Almanacco dei misteri d' Italia

 
La sparatoria sul treno (2 marzo 2003)
maggio 2003
7 maggio 2003 - COVO BR A PERUGIA
"La Nazione" edizione Umbria
Covo Br in centro
Sequestrate carte e computer
TERRORISMO / La Digos fiorentina a Perugia
PERUGIA - Sfiorato il colpo grosso nelle indagini sulle nuove Brigate Rosse che, dalla tragica sparatoria del 2 marzo scorso sui binari di Arezzo, hanno lambito l'Umbria. Investigatori della Digos di Firenze, città dove sono aperte due inchieste sui terroristi che ruotavano attorno a Nadia Desdemona Lioce (nella foto), catturata sul treno Roma-Firenze, sono piombati nei giorni scorsi a Perugia entrando in un appartamento del centro storico, che ora viene definito un "covo tiepido" dell'organizzazione clandestina. Cioé frequentato almeno fino al giorno in cui morirono il poliziotto Emanuele Petri ed il brigatista Mario Galesi. Nelle stanze perquisite dalla Digos fiorentina è stato sequestrato "materiale cartaceo ed informatico molto interessante". Ma non sono state trovate armi. Il lavoro investigativo ha subìto comunque un nuovo impulso e, così come l'Antiterrorismo era arrivato a Perugia analizzando gli elementi in possesso di Nadia Lioce, da Perugia è ritornato in Toscana, precisamente a Pisa, dove le nuove Br furono tenute a battesimo dai Nuclei combattenti comunisti.

7 maggio 2003 - D'ANTONA: LIOCE; RIESAME ANNULLA ACCUSA CONCORSO OMICIDIO
ANSA:
Il tribunale della liberta' di Roma si e' riservato di decidere sulla richiesta di nullita' dell' ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura di Roma nei confronti di Nadia Desdemona Lioce nell' ambito dell' inchiesta sull' omicidio di Massimo D' Antona, il consulente del ministero del Lavoro ucciso dalle Brigate Rosse il 20 aprile 1999. A rivolgersi al collegio presieduto da Giancarlo Millo e' stato l' avvocato Attilio Baccioli, difensore della Br che ha rivendicato, a nome dell' organizzazione, gli agguati a Massimo D' Antona e a Marco Biagi.
Secondo il penalista gli elementi dell' accusa contro la sua assistita, che oggi non si e' presentata in aula, sono da considerare inconsistenti e, comunque, non in grado di dimostrare la sua presenza in via Salaria il 20 aprile '99. In particolare, per Baccioli, la donna ripresa il giorno precedente l' agguato dalla telecamera di una banca in via Salaria non corrisponde alla sua cliente. Per il difensore della Lioce, la scoliosi di cui ha sofferto la terrorista le impedirebbe di muovere il braccio come fa invece la persona ritratta dalla telecamera. Anche la dimensione del bacino della donna che appare nel filmato e' diverso, per Baccioli, da quello della Lioce.
Inoltre, per il penalista, non risulta alcun legame tra i ciclomotori usati dalle Br durante l' agguato e quelli attribuiti alla sua assistita anche perche', ha spiegato al tribunale, sembrerebbe inverosimile utilizzare per un attentato mezzi del quale, in caso di abbandono, sarebbe poi possibile rintracciare il proprietario.
Tutte circostanze, quelle illustrate da Baccioli, non condivise dalla procura. Il pm Pietro Saviotti ha chiesto la conferma dell' ordinanza di custodia cautelare.

E' nulla la parte dell'ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Nadia Desdemona Lioce nella quale si contesta il reato di concorso nell'attentato a Massimo D'Antona. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Roma in sede di esame della richiesta di revoca della misura restrittiva sollecitata dall'avv. Attilio Baccioli.
I giudici hanno annullato anche la parte del provvedimento emesso lo scorso mese dal gip Maria Teresa Covatta nella quale si contestano il possesso di un'arma e il concorso nel furto dei furgoni usati dalle Brigate Rosse in via Salaria il 20 aprile 1999.
Il collegio presieduto da Giancarlo Millo ha invece confermato l'ordinanza nella parte in cui si imputano alla brigatista l'associazione eversiva con finalita' di terrorismo, la banda armata e la ricettazione di alcuni moduli utilizzati per la contraffazione del documento del quale era in possesso il 2 marzo scorso quando fu arrestata dopo il conflitto a fuoco sul treno Roma-Firenze in cui persero la vita l'agente della Polfer Emanuele Petri e il terrorista Mario Galesi.
Delusione tra gli inquirenti per la decisione assunta dal Tribunale della Liberta'. I pm Franco Ionta e Pietro Saviotti valuteranno la possibilita' di impugnare la decisione dei giudici del Riesame solo dopo aver letto le motivazioni del loro provvedimento.

8 maggio 2003 - SUL PRESUNTO COVO DI PERUGIA
"La Nazione" edizione Umbria
Si segue un "filo rosso"
PERUGIA - La Digos del capoluogo umbro nega di aver preso parte all'operazione dell'Antiterrorismo condotta da investigatori giunti da Firenze. E c'è riserbo strettissimo sull'operazione e sull'ubicazione del covo utilizzato dai brigatisti in centro a Perugia, dove sarebbe stato sequestrato materiale cartaceo e informatico ritenuto di "grande interesse". Si sapeva che la sparatoria del 2 marzo scorso sul treno Roma-Firenze in cui morirono il poliziotto Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi - la stessa che si concluse con la cattura della terrorista Nadia Desdemona Lioce - aveva già portato gli investigatori fiorentini a indagare anche in Umbria. Sull'esito degli accertamenti, fino appunto al ritrovamento di un "covo tiepido", cioè utilizzato fino a pochi prima dell'attentato del treno, le bocche restano però più cucite. La Digos locale esclude che propri uomini abbiano scoperto un appartamento e tanto meno sequestrato carte e computer, ma a Firenze le squadre speciali lavorano in maniera spedita, in due regioni. Le indagini, partite dal ritrovamento di una guida turistica, di una cartina geografica e di un numero di telefono - tutti relativi all'Umbria - nel borsone di Galesi e Lioce, si erano sviluppate il 12 marzo in una duplice segnalazione sulla presenza di Galesi ad Umbertide e, il 23 aprile, nell'indicazione di contatti della Lioce per trovare casa a Città di Castello. Risalendo lungo questo "filo rosso" gli investigatori sono arrivati fino all'appartamento perugino, dove sarebbero state trovate tracce - del passaggio o dei rapporti con i frequentatori abituali della casa - sia di Galesi che di Michele Pegna, arrestato nel dicembre scorso a Napoli mentre, inseguito da un'ordinanza di custodia del gip di Roma per associazione sovversiva e banda armata, d'intesa col suo avvocato difensore, si apprestava a telefonare in Questura per costituirsi. Dagli indizi trovati nell'appartamento perugino, infine, quelli della Digos di Firenze sono tornati "a bomba" in quel di Pisa, sulle tracce di un personaggio e di due indirizzi.

10 maggio 2003 - EX TERRORISTI E FAMIGLIE VITTIME
"La Gazzetta di Reggio"
Allacciato un rapporto con le famiglie di alcune fra le vittime del terrorismo
I DISSOCIATI Bonisoli e Azzolini oggi lavorano
g.p.d.m.
REGGIO. "Il perdono non mette il cuore in pace, non dà giustificazione a chi è responsabile di atti delittuosi. Al contrario, ti fa sentire così piccolo, ti fa vedere il tuo gesto del tutto inutile, e ti spinge a cercare la strada per una riparazione. Magari il processo non è così immediato, ma prima o poi questa maturazione arriva. E il mio sogno è che possa arrivare per tutti".
Così Franco Bonisoli, il terrorista reggiano che partecipò al rapimento di Aldo Moro, in un'intervista uscita sull'ultimo numero di Famiglia Cristiana. Un Bonisoli che dopo una condanna all'ergastolo, da un paio d'anni è libero perché dissociato e dirige una società di consulenza nel settore ecologico.
Oggi l'ex brigatista si è avviato su un altro percorso di vita, guarda con orrore gli ultimi episodi di violenza omicida, come l'uccisione di D'Antona e di Marco Biagi. Al punto da condividere un'analisi fatta da Andrea Casalegno, figlio di una delle vittime delle Brigate rosse: "Materialmente sganciati dal rapporto con il sociale", i terroristi hanno "una logica da serial killer: uccido per esistere".
"I funerali di Mario Galesi - afferma Bonisoli - mi hanno fatto una grande impressione. Quel vuoto pneumatico mi ha dato la sensazione che il campo delle sue relazioni fosse ridotto tutto e solo dentro il gruppo, e quindi il suo rapporto con il mondo esterno fosse praticamente inesistente".
Bonisoli racconta di aver lavorato alla ricostruzione della sua "umanità", attraverso un impegno proprio in quel volontariato cattolico che disprezzava all'epoca della sua militanza ideologica. Ha cercato un rapporto anche con famigliari delle vittime della violenza Br: "A un certo punto della mia vita - dichiara a Famiglia Cristiana - dopo la chiusura con il passato, ho cercato un dialogo di comprensione umana sia con alcuni familiari sia con alcune persone direttamente colpite da noi, come, ad esempio, Indro Montanelli. Questo evitando forzature. Ho ricevuto delle grandissime lezioni di vita".
Bonisoli rifiuta però l'interpretazione delle Br avvolte nel mistero, etero-guidate da qualche mano che voleva usare politicamente il terrorismo: "Penso sia un vecchio vizio italiano quello di non accettare le cose semplici e chiare, ma DI doverci vedere sempre qualcosa di misterioso dietro. Per quanto mi riguarda, penso che non ci sia più nulla da chiarire".

11 maggio 2003 - FRASE BERLUSCONI SU BIAGI E SCAJOLA
"Il Nuovo"
Biagi: una frase del premier riaccende la polemica
"Parola dal sen fuggita e non campata in aria, per questo si dimise Scajola". Berlusconi lo elogia, ma sembra mancar di rispetto al professore ucciso. Bonaiuti: voleva apprezzare il ministro. Nessuno strumentalizzi.
ROMA- Parole mal interpretate? "Scajola è stato un ottimo ministro che da galantuomo ha passato il testimone, e non si ricordano dimissioni date per una parola dal sen fuggita. E che non era campata in aria, ma veniva fuori da tutta una serie di suggestioni che gli erano state rivolte". Lo dice il premier davanti alla platea di Udine e quella frase riferita alle dimissioni del ministro dell'interno reo di aver dato del "rompi..." a Marco Biagi, vittima dei terroristi, semina il panico. E fa scoppiare un'altra polemica.
Per la famiglia del professore, consulente del ministro del Welfare, autore della riforma che ora porta il suo nome, parla soltanto il legale della famiglia Guido Magnisi: "Oggi come ieri l' opinione rimane la stessa: la frase di Scajola si commentava e si commenta da sola". Ma è Tiziano Treu che da ministro del Lavoro aveva chiesto la consulenza di Biagi, a chiedere una formale smentita da parte del premier: "Berlusconi smentisca immediatamente le gravi dichiarazioni. In un crescendo di attacchi, giorno dopo giorno, il Presidente del Consiglio ha pronunciato oggi alcune parole sulla vicenda che portò alle dimissioni di Claudio Scajola, che non esito a definire inquietanti". Il senatore della Margherita sottolinea: "Le allusioni del premier riguardano una vicenda drammatica e dolorosa che imporrebbe maggiore rispetto. E' inammissibile che tutto, persino il sacrificio di un servitore dello Stato, finisca in un tritacarne di attacchi forsennati da parte del presidente del Consiglio e della sua maggioranza. Prima avrebbe fatto meglio a tacere; ora Berlusconi dovrebbe soltanto scusarsi".
Nessuna scusa perché, spiega il portavoce del premier: "Nessuno si permetta, per volontà esasperata di polemica politica, di strumentalizzare una frase del presidente del Consiglio in merito al professor Marco Biagi al quale è intitolata la riforma del lavoro del nostro governo". Paolo Bonaiuti spiega, in una dichiarazione, il senso delle affermazioni fatte oggi a Udine da Berlusconi: "Quella frase - dice - voleva essere soltanto di apprezzamento verso la correttezza di un gesto, le dimissioni dell'allora ministro dell' Interno Scajola, che non ha precedenti nella vecchia politica. E nessuno si permetta di dubitare del rispetto e della gratitudine che il presidente del Consiglio e il suo governo nutrono verso chi, come Marco Biagio, ha pagato con la vita la sua dedizione al paese".

