel mese, quando Marco Biagi esce dall'Università, prende il treno alle 19 e 12 e arriva alle 19 e 37. Monta sulla sua bicicletta nel piazzale della stazione e in una ventina di minuti arriva sotto casa, in via Valdonica. Lo aspettano in quattro, su due motorini, lo uccidono a revolverate. E' la Digos di Modena che sta facendo queste ricerche, anche se qui non è stata aperta nessuna inchiesta. "Un problema di organizzazione, semplicemente. Nel senso che conosciamo bene la città e ci possiamo muovere più rapidamente di altri", spiega un funzionario. All'inizio il muro di silenzio è duro, anche perchè di ufficiale qui non c'è proprio nulla, poi, con molta cautela e misurando le parole, arriva qualche elemento in più. Sul primo nome, quello della donna, è più facile: si sa già che vive a Modena, ma si era anche detto che Lioce poteva essere stata ospitata da lei proprio per evitare di essere rintracciata anche casualmente. Poi però questa seconda ipotesi cade: la donna sarebbe più semplicemente una impiegata dell'Università senza nessun coinvolgimento politico e quindi semmai (si pensa) una persona alla qualche chiedere informazioni sulla presenza o meno di qualcuno nell'Ateneo, magari spacciandosi per uno studente.
Quindi due persone che a titolo diverso sono "legate" all'omicidio Biagi? La domanda è ovvia, la risposta del funzionario meno: "Diciamo che siamo convinti che la Lioce sia venuta a Modena e che sia stata ospitata per circa un mese da qualcuno, in teoria per organizzare col suo collega Galesi una sorveglianza per Biagi. Potrebbe anche essere l'uomo con i due telefoni ad averlo fatto, ma è presto per dirlo. Certo è che nonostante quel documento falso che ha esibito all'agente della polizia ferroviaria, lei non si è fidata ad andare in qualche albergo di Modena: non c'è traccia nei registri di una Rita Bizzarri dal 2001 al marzo del 2002". Il discorso del funzionario si ferma, ma salutando butta lì una frase: "Ci sono ancora molti misteri su questa storia di Biagi e sul modo in cui sono arrivati a lui...". Appunto, molti misteri. Ma su tutto, da quel 19 marzo dell'anno scorso a tre giorni fa, nella sparatoria sul treno. A cominciare proprio dalla donna del bigliettino e dall'uomo dei due telefoni, forse le persone chiave per capire se davvero il nuovo obiettivo dei brigatisti era Michele Tiraboschi, l'erede di Biagi. E poi, su Biagi, gli altri misteri: la possibile talpa all'Università che avvertiva dei movimenti del docente, lo sconosciuto - ma forse è più di uno - che ha manomesso i tre computer di Biagi (quello del suo ufficio, il portatile e quello di casa), computer lasciati per tre mesi dopo la sua morte a disposizione di chiunque conoscesse le password di accesso. E, oggi, la coincidenza del viaggio (che doveva essere segretissimo) di Tiraboschi ad Arezzo con Lioce e Galesi diretti proprio lì. Con il dubbio quindi che la talpa dell'Università, se davvero c'è, sia ancora più che mai attiva.

"Il Messaggero"
L'INDAGINE SULLA COLONNA TOSCANA
"Sigilli a strade e palazzi per scovare i terroristi"
dal nostro inviato
MASSIMO MARTINELLI
FIRENZE - Questione di ore, al massimo giorni. Poi, gli investigatori fiorentini potrebbero scrivere nero su bianco l'esatta mappa dei covi brigatisti in città. Sarebbe questa la novità più importante delle indagini sulla colonna toscana della Br, che è decollata grazie ai contenuti della borsa che Galesi e La Lioce avevano in treno. Ma per arrivare a sfondare la porta giusta, la Digos di Firenze sta meditando una strategia che non mancherà di sollevare qualche discussione. Gli investigatori sarebbero pronti a rispolverare una vecchia normativa studiata negli anni di piombo e chiedere alla magistratura un decreto di blocco di interi edifici, per poterli controllare tutti, a uno a uno. Il dirigente della Digos di Firenze ne avrebbe già parlato al Questore, e la richiesta potrebbe essere "girata" al procuratore aggiunto Fleury nelle prossime ore. Ieri non sarebbe stato possibile, dal momento che magistrati e poliziotti hanno sospeso per qualche ora le indagini per partecipare ai funerali solenni dell'agente Petri.
Se il provvedimento dovesse essere concesso, la polizia giudiziaria potrebbe mettere per qualche ora i sigilli a intere porzioni di strada. E controllare porta per porta tutti gli appartamenti di tutti i palazzi, arrivando persino a sfondare i portoni di chi non vuole aprire o è irreperibile.
Sarebbero due, secondo indiscrezioni, le zone di Firenze principalmente sotto osservazione: l'Isolotto e il quartiere della Gavinana, a sud della città, soprattutto intorno al ponte da Terrazzano, all'inizio di viale Giannotti e nella zona del Centro Sociale Autogestito. A mettere l'antiterrorismo sulla pista giusta, sono stati gli accertamenti sui motorini rubati che furono utilizzati dai rapinatori dell'ufficio postale di Via Torcicoda, tra i quali gli investigatori ritengono che ci fossero anche la Lioce e Galesi. Uno dei motorini prese infatti numerose contravvenzioni per divieto di sosta proprio nella zona della Gavinana, nelle settimane precedenti alla rapina, che fu portata a termine del febbraio scorso. E anche la Fiat Punto rubata a Modena e ritrovata a Firenze, che doveva essere utilizzata per la rapina, avrebbe aiutato questa indagine.
Sempre in quel periodo, gli investigatori ritengono che Nadia Lioce fosse in città; lo comproverebbero alcune telefonate che la brigatista fece da Firenze a Roma, alla madre e alla sorella Daniela, che già all'epoca avevano i telefoni sotto controllo da parte della Digos che era in caccia della Lioce.

"La Nazione"
La brigatista Lioce coinvolta anche nell'inchiesta su Conti
Quando il giudice per le indagini preliminari di Roma, Maria Teresa Covatta, il 31 ottobre scorso, emette un ordine di custodia cautelare per banda armata nei confronti di Nadia Desdemona Lioce nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Massimo D'Antona, sono pochi quelli che vanno a leggere fra le righe: "Coinvolta nelle indagini sull'omicidio dell'ex sindaco di Firenze, Lando Conti", si legge nel provvedimento.
Oggi, quelle parole hanno un sapore amaramente profetico. Il filo rosso delle Br lega Roma a Firenze, lega quel 10 febbraio 1986 a quella sparatoria di domenica mattina sul treno interregionale 2034 Roma-Firenze. Anche perché a distanza di diciassette anni, come ha ricordato ieri il procuratore aggiunto Francesco Fleury, "i dati storici ci confermano che almeno due membri del commando che uccise Lando Conti non sono mai stati individuati". Erano il killer materiale dell'ex primo cittadino e l'autista di uno dei mezzi utilizzati per l'agguato al semaforo del Ponte alla Badia.
La presenza del nome della Lioce in quel provvedimento, collegata soprattutto all'azione che portò alla morte di Lando Conti, suscita una certa inquietudine soprattutto agli investigatori più in là con gli anni. Riapre ferite ancora dolorose, anche perché nell'87 la Lioce entra nell'inchiesta - e la sua casa perquisita - in qualità di convivente del pisano Luigi Fuccini, compagno di militanza nei Nuclei comunisti combattenti. Vi entra per poi sparire per anni, fino al caso D'Antona.
Ma l'assassinio dell'ex sindaco - ucciso perché, oltre a essere uno stretto collaboratore di Giovanni Spadolini, allora ministro della Difesa, aveva ereditato l'uno per cento delle azioni della Sma, azienda che si occupava di tenologie per puntamento radar - lascia ancora del buio attorno a sé. Certo, il povero Conti venne assassinato dalle Br-Pcc perché - come si ascoltò nella gelida rivendicazione pronunciata da Barbara Balzerani in un'aula giudiziaria di Napoli - era "un noto costruttore e trafficante d'armi". L'inchiesta venne condotta dall'allora procuratore aggiunto Piero Luigi Vigna e dal sostituto Gabriele Chelazzi senza pentiti, senza rivelazioni e senza testimoni, e finì in Cassazione il 28 dicembre 1993 con la conferma dei tre ergastoli per Michele Mazzei e i coniugi pratesi Fabio Ravalli e Maria Cappello. La stessa corte diminuì a trent'anni la pena per il quarto terrorista del commando, lo studente fiorentino Marco Venturini, mentre a 5 anni di carcere fu condanato Antonino Fosso, accusato di apologia di reato per aver diffuso un volantino di rivendicazione. Due membri del commando, però, non furono mai trovati ed è rimasto il buco nero dell'inchiesta sulla morte di Lando Conti.
Può Nadia Desdemona Lioce essere l'anello di congiunzione che mancò allora - nonostante le condanne - all'inchiesta di Vigna e Chelazzi? Prematuro dirlo. La sola certezza è quanto questa città sia stata importante per le Br dalla fine degli anni Settanta a oggi. Difficile non ricordare che nell'aprile 1977 si tenne proprio qui, a San Michele a Torri, il primo congresso di Prima Linea e che in quell'occasione venne stilato lo statuto che si basò sul principio della non separatezza tra ruoli e pratiche politiche e militari. Ancora? Durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, il comitato esecutivo delle Br - spiegò l'ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino sulla base di indagini della procura di Firenze - si sarebbe riunito a Firenze per gestire le varie fasi del rapimento in un appartamento comprato da un architetto fiorentino membro del comitato. Un appartamento che, disse Pellegrino, si trovava proprio sul percorso dell'autobus su cui Lauro Azzolini - uno dei leader delle prime Br - smarrìun borsello con quelle chiavi che avrebbero poi portato gli investigatori all' appartamento di via Monte Nevoso, a Milano, dove vennero trovate le carte dello statista democristiano.
di Gigi Paoli

