Almanacco dei misteri d' Italia

 
Terrorismo ed estremismo di sinistra
luglio-agosto 2003
1 luglio 2003 - ARRESTI PERUGIA: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
Fra le armi del brigatista Frau anche quella che uccise Biagi?
BOLOGNA - Quindici anni fa, fu la Guardia Civil di Barcellona a mettere le manette ai polsi di Giorgio Frau. E anche allora, a farlo cadere in trappola fu la sua 'propensione' per le rapine. Ma il 22 marzo 1988 la posizione del signor Frau per il nostro Paese non era certo quella del criminale qualunque. Considerato come uno degli ultimi latitanti delle Ucc, la costola delle Br che l'anno prima uccise il generale Giorgieri, quei colpi (almeno cinque) messi a segno in Spagna vennero catalogati subito come 'missioni' di autofinanziamento delle Unità comuniste combattetenti.
Una pista che oggi, alla luce del suo arresto (avvenuto giovedì scorso a Perugia per la tentata rapina all'ufficio postale di via Cotani) e soprattutto di quel vero e proprio arsenale trovato nella sua abitazione romana, gli investigatori non si sentono di escludere. E, d'altra parte, che Giorgio Frau, proprio per i suoi precedenti nel mondo dell'eversione, fosse già entrato nella lista dei personaggi ritenuti interessanti dal pool Antiterrorismo, lo si deduce facilmente dalle modalità della sua cattura. Indagato da tre procure (per la tentata rapina di Perugia, per quella fallita il 10 giugno a Firenze alle Poste di via Rocca Tedalda e per la detenzione abusiva di armi a Roma), Giorgio Frau è ora anche sotto i riflettori dei magistrati bolognesi che indagano sul delitto del professor Marco Biagi. Il nome di Frau non appare nel registro degli indagati, ma certo è che quella semiautomatica calibro 9 corto con marca e matricola abrase, nascosta tra le sei pistole e il mitra Ak-47 trovati nella cantina di casa Frau, ha subito convinto il pm Paolo Giovagnoli a prendere contatti con i colleghi che hanno già disposto accertamenti balistici sull'arma dello stesso calibro di quella che il 19 marzo 2002 uccise il professor Biagi. E accertamenti sono in corso anche sulla rapina alle Poste di via Torcicoda, a Firenze, alla quale partecipò, secondo l'accusa, Nadia Desdemona Lioce. L'eventuale riconoscimento di Frau tra la banda che assaltò l'ufficio postale sancirebbe ovviamente il suo collegamento col mondo delle eversione e con i delitti Biagi e D'Antona. Una nuova pista, quella che legherebbe ancora una volta Frau alle Br, che arriva proprio nel giorno della notifica di fine indagini sulla mancata scorta al giuslavorista ucciso in via Valdonica.
"Nessuna comunicazione ufficiale sulle conclusioni fino a quando la famiglia Biagi non avrà ricevuto l'atto", ha detto il procuratore di Bologna, Enrico Di Nicola. Ma è già chiaro che si tratterà di una richiesta di archiviazione alla quale seguirà la causa civile della famiglia Biagi contro uno Stato che non ha saputo proteggere il giuslavorista ucciso.
di Emanuela Naldi
"La Nazione"
Il "comandante Andrea", come veniva chiamato quando militava nell Br Ucc, Unione dei comunisti combattenti, risulterebbe indagato anche dalla procura di Firenze per la fallita rapina alla Posta di via Rocca Tedalda, avvenuta il 10 giugno. Ma non sarebbe l'unica. Giorgio Frau - arrestato giovedì a Perugia insieme a Mario Scilli, Massimiliano Da Rold e Alfredo Di Simone - potrebbe essere coinvolto anche nella rapina del 6 febbraio alla Posta di via Torcicoda, per la quale è indagata la brigatista Nadia Desdemona Lioce.
A legare il suo nome all'assalto di via Torcicoda sarebbe il mitra Ak47,trovato nel suo arsenale dai carabinieri del Ros. Nella vecchia cantina di via Pistoia a Roma, presa in affitto da due anni, Frau aveva sette pistole, il mitra Ak 47 modificato, tutti perfettamente funzionanti e dotati di munizioni, oltre a ricetrasmittenti, grimaldelli, una paletta della polizia e due giubbotti utilizzati dal personale delle poste e un "ariete" di ferro. Ad attirare l'attenzione è stato quel mitra modificato, il micidiale kalashnikov, considerato indispensabile dalla malavita organizzata per la capacità penetrativa dei proiettili. Lo avevano pure i quattro terroristi che fecero irruzione in via Torcicoda. I testimoni hanno descritto una mitraglietta corta con il classico caricatore a banana. L'Ak47, sequestrato nell'arsenale romano, ha il calcio e lo spegnifiamma segati. E nella vecchia cantina c'era anche un caricatore a banana. L'ipotesi che legherebbe Frau a via Torcicoda è stata definita "suggestiva". E tutta da verificare. Ma gli inquirenti ci stanno lavorando. E pensano che Frau possa essere stato l'armiere delle Br. Per ora è solo una ipotesi di lavoro. Anche se il "comandante Andrea" era stato "monitorato" proprio dalla procura di Firenze nell'ambito delle indagini a tutto campo sull'eversione, già prima della tentata rapina di via Rocca Tedalda.
Proprio in merito a questo assalto gli investigatori stanno esaminando il proiettile sparato dai quattro uomini contro il vetro blindato dell'ufficio postale sia dello stesso tipo di quelli sequestrati a Frau dopo il suo arresto a Perugia. Altro elemento interessante è l'"ariete", realizzato con una longarina, usato per cercare di sfondare il vetro blindato. La stessa tecnica venne usata il 27 giugno 2002 alla Posta di piazza Puccini, dove tre malviventi, col volto coperto con mascherine antismog, riuscirono a portare via 120.000 euro.
Un'altra rapina con l'ariete è stata portata a termine nell'ufficio postale di Marcignana, nel comune di Empoli, il 30 maggio. Tre rapinatori rapinarono 20.000 euro.
Ma le indagini riguardano anche il nascondiglio del gruppo che ha assaltato la Posta di via Rocca Tedalda. Il 15 maggio, 25 giorni prima della rapina, vennero rubate a Firenze due Fiat Uno e ritrovate dopo il colpo. Dove sono state tenute nascoste?