12 maggio 2003 - ESCE NUOVO LIBRO PROVVISIONATO E BALDONI
dal "Supplemento alla Newsletter di Misteri d'Italia n.67"
E' in libreria il nuovo libro di Sandro Provvisionato e Adalberto Baldoni
A CHE PUNTO E' LA NOTTE?
Sinistra e destra: storia dell'estremismo politico in Italia
Edizioni Vallecchi - 538 pagine, 22 euro
Una ricognizione, senza veli e pregiudizi, tra le cronache, le rivelazioni, gli scheletri nell'armadio di un paio di generazioni che hanno pagato sulla loro pelle la strategia della tensione, architettata e messa in opera da chi aveva interesse a radicalizzare l'antagonismo politico-ideologico tra la destra e la sinistra.
Dal movimento studentesco alla nascita dei gruppi della sinistra extraparlamentare; dall'avvento del partito armato al Caso Moro fino alla sconfitta delle BR; dalla strage di Acca Larentia allo spontaneismo armato della destra radicale e poi lo stragismo, il golpismo, i delitti politici, gli intrighi di Palazzo, le collusioni politica-mafia.
Dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, molti angoli oscuri sono stati illuminati. Ma troppe sono le ferite ancora aperte. Numerosi i misteri da chiarire, come pure i passaggi, ancora in ombra, che hanno consentito la ripresa di un terrorismo spietato (i delitti D'Antona e Biagi). Inoltre due tragici eventi hanno lasciato il segno ache nel nostro Paese: il terribile attentato di matrice islamica dell'11 settembre 2001 e la seconda guerra del Golfo che ha cambiato gli equilibri mondiali.
E' davvero necessario chiedersi: a che punto è la notte?

13 maggio 2003 - LIOCE E GALESI, TRADITI DA UNA SPILLATRICE ?
"La Repubblica"
EMERGENZA TERRORISMO
Il 2 marzo la Polfer controlla le carte d'identita' di due viaggiatori. E si accorge che le foto non sono fissate con i ribattini tondi.
BR, TRADITI DA UNA SPILLATRICE
Scattano i controlli. Il brigatista Galesi capisce di essere perduto e spara.
Una ricostruzione inedita. La Digos sulle tracce di documenti clonati e furti recenti.
ECCO COME SI SCATENO' LA SPARATORIA SUL TRENO ROMA-FIRENZE
IL FATTO: La mattina del 2 marzo sul Roma-Firenze il brigatista Mario Galesi spara e uccide l'agente della Polfer Emanuele Petri.
Viene poi a sua volta ucciso. Con lui c'e' Nadia Lioce, che verra' arrestata.
(Massimo Lugli)
E' stato un pezzetto di metallo piu' piccolo di un'unghia a tradire i brigatisti sul treno Roma-Firenze: il punto di una spillatrice. Un particolare, in apparenza, insignificante che pero' non e' sfuggito alla pattuglia della Polfer in servizio sul convoglio, la mattina del 2 marzo scorso. La sparatoria che e' costata la vita all'agente Emanuele Petri e al terrorista Mario Galesi e' scaturita proprio da quel minuscolo frammento d'acciaio. Una notizia che, finora, non era stata mai resa pubblica.
La spillatrice era stata usata per fissare la foto di Galesi al documento intestato a Domenico Marozzi, che il latitante ha mostrato ai poliziotti al momento del controllo. La Lioce ne aveva un altro col nome di Rita Bizzarri. Ma per le carte di identita' si usano, invece, dei ribattini tondi che sono molto piu' difficili da rimuovere. I tre agenti (Petri, Bruno Fortunato e Giovanni Di Franzo) si sono accorti subito del dettaglio stonato e, con il cellulare, hanno chiamato la sala operativa per chiedere un controllo: il documento sarebbe stato immediatamente "smascherato" visto che risultava rubato, in bianco, al comune di Casape nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1999.
I due terroristi sapevano benissimo cosa sarebbe successo nel giro di pochi minuti: perquisizione e fermo. La pistola di Galesi sarebbe stata immediatamente scoperta e la coppia sarebbe stata arrestata. A quel punto, l'unico modo di sfuggire alle manette era quello di aprire il fuoco, giocandosi il tutto per tutto. Un piano disperato, sventato dalla coraggiosa reazione degli agenti.
Ma i documenti dei due ricercati, si stanno rivelando molto utili anche adesso, a tre mesi dalla tragedia del Roma-Firenze. E' una pista che gli agenti del vicequestore Franco Gabrielli, capo della Digos romana, stanno seguendo in gran segreto fin dai primi giorni successivi alla sparatoria. Gli investigatori in realta' non hanno trovato solo due carte d'identita' ma sei, tutte intestati a nomi diversi, nessuno dei quali, pero', risulta inventato di sana pianta.
Si tratta, insomma, di identita' "clonate", prese in prestito da persone realmente esistenti e tutte incensurate per evitare grane in caso di fermo. Escluso qualsiasi sospetto di complicita' (nella malavita si usa spesso di "affittare" nome e indirizzo a chi ne ha bisogno, anche se e' un favore che va pagato) resta da chiedersi chi ha fornito ai brigatisti le date di nascita e lo stato civile dei "cloni", che non si trovano sull'elenco del telefono.
Il sospetto iniziale e' stato quello di una talpa in qualche ufficio comunale ma e' una pista che, a quanto pare e' stata abbandonata perche' alcuni dati che compaiono sui documenti non sono esatti. Si tratta, sembra, di indirizzi che in seguito sono cambiati.
Chi indaga pensa piuttosto a una ricerca via Internet o negli albi professionali.
Un'altra traccia che la Digos sta seguendo e' quella del furto. Le carte d'identita' facevano parte di uno stoc di 101 documenti in bianco rubati due anni prima. E tra il 96 e il 99 numerosi municipi della stessa zona (tra cui Castelmadama, Vicovaro e Marcellina) furono saccheggiati dai ladri. Erano le Brigate Rosse che facevano scorta di documenti? O si trattava di furti commissionati alla mala stanziale? Gli inquirenti, pare, seguono questa seconda pista. Ma se le Br hanno qualche aggancio nel sottobosco malavitoso, i documenti li hanno falsificati in proprio con pessimi risultati forse per paura di esporsi troppo rivolgendosi a specialisti del mestiere (i piu' abili, sulla piazza, sono i rumeni che pero' potevano tentare di sfruttare la situazione con un ricatto o peggio, tentando di "vendere" una soffiata a polizia o carabinieri).
La terza pista e' la piu' complicata: la polizia sta ricostruendo tutte le occasioni in cui i documenti falsificati sono stati impiegati. E' un lavoro difficile perche' per ogni passaggio bisogna convocare gli intestatari "veri". Le carte d'identita' sono state usate per registrarsi in alberghi e per fare acquisti di vario genere pagando con assegni. Ogni volta bisogna capire se si trattava dei terroristi o dei loro inconsapevoli "cloni". Una delle identita', che corrisponde a un professionista piuttosto conosciuto, ha portato a spasso gli investigatori dal nord al sud d'Italia. Il documento a suo nome e' stato usato anche per comprare un ciclomotore che non e' stato ancora rintracciato. Ma attraverso gli spostamenti dei terroristi, chi indaga spera di ricostruire anche i loro "contatti", sia a Roma che fuori mentre prosegue, senza grandi risultati, la ricerca del covo nella capitale.
Un'indagine, quella sui documenti, che va avanti da tre mesi e che potrebbe portare, presto, clamorosi risultati.

(nota della redazione dell' Almanacco dei misteri d' Italia - In realta', anche qualcuno di noi, senza essere terrorista, ha una carta d'identita', regolarmente rilasciata dal Comune, in cui la foto e' attaccata artigianalmente con i punti di una cucitrice)

16 maggio 2003 - LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Nuovo"
Biagi, "la Lioce era nel commando che uccise il professore"
Il ruolo della brigatista e dell'ex compagno Mario Galesi risulterebbe dai documenti sequestrati ai due. La Lioce sarebbe stata riconosciuta alla stazione di Bologna. "Usata la stessa arma di D'Antona".
ROMA - La Lioce era nel commando che uccise il professor Marco Biagi la sera del 19 marzo dell'anno scorso. Ed era davanti al portone di via Valdonica, a Bologna. I magistrati che stanno svolgendo le indagini ne sono certi, così come il giudice per le indagini preliminari Gabriella Castore che due giorni fa ha firmato un ordine di custodia cautelare in carcere per la donna, attribuendogli un ruolo "sia nella progettazione e organizzazione dell'attentato", sia "nella scelta della persona da uccidere".
Intanto, la questura di Bologna ha divulgato questa mattina immagini inedite di soggetti filmati alla stazione di Bologna la sera dell'omicidio Biagi e una immagine della Lioce più magra e bionda. Un numero verde (800847110) sarà attivo da oggi per tutti coloro che saranno in grado di riconoscere le persone ritratte nelle immagini. Le indagini della Procura di Bologna proseguono così alla ricerca dei complici del commando che uccise sotto casa Marco Biagi. Nelle riprese, si vedono due uomini che si aggirano nella stazione di Bologna la sera in cui venne assassinato Biagi . I due uomini, individuati come soggetti "A" e "B" dagli investigatori, sono stati ripresi dalle telecamere di sicurezza della stazione di Bologna, in concomitanza degli arrivi dell'economista da Modena o da Roma.
Il provvedimento di custodia cautelare è stato consegnato alla brigatista nel carcere di Sollicciano. Il gip bolognese attribuisce a Nadia Lioce un ruolo "sia nella progettazione e organizzazione dell'attentato", sia "nella scelta della persona da uccidere", nello "svolgimento delle ricerche sulle attività intellettuali e sulla raccolta delle informazioni sulle attività personali della stessa" e "del suo pedinamento". Nadia Lioce ha avuto un ruolo nella "scelta dei complici, delle modalità dell'attentato e dei mezzi da impiegare". Insomma, un capo, non un semplice esecutore.Immediato il commento del ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu: "Questa ordinanza è un nuovo importante risultato che premia il grande impegno profuso dalla magistratura, dalle forze dell'ordine e, in particolare, dalla Digos di Bologna e dal "gruppo di lavoro", per assicurare alla giustizia gli assassini dei professori D'Antona e Biagi e, in generale, per piegare la risorgente minaccia del terrorismo di origine marxista e anarco-insurrezionalista".
Secondo gli inquirenti la funzione della brigatista fu quella di "protezione esterna al gruppo di tre persone", tutte armate, "che si avvicinò e sparò alla vittima". Nadia Lioce avrebbe agito "in concorso con più persone tra le quali Mario Galesi". Il ruolo della brigatista e dell'ex compagno Mario Galesi risulterebbe dai documenti sequestrati ai due subito dopo la sparatoria sul treno Roma-Arezzo, mentre la Lioce sarebbe stata riconosciuta in un filmato registrato alla stazione di Bologna. Nell'ordinanza anche il sospetto che fosse la Lioce la donna che si presentò il 10 gennaio scorso nell' ufficio all' Università di Modena del profesoore Michele Tiraboschi, allievo prediletto e successore dell'economista alla cattedra bolognese. Così scrive il magistrato: "Meritevole di menzione é anche la dichiarazione resa da un testimone dell' Università di Modena che ha riferito di riscontrare una forte somiglianza tra la Lioce e una donna che il 10 gennaio 2003, nella prima mattinata si era presentata presso l' ufficio del prof.Michele Tiraboschi e gli aveva chiesto se ci fosse il prof.Tiraboschi e, avuta risposta negativa, aveva chiesto quando potesse trovarlo"
Detto questo, il giudice di Bologna confronta l'omicidio di D'Antona co quello di Biagi: Nadia Desdemona Lioce era armata di una pistola calibro 9, con munizioni marca Sellier & Bellot. Nell'ordinanza emessa dalla procura di Bologna, infatti la Lioce in concorso con Mario Galesi, è accusata di aver detenuto illegalmente e portato fuori dalla propria abitazione numerose pistole tra le quali "una pistola automatica 9x17 e numerose munizioni marca Sellier & Bellot. L'arma ed i proiettili utilizzati nel delitto Biagi sarebbero dunque dello stesso tipo di quelli del delitto D'Antona.

