Almanacco dei misteri d' Italia
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dicembre 2003 |
2 dicembre 2003 - DELITTO BIAGI: ORDINE DI CUSTODIA PER MORANDI E BANELLI
"Il Mattino"
MORANDI E BANELLI GIÀ IN CARCERE
Delitto Biagi: ordine di custodia per due brigatisti
Un ordine di custodia cautelare per l'omicidio del professor Marco Biagi è stato emesso dal Gip di Bologna Gabriella Castore a carico di Roberto Morandi e Cinzia Banelli, i due br che si trovano in carcere a Firenze dalla fine di ottobre. Il provvedimento era stato richiesto dal pm del capoluogo emiliano Paolo Giovagnoli, titolare dell'inchiesta sull'omicidio del giuslavorista. Per l'uccisione di Biagi erano già stati emessi ordini di custodia per Nadia Desdemona Lioce e Simone Boccaccini.
Nel materiale informatico sequestrato alla Banelli c'è anche un documento dal complesso titolo "Schema impostativo del bilancio operativo-organizzativo e militare" che il pm Giovagnoli e il Gip Castore ritengono "una bozza di lavoro di un bilancio consuntivo, ma forse anche preventivo, dell'azione Biagi". Secondo il gip "pur nella genericità dei dati riportati che potrebbero attagliarsi a diversi tipi di iniziative di attacco delle Br, vi sono dati che fanno ritenere probabile che il riferimento sia proprio all'azione Biagi". Nell'ordinanza è citato che Morandi e Banelli sono stati riconosciuti da un testimone come le persone che vide proprio la sera dell'omicidio in via Valdonica, dove il professore abitava."Il Corriere della sera"
Trovati i documenti in cui la brigatista Banelli pianifica l'attentato e il delitto
Attacco Br a un'agenzia interinale
L'azione venne firmata con una sigla diversa. Due ordini di custodia per il delitto Biagi
ROMA - Furono le Brigate Rosse a compiere l'attentato contro l'agenzia interinale "Obiettivo lavoro" di Firenze il 2 agosto scorso. La sigla scelta per la rivendicazione era quella del Nucleo proletario combattente, ma l'azione fu pianificata da Cinzia Banelli, arrestata durante il blitz del 24 ottobre scorso. La circostanza emerge dall'ordine di custodia cautelare firmato dai pubblici ministeri bolognesi per il delitto del professor Marco Biagi, contro la stessa Banelli e Roberto Morandi. Un documento di trenta pagine che si basa sulle indagini e gli accertamenti svolti dalla squadra di poliziotti che lavora a Firenze. Il capoluogo toscano si conferma "base" strategica dei brigatisti. Gli elementi raccolti dagli investigatori consentono infatti di indicare gli assassini del giuslavorista, ma anche di individuare gli autori di altre azioni firmate con sigle diverse da quella delle Br. L'attenzione si è concentrata su due file estratti dal computer della Banelli. Uno riguarda l'attentato all'agenzia, l'altro pianifica il delitto Biagi.
"L'attacco all'O.L. - scrive la donna - è un'iniziativa Br. Siamo le Br che articolano una linea... Può essere opportuno caratterizzare l'azione come l'evoluzione di un gruppo politicamente e militarmente giovane". Era già successo. Celandosi dietro le sigle Nipr o Npr i brigatisti avevano firmato altri attentati, tra cui quello del 10 aprile 2001 contro l'Istituto Affari Internazionali di via Brunetti a Roma.
Nei suoi appunti la Banelli progetta l'azione, ricorda che "bisogna evitare le telecamere". Ipotizza che sia necessario far partecipare almeno quattro persone. E fornisce indicazioni precise anche sulla stesura del documento di rivendicazione: "Gli slogan devono essere uguali a quelli presenti sul documento Biagi".
"Si tratta - scrive il Gip - di un promemoria di lavoro e di bilancio politico militare con annotazioni che riguardano spunti organizzativi dell'attacco all'agenzia interinale. Nel documento si affrontano gli aspetti progettuali e di linea che portano ad individuare l'obiettivo da colpire, si valutano gli aspetti militari relativi alla sua gestione e realizzazione, si pone il problema della gestione del movimento delle forze necessarie per gestire l'attacco, si analizzano gli esiti e gli sviluppi. E alla fine si dice che si arriva alla decisione di chiudere la fase del confronto sul bilancio dell'azione Biagi".
Gli scritti dimostrano ancora una volta quanto maniacale fossero i brigatisti non solo nel preparare le azioni, ma anche i volantini di rivendicazione. "Dalle bozze - sottolinea il Gip - emerge che gli esecutori dell'attentato all'agenzia dichiarano di prendere posizione sull'attacco a Marco Biagi, rivendicandolo come iniziativa combattente comunista e facendo così proprie le indicazioni strategiche delle Br-Pcc".
Indicativo è anche il documento sull'omicidio del professore nel quale si pianifica "la preparazione e il movimento delle forze sul territorio" e si calcolano i tempi dell'azione: "4 mesi complessivi operativi". La Banelli annota tutto quello che bisogna fare. E scrive: "C'è il problema di operare fuori sede: la conoscenza del territorio, i tempi e i costi di spostamento. C'è il problema di evitare le riprese filmate registrate". Poi fa un lungo elenco di quanto va progettato per la "realizzazione dell'iniziativa": "I cambiamenti repentini della pianificazione, la doppia formula d'osservazione, l'aspetto dell'abbigliamento e le riprese filmate, il funzionamento delle comunicazioni, lo spostamento delle forze sul luogo d'operazione, l'operazione, l'avvicinamento al soggetto, la mira, l'abbandono del posto, la fuga, il ripiegamento fuori sede".
Tutto fu studiato nei minimi dettagli, anche "le modalità tecniche di rivendicazione". In quattro mesi le Brigate Rosse individuarono il bersaglio e riuscirono a compiere l'omicidio. Il 19 marzo 2001 Marco Biagi fu ucciso sotto casa, in via Valdonica, a Bologna con sei colpi esplosi da una pistola calibro 9. I terroristi conoscevano perfettamente i suoi spostamenti, le sue abitudini. Lo avevano seguito per settimane, attenti a non tradirsi mai. Molti di loro adesso sono in carcere. Le indagini hanno consentito di individuare i capi dell'organizzazione, ma i documenti sequestrati dimostrano che altri militanti sono ancora liberi.3 novembre 2003 - NTA: UN INDAGATO A VENEZIA
"Il Manifesto"
Nta, un indagato a Venezia
Novità sul gruppo filo-Br attivo dal '95 nelle regioni del nord est
Un 26enne triestino è accusato dal pm Casson di aver diffuso un documento che inneggiava al terrorismo e attaccava Casarini. In Veneto un altro filone delle indagini sulle Br
A. MAN.
Per la prima volta dal `95, cioè da quando è apparsa la misteriosa sigla dei Nuclei antimperialisti territoriali (Nta) nel Veneto e nel Friuli Venezia Giulia, gli inquirenti veneziani hanno fatto trapelare il nome di un indagato. Fabio Sgarbul, triestino di 26 anni, è finito con tanto di fotografia su La Nuova Venezia e su altri giornali. E' considerato anarchico, però, e questa è la prima sorpresa: gli Nta sono infatti ritenuti un gruppo vicino alle nuove Brigate rosse e scrivono testi d'impronta marxista leninista. Interrogato, Sbardul ha negato tutto. Ma il pm Felice Casson, titolare dell'inchiesta sulla bomba (anche quella misteriosa) che nel luglio del 2001 esplose vicino al tribunale di Venezia pochi giorni dopo il G8 di Genova, si appresterebbe a chiedere il rinvio a giudizio per i reati di propaganda sovversiva e istigazione a commettere i reati di banda armata e associazione eversivo/terroristica. Il giovane, piuttosto sconosciuto negli ambienti antagonisti veneziani ma noto alla polizia come in settori del movimento per aver partecipato a occupazioni di case a Treviso, sarebbe indagato anche nel più ampio procedimento sugli Nta del quale è titolare il pubblico ministero Luca Marini. Almeno altre due persone sarebbero iscritte nel registro degli indagati: e per tutti e tre l'ipotesi di reato sarebbe associazione con finalità di terrorismo ed evesione, ben più grave anche sotto il profilo di possibili misure cautelari. Quell'inchiesta si lega più da vicino a quella sulle nuove Br, piuttosto delicata anche perché a Padova è apparso un mese e mezzo fa un documento firmato "Brigate rosse-Guerriglia metropolitana" con la stella a cinque punte, attribuito dalla polizia agli Nta. E' stato Casson, con la Digos di Venezia, a individuare Sbardul. Il giovane è accusato di aver telefonato il 17 novembre 2001 per indicare il luogo in cui poteva essere ritrovato, a Mestre, un documento di diciotto pagine a firma Nta. Ad incastrarlo è una perizia fonica su quella chiamata, registrata, nella quale il telefonista parlava uno spagnolo "maccheronico". La registrazione è stata confrontata con le voci di sessanta presunti appartenenti di Nta tra i quali Sbardul e apparterebbe a lui, secondo i periti, con un ristrettissimo margine d'errore. Il giovane non è accusato di aver scritto il documento, nel quale c'erano riferimenti all'attentato alle Twin Towers, all'omicidio di Massimo D'Antona da parte delle nuove Br, minacce ai giudici che assolsero i padroni della chimica per le morti bianche al Petrolichimico di Porto Marghera e persino insulti a Luca Casarini, definito "consumato spacciatore e consumatore di marijuana". Non è accusato neanche dell'attentato del luglio 2001 al palazzo di giustizia, per il quale Casson è convinto che si debba piuttosto guardare a destra.3 dicembre 2003 - MORANDI RIVENDICA STORIA BR, BANELLI NON RISPONDE
ANSA:
TERRORISMO: BR;DOCUMENTO MORANDI, BANELLI RIFIUTA RISPONDERE
Roberto Morandi ha nuovamente ribadito la sua militanza consegnando al gip di Bologna Gabriella Castore un nuovo documento in cui delinea la strategia delle Br - nel cui ambito fa rientrare anche l' omicidio Biagi - e fa riferimento alla guerra in Iraq e alla presenza delle truppe "di occupazione" italiane. Cinzia Banelli invece si avvale nuovamente della facolta' di non rispondere, precisando pero', a verbale, che si tratta di un suo diritto e respingendo l' ipotesi che le possano essere attribuite delle
responsabilita' solo perche' si avvale di questo diritto. Questa la linea seguita dai due presunti brigatisti nel corso degli interrogatori davanti al gip di Bologna Gabriella Castore nell' ambito dell' inchiesta sul delitto Biagi (19 marzo 2002).
A una domanda sul fatto se questa precisazione di Cinzia Banelli potesse essere letta come una "presa di distanza dalle Br", l' avvocato Ezio Menzione - che col collega Massimo Focacci difende la donna - ha risposto al termine dell' interrogatorio: "Non lo so, staremo a vedere strada facendo".
L' avvocato Menzione ha poi spiegato che lui e l' avvocato Focacci, insieme ai magistrati bolognesi, stanno valutando la possibilita' di un nuovo interrogatorio della loro assistita in relazione al delitto Biagi "quando sara' possibile capire tutto il quadro indiziario". In ogni caso, ha aggiunto il legale, "gli elementi relativi a una sua partecipazione, diretta o indiretta, all' omicidio, sono molto fragili. Le viene contestato un ruolo di preparazione e di fiancheggiamento, desumendolo in gran parte dai floppy che erano in suo possesso ma che, diciamo noi, potevano essere stati compilati da qualcun altro. Quanto al suo riconoscimento da parte di un tassista, anche questo ci sembra un elemento molto dubbio, visto che era notte".TERRORISMO: MORANDI, RIVENDICO STORIA E CONTRIBUTO DELLE BR
"Mi dichiaro prigioniero politico e militante delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito comunista combattente e con questo intendo rivendicare la storia e il contributo piu' recente che questa organizzazione ha dato e sta dando all' avanzamento del processo rivoluzionario nel Paese e a livello internazionale".
Sono le prime righe del documento consegnato dal brigatista Roberto Morandi al Gip di Bologna Gabriella Castore, durante l' interrogatorio a Sollicciano in seguito all' ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti per l' omicidio del professor Marco Biagi. Si tratta di quattro facciate, segnate con i numeri in alto a destra, riempite fittamente, quasi una riga attaccata all' altra, e scritte in stampatello maiuscolo. Nella prima pagina ci sono riferimenti alla "lotta armata" e all' omicidio Biagi, mai citato con il nome, mentre gran parte del documento e' dedicato alla situazione in Iraq.
"In particolare - ha scritto Morandi - voglio ribadire il contributo in merito al processo di ricostruzione delle forze rivoluzionarie e dell' approfondimento attraverso il rilancio della strategia della lotta armata alla prospettiva di potere per la classe... Un rilancio della strategia rivoluzionaria che e' stata operata intervenendo sul piano classe/Stato". Il brigatista ha poi sottolineato il "nodo centrale che oppone nella fase la classe alle Borghesie internazionali (B.I.)".
Poi l' analisi si e' spostata alla situazione irachena, partendo "dall' occupazione militare oggi in Iraq, ottenuta dalla coalizione con la distruzione del Paese". Una occupazione che si vuole poi trasformare "in quei vantaggi politico - strategici ed economici che rappresentano un rafforzamento dell' imperialismo nell' area ed a livello internazionale". Morandi ha quindi fatto riferimento "alla crisi/tendenza alla guerra", ripercorrendo i precedenti conflitti come "l' intervento della Nato in ex-Jugoslavia poi, l' intervento in Afghanistan e oggi la guerra di aggressione e occupazione dell' Iraq".
Secondo la prima analisi degli investigatori il documento e' scritto da una persona che certamente ha studiato saggi sugli argomenti trattati, ma che da' la sensazione di esporre tematiche come le avesse imparate a memoria. Insomma, sempre secondo le prime considerazioni, Morandi non pare il brigatista deputato alla stesura di documenti dell' organizzazione, anche se questo e' da considerare tale. Intanto l' avv. Attilio Baccioli, legale del brigatista, ha spiegato che lunedi' dovrebbe presentare a Bologna il ricorso al Tribunale del Riesame contro l' ordinanza di custodia cautelare.TERRORISMO: BR; BANELLI, DEVO CAPIRE SE FARE DICHIARAZIONI
LIOCE SCRISSE, RESPONSABILI CONDOTTA POLITICA ANCHE IN PRIGIONIA
Devo capire se voglio fare o meno dichiarazioni. L' ha detto - prima di avvalersi della facolta' di non rispondere - la presunta brigatista Cinzia Banelli al Gip Gabriella Castore all' inizio dell' interrogatorio fatto nel carcere di Sollicciano in seguito all' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti della donna per l' omicidio del professor Marco Biagi.
Secondo quanto si e' appreso, Banelli ha chiesto al Gip di potersi consultare con i suoi legali, per poi far capire che, in futuro, potrebbe scegliere di parlare. In particolare - secondo le parole pronunciate dalla donna - le eventuali dichiarazioni di Banelli avrebbero a oggetto il punto dell' ordinanza in cui si parla della sua appartenenza alla Br: e la donna ha anche citato due pagine dell' ordinanza, in merito alle quali potrebbe rendere dichiarazioni. E se i due legali di Banelli, gli avv. Ezio Menzione e Massimo Focacci, hanno detto che potrebbero chiedere un interrogatorio, l' impressione e' che gli stessi magistrati bolognesi lo vogliano certamente fare nei prossimi giorni.