2 luglio 2003 - SCORTA BIAGI: MOLTE COLPE, NESSUNA RESPONSABILITA'
"Il Corriere della sera"
Le conclusioni sulla scorta negata: "L'apparato si è mosso con ambiguità e spirito ragionieristico"
"Biagi, colpe esorbitanti dello Stato"
Duro atto di accusa dei pm bolognesi: "Una protezione minima avrebbe salvato il professore dalle Br"
BOLOGNA - Nessuna responsabilità penale dei singoli indagati, ma un gravissimo atto d'accusa contro l'apparato centrale che doveva garantire la protezione del professore Marco Biagi, il padre della riforma del mercato del lavoro. Sono queste le conclusioni dell'inchiesta dei pubblici ministeri bolognesi sulla scorta negata al docente assassinato dalle Brigate rosse. "Le colpe dell'apparato - scrivono i magistrati nella richiesta d'archiviazione - sono esorbitanti. Per apparato non si intende solo la polizia di Stato, laddove l'interpretazione di pericolo concreto e attuale, come pericolo locale, appartiene anche ai dirigenti degli altri organi di polizia". Secondo i magistrati "l'apparato si è mosso con ambiguità, spirito ragionieristico, sacrificando la sicurezza dei suoi migliori servitori alle esigenze di recuperare personale dai servizi di protezione; autoreferenzialità, e atteggiamento burocratico".
ABBANDONATO - Per i pm le richieste di aiuto del professore Biagi furono lasciate cadere nel vuoto a tutti i livelli: "Casini - racconta Marina Orlandi, la vedova di Biagi - riferì a Marco che secondo il capo della polizia De Gennaro non vi erano motivi per concedere la protezione. Questo tipo di risposta inqualificabile è stata data anche a Stefano Parisi dall'ex ministro Scajola e dal ministro Frattini nonché da prefetti vari". Proprio il presidente della Camera, Casini, amico d'infanzia del giuslavorista, era stata l'ultima possibilità per Biagi. "A proposito di Casini, Marco mi disse uno degli ultimi giorni prima di morire - racconta ancora Marina Orlandi - "Marina, più in alto di così io non potevo arrivare, devo prendere atto che non mi si vuole proteggere, adducendo come scusa che non c'è alcun pericolo per la mia vita, in quanto non c'è più pericolo dei terroristi, anche se questo ad ogni persona con un briciolo di intelligenza, di ragionevolezza è una cosa inconcepibile"".
LA DIRETTIVA - I pm chiedono di archiviare le posizioni del capo della direzione centrale polizia di prevenzione (ex Ucigos) Carlo De Stefano, del suo vice Stefano Berrettoni, del questore di Bologna Romano Argenio e del prefetto Sergio Iovino sottolineando anche l'effetto delle circolari ministeriali, emanate per ridurre le scorte: "la finalità ultima perseguita con tali direttive ministeriali ha inciso sensibilmente sugli errori di valutazione compiuti dai singoli funzionari di pubblica sicurezza". Nello specifico i pm bolognesi osservano che "il principale organo dell'antiterrorismo sostanzialmente ignorava chi fosse Marco Biagi. Le dichiarazioni rese da De Stefano costituiscono una sconcertante conferma. Invero presso la direzione centrale della Polizia di prevenzione non esisteva un fascicolo personale dedicato alla "personalità" di Marco Biagi". A livello locale invece ci fu un "approccio superficiale, insofferente e burocratico con cui l'ufficio del questore Argenio, e in particolare la digos di Bologna diretta dal dottor Rossetto (sul quale gravano, fra l'altro, le giuste forti e dignitose parole della vedova del professore), seguì la vicenda, anche se soltanto nel periodo successivo alla revoca della misura di protezione da parte di Roma". Comunque "la colpevolezza del questore Argenio si smarrisce nella ben più articolata colpevolezza dell'apparato". Le informazioni fornite "dal capo della polizia, dai ministri Frattini e Scajola - ragionano i pm - dimostrano che in sede competente, politica e ministeriale, nessuno pensava che il professore Biagi potesse essere destinatario di una nuova azione della Br-Pcc".
"POTEVA SALVARSI" - Sulla revoca della protezione i magistrati ritengono che il questore e il direttore centrale della polizia di prevenzione hanno formulato un "parere (che si assume) sbagliato". E sostengono che "la meno sofisticata tra le forme di protezione sarebbe stata in grado di scongiurare" l'omicidio. Infine, un ultimo colpo alla credibilità delle forze dell'ordine: la rivendicazione dimostra che le Br conoscevano gli incarichi del professore meglio della polizia che doveva tutelarlo. Nelle 61 pagine c'è anche un passaggio che spalanca le porte all'azione civile della famiglia Biagi, quando si fa riferimento alle direttive ministeriali che non escludono certamente "i gravi errori interpretativi che nella specie sono stati commessi e le conseguenze che, in sede civile e amministrativa, possono eventualmente discendere".
R. I.

2 luglio 2003 - ARRESTI PARIGI, DAI GIORNALI
ANSA:
(di Antonella Tarquini)
Catherine Bastard, la francese fermata il 24 giugno assieme a Giuseppe Maj e Giuseppe Czeppel nel corso di una quindicina di perquisizioni ordinate dalle procure di Bologna e Napoli in relazione al caso Biagi, e' innocente. A scagionarla e' Hellyette Bess, un'anziana ex militante di 'Action directe', l'organizzazione terrorista di estrema sinistra che insanguino' la Francia negli anni '80 e aveva all'epoca stretti contatti con le Brigate rosse.
"I documenti di identita' e i timbri ufficiali italiani e francesi trovati in casa della Bastard sono miei", afferma 'la mamma di Ad', 'la vecchia'- cosi' la chiamavano vent'anni fa i poliziotti- in una lettera al giudice antiterrorista Gilbert Thiel. E' il magistrato che sabato scorso ha spedito in carcere Bastard, Maj e Czeppel, per "associazione per delinquere in relazione con un'organizzazione terrorista (non meglio identificata) e possesso di documenti falsi" per quanto riguarda gli italiani, ma per la francese (oggetto di una procedura distinta) c'e' anche la 'fabbricazione e contraffazione di documenti".
"Siamo amiche, li ho dimenticati a casa sua, ne rivendico la responsabilita', non deve pagare per quel che non ha fatto. Lei non ne sa nulla, ne ignora la provenienza", scrive la 73enne ex militante nella lettera che ha inviato anche a 'Liberation', affinche' "il suo contenuto non finisca nel cassetto di un giudice".
Ha conosciuto Catherine nel carcere di Fleury Merogis nel 1984, quando la donna- dentro per droga- aveva poco piu' di 20 anni e lei 54. "E' una ribelle ma non e' una militante politica e tanto meno ha contatti con i Rivoluzionari italiani o con i militanti francesi. E' stato il suo senso della giustizia e della solidarieta' ad avvicinarci, e oggi la nostra amicizia e' ancora viva. Mi ha ospitato quando sono uscita dal carcere, ho le chiavi di casa sua, a volte dormo da lei", scrive al giudice, promettendogli di recarsi presto da lui.
A casa di Hellyette Bess, anch'essa perquisita il 24 giugno, non hanno trovato nulla, e la donna e' stata rilasciata subito. Ora, "dopo lunga riflessione", ha deciso di autodenunciarsi.
"Potrei fuggire, nascondermi, ma non sopporto che qualcuno paghi per quel che ho fatto", dice a 'Liberation'. "Avevo quei timbri gia' prima del 1984, non sono piu' validi, ho radunato carte d'identita' con l'idea che un giorno potevano servire a militanti in difficolta' o in fuga", aggiunge, sapendo che, a 73 anni, malata di cuore, una cataratta che avanza minacciosa, rischia il carcere.
La sua militanza comincio' a 15 anni, quando le dissero che il padre era morto nella camera a gas, nei campi di concentramento. Antifascista, anarchica, antifranchista, il femminismo, la lotta per l'aborto...fino all'ingresso in 'Action directe', che debutta nel 1979 con un attentato al Cnpf, la Confindustria di allora. Poi ci fu l'assassinio del generale Audran nell'85 e quello del patron di Renault Georges Besse, l'anno dopo. Hellyette teneva i rapporti con i giornalisti, viene arrestata nell'84 con il capo di Ad, Regis Schleicher, accusata di "associazione per delinquere".
Quando esce dal carcere, nell'89, continua la sua militanza, con la sua silhouette rotonda, i capelli ricci, i sandali ai piedi, e' ovunque ci sia una protesta. Invia denaro e scrive regolarmente ai suoi "compagni in carcere", va a trovare Schleicher che sta scontando l'ergastolo. "Assistere chi e' dentro, e' il compito che mi sono data, anche se non sono d'accordo con loro su tutto quello che hanno fatto, li aiuto", dice. E' la sua sola ragione di vita.

3 luglio 2003 - MANCATA PROTEZIONE BIAGI: SOTTOVALUTATE MINACCE BR
"Il Corriere della sera"
IL CASO
Quei messaggi Br ritenuti "inattendibili"
ROMA - Tra le accuse mosse dalla Procura di Bologna ai quattro indagati per la mancata protezione del professor Marco Biagi c'è anche la sottovalutazione di alcuni messaggi delle Brigate rosse fatti recapitare nell'estate del 2001, il periodo in cui a Biagi veniva tolta la scorta. In particolare, i pm attribuiscono alle Br-pcc un volantino e un messaggio e-mail , rispettivamente del 10 luglio e del 20 agosto, dai quali, dicono, potevano trarsi indicazioni "a oltre due anni dall'omicidio D'Antona, se non sugli obiettivi concreti prescelti, quanto meno sulle persone da individuare come destinatarie di azioni terroristiche". Il volantino è di trenta righe, con l'intestazione classica della stella a cinque punte, in cui si richiamava una "risoluzione strategica" che però non era delle Br ma dei Nuclei territoriali antimperialisti; il messaggio di posta elettronica, di lunghezza analoga, è un appello "a tutte le organizzazioni comuniste combattenti". Il provvedimento della Procura di Bologna non lo dice, ma quei due documenti furono giudicati non autentici dagli stessi analisti del Sisde che, nei mesi successivi, fornirono indicazioni dalle quali si poteva trarre (così si disse) l'identikit del professor Biagi quale possibile obiettivo dei terroristi. Non a partire da quegli scritti di poche righe, però, nei quali gli esperti del servizio segreto individuarono tante e tali anomalie (compreso l'errore di comporre più volte il nome di D'Antona senza apostrofo: Dantona) da concludere che fossero inattendibili.