17 maggio 2003 - LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
I VERBALI
Tradita dai dolci: "Mangiava tre brioche di fila"
DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA - Mangiava due o tre brioche, una dietro l'altra. L'appetito di Nadia Desdemona Lioce non è sfuggito a una testimone che alla polizia ha raccontato di ricordarsi benissimo di quella donna: "Ma vedi questa, così grossa e mangia tutte queste brioche". La donna, che vive in zona Corticella, alla periferia di Bologna, ricorda nei dettagli la terrorista, notata nella primavera del 2002, e poi ancora a ottobre e fino a Natale. "Sono sicura che è lei perché la vedevo sia per la strada sia all'interno della Coop a fare la spesa. Ma le vedevo spesso anche nella pasticceria della zona a mangiare brioche". I suoi ricordi, le parole dette agli investigatori, sono contenute nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere per Nadia Desdemona Lioce firmata ieri dal gip di Bologna.
Era quasi sempre sola la Lioce. "Ma a volte era in compagnia di un uomo con pochissimi capelli e il volto sempre sorridente. In più occasioni l'ho anche vista alla fermata dell'autobus di via Indipendenza: l'ho vista salire con me e scendere alla fermata di via Corticella". Forse Nadia Lioce ha vissuto in quella zona, anche se la teste, giudicata dalla procura "altamente attendibile", dice di non averla mai vista entrare in un portone. Un'altra donna, che ha lavorato nella pasticceria fino a marzo, si ricorda dei due a febbraio. Quanto basta al gip per "ritenere che la Lioce e Galesi si trovavano a Bologna in epoca precedente al 19 marzo 2002".
La Lioce ha anche chiesto per oltre un'ora informazioni sulle parrucche a un negoziante di Bologna, senza comprare nulla. L'uomo l'ha riconosciuta e ha ricostruito nei dettagli l'incontro: "Nel giugno 2002 quella donna, accompagnata da un uomo dalla corporatura esile, è entrata nel mio negozio a chiedere spiegazioni sulle tecniche usate per le parrucche. Mi meravigliò il fatto che nessuno dei due avesse bisogno di una parrucca. Lei mi disse che quelle informazioni le servivano per un amico che si vergognava a venire di persona". Il negoziante ha incontrato Nadia Desdemona Lioce un'altra volta: su un treno che da Parma lo portava a Bologna. Ricorda la data: 3 febbraio 2003. "Sono salito su un vagone e la poltrona di fronte alla mia era occupata da una donna con i capelli rossi - ha raccontato -. Era la stessa che mi aveva chiesto informazioni. Ero convinto che lei si ricordasse di me, ero anche tentato di chiederle perché non mi aveva più contattato, ma lei ha fatto finta di non riconoscermi e ha evitato il mio sguardo". Tra loro solo due battute sul tempo.
Sono molti i testimoni che, rispondendo all'appello della polizia, hanno riconosciuto anche Mario Galesi. In tanti lo hanno notato in via Valdonica qualche giorno prima dell'omicidio Biagi. Un uomo ha detto di averlo visto il 14 marzo seduto per la strada, con in mano un bloc notes o un libro, che guardava in direzione dell'abitazione del professore. Un altro sostiene di averlo incontrato tre volte in quella via nei giorni successivi al delitto. Alcuni lo descrivono con i capelli scuri e corti, altri mossi e castani, gli investigatori sospettano che usasse parrucche. Un altro ancora dice di aver notato "intorno alle 20 di quel martedì 19 marzo due donne. Una era sicuramente la Lioce". La Lioce è stata riconosciuta anche dalla negoziante che le ha venduto un telefonino: "L'ho poi rivista in epoca più recente, tra dicembre e gennaio 2003".
C. Mar.

"La Gazzetta di Modena"
Omicidio Biagi. Inquietante rivelazione di un ricercatore modenese nell'ordinanza di custodia per Nadia Lioce, donna accusata del delitto
"La brigatista venne in ufficio a cercare il prof"
Lo scorso gennaio bussò alla porta di Michele Tiraboschi, nuovo obbiettivo delle Br
di Pier Luigi Salinaro
"Sì, era lei, Nadia Lioce. Ne sono quasi sicuro. Sono sicuro invece del fatto che entrando nel mio ufficio mi ha chiesto se c'era il prof. Tiraboschi. Era il 10 gennaio scorso. Della data sono certo in quanto ho appuntato sulla mia agenda quello che avrei dovuto fare in assenza del professore. Dissi a quella donna che lui non c'era e allora lei mi incalzò chiedendomi quando avrebbe potuto trovarlo". A riferire ai magistrati bolognesi che indagano sul delitto di Marco Biagi, questo dialogo, contenuti e dettagli di una conversazione che alla luce dei fatti può considerarsi agghiacciante, è stato un giovane ricercatore universitario allievo del docente assassinato dalle Br e ora del suo successore, quel Michele Tiraboschi cercato la mattina del 10 gennaio scorso dalla donna che potrebbe essere stata Nadia Desdemona Lioce.
L'inquietante particolare lo si è appreso dall'ordinanza di custodia cautelare del gup di Bologna notificata ieri mattina a Lioce da due ufficiali di polizia giudiziaria, uno della Digos e uno del Ros dei carabinieri, con l'accusa di avere non solo ideato, ma anche partecipato all'agguato del professore. Non solo. Se il racconto del giovane ricercatore della facoltà di Economia di Modena, troverà ulteriori riscontri, la stessa brigatista stava pianificando l'agguato al prof. Michele Tiraboschi, tanto che il gup di Bologna Gabriella Castore - già pm a Modena - che ha emesso il provvedimento nei confronti della Br, considera le dichiarazioni del collaboratore del professore ucciso e poi del suo erede: "Meritevole di menzione quanto raccontato da un testimone dell'Università di Modena che ha riferito di riscontrare una forte somiglianza tra la Lioce e una donna che il 10 gennaio 2003, nella prima mattinata si era presentata presso l'ufficio del prof. Michele Tiraboschi e gli aveva chiesto se ci fosse il prof. Tiraboschi e, avuta risposta negativa, aveva chiesto quando potesse trovarlo".
Prende sempre più corpo dunque, come la "Gazzetta" aveva del resto sempre sostenuto dopo la sparatoria di Arezzo nel corso della quale venne catturata la Lioce e ucciso il suo complice, il Br Mario Galesi, e soprattutto dopo che nelle tasche della Br venne trovato in biglietto con su scritto nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e codice fiscale di una bibliotecaria di Economia con ufficio di fronte a quello di Biagi (poi sentita da Digos e magistrati e risultata completamente estranea ai fatti), che la brigatista avesse potuto "destreggiarsi" liberamente e in periodi diversi nella sede della facoltà in via Berengario e che, dopo Biagi, avesse nell'obbiettivo Tiraboschi. Che la Lioce abbia partecipato alla pianificazione dell'agguato mortale di Biagi, studiandone movimenti, abitudini e comportamenti, come di quello rimasto solo un progetto di Michele Tiraboschi, è confermato dal gup stesso nell'ordinanza recapitata alla Br. Il giudice, infatti, lo spiega attraverso lo studio del famoso biglietto con su scritto nome e cognome e altri dati della bibliotecaria. Quest'ultima confermò agli inquirenti che la grafia era sua, ma solo quella relativa alla propria identità. In effetti, numeri di telefono ed indirizzo di casa, così come codice fiscale - per altro errato - non le appartengono. Tant'è che gli indirizzi di casa della bibliotecaria risultano essere due. In effetti, la donna e la sua famiglia hanno cambiato casa da qualche tempo e comunque prima della cattura della brigatista. Secondo l'accusa questo sta a significare che a Nadia Lioce e C. interessava sapere tutto di chi era a contatto sul posto di lavoro con il prof. Biagi. Insomma tutto questo per l'accusa non è che una conferma sul ruolo della brigatista nello studio, nella pianificazione e nell'esecuzione dell'agguato al docente di Economia.
Per fare tutto questo, per spiare, pedinare, osservare il professore, è indubbio comunque che Nadia Lioce deve aver potuto contare su un punto d'appoggio, una sorta di base logistica in città. Insomma che qualche fiancheggiatore abbia dato quanto meno alloggio alla brigatista. Ed è proprio su quest'aspetto delle indagini che fin dal delitto Biagi e ancor più dopo la cattura della Lioce, gli uomini della Digos di Modena stanno lavorando, anche se per ora nulla è trapelato sui risultati - e ve ne sarebbero, almeno a livello indiziario - fin qui ottenuti.

"Il Resto del Carlino"
Il "covo" a Corticella
Nadia Desdemona Lioce, la brigatista che anche per il gip Gabriella Castore ha avuto un ruolo determinante nella fase di preparazione del delitto del professor Marco Biagi, che ha partecipato alla feroce e vigliacca esecuzione del giuslavorista, è stata una 'cittadina' bolognese. Nel senso che sotto le Due Torri la brigatista s'è nascosta per mesi e mesi, prima, durante e dopo il delitto.
Ingorda, mangiava brioche a raffica in una pasticceria di via Bentini, ne divorava due o tre alla volta, cercava parrucche in via della Zecca e faceva la spesa sempre nella zona di via Corticella, alla Coop di via Gorki.
Sono diversi i testimoni che l'hanno vista e che dopo la divulgazione delle sue immagini sui giornali e in tivù (e quelle del suo compagno rimasto ucciso nel marzo scorso, Mario Galesi), l'hanno riconosciuta.
Uno di questi racconta: "Rappresento un'azienda che ha sede a Parma, ogni lunedì mi reco in sede. Abitualmente torno a Bologna con il treno delle 15.29, salendo alla stazione di Parma. Il treno arriva alla stazione di Bologna intorno alle 16.26 circa, sono sicuro degli orari perché salgo su questa tratta tutti i lunedì da diversi anni. Il tre febbraio di quest'anno (2003, quindi quasi un anno dopo il delitto Biagi, ndr), della data sono certo, salivo sul vagone seconda classe fumatori, mi sedevo nelle poltrone di sinistra su una delle ultime quattro posizionate alla fine del vagone. La poltrona di fronte a destra la mia posizione, vicino al finestrino, era occupata da una donna con i capelli rossi raccolti con una coda all'indietro. Nel sedermi cercavo di rivolgerle la parola utilizzando la frase 'Finirà questo freddo, prima o poi'. La donna (la Lioce, ndr) rispose 'quando fa un freddo così avremo un'estate molto calda, vedrà...'. Durante tutto il viaggio al donna guardava fuori dal finestrino, senza più parlarmi né rivolgermi lo sguardo. Una volta a Bologna l'ho rivista ferma davanti al telefono pubblico Infostrada...".
Una testimonianza ritenuta attendibilissima, questa, anche perché la donna che nel febbraio di quest'anno riconosce la Lioce sul treno Parma - Bologna è la stessa persona che nel giugno del 2000, sempre dopo il delitto Biagi, assieme a un uomo, probabilmente Mario Galesi, il suo compagno rimasto ucciso nel conflitto a fuoco sul treno, entra nel negozio del testimone per avere informazioni su una parrucca.
"Mi meravigliò il fatto che ambedue - dice il teste - non avessero bisogno di parrucche o protesi in quanto avevano una folta chioma. La donna mi disse che le informazioni erano per un loro amico che però si vergognava a presentarsi...". Prima di andarsene la Lioce lasciò un nome dicendo che poi avrebbe telefonato. Il nome, fasullo, era Mario Tarantino.
C'è poi un altro teste che è certo di avere visto la brigatista, e anche Mario Galesi, in via Gorki, a fare la spesa. E questo sia nella primavera del Duemila, prima del delitto di via Valdonica, sia nell'inverno successivo.
Un segno tangibile, scrive nella sua ordinza il gip Gabriella Castore, che i due brigatisti devono per forza avere avuto anche a Bologna un punto di appoggio. Ma anche qualcosa di più, una vera e propria base operativa. Che la sera del delitto, il 19 marzo, ha consentito loro di arrivare e sparire in fretta. Riuscendo anche a mettersi in contatto col resto della banda che, con lo stesso telefonino marca Sagem e scheda Wind, acquistato a Bologna all'Euroelettrica di via Ranzani il nove gennaio del 2002, ha poi inviato la rivendicazione telematica del delitto Marco Biagi.
di Biagio Marsiglia