Appena lo scorso 17 novembre, rivendicando il ruolo di leader all' interno delle Brigate rosse, Nadia Desdemona Lioce in un documento consegnato al Tribunale del Riesame di Firenze mando' un messaggio proprio ai militanti arrestati: "I compagni sono responsabili della loro condotta politica anche in prigionia". Una sorta di comando, che pareva contenere l' ordine del silenzio.TERRORISMO:BR;BANELLI, SILENZIO NON E' AMMISSIONE COLPA
IRAQ: MORANDI, TRUPPE ITALIANE D' OCCUPAZIONE, RESISTENZA CRESCE
Il silenzio non e' una ammissione di colpa ma un diritto di ogni imputato e non e' escluso che fra qualche giorno, quando le carte dell'accusa sull'uccisione del professore Marco Biagi (Bologna, 19 marzo 2002) saranno piu' chiare, Cinzia Banelli possa decidere di rispondere alle domande dei magistrati per difendersi. Assumendo cosi' una posizione differenziata rispetto a Nadia Lioce o a Roberto Morandi, che hanno rivendicato in maniera netta la loro militanza nelle Brigate rosse.
L'ipotesi viene prefigurata dall'avvocato Ezio Menzione, uno dei difensori della presunta brigatista al termine dell'interrogatorio a cui e' stata sottoposta oggi nel carcere di Sollicciano dal gip bolognese Gabriella Castore, che le ha contestato l'ordine di custodia cautelare spiccato nei confronti suoi e di Roberto Morandi per il delitto Biagi qualche giorno fa. Il legale spiega che la sua assistita si e' avvalsa di nuovo della facolta' di non rispondere ma ha chiesto al gip di mettere a verbale che si avvale di un diritto previsto dalla legge, che questo non significa un'ammissione di appartenenza ("come qualche magistrato ha detto', precisa il legale) e, infine, che lui e il collega Massimo Focacci stanno studiando la possibilita' di chiedere un nuovo interrogatorio per Cinzia Banelli, "quando il quadro accusatorio sara' piu' chiaro".
A chi gli chiede se in questa posizione della sua assistita si possa leggere un inizio di presa di distanza dalle Br, il legale risponde in maniera un po' sibillina. "Non lo so, staremo a vedere strada facendo, anzi indagine facendo".
Menzione comunque ci tiene ad accennare gia' ad alcune delle possibili tesi difensive: nell'ordine di custodia per il delitto Biagi, dice, "gli elementi relativi a una sua partecipazione, diretta o indiretta, all'omicidio sono molto fragili. Le viene contestato un ruolo di preparazione e di fiancheggiamento, desumendolo in gran parte dai floppy che erano in suo possesso a che, diciamo noi - aggiunge il legale - potevano essere stati compilati da qualcun altro. Quanto al suo riconoscimento da parte di un tassista, anche questo ci sembra un elemento molto dubbio visto che era notte".
Ma ora, dicono i difensori della tecnica di radiologia fiorentina arrestata a fine ottobre insieme a Morandi - il quale invece oggi ha ribadito la sua militanza nelle Br, consegnando un nuovo documento in cui si definiscono i militari italiani 'truppe d'occupazione' e si rileva anche 'la crescita della resistenza irachena' - c'e' prima di tutto da affrontare il problema della sua salute. La donna e' al sesto mese di gravidanza e le e' stato diagnosticato un tumore.
"La gravidanza - dice Manzione anche a nome del collega Massimo Focacci - sta andando avanti normalmente per quanto riguarda la crescita del piccolo, ma purtroppo c'e' la concomitanza di una forma tumorale. Sembra per fortuna di tipo benigno, in quanto si tratta di un fibroma, ma siamo molto preoccupati e per questo abbiamo chiesto oggi che venga visitata da un ginecologo di fiducia, con le attrezzature ecografiche adatte". Nei prossimi giorni i legali ne chiederanno il trasferimento in un centro clinico attrezzato.
Quanto all'incompatibilita' fra la sua gravidanza e la reclusione in carcere "e' una questione che abbiamo gia' posto - dice il legale - e a cui un giudice romano ha gia' risposto, sostenendo che la scarcerazione puo' essere negata in caso di esigenze cautelari eccezionali. Comunque la questione si ripresenta ora, in presenza di un tumore, e ancor piu' si ripresentera' al momento della preparazione al parto e del parto, quando questa incompatibilita' sara' ancora piu' evidente".
Al gip Castore e al pm bolognese Paolo Giovagnoli - che si sono trattenuti nel carcere di Sollicciano per gli interrogatori dei due indagati dalle 13 alle 14,30 - Morandi ha invece ribadito la sua militanza, consegnando un documento di quattro pagine in cui ricorda la "strategia rivoluzionaria" delle Br, rileva che le uccisioni di Massimo D'Antona e Marco Biagi rientrano pienamente in quella strategia, e affonta anche la questione Iraq. L'Italia - sostiene il documento, secondo quanto ha riferito l'avvocato Attilio Baccioli - sta partecipando alla guerra imperialista in Iraq, anche se da una posizione subordinata, anche per trarne vantaggi economici e i nostri soldati, come gli altri, sono "truppe d'occupazione" contro cui "la resistenza irachena sta crescendo". Secondo il Br, si trattera' comunque di "una guerra di lunga durata".5 dicembre 2003 - D'ANTONA: INSUFFICIENTI INDIZI CONTRO LIOCE
"Il Messaggero"
Omicidio D'Antona, la Cassazione: sono insufficienti gli indizi contro la Lioce
ROMA- Non ci sono prove che Nadia Desdemona Lioce abbia materialmente partecipato all'omicidio di Massimo D'Antona. La prima sezione penale della Cassazione ha rigettato ieri il ricorso della procura di Roma contro l'ordinanza dello scorso 7 maggio, con la quale il tribunale della libertà aveva in parte annullato le misure cautelari nei confronti della brigatista. Per piazza Cavour è legittima l'ordinanza dei giudici del riesame, secondo i quali non ci sono sufficienti indizi per contestare alla Lioce il reato di concorso in omicidio, dato che non è provato il possesso dell'arma e il concorso nel furto dei furgoni usati dalle Br per l'agguato a D'Antona, avvenuto in via Salaria il 20 aprile del 1999. La brigatista resta in carcere per appartenenza alle Brigate rosse e ricettazione a causa del documento falso di cui era in possesso il 2 marzo scorso, quando fu arrestata sul treno Roma-Firenze , dopo la sparatoria in cui persero la vita l'agente Emanuele Petri e il terrorista Mario Galesi.ANSA:
D'ANTONA: AVV.BACIOLI PER IMPROCEDIBILITA' A RIESAME ROMA
MORANDI NON SAREBBE STATO NE' TRADOTTO NE' SENTITO
L' avvocato Attilio Bacioli ha chiesto al Tribunale del Riesame di Roma l' improcedibilita' nei confronti del suo assistito Roberto Morandi e la cessazione dell' efficacia dell' ordinanza cautelare per l' omicidio di Massimo D' Antona per scadenza del termine di dieci giorni al Riesame, che, secondo il legale, si concluderebbero lunedi' prossimo.
Secondo Bacioli ''Morandi non e' stato ne' tradotto a Roma ne' e' stato sentito dal magistrato di sorveglianza che non gli ha neppure comunicato l' intenzione di sentirlo nonostante la richiesta del mio assistito, sia di essere sentito sia di presenziare all' udienza''. Secondo il legale, il Tribunale sarebbe nell' impossibilita' di sentire Morandi entro i dieci giorni di tempo previsti dal momento della presentazione dei fascicoli da parte dei pm in seguito al deposito dell' istanza di scarcerazione presentata dalla difesa.
Questa mattina il Tribunale ha discusso, oltre alla posizione di Morandi, anche quella di Laura Proietti, accusata dello stesso reato.
Il Tribunale si e' riservato la decisione.10 dicembre 2003 - PM CHIEDE RINVIO A GIUDIZIO LIOCE PER OMICIDIO AGENTE PETRI
ANSA:
TERRORISMO: BR; ENTRO PRIMAVERA 2004 PROCESSO A LIOCE
PM CHIEDE RINVIO A GIUDIZIO PER OMICIDIO AGENTE PETRI
Si potrebbe tenere entro la prossima primavera il primo processo contro le nuovissime Brigate rosse di Nadia Lioce e Mario Galesi. Il pm fiorentino Giuseppe Nicolosi ha infatti depositato alla cancelleria del gip la richiesta di rinvio a giudizio della Lioce per l' episodio della sparatoria sul treno Roma-Firenze che costo' la vita al sovrintendente della Polfer Emanuele Petri e in cui venne ucciso anche Galesi. Il gip Silvio De Luca dovrebbe fissare l' udienza preliminare entro il mese di gennaio e il processo - scontato il rinvio a giudizio - potrebbe essere fissato davanti alla corte d' assise di Firenze per aprile-maggio 2004.
Nicolosi ha chiesto che Nadia Desdemona Lioce - che e' indagata anche per gli omicidi D' Antona e Biagi, per banda armata e per alcune rapine - venga processata per i reati di omicidio (l' uccisione di Petri), tentato omicidio (il ferimento sul treno dell' altro agente di Ps, Bruno Fortunato), porto e detenzione illegale di armi (la pistola che aveva Galesi) e rapina (la pistola d' ordinanza che la donna tento' di strappare al terzo agente, Giovanni Di Fronzo).
La dinamica della sparatoria e' stata ricostruita con esattezza da una perizia, depositata a meta' novembre insieme agli altri atti, a partire da quando i tre uomini della Polfer salgono sul treno per un controllo di routine. I brigatisti temono di essere scoperti e cosi' Mario Galesi estrae la pistola, una Beretta calibro 7,65, e la punta alla gola del soprintendente Emanuele Petri. La Lioce grida agli altri due poliziotti, Bruno Fortunato e Giovanni Di Fronzo, di gettare le armi: Di Fronzo riesce a far cadere la pistola sotto il sedile, Fortunato continua ad impugnare l' arma. Sono attimi: Lioce e Di Fronzo hanno una colluttazione, la brigatista riesce ad impossessarsi della pistola del poliziotto e prova a sparare, ma non ci riesce perche' l' arma ha la sicura. E' in quel momento che Galesi spara a Petri, uccidendolo, e a Fortunato, che, ferito, riesce ugualmente a rispondere al fuoco del brigatista colpendolo a morte.10 dicembre 2003 - D'ANTONA: RIESAME CONFERMA ORDINANZA CUSTODIA MORANDI E PROIETTI
"Il Gazzettino"
ROMA Il tribunale del riesame ha confermato le ordinanze di custodia per Roberto Morandi e Laura Proietti
D'Antona: i br restano in carcere Gravi indizi legati all'uso dei telefoni e alle risultanze del Dna-test su un capello Roma
I "gravi indizi" nei confronti dei presunti brigatisti rossi Roberto Morandi e Laura Proietti, accusati di concorso nell'omicidio di Massimo D'Antona, giustificano il loro mantenimento in carcere. Lo affermano i giudici del tribunale del riesame di Roma nelle motivazioni al rigetto delle istanze di revoca dei provvedimenti restrittivi presentate dai due indagati. In particolare, per quanto concerne Morandi, il collegio presieduto da Giancarlo Millo, rileva che la sua "presenza a Roma, luogo in cui non risiede, senza plausibile motivo nei giorni immediatamente precedenti l'omicidio è indice sicuro della partecipazione alla fase preparatoria del delitto". Non solo: per i giudici "costituisce grave indizio il fatto che Morandi abbia chiamato le utenze a disposizione delle br con tessera telefonica certamente a lui attribuibile".
Stessa rilevanza al traffico telefonico con l'organizzazione viene dato dai giudici anche alla posizione della Proietti, ma per il collegio rappresenta un grave indizio soprattutto "l' accertamento tecnico del Dna dell'indagata" risultato identico a quello "riferibile ad una persona - è detto nelle motivazioni - che partecipò al delitto e lasciò un capello su un veicolo utilizzato come posto di osservazione".11 dicembre 2003 - CASSAZIONE: BIAGI; RESPINTO RICORSO LIOCE
ANSA:
CASSAZIONE: DELITTO BIAGI; RESPINTO RICORSO LIOCE
La prima sezione penale della Cassazione ha deciso che la brigatista Nadia Desdemona Lioce restera' in carcere per l'omicidio del prof. Marco Biagi.
Infatti i supremi giudici hanno appena dichiarato "inammissibile" il ricorso dell'indagata contro l'ordinanza del Tribunale della Liberta' di Bologna che, lo scorso 10 giugno, aveva confermato la decisione emessa dal Gip del Tribunale di Bologna del 14 maggio che le aveva applicato la misura cautelare della custodia in carcere.
La stessa Procura della Cassazione, rappresentata dal sostituto procuratore generale Palombarini, aveva chiesto che il ricorso della Lioce fosse dichiarato inammissibile.19 dicembre 2003 - BIAGI; MORANDI LEGGE DOCUMENTO TRIBUNALE BOLOGNA
ANSA:
TERRORISMO: BIAGI; MORANDI LEGGE DOCUMENTO TRIBUNALE BOLOGNA
LODE A PALESTINESI E IRACHENI, ANALISI DEL MERCATO DEL LAVORO
Roberto Morandi, uno dei brigatisti arrestati anche per l' omicidio del professor Marco Biagi, ha letto un suo documento al tribunale della liberta' di Bologna, davanti al quale e' comparso.
Nel documento - secondo quanto ha riferito l' avvocato difensore Attilio Baccioli - Morandi e' ritornato sui temi della solidarieta' al popolo palestinese e della "lotta" del popolo iracheno contro le "forze di occupazione". Il corpo centrale del documento e' un' analisi del "rimodernamento" dei rapporti di forza tra proletariato e borghesia, con le modifiche intervenute nel mercato del lavoro e la flessibilita' che e' stata introdotta.
L' udienza, in cui e' stata discussa l' istanza di annullamento dell' ordine di custodia cautelare avanzata da Baccioli, e' durata circa due ore.TERRORISMO: MORANDI, NEL DOCUMENTO PARLA DI STRAGE NASSIRYA
'TRUPPE ITALIANE COLPITE IN MODO EFFICACE DA GUERRIGLIA IRAQ'
Parla anche della strage dei carabinieri italiani in Iraq il documento consegnato dal Br Roberto Morandi ai giudici del Tribunale del riesame di Bologna. Il brigatista parla dell' "occupazione militare che oggi in Iraq in particolare deve tradurre la 'vittoria' militare ottenuta dalla coalizione, con la distruzione del paese, in quei vantaggio politico-strategici ed economici che rappresentano un rafforzamento dell' imperialismo nell' area a livello mondiale, e per essere piu' precisi rispetto alla oggettiva contraddizione est-ovest". Poi passa al riferimento alla strage Nassirya: "e' in questo contesto che operavano e operano le truppe italiane di occupazione ed e' in questo quadro che in modo efficace la resistenza irakena le ha colpite e l' efficacia sta proprio nell' aver colpito il ruolo che queste svolgono. Di ricostruzione complessiva delle condizioni in 'tempo di pace' adatte necessariamante all' affermazione degli interessi economici di un consorzio in cui la BI (Borghesia Imperialista) italiana rientra, seppur in modo subordinato, a quella anglo-americana per riaffermare e sostenere i propri interessi". E "l' "attacco della guerriglia irakena alle truppe italiane" ha rivelato "il vero carattere della missione italiana e cioe' l' occupazione a fianco delle truppe della coalizione anglo-americana. Centrando l' obbiettivo politico-militare d' indebolire l' allargamento e rafforzamento nell' ambito dell' Onu a paesi come l' Italia, Spagna e Giappone, della coalizione d' occupazione dell' Iraq".
