Almanacco dei misteri d' Italia
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notizie dell' 8 marzo |
8 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
ANSA:
Non si e' mai spezzato il filo tra le vecchie e le nuove Br: "I nuovi brigatisti che operano nel territorio sono organizzati in cellule", e "ogni cellula agisce su mandato della Direzione stragistica ma possiede ampia autonomia operativa". L'analisi di Armando Spataro, magistrato di Milano con alle spalle un passato di inchieste antiterrorismo, e' contenuta in una delle interviste dell'ultimo libro di Daniele Biacchessi, "L'ultima bicicletta. Il delitto Biagi".
Le cellule sono "compartimentate" e costituite da pochi individui "che conducono vita regolare": "Cio' consente loro - sottolinea Spataro - di colpire persone senza scorta, non difese dallo Stato, spesso metodiche negli spostamenti e nei loro appuntamenti pubblici. Osservando attentamente i documenti di rivendicazione degli omicidi D'Antona e Biagi, si comprende che la mano e' la stessa. Alcuni termini - osserva ancora il magistrato - vengono sostituiti ma i concetti restano. Al cosiddetto Sim (Stato imperialista delle multinazionali) si inserisce la parola Borghesia imperialista, ma il ragionamento intorno non cambia. Sono i riformisti i loro obiettivi, specie quei professori che lavorano nel campo del lavoro"."Il Corriere della sera"
La Digos di Roma in Finlandia da Anton Lehtinen Monti. Lui si difende: non sono mai stati da me
"Ospitò i br": al setaccio casa di un leader no global a Helsinki
ROMA - Puntano anche all'estero le indagini sugli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. Gli uomini della Digos di Roma hanno perquisito la casa di Helsinki di Anton Lehtinen Monti, il leader delle Tute bianche locali, nato dal matrimonio tra una finlandese e un ex dirigente di Palazzo Chigi. Monti avrebbe avuto contatti con Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi durante la loro latitanza. "Non li ho mai ospitati", ha sostenuto Monti al telefono senza negare di conoscerli. "La perquisizione è avvenuta come "persona informata sui fatti, se avessi accolto nella mia abitazione Galesi e la Lioce sarei indagato per favoreggiamento"", ha aggiunto il no global facendo capire di conoscere bene le norme della giustizia italiana. Dall'appartamento i poliziotti hanno portato via documenti definiti "molto interessanti" dagli esperti del nostro antiterrorismo. Per quale motivo la casa di Monti è stata passata al setaccio? Nè gli investigatori, né tantomeno i magistrati che hanno disposto la perquisizione, i pm Franco Ionta e Pietro Saviotti, fanno trapelare nulla sulle loro intenzione. Ma un fatto è certo: la caccia al covo romano delle Brigate Rosse da cui la Lioce e Galesi sono partiti domenica per prendere il treno diretto ad Arezzo passa soprattutto attraverso l'esame delle persone con cui avevano avuto contatti più o meno recenti. E Monti è sicuramente una di esse.
Funzionario dell'Ice, l'Istituto per il Commercio Estero di Helsinki dove lavora come addetto ai "beni strumentali e di investimento", Monti, 39 anni, è un editorialista di Virhea Lanka, la rivista ufficiale dei verdi finlandesi. Il Disobbediente di origini scandinave, avrebbe guidato nel '99 la protesta di Tampere, sempre in Finlandia, durante il vertice tra i capi di stato europei mentre per il sito del movimento No Global Indymedia ha commentato, alcuni mesi fa, il libro "Impero" di Michael Hardt e dell'ex leader dell'Autonomia Operaia Toni Negri.
Il nome di Monti appare nell'ordinanza di custodia in carcere per banda armata emessa dal gip Maria Teresa Covatta nei confronti di Galesi. Il provvedimento è stato firmato lo scorso ottobre contestualmente a quelli contro la Lioce, Michele Pegna (arrestato a Napoli e poi scarcerato e adesso rinchiuso in una casa di lavoro di Sulmona) e Michele Mazzei, Francesco Donati, Franco Galloni e Antonino Fosso, i terroristi "irriducibili" che hanno rivendicato dalle celle gli omicidi di D'Antona e Biagi a nome delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente. A proposito della latitanza di Galesi, il magistrato ha scritto che "le indagini effettuate nel procedimento per l'omicidio D'Antona lo segnalano in Finlandia, probabilmente presso (o comunque in collegamento diretto) con tale Anton Monti".