"Siamo ormai certi: ci sono altri terroristi sotto le Due Torri"
"Abbiamo dei precisi riscontri - dice il pm Paolo Giovagnoli arginando l'orda dei giornalisti - . Abbiamo la certezza che i terroristi siano ancora in circolazione per Bologna. Non chiedetemi di più, perché di più non si può dire".
Arriva come un pugno allo stomaco, l'ammissione del magistrato che giorno e notte lavora al delitto di Marco Biagi. E significa una cosa sola, che adesso la nuova battaglia degli investigatori è mettere le mani sui 'compari' bolognesi del commando di fuoco che il 19 marzo dell'anno scorso ha giustiziato il braccio destro del ministro Maroni.
Nadia Lioce è stata segnalata da più testimoni in precise zone della città, anche sotto l'abitazione del professor Biagi prima e dopo il delitto. Ed è ovunque, andando a cercare ogni singolo legame tra lei e un potenziale complice bolognese, che stanno cercando gli investigatori.
Il lavoro di analisi dei filmati della stazione è tutt'altro che finito, e la speranza che da lì possano arrivare nuovi impulsi è sempre viva. Immane, il lavoro degli esperti della Scientifica. Si è preso un mese di registrazione, e per quel mese si sono presi ventiquattro ore di filmati al giorno moltiplicato per cento telecamere. Una mole di fotogrammi che fanno venire il mal di testa e tremare i polsi soltanto a pensarci. Eppure i poliziotti sono lì, al lavoro, come i colleghi dell'Arma che con uguale fatica immane sono riusciti a ricostruire passo passo la storia del telefonino usato dalle Br per rivendicare il delitto Marco Biagi.
"L'imperativo - ammette un investigatore che si sta giocando la carriera - è scoprire il covo di Bologna. Sono certo che esiste. Chi ha ucciso Biagi ha potuto contare parecchio sull'appoggio locale di alcuni complici, dobbiamo prenderli e la partita sarà vinta. Una pista esiste...".
La cosa più semplice sarebbe riuscire a violare quel maledetto palmare sequestrato a Nadia Lioce e a Mario Galesi la mattina del tragico conflitto a fuoco dello scorso marzo.
I segugi esperti di informatica di casa nostra ci hanno provato, ma non hanno avuto fortuna, e pare che anche i super-investigatori dell'Fbi americana abbiano dovuto alzare bandiera bianca. Il palmare è protetto da un sistema 'pgp' che appare perfetto, tanto perfetto che in un primo tempo un aggeggio del genere dagli States era stato classificato come 'arma'. La chiave d'accesso è protetta da un software di 256 bite, come a dire che un super cervellone in grado di decodificare il tutto dovrebbe essere certamente ultramoderno e in ogni caso non potrebbe impiegarci meno di dieci anni. Troppo tardi, ovvio che gli investigatori devono riuscire a vincere la partita battendo altre strade.
Chiave del mistero potrebbe ancora una volta essere una donna, una che assomiglierebbe a Nadia Lioce ma che non è lei.
A riprenderla sempre le immagini delle telecamere della stazione ferroviaria. Si dice che assomiglia alla Lioce, ma non sarebbe lei per un motivo fisico piuttosto evidente. La Lioce ha avuto problemi di poliomelite al braccio destro, e lo tiene sempre in un certo modo, leggermente inclinato al gomito, con la mano che sta rattrappita tanto da fare sembrare l'arto più corto. La donna ripresa invece in stazione per varie ore nel giorno del delitto Biagi non sembra avere questo tipo di problema. Di certo, hanno scoperto gli investigatori, la misteriosa figura in questione, che girava con due uomini non ancora identificati, quel giorno in stazione s'è cambiata i vestiti almeno una volta.
di Biagio Marsiglia

Vecchi metodi tedeschi contro queste Br
Per dare l'ultima decisiva spallata alla colonna delle Brigate Rosse responsabile degli omicidi D'Antona e Biagi, magistratura e forze dell'ordine rispolverano la tecnica che fra il 1976 e il 1977 permise agli uomini dell'Antiterrorismo tedesco di sbaragliare i brigatisti della Rote Armee Fraktion: all'epoca la polizia piazzò in tutti gli angoli della Germania foto segnaletiche dei ricercati, attivò numeri di telefono riservati ai cittadini che volessero collaborare, chiese ai mezzi di informazione di divulgare con frequenza ossessiva gli identikit dei terroristi. E in poco tempo Ulrike Meinhof e Andreas Baader, capi indiscussi della Raf, vennero individuati e arrestati. La donna si impiccò subito in cella, Baader lo fece qualche mese dopo nella prigione di Stammheim. C'è sempre stato il sospetto che siano stati suicidati. Ed è ancora viva la polemica nata dal fatto che i loro cervelli vennero espiantati dai cadaveri e sottoposti a studi di ispirazione lombrosiana. Di certo c'è che le Brigate Rosse tedesche vennero spazzate via e distrutte.
Ieri la Procura di Bologna, ispirandosi forse a quel modello vincente, ha distribuito foto segnaletiche della terrorista Nadia Desdemona Lioce, ha reso pubblici fotogrammi che ritraggono persone ancora senza identità che la sera dell'omicidio del professor Marco Biagi erano alla stazione ferroviaria di Bologna, ha fatto aprire un numero verde a disposizione dei cittadini che intendano collaborare e ha chiesto ai mezzi di informazione di diffondere le immagini. Lo scopo: dare un nome a quei volti filmati in stazione e raccogliere ulteriori indicazioni sulla presenza a Bologna, nelle settimane che hanno preceduto e seguito l'omicidio Biagi, della Lioce e di Mario Galesi, il brigatista ferito a morte sul treno in transito da Arezzo nel conflitto a fuoco nel quale ha perso la vita l'eroico poliziotto della Polfer Emanuele Petri.
Un'ultima considerazione sulle Br e sulla Lioce: per l'organizzazione fungeva da vivandiera (quando l'hanno presa aveva un borsone pieno di panini), da membro del commando e da redattrice dei documenti di rivendicazione. Era proprio una colonna brigatista dagli organici ridotti all'osso.
Infine, stando ai testimoni, a Bologna la Lioce si era fatta notare per settimane nello stesso bar di periferia a trangugiare brioche, era andata in uno dei più noti negozi della città ad acquistare un cellulare e la scheda Wind usata per inviare la rivendicazione dell'omicidio del professor Biagi. Poi, si era messa in posa in un negozio del centro per scegliere la parrucca che le stava meglio. Troppi errori strategici per una brigatista doc.
Roberto Canditi

"La Nazione"
PERUGIA - Due settimane fa l'irruzione della Digos fiorentina nel covo delle Br in centro a Perugia. Erano caduti tutti dalle nuvole. Ieri le prime conferme. Nulla era trapelato dal lavoro capillare delle squadre speciali di polizia. Tranne qualche particolare che La Nazione (vedi articolo in foto, datato 7 maggio) era riuscita ad anticipare. Ieri le prime, parziali conferme di un'intensa attività investigativa che ha riguardato due regioni e interessato decine di investigatori. Oggi si sa che le perquisizioni, tra Perugia e Firenze, sono state in tutto una decina, su ordine della procura fiorentina. La sparatoria del 2 marzo scorso sul treno a Terontola, costata la vita all'agente polfer Emanuele Petri e al terrorista Mario Galesi, del resto aveva lasciato una lunga scia di dolore e sangue, ma aveva offerto al tempo stesso agli inquirenti una serie di indizi che si sarebbero presto rivelati determinanti per scoprire le responsabilità e le strategie d'azione del gruppo terroristico. Proprio ieri il gip di Bologna ha consegnato in carcere l'ordinanza di custodia cautelare a Nadia Desdemona Lioce, la terrorista che con Galesi organizzò, eseguì e rivendicò l'omicidio di Marco Biagi.
Erano insieme anche sul treno della morte a Terentola: nel loro borsone vennero ritrovate una guida turistica, una cartina geografica e un numero di telefono che portavano dritti in Umbria. Ma c'è una cronologia chiara anche nel percorso investigativo. Il 12 marzo quel "filo rosso" di cui parlavamo si era già dipanato dalle parti di Umbertide, per una duplice segnalazione della presenza di Galesi poco prima del tragico agguato. Il 23 aprile aveva segnato indelebilmente l'Altotevere: la Lioce avrebbe cercato casa a Città di Castello. Arriviamo alla prima settimana di maggio: quel borsone portava dritto in Umbria e a Perugia, dove la Digos fiorentina inizia a chiudere il cerchio. Quel "covo tiepido" di cui parlavamo portava le tracce del passaggio sia di Galesi che di Pegna, arrestato a Napoli nel dicembre scorso. Non c'erano armi ma carte e computer. Materiale interessante. Così interessante da non fermare quel "filo rosso". Ed ecco la tappa fiorentina, conseguente al blitz perugino. I poliziotti, nel quartiere di Bellariva, alla periferia sud della città, cercavano un covo "gemello" a quello di Perugia, addirittura legati dall'intestazione ad uno stesso proprietario. Nel febbraio scorso, all'Isolotto, alla periferia nord di Firenze, la Digos aveva invece fatto irruzione in un appartamento che era servito come base d'appoggio per una rapina di "autofinanziamento".

"La Stampa"
L'avvocato: "Accuse che pesano zero"
BOLOGNA IL difficile, è provarle, le accuse. Anche quelle pesanti, anzi, soprattutto, quelle. Forse per questo Attilio Baccioli, difensore di Nadia Lioce, sembra assorbire l'"uppercut" dei magistrati bolognesi che intendono inchiodare la bierre Duemila per l'assassinio di Marco Biagi. A ogni buon conto, il legale commenta che "questo non è un grosso problema, per la Lioce che ha già rivendicato l'episodio come atto delle Brigate rosse, di guerra rivoluzionaria. Vogliono fare il processo, lo faranno". Poi osserva, che "per quanto riguarda i materiali probatori, così, di prima impressione, perché non ho ancora letto l'ordinanza, mi pare che abbiano lo stesso peso di quelli di D'Antona". Per capire , avvocato: da zero a dieci, che peso ha dato lei a quelle accuse? "Di peso specifico, darei meno uno". Fatto è che anche nell'assassinio di Massimo D'Antona, a Roma, secondo gli inquirenti, la brigatista c'è dentro fino al collo. Ma, dice l'avvocato, "il 7 maggio il tribunale del riesame ha annullato la custodia cautelare". Possibile, anzi, probabile un ricorso, ma prima devono arrivare le motivazioni: così, per il momento, la decisione è quella. Ma, assicura Baccioli, quelle accuse "si reggevano sui fili". E adesso, avvocato? "Lunedì, quando verrà interrogata dal giudice per le indagini preliminari di Bologna, parlerò con Nadia Lioce. Ma ora come ora, lo ripeto, l'impressione è quella che da una parte c'è un'organizzazione che rivendica e dall'altra si dice: "Ti abbiamo preso, in qualche modo qualcosa troviamo"". Il prossimo capitolo di questa storia terribile è imprevedibile, anche se il pm Paolo Giovagnoli, di Bologna, pare convinto che il colpo non sia di quelli che non lasciano segni. Non foss'altro perché la bierre "è la prima persona concreta della nostra indagine". Nella quale indagine ci sono cose che fanno meditare. Come quei proiettili sparati dalla stessa pistola che hanno ucciso D'Antona e Biagi a Bologna. Il tipo di arma non è ancora certo: l'ipotesi più accreditata è che si tratti di una Makarov marcata Carl Walther, un'arma clandestina costruita nella ex Jugoslavia perché i colpi hanno rigatura destrorsa. Ma una "firma" identica, avvertono gli investigatori, e nell'ordinanza lo sottolinea il "gip" Gabriella Castore, lo lasciano anche la Tanfoglio mod. Ea 380, italiana, la Franchi Llama modello Especial, spagnola, la semisconosciuta Iver Johnson modello Pony, americana. Ma anche se fosse stabilita con certezza la marca dell'arma, "da questo non si arriva alla responsabilità della Lioce", osserva il dottor Giovagnoli. Il quale lascia capire come siano altri e, secondo l'accusa, più solidi gli argomenti che inchioderebbero la brigatista. E le indagini sulle Brigate rosse Duemila? "Stanno andando avanti, ma è un lavoro assai penoso nel senso che quello che abbiamo accertato è che queste persone sono fissate della sicurezza, adottano tecniche di occultamento delle prove veramente maniacali. Quindi, un lavoro estremamente penoso, molto lento, molto lungo. Si sta lavorando forte, ma i progressi sono lenti". Nadia Lioce e Mario Galesi, nei quali, il secondo giorno di marzo, s'imbatté una pattuglia della polizia ferroviaria sul treno Roma - Firenze, avevano con sé anche alcuni "palmari". Gli appunti potrebbero essere poco rilevanti ma anche rivestire un'importanza fondamentale. Fatto è che, finora, nessuno è riuscito a penetrarne la memoria, neppure gli esperti dell'Fbi, ai quali è stata inviata copia degli scritti cifrati. Insomma, cercasi "Enigma" disperatamente. Un punto non secondario è riuscire a dare una dimensione verosimile all'organizzazione clandestina, capire quanti siano i militanti, che tipo di coperture adottino, se ricevano finanziamenti e da chi, quali contatti abbiano al di fuori delle loro basi clandestine, insomma, i "covi", che modello di rivoluzione abbiano in mente, sempreché ne abbiano uno, perché al di là di documenti dai toni e dai contenuti uggiosamente complessi, il terreno in cui si muovono pare soltanto quello del terrorismo. Nel frattempo il difficile, per chi dà loro la caccia, è provarle, le accuse.