"Oggi in Iraq le masse arabe stanno presentando puntualmente il conto per i massacri subiti e provocati scientificamente dall' imperialismo - aggiunge Morandi - per riaffermare il proprio dominio e supremazia a livello mondiale. Per questo e necessariamente come militante rivoluzionario esprimo la mia solidarieta' alla lotta antimperialista del popolo irakeno e delle masse arabe e primi fra tutti i palestinesi nella loro lotta di liberazione dall' occupazione politico-militare dell' entita' sionista, vero e proprio avamposto permanente per le strategie imperialiste nell' area mediorientale. La solidarieta' che un militante rivoluzionario puo' esprimere si fonda sull' oggettiva identita' di interessi fra le lotte rivoluzionarie del proletariato metropolitano e quelle di liberazione dall' imperialismo dei popoli dominati e dei paesi emergenti, il nemico comune e' l' imperialismo e l' interesse comune indebolirlo".
"Guerra alla guerra imperialista - conclude il documento scritto da Morandi, che prima di salire sul cellulare ha salutato a pugno chiuso i fotografi - solidarieta' ai popoli palestinese, irakeno e alle masse arabe nella loro lotta antimperialista. onore a tutti i comunisti e combattenti antimperialisti caduti. Per il comunismo, il militante delle Brigate Rosse per la costruzione del partito comunista combattente, Roberto Morandi".
Nell' udienza l' avvocato difensore Attilio Baccioli, ha sostenuto che il coinvolgimento di Morandi nell' omicidio Biagi e "un abbaglio, voluto o meno". "Il fatto che Morandi insieme a Boccaccini sia stato fermato per un controllo vicino a Porretta una settimana prima dell' omicidio che c' entra? - ha argomentato Baccioli - E anche il dischetto trovato a casa sua, che descrive un' attivita' minuziosa di controllo di Biagi, non vuol dire un granche'. Morandi non sapeva nulla di quello fino a quando non ha letto il contenuto del dischetto, che aveva carattere didascalico. Quel documento contenuto nel dischetto non lo redige certo uno come Morandi, che ha un lavoro, una moglie, una casa".20 novembre 2003 - MAURICE BIGNAMI SU NUOVO TERRORISMO
"La Stampa"
MAURICE BIGNAMI RIMARCA LE DIFFERENZE TRA I TERRORISTI DEGLI ANNI SETTANTA E LANCIA UN ALLARME
"Le Br tornano perché nessuno le ha sciolte"
Parla uno dei leader di Prima linea condannato a più ergastoli "Alla fine noi consegnammo le armi, loro non l'hanno fatto"
ROMA MAURICE Bignami i conti con la sua storia li ha fatti, e da tempo. Oggi sembra un uomo pacificato che guarda con distacco a quell'altra vita che non gli appartiene più. E' stato uno dei leader storici della sanguinaria Prima Linea, l'organizzazione terroristica "alternativa" alle Brigate Rosse nata dalle costole di Lotta Continua, di Potere Operaio, del movimento del '77. E' stato accusato di svariati omicidi e per questo condannato a diversi ergastoli. Si è fatto promotore insieme all'altro leader di Pl, Sergio Segio, dello "scioglimento" e della ricostruzione della vita dell'organizzazione terroristica - 923 indagati, 15 omicidi, svariate rapine e attentati -, anche in termini di memoriale giudiziario, dando infine vita a quel processo di revisione e di presa di distanza da sé che è la dissociazione. E oggi Bignami avverte: "Attenzione, il vuoto lasciato dalle nuove Brigate Rosse può essere occupato velocemente da nuovi brigatisti perché quell'organizzazione non è mai stata sciolta; o, quel che temo di più, può essere occupato da una rete diffusa di gruppi armati plasmata sul modello di Prima linea". Colpisce sentire da un ex terrorista (oggi Bignami lavora alla Caritas di Roma) le identiche preoccupazioni diffuse a livello degli investigatori o dei magistrati impegnati nelle inchieste sulle Br. Lo stesso ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, ha lanciato l'allarme per il fatto che "sradicate le Br", l'eversione dell'anarcoinsurrezionalismo può diventare la minaccia incombente per i prossimi mesi. Forse ancora più "provocatorio" del suo ex compagno di Pl, Sergio Segio, Bignami punta il dito contro il "ceto politico" reticente e immobile: "Questo ceto politico della sinistra ha grosse responsabilità - dice Bignami - quando non stigmatizza, non condanna, non prende le distanze dalle iniziative di settori del movimento. Lo striscione contro i carabinieri dopo Nassiriya, il coro della curva del Livorno contro i nostri soldati, quel sentimento di massa contro gli israeliani, la non censura, ai tempi della guerra in Iraq, di quelle iniziative di boicottaggio dei "Treni della morte". Ecco, tutto questo - tira il fiato Bignami - rappresenta il segnale di un pericolo, del riproporsi, in termini ovviamente diversi, di quel clima degli anni '70, quando nei cortei si gridava che uccidere un fascista non era un reato, che bisognava sparare contro il punto nero, ovvero i carabinieri....". Per far capire i suoi timori per il presente, Maurice Bignami fa un tuffo nel passato. Ma prima di ricordare, ci tiene a dire: "Per me l'immagine delle Brigate Rosse è quella di un'auto con metà serbatoio pieno e sempre con il motore acceso. Noi, la nostra auto a un certo punto della storia abbiamo deciso di rottamarla, attenti a che non rimanesse indenne nessuna sua parte. Abbiamo ritirato le targhe, discusso con tutti i passeggeri, fatto ritrovare pure gli accessori, le armi per intenderci. Loro, le Brigate Rosse questo non l'hanno mai fatto. E la macchina è sempre in moto, sempre con il serbatoio mezzo pieno. Ogni tanto, qualcuno sale a bordo ed è legittimato a guidarla". Fin qui, una immagine suggestiva, per rendere l'idea. Soltanto dopo il pranzo, rileggendo gli appunti della conversazione con l'ex terrorista di Prima linea, appare chiaro che il passato che rievoca in realtà è soltanto un pretesto per parlare del presente. "La storia delle Brigate Rosse è una storia di destra, di un'organizzazione antiestremista e contro il movimento. La nostra, invece, è una storia pubblica di militanti del movimento, ed è forse per questo che Prima linea non è mai stata infiltrata. Ognuno di noi veniva da dieci anni di lotte, ci conoscevamo tutti". C'è un momento in cui Bignami parla di sé, in prima persona: "Io venivo da Bologna, dal movimento. Mi ritrovo a "Rosso". Finisco dentro con Toni Negri, a Padova, nel 1977. Esco, penso di ritirarmi nel privato. Poi le Br sequestrano Moro e con Moro cambio idea. Le Br sono inversamente proporzionali al movimento, nel senso che trovano una loro capacità espansiva di organizzazione nel momento in cui non c'è il movimento. Prima linea, dal punto di vista teorico-politico, intende l'organizzazione come uno strumento tattico, le Br, per noi, sono pericolose quanto lo Stato". Maurice Bignami nell'estate del 1980 decide di uscire da Prima linea: "E' la strage di Bologna la molla. Subito penso che si sia trattato di un incidente, di un trasporto di esplosivo che ha preso fuoco. Non siamo stati noi, non sono state le Br ma so che nella realtà ci sono decine di gruppi armati che non controlliamo". Il salto ad oggi è repentino: "Il pericolo di oggi - riflette Bignami - è che ci bruciamo una generazione. Il pericolo grosso è che sull'onda di una serie di sentimenti comuni, ieri era l'antifascismo oggi l'antiamericanismo, l'odio per Israele e per la globalizzazione, la soglia critica, quel confine molto labile dell'illegalità e della violenza di massa, venga superata. E allora saranno guai. Non c'è molto tempo a disposizione. Bisogna agire in fretta".20 novembre 2003 - PERSICHETTI; ASSASSINI DI BIAGI MUMMIE FUORI DAL TEMPO
"Il Corriere della sera"
Il br Persichetti, unico terrorista estradato dalla Francia: non c'entro con quel delitto, mi volevano incolpare da subito, assurdo essere indagato assieme alla Lioce
"Gli assassini di Biagi? Mummie fuori dal tempo"
"La pista dei collegamenti con Parigi è smentita anche dalle carte trovate nelle ultime operazioni"
DAL NOSTRO INVIATO
VITERBO - Formalmente è ancora indagato per l'omicidio di Marco Biagi, ma ormai le indagini sulle nuove Brigate rosse hanno preso un'altra strada. E così l'inchiesta sul conto di Paolo Persichetti - condannato a 22 anni e mezzo di carcere per l'omicidio del generale Licio Giorgieri ucciso a Roma nel 1987 dall'Unione dei comunisti combattenti nata da una costola delle Br, estradato nell'agosto 2002 dopo undici anni di latitanza vissuta in Francia per lo più alla luce del sole, ultimo brigatista della vecchia generazione ad entrare in galera - sembra un'appendice burocratica in attesa di archiviazione. A suo carico c'è la testimonianza di una donna che disse di aver notato una forte rassomiglianza tra il Persichetti visto in tv dopo l'arresto e un uomo appostato sotto casa di Biagi nei giorni precedenti il delitto; gli stessi in cui Persichetti faceva lezione ai suoi studenti dell'università Paris VIII. A Parigi, appunto.
"L'inchiesta sulla morte di Biagi s'era concentrata su di me ancor prima del mio arresto, anche se sul registro degli indagati il mio nome è comparso solo nel giugno scorso - protesta Persichetti -, io sono qui per via di quell'omicidio". In effetti la sua estradizione era stata annunciata come l'inizio di un'ondata di rientri di cosiddetti "rifugiati" dalla Francia, ma dopo di lui nessun altro condannato per reati di terrorismo ha attraversato le Alpi in manette. "Gli stessi francesi sono rimasti stupiti dalla "regolarità" e trasparenza della mia vita parigina, e hanno fatto marcia indietro sugli altri fuoriusciti", dice l'ex brigatista detenuto nel carcere di Viterbo dopo i primi mesi trascorsi nel penitenziario superprotetto di Ascoli Piceno, lo stesso dov'è rinchiuso Totò Riina.
Che effetto le fa essere indagato per l'omicidio Biagi insieme a Nadia Lioce e altri tre sospetti neobrigatisti accusati di quel delitto?
"E' un fatto semplicemente assurdo, visto che sull'omicidio Biagi ho scritto delle considerazioni su un sito Internet firmandole col mio nome e cognome, e che il giorno dopo l'omicidio commentavo in una email: "Se sono gli stessi del '99 (omicidio D'Antona, ndr ), la labilità politica di questi nuovi soggetti si è ulteriormente aggravata". Il mio arresto è avvenuto in un clima torbido, m'è perfino arrivata una lettera anonima che mi invitava a pentirmi. Ma di che? Io vorrei solo essere considerato un detenuto che sconta la sua pena, senza quella aggiuntiva di un sospetto basato sul nulla".
Eppure che le nuove Br abbiano contatti e forse complici tra gli ex terroristi rifugiati all'estero per gli investigatori non è un'ipotesi così assurda.
"Il cosiddetto "santuario francese", a quello che ho letto, viene smentito dagli stessi documenti dei brigatisti: nel computer palmare della Lioce c'era l'indicazione di non arruolare i vecchi militanti, e in un documento trovato nelle perquisizioni è scritto che c'erano solo due militanti complessivi, cioè clandestini, Lioce e Galesi. Sono proprio gli elementi raccolti dagli investigatori a dire che non esistono altri latitanti nell'organizzazione". Chi sono allora, secondo lei, i nuovi brigatisti?
"Premesso che finora solo un paio di arrestati hanno rivendicato la loro militanza brigatista o rivoluzionaria, le biografie degli arrestati, in particolare quelli toscani, danno l'impressione di personaggi già conosciuti nella seconda metà degli anni Ottanta tra quel che restava delle Br; gente che ha avuto contatti generici o superficiali che forse ha vissuto il mancato arruolamento dell'epoca come un fallimento esistenziale e oggi ricorre quell'identità che non ha potuto assumere negli anni Ottanta".
E i romani, invece? Alcuni hanno la sua età o sono poco più giovani.
"Io non ho conosciuto né incontrato nessuno degli arrestati, però ho frequentato gli stessi ambienti ed è normale che chi oggi vuole riprendere discorsi di lotta armata provenga dagli ambienti della sinistra antagonista. Ma è un'appartenenza sociologica, non politica, nel senso che non è affatto automatico che quegli ambienti producano discorsi di lotta armata. Anzi. Oggi la violenza politica non è considerata una "risorsa legittima" dalle grande maggioranza dei movimenti, ed è questa la grande differenza con gli anni Settanta. Mi stupisce, semmai, che in questa realtà si propugni un "continuismo" delle Br che risulta totalmente astratto e avulso da ogni contesto sociale e politico".
In che senso?
"Nel senso che chi ha ucciso D'Antona e tre anni dopo Biagi mi dà l'idea di una mummia che s'è improvvisamente svegliata dopo un sonno ultradecennale e pensa di essere all'indomani dell'omicidio Ruffilli, 1988. Siamo di fronte a un fenomeno di vero e proprio autismo: un ristrettissimo gruppo di persone che parlano solo tra loro. Anche l'idea di accompagnare gli omicidi a piccoli attentati firmati da altre sigle per dare l'idea di un'effervescenza insurrezionale è solo un trucco che peraltro risale agli anni Settanta, quando però quell'effervescenza c'era davvero".
Ma anche il gruppo di cui lei ha fatto parte è nato quando ormai la lotta armata era stata sconfitta.
"E' vero, ma è vero che quel gruppo tentò un discorso di rifondazione della lotta armata. In ogni caso, allora c'era ancora qualcuno in circolazione, mentre tra l'88 e l'89 non sono "caduti" solo i militanti, ma pure le basi, le armi, gli archivi. Se anche qualcuno sfuggì agli arresti, l'esperienza fu dichiarata chiusa da tutti i prigionieri tranne una quindicina che ancora oggi rivendicano le azioni".
Questo può voler dire che se oggi non si trovano i covi e le armi chi è rimasto libero potrebbe proseguire l'attività?
"Le Br sono state l'organizzazione extraparlamentare che ha avuto la vita più lunga, a sinistra solo il Pci è durato più delle Br, oltre vent'anni. E in vent'anni si sedimentano simboli e culture che possono resistere oltre il significato iniziale, e dunque ci potrà sempre essere un neo-brigatista, come ci sono i trotzkisti o i bordighisti. Anche perché questo Paese non ha mai voluto fare i conti con ciò che è accaduto in quel periodo. La rimozione non basta".