"La Repubblica"
IL CASO
E´ di monsignor Bassetti l´unica visita all´obitorio per il br ucciso
Solo il vescovo prega per Galesi la famiglia non chiede la salma
La madre è morta con gli zii non aveva contatti, la sorella sta a Roma
ROMA - E´ chiusa nell´obitorio di Arezzo, nessuno ancora si è fatto avanti, e la salma di Mario Galesi, morto domenica dopo lo scontro a fuoco sul treno, resta nella cella frigorifero dell´obitorio sorvegliato 24 ore su 24 da due poliziotti. Nessuno ha telefonato, né parenti, né amici. I parenti di Galesi avranno tempo fino alla fine del mese per richiedere la salma. Se questo non accadrà, toccherà al Comune di Arezzo farsi carico delle spese dei funerali e della sepoltura: chissà se rispettando la volontà dell´uomo di essere seppellito con al collo la kefiah. Un desiderio rivelato da Nadia Desdemona Lioce che aveva reso "onore al compagno caduto", ricordando le energie da lui messe a disposizione per la "rivoluzione", nel documento politico letto ai magistrati di Roma.
In mezzo a tanto silenzio, ieri pomeriggio il vescovo di Arezzo, monsignor Gualtiero Bassetti, ha pregato davanti alla salma del br Mario Galesi. "Un gesto di carità cristiana - dice il vescovo -di fronte ad un uomo la cui anima affidiamo alla misericordia e alla giustizia di Dio". Il vescovo, accompagnato dal segretario don Alessandro Conti e dal governatore della misericordia Francesco de Roberti, è entrato nella camera mortuaria della Confraternita di Misericordia di Arezzo dove la salma è conservata nella cella frigorifero ed è rimasto in raccoglimento per una ventina di minuti. Mercoledì cordoglio alla famiglia era stato espresso dal ministro Giuseppe Pisanu, che aveva definito il brigatista una "vittima delle sue folli idee politiche, ma pur sempre vittima, degna di umana pietà".
Non arrivano invece segnali da Macerata, dove Galesi era nato nel '66, per poi lasciare la città da giovanissimo e trasferirsi a Roma assieme al fratello e alla sorella (che abita ancora nella Capitale). La madre è morta, ma in città vivono ancora almeno due zii del brigatista. Da anni però sembra che Galesi non avesse più rapporti coi parenti.

"La Repubblica"
L´INCHIESTA
Dalle memorie dei palmari dei due br nuovi spunti d´indagine: "inchiesta interna" dopo un colpo alle Poste finito male
Dagli appunti su una rapina fallita l´organigramma di un gruppo toscano
Un lungo file riguarda una sorta di processo istruito dai vertici contro alcuni militanti
Il pacco esplosivo usato da diversivo non ottenne l´effetto voluto: il caso rimase un giallo
CLAUDIA FUSANI
FIRENZE - In Toscana, negli ultimi mesi, i brigatisti avrebbero cercato di formare un gruppo di appoggio per le azioni terroristiche. Incassando però anche un fallimento sul campo. Lo spunto concreto arriva dalla lettura delle memoria delle due agende palmari trovate negli zaini di Mario Galesi e Nadia Lioce. Uno dei file è un lungo testo scritto che riguarda una specie di "inchiesta interna" dei vertici dell´organizzazione nei confronti dei militanti. E questo testo avrebbe a che fare proprio con Firenze e la Toscana. Segno che nella regione dove negli anni Ottanta hanno operato le Br-pcc di Mazzei, Ravalli, Cappello e Lori e dove negli anni Novanta sono cresciuti i "raccordi" degli Ncc come Lioce e Galesi, sono rimasti attive altre persone e altre ancora potrebbero essere state reclutate.
Un gruppo organizzato dunque. Non solo quattro persone in trasferta, fra cui Lioce e Galesi, che hanno messo a segno la rapina di autofinanziamento all´ufficio postale di via Torcicoda il 6 febbraio scorso. L´irriducibile adesso rinchiusa nel carcere di Sollicciano, potrebbe ad esempio essere stata la protagonista o la suggeritrice di un´altra rapina. Era il 5 dicembre. Quella mattina, intorno alle nove, una donna fra i 45 e i 55 anni consegna due pacchi all´ufficio postale di via Tozzetti a Firenze. Il nome del mittente è lo stesso, diverso quello dei destinatari, entrambi a Perugia. I pacchi vengono presi in consegna e "passati" nell´area blindata. Verso le dieci e mezzo una delle due confezioni esplode. Nell´ufficio postale è il panico. Scoppia un incendio ma le fiamme vengono subito spente e così non c´è bisogno di aprire la porta che protegge l´area blindata. Gli artificieri più tardi faranno brillare l´altro pacco. Erano entrambi confezionati con polvere pirica e polvere urticante, cariche tutto sommato modeste attivate con un innesco composto da una lampadina, batterie, un candelotto fumogeno e un circuito con una piccola antenna. Più un gesto dimostrativo che un tentativo di rapina, disse la procura. La matrice terroristica, poi, non venne neppure presa in considerazione: la polvere urticante non può stare in arsenali abituati a armi come mitra e kalashnikov.
Un episodio comunque "strano" che ora potrebbe assumere ben altro spessore. Ad esempio quello di una rapina voluta dall´organizzazione ma che poi i militanti reclutati sul posto non sono stati in grado di portare a buon fine. Tanto che poi sono finiti "sotto inchiesta", esaminati e giudicati proprio da parte dei vertici dell´organizzazione.
Gli appunti sul palmare potrebbero aiutare gli investigatori a rintracciare indirizzi e a dare un volto ai componenti del gruppo. E´ una corsa contro il tempo nella speranza di trovare ancora qualcosa nelle case che sono servite a "coprire" i soggiorni fiorentini di Lioce e Galesi. Entrambi avevano negli zaini biglietti del treno sulla tratta Roma-Arezzo-Firenze vecchi di almeno due mesi. A Firenze, da qualche parte, sono stati nascosti i due motorini, uno comprato, l´altro rubato a Roma, utilizzati per la rapina di via Torcicoda. Una di quelle targhe è multata a Firenze per cinque volte tra il dicembre 2000 e il gennaio 2002. Se il covo principale delle Br-pcc è a Roma, in Toscana ci sono sicuramente basi di appoggio.

"La Repubblica"
Misteriose telefonate a Confindustria, l´autista del manager nei giorni scorsi aveva riconosciuto Galesi che li pedinava a Roma "Vorrei il cellulare di Guidi" L´imprenditore nel mirino dei brigatisti anche a Bologna? Le indagini, affidate al sostituto procuratore Luca Tampieri, adesso trovano nuovo impulso Sui due episodi, nessun commento ieri da parte del presidente della Ducati Energia PAOLA CASCELLA
Per giorni e giorni qualcuno aveva chiamato in via San Domenico. "Devo parlare con il dottor Guidalberto Guidi, può darmi il cellulare?", aveva insistito. Quelle strane telefonate non erano passate inosservate ad Assindustria. Chi voleva il telefonino del più autorevole personaggio di Confindustria a Bologna? Perché lo cercavano nella sede degli industriali e non alla Ducati Energia, l´azienda di cui è titolare e presidente da molti anni e che lo portò a diventare presidente di Confindustria Emilia-Romagna prima di entrare nel vertice degli imprenditori nazionali?
Da via San Domenico partì una segnalazione alla Procura. Non si sa mai. Del resto poche settimane prima i giornali avevano reso noto che dopo le polemiche sulla mancata scorta a Marco Biagi, erano stati messi sotto tutela diversi personaggi bolognesi, dal sindaco Giorgio Guazzaloca, allo stesso Guidi. La Procura aprì un fascicolo. L´inchiesta, affidata al sostituto procuratore Luca Tampieri non è ancora conclusa, anche se pare che i pochi elementi in mano agli investigatori non abbiano mai permesso di chiarire se dietro quelle telefonate si nascondesse un reale pericolo per l´imprenditore bolognese, uomo di punta di Confindustria nazionale, presidente della società editrice del Sole 24 Ore, responsabile delle relazioni industriale, considerato uno dei possibili successori alla presidenza di D´Amato.
Quella piccola, all´apparenza insignificante inchiesta, assume però un nuovo significato dopo la scoperta che Mario Galesi, il brigatista morto domenica in seguito alla sparatoria sul treno, stava conducendo un´indagine proprio su Guidi. Lo aveva pedinato in via Veneto dove Confindustria ha una foresteria non lontano dalle sede del ministero del Lavoro. A sostenerlo è l´autista di Guidalberto Guidi che dopo aver segnalato agli investigatori di aver riconosciuto nella foto di Galesi lo stesso volto dell´uomo che seguiva Guidi, è stato interrogato ieri per cinque ore a Roma. Alla luce di questo inquietante episodio, verrà ora rivisto anche l´episodio della primavera dello scorso anno. Le continue, ripetute telefonate alla sede di Confindustria che misero in allarme i dirigenti di Assindustria.
Sui due episodi, nessuna dichiarazione ieri da parte del presidente della Ducati Energia. Il responsabile delle relazioni industriali di Confindustria non ha voluto commentare neppure le notizie sulla suo pedinamento da parte dei terroristi e sul rischio di essere finito nel mirino delle Brigate Rosse. E a chi lo informato della inchiesta bolognese ha semplicemente replicato di non saperne nulla e di non possedere alcun cellulare.
Proseguono intanto le verifiche delle testimonianze raccolte tra i residenti in via Valdonica. Gli investigatori hanno mostrato anche la foto di Nadia Lioce ai testimoni. Nei giorni scorsi infatti alcuni di loro avevano riconosciuto nell´immagine di Mario Galesi l´uomo che aveva stazionato nei pressi dell´abitazione di Biagi prima dell´agguato. Solo a una persona delle decine sentite, però, sarebbe parso di riconoscere nel volto della brigatista quello di una donna vista nell´ex-ghetto.