Ma nel provvedimento della Covatta c'è altro. Il gip si sofferma sulla figura di Roberto Zarra (arrestato nell'86 a Roma per un misterioso episodio insieme con Galesi) e, sottolineando lo scambio di lettere tra lui e Monti, ricorda come "inequivocabilmente risulti, per entrambi, l'appartenenza ad organizzazioni politiche di lotta armata". Dice che Zarra, "depositario di dotazioni di armi per l'organizzazione (le Br, ndr.), abbia dato a tale dotazione o parte di essa una destinazione diversa da quella stabilita dall'organizzazione, con conseguenze "pesanti per tutto il movimento comunista, da non potersi neanche immaginare"". E accredita la tesi che il finlandese sia un prezioso "informatore" delle Br quando cita altre missive tra lui e Zarra in cui "si fa riferimento anche agli arresti dopo il "lavoro compiuto nei pressi dell'università" ed al fatto che dalle notizie che a seguito di essi ha avuto Monti, "risulta chiaro che persone incensurate sono state controllate per molto tempo"".
Flavio Haver"Il Messaggero"
Ascoltata dalla Digos la bibliotecaria di cui la Lioce aveva il numero di cellulare. La donna sarebbe estranea, "strumento inconsapevole" dei terroristi
Delitto Biagi, perquisizioni a Modena e a Roma
Al setaccio la facoltà del professore ucciso. Nella Capitale i "contatti" di Galesi nel mirino
dal nostro inviato
MASSIMO MARTINELLI
FIRENZE - Dicono che è una "colonna della facoltà di Economia" da molti anni. Buona, generosa, disponibile. Niente a che vedere con lo sguardo duro, da fondamentalista, di Nadia Lioce. I colleghi la difendono, questa bibliotecaria insospettabile che lavora a dieci metri dall'ufficio che fu di Marco Biagi e oggi è occupato dal suo ex allievo, Michele Tiraboschi. Eppure il suo numero di cellulare era in tasca della Lioce, la mattina della sparatoria.
Per questo, ieri mattina, gli agenti della Digos di Modena e Firenze si sono presentati in facoltà per una perquisizione durata molte ore. Hanno interrogato a lungo la bibliotecaria e si sono portati via alcuni scatoloni di documenti.
E' stata questa la prima operazione investigativa basata sul materiale trovato in tasca ai due brigatisti bloccati sul rapido Roma-Arezzo. E non ha riguardato solo Modena, perchè sempre ieri mattina altre squadre di investigatori hanno bussato alle porte di almeno tre persone, anche a Roma e a Orvieto. Si tratterebbe degli intestatari degli altri numeri di cellulare che la Lioce teneva annotati su un foglietto di carta nel suo giaccone. Secondo indiscrezioni si tratterebbe di un autotrasportatore romano, di un libero professionista di Orvieto e di un giovane dipendente di un grande supermercato di Modena. Oltre a loro sarebbe stato perquisito anche l'amico finlandese di Galesi. L'uomo che gli investigatori ritengono abbia ospitato il terrorista morto sul treno nel periodo della latitanza.
L'attenzione maggiore, però, era rivolta a quella signora minuta che per anni ha lavorato gomito a gomito con Marco Biagi, il cui numero è stato trovato in tasca ad una brigatista che ne ha rivendicato l'omicidio. L'hanno interrogata a lungo e lei non avrebbe saputo spiegare la circostanza: "E' caduta dalle nuvole - commenta un investigatore - Ha spiegato che il suo ufficio è un porto di mare, che in biblioteca ci lavorano in venti e tutti hanno contatti con gli studenti". Insomma, in questura a Firenze non escludono l'ipotesi che la bibliotecaria potrebbe aver dato inconsapevolmente il suo numero di telefono alla brigatista, credendola una studentessa o una ricercatrice. "La verità è che avremmo dovuto rinviare questa operazione, tenere sotto controllo quel telefono per due, tre mesi, e poi vedere dove ci portavano le chiamate che riceveva" dice amareggiato uno degli investigatori, maledicendo le fughe di notizie che hanno praticamente imposto questa accelerazione. E ancora, c'è un piccolo rompicapo al quale gli investigatori stanno cercando di dare una risposta: i due brigatisti si erano procurati (probabilmente con un programma computerizzato apposito) il codice fiscale della bibliotecaria. E si sta cercando di capire lo scopo.