Giovanni Bianconi20 dicembre 2003 - NUOVE BRIGATE ROSSE: TROVATO UN COVO A ROMA
ANSA:
TERRORISMO: TROVATO A ROMA UN COVO DELLE BR, 'COLPO DECISIVO'
ROMA - Trovato il covo delle nuove Br da tempo cercato dalla polizia: armi ed esplosivo erano in una cantina di un palazzo al Prenestino, a Roma. Qui, in un locale in un palazzo in via Montecuccoli, Marco Mezzasalma ha trasportato il materiale da via Maia, l'appartamento utilizzato dal gruppo di presunti brigatisti arrestati a Roma dalla Digos nell'ottobre scorso e frequentato anche da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce.
Nel covo sono stati trovati alcuni volantini di rivendicazione originali degli attentati delle Brigate rosse. Uno di questi sarebbe proprio quello riferito all'omicidio del giuslavorista Marco Biagi. Trovato anche il borsone nero che si vede distintamente nel video relativo alla registrazione del 'trasloco' fatto dai presunti brigatisti dal covo romano di via Maia.
Nello scantinato di via Montecuccoli sono stati trovati anche volantini dei Nuclei Proletari Rivoluzionari. Finora i documenti piu' rilevanti sono comunque i volantini di rivendicazione per l' omicidio Biagi. Intanto e' stata individuata - ma si e' resa irreperibile - la donna che ha firmato regolarmente il contratto di affitto del covo. La donna e' la stessa ripresa dalle telecamere del deposito dell'Easy Box, vicino al Verano, al momento del trasloco.
Per precauzione i vigili del fuoco, nel corso della perquisizione, hanno evacuato il palazzo poiche' c'era il rischio di un'esplosione in quanto sono stati trovati 50 kg di esplosivo da cava. Nel covo sono state trovate anche divise di polizia e carabinieri, un fucile M12, floppy disk, cellulari e stampanti. I pm Ionta e Saviotti, titolari dell'inchiesta, hanno detto: 'Colpo decisivo alle Br. Tutto il materiale che avevano le Br e' saltato fuori. La scoperta del covo ha valenza anche psicologica per i militanti delle Br'.
Gli agenti della Digos hanno portato via cento chili di esplosivo da cava, plastico e altre miscele. Subito dopo gli abitanti del palazzo sono stati fatti rientrare in casa. Dallo scantinato intanto sta spuntando di tutto: gli agenti hanno trovato anche i documenti di Nadia Desdemona Lioce e di Mario Galesi. Erano tra patenti, fotototessere, e modulistica per la produzione di documenti di identita'.
Secondo gli inquirenti, infine, c'e' un collegamento tra il gruppo di brigatisti che ha ucciso Biagi con quello che ha assassinato D'Antona. La prova, secondo gli investigatori, e' il ritrovamento del volantino originale della rivendicazione dell'omicidio di Biagi nel covo di via Montecuccoli. Cosi' il questore di Roma: 'Si e' aperta una seconda fase molto importante delle indagini sulle Brigate Rosse. I risultati sono ottimi e molte sono le conferme del lavoro fatto finora'.ESPLOSIVO, DIVISE,VOLANTINI SU BIAGI, VECCHI E NUOVI DOCUMENTI
ROMA - "E' un colpo decisivo. Tutto il materiale che avevano le Br e' saltato fuori. La scoperta del covo ha una valenza anche psicologica per i militanti delle Brigate rosse". Le poche parole pronunciate a caldo, davanti al palazzo di via Raimondo Montecuccoli, nel quartiere romano del Prenestino, dai pm Franco Ionta e Pietro Saviotti, riassumono l'importanza dell'operazione condotta nel pomeriggio dalla Questura della capitale: la polizia ha individuato il nascondiglio utilizzato dal gruppo dei presunti nuovi brigatisti arrestati il 24 ottobre scorso con l'accusa di aver organizzato l'omicidio di Massimo D'Antona.
"Speriamo che questo di via Montecuccoli sia l'ultimo covo e che non ce ne siano altri" hanno aggiunto i magistrati titolari dell'inchiesta, senza nascondere la soddisfazione. E lo stesso ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, subito informato dai vertici della sicurezza, ha seguito costantemente gli sviluppi investigativi. Nello scantinato del palazzo, al numero 3 della traversa di via Prenestina, dove gli agenti sono entrati alle 17:30 sfondando la porta, c'era di tutto: cento chilogrammi di esplosivo, detonatori e congegni elettrici attivabili a distanza, riproduzioni perfette di mitra, videotape e computer, documenti vecchi e nuovi, in parte riconducibili agli arrestati romani nel blitz di ottobre, ma anche originali come quelli che rivendicano l' uccisione di Marco Biagi, materiale firmato Npr, divise e berretti di polizia e carabinieri, patenti, documenti di identita', floppy disk, cassette, telefoni cellulari e stampanti.
Altre carte di identita' con nomi sconosciuti agli investigatori sono state trovate nel covo e non e' escluso che oltre ai nomi di fantasia ve ne possano essere alcuni realmente esistenti. In alcuni sacchi di juta c'erano documenti triturati e ridotti in coriandoli. L'unica delusione e' stato il mancato ritrovamento della pistola calibro 9 utilizzata per uccidere Massimo D'Antona e Marco Biagi. La donna che aveva preso in affitto lo scantinato intorno al 18 ottobre scorso (pochi giorni prima degli arresti), e' una romana di 35 anni - Diana - senza precedenti penali. E' fuggita con tutta probabilita' il 24 ottobre scorso quando scatto' il blitz che porto' agli arresti del gruppo. Gli agenti sono andati in via del Pigneto 28, dove risultava residente, grazie al numero di telefono fisso che aveva comunicato, ma hanno trovato la casa abbandonata da tempo. La donna e' la stessa filmata dalle telecamere del deposito Easy Box, a San Lorenzo, quando Marco Mezzasalma, ritenuto il responsabile del settore logistico delle nuove Br, ando' a prelevare con un furgone il materiale che vi aveva portato traslocando dal covo di via Maia, nella zona del Quadraro, frequentato anche da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce.
Nello scantinato di via Montecuccoli sono stati trovati ammassati scatoloni e borsoni contenenti i documenti dell'archivio delle Brigate Rosse, ma anche due bombe a mano di tipo ananas. Gli investigatori hanno impiegato ore per inventariare e portare via tutto. Tra il materiale e' spuntato anche il borsone nero che si vede distintamente nel video al momento del trasloco dal covo di via Maia (da cui via Montecuccoli dista, senza traffico, mezz' ora di macchina). Il ritrovamento dell' enorme quantitativo di esplosivo ha spinto i vigili del fuoco a sgomberare - fino alle 22:30 - il palazzo di sei piani, dove c'e' un' hotel a due stelle e al piano terra una frutteria e una tabaccheria, e a transennare la via per tenere lontani i curiosi.
La Digos di Roma e' riuscita a rintracciare il covo delle Br setacciando fin da ottobre tutti gli annunci pubblicati dal bisettimanale Portaportese e mostrando - porta a porta - le foto dei presunti brigatisti arrestati in ottobre. Per gli inquirenti e' molto importante il fatto che sia stato trovato un pacchetto di volantini dei Npr poiche' questo conferma il legame esistente tra le Br e le altre sigle che hanno firmato altri attentati minori come quello di via Brunetti a Roma. A loro giudizio, il ritrovamento del volantino originale della rivendicazione dell'omicidio di Marco Biagi e' la conferma del collegamento tra il gruppo di brigatisti romano e quello che ha agito a Bologna. Il particolare e' ritenuto appunto decisivo poiche' suffraga le ipotesi investigative sostenute anche nelle ordinanze di custodia cautelare emesse in ottobre.
"Si e' aperta una seconda fase molto importante delle indagini sulle Brigate Rosse - ha detto il Questore di Roma Nicola Cavaliere, che ha seguito personalmente le operazioni -. I risultati sono ottimi e molte sono le conferme del lavoro fatto finora". Gli analisti si sono messi al lavoro gia' da questa sera stessa poiche' le carte sono numerose. Domani a mezzogiorno ci sara' una conferenza stampa in Questura di Roma durante la quale verra' illustrata l'operazione e verranno fornite le foto dello scantinato e i dettagli sul materiale ritrovato.21 dicembre 2003 - COVO BR: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Nella zona est della Capitale/Era stato usato da Marco Mezzasalma, arrestato dalla Digos a ottobre con altri presunti terroristi
Roma, scoperto covo Br pieno di esplosivo
In via Montecuccoli al Prenestino: tra i documenti la rivendicazione del delitto Biagi
di LUCA LIPPERA
ROMA Trovato. Dopo quasi due mesi di ricerche senza sosta, la polizia ha individuato al Prenestino il "covo" allestito dai brigatisti rossi arrestati lo scorso 24 ottobre. Più che un "covo", un deposito, ricavato in un locale preso in affitto negli scantinati di uno stabile di via Montecuccoli 3, non lontano da Porta Metronia. Dentro, in circa trenta scatoloni, il "sigillo" delle Br: il volantino di rivendicazione dell'omicidio Biagi, documenti e analisi sul delitto D'Antona, cento chili di esplosivo da cava, duecento detonatori, divise della Ps e dei carabinieri, la copia di una mitra M12, stampanti, dischetti, migliaia di fogli ancora da esaminare.
L'operazione, coordinata dai pm Franco Ionta e Pietro Saviotti, è scattata ieri a metà pomeriggio. Un blitz "tranquillo", perché nella cantina, ovviamente, non c'era nessuno. Alle otto e mezzo, quando è stato portato via l'esplosivo (pentrite), si è deciso di evacuare lo stabile per precauzione. Ma, secondo gli artificieri, "non c'era alcun rischio reale". Sul posto anche il Questore, Nicola Cavaliere. Gli agenti della Digos della Questura di Roma, con la scoperta dello scantinato, hanno coronato una ricerca spasmodica andata avanti per cinquantasei giorni. Il deposito, secondo gli investigatori, era stato preso in affitto da Marco Mezzasalma, 44 anni, arrestato il 24 ottobre scorso, ritenuto uno dei leader delle nuove Brigate Rosse, e da una donna, Diana, residente in via del Pigneto 28, sempre a Roma, ora irreperibile.
Le Br, secondo la ricostruzione della polizia, hanno scelto via Montecuccoli dopo aver abbandonato la base operativa di via Maia. Il materiale portato via dall'appartamento di Porta Furba, frequentato da Nadia Desdemona Lioce, la brigatista dello scontro a fuoco sul treno Roma-Firenze, era stato trasferito momentaneamente in una rimessa della società "Easy Box" a San Lorenzo. Il 18 ottobre, qualche giorno prima degli arresti, Mezzasalma e la donna ora ricercata avevano nuovamente trasferito tutto in gran fretta. Una telecamera li aveva ripresi durante il "trasloco". Ma nessuno sapeva dove fossero diretti.
Via Montecuccoli era la loro meta, il nuovo nascondiglio, a non più di mezzo chilometro in linea d'aria da San Lorenzo. I brigatisti dovevano sentirsi braccati e non se la sono sentita di fare troppa strada. Dal materiale trovato nella cantina, gli investigatori aspettano molte risposte. A tarda sera erano stati esaminati solo una mezza dozzina degli scatoloni trovati nella cantina. La polizia ha una speranza: che tra le carte, nei faldoni, nei sacchi pieni di documenti, molti dei quali sminuzzati e distrutti, possa essere nascosta l'arma una pistola Makarov calibro 9 usata nei delitti Biagi e D'Antona.
L'indagine che ha portato la polizia in via Monteccuccoli è stata certosina. Gli agenti della Digos, insieme ai colleghi dell'Ucigos, l'anti-terrorismo, sono arrivati allo scantinato esaminando migliaia di annunci "Affitto Offresi" apparsi sul periodico "Porta Portese" nei giorni precedenti al 18 ottobre. Quel giorno Mezzasalma porto via il materiale da San Lorenzo ed era chiaro che doveva aver trovato un altro posto dove portarlo. I locali dati in locazione sono stati esaminati tutti, uno per uno, finché è saltato fuori quello del Prenestino.
La cantina, grande una ventina di metri quadrati, con i lucernai "fronte strada" schermati da sacchi di iuta, appartiene a un uomo senza precedenti penali e senza alcun legame con le Brigate Rosse. Sarebbe stata la misteriosa Diana, la donna scomparsa dal Pigneto, ripresa insieme a Mezzasalma dalla telecamera a San Lorenzo, a prenderlo in affitto. Era, per le Br, l'ultimo ridotto. Lasciata la base di via Maia, abbandonato San Lorenzo, braccati dalla polizia, i nuovi brigatisti hanno cercato scampo sotto terra. Ieri, a quattro anni e mezzo dal 20 maggio 1999, quando ricomparvero dal nulla uccidendo Massimo D'Antona in via Salaria, potrebbero aver ricevuto un colpo mortale.Ritrovate le carte di identità falsificate di Nadia Lioce e Mario Galesi, entrambi implicati negli omicidi D'Antona e Biagi
"Tutto quel che avevano è saltato fuori"
Soddisfazione tra gli investigatori: "Colpo decisivo ma l'indagine non è chiusa"
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA- Forse è davvero finita. Certo bisogna essere cauti, non è la prima volta nella storia delle Brigate rosse che qualcuno dice che siamo alla resa. L'irruzione in via Montecuccoli ne ricorda altre, più importanti e gloriose: quella di via Montenevoso a Milano, nell'ottobre '78, quando furono catturati Azzolini e Bonisoli o l'altra nel gennaio '82 a Roma, in via Ugo Pesci, dove fu scovato Giovanni Senzani, il criminologo dai mille volti ritenuto il capo dell'ala movimentista delle Br. Anche in quell'occasione una miniera di documenti compromettemnti, armi ed esplosivo e la prova che inchioda sui delitti strategici delle Brigate Rosse, da Aldo Moro a Roberto Peci pssando per decine di cadaveri eccellenti.
"E' un colpo decisivo, tutto quello che avevano le Br è saltato fuori. La scoperta del covo ha una valenza anche psicologica per i militanti delle Brigate Rosse", hanno detto subito i due pubblici ministeri titolari dell'inchiseta, Franco Ionta e Piero Saviotti. Di certo il nucleo operativo, che si coagulava attorno all'ultimo dei mohicani, Marco Mezzasalma (il nuovo capo Br dal cupo cognome e dai molti misteri) si è come liquefatto: la donna che era con lui al momento dal trasloco da via Maia- a quanto sembra si chiama Diana- da giorni non è più andata nell'appartamento, dove la stavano aspettando, e nessun altro si è presentato.