18 maggio 2003 - LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
"La Lioce non la ricordo
Galesi l'ho visto in treno"
"Una terrorista qui? E c'entra con l'omicidio di Biagi? Ma io lo imparo adesso". La più impressionata è un'anziana signora che, scrutando la foto di Nadia Lioce pubblicata sui giornali, scuote la testa, "No, non l'ho mai vista" mormora, e sembra non credere che quella donna, come hanno rivelato le ultime indagini, abbia per mesi soggiornato proprio lì in zona Corticella nella primavera del 2002, e abbia fatto abitualmente la spesa alla Coop di via Gorki, dove la signora si reca quasi ogni giorno. Meno sorpresi alcuni commessi del supermercato.
Indaffaratissimi a servire la clientela del sabato mattina dicono praticamente la stessa cosa: "credo che abbia fatto di tutto per non dare nell'occhio. L'anno scorso, poi, avrebbe potuto essere completamente diversa". Insomma, a parte le testimonianze raccolte dagli inquirenti, pare che la Lioce non abbia inciso nei ricordi del suo ex vicinato, tant'è che gli investigatori hanno dovuto chiedere aiuto casa per casa. "E' venuta la questura a casa mia con la foto della donna -rivela infatti, Piero, un signore dai capelli bianchi - ma io non l'ho assolutamente riconosciuta". Gli chiediamo se ha paura, sapendo che nella sua zona potrebbe nascondersi una cellula terroristica. "No - risponde - ma terrò gli occhi più aperti per poter essere eventualmente d'aiuto". "Anche da me è venuta la polizia un mese fa - interviene Michelangelo Acquaviva, un bergamasco trapiantato ormai da 30 anni - e ha chiesto a mia moglie se aveva visto quella donna, ma nessuno di noi la ricorda". "Io faccio massaggi - confida tranquillo Sergeji Kuskin, un cittadino russo stabilitosi in Corticella da più di un anno - se fosse venuta da me una così, la ricorderei". "Un po' di paura" ce l'ha invece una giovane mamma che vuole apparire solo con le iniziali N.R. : "Io o la mia famiglia non potremmo essere nel mirino di terroristi, ma pensare che una persona qualunque che puoi incontrare al bar è uno di quelli fa venire i brividi". Anche a Federico Lenzi e alla moglie Claudia Magli, residenti in zona, il viso della terrorista "non dice niente". Lenzi, invece, ha qualche sospetto su Mario Galesi, il complice ucciso il marzo scorso, le cui foto sono apparse spesso sui media. "Da due anni vado in stazione per Claudia, pendolare per lavoro - racconta il giovane - e ho la sensazione di aver visto più volte Galesi sul binario del treno Milano-Roma. E' un binario su cui, di mattina, puoi incontrare anche molti parlamentari. Vi ho visto anche il professore Tiraboschi, il successore di Biagi, e ora so che poteva essere una vittima... Chiamerò il numero verde della questura, ma non so se una segnalazione così vaga possa essere utile".
Luciana Cavina

"Il Corriere della sera"
Un testimone ha visto un uomo un'ora prima dell'omicidio. "Faceva il palo"
Delitto Biagi, c'è un nuovo identikit
Cinquant'anni, corporatura robusta, alto un metro e 80, capelli biondi. Domani l'interrogatorio di garanzia di Nadia Lioce
DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA - Spunta un nuovo personaggio misterioso nell'inchiesta sull'omicidio di Marco Biagi. E' un uomo che un'ora prima del delitto si trovava vicino a via Valdonica, nell'isolato dove viveva il professore. Era lì a fare il palo. Lo ha visto un testimone che ha fornito ai carabinieri una dettagliata descrizione. Ora quell'identikit gli investigatori lo hanno reso pubblico nella speranza che altre persone abbiano notato quell'uomo a Bologna o in altre città. Il suo atteggiamento non sembra lasciare dubbi: faceva parte del commando che ha ucciso il giuslavorista il 19 marzo 2002.
Il testimone lo ha notato intorno alle 19 (un'ora prima del delitto) in via Lauretta, una piccola strada che si affaccia sul civico 14 di via Valdonica, dove viveva Biagi. "Ero in auto e me lo sono trovato in mezzo alla strada - ha raccontato - mi ostruiva il passaggio. A un certo punto si è scansato verso il portico. Mi ha colpito perché appena sono passato è tornato in mezzo alla strada, tanto che ho pensato di scendere dall'auto e dirgliene quattro. Poi ho lasciato perdere. Il suo aspetto mi ricordava un po' il principe di Hannover".
Gli investigatori stanno cercando un uomo di circa 50 anni, dall'aspetto giovanile, corporatura robusta, ma atletica, alto un metro e 80, capelli biondi di media lunghezza e carnagione chiara. Quella sera aveva gli occhiali, giacca verde elegante e camicia a quadri beige. Secondo gli inquirenti, non faceva parte del gruppo di fuoco, ma delle retrovie. Il suo compito era di bloccare le auto di passaggio nel momento dell'agguato. Come Nadia Desdemona Lioce controllava l'arrivo dei veicoli e delle persone nelle vicinanze dell'abitazione di Biagi. Un aiuto gli inquirenti se lo aspettano dal numero verde messo a disposizione della questura dopo aver reso pubblico il video che ritrae due personaggi sospetti in stazione, a Bologna, in concomitanza con il rientro di Biagi sia la sera del suo omicidio sia qualche giorno prima. Sono già una trentina le telefonate arrivate. "Tutte descrizioni vaghe, qualcuna merita di essere approfondita, ma non è arrivata la dritta giusta", spiega il dirigente della Digos, Vincenzo Rossetto. In procura sono convinti che in città, nel quartiere Corcella dove è stata vista Nadia Lioce, qualcuno abbia ospitato lei e Mario Galesi, morto nella sparatoria sul treno costata la vita anche a un agente di polizia. Il sospetto è che a offrire ospitalità ai due brigatisti e forse ai complici che potrebbero essere ancora in città sia stato qualche ex sessantottino non in vista.
Per domani è in programma l'interrogatorio di garanzia di Nadia Desdemona Lioce. Il suo avvocato, Attilio Baccioli, farà quasi certamente ricorso al tribunale del riesame contro l'ordinanza di custodia che accusa la br di aver fatto parte del commando che uccise Biagi. A Roma, proprio il riesame il 7 maggio scorso ha annullato l'ordinanza di custodia contro la Lioce, accusata dell'omicidio del professor Massimo D'Antona.
Cristina Marrone

19 maggio 2003 - LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
Caccia al covo br
Nuove perquisizioni
Dovrebbe essere il giorno della verità, oggi, per il futuro giudiziario bolognese di Nadia Desdemona Lioce, la brigatista raggiunta in carcere da un ordine di custodia cautelare per attentato di stampo terroristico aggravato dalla morte della persona (articolo 280 del Codice penale).
Questa mattina, in partenza di buon'ora per il carcere di Sollicciano, il giudice per le indagini preliminari Gabriella Castore e il pm Paolo Giovagnoli andranno a interrogare la terrorista alla presenza del suo legale di fiducia, Attilio Baccioli.
La speranza è che la donna, rinchiusa dietro le sbarre dal 2 marzo scorso - ovvero dalla tragica sparatoria sul treno che costò la vita al poliziotto Emanuele Petri e al compagno della brigatista, Mario Galesi - cambi la linea del silenzio assoluto adottata sino ad ora.
Davanti ai magistrati, infatti, Nadia Desdemona Lioce non ha mai aperto bocca. E se proprio ha voluto dire qualche cosa lo ha fatto rispettando il metodo di 'battaglia' brigatista, ovvero attraverso un proclama scritto affidato alle mani del suo avvocato. Un documento che una volta di più, per linguaggio e struttura lessicale, ha convinto gli inquirenti di Bologna, ma anche il gip, del ruolo di prim'ordine ricoperto dalla Lioce all'interno della nuova struttura eversiva vicina agli Ncc (i Nuclei comunisti combattenti) e decisa a ridare vita alla rifondazione delle Brigate rosse per costituire il Partito comunista combattente.
Se decidesse di rispondere alle domande del gip nell'ambito dell'interrogatorio di garanzia, la Lioce dovrebbe in pratica raccontare un anno e più di vita passata da latitante a Bologna e poco più in là. Dovrebbe dire dell'istruttoria sul bersaglio predestinato, Marco Biagi; dei pedinamenti al professore, probabilmente in compagnia di Mario Galesi; e dovrebbe dire, Nadia Desdemona Lioce, dell'appoggio bolognese che ha consentito a lei e ai compagni di sangue di vivere nascosta in città, di colpire in via Valdonica e poi sparire nel nulla.
Difficile che Nadia Lioce, donna di ghiaccio, accetti il confronto su un terreno che la potrebbe portare a rivelare particolari utili a risalire ai complici. Ma questa è la partita che dovranno comunque tentare di giocare i due magistrati oggi in trasferta nel carcere di Sollicciano, il gip Gabriella Castore e il pm Paolo Giovagnoli. Certo, potrebbe finire tutto nel giro di cinque minuti.
Nel frattempo proseguono senza sosta le analisi investigative degli inquirenti del pool che indaga sull'omicidio Marco Biagi. Chiusa la fase che serviva ad accertare tutto il più possibile su Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, se ne apre una nuova molto più complicata, quella per arrivare a dare un nome e un cognome ai complici dei due Br smascherati per caso, grazie a un casuale controllo della Polfer sul treno della tragica sparatoria del marzo scorso.
Per fare questo i poliziotti stanno facendo di tutto, impiegando tra l'altro le più moderne tecnologie. Scavano nel mondo antico dell'eversione, ma guardano anche all'attuale volto nuovo dei simpatizzanti, anche tra i cosiddetti insospettabili.
Sono già almeno due o tre le perquisizione effettuate anche a Bologna per capire se in quelle case siano stati ospitati Galesi e Lioce, e se per ora non sono arrivati i risultati sperati, i pool chiusi in piazza Galileo (per quanto riguarda la questura), e in viale Panzacchi (per quanto riguarda l'Arma dei carabinieri) non mollano la presa.
Sono già diverse le persone 'pedinate' o 'ascoltate' con discrezione, 'intercettate' senza che lo sappiano. Di fatto, poiché si indaga per reati legati all'eversione terroristica, i magistrati e le forze dell'ordine - codice di procedura penale alla mano - non sono obbligati a scoprire le loro carte. E dunque i possibili obiettivi già nel mirino non sono né iscritti nel registro degli indagati né sono stati tecnicamente 'avvisati'. Un passo falso, ecco cosa aspettano gli investigatori.
di Biagio Marsiglia