Una certezza, comunque, gli investigatori l'hanno raggiunta: se la Lioce aveva ancora in tasca il numero della vicina di stanza di Marco Biagi, significa che fino a domenica scorsa le Bierre erano interessate a quell'ufficio. Dove adesso c'è Michele Tiraboschi, il giuslavorista-discepolo che ha portato avanti il lavoro di Marco Biagi dal giorno in cui il professore morì, il 19 marzo 2002. Quindi con ogni probabilità anche lui era nel mirino di questi brigatisti. Oltre a lui, intanto, è arrivata la conferma che riguarda i pericoli corsi da Guidalberto Guidi, vicepresidente di Confindustria e presidente degli industriali di Bologna. La procura sta indagando su una decina di telefonate arrivate al centralino di Assindustria a Bologna, da parte di un misterioso interlocutore che chiedeva notizie su Guidi, insistendo per avere il suo numero di cellulare. A questo si aggiunge la testimonianza di un uomo della sua scorta che nei mesi scorsi aveva notato nei pressi di via Veneto, a Roma, dove Guidi ha gli uffici, la presenza di alcuni personaggi che sembravano intenti a studiare le sue abitudini.
Intanto, il rettore dell'Università di Modena e Reggio Emilia, Gian Carlo Pellacani, che ieri si è visto piombare gli agenti Digos in ufficio, ha commentato in manierta stringata: "Auspichiamo che tutto si concluda rapidamente e positivamente e che la vita accademica, profondamente turbata da queste notizie, abbia a proseguire con serenità e regolarità". E mentre in una fabbrica del Friuli, a Maniaco, in provincia di Pordenone, sono ricomparse le scritte inneggianti alle Br con la stella a cinque punte, la città di Modena si prepara ad accogliere il capo dello Stato, che lunedì verrà ad inaugurare la Fondazione Marco Biagi proprio nelle sale attigue alla biblioteca della facoltà che ieri è stata perquisita dalla Digos."Il Resto del Carlino"
E a Roma finisce sotto torchio un camionista
ROMA - Controlli a tappeto e un perquisizione 'mirata' nella zona del Casilino. Le indagini per far luce sui contatti e sulle basi romane dei brigatisti rossi vanno avanti a ritmo serrato. Ieri è stata setacciata la casa di un uomo: a lui gli investigatori sarebbero giunti seguendo le tracce lasciate da Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. In particolare il numero di telefono di questa persona - che al momento non risulta indagata - sarebbe stato trovato su un biglietto che la Lioce teneva in tasca.
E' una traccia analoga a quella che ha portato ai controlli nell'università di Modena: l'uomo sarebbe un autotrasportatore e, secondo indiscrezioni, sarebbe stato ascoltato a lungo dagli uomini della Digos. Ma sull'esito del colloquio le bocche restano cucite e ciò che filtra è che gli investigatori mostrano una certa dose di ottimismo.
In questa delicatissima fase ogni elemento rivelato può risultare letale per le indagini. Si sa solo che si continua a cercare il covo della coppia e che le ricerche dall'area Sud della Capitale si sarebbero estese anche a zone limitrofe. Non sarebbero esclusi, dai controlli, i comuni dei Castelli romani. Le chiavi che la Lioce aveva in tasca, insieme con i risultati delle segnalazioni al numero verde, potrebbero portare a una svolta.
Allo stesso modo proseguono le verifiche sulle tessere telefoniche trovate in possesso dei terroristi. Ricostruire il traffico telefonico potrebbe risultare molto importante per arrivare a mettere le mani sui complici ancora latitanti dei due.
Il riserbo è assoluto. In tal senso il Viminale avrebbe diramato direttive precise peraltro anticipate dall'intervento del ministro Pisanu in Parlamento. Si sta lavorando sul "covo" e si stanno cercando possibili complici anche in ambienti non ritenuti, fin qui, immediatamente collegabili alle frange eversive. Di più proseguono i raffronti per cercare di capire se la Lioce e Galesi abbiano avuto un ruolo nell'omicidio di Massimo D'Antona.
s. m."Il Corriere della sera"
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
MODENA - Gli uomini della Digos le hanno perquisito casa e ufficio di lavoro. L'hanno portata in questura. E qui, per ore, le hanno chiesto come poteva spiegare il fatto che il suo nome, cognome e indirizzo comparissero su uno dei biglietti trovati in possesso della brigatista Nadia Desdemona Lioce, arrestata dopo lo scontro a fuoco sul treno Roma-Firenze.
