Almanacco dei misteri d' Italia

 
La sparatoria sul treno (2 marzo 2003)
aprile 2003
1 aprile 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
ANSA:
E' cominciata l' udienza davanti al tribunale della liberta' di Firenze in cui vengono esaminati i ricorsi contro le ordinanze di custodia cautelare per Nadia Desdemona Lioce, la brigatista arrestata la mattina del 2 marzo scorso nel corso di una sparatoria a Castiglionfiorentino, sul treno interregionale Roma-Firenze, nella quale persero la vita il sovrintendente di polizia Emanuele Petri ed il brigatista Mario Galesi. Nadia Lioce e' arrivata a bordo di un furgone blindato della polizia penitenziaria dal carcere di Sollicciano nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di Santa Verdiana alle 10.15. Il furgone era accompagnato da una nutrita scorta di auto dei carabinieri e della polizia. Nel corso del trasferimento una moto dei carabinieri si e' scontrata con una volante della polizia. Nell' impatto un carabiniere ha riportato alcune ferite al polso destro ed e' stato trasferito in ospedale a bordo di un' ambulanza della Croce Rossa.

Nadia Lioce rifiuta il termine terrorismo riferito a lei ed alle Brigate rosse.
In un documento di 12 pagine che la brigatista ha portato con se' stamani all' udienza del Tribunale del riesame si spiega, tra l' altro, che gli atti delle Brigate rosse "non possono essere considerati atti di terrorismo". Lo ha spiegato all' uscita dall' aula bunker dove si e' svolta l'udienza, il difensore della Lioce, l' avvocato Attilio Baccioli. Il documento, secondo quanto ha spiegato il legale, conterrebbe "un' analisi della strategia delle Brigate rosse e delle attuali contraddizioni di classe e dell' attuale fase dell' imperialismo". Nadia Desdemona Lioce avrebbe voluto leggere il documento ai giudici del tribunale del riesame, ma il pm Giuseppe Nicolosi si e' opposto alla lettura, ritenendolo apologetico, e le 12 pagine scritte a mano sono state acquisite agli atti dal collegio, che si e' riservato di decidere sui ricorsi presentati dall' avvocato Baccioli contro i due ordini di custodia cautelare - uno relativo alla sparatoria sul treno e all' omicidio dell' agente Petri e l' altro per banda armata - spiccati dalla magistratura di Firenze.
Il documento, secondo quanto si e' appreso, conterrebbe anche un riferimento specifico all' 11 settembre e all' attentato alle Torri gemelle, cosa che comunque l' avvocato Baccioli non ha riferito.
Il documento, ha spiegato il legale, e' "piuttosto lungo ed e' difficile riassumerlo". Contiene comunque, ha aggiunto, "una rivendicazione globale di tutta l' attivita' delle Brigate rosse, ma non come rivendicazione materiale o di partecipazione.
C' e' - ha detto ancora Baccioli - un richiamo a tutti i fatti delle storia delle Brigate rosse, ma non come rivendicazione materiale o di partecipazione". Il documento, secondo il legale, non contiene alcun annuncio: "e' un documento di analisi, di identita' politica e non va al di la' di questo".
Il contesto, ha detto ancora l' avvocato Baccioli, "era il momento di questo processo, nel corso del quale rifiutiamo l' etichetta di terrorismo, in termini generali, perche' gli atti delle Brigate rosse non sono terroristici, non sono destinati a creare allarme sociale. L' attivita' delle Br - ha sottolineato il legale - non e' quella dei fascisti o degli stragisti".
Anche su questa base, il legale ha ribadito nell' aula bunker - completamente sbarrata da un imponente servizio d' ordine - il suo ricorso contro la contestazione dell' aggravante della finalita' di terrorismo e di eversione dell' ordine democratico contenuta nel provvedimento del gip di Firenze in relazione alla sparatoria sul treno, chiedendo la revoca del relativo ordine di carcerazione e la trasmissione degli atti alla procura di Arezzo, che, in mancanza di quelle aggravanti, sarebbe competente per territorio.
Anche per la contestazione della banda armata, Baccioli ha chiesto la revoca del provvedimento cautelare, riferendosi all' ordine di custodia per banda armata spiccato dal gip di Roma il 31 ottobre scorso nei confronti della Lioce, di Mario Galesi e di tre irriducibili delle Br.
Tesi a cui si e' opposto il pm Giuseppe Nicolosi. Secondo la procura, sarebbero incontestabili le aggravanti di terrorismo ed eversione contestate alla brigatista in relazione alla sparatoria sul treno. Quanto al reato di banda armata, secondo il pm Nicolosi, l' attivita' della Lioce e del suo gruppo avrebbe avuto delle evidenti radici a Firenze e in Toscana, provate anche dalla sua presunta partecipazione a due rapine di autofinanziamento compiute a Firenze nei mesi scorsi.
La decisione del tribunale del riesame sara' resa nota nei prossimi giorni.

E' un "trattamento penitenziario assolutamente abnorme" quello riservato nel carcere di Sollicciano a Nadia Desdemona Lioce, la brigatista arrestata sul treno Roma-Firenze la mattina di domenica 2 marzo dopo la sparatoria che era costata la vita all' agente della Polfer Emanuele Petri e in cui era morto il br Mario Galesi. Lo ha definito cosi' l' avvocato Attilio Baccioli uscendo dall' aula bunker di Santa Verdiana dopo l' udienza del tribunale del riesame, spiegando che da un mese la sua assistita e' tenuta "in un isolamento totale, senza poter vedere nessuno, senza giornali, ne' tv o radio" e "senza che si sappia chi lo ha deciso e chi e' competente, se il tribunale del riesame, quello di sorveglianza o il pm".
Cosi' anche della guerra in Iraq Nadia Desdemona Lioce "non sapeva nulla", ha raccontato il legale. "Gliene ho parlato io venerdi' scorso, quando l' ho vista l' ultima volta a Sollicciano", ha aggiunto.
"Lei - ha detto ancora l' avvocato Baccioli - dice: 'io vado a testa alta, sono una prigioniera, mi danno da mangiare, da bvere e sto in una stanza pulita. Altri prigionieri vengono torturati, per fortuna a me non mi ha torturato nessuno'. Comunque - ha aggiunto il legale - lei ha acconsentito in qualche modo che io protestassi contro una condizione disumana, contraria sia alla Convenzione sui diritti dell' uomo sia alla legge sull' ordinamento penitenziario. Ordinamento che prevede che anche in regime di sorveglianza particolare e' possibile la lettura dei giornali quotidiani e fa riferimento alla possibilita' di avere una radio".
"Anche se lei - ha rilevato ancora Baccioli - dice 'io non voglio chiedere niente', da un punto di vista umano e professionale ho sentito il dovere di sollevare questa questione al tribunale. Era il mio dovere e non potevo venire meno".

"La Nazione"
Nadia Desdemona Lioce, la brigatista rossa arrestata durante il conflitto a fuoco sul treno Roma-Firenze nel quale sono rimasti uccisi il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri e il complice della donna, Mario Galesi, sarebbe stata iscritta nel registro degli indagati anche per la tentata rapina alle Poste di via Tozzetti avvenuta il 5 dicembre scorso.
L'iscrizione sarebbe avvenuta in seguito a un lungo lavoro di ricostruzione della sezione antiterrorismo della digos fiorentina. Infatti, secondo le prime testimonianze rese dai dipendenti dell'ufficio subito dopo lo scoppio di un ordigno all'interno dell'area protetta delle Poste, era stata proprio una donna a consegnare i due pacchi all'accettazione. Uno dei due era esploso una ventina di minuti più tardi mentre l'altro era stato fatto brillare in sicurezza dagli artificeri. Anche il secondo pacco aveva un innesco, polvere da petardi e peperoncino, materiale profondamente urticante.
Non si era mai capito bene finora se si fosse trattato di un attentato dimostrativo di matrice terroristica, magari anarco-insurrezionalista, come era stato ipotizzato, oppure di un tentativo di rapina andato a finire male. In quella circostanza comunque non fu portato via neppure un euro perché le forze dell'ordine arrivarono in un attimo dal momento che alcune pattuglie erano di ronda nei pressi dell'ufficio postale. Adesso è quasi certo che anche quell'episodio rientrasse nei piani delle Br.
I testimoni parlarono a lungo della donna, descritta come cinquantenne, e anche di un uomo con la barba, comparso misteriosamente pochi attimi dopo l'esplosione che aveva sprigionato un'enorme fiammata e del fumo nero, intento a sbracciarsi per indicare a dipendenti e clienti una via di fuga.
Adesso aumentano le possibilità che in entrambi i casi si è trattato di rapine per autofinanziamento. La scelta dei giorni e dei momenti per far scattare gli assalti erano ottime: nei due uffici infatti c'era parecchio denaro contante.
Anche questo indica un lungo lavoro di preparazione dei colpi, appostamenti e sopralluoghi per scegliere il momento più adatto per l'assalto. Forse da qualcuno Lioce compagni sono stati notati durante questi atti preparatori e adesso la digos è andata ad ascoltare i loro racconti. Solo ora, dopo la tragedia del treno, possono mostrare ai testimoni le foto attuali della terrorista, e sembra che qualche pista nuova si sia aperta.
E' pur vero che dopo i reati che pendono sul capo della Lioce dopo il drammatico episodio di Terentola, le accuse di banda armata che le giungono dai pm di Roma e il suo presunto coinvolgimento anche nella rapina di via Torcicoda, quello del fallito assalto alle Poste di via Tozzetti, dal punto di vista giudiziario, sono ben poca cosa. Ma per gli investigatori della digos invece rappresenta un ulteriore filone sul quale lavorare. Nadia Desdemona Lioce quindi era a Firenze da diverso tempo e la possibilità di date certe allarga gli spazi investigativi. A dicembre era nello stesso covo usato ai tempi della rapina di via Torcicoda, quasi due mesi dopo? Oppure dopo il fallimento, aveva cambiato rifugio? Ora magari la digos ne sa di più.
di Amadore Agostini

1 aprile 2001 - OMICIDIO BIAGI: PEGNA NON C'ERA
"Il Mattino"
Omicidio Biagi, Pegna non era sul luogo dell'agguato
DARIO DEL PORTO
L'ex militante di Prima Linea, Michele Pegna, non era in via Valdonica, a Bologna, la sera del 19 marzo 2002, quando un commando delle nuove Brigate Rosse uccise l'economista Marco Biagi. Questo almeno è quanto emerge dai risultati della prova del dna eseguita lo scorso dicembre su richiesta della procura del capoluogo emiliano: la comparazione sui campioni di saliva rinvenuti in via Valdonica subito dopo l'omicidio ha dato infatti esito negativo. "Si tratta - ha dichiarato ieri l'avvocato D'Alessandro - di una ulteriore prova della estraneità del mio assistito all'accusa di far parte delle nuove Br". Pegna, va chiarito, non è mai stato indagato per l'omicidio di Marco Biagi. Il pm di Bologna, Paolo Giovagnoli, lo interrogò nella veste di "indagato di procedimento connesso" nel dicembre scorso, quando l'ex militante di Prima Linea fu raggiunto da ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice di Roma con l'accusa di banda armata.
In quel provvedimento si delineava la struttura degli eredi delle vecchie Br e venivano indicati anche Nadia Desdemome Lioce e Mario Galesi, coinvolti un mese fa nella sparatoria sul treno avvenuta ad Arezzo e sfociata nella morte di Galesi e di un poliziotto. Pegna però ha sempre respinto le accuse, negando con energia di aver partecipato alla ricostruzione del partito armato. Anche davanti al pm Bolognese, Michele Pegna assicurò di non conoscere particolari sul delitto Biagi e accettò la richiesta di sottoporsi all'esame del dna. Gli investigatori si recarono in carcere per prelevare i campioni di saliva e alcuni mozziconi di sigarette per compararli con il materiale rinvenuto in via Valdonica. A gennaio, il Tribunale del Riesame di Roma ha disposto la scarcerazione di Pegna per un vizio di forma.
Adesso l'ex militante di Prima Linea si trova detenuto in casa di lavoro a Sulmona: la misura è stata applicata a Pegna per sanzionare l'inosservanza della libertà vigilata imposta dopo l'uscita, nel gennaio 2000, dal supercarcere di Trani, dove aveva scontato una condanna a sedici anni di reclusione per banda armata.

2 aprile 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"Il Nuovo"
D'Antona, la Lioce a Roma prima del delitto
La Procura di Roma ha chiesto l'arresto per la Br Nadia Lioce nell'ambito dell'inchiesta per l'omicidio di D'Antona. La Lioce era in via Salaria il giorno prima del delitto D'Antona: è stata filmata dalle telecamere.
ROMA - La Digos ne era convinta, come anticipava il Corriere della Sera stamane. Nadia Desdemona Lioce ha partecipato all'assassinio di Massimo D'Antona, il consulente dell'ex ministro del Lavoro Bassolino. Non solo. La terrorista era in via Salaria il giorno prima dell'omicidio D'Antona. Lo dimostra un video girato da una delle telecamere collocate lungo la strada. Il video è stato consegnato dalla Digos ai Pm ed è alla base dell'ordinanza della custodia cautelare disposta dai magistrati. La donna è stata filmata mentre camminava in via Salaria il pomeriggio del 19 maggio 1999.
La Procura di Roma, infatti, aveva chiesto stamane un'ordinanza di custodia cautelare per la terrorista. In un rapporto di polizia inviato alla Procura, come si legge sul Corriere della Sera, ci sarebbero tutti gli elementi a carico della donna arrestata un mese fa sul treno Roma-Firenze. La Lioce è dunque denunciata per omicidio e ora verrà iscritta nel registro degli indagati della magistratura romana.
La brigatista è già dietro le sbarre per l'uccisione dell'ispettore dela olfer Emanuele Petri. A Bologna è inquisita per l'omicidio Biagi e ora arriva l'accusa per il delitto D'Antona. Ma c'è di più. Secondo la procura di Roma, l'assassinio del consigliere di Bassolino, il 20 maggio 1999, fu l'atto di nascita delle nuove brigate rosse. Per ora, gli elementi a carico della Lioce, per il delitto D'Antona, sono ancora segreti.
Ieri, nell'udienza del tribunale del Riesame di Firenze, la Lioce ha consegnato un documento di otto pagine nel quale è scritto che non si ritiene una terrorista, né sono terroristi i militanti della Brigate Rosse: ieri sono stati ascoltati dagli investigatori la nipote della donna. Interrogato anche il fidanzatino appena 15enne della giovane.
Una conversazione telefonica tra i due, intercettata dagli investigatori, farebbe riferimento a un'impiegata nella scuola frequentata dai ragazzini. In famiglia avrebbero appreso che la donna sarebbe a conoscenza di fatti relativi alle attività delle Br in un periodo che va dai dieci agli otto anni fa. L'impiegata, ascoltata ieri, potrebbe rivelarsi un personaggio chiave nelle indagini.