4 luglio 2003 - LIBRO SULLA STORIA DI POTERE OPERAIO
"La Gazzetta del sud"
"Storie di Potere Operaio" di Aldo Grandi
La generazione degli anni perduti
Candida Curzi
Toni Negri, Franco Piperno e gli altri ragazzi e ragazze di Potere Operaio "erano davvero colpevoli? Avevano davvero voluto rovesciare le strutture democratiche del Paese? Avevano agito per farlo?". Con questa domanda Aldo Grandi apre il volume che Einaudi porterà in libreria dalla prossima settimana "La generazione degli anni perduti", sottotitolo "Storie di Potere Operaio". 356 pagine che ricostruiscono, attraverso interviste ai protagonisti e documenti, gli ultimi anni '60 ed i primi anni '70, la nascita dei cosiddetti gruppi della sinistra extraparlamentare, l'alba degli anni di piombo. "Potere Operaio" si sciolse nel convegno Rosolina nel 1973 e lì si ferma il dettagliato racconto di quel che faceva, diceva, scriveva e sognava quel gruppo di giovani tra i quali vi erano i nomi conosciuti di Toni Negri e Franco Piperno, Oreste Scalzone e Valerio Morucci e tanti altri che oggi ricordano in pochi. Ragazzi e ragazze le cui storie in quel periodo si intrecciarono o sfiorarono, quelle di Adriano Sofri, ancora oggi detenuto per i fatti di quegli anni (l'omicidio del commissario Calabresi, Milano, Marzo 1973), Giangiacomo Feltrinelli (morto nell'attentato ad un traliccio, Segrate, marzo 1972), Luciana Castellina e gli altri dirigenti del Manifesto, del grande vecchio della sinistra del Pci Pietro Ingrao, con quelle dei tanti, tantissimi coetanei che hanno vissuto il '68-'69 nelle università italiane e francesi. E' il racconto di una generazione che leggeva Marx, testi di economia politica e filosofia del diritto, la sera in pizzeria discuteva di etica, andava ai cancelli di Mirafiori alle quattro del mattino ad ascoltare gli immigrati calabresi della catena di montaggio, viveva la militanza politica a tempo pieno, spostandosi in treno da Roma a Milano, da Marghera a Torino, a Firenze, dormendo nella casa di Guido Viale, che aveva le chiavi sempre nella toppa e in un armadio vicino alla porta i materassini gonfiabili e qualche coperta per chi arrivava, o di Mario Dalmaviva, che giocava in borsa per guadagnare a sufficienza per mantenere gli operai che scioperavano e gli studenti che arrivavano dal sud, o quella di Luciana Castellina o Pancho Pardi, a Porto Ercole, dove i leader di PotOp romani e fiorentini passarono l'ultima estate spensierata, quella del '70, prima di dare il via alla costruzione della "struttura militare". Le prime pistole cominciarono allora, nell'autunno del '70, ad affiancare molotov e "stalin" nelle mani dei ragazzi del servizio d'ordine incaricato dell'autodifesa dei cortei e delle sedi.

5 luglio 2003 - SVIZZERA: ARRESTO BR BORTONE IN RAPPORTO SICUREZZA INTERNA
ANSA:
Risparmiata da gravi atti terroristici, la Svizzera ha visto l'anno scorso la sua sicurezza interna "in parte messa a rischio da gruppi estremisti stranieri, dall'estremismo di destra e di sinistra nonche' da un aumento della criminalita' in generale". Lo afferma l'ultimo rapporto dell'Ufficio svizzero di polizia, citato oggi dalla stampa locale, evocando anche l'arresto l'anno scorso a Zurigo del brigatista Nicola Bortone.
Secondo il 'Rapporto sicurezza interna della Svizzera 2002', la criminalita' organizzata transnazionale continua a rappresentare una "seria minaccia". Continuano inoltre ad operare gruppi terroristici di estrema sinistra come le Brigate rosse in Italia e l'Eta in Spagna ed altre organizzazioni estremiste. La Svizzera - ricorda l'Ufficio federale di polizia (Ufp) - ha contribuito alla lotta contro questa minaccia arrestando, nel marzo 2002, il brigatista Nicola Bortone e l'attivista tedesca dell'Eta Gabriele Kanze. Entrambi nel frattempo estradati. Nel 2002 - afferma l'Ufp - il numero di incidenti provocati da gruppi di estrema destra e' rimasto stabile, a circa 120.
Sul fronte delle ripercussioni degli attentati dell'11 settembre 2001, "la Svizzera non ha svolto un ruolo importante nella preparazione di tali attentati", ma alcune persone residenti nel paese sono "in contatto presunto o provato con organizzazioni terroristiche", afferma l'Ufp.
Il rapporto pone infine l'accento sul preoccupante aumento nel Paese della criminalita' in generale e sulla crescente inclinazione alla violenza dei giovani.

7 luglio 2003 - CASSAZIONE: D'ANTONA, RIMANGONO IN CARCERE 3 IRRIDUCIBILI BR
ANSA:
La prima sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso presentato da tre irriducibili brigatisti, Antonino Fosso, Michele Mazzei e Franco Galloni, contro l'ordinanza del Tribunale del riesame di Roma che aveva confermato le misure cautelari nei loro confronti in relazione alla rivendicazione dell'omicidio del prof. Massimo D'Antona.
In particolare, i tre sono indagati per banda armata e associazione sovversiva, con l'accusa di aver steso le bozze del documento che rivendicava alle Brigate Rosse la paternita' dell'uccisione del giuslavorista, colpito a morte il 20 maggio del '99 nei pressi della sua abitazione romana.
I tre brigatisti avrebbero rivendicato l'attentato durante la detenzione nel carcere di Trani, dove si trovavano reclusi per la sanguinosa rapina di autofinanziamento avvenuta a Roma in via Prati di Papa. La decisione si e' appresa oggi, ma la Camera di Consiglio dei supremi giudici si e' svolta lo scorso venerdi' pomeriggio. Gli indagati sono difesi da Attilio Maccioli, lo stesso avvocato che difende anche la brigatista Desdemona Lioce.

10 luglio 2003 - CARC, SIAMO SOLO COMUNISTI
ANSA:
Siamo solo comunisti, anche se siamo presentati all' opinione pubblica come 'terroristi'. E' in sintesi il messaggio lanciato oggi dai Carc, Comitati di appoggio alla Resistenza per il Comunismo.
In una lunga nota si ricorda, tra l'altro, "l' operazione repressiva del 23 giugno" che ha portato ad arresti a Parigi anche di Giuseppe Maj, il fondatore ed ex segretario nazionale dei Carc, e le successive perquisizioni in diverse citta' italiane ed in Svizzera. Operazioni queste che avrebbero "denigrato i compagni, presentandoli all' opinione pubblica come 'terroristi', seguendo la strada praticata dai nazi-fascisti durante il ventennio fascista e durante la Resistenza: i comunisti e gli altri oppositori venivano definiti dalla propaganda di regime 'banditi e terroristi'".
I Carc rigettano anche le accuse di colpevolezza per gli omicidi di Biagi e D' Antona. "E' vero che non piangiamo Biagi o D' Antona - e' scritto - ma le migliaia di morti sul lavoro e le decine di milioni di vittime che la borghesia e il suo sistema di miseria e guerra produce ogni anno nel mondo. I lavoratori e le masse popolari non sono stupidi e capiscono e riconoscono il semplice discorso che fanno i Carc: nella lotta di classe ogni classe piange i propri morti".

11 luglio 2003 - TERRORISMO: ITALIA CHIESE PERQUISIZIONE A ZURIGO
ANSA:
Su richiesta delle autorita' italiane, la polizia svizzera ha perquisito lo scorso 23 giugno a Zurigo gli uffici e l'appartamento della militante svizzera Andrea Stauffacher, afferma il quotidiano elvetico 'Le temps'.
La richiesta d'assistenza giudiziaria dell'Italia giunta il 26 maggio scorso era legata alle inchieste sui delitti Biagi e D'Antona. Gli agenti avevano sequestrato documenti, materiale informatico ed altri oggetti. La portavoce della procura federale ha confermato oggi a Berna le perquisizioni del 23 giugno scorso ma non il nome della Stauffacher. Ne' ha voluto esprimersi sull'invio del materiale sequestrato all'Italia.
Militante di 53 anni, Andrea Stauffacher e' una figura di spicco della Raz (Costruzione rivoluzionaria di Zurigo), scrive 'Le temps' che evoca i "legami dei comunisti zurichesi con estremisti italiani vicini alle Brigate rosse" citando tra l'altro il caso di Nicola Bortone, il presunto brigatista estradato in Italia da Zurigo, citta' "dove lavorava, secondo le nostre informazioni, presso una persona vicina al gruppo. Nel 1999, un volantino che rivendicava l'assassinio di Massimo D'Antona era stato ritrovato su un treno dove si trovava - curiosa coincidenza - Andrea Stauffacher", aggiunge il giornale.
Secondo l'articolo la presenza di Andrea Stauffacher sarebbe inoltre stata notata a Ginevra nei giorni delle contestazioni contro il vertice del G8 ad Evian (Francia, inizio giugno).