Hanno cercato di capire, gli investigatori, se quella signora di 47 anni, sposata, due figli, che lavora come bibliotecaria alla facoltà di Economia dell'università di Modena, nello stesso piano sul quale si affaccia l'ufficio che fu di Marco Biagi, ora occupato dal suo erede Michele Tiraboschi, abbia avuto o no contatti con la terrorista ora in carcere. L'abbia in qualche modo aiutata a raccogliere informazioni sugli orari e gli spostamenti del giuslavorista ucciso a Bologna un anno fa o, più di recente, su quelli del suo successore, da mesi sotto scorta. Insomma, un sospetto terribile. Tutto da dimostrare. Perché può anche darsi, e gli inquirenti non lo escludono, che questa signora che davanti agli uomini della Digos ha pianto, ha gridato la sua innocenza fin quasi a sentirsi male ("Non sapevo nemmeno esistesse quella tal Lioce..."), che raccoglie attestati di stima da colleghi e superiori, sia del tutto estranea ai disegni omicidi delle bierre. Soltanto un inconsapevole strumento. O nemmeno quello.
PERQUISIZIONI - La bibliotecaria, interrogata dagli investigatori come persona informata dei fatti, era già stata sentita un anno fa sull'omicidio Biagi: lei, come decine di altre persone che lavorano all'Università, nelle vesti di testimone. Ora il contesto è diverso. Nei confronti della donna, nel cui passato pare non ci siano ombre dal punto di vista penale e il cui marito fu anni fa un simpatizzante di Potere Operaio, "non è stato preso alcun provvedimento", assicurano gli investigatori. Che però non sembrano affatto intenzionati ad abbandonare la pista modenese. Dopo l'interrogatorio, effettuato nella notte tra giovedì e ieri, l'abitazione della donna è stata perquisita. Poi, ieri mattina, tre esperti della Digos si sono presentati all'ingresso dell'ala Est dell'Università modenese e, saliti al primo piano, hanno setacciato da cima a fondo l'ufficio della bibliotecaria, uscendone con uno scatolone contenente computer, floppy disk e altro materiale informatico, oltre ad una consistente documentazione. Tutti elementi che saranno passati in controluce dalla Procura di Firenze. A cominciare dai tabulati delle telefonate: sarà infatti importante ricostruire le chiamate fatte e ricevute dalla donna nei mesi scorsi. Sconcerto e un pizzico di scetticismo nei corridoi dell'ateneo modenese.
ASSE BOLOGNA-ROMA - Oltre che sull'università, i riflettori delle indagini si sono ieri accesi anche sull'asse Bologna-Roma. Sempre partendo dagli elementi trovati in possesso dei due brigatisti, sono state effettuate perquisizioni e verifiche sia nel capoluogo emiliano (pare senza esito) che nella Capitale. Qui, a Tor Della Monaca, gli uomini dell'Antiterrorismo hanno fatto un accurato sopralluogo in un'abitazione, il cui inquilino pare sia anche stato a lungo interrogato. Aperta un'inchiesta a Bologna per risalire alla misteriosa voce che nei mesi scorsi telefonò più volte all'Assindustria emiliana, chiedendo il numero di cellulare di Guidalberto Guidi, numero due di Confindustria. L'imprenditore bolognese, secondo la versione di un agente della sua scorta, sarebbe anche stato pedinato a Roma da un uomo che assomigliava al br Mario Galesi. Esito negativo hanno dato i rilievi antropometrici che dovevano confermare la presenza di Galesi alla stazione di Bologna la sera del delitto Biagi: le verifiche della scientifica non corrispondono ai tratti dell'uomo immortalato dal filmato. Le analisi però continuano. Sono almeno due i testimoni che giurano di aver visto Galesi, prima del delitto, sotto casa Biagi.
Francesco Alberti"Il Resto del Carlino"
Modena, polizia nell'ateneo
"Ma non sono io la talpa"
Biagio Marsiglia
MODENA - Dalla sua scrivania poteva vedere e sentire Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Brigate rosse. E può vedere e sentire, ora, il suo erede Michele Tiraboschi, il nuovo consulente del Welfare che gli irriducibili brigatisti vedrebbero volentieri steso in una bara e che la polizia ha nascosto in un luogo sicuro.