E' ancora presto per dire quali e quanti segreti nasconda la base di via Monteccuccoli e dove sia finita quella dannata Makarov, la calibro 9 che ha ucciso i professori Massimo D'Antona e Marco Biagi, e che fino all'ultimo si pensava fosse nascosta in fondo ad uno degli scatoloni che gli uomini dell'Ucigos e dello Sco dovevano ancora aprire. Ma due cose sono certe: del delitto Biagi saranno chiamati a rispondere, o comunque saranno indagati, tutti gli undici brigatisti implicati nel delitto D'Antona. E viceversa. L'operazione iniziata il 24 ottobre, con un centinaio di provvedimenti, si è chisua attorno al comando generale. Uno soltanto era il "cervello" dell'organizzazzione, uno soltanto il nucleo operativo anche se poteva contare su altre basi lungo l'asse Roma-Bologna e Firenze. In via Montecuccoli c'erano i documunti falsi di Nadia Lioce e Mario Galesi, i brigatisti implicati in entrambi i delitti, anche se il secondo è ormai deceduto, e nello stesso covo è stato trovato la matrice originaria della rivendicazione dell'omicidio Biagi.
Due anelli che legono tutti gli spezzoni della catena. Ma la scoperta del covo- a quanto già sussurrano gli investigatori- svela un altro segreto finora senza spiegazione: si era parlato in questi anni di fusioni, rimpasti, aggregazioni tra le nuove Brigate rosse e altri gruppi armati come gli Nta, i Nipr, gli Npr. Una miriade di sigle che sembravano moltiplicare all'infinito la residua, "geometrica potenza" della lotta armata in Italia. Era soltanto un gioco degli specchi: tutte quelle divise, quei timbri, quei fucili, quei proiettili e quell'esplosivo erano a disposizione di tutte le organizzazioni sì, ma queste erano in realtà soltanto delle sigle dietro le quali si muovevano più o meno gli stessi personaggi che a seconda dei frangenti ricorrevano a diverse tipologia di attentati, di rivendicazioni, di parole d'ordine o slogan. Se a scendere in campo erano gli Nta o gli Npr si faceva ricorso all'esplosivo, se si trattava delle Brigate rosse l'obiettivo non poteva essere che l'omicidio. E a tirare le fila di questo grande gioco sembra fosse proprio Mezzasalma, il mago del computer, l'hacker in grado di trasmettere simultanemamente la rivendicazione dei delitti a 500 indirizzi contemporaneamente, l'uomo che aveva in tasca il potente lasciapassare Nos, il nullaosta segretezza rilasciato a pochissimi. C'è qualcuno dietro di lui? "Il lavoro è ancora metà, l'indagine non è finita", dichiara prudentemente il questore di Roma, Nicola Cavaliere. Come la caccia alla Makarov, la "prova che inchioda" non è stata trovata.Da via Maia alla Easy Box, fino al covo "caldo"
La lunga scia di indizi lasciati dai brigatisti durante gli spostamenti degli archivi e dell'arsenale
di MARCO DE RISI
Una caccia senza sosta. La certezza dell'esistenza di armi e archivi. Insomma la sicurezza di mettere le mani su prove che dovrebbero essere risolutive nell'inchiodare le nu ove Br. Fare luce su ogni particolare degli omicidi dei giuslavoristi Massimo D'Antona e Marco Biagi. Addirittura arrivare a mettere le mani sulla Makarov calibro 9 usata per i delitti.
Fino a ieri sera gli uomini della Digos romana non si sono fermati un attimo nella ricerca di quel covo finale pieno di armi e documenti. Ieri la svolta con l'individuazione della cantina di via Montecuccoli 3, al Prenestino.
Non vi erano dubbi che il covo dei covi esistesse. Proprio grazie alle indagini e ad un filmato. Tutto infatti è partito da quel 2 marzo 2003 quando sull'interregionale Roma-Firenze vi fu la cattura della brigatista Nadia Desdemona Lioce. Arresto tragico preceduto da una sparatoria che costò la vita al poliziotto Emanuele Petri freddato a revolverate e al brigatista Mario Galesi. Addosso alla Lioce fu trovato un palmare e un mazzo di chiavi. Chiavi che portarono all'individuazione del primo covo, nell'ambito degli arresti del 24 ottobre, in via Maia 6 al Quadraro. Gli investigaotri passarono giorni e giorni in giro per la città provando porta a porta la chiave trovata in possesso della Lioce fin quando arrivarono al Quadraro. In quello che fu utilizzato dalle nuove Br, per un certo periodo, come base logistica durante i loro soggiorni nella Capitale.
La polizia, concentrando la sua attenzione in particolare su Marco Mezzasalma (uno degli arrestato nella maxioperazione antiterrorismo del 24 ottobre scorso), dipendente di una ditta militare di Pomezia, esperto informatico e giudicato una delle menti delle nuove Br, stabilisce con certezza l'esistenza di un altro covo. Poco dopo infatti gli mettono le mani su un breve filmato di una telecamera a circuito chiuso del deposito "Easy Box" sotto la tangenziale a San Lorenzo. Le immagini sono poche, ma chiare. Si vede Mezzasalma che, aiutato da una donna (quasi sicuramente Diana) carica circa venti scatoloni su un furgoncino: quelle immagini risalivano al 18 ottobre.
Lo spostamento di armi e documenti da via Maia alla Easy Box si era infatti reso necessario poco dopo l'arresto di Nadia Desdemona Lioce. Ma quel deposito era solo temporaneo. Pochi giorni prima dell'arresto, il 18 ottobre, appunto, Mezzasalma e Diana caricano tutti i documenti e le armi e fanno perdere le loro tracce: unico indizio, il filmato, dove si vede anche un borsone. Lo stesso che è stato ritrovato ieri nella cantina al Prenestino dove la Digos è arrivata dopo mesi di ricerche certosine, dopo aver spulciato tutte le riviste di offerta di affitti di immobili antecedenti al giorno del trasloco dalla Easy Box.
Quello di trovato ieri, secondo gli stessi inquirenti, è sicuramente l'ultimo covo delle nuove Br. Il vero grande archivio e deposito di tutto l'arsenale di cui si erano dotati. L'elemento fondamentale per scardinare una volta per tutte la nuova rete terroristica.Mezzasalma, il più "vecchio" del nuovo gruppo eversivo
ROMA - Marco Mezzasalma, 44 anni, nato a Tripoli, è il più "vecchio" del gruppo delle Br-Pcc accusato dagli investigatori degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. Ha provocato conseguenze sugli apparati di sicurezza la scoperta che al presunto brigatista fosse stato da poco rinnovato, come dipendente di una azienda che produce radar, il "Nos", nulla osta di segretezza, di livello intermedio che consente l'accesso a documenti riservati.
A Mezzasalma, è attribuita una scheda venuta in contatto con i cellulari delle Br. Da un documento sul riadeguamento politico e organizzativo delle Br, rinvenuto dopo l'arresto di Desdemona Lioce risulta la "l'introneità -scrive il Gip- di Marco Mezzasalma alla storia delle BR-PCC e la partecipazione alle sue attività dal '98 ad oggi, all'interno del processo di rilancio dell'attacco al cuore dello Stato e, pertanto, il diretto coinvolgimento in tutte le sue iniziative".
Mezzasalma , inoltre, non sarebbe stato soltanto possessore di una scheda di cellulare (stp) ma, come anche si evidenzia oggi, titolare del "logistico" di cui facevano parte certamente altre due utenze di organizzazione sicuramente nella disponibilità di militanti di maggior rilievo".Due sigle, un unico gruppo armato
Le Br-Pcc, (Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente), l'associazione eversiva della quale sono accusati di far parte i presunti terroristi arrestati il 24 ottobre nell'ambito dell'inchiesta sul delitto di D'Antona, sono considerate il gruppo erede della tradizione del brigatismo rosso. Le Br-Pcc rivendicarono l'agguato al consulente del ministero del Lavoro ucciso il 20 maggio del 1999 e anche l'omicidio del giusvalorista Marco Biagi del 19 marzo del 2002. La sigla sarebbe nata, secondo gli investigatori, dalle ceneri del nucleo storico delle Brigate Rosse e avrebbe avuto contiguità con gli Nta (Nuclei Territoriali Antimperialisti).Nel palazzo del Prenestino dopo la scoperta del covo dei terroristi: cento chili di esplosivo nelle cantine. "Mai visti movimenti sospetti"
"Dormivamo sulla polveriera delle Br"
Lo stupore delle tredici famiglie di via Montecuccoli: "Brigatisti qui da noi? Ma che dite..."
di LUCA LIPPERA e GIUSEPPE MARTINA
"Le Brigate Rosse? Cento chili d'esplosivo? Addirittura. Ma proprio qui dentro? Mamma mia! Non me lo dica: mi mette paura. Ma com'è possibile? Qui ci conosciamo tutti". Alle sette della sera, in via Monteccuccoli 3, accanto a piazzale Prenestino, la notizia ha appena iniziato a circolare e gli inquilini sono stupefatti. Di più: impauriti, anche se non c'è alcun pericolo reale. Angela Maria Tancredi, moglie di Giuseppe Sarno, uno dei proprietari, finora non aveva notato niente di strano. "Non ho mai visto né traslochi dice né persone sospette. Ma certo, pensare che là sotto era pieno di bombe. Ma è sicuro che non corriamo rischi?".
Gli inquilini, mentre l'esplosivo viene portato via dalla polizia, vengono invitati a lasciare le abitazioni. Facce preoccupate: "Non è possibile: e se scoppiava tutto?". Nessuno sospettava, nessuno poteva nemmeno immaginare. Eppure è qui che il brigatista Marco Mezzasalma, arrestato a ottobre ala Magliana, aveva trasferito il materiale portato via dal "covo" di via Maia a Porta Furba. Nel palazzo, cinque piani, all'ultimo la "Pensione Prenestina", non lontano dal deposito, vivono tredici famiglie. Nessuna dei quali immaginava di dormire, dal 18 ottobre scorso, su una cantina con una "bomba" dentro. L'esplosivo non era innescato ma una scintilla avrebbe fatto venire giù tutto.
"Praticamente qui siamo tutti proprietari racconta Pina De Stefani, che assiste la zia novantunenne, Ada Scalise, ex professoressa di musica alla elementare "Enrico Toti" Non ci siamo mai accorte di nulla. L'unica spiegazione è che questo locale di cui parla la polizia fosse nel sottoscala. È là sotto che stanno cercando gli agenti".
Intuizione esatta. Mezzasalma e i suoi compagni, dopo aver abbandonato via Maia, avevano trasferito il materiale in un autorimessa della "Easy Box" a San Lorenzo.
Il locale, a pochi giorni dagli arresti di due mesi fa, fu trovato vuoto dalla polizia. Evidentemente il brigatista con la compagna Diana (la donna che ha preso in affitto lo scantinato) poco prima della cattura, erano riusciti ad entrare in possesso di un "buco" nello scantinato dello stabile e avevano trasferito armi e documenti in via Montecuccoli. "D'altronde poteva essere altrimenti dice Danilo Raco, un'altro dei proprietari Ci conosciamo tutti, qui. I condomini li vedo ogni giorno. Se c'è una faccia nuova, sarebbe difficile non notarla".
Raco li conosce bene i suoi vicini. Tutta gente per bene. Monica Martire: avvocato. Paolo Raco: architetto. Francesco Zema: ex autista dell'Atac. Anna Palitto: giornalista. La signora Capoparto, moglie di un poliziotto. La professoressa Scalise, tanto anziana e tanto a modo. Rita Fratalocchi, impiegata di una società privata. Lei che quando ieri sera è tornata ha trovato il "finimondo" per strada. "Era pieno di poliziotti racconta Ho chiesto se era successo qualcosa. Era tutto transennato e uno pensa sempre al peggio. Le Br? Esco la mattina e torno la sera. Non avrei potuto accorgermi di nulla".
L'unico sfasamento, nella traquillità dello stabile, è la pensione. L'ingresso è in piazzale Prenestino, davanti alla tangenziale, ma le camere fanno parte del palazzo di via Montecuccoli. "C'è un via-vai continuo di persone aggiungono in casa Scalise È difficile capire chi sono e cosa fanno. C'è anche un appartamento pieno di stranieri al primo piano. Anche lì, andirivieni continuo". Ma del tutto estraneo alla vicenda delle Brigate Rosse.
Le Br, qui, non avrebbero potuto prendere un appartamento. Tanto è l'affiatamento tra gli inquilini che qualcuno si sarebbe insospettito. Non restavano che gli scantinati. Locali grandi, umidi, ai quali si scende attraverso una scala che porta sotto il livello della strada. "Non tutti gli inquilini hanno la cantina spiega la signora Fratalocchi Alcuni locali sono stati presi in affitto da negozianti e da persone estranee allo stabile". Estranei. Brigatisti."Il Corriere della sera"
FRANCO IONTA
Il pm dell'antiterrorismo: "E' un colpo decisivo Quei drappi rossi forse pronti per un sequestro"
"C'era tutto il materiale logistico di cui potevano disporre. Sconfitta anche psicologica"
ROMA - "Quando sono entrato nella cantina, la mia attenzione è stata attirata da un particolare che mi ha colpito più di tanti altri: c'erano dei drappi rossi. Mi hanno ricordato le foto della prigionia di Aldo Moro e ho pensato che, forse, avrebbero potuto essere nuovamente utilizzati dopo aver sequestrato qualcuno". Il coordinatore del "pool" antiterrorismo della Procura, Franco Ionta, non è un magistrato facilmente impressionabile. Segue da anni le indagini più delicate sul fronte del terrorismo interno ed internazionale, ha fatto arrestare decine di brigatisti rossi e di integralisti islamici. Ha una lunga carriera con la "toga" sulle spalle, cominciata in Sardegna a caccia di rapitori. Eppure di fronte al "tesoro" investigativo rinvenuto nella cantina di via Montecuccoli riesce a meravigliarsi e, contemporaneamente, a dire senza mezzi termini: "Questo è un colpo decisivo per le Brigate rosse". Dottor Ionta, lei è solitamente molto cauto nei giudizi. Questa volta, però, si sbilancia. E' veramente una svolta nell'inchiesta sulle nuove Brigate rosse?
"Sì, anche perché è saltato fuori tutto il materiale nelle mani dei terroristi, tutto il "logistico" di cui potevano disporre. C'è una quantità enorme di documenti da esaminare, documenti molto rilevanti e molto altro materiale che può fornire importanti spunti investigativi".
Il ritrovamento può infliggere anche un duro colpo psicologico ai terroristi?
"Ha certamente una notevole valenza psicologica. Anche perché abbiamo dimostrato di riuscire ad arrivare a un deposito senza alcun contributo esterno, solo con investigazioni d'altissima qualità. E da questo punto di vista, il lavoro svolto dai funzionari e dagli agenti della Digos è stato veramente eccezionale".
Quanti sono i brigatisti che debbono ancora essere individuati? Si può parlare di una decina di elementi?
"Difficile fare un calcolo preciso. Sicuramente all'appello mancano alcune persone. Ma intanto bisogna accertare chi abbia materialmente sparato a Massimo D'Antona e Marco Biagi. Così come è indispensabile stabilire chi ha dato supporto per la gestione dei covi di via Maia e di via Montecuccoli. Il lavoro è ancora lungo ma un fatto è certo: gli avvenimenti di queste ultime ore hanno dimostrato senza alcun dubbio che il cuore, il centro dell'attività delle Brigate Rosse era a Roma".
Cento chili di esplosivo. A cosa potevano servire?
"E' presto per dirlo. Ma ricordo almeno due attentati a Roma, uno nel '94 e l'altro più recente in via Brunetti, rivendicati con sigle di formazioni eversive che noi riteniamo siano state utilizzate dalle Brigate rosse".