"Il Corriere della sera"
Nel proclama citata la guerra in Iraq: siamo alleati alle "forze rivoluzionarie dell'area del Mediterraneo e del Medio Oriente"
ROMA - La brigatista rossa Nadia Lioce ha partecipato all'assassinio di Massimo D'Antona, il consulente dell'ex-ministro del Lavoro Bassolino ucciso a Roma il 20 maggio 1999. La Digos della capitale ne è convinta, e ha raccolto in un rapporto di polizia inviato alla Procura tutti gli elementi a carico della donna arrestata un mese fa sul treno Roma-Firenze. In pratica si tratta di una denuncia per omicidio, che ora sfocerà nell'iscrizione della Lioce nel registro degli indagati della magistratura romana e in una richiesta d'arresto per quel delitto. La brigatista si trova in carcere per l'uccisione dell'ispettore della Polfer Emanuele Petri e il ferimento del suo collega Fortunato - su ordine della Procura di Firenze - nonché per l'accusa di banda armata mossale dal pool antiterrorismo di Roma. A Bologna è inquisita per l'omicidio Biagi e ora arriva l'accusa per il delitto D'Antona, che ha segnato la ricomparsa delle Br sulla scena del terrorismo interno. Secondo la Procura di Roma l'assassinio del consigliere di Bassolino fu l'atto di nascita delle nuove Brigate rosse, sulle ceneri dei Nuclei comunisti combattenti, dal quale è disceso quattro anni più tardi l'omicidio Biagi. Sulla base di queste e altre argomentazioni - tra cui l'identità della pistola usata nei due delitti e la perizia secondo cui le due rivendicazioni sono state scritte dallo stesso autore - i magistrati della capitale hanno chiesto di assumere anche la direzione delle inchieste sugli omicidi di Bologna e Firenze.
Gli inquirenti delle due città si sono opposti alla "cessione" delle rispettive indagini, e la Procura generale della Corte di Cassazione deciderà nei prossimi giorni se i fascicoli dovranno rimanere separati oppure andranno unificati e assegnati o un solo ufficio. Gli elementi a carico della Lioce per il delitto D'Antona sono ancora segreti, verranno riportati nel probabile provvedimento d'arresto e potrebbero finire per pesare sulla scelta che dovrà fare la Procura della Cassazione. Tra le ipotesi possibili c'è anche l'unificazione delle sole inchieste sui due omicidi "strategici" di Roma e Bologna, lasciando separata quella per la morte dell'ispettore Petri. Un delitto, ha spiegato Nadia Lioce nel documento redatto all'indomani della sparatoria e dell'arresto, che non rientrava nel progetto brigatista di "attacco al cuore dello Stato" bensì nell'adempimento del "dovere rivoluzionario di sottrarre le forze alla cattura o all'annientamento da parte del nemico".
Ieri, all'udienza del tribunale del riesame di Firenze, la Lioce ha consegnato un nuovo documento di otto pagine in cui si sofferma a lungo sulla guerra in Iraq e ricorda gli omicidi del generale statunitense Leamon Hunt (1984) e dell'ex-sindaco di Firenze Lando Conti, molto legato all'allora ministro della Difesa Spadolini (1986): due "iniziative" che "hanno qualificato la posizione antimperialista delle Brigate rosse e il contributo alla resistenza contrapposta dalle forze rivoluzionarie e antimperialiste e dalle masse dell'area medio-orientale alla strategia della frazione dominante della borghesia imperialista".
Passando ai riflessi italiani della guerra, la brigatista denuncia "l'appoggio politico e militare dato dall'esecutivo all'aggressione Usa all'Iraq", ma anche "l'ancoraggio della posizione della minoranza parlamentare al ruolo e alle decisioni dell'Onu e di quella sindacale su un profilo pilatesco". Tutti sintomi di "posizionamenti che preparano la democrazia dell'alternanza nostrana al momento in cui, a seguito dell'avanzata anglo-statunitense, si apriranno le contrattazioni sulla spartizione del bottino di guerra".
Con il suo scritto, spiegano gli esperti dell'Antiterrorismo, Nadia Lioce conferma il proprio ruolo di "capo" delle nuove Br. Ruolo confermato anche dal fatto che nel documento consegnato a Milano la scorsa settimana da quattro brigatisti detenuti venivano ripresi per intero alcuni passi e concetti contenuti nel proclama composto in carcere dalla donna subito dopo la sua cattura. E del nuovo documento - in cui si ricorda la necessità di alternare "avanzate e ritirate" anche in relazione ai "recenti colpi subiti dalle Br con la caduta in combattimento del compagno Mario Galesi e la cattura di un militante" - viene sottolineato il passaggio in cui la Lioce ribadisce che "l'attacco alle politiche centrali dell'imperialismo è l'altro asse programmatico (oltre all'"attacco al cuore dello Stato", ndr ) su cui avanza la guerra di classe e sul quale poggia la politica di alleanze con cui le Brigate rosse si rapportano alle forze rivoluzionarie e antimperialiste dell'area europea, mediterranea e medio-orientale, con la proposta del fronte combattente antimperialista".
Giovanni Bianconi

"Il Mattino"
Delitto D'Antona: perquisita ieri
la casa della sorella della brigatista
Nadia Lioce rifiuta il termine terrorismo riferito a lei ed alle Brigate rosse. In un documento di 12 pagine che la brigatista ha portato con sè ieri all'udienza del Tribunale del riesame si spiega, tra l'altro, che gli atti delle Brigate rosse "non possono essere considerati atti di terrorismo". Lo ha spiegato all'uscita dall'aula bunker dove si è svolta l'udienza, il difensore della Lioce, l'avvocato Attilio Baccioli. Il documento, secondo quanto ha spiegato il legale, conterrebbe "un'analisi della strategia delle Br e delle attuali contraddizioni di classe e dell'attuale fase dell'imperialismo".
Nadia Desdemona Lioce avrebbe voluto leggere il documento ai giudici del tribunale del riesame, ma il pm Giuseppe Nicolosi si è opposto alla lettura, ritenendolo apologetico, e le 12 pagine scritte a mano sono state acquisite agli atti dal collegio, che si è riservato di decidere sui ricorsi presentati dall'avvocato Baccioli contro i due ordini di custodia cautelare - uno relativo alla sparatoria sul treno e all'omicidio dell'agente Petri e l'altro per banda armata - spiccati dalla magistratura di Firenze.
Il documento conterrebbe anche un riferimento specifico all'11 settembre e all'attentato alle Torri gemelle, cosa che comunque l'avvocato Baccioli non ha riferito. Il documento, ha spiegato il legale, è "piuttosto lungo ed è difficile riassumerlo". Contiene comunque, ha aggiunto, "una rivendicazione globale di tutta l'attività delle Br, ma non come rivendicazione materiale o di partecipazione.
Ieri sera è stata perquisita l'abitazione della sorella di Nadia Lioce, I carabinieri si sono presentati a casa di Daniela Lioce nell'ambito delle indagini sul delitto D' Antona, su disposizione del pm di Roma Pietro Saviotti. Il magistrato è giunto a Firenze dalla capitale, insieme agli investigatori, per la perquisizione e per interrogare, come persone informate sui fatti, la figlia di Daniela Lioce, che ha 16 anni, ed un suo amico, un ragazzo di 15 anni.

"La Stampa"
L´AVVOCATO: NON È UNA RIVENDICAZIONE MA UN´ANALISI POLITICA
Lioce, nuovo documento "I Br non sono terroristi"
Il pm si oppone alla lettura: sarebbe apologetica
inviato a FIRENZE
Le due Torri, "un atto di guerra". La lotta delle masse arabe, la loro guerra. La lotta armata, un'altra guerra, quella delle brigate rosse Duemila. Tutto legato, forse tutto in un'unica nebulosa. Dodici pagine di quaderno a quadretti, scritte a mano con grafia panciuta, per raccontarsi e per spiegare perché non si debba usare il termine più ovvio e preciso: terrorismo. Nadia Desdemona Lioce, arrestata dopo una tragica sparatoria sul treno Roma - Firenze il 2 marzo, ha preparato con meticolosa attenzione il documento che avrebbe voluto leggere nell'aula del tribunale del riesame, a Firenze, nell'aula bunker che ha visto i processi a Prima linea e a Pietro Pacciani, mostro assai presunto dei colli toscani. Un po' proclama politico, lo scritto, e un po' tesi storica dove la storia è quella delle Brigate rosse del passato e del trapassato remoto, del prima e del dopo l'"affaire Moro", difficile, per non dire impossibile, da intrecciare con quella di oggi. Lei lo ha pensato nella sua cella "pulita, ma isolata dal mondo", come l'ha definita il difensore, Attilio Baccioli, di Grosseto. Il termine terrorismo è quello che sembra bruciare maggiormente alla "militante delle Brigate rosse Partito comunista combattente", quello che rifiuta con forza, anche se è difficile trovare sinonimi per chi spara alla schiena, o anche in volto, a qualcuno che non ha armi né altra difesa. Come non avevano difesa Massimo D'Antona e Marco Biagi. "Violenza politica, partito armato, sovversivismo, eversione": nessun sinonimo pare adeguato fra quelli suggeriti da Decio Cinti nel suo Dizionario. E' difficile dare significati opposti o, per lo meno, differenti a uno stesso termine. Dice il sovrintendente di polizia Bruno Fortunato, uscito con una ferita seria dalla sparatoria sul treno nella quale il sovrintendente Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi hanno perso la vita: "Ciò che ho vissuto è un'esperienza che non auguro a nessuno: mi ha segnato per sempre, nel corpo e nella mente. Ho visto morire davanti a me un collega. Un amico. E' una cosa che non dimenticherò mai. Io ho solo fatto il mio dovere e il mio cruccio è di non aver potuto fare di più". Ecco, è anche questo, trovarsi di fronte a qualcosa che è tremendamente improprio definire "danno collaterale". E lui, Bruno Fortunato, dice che con i terroristi "nessuna pietà, e lo Stato, le leggi dello Stato dovrebbero essere più severe". Il terrorismo, dunque. Secondo l'avvocato Baccioli, è figlio delle bombe fasciste, delle stragi impunite, degli attentati ciechi, "di atti destinati a creare allarme sociale, delle imprese degli stragisti". Nel documento tutto questo viene chiosato e sottolineato con meticolosità. "E' piuttosto lungo ed è difficilissimo riassumerlo. Una rivendicazione globale di tutta l'attività delle Brigate rosse, ma non come rivendicazione materiale o di partecipazione. Un'analisi della stategia delle Brigate rosse e delle attuali contraddizioni di classe e in richiamo all'imperialismo. Insomma, un documento di analisi, di identità politica e non va al di là di questo", dice il legale. Il quale si è presentato al tribunale per contrastare due punti: l'aggravante per fini di terrorismo e di aversione dell'ordine democratico, contestata alla brigatista; l'ordinanza di carcerazione per la banda armata. Il terrorismo, che, come si è visto, si tenta di respingere dalla radice, in questo caso della sparatoria sul treno, secondo il legale, non c'entra affatto, perché tutto avrebbero preferito i due brigatisti Duemila anziché veder incrociare la propria rotta con quella degli agenti della polizia ferroviaria. Dovesse evaporare quell'aggravante, la competenza sarebbe di Arezzo e non più di Firenze che, per qualche recondito motivo, par essere assai temuta. Per l'appartenenza alla banda armata, procede già la procura di Roma, quindi gli atti di quella fiorentina sembrano una sovrapposizione. "Ma la storia, i documenti offerti al tribunale, tutto rimanda a una toscanità profonda di Nadia Lioce, per questo è giusto che la competenza sia di Firenze", ha ribattuto il pubblico ministero Giuseppe Nicolosi (che si è anche oposto alla lettura del documento, ritenendola apologetica). Il tribunale, composto da Emilio Moroni, David Monti e Bruno Maresca ha già deciso, ma solo nelle prossime 48 ore emetterà la sentenza. Un'altra battaglia che vista da fuori pare assurda ma che un suo significato politico agli occhi dei brigatisti deve pure averlo è la differenza fra il termine detenuto e prigioniero. Lei, la compagna Desdemona, jeans, felpa scura, scarpe sportive, ha ascoltato in silenzio tutto ciò che il difensore ha gettato sul tavolo. Anche la protesta per il trattamento carcerario, definito disumasno. "Ha acconsentito che portassi avanti questa istanza", ha detto Baccioli il quale ha sottolineato come, in fin dei conti, alla sua assistita non siano consentiti la lettura dei giornali, l'ascolto della radio, guardare la televisione. Sono i detenuti a lamentarsi per situazioni di questo genere, i prigionieri tacciono. Ma non è questo che può spiegare le due Torri, "un atto di guerra".
Vincenzo Tessandori

"La Gazzetta del sud"
L'AGENTE RIMASTO FERITO
"Galesi e la Lioce? Nessun perdono"
AREZZO - "Non mi sento di perdonarli, non sono persone da perdonare": con queste parole Bruno Fortunato, il soprintendente della Polfer rimasto seriamente ferito a un polmone nella sparatoria sul treno Roma-Firenze del 2 marzo, risponde alla domanda sulla possibilità del perdono nei confronti dei brigatisti. Fortunato parla a "Teletruria", emittente tv di Arezzo, dopo aver trascorso 26 giorni di ricovero al Policlinico "Le Scotte" di Siena. A casa, una villetta con vista panoramica sul lago a Terontola, dove si trova anche la stazione Polfer dove lavorava assieme a Emanuele Preti (il collega morto nella sparatoria dove ha perso la vita anche il brigatista Mario Galesi) e Giovanni Di Fronzo, l'altro agente, sta passando questi primi giorni di convalescenza. "Sono a posto al 70%, ma appena posso torno in servizio". È provato, Bruno Fortunato, in Polizia dal 1977, arrivato a Terontola nel 1982. Appena rientrato a casa ha fatto visita ad Alma e Angelo, moglie e figlio di Emanuele Petri. Poi è andato a pregare sulla sua tomba. "Con Emanuele c'era un grande rapporto di amicizia. Lavoravamo assieme da 15 anni". Bruno Fortunato è ora assistito dalla moglie e dai figli.
Per la prima volta dopo il suo arresto, intanto, la Lioce ha lasciato il carcere di Sollicciano per partecipare all'udienza del Tribunale del riesame contro l'ordinanza di custodia cautelare. Desdemona Lioce - che indossava jeans, scarpe da ginnastica e una felpa e che è apparsa dimagrita - avrebbe voluto leggere un documento di dodici pagine, scritto di suo pugno, ma il pm Giuseppe Nicolosi si è opposto ritenendolo apologetico. Lo scritto è stato acquisito agli atti del collegio. Il contenuto lo ha riferito ai cronisti l'avvocato Attilio Baccioli di Grosseto che assiste la Lioce. "È un documento di analisi della strategia delle Br e delle attuali contraddizioni di classe, ma non contiene nessuna rivendicazione". Si parla dell'attacco dell'11 settembre alle Torri Gemelle e degli omicidi di D'Antona e Biagi. La Lioce - ha aggiunto l'avvocato Baccioli - si trova in "isolamento totale da un mese, senza poter vedere nessuno, senza giornali, senza tv e senza radio" e "senza che si sappia chi lo ha deciso e chi è competente, se il Tribunale del riesame, quello di sorveglianza o il pm". Della guerra in Irak la Lioce "non sapeva nulla". Per l'avvocato "una condizione penitenziaria assolutamente abnorme". La Lioce dice: "Vado a testa alta, sono una prigioniera, mi danno da mangiare, da bere e sto in una stanza pulita". Mentre al bunker si svolgeva l'udienza del Tribunale del riesame i magistrati di Roma, che avevano chiesto pochi giorni fa l'avocazione anche dell'inchiesta di Firenze sulle nuove Br, sono andati nel capoluogo toscano per sentire come persone informate sui fatti la nipote della Lioce e il suo fidanzatino, minorenni. I due ragazzi - che secondo l'avv. Sauro Poli non avevano potuto avvertire le famiglie - hanno lasciato la scuola e sono stati accompagnati in una caserma dei carabinieri. Le loro abitazioni - e quindi anche quella della sorella della Lioce - sono state perquisite.