14 luglio 2003 - PERQUISIZIONI CONTRO IL CRAC
"Il Resto del Carlino"
Blitz contro l'area antagonista: dieci indagati
BOLOGNA - E dopo i Carc, i 'Centri di appoggio alla resistenza per il comunismo' perquisiti qualche mese fa, nel mondo più o meno sommerso accusato di attentare all'eversione democratica senza disdegnare l'uso della violenza, ecco spuntare il Crac, il 'Centro di ricerca per l'azione comunista'. Ed è proprio ai membri affiliati a quest'ultima struttura, creata a Bologna dal suo leader indiscusso Diego Negri, che i carabinieri del Ros dell'Emilia Romagna e del Veneto, per ordine della Procura di Bologna, hanno indirizzato le loro attenzioni.
All'alba
Le perquisizioni, una cinquantina in tutto, sono scattate all'alba dello scorso venerdì in varie città italiane, Bologna, Modena, Parma, Trento, Padova, Mestre e Venezia. Sarebbero una decina gli indagati per associazione sovversiva con finalità di terrorismo anche internazionale e di eversione dell'ordine democratico, e senza dubbio sono parecchi gli scatoloni che gli uomini in borghese del Raggruppamento operativo speciale dell'Arma hanno riempito con documentazione e cd ora da controllare e 'studiare'. Sequestrati anche telefonini, video, audiocassette e personal computer.
Il blitz verso l'area antagonista era in programma da tempo, e non appena le richieste di perquisizione firmate dal sostituto procuratore Paolo Giovagnoli, lo stesso pm che indaga sull'uccisione del giuslavorista Marco Biagi, hanno trovato riscontro nel lavoro del gip, i carabinieri si sono mossi contemporaneamente sui vari fronti.
Una decina le perquisizioni a Bologna, altrettante a Padova, una a Modena e le altre tra Padova, Venezia e Mestre, dove sono state passate al setaccio anche le stanze di una coppia di anarchici residenti nel sestiere di Dorsoduro e la casa di un operaio del Petrolchimico di Marghera.
"Noi - ha spiegato il procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola - abbiamo il bisogno di conoscere a fondo tutta l'area legata all'antagonismo e agli anarco insurrezionalisti. L'inchiesta sull'omicidio Marco Biagi in questo blitz non c'entra, ma è chiaro che se la nostra attenzione è rivolta a una certa area con intenti rivoluzionari un motivo ci deve pure essere... Ora fateci lavorare in pace, c'è un sacco di materiale da analizzare, migliaia e migliaia di documenti, vedremo... Le piste sono tante...".
E' ovvio che gli inquirenti, proprio in virtù della propaganda del 'laboratorio' Crac, basata anche su dichiarazioni di violenza come mezzo lecito della lotta di classe, ritengono che ci si posa trovare di fronte a un terreno fertile in cui si potrebbe annidare qualche fiancheggiatore delle Nuove Brigate Rosse.
Un analogo blitz, va ricordato, sempre per ordine della Procura di Bologna era scattato sei o sette mesi orsono. L'ambiente rivoltato come un calzino sempre quello dell'estrema sinistra, ma alla fine non emerse nulla di interessante. Ma ora si torna all'attacco e nel mirino è finito il Crac di Diego Negri (personaggio già perquisito per fatti legati a una sua presunta associazione sovversiva nel 1999), che tra i suoi scopi individua anche quello primario di "organizzare la violenza proletaria come illegalità e antistituzionalità, capace di contrapporsi alla violenza statale nella difesa della classe".
I nemici del Crac? Il "sindacalismo e il parlamentarismo, ma soprattutto lo Stato, che è attributo del sistema di produzione del capitale e dunque la sua distruzione è una condizione necessaria per la rivoluzione comunista, il cui contenuto è l'abolizione del proletariato verso la comunità umana".
Discutono di questo e questo predicano, quelli del Crac. E la Procura di Bologna vuole vederci chiaro.
di Biagio Marsiglia

15 luglio 2003 - ARRESTO FRAU: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
Il pm Giovagnoli però spiega:
"Per ora non ci sono collegamenti diretti con l'omicidio"
Sono iniziati ieri mattina gli accertamenti sulle armi trovate nella cantina della casa romana di Giorgio Frau, arrestato due settimane fa dai carabinieri di Perugia a pochi passi dall'ufficio postale che l'ex brigatista assieme a tre complici, stava per assaltare. L'attenzione del pubblico ministero Paolo Giovagnoli, titolare dell'inchiesta sul delitto del professor Biagi, è concentrata soprattutto sulle due pistole (una Beretta e un'altra arma con matricola e marca abrase) calibro nove corto (lo stesso calibro utilizzato nell'omicidio di via Valdonica) ritrovate in quello che è stato definito dagli stessi carabinieri che hanno effettuato la perquisizione nell'abitazione di Frau a Roma, un vero e proprio arsenale: sette le pistole custodite dall'ex brigatista, oltre a un mitra Ak 47 e a 13 cartucce. Continua intanto il lavoro di indagine, interpretazione e analisi sul materiale (documenti cartacei e cd) sequestrato nelle 53 perquisizioni effettuate dai carabinieri del Ros tra Bologna, Modena, Parma, Trento, Padova, Mestre e Venezia.
"Nessun collegamento - ribadisce comunque il pubblico ministero Paolo Giovagnoli che ha firmato i provvedimenti - con l'omicidio del giuslavorista bolognese. Si tratta di una indagine del tutto autonoma rispetto a quella dell'omicidio di Marco Biagi, di un'attenzione particolare verso gli ambienti della sinistra estremista".
'Visite' eseguite in pratica per capire se le opinioni 'sovversive' del Crac (il Centro di ricerca e azione comunista che ha la sua sede nella nostra città), che non va confuso con i Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, sui quali sta indagando la Procura di Napoli e a cui si è interessata anche la nostra Procura per l'omicidio Biagi) hanno trovato qualche realizzazione concreta.
L'interesse degli inquirenti parte da una pubblicistica che si dice favorevole all'uso della violenza nell'attività politica, anche se non ci sono accuse specifiche di atti di violenza realizzati.
Esplicita invece la volontà da parte dei Crac e del suo fondatore Dario Negri, di far conoscere l'esperienza delle Brigate Rosse nel tentativo di analizzarla, così (come hanno spiegato in alcuni passi) da non lasciare solo al "mondo borghese e capitalista" l'analisi del fenomeno brigatista. Un'esperienza, quella delle Br, da cui comunque il movimento ha sempre preso le distanze.
Il Crac è attivo soprattutto sull'asse Bologna-Modena-Parma e ha contatti con anarco-insurrezionalisti del Veneto e del Trentino. Nell'inchiesta sono otto le persone iscritte nel registro degli indagati con l'accusa di associazione con fini di eversione dell'ordine democratico. Otto militanti che avrebbero avuto punti di appoggi nel capoluogo emiliano.
di Emanuela Naldi