"La Repubblica"
LA PIETÀ PER QUEL BR
GIORGIO BOCCA
Ci sono vari modi di comportarsi davanti al cadavere del brigatista Mario Galesi ucciso da un poliziotto sul treno Roma-Arezzo. Il più agghiacciante sembra quello dei suoi parenti che non si sono fatti vivi, non sono andati a riconoscerlo, non hanno pianto la sua morte, lo hanno lasciato, come usa dire, come un cane. Ma non conosciamo i rapporti familiari, di convenienza, di paura e altri che stanno dietro a quest´abbandono.
Il secondo modo è quello della pietà cristiana del vescovo di Arezzo Gualtiero Bassetti che ha pregato per la sua anima e benedetto il cadavere. Un terzo modo è quello dello Stato, il modo del ministro degli Interni che ha ribadito la condanna del terrorismo, ma invitato civilmente i rappresentanti del popolo a una umana pietà.
C´è anche il modo dei letterati, il modo di Cesare Pavese, l´antifascista che vede in una vigna del Monferrato i cadaveri dei suoi nemici, i soldati della Repubblica di Salò, e si confessa impari a un giudizio umano. Poi ci sono i vari modi dei poliziotti, di quelli che devono combattere i Mario Galesi e magari esserne uccisi. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ne usava diversi nella sua guerra alle Brigate Rosse, anche quello dell´umanità interessata, ma quando il conflitto era ormai deciso. Prima no, prima negli anni senza quartiere i suoi carabinieri soffocavano nel sangue le rivolte carcerarie e nella notte del 28 marzo del 1980 i suoi carabinieri fecero irruzione nel covo genovese affittato dalla Cecilia Ludman e quattro brigatisti vennero crivellati di colpi, anche se la casa era circondata e una resa era possibile.
Quello era il modo dell´antiterrore per far capire ai brigatisti che non c´era scampo. E l´opinione pubblica capì e in certo modo approvò, nessuno chiese che fosse aperta un´inchiesta fin troppo facile sull´operazione. La stessa tacita approvazione dell´azione contro i rivoltosi nel carcere di Alessandria del 1974 guidata da Dalla Chiesa: sette morti fra cui cinque ostaggi. Non era sempre disponibile alla clemenza il generale. Intercessi una volta per il brigatista Naira che era ammalato e non sopportava il carcere duro. "Non me lo chieda - disse lui - ha ucciso un giudice, un servitore dello Stato".
Il generale era come gli si chiedeva di essere; un uomo di guerra uno psicologo, un tecnico. Il controllo poliziesco delle carceri fu l´arma decisiva nella lotta al terrorismo. Il carcere è il solo luogo in cui il terrorismo possa essere infiltrato, intercettato nelle sue comunicazioni, unico sbarramento invalicabile la prova delle armi; non si poteva chiedere a un poliziotto infiltrato di usare le armi per convincere i terroristi. E c´era il modo psicologico. "Lo adottammo" mi diceva il generale "negli ultimi anni. Avevano capito che erano demotivati che non credevano più in quello che facevano. Il mio gruppo usò l´arma psicologica. Erano stanchi delusi avevano voglia di parlare, di scaricare il fardello. Noi li trattavamo con cortesia "vuoi leggere i giornali?". "Hai bisogno di medicine?". "Vuoi scrivere ai tuoi?". Mai una domanda sulla lotta armata, sulla organizzazione. Si aspettavano torture, interrogatori di terzo grado di cui avevano parlato mille volte nella clandestinità. Si aspettavano il poliziotto feroce. E li prendeva anche una sorta di delusione: ma come io potrei raccontare tutto di noi, i covi, depositi di armi, gli indirizzi e questi non mi degnano di una domanda. Quando ci chiedevano di farli incontrare con i parenti capivamo che erano maturi per la confessione, volevano l´approvazione della Mamma".
Parlavano e a volte venivano colti da un perfezionismo poliziesco. Un giudice potrà dire del Viscardi uno dei capi di Prima Linea "sarebbe stato un ottimo poliziotto, ha fatto delazioni precise e accurate, ha partecipato alle indagini. Si era creata una simbiosi perfetta fra lui e i poliziotti".
Si fanno molte discussioni sul terrorismo di oggi, sulle sue motivazioni, se siano o non siano gli eredi delle Brigate Rosse di Moretti. Ma nelle Br di ieri e di oggi si può trovare ogni tipo di uomo. Uno come Tonino Paroli che si rifiutava di accettare una imputazione di furto d´auto, che lo avrebbe salvato da una pesante galera perché mi disse che se ne vergognava con i parenti e gli amici. E c´erano quelli che prima avevano plagiato dei ragazzi delle scuole medie, li avevano convinti ad arruolarsi e poi li denunciavano per godere delle clemenze giudiziarie.
I metodi morbidi o durissimi per far la lotta al terrorismo si conoscono, le ragioni per cui si è terrorista restano un mistero.

"La Gazzetta di Modena"
Br, il cerchio si stringe attorno alla "talpa"
Caso Biagi. Bibliotecaria dell'Università sentita come persona informata sui fatti
Una bibliotecaria dell'Università di Modena è stata sentita - o sarà sentita nelle prossime ore - "come persona informata sui fatti" nell'ambito delle indagini per il delitto del prof. Marco Biagi. A suo carico non vi è alcun tipo di accusa, anche perchè tra l'altro sarebbe persona con nessun precedente di alcun genere, tanto meno di carattere politico-ideologico. Il passaggio giudiziario a suo carico s'è reso necessario in quanto alcune utenze telefoniche - due cellulari e un'utenza fissa - trovate negli appunti di Nadia Lioce, la Br catturata dopo la sparatoria sul treno ad Arezzo domenica scorsa, riconducono a Modena. I due modenesi dunque potrebbero avere avuto in qualche modo a che fare - anche insonsapevolmente - con la brigatista.
Una delle utenze, stando alle indiscrezioni, sarebbe riconducibile ad una dipendente dell'Università di Modena che potrebbe essere stata contattata per aver notizie sull'Ateneo e che del tutto inconsciamente potrebbe aver riferito ciò che normalmente si riferisce a chi chiede informazioni agli uffici dell'Università stessa. Insomma, la dipendente potrebbe aver risposto non sapendo assolutamente con chi aveva a che fare. Ne poteva saperlo, considerando che ai più sia la Lioce, sia Galesi, erano volti sconosciuti fino a domenica scorsa.
Gli inquirenti procedono in ogni caso con molta cautela anche perché stando ai primi accertamenti a carico della dipendente universitaria, questi farebbero pensare ad una persona, come detto, estranea a movimenti, partiti, organizzazioni varie. Tutto ciò, tutta quest'attività investigativa, con persone sentite anche in ambito universitario, non significano ovviamente puntare il dito accusatorio contro l'Ateneo modenese.
Anche se a questo proposito, Il Giornale sostiene che secondo gli investigatori uno dei due nomi potrebbe corrispondere alla talpa modenese che permise di portare a termine l'agguato mortale tra Modena e Bologna. Il quotidiano milanese si spinge anche più in là affermando che "potrebbe trattarsi di un collega, di uno studente o ancora un conoscente con spiccate simpatie per le organizzazioni extraparlamentari che da Modena a Bologna continuano a fare proseliti tra i centro sociali meno disposti al dialogo".
Ma la novità maggiore, in questo ambito d'indagini, arriva dal Corriere della Sera che si spinge oltre e arriva a puntare il dito verso Foro Boario. La talpa sarebbe, infatti "uno negli ambienti del professore". I nomi trovati su foglietto della Lioce sarebbero di un gruppo d'insospettabili tra i 25 e i 40 anni. Dal punto di vista investigativo si rafforza quindi l'ipotesi che ci sia stato un effettivo collegamento tra la squadra dei brigatisti esecutori dell'omicidio e "qualcuno che conosceva le sue abitudini e ne forniva informazioni".
Alcune delle telefonate di minaccia che Biagi aveva ripetutamente denunciato sarebbero davvero partite dal suo ambiente di lavoro. Il Corriere si chiede però: perché segnare quel nome sul bigliettino in tasca alla brigatista?
Insomma, se dagli ambienti investigativi ufficiali (Procure, Digos, carabinieri), ieri non sono arrivate notizie nuove, i pezzi di questo complicato puzzle cominciano a comporsi. Il disegno pare indicare che a Modena ci siano due persone che hanno avuto contatti con i brigatisti, anche se, come detto, potrebbero averlo fatto del tutto inconsapevolmente. Nelle prossime ore in ogni modo potrebbero emergere maggiori dettagli e particolari per quanto riguarda il versante modenese delle indagini anche probabilmente grazie alla testimonianza della dipendente universitaria sentita come persona informata sui fatti.

"La Stampa"
PARLA IL DIFENSORE DI DESDEMONA LIOCE
"Sulla dinamica ci sono punti oscuri e inquietanti"
L´avvocato della terrorista mette in dubbio la ricostruzione della sparatoria
inviato a FIRENZE
QUAL è il nodo più difficile, in questa tragedia, avvocato?
"Non è che mi sembra ce ne siano, dal punto di vista processuale". Attilio Baccioli, avvocato in Grosseto, 69 anni, un tempo insegnava filosofia in un liceo. Ora difende Nadia Desdemona Lioce, arrestata domenica su quel "diretto", dopo una sparatoria tragica conclusa con un agente e un terrorista morti. E lui pare aver ben chiaro che il suo lavoro è destinato a evaporare, forse, in fretta, perché le strategie processuali fin troppo spesso hanno rotte di collisione con quelle del terrore. Ma questo, forse, lo ha messo nel conto. E lui insiste, con un tono pacato ma fermo: "Non so se quello accaduto sul treno sia una questione molto chiara".
Come sarebbe "non chiara"?
"Sarebbe che è oscura. E non solo oscura, inquietante".
Può spiegarsi meglio?
"Il fatto è che non si è capito niente di quello che è successo. Niente che abbia una logica. Voglio dire: questi, i brigatisti, che cosa volevano fare? Levare le pistole ai poliziotti? Va bene. Disarmarli, scappare di lì, chiuderli nel vagone, che poi non era possibile? Saltar giù in corsa? Insomma, una ricostruzione che non sta in piedi".
E allora?
"Allora, altre versioni non ci sono".
Non ci saranno altre versioni ma c'è quel particolare della pistola puntata dal brigatista al collo dell'agente Emanuele Petri: non è illuminante?
"Affatto. Eppoi lo racconta soltanto uno solo, il poliziotto. E i colpi? Uno avrebbe sparato un colpo, l'altro almeno sei. Sto pensando di chiedere supplementi di perizie perché dubbi ce ne sono, del resto anche la decisione di convalida della misura cautelare non è stata immediata, il che significa che anche i magistrati erano incerti".
Ma tutto questo a Nadia Lioce quanto interessa?
"E' un punto fondamentale del documento scritto l'altro giorno, e che io ascoltavo mentre lei leggeva di corsa: un punto che ha un significato molto politico. Mi spiego: questo episodio non rientra nella strategia delle Brigate rosse. Noi, dicono, non abbiamo l'intenzione di scontrarci con poliziotti col rischio di lasciarsi dietro un morto. Non ci sono terroristi che vanno a sparare per le strade, se non è stata programmata un'azione. E' un punto strategico, una cosa che riguarda la loro identità politica che si richiama alla storia delle Brigate rosse".
Ma da quelle bierre si levano voci molto critiche: non la fa dubitare, questo?
"Quali voci? Di chi? Di quelli usciti per un motivo o per l'altro? Qualcuno appartiene alla preistoria delle Brigate rosse".
Il punto è che, forse bisognerebbe tenerne conto. Eppoi, chi sono le Brigate rosse Duemila?
"Io, questo, non lo so".
Suvvia, avvocato, come è possibile?
"Semplice: io sono stato "impegnato" fino al '95, da quell'anno non ho seguito più, non ne avevo motivo. Poi ho ripreso e, per quello che mi riguarda, ora c'è una situazione da seguire".
Che non sembra molto facile, concorda?
"Mah, il rischio di condanna ci può essere, certo. Ma mi sembra che Nadia Lioce non si preoccupi del processo. Bastava che stesse zitta: lei era disarmata e che cosa sia accaduto, ripeto, è ancora troppo poco chiaro". Insomma, dal punto di vista processuale, è già risolto, il nodo più difficile.
v. tes.