"Il Nuovo"
Br, indagini su un'impiegata
La donna lavora nella scuola frequentata dalla nipote della brigatista Desdemona Lioce. Gli investigatori sono giunti a lei attraverso una conversazione telefonica tra la nipote della Lioce e un suo amico.
ROMA - Le indagini della Procura di Roma sulle Nuove Brigate Rosse puntano su un'impiegata della scuola di Firenze frequentata dalla nipote di Desdemona Lioce. Della donna, interrogata ieri dagli inquirenti, avrebbero parlato in una conversazione telefonica la nipote della brigatista e un suo amico. I due giovani sono stati ascoltati ieri dai pm romani a Scandicci.
I ragazzi avrebbero appreso in famiglia alcune informazioni, durante conversazioni avvenute dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze avvenuta il 2 marzo scorso e che costò la vita a un sovrintendente di polizia, Emanuele Petri.
I giovani avrebbero appreso che l'impiegata, che lavora nella scuola, sarebbe a conoscenza di fatti e circostanze precise relative alle attività delle Br in un periodo che va dai dieci agli otto anni fa, quando Desdemona Lioce entrò in clandestinità.
La madre del ragazzino lavora nello stesso nell'ufficio dell'impiegata e avrebbe saputo che la collega era a conoscenza di particolari sulle vecchie Br.
Ieri l'impiegata è stata ascoltata dai pm romani come testimone a conoscenza dei fatti, ma stando a quanto si è appreso, avrebbe negato tutto. La donna, D. S., è una 40enne militante nei Cobas presumibilmente in contatto con ambienti antagonisti ed ex della lotta armata.
Nessuna paura invece, ha colto i due giovani che agli inquirenti sono sembrati maturi, freddi e perfettamente coscienti di quanto stavano raccontando.

ANSA:
Nadia Lioce era probabilmente il punto di riferimento delle nuove Brigate Rosse. Lo ha detto Fabrizio Cicchitto (Forza Italia), riferendo in merito all' audizione del direttore del Sisde, Mario Mori, al Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti).
"Con Mori - ha spiegato Cicchitto - e' stata fatta una panoramica delle minacce alla sicurezza interna in questo delicato momento, a cominciare dalle Brigate Rosse, sulle quali il livello d' indagine e' sempre piu' elevato". Da quanto emerge, ha proseguito, "i componenti delle Br sono pochi ed il fatto che la Lioce continui a scrivere puo' significare che chi e' libero non e' in grado di scrivere e quindi puo' voler dire che lei era il punto di riferimento".
Per quanto riguarda le minacce del terrorismo internazionale, legato alla guerra in Iraq, per Cicchitto, "le analisi indicano che le minacce di kamikaze di matrice islamica sono piu' probabili nel teatro di guerra che fuori, comunque l' attenzione e' massima". Poco realistica invece, secondo l' esponente del Copaco, "l' alleanza tra terroristi di matrice islamica e brigatisti rossi"'.
Infine, sugli arresti di cellule islamiche presenti in Italia, Cicchitto ha sottolineato che "gli ambienti degli iracheni presenti in alcune aree del Nord Italia erano da tempo tenuti sotto osservazione, cosi' come quelli che gravitano intorno alle moschee. Sembra che ci siano minuscole realta' che erano in fase di spostamento verso il fronte di guerra".

ANSA:
Se non l' "ideologa", sicuramente una delle principali "teste pensanti" delle nuove Brigate Rosse. Una "leadership culturale" che Nadia Lioce ha sicuramente dimostrato con i documenti scritti in carcere. A rilevarlo sono i servizi di intelligence, secondo quanto emerso dall' audizione del direttore del Sisde, Mario Mori, oggi al Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti).
Proprio alle minacce rappresentate dalle Br e' stata dedicata parte dell' audizione, vista anche la svolta rappresentata dalla cattura di Nadia Lioce e dall' uccisione di Mario Galesi. Due perdite che gli analisti ritengono colpi durissimi all' organizzazione terroristica della stella a cinque punte, che hanno lasciato un vuoto difficile da colmare. Da quanto emerge, ha sottolineato uno dei componenti del Copaco, Fabrizio Cicchitto (Fi), commentando l' audizione di Mori, "le Brigate Rosse sono costituite da un gruppo ristretto di persone ed il fatto che la Lioce continui a scrivere puo' significare che chi e' libero non e' in grado di scrivere e quindi puo' voler dire che lei era il punto di riferimento". Un numero esiguo di militanti attivi, dunque, e fortemente compartimentato, ma proprio per questo difficile da controllare e da identificare. In questo quadro, la figura di Lioce sembra assurgere ad un ruolo di primissimo piano all' interno dell' organigramma brigatista, anche e soprattutto alla luce dei suoi documenti scritti dal carcere, l' ultimo dei quali parzialmente diffuso giusto ieri dal suo avvocato, mentre il primo risale al 5 marzo scorso. Dall' analisi di queste elaborazioni teoriche, dal linguaggio usato e dai contenuti toccati, secondo quanto si apprende, i servizi d' intelligence avrebbero tratto la convinzione che la Lioce sarebbe una delle "menti" che hanno prodotto anche i precedenti documenti dei brigatisti. Una guida che ora manca ai compagni in liberta'.
Quanto al diretto coinvolgimento della Lioce negli omicidi D' Antona e Biagi, la novita' del giorno e' il video di una banca che sembrerebbe aver ripreso la brigatista in via Salaria a Roma, proprio il giorno prima dell' omicidio D' Antona. Ma su questo punto, come sugli altri presunti riconoscimenti di Galesi e della stessa Lioce a Bologna, in occasione del delitto Biagi, Mori e' stato molto cauto, visto che le indagini sono in mano alle procure. Di certo e' che gli inquirenti stanno lavorando alacremente ai materiali sequestrati ai due brigatisti sul treno: floppy disk, fogli con appunti, indirizzi, numeri di telefono.
Venendo infine ai richiami della Lioce, nei suoi documenti, ad un' alleanza del terrorismo rosso con quello di matrice islamica, secondo le analisi, si tratterebbe piu' che altro di un auspicio in nome di comuni nemici (l' imperialismo americano), che di contatti operativi reali. L' attenzione degli 007 su questo versante rimane comunque molto alta.

3 aprile 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"La Nazione"
Cercano un'altra donna. Oltre a Nadia Desdemona Lioce.
La vogliono identificare sia i magistrati di Roma, che indagano sull'omicidio D'Antona, sia quelli di Firenze. Una seconda donna, oltre alla Lioce, è comparsa nella rapina alle Poste di via Torcicoda che fruttò 67 mila euro. Quel giorno erano in quattro, due donne e due uomini, armati fino ai denti. La procura di Firenze è convinta che due dei partecipanti fossero Mario Galesi e Desdemona Lioce. All'appello, per identificare il commando, manca una donna. E un uomo.
Sembra questo il motivo per cui il pm romano Pietro Saviotti è venuto a Firenze martedì. Mentre al bunker era in corso l'udienza del tribunale del riesame proprio con Desdemona Lioce, la sua nipote, una ragazza di 16 anni, è stata prelevata da scuola insieme ad suo amico, di 15 anni, uno al Michelangelo e l'altro al Liceo artistico di via San Gallo. Tutti e due sono stati portati nella caserma dei carabinieri di Scandicci, insieme a una impiegata della scuola. La donna, quarant'anni, appartenente ai Cobas, in contatto con ambienti antagonisti, ha detto di fare politica alla luce del sole, da quanto era una ragazzina e di non aver mai commesso nulla di illegale.
L'impiegata, che tra l'altro è una collega della madre del ragazzo, è stata sentita come testimone informata dei fatti. E così è stato per i due studenti, i cui genitori però non sono stati avvertiti. Prima è stata ascoltata la nipote della Lioce, poi il ragazzo, e infine l'impiegata.
Ai tre sono stati fatti ascoltare brani di intercettazioni telefoniche, registrati dopo l'arresto della Lioce, avvenuto il 2 marzo sul treno Roma-Firenze, dopo la sparatoria che è costata la vita all'agente Petri e al brigatista Mario Galesi.
In una telefonata alla ragazza lo studente racconta di "una moto, la guidava quello che era completamente fatto e aveva avuto un incidente". La moto aveva poi proseguito "era rubata ed era servita per una tentata rapina". Gli inquirenti hanno pensato all'Ape intestata a Domenico Marozzi, la falsa identitià di Mario Galesi, che aveva avuto un incidente a Firenze il 18 novembre. Gli inquirenti hanno pensato anche alla tentata rapina col pacco esplosivo compiuta alle Poste di via Tozzetti il 5 dicembre e all'assalto armato di via Torcicoda. Su questi due episodi sta indagano la procura di Firenze che ha iscritto nel registro degli indagati Nadia Desdemona Lioce.
Ma i ragazzi, sentiti separatamente, hanno raccontato di non aver avuto informazioni di prima mano, ma che erano tutte cose sentite da altre persone. I due giovani si erano scambiati anche informazioni relative a un'impiegata della loro scuola. La donna, stando a quanto avevano appreso nelle rispettive famiglie, aveva una particolareggiata conoscenza di fatti e persone che riguardavano le vecchie Br, in particolare nel periodo in cui la Lioce si era data alla clandestinità, circa otto anni fa.
I ragazzi hanno confermato al pm di avere sentito quei discorsi in famiglia.
L'impiegata ha smentito di avere conosciuto la Lioce e il militante Ncc Luigi Fuccini, arrestato a Roma nel 1995 e all'epoca compagno della Lioce.

"Il Corriere della sera"
I servizi segreti: la terrorista è la "testa pensante" del gruppo
D'Antona, la br Lioce ripresa in un video sul luogo del delitto
I pm chiedono un nuovo ordine di cattura
ROMA - L'ultimo sopralluogo in via Salaria prima dell'omicidio di Massimo D'Antona l'avrebbe fatto lei, Nadia Desdemona Lioce, la terrorista arrestata esattamente un mese fa sul treno Roma-Arezzo al termine della sparatoria durante la quale sono morti l'agente Emanuele Petri ed il brigatista Mario Galesi. Esaminando nuovamente i filmati ripresi dalle telecamere sulla strada in cui, il 20 maggio del '99, il commando brigatista ha ucciso l'allora consulente del ministro del Lavoro Antonio Bassolino, gli investigatori hanno scoperto che il pomeriggio del giorno precedente una donna era più volte passata davanti al luogo dell'agguato. "Abbiamo confrontato i fotogrammi con le recenti foto della Lioce e notato una notevole somiglianza con la sua struttura fisica", spiega un inquirente. Ed è stato questo l'elemento che ha spinto il coordinatore del "pool" antiterrorismo Franco Ionta e il pm Pietro Saviotti a chiedere un ordine di custodia cautelare per omicidio contro di lei.
LA RICHIESTA - Dopo il conflitto a fuoco del 2 marzo sul convoglio partito dalla Capitale, tra le procure di Firenze, Roma e Bologna (che indaga sull'assassinio di Marco Biagi) si è scatenato un braccio di ferro per la paternità sulle indagini contro le nuove Brigate Rosse. Innescato dalla richiesta di trasmissione di tutti gli atti indirizzata dai magistrati capitolini ai colleghi delle altre città, il conflitto è finito in Cassazione. A giorni il Procuratore Generale deciderà se le inchieste debbano essere riunite e il provvedimento contro la Lioce per il delitto D'Antona può costituire un vantaggio per le toghe romane. Nella richiesta di cattura su cui dovrà decidere il gip che nasce da un rapporto della Digos, oltre alle immagini delle telecamere ci sono però altri elementi che hanno indotto i pm a sollecitare l'arresto della brigatista.
DOCUMENTI FALSI - Le carte d'identità contraffatte che Lioce e Galesi avevano in tasca quando sono stati sorpresi dagli agenti costituiscono, per la Procura, un altro grave indizio della partecipazione della donna all'omicidio: la data impressa dai terroristi sulle carte d'identità è di poco antecedente all'assassinio di D'Antona. "Li avevano preparati per essere pronti ad utilizzarli nel caso in cui fossero stati controllati in quei giorni", sostiene un esperto dell'antiterrorismo. E ancora: nel nuovo provvedimento di tre pagine contro la Lioce (contro la quale, insieme con 4 "irriducibili" delle Br e Michele Pegna, arrestato e poi scarcerato, Ionta e Saviotti avevano già ottenuto un ordine di custodia per associazione sovversiva e banda armata), i pm hanno riportato passi del documento che ha letto dopo l'arresto. In quel proclama, a cui è seguito quello di lunedì, la terrorista ha rivendicato la continuità delle "azioni" delle Br. E' subito tramontata, invece, la pista dei carabinieri del Ros che ha portato i magistrati a interrogare ed a perquisire le case di due ragazzi della scuola di Firenze frequentata da una nipote della Lioce e ad ascoltare un'impiegata dello stesso istituto, D.S., militante dei Cobas in contatto con ambienti antagonisti e con un passato nella lotta armata.
AUDIZIONE DI MORI - Se non l'"ideologa", la Lioce è sicuramente una delle principali "teste pensanti" delle nuove Brigate Rosse. A sostenerlo sono i servizi di intelligence: ieri di fronte al Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti), il direttore del Sisde Mario Mori ha sottolineato come la figura della terrorista sia di primissimo piano all'interno dell'organigramma dell'eversione di estrema sinistra. I richiami della Lioce ad un'alleanza tra il terrorismo rosso e quello islamico sarebbero un auspicio in nome della lotta al nemico comune ("l'imperialismo americano") che non è sfociato in contatti operativi.