21 luglio 2003 - SPARATORIA TRENO: LA MOGLIE DI PETRI
"La Nazione"
"Non cerco vendetta. Ma non perdono"
ROMA - "Per me nessuna amnistia e nessun perdono. Sono cose che non esistono, cose inconcepibili". Alma Petri (nella foto), la moglie di Emanuele, il poliziotto ucciso nello scontro a fuoco con il terrorista Mario Galesi, non ha esitazioni. Il dibattito di queste ore sulla chiusura degli anni di piombo con atti di clemenza diventa, per la signora, insopportabile, come un ulteriore, insostenibile peso. Dolore che si aggiunge a dolore. "Il 2 agosto sono cinque mesi dalla morte di Emanuele - racconta - e vivo, viviamo con mio figlio, questo tempo addirittura con maggiore angoscia di quei giorni terribili".
Il tempo aiuta poco...
"Anzi. Più passa il tempo, e peggio è. I primi giorni ti senti frastornata, in mezzo a qualcosa di drammatico e di più grande di te. Qualcosa che non avresti mai pensato di vivere. Poi, però, se possibile, stai ancora più male. E, almeno per come mi sento adesso, non credo che tra dieci o venti anni il mio dolore sarà alleviato. Magari sarà aumentato. E non lo dico solo per il mio caso. Le racconto un episodio. Abbiamo viaggiato in treno di notte, io e mio figlio, e ci siamo trovati alla stazione di Bologna. Lì, mi sono fermata davanti a quella lapide con quei nomi, e mi sono trovata a piangere come una bambina. Eppure è passato il tempo, ma piangevo lo stesso, come fosse anche il mio dolore. No, non capisco perché oggi si parla di questa cosa, dell'amnistia, della clemenza".
Pensano sia arrivata l'ora della pacificazione e della chiusura degli anni di piombo...
"Io non so di politica o di anni di piombo. So che per me sono questi mesi di piombo. E so che la giustizia deve essere giustizia. Non parlo di vendetta, noi siamo gente che non pensiamo alla vendetta, ma alla giustizia sì".
Dicono che è passato tanto tempo dagli anni '70. Che le persone sono cambiate...
"Io so solo che queste persone, i terroristi, per me non esistono, sono senza anima. Non c'è niente che possa giustificare uno che ammazza un altro. Non c'è differenza tra chi ha ucciso per mafia o per altro e chi lo ha fatto per terrorismo. Non esistono scorciatoie, sconti o giustificazioni".
Solo giustizia.
"Sì, se i giudici hanno deciso che devono stare in carcere dieci anni, dieci anni ci devono stare, venti anni, venti anni. In carcere si sono comportati benissimo, hanno capito? Non vuol dire niente, se hanno commesso una colpa, devono pagare. Secondo giustizia".
Pensa che anche Sofri debba rimanere dentro?
"Non lo so. Lui dice che è innocente, ha sempre detto che è innocente. Questo colpisce. Forse per lui la situazione è diversa. Non lo so".
di Raffaele Marmo

23 luglio 2003 - PISA E IL TERRORISMO NUOVO E VECCHIO
"La Nazione"
Vecchio e nuovo terrorismo s'incontrano a Pisa
PISA - Chissà se nei ranghi delle fino ad ora inedite 'Cellule di offensiva rivoluzionaria' che hanno inviato il proiettile in redazione c'è anche 'quell'uomo di mezza età, con i capelli brizzolati', riconosciuto da molti testimoni come assiduo compagno di Nadia Lioce sul treno Roma-Pisa. Lo cercano dal marzo scorso, dal giorno del conflitto a fuoco che ripropose con drammatica evidenza il ruolo di Pisa nello scenario del terrorismo italiano. Lo cercano perché - come la sua compagna di viaggio - è la conferma di un saldatura fra un'eversione ormai storica e le nuove frange estremiste che stanno insanguinando l'Italia. E' un volto per ora sconosciuto, ma del quale si può facilmente tracciare l'identikit politico. Insospettabile, con istruzione superiore, esperto di problemi sindacali e di lavoro. Convinto, come gli altri neobrigatisti che hanno firmato gli assassini di D'Antona e Biagi, che siano stati proprio i sindacati e i responsabili della politica riformista a tradire le lotte operaie e la 'rivoluzione proletaria'. Quasi certamente vive a Pisa.
La stagione del terrorismo di matrice pisana è ormai lunga. Un esempio per tutti. I responsabili del sequestro e dell'uccisione di Aldo Moro hanno ammesso molte cose, ma almeno due le hanno lasciate nell'ombra. La prima è il luogo dove si trova il memoriale intero e autentico di Moro (il caveau di una banca svizzera?). La seconda è dove si riuniva, durante il sequestro, il 'comitato rivoluzionario' che tirava le fila dell'impresa: hanno solo ammesso che era in Toscana.
A Pisa, guarda caso, fu rubata da un ufficio dell'università la testina della macchina da scrivere Ibm con la quale venivano dattiloscritti i documenti delle Br durante il sequestro. E Mario Moretti, da anni in clandestinità, proprio durante i giorni decisivi del sequestro Moro, soggiornava sotto falso nome nella città toscana in un alloggio della Casa dello studente dell'ex Nettuno, in lungarno Pacinotti. Altri nomi e altri eventi collegano con inquietante frequenza il nome di Pisa al terrorismo rosso e non è escluso che esistano diversi livelli di responsabilità e di impegno. Ad esempio il volantino che ha accompagnato il minaccioso proiettile inviato in redazione fa pensare ad un livello più basso di quello raggiunto da altre rivendicazioni, come quelle usate per l'attentato alla sede Cisl di Pisa dieci mesi fa o all'agenzia per il lavoro interinale di Firenze, più o meno negli stessi giorni. Stavolta il linguaggio è rudimentale, fatto più di slogan che di concetti articolati e addirittura ridicola è l'argomentazione con la quale si sostiene che non sono state le 'cellule di offensiva rivoluzionaria' a forzare la porta del sindacato Ugl la settimana scorsa, ma si è trattato del 'risultato della detonazione dell'ordigno' da loro stessi piazzato. Tutto questo però non è affatto tranquillizzante. Le esperienze del passato ci dimostrano che l'acqua in cui nuotano pesci grossi e pesci piccoli è quasi sempre la stessa ed è in quel brodo di coltura che vengono reclutati capi e semplici gregari. E può anche darsi che l'attentato all'Ugl e il proiettile in redazione siano la prova necessaria per passare un livello superiore.
di Giuseppe Meucci

24 luglio 2003 - SCORTA BIAGI: MEMORIA DIFENSIVA ARGENIO
"La Gazzetta del Sud"
DELITTO BIAGI
Depositata la memoria difensiva dell'ex questore di Bologna Argenio
Sott'accusa la circolare Scajola
BOLOGNA - "La vera causa della revoca della tutela al professor Marco Biagi da parte di Bologna, Milano e Modena è da individuarsi nella circolare Scajola... Senza quella circolare probabilmente il professore sarebbe ancora vivo". È un passo della memoria - nella quale ci sono altre severe osservazioni ai vertici del ministero dell'Interno - dell'avv. Umberto Guerini, il legale dell'ex Questore di Bologna Romano Argenio, depositata al Gip del capoluogo emiliano che dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione nell'ambito dell'inchiesta sulla mancata scorta al professore assassinato dalle Br il 19 marzo 2002. Al termine delle 27 pagine del documento il legale ha chiesto "l'archiviazione per non aver commesso il fatto": la Procura aveva invece chiesto l'archiviazione "per essere l'errore da lui commesso nella fase di revoca delle misure di protezione privo di colpa penalmente rilevante...". Argenio, insieme con l'ex Prefetto di Bologna Sergio Jovino, al capo dell'Antiterrorismo Carlo De Stefano e al vice Stefano Berrettoni (è stata chiesta l'archiviazione anche per questi ultimi), è accusato di cooperazione in omicidio colposo. Secondo la memoria difensiva, Argenio operò per proteggere il giuslavorista anche oltre le disposizioni delle circolari: "Il capo della Polizia - si legge - richiamò al rispetto delle regole la Questura di Bologna che continuava ad esprimere il proprio parere favorevole al mantenimento della scorta al professor Biagi nonostante, secondo le sue valutazioni, non corresse alcun rischio, invitandola a indicare quali erano gli elementi circostanziali attuali e concreti che avevano portato a quella decisione". La memoria del legale dell'ex Questore ha sottolineato anche le conclusioni evidenziate nella relazione Sorge, l'indagine interna subito ordinata da Scajola: "In realtà le cose non stanno come le ha rappresentate Sorge e come le ha ricostruite la Procura di Bologna. A noi pare - ha scritto il legale - che la tesi dell' analisi ambientale sia un tentativo compiuto a posteriori per allontanare dal centro, in particolare dal ministro dell'Interno, ogni possibile collegamento con la morte del professor Biagi". "Non si dimentichi - ha scritto ancora l'avv. Guerini - che al dott. Argenio si contesta una colpa specifica rappresentata dalla inosservanza delle norme che regolano la sua funzione. Ebbene tra le norme... ci sono anche le circolari Bianco e Scajola che hanno fissato criteri vincolanti per la attribuzione e la revoca delle tutele". E, secondo la memoria, Argenio "ha osservato quei criteri. Anzi, no! Li ha certamente violati ma ad esclusivo vantaggio delle protezione del professor Biagi se è vero che per questo è stato drasticamente richiamato all'ordine dal capo della Polizia". Per questo, "se una critica la Procura deve fare la rivolga a chi ha voluto quei criteri, a chi li ha mantenuti e a chi li ha ulteriormente irrigiditi". Da quest'ultima annotazione nascono i rilievi verso altre Questure d'Italia, che erano peraltro già stati mossi anche nella richiesta di archiviazione delle Procura: "Se si vuole cercare la negligenza - ha scritto ancora il legale di Argenio - la si cerchi nella condotta di chi era consapevole che Biagi stava a Maroni come D'Antona stava a Bassolino". Un particolare, quella similitudine, che il ministro Maroni confidò all'allora prefetto di Roma Giuseppe Romano, e questi al questore dell'epoca, Giovanni Finazzo: "Tale segnale di rischio restò fermo negli archivi della Prefettura e della Questura di Roma". Per questo, ha aggiunto l'avv. Guerini, "è certo che in questo contesto le considerazioni negative rivolte alla condotta del dott. Argenio non hanno fondamento alcuno e sul piano morale debbono essere rivolte, se mai, ad altri". E se la responsabilità fosse degli organi periferici - è contenuto ancora nella memoria - e "se di fatto la Questura di Roma ha operato come "motore primo" della serie causale che ha prodotto l'evento, ne segue che in base all'articolo 40, capoverso, codice penale, esso deve esserle addebitato. Ugualmente deve essere addebitato a Milano e Modena (dove Biagi fu parimenti posto sotto protezione, ndr)". Come è stato fatto per la Prefettura e la Questura di Bologna. Un'osservazione avanzata per confutare il ragionamento della Procura. Riferendosi poi alle valutazioni contenute nella richiesta di archiviazione della Procura, la difesa dell'ex questore ha argomentato: "Se esiste una colpa di organizzazione essa deve essere attribuita al livello politico, ai ministri dell'Interno che hanno emanato le circolari per l'attribuzione delle scorte".