"Il Messaggero" edizione Marche
Sono sepolti nel cimitero cittadino i genitori del terrorista nato a Macerata
Nessuno reclama la salma del brigatista Mario Galesi
proprietario di una casa in via Crescimbeni: è in vendita
Risposano nel cimitero di Macerata il genitori di Mario Galesi. Il padre, Gesualdo preside di Caltagirone morto nel '97, ha voluto essere sepolto vicino alla moglie Imperia Stacchio, insegnante di educazione artistica di Macerata deceduta nell'87 per una grave malattia all'età di 57 anni. Mario, 36 anni, è il secondogenito: è nato il 23 agosto del '66 a Macerata , città della mamma, "per comodità" dei genitori ma in effetti non vi ha mai vissuto se si toglie qualche giorno durante le vacanze di Natale e d'estate. Dalla nonna, scomparsa un paio di anni fa, Mario aveva ereditato un terzo della casa in via Crescimbeni, 31. Il resto era del fratello di sei anni più grande, ingegnere, e della sorella più piccola, entranbi di Roma. L'abitazione è in vendita.
"Mario era l'unico della famiglia che non aveva voluto studiare, faceva il d.j. poi tutti dicevano che era andato all'estero, in Germania" racconta un lontano parente. La salma del brigatista ucciso sembra essere figlia di nessuno. I familiari del terrorista non hanno reclamato il feretro, chiuso da domenica in una cella frigorifera ad Arezzo. I fratelli, secondo quanto riferito dalle agenzie stampa, sono stati contattati per l'identificazione del cadavere ma hanno fatto sapere ai magistrati che non era loro intenzione recarsi ad Arezzo per questo atto. Nè pare abbiamo reclamato la salma tanto che ieri è stata avanzata l'ipotesi che i lontani parenti maceratesi (in città vivono il fratello e la sorella di Imperia e i cugini) potessero, per carità cristiana, occuparsi della sepoltura. Ma non è stato possibile ieri contattare i parenti ed avere conferme in tal senso. Nel pomeriggio poi si è appreso dell'interessamento di un giovane. A renderlo noto è Attilio Baccioli, legale di Nadia Desdemona Lioce. "Un giovane vuole occuparsi della sua sepoltura - dice - la Procura ha già dato il nulla osta". Il vescovo di Arezzo, monsignor Gualtiero Bassetti, ha pregato davanti alla salma del brigatista. "Un gesto di carità cristiana - l'ha definito - di fronte a un uomo la cui anima affidiamo alla misericordia e alla giustizia di Dio". (R. Em.)

"Il Messaggero"
L'ISLAM
"Fra noi e le Br saldatura impossibile"
MILANO - "I brigatisti rossi hanno un credo che non contempla Dio. Noi, invece, siamo credenti. Parlare quindi di una saldatura tra Br e Islam è impossibile. Sarebbe una farneticazione politica". Abdel Hamid Shaari, presidente del centro islamico di viale Jenner a Milano, respinge l'appello di Desdemona Lioce, da molti interpretato come una saldatura tra le nuove Br e il terrorismo islamico. "Evidentemente cerca di coinvolgere il mondo arabo nella sua storia che, più che politica, mi sembra criminale".
D'accordo Hamza Roberto Piccardo, segretario dell'Unione delle comunità islamiche italiane, ex simpatizzante dell'Autonomia operaia oggi convertito all'Islam: "Il terrorismo brigatista e quello islamico sono mondi assolutamente incomunicabili. Bisognerebbe che ci fossero delle persone come me che facessero da ponte, e grazie a Dio queste persone non ci sono".
Piccardo ricorda che "l'unico legame fra brigatisti e mondo arabo ci fu negli anni Settanta con il Fronte popolare palestinese. Ma oggi è improbabile che esistano canali di comunicazione". E allora, come interpretare le dichiarazioni della Lioce? "Mi sembrano un disperato tentativo di trovare una legittimazione, un respiro più ampio, da parte di persone che si trovano nel più completo isolamento".

"L' Eco di Bergamo"
Treu: chi informa i brigatisti conosce il ministero
L' ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, esponente di spicco della Margherita, calibra bene le parole: "Una "talpa" credo di no, ma qualcuno che, da un giro vicino, frequenta e conosce bene gli ambienti del ministero del Lavoro, che pratica i suoi linguaggi, è possibile che esista e che abbia informato le Br". La teoria della "talpa" a servizio dei terroristi che hanno ucciso Massimo D'Antona e poi Marco Biagi, tutti e due consulenti del ministero, non è mai tramontata. E la coincidenza tra la sparatoria di domenica scorsa sul treno Roma-Firenze e il viaggio ad Arezzo di Michele Tiraboschi, l'allievo e l'"erede" di Biagi, ha sollevato altri dubbi e ipotesi inquietanti. "No, questa mi sembra solo una coincidenza, ma per il resto c'è da pensare", aggiunge Treu. L'ex ministro ha risposto ad alcune nostre domande.
Nel documento della Lioce si torna a parlare esplicitamente di un bersaglio storico delle Br: il mondo del lavoro o meglio le riforme di settore su cui si costruiscono accordi tra governo, sindacati e Confindustria. I terroristi le combattono. Con quale nuova strategia?
"In tutti questi anni, purtroppo, il mondo del lavoro è sempre restato un loro bersaglio. Un attacco che è partito da Tarantelli ed è arrivato a D'Antona e poi a Biagi. Siamo di fronte, tra l'altro, al segnale che questi brigatisti sono di orientamento lavoristico. Lo dico perché qualcuno adesso parla di movimenti e No global. In realtà quest'ultimi hanno tutta un'altra cultura, mentre invece le Br storiche sono molto legate al mito della rivoluzione di classe e cose del genere. È chiaro che, di fronte alla loro follia rivoluzionaria, chi fa le riforme, chi vuole modernizzare e chi vuole usare gli strumenti della concertazione è sempre stato il nemico prescelto. Queste frasi delle Br sul mondo del lavoro si ritrovano nei documenti di rivendicazione di tutti gli omicidi degli ultimi anni, sempre legati a quella follia di cui parlo: la pazzia rivoluzionaria legata alla lotta di classe".
Nel mirino delle Br, poi vedremo se "nuove" o "vecchie", ci sono le riforme ma soprattutto gli uomini che le portano avanti, insomma lo stadio tecnico dell'elaborazione delle leggi e della politica. È un fatto grave...
"I nemici delle Br sono tutti quelli che operano per razionalizzare le conflittualità, portando avanti una logica esattamente contraria a quella del "tanto peggio, tanto meglio". Quindi si colpiscono di più i tecnici, gli esperti, che non i politici veri e propri perché si ritiene che i tecnici siano più pericolosi nel mettere la loro intelligenza a servizio di quella che i brigatisti ritengono ritengono, invece, un'azione negativa per gli assetti del capitalismo. Quindi hanno colpito i professori che hanno messo la loro opera al servizio dello Stato, e del ministero del Lavoro in particolare".
C'è chi rispolvera la vecchia teoria di una "talpa" a via Veneto. Tiraboschi andava ad Arezzo per preparare una cerimonia commemorativa di Biagi. Strana coincidenza con il viaggio in treno dei due brigatisti. Cosa ne pensa?
"Con il professor Tiraboschi ci sentiamo sempre e questa, del suo viaggio ad Arezzo, mi sembra più che altro una coincidenza. Sulla questione della "talpa", invece, si è detto più volte, anche da parte di chi svolgeva le indagini, che era qualcuno che si muoveva, se non proprio dentro il ministero, da una "postazione" molto vicina a questi ambienti. Lo dimostra il fatto che i documenti politici delle Br, soprattutto dopo l'omicidio di Massimo D'Antona, erano testi costruiti con un linguaggio e con delle informazioni abbastanza da addetti ai lavori, certamente non a disposizione di chiunque. Se si possa parlare veramente di una "talpa" dentro il ministero non lo so e non lo posso sapere, ma che si tratti di qualcuno del giro vicino, che frequenta quegli ambienti e che quindi ne conosce da vicino il linguaggio, è possibile".
C'è il timore che il terrorismo sia pronto a colpire presto. Siamo di fronte a una riorganizzazione dei nuclei storici o a nuove formazioni?
"Io penso, anche sulla base di quello che si può capire in questi giorni, che non siamo di fronte al ritorno degli Anni di piombo, come qualcuno ha detto. Non ci sono né un'organizzazione diffusa né un humus sociale in cui loro possano dialogare. Sono degli isolati, dei gruppetti sopravvissuti, probabilmente molto piccoli, tanto è vero che gli stessi inquirenti dicono che, essendo chiusi su se stessi, è anche più difficile individuarli. Queste Br non hanno, come invece era avvenuto negli anni Settanta, una qualche area sociale in cui potevano calarsi, seppure in una dimensione di follia politica. Chi dice ancora che c'è una contiguità tra Br e conflitto sociale strumentalizza gli avvenimenti. Questi terroristi, pochi e isolati, sono fuori dalla storia e dall'umanità".
La legge delega sulla riforma del mercato del lavoro, frutto del Libro bianco di Biagi, è legge. Tra l'altro prevederebbe l'allargamento delle tutele previste in passato sul lavoro interinale. Un rischio o va bene così?
"Le legge, in realtà, fa solo una cosa: toglie l'oggetto esclusivo nel senso che le agenzie di lavoro interinale possono occuparsi di una serie di nuove attività di intermediazione sul mercato del lavoro. E su questo noi siamo d'accordo. Come ministro l'avevo proposto io di farlo. Ma adesso è venuto fuori che i decreti attuativi delle legge delega liberalizzerebbero in modo totale il ricorso al lavoro interinale mentre sino ad ora c'erano dei paletti e soprattutto una buona regolazione collettiva. Io credo che sarebbe un errore procedere così, perché, tra l'altro, la legge precedente, del '97, ha funzionato bene, anche in Europa l'hanno lodata. Oltretutto il ministero ha promesso di discutere con i sindacati la stesura dei decreti attuativi. Sarei sorpreso se i sindacati, tutti, compresi la Cisl e la Uil, accettassero di essere scavalcati nel governo di uno strumento così delicato come il lavoro interinale".
Daniele Vaninetti