"Il Resto del Carlino"
Roma, Bologna e Firenze: s'arroventa la guerra tra procure
ROMA - Le riprese della telecamera fissa accusano la Lioce per l'omicidio di Massimo D'Antona. Quelle per l'omicidio Biagi "scagionano" Mario Galesi, il brigatista morto nel conflitto a fuoco sul treno Roma-Arezzo dopo il quale è stata catturata Nadia Desdemona Lioce. Forse passerà anche attraverso la valutazione di questo dato la decisione della Cassazione che, tra una ventina di giorni, dovrà sciogliere tutti i dubbi e riportare la pace tra le procure di Roma, Bologna e Firenze. Perché dall'arresto della brigatista in poi, tra gli uffici giudiziari delle tre città è polemica. Roma rivendica l'inchiesta, compreso il delitto Biagi e la sparatoria sul treno costata la vita all'agente Emanuele Petri, in base al principio che a Roma le Br hanno cominciato la loro nuova stagione di terrore. E hanno cominciato assassinando Massimo D'Antona per il quale, adesso, i sospetti si appuntano proprio sulla Lioce. Non solo. Sempre da Roma partì, nell'ottobre scorso, l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per la stessa brigatista e per Mario Galesi, all'epoca irreperibili. Nei loro confronti veniva ipotizzata la banda armata. Per far fronte all'attacco romano i magistrati di Bologna e Firenze si sono mossi a loro volta. Nadia Desdemona Lioce è stata iscritta sul registro degli indagati della procura di Bologna per l'omicidio di Marco Biagi. Tra l'altro i pm avrebbero raccolto testimonianze sulla presenza della latitante in prossimità dell'abitazione del giuslavorista assassinato, nei giorni precedenti all'azione. I pm di Firenze, che già avevano acquisito gli atti dai magistrati di Arezzo in base alla normativa sul terrorismo, hanno notificato alla brigatista una nuova ordinanza di custodia cautelare per banda armata, contestandole anche l'aggravante della latitanza. La prima riguardava l'omicidio dell'agente della Polfer. Adesso si è mossa Roma nella convinzione che la donna abbia fatto parte del commando che agì in via Salaria il 20 maggio del '99. Il primo reato, quindi, sarebbe stato commesso nella capitale e in base a questo principio 15 giorni fa i pm del pool antiterrorismo avevano chiesto la trasmissione di tutti gli atti. Una richiesta che non è stata accolta. E l' opposizione è finita dinanzi alla Cassazione.
s. m.

"La Nazione"
L'avvocato: non è stata trattata come una normale testimone
Protesta l'avvocato Sauro Poli, legale dell'impiegata di una scuola fiorentina, sentita dai magistrati romani in una caserma di Scandicci. "Stiamo valutando se intraprendere un' azione legale per quanto apparso sulla stampa e elaborare anche una forma civile di protesta visto che il suo interrogatorio è stato propalato come se fosse quello di una sospettata, invece che quello di una persona informata sui fatti". L'avvocato Sauro Poli, che assiste l'impiegata, ascoltata nell'ambito delle indagini sulle nuove Brigate rosse, stigmatizza il trattamento riservato alla donna, anche da parte degli inquirenti: "E' stata prelevata dal posto di lavoro senza alcun preavviso e portata in caserma".
L'audizione dell'impiegata è successiva all'ascolto di un'intercettazione telefonica tra la nipote 16enne di Nadia Desdemona Lioce e il fidanzato, avvenuta dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze.
Ma l'avvocato Sauro Poli, che assiste anche il ragazzo, protesta anche per i metodi con cui sono state fatte le perquisizioni in casa della nipote sedicenne di Nadia Desdemona Lioce e del suo amico. Perquisizioni eseguite dagli inquirenti mentre i due ragazzi venivano interrogati in una caserma dei carabinieri come testimoni. Il legale ha annunciato ricorso al tribunale della libertà di Roma per dissequestrare quanto preso in casa dello studente.
"Voglio che un giudice mi dica se ritiene legittimo - dice il legale del ragazzo ascoltato come teste - fare in modo che la perquisizione scatti proprio quando il ragazzo era stato appena prelevato a scuola e portato in caserma a Scandicci. Dove, tra l' altro, è stato sentito senza sapere che i carabinieri erano nella sua abitazione per la perquisizione, che si è svolta in assenza anche dei genitori".
Quanto all' esito della perquisizione, l' avvocato Poli ha spiegato che gli investigatori hanno sequestrato alcuni oggetti ("non materiale documentario") che, ha aggiunto, non avrebbero "alcuna pertinenza con la materia delle indagini coordinate dal pm Saviotti".
Secondo quanto si è appreso, nel corso della perquisizione in casa della figlia di Daniela Lioce, sorella della brigatista arrestata il 2 marzo sul treno Roma-Firenze, sarebbe stata sequestrata solo una agenda.

3 aprile 2003 - TONI NEGRI: BR PERICOLOSE ? UN' IDIOZIA
"Il Mattino di Padova"
A un incontro dei Disobbedienti sulla guerra in Iraq
Negri: "Le Br pericolose?
Pensarlo è un'idiozia"
VENEZIA. Toni Negri, ritiene che il fenomeno delle nuove Br in Italia "debba essere ridotto a quello di un serial killer, o a fenomeni di questo genere che qualsiasi società rivela". Per l'ex leader di Autonomia Operaia, che oggi, dopo la carcerazione, è affidato ai servizi sociali e vive a Roma, le nuove Br, in sostanza, non rappresenterebbero un pericolo reale per lo Stato. "Ho l' impressione - ha detto ieri Negri, a Venezia, a margine di un dibatto sulla guerra in Iraq promosso dai Disobbedienti - che quando si parla di Brigate rosse e ci si butta a inventare il pericolo che queste rappresenterebbero si dicono delle grandi idiozie". Ai cronisti che gli chiedevano allora che cosa rappresentano i delitti D'Antona e Biagi, Negri ha risposto che si tratta di "due persone assassinate, alle quali - ha aggiunto - va tutto il nostro rispetto e la nostra commozione. Erano due studiosi molto seri, che avevano posizioni politiche che si possono condividere oppure no. Ma niente di più, insomma".
Quanto alla guerra in Iraq e al movimento pacifista, per Negri "è la prima volta che l'opinione pubblica mondiale si pone come una superpotenza rispetto a chi ha creato la guerra come legittimazione della propria sovranità". L'opportunità che intravede per il popolo della pace è enorme: quella di poter costruire per la prima volta, dopo il 1948, "un mondo nuovo".

4 aprile 2003 - SPARATORIA TRENO: DAI GIORNALI
"La Nazione"
IL TRIBUNALE del riesame di Firenze ha respinto l'istanza con cui l'avvocato Attilio Baccioli, legale di Nadia Desdemona Lioce, aveva chiesto la revoca dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip fiorentino nei confronti della brigatista per la sparatoria sul treno Roma-Firenze, avvenuta il 2 marzo scorso. Nella sua istanza l'avvocato Baccioli aveva contestato l'aggravante della finalità di terrorismo contenuta nel provvedimento del gip e per questo aveva chiesto la revoca della misura cautelare e la trasmissione degli atti alla magistratura di Arezzo, che, in mancanza di quell'aggravante, sarebbe competente per territorio. Il tribunale ha invece ritenuto sussistente l'aggravante con conseguente competenza del gip fiorentino. I giudici si sono poi dichiarati incompetenti riguardo alla richiesta, presentata sempre dall'avvocato Baccioli, di un'attenuazione del regime carcerario per la Lioce, detenuta a Sollicciano. Alla donna è stato comunque permesso di poter incontrare i familiari.

6 aprile 2003 - UNIVERSITA' MODENA: VETRO COLPITO DA SPARO ANCHE A FISICA
"La Gazzetta di Modena"
Polizia scientifica: "Vetro di Fisica
bucato da colpo d'arma da fuoco"
Arrivano conferme dalle perizie balistiche Delitto Biagi: caccia a 'talpa' Br modenese
Identificata la persona che ha sparato contro i vetri del Dipartiamento di Fisica?
E' ancora presto per dirlo, ma una cosa è certa: il foro trovato nel bagno al primo piano della facoltà di via Campi, è partito da un'arma da fuoco e non da una fionda. Intanto la Digos modenese continua a dare la caccia alla talpa in città delle Br che hanno ucciso Marco Biagi.
"Quel foro è compatibile con un colpo partito da una carabina ad aria compressa, ma saremo più precisi al termine degli esami e dei test". E' la prima sommaria comunicazione fatta alla questura di Modena dalla polizia scientifica di Bologna che sta esaminando lo sparo contro i vetri del bagno del Dipartimento di Fisica scoperto la mattina del 21 marzo scorso. Non escludendo che potrebbe trattarsi anche di un altro tipo di arma, la polizia scientifica ha comunque confermato come il vetro non sia stato raggiunto da una fiondata e quindi da una biglia, ma da un colpo partito in ogni modo da un'arma da fuoco. Proprio sulla scorta di questa prima informazione - in attesa degli ulteriori e definitivi rapporti - arrivata dai colleghi di Bologna già una decina di giorni fa, gli agenti della Digos di Modena hanno effettuato una prima serie di ricerche sui possessori di carabine ad aria compressa. Un'arma che può essere acquistata solo da chi è in possesso almeno del porto d'armi per tiro sportivo. L'acquisto è registrato dalle varie armerie e proprio attraverso i registri di vendita di queste, i poliziotti hanno riscontrato come siano pochi - si conterebbero sulle dita di una mano - i possessori di una carabina ad aria compressa. Tra loro vi è una persona che risiede nei pressi dell'Università di via Campi. Come hanno fatto sapere dalla questura, è comunque prematuro ritenere che si tratti dello "sparatore". Per convocarlo in questura e accertare eventuali responsabilità, bisognerà prima attendere l'esito definitivo dei test della polizia scientifica con una conferma sul tipo d'arma. Fin qui le indagini sullo "sparo" a Fisica. Parallelamente vanno avanti gli accertamenti e i riscontri investigativi sul delitto di Marco Biagi e sugli spari contro la facoltà di Economia, che non sono assolutamente collegabili all'episodio di via Campi. Ma in questo caso le indagini della Digos modenese non sono focalizzate tanto sui colpi, quanto piuttosto sulla prosecuzione delle investigazioni momentaneamente "interrotte" dai colleghi di Firenze, saliti a Modena per le indagini scattate dopo il ritrovamento nelle tasche della Br Nadia Lioce del biglietto col nome della bibliotecaria di Economia (estranea ad ogni vicenda, ndr). Massimo riserbo su queste indagini, anche se non è mai stato smentito che i poliziotti modenesi stanno dando la caccia ai possibili fiancheggiatori locali delle Br che hanno ammazzato a Bologna il prof. Biagi. In sostanza la "talpa" che seguì tutti i movimenti del docente e segnalò al "commando" bolognese la sua partenza da Modena.

8 aprile 2003 - LIBERAZIONE SU LIBRO BIACCHESSI SU BIAGI
"Liberazione"
"L'ultima bicicletta" Daniele Biacchessi
Annibale Paloscia "L'ultima bicicletta"
Daniele Biacchessi, Mursia (pp. 135, euro 13,80)
"Un uomo e la sua bicicletta. E' l'immagine di quella fredda sera bolognese di marzo. Biagi è da solo...". Era davvero solo Marco Biagi, era minacciato, ma gli avevano tolto la scorta. Daniele Biacchessi, giornalista di "Radio 24" racconta in un libro, "L'ultima bicicletta", l'uccisione di quel professore di diritto del lavoro che lo Stato non seppe difendere. Marco Biagi, sceso alla stazione di Bologna, andò al parcheggio a prendere la bicicletta, la sua passione: era il 19 marzo 2002.
Le Brigate rosse non hanno mai coperto sotto l'anonimato i loro delitti, li hanno sempre rivendicati con una produzione maniacale di comunicati, spesso li hanno perfino preannunciati. Come il delitto Biagi. Nessun uomo normale, se non ha un motivo preciso, legge volentieri i loro documenti funerei, fumosi, poveri di idee, ripetitivi in modo ossessivo. Biacchessi li studia, cerca di decifrarli, li interpreta, per darci un ritratto il più possibile attendibile delle motivazioni omicide delle Br, andando oltre la ricorrente, superficiale spiegazione che per scegliere la prossima vittima basta leggere i giornali e navigare in Internet. Il libro è molto documentato e questo ci dà modo di "leggere" il progetto eversivo delle Br nella sua continuità, scandita dai delitti Ruffilli, D'Antona, Biagi. La condanna a morte del senatore Ruffilli in qualche modo preannuncia quella di D'Antona e di Biagi. Il senatore democristiano non era un personaggio di bandiera, un dirigente di grande popolarità, ma le Br, in qualche modo, attraverso canali misteriosi, lo identificano come "uomo chiave", capace di "ricucire concretamente, attraverso forzature e mediazioni tutto l'arco delle forze politiche intorno al progetto (della Dc, ndr), compreso le opposizioni istituzionali".
La citazione di queste frasi dai documenti Br è una felice intuizione investigativa di Biacchessi. Se non altro perché ci sollecita a porre un interrogativo. Se è vero che Ruffilli aveva quel ruolo, è altrettanto vero che ne era a conoscenza solo un gruppo limitato di politici e funzionari di partito. E' difficile immaginare che un gruppetto di terroristi, deciso ad assumere l'eredità delle Br, e per questo costretto a vivere nella clandestinità e a limitare le sue relazioni, abbia i mezzi per indagare in profondità sulla Dc, scoprire che c'è un "uomo chiave", che quell'uomo è proprio Ruffilli e che ammazzarlo è facile. Vero o no che Ruffilli avesse quel ruolo, per far sì che le Br potessero scoprirlo o semplicemente crederlo, c'era bisogno di un suggeritore: è un'ipotesi che ne presuppone un'altra ancora più inquietante: il progetto terroristico cammina sulle gambe delle Br, ma la testa che lo governa è quella del "suggeritore".
Sono le stesse Br, nel comunicato sull'omicidio D'Antona, a richiamare la continuità con "l'azione contro Ruffilli". Il fine è lo stesso: impedire il progetto di riforma dello Stato. Anche D'Antona è identificato come un uomo chiave, "il responsabile dell'esecutivo nel patto di Natale". E' del tutto immaginario che D'Antona potesse condizionare la dialettica tra governo, partiti e forze sociali: anche qui dobbiamo ipotizzare che un "suggeritore" abbia assecondato il progetto terroristico enfatizzando il ruolo di D'Antona. Non c'è nessun mistero sul progetto delle Br, ma è buio fitto sugli intrighi del suggeritore. Nell'omicidio Biagi la situazione si ripete: il professore di Bologna era un autorevole giuslavorista, ma le decisioni sulla riforma della legislazione del lavoro erano al di là della sua portata. C'era uno scontro tra governo e forze sociali, rispetto al quale il suo ruolo era marginale. Il ministro dell'Interno dirà brutalmente, dopo il delitto, che era un "coglione". Le Br nella rivendicazione dicono che "l'azione riformatrice di Marco Biagi, esperto giuslavorista e delle relazioni industriali, rappresentante delle istanze e persino dei sogni della Confindustria, si è espressa nell'esecutivo Berlusconi...". Chi ha fatto credere ai terroristi che Biagi avesse un ruolo così decisivo? L'intrigo si svela attraverso elementi concreti. Le Br erano informate che gli era stata tolta la scorta, lui sapeva che l'assassino era fuori la porta di casa.
Il libro di Bianchessi ci offre molte pagine di toccante umanità su Marco Biagi, ma il suo pregio è anche quello di fornirci una rigorosa documentazione da cui nascono interrogativi ai quali, finora, sono state date risposte approssimative.