29 luglio 2003 - VERTICE IN PROCURA A BOLOGNA
"Il Resto del Carlino"
Tre anni fa il patto di sangue
Sono arrivati in gran segreto da Roma, da Firenze e da Milano. Ognuno con la propria scorta al seguito e ognuno sulla propria auto ministeriale, veloce e blindatissima, piena di carte 'protette' e valigette. Obiettivo su cui convergere la Procura della Repubblica di Bologna, piano quinto del 'palazzo di vetro', nell'ufficio del capo Enrico Di Nicola, irrequieto padrone di casa per l'occasione stretto in una elegante giacca blu.
Brigate Rosse, omicidio Biagi e terrorismo, questo l'argomento della tavola rotonda che solo per caso non è filata via sotto silenzio in un ultimo lunedì di luglio che sa di vacanze globali.
Il primo ad arrivare in città è stato il pm romano Pietro Saviotti, che indaga sull'omicidio D'Antona, poi sono arrivati i milanesi Armando Spataro e Ilda Boccassini, titolari dell'inchiesta sull'attentato alla Cisl e i veri promotori del summit. Quindi ha chiuso la lista degli ospiti illustri il sostituto fiorentino Giuseppe Nicolosi, impegnato a districarsi tra tutte le preziose informazioni raccolte nel marzo scorso, quando a seguito della sparatoria sul treno Roma Firenze fu catturata la brigatista Nadia Lioce e restarono uccisi il suo compagno di lotta, Mario Galesi, e l'agente della Polfer Manuele Petri.
Il mezzogiorno era già passato da un quarto d'ora quando i quattro magistrati si sono messi attorno a un tavolo. Di fronte a loro il procuratore Enrico Di Nicola, l'aggiunto Luigi Persico, il pm Paolo Giovagnoli e il responsabile del pool della Polizia di Stato che indaga sul delitto del professore Marco Biagi (nella foto, via Valdonica la notte dell'omicidio) Vittorio Rizzi.
"Ordinaria amministrazione - dirà più tardi Di Nicola, dribblando il solito manipolo di giornalisti appollaiati qua e là - Si è trattato semplicemente di fare il punto sulle indagini prima delle ferie...".
Mica una bugia, per carità, ma una mezza verità, perché di fatto i magistrati hanno calato le carte e tutte le novità raccolte negli ultimi sei mesi di lavoro tra Milano, Bologna, Firenze e Roma, tracciando un unico percorso di 'guerra alla democrazia' che unisce le scellerate gesta delle nuove Brigate Rosse-pcc, degli Nta, del Nipr e del Npr.
Il confronto al palazzo di vetro di piazza Trento e Trieste è durato più di due ore, si è arenato per lo stretto necessario davanti a un piatto caldo servito all'osteria 'Ai cavalieri', non lontano dalla Procura, quindi (pm milanesi a parte) è proseguito fino al tardo pomeriggio nelle belle e alte stanze della Scientifica, dietro la Questura.
I magistrati hanno tracciato una nuova ed aggiornata ricognizione dei commandi che hanno agito per compiere l'attentato alla Cisl di Milano del sei luglio del 2000, quello del dieci aprile dello stesso anno a Roma, alla sede dell'Istituto affari internazionali e del Consiglio per le relazioni Italia Stati Uniti, in via Brunetti, e infine quelli che sono entrati in azione per compiere i delitti Biagi e D'Antona.
"No - spiega un magistrato - non abbiamo parlato di nomi o di presunti singoli terroristi, ma è ovvio che siamo convinti che tra le fila dei nuclei che hanno messo le bombe a Roma e a Milano, e forse anche a Bologna, ci siano anche nuove leve passate a dare manforte alle Brigate Rosse-pcc che hanno ucciso Biagi e D'Antona. Ci sono sviluppi importanti che riguardano l'attentato alla Cisl di Milano, certo, abbiamo parlato anche di questo...".
Gli investigatori bolognesi e i loro colleghi sarebbero addirittura arrivati a capire in quale luogo segreto (probabilmente nell'agosto del 2000) sia stato firmato il patto di sangue tra le varie frange terroristiche che hanno di fatto ridato vita al fenomeno della lotta armata che sembrava oramai svanito.
Una volta c'erano solo gli Nta, i Nuclei territoriali antimperialisti, eppoi c'era il Npr, il Nucleo proletario rivoluzionario, e combatteva da solo anche il Nipr, il Nucleo di iniziativa proletaria rivoluzionaria. Poi, avrebbero assodato gli inquirenti, le varie forze del male si sarebbero incontrate per decidere di dare continuità e vigore alla lotta affiancando le nuove Brigate Rosse. Alcuni ruoli sarebbero già chiari, e non si esclude che almeno i magistrati di Milano, titolari dell'inchiesta sull'attentato alla Cisl e di un'altra azione terroristica rivendicata dai Npr in Lombardia, decidano di passare presto all'azione.
di Biagio Marsiglia

Sembra una sceneggiatura studiata a tavolino, ma è forse solo frutto di una fortunata coincidenza: nel giorno in cui il superesperto di terrorismo Marcello Fulvi afferra le redini della Questura di Bologna, i magistrati di Roma, Milano e Firenze incontrano nel Palazzo di Vetro di piazza Trento e Trieste i colleghi della Procura bolognese per fare il punto sulle indagini relative all'omicidio del professor Biagi e sulle Brigate Rosse e i gruppi ad esse collegate.
Così come non è casuale la nomina di Fulvi, altrettanto non è da considerare routinario il summit dei magistrati impegnati nella lotta al terrorismo. L'inchiesta sulla mancata scorta al docente bolognese trucidato dalle Br, pur approdando a una richiesta di archiviazione nei confronti dei quattro funzionari indagati, ha lanciato una pesante accusa all'apparato dello Stato: non è stato in grado di proteggere il suo consulente e ha dato prova di approssimazione e di mancanza di sinergia tra le strutture impegnate nell'analisi dei rischi e nella organizzazione delle scorte. In parole povere, una figuraccia che andava cancellata in fretta, anche per rispetto della moglie e dei figli del professore ucciso. La risposta, la reazione, sono arrivate sotto forma di una nomina mirata per la poltrona di questore e di un summit di magistrati.
Chi sta dando la caccia agli assassini di Marco Biagi sa che l'imputazione rivolta a Nadia Desdemona Lioce corre sul filo di una fragilità che è figlia di testimonianze tutte da riscontrare e da provare in sede processuale. E sa anche che questo sottile bandolo potrebbe condurre in un vicolo cieco fatto di sospetti e di labili riscontri. Insomma, per rendere solida l'indagine, occorre dare concretamente alcune risposte. Ad esempio, se è vero che la Lioce ha vissuto per mesi a Bologna, prima e dopo il delitto Biagi, occorre trovare il covo, l'appartamento, l'indirizzo del fiancheggiatore che l'ha ospitata ben sapendo di correre un rischio da ergastolo. Non un amico qualunque, insomma, ma un personaggio fidato, profondamente inserito nella organizzazione terroristica e allo stesso tempo estraneo ai gruppi più estremi periodicamente sottoposti a perquisizioni e controlli da parte della Digos e dei carabinieri. In altre parole, uno pulito, nel cui appartamento potrebbero ancora esserci l'arma usata per uccidere Biagi e D'Antona e documenti capaci di far luce sull'organizzazione eversiva. Scoprirlo non servirebbe solo a costruire un'accusa più solida contro la Lioce, ma permetterebbe di capire chi sono i nuovi fiancheggiatori delle Brigate Rosse.
Roberto Canditi

