Almanacco dei misteri d' Italia

 
Terrorismo ed estremismo di sinistra
giugno 2003
4 giugno 2003 - BIAGI: INDAGATO PERSICHETTI
"Il Manifesto"
Omicidio Biagi, indagato l'ex Br Persichetti
Estradato dalla Francia nel 2002, è da tempo nel mirino della procura bolognese. Colpa dello zainetto
A. MAN.
Il pm di Bologna Paolo Giovagnoli ha disposto l'iscrizione di Paolo Persichetti nel registro degli indagati per l'omicidio del professor Marco Biagi, ucciso a Bologna dalle nuove Br il 19 marzo del 2002. E ha deciso di sequestrare la borsa a tracolla che l'ex brigatista delle Ucc aveva con sé al momento dell'arresto, il 25 agosto del 2002 a Parigi. Secondo una testimone, infatti, uno degli uomini presumibilmente appostati sotto casa di Biagi, qualche giorno prima del delitto, avrebbe avuto sulle spalle uno zainetto che gli somiglia. La procura di Bologna ha anche disposto un nuovo sequestro della borsa, restituita pochi giorni fa a Persichetti dal giudice per le indagini preliminari di Roma. Nell'indagine sul secondo omicidio delle nuove Br, finora l'unica inquisita era Nadia Lioce, che venne arrestata il 2 marzo scorso dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze e da allora rivendica tutto dal carcere. E ora c'è anche il nome di Persichetti, romano di 40 anni, rinchiuso da nove mesi nel carcere viterbese Mammagialla dove sconta i sedici anni che gli rimangono (era stato condannato nel `93 per appartenenza all'Unione dei comunisti combattenti, responsabile tra l'altro dell'omicidio del generale Licio Giorgieri nell'87). Formalmente, l'estradizione di Persichetti dipendeva da quella condanna da scontare. La Francia, come si ricorderà, di punto in bianco aveva messo fine a vent'anni di benevola ospitalità nei confronti dei "fuoriusciti", eseguendo un decreto firmato nel `95 e rimasto da allora nel cassetto. Una volta finito in carcere, però, l'ex brigatista ha scoperto a poco a poco di non essere considerato un "ex". Sul Corriere della sera del 20 maggio Giovanni Bianconi ha parlato di "indagine occulta" sul suo conto, e da ieri l'indagine non è più occulta. Su Persichetti la procura di Bologna lavora da tempo, almeno dalla primavera-estate 2002 i suoi scritti sono studiati e analizzati dai carabinieri e dal gruppo di lavoro della polizia che lavora a Bologna sul caso Biagi. Poco importa che Persichetti, a Parigi, vivesse alla luce del sole e anche di più, insegnando sociologia politica all'università di Saint Denis. Poco importa che abbia dichiarato in mille occasioni, pubblicamente, il suo distacco dall'esperienza brigatista, la cui conclusione è stata peraltro sancita da tutti gli ex appartenenti alle Br-Ucc. Poco importa che con le Br-Pcc, alle quali si richiamano le nuove Br che hanno sparato a Massimo D'Antona (20 maggio `99) e a Marco Biagi (19 marzo 2002), non abbia avuto mai nulla a che fare.
Sul tavolo del pm Giovagnoli c'è la deposizione di una testimone bolognese, riascoltata dai carabinieri tra il settembre e il novembre 2002, che ha rilevato un'"impressionante somiglianza" tra la sua immagine pubblicata dopo l'arresto e le sembianze dell'uomo visto sotto casa Biagi, per ben tre volte, giovedì 14 marzo, domenica 17 e lunedì 18. La descrizione fatta a suo tempo non corrisponde granché all'ex "fuoriuscito". E così è entrata in campo la borsa: i carabinieri hanno organizzato una prova mettendo su un tavolo quattro oggetti simili, tra i quali la tracolla di Persichetti. La teste, con qualche esitazione, ha indicato proprio quella. Eppure la stessa donna, ascoltata la prima volta, aveva parlato di un uomo "con uno zainetto color camoscio", mentre la borsa porta-computer di Persichetti non è uno zaino e soprattutto è blu. Accanto alla borsa da riconoscere, i carabinieri hanno messo uno zaino nero, scartato per forza dalla teste perché "troppo scuro".
Il pm Giovagnoli sa benissimo di non avere elementi per sostenere che Persichetti fosse a Bologna nei giorni indicati, anche perché le stesse agende sequestrate a Roma contengono indicazioni precise circa gli impegni, molti dei quali tuttora verificabili, che aveva a Parigi: una volta faceva lezione all'università, un'altra volta partecipava a un incontro pubblico con Gianni Vattimo e altri... E infatti Giovagnoli, il 12 febbraio scorso, aveva interrrogato Persichetti come "persona informata dei fatti" e non come indagato, in assenza del suo avvocato Francesco Romeo e guardandosi bene dal contestargli qualcosa. Allo zainetto, però, Giovagnoli non vuole rinunciare. E così, dopo il dissequestro disposto dal giudice di Roma, l'ha risequestrato, sostenendo che anche la sua iscrizione a registro sarebbe "un atto dovuto". "Non è così, la legge consente il sequestro a carico di chiunque", sottolinea l'avvocato Romeo. Perichetti avrà modo di difendersi dalle accuse davanti al tribunale del riesame, al quale Romeo chiederà la revoca del sequestro. Intanto, però, svanisce per lui la speranza di accedere a breve ai primi permessi per uscire dal carcere. Un risultato, con "l'indagine occulta" è stato ottenuto

4 giugno 2003 - D'ANTONA: LIOCE; MOTIVAZIONI RIESAME
ANSA
Non ci sono prove sufficienti per affermare che Nadia Desdemona Lioce abbia preso parte in qualche modo all' attentato contro Massimo D'Antona, ucciso in via Salaria il 20 maggio del 1999. E' questa, nella sostanza, una delle ragioni che ha indotto i giudici del Tribunale del Riesame di Roma a revocare l'ordinanza di custodia cautelare per la brigatista (gia' detenuta in seguito alla sparatoria del 2 marzo scorso in cui persero la vita un poliziotto e il brigatista Mario Galesi) chiesta dalla Procura di Roma. In una motivazione di dieci pagine, il Tribunale del Riesame, presieduto da Giancarlo Millo, spiega le ragioni per le quali sostanzialmente sono state accolte le osservazioni di Attilio Baccioli, difensore della Lioce.
Il documento e' stato depositato ieri pomeriggio ed e' ora all'esame dei pm titolari dell'inchiesta, Franco Ionta, e Pietro Saviotti, che devono valutare se presentare ricorso in Cassazione.
Il 7 maggio scorso il Tribunale del Riesame aveva dichiarato nulla la parte dell'ordinanza di custodia cautelare nella quale si contestava il reato di concorso nell'attentato a Massimo D' Antona e anche la parte del provvedimento emesso il mese prima dal gip Maria Teresa Covatta nel quale si contestavano il possesso di un'arma e il concorso nel furto dei furgoni usati dalle Br in via Salaria il 20 maggio 1999.
Secondo il difensore della Lioce, gli elementi dell'accusa erano da considerarsi inconsistenti. In particolare per Baccioli, la donna ripresa il giorno precedente all'agguato dalla telecamera in una banca in via Salaria non era la sua assistita poiche', tra l'altro - come ha sostenuto davanti ai giudici - la scoliosi di cui ha sofferto la terrorista le impedirebbe di muovere il braccio come fa, invece, la persona ripresa dalla telecamera. Anche la dimensione del bacino della donna che appare nel filmato e' diverso, per l'avvocato, da quello della Lioce.

4 giugno 2003 - BIAGI: TESTE DOVRA' RICONOSCERE PERSICHETTI DAL VIVO
ANSA
Deriva dal nuovo sequestro dello zainetto - che e' stato riconosciuto da un testimone - e dall' ipotesi di una ricognizione personale davanti ad un Gip, la decisione della Procura di Bologna - come riportato da notizie di stampa - di iscrivere sul registro degli indagati per l' omicidio del professor Marco Biagi l'ex brigatista Paolo Persichetti, gia' in carcere per la condanna dell' assassinio del generale Giorgieri.
Lo zainetto, che era stato trovato addosso a Persichetti al momento dell' arresto il 25 agosto dello scorso anno da parte della polizia francese, era gia' stato nelle mani degli investigatori bolognesi, ma il 30 maggio scorso era stato restituito per ordine del Gip di Roma, su richiesta dell' avvocato Francesco Romeo, legale di Persichetti.
In effetti - ha spiegato un inquirente - lo zainetto, che era stato sequestrato in un primo momento su richiesta della Procura di Roma, era poi stato 'passato' dagli investigatori romani a quelli bolognesi, nell' ambito delle indagini sull' omicidio del professor Biagi: un testimone aveva raccontato ai carabinieri di riconoscere quello zainetto come l'oggetto portato da un uomo, poi riconosciuto come Persichetti, visto il 14, il 17 e il 18 marzo 2002 in via Valdonica, dove abitava il giuslavorista.
Alla richiesta di dissequestro da parte del difensore, il Gip di Bologna si era dichiarato incompetente e poi era stato il collega della capitale a restituire lo zaino. Cosi' il Pm Paolo Giovagnoli, primo titolare dell' inchiesta sull' omicidio del professor Biagi, ha deciso un nuovo provvedimento di sequestro dello zainetto, ritenendolo utile ai fini investigativi. Quasi contestualmente e' stata decisa l'iscrizione nel registro degli indagati.
Secondo quanto si e' appreso, l'intenzione degli inquirenti sarebbe quella di fare un incidente probatorio per la ricognizione personale di Persichetti da parte del testimone: in pratica, davanti a un giudice, il teste dovrebbe riconoscere per la prima volta di persona l'ex brigatista, finora indicato agli investigatori solo facendo riferimento a foto segnaletiche o apparse sui giornali. Ovviamente l'eventuale ricognizione personale avrebbe un peso probatorio maggiore, fatta seguendo le modalita' dell' articolo 212 del codice di Procedura Penale: Persichetti infatti dovrebbe essere riconosciuto, fra almeno altri due soggetti a lui somiglianti e similmente vestiti, insomma un confronto all' americana.
Intanto, la Procura di Bologna ha dato incarico a polizia e carabinieri di controllare gli alibi forniti da Persichetti per quei giorni di marzo del 2002 in cui il testimone lo colloca sotto casa del professor Biagi: l'ex brigatista infatti aveva subito raccontato al magistrato che in quei giorni si trovava a Parigi, dove e' stato in tutti questi anni. Una versione ripetuta anche dall' avvocato Romeo durante l'udienza di dissequestro dello zainetto davanti al Gip.

"Daremo prove inconfutabili circa la presenza di Persichetti a Parigi in quei giorni di marzo 2002". Con una nota l' avv. Francesco Romeo ha commentato l' iscrizione da parte della Procura di Bologna dell' ex brigatista sul registro degli indagati per l' omicidio del professor Marco Biagi.
Il difensore di Persichetti ha poi sottolineato "il carattere vessatorio e pretestuoso di un tale modo di agire", dopo "che ben due decisioni di autorita' giudiziarie sfavorevoli per gli inquirenti, avevano entrambi censurato la detenzione illegittima dell' oggetto (lo zainetto, ndr) da parte degli investigatori". Secondo il legale, "per ammissione dello stesso Ufficio della pubblica accusa, infatti, i medesimi elementi investigativi che oggi hanno determinato l' iscrizione di Persichetti fino a pochi giorni fa erano 'solo indizi lievi' che non giustificavano l' assunzione della qualita' di indagato".
L' avv. Romeo ha anche commentato l' ipotesi di una ricognizione personale di Persichetti da parte del testimone che ha riferito agli investigatori di aver riconosciuto l' ex br sotto casa del professor Biagi in tre giorni del marzo 2002, prima che il 19 il giuslavorista fosse assassinato: "La Procura di Bologna annuncia, ora, una richiesta di incidente probatorio per procedere a una ricognizione personale, ma si porra' a questo punto un problema di qualita' e di validita' della prova, sia per come e' stata eseguita l' individuazione fotografica allora, sia per il fatto che in questi giorni sono state nuovamente diffuse le immagini di Persichetti che contribuiscono, ulteriormente, a distorcere e alterare la memoria del teste. Circostanza - ha sottolineato ancora il legale - gia' verificatasi con l' individuazione dello zainetto: a marzo 2002 descritto di color camoscio, e a novembre 2002 riconosciuto di colore blu. Vi e' inoltre un altro testimone che non ha riconosciuto Persichetti".

5 giugno 2003 - BIAGI: PERSICHETTI, CON QUESTA STORIA NON C' ENTRO
ANSA
Sono incredulo, stupito e arrabbiato, perche' con questa storia io non c' entro nulla.
Sono le prime parole - secondo quanto riferito dall' avv. Francesco Romeo, suo difensore - uscite dalla bocca di Paolo Persichetti alla notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati per l' omicidio del professor Marco Biagi.
"Ha l' incredulita' - ha spiegato il legale - di chi e' tirato dentro una storia nella quale non c' entra nulla. Anche nel marzo scorso Persichetti ha fatto la vita che da anni conduceva a Parigi, fra incontri e lezioni all' universita'. Mai avrebbe messo piede in Italia: l' avrebbero arrestato immediatamente", per via della condanna definitiva per l' omicidio del generale Licio Giorgieri.
Intanto l' avv. Romeo sta mettendo a punto la difesa in vista dell' udienza al Tribunale del Riesame, cui fara' ricorso in seguito al provvedimento di sequestro dello zainetto deciso dal Pm Paolo Giovagnoli, primo titolare dell' inchiesta sull' assassinio del giuslavorista. Lo zainetto, sequestrato a Persichetti al momento dell' arresto, nell' agosto scorso, era stato riconosciuto da un supertestimone come molto simile a quello portato dall' uomo visto sotto casa del professor Biagi nei giorni precedenti l' omicidio. Il legale sta anche compilando una lista di testimoni, in grado di provare che Persichetti, in quei giorni di marzo, "compresi quelli in cui il supertestimone l' avrebbe visto nel centro di Bologna", era a Parigi. Come sempre. Vorrei precisare - ha continuato il difensore - che in quella lista di testi non c' e' e non ci sara' il nome di Gianni Vattimo. E' vero che quest' ultimo era alla manifestazione fatta a Parigi il 16 marzo 2002, come tante altre personalita' della cultura, ma non lo abbiamo indicato fra quelli che dovranno dimostrare la presenza di Persichetti nella capitale francese".
Romeo ha poi riferito che il 14 marzo dello scorso anno Persichetti tenne una lezione di sociologia politica all' universita'. Il legale ha spiegato di avere altri riscontri precisi anche per domenica 17 e lunedi' 18, giorni nei quali il supertestimone ha indicato la presenza di un uomo somigliante a Persichetti in via Valdonica: e proprio li', sotto casa, il professore sara' assassinato la sera del 19. "In ogni caso dimostreremo - ha ribadito l' avvocato - che Persichetti in quei giorni e' sempre stato a Parigi. E mai - ha ripetuto - e' venuto in Italia, sarebbe stata una follia".
Un ragionamento che non ha pero' il valore delle testimonianze, sia dell' accusa che della difesa: "Anche Mario Galesi e Nadia Lioce sapevano di essere ricercati - ha commentato un investigatore - ma se ne andavano in giro. Armati".