Per quale motivo i terroristi avrebbero "diversificato" le rivendicazioni?
"C'è una spiegazione molto semplice: la sigla veniva scelta a seconda del "livello" dell'attentato".
E le divise da carabiniere e da poliziotto, addirittura complete di berretto e "fratino"?
"Potevano essere usate per tante operazioni. Per esempio, per entrare in un posto senza destare sospetti. Oppure, per bloccare una strada ed eseguire un "sopralluogo" in assoluta tranquillità".
F. Hav."Il Corriere della sera"
Il retroscena
E' l'anello che collega i nuovi militanti agli omicidi
di Giovanni Bianconi
Era quello che cercavano da due mesi, il riscontro principale ed essenziale agli arresti dei brigatisti (presunti o dichiarati) caduti in trappola alla fine di ottobre: servivano le armi e i documenti per collegare i nomi dei sospetti agli assassini di Massimo D'Antona e Marco Biagi. Mancava il "deposito" dove l'uomo considerato il terrorista più alto in grado tra quelli bloccati a Roma, Marco Mezzasalma, aveva trasferito l'arsenale e l'archivio delle nuove Br pochi giorni prima di essere catturato. E' quello scoperto ieri, come risulta da un particolare: nel promemoria per il trasloco trovato a casa di Mezzasalma si raccomandava di coprire la finestra con un sacco della spazzatura e nella cantina di via Montecuccoli c'era un'apertura oscurata proprio con quel metodo.
Solo l'eventuale scoperta delle pistole, e in particolare della calibro 9 corto che ha ucciso D'Antona e Biagi, autorizzerebbe a dire che quello neutralizzato ieri è davvero l'ultimo rifugio brigatista, come si augurano i pm antiterrorismo. Quell'arma è un po' la bandiera delle Br ricomparse sulla scena nel maggio 1999, lo strumento per firmare i delitti insieme con i comunicati di rivendicazione. Ma anche se la pistola non è saltata fuori dalla perquisizione proseguita fino a tarda sera, ciò che è emerso dal deposito romano non è solo la conferma che il lavoro degli investigatori dell'Antiterrorismo ha centrato al cuore le nuove Br; è anche l'apertura di nuovi squarci sulle attività e le potenzialità del gruppo armato, sulla sua strategia.
Dalle borse e dagli scatoloni riposti con cura prima degli arresti sono uscite divise delle forze dell'ordine, carabinieri e polizia, palette, lampeggiatori e lo scanner che serve a sintonizzarsi con la centrale operativa della questura, oltre ad alcuni appunti sulle conversazioni intercettate tra la sala operativa e le volanti. Serviranno altre indagini per svelare a cosa è servito o doveva servire quel materiale, ma certamente dà l'idea di un gruppo che anche dopo la morte di Mario Galesi e l'arresto di Nadia Lioce intendeva proseguire sulla strada di nuovi attentati. Firmati dalle Br oppure da quei Nuclei che negli ultimi quattro anni si sono attribuiti la paternità di azioni minori che hanno contribuito a tenere alta la tensione nell'Italia ripiombata nella paura del terrorismo.
Anche su questo piano l'operazione di ieri rappresenta una conferma: oltre agli stampati originali della rivendicazione dell'omicidio Biagi, ci sono quelli dell'attentato incendiario alla Cisl di Milano del luglio 2000 siglato dal Nucleo proletario rivoluzionario e all'agenzia "Obiettivo lavoro" di Firenze del luglio 2002, sottoscritto dal Nucleo proletario combattente. E poi c'è l'esplosivo, mai utilizzato dalle Br ma prerogativa degli attentati dinamitardi attributi alle altre formazioni. Sono ulteriori indizi che Br e gruppi minori sono in realtà la stessa cosa e quella delle azioni meno eclatanti messe a segno nei periodi di silenzio brigatista altro non è che la "linea dei Nuclei" indicata nero su bianco in un altro documento trovato a casa di Mezzasalma. Azioni quasi insignificanti dal punto di vista dei danni materiali, ma accompagnate da elaborazioni teoriche molto approfondite, nelle quali si ribadiva sempre l'importanza e la centralità della proposta brigatista sulla nuova strategia della lotta armata.
Appena l'altro ieri uno degli arrestati a Firenze, Roberto Morandi, l'unico autoproclamatosi militante delle Br-pcc nel blitz di due mesi fa, ha consegnato ai suoi giudici un nuovo documento che illustra i programmi brigatisti, con contenuti che spaziano dalla politica interna a quella internazionale. Morandi, con le sue dichiarazioni di appartenenza al partito armato, è l'esempio concreto del brigatista della nuova era, con moglie e figli a carico e un lavoro ufficiale, un'esistenza non clandestina al servizio della rivoluzione. A parte Lioce e Galesi, tutti i terroristi veri o presunti di questa nuova leva conducevano due vite, una legale e una occulta, realtà che costringe le Br a fare a meno dei "covi" utilizzati dai militanti regolari degli anni Settanta e Ottanta, servendosi invece di depositi come quello di via Montecuccoli. Affittato da una persona insospettabile e non clandestina, punto di forza e insieme di debolezza del nuovo organigramma brigatista. Anche lei manca ancora all'appello, come la pistola che ha ucciso D'Antona e Biagi e le diverse armi menzionate nei vari documenti brigatisti. Per questo, anche dopo il successo di ieri, l'indagine non è ancora finita.22 dicembre 2003 - COVO BR: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Ricercata in tutta Italia la complice di Marco Mezzasalma: insieme trasferirono documenti e armi in via Montecuccoli Caccia a Diana, nascosta con gli ultimi Br Gli investigatori: la donna che affittò il covo di Roma può condurre ai latitanti
di LUCA LIPPERA
ROMA Capelli scuri, statura media, "gentile e carina", dicono i vicini. Dopo la scoperta del "deposito" delle Br in una cantina del Prenestino, il nuovo obbiettivo della polizia è una donna di trentacinque anni che costituisce l'anello di congiunzione tra i terroristi già in carcere e quelli rimasti nell'ombra. Diana Blefari Melazzi, 35 anni, un edicolante del Nomentano, famiglia originaria di Rossano Calabro, antenati nella nobiltà meridionale, è ricercata da ieri in tutta Italia. È lei che prese in affitto il locale di via Montecuccoli 3 ammassandovi il materiale prelevato in un precedente "covo" insieme a Marco Mezzasalma. Ed è lei, secondo gli inquirenti, che ha portato ai complici ancora latitanti gli ordini diramati dal vertice brigatista prima degli arresti del 24 ottobre scorso.
Il nome della Blefari-Melazzi, che abitava in via del Pigneto 30/c, unico vicino un immigrato del Bangladesh, è circolato ieri mattina in Questura. Il capo della Digos, Franco Gabrielli, e i magistrati titolari dell'inchiesta, Franco Ionta e Pietro Saviotti, hanno fatto il punto sull'inchiesta che ha portato all'individuazione del deposito Br nello scantinato del Prenestino. Una buona parte del materiale trovato nella cantina è stato disposto su un tavolo: carte d'identità in bianco, timbri comunali rubati in Toscana, i computer con cui sarebbero state scritte alcune rivendicazioni, uno scanner per leggere e replicare codici elettronici, mazze, tronchesi, la copia di un mitra M12, chiavi di macchine e di scooter.
Ma i "pezzi" ritenuti più importanti sono l'originale della rivendicazione del delitto Biagi e altri volantini con le intestazioni "Nucleo Proletario Rivoluzionario" (Npr) e "Nucleo proletario combattente" (Npc). "È la prova dice uno dei magistrati che le varie sigle erano una cosa sola. Il gruppo colpito dagli arresti di ottobre era formato da persone che, di volta in volta, firmavano questa o quella azione con un nome differente". Molti gli interrogativi sull'esplosivo, circa cento chili, trovato nella cantina. Il pubblico ministero Saviotti, pressato a lungo dalla stessa domanda, ha detto che "non esiste prova di alcun collegamento tra le Brigate Rosse e il terrorismo islamico". "Non bisogna dimenticare ha aggiunto che a questo gruppo possono essere ascritte alcune azioni dinamitarde, come quella all'Istituto Affari Internazionali di via Brunetti a Roma".
È stato Franco Gabrielli, capo della Digos di Roma, ad illustrare l'operazione. Sono "suoi" gli uomini arrivati al "covo" e Gabrielli ieri è stato promosso questore. La soddisfazione, in via di San Vitale, era palpabile. Il Questore di Roma, Nicola Cavaliere, non ha nascosto la sua personale. "Questa gente dice è finita. Le Br sono smembrate. Può darsi che ci sia, qui e là, qualche fiancheggiatore. Ma nulla di più". Il fatto che nello scantinato fosse stata ammassata, alla rinfusa, una mole di materiale così ingente ha convinto gli investigatori che le nuove Brigate Rosse alla vigilia degli arresti si sentivano davvero braccate.
Tra gli oggetti saltati fuori da via Montecuccoli, ci sono anche due maschere di plastica: una con le sembianze di Berlusconi, l'altra con quelle di Chirac. Sono state usate, probabilmente, durante rapine di autofinanziamento. Negli scatoloni c'erano diverse agende piene di nomi di battaglia. Ma ora è dalla vita e dalla possibile cattura dell'edicolante che la polizia attende nuovi sviluppi. L'emissione dell'ordine di custodia è cosa di ore. Diana Blefari Melazzi questo è già accertato ha avuto numerosi contatti telefonici con le persone arrestate due mesi fa. Conosceva loro. Conosceva il presunto leader Mezzasalma. Conosce i terroristi rossi ancora latitanti. È con loro, da qualche parte, nell'ultimo rifugio brigatista.La doppia vita di Diana, brigatista gentile Il vicino di casa: "Qualcuno è entrato nel suo appartamento quando lei era già sparita"
di LUCA LIPPERA e PAOLA VUOLO
"Diana? Mi aiutava sempre con le lettere. Io non parlo bene italiano. Era sempre tanto, tanto gentile: traduceva per me". Diana Blefari Melazzi è ricercata in tutta Italia ma Mohammad Shahidullah, 46 anni, il suo vicino di casa del Bangladesh, ha conosciuto tutta un'altra donna. "Abita davanti a me racconta l'immigrato, in via del Pigneto 30/c, dove viveva la presunta brigatista e la mattina alle cinque sentivo sempre la sua porta di casa che si chiudeva. Da una ventina di giorni però non la sento più. Un uomo? Sì, ogni tanto veniva un tipo e anche una ragazza".
La Blefari, secondo gli inquirenti, si è rifugiata a casa di fiancheggiatori brigatisti. "Qualche volta aggiunge Shahidullah veniva a casa mia. Ho comprato un computer e c'erano alcune cose che non capivo. Lei invece era esperta. Mi ha dato una mano. Casa sua l'ho vista una sola volta. Niente quadri né manifesti alle pareti. Un po' di disordine. Un computer, una stampante. Qualche libro". L'immigrato, sabato sera, è stato portato in Questura. La polizia sperava che potesse rivelare qualche dettaglio sulla donna e soprattutto sui suoi amici.
Il nome della donna è la vera novità dell'inchiesta che ha portato alla scoperta del "deposito" brigatista di via Montecuccoli. La Blefari ci sono filmati inequivocabili è colei che ha preso in affitto la cantina e che prima aveva aiutato Marco Mezzasalma, presunto leader delle nuove Br, a portare il materiale poi trovato al Prenestino in una rimessa della "Easy Box" a San Lorenzo.
L'appartamento di via del Pigneto 30/c, all'inizio della Casilina, a poche centinaia di metri da via Montecuccoli, era in gran disordine. La polizia ha trovato piatti sporchi in cucina, fogli sui tavoli, perfino alcune banconote. La donna è scappata in tutta fretta, senza prendere né lo spazzolino, né la biancheria né i borsoni da viaggio lasciati in un armadio. Diana Blefari Melazzi abitava al Pigneto da circa un anno e mezzo, in una palazzina bassa e gialla. Il suo appartamento, al primo piano, ha le finestre che affacciano sulla strada.
"Ci ha sempre vissuto da sola aggiunge l'immigrato Ogni tanto veniva un tipo a trovarla, alto e moro". Il fidanzato della donna è stato già sentito dagli investigatori. Avrebbe dato "indicazioni fuorvianti" e rischierebbe di essere indagato. Diana Blefari Melazzi non ha precedenti penali. Ma il suo nome non era del tutto sconosciuto. Anni fa testimoniò a favore di un giovane dei centri sociali picchiato da un gruppo di estremisti di destra. "La sua area di frequentazione dicono gli investigatori è quella dei gruppi antagonisti anarchici". Con il papà e una sorella (la mamma è morta tragicamente alcuni anni fa) la presunta brigatista gestiva un'edicola a corso Sempione.
Il proprietario dello scantinato di via Montecuccoli, ha detto di non avere avuto alcun sospetto sulla donna. Diana Blefari Melazzi ha firmato il contratto di affitto dell'ultimo covo delle Br con il suo nome, fornendo un documento e lasciando come recapito il telefono fisso di via del Pigneto. Come dire che non riteneva di poter essere individuata, nonostante le fosse stato affidato il cuore dei segreti dell'organizzazione."La Gazzetta di Parma"
Cinque "indiani" sulle tracce dei brigatisti Nomi "cheyenne" per gli investigatori che hanno scovato la cantina NOSTRO SERVIZIO
ROMA - Cinque "indiani" della Digos di Roma sono stati per mesi sulle piste che sabato pomeriggio hanno portato al covo dei covi delle Br. Hanno condotto una caccia con pochi elementi, basata sulle indicazioni scarne lasciate da chi ha spostato archivi e materiale delle Br da un nascondiglio all' altro. Un lavoro certosino fatto porta a porta, andando a bussare ai portieri dei palazzi di zone ben precise, mostrando foto e chiedendo se c'erano cantine o locali affittati da gente che abitava altrove.
I cinque agenti della Digos si fanno chiamare Indiani perché si sono scelti nomi in codice come "Orso pesante" e "Lacrima Veloce". Li dirige Laura, una giovane funzionaria, "Raggio di Luna".
Il gruppo si è messo all'opera subito dopo gli arresti del 24 ottobre, quando fu scoperto il "covo" ormai freddo di via Maia, l'appartamento affittato nel 1999 da Marco Mezzasalma e restituito al proprietario nel giugno scorso. Sono state le chiavi di via Maia trovate alla Lioce il giorno dell'arresto, ad aprire il cancello del palazzo di via Maia.
Mezzasalma aveva traslocato documenti e materiale da via Maia nel deposito della Easy Box a San Lorenzo. Da qui il 18 ottobre Mezzasalma fece l'ultimo spostamento e - si è scoperto poi - venne anche filmato dalle telecamere fisse con Diana Blefari Melazzi, l'affittuaria dello scantinato di via Montecuccoli.
Quando è scattato il blitz, gli investigatori non sapevano dove fosse stato portato il materiale gestito da Mezzasalma. Dalla documentazione del furgone preso in affitto dal presunto terrorista per il trasloco e riconsegnato lo stesso giorno si accertò, tuttavia, che aveva fatto poche decine di chilometri.