31 luglio 2003 - SCORTA BIAGI: DS-SDI CHIEDONO COMMISSIONE D'INCHIESTA
ANSA:
I Ds e lo Sdi chiedono una commissione parlamentare d' inchiesta sulle cause della revoca e della mancata riassegnazione di un servizio di protezione al prof.Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse il 20 maggio 1999.
L' iniziativa, che ha gia' raccolto le firme di 107 senatori dell' opposizione, e' stata illustrata alla stampa da Enrico Boselli e da Walter Vitali dei Ds, per pura coincidenza, nel giorno in cui il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto attuativo della riforma del mercato del lavoro che porta il suo nome e Claudio Scajola, che si dimise dal dicastero degli Interni per quella vicenda, torna a fare il ministro per l' Attuazione del programma di governo.
"E' una coincidenza - assicura Boselli - non siamo animati da spirito di polemica pretestuosa e anzi mi auguro che il Governo non si opponga a questa commissione, che ha anche il compito di eliminare veleni, polemiche e dietrologie". Peraltro, il presidente dello Sdi si augura anche che "Scajola abbia avuto modo di riflettere su quella sciagurata frase su Biagi" che provoco' le sue dimissioni.
Il compito principale della commissione e' quello di accertare, come si legge nell' art.1, "se gli apparati amministrativi preposti alla sicurezza abbiano posto in essere tutte le attivita' al fine di assicurare un' adeguata protezione a Biagi; se vi sia stato un approccio eccessivamente burocratico o una sottovalutazione della situazione di pericolo, che poteva desumersi dagli elementi a disposizione e dalle prospettazioni del prof.Biagi; se gli indirizzi ministeriali relativi alla riduzione delle scorte abbiano avuto effetti e siano stati mal interpretati o applicati; se vi siano state segnalazioni dei servizi di informazione e sicurezza sulla situazione di pericolo in cui si trovava Marco Biagi, che sono state trascurate o sottovalutate".
La commissione ha il compito di accertare tutto questo entro 12 mesi dal suo insediamento e Vitali spiega che l' iniziativa della sua istituzione "e' aperta a tutti i membri del parlamento perche' il problema di scoprire la verita' sulla sua morte interessa tutti e non ha colore politico".

31 luglio 2003 - CONSIGLIO DEI MINISTRI APPROVA DECRETO ATTUATIVO RIFORMA BIAGI
ANSA:
Sara' l'autunno il banco di prova della riforma del mercato del lavoro. Con l'approvazione, oggi, del decreto attuativo da parte del Consiglio dei ministri la riforma Biagi supera l'ultimo ostacolo e si prepara, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ad essere operativa gia' da settembre. Tra le novita' principali del provvedimento ci sono il sostanziale addio ai contratti di formazione e a quelli di collaborazione coordinata e continuativa (i co.co.co.) che resteranno utilizzabili solo da alcune categorie.
Ecco in sintesi le novita' introdotte dal decreto che riguardera' solo i lavoratori del settore privato e non quelli del pubblico impiego.
- RIFORMA COLLOCAMENTO: Arrivano le 'Agenzie per il lavoro", strutture private polifunzionali che punteranno alla mediazione tra domanda e offerta di lavoro (senza costi per il lavoratore). Ci sara' un unico regime di autorizzazione (da parte del ministero del Welfare) per i soggetti che svolgono attivita' di 'somministrazione', intermediazione, ricerca e selezione del personale.
- VIETATA RICERCA PERSONALE IN FORMA ANONIMA: E' vietata la ricerca e selezione del personale tramite, stampa, internet e televisione in forma anonima e comunque da parte di soggetti pubblici e privati non autorizzati all'incontro tra domanda e offerta a meno che non ci sia un esplicito riferimento ai potenziali datori di lavoro. Editori, direttori e gestori dei siti che violeranno questa norma saranno puniti con una sanzione da 4.000 a 12.000 euro.
- BORSA LAVORO: La Borsa continua nazionale del lavoro sara' una sorta di nodo di scambio liberamente accessibile e consultabile in rete da lavoratori e imprese. Si potranno inserire candidature e richieste di personale senza rivolgersi ad alcun intermediario. Gli operatori autorizzati sono invece obbligati a immettere i dati nella Borsa.
- CO.CO.CO. IN PENSIONE, ARRIVA LAVORO A PROGETTO: i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa "devono essere riconducibili a uno o piu' progetti specifici o programmi di lavoro determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato". Dalla norma sono escluse le prestazioni occasionali (non superiori a 30 giorni in un anno con lo stesso committente purche' non superino i 5.000 euro), le professioni intellettuali, le collaborazioni alle societa' sportive e le collaborazioni dei componenti agli organi di amministrazione e controllo delle societa'. Posso continuare ad avere collaborazione coordinate e continuative anche i titolari di pensione di vecchiaia.
- SPARISCONO CONTRATTI FORMAZIONE, ARRIVA INSERIMENTO: Il Cfl e' sostituito dal contratto di inserimento (per chi ha 18-29 anni, disoccupati di lunga durata fino a 32 anni, donne residenti in aree svantaggiate e lavoratori over 45 anni che hanno perso il posto). Gli incentivi finanziari saranno concessi solo per assunzioni di soggetti svantaggiati. Per il contratto di apprendistato non potra' essere assunto un numero di apprendisti superiore a quello delle maestranze specializzate.
- TIROCINI ESTIVI: sara' possibile impiegare per un tirocinio estivo (non piu' di tre mesi) un giovane regolarmente iscritto a un ciclo di studi "con fini orientativi e di addestramento pratico". Eventuali borse d lavoro erogate non possono superare i 600 euro al mese. Non ci sono limiti percentuali per questo utilizzo salva diversa previsione nei contratti collettivi.
- STAFF LEASING (FORNITURA REGOLATA DI LAVORO): Sara' possibile la 'somministrazione' di lavoro ad una azienda da parte di una agenzia. Il lavoratore sara' dipendente dell'agenzia di fornitura ma prestera' il proprio lavoro nell'azienda committente (agenzia e committente sono obbligati in solido sullo stipendio).
- LAVORO INTERMITTENTE E LAVORO RIPARTITO: Puo' essere svolto per prestazioni di carattere discontinuo, secondo quanto previsto dai contratti collettivi o in assenza di disposizioni secondo quanto prevedera' un decreto del ministero da emanarsi entro sei mesi dall'entrata in vigore della riforma. Ci sara' una indennita' per i periodi nel quale il lavoratore garantisce la disponibilita' in attesa di utilizzazione. Il lavoro ripartito o a coppia (job sharing) prevede che due o piu' persone assumano in solido l'adempimento di una unica obbligazione lavorativa.
- CARNET PREPAGATI PER LAVORO OCCASIONALE: La famiglia che avra' bisogno di utilizzare occasionalmente una persona per lavori di cura o assistenza potra' assicurarsi la prestazione comprando un carnet di "buoni" orari del valore di 7,5 euro l'uno. Il prestatore di lavoro (potranno essere disoccupati, casalinghe, disabili ed extracomunitari) ricevera' dagli enti o le societa' concessionarie, un compenso di 5,8 euro, una volta decurtato dagli oneri contributivi. Il compenso e' esente da imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato del prestatore di lavoro accessorio.
- PART TIME: il lavoro parziale diventa piu' flessibile. Sara' possibile, entro limiti predeterminati, una variazione della distribuzione dell'orario di lavoro. C'e' comunque rinvio alla contrattazione collettiva.
- CERTIFICAZIONE: Per ridurre il contenzioso in materia di qualificazione dei rapporti di lavoro previsti dal decreto sara' possibile la "certificazione" volontaria del rapporto. Potranno certificare i rapporti gli enti bilaterali, le direzioni provinciali del lavoro e le Universita' pubbliche e private.