8 aprile 2003 - BIAGI: TIRABOSCHI, COFFERATI NON FU CORRETTO CON MARCO
ANSA:
Sergio Cofferati non si comporto' in modo corretto con il professor Marco Biagi. La critica arriva dal professor Michele Tiraboschi, allievo e successore del giuslavorista assassinato dalle Br: "L' ex segretario della Cgil - ha detto Tiraboschi a Bologna durante la presentazione del suo libro 'Morte di un riformista' - ha tenuto un comportamento nei confronti di Marco non corretto, e parlo di rapporto tra uomini".
"Perche' chi lo criticava per i suoi progetti - ha spiegato ancora Tiraboschi - andava contro una persona in carne ed ossa, e il massacro di una persona in vita non si deve fare". L' allievo di Biagi, ora tutelato da quella scorta che fu invece negata al suo maestro, non ha voluto commentare l' inchiesta sulla mancata tutela: "Non so come e' andata la vicenda - ha aggiunto - e non sono competente, non ho nulla da dire. Ma credo nel lavoro della magistratura e non ho la sensazione che finisca in nulla", ha detto rispondendo a chi gli chiedeva se l' indagine sulla mancata scorta si chiudesse con una richiesta di archiviazione.
Parlando davanti al pubblico, Tiraboschi ha pure raccontato come il professor Biagi fosse una persona particolarmente precisa e rigorosa, sia nello studio, sia nella vita: "La domenica sera Marco aveva preso l' abitudine di inviare a tutti i collaboratori una e-mail con tutta l' agenda della settimana, con l' indicazione precisa di tutti gli impegni e delle cose da fare". Un dettaglio questo che potrebbe spiegare il motivo per il quale - ed e' un' ipotesi che da tempo fanno gli investigatori - i brigatisti avessero interesse a leggere la posta elettronica del giuslavorista, compresa quella inviata ai collaboratori: si sarebbero infatti potute trarre utili indicazioni degli spostamenti del docente e dei suoi impegni.
A sua volta diventato potenziale obiettivo delle Br, deduzione fatta dagli investigatori subito dopo l' arresto di Nadia Lioce, Tiraboschi si e' fatto un' idea delle nuove Brigate Rosse: "Credo - ha detto rispondendo alla domanda del giornalista che lo intervistava - che siano dei gruppi abbastanza organizzati, perche' occorre un nucleo di persone abbastanza consistente per fare quello che hanno fatto". Gli resta poi anche una strana sensazione: "Mi colpisce - ha aggiunto Tiraboschi - che abbiano osservato Marco per tanto tempo sia nel lavoro sia nella vita privata, e che, vedendo il Marco dall' interno, quello che conoscevo anch'io, non ne abbiano capito il lato umano e non abbiano saputo fermarsi". Fra diversi docenti dell' universita' di Bologna, e alcuni collaboratori del professor Biagi, nella libreria Feltrinelli sotto alle due Torri, lontana, e molto in disparte al piano inferiore c'era anche Marina Orlandi, la vedova del professore, che ha seguito la presentazione del libro dagli amplificatori che diffondevano la discussione all' interno della libreria.

9 aprile 2003 - SERRA SU TOSCANA E TERRORISMO
"Il Tempo"
"I fatti indicano che qualcosa cova sotto la cenere della resa strategica" TOSCANA crocevia del vecchio e nuovo terrorismo. Lo ha sostenuto il prefetto di Firenze Achille Serra aprendo la Conferenza regionale sulla sicurezza promossa dalla prefettura del capoluogo insieme con le altre prefetture della regione. "Appare ancora difficile capire qual è il livello raggiunto dal terrorismo, in che misura ha raccolto l'eredità di coloro che operarono negli anni Settanta. Ma se è in atto, come sembra, un tentativo di riorganizzazione, appare verosimile che in Toscana possa nascondersi il filo conduttore che lega il passato al presente", ha detto Serra. Parlando di Nadia Lioce e Mario Galesi, il prefetto ha sottolineato che "vari indizi inducono a ritenere che i brigatisti hanno goduto di appoggi anche in Toscana e principalmente a Firenze, dove, secondo plausibili ipotesi, hanno di recente, realizzato e tentato di compiere rapine di autofinanziamento. La Toscana è stata usata maggiormente per basi logistiche e non per operazioni cruente. Storicamente - ha ricordato Serra - l'unico omicidio programmato è stato e rimane quello di Lando Conti, nel 1986, quando le maggiori colonne erano state smantellate e la mobilitazione contro il terrorismo era in forte diminuzione. Ciò concorda perfettamente con il dato dell'esperienza, secondo cui la regola è "non colpire mai dove ha sede l'organizzazione", per evitare di attirare maggiori controlli".
Serra ha tracciato un breve excursus storico del terrorismo in Toscana, un terrorismo che "agì attraverso più sigle appartenenti alla galassia eversiva nazionale e fu in grado di fungere anche da centro di direzione tattica e di attrezzarsi come base logistica per operazioni di rilievo". Ricordando l'assassinio del sindaco Lando Conti, Serra ha ricordato come "da allora, continui fermenti, attenzione ai fatti fiorentini, nomi di nuovi e vecchi militati irriducibili che compaiono e svaniscono nel nulla, storie di persone improvvisamente irreperibili, rivendicazioni di reati commessi altrove, danno la sensazione costante di qualcosa che cova sotto la cenere della resa strategica". Rimarcando il filo conduttore che esisterebbe tra vecchie e nuove Br, Serra ha puntato il dito su fatti recenti. "Così si arriva fino ad oggi, con diversi attentati a società di lavoro interinale, a sedi di associazioni sindacali e, in ultimo, il grave episodio di Terontola, con la cattura della Lioce, che potrebbe offrire nuove chiavi di lettura ai fatti del recente passato". Infine, il prefetto di Firenze ha affrontato anche il problema dei "numerosi attentati attribuibili all'anarchismo insurrezionalista" che si sono verificati in tempi recenti in Toscana. "La forte concentrazione temporale di tali episodi, rapportata ad altri fatti avvenuti in precedenza nell'Italia centro-settentrionale, lascia chiaramente intravedere un temibile disegno e, soprattutto, un raccordo di ampio respiro, tale da far ritenere una pura invenzione la sempre sbandierata individualità anarchica, ove ogni gruppuscolo locale perseguirebbe le sue finalità, al di fuori di vincoli gerarchici".

10 aprile 2003 - CASSAZIONE: RESTANO DISTINTE INDAGINI BIAGI, D'ANTONA E PETRI
"Il Nuovo"
Terrorismo, "le indagini restano distinte"
La Procura generale della Cassazione ha deciso che le inchieste sui delitti Biagi, D'Antona e Petri proseguono in maniera distinta ma coordinata tra le Procure di Bologna, Roma, Firenze.
BOLOGNA - Rimarranno distinte le inchieste sui fatti di terrorismo che riguardano i delitti Biagi e D'Antona e Petri. A deciderlo è stata la Procura generale della Cassazione: le inchieste proseguiranno, quindi, in maniera distinta ma coordinata tra le Procure di Bologna, Roma, Firenze.
La decisione sulla questione di competenza si è appresa dalla Procura di Bologna che ha visto quindi pienamente accolta la tesi prospettata dal Procuratore Enrico Di Nicola.
Il ministro della Giustizia Roberto Castelli, aveva lanciato la prima proposta operativa, spiegando di avere già pronta una bozza di legge per la costituzione di una "superprocura" antiterrorismo.
"Quello del coordinamento - aveva detto il Procuratore di Bologna Enrico De Nicola, che dopo la sparatoria di Firenze aveva assunto l'incarico di coordinatore delle indagini - è un tema che alla lunga dovrà essere affrontato in modo diverso, ricalcando, magari, quanto è avvenuto a livello di organizzazioni criminali mafiose".
A porre la questione dell' attribuzione della titolarità delle indagine sono stati i pm della capitale. Alla fine di marzo la Procura di Roma ha inviato alla Corte di Cassazione una memoria e copia di atti delle inchieste sull'attentato a Massimo D'Antona e sulla banda armata e associazione sovversiva in relazione all' invocazione di competenza territoriale dei fascicoli sugli omicidi di Marco Biagi ed Emanuele Petri di cui sono titolari le procure di Bologna e Firenze.
Alla procura generale della Suprema Corte erano nel frattempo arrivati i motivi con cui l'ufficio del pm di Bologna si era opposta alla trasmissione degli atti a Roma, gli allegati e l' indicazione che sarebbbero giunti nel giro di pochi giorni anche i faldoni relativi all'inchiesta sull'omicidio Biagi. Secondo la procura di Bologna, le Brigate Rosse attuali non hanno una struttura centralizzata, si tratterebbe invece di colonne diverse che operano indipendentemente l'una dall'altra in diverse città e ogni episodio sarebbe scisso dagli altri.
Nelle motivazioni del conflitto di competenza i magistrati bolognesi hanno sostenuto anche che le persone che hanno messo a segno gli attentati sarebbero diversi e non vi sarebbe continuità dei reati. Non solo: nelle motivazioni era stato ricordato anche che in passato per altri attentati delle Br - come gli omicidi Ruffilli e Conti - a procedere furono le procure di Forlì e Firenze, ossia gli uffici dove erano avvenuti i fatti.
Una posizione, questa, decisamente distante da quella sostenuta dal pool antiterrorismo di Roma, secondo cui invece dalle indagini sono emersi elementi che conducono tutti inevitabilmente nella capitale. A partire dall'esistenza di un covo delle Br che molto probabilmente si trova nella zona compresa tra i quartieri Tiburtino e San Lorenzo a Roma, la rapina di autofinanziamento a cui prese parte Mario Galesi (il terrorista ucciso nella sparatoria sul treno Roma-Firenze il due marzo) nel 1997, l'unicità dell'arma che ha ucciso Massimo D'Antona e Marco Biagi, il ruolo di Nadia Desdemona Lioce all'interno dell' organizzazione. Il 21 marzo la Procura di Bologna ha trasmesso via fax ai colleghi romani copia del documento spedito in Cassazione.

16 aprile 2003 - D'ANTONA: GIP EMETTE ORDINANZA CUSTODIA PER LIOCE
ANSA:
Accogliendo le richieste della Procura di Roma, il Gip Maria Teresa Covatta ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Nadia Desdemona Lioce per l'omicidio di Massimo D'Antona, ucciso a Roma nel maggio del 1999. A sollecitare l'emissione del provvedimento sono stati i pubblici ministeri Franco Ionta e Pietro Saviotti.
Lioce e' accusata di concorso in attentato terroristico, banda armata, detenzione di arma, furto dei furgoni usati in via Salaria e contraffazione del documento trovato in suo possesso il giorno dell'arresto dopo il sanguinoso conflitto a fuoco sul treno Roma-Firenze in cui morirono l'agente della Polfer Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi.
Nello scorso ottobre, nei confronti della terrorista, era stata emessa un'ordinanza di custodia cautelare, sempre da parte del gip Covatta, per appartenenza alle Brigate Rosse.
Sara' sentita molto probabilmente venerdi' prossimo, nel carcere fiorentino di Sollicciano, Nadia Desdemona Lioce, la Br nei confronti della quale la magistratura romana ha emesso un' ordinanza di custodia cautelare nell' ambito dell' inchiesta sull' omicidio di Massimo D' Antona.
Il provvedimento, secondo quanto si e' appreso, e' di sette pagine e ricalca, sostanzialmente, le conclusioni dei pm Ionta e Saviotti. I magistrati avevano incentrato la richiesta di emissione della misura cautelare su alcuni aspetti, il piu' importante dei quali e' costituito dalle immagini riprese dalle telecamere della Banca di Roma in via Salaria, all' angolo con via Po, nelle quali, per gli inquirenti, e' riconoscibile la Lioce il 19 maggio 1999, giorno precedente l' agguato all' allora consulente del ministero del Lavoro.
Nell' ordinanza, nella quale non viene contestato il possesso di un' arma (per la quale la Br e' gia' indagata a Firenze) non manca un riferimento al provvedimento emesso dallo stesso gip Covatta nello scorso ottobre: tra l' altro si sottolinea che le accuse di associazione sovversiva e di appartenenza alle Br trovano riscontro nel tributo riservato dalla terrorista a Mario Galesi nel documento politico consegnato alla procura di Roma dopo il suo arresto per i fatti del 2 marzo in provincia di Arezzo. Nadia Desdemona Lioce e' indagata anche dalla procura di Bologna per l' omicidio di Marco Biagi.

17 aprile 2003 - OMIDIDIO D'ANTONA: CUSTODIA CAUTELARE PER LIOCE
"La Stampa"
ROMA, IL GIP FIRMA LA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE PER LA BR
"Lioce nel gruppo di fuoco contro D'Antona e Biagi"
Due gli elementi decisivi: la ripresa di una telecamera a Roma e i documenti falsificati al momento dell'arresto. "E' una delle menti del nuovo terrorismo"
ROMA
C'è un nome e un cognome che ora lega gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. Quello di Nadia Desdemona Lioce. Risale a un mese fa l'iscrizione della brigatista nel registro degli indagati della Procura bolognese per l'assassinio del professor Biagi. Ieri, il Gip romano Maria Teresa Covatta ha firmato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, indirizzata a Nadia Lioce, per l'omicidio di Massimo D'Antona. La richiesta era stata avanzata ai primi di aprile dai magistrati del pool antiterrorismo, Franco Ionta e Pietro Saviotti. C'erano due elementi su cui poggiava la richiesta dei pm romani. Il Gip Covatta li ha accolti entrambi. Il primo è una sequenza di fotogrammi, ripresi il 19 maggio 1999 - il giorno prima dell'agguato brigatista - dalla telecamera di una banca all'angolo tra via Po e via Salaria, la strada in cui venne ucciso D'Antona. Si vede una donna in quei filmati. Secondo la Digos e la Procura di Roma, quella donna è Nadia Lioce. Un ultimo sopralluogo, prima di entrare in azione. L'altro elemento sono i documenti falsificati che la Lioce e Mario Galesi avevano il 2 marzo scorso, quando vennero sorpresi sul treno Roma - Firenze. Ne seguì una sparatoria in cui rimasero uccisi Galesi e l'agente della Polfer, Emanuele Petri. Quei documenti - risultati rubati nel marzo 1999 nel municipio di Casape, vicino Tivoli - furono contraffatti, secondo gli investigatori, poco tempo prima dell'omicidio D'Antona. Dunque, Nadia Lioce avrebbe fatto parte del gruppo di fuoco entrato in azione il 20 maggio '99 a Roma e il 19 marzo 2002 a Bologna. E c'è di più. La Lioce non sarebbe una semplice militante, ma una "mente" della Brigate Rosse. Questo punto è stato sottolineato dal Gip Covatta che ha preso in considerazione il documento del 5 marzo scritto dalla Lioce quando venne interrogata dai magistrati romani nel carcere fiorentino di Sollicciano, dove ancora è detenuta. Il contenuto e il linguaggio del documento farebbero pensare a una mano abituata a stendere per iscritto le linee programmatiche delle nuove Brigate Rosse. Gli investigatori sono convinti che le nuove Br nascano in continuità con i Nuclei Comunisti Combattenti che a loro volta avevano raccolto l'eredità delle vecchie Br. In questo evoluzione, la Lioce avrebbe avuto un ruolo centrale. Nadia Lioce entrò in clandestinità nel 1995 quando fu sospettata di trovarsi a Roma per partecipare a un'azione degli Ncc. All'epoca, era la compagna di Luigi Fuccini, arrestato nel '95 insieme a Fabio Matteini, perchè trovati in possesso di armi. Entrambi si dichiararono prigionieri politici appartenenti agli Ncc. Nel provvedimento si fa, inoltre, riferimento a un'ordinanza di custodia cautelare per banda armata firmata dallo stesso Gip Covatta l'ottobre scorso. In quell'occasione vennero emesse sei ordinanze: quattro nei confronti di quattro "irriducibili" detenuti, più Galesi e Lioce. Una banda armata con base logistica e operativa a Roma. Tesi supportata, come ha ricordato il Gip, dai biglietti di treno trovati in possesso dai due brigatisti il 2 marzo: due biglietti di andata e ritorno, con partenza e arrivo alla stazione Tiburtina. La svolta nelle indagini negli omicidi Biagi e D'Antona sta tutta in quel tragico e fortuito incontro tra gli uomini della Polfer e i due Br sul treno Roma-Firenze. Ne furono subito convinti gli uomini dell'antiterrorismo del Viminale, tanto da portare il ministro Pisanu a dire che si stava avvicinando "il momento per rendere giustizia alla memoria del professor Biagi e D'Antona". Nadia Desdemona Lioce sarà probabilmente interrogata venerdì, nel carcere fiorentino di Sollicciano.
Mara Montanari