Il dilemmaRita, poco più di quarant'anni, una bella donna, due figli e un marito con un passato da ricercatore universitario e una lunga militanza in 'Potere operaio', è la bibliotecaria dell'ateneo modenese, Facoltà di Economia, finita nella tempesta. Travolta dal terribile dilemma che ora la vuole come 'talpa' delle Brigate rosse-Pcc, una serpe in seno all'università che fu di Biagi, e ora la dipinge invece come un'altra delle vittime dei terroristi rossi, una innocente finita solo per malasorte in una brutta faccenda che odora di morte.
Nella tasca interna del giubbotto di Desdemona Lioce, la terrorista arrestata domenica scorsa, i poliziotti di Firenze hanno trovato il suo nome, forse anche il suo numero di telefono, e forse ancora hanno trovato il tutto trascritto secondo una formuletta criptata che conduce verso legittimi sospetti.
Ieri mattina la polizia l'ha buttata giù dal letto che fuori era ancora buio. E le ha perquisito la casa nuova da cima a fondo, le ha ribaltato l'ufficio e l'ha interrogata per ore e ore. Lei ha pianto, ha negato ogni legame con la Lioce e soprattutto ha voluto sempre a fianco e sè il marito, lo stesso guerriero che più tardi si prenderà la briga di cacciare i curiosi sotto casa e respingere gli impertinenti al telefono. "Andate via - griderà - se siete giornalisti non abbiamo nulla da dire... via, via, lasciateci in pace...".
A Economia, ala Est dell'istituto, in biblioteca, su al primo piano, Rita è un mito. Lo è per i colleghi, lo è per i professori, lo è per i ragazzi. Sta lì da vent'anni, è una delle quattro funzionarie esperte del dipartimento. Usa il computer con la stessa facilità con cui si mangia un gelato e quando lavora non guarda l'orologio. Col programma di grafica fa ciò che vuole. "E' una persona sempre disponibile - dicono - magari credeva di fare un favore a uno studente e s'è messa nei guai senza avvedersene".
Università nel caos
Quando ammazzarono Marco Biagi, il suo vicino d'ufficio, scoppiò a piangere. In biblioteca, dove oggi entri a fatica e regolarmente ti cacciano a pedate, se lo ricordano bene. "Non ci crediamo - giurano tutti - una spiegazione ci deve essere". Già, una spiegazione. E' quella che manca. Come diavolo faceva Desdemona Lioce ad avere in tasca quel foglietto col nome di Rita? E' il mistero che devono sciogliere i magistrati di Firenze, gli stessi che hanno firmato il doppio mandato di perquisizione.
La Digos è arrivata all'università a Modena alle otto e poco più. Due Alfa 146 con quattro agenti in borghese hanno parcheggiato sul retro ed è iniziata l'ispezione. Una cosa discreta. Ma non al primo piano, dove la stanza 45, quella che era di Biagi e ora ospita Tiraboschi, è chiusa. Rita non c'era, mentre i poliziotti le scollegavano il pc e lo mettevano in uno scatolone per portarselo via lei era in questura, chiusa in una stanzetta. "Non so chi sia la Lioce - ha detto piangendo - non l'ho mai vista. Forse ha avuto il mio nome e cognome spiando su internet, ma io non so che dire... Sì - ha aggiunto - le sue foto sui giornali le ho viste, ma io quella donna non l'ho mai incontrata...". Nega, Rita la bibliotecaria. E piange con la mano nella mano del marito.
Mentre all'università è il caos. Troppi curiosi, troppe telecamere e arriva la polizia. Accorre persino il responsabile della sicurezza dell'ateneo. E' il maresciallo Giuseppe Ullo, 65 anni. Curioso destino, il suo. Era nel gruppo del generale dei carabinieri di Alberto Dalla Chiesa e negli anni '70 dava la caccia ai brigatisti. Un bandito gli ha tirato una pallottola in fronte, ma lui l'ha fatta franca. E adesso sta lì, a cacciare i curiosi blaterando in siciliano.
dall'inviato"Il Corriere della sera"
"Non c'entro con i terroristi, questa Lioce non so chi sia"
La donna in lacrime: vorrei sapere chi mi ha infilato in questa storia. E' vero, ho tre telefonini, ma non è un reato
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
MODENA - Mai un filo di trucco, scarpe basse. Quarantasette anni portati con poche rughe. Le sue colleghe aggiungono che è anche una sempre puntuale. E ordinata. Ecco, soprattutto questo: ordinata e metodica. Basta osservare la sua scrivania, il suo ufficio, che pure è stato appena perquisito.