5 giugno 2003 - D'ANTONA: LIOCE; PROCURA ROMA RICORRE IN CASSAZIONE
ANSA
La Procura di Roma depositera' entro oggi in Cassazione un ricorso contro la decisione del Tribunale del riesame di Roma che nei giorni scorsi aveva annullato l' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Nadia Desdemona Lioce in relazione al reato di concorso nell'attentato a Massimo D'Antona.
I Pm Franco Ionta e Pietro Saviotti, che firmano il ricorso alla Suprema Corte, "denunciano l'illogicita' e la carenza di motivazioni", e contestano "la lettura degli indizi che fa il Tribunale del riesame, poiche' alcuni non li considera e altri li valuta in modo non convincente".
Proprio ieri si era appreso che al Tribunale del riesame, presieduto da Giancarlo Millo, aveva depositato le motivazioni della decisione presa il 7 maggio scorso. I giudici avevano annullato anche la parte del provvedimento emesso in aprile dal Gip Maria Teresa Covatta nel quale si contestavano alla Lioce il possesso di un'arma e il concorso nel furto dei furgoni usati dalla Brigate Rosse in via Salaria il 20 maggio del 1999, giorno dell'attentato a D'Antona.

Il documento di rivendicazione redatto da Nadia Desdemona Lioce poche ore prima di essere sentita dopo la sparatoria del 2 marzo scorso sul treno Roma-Firenze? Non costituisce la prova di una partecipazione della Br all' omicidio di Massimo D' Antona. La donna ripresa dalla telecamera di una banca di via Po? Nessun elemento certo che si tratti della Lioce. Sono alcune delle considerazioni contenute nelle motivazioni del tribunale del riesame in merito alla revoca, disposta il 7 maggio scorso, dell' ordinanza di custodia cautelare emessa dalla magistratura romana nei confronti della Lioce per concorso nell' omicidio del giuslavorista, avvenuto il 20 maggio 1999 in via Salaria.
"Il documento redatto dalla Lioce - scrive il collegio presieduto da Giancarlo Millo - non si qualifica come dato indiziante. Trattasi di documento che testimonia l' identita' della Lioce quale appartenente al movimento terroristico Br e, in tale veste, ella si identifica 'politicamente' nell' attivita' rivoluzionaria dell' organizzazione". Non solo, per i giudici, sul piano della prova penale "quel documento non determina la riconoscibilita' del fatto criminoso (D' Antona),l'
aver cioe' agito materialmente" in via Salaria. Quanto alle immagini riprese dalla telecamera, scrive il tribunale, non "e' possibile rilevare particolari anatomici facciali che permettano di giungere ad un giudizio positivo di comparazione. Si riscontrano comunque alcuni particolari simili", ma privi di valenza probatoria.

5 giugno 2003 - ANGELOSANTO (EX ROS) SU INIZIATIVA COMUNISTA
ANSA
Sono stati i contatti tra alcuni militanti di Iniziativa Comunista e persone appartenenti all' area eversiva di sinistra o ex brigatisti a condurre le indagini partite dopo l'omicidio di Massimo D'Antona agli otto di Ic imputati di associazione sovversiva perche' ritenuti fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Lo ha sostenuto oggi, nel corso dell'udienza preliminare che riguarda gli otto militanti di Iniziativa Comunista arrestati il 3 maggio 2001, l'ex capo del Ros Pasquale Angelosanto, che e' stato convocato come teste per spiegare per quale motivo ha sostenuto davanti ai Pm di Perugia che Iniziativa Comunista sono le nuove Br.
Angelosanto, stando a quanto si e' appreso, avrebbe riferito di alcuni incontri tra Luca Ricaldone (uno degli imputati) e Roberto Zarra, il quale fu denunciato insieme con Mario Galesi (rimasto ucciso nella sparatoria del 2 marzo scorso sul treno Roma-Firenze) per porto d'armi. Gli incontri sarebbero avvenuti successivamente all'omicidio di Massimo D'Antona.
Un altro episodio sarebbe stato ricordato dall'ex capo del Ros e riguarda la partecipazione del brigatista Fausto Venditti ad una festa organizzata da Iniziativa Comunista. Altri particolari sarebbero stati riferiti nel corso dell'udienza preliminare che si tiene a porte chiuse e da cui i giornalisti sono esclusi, come prevede la procedura.
L'audizione e' durata per circa tre ore e mezzo e proseguira' l'8 luglio prossimo.
Gli otto imputati che devono rispondere di associazione sovversiva sono: Roberto Natali, ritenuto dagli inquirenti il leader dell'organizzazione; la sorella Sabrina, Barbara Battista, Rita Casillo, Stefano De Francesco, Raffaele Palermo, Franco Gennaro e Luca Ricaldone.
Proprio Ricaldone fu seguito a Milano dai carabinieri del Ros e individuato, stando a quanto emerge dal rapporto dei carabinieri, nella metropolitana di Milano mentre incontrava il brigatista Nicola Bortone. Quest'ultimo fu individuato in Svizzera lo scorso anno, arrestato ed estradato in Italia; egli stesso al momento dell'arresto si dichiaro' prigioniero politico.
Nelle prossime udienze Angelosanto continuera' a deporre per spiegare quali elementi lo abbiano indotto a ritenere che i militanti di Iniziativa comunista siano le nuove Br.

5 giugno 2003 - BIAGI: TRIBUNALE RIESAME BOLOGNA DECIDERA' SU LIOCE
ANSA
Lunedi' mattina il Tribunale del Riesame di Bologna decidera' se Nadia Desdemona Lioce deve restare o meno in carcere perche' sospettata di aver preso parte all' omicidio del professor Marco Biagi. E' probabile che i giudici si riservino, e quindi la decisione potrebbe arrivare qualche giorno dopo, ma comunque entro sabato (il termine e' di 10 giorni dal deposito degli atti, avvenuto ieri).
I giudici discuteranno il ricorso presentato dall' avv. Attilio Baccioli, legale della brigatista, contro l' ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip Gabriella Castore su richiesta della Procura bolognese. "Qui si trova sempre meno - aveva commentato il legale alla fine di maggio, quando ando' a Bologna per consultare le carte - I riconoscimenti della Lioce sono fantomatici. In tutti i riconoscimenti della Lioce non c' e' un teste che descrive con chiarezza la fisionomia. Qui si dice che hanno fatto vedere 288 foto e il teste indica quella. Peccato che poi non ricordi il colore dei capelli e altri dettagli sulla fisionomia. Si tratta di riconoscimenti molto condizionati. Certo che i magistrati dovevano verificare l' attendibilita' di queste testimonianze".
Sul fatto poi che un ricercatore dell' Universita' di Modena avrebbe riconosciuto nella Lioce la donna che nel febbraio scorso ando' in facolta' a chiedere informazioni sul prof. Michele Tiraboschi, successore alla cattedra di Biagi, Baccioli disse che "se e' implicata nell' omicidio Biagi non va di certo a mettere piede all' Universita' di Modena, non va a farsi vedere. Lioce e gli altri si sono sempre comportati con cautela".

6 luglio 2003 - PISANU: CONTIGUITA' TRA UCCISIONI BIAGI-D'ANTONA E MINACCE ALLA CISL
"Il Corriere della sera"
Il ministro dell'Interno: c'è una contiguità tra gli assassinii di Biagi e D'Antona e le aggressioni. "Un disegno eversivo per rompere l'unità sindacale"
"Attacchi alla Cisl, continuità operativa con le Br"
Relazione di Pisanu alla Camera. Scorta ai dirigenti nazionali, servizio di vigilanza per tutti i segretari provinciali
ROMA - I punti di contatto tra le Brigate rosse e altri gruppi eversivi li aveva già elencati dopo gli attentati compiuti in Sardegna. Ma ieri alla Camera, il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu ha parlato di "continuità ideologica e forse anche operativa tra gli assassini di Biagi e D'Antona e gli aggressori della Cisl di Pezzotta, che si ricava dalla lettura contestuale delle rivendicazioni più attendibili". La situazione, avverte il titolare del Viminale, "è grave e allarmante". "Al di là della esasperata contestazione politico-sindacale - spiega - l'analisi attenta dei fatti lascia intravedere il dispiegarsi di un disegno eversivo volto a isolare e a colpire la Cisl e il suo leader, con il fine ultimo pratico di rompere definitivamente l'unità sindacale e di ricollocare su fronti contrapposti le due maggiori organizzazioni dei lavoratori italiani". Un'analisi che si ricava dalle indagini e dalla lettura dei documenti di rivendicazione degli ultimi attentati che evidenziano, secondo gli esperti dell'Antiterrorismo, "un unico disegno e un comune obiettivo di formazioni diverse tra loro". "Le scelte coraggiose compiute in materia di flessibilità del lavoro - sottolinea Pisanu - hanno fatto della Cisl il principale bersaglio. Vale per altro sottolineare che la flessibilità è uno dei princìpi più aspramente contestati dalle Br-Pcc nei volantini di rivendicazione degli omicidi D'Antona e Biagi".
Fornisce i dati il ministro (negli ultimi 10 mesi, 43 danneggiamenti di lieve e media gravità contro sedi sindacali e 12 attentati incendiari e dinamitardi), e annuncia: "Cinque dirigenti nazionali della Cisl sono sotto scorta; un servizio di vigilanza radiocollegata è stato assegnato ad altri cinque dirigenti nazionali e a tutti i segretari provinciali, oltre che alle sedi regionali e provinciali e a numerose sezioni minori; un servizio di vigilanza fissa è attivo a difesa della sede nazionale di Roma. Dispositivi analoghi e adeguati sono stati attivati nei confronti di dirigenti e sedi nazionali e periferiche di Cgil e Uil. Misure di scorta, tutela o vigilanza sono in atto anche per quattro dirigenti di "Obiettivo lavoro" e tutte le sue sedi sono oggetto di vigilanza radiocollegata". Si tratta dell'organizzazione specializzata in lavoro interinale più volte presa di mira con attentati e minacce.
"L'unica vera risposta al terrorismo - commenta Pezzotta - è quella unitaria di tutto il sindacato. Stiamo decidendo iniziative a partire dalla Sardegna. Cercherò di approfondire le affermazioni del ministro, ma che la mia organizzazione sia sottoposta a continui attacchi eversivi è evidente a tutti". Le preoccupazioni di Pisanu "sono condivise" anche dall'opposizione. "C'è un'evidente affinità ideologica - afferma il diessino Massimo Brutti - tra gli attentati di più modesta portata e i barbari omicidi di D'Antona e Biagi. Non so se vi siano anche collegamenti ma occorre in ogni caso impedire che si costituiscano. Bisogna uscire dall'allarme generico e fermare i responsabili di queste attività eversive, ma al tempo stesso è necessario che il governo si impegni affinché sia garantita appieno la libertà di manifestazione del pensiero, quando questa si esprime pacificamente e nel rispetto della Costituzione".
F. Sar.

IL RETROSCENA
"Il Fronte rivoluzionario ora dialoga con i terroristi"
ROMA - "Come militanti rivoluzionari riconosciamo l'esperienza storica delle Brigate rosse per il Comunismo come parte fondante del nostro patrimonio politico... La propaganda armata è lo strumento tattico idoneo alla fase che stiamo attraversando". E' il 30 luglio del 2002. Un documento di dieci pagine rivendica il ritrovamento di un ordigno rudimentale davanti alla sede della Cisl di Monza. La firma è quella del "Fronte Rivoluzionario", "sigla - avvertono gli investigatori - che cerca il dialogo con le Br". Quindici giorni fa, il 22 maggio, nuova azione. Uno scatolone con cinque petardi collegati a un timer viene lasciato davanti all'abitazione di Carlo Borsani, assessore regionale lombardo alla Sanità per Alleanza Nazionale. Il volantino spedito il giorno dopo è firmato dallo stesso gruppo. Ma questa volta l'analisi dell'antiterrorismo si spinge a ipotizzare che quel dialogo con i terroristi che hanno ucciso Massimo D'Antona e Marco Biagi sia ormai stato avviato. Il "Fronte Rivoluzionario" è inserito nell'elenco delle formazioni che secondo il ministro dell'Interno Pisanu "mostrano una contiguità ideologica con le Brigate rosse". Un gruppo che sembra essersi posto in una sorta di "seconda posizione" rispetto ai brigatisti e che cerca di incitare i movimenti antagonisti ad aderire alla lotta armata. "Compito delle avanguardie rivoluzionarie - è scritto nell'ultima rivendicazione - è quello di rilanciare la parola d'ordine della lotta senza tregua e senza compromessi. Nella fase attuale noi intendiamo cercare il collegamento con tutte le organizzazioni o avanguardie di lotta che condividono un unico principio: l'unione del politico e del militare. Per noi questa è una parola d'ordine".
Nel documento vengono criticati tutti coloro che, pur ponendosi in un'area antagonista, cercano il dialogo con le istituzioni. Un messaggio che, secondo gli esperti, sarebbe rivolto all'ala moderata del movimento new global. "La lotta armata - avverte il "Fronte Rivoluzionario" - diventa essa stessa il modo di fare politica dei militanti, perché altra strada non è possibile nell'epoca dell'imperialismo e chi lo vuole far credere o è un illuso o, più probabilmente, un venduto".
Nei proclami finali, la formazione rende "onore al compagno Mario Galesi", il brigatista morto durante il conflitto a fuoco sul treno Roma-Arezzo il 2 marzo scorso, e "al compagno Dax ucciso vigliaccamente per mano fascista", il giovane del centro sociale "Orso" di Milano accoltellato la notte tra il 16 e 17 marzo scorso. Nel primo documento aveva ricordato invece Carlo Giuliani, colpito a morte durante il G8 di Genova. "Segnali chiari - spiegano gli investigatori - sulla volontà di cercare consenso in ambienti anche molto distanti tra loro". La matrice è la stessa delle formazioni che in Sardegna, negli ultimi mesi, hanno colpito più volte le sedi della Cisl e minacciato il suo segretario Savino Pezzotta: marxista leninista.
Già nel documento del luglio 2002 il "Fronte Rivoluzionario" indicava la propria strategia: "Gli obiettivi da colpire che individuiamo devono possedere un forte richiamo simbolico in relazione al dibattito e alle contraddizioni in corso. Scopo dell'azione deve essere quello di riuscire a destare scalpore, deve cioè produrre propaganda, ma al tempo stesso deve tentare di risultare dirompente politicamente tra le fila di chi gestisce il consenso operaio (sindacati, Ds, Rc, centri sociali, No global). L'attacco militare deve essere leggibile, comprensibile". Poi il richiamo ai militanti: "Nell'attuale fase distruggere tre carri armati dell'esercito o la vetrina di un'agenzia di lavoro interinale, dimostra tutt'al più una differente capacità di fuoco e di organizzazione, non sposta però di una virgola i rapporti di forza e lo sviluppo della rivoluzione".
Fiorenza Sarzanini