"Il Messaggero"
L'INTERVISTA
Natali: "Avevo previsto altro sangue"
Il leader di Iniziativa comunista, indagato per sovversione: "Ne parlerò al giudice"
di MARIO MENGHETTI
ROMA - "Quindici giorni fa l'avevo detto: "Attenzione, ho paura che presto ci sarà un nuovo spargimento di sangue"... Purtroppo ho avuto ragione". E ancora: "Perché l'ho detto? Non posso dirlo ora. Lo rivelerò in aula, direttamente al giudice. Forse aiuterò a far luce sugli ultimi episodi di terrorismo, ma soprattutto metterò definitivamente a tacere chi mi accusa di essere un fiancheggiatore delle Br". Quarticciolo, sede di Iniziativa Comunista. Norberto Natali, il leader romano di Ic, tuttora indagato dalla Procura di Roma con l'accusa di associazione sovversiva (i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per lui e altri 7 suoi compagni, a giorni ci sarà la seconda puntata dell'udienza preliminare), non usa mezzi termini. Si siede, parla chiaro. Non ci vede quasi più: "E' il ricordo dei nove mesi di carcere subiti ingiustamente. Sono stato arrestato il 3 maggio 2001, sono uscito a fine gennaio dell'anno dopo. Quando sono finito dentro ci vedevo poco, ora quasi più niente". Natali ha da poco terminato di ascoltare la relazione del ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, al Senato.
L'ha apprezzata?
"Almeno per una ragione, assolutamente no. Si ostina a definire le Br marxiste-leniniste. E ciò significa che non conosce le cose di cui parla e soprattutto non conosce il marxismo-leninismo. Lo invito ad un pubblico dibattito".
Scusi Natali, ma la sua previsione potrebbe far pensare che lei con le Br c'entra, eccome. O no?
"Questa considerazione la poteva fare chiunque avesse seguito da vicino le indagini di questi anni sulle Br. Come ho fatto io, in quanto al centro di accuse infamanti. Non siamo più i soli a gridare al depistaggio, ad aver capito che i terroristi sono lasciati liberi di agire".
Conosceva Galesi, è vero che era suo vicino di casa?
"Mai visto, mai conosciuto, mai incontrato. Tutti quelli che abitano al Tiburtino sono forse dei terroristi?".
Dicono che la sparatoria di domenica potrebbe costituire la vostra assoluzione...
"Sbagliato. Noi non c'entriamo niente col terrorismo, l'abbiamo sempre ribadito. La nostra assoluzione sta nei fatti, non per altri tragici accadimenti che non hanno nulla a che vedere col mio gruppo politico. Nel procedimento contro di noi ci sarebbero anche diversi atti illegittimi. Ma non li impugneremo, non vogliamo nessun rallentamento del procedimento, sicuri come siamo della nostra estraneità. Piuttosto la sparatoria dovrebbe aver messo in crisi qualche altra persona".
Scusi, chi?
"Il presidente del Copaco, Enzo Bianco, che ai tempi del mio arresto era ministro dell'Interno. Disse che col mio fermo si era dato un colpo mortale al terrorismo. Oppure un illustre investigatore, il colonnello Pasquale Angelosanto, che anche recentemente ha affermato che le Br erano Ic. Per questo l'abbiamo denunciato. Ora che dicono?".
Le indagini parlano di un covo romano, probabilmente nel suo quartiere...
"Se sanno dov'è, perché non ci vanno? Sono le solite chiacchiere. Quando si alzano questi polveroni, ho paura. Le racconto un aneddoto: subito dopo lo scoppio della bomba al Viminale, nel febbraio 2002, sul muro qui in fondo alla via è comparsa una scritta: Indebolire l'imperialismo con Iniziativa rivoluzionaria proletaria, con tanto di stella a cinque punte. Quando l'ho vista mi è venuto da ridere...".

"Il Mattino"
Critiche al difensore:
sfiora l'apologia br
Da Milano, il procuratore aggiunto Alberto Spataro critica l'avvocato Attilio Baccioli, difensore di Nadia Lioce: "Invece di pensare a difenderla tecnicamente, fa da megafono al documento della brigatista, sfiorando l'apologia". E l'avvocato Baccioli gli replica a distanza: "Ho il diritto di fornire notizie sintetiche sulle dichiarazioni difensive della mia assistita. Non capisco perchè parli un magistrato che è fuori dalle indagini, solo su ciò che vede nei giornali. È una provocazione. Ho letto sui giornali ben più elementi sul documento di quanti io ne abbia fornito ai cronisti dopo l'interrogatorio".

"Il Messaggero" edizione Umbria
Dagli appunti e dai floppy disc sequestrati dopo la sparatoria due indicazioni portano ai confini con la Toscana
L'ultima ipotesi: il summit Br era in Umbria
Nel massimo riserbo contatti tra le Procure per la caccia ai complici della Lioce
di MARCO BRUNACCI e ITALO CARMIGNANI
PERUGIA - Prima dell'ultima domenica di sangue sulla linea Roma-Firenze, quel possibile incontro sembrava solo un dettaglio. Prima della sparatoria in cui hanno perso la vita un agente della Polfer e un brigatista, la tensione sulle brigate rosse era molto più bassa di quanto non sia ora. Perciò il particolare adesso ha un suo peso. Quale particolare? Un incontro in Umbria tenuto sei mesi fa cui avrebbero preso parte fiancheggiatori delle Nuove Br e irriducubili latitanti. Tenuto dove? Forse dalle parti del lago Trasimeno, forse al confine con la Toscana.

"La Repubblica"
Il sen. Pellegrino, già presidente della Commissione Stragi, spiega perché occorra andare più a fondo "Br in Toscana, indagate" FRANCA SELVATICI
C´E´ un fronte rimasto in ombra nella storia delle Brigate Rosse in Toscana. Ed è possibile che da questo fronte ancora oscuro sia germinata la nuova stagione di omicidi politici cominciata il 20 maggio ´99 con l´uccisione di Massimo D´Antona. E´ una ipotesi che l´avvocato Giovanni Pellegrino, ex senatore Ds e per anni presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, sostiene da tempo, e che dopo l´arresto di Nadia Desdemona Lioce, che in Toscana aderì alla lotta armata e in Toscana ha continuato a gravitare durante gli anni della latitanza, acquista uno spessore sempre più forte ed inquietante. Per questo l´ex senatore Ds insiste: "Occorre scavare ancora nel passato"
In questo momento le indagini si concentrano, evidentemente, sulla "miniera d´oro" di informazioni contenute nello zaino con il quale viaggiavano Nadia Lioce e Mario Galesi.
E su queste indagini il procuratore Ubaldo Nannucci, il vice Francesco Fleury e il sostituto Giuseppe Nicolosi hanno chiesto il silenzio stampa, per non creare situazioni di favoreggiamento nei confronti dei complici dei terroristi. Ma importanti contributi di conoscenza possono venire anche dalla rilettura e dall´approfondimento delle indagini svolte in passato.
Spiega l´avvocato Pellegrino: "Parto da una premessa generale. Intorno alle Brigate Rosse c´era un´area di contiguità. In commissione Germano Maccari ci disse: "Sareste stupiti di sapere quante persone importanti nel mondo dell´arte, dell´economia e del sindacato facevano a gara per avere a cena il capo guerrigliero". In una lettera al ministro Rognoni il generale Dalla Chiesa spiegò che l´opera di penetrazione in ambienti economici, culturali e universitari era stata determinante per acquisire informazioni ed arrivare a disarticolare le Br. Il senatore Cossiga ha usato un´espressione straordinaria. Ha parlato di contiguità "per irresponsabile civetteria". Ecco, di tutto questo non si è mai saputo niente. E´ certo che queste persone non hanno pagato pegno. Bene, io credo che questo fenomeno della contiguità sia stato più vasto in Toscana. All´epoca del sequestro Moro la struttura Br toscana non era costituita da irregolari, ma da persone della società civile, e infatti si chiamava Comitato rivoluzionario toscano e non colonna. Non si trattava di clandestini".
Fu un architetto fiorentino, Giampaolo Barbi, ad acquistare con denaro fornito dalla colonna Br genovese e proveniente dal sequestro Costa un appartamento in via Barbieri, a Rifredi, dove verosimilmente si tennero le riunioni del comitato esecutivo Br durante il sequestro Moro. Giovanni Senzani, condannato anni dopo come capo del Comitato rivoluzionario toscano, era all´epoca un professore universitario esperto di criminologia. "Era - afferma l´avvocato Pellegrino - un tipico personaggio border line, sospeso fra una vita pubblica legale e un ruolo illegale nelle Br. Il procuratore Tindari Baglione ci ha detto in commissione che durante il sequestro Moro aveva espresso ipotesi a livelli molto alti sul sequestro Moro. Era utilizzato come consulente dallo Stato. Ed era un brigatista. Noi crediamo che fosse lui l´"irregolare", di cui ci ha parlato Morucci, che nell´appartamento di via Barbieri batteva a macchina i comunicati diramati dalle Br durante il sequestro Moro".
Senzani entrò poi in clandestinità. Ma quanti "irregolari" Br sono rimasti sconosciuti? "Bisogna tenere presente - riflette l´avvocato Pellegrino, ricordando l´importante audizione del 7 giugno 2000 in commissione del magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi - che il segmento finale della storia delle Br, dall´omicidio Conti (1986) all´omicidio Ruffilli (1988), è molto toscano. Tutti gli arrestati sono stati irriducibili. Nessuno ha parlato. Quindi molte persone che erano irregolari l´hanno fatta franca. Ereditando il testimone, alcuni di loro hanno costituito i Nuclei comunisti combattenti e a un certo momento, con l´autorizzazione di qualcuno, hanno riassunto la sigla Br - Pcc per firmare la nuova stagione di omicidi politici".
Dunque bisogna ancora scavare nella storia delle Br toscane per trovare risposte sull´organizzazione di oggi. "Non dimentichiamo - sottolinea Pellegrino - che almeno due degli assassini di Lando Conti non sono mai stati identificati".