18 aprile 2003 - OMICIDIO BIAGI: CUSTODIA CAUTELARE PER LIOCE
"La Gazzetta di Modena"
Non è certo che abbia partecipato materialmente, ma avrebbe contribuito alla fase ideativa dell'agguato a fini di terrorismo
Lioce tra gli organizzatori del delitto Biagi
La Procura di Bologna chiede al gip la custodia cautelare della brigatista
BOLOGNA. La Procura ha depositato al Gip la richiesta di ordine di custodia cautelare nei confronti di Nadia Desdemona Lioce (foto) per l'omicidio del prof. Marco Biagi, ucciso il 19 marzo 2002 a Bologna dalle Brigate Rosse. Nella richiesta si ipotizzano le accuse di 'attentato per fini di terrorismo e porto illegale di arma aggravato dal fine di terrorismo'.
Secondo quanto si è appreso, il pm Giovagnoli, nella richista firmata anche dal procuratore capo De Micola e dall'aggiunto Persico, per Nadia Lioce ipotizza un concorso 'ideativo e organizzativo' nell'agguato al giuslavorista. Nella ricostruzione dell' omicidio fatta dagli investigatori bolognesi - e contenuta nelle lunga richiesta depositata al Gip - non ci sarebbero elementi in grado di dimostrare la partecipazione materiale di Nadia Lioce al gruppo di terroristi entrato in azione la sera del 19 marzo 2002. Una partecipazione, anche come palo alla stazione ferroviaria, o nelle vicinanze di via Valdonica, che però non è esclusa dalla Procura. Ci sono invece tutti gli elementi, secondo i magistrati, per ritenere che la donna faccia parte di quel gruppo di persone che ideò e organizzò l'agguato al giuslavorista.
Nell'inchiesta bolognese resta il fatto che più di un testimone vide Lioce nel capoluogo emiliano nei giorni precedenti e anche in quelli successivi l' omicidio. Il volto della brigatista è stato infatti riconosciuto da diverse persone risentite nei giorni successivi alla sparatoria sul treno Roma-Firenze, nella quale morirono l'agente della Polfer Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi, e in seguito alla quale fu appunto arrestata Nadia Lioce. Ma già nei giorni successivi l'assassinio del prof. Biagi a molti testimoni fu mostrata, fra altre decine, anche la fotografia della donna che però ritraeva un volto piuttosto diverso da quello che compare nelle foto fatte subito dopo l'arresto. Anche per questo motivo, solo dopo l'arresto della donna, diverse persone avrebbero potuto riconoscere un volto visto un anno fa.
Rimane da valutare la presenza della brigatista anche nei giorni successivi l'agguato, quando restare a Bologna poteva essere rischioso. Sulla potenziale partecipazione di Nadia Lioce all'esecuzione dell' azione, le testimonianze riferite su coloro che coprivano le spalle a chi sparò sono confuse, e perciò la presenza di una donna in questa fase potrebbe esserci o meno. Come potrebbe esserci nella fase del pedinamento di Biagi dalla stazione a via Valdonica, sotto casa.

"Il Resto del Carlino"
"La brigatista assicurò la moto dell'agguato a D'Antona"
ROMA - "Ulteriore elemento indiziario" a carico di Nadia Desdemona Lioce per il delitto D'Antona (nella foto) è la "presenza sul luogo dell'attentato del ciclomotore 50 utilizzato per la fuga da due terroristi". Presenza che va collegata - secondo il gip Maria Teresa Covatta, che ha firmato la richiesta d'arresto - allo stock di documenti rubato il 10 marzo del 1999 al Comune di San Gregorio di Sassola, vicino Roma: questi sarebbero stati poi contraffatti e utilizzati, tra l'altro, per polizze assicurative di ciclomotori 50 stipulate a firma di Rita Bizzarri (nome indicato nella carta di identità trovata alla Lioce al momento del suo arresto). Le polizze erano relative ad almeno tre Piaggio Vespa 50 in un periodo che va dal 16 febbraio '99 al 5 gennaio 2001. Stamattina, intanto, il gip interrogherà la brigatista nel carcere di Sollicciano. Al centro dell'interrogatorio, i contenuti dell'ordinanza di custodia cautelare per il delitto D'Antona emesso dal gip Covatta su richiesta dei pm Franco Ionta e Pietro Saviotti.

18 aprile 2003 - LIOCE RIVENDICA OMICIDI D'ANTONA E BIAGI
"Il Nuovo"
Lioce: rivendico i delitti Biagi e D'Antona
In un documento la brigatista rivendica la piena responsabilità del delitto romano e di quello bolognese. Si dichiara prigioniera politica e torna a fare riferimento "al mondo arabo oppresso"
ROMA - "Rivendico all'organizzazione le azioni messe a segno contro Massimo D'Antona e Marco Biagi". E' questo il passaggio più saliente del documento - una pagina scritta a mano in stampatello - consegnato da Nadia Desdemona Lioce ai pubblici ministeri romani Franco Ionta e Pietro Saviotti che insieme con il giudice per le indagini preliminari, Maria Teresa Covatta, le hanno notificato nel carcere di Sollicciano a Firenze l'ordinanza di custodia cautelare per l'attentato a D'Antona.
I magistrati che indagano sull'assassinio del consulente dell'allora ministro del Lavoro Maroni, avvenuto nel '99, sono sicuri del fatto che la brigatista arrestata sul treno Roma-Firenze, abbia partecipato al delitto. Il riconoscimento da parte di alcuni testimoni non farebbe che aggiungere conferma su conferma. Ecco perché, dall'iscrizione sul registro degli indagati si è passati al provvedimento di custodia in carcere, richiesto dai magistrati capitolini e notificato oggi all'indagata. La Lioce, arrestata dopo che il suo compagno e collega di militanza nelle Br Marco Galesi aveva ucciso un agente di polizia, si trova già detenuta per banda armata, detenzione di arma e contraffazione dei documenti ritrovati in suo possesso all'atto dell'arresto. E' rinchiusa nel carcere fiorentino di Sollicciano. Con il documento presentato oggi ai magistrati che s'erano recati nella casa circondariale per interrogarla, la Lioce si assume la responsabilità dei delitti che le si ascrivono, almeno sui fascicoli.
Nadia Desdemona Lioce si è avvalsa della facoltà di non rispondere e si è dichiarata prigioniera politica. Nel documento consegnato ricorda il compagno brigatista Mario Galesi, ucciso il 2 marzo scorso nella sparatoria sul treno Roma-Firenze in cui ha perso anche la vita l'agente Emanuele Petri. Inoltre, nel documento, che secondo i magistrati, ricalca completamente il precedente e quello presentato davanti al tribunale della libertà, fa riferimento alla lotta anti imperialista e alla necessità di realizzare la lotta armata.
"Con l'attacco alle politiche centrali dell'imperialismo, le Br... propongono alle forze rivoluzionarie dell'area europea, mediterranea e mediorientale di costruire un fronte anti-imperialista per attaccare e indebolire il nemico sino alla sua crisi politica". Con questo passaggio la Lioce chiarisce un concetto già enunciato nel precedente documento consegnato ai magistrati romani in cui parlava delle masse oppresse del mondo arabo, ossia dei palestinesi. Questo scritto, stando a quanto ritengono alcuni analisti - perlomeno ad una prima lettura - sarebbe una sorta di richiamo alla lotta armata e alla rivoluzione degli antagonisti sia dell'area mediterranea che di quella mediorientale.
Alle accuse si aggiungono ora anche quella di concorso in attentato e di aver rubato i furgoni usati in via Salaria per l'attentato a D'Antona. La procura di Roma insomma, è convinto di aver individuato senza tema di errore uno degli elementi del gruppo di fuoco che uccise il consulente del lavoro. D'altronde, anche per l'omicidio di Marco Biagi, anche lui esperto del ministero del Welfare, ucciso a Bologna, la Lioce risulta tra i principali indagati. Le inchieste, però, finora, restano divise.

19 aprile 2003 - RIVENDICAZIONE LIOCE: DAI GIORNALI
"La Stampa"
INTERROGATORIO A FIRENZE. LA RIVENDICAZIONE IN UN BIGLIETTO CONSEGNATO AI MAGISTRATI
La Lioce: "Siamo stati noi delle Br ad assassinare Biagi e D'Antona"
ROMA
Una pagina scritta a mano, in stampatello, per rivendicare gli omicidi di Marco Biagi e Massimo D'Antona. "Siamo stati noi delle Brigate Rosse", scrive Nadia Desdemona Lioce in un documento, il terzo dal 2 marzo quando è stata arrestata. Lo ha consegnato ai magistrati romani - i pm Franco Ionta e Pietro Saviotti e il Gip Maria Teresa Covatta - che l'hanno incontrata ieri nel carcere fiorentino di Sollicciano per l'interrogatorio di garanzia dopo l'emissione dell'ordinanza cautelare nei suoi confronti per l'assassinio di D'Antona. Un incontro durato circa mezz'ora in cui la Lioce, assistita dal suo avvocato Attilio Baccioli, si è ancora una volta avvalsa della facoltà di non rispondere. La rivendicazione dei due omicidi di per sè non costituisce una novità clamorosa: le Br rivendicarono immediatamente gli attentati e Nadia Lioce si è dichiarata prigioniera politica come membro dell'organizzazione. Tuttavia, l'ex-primula rossa, latitante dal '95, fornisce una chiave di lettura sull'intento con cui maturò la decisione di colpire i due giuslavoristi. "Rivendico all'organizzazione - scrive - le azioni messe a segno contro Massimo D'Antona e Marco Biagi, come rilancio della strategia del partito combattente". Un salto di qualità, dunque, dell'attività eversiva delle nuove Brigate Rosse. Per il resto, il documento consegnato ieri ai giudici romani ricalca gli scritti precedenti della Lioce. C'è un riferimento al compagno brigatista Mario Galesi, ucciso il 2 marzo scorso nella sparatoria sul treno Roma-Firenze in cui perse la vita l'agente della Polfer, Emanuele Petri. Poi, la brigatista torna su un concetto già sviluppato nell'ultimo documento dato ai magistrati della Procura di Roma e cioè la necessità di creare un unico fronte rivoluzionario con il terrorismo islamico. "Con l'attacco alle politiche centrali dell'imperialismo - scrive - le Br propongono alle forze rivoluzionarie dell'area europea, mediterranea e mediorientale di costruire un fronte antimperialista per attaccare e indebolire il nemico sino alla sua crisi politica". E' solo un brevissimo accenno. "Un più esplicito riferimento al quadro delle contraddizioni dell'imperialismo su scala planetaria - chiosa l'avvocato Baccioli - era stato affrontato dalla mia assistita nei precedenti due documenti consegnati ai magistrati nei precedenti interrogatori". Dunque, a parte l'esplicita rivendicazione degli omicidi Biagi e D'Antona, il terzo documento della brigatista non dovrebbe contenere rivelazioni eclatanti. Lo dicono gli stessi pm romani: "Il comportamento della Lioce non rappresenta una sorpresa. Era proprio la risposta che ci aspettavamo". La Procura di Bologna, non ha avanzato alcun commento ufficiale alla rivendicazione dell'omicidio del professor Biagi - ammazzato sotto casa nel marzo dello scorso anno - per cui la Lioce è stata iscritta nel registro degli indagati. "Rivendica al gruppo, quindi non sposta molto - dice un inquirente - la rivendicazione c'era già stata subito dopo l'omicidio. Certo - aggiunge - quello che dice Lioce è in linea con quanto ha prospettato la Procura al Gip, cioè un concorso ideologico all'omicidio di Marco Biagi, nella richiesta di cattura a carico della brigatista". L'avvocato Baccioli, all'uscita del carcere di Sollicciano, ha sottolineato che gli attentati ai due giuslavoristi sono, secondo la sua assistita, "passi in avanti nella direzione dell'iniziativa rivoluzionaria e del ruolo d'avanguardia delle Br nei confronti del movimento rivoluzionario". Inoltre ha riferito di avere contestato ai magistrati romani gli indizi contenuti nell'ordinanza: "Ho spiegato che l'indizio principale sarebbe stato un riconoscimento della Lioce in relazione all'ampiezza del suo bacino sulla base delle immagini registrate dalle telecamere di via Salaria, dove avvenne l'omicidio D'Antona. Non credo che questo abbia valore rilevante".
Mara Montanari