"Liberazione"
Relazione di Pisanu sul terrorismo e le intimidazioni contro la Cisl Ma i fischi sono minacce? In una relazione presentata ieri alla Camera, il ministro dell'Interno ha sostenuto che il mondo del lavoro è preso di mira da "minacce eversive di grande pericolosità" non solo per gli "effetti inquinanti e devianti che producono sulla vita democratica", ma anche perché "preparano il terreno a forme di violenza maggiore e al terrorismo". I motivi di questo allarme sono ricondotti da Pisanu soprattutto ai volantini "dai toni minacciosi e denigratori" e agli atti vandalici che hanno preso a bersaglio la Cisl e, in modo particolare, i suoi dirigenti.
Il ministro ha citato gli slogan e i passi più aggressivi dei documenti firmati con sigle che si richiamano a organizzazioni storiche dell'eversione, come le Br- Pcc, i nuclei comunisti rivoluzionari, i nuclei territoriali antimperialisti, i nuclei proletari per il comunismo. Ci sono stati anche, tra l'estate del 2002 e questa primavera, 43 danneggiamenti e 12 attentati incendiari, a carico di sedi sindacali e nella metà dei casi è stata colpita la Cisl.
Va dato atto al ministro di non aver usato nella sua esposizione toni sovraeccitati, ma la sua analisi ci è sembrata un po' carente di valutazioni strategiche. Il Viminale ha il dovere di richiamare l'attenzione del parlamento su fenomeni che intorbidano la vita politica, ma deve essere anche in grado di fornire chiari elementi interpretativi. Di fatto, tutta questa proliferazione di volantini e scritte brutali, offensive, minatorie non ha ancora una lettura investigativa dai cui si possa trarre una fondata ipotesi di collegamenti col terrorismo.
Secondo gli stessi esperti di lotta al terrorismo, l'unico documento a cui si può riconoscere uno spessore strategico di chiara matrice terroristica risale al luglio 2000 ed è quello del Nucleo proletario rivoluzionario con cui è stato rivendicato un attentato contro la sede Cisl di Milano. Di tanto in tanto ricorre all'ipotesi di un antagonismo deviato verso l'eversione, ma è frutto più di elucubrazioni del Palazzo che di riscontri investigativi. Stia attento il Viminale a non farsi deviare da queste elucubrazioni. E poi che cosa c'entrano i fischi a Pezzotta durante la manifestazione a Milano del 25 aprile con le minacce alla Cisl?
Graziella Mascia, nel suo intervento, ha detto. "Se si vuol ragionare sul serio attenti a non prendere fischi per fiaschi. Ero in piazza il 25 aprile a Milano: non c'era un'area antagonista, ma una piazza di donne, bambini, lavoratori e giovani che fischiavano in modo assolutamente sereno. Non c'era un clima intimidatorio e penso sia una cosa grave non saper riconoscere un dissenso doveroso e legittimo".
Mascia ha raccolto l'invito rivolto dal ministro a tutte le forze politiche "a vivere con maggiore compostezza ed equilibrio le proprie divisioni e a ritrovarsi uniti nella lotta contro i nemici della democrazia", ma ha posto alcune questioni di sostanza. Primo: "L'esempio di abbassare i toni deve venire dall'alto. Non ci si può rivolgere ai propri giudici parlando di criminalità giudiziaria e di tutto quello che abbiamo sentito nelle ultime settimane". Secondo: "Il fenomeno del terrorismo deve essere valutato e contestualizzato, ma è sotto gli occhi di tutti che non vi è paragone con gli anni di piombo e ha sbagliato la sinistra a non fare un bilancio: abbiamo sbagliato tutti a non chiudere politicamente quegli anni. Proprio questo ha aiutato quella patologia a sopravvivere. Sul piano investigativo ci vuole rigore e professionalità. Leggendo i giornali questi giorni qualche dubbio mi è sorto su come si stanno facendo le indagini a Bologna" (con Paolo Persichetti iscritto nel registro degli indagati). Terzo. "Non si deve criminalizzare il dissenso: se si intende come illegalità, ad esempio, la disobbedienza civile e sociale, noi questa la rivendichiamo".
Annibale Paloscia

6 giugno 2003 - PERSICHETTI: ERA A PARIGI ?
"La Stampa"
È BATTAGLIA DOPO L'ISCRIZIONE DELL'EX BRIGATISTA NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI PER IL DELITTO BIAGI
"Abbiamo visto Persichetti quel giorno a Parigi"
Scalzone: "Una manovra per incastrarci". Il giudice: "Non racconta la verità"
Vincenzo Tessandori
BOLOGNA
Un colpevole ad ogni costo. La giustizia lo rifiuta, almeno nel nostro Paese. Anche quella definita, dai proletari prima e dai terroristi poi, "di classe". Eppure Paolo Persichetti si sente così: un presunto colpevole di un fatto che gli è estraneo. Lui è un brigatista rosso "in disarmo", fuoriuscito in Francia e insegnante a Parigi, condannato per l'omicidio del generale Licio Giorgieri. Come molte altre, anche la sua pareva una storia finita, ma dopo anni di disattenzione, i francesi lo arrestarono ed estradarono. All'arrivo, una donna testimone dei fatti che accompagnarono l'assassinio di Marco Biagi, fece comporre un identikit assai somigliante, sottolineano gli inquirenti, al brigatista venuto dalla Francia. Di più: il sacco che aveva in spalla fu indicato come assai simile a quello dell'uomo visto per tre giorni, prima dell'agguato, aggirarsi sotto casa Biagi. Così è scattato il sequestro e l'iscrizione di Persichetti nel registro degli indagati. E lui ora, attraverso il difensore Francesco Romeo, protesta ad alta voce: "Sono incredulo, stupito e arrabbiato, perché con questa storia io non c'entro". E il legale aggiunge: "Ha l'incredulità di chi è tirato dentro una storia alla quale è estraneo. Nel marzo dello scorso anno ha fatto, e lo dimostreremo, la solita vita a Parigi, mai avrebbe messo piede in Italia: l'avrebbero arrestato subito".
Da oltralpe arriva pure la voce di una ventina di discepoli del professor Persichetti, riuniti nel "Comitato per la liberazione di Persichetti". Si dicono pronti a testimoniare come, fra le 16,30 e le 19 del 14 marzo 2002, primo giorno indicato dalla teste, lui avesse tenuto lezione all'università Saint Denis Paris VIII. Insieme con Oreste Scalzone hanno consegnato agli avvocati parigini Irene Terrel e Jean Jacques De Felice gli appunti della lezione. E confermano di averlo visto pure alcuni professori e il segretario di facoltà, che tiene il diario delle presenze degli insegnanti. Come, il giorno 16, dovrebbero averlo notato i partecipanti a un incontro al Teatro Odeon organizzato da France Culture. Da un breve elenco ecco i nomi di Pancho Pardi, Bernardo Bertolucci, Antonio Tabucchi, Corradino Mineo corrispondente Rai, Gianni Vattimo. "Ma nella lista dei testi che presenteremo, non c'è e non ci sarà il nome di Vattimo", precisa l'avvocato Romeo che promette battaglia al tribunale del riesame. Dal suo canto Scalzone tuona, come nei giorni in cui era leader di Pot.Op.: "Persichetti non si è mosso da Parigi. Anche il 17 e il 18 era costretto a casa dall'asma, di cui soffre da tempo. Questa è una disgustosa operazione di disinformazione: si sbagliano se pensano che a una prova generale per ciò che potranno fare dopo il primo gennaio 2004". Quando entrerà in vigore il mandato di arresto internazionale. "Invano ho chiesto di testimoniare al pubblico ministero Paolo Giovagnoli di Bologna". Che lui definisce "uno psicopatico paranoico in fase ipomaniacale".
"Scalzone non racconta il vero", ribatte duro il dott. Giovagnoli. "Mi ha telefonato una mattina in ufficio, circa due mesi fa, quando stavo per esaminare Persichetti. Voleva essere messo nella sua stessa posizione. Gli ho risposto che poteva venire quando voleva, ma che la sua posizione era diversa: lui lui se n'era andato tra i primi, Persichetti fra gli ultimi, quindi poteva conoscere delle cose. Detto ciò, aggiungo di essere il primo a dire che non esistono elementi gravi, né una "pista Persichetti". Ma c'è un testimone ed è un obbligo verificare tutto ciò che ci ha detto. È una situazione oggettiva". Insomma, come dire: nessuno cerca un colpevole ad ogni costo.

10 giugno 2003 - BIAGI: TRIBUNALE RIESAME DISCUTE ORDINANZA CUSTODIA LIOCE
"Il Resto del Carlino"
La Lioce non si presenta:
«Parlerò solo al processo»
E' durata quasi due ore e mezza l'udienza davanti al Tribunale del riesame in cui è stato discusso il ricorso dell'avvocato Attilio Baccioli contro l'ordinanza di custodia per l'omicidio del professor Marco Biagi notificata nel carcere di Sollicciano alla brigatista Nadia Desdemona Lioce a metà maggio. I giudici, che si sono riservati la decisione, per pronunciarsi hanno tempo fino al 14 giugno.
Nadia Desdemona Lioce, che non ha partecipato all'udienza, qualunque sia la decisione del tribunale rimarrà comunque in carcere per l'omicidio del sovrintendente della Polfer Emanuele Petri, ucciso nella sparatoria sul treno Roma-Arezzo il 2 marzo scorso. La brigatista venne arrestata subito dopo la sparatoria, mentre il suo compagno Mario Galesi fu colpito a morte.
«Sono convinto — ha spiegato ieri l'avvocato Baccioli — che l'ordinanza si regga solo su equivoci. Ad esempio nell'ordinanza si parla di una parrucca che Nadia Lioce voleva comperare a Bologna alcuni mesi dopo l'omicidio Biagi. Ma se questo fatto fosse vero, allora per me vuole dire che la Lioce è estranea al delitto Biagi. Se infatti avesse partecipato all'omicidio del professore la Lioce sarebbe andata altrove a chiedere della parrucca, non sarebbe tornata certo a Bologna. Mah, vedremo... So anche — ha poi aggiunto il legale arrivato da Grosseto — che a pronunciare una decisione a noi favorevole ci vuole coraggio. A Roma, per l'ordinanza di custodia per l'omicidio di Massimo D'Antona i giudici questo coraggio lo hanno avuto e l'ordinanza è stata annullata. Qui non lo so se ci sarà questo coraggio».
Un po' di silenzio, eppoi l'avvocato Baccioli ha riattaccato: «Comunque Lioce non è molto preoccupata di questo... A lei della difesa nel merito dei fatti non importa nulla. Se le attribuiscono anche l'assassinio di Aldo Moro — ha aggiunto l'avvocato —, lei si piglia pure quello. Alla Lioce importa solo di poter partecipare al processo Biagi, quello sarà per lei un'occasione di pubblico confronto... Anche politico... Per il resto non gliene importa nulla, sono io che, anche per una questione deontologica di difensore, devo oppormi a certe ordinanze che ritengo prive di legalità e di logica».
Il pm Paolo Giovagnoli, titolare dell'inchiesta sul delitto Biagi, nel suo intervento ha invece ricordato come Lioce sia accusata non solo della partecipazione al commando brigatista che uccise Biagi il 19 marzo di un anno fa, ma anche all'ideazione e all'organizzazione dell'assassinio del giuslavorista. «E proprio per questi due aspetti la Procura — ha rimarcato ieri il sostituto procuratore — ha raccolto prove in abbondanza».
b. m.

11 giugno 2003 - AUDIZIONE MORI A COPACO
ANSA:
Si chiama sempre Brigate rosse-Partito comunista combattente il pericolo principale per quanto riguarda l' eversione interna in Italia. Ma la formazione si trova "in evidente stato di difficolta'" dopo l' arresto di Nadia Lioce e la morte di Mario Galesi e le indagini continuano a fare importanti passi avanti. E' stata dedicata ad una ricognizione sulle sigle del terrorismo interno l' audizione del direttore del Sisde, Mario Mori al Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti), durata circa un' ora e un quarto.
"Dopo i fatti di Arezzo - ha spiegatO il presidente del Copaco, Enzo Bianco, al termine dell' audizione - c' e' stata un' obiettiva crescita di conoscenza riguardo alle Br. Certo, le indagini possono essere ancora complesse, non sappiamo quanto tempo occorrera', ma il bandolo della matassa e' stato trovato". Da quanto emerso, ha proseguito Bianco, "le Br concentrano la loro attenzione quasi esclusivamente su tematiche legate al mondo del lavoro; altri temi, come la globalizzazione o la guerra, che pure potevano rappresentare un formidabile strumento, sono stati lasciati da parte". Questo, secondo Bianco, "da' l' idea di una struttura in evidente difficolta', composta da poche decine di persone". Questa difficolta', secondo quanto emerso, conferma anche l' importanza che rivestivano all' interno dell' organizzazione Br, Lioce e Galesi. Si trattava, infatti, di due esponenti di vertice e la loro mancanza si sta facendo particolarmente sentire. Gli inquirenti stanno lavorando al materiale sequestrato ai due terroristi, ritenuto di grande utilita' per portare luce su una formazione che, prima dei fatti di Arezzo, era tutta da conoscere. Ma su questi aspetti il direttore del Sisde ha mantenuto grande riserbo.
Con Mori e' stato poi affrontato anche il tema delle minacce e degli attentati nei confronti della Cisl e del suo segretario, Savino Pezzotta. Secondo quanto riferito da Bianco, "e' l' intero sindacato nel mirino di azioni non tutte promosse dalle Br-Pcc, ma anche da parte di 'marchi' minori. Si sono contati 42 attentati di varia natura contro la Cisl e 15 a testa contro Uil e Cgil. Certo - ha sottolineato - da questi numeri, si evince che e' la Cisl ad essere in particolare presa di mira".
E' stata quindi affrontata la galassia del terrorismo "minore", come quello di matrice anarco-insurrezionalista e quello responsabile di vari attentati in Sardegna. Si e' poi parlato del Fronte rivoluzionario per il comunismo, che alla fine del mese scorso ha preso di mira con una rudimentale bomba, l' assessore lombardo alla Sanita', Carlo Borsani. Su tutto il fronte dell' eversione interna, ha sottolineato il presidente del Copaco, "l' attenzione della nostra intelligence e' alta, c' e' una seria azione di monitoraggio".
Le minacce del terrorismo internazionale saranno discusse giovedi' prossimo, quando il Copaco ascoltera' il direttore del Sismi, Nicolo' Polari. Oggi, con Mori, si e' comunque toccato l' argomento. L' attenzione, ha spiegato Bianco, "e puntata soprattutto sui Paesi arabi moderati (Marocco, Egitto, ecc.), nel mirino degli integralisti islamici". Tra i servizi segreti italiani e quelli dei Paesi arabi moderati c' e' un' attiva collaborazione. Quanto al rischio che le moschee italiane possano diventare luoghi di reclutamento di terroristi islamici, Bianco ha rilevato che "c' e' un' azione di monitoraggio, rispettosa delle leggi vigenti, che puo' riguardare casi in cui ci sono preoccupazioni".
Il presidente del Copaco ha poi chiesto a Mori una vigilanza particolare da parte del Sisde su due settori: gli appalti delle grandi opere nel Mezzogiorno, autostrada Salerno-Reggio Calabria e ponte sullo Stretto di Messina in primis, a rischio di infiltrazioni mafiose e l' immigrazione clandestina. In questo periodo, ha detto Bianco, "c' e' stata una grande ripresa degli sbarchi in Sicilia e qualcuno dice che dalla Libia ci sarebbero 2 milioni di clandestini pronti a passare il deserto per sbarcare in Europa e che potrebbero costituire un' ondata micidiale per il nostro Paese. Dunque bisogna affrontare il problema".