3 agosto 2003 - SPARATORIA TRENO: STELE PER PETRI
ANSA:
TERRORISMO: STELE IN BRONZO PER EMANUELE PETRI
INAUGURATA STAMANI A TUORO, DOVE RISIEDEVA AGENTE UCCISO DA BR
E' stata inaugurata stamani a Tuoro, davanti all' ingresso del palazzo comunale, una stele in bronzo dedicata ad Emanuele Petri, il sovrintendente della Polfer ucciso a Terontola il 2 marzo scorso sul treno Roma-Firenze in un conflitto a fuoco con due terroristi.
La stele e' stata voluta dall' Avis locale, nell' ambito della "Giornata del donatore", alla quale Petri aveva sempre preso parte.
"Per la nostra citta' - ha ricordato il sindaco di Tuoro, Rodolfo Pacini - Emanuele aveva sempre rappresentato un simbolo importante di solidarieta', sempre pronto ad aiutare chi aveva bisogno ed iscritto a tutte le associazioni di volontariato del paese. La stele non sara' l' unica cosa che ce lo fara' ricordare, visto che sara' intitolato alla sua memoria il nuovo centro sociale di Tuoro".
Alla cerimonia odierna hanno preso parte anche la vedova Petri, Alma, il figlio Angelo, i parenti e gli amici, oltre all' intera giunta comunale di Tuoro e ad una delegazione delle questure di Perugia ed Arezzo.
Petri era nato a Castiglion del Lago nel novembre del '55 ed era entrato in polizia nell' ottobre del '73 come allievo nella scuola guardie di pubblica sicurezza di Trieste. Nel maggio del '74 era stato trasferito a Roma, all' autocentro di polizia, poi nel '75 in quello di Firenze. Nel '78 era approdato alla questura di Arezzo dove era rimasto fino all' agosto del '91 quando era passato al compartimento Polfer di Arezzo. Dal '92 sovrintendeva il posto Polfer di Terontola.

8 agosto 2003 - INTITOLATO A D'ANTONA UN GIARDINO A ROMA
ANSA:
SARA' INTITOLATO A D'ANTONA UN GIARDINO A ROMA
Un giardino pubblico del XVIII municipio di Roma sara' intitolato a Massimo D'Antona, il consulente dell'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino ucciso nella capitale, in via Salaria, dalle Brigate Rosse, nel 1999.
La commissione consultiva di toponomastica del comune di Roma ha espresso il proprio parere favorevole ad intitolare un'area pubblica cittadina a 'Massimo D'Antona: vittima della violenza (1948-1999)''. Il giardino che portera' il nome del giuslavorista si trova nel quartiere Aurelio, fra via San Damaso, via Sabiniano e via San Fabiano.
La proposta di intitolare uno spazio cittadino a D'Antona era stata avanzata dall'Unione Sindacale di Polizia 'Per la giustizia e la liberta''.
''Sono contento - ha detto il presidente nazionale dell'Usp Giampaolo Tronci - perche' D'Antona va ricordato a tutti come valido esempio di non comuni virtu' intellettuali, morali e professionali che non possono ne' debbono essere dimenticate''.

11 agosto 2003 - INFERMIERA FIORENTINA INTERROGATA
"La Nazione"
Br, infermiera interrogata in questura
"Noi siamo estranei ai percorsi terroristici e rivendichiamo solo le nostre esperienze politiche che ci hanno caratterizzato in questi anni: lo sciopero contro la guerra in Iraq; in difesa dell'articolo 18...".Risponde così Maurizio Glieca, membro del Cobas sanità fiorentino, dopo la perquisizione domiciliare alla quale è stata sottoposta una infermiera, militante del Cobas, in relazione alle indagini dell'inchiesta ancora aperta per l'arresto della brigatista Desdemona Lioce. Il Cobas sanità, in un comunicato che annuncia anche una conferenza stampa per domani, vuol denunciare quella che definisce "criminalizzazione costante della confederazione Cobas" da parte della magistratura e della polizia. L'infermiera, venerdì scorso, così spiegano ancora gli aderenti al Cobas, è stata interrogata per circa due ore dalla polizia, in relazione anche al possesso di due pistole da tirassegno regolarmente denunciate, che la donna aveva in casa, ed anche in relazione al suo passato e ai suoi impegni politici. Ma non è la prima volta, dice il sindacato. Anzi, è il terzo caso in Toscana di indagini che, in relazione alla Lioce e all'agguato sul "Roma-Arezzo" del marzo scorso, quando rimasero uccisi il sovrintendente della polfer, Emanuele Petri, e il brigatista Mario Galesi, gli inquirenti prendono di mira appartenenti a questa area sindacale, alla ricerca di una ancora misteriosa infermiera che avrebbe avuto un ruolo con la Lioce, nelle nuove Br. Verso il 20 luglio era stata la volta di un 'altra infermiera che lavora a Careggi, sindacalista della RdB e, ancora prima, di un'altra a Pisa, iscritta ai Cobas. "Ribadiamo la nostra completa estraneità ai percorsi della lotta armata - sostengono gli aderenti al sindacato - e denunciamo la criminalizzazione della confederazione Cobas dei suoi percorsi politici e dei suoi militanti".

12 agosto 2003 - L' INFERMIERA INDAGATA E IL PALMARE DELLA LIOCE
"Il Nuovo"
Infermiera indagata, il nome nel palmare di Lioce
La donna, 42 anni, di Firenze, è accusata di associazione sovversiva e rapina. L'inchiesta è connessa all'arresto della brigatista dopo la sparatoria in cui morirono il br Galesi e il poliziotto Emanuele Petri
FIRENZE - A lei sono arrivati attraverso il palmare di Nadia Desdemona Lioce, la brigatista rossa arrestata dopo la sparatoria sul treno Roma-Grosseto, nella quale persero la vita il brigatista Mario Galesi e il poliziotto Emanuele Petri.
L'indagata, per i reati di associazione clandestina e rapina, è un infermiera dell'ospedale di Careggi di Firenze, sindacalista dei Cobas. Il suo nome è Gianna, ma non ha voluto rivelare altro ai giornalisti accorsi a una conferenza stampa, nella quale si è dichiarata estranea ai fatti. La donna è una pugliese di 42 anni; la sua casa è stata perquisita e, una volta ascoltata in questura, si è dichiarata "estranea alla lotta armata, in passato e adesso". Durante la conferenza-stampa è stato ricordato che ci sono quattro persone indagate che fanno sindacalismo. Oltre all'infermiera, ci sono una bidella di una scuola media fiorentina, un impegato del Comune di Pisa, entrambi dei Cobas, e un' altra infermiera di Careggi. Che vi sia anche un impiegato, tra gli indagati, appare una novità nell'inchiesta.
A far finire sotto inchiesta la donna sono tre date citate dalla Lioce, nelle quali Gianna risulta fuori servizio. La prima è il 5 dicembre 2002, quando avvenne la fallita rapina all' ufficio postale fiorentino. Le altre date sono il 30 dicembre 2002 e il 3 gennaio 2003: anche in questi giorni la donna non era al lavoro e per quelle date dal palmare risultavano in preparazione altre azioni. "Io lavoro a Careggi - ha affermato Gianna - non ero al lavoro nelle tre date indicate nel provvedimento a mio carico e dicono che il mio profilo personale e caratteriale possa corrispondere alla donna indicata dalla Lioce nel palmare, ma ribadisco la mia completa estraneità ai percorsi della lotta armata ora e in passato".

29 agosto 2003 - PISANU: IN AUTUNNO ASPETTO POSITIVI RISULTATI SU TERRORISMO
ANSA:
"Dall'autunno mi aspetto qualche positivo risultato nella intensa attivita' investigativa che stiamo conducendo soprattutto contro le Br e gli assassini di D'Antona, Biagi e dell'agente della Polfer Petri". Lo afferma il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu al meeting di Rimini.
 
 
 
 
 
 


@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"

Fontana
Agca
Pecorelli
Calabresi
Mafia
P2
Autobombe
Suicidi
Ustica
Bologna
Treni
Brescia
Questura
Gladio
Varie
Moro
Cronologia
 Rogo Primavalle
Ultimissime
 Sinistra
Links
Destra
Documenti
Homepage