L'ufficio è al primo piano della facoltà di Economia e Commercio. La biblioteca è giù, al piano terra, ma i responsabili della catalogazione sono sopra. Il corridoio è lungo, pulito e illuminato bene. Ci sono decine di porte e quelle due lì, sono state fotografate spesso, negli ultimi mesi: la stanza del professor Marco Biagi e quella del suo discepolo, Michele Tiraboschi. Esatto: la stanza dei bibliotecari è piuttosto vicina a quella di Biagi e Tiraboschi.
"E questo cosa significa? Non significa niente, proprio un bel niente?". Ha gli occhi cerchiati. I lunghi interrogatori della notte hanno lasciato segni precisi. Non nella voce, però: ancora forte, tonica, nervosa.
Signora, è stata interrogata a lungo. Il sospetto è grave, lo sa. "Io, con le Brigate Rosse, non c'entro nulla, okay? Nulla. Non capisco come possa essere finita in questo schifo di storia. Chi mi ci ha infilato?".
I numeri dei suoi telefoni cellulari sono stati rintracciati grazie ad un foglietto che la terrorista Nadia Lioce aveva addosso, al momento dell'arresto, la scorsa domenica. "Allora, io ripeto ciò che ho già ripetuto, fino all'alba, anche ai poliziotti: io, questa Lioce, non sapevo neppure chi fosse.
Io, il suo nome, e poi la sua faccia, l'ho scoperta guardando la televisione e leggendo i giornali". Signora, ma è vero che lei possiede tre telefonini con tre numeri telefonici diversi? "Io posso avere tutti i telefonini che voglio, o no? O c'è qualche legge che lo vieta?". E' sposata e ha due figli, in età da università. Suo marito lavora a Bologna, è tra i dirigenti di un ente pubblico e ha un passato di militante nell'organizzazione di estrema sinistra denominata Potere Operaio. Abitavano alla periferia della città e, poco meno di un anno fa, hanno cambiato casa. Spostandosi di poche centinaia di metri. La nuova casa è più larga, più comoda, nel verde.
Per un giorno intero non si è fatta vedere in ufficio e, di questo, si sono accorti anche molti studenti. La biblioteca è assai frequentata. Ha una dotazione di circa 150 mila volumi e di oltre 4 mila testate di periodici. Dispone di 320 posti. E' specializzata nelle principali discipline di una facoltà di Economia (aziendali, economico-politiche, statistico-matematiche, giuridiche), ma dedica grande attenzione anche all'insieme delle scienze sociali, dalla sociologia all'antropologia. Avere perciò un buon rapporto con i responsabili della catalogazione è, per molti studenti, una pura necessità.
"Sì, abbiamo saputo", dice una ragazza bassa, con i capelli biondi. "Mah, cosa si può dire? Qui lavorava Biagi, e Biagi l'hanno ammazzato per davvero". Il rettore dell'università, Giancarlo Pellacani, è affranto. "Ho appreso, con grande stupore e meraviglia, che una nostra dipendente ha attirato l'attenzione degli inquirenti e sono sconcertato". Stupore, meraviglia. Anche i colleghi della bibliotecaria sono assaliti da sensazioni simili. Certi reagiscono chiudendo la porta: "Dobbiamo lavorare". Altri vanno via scuotendo la testa. Uno dice: "Sono ore che penso a qualche sua frase, ad un gesto, a una telefonata che possa avermi insospettito. Ma finora non c'è niente che mi sia tornato in mente".
Lunedì, in facoltà, verrà il Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi. Deve presenziare all'inaugurazione dei locali destinati alla Fondazione Marco Biagi. C'è un agente, nell'androne umido. "Gli estranei non possono entrare. Potrebbero essere terroristi in ricognizione".