"Panorama"
Gli investigatori lo ripetono da tempo: "C'è una mente raffinatissima che guida le Brigate rosse". Dove si nasconde? E, soprattutto, chi è? Dopo la tragica sparatoria sul treno Roma-Firenze, la ricerca si è concentrata in Toscana. Nella stessa regione, cioè, al centro dei misteri del rapimento Moro. Da dove è iniziata nel 1995 la corsa alla clandestinità.
"Stiamo operando a cuore aperto" dicono, senza nascondere la soddisfazione, gli esperti dell'Antiterrorismo. È, infatti, la prima volta nella storia travagliata delle inchieste sulle Brigate rosse che gli inquirenti riescono a radiografare il cuore pulsante dell'organizzazione terroristica. La tragica sparatoria (uccisi il sovrintendente Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi) avvenuta domenica 2 marzo, sul treno Roma-Firenze tra Br e agenti della Polfer, ha consentito l'acquisizione di materiale davvero inedito.
A cominciare dalle due agende palmari, una specie di archivio dell'organizzazione terroristica. Decrittandole, gli inquirenti stanno individuando altri complici e scoprendo i possibili e prossimi obiettivi nel mirino delle Br.
"Abbiamo messo le mani sui terroristi operativi, probabilmente sugli esecutori materiali delle ultime azioni criminali firmate dalle Brigate rosse" sostengono ancora gli esperti dell'Antiterrorismo. Ma la strada delle indagini non è così in discesa come può sembrare.
"C'è una mente raffinatissima che guida le Brigate rosse" sostiene da sempre il prefetto Ansoino Andreassi, già direttore dell'Ucigos, la polizia antiterrorismo, e ora vicecapo del Sisde, il servizio segreto civile. Basta infatti leggere le rivendicazioni degli ultimi omicidi delle Br per rendersi conto che nemmeno gli ultimi due terroristi scoperti dalla Polfer sul treno Roma-Firenze, con il povero Galesi e la determinatissima Nadia Desdemona Lioce, sono all'altezza di quelle elaborazioni teoriche.
Le prime pagine, per esempio, della rivendicazione dell'omicidio del professor Massimo D'Antona, falciato a Roma quattro anni fa, il 20 maggio 1999, non possono essere state scritte da brigatisti del rango della Lioce soprattutto per via della massa di informazioni particolari riversate nel documento e disponibili solo a una cerchia ristretta di addetti ai lavori. Pur con molta buona volontà, non è possibile per un estraneo discettare sulle problematiche dei nuovi lavori anche se si basasse su rapporti riservati elaborati da Confindustria e dal ministero del Lavoro.
Ecco così rimettersi in moto, dopo l'individuazione dei due brigatisti sul treno Roma-Firenze, la caccia al cervello delle Br. Anche perché la storia di questo epigono del terrorismo, feroce e selezionato, rimanda a interrogativi che non sono mai stati chiariti. A cominciare proprio dalla regione, la Toscana, in cui è avvenuta la tragica sparatoria sul treno.
Già nelle vecchie Br era emerso un particolare mai chiarito: mentre in Lombardia, in Piemonte, nel Lazio e, via via, nelle altre regioni, le Brigate rosse avevano dato vita alle loro terribili "colonne", in Toscana aveva sempre operato un inespugnabile "comitato rivoluzionario" con compiti assolutamente di primissimo piano. Basterà ricordare che durante i 55 giorni del sequestro del leader democristiano Aldo Moro, rapito e tenuto in prigionia a Roma, i brigatisti si riunivano proprio in Toscana, peraltro in un luogo rimasto a tutt'oggi segreto e scelto appunto dal "comitato rivoluzionario".
Ma c'è di più. Nelle ultime fasi del suo lavoro, la commissione parlamentare sulle Stragi aveva puntato l'attenzione sulla Toscana e su alcuni brigatisti di questa regione chiamati in causa per il memoriale di Moro, mai trovato nella sua interezza, e che si sospetta sia tuttora al sicuro nel caveau di una banca svizzera. Ora proprio alcuni esponenti del fantomatico "comitato rivoluzionario" toscano erano stati a suo tempo arrestati con documentazione assai compromettente: un elenco di 11 istituti di credito svizzeri, con sede tra Lugano e Coira. La magistratura indagò a lungo. Ma si scontrò con l'inerzia dei nostri servizi segreti e il muro delle autorità svizzere, come denunciò il giudice istruttore fiorentino Salvatore Campo: "Non è stato possibile indagare su società finanziarie e banche, tutte operanti in territorio svizzero".
Insomma, in Toscana c'è sempre stata una zona grigia che, adesso, dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze, viene risondata. Anche perché queste nuove Brigate rosse nascono dopo un lungo periodo di gestazione che percorre quasi tutti gli anni Novanta e che decolla sempre in Toscana. Sono prevalentemente di queste parti i brigatisti che, dopo la "ritirata strategica" stabilita dai vertici delle Br alla fine degli anni Ottanta, decidono di continuare nell'opera terroristica. Si rituffano nel sottosuolo della lotta armata e danno vita ai Nuclei comunisti combattenti, una specie di Brigate rosse minori.
La loro prima azione risale al 1992, un attentato contro la sede della Confindustria a Roma. La seconda porta la data dell'11 gennaio 1994 e ha come obiettivo il Nato defence college di Roma. Sono due azioni che mirano a sostenere un progetto di rifondazione del terrorismo e ad allargare le alleanze. Non è un caso certamente che il volantino di rivendicazione dell'ultima azione venga diffuso anche nel Veneto, regione dimostratasi poi fertile per la progettualità terroristica.
Ma è il 1995 la data cruciale. In quell'anno, molti personaggi liberi e già legati all'eversione riprendono la strada della clandestinità come se, nel sottobosco della lotta armata, fosse ricominciato un pressante invito alle armi. Sono prevalentemente terroristi di origine toscana quelli che da un giorno all'altro spariscono dalla circolazione rendendosi irreperibili nonostante nei loro confronti non ci sia un provvedimento giudiziario o un'ombra di sospetto. Fra costoro Nadia Desdemona Lioce, incensurata e con il solo neo di essere la compagna di un certo Luigi Fuccini, arrestato perché sospettato di compiere rapine per finanziare il nuovo terrorismo.
Sempre in quel fatidico 1995, si danno alla clandestinità altri ex terroristi di cartello e prevalentemente di origine toscana o romana e riparati in Francia. Sono Carla Vendetti, Simonetta Giorgieri, Nicola Bortone, Tammaro Dell'Olmo. Anche loro rispondono alla nuova chiamata alle armi.
Poi, negli anni a venire, altri entreranno in clandestinità, come Galesi. Apparentemente, il terrorismo sembra in sonno. Sino a quella mattina del 20 maggio 1999 quando, improvvisamente, la mano brigatista uccide il professor D'Antona.
Per sette volte, nella rivendicazione di quell'agguato, vengono nominati i Nuclei comunisti combattenti, come se fosse doveroso tributare loro la rinascita delle nuove Brigate rosse. Qual è il cervello che ha tirato le fila?

ANCORA IN LIBERTÀ
Simonetta e Carla, pasionarie ancora in clandestinità
Dopo l'arresto di Nadia Lioce restano due le superricercate tra i vecchi militanti delle Brigate rosse. Vediamo di chi si tratta e che storia hanno alle loro spalle.Simonetta Giorgieri, 48 anni, considerata la postina delle Br in Toscana, entra per la prima volta in clandestinità nel 1984 dopo l'arresto e una breve detenzione per aver distribuito volantini che inneggiavano al sequestro, avvenuto nel 1982 a Verona, del generale americano James Lee Dozier. Riparata a Parigi, nel 1989 viene arrestata dalla polizia francese e condannata a sei anni. Lascia il carcere nell'aprile 1995. Tre mesi dopo entra di nuovo in clandestinità.Carla Vendetti, 43 anni, aveva un ruolo di spicco nella direzione strategica delle Br-Pcc. Al momento dell'arresto a Parigi, nel settembre 1989, le trovarono in tasca banconote provenienti dalla rapina al furgone postale di via Prati di Papa a Roma del febbraio 1987 in cui erano stati uccisi due poliziotti. Condannata in Francia a 5 anni, dopo aver lasciato il carcere è entrata in clandestinità.

INTERREGIONALE 2304:MORTE IN CARROZZA
Domenica 2 marzo, la ricostruzione dello scontro a fuoco tra i terroristi e gli agenti
Cosa è successo sul treno
6.10 Parte da Roma il treno interregionale 2304 diretto a Firenze. Sul convoglio viaggiano in seconda classeDesdemona Lioce e Mario Galesi.
8.24 Il treno si ferma a Terontola dove salgonotre agenti della Polizia ferroviaria (Polfer).
8.30 I poliziotti Emanuele Petri, Bruno Fortunato e Giovanni Di Fronzo, per un controllo di routine, chiedono i documenti ai due brigatisti. Galesi consegna carte d'identità false.
Mentre l'agente Di Fronzo registra gli estremi, l'agente Emanuele Petri si sposta per effettuare un controllo, via cellulare, con il compartimento di Firenze. A quel punto Galesi estrae una pistola calibro 7.65, la punta al collo dell'agente Petri e intima ai poliziotti di consegnare le armi. Di Fronzo fa scivolare la sua pistola sotto il sedile. Desdemona Lioce cerca di impossessarsi della pistola di Di Fronzo. Prova a sparare ma l'arma si inceppa perché ha la sicura. Comincia una colluttazione tra Galesi e l'agente Petri che cerca di disarmarlo.
Di Fronzo cerca di ostacolare Lioce mentre prova a raccogliere la sua pistola. Galesi prova a fare fuoco, ma la sua 7.65 si inceppa.
Al secondo tentativo parte il colpo che uccide l'agente Emanuele Petri.
Galesi spara anche due colpi contro Bruno Fortunato (viene colpito a un polmone e al fegato) prima che lui stesso venga ferito dai poliziotti. Interviene il vigile urbano Roberto C. di Perugia che, insieme a Di Fronzo, blocca Lioce.
8.37 Il treno si ferma nella stazione di Castiglion Fiorentino. Galesi morirà qualche ora più tardi.