Con l' arresto di Nadia Lioce e l' uccisione di Mario Galesi "e' stato trovato il bandolo della matassa" per quanto riguarda le Br-Pcc. Si tratta di un gruppo "in evidente stato di difficolta'", che concentra la sua attenzione "quasi esclusivamente sul mondo del lavoro". Lo ha detto il presidente del Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti), Enzo Bianco, al termine dell' audizione del direttore del Sisde, Mario Mori.
"Dopo i fatti di Arezzo - ha spiegato Bianco - c' e' stata un' obiettiva crescita di conoscenza riguardo alle Br. Certo, le indagini possono essere ancora complesse, non sappiamo quanto tempo occorrera', ma il bandolo c' e'". Da quanto emerso, ha proseguito il presidente del Copaco, "le Br concentrano la loro attenzione quasi esclusivamente su tematiche legate al mondo del lavoro; altri temi, come la globalizzazione o la guerra, sono stati lasciati da parte". Questo, secondo Bianco, "da' l' idea di una struttura in evidente difficolta', composta da poche decine di persone".
Quanto alle azioni recentemente mese in atto contro la Cisl ed il segretario Savino Pezzotta, per il presidente del Copaco, "e' l' intero sindacato nel mirino di azioni non tutte promosse dalle Br-Pcc, ma anche da parte di marchi minori. Si sono contati 42 attentati di varia natura contro la Cisl e 15 a testa contro Uil e Cgil, Certo, da questi numeri, si evince che e' la Cisl ad essere in particolare presa di mira". Bianco ha poi parlato di "allarme eccessivo" per quanto riguarda le possibilita' di collegamenti tra Br e terrorismo di matrice islamica.

14 giugno 2003 - UCCISIONE BIAGI: LA LIOCE RESTA IN CARCERE
"La Stampa"
Nadia Lioce resta in carcere
Il tribunale del Riesame ha respinto il ricorso della difesa di Nadia Desdemona Lioce contro l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Gabriella Castore nei confronti della 'irriducibile' in relazione all'omicidio di Marco Biagi.
Il legale della donna attualmente detenuta nel carcere di Sollicciano (Firenze), avvocato Attilio Baccioli, ha già reso pubblica l'intenzione di presentare ricorso in Cassazione. Per farlo attenderà, ovviamente, di avere in mano le motivazioni che sono alla base del provvedimento col quale i giudici bolognesi hanno respinto il primo ricorso. Attilio Baccioli ha comunque ribadito che si tratta, a suo avviso, di una "ordinanza di comodo, priva di logica e di legittimità" che non proverebbe nulla in relazione all'organizzazione e alla partecipazione di Nadia Desdemona Lioce al delitto del professor Marco Biagi. Nell'ordinanza, richiesta dal pm Paolo Giovagnoli e confermata dal Riesame, sono riportate diverse testimonianze che proverebbero la presenza della brigatista in città prima e dopo l'omicidio di via Valdonica: prova questa, per gli inquirenti, della sua partecipazione attiva all'attentato del 19 marzo dello scorso anno. Per la difesa invece, quelle stesse testimonianze non sembrerebbero escludere la presenza a Bologna della terrorista anche per altri motivi.
e. nal.

17 giugno 2003 - BIAGI E LIOCE: DAI GIORNALI
"La Gazzetta di Reggio"
Biagi, non era Desdemona Lioce la donna nell'ufficio di Tiraboschi
BOLOGNA. Non era Nadia Desdemona Lioce la donna che il 10 gennaio scorso si presentò nell' ufficio all' Università di Modena del prof.Michele Tiraboschi, allievo prediletto e successore di Marco Biagi alla cattedra dell' ateneo emiliano. Lo si apprende dalle motivazioni con cui il Tribunale del Riesame di Bologna ha confermato l' ordinanza di custodia a carico della brigatista. Un ricercatore dell' Università di Modena il 6 marzo scorso aveva riferito di aver trovato una forte somiglianza tra Lioce e una donna che il 10 gennaio precedente, nella prima mattina, si era presentata presso l' ufficio del prof.Tiraboschi e gli aveva chiesto se ci fosse il docente e, avuta risposta negativa, aveva chiesto quando l' avrebbe trovato. Un fatto, questo, che aveva creato allarme e che veniva citato anche nell' ordinanza di custodia del Gip come meritevole di attenzione. Ma lo stesso Pm Giovagnoli - come ricordano i giudici - nell' udienza in cui si è discusso il provvedimento davanti al Tribunale del riesame ha riferito che le dichiarazioni del testimone hanno perso qualsiasi valore perchè si è presentata spontaneamente la persona che era stata considerata molto somigliante a Lioce. In realtà era una ex studentessa del prof.Tiraboschi, passata per salutarlo.
Si è intanto appreso che può essere affermata la presenza della Lioce e di Mario Galesi nel periodo dell' omicidio del prof.Marco Biagi; per Lioce, in particolare, questa presenza dimostra una sua attività di supporto logistico e di contributo organizzativo all' attentato. E' quanto hanno detto i giudici del Tribunale del riesame di Bologna nel motivare il provvedimento che ha confermato l' ordinanza di custodia cautelare per l' assassinio del prof.Biagi, confermando così il ruolo attribuito a Lioce dalla Procura di Bologna.
Secondo i giudici, inoltre, anche il materiale (come ad esempio documenti che si riferiscono all' omicidio e alla sua rivendicazione e il possesso di una pistola clandestina) trovato ai due brigatisti dopo la sparatoria sul treno Roma-Firenze sottolineano ancora di più la gravità degli indizi a carico di Nadia Lioce.

"Il Resto del Carlino"
Biagi: Lioce incastrata da cinque testimoni
Gli elementi e le testimonianze raccolte sulla presenza in città di Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi nel periodo dell'omicidio del professor Marco Biagi ci sono: sono attendibili e concreti. Per la Lioce, in particolare, questa presenza dimostra una sua attività di supporto logistico e di contributo organizzativo all'attentato. È'quanto hanno detto i giudici del Tribunale del riesame nel motivare il provvedimento che ha confermato l'ordinanza di custodia cautelare per l'assassinio del docente, avvalorando così il ruolo attribuito alla brigatista dalla Procura. Riguardo alle testimonianze, il tribunale ne elenca una ventina, e distingue tra quelle attendibili (cinque) e quelle inattendibili. Il fatto che i due brigatisti siano rimasti qui anche dopo l'azione terroristica, secondo i giudici, è un fatto normale: la condizione di clandestinità porta alla ricerca di luoghi sicuri, difficilmente riproponibili altrove. Inoltre una improvvisa scomparsa dalla circolazione dopo un fatto come l' omicidio Biagi, avrebbe potuto far scattare sospetti nelle persone che avevano incontrato i brigatisti.

Lioce prese casa in città per organizzare l'agguato
La presenza dei due terroristi in città prima e dopo l'omicidio Biagi, il materiale sequestrato alla coppia dopo la sparatoria sul treno Roma- Firenze e i contenuti della rivendicazione del delitto di Massimo D'Antona. Questi gli elementi che hanno spinto i giudici del Riesame a confermare il ruolo attribuito a Nadia Desdemona Lioce Marco Biagi nell'assassinio del professor Biagi e la conseguente ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura nei confronti della terrorista. Le motivazioni del provvedimento, depositate nei giorni scorsi, parlano chiaro: l'irriducibile ha avuto compiti ben precisi nell'attività di supporto logistico oltre ad aver contribuito nell'organizzazione dell'attentato di via Valdonica. Un lavoro meticoloso e riassunto in una ventina di pagine, quello che ha convinto i giudici a respingere il ricorso presentato dal legale della 'rossa di ghiaccio', avvocato Attilio Baccioli. Un esame complesso partito proprio dall'analisi delle testimonianze rese dai chi ha riconosciuto in Nadia Desdemona Lioce la donna incontrata in città prima e dopo l'omicidio Biagi. Cinque (tra i venti testi individuati dagli investigatori) quelli considerati attendibili dai giudici che hanno al contrario evidenziato la pessima qualità delle immagini attribuibili alla brigatista e registrate dalle telecamere della stazione qualche ora prima dell'omicidio Lioce: una somiglianza troppo generica e priva di connotati specifici per essere acquisita come prova. Ma non è tutto perché contro l'irriducibile ci sarebbe anche il materiale (tra cui stralci di articoli del Sole 24 Ore riferibili al 'Libro bianco' di Biagi e un foglio manoscritto con appuntati dati riguardanti la 'vicina' d'ufficio dell'Università modenese del giuslavorista ucciso) trovato a Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce dopo la sparatoria sul treno Roma - Firenze e che costituirebbe un ulteriore riscontro circa il relativo coinvolgimento della coppia. Infine, contro la tesi dell'avvocato Baccioli che ha sempre sottolineato l'assenza di prove sull'adesione alle Br della sua assistita (aderente ai Nuclei comunisti combattenti), i giudici, partendo proprio dall'esame della rivendicazione del delitto D'Antona, hanno concluso che all'epoca dell'omicidio Biagi l'unione tra i due gruppi eversivi era già stata compiuta. In ultimo, secondo quanto riferito dal pm Paolo Giovagnoli ai giudici, la donna che il 10 gennaio scorso si presentò nell'ufficio del professor Tiraboschi (successore di Marco Biagi alla cattedra dell'Ateneo modenese) e che venne descritta come molto somigliante alla donna attualmente detenuta nel carcere di Sollicciano, altro non era che una ex studentessa dell'allievo del giuslavorista che si è presentata spontaneamente, nei giorni scorsi, agli inquirenti. Continua intanto il lavoro degli investigatori che nei giorni scorsi hanno perquisito a Ostuni l'abitazione e le sedi di lavoro di due esponenti dei Cobas di Brindisi. Il controllo, nato dalla somiglianza dell'uomo a un fotogramma registrato dalle telecamere della stazione di Bologna, ha avuto esito negativo ma ha 'scatenato' la protesta degli aderenti al movimento che hanno denunciato le modalità del blitz.
di Emanuela Naldi

17 giugno 2003 - BIAGI: POLEMICHE SU FRASI D'AMATO
ANSA:
La dichiarazione fatta ieri dal presidente di Confindustria Antonio D'Amato ("questo referendum e' costato pesanti divisioni fra gli italiani, 27 milioni di ore di sciopero e, purtroppo, la vita di Marco Biagi"), non e' proprio andata giu' ai leader sindacali, che oggi non hanno risparmiato commenti aspri.
"La dichiarazione di D'Amato - ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani - e' rozza, ambigua, irresponsabile e anche meschina. Mai mi sarei aspettato che il presidente degli industriali dicesse una cosa di questo genere. Confermo l'indignazione mia e della Cgil".
Sulla stessa lunghezza d'onda il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, che ha sottolineato come sia "sbagliato" mettere in relazione la lotta sindacale e il delitto Biagi e come non c'entrino niente "le intenzioni dei brigatisti con la realta'. Ci sono dei conflitti sociali che fanno parte integrante della societa' democratica - ha aggiunto - Non c'e' causa-effetto tra il conflitto sociale e il terrorismo. Questa e' una dichiarazione rozza".
Piu' articolata la reazione del leader della Cisl Savino Pezzotta. "Faccio una distinzione netta tra la dialettica sociale - ha detto - che puo' essere aspra e difficile e il terrorismo. Pero' non bisogna creare alibi a certe forme. La nostra condanna sulle forme di terrorismo e' netta ma e' netta anche la condanna all'intolleranza perche' non aiuta. Non condivido la sommatoria tra dialettica e terrorismo, sono due cose distinte, di gravita' diversa, pero'...".
Dichiarazioni che pero' non hanno smosso di un passo il presidente di viale dell'Astronomia, che anzi ha nuovamente ribattuto in modo piccato: "Biagi e' morto - ha detto D'Amato in risposta ai sindacalisti - Qualcuno l' avra' ucciso".
Gia' in precedenza, prendendo la parola all'Assemblea degli industriali di Parma, il presidente di Confindustria aveva toccato l'argomento. "Nelle contrapposizioni ideologiche sono state bruciati sette milioni di ore di lavoro - aveva affermato - ed e' stato ammazzato Marco Biagi perche' ancora una volta il nostro Paese di fronte alle riforme importanti, quelle che riguardano la gente, il rapporto di lavoro e le strutture sociali, mostra quel deficit di democrazia che purtroppo fa si' che la strada delle riforme sia sempre punteggiata da morti di chi credeva fino in fondo con coraggio nella necessita' di rendere il Paese piu' moderno per dare piu' giustizia e opportunita' a chi e' escluso dal benessere e dall' opulenza. E questa gente ha perso la vita credendo nelle riforme per le quali ha combattuto". Un passaggio che aveva suscitato un primo applauso della platea. "Se il dialogo - ha proseguito D'Amato - fosse stato sin dall'inizio un dialogo di civilta', di confronto democratico, serio e responsabile cosi' come e' stato con le altre organizzazioni sindacali che hanno scelto di essere e di rimanere sindacato e di non fare politica, probabilmente avremmo fatto queste riforme a costi piu' bassi e soprattutto senza che Biagi perdesse la vita".