Fabrizio Roncone"Il Messaggero"
LE TESTIMONIANZE
Due docenti difendono l'impiegata: "E' stata vittima della sua disponibilità"
dal nostro inviato
MODENA - "Ho le gambe che mi tremano da stamattina. Non riesco a pensare, non riesco a lavorare". Parla la professoressa Gisella Facchinetti, Dipartimento di Economia politica, Università di Modena, ufficio accanto a quella che adesso è la biblioteca dei misteri. Lei è una delle ultime persone amiche ad aver visto Marco Biagi in vita, la sera del 19 marzo scorso: "Uscimmo insieme dall'Ateneo, lui tornava a casa, io avevo finito una lezione. Uscimmo chiacchierando, in mezzo a decine di studenti. E lei adesso mi dice che forse in mezzo a loro c'era quella donna, la Lioce, che pedinava Marco. E che aveva il telefono della nostra bibliotecaria. Tutto questo è angosciante".
Nell'ufficio accanto c'è il professor Gianni Ricci, uno che ha studiato persino un metodo matematico per dare una mano agli investigatori che cercano i killer del suo collega Marco Biagi. Eppure, su quella bibliotecaria sempre sorridente, ci mette la mano sul fuoco: "Non è lei la soluzione del problema - dice senza giri di parole - Troppo pulita e trasparente per avere qualcosa da spartire con quella donna con i capelli rossi vista in tv".
Eppure è un dato di fatto: la donna con i capelli rossi aveva il suo telefono. Come lo spiega?
"Credo che... anzi, senza credo: la nostra collega è sicuramente rimasta vittima della sua disponibilità con la gente, con gli studenti e con chiunque gli chiede un'informazione o una cortesia. Sarà stata strumento inconsapevole di questa gente".
Lei se la ricorda, la bibliotecaria, il giorno dopo la morte di Biagi?
"Certo che me la ricordo. Non era felice e nemmeno esageratemente addolorata da far pensare che stesse fingendo. Soffriva davvero, come tutti noi in ateneo".
E il giorno dopo la sparatoria sul treno Roma-Arezzo?
"Non la vidi, non posso risponderle".
Lei dice che la bibliotecaria potrebbe aver dato il numero ad uno studente che le chiedeva informazioni; eppure non fa un lavoro che la tiene a contatto con il pubbico. Come mai?
"Vede, la nostra facoltà è molto giovane, intendo dire che abbiamo una mentalità aperta. Così se un vetro è sporco, può vedere un professore che lo pulisce; se entra qualcuno che vuole un'informazione può accadere che una delle colonne della biblioteca, come è lei, perda mezz'ora per rispondergli e si metta a sua disposizione. Ecco, in questo senso lei potrebbe aver dato il suo numero a chiunque".
Lei le ha chiesto come mai una brigatista avesse il suo numero?
"Una domanda del genere non gliela farei mai. Ho troppo rispetto".
M. Mart."Il Messaggero"
GEOGRAFIA DELL'EVERSIONE
Tra Umbria e Toscana i covi e gli arsenali della lotta armata
Paesi, nomi e misteri ricorrono in questi anni di indagini. Il pm fiorentino Chelazzi: tutto è nato da 7-8 militanti degli anni '80
dai nostri inviati
MARCO BRUNACCI e ITALO CARMIGNANI
AREZZO - Un intrigo di colline, filari, antichi manieri, strade tra gli ulivi, case piccole e basse, campi di grano tagliati dalla ferrovia. Sul monte c'è Cortona, in basso Camucia. Gente sanguigna, passioni forti. Negli anni Settanta finì con un duello rusticano e un morto ammazzato, la contesa per conquistare gli occhi neri di una donna. Lì per lì, però, si pensò ad un delitto politico. E ce ne erano i motivi. Dietro le colline, lungo i filari, sui rilievi dolci, dietro le querce e i cipressi, si nascondevano campi di addestramento, depositi d'armi, veri covi per terroristi di ritorno da "azioni di fuoco", omicidi, attentati. Per tutte le sigle, quelle rosse ma anche quelle nere. Per i terroristi di tutta Italia, ma soprattutto per quelli che da Roma partivano e seguivano il corridoio che corre tra il Lazio, l'Umbria e la Toscana.
Sarà un caso che, dopo trent'anni, oggi si ricominci da qui, con la ferocia brigatista che esplode, davanti alle stesse colline, lungo la stessa ferrovia, ascoltando lo stridore del medesimo treno Roma-Firenze?
L'idea del procuratore Pierluigi Vigna non si è modificata nel tempo: "La Toscana e l'Umbria hanno avuto collegamenti stretti con i terroristi romani. L'Umbria è stata una delle terre di maggiore attività logistica per le Br, la Toscana di logistica e di reclutamento". Se le nuove Br altro non sono che propagini di un fiume carsico che è scomparso e ora riappare, di un mostro nascosto in un abisso e poi tornato alla luce, da Camucia al confine tra Umbria, Toscana e Lazio, è da questo triangolo, oggi pigro e assolato, che bisogna ripartire.