Con in mano altre indicazioni appuntate da Mezzasalma nel suo computer (una strada chiusa, le caratteristiche del palazzo...) gli indiani si sono messi a setacciare i palazzi con determinati requisiti tra i quartieri Appio e Prenestino. Spulciando anche tra gli annunci di locali in affitto pubblicati sul bisettimanale "Portaportese".
Sono state fatte verifiche attraverso il catasto e agenzie immobiliari e interpellati decine di portieri per chiedere conto di locali o cantine affittate a persone esterne.
La lunga battuta di caccia si è conclusa sabato pomeriggio alle 17:30 davanti allo scantinato di via Montecuccoli. Buttata giù la porta, "tutto quello che potevamo trovare - dice il Questore di Roma Nicola Cavaliere - lo abbiamo trovato".
Nel covo di via Montecuccoli nessun militante avrebbe più rimesso piede dal 18 ottobre scorso. Lo dimostra il modo in cui il materiale è stato accatastato: un trasloco fatto in fretta.
Luciano Fioramonti"Il Corriere della sera"
IL RETROSCENA
Appunti con i movimenti della polizia E una lista con i collaboratori di Prodi
La prima nota è datata 29 agosto 1995, alcune riguardano la primavera 2001. Spostamenti delle volanti, scorte, uffici postali, il riferimento a un generale Nato
ROMA - Uno dei primi appunti porta la data del 29 agosto 1995, quando le Brigate rosse vivevano quasi esclusivamente nei pensieri di qualche detenuto "irriducibile" che dal carcere continuava a scrivere proclami di guerra. O almeno così si pensava, perché forse l'idea di riproporre il marchio con la stella a cinque punte era già nella mente di chi, quel giorno alle 8.20 del mattino, si mise al baracchino che intercettava i contatti della sala operativa della Questura di Roma con le macchine della polizia e annotò: "A tutti, piano antirapina; alle autoradio piano Beta, alle volanti piano Ancona, controlli auto e persone sospette". A quell'epoca le Br tacevano già da sette anni, mentre sulla scena della lotta armata erano comparsi i Nuclei comunisti combattenti, autori di due attentati dinamitardi nella capitale, nel '92 e nel '94. Sempre a Roma, nel febbraio '85, due personaggi sospetti erano stati arrestati mentre trafficavano con motorini e targhe false, dissero di considerarsi "prigionieri politici" nonché "militanti rivoluzionari". Oggi, nel deposito brigatista che custodiva l'archivio e parte dell'arsenale delle nuove Br riapparse nel '99 con l'omicidio di Massimo D'Antona, spuntano anche due bloc-notes vecchi di almeno otto anni con le trascrizioni dei contatti della polizia, quando a intercettare - presumibilmente - erano gli Ncc, che si proponevano di trasformarsi nella nuova leva delle Brigate rosse.
Nel blocco di appunti non ci sono solo le annotazioni sui movimenti e il modus operandi delle volanti. In un foglio risalente allo stesso periodo compare all'improvviso l'elenco degli "esperti" che stavano collaborando alla stesura del programma elettorale di Romano Prodi: "Adriano Bompiani - sicurezza sociale, Gianni Bonvicini - politica estera, Giovanni Maria Flick - giustizia", e via di seguito. Un'informazione acquisita e archiviata in mezzo ad altre mille, secondo l'antico stile brigatista tramandato negli anni. Il militante apprende, annota e mette da parte particolari che possono tornare utili chissà quando. Come quello trascritto una sera alle 23.46: "Saltuaria vigilanza al college Nato - c'è scritto, con riferimento all'edificio dell'Eur già oggetto di un attentato firmato dagli Ncc nel gennaio '94 -. Volanti fisse non ne ha...". Oppure si segnalano i movimenti della polizia intorno a indirizzi che potrebbero essere quelli di eventuali obiettivi da colpire: "Appia Antica 230, abitazione del generale Nato, saltuaria vigilanza, ore 23.55".
Nella sua attenzione quasi maniacale a ciò che viene comunicato via radio alle auto delle forze dell'ordine, il brigatista o aspirante tale riferisce che "gli uffici postali possono essere collegati ai Cc (o alla Ps); alla Ps, quando l'allarme viene ripristinato si spegne la luce rossa... Stazioni ferroviarie, metro, parchi pubblici e tutte le zone in cui la luminosità è scarsa, ogni auto faccia posti di controllo".
Il motivo per cui i brigatisti tentano di monitorare in maniera così capillare il controllo del territorio da parte delle forze di polizia è conoscere in anticipo quel che ci si può aspettare quando si va a compiere azioni, attentati o "espropri" che siano. Gli appunti traboccano di indicazioni sui movimenti intorno alle banche in tutta la città, trasmesse dalle Volanti: "Cariplo via del Babbuino allarme (falso)... B. dell'Etruria - presso la banca piazza Caduti della montagnola un giovane che staziona lì da lungo tempo che si scambia dei gesti con una Y10 che passa".
Il metodo di ascoltare e annotare è ancora attuale se è vero che a casa di Marco Mezzasalma, arrestato due mesi fa e considerato il capo del gruppo romano di neo-brigatisti, sono state trovate le trascrizioni delle intercettazioni sui contatti-radio a Firenze, la città dove le Br hanno effettuato due rapine di autofinanziamento, una fallita e una riuscita, tra la fine del 2002 e l'inizio del 2003. Tra le segnalazioni riportate sui bloc-notes ce ne sono alcune relative alla zona di piazza del Popolo che gli investigatori ritengono possano risalire alla primavera 2001, nel periodo in cui le stesse persone accusate di aver rifondato le Br avrebbero organizzato l'attentato firmato dai Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria alla sede dell'Istituto affari internazionali di via Brunetti, a pochi metri dalla piazza.
Del resto, nel deposito del Prenestino è stato trovato anche un telefonino dov'era scritto "e-mail Nipr del 24-4-01" e un altro contrassegnato da "rivendicazione Nipr 1". Come le vecchie Br, anche le nuove hanno seguito la regola di conservare tutto ciò che è possibile del materiale utilizzato o prodotto dalla "guerriglia in attività". Che ora è caduto in mano alla "controguerriglia"."Il Corriere della sera"
"E' in Toscana il covo con le armi dei due omicidi"
Si cerca la pistola con cui sono stati uccisi D'Antona e Biagi. Dossier dei terroristi su Scajola, Fassino, economisti e imprenditori
ROMA - Un altro covo, questa volta in Toscana, forse nei dintorni di Firenze, in cui sono custodite le armi utilizzate dai gruppi di fuoco che hanno ucciso Massimo D'Antona e Marco Biagi. Dopo la scoperta della cantina romana in via Montecuccoli, rivelatasi una miniera di informazioni per gli investigatori, ha ripreso vigore la caccia alla base nella quale, oltre a esserci la pistola servita per assassinare i due giuslavoristi, potrebbero nascondersi i brigatisti rossi che hanno scelto di darsi alla clandestinità, come Diana Blefari Melazzi, la donna di 35 anni legata al mondo dell'antagonismo che aveva affittato il seminterrato nella capitale. Un nuovo arresto potrebbe scattare nelle prossime ore: sotto controllo, alcune persone in stretto contatto con la Melazzi. Tra esse, l'uomo con cui ha una relazione.
PISANU - L'operazione di sabato - secondo gli esperti dell'antiterrorismo - ha inferto un colpo probabilmente letale all'organizzazione. Ai funzionari e alla squadra di agenti della Digos ribattezzati "Indiani" per la capacità di seguire tracce investigative in ogni situazione sono arrivati i ringraziamenti di molti esponenti politici. Il loro capo, Franco Gabrielli, è stato promosso questore "per meriti straordinari" e il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu ha riconosciuto come "la scoperta dell'ultimo covo delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente imprima una spinta decisiva alle indagini sugli omicidi del professor D'Antona e del professor Biagi e, più in generale, rafforza l'azione dello Stato contro il terrorismo interno".
LA PISTA TOSCANA - La Melazzi è scomparsa da due mesi. Il 18 ottobre, ha effettuato con Marco Mezzasalma il trasloco nella cantina al Prenestino del materiale portato via dall'altro covo di via Maia (dove hanno abitato Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi) e che era stato provvisoriamente sistemato nel deposito vicino al cimitero del Verano. Sei giorni dopo, Mezzasalma viene arrestato con altri sei presunti brigatisti (Cinzia Banelli e Roberto Morandi a Firenze) e lei scappa. In via Montecuccoli, i poliziotti hanno trovato "reperti" rubati in province della Toscana: targhe di motorini e auto, timbri di uffici pubblici, carte d'identità. "La sensazione è che a Roma sia stata trasferita solo una parte del materiale dell'organizzazione in quella regione", spiegano gli esperti dell'antiterrorismo avvalorando la tesi del covo in Toscana.
LE "SCHEDE" - Nel covo di Roma c'era anche un classificatore con articoli di giornali su numerosi personaggi. "Non servivano a "inchieste" su possibili "obiettivi" ma a tenersi informati sui temi ritenuti interessanti", precisano gli investigatori. Ma è certo che i brigatisti avessero raccolto molto materiale sull'ex ministro dell'Interno e attuale titolare del dicastero per l'Attuazione del Programma Claudio Scajola e sul segretario dei Ds Piero Fassino, su altri noti esponenti politici, su un economista e su alcuni imprenditori. Tra il materiale sequestrato, due maschere di Silvio Berlusconi e del premier francese Jacques Chirac usate dai terroristi per coprirsi il volto durante rapine per autofinanziamento. E poi, altre decine di targhe per scooter e macchine, divise di carabinieri e polizia, cellulari, scanner, floppy-disk, agende zeppe di nomi di battaglia e di numeri telefonici, stampanti, computer (uno servito per rivendicare a nome dei Nipr l'esplosione all'Istituto Affari Internazionali, a Roma, dell'aprile 2001), parrucche e baffi finti, una copia-giocattolo del mitragliatore M12, chiavi di appartamenti, di una Fiat "Panda" e di una "Vespa" blu (con tanto di etichetta per riconoscerle), addirittura un motorino pieghevole e una cyclette. E, ovviamente, le due bombe a mano, le munizioni, i detonatori e i 100 chili di esplosivo, forse lo stesso impiegato per altri attentati.
L'APPELLO - Ieri c'è stato un vertice in questura tra gli investigatori e i pm Franco Ionta e Pietro Saviotti per accelerare le verifiche. Il 1° gennaio entreranno in vigore le norme che, in nome della privacy, impongono la distruzione dei dati telefonici e di Internet dopo due anni e mezzo (adesso sono cinque anni). Le schede dei cellulari trovate sabato sono molte e potrebbero svelare interessanti collegamenti nel periodo dell'omicidio di D'Antona (20 maggio '99). Saviotti ha lanciato un appello a governo e Parlamento: "È necessario che i dati vengano conservati, nel rispetto della legge sulla privacy, e non distrutti. Se questa inchiesta ha avuto grandi risultati è anche grazie al fatto che i dati non erano stati cancellati". Immediata la replica del ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri: "L'allarmismo degli inquirenti è infondato. Come ben sanno importanti esponenti della magistratura, il governo sta predisponendo un decreto che consentirà di conservare i dati telefonici e non ne impedisca l'utilizzo nelle indagini per colpire mafia e terrorismo". Gasparri ha sottolineato che "la preoccupazione del governo affinché gli inquirenti possano disporre di tutte le più moderne tecnologie e di tutti i dati utili per sgominare la criminalità è forte. Stiamo agendo in questa direzione - ha ricordato il ministro - e chi sparge allarmismo commette un grave errore".
Flavio Haver22 dicembre 2003 - TERRORISMO: ARRESTATA DIANA BLEFARI MELAZZI
ANSA:
TERRORISMO: ARRESTATA DIANA BLEFARI MELOZZI
La digos ha arrestato sul litorale laziale Diana Blefari Melozzi, l'affittuaria del covo di via Montecuccoli.TERRORISMO: AFFITTUARIA COVO INDAGATA PER BANDA ARMATA
E' indagata per banda armata Diana Blefari Melazzi, l'affittuaria del covo delle Br di via Montecuccoli. Non e' escluso che la donna possa essere interrogata in giornata dai pm Franco Ionta e Pietro Saviotti.
Mentre gli investigatori hanno cominciato ad esaminare il materiale sequestrato nello scantinato del quartiere Prenestino, gli inquirenti hanno in programma, per domani, di sentire alcuni dei presunti br arrestati nello scorso ottobre, a cominciare da Marco Mezzasalma, in relazione al covo di via Montecuccoli.TERRORISMO: A REBIBBIA LA CUSTODE DELL'ULTIMO COVO BR
IN SILENZIO, FREDDA E DETERMINATA COME NADIA DESDEMONA LIOCE
di Silvana Logozzo
E' stata in silenzio per tutto il giorno negli uffici della Questura di Roma, non voleva mangiare ne' muoversi. Solo dopo molte ore Diana Blefari Melazzi, l'affittuaria del covo Br di via Montecuccoli, ha accettato di mandare giu' una crostatina e acqua.
Alle 17, uscendo nell'atrio della Questura, prima di essere portata nel carcere di Rebibbia, ha avuto uno scatto di nervi vedendo le telecamere e i flash dei fotografi puntati su di lei: si e' divincolata dalla stretta delle poliziotte che la tenevano per le braccia, si e' fermata e ha guardato verso i cronisti, vestita con una giacca a vento marrone, pantaloni scuri di velluto a coste, scarpe da ginnastica alte, capelli lunghi mossi e occhiali.
Diana Blefari Melazzi ha 35 anni e dalle 2 della notte scorsa non e' piu' una donna libera, ma una brigatista che occupa, secondo gli inquirenti, una posizione di preminenza nello schema strutturale dell'organizzazione. Quando gli agenti della Digos hanno bussato alla porta della villetta di Santa Marinella, in via Etruria 131, non ha risposto, anzi si e' nascosta in un armadio a muro tentando banalmente di sfuggire alla cattura.
Alla proprietaria aveva fornito il suo nome e la donna, che vive a Viterbo, dopo avere visto ieri nei telegiornali anche i fotogrammi ripresi dalle telecamere del deposito Easy box, e' andata in Questura: un colpo di fortuna che ha consentito di chiudere in velocita' il cerchio.
Con se' oggi Diana Blefari aveva solo uno zainetto, con dentro una felpa, scarponcini e dei libri. Di lei da' una descrizione Stefano Cuomo, il proprietario dell'edicola nei pressi di piazza Sempione dove la donna ha lavorato da fine luglio al 22 ottobre, tutti i giorni dalle 13 alle 17. Ne esce il ritratto di una persona precisa, seria, riservata, puntuale e soprattutto insospettabile. Una bella donna, che si vestiva in modo un po' maschile e conosceva bene il suo lavoro. Il 23 ottobre lo chiamo' di sera a casa per dirgli che non poteva proseguire il rapporto di lavoro perche' aveva problemi da risolvere.
Adesso i suoi movimenti a partire dal 24 ottobre, giorno dell'arresto di sette presunti brigatisti, sono al vaglio degli investigatori. Diana Blefari infatti ha preso in affitto la villetta di Santa Marinella solo poche settimane fa; adesso bisogna capire dove si e' rifugiata il giorno in cui ha precipitosamente lasciato il suo appartamento in via del Pigneto 28, senza portare con se' neppure il denaro, neppure lo stretto indispensabile per vestirsi, e fino alla data in cui si e' trasferita sul litorale romano.