18 giugno 2003 - PISANU: I BRIGATISTI TENTANO DI INFILTRARSI IN FABBRICHE
"La Stampa"
I SINDACATI AL VIMINALE: UNITI CONTRO LA VIOLENZA
Pisanu: "I brigatisti tentano di infiltrarsi nelle fabbriche"
ROMA
Il bersaglio del nuovo terrorismo è il mondo del lavoro. Per contrastarlo è necessaria "ogni possibile sinergia tra istituzioni e mondo del lavoro". Ad affermarlo è stato il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu a conclusione dell'incontro, ieri al Viminale, con i segretari della Cgil, Guglielmo Epifani, della Cisl, Savino Pezzotta e della Uil, Luigi Angeletti.
I sindacati, in un documento messo a punto unitariamente dopo le contestazioni e gli atti di intimidazione subiti negli ultimi mesi, affermano di voler mantenere alta la guardia contro qualsiasi forma di aggressione, puntando a fare una netta distinzione tra la dialettica sociale, anche aspra, e gli atti di violenza politica contro i quali si vuole contrapporre una "decisa azione di contrasto".
Il ministro degli Interni ha ribadito ai sindacati le proprie preoccupazioni per il "tentativo di riorganizzarsi" del terrorismo e per il "rischio di infiltrazione" nelle fabbriche. Alla riunione ha preso parte anche il capo della Polizia Gianni De Gennaro. La preoccupazione di Pisanu è condivisa soprattutto dalla Cisl: "Il confine tra fenomeni intimidatori e l'eversione terrorista - ha detto il leader del sindacato Savino Pezzotta - è ormai labile. Non bisogna lasciare nulla al caso". Il ministro ha chiesto ai sindacati di "non sottovalutare nulla" e ha ribadito l'importanza di una risposta unitaria al fenomeno.
I sindacati nel documento si sono proposti di promuovere "ogni iniziativa utile a isolare e contrastare tutte le forme di confronto che si pongono fuori dalla normale dialettica democratica" e hanno affermato la necessità di mantenere il confronto nel sindacato "nell'alveo della libertà e della democrazia per non fornire alibi a quelli che ritengono di inserirsi nel dibattito sindacale per alimentare e giustificare azioni antidemocratiche nei confronti di delegati e dirigenti sindacali".
Netta, anche se con toni diversi, la condanna da parte dei leader sindacali alle dichiarazioni del presidente della Confindustria secondo le quali due anni di tensioni sul referendum sarebbero costati anche la vita a Marco Biagi. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani ha parlato di dichiarazioni "rozze, irresponsabili, ambigue e anche meschine" confermando l'indignazione dell'intera Cgil. Luigi Angeletti ha liquidato la frase come "rozza" perché non c'è un rapporto di causa effetto tra conflitto sociale e terrorismo mentre il leader della Cisl, Pezzotta ha fatto una distinzione netta tra dialettica sociale e terrorismo ma ha condannato duramente anche il clima di intolleranza.
Il documento contro il terrorismo sembra siglare, almeno per il momento, la pace tra i sindacati dopo le contestazioni e le violenze degli ultimi mesi (50 episodi in dieci mesi contro le tre organizzazioni, di cui 26 contro la sola Cisl, 16 contro la Cgil, 8 ai danni della Uil). Restano però distanti le posizioni su come il fenomeno va inteso. Se per Pezzotta il confine tra l'intimidazione e l'eversione è labile ("ci sono zone di confine che vanno presidiate con maggiore attenzione", avverte), la Cgil ritiene che ci sia una differenza netta tra le contestazioni e i fenomeni eversivi che in questo momento sembrano lontani dalle fabbriche. "Il movimento dei lavoratori - ha detto Epifani - è un argine a difesa della democrazia e della libertà di ognuno". Piuttosto - avverte - preoccupa che a distanza di anni due omicidi, quelli di Massimo D'Antona e Marco Biagi, siano rimasti senza risposta. Questa - dice - "è una ferita che pesa nel paese".

20 giugno 2003 - A FOGGIA SCRITTA INNEGGIANTE A LIOCE E GALESI
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Una scritta inneggiante alla foggiana Nadia Desdemona Lioce e al suo compagno Mario Galesi, i due presunti brigatisti rossi coinvolti nella sparatoria sul treno Roma-Firenze che il 2 marzo scorso costò la vita a un poliziotto, è apparsa oggi su un muro dell'edificio che ospita l'Università. Durante la sparatoria Lioce fu arrestata, mentre Galesi morì qualche ora dopo nell' ospedale di Arezzo per le ferite subite nel conflitto a fuoco.
Sono stati agenti della Digos foggiana a notare stamane in via 4 Novembre, su un muro esterno dell' Ateneo, la scritta "Nadia libera - Mario vive", seguita dal simbolo di falce e martello. La scritta è stata fatta con spray di colore nero. Sono in corso indagini da parte della Digos foggiana per risalire agli autori della scritta.
L'episodio segue di un paio di giorni gli atti vandalici commessi ai danni del circolo "Riva Destra" di Alleanza nazionale denunciati dal sindaco Paolo Agostinacchio. In quell'occasione, persone non ancora identificate hanno imbrattato i muri della sezione con spray di color nero. In quell'occasione il primo cittadino, auspicando che gli autori venissero identificati, aveva puntato l'indice "sul ruolo dei gruppi eversivi a Foggia".

21 giugno 2003 - EX BR PAOLO DORIGO CHIEDE REVISIONE DEL PROCESSO
ANSA:
Ha chiesto la revisione del processo alla Corte d'appello di Venezia Paolo Dorigo, condannato in via definitiva a 13 anni di reclusione per un attentato compiuto nel '93 alla base Usaf di Aviano e per il quale sono stati condannati alcuni 'irriducibili' delle Brigate Rosse, dalle quali venne rivendicato il gesto.
La richiesta di revisione del processo, ha spiegato il suo legale, Vittorio Trupiano, si basa anche sulla risoluzione interinale del consiglio d'Europa-Comitato dei ministri, che ha accolto il reclamo di Dorigo, sancendo il mancato rispetto nel procedimento a suo carico delle norme sul Giusto processo.
"Dorigo - spiega Trupiano - e' stato condannato in base alle dichiarazioni rese da un pentito, acquisite agli atti del dibattimento senza aver potuto controesaminare il teste".
Da qui la violazione del principio del contraddittorio nella formazione della prova su cui si basa la richiesta di revisione del processo e della sospensione dell'esecuzione della pena rivolte ai giudici veneziani, competenti per territorio.

21 giugno 2003 - COMPUTER DI LIOCE E GALESI: IL RESOCONTO DI UN PROCESSO INTERNO
"Il Corriere della sera"
Trovato nell'archivio di Galesi e Lioce il resoconto di un processo interno a un membro dell'organizzazione
Nuove Br, ecco la struttura segreta
Nel computer dei terroristi riferimenti a vertici, gruppi locali, militanti con un lavoro ufficiale
ROMA - Le giustificazioni proposte dal "militante" sono state vagliate a lungo, esaminate in più riunioni, discusse anche in sua presenza. Ma alla fine il verdetto del tribunale interno delle Brigate rosse appare ineluttabile: i comportamenti del compagno finito sotto accusa sono improntati a un "opportunismo individuale" che non può conciliarsi con i precetti dell'"appartenenza rivoluzionaria". A parte l'inaffidabilità mostrata in alcune situazioni, c'è perfino il sospetto che abbia mentito ai propri compagni. Tutto questo "mette in discussione il suo rapporto militante", che dovrà passare da "internità" a "esternità". Tradotto significa espulsione, per sanzionare un atteggiamento che gli stessi brigatisti definiscono senza precedenti. "Nella storia degli ultimi dieci anni dell'organizzazione - ricordano i suoi "giudici" - un comportamento del genere non si era mai verificato, pur in presenza di casi di recesso, di errori, di crisi soggettive e di militanza".
Probabilmente il processo al quale le Brigate rosse hanno sottoposto il loro compagno non era ancora concluso la mattina di domenica 2 marzo, quando sul treno Roma-Firenze una pattuglia della polizia ferroviaria intercettò Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. I due terroristi ingaggiarono un conflitto a fuoco che costò la vita al sovrintendente Emanuele Petri e a Galesi, portò all'arresto della Lioce e alla scoperta di una parte dell'archivio brigatista contenuto nel floppy disk e nel computer palmare sequestrato.
IL PROCESSO - Da quelle memorie elettroniche è saltato fuori il resoconto del "procedimento disciplinare contro X" (nel documento il nome dell'"imputato" è indicato con un'iniziale puntata, come quelli di altri compagni che hanno partecipato alla discussione), completo dei capi d'accusa mossi al militante e della sua autodifesa. Un documento che apre, dall'interno della banda armata, uno squarcio inedito sulla vita segreta e la struttura clandestina delle nuove Br. Una sorta di autoscatto che, per la prima volta dalla sua sanguinosa ricomparsa, offre un'immagine parziale ma autentica del gruppo terroristico più agguerrito e pericoloso.
Il 20 maggio 1999, dopo undici anni di silenzio brigatista, gli eredi della lotta armata in Italia hanno ucciso a Roma il professor Massimo D'Antona. Tre anni più tardi, il 19 marzo 2002 a Bologna, hanno assassinato il professor Marco Biagi. Prima e dopo questi due delitti hanno agito nell'ombra compiendo rapine in altre città, rubando soldi, documenti, macchine e motorini per potenziare il "fronte logistico" della rinata organizzazione terroristica. Una formazione che - come si evince dal procedimento contro X - tenta di emulare le Br d'un tempo riproponendo vecchi schemi ma muovendosi in tutt'altro contesto, tra difficoltà economiche, dibattiti ideologici interni, rapporti tra terroristi "regolari", "irregolari" e contatti esterni.
Uomini e donne che - clandestini a parte - devono conciliare la loro attività eversiva con la normale esistenza quotidiana della gente comune, divisi tra famiglia e lavoro, costretti a fare i conti col tempo lasciato libero dalla casa e dall'ufficio per poter arrivare in orario agli "appuntamenti strategici", partecipare alle riunioni o alle imprese delle Br. Imprese che oltre gli omicidi contemplano furti e rapine utili a rimpinguare le casse dell'organizzazione, ma anche come esercitazioni per le "azioni di fuoco".
VERTICI E CONTATTI ESTERNI - Il vertice delle nuove Brigate rosse è costituito da ciò che nel documento ora in mano a inquirenti e investigatori è indicato con la sigla "s.c.", che probabilmente significa "struttura centrale"; un organismo che riecheggia il "comitato esecutivo" delle Br degli anni Settanta e Ottanta, all'interno della quale sono sorti, in passato, dei problemi. Tra le accuse rivolte a X c'è il mancato svolgimento dell'inchiesta che gli era stata assegnata su un possibile obiettivo, e nel documento si legge che il compagno "motiva questa scelta con l'incorsa crisi in s.c., e con la priorità di dover leggere i relativi materiale di dibattito". In un'altra parte si accenna al "dibattito che si era prodotto sui rapporti interni a s.c.".
Sotto la struttura centrale, ci sono quelle periferiche. In un passo si fa riferimento alla "sede locale" che pure aveva criticato certi comportamenti di X, e allo "scioglimento di una struttura di livello superiore in cui X era inserito". Dentro le Br X aveva raggiunto "un livello di internità elevata, sia nel dibattito che nel programma centralizzato dell'O. (l'organizzazione, ndr )". Ha partecipato in prima persona "all'attività combattente, con assunzione di ruolo prevalentemente nell'attività militare", e - pur mantenendo la vita privata regolare e insospettabile di un non clandestino - era il referente di altri brigatisti "irregolari".
Dovendo "formalizzare la sua esternità", cioè sancirne l'espulsione, per le Br nasce il problema della "gestione degli sviluppi di alcuni contatti" che avevano in lui l'"anello di collegamento". L'autore della relazione ipotizza una "consegna di comunicazioni", trasferendo ad altri brigatisti i contatti esterni di X, ma lui è contrario. Consiglia di "mantenere la situazione attuale" e assicura che "non ci saranno problemi di sicurezza perché i soggetti sono addestrati a tecniche preventive rispetto al mantenimento dei contatti". La soluzione temporanea adottata è "di mantenere i contatti in una situazione di sospensione".
INCHIESTE E NUOVI DELITTI - Se da un lato la vita quotidiana dei brigatisti non clandestini costituisce un vantaggio perché ne consente la "mimetizzazione" rendendo più difficile l'individuazione, dall'altro diventa un ostacolo quando "gli impegni personali di convivenza familiare" o i rapporti di lavoro entrano in conflitto con le esigenze dell'organizzazione. Una delle accuse mosse a X è proprio la "subordinazione dell'attività militante a questi impegni", nonostante gli siano stati assegnati compiti "con una logica di calibramento, per cui solitamente non comportavano attività particolarmente impegnative o grosse trasformazioni della propria vita sociale".
I fotogrammi interni alle Br che si ricavano dal procedimento disciplinare spaziano dalle attività passate a quelle in corso. Si parla di rapine andate a segno, di altre fallite, e si accenna a nuovi delitti in preparazione. C'è un riferimento al "programma di prolungamento della disarticolazione", sottinteso dello Stato, che nel gergo brigatista vuol dire progettare nuovi "attacchi militari". Cioè omicidi. Nell'ottica di "prolungare" la catena di attentati, a X viene riconosciuto di aver "realizzato autonomamente alcune attività inchiestative con un certo grado di partecipazione", vale a dire raccolta di informazioni su possibili obiettivi. Sul piano teorico si nota che "raramente c'è stata un'attivazione in lavori scritti rivolti a contribuire nel dibattito politico-teorico interno", mentre viene contestato un "impegno minimo nell'attività di ricerca di mezzi e disponibilità all'attività di reperimento". Nel linguaggio involuto e burocratico dei brigatisti - caratteristica che segna una certa continuità con le "vecchie" Br - significa scarsa dedizione ai furti di motorini o auto da utilizzare nelle azioni, compresi gli "espropri" per l'autofinanziamento.
L'EMERGENZA ECONOMICA E LE RAPINE - Ad un primo tentativo di rapina andato a vuoto, il 5 dicembre 2002 nell'ufficio postale di via Tozzetti a Firenze, X ha partecipato "con efficacia e impegno". Quando invece il colpo è riuscito, il 6 febbraio alla sede delle Poste di via Torcicoda, sempre a Firenze, X non c'era. I suoi compagni - armati con pistole e, secondo i testimoni, un mitra che poteva essere un kalashnikov - portarono via un bottino di circa 67.000 euro. Oltre che a fronteggiare le "condizioni di emergenza economica" in cui versava l'organizzazione prima dell'"esproprio" riuscito, le rapine servono alle Br per mettere alla prova "le forze che hanno espresso un superiore livello di responsabilizzazione", militanti sui quali poter "costruire una capacità offensiva superiore". Una sorta di addestramento per azioni più importanti, insomma.
Non impegnarsi in queste attività accampando scuse familiari o lavorative (peraltro giudicate "incongruenti"), nella concezione brigatista è inammissibile: "Anche gli operai - si legge nella relazione disciplinare - quando lottano per rivendicazioni sindacali mettono a rischio la propria stabilità economica, perché rischiano sia il salario che il licenziamento... E i compagni che hanno una condizione di regolarità sono di fatto stabilmente in mezzo a una strada, sottoposti a qualsiasi evento negativo, affidano il loro futuro personale a qualunque sviluppo possa avere lo scontro rivoluzionario e non hanno certo contributi pensionistici o assistenza sanitaria... Senza dimenticare i nostri compagni prigionieri, i rivoluzionari caduti e i proletari morti di sfruttamento...".
LE REGOLE DELLA MILITANZA - Nella sua autodifesa X assicura di riconoscersi ancora "nella proposta politica e prassi della lotta armata per il comunismo", ma il tribunale brigatista si mostra inflessibile: i suoi comportamenti "fanno venir meno i presupposti politici fondanti di un rapporto organizzato sul terreno della militanza rivoluzionaria". E se non fossero sanzionati, l'immagine delle Brigate rosse verrebbe ridotta a "un insieme raccogliticcio e unito artificialmente, non vincolato da un patrimonio politico-militare comune, in cui ognuno può adottare liberamente comportamenti e scelte espressione di interessi individuali o particolaristici, contrari agli obiettivi, interessi e concezioni del mondo comuni".
Dopo tante discussioni, X finisce per "condividere la valutazione espressa dall'organizzazione sulle sue scelte". Ma suggerisce una "collocazione intermedia" anziché l'espulsione, poiché "in fondo sarebbe più utile rimanere al livello di fornire un contributo, e anche l'organizzazione potrebbe mantenere il suo appoggio". Per il tribunale del gruppo che ha ucciso D'Antona e Biagi e continua a progettare altri omicidi, però, sarebbe "un approccio ad adattarsi all'esistente, per cercare di avere consensi e il massimo di aggregazione; ma questo può andare bene per le forze borghesi o per l'opportunismo revisionista che non deve cambiare nulla, non per la rivoluzione proletaria e comunista".
di GIOVANNI BIANCONI