"Panorama"
Tiro al riformista
di Renzo Rosati
Le foto diffuse dagli investigatori: a sinistra, Nadia Desdemona Lioce. A destra, Mario Galesi
I terroristi scelgono come bersaglio gli esperti del mercato del lavoro e dei rapporti sindacali. Non sono molti gli uomini in Italia in possesso delle mappe giuste per fare avanzare il riformismo: qualche decina. E dunque per forza di cose non sono molti a conoscere il loro operato e le loro abitudini.
Per molti giornalisti e addetti ai lavori che si occupano di economia e di sindacato l'accesso alle fonti è diventato improvvisamente più difficile. Opinionisti di area moderata o ulivista, tecnici e consulenti del governo o delle confederazioni si chiudono nel riserbo, pregano con garbo ma con fermezza di "non comparire". Capisci così che il ritorno del terrorismo non è solo una questione di ordine pubblico (del resto non lo è mai stato), ma anche di libera circolazione delle idee e, in generale, di capacità e funzionalità di governo.
Le Br hanno scelto come bersaglio una categoria di persone abbastanza rara in Italia: gli esperti di riformismo, in particolare di riforme del mercato del lavoro e dei rapporti sindacali. Così come negli anni Settanta uccidevano gli uomini simbolo dei partiti, delle istituzioni, del giornalismo, stavolta si accaniscono contro professori sconosciuti ai più, ma in possesso di un patrimonio prezioso: la conoscenza del diritto del lavoro, la capacità di innovarlo senza stravolgerne i fondamenti garantisti per gli individui, le aziende e lo Stato.
CORAGGIOSA USCITA ALLO SCOPERTO
Si tratta, come si è visto, di bersagli trasversali. Massimo D'Antona collaborava con il ministro diessino Antonio Bassolino, Marco Biagi col leghista Roberto Maroni. Ora è sotto tutela un allievo di Biagi, Michele Tiraboschi. Un nome illustre della sinistra riformista, il professor Pietro Ichino, ha scelto di uscire allo scoperto scrivendo un coraggioso editoriale sul Corriere della sera. Un invito ai terroristi, che lo minacciano, a farsi avanti, a confrontarsi con lui. Ichino, al pari di tanti giuslavoristi, docenti di diritto del lavoro, viene dal sindacato, dalla Cgil. È tra l'altro autore, assieme ad altre teste pensanti, di un saggio il cui titolo dice tutto: Non basta dire no. A pensarci bene, più che un titolo si tratta di un programma: un programma riformista, non importa di quale colore. Come D'Antona e Biagi, e come molti altri che in questo momento hanno scelto di stare nell'ombra, ha percorso un tragitto che dalle confeferazioni sindacali o dall'ambiente a esso vicino, quindi da una parte in causa, lo ha portato e mettere la sua competenza al servizio di tutte le parti: dei sindacati, del governo, delle aziende.
TERRENO COMUNE PER MODERNIZZARE
Servizio nel senso più nobile del termine: sia che si tratti di dare dignità giuridica a una riforma, sia che si debba commentare o, meglio, documentare qualche arretratezza del sistema, qualche privilegio. Lo stesso itinerario hanno compiuto altri dal mondo delle aziende, dell'amministrazione pubblica e della politica. Il loro scopo non è di fronteggiarsi bellicosamente a colpi di rifiuti e di ideologia, ma di trovare un terreno comune per modernizzare il Paese.
Se questi sono i bersagli, si dovrebbe più facilmente capire chi sono, e perché, i loro killer. Le nuove Br non vogliono le riforme, le riforme praticabili e, per quanto possibile, condivise. Non vogliono una nuova disciplina del lavoro, delle pensioni, del fisco, dello stato sociale, che sia nell'interesse non di una parte (poniamo, la destra o l'industria), ma di tutte le parti. Quindi i loro veri bersagli non sono gli esponenti simbolo del conservatorismo politico e industriale, né del sindacalismo duro, ma l'esatto opposto. Gli uomini che in un periodo di aspre contrapposizioni politiche e ideologiche sanno che le riforme sociali devono per forza passare attraverso determinate strettoie nel diritto e nella prassi, strettoie.
Non sono molti gli uomini in Italia in possesso delle mappe giuste per fare avanzare il riformismo: qualche decina d'individui, ma tutti con un patrimonio unico di conoscenze e intuizioni per tradurle in pratica. E dunque per forza di cose non sono molti a conoscere il loro operato e le loro abitudini. Proprio per questo, se il campo degli investigatori si restringe, diventa a un certo punto più complicato individuare le menti e i mandanti.
DIFFERENZA RISPETTO AGLI ANNI SETTANTA
Perché ai capicolonna degli anni Settanta, imbevuti d'ideologia e di culto dell'azione e abituati alla clandestinità, si è probabilmente sostituita una generazione composta da una ristretta cerchia di uomini immersi anch'essi nell'apparato. Gente in grado di disporre degli stessi sofisticati strumenti teorici delle vittime, soprattutto di capirne la portata.
Nessuno, in mancanza di prove certe, ha il diritto di indicare questo o quell'ambiente come incubatore del terrorismo. Si può dire su quali terreni la violenza di queste nuove e per certi aspetti sofisticate Br può in qualche maniera seminare: i terreni dello scontro e della violenza ideologica. Dove non si ragiona e non c'è la volontà di fare, ma anzi quella di ostacolare, le riforme.

"Panorama"
Una vita nell'ombra
di Giacomo Amadori
Via Salaria a Roma, dopo l'omicidio del consulente del ministero del Lavoro Massimo D'Antona, il 20 maggio 1999.
Chi l'ha conosciuto ricorda che faceva di tutto per non farsi notare. Fino al giorno in cui salì sul suo ultimo treno
"Credo di essere una persona calma e responsabile".
È il novembre del 1997. Mario Galesi è in galera da dieci mesi. Sconta una condanna per rapina: cinque anni. Ma la Corte d'appello di Roma, Terza sezione penale, gli ha appena concesso gli arresti domiciliari. E Galesi scrive al centro L'isola dell'amore fraterno, specializzato nell'accoglienza di detenuti ed ex. Chiede ospitalità: a casa, spiega, in una pagina e mezzo vergata a stampatello, teme di disturbare il fratello e la sorella, Paola, che sta per laurearsi. E poi, aggiunge, in carcere, a Frosinone, ha frequentato un corso da elettricista, potrebbe fare qualche utile lavoretto.
È la lettera di un bravo ragazzo che chiede solo un'occasione per riscattarsi. Galesi ha trent'anni, è già un terrorista, militante duro dei Nuclei comunisti combattenti, ha anche una lontana condanna per danneggiamenti, ma la Corte d'appello garantisce, a torto, la sua "incensuratezza". Col benestare dei magistrati, L'isola dell'amore fraterno apre le sue porte al detenuto.
Il 15 dicembre 1997 Galesi arriva, consegna all'ingresso la patente: è stato arrestato per una rapina a un ufficio postale, era fuggito con un complice su una motocicletta, ma nessuno ha pensato a ritirargliela. Nel rifugio all'estrema periferia della capitale, fra una trentina di altri ospiti, resterà 52 giorni.
Una donna andrà talvolta a visitarlo (Nadia Lioce?), presentandosi come sua fidanzata. Per ben quattro volte la magistratura autorizzerà il brigatista a uscire "con mezzi propri e senza scorta": per esami medici, per andare dal dentista, per presentarsi all'udienza d'appello.
Finché, il 5 febbraio 1998, appena ricevuta la conferma della condanna in appello, con un minimo sconto di pena, Galesi deciderà di sparire. Senza lasciare traccia. Fino a ricomparire, domenica 2 marzo, in un vagone di seconda classe sull'interregionale 2304 Roma-Firenze, con una 7,65 in tasca e una brigatista al fianco. Per uccidere a sangue freddo un sovrintendente della polizia e morire, dopo dodici ore di agonia.
Una morte violenta per un uomo che sembra aver speso tutta la vita a non farsi notare. "Al ginnasio era il tipo dell'ultimo banco: piacevole, sensibile, intelligente. Partecipava sorridendo a tutto, non faceva parte di nulla e il pomeriggio, spariva" ricorda Giovanni Floris, conduttore della trasmissione Ballarò, che con Galesi ha frequentato il ginnasio al Tasso, uno fra i licei più politicizzati e di sinistra della capitale. Figlio di un preside e di un'insegnante, nato nella città della madre, Macerata, il 23 agosto 1966, un'infanzia siciliana, a Caltagirone, il paese del padre, Galesi era allora un ragazzo di 15 anni come tanti. Clarks ai piedi, jeans, giacchetta, occhialini. "Sembrava appartenere a un altro mondo" osserva Floris.
"Ci guardava tutti come se fossimo dei bambini. La politica per lui era una missione, era il rappresentante di un'opposizione forte al sistema. Ma quando la professoressa di italiano gli faceva la ramanzina, dicendogli che tanti avevano preso una brutta strada, lui si prendeva la cazziata sorridendo".
Frequentava i collettivi di via dei Volsci e di San Lorenzo, i centri dell'Autonomia romana. Bocciato al ginnasio, si iscrisse al liceo artistico, non lo finì mai. I vicini di casa, al numero 11 di via Pesci al Tiburtino, nel palazzo dove i Galesi avevano un appartamento (oggi venduto), lo ricordano vestito da punk.
Nel 1986, a vent'anni, il primo arresto: con due compagni aveva tagliato la rete di recinzione allo stadio Flaminio. Voleva imbucarsi a un concerto, dissero i suoi amici. Restò in cella due giorni, sospettato d'eversione. Uscì, venne condannato per danni, la storia finì lì. Nel gennaio 1997 torna in galera. Accusato d'aver rapinato con Jerome Cruciani un ufficio postale di via Radicofani, a Roma. Nel novembre '97 ottiene gli arresti domiciliari. Padre e madre sono morti e lui non vuole tornare nella casa di via Pesci.
Eppure al Tiburtino, il quartiere della sua adolescenza, tornerà. Domenica 2 marzo, alle 6 e 21: per salire sul suo ultimo treno.