20 maggio 2003 - LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
La terrorista non risponde alle contestazioni dei magistrati
Br, il proclama della Lioce:
Gasparri: politici attenti, le parole diventano piombo
"Come militante delle Brigate Rosse rispondo solo al proletariato. Non riconosco la valenza della giurisdizione". Una manciata di parole per ribadire ancora di essere una "prigioniera politica". Nadia Desdemona Lioce resta di nuovo muta davanti al gip. Consegna il suo quarto documento per rivendicare la sua militanza e identità politica. E mentre la Br sventola il suo nuovo proclama (sette pagine scritte in stampatello) il dibattito sul terrorismo si riavviva con le dichiarazioni il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri che avverte: "Le forze politiche devono pesare le parole, perché le parole sono pietre e talvolta qualcuno le trasforma in proiettili". Tra le manifestazioni di intolleranza, tra chi scende in piazza contro un sindacato che non ha firmato un contratto e il terrorismo spesso "ci può essere solo qualche fermata di autobus".
IL DOCUMENTO - Calma e impassibile, determinata come sempre, Nadia Desdemona Lioce conserva il suo silenzio. Accusata di aver fatto parte del commando che il 19 marzo 2002 uccise a Bologna Marco Biagi, davanti al gip Gabriella Castore e al pm Paolo Giovagnoli si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Dal carcere di Sollicciano, a Firenze, legge soltanto qualche stralcio di quel documento in cui analizza le motivazioni politiche dal momento D'Antona al momento Biagi.
Il suo è un nuovo "attacco allo Stato". Contesta la riforma Biagi "che cancella i diritti conquistati da anni di lotta dei lavoratori". Parla del giuslavorista come dell'"elemento dominante nello scontro di classe con le sue scelte anti-proletarie". Rivendica l'omicidio D'Antona, sostenendo che con quell'azione "le Br hanno attaccato il progetto politico con cui la fazione dominante di borghesia imperialista fa arretrare la posizione del proletariato". "Ha fatto un'analisi del rimodellamento istituzionale e di quello economico-sociale - spiega il suo avvocato, Attilio Baccioli - attraverso quella che è la riforma Biagi" ricollegandosi anche ai documenti originari delle Br. La Lioce cita anche il referendum sull'articolo 18. Nessun riferimento invece al terrorismo islamico. Il legale sostiene che sul punto è stato un equivoco collegare il fondamentalismo islamico "alle masse arabe e islamiche" citate dalla Lioce nel documento.
IL RICORSO - Baccioli ha annunciato ricorso al tribunale del riesame contro l'ordinanza per l'omicidio Biagi. Un provvedimento - dice - che non ha neppure i "trampoli" su cui si reggeva l'ordinanza, poi annullata, per il delitto D'Antona. "I riconoscimenti fotografici sono generici e non rappresentano una prova - sottolinea - e scivolano quasi nella commedia con parrucche e pasticcini. I collegamenti mi sembrano piuttosto sfilacciati e sbrigativi".
Dal 2 marzo scorso, il giorno della sparatoria sul treno Roma-Firenze costata la vita all'agente Emanuele Petri e all'altro brigatista Mario Galesi, Nadia Lioce è in isolamento. Può leggere i giornali e guardare la tv, ma non le è consentito vedere altri detenuti. Sono limitati al massimo i contatti con l'esterno: riceve visite solo dai familiari e dall'avvocato. Ieri, prima dell'interrogatorio, sarebbe stata perquisita quattro volte.
IL TRENO Il 2 marzo scorso i brigatisti Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, sotto falso nome, viaggiano sul treno Roma-Firenze diretti ad Arezzo. Un poliziotto controlla loro i documenti ma Galesi impugna la pistola e spara. L'agente Emanuele Petri rimane ucciso. In ospedale, qualche ora più tardi, muore anche il brigatista
L'ARRESTO
Nadia Desdemona Lioce viene bloccata e arrestata. Non risponde alle domande dei magistrati ma si dichiara "prigioniera politica". Nel bagaglio dei due brigatisti c'era un computer palmare, una mini telecamera digitale nascosta in un pacchetto di sigarette e alcuni articoli del Sole 24 Ore , alcuni dedicati al Libro bianco di Marco Biagi
LE INDAGINI
Le fotografie dei due Br finiscono su tutti i giornali. Molti testimoni si presentano in questura ricordando di aver notato i due in stazione e vicino a via Valdonica a Bologna, dove il 19 marzo 2002 fu assassinato Biagi
LE ACCUSE
Venerdì scorso a Nadia Lioce viene notificata in carcere l'ordinanza di custodia cautelare che l'accusa di aver fatto parte del commando che uccise Biagi. Secondo i pm avrebbe avuto un ruolo di "protezione esterna" del gruppo di fuoco che sparò alla vittima
Cristina Marrone

"Il Corriere della sera"
Bologna, l'indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
LE COMMEMORAZIONI
Quattro anni fa il delitto D'Antona
Arrestato in Francia il 25 agosto 2002, rispedito in Italia in meno di 24 ore, da allora è rinchiuso in un carcere italiano
ROMA - L'unica persona indagata ufficialmente dalla Procura di Bologna per l'omicidio del professor Marco Biagi è Nadia Desdemona Lioce, la brigatista che si rifiuta di rispondere alle domande dei giudici e continua a lanciare proclami di lotta armata. Ma agli atti dell'inchiesta ci sono tracce di una sorta di indagine occulta, per lo stesso delitto, su un altro nome noto dell'eversione italiana, seppure di epoca diversa. Il quale, al contrario della Lioce, ha sempre dichiarato di non aver nulla a che fare con le nuove Br. L'inchiesta parallela riguarda Paolo Persichetti, già militante del gruppo fuoriuscito dalle Br chiamato Unione dei comunisti combattenti, condannato a 22 anni e mezzo di prigione per l'assassinio del generale Giorgieri (1987), arrestato l'estate scorsa a Parigi dopo dieci anni di latitanza trascorsi per lo più alla luce del sole, e rispedito in patria in meno di 24 ore. Dalla fine di agosto Persichetti è rinchiuso in un carcere italiano su iniziativa - si scopre ora - della Procura di Bologna che, tentando di risalire ai killer di Biagi, mise sotto controllo anche i suoi telefoni parigini. L'ex brigatista non è stato iscritto nel registro degli indagati né allora né dopo. Tuttavia gli investigatori hanno continuato a svolgere accertamenti sul suo conto in gran segreto, come sarebbe normale se successivamente Persichetti non fosse stato interrogato dal pubblico ministero titolare dell'inchiesta sulla morte di Biagi in qualità di semplice testimone, senza alcun cenno alle attività in corso.
Quando fu arrestato in Francia, il 25 agosto 2002, Persichetti aveva con sé uno zainetto blu sequestrato dai magistrati romani e poi "prestato" (non è chiaro a quale titolo) a quelli di Bologna, dove si trova tuttora. L'ultima risposta all'avvocato Francesco Romeo che assiste l'ex-brigatista è del 2 aprile scorso, e leggendola si scopre che proprio lo zaino è il motivo dell'indagine occulta. Biagi fu ucciso sotto casa nel marzo 2002, e una donna raccontò di aver notato una persona aggirarsi nella zona qualche giorno prima del delitto. "Non l'avevo mai visto prima - disse la signora C.C., che abita nelle stesse strade -, e l'ho incontrato per ben tre volte: il pomeriggio di giovedì 14 marzo, la mattina di domenica 17 e verso le 18,30 del lunedì 18". Biagi fu assassinato martedì 19. La donna fece l'identikit di un uomo tra i 30 e i 40 anni, statura e corporatura media, capelli castani un po' ricci, barba di qualche giorno. "L'ho sempre visto con delle riviste e uno zainetto", aggiunse.
Cinque mesi più tardi, quando i telegiornali trasmisero le immagini di Persichetti arrestato in Francia, i carabinieri di Bologna si ricordarono di quell'identikit e telefonarono alla signora C.C. per chiederle se riconosceva nell'ex brigatista il personaggio che aveva visto aggirarsi intorno a casa Biagi. La donna era in vacanza, rispose che non aveva visto né la tv né i giornali ma promise di farlo. Tornata in città telefonò ai carabinieri per dire di "essere rimasta impressionata dalla somiglianza" tra l'uomo che aveva visto e la foto pubblicata da un quotidiano, "in particolare per la capigliatura e i tratti somatici del viso".
Passano tre mesi. Alla testimone vengono fatti vedere quattro zainetti, tra i quali quello di Persichetti, per verificare se riconosce quello portato in spalla dal personaggio misterioso. La donna ammette che il suo ricordo "non è molto nitido", però indica i primi due "per forma e colore" e poi, "siccome il colore non era molto scuro" dice che "può avvicinarsi al secondo zaino". Cioè quello di Persichetti. I carabinieri pongono le stesse domande a un altro testimone, B.F., che pure aveva descritto un personaggio sospetto intorno all'abitazione di Biagi con i capelli ricci e la barba incolta, ma l'uomo non riconosce le foto di Persichetti. Il quale ha detto e scritto molto contro il terrorismo delle nuove Br, fin dai tempi del delitto D'Antona, e non viene informato degli accertamenti a suo carico. Nemmeno il 12 febbraio 2003, quando il pm Giovagnoli va a interrogarlo sul delitto Biagi come "persona informata dei fatti".
Al magistrato Persichetti manifesta il proprio stupore, "in quanto io sono stato condannato per un fatto di terrorismo avvenuto molti anni fa, compiuto da un'associazione diversa dalle Br-partito comunista combattente che hanno rivendicato l'omicidio di Biagi". Il pm tace sull'identikit che gli rassomiglierebbe e sul riconoscimento dello zainetto, non chiede di eventuali spostamenti nel periodo del delitto. Usa il "testimone" Persichetti come fosse un consulente, e quello risponde: "Non mi sono potuto fare nessuna idea di chi siano le persone che fanno parte delle Br che hanno rivendicato gli omicidi D'Antona e Biagi. Posso solo darne una valutazione politica... Sono un gruppo poco forte militarmente ma che suscita grande allarme politico e mediatico, quindi utili a chi ha interesse ad un clima di emergenza".
Considerazioni piuttosto semplici e comuni, ma Persichetti - che come tanti altri ex-terroristi non ha mai voluto mescolarsi a pentiti e dissociati - precisa: "Peraltro voglio dire che se pure conoscessi qualche elemento utile all'individuazione degli autori dei due più recenti omicidi non lo direi perché non voglio essere considerato un delatore o una spia. Comunque si tratta di un'affermazione meramente ipotetica, perché ripeto di non avere nessuna informazione di tal genere".
Il pm gli chiede di vari personaggi, compresi Nadia Lioce e Mario Galesi, ma Persichetti replica: "Non li ho mai conosciuti". Nei mesi successivi cominciano le richieste per la restituzione dello zainetto, la risposta dei pm è negativa. Nei prossimi giorni sono previste le udienze davanti ai giudici di Roma e Bologna per ottenerne il dissequestro. E forse si saprà se l'indagine occulta contro l'ex-brigatista non indagato è finita o prosegue.
Giovanni Bianconi