Non solo: ci si chiede per quale motivo l'affittuaria dell'ultimo covo delle Brigate Rosse non sia scappata da Santa Marinella sabato, la sera stessa della scoperta dello scantinato di via Montecuccoli. Sono solo ipotesi, ma potrebbe non avere visto i telegiornali e quindi avere ignorato la notizia, oppure potrebbe avere pensato di non essere facilmente rintracciabile.
Con se' non aveva armi, ne' un telefono cellulare e in casa non c'era neppure uno fisso, ma alcune migliaia di euro impacchettate e sicuramente provenienti da rapine di autofinanziamento, oltre che sette carte d'identita' rubate e senza foto. Forse appartenenti allo stesso lotto rubato in Toscana e Lazio. Denaro e documenti sono adesso in mano alla polizia scientifica.
L'interrogatorio di garanzia davanti al gip Carmelita Russo dovrebbe essere fissato nelle prossime ore.TERRORISMO: DATRICE LAVORO, DIANA SCOMPARVE ALL'IMPROVVISO
LAVORO' PER UN ANNO ALL'EDICOLA DI VIA VAL D'OSSOLA
(di Emanuela De Crescenzo)
"Dopo un anno che lavorava qui scomparve all'improvviso. Una mattina di ottobre doveva aprire il negozio e invece non venne. Pensai subito che avesse avuto un incidente con la moto. Chiamai gli ospedali e il giorno dopo la sorella che si spavento' molto. Ma non seppi piu' niente. Rimasi sbigottita e con me tutti i negozianti del quartiere". Da quella mattina di ottobre Stefania Longhi, 44 anni, titolare di un negozio che vende i giornali in via Val D'Ossola, a circa 400 metri dall'edicola di piazza Sempione, non ha piu' saputo nulla di Diana Blefari Melazzi.
"Ha lavorato qui per un anno - racconta la donna, che usa soltanto aggettivi positivi per descrivere la presunta terrorista - sul lavoro era impeccabile, precisa di massima fiducia, gestiva anche la cassa e non c'e' stato mai un problema, ne' mi sono mai accorta di strani movimenti nel negozio. Della sua vita privata pero' non so nulla".
Diana apriva il negozio o alle 5,30 e rimaneva fino alle 9,30 oppure arrivata alle 9,30 e vi rimaneva per 4 ore. "Fu una mia amica - spiega la titolare - a presentarmela. La conosceva perche' avevano frequentato insieme l'universita' qui a Roma, ma non ricordo quale facolta' ".
"Il primo mese - aggiunge l'edicolante - abbiamo fatto un turno insieme poiche' lei non aveva mai lavorato in una edicola, anche se era gia' stata a contatto con il pubblico. Credo avesse lavorato in un pub. Non parlavamo mai di politica, semmai del traffico, veniva con la moto e piu' raramente con una utilitaria. Non ho mai visto nessun suo amico nel negozio, e non l' ho mai sentita nemmeno fare una telefonata. Teneva il cellulare quasi sempre spento. Era una persona molto riservata, mi aveva soltanto detto che viveva al Pigneto".
Secondo Stefania Longhi la presunta brigatista "non sembrava ne' triste ne' allegra. Qualche volta facevo qualche battuta e la facevo ridere, ma perche' con me tutti ridono. L'unica cosa strana e' stata la sua sparizione". La titolare dell'edicola non ricorda di averla vista preoccupata nei giorni precedenti la sua scomparsa. "Mi sembrava come al solito, normale. Quando mi accorsi che non aveva aperto il negozio - aggiunge - cominciai a cercarla a casa, la chiamai al cellulare. Ma non rispose mai. Cosi' passai al setaccio i pronto soccorso. Ma anche li' niente. Il giorno dopo chiamai la sorella, lei non seppe darmi alcuna spiegazione, anzi si spavento' molto, ma da allora non ne seppi piu' niente. Insomma, sul lavoro era perfetta, ma della sua vita privata non so nulla".TERRORISMO: DIANA DIEDE NOME FALSO A PROPRIETARI VILLA
L' affittuaria del covo delle Br, trovato in via Montecuccoli, ha fornito un nome falso ai proprietari della villetta sul litorale laziale in cui e' stata trovata alle prime ore del mattino. La donna aveva con se' sette carte d' identita' senza foto intestate a nomi diversi.TERRORISMO: DIANA, UN COMPORTAMENTO TIPICO DA BRIGATISTA
Distaccata, silenziosa, Diana Blefari Melazzi ha reagito all' irruzione degli agenti della Digos nella villetta di Santa Marinella dove si era rifugiata senza alcuna emozione apparente. Un comportamento che gli inquirenti definiscono tipico dei brigatisti, un comportamento gia' visto in altre occasioni e anche in altri anni.
La donna non ha aperto la porta quando gli agenti hanno bussato e per questo motivo la Digos e' entrata con la forza. Al momento Diana Blefari Melazzi e' ancora in questura dove intanto sono rientrati il questore Nicola Cavaliere, e il capo della Digos Franco Gabrielli e il vice questore Lamberto Giannini. Si attendono le decisioni dei pm, titolari dell'inchiesta.TERRORISMO: DONNA NON ERA ARMATA E HA CERCATO DI NASCONDERSI
Diana Blefari Melazzi non era armata e ha cercato di nascondersi quando la polizia ha fatto irruzione nella villetta .
Il blitz e' scattato in nottata. Agenti della Digos con la collaborazione della squadra mobile di Viterbo, hanno bussato alla porta ma non hanno avuto alcuna risposta. La porta e' stata quindi abbattuta e poco dopo la donna e' stata trovata nascosta dietro una parete.
Diana Blefari Melazzi non ha detto nulla agli agenti assumendo un atteggiamento freddo - e' stato fatto notare - simile a quello di Nadia Desdemona Lioce. Nella villetta a schiera dove e' stata catturata la donna era arrivata da pochi giorni.TERRORISMO:EDICOLANTE,DIANA SERIA,RISERVATA E INSOSPETTABILE
IL 22 OTTOBRE DISSE 'NON POSSO CONTINUARE, HO ALTRI PROBLEMI'
Precisa, seria, riservata, puntuale e soprattutto insospettabile. Cosi' Diana Blefari Melazzi, la presunta terrorista arrestata oggi in una villetta sul litorale laziale, viene descritta da Stefano Cuomo, proprietario dell' edicola a pochi passi da Piazza Sempione, dove ha lavorato da fine luglio al 22 ottobre tutti i giorni dalle 13 alle 17.
"Una bella donna, capelli lunghi neri, magra, tratti tipicamente del sud - dice Cuomo, lontano parente del governatore americano anche lui di Sorrento - peccato che si vestisse in modo molto maschile, come le ragazze che frequentano i centri sociali. Veniva tutti i giorni al lavoro con una moto di grossa cilindrata, credo una 350 enduro. Dimostrava una trentina d'anni".
L'edicolante non ha mai notato nulla di strano nel comportamento di Diana Blefari: "Di politica - spiega - non abbiamo mai parlato. Posso dire che conosceva molto bene il suo lavoro. A presentarmela a fine luglio e' stato un trasportatore di giornali. Lei lavorava per 3-4 ore al giorno in una edicola non lontano da qui e voleva integrare lo stipendio facendo un part-time. L'ho presa per un periodo di prova ma quasi allo scadere dei 3 mesi il 22 o il 23 ottobre mi chiamo' alle 21 casa e mi disse: 'Mi spiace non posso proseguire questo rapporto di lavoro, ho altri problemi da risolvere, ti spieghero' meglio'. Ma da allora non ho piu' avuto notizie di Diana".
Quando ricevette la telefonata l'edicolante si arrabbio' molto: "L'indomani dovevamo fare con mia moglie una gita a Sorrento - precisa - che salto' proprio per causa di Diana".
Le occasioni di dialogo con la presunta terrorista, spiega Cuomo, sono state poche: "Facevamo i turni e quindi ci davamo il cambio e ci limitavamo a scambiarci le consegne. Una volta le chiesi se fosse sposata e mi disse che aveva un compagno. E solo ora ho scoperto chi e'. Un'altra volta mi spiego' che abitava al Pigneto, ma non con i suoi, e che il padre viveva in un 'altra zona della citta'. Della madre non mi parlo', non so se e' morta o che altro".
L'edicolante, 57 anni, padre di due ragazzi, e' furente con i mass media ed ha annunciato di essersi rivolto al suo avvocato per presentare querele. Qualche quotidiano ha scritto - sostiene - che mia figlia di 30 anni, che e' la titolare dell'edicola, e' la sorella minore di Diana. Oggi per paura della possibile reazione di qualche pazzo non l'ho fatta venire a lavorare. Qualche altro giornale ha scritto che l'edicola e' di proprieta' dei genitori di Diana. Insomma, abbiamo avuto un danno di immagine enorme. E' da stamani che c'e' un viavai di clientela e gente del quartiere che viene qui per farmi domande. In realta' qui Diana e' stata solo una meteora".TERRORISMO: GIP; BLEFARI PERSONAGGIO DI SPICCO DELLE BR
NELL' ORDINANZA IL RUOLO E LE ACCUSE CONTESTATE ALLA DONNA
di Francesco Tamburro
Non un ruolo marginale all'interno delle Brigate Rosse, ma una "posizione di preminenza nello schema strutturale dell'organizzazione essendole stato affidato un compito essenziale per assicurarne la vita e l'efficienza". E' un profilo 'pesante' quello che il gip Carmelita Russo tratteggia di Diana Blefari Melazzi nell'ordinanza di custodia in carcere emessa oggi nei confronti della donna accusata di aver fatto, insieme con Marco Mezzasalma, il trasloco di documenti, di esplosivo ed altro materiale Br nello scantinato di via Montecuccoli.
Un luogo, quest'ultimo, che Mezzasalma, considerato il capo della colonna romana delle Br, aveva ritenuto piu' sicuro - scrive il gip nell'ordinanza - alla luce dell'arresto di Nadia Desdemona Lioce, dopo il precedente spostamento di archivio ed arsenale dal rifugio di via Maia nel deposito della societa' "Easy box". E chi poteva dedicarsi ad un'operazione di occultamento cosi' delicata se non un soggetto determinante e "consapevole della natura del materiale" trasportato? Una posizione di rilievo, quella della donna, tra l'altro locataria della cantina del Prenestino, confermata anche "dall'abbondante materiale documentale ed informatico - si legge nell'ordinanza di custodia di sei pagine - sequestrato nell'abitazione di quest'ultima ed in particolare un documento di organizzazione intitolato 'impostazione del riadeguamento politico - organizzativo alle nuove condizioni dell'Organizzazione' identico a quello sequestrato nell'abitazione di Mezzasalma".
Determinante poi, per l'emissione della misura restrittiva, anche il riconoscimento della donna attraverso l'esame delle immagini riprese dal sistema a circuito chiuso dell' "Easy box". Immagini - scrive il gip Russo nell'ordinanza - perfettamente "sovrapponibili a quella della Blefari riprodotta in una foto scattata all'interno dell'edicola dalla stessa gestita". Associazione sovversiva con finalita' di terrorismo, in relazione all'attivita' della banda armata, e detenzione di esplosivo i reati contestati alla Blefari nell'ordinanza di custodia integrata anche dal provvedimento del 27 ottobre scorso, quello emesso dallo stesso gip Russo nei confronti di altri sette presunti brigatisti.
L'ulteriore esigenza della custodia in carcere e' inoltre subordinata, per il gip, non solo dal pericolo di reiterazione del reato, ma anche e soprattutto da quello di fuga visto che aveva scelto la strada della clandestinita'. Si tratta, infatti, di "persona organicamente inserita in un sodalizio criminale - e' scritto nell'ordinanza - che dispone di consistenti appoggi e strumenti logistici. Tenuto anche conto che l'indagata ha gia' posto in essere un tentativo di fuga abbandonando precipitosamente la propria abitazione verosimilmente a seguito dell'arresto di Mezzasalma e di altri appartenenti alle Br-pcc. Il che, peraltro, lascia presumere che avesse gia' posto in essere una scelta di clandestinita'; ipotesi avvalorata anche dal materiale e dal denaro di cui e' stata trovata in possesso, nonche' della lettera sequestrata presso l'abitazione del padre (indirizzata alla sorella Alessandra) con la quale comunica ai congiunti di essersi licenziata dal lavoro e di avere lasciato il proprio appartamento con la raccomandazione di stare alla larga da tale luogo".TERRORISMO: GIP,IN CASA BLEFARI STESSO APPUNTO DI MEZZASALMA
Durante la perquisizione nell'appartamento di Diana Blefari Melazzi e' stato sequestrato materiale documentale ed informatico, in particolare, un documento di organizzazione intitolato "impostazione del riadeguamento politico-organizzativo alle nuove condizioni dell' O." identico a quello sequestrato nell'abitazione di Marco Mezzasalma nel corso delle operazioni di fermo. E' quanto emerge dall' ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Carmelita Russo.
Si tratta di un ulteriore particolare, per il gip, che conferma il ruolo e la partecipazione dell' indagata all' attivita' delle Brigate Rosse tanto che l'ordinanza e' integrata da quella emessa il 27 ottobre scorso nei confronti degli altri 7 presunti Br. Alla base della misura restrittiva i pericoli di reiterazione del reato e di fuga da parte dell' indagata.
Nella stessa ordinanza si ripercorrono le fasi cruciali che hanno portato alla identificazione della Blefari: in particolare si ricorda che Mezzasalma, dopo aver affittato un immobile nel deposito della societa' 'Easy Box' di Roma, aveva effettuato un ulteriore spostamento in un posto ritenuto piu' sicuro. Attraverso l'impianto di video-sorveglianza installato nella societa' - e' scritto nell' ordinanza - "e' stata documentata l'attivita' di prelievo e trasporto di numerosi scatoloni da parte di Mezzasalma e di una giovane donna". Sono state quindi estrapolate le immagini dalle telecamere e tre testimoni hanno riconosciuto nella Blefari la donna ripresa dalle telecamere. Tra l'altro, l'immagine femminile videoregistrata e' perfettamente sovrapponibile a quella della Blefari riprodotta in una foto scattata all'interno dell' edicola gestita dalla donna. Secondo il gip l'indagata ha provveduto, con Mezzasalma, al trasporto di beni strumentali e di archivio dell'organizzazione e alla scelta dei luoghi di occultamento. Era inoltre l'affittuaria della cantina di via Montecuccoli e quindi gestiva l'alloggio destinato a base ed aveva la disponibilita' di quanto in esso collocato. E' percio' "impensabile che non fosse consapevole -si legge ancora nel provvedimento del gip -della natura del materiale sequestrato, tenuto anche conto che, l'operazione complessiva, per i rischi che comportava, non avrebbe potuto essere affidata a soggetto ignaro e come tale esposto a comportamenti avventati che avrebbero posto a repentaglio la sopravvivenza dell' organizzazione". A cio' -scrive ancora il Gip motivando le esigenze della custodia cautelare in carcere -si aggiunge quale "elemento insuscettibile di equivoci il sequestro del documento di