20 aprile 2003 - RIVENDICAZIONE LIOCE: PER TAORMINA, INDICAZIONI PER ATTENTATO
"La Gazzetta del sud"
Terrorismo Sospetti dell'on. Taormina. Piazza della Loggia: incartamenti da Brescia a Milano?
"Chiarire il ruolo che ha l'avv. della Lioce"
ROMA - Nel documento con il quale Nadia Desdemona Lioce ha rivendicato gli omicidi Biagi e D'Antona c'è l' indicazione della preparazione di un attentato il cui obiettivo potrebbe essere un esponente della Lega Nord. Lo afferma l' avvocato e parlamentare di Forza Italia Carlo Taormina, il quale chiede che la magistratura accerti il ruolo del legale della brigatista, l' avvocato Attilio Baccioli. "La magistratura deve accertare il ruolo dell' avvocato Baccioli sul presupposto che il comunicato da ultimo diramato - afferma l' on. Taormina - contiene l' ordine di un capo, come la Lioce, di serrare le fila e portare avanti l' attentato in preparazione fino alla sua esecuzione, che con fortissima probabilità sarà perpetrato - aggiunge - nei confronti di personalità che assuma in sè un misto di riformismo imperialista ed antislamismo, come ad esempio un esponente della Lega Nord. La magistratura deve impedire la divulgazione dei proclami della Lioce secretando gli atti e deve aprire un' inchiesta nei confronti dell' avvocato Baccioli, chiaramente dichiaratosi in linea ideologica con la Lioce che rivendica gli omicidi Biagi e D'Antona e che esalta il ruolo rivoluzionario della lotta armata". "L' avvocato Baccioli - secondo il parlamentare di Forza Italia - non svolge il ruolo di legale o comunque si avvale del ruolo di legale in maniera che deve essere chiarita dalla magistratura. In particolare quando legge i proclami della Lioce e quando addirittura vi aggiunge del suo". Secondo Taormina l'avvocato Baccioli, "difensore di tanti o troppi terroristi irriducibili dei quali conosce atteggiamenti, posizioni e dichiarazioni con particolare riferimento a terroristi in carcere dove si assumono le determinazioni anche omicidiarie rivendicate dalle Br, nel dichiarare che il documento l'altro ieri consegnato alla magistratura "segna passi in avanti nella direzione dell' iniziativa rivoluzionaria e del ruolo di avanguardia del movimento rivoluzionario" - prosegue Taormina citando quanto dichiarato dal legale di Nadia Lioce - si rende gravemente partecipe del comportamento istigatorio e favoreggiatore della Lioce e contribuisce all' invio di messaggi in codice alle Br chiaramente contenuti nell' ultimo documento della Lioce, come negli altri talvolta personalmente letti in tv dall' avv. Baccioli. Su altro fronte giudiziario, quello relativo all'ultimo troncone sulla strage di Piazza della Loggia a Milano, c'è da registrare l'iniziativa dell'on.Gaetano Pecorella il quale ha chiesto alla Procura di Brescia di trasmettere a Milano gli atti dell'inchiesta che vede indagato lo stesso Pecorella per favoreggiamento nei confronti dell'ex ordinovista veneto Delfo Zorzi, ora imprenditore in Giappone. L'istanza è stata depositata l'altro ieri negli uffici della Procura di Brescia dai legali di Pecorella, avvocati Filippo Sgubbi e Fabrizio Corbi. Secondo i pm bresciani Roberto di Martino e Francesco Piantoni, titolari della terza inchiesta sulla strage di piazza della Loggia (8 morti e oltre 100 feriti il 28 maggio '74 durante una manifestazione antifascista), il presidente della Commissione Giustizia della Camera avrebbe avuto un ruolo nella ritrattazione di Martino Siciliano, pentito storico dell'eversione di destra, che l'anno scorso fece giungere ai magistrati bresciani un memoriale in cui ritrattava tutte le sue precedenti dichiarazioni nei processi sulle stragi di piazza Fontana, piazza della Loggia e della Questura di Milano. Questa decisione, secondo l'accusa, sarebbe stata determinata da cospicui versamenti di denaro da Zorzi a Martino Siciliano. Per i legali di Pecorella, il momento in cui si concretizzerebbe eventualmente il reato ipotizzato dalla Procura, sarebbe la mancata presentazione di Siciliano al gip di Milano nell'ambito delle inchieste sulle stragi milanesi. Un fatto accaduto nel capoluogo lombardo dove, pertanto, Pecorella chiede che venga trasferita l'inchiesta sul presunto favoreggiamento che vede coinvolto anche l'ex legale di Martino Siciliano. Per il pentito, recentemente rientrato in Italia dopo una fuga dall' obbligo di dimora in una località sugli Appennini, la Procura di Brescia ha chiesto nei giorni scorsi l'interrogatorio con la formula dell'incidente probatorio nell'ambito dell'inchiesta sulla strage bresciana.

22 aprile 2003 - SPARATORIA TRENO: I PALMARI DELLA LIOCE MANDATI ALL'FBI
"Il Corriere della sera"
I pm di tre città chiedono aiuto agli esperti americani. Lo scopo è svelare i segreti dei palmari sequestrati dopo la sparatoria sul treno
Inviati all'Fbi i computer della br Lioce
Delitti D'Antona e Biagi, caccia a un uomo brizzolato di mezza età. Un finanziere: l'ho visto più volte assieme alla terrorista
ROMA - Per entrare nei segreti delle nuove Brigate rosse, l'Antiterrorismo italiano chiede aiuto agli Stati Uniti. I computer palmari che Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi avevano con loro sul treno Roma-Firenze il 2 marzo scorso - quando Lioce è stata arrestata e Galesi ucciso nel conflitto a fuoco in cui è morto l'ispettore della polizia ferroviaria Emanuele Petri - sono stati inviati a Quantico, nella sede dell'Fbi. Lì i tecnici americani cercheranno di arrivare laddove non sono riusciti gli esperti italiani: trovare le password per accedere ai programmi contenuti nei computer e decriptare gli appunti scritti dai brigatisti. La collaborazione con il Federal Bureau of Investigations è stata chiesta con un provvedimento firmato dalle tre Procure interessate alle indagini sulla Lioce - Roma, Bologna e Firenze, che indagano sui delitti D'Antona, Biagi e Petri - nell'estremo tentativo di scardinare la protezione intorno agli archivi elettronici dei terroristi. In attesa di qualche risultato, gli accertamenti proseguono attraverso ciò che è rimasto in mano agli investigatori dopo la sparatoria sul Roma-Firenze. E sulle testimonianze di chi ha creduto di aver visto Lioce e Galesi negli ultimi tempi, prima della loro improvvisa apparizione su quel treno. Una di queste ha fornito la descrizione di un altro probabile brigatista, ancora senza nome, sul quale si sta concentrando l'attenzione degli inquirenti romani.
Un appuntato della Guardia di Finanza, A.D.B., ha raccontato di aver riconosciuto "senza dubbio" in Nadia Lioce la donna che "quasi con regolarità" saliva sul treno Roma-Pisa nei mesi passati. La terrorista, ha rivelato A.D.B., non viaggiava sola ma in compagnia di "un uomo di mezza età, con i capelli brizzolati". Certamente non Galesi. Quasi certamente un militante delle Br-pcc, vista l'appartenenza della Lioce all'organizzazione con un ruolo di spicco, secondo gli investigatori. Ma c'è di più. La descrizione dell'uomo che viaggiava al suo fianco "corrisponde a quella del conducente di uno dei furgoni trovati sul luogo dell'attentato al professor D'Antona, fornita nell'immediatezza del delitto da un altro teste". Così scrive il giudice Maria Teresa Covatta nell'ordine di carcerazione contro la Lioce per l'omicidio di Massimo D'Antona (ucciso a Roma il 20 maggio 1999), notificatole in cella venerdì scorso.
Nelle indagini sulle Br entra dunque anche "l'uomo di mezza età con i capelli brizzolati", che accompagnava Nadia Lioce nei suoi spostamenti "quasi regolari" e potrebbe aver avuto un ruolo nel delitto che ha segnato la ricomparsa dell'organizzazione terroristica sulla scena italiana. Una ricomparsa preparata con cura, secondo altri elementi contenuti nel documenti firmato dal gip Covatta. Il furto dello stock di carte d'identità dal quale provenivano quelle che avevano Lioce e Galesi al momento del controllo sul treno è avvenuto il 10 marzo '99 nel Comune di San Gregorio di Sassola, vicino Roma: due mesi prima dell'omicidio D'Antona. I numeri di serie dei documenti erano consecutivi, da AD8838801 a AD8838900. La falsificazione delle due carte utilizzate da Lioce e Galesi - riempite con i nomi falsi di Rita Bizzarri e Domenico Marozzi - è dell'aprile dello stesso anno.
Dopo di allora, a nome di Rita Bizzarri risultano stipulate ben tre polizze di assicurazione per altrettanti ciclomotori Vespa 50. Sulla fotocopia del certificato di circolazione di uno dei tre motorini trovata nelle sede dell'assicurazione c'era l'annotazione di un nome: Patrizia Brancato. Al momento dell'arresto, la Lioce aveva con sé anche un documento falso intestato a quel nome, oltre al certificato della Vespa. Ancora, tra i nomi e i numeri scritti sui foglietti trovati addosso alla brigatista c'era un codice fiscale intestato a una persona le cui generalità erano state utilizzate (a sua insaputa) per avere la targa di un'altra Vespa 50. Il documento falsificato proveniva dallo stock rubato in provincia di Roma e la richiesta risale al 20 aprile '99, un mese prima del delitto D'Antona. Delitto per il quale fu utilizzato un ciclomotore 50 per la fuga dei due killer, un uomo e una donna.
Le indagini proseguono per tentare di individuare gli altri brigatisti ancora in attività, a cominciare dall'uomo brizzolato di mezza età che viaggiava con la Lioce sul treno Roma-Pisa. E nella speranza che a Quantico i tecnici del Fbi riescano a leggere le criptografie dei computer palmari, si cercano indizi negli scritti che la donna continua a mandar fuori dal carcere dov'è detenuta. Una perizia linguistica è stata ordinata dalla Procura di Roma per comparare quei proclami con le rivendicazioni degli omicidi D'Antona e Biagi (redatti dalla stessa mano, con qualche revisione "esterna", secondo una consulenza già conclusa), per verificare se Nadia Lioce è l'autrice anche di quei documenti.
Giovanni Bianconi

23 aprile 2003 - SPARATORIA TRENO: CACCIA A UOMO CHE VIAGGIAVA CON LIOCE
"La Nazione" edizione di Pisa
PISA - E' scattata la caccia al misterioso uomo visto in compagnia di Nadia Desdemona Lioce sul treno Roma-Pisa, nei frequenti viaggi che la terrorista faceva nella nostra città, dove ha abitato a lungo. Viaggi fatti anche nel periodo in cui la brigatista rossa si era data alla clandestinità, finita con l'arresto dopo la sparatoria a Terontola dove rimasero uccisi l'ispettore della Polizia Ferroviaria Emanuele Petri e il terrorista Mario Galesi. Gli investigatori romani stanno lavorando sulle testimonianze di chi ha creduto di aver visto Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi negli ultimi tempi, prima della loro improvvisa apparizione su treno Roma-Firenze. In particolare quella di un appuntato della Guardai di Finanza che avrebbe individuato un altro probabile brigatista, ancora senza nome. A.D.B., sottufficiale delle Fiamme Gialle, ha raccontato di aver riconosciuto "senza dubbio" in Nadia Desdemona Lioce la donna che "quasi con regolarità" saliva sul treno Roma-Pisa nei mesi passati. La terrorista, ha rivelato A.D.B., non viaggiava sola ma in compagnia di "un uomo di mezza età, con i capelli brizzolati". Certamente non Mario Galesi. Molto probabilmente un militante delle Br-Pcc, vista l'appartenenza della Lioce all'organizzazione con un ruolo di spicco, secondo gli investigatori. Ma non finisce qui. La descrizione del misterioso uomo che viaggiava al fianco della foggiana "corrisponde a quella del conducente di uno dei furgoni trovati sul luogo dell'attentato al professor D'Antona, fornita nell'immediatezza del delitto da un altro teste". Così scrive il giudice Maria Teresa Covatta nell'ordine di carcerazione contro la Lioce per l'omicidio di Massimo D'Antona - ucciso a Roma il 20 maggio 1999 -, notificatole in cella la scorsa settimana. Ed è per cercare anche di risalire all'identità di questo uomo brizzolato e di mezza età, e agli altri misteri che nascondono Nadia Desdemona Lioce e il Mario Galesi, che i computer palmari che i due terroristi avevano con loro sul treno Roma-Firenze il 2 marzo scorso sono stati inviati a Quantico, nella sede dell'Fbi. I tecnici americani cercheranno di arrivare dove non sono riusciti gli esperti italiani: trovare le password per accedere ai programmi contenuti nei computer e decriptare gli appunti scritti dai brigatisti. Fino a quella prima domenica di marzo Nadia Desdemona Lioce era la "primula rosa" del terrorismo toscano. La ricercata numero 1 dalla Digos della Questura di Pisa, città dove ha abitato per una quindicina di anni. Nadia Desdemona Lioce, che si è dichiarata "prigioniera politica e militante delle Brigate Rosse", è nata a Foggia il 29 settembre 1959. E' il 1980 quando la famiglia Lioce arriva nel Pisano proveniente da Foggia. Si stablisce a Martino Ulmiano. Nel 1985 - quando già da un paio di anni si è trasferita a Pisa (sembra con la mamma, che nel frattempo si sarebbe separata dal marito, e la sorella) - la Lioce si iscrive alla facoltà di Lettere, corso di laurea in Storia. Abita in un appartamento in via Marco Polo 7, non lontano dalla stazione ferroviaria. La giovane pugliese viene descritta dalla Digos pisana come una studentessa-modello. In quegli anni, infatti, Nadia Desdemona Lioce frequenta le lezioni e l'ambiente universitario, sostenendo quasi tutti gli esami del suo corso di laurea con una media piuttosto elevata. Tutto questo fino al 1991: sino ad allora paga anche con le regolarità le tasse universitarie. In quel periodo sempre secondo quando riferito dalla Digos pisana, la Lioce gravita negli ambienti dell'ultrasinistra e i centri sociali cittadini e partecipa a numerose manifestazione studentesche. Ed è in queste sue frequentazioni che conosce Luigi Fuccini, anch'egli pisano, al quale si lega sentimentalmente. Alla metà degli Anni Novanta la giovane risulta convivere con Fuccini a Pisa, in un appartamento i via dell'Occhio. Si allontana dalla città toscana per sparire nel nulla, nel febbraio del 1995, il giorno dopo l'arresto a Roma del suo compagno. Da allora, fino al tragico pomeriggio di domenica, non si era saputo più nulla di lei, anche se la sua presenza era stata segnalata prima in Francia e successivamente in Germania.
di Federico Cortesi

Un marchio pisano per le Br
PISA - Le Brigate Rosse e Pisa. Quasi un "leit motiv" inquietante e ripetitivo che rimbalza da un attentato a una rivendicazione, da una 'risoluzione politica' griffata con la stella a cinque punte a un'indagine istruttoria. Nadia Desdemona Lioce, sorpresa e arrestata dopo un conflitto a fuoco sul treno interregionale Roma-Arezzo, probabilmente solo per un caso viaggiava su quella tratta ferroviaria. Ora dalle carte istruttorie spunta, ancora una volta, il nome di Pisa. E ancora una volta in margine a un episodio che coinvolge le Brigate Rosse.
Una fisionomia che non si dimentica quella di Nadia Lioce. E non la si dimentica a maggior ragione se la si incontra quasi ogni giorno sullo stesso treno. Quello da Roma per Pisa, appunto. La testimonianza della quale diamo notizia in questa pagina è precisa, inequivocabile, già raccolta e vagliata da un magistrato. Insomma, la brigatista, ormai da tempo in clandestinità, coinvolta per sua stessa ammissione negli omicidi D'Antona e Biagi, aveva necessità di venire a Pisa frequentemente. E questo non perché qui in città coltivasse amicizie o affetti familiari tali da giustificare un pendolarismo quasi quotidiano. Veniva a Pisa perché è qui - ormai sono in molti a esserne convinti - che si elaborano i progetti, le strategie politiche e 'militari' del gruppo eversivo che, sia pure sotto sigle diverse, ha segnato con il sangue gli ultimi trent'anni di vita italiana. Se esiste davvero un 'grande vecchio' regista della strategia del terrore, molti segnali inducono a ritenere che viva all'ombra della Torre.
D'altra parte non bisogna dimenticare che le Brigate Rosse, mentre hanno sempre dato vita in altre regioni alle loro famigerate , solo in Toscana avevano e probabilmente hanno ancora un loro. Un vertice, insomma. O addirittura il vertice. Quello stesso che proprio in Toscana, in un luogo rimasto a tutt'oggi segreto, si riuniva per decidere le varie fasi del sequestro e dell'uccisione di Aldo Moro tenuto prigioniero a Roma. Al centro della 'zona grigia' dove si muove il terrorismo di estrema sinistra, Pisa è sempre stata un punto fermo. Da Pisa sono comunque passati - prima che se ne perdessero le tracce - esponenti di spicco nelle 'nuove' Brigate Rosse, come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti. Entrambe in clandestinità e latitanti formano probabilmente il nuovo vertice dell'organizzazione terroristica ed i loro legami con Pisa sono noti da tempo. Certamente, come Nadia Desdemona Lioce, viaggiano con documenti falsi, sono irriconoscibili rispetto alle vecchie foto segnaletiche che carabinieri e polizia si passano di mano in mano, e nessuno esclude che si possa incontrarle entrambe, tutti i giorni, nelle strade di Pisa. Se così fosse nessuna meraviglia.
di Giuseppe Meucci

NEL DELITTO D'ANTONA vennero stati utilizzati due furgoni rubati e un ciclomotore "mai identificato nella marca e, soprattutto, mai ritrovato - ricorda l'avvocato Attilio Baccioli, difensore di fiducia di Nadia Desdemona Lioce -. Ebbene, gli inquirenti sostengono che, avendo avuto la disponibilità di alcuni ciclomotori, sembra a Pisa, anche se con falsi documenti, alla Lioce deve necessariamente essere attribuito anche il motorino usato in via Salaria. Se i brigatisti si sono serviti di due furgoni rubati, possibile che non abbiano fatto lo stesso con il ciclomotore?". Per l'avvocato Baccioli, inoltre, "non ha senso neppure l'altra prova rappresentata dalla ripresa di una telecamera. Nella sua ordinanza, il gip Covatta dice che il bacino della donna ritratta nel fotogramma del 19 maggio 1999 è simile a quello della Lioce. Io sapevo che una volta i riconoscimenti avvenivano guardando i volti delle persone, non i loro sederi".