"Il Resto del Carlino"
'Girava qui da tre giorni'
BOLOGNA - "E' questo l'uomo che ho visto - dice - oppure, se non è lui, mi pare proprio che gli assomigli moltissimo... L'ho visto sotto casa del professore per tre giorni, me lo ricordo perché in spalla aveva uno zainetto scuro, blu o nero, scuro di certo... Un bell'uomo... sì, a me sembra proprio lui...". La testimone, un po' impaurita, gira gli occhi sull'album di fotografie che un poliziotto della Digos le mette davanti eppoi, mentre il pm Paolo Giovagnoli la incalza a ricordare, punta il dito senza troppe esitazioni.
"E' lui", ripete.
E quel 'lui' che la testimone A. G. dice d'aver visto aggirarsi con fare indagatorio sotto casa del giuslavorista ucciso è un pezzo da novanta del terrorismo: al secolo Paolo Persichetti, 41 anni adesso, ex iscritto alle Unità comuniste combattenti, la costola primaria delle Brigate Rosse.
Persichetti, arrestato in Francia nell'estate scorsa, guarda caso proprio con uno zainetto scuro in spalla, è stato condannato a 22 anni (diciotto ancora da scontare) per l'assassinio del generale dell'aeronautica Licio Giorgieri.
Era il 1987 e Giorgieri, responsabile della struttura che sovrintendeva alla costruzione degli armamenti aeronautici e spaziali, era impegnato al progetto di un nuovo velivolo militare. L'ufficiale, proprio come Biagi, cadde mentre rientrava a casa, colpito da cinque colpi calibro nove sparati da una moto enduro con due terroristi in sella.
Persichetti, inoltre, è stato condannato anche per il ferimento di Antonio Da Empoli, consulente economico del Presidente del Consiglio. I terroristi gli spararono il 21 febbraio del 1986.
Nell'inchiesta sul delitto Biagi l'ex brigatista Persichetti, che si è professato decisamente estraneo al nuovo terrorismo e che dal carcere ha definito 'folle' chi pensa ancora di ottenere qualcosa di buono dalla lotta armata, è per ora entrato soltanto come persona informata sui fatti.
Lo stesso pm Paolo Giovagnoli, che il 18 febbraio scorso lo ha interrogato a lungo, non gli ha ancora contestato alcun ruolo preciso.
Tuttavia la testimonianza della donna che giura d'averlo visto sotto casa del professore Marco Biagi nei tre giorni immediatamente precednti l'assassinio, viene giudicata attendibile e di fatto il nome dell'ex primula rossa è entrato a pieno titolo nell'inchiesta di via Valdonica. Si cercano riscontri.
Anche questa, come tutte le altre già avviate, è di fatto una delle piste che gli investigatori bolognesi stanno seguendo con attenzione. La speranza, dopo la diffusione dei due fotogrammi inediti e la divulgazione dell'identikit di un presunto appartenete al commando di via Valdonica con Lioce e Galesi, è che arrivi la collaborazione di qualche cittadino in grado di dare informazioni utili.
di Biagio Marsiglia

21 maggio 2003 - LIOCE: DAI GIORNALI
"Il resto del Carlino"
Chi ha visto i brigatisti?
Sono 250 i possibili testi
Sono arrivate più di 250 telefonate al numero verde allestito dalla questura di Bologna per raccogliere testimonianze: si cercano segnalazioni su Nadia Lioce, la donna che potrebbe aver partecipato all'omicidio di Marco Biagi. E anche a Modena si sono raccolte testimonianze su di lei: il 10 gennaio alla facoltà di Economia presso il Foro Boario, potrebbe essere stata proprio lei a chiedere di incontrare il professor Tiraboschi, allievo di Marco Biagi e prima potrebbe aver frequentato l'università per studiare le abitudini del professor Biagi. Insomma, i testimoni oculari sono tanti. Troppi, sostengono gli avvocati della brigatista rossa: "L' ordinanza di custodia cautelare è senza i 'trampoli' su cui si reggeva quella per il delitto D'Antona, con riconoscimenti fotografici di Nadia Desdemona Lioce che non hanno la minima verosimiglianza e attendibilità e che scivolano quasi nella commedia, con le parrucche e i pasticcini". Questo il commento dell'avvocato Attilio Baccioli. In effetti il dubbio può venire: su 250 segnalazioni, quante sono verosimili? Esiste un fenomeno di mitomania da parte dei testimoni oculari? Può crearsi una sorte di suggestione collettiva che spinge tante persone, tutte in buona fede, a dichiarare di aver visto cose che in realtà erano diverse? Lo abbiamo chiesto al professor Francesco De Fazio, cattedratico modenese, uno dei più noti criminologi italiani, spesso utilizzato dalle forze dell'ordine per avere consulenze a supporto delle loro indagini.
"Siamo di fronte ad un'indagata per un delitto di tipo politico - ha detto il professor De Fazio - non è il tipico reato che si presta a suggestione. Il rischio di raccogliere testimonianze inattendibili è molto più frequente in reati a sfondo sessuale oppure in fatti in cui la gente comune tende a identificarsi. L'uccisione di un'autorità per intenderci, non è un delitto che potrebbe accadere ai nostri figli".
Non mancano gli esempi di suggestioni collettive che a volte possono mettere fuori strada gli investigatori.
"Proprio a Modena - ha spiegato De Fazio - per anni ha preso piede l'ipotesi di un serial killer che uccidesse le prostitute. In molti pensavano di essere di fronte al classico 'mostro', diverse testimonianze sembravano condurre su questa pista. In realtà non era così".
Su 250 segnalazioni però, c'è pur sempre il rischio di incappare in una segnalazione di qualcuno che inconsapevolmente vuole recitare un ruolo da protagonista, in un'indagine che è sotto i riflettori. Come possono fare gli investigatori per tutelarsi?
"I funzionari di polizia - ha detto il criminolofo modenese - hanno a disposizione diverse tecniche per sapere se si trovano di fronte ad un testimone attendibile oppure no. Il metodo classico è rivolgere al test domande 'trasverse', vale a dire quesiti che non riguardano direttamente la testimonianza ma servono per dare un giudizio sul testimone e sulla sua attendibilità".
di Roberto Grimaldi

ANSA:
"Nei giorni scorsi abbiamo dato la possibilita' alla polizia di pubblicare immagini che gli investigatori ritenevano utili alle indagini. Non ritengo che ci sia un nuovo filmato della cui eventuale pubblicazione non siamo stati informati ne' io ne' il dottor Paolo Giovagnoli, titolare delle indagini". Lo ha detto il capo della Procura bolognese, Enrico Di Nicola, in merito alla notizia, riportata stasera da alcuni organi di informazione, secondo la quale esisterebbe un nuovo filmato utile alle indagini per l' individuazione degli assassini di Marco Biagi.
Un filmato in cui si vedrebbe nitidamente il volto - sempre secondo queste informazioni - di un altro uomo, diverso da 'A' e 'B' (le cui immagini sono state diffuse venerdi' scorso), seguire il professore bolognese nei giorni precedenti l' omicidio. Anche secondo fonti investigative un filmato di questo tipo "non esiste".
"Abbiamo fatto un decreto, come ufficio del pubblico ministero, dove abbiamo ordinato - ha ribadito Di Nicola - la pubblicazione di alcune immagini relative ai soggetti denominati 'A' e 'B'. Di piu' non c'e' nulla, non c'e' alcuna novita' rispetto a quella pubblicazione. Non abbiamo fatto altri provvedimenti".

21 maggio 2003 - RICORDATO D'ANTONA A 4 ANNI DALL' UCCISIONE
"Il Mattino"
Il ricordo di D'Antona a 4 anni dal delitto
A quattro anni dalla sua morte, Massimo D'Antona - il giuslavorista ucciso dalle Br il 20 maggio 1999 - è stato ricordato ieri mattina in una breve cerimonia alla quale hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, il segretario dei Ds Piero Fassino, il sindaco di Roma Walter Veltroni e i leader di Cgil, Cisl e Uil Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti. Alla commemorazione avvenuta in via Salaria dove il giuslavorista fu ucciso, ha partecipato anche la vedova Olga D'Antona alla quale il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi ha inviato un messaggio. "Credo che se l'Italia è un Paese solido e forte - ha sottolineato il presidente della Camera Casini - lo deve a uomini come D'Antona che hanno pagato il prezzo più alto per difendere le istituzioni".

22 maggio 2003 - LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
"La Lioce in città? L'hanno vista testi suggestionati"
"Più leggo 'ste carte, e meno ci trovo roba interessante...". Al secondo piano del 'palazzo di vetro', in piazza Trento e Trieste, l'avvocato di Nadia Desdemona Lioce, Attilio Baccioli da Grosseto, occupa una intera scrivania dell'ufficio gip. "Mah... - attacca il legale - che volete che dica... A me queste testimonianze fanno venire i brividi, non le vedo mica troppo solide. C'è una che guarda 288 foto e poi 'zac', con precisione felina indica quella della Lioce. Salvo poi, quando passa alla descrizione, sbagliare il colore dei capelli della mia assistita ed altri particolari. Mi paiono fantomatici tutti questi testimoni trovati dalla polizia e finiti nell'ordinanza del giudice. Il concetto è che la Lioce viveva a Bologna, prima, durante e dopo l'omicidio Biagi. Bene, dico io, ma allora come si fa a dire che è venuta da fuori per fare l'indagine sul professore ucciso se abitava già a Bologna?".
Segue una logica tutta sua, Attilio Baccioli, e se gli fanno una domanda nel merito della questione omicidio o sulle prove che incastrerebbero Nadia Lioce attacca subito con 'la lotta di classe' e col 'rimodellamento della base sociale'.
L'ordinanza del gip di Bologna, Gabriella Castore, non gli piace proprio, così come non gli piaceva quella del gip di Roma, che il Tribunale del riesame capitolino ha annullato. "Troppa gente ha visto la Lioce, il mondo è pieno di persone che si fanno suggestionare - dice Baccioli - e anche di mitomani, eppoi è strano il modo con cui questi testi sono venuti in contatto con la polizia. Eppoi, vi dirò, il pm mica si può fidare di un verbalino di un agente fatto in un bar. Il pm deve chiamarsi il testimone e lo deve sentire lui, si deve rendere conto se questo è attendibile o no...". Mena fendenti, l'avvocato delle Brigate Rosse. Ma quando lo si pungola sul fogliettino trovato in tasca alla Lioce, per metà scritto dalla bibliotecaria dell'Università di Modena che aveva l'ufficio accanto a quello di Marco Biagi, Attilio Baccioli abbassa ancora di più la voce. Di fatto quel biglietto mette in stretto collegamento la Br arrestata con l'agguato al professor Biagi. Perché mai, infatti, la Lioce avrebbe dovuto avere in tasca uno scritto del genere se davvero non avesse avuto nulla a che fare con l'agguato di via Valdonica? "Certo - si arrampica Baccioli - quel bigliettino è strano. Così tanto tempo dopo la mia cliente ce l'aveva in tasca. Sì, è probabile che Nadia facesse l'inchiesta su Biagi, ma su questo piano mi pare chiaro come la mia cliente abbia deciso di non difendersi. Io fra tre giorni presenterò il mio ricorso al Riesame di Bologna, e chissà, magari tra due settimane ci si vede tutti lì, dai giudici. La Lioce potrebbe decidere di venire all'udienza per fare un altro comunicato... Di certo ai magistrati di questo Stato non ha proprio nulla da dire. Questo è un processo politico - spiega Attilio Baccioli da Grosseto - e allora un giudice dello Stato, che è parte antogonista della lotta, mica può essere considerato un giudice imparziale...". Già, è un nemico.
di Biagio Marsiglia

23 maggio 2003 - LIOCE: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
Lioce, già pronto
il ricorso al Riesame
E' partito ieri sera da Grosseto, affidato alle cure delle Poste, il ricorso per il Tribunale del riesame firmato dall'avvocato di Nadia Desdemona Lioce, Attilio Baccioli. Poche pagine, ha confidato ieri lo stesso legale, per smontare un'ordinanza di custodia cautelare che "gli pare scritta sulla sabbia" e soprattutto "grazie a testi chissà quanto veramente attendibili".
Comunque sia, toccherà ora al Tribunale bolognese 'soppesare' l'ordinanza che, su richiesta del pm Paolo Giovagnoli, è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari Gabriella Castore.
Compatibilmente coi i ritmi delle Poste italiane, il ricorso dovrebbe essere a Bologna in tempo per la fissazione dell'udienza nel giro di una decina di giorni al massimo. Una udienza che dovrebbe registrare anche la partecipazione della brigatista arrestata dopo il conflitto a fuoco sul treno, ad Arezzo.
"La mie cliente non ha niente da dire in sua difesa - precisa il legale della Br -, ma probabilmente l'occasione servirà per ribadire altri concetti di lotta". Insomma è in arrivo il comunicato numero cinque.
Continuano, intanto, le indagini di polizia e carabinieri, che ieri mattina hanno avuto una riunione operativa alla Procura della Repubblica davanti al procuratore capo Enrico Di Nicola. Un briefing prima che il numero uno del 'palazzo di vetro' parta per un breve periodo di vacanza.
Nelle prossime ore, come già anticipato, gli investigatori decideranno se rendere pubbliche oppure no altre immagini riprese dalle telecamere della stazione ferroviaria di Bologna sia nel giorno del delitto Biagi, 19 marzo 2002, sia nelle settimane precedenti. Alcune sono inquadratura abbastanza nitide di personaggi che sembrano muoversi in modo strano all'interno della stazione, anche dietro le spalle dello stesso professore ucciso, ma nonostante un anno e oltre di accertamenti in tutta Italia sono personaggi rimasti senza nome.