L'intreccio insegue la storia, quella delle Br e dei Comunisti combattenti, ma anche quella dei campi paramilitari della destra estremista. Seguendo la rete, la ragnatela geografica, si può arrivare agli ultimi delitti del terrorismoo, agli omicidi D'Antona e Biagi. Ma anche agli ultimi irriducibili brigatisti.
C'è chi, come il sostituto procuratore fiorentino Gabriele Chelazzi, lo ha ripetuto spesso: "La colonna romana delle Br veniva sostenuta da quella toscana. Seguendo un filo, si può arrivare nei vari covi". Proprio come si fa con le talpe. Lungo le strade da Roma a Firenze, fino a Prato e Massa Carrara, passando per la zona umbra del Trasimeno, correvano non solo le informazioni, i volantini, ma anche armi, uomini, donne e mezzi. In treno o in autobus, quelli del posto accanto potevano essere proprio loro, gli insospettabili in viaggio verso la campagna per cogliere l'ultima occasione offerta dall'eversione.
La bandiera dei primi smantellamenti della "rete" viene piantata nel marzo del 1982. Il sequestro del generale Dozier imprime un giro di vite decisivo. Tra Massa Carrara, Pisa, Firenze ma soprattutto Arezzo e il Casentino, ad un passo guardando da Camucia, in manette finiscono in cinquanta. Si trovano anche le basi dell'esercito invisibile: casolari e fattorie, valli incantate da spot televisivo nascondevano depositi di mitragliatori, munizioni e polvere da sparo. Capo della colonna toscana, Michele Mazzei.
Con Dozier liberato dai Nocs in un'operazione che passerà alla storia per efficienza, il quadro diventa completo e si scopre che il comitato umbro-toscano delle Br non era stato smantellato nel '78, ma neanche - come verrà scoperto in seguito - dopo la fine degli anni '80. A prendere per mano gli investigatori, c'è Loris Scricciolo dell'ala Br attiva a Roma: indica il deposito di armi in Umbria, a Moiano, dove vengono trovati lanciarazzi, bombe anticarro, pistole e mitragliette custodite in casa da una coppia, lei operaia e lui insegnante. Scricciolo racconta anche di riunioni tenute in Umbria: qui doveva essere costituito un nuovo gruppo di appoggio per azioni nella vicina Toscana. L'Umbria come crocevia, deposito e base organizzativa. Spiegò il giudice Imposimato : "l'Università perugina poteva essere un punto di riferimento per il terrorismo". L'allora presidente della Regione Umbria, Germano Marri, s'indignò e il Pci dovette organizzare un referendum in cui oltre 90 per cento degli iscritti condannò fermamente il terrorismo e meno del dieci non rispose.
Le rete viene colpita duramente, ma non smantellata. Nell'86, quattro anni dopo, sotto i colpi di un commando brigatista cade l'ex sindaco di Firenze, Lando Conti. Ancora Chelazzi: "Dopo l'uccisione di Conti almeno 7-8 componenti della struttura delle Br-Pcc che l'aveva progettata e realizzata erano rimasti senza volto e non è escluso che intorno a quei militanti si siano rigenerate le strutture delle nuove Brigate rosse".
Nel 1988 nel registro degli indagati fanno la loro comparsa cento nomi, venti sono di brigatisti latitanti, il resto sono gli "irregolari" che garantiscono operazioni di fiancheggiamento. Il colpo è pesante e l'allora giudice istruttore, Stefano Campo, non parla più di connotazione geografica e sostiene che i contatti stanno diventando rari e prudenti. Ma nel silenzio le Br si stanno riorganizzando. Dopo l'omicidio D'Antona del 20 maggio 1999, viene decisa una strategia: solo attentati dimostrativi. Sembra la didascalia di quanto concordato nell'estate di due anni prima durante una riunione delle cellule minori del terrorismo a Giano dell'Umbria, famoso per l'olio e la sublime tranquillità. Racconta un infiltrato: "Allora si decise di sabotare ovunque le attività criminali dell'imperialismo".
Ora un confidente spiega agli investigatori: l'ultimo summit in Umbria di pezzi delle Nuove Br si è tenuto sei mesi fa.
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