22 giugno 2003 - COMPUTER LIOCE E GALESI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Le Br: "In crisi per rapine fallite e defezioni"
Nel documento trovato alla Lioce le difficoltà dei terroristi dopo l'omicidio Biagi
ROMA - Possono tornare a colpire da un momento all'altro, e gli investigatori che lavorano senza sosta per arrestare gli assassini di Massimo D'Antona e Marco Biagi ne sono consapevoli. Ma sanno anche che le Brigate rosse si trovano in una situazione di difficoltà. Non solo perché con la morte di Mario Galesi e l'arresto di Nadia Lioce hanno perso due militanti di peso. Nel resoconto del "procedimento disciplinare contro X", trovato ai due terroristi bloccati sul treno il 2 marzo scorso, ci sono riferimenti espliciti a problemi organizzativi, teorici e pratici che i nuovi brigatisti si trovavano e si trovano ad affrontare. E' anche a causa di questa "fase", per usare un termine frequente nei documenti delle Br, che ai militanti considerati inaffidabili i capi terroristi non fanno sconti. Il processo interno contro il "compagno X", per il quale è stata ipotizzata l'espulsione, svela questo atteggiamento e fornisce alcuni particolari che gettano nuova luce sui segreti del "partito armato" nell'Italia del 2003.
Con i suoi comportamenti, secondo l'atto d'accusa, "X" avrebbe mandato a monte almeno un'operazione che alle Br stava molto a cuore. Non un attentato, ma una rapina per l'autofinanziamento. Le Br la definiscono "un'azione di portata vitale e strategica per l'O. (l'organizzazione, ndr ), che seguiva vari insuccessi". Se i brigatisti parlano di "vari insuccessi", evidentemente seguiti all'omicidio Biagi del marzo 2002, significa che non c'è solo il fallito assalto all'ufficio postale fiorentino di via Tozzetti, dei primi di dicembre 2002. E l'"esproprio" che stavano mettendo a punto non doveva servire solo a rimpinguare la cassa del gruppo, ma anche a restituire fiducia ai militanti. Il nuovo tentativo, infatti, veniva considerato dalle Br "un punto programmatico vitale per l'O., oltretutto in una condizione di emergenza e di demoralizzazione a causa di insuccessi".
Dalla relazione con le accuse e l'autodifesa del compagno processato emerge che "l'indisciplina" di "X" ha messo a repentaglio pure la sicurezza degli altri brigatisti. Tutto era pronto per un colpo rinviato all'ultimo momento: "Era stato fatto un lavoro e una fatica enorme per disporre tutte le condizioni, erano state mobilitate le forze, si era pronti e armati nelle posizioni predisposte". A "X" si imputa di aver "fatto correre rischi a tutte le forze militanti, facendogli assumere inutilmente una disposizione operativa con tutti i rischi connessi allo spostamento di materiali militari e di attesa in armi sul posto, aveva fatto fare delle spese inutili per lo spostamento delle forze, aveva prodotto vincoli futuri ai militanti che si erano dovuti liberare da impegni lavorativi".
Il linguaggio sempre un po' ostico delle Br è sufficientemente chiaro per capire che, in una città che quasi certamente è Firenze, c'è stato un giorno in cui, tra dicembre e febbraio scorsi, un "gruppo di fuoco" delle Br era pronto ad effettuare una rapina, armi in pugno e mezzi schierati. Qualche militante, forse gli stessi Lioce e Galesi, erano appositamente arrivati da fuori ma sono tornati indietro a mani vuote, e si capisce che in quel momento i soldi scarseggiavano al punto che pure l'acquisto di qualche biglietto ferroviario costituivano un problema. In più c'è la conferma del "brigatismo part-time" di alcuni non clandestini che conducono una vita regolare e hanno bisogno di trovare le giustificazioni sul lavoro o in famiglia quando devono partecipare a un'azione "militare".
Il 6 febbraio i terroristi ci riprovano, e il colpo stavolta riesce. Le Br rubano circa 67.000 euro dall'ufficio postale di via Torcicoda, a Firenze. Stavolta la testimonianza è agli atti dell'inchiesta della magistratura, nella quale l'impiegata delle Poste B.L. ha riferito: "Un uomo teneva in ostaggio la mia collega e le puntava la pistola alla tempia. Una persona travisata con il casco da moto e uno zaino aperto è entrata dietro le casse. All'ingresso c'erano due persone, un uomo e una donna. Lei aveva una pistola piccola, lui un mitra. Per due volte mi hanno urlato: "Stai ferma, non muoverti". Quello che teneva in ostaggio la mia collega era alto circa 1,65, aveva sui 40 anni, la corporatura robusta e la carnagione rosa. Aveva un cappello tipo Borsalino marrone, una sciarpa e portava occhiali da vista con lenti chiare e tonde. La persona che è entrata dietro le casse era alta circa 1,60, e aveva un casco integrale nero".
Tornando all'inchiesta interna brigatista, anziché sugli esecutori ci sono indizi sulle prove generali per effettuare la rapina, con tanto di "schede di ruolo" consegnate ai partecipanti, azioni simulate nei giorni precedenti per provare l'efficienza e la velocità dei motorini, consegna delle chiavi "per aprire i bauletti" degli stessi ciclomotori (alcuni comprati, anziché rubati, e assicurati con i documenti falsi appartenenti allo stesso stock di quelli in possesso di Lioce e Galesi), collegamenti via radio o attraverso i telefonini. All'"esproprio" del 6 febbraio "X" non partecipa. Nel procedimento contro di lui si spiega che "il problema della mancanza di una staffetta (evidentemente il suo ruolo, ndr ) è stato risolto riducendo l'area controllata".
Meno di un mese dopo si verifica la sparatoria sul treno Roma-Firenze, in cui "cadono" i due capi brigatisti già ricercati dalla magistratura. Alcuni militanti sui quali non c'erano ancora provvedimenti d'arresto, però, erano già stati "congelati" dall'organizzazione, oppure se n'erano andati. L'espulsione di "X", forse non ancora formalizzata a marzo, veniva giudicata ormai inevitabile: "Il suo comportamento ha prodotto conseguenze politiche sui rapporti organizzati perché qualifica la sua condizione di militanza come inaffidabile", scrivono i suoi compagni. Che ricordano anche il precedente abbandono, stavolta volontario, di un "referente" che militava nelle Br e a un certo punto ha deciso di andarsene per la sua strada. Ma dal carcere Nadia Lioce, che conosce bene i problemi del "partito armato", invita a continuare. E nei comunicati mandati all'esterno ripete che "l'avanguardia comunista combattente" deve saper "valutare il complesso di tendenze, condizioni e fattori di fase" per proseguire la lotta attraverso l'antico concetto del "rapporto di continuità-critica-sviluppo".
Giovanni Bianconi

23 giugno 2003 - CORRADO ALUNNI SULLE NUOVE BR
"Il Corriere della sera"
"Quelle rapine delle Br e le nuove leve"
Corrado Alunni, uno dei fondatori: i militanti di oggi sembrano disorganizzati e più deboli rispetto a noi
ROMA - "Sul piano giudiziario mi hanno addebitato decine e decine di rapine in banca. Non ricordo più precisamente quante. In quelle operazioni non ho mai cercato lo scontro a fuoco e, per fortuna, non mi è mai capitato di sparare un solo colpo. All'inizio degli anni Settanta nessuno di noi, intendo dire nessun militante delle organizzazioni armate, aveva alcuna esperienza di rapinatore. Abbiamo cominciato a fare le rapine perché non intendevamo farci finanziare da alcuna realtà esterna". Così scrive Corrado Alunni, brigatista rosso della prima ora, passato alle Formazioni comuniste combattenti e arrestato nel 1978, nel suo contributo a La rapina in banca - Storia, teoria, pratica , libro a più voci edito da DeriveApprodi. Trent'anni dopo l'esperienza narrata da Alunni, la situazione non sembra cambiata granché. Le nuove Brigate rosse che hanno ucciso Massimo D'Antona e Marco Biagi devono ricorrere alle rapine per autofinanziarsi e non mostrano grande esperienza nel settore: ne hanno fallite più d'una e sono giunte a considerarle "azioni vitali" per la sopravvivenza della banda armata. Come emerge da un documento trovato ai neobrigatisti Nadia Lioce e Mario Galesi, uno dei capi d'accusa contro un militante "processato" e arrivato sulla soglia dell'espulsione dalle Br è proprio di aver mandato all'aria un "esproprio" programmato "dopo vari insuccessi" delle Br.
La storia si ripete, dunque. "Ma ai tempi nostri non è mai accaduto di arrivare a sanzionare il comportamento di un compagno per motivi di questo genere - dice Alunni -. Anche perché in quell'epoca fare una rapina era molto più semplice. Chiunque, in certe condizioni e con precise motivazioni, era in grado di portarla a termine. Oggi invece si va incontro a maggiori difficoltà, a situazioni e rischi più pesanti". Le differenze, spiega l'ex-brigatista che oggi - da libero dopo 17 anni di carcere - lavora in una società di programmazione e consulenza informatica, riguardano soprattutto il mondo in cui si è costretti a operare: "Con le nuove tecnologie e le carte di credito, nelle banche si possono trovare pochi soldi in contanti. E per assaltare un portavalori scortato, come fecero le Br nel 1987, bisogna mettere in piedi un'operazione militare pari a quella organizzata in via Fani per rapire Aldo Moro. Perfino nei supermercati, grazie ai nuovi sistemi di pagamento, non ci sono tanti liquidi. Restano gli uffici postali, dove si racimola poco. Inoltre le città sono più controllate e militarizzate, con telecamere dappertutto e molta polizia in giro".
Rispetto a chi lo fa per "mestiere", i terroristi che devono finanziare l'attività clandestina hanno in più il problema di non farsi scoprire e di non "cadere" durante una rapina. "Il "rivoluzionario" - spiega Alunni - non è un criminale comune che va in guerra per guadagnare soldi, i colpi nelle banche o negli uffici pubblici sono dei passaggi intermedi che nemmeno si rivendicano. Per questo è importante non lasciarci le penne e, dunque, ci voleva e ci vuole una copertura di fuoco notevole per evitare il peggio". Allora come oggi (risulta proprio dal documento trovato a Lioce e Galesi), per i brigatisti la rapina è anche un modo per addestrare i militanti alle operazioni militari. Dice ancora Alunni: "Erano occasioni per "provare" i compagni e far fare loro un po' di esperienza. Ricordo che una volta andammo in due e io mi sentivo poco tranquillo proprio perché il compagno che doveva farmi la copertura era al suo primo esproprio". Quella prova andò bene, ne seguirono altre e poi passò alle azioni da rivendicare.
Quando negli anni Settanta l'organizzazione è cresciuta e ne ha avuto le potenzialità (nel 1977 con l'armatore Costa) è passata ai sequestri di persona per non dover più assaltare le banche. Oggi - secondo l'analisi degli investigatori, che però sono sempre molto cauti su quello che può succedere - le rinate Br non sembrano in grado di compiere un simile salto di qualità. Sono arrivati a pianificare rapine agli uffici postali di Firenze (almeno due tentativi andati a vuoto prima del bottino di 67.000 euro raccolto nel febbraio scorso) utilizzando motorini comprati a Roma e trasportati fino in Toscana. Segno di un "fronte logistico" debole, al contrario di un tempo: "Chiunque di noi era in grado di rubare un'auto - ricorda Alunni - e quasi ovunque c'erano militanti pronti ad aiutare l'organizzazione. Per un'azione a Firenze ai mezzi pensavano i militanti fiorentini, con meno rischi per tutti".
Se non sa dire il numero degli "espropri" a cui ha partecipato, Corrado Alunni rammenta invece che solo in due o tre occasioni ha avuto qualche problema: "Accadde quando eravamo in pochi o quando l'azione durò troppo tempo rispetto ai livelli di sicurezza". Nessuna difficoltà, invece, coi documenti falsi: "Procurarseli attraverso la criminalità comune era troppo rischioso, meglio farseli da soli. Avevamo acquisito i nostri mezzi e col tempo siamo migliorati sempre più. Ma mi rendo conto che anche su questo terreno oggi è tutto più complicato".
Sul treno Roma-Firenze, la mattina del 2 marzo scorso, negli uomini della polizia ferroviaria imbattutisi casualmente in Mario Galesi e Nadia Lioce il sospetto è nato proprio dalle carte d'identità che avevano le foto attaccate con una banale spillatrice, senza timbro a secco. Mentre i poliziotti stavano approfondendo i controlli, i due terroristi hanno ingaggiato la sparatoria in cui sono morti Galesi e il sovrintendente Petri. "Io, da ricercato, sono stato controllato diverse volte - racconta Alunni - e i documenti falsi hanno sempre retto. Una volta, fermato dalla Finanza a bordo di una 500, tirai fuori il libretto di circolazione che ci eravamo dimenticati di riempire, ma quando lo vide in bianco l'unica reazione del finanziere fu quella di raccomandarmi di andare subito alla Motorizzazione per farlo compilare. Altri tempi...".
Altri tempi anche per la lotta armata. "Dal punto di vista soggettivo - dice Alunni - è un'opzione che evidentemente ha ancora qualche seguace, ma dal punto di vista oggettivo mi sembra improponibile. Noi all'epoca vedevamo la possibilità di destabilizzare il potere e innescare la rivoluzione: un'idea discutibile allora, che oggi appare del tutto inverosimile". Forse anche per questo le nuove Br si trovano a fare i conti con qualche "abbandono", come pure risulta dal documento di Lioce e Galesi, oltre alle espulsioni. "Abbandoni ci sono stati anche da noi - ricorda l'ex-brigatista - senza conseguenze. Poi c'erano i problemi pratici imposti dalla clandestinità, che non rende certo la vita comoda e che probabilmente sono gli stessi di oggi. E, se l'organizzazione non è in grado di trovare soluzioni, l'unico modo per andare avanti è sublimare tutto attraverso l'ideologia".
Giovanni Bianconi