23 aprile 2003 - ONORE A GALESI IN AULA, VERSO NUOVO PROCESSO PER 4 IRRIDUCIBILI
ANSA:
Con l'accusa di propaganda e apologia sovversiva, la Procura di Milano ha chiuso le indagini, in vista della richiesta di rinvio a giudizio, nei confronti di Francesco Aiosa, Cesare di Lenardo, Stefano Minguzzi e Ario Pizzarelli, i br irriducibili che lo scorso 26 marzo, durante un processo d'appello, avevano letto un documento con il quale rendevano "onore al compagno Mario Galesi", morto "combattendo per il comunismo" nella sparatoria sul treno Roma-Firenze.
Il volantino, due pagine in tutto, era stato letto nel corso dell'udienza davanti alla quarta corte d'appello di Milano prima che i giudici confermassero la pena inflitta in primo grado: un anno di reclusione per tentata propaganda sovversiva perche' nel '99 i quattro inviarono dal carcere al Corriere della Sera un volantino nel quale appoggiavano l'azione delle Br per l' uccisione del professor Massimo D'Antona. Volantino che il quotidiano non pubblico.
I quattro, il mese scorso, dalla gabbia degli imputati avevano chiesto il permesso di leggere un documento di due cartelle dattiloscritte che avevano firmato in quanto "militanti delle Brigate rosse per la costruzione del partito comunista combattente". Permesso inizialmente accordato dal presidente della quarta sezione della Corte d'Appello, che poi aveva tolto la parola al brigatista Francesco Aiosa perche', invece di affrontare temi pertinenti al processo, aveva ribadito i motivi fondanti dell' esistenza delle Brigate Rosse e della lotta armata. Gli irriducibili, secondo l'accusa, oltre a rendere "onore al compagno caduto il 2 marzo 2003 combattendo per il comunismo", in quell'udienza avevano rivendicato "la valenza politica dell'attacco dell'organizzazione" contro lo Stato e avrebbero incitato alla lotta armata. Dopo brevi scambi di vedute con giudici e sostituto procuratore generale, ai quattro la parola era stata tolta definitivamente quando avevano portato il loro discorso sulla guerra contro l'Iraq parlando di "masse arabe e islamiche umiliate dall' imperialismo americano e sionista". La Procura di Milano nel chiudere le indagini ha parlato di comportamento recidivo di tutti gli imputati.
I quattro, durante il processo di primo grado per la rivendicazione dell'omicidio D'Antona che si tenne l'8 aprile dell'anno scorso, sempre in aula, tentarono di leggere una rivendicazione del delitto Biagi. Per questo vennero rinviati a giudizio e lo scorso febbraio prosciolti in udienza preliminare dal gup Cristina Mannocci che ritenne il contenuto del volantino inidoneo a "penetrare nella coscienza altrui determinandone la volonta"', in direzione del sovvertimento degli ordinamenti dello Stato, elemento questo necessario perche' si possa configurare la propagando sovversiva. Il giudice aveva accolto la tesi del pm d'udienza Luigi Orsi che aveva definito il documento "datato, convenzionale, difficile per la comprensione media dell'uomo comune". Il pm, a margine dell' udienza, aveva usato un paradosso paragonando la ritualita' di quei messaggi a quelli contenuti nei Baci Perugina. Contro il proscioglimento la Procura ha fatto ricorso in Appello.

24 aprile 2003 - INCHIESTE SULLA LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
Era la Lioce la donna ripresa nel filmato?
ROMA - Era la terrorista Nadia Desdemona Lioce la donna ripresa da una telecamera fissa, nel luogo in cui venne ucciso il professor Massimo D'Antona? Un quesito che l'edizione delle 20 del Tg1 ha girato ieri ai telespettatori. Il telegiornale ha mostrato alcuni fotogrammi del filmato girato il giorno prima dell'agguato del 20 maggio 1999 e li ha comparati alla recente immagine segnaletica della terrorista, diffusa dalla polizia dopo l'arresto seguito alla sparatoria sul treno.

"Il Messaggero" edizione Umbria
La brigatista Lioce
cercava casa a Città di Castello
CITTA' DI CASTELLO - Stavano cercando di trovare una sistemazione stabile in Umbria i due brigatisti, Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, che il 2 marzo scorso uccisero, in uno scontro a fuoco, l'agente Emanuele Petri sul treno che li stava portando ad Arezzo.
Dopo la segnalazione di un residente di Umbertide, ora sono arrivate alla Digos altre indicazioni della presenza dei brigatisti in Umbria qualche mese fa: i riscontri arrivano da affittacamere di Città di Castello che sarebbero stati contattati, per trovare una casa nella cittadina dell'Altotevere, proprio da Desdemona Lioce. D'altra parte Citta' di Castello è in una posizione geografica strategica, ben collegata sia con la Toscana sia con l'Emilia Romagna.

ANSA:
La donna ritratta nelle immagini riprese dalle telecamere della Banca di Roma in via Salaria, all'angolo con via Po, il giorno prima del delitto di Massimo D'Antona, avvenuto il 20 maggio 1999, non e' la brigatista Nadia Desdemona Lioce. Lo afferma il difensore della donna, l'avvocato Attilio Baccioli, che per questo fara' ricorso al tribunale del riesame di Roma contro la misura cautelare decisa dal gip Maria Teresa Covatta nei confronti di Nadia Desdemona Lioce per l'omicidio D'Antona.
L'avvocato, che oggi ha incontrato la sua cliente nel carcere fiorentino di Sollicciano dove e' detenuta dal 2 marzo scorso, quando fu arrestata dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze in cui persero la vita il sovrintendente di polizia Emanuele Petri e il militante delle Br Mario Galesi, sostiene che la donna ritratta nelle immagini non assomiglia ne' in volto ne' nella particolare postura alla sua cliente.
In particolare per l'andatura, la scoliosi di cui ha sofferto la sua cliente le impedirebbe di muovere il braccio come fa invece la persona ripresa dalle telecamere. Baccioli rileva inoltre che nelle immagini sembrano ritratte due donne diverse e nessuna delle due assomiglia, a suo parere, alla brigatista. In questo modo, spiega l'avvocato, viene a cadere il principale indizio in base ai quali la brigatista e' stata coinvolta nelle indagini sul delitto D'Antona. L'avvocato sostiene infine la nullita' dell'ordinanza del gip perche' non si contesterebbe alla sua cliente alcun comportamento specifico nell'omicidio del giuslavorista.
"Nadia Desdemona Lioce - ha infine specificato Baccioli - ha aderito e approvato gli omicidi D'Antona e Biagi in modo neutro, ne' affermando ne' escludendo la sua eventuale partecipazione. Non puo' essere equivocata nel senso di un'ammissione dei fatti".

25 aprile 2003 - PROVINCIALI ROMA; LISTE DI INIZIATIVA COMUNISTA
(Nota dell' Almanacco dei Misteri d' Italia: la confusione dell' inchiesta sulla Lioce e la sparatoria in treno con quelle per gli omicidi D'Antona e Biagi ci costringe per ora a inserire questa notizia in questa pagina, in attesa di avere il tempo di riorganizzare tutto.
Ci scusiamo con Iniziativa Comunista per la collocazione e precisiamo che non c'e' da parte nostra alcuna intenzione di collegarla a fatti di terrorismo)
ANSA:
Iniziativa Comunista fara' il suo debutto nella politica ufficiale alle prossime elezioni provinciali di Roma. Un debutto che e' piu' di un programma politico: ben sei candidati sono stati tutti indagati, arrestati e poi rimessi in liberta' nell'ambito delle indagini per l' omicidio di Massimo D'Antona e accusati di essere fiancheggiatori delle nuove Br.
Tra questi il candidato a presidente della Provincia di Roma, Norberto Natali, "padre" della formazione di estrema sinistra, che aveva gia' tentato nel 2001 l'avventura politica con una candidatura alle elezioni politiche nel collegio di Crotone della Camera poi saltata. Gli altri candidati, implicati nelle indagini della Procura di Roma sull'uccisione del giuslavorista, sono: Sabrina Natali, sorella di Norberto, Rita Casillo, Barbara Battista, Stefano De Francesco, Raffaele Palermo. Oltre a loro la lista candida un gruppo di indipendenti.
"Per noi queste elezioni provinciali erano il primo appuntamento utile ma non sara' l'ultimo - spiega Norberto Natali - L'altra volta, alle politiche del 2001, ci hanno fermato arrestandoci. Infatti gli arresti sono arrivati dieci giorni prima del voto, cioe' il 3 maggio. Il primo punto del nostro programma e' portare la lotta di classe all'interno delle Istituzioni. Per questo i nostri candidati sono tutti operai e operaie".
In caso di ballottaggio la posizione di Iniziativa Comunista e' chiara: "ci schiereremo solo dopo le dichiarazioni degli altri candidati circa la possibilita' di un apparentamento con la nostra lista. E queste dichiarazioni devono arrivare prima del 25 maggio, ovvero prima della certezza del ballottaggio", sottolinea Natali. Cio' che ora gli esponenti di Iniziativa Comunista vogliono sottolineare e' che il debutto di Ic nella competizione politica "non e' assolutamente un tentativo di frammentare la sinistra". "Nel gennaio scorso -dice Natali- abbiamo detto a Rifondazione Comunista di rinunciare ad una nostra lista se loro avessero accettato dei nostri candidati come indipendenti nelle loro liste. Non abbiamo mai ricevuto una risposta".
Per arrivare alle candidature Ic - precisa Natali - "ha raccolto 1250 firme e ha concluso tutti gli adempimenti di legge dieci giorni fa. Tutto questo senza avere appoggi e finanziamenti". Programma politico a parte, Norberto Natali non nasconde che il debutto nella politica ufficiale di Iniziativa Comunista e la candidatura di alcuni ex arrestati nelle indagini per l'omicidio D'Antona sono "una risposta al tentativo di distruzione di una forza politica attraverso inchieste giudiziarie che poi hanno accertato la nostra estraneita' al terrorismo".
Barbara Battista, Rita Casillo, Sabrina e Norberto Natali, Stefano De Francesco, Raffaele Palermo furono arrestati il 3 maggio del 2001 nell'ambito dell'inchiesta per l'omicidio D' Antona assieme agli altri esponenti di Ic Franco Gennaro e Luca Ricaldone. I primi ad essere scarcerati il 18 maggio furono Sabrina Natali, Stefano De Francesco, Raffaele Palermo. A Norberto Natali, Barbara Battista e Rita Casillo furono poi concessi gli arresti domiciliari. Successivamente Rita Casillo fu rimessa in liberta' e per scadenza dei termini di custodia cautelare tornarono liberi anche Norberto Natali e Barbara Battista.

26 aprile 2003 - D'ANTONA: GIP, NO A REVOCA CUSTODIA CAUTELARE LIOCE
ANSA:
Il gip di Roma Maria Teresa Covatta ha rigettato l'istanza di revoca dell'ordinanza di custodia cautelare emessa nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Massimo D'Antona, avvenuto nella capitale il 20 aprile '99. L'avvocato Attilio Baccioli, difensore della brigatista che ha rivendicato a nome dell'organizzazione gli agguati a Massimo D'Antona e a Marco Biagi, aveva presentato l'istanza il 18 aprile scorso, sostenendo la mancanza di indizi rilevanti, subito dopo l'interrogatorio della Lioce compiuto, alla presenza dei pm Franco Ionta e Pietro Saviotti, nel carcere fiorentino di Sollicciano.
La questione passa ora al vaglio del Tribunale della Libertà. L'avvocato Baccioli ha depositato il ricorso contro l'ordinanza del gip. Nei giorni scorsi il legale aveva annunciato che si sarebbe rivolto ai giudici competenti sulla legittimita' dei provvedimenti restrittivi per contestare, fra l'altro, che la donna ritratta nelle immagini riprese dalle telecamere della Banca di Roma in via Salaria il giorno prima del delitto D'Antona, non e' la sua cliente.
Secondo il penalista la scoliosi di cui ha sofferto la Lioce, le impedirebbe di muovere il braccio come fa invece la persona ripresa dalle telecamere. Baccioli rileva inoltre che nelle immagini sembrano ritratte due donne diverse e che nessuna delle due assomiglia alla br. In questo modo, è il parere dell'avvocato, viene a cadere il principale indizio in base al quale la brigatista e' stata coinvolta nelle indagini sull'omicidio dell'allora consulente del Ministero del Lavoro. Nei prossimi giorni il Tribunale del Riesame fissera' la data per la discussione sul ricorso.

29 aprile 2003 - LA LIOCE VISTA A PISA IN OTTOBRE ?
"La Nazione" edizione di Pisa
"Ho visto due volte in città
Nadia Desdemona Lioce"
PISA - Nadia Desdemona Lioce era a Pisa all'inizio dell'ottobre scorso. Ovvero proprio pochi giorni prima di passare dalla clandestinità alla latitanza. Lo afferma in una lettera, arrivata ieri mattina alla nostra redazione, una persona che sostiene di aver visto,senza ombra di dubbio e per ben due volte nel giro di poche ore, la donna, dichiaratasi "prigioniera politica e militante delle Brigate Rosse" subito dopo il suo arresto. Arresto, come si ricorderà, avvenuto