24 maggio 2003 - DOCUMENTO BRIGATISTA IN FABBRICHE VENETO
"Il Mattino di Padova"
Documento brigatista nelle fabbriche
Nuclei comunisti rivoluzionari alla Fincantieri di Marghera e alla Zanussi di Susegana
TERRORISMO Nuovo tentativo di fare proseliti
di Carlo Mion
VENEZIA. Ancora un documento di un'organizzazione terroristica nelle fabbriche del Nordest. Ieri, due pagine scritte al computer e a firma "Nuclei Comunisti Rivoluzionari per il Partito", sono state recapitate via posta alle Rsu Cgil della Fincantieri di Porto Marghera e della Zanussi di Susegana. Lo stesso documento era già arrivato nei giorni scorsi in diverse fabbriche della Lombardia e a Radio base popolare di Milano. Non si tratta di una sigla nuova. E' la stessa utilizzata per rivendicare l'attentato alla sede milanese di Forza Italia, avvenuto l'11 marzo scorso. Le buste sono state spedite dalla sede centrale delle poste di Milano. I documenti sono stati consegnati a carabinieri e digos. Per gli investigatori è l'ennesimo tentativo di fare proseliti nelle fabbriche.
Le due pagine sono scritte fronte e retro. In sostanza, sono lo "sviluppo" del documento inviato, a giornali e fabbriche, per rivendicare, a marzo, l'attentato a Forza Italia. Lo scritto si apre con un riferimento a Mario Galesi, il brigatista ucciso ad Arezzo sul treno "Roma-Firenze". Alle Br il documento fa riferimento quando sottolinea che si "deve tener conto dei successi e degli errori delle Br se si vuole realizzare un Partito comunista".
Nella prima parte i terroristi motivano l'attentato alla sede di Fi e sottolinea che "il governo Berlusconi è quello che ha portato i più duri attacchi alle condizioni di vita e di lavoro, in assoluta continuità con quelli di centro sinistra". Si legge ancora: "Abbiamo colpito Forza Italia per chiarire qual è il nostro rapporto con questa genia opressori che è la borghesia imperialista".
Nel secondo capitolo intitolato: "La crisi del capitalismo è generale e senza ritorno", viene analizzata la crisi generale del "modo capitalistico di produrre" che secondo i terroristi è "il punto di partenza per il dibattito rivoluzionario".
In un altro passo si legge "la difesa delle conquiste passa necessariamente per la conquista del potere".
Successivamente, viene affrontato l'argomento della guerra vista come "la continuazione delle politiche imperialiste". Quindi si inneggia alla "rivoluzione proletaria mondiale quale unica possibilità per fermare la guerra imperialista". Si elogia la lotta delle "masse popolari arabe" e nel penultimo capitolo si osserva come il "governo italiano si poggia su due pilastri: la mafia e il partito americano.
Secondo gli analisti dell'antiterrorismo si tratta di una "risoluzione strategica artigianale del gruppo, scritta con un linguaggio lontano da quelle brigatista".
La Cgil, a cui sono stati spediti i documenti prende le distanze e sottolinea: "La Cgil esprime la propria ferma condanna nei confronti del contenuto del documento. Si tenta infatti di tenere aperta una pagina tragica della storia italiana caratterizzata dalla violenza e dal terrorismo. Questo tentativo non troverà nella Cgil e nel sindacato nessuno spazio, anzi. La Cgil respinge inoltre l'attacco al proprio gruppo dirigente che è impegnato nella quotidiana dialettica democratica".

24 maggio 2003 - BIAGI: FILMATI ALTRI DUE SOSPETTI
"Il Nuovo"
Biagi, filmati altri 2 sospetti nella stazione di Bologna
I carabinieri hanno reso noti alcuni fotogrammi filmati dalle telecamere a circuito chiuso della stazione. I due uomini ripresi in due momenti diversi, sembrano seguire il professore da lontano.
BOLOGNA - Al vaglio degli investigatori che indagano sull'omicidio di Marco Biagi, ci sono alcuni fotogrammi ripresi dalle telecamere a circuito chiuso della stazione di Bologna poco prima dell'omicidio del professore, avvenuto nel marzo del 2002. Oggi quei fotogrammi sono stati resi noti, al fine di acquisire altri elementi necessari allo sviluppo delle indagini. Ma potrebbero servire anche a sgomberare il campo da persone che nulla hanno a che fare con i brigatisti.
Il primo uomo filmato è sui 20-30 anni, bruno. Indossa una felpa sportiva bicolore con cappuccio. L'8 marzo è probabilmente sceso dal treno regionale in arrivo alle 17 e 44 da Codigoro, e sembra seguire il professore nel sottopassaggio fino alla scalinata che conduce al Piazzale ovest. Qui usa il cellulare per ricevere o fare una telefonata. Biagi e l'uomo si incrociano poi di nuovo nel piazzale Medaglie d'oro. Le telecamere filmano poi il sospetto mentre si attarda per un'altra ora presso il primo binario, proprio quello da cui il giuslavorista era sceso, di ritorno da Milano.
L'altro uomo, (definito dagli investigatori anche come "probabile teste") ripreso sembra essere più vecchio dell'altro: potrebbe avere circa 40 anni. E' vestito in modo elegante e il 19 marzo, la sera dell'omicidio, aveva incrociato il professore sul treno che tornava da Modena. Saluta Biagi con un cenno del capo davanti ai suoi collaboratori ed è ricambiato con una stretta di mano. Poi si allontana.
L' uomo, si è saputo da successivi accertamenti, è risultato sconosciuto sia ai collaboratori che ai familiari del professore. Gli investigatori hanno precisato che "si tratta di persone di cui ci interessa giungere all' identificazione".
Con i fotogrammi diffusi oggi diventano quattro le persone da identificare. La scorsa settimana infatti la Digos aveva divulgato immagini di due uomini ripresi la sera dell'omicidio.

27 maggio 2003 - SPARATORIA TRENO; PETRI UCCISO DA UN COLPO 7,65 GALESI
ANSA:
Emanuele Petri, il poliziotto ucciso la mattina del 2 marzo durante lo scontro a fuoco con i due brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, sul treno Roma-Firenze, venne colpito da un solo proiettile, che lo raggiunse alla base del collo, esploso dalla pistola calibro 7,65 che impugnava Galesi.
E' quanto hanno accertato i consulenti a cui la procura di Firenze, titolare delle indagini sullo scontro a fuoco, ha chiesto di compiere un' analisi medico-legale e balistica sulla dinamica della sparatoria. Non e' ancora chiaro invece - i consulenti devono ancora completare l' esame delle armi degli agenti - da quale pistola sia stato ucciso Galesi che, secondo l' autopsia, era stato colpito da un proiettile che gli aveva perforato il fegato e un polmone. Probabilmente il proiettile era stato esploso dalla pistola d' ordinanza di Bruno Fortunato, il secondo agente - a sua volta ferito a un polmone -, visto che il terzo poliziotto, Giovanni Di Fronzo, era impegnato in un corpo a corpo con Nadia Desdemona Lioce, che aveva cercato di disarmarlo.
Per quanto riguarda l' analisi dei dati contenuti nei palmari che i due brigatisti avevano con loro sul treno, secondo quanto si e' appreso gli specialisti della polizia starebbero ancora lavorando per decrittare il materiale registrato in codice. La memoria dei palmari conterebbe anche delle parti in chiaro - documenti, riflessioni, eccetera -, che gli inquirenti ritengono molto interessanti dal punto di vista generale, ma che non fornirebbero alcuno spunto utile per le indagini sui complici di Lioce e Galesi.
Niente di utile, secondo quanto e' emerso, neanche sul piano dell' analisi del traffico telefonico dei cellulari. Secondo gli investigatori i brigatisti userebbero di solito per i colloqui di carattere operativo delle schede acquistate sotto falso nome, limitandosi solo alle conversazioni essenziali e distruggendo le schede subito dopo, mentre eviterebbero qualsiasi uso personale dei cellulari.

29 maggio 2003 - BIAGI: L'UOMO DEL SALUTO ALLA STAZIONE ERA UN AMICO
"Il Resto del Carlino"
"Non sono un terrorista rosso, ma un amico del prof ucciso"
Il misterioso uomo che il 19 marzo d'un anno fa salutò in stazione il professor Marco Biagi, insomma il famigerato 'soggetto 2' le cui immagini sono state recentemente diffuse dalle forze dell'ordine come quelle di uno dei quattro sconosciuti sospettati di fare parte del commando di terroristi, s'è presentato ai carabinieri e ha sciolto l'arcano: era un amico del prof ucciso, altro che br.
L'uomo, le cui generalità vengono mantenute riservate, ha suonato all'uscio dei militari di viale Panzacchi la mattina di lunedì scorso. "Sì - ha detto il 'soggetto 2' -, confermo di avere incrociato il professsore sul treno e di averlo salutato, ma io ero un suo amico. Ci siamo conosciuti vent'anni fa, ai tempi dell'Mcl (il Movimento cristiano dei lavoratori) e del Partito socialista. Io sono un vecchio socialista e a quel tempo le mie idee e quelle di Biagi erano simili. Ci incrociavamo spesso sul treno, e spesso e volentieri parlavamo. Oltre al passato politico comune ci univa una passione sfrenata per il ciclismo...".
Ma ai carabinieri il 'soggetto 2' ha raccontato anche di più. "Dell'incontro col professore Marco Biagi nel giorno in cui è stato ucciso - ha messo a verbale l'uomo - ho parlato anche in casa, alla mia compagna e a mio suocero. 'Poverino, l'ho visto prima che lo ammazzassero...', ho raccontato. Poi, l'altra mattina (domenica scorsa; ndr) sono stati proprio loro a dirmi che ero io quello della foto sul giornale. In verità io non mi sono riconosciuto per niente in quel fotogramma, ma la mia compagna e mio suocero dicono che alla fine, guardando bene bene, si capisce che sono proprio io l'uomo che stavate cercando. E allora eccomi qua. Ero solo un amico del professore ucciso dai brigatisti, mi spiace per voi...".
Hanno scritto tutto, i carabinieri del Reparto operativo, e hanno già mandato anche al pm Paolo Giovagnoli una copia del verbale. Meno uno, allora. E così sul campo, dopo la decisione di diffondere le immagini riprese dalle telecamere a circuito chiuso della stazione ferroviaria, restano il 'signor A' e il 'signor B' della polizia e il 'soggetto 1' dei carabinieri. Per ora, hanno confermato ieri mattina gli investigatori, su questi altri tre individui 'sospetti' non sono arrivate telefonate ritenute importanti o utili. E c'è già chi si interroga su quanto sia davvero stato proficuo, ai fini investigativi, organizzare conferenze stampa per distribuire fotogrammi di scarsa qualità e dubbio interesse. A meno che, viene da ipotizzare, tutto il rumore sia stato architettato per vedere se qualche 'pesce' già sotto controllo arrivasse a tradirsi magari commentando proprio certe immagini.
di Biagio Marsiglia
 
 
 
 


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