23 giugno 2003 - ARRESTATO A PARIGI GIUSEPPE MAJ, LEADER DEI CARC
"Il Nuovo"
Parigi, arrestati due rifugiati italiani
A chiedere le perquisizioni le procure di Napoli, Roma e Bologna. Alla base della richiesta anche i risultati dell'inchiesta Biagi. In manette, il leader delle Carc, Maj, il milanese Czeppel e una francese
PARIGI - Potrebbero essere coinvolti nell'organizzazione dell'omicidio del professor Marco Biagi: è l'accusa che grava su due rifugiati italiani e una cittadina francese le cui abitazioni parigine sono state perquisite questa mattina e che sono stati arrestati su disposizione della Procura napoletana.
Complessivamente sono stati perquisiti gli appartamenti di quattordici persone in Francia. Ma gli uomini del Ros hanno perquisito abitazioni anche tra Napoli, Milano e Modena e -sulla base di rogatorie - oltre che a Parigi e in alcune località della Svizzera (quattro in tutto).
Solo in serata sono trapelati i nomi delle persone coivolte: arrestati Il leader e fondatore dei Carc (i comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) Giuseppe Maj, accusato di "associazione eversiva costituita anche in territorio francese" e produzione e uso di documenti falsi; il milanese Giuseppe Czeppel, per accuse identiche e la cittadina francese Caterine Bastard, quest'ultima solo per uso di documenti falsi. L'inchiesta è relativa sia a "soggetti dell'eversione degli anni '70-80" sia ad appartenenti alla Commissione preparatoria e all'eversione internazionale. Laureato in ingegneria e editore milanese, Maj si era reso irreperibile dal maggio del '99, qualche tempo dopo l'assassinio di Massimo D'Antona. Perquisita, ma non fermata Marina Petrella, ex brigatista condannata per banda armata al processo Moro nel 1983 e rifugiata a Parigi. Nella sua abitazione, non sarebbe stato trovato nulla di rilevante.
Le perquisizioni sono il frutto di rogatorie italiane. Le hanno, dunque, chieste i magistrati che indagano sul terrorismo: provengono da un pm di Napoli e dai titolari dell'inchiesta sul delitto Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo dello scorso anno. Le indagini sono coordinate anche con la Procura di Roma.
Sembra che i provvedimenti siano scaturiti principalmente dalle indagini su un documento ritrovato a Napoli e firmato dalle "Cellule per la costituzione del partito comunista combattente". La perquisizione disposta, invece, dalla procura bolognese, titolare dell' inchiesta sull' omicidio di Biagi, è stata fatta a Parigi nei confronti di una persona che non è latitante. A muoversi è stata la Digos del capoluogo emiliano, in collaborazione con le autorità parigine. Secondo le prime informazioni, il materiale ritrovato sul posto è stato giudicato interessante. Sembra, inoltre, che la persona perquisita - su disposizione della Procura - avesse documenti falsi, anche se sarebbe un reato per la giustizia francese. Una ulteriore perquisizione era relativa a Modena, ma è stata disposta sempre da Napoli nell' ambito di ambienti legati al Carc.
L'inchiesta è stata avviata dalla sezione antiterrorismo della procura napoletana per il reato di associazione sovversiva. Dagli atti in possesso dei magistrati si parla di una "Commissione preparatoria per il congresso di fondazione del (nuovo) partito comunista italiano". Inoltre, secondo la documentazione sottoposta a sequestro e le intercettazioni telefoniche sarebbero emersi i preparativi per atti eversivi in collegamento con altre organizzazioni. Escluso, invece, un collegamento con il terrorismo islamico.
A Napoli sarebbero tre gli indagati: Nel decreto di perquisizione si può leggere: "il coinvolgimento per appartenenza ad una associazione clandestina agente sotto la denominazione di comitato per la commissione preparatoria del congresso di fondazione del (nuovo) partito comunista italiano in relazione all'interlocuzione con appartenenti all'associazione eversiva denominata cellula per la costituzione del partito comunista combattente". Identica ipotesi viene formulata negli altri provvedimenti eseguiti in altre località in Italia e all'estero. Secondo prime informazioni, alcuni indagati furono già coinvolti in un inchiesta avviata negli anni scorsi dalla procura di Roma sulle attività dei Carc, l'inchiesta si concluse, però, con l'archiviazione
Fra i rifugiati politici italiani a Parigi e i loro avvocati non pare trovare credito il collegamento fra l'iniziativa delle perquisizioni e le notizie, provenienti dall'Italia, di un presunto accordo tra Roma e Parigi sulle estradizioni. "Siamo caduti dalle nuvole leggendo il giornale - ha dichiarato uno dei legali dei rifugiati - siamo convinti che quello che è successo stamattina non abbia nulla a che vedere con quanto riporta la stampa italiana".
Eppure sembra sempre più appesa ad un filo la protezione concessa, per oltre 20 anni, dalla Francia agli oltre 100 fuoriusciti italiani degli anni di piombo. Secondo fonti di informazione italiane, infatti, nei giorni scorsi è stato raggiunto un accordo per la "riconsegna di alcuni brigatisti già condannati con sentenze definitive e rifugiati oltralpe" e tale accordo "potrebbe diventare operativo a breve". Di tale accordo non si ha alcun riscontro a Parigi.
Già nel settembre scorso il guardasigilli francese Dominique Perben e il ministro Roberto Castelli si accordarono sull'estradizione per i reati "gravissimi", anche precedenti il 1982, una sorta di prescrizione per quelli meno gravi antecedenti quella data e l'esame "caso per caso" degli altri, fino ai più recenti.
Polemico Oreste Scalzone, considerato il decano e il punto di riferimento del centinaio di rifugiati politici italiani in Francia:potrebbe essere una coincidenza - afferma -ma le coincidenze cominciano ad essere numerose".

"L' Unita'" online
"Associazione sovversiva". Sono partite da Napoli le perquisizioni di Parigi
di Gianni Cipriani
I Carc, ossia i Comitati di appoggio alla Resistenza comunista sono finiti di nuovo sotto inchiesta per associazione sovversiva. La seconda volta nel giro di pochi anni: già nell'ottobre del 1999 la procura di Roma aveva indagato sul gruppo estremista, salvo poi archiviare il fascicolo. E adesso la nuova iniziativa giudiziaria è partita dalla procura di Napoli, che ha ordinato una serie di perquisizioni in varie città d'Italia e a Parigi, cercando di fare (per l'ennesima volta, bisognerebbe dire) luce sulla "Commissione preparatoria", ossia l'organismo collegato ai Carc che dovrebbe preparare il programma per il nuovo Partito Comunista, dal momento che, in quella logica, i partiti comunisti esistenti sono fatti da revisionisti e traditori.
Perquisito - e arrestato - anche il leader storico dei Carc, Giuseppe (Bepi) Maj, di cui si sono perse le tracce fin dal 1999, nonostante l'uomo non avesse - teoricamente - alcuna pendenza con la giustizia. Sotto inchiesta ci sarebbero, fino ad ora, undici militanti del Carc. Mentre tra le persone perquisite a Parigi - tra cui l'ex Br Marina Petrella, due sarebbero in stato di fermo, perché trovate in possesso di documenti falsi.
A quel che sembra, indagando sul filone Carc, la procura napoletana avrebbe chiesto nelle settimane scorse una serie di ordinanze di custodia cautelare, che non sono state concesse. Ciò testimonierebbe l'estrema fragilità dell'inchiesta che, è bene ribadirlo, ipotizza solo un reato associativo. Un reato estremamente generico, se non legato a reati specifici, come il possesso di armi, esplosivi o quant'altro di "concreto".
Ad ogni modo, l'inchiesta della procura napoletana (cui per motivi tecnici si è associata quella di Bologna interessata solo ad una delle perquisizioni, ndr) rischia di alimentare un grande polverone mediatico e molta confusione. Perché, immediatamente, si è parlato di Br-Pcc, di omicidio Biagi, come se si trattasse di un unico "calderone". Tra l'altro, le fonti ufficiali hanno fatto filtrare una serie di notizie imprecise, se non fuorvianti. Ad esempio, l'Ansa, riportando correttamente quanto fatto trapelare dagli investigatori, ha diffuso la notizia secondo la quale l'indagine napoletana era stata aperta in seguito al ritrovamento, nel febbraio 2001, nel capoluogo partenopeo di un documento firmato dalle "Cellule per la costituzione del partito comunista combattente". Ebbene, chi ha un minimo di conoscenze specifiche sa bene che questo documento (peraltro scoperto dalla polizia nel 1996 grazie ad un infiltrato) era una sorta di "saggio teorico" che circolava negli ambienti rivoluzionari nella metà degli anni Novanta, in cui si teorizzava una "terza via" per ricomporre la frattura brigatista tra "movimentisti" e "militaristi" che aveva caratterizzato gli anni Ottanta. Far credere che si tratti di qualcosa di nuovo è un'operazione poco corretta. Così come è stato "gonfiato" mediaticamente l'altro aspetto dell'indagine, per come è stato fatto filtrare attraverso le agenzie di stampa: "A quanto si è appreso, il cuore dell'inchiesta è costituito dalla presunta esistenza di una cellula della Commissione preparatoria nei confronti della quale gli inquirenti ipotizzano la preparazione di atti eversivi".
In realtà, la "Commissione Preparatoria" è un organismo ultra-noto da anni, già ampiamente messo sotto indagine, anche nel corso del vecchio procedimento aperto dalla procura di Roma. Di che si tratta? Un documento dei Carc è chiarissimo: "Occorre un partito comunista che conduca sistematicamente una vera politica di pace, una coerente politica contro la guerra imperialista, quindi una politica contro i capitalisti, una lotta per il socialismo. Occorre un partito fatto dalla parte più attiva degli operai e dai lavoratori più avanzati, che si organizzano e imparano a orientare, organizzare e dirigere i loro compagni e il resto delle masse popolari. Occorre ricostituire il partito comunista italiano. Creare organizzazioni clandestine del nuovo partito comunista, assimilare e definire il suo programma. Accumulare forze per la rivoluzione socialista". L'unica cosa da aggiungere è che questo testo è stato diffuso il 15 giugno del 1999 e pubblicato anche nella rivista dei Carc. Sembra davvero curioso che gli investigatori se ne siano accorti con così grande ritardo.
Insomma, l'iniziativa sui Carc è un po' l'indice di una crisi investigativa e di come, nel fronteggiare la nuova eversione, manchino dei veri spunti e si battano sempre le stesse piste, magari con il rischio di fabbricare teoremi.
Ciò detto, è altrettanto vero che i Carc - e l'organismo napoletano loro collegato, l'Asp (Associazione solidarietà proletaria) - sono un'organizzazione che si muove su un crinale di fatto eversivo. Tant'è che da anni hanno lanciato l'appello per costituire il nuovo partito comunista (il processo è guidato dalla Commissione Preparatoria) su basi rigidamente clandestine perché, così dicono, questo è l'unico modo per sfuggire alla "controrivoluzione preventiva", cioè agli arresti, alle provocazioni e alle infiltrazioni.
"Nemici" storici delle Br-Pcc, di cui criticano la "deviazione militaristi", i Carc non hanno un programma esattamente democratico, tant'è che puntano alla costruzione di un "vero" Pc per promuovere: "La guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata in un paese imperialista". Insomma, con le Brigate Rosse c'è una divergenza sui metodi, sulle strategie, talora sull'analisi della situazione internazionale, ma l'obiettivo di fondo è lo stesso. Tant'è che, ultimamente, gli esperti di intelligence hanno notato l'avvio di una sorta di "dialogo a distanza" tra Carc e Br-Pcc. Un dialogo forse mediato in alcune "camere di compensazione" italiane o estere. Una di queste potrebbe essere il "partito comunista di Francia maoista", ossia un partito ancora in formazione, che si muove su basi clandestine. Esattamente come i Carc.

"La Repubblica" online
Chi è Giuseppe Maj leader dei Carc
ROMA - Editore milanese, laureato in ingegneria, Giuseppe Maj, leader dei Carc, i comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, Maj si è reso irreperibile nel maggio del '99, poco dopo l'assassinio di Massimo D'Antona. Il 19 ottobre dello stesso anno, durante perquisizioni nei confronti di persone ritenute vicine ai Carc, gli investigatori hanno trovato un documento, attribuito a Maj, che criticava le Br per i tempi e i modi dell'uccisione di Massimo D'Antona, consulente del ministero del Lavoro.
Nato nel 1939, originario di Schilpario (Bergamo), Maj è sempre stato un intellettuale "contro" e nella sua biografia si trovano tracce di contatti con tutti gli ambienti che gli inquirenti romani hanno monitorato dopo il delitto D'Antona: la colonna veneta delle Brigate Rosse, l'ambiente dell'eversione legata alle frange più estreme dei centri sociali, persino alcuni legami che portano ai terroristi tedeschi della Raf e ai francesi di Action Directe.
Suo fratello, Angelo Maj, è stato processato nei primi anni Ottanta a Bergamo come esponente di primo piano di Prima Linea. Si tratta dello stesso processo, tra l'altro, nel quale figurava tra gli imputati Francesco Gorla, l'ex piellino arrestato la scorsa estate per la tragica rapina al furgone portavalori in via Imbonati a Milano.
Titolare a Milano di una casa editrice che porta il suo nome e che realizzava un periodico dell'estrema sinistra, "Il Bollettino", Maj è conosciuto dalle forze dell'ordine per vicende che risalgono fino a 30 anni fa. Reati contro l'ordine pubblico, lesioni, un arresto nel 1981 al valico del Monte Bianco per associazione sovversiva: Nella sua auto sono stati trovati documenti del "Comitato per la difesa delle liberta" politiche e sociali, vicino a Prima Linea.
Nel 1985, il salto di qualità: Giuseppe Maj viene arrestato con Annapaola Zonca, moglie del brigatista Marco Fasoli, nell'ambito di un'inchiesta del giudice veneziano Carlo Mastelloni sull'attivita del "Comitato contro la repressione Veneto- Friuli", un'organizzazione sovversiva vicina alla colonna veneta delle Br "Ludmann-Alasia". Il Comitato, secondo l'inchiesta veneziana, all'epoca avrebbe tenuto rapporti stabili con gli esponenti latitanti delle Br-Partito Comunista Combattente, la stessa sigla ricomparsa nel maggio scorso nella rivendicazione dell'omicidio D'Antona.
Nel 1989 Maj finisce sotto inchiesta a Milano: i pm Ferdinando Pomarici e Armando Spataro fanno perquisire la sua casa editrice e il centro di documentazione "Filorosso", ritenuti al centro di attività eversive. L'inchiesta era nata dal ritrovamento in Francia, in un covo di "Action Directe", di un documento redatto da un militante della Raf in cui si parlava di incontri a Milano con persone dell'ambiente del "Bollettino".
Negli anni più recenti, Giuseppe Maj non aveva più fatto parlare di se per vicende a sfondo penale. Digos e carabinieri lo conoscevano ancora come leader dei Carc e come animatore di "Filorosso", un centro di documentazione che negli ultimi anni ha elaborato riflessioni sulla lotta di classe e il ruolo del proletariato. Il 20 maggio 1995, Giuseppe Maj ha presieduto in un auditorium a Viareggio la prima assemblea nazionale dei Carc. Nel suo discorso ai partecipanti, affrontò una serie di tematiche legate all'atteggiamento che i lavoratori avrebbero dovuto tenere nei confronti della manovra finanziaria e pensionistica.
I Carc, come spiegano sul loro sito www.carc.it, "hanno l'obiettivo di ricostruire il partito comunista, prima grande tappa sulla via della rivoluzione socialista nel nostro paese".
Per raggiungere questo risultato, spiegano ancora sul sito, è necessario "organizzarsi e organizzare anzitutto per creare le condizioni, per la ricostruzione del nuovo partito comunista italiano" e "appoggiare e promuovere la difesa di ogni conquista delle masse popolari, indirizzando ogni lotta di difesa verso l'attacco all'attuale regime della borghesia imperialista".
Nel 2001 hanno presentato la lista "fronte popolare per la ricostituzione del partito comunista", per partecipare alle elezioni politiche. "Abbiamo deciso di presentarci - spiegò in quell'occasione il segretario nazionale dei Carc Pietro Vangeli - per raccogliere forze e consensi per la ricostituzione del partito comunista".
Maj era stato coinvolto anche nell'inchiesta milanese del pm Elio Ramondini conclusasi con una richiesta di archiviazione, ottenuta nel dicembre 2001, per 49 persone che a suo tempo erano state sospettate di collegamenti con le Br: tra questi anche un paio di fuoriusciti dai Carc, tra cui Giuseppe Maj. L'inchiesta del pm Ramondini era stata aperta dopo l'evasione del brigatista Marcello Ghiringhelli, condannato a due ergastoli e catturato successivamente in Svizzera. La Procura di Milano e quella di Napoli si coordinarono nello svolgimento delle indagini.
Nelle indagini milanesi non emersero però collegamenti tra i fuoriusciti dei Carc, che avrebbero dovuto creare la commissione preparatoria per il Nuovo Partito Comunista Combattente, e le Brigate Rosse.