"Panorama"
Tra passione politica e cucina pugliese
di Giacomo Amadori
Via Salaria a Roma, dopo l'omicidio del consulente del ministero del Lavoro Massimo D'Antona, il 20 maggio 1999.
Gli esami superati a pieni voti, il volontariato. Ma anche le discussioni sul marxismo e l'impegno per Palestina e Nicaragua. Nei ricordi di Luigi Fuccini, per dieci anni compagno della brigatista arrestata, un suo ritratto inedito
Ha rivisto la sua Nadia sui giornali, gonfia, ingrassata, quasi irriconoscibile. L'ha rivista e ci si è specchiato. Si è immaginato sul treno con lei, nel suo stesso carcere. O forse dentro la bara di Mario. Come in un flashback sbiadito dalla luce del neon, Luigi si è rivisto, otto anni fa, nello scantinato della questura di Roma mentre allarga gli occhi dei poliziotti, che pensavano di aver catturato un ladruncolo, con la formula di rito: "Sono un militante rivoluzionario". Proprio come la sua Nadia, che ha scudisciato i magistrati con tre parole: "Appartengo alle Br".
Ora le loro esistenze procedono parallele, senza possibilità di convergenze. Luigi, dopo la condanna a 3 anni e 11 mesi per la partecipazione ai Nuclei comunisti combattenti, le nuove Br, ha ricominciato a vivere.
Luigi di cognome fa Fuccini, 45 anni, capelli brizzolati, occhialini blu, e non ha mai rinnegato la sua militanza rivoluzionaria. In un ristorante di Pisa, accetta di parlare con Panorama della sua ex compagna Nadia Desdemona Lioce, della loro vita insieme. Una convivenza durata dieci anni, dal 1984 al 1994, quando si lasciarono per motivi che Fuccini preferisce tenere per sé. Guarda la foto e dice: "Quella della clandestinità è una condizione tremenda da sopportare. Bisogna essere molto forti psicologicamente. E Nadia lo è. Più di me".
Lo confermano le cronache recenti. Ora, dopo tanta lontananza e un'altra convivenza alle spalle, Fuccini vorrebbe riavvicinarsi alla famiglia dell'ex compagna: "In questo momento vorrei essere a fianco della madre e della sorella". Lampi di tenerezza. Che non ti aspetteresti da chi aveva scelto la rivoluzione armata.
"Quando ho conosciuto Nadia? Era il 1979 o forse l'80, l'ho incontrata nel movimento studentesco. Era bella, allegra. Aveva occhi verdi e capelli con l'henné, che colpivano" ricorda.
Erano molto diversi: lui pescatore in una cooperativa di militanti d'estrema sinistra, gente di Potere operaio e Lotta continua, lei studentessa modello. Nell'estate del 1984, dopo una serata passata al circolo davanti a un bicchiere di vino, si mettono insieme.
"Abbiamo iniziato subito a convivere nella sua casa di proprietà vicino alla stazione, io andavo a lavorare e lei rimaneva a studiare anche 8-10 ore di fila".
Le sue materie preferite sono storia contemporanea e marxismo, i testi del filosofo Ludovico Geymonat tappezzano la loro casa-biblioteca. "Passavamo le serate a studiare insieme, a discutere di storia e filosofia". Nessun cinema, qualche trattoria. "La cucina era la passione comune, Nadia mi ha insegnato a preparare i piatti pugliesi".
In quel periodo non mancano le gite in montagna, che lei adora e dove accompagna i ragazzini ai campi estivi dell'Arci. Divertimento, ma soprattutto studio: la formazione culturale è in cima ai pensieri della ragazza.
Nel 1977 si era iscritta a Bari alla facoltà di storia. Nel 1986 inizia a dare esami a Pisa: alla fine sul libretto ne racimolerà 21, con voti altissimi, la lode in storia del movimento operaio. Il 22 ottobre 1992 l'ultimo gradino: storia militare, voto 30. "Stimava il professore, uno storico capo partigiano, Filippo Frassati, aveva deciso di laurearsi con lui".
Purtroppo il professore muore e la sua studentessa inizia una tesi sulla Marina militare, la specializzazione del nuovo docente. Non è la sua materia, non le piace e abbandona gli studi.
Nella vita di Nadia e Luigi, però, non c'erano solo i libri, ma anche l'impegno politico. "Nell'84 siamo entrati entrambi nell'associazione Italia-Nicaragua, che simpatizzava per il movimento sandinista". Lasciano quando capiscono che l'associazione svolge un'azione solo umanitaria e non politica: "Per questo nel 1985 abbiamo fondato insieme un nostro comitato Italia-Nicaragua". Luigi era appena stato nel paese centroamericano, Nadia ci aveva lavorato un mese con la sorella l'estate precedente.
Insieme gestiscono uno spazio filosandinista su Radio Ulisse. Un membro del comitato aveva avuto rapporti con un brigatista, il gruppo entra nel taccuino della Digos. Durante una perquisizione in casa di un sindacalista viene trovata un'arma, scatta l'arresto: "Era un vecchio fucile da caccia del padre da poco morto e lui non l'aveva denunciato" assicura Fuccini. Comunque, a causa di queste vicissitudini, nel 1986 il comitato si scioglie.
Nello stesso anno, dopo l'omicidio dell'ex sindaco di Firenze Lando Conti, vengono trovati volantini Br vicino all'università. La Digos sospetta di Nadia. "Ma quando entrò in casa per perquisirla, l'unica cosa che trovò era me nel letto".
I due giovani continuano la loro intensa attività politica: partecipano alle proteste studentesche (l'85 è l'anno della Pantera), frequentano un neonato centro sociale e la casa dello studente dietro alla Normale. Si lotta per la mensa gratuita, per gli alloggi universitari. Luigi, senza entusiasmo, si lascia candidare alle elezioni comunali.
I due iniziano a occuparsi di intifada. "Non eravamo antisemiti, ma antisionisti. Non bisogna mai dimenticare che Marx era un ebreo". Arrivano gli anni Novanta. Anni caldi in cui all'università continua a respirarsi un'aria eversiva. Che ha lasciato tracce sui muri: dietro al dipartimento di Storia c'è ancora una grande scritta sbiadita inneggiante alle Br, sulla targa d'ingresso il disegno di una stella rossa a cinque punte.
Fuccini non dice quando lui e Nadia decidono che la loro via è quella della rivoluzione, della lotta armata. Forse l'hanno sempre pensato. Forse no. "Ricordo le discussioni, lo studio e l'analisi anche critica dei documenti brigatisti e della scelta della ritirata strategica".
Intanto lui ha iniziato a fare il cuoco e lei a lavorare nel negozio di prodotti macrobiotici della sorella. Nel 1994 si lasciano. L'amore è finito, non la passione rivoluzionaria che condividono. Dopo pochi mesi, il 13 febbraio '95, all'alba, Fuccini sale sul treno diretto a Roma, quello che lo porterà verso la sua seconda vita.
Per gli investigatori su quel vagone c'è anche Nadia. Di certo c'è solo che quel giorno anche per lei inizia un'altra esistenza, quella da braccata. Sino al mandato di cattura del 2002. "In realtà non hanno mai smesso di cercarla" conclude Fuccini, prima di ritornare a un vecchio casolare perso tra gli ulivi dove vive con il suo cane.
Lancia un ultimo sguardo sui ritagli dei giornali appoggiati sul tavolo del ristorante e si indigna: "L'hanno descritta come una belva con gli occhi diabolici. Invece io dico che lei non è un'assassina, ma una combattente. Sul treno era pure disarmata e ha cercato di coprire con il suo corpo il compagno ferito". La rivoluzione non concede sconti.
Neppure a Nadia, la brigatista.

"Il Nuovo"
Br, perquisizioni in corso a Modena
Al setaccio l'Ateneo di Biagi dopo il rinvenimento nella borsa della Lioce di un numero di telefono riconducibile a un' impiegata dell' Ateneo. Gli inquirenti chiedono il silenzio stampa sulle indagini.
BOLOGNA - Perquisizioni in corso a Modena nell' ambito di indagini sul terrorismo. A quanto si è appreso sarebbero state disposte dalla Procura della Repubblica di Firenze. L' attività sarebbe concentrata su uffici dell' Università dopo il rinvenimento nella borsa di Nadia Desdemona Lioce di un numero di telefono riconducibile a un' impiegata dell' ateneo modenese dove insegnava il professor Marco Biagi ucciso dalle Br a Bologna il 19 marzo 2002.
Durante le perquisizioni la polizia, supportata dal personale della Digos di Modena, ha portato fuori dalla facoltà di economia diverso materiale contenuto in alcuni scatoloni.
Materiale "interessante", era stato definito l'involucro di biglietti e foglietti ritrovati nella borsa dei due terroristi Desdemona Lioce e Mario Galesi. E una coincidenza "inquietante" era stata, appunto, per gli investigatori, il ritrovamento di quel numero di telefono che portava dritti all'Università di Modena dove lavorava il professor Marco Biagi. Ma sulla vicenda bocche cucite e grande riservatezza. La donna, in realtà, sarebbe già stata interrogata, al momento soltanto come testimone.
Oltretutto la donna non ha nessun precedente politico, nessuna vicinanza con ambienti sospetti. E allora? Come poteva quel numero di telefono essere nella tasca del giaccone di Nadia Desdemona Lioce? Una delle ipotesi è che la bibliotecaria possa avere avuto un ruolo di informatrice inconsapevole dei terroristi rispondendo alle loro telefonate e dando loro informazioni.
C'è la possibilità che dalla bibloteca i brigatisti volessero prendere altre informazioni, magari relative al prossimo bersaglio, perchè, dice un investigatore, non si caposce come mai quel numero fosse ancora "attuale" un anno dopo l'agguato al professore.
Intanto, la dipendente di un Internet Point ha riferito di aver visto in passato la Lioce e Galesi frequentare il piccolo call center. Proprio da lì sarebbe stata inviata la rivendicazione delle Br poco dopo l'assassinio di Marco Biagi.
 
 

 

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