ANSA:
Parigi e' da quasi 30 anni il porto d'approdo di italiani coinvolti in inchieste sul terrorismo e per questo riparati in Francia. Tra i primi che per sottrarsi alle ricerche delle forze dell' ordine italiane o alla condanna pronunciata in Italia hanno varcato il confine, confidando nel fatto che la Francia non avrebbe concesso l' estradizione, alcuni degli esponenti dell' area dell' autonomia coinvolti nell' inchiesta "7 aprile", giunta al culmine nel 1977: tra essi Oreste Scalzone, che ancora vive nella capitale francese, e Toni Negri, entrambi ex leader dell' area dell' autonomia operaia e quest' ultimo poi rientrato in Italia. Da allora in molti hanno scelto la strada dell' espatrio clandestino: lo scorso anno la stima del loro numero era di circa 150.
In Francia ripararono anche i Br Nicola Bortone, poi arrestato in Svizzera ed estradato, e Paolo Persichetti, arrestato il 25 agosto del 2002 dopo 10 anni di latitanza e consegnato alle autorita' italiane. Tra i latitanti che si sono rifugiati in Francia, Sergio Tornaghi, condannato all' ergastolo e legato alla colonna milanese Br Walter Alasia, Roberta Cappelli, della colonna romana. In Francia anche Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate a Roma perche' appartenenti alle Br-Pcc negli anni '80.
Del gruppo dei fuoriusciti fanno parte anche 14 persone, secondo quanto riferito lo scorso anno da France 3, delle quali l' Italia avrebbe chiesto l' estradizione: una lista che fu pero' subito smentita dal ministero della giustizia italiano. Nell' elenco figurerebbero Giovanni Alimonti, Enrico Villimburgo, Enzo Calvitti, tutti e tre ritenuti appartenenti alla colonna romana Br-Pcc, la stessa Roberta Cappelli, l' ex Br Maurizio Di Marzio, Vincenzo Spano' ritenuto legato ai Colp, Massimo Carfora dell' area dell' autonomia negli anni Settanta, Walter Grecchi coinvolto nell' omicidio dell' agente di polizia Antonino Custra', Marina Petrella coinvolta nell' inchiesta sfociata nel processo Moro Quater e la cui casa parigina e' stata oggi perquisita (cosi' come quella di Giuseppe Maj che pero' non figurerebbe nella lista dei 14), Giovanni Vegliacasa, considerato ex di Prima linea, Cesare Battisti (Proletari armati per il comunismo), il presunto fiancheggiatore di Prima linea Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli (Nuclei comunisti territoriali) e Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni per l' omicidio del commissario Luigi Calabresi.

La "Commissione preparatoria (Cp) del congresso di fondazione del (nuovo) Partito comunista italiano", di cui Giuseppe Maj e' considerato il fondatore, usa internet e la posta elettronica per diffondere molti suoi comunicati. Spesso anche agli organi di informazione.
All'attenzione degli investigatori i presunti collegamenti tra questa struttura e la cosiddetta "Cellula per la costituzione del partito comunista combattente", una organizzazione di cui si parla dal 1984 e che sarebbe stata ideata e fondata da Enzo Calvitti, ritenuto uno dei capi della colonna romana delle Br, arrestato a Parigi nell'ottobre del 1989. In un documento che fu recapitato nel 1990 ad una radio privata di Milano, la 'Cellula' affermava la volonta' di costituire un partito comunista combattente, i cui militanti avrebbero avuto il compito di entrare nel sindacato per svolgere opera di convincimento e proselitismo nella classe operaia. La "cellula", secondo gli investigatori, era composta da una trentina di elementi presenti in parte in Francia e in parte nell'Italia settentrionale. L'attivita', da allora, non si e' mai interrotta: nel 2001, a Napoli, il ritrovamento del documento che ha dato il via all'inchiesta del Ros.
Tornando invece alla Commissione preparatoria (Cp), questa si propone - stando ai suoi documenti - di attuare "un piano in due punti" per costituire il partito comunista: primo punto, elaborare il programma del partito a cominciare "dal progetto pubblicato dalla segreteria nazionale dei Carc nel 1998"; secondo, "costituire Comitati di partito clandestini provvisori" che invieranno i loro delegati al congresso di fondazione del partito comunista.
Uno degli ultimi comunicati della Commissione preparatoria risale al 25 aprile scorso: un appello rivolto agli "elementi avanzati delle masse popolari ad arruolarsi per la rinascita del movimento comunista e a sviluppare la lotta per instaurare nuovi paesi socialisti".
Il documento - dopo una analisi della situazione interna ed internazionale - invita tra l'altro "le masse popolari" a mobilitarsi "per difendere ed estendere la validita' della giusta causa (art. 18)", a "sostenere tutte le forze popolari che lottano contro i gruppi imperialisti Usa" e la "resistenza delle masse popolari dell'Iraq e dell'Afghanistan", opponendosi "con ogni mezzo alle spedizioni militari italiane" in quei Paesi.

23 giugno 2003 - I TERRORISTI E L' ART. 18
"Il Nuovo"
Tra terroristi non si applica l'art 18: si elimina
di Vincenzo Tessandori
Le Br cacciano quelli dal rendimento scarso?
Per la verità la cosa non è poi così semplice
Impossibile accettare di veder svelati i segreti
E' solo la morte che risolve ogni problema...
Licenziato. Si fa presto a dirlo. Dal vademecum del nuovo terrorista, trovato alla coppia Galesi & Lioce dopo la tragica sparatoria sul Roma-Firenze il 2 marzo scorso, pare emerga la possibilità di cacciare coloro il cui rendimento, per un motivo o per l'altro, appare insufficiente. Se un cottimista del terrore non produce abbastanza, non partecipa a un esproprio proletario, non conclude un'"inchiesta" o la chiude troppo in fretta e in maniera poco soddisfacente, verrebbe allontanato.
Fuori dai piedi, tuona il manager indifferente alla propria solitudine, fuori dall'azienda. Non è così semplice. Al di là di ogni altra considerazione, rimane che qui, almeno in apparenza, siamo nel cuore dell'utopia rivoluzionaria. E chi ha avuto il discutibile privilegio di entrarne a far parte, molto difficilmente otterrà quello di poterne uscire, almeno senza pagare per il riscatto quel prezzo chiamato vita. Per carità, vi informano gli analisti di mezzo mondo, niente di personale.
Ma rimane un punto non superabile: è impossibile accettare il rischio di veder rivelato qualche segreto da chi, per un qualsivoglia motivo, ne sia venuto a conoscenza. Non basta la parola, non bastano i giuramenti: perché fidarsi di qualcuno che, oltretutto, ha già dimostrato di non essere all'altezza e che, dunque, ha dovuto esser eliminato?
Ecco, appunto, quello è il verbo, senza malintesi o sottintesi: eliminare. Non allontanare, non licenziare, non rimuovere, non mandar via. Ed eliminare vuol dire eliminare. Nella Disonorata società lo sanno bene: e lì conoscono ogni segreto, ogni cono d'ombra, ogni sospetto. E se uno ha dato motivo, o non ne ha dati, ma si sospetta che potrebbe averne, per giustificare una sentenza di allontanamento, il termine nel verdetto, sia usato o taciuto, è eliminare.
Del resto, lo sosteneva anche Josif V. Stalin: "La morte risolve ogni problema... via l'uomo, via il problema". Vetero comunismo? Anche, ma non solo. Quando dal nulla di una rivoluzione impossibile emerse la figura di Riccardo Dura, si vennero a conoscere cose destinate a lasciare il segno. All'alba del 28 marzo 1980, con altri tre brigatisti, Lorenzo Betassa, Anna Maria Ludman e Piero Panciarelli, l'operaio metalmeccanico Dura rimase ucciso in seguito a un'irruzione dei carabinieri del nucleo speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto dalla Chiesa in via Fracchia 12, sulle colline di Genova.
Fino a quel momento di lui non si sapeva nulla, dopo, forse, si seppe anche troppo. Che era lui a trascinare sui monti alle spalle della città gli indecisi o quelli che erano considerati traditori, e faceva scavar loro la fossa e simulava le esecuzioni. Soprattutto faceva capire una cosa: non c'è denaro che possa pagare l'uscita dall'organizzazione, non c'è denaro che possa garantire il silenzio. Anche per questo, quando dai documenti trovati sul treno viene in luce che qualcuno ha dovuto essere allontanato, pare giustificato ogni timore. Allontanato, licenziato. Si fa presto a dirlo.

24 giugno 2003 -ARRESTI PARIGI: DAI GIORNALI
ANSA:
Vi sarebbero tre indagati napoletani nell'ambito dell'indagine che ieri ha portato, tra gli altri all'arresto di Giuseppe Maj a Parigi. Lo hanno rivelato due degli stessi indagati, aderenti ai Carc spiegando di aver subito ieri perquisizioni domiciliari da parte dei carabinieri. Si tratta di Massimo Amore 52 anni, infermiere dell'ospedale napoletano Monaldi e componente della segretaria nazionale dei Carc e di Pino Guerra, 40 anni delegato Rdb di un'azienda. Amore ha rivelato che un'altra perquisizione e' stata fatta sempre ieri nel quartiere napoletano Ponticelli nell'abitazione di un lavoratore socialmente utile. "Un'altra perquisizione e' stata fatta a casa della figlia di Maj - ha detto Amore - a Milano: anche nella sua abitazione i carabinieri sono entrati mascherati da passamontagna, come hanno fatto a casa mia, e hanno sfondato la porta, ma la figlia di Maj non era in casa".
Pino Guerra ha detto di aver ricevuto un avviso di garanzia.

"Siamo comunisti, ma questo governo considera terroristi tutti i comunisti". Cosi' si sono espressi due indagati napoletani aderenti al Carc coinvolti nell'inchiesta che ieri ha portato, tra gli altri, all'arresto di Giuseppe Maj. Massimo Amore, 52 anni, infermiere napoletano, spiega che il Carc " e' un'organizzazione che intende ricostruire il partito comunista in Italia, l'unica possibilita' che hanno i lavoratori, gli sfruttati, i proletari per riscattarsi".
Massimo Amore spiega di aver subito la scorsa notte una perquisizione da parte dei carabinieri insieme con altre due persone. "Hanno sfondato la porta di casa - dice Amore - si sono portati via computer ed altre attrezzature che usavo per la mia attivita' politica. E' in atto una vera e propria repressione ed esprimiamo solidarieta' al compagno Maj e agli altri compagni arrestati".
Amore, che insieme ai compenti del Carc napoletano (lui e' componente della segreteria nazionale), ha poi spiegato il punto di vista dell'inchiesta in una conferenza stampa nella quale, tra l'altro, ha detto sugli omicidi D'Antona e Biagi che "si tratta di morti che non piangiamo, ci sono decine di morti tra i lavoratori e gli sfruttati che sono morti comunisti e la vita di un comunista pesa molto".
Amore ha spiegato che il Carc ha una attivita' pubblica da anni. "Abbiamo una nostra rivista - ha detto - abbiamo un sito internet attivo da anni. Ma nei nostri confronti e' in atto una persecuzione che si protrae da tempo".

La polizia federale svizzera e le forze dell' ordine del cantone di Zurigo hanno confermato di avere condotto una serie di perquisizioni ieri a Zurigo, in risposta ad una richiesta d' assistenza giudiziaria giunta il 26 maggio scorso dall' Italia e legata alle inchieste su delitti Biagi e D'Antona.
Lo ha detto oggi a Berna un portavoce della Procura federale. Gli agenti, una trentina di uomini in tutto, hanno sequestrato documenti, materiale informatico e altri "oggetti", ha aggiunto il portavoce.

Blackout informativo a Parigi sul caso di Giuseppe Maj e di Giuseppe Czeppel, i due italiani fermati ieri nel quadro di una raffica di perquisizioni effettuate nella capitale francese dietro richiesta delle procure di Napoli e di Bologna che indagano su due filoni della nuova "eversione rossa".
L' operazione e' stata condotta dalla Divisione Nazionale Antiterrorismo (Dnat), un reparto speciale della polizia francese che si e' e' rifiutato oggi di fornire notizie sulla vicenda.
A quanto e' trapelato, le perquisizioni (una quindicina) e i fermi (tre: e' finita in manette anche una francese di 41 anni) sono stati coordinati dal piu' famoso giudice del pool antiterrorista francese, Jean-Louis Bruguiere, alla ribalta in questi giorni per la controversa maxiretata contro i Mujaheddin del Popolo iraniani.
Al momento le autorita' francesi non hanno notificato i fermi ne' all'Ambasciata ne' al Consolato d'Italia a Parigi.
Secondo notizie del tabloid France Soir i due italiani e la francese ("una gauchiste conosciuta per una storia di stupefacenti") sono stati fermati nel 19/o e 10/o arrondissement di Parigi.