Almanacco dei misteri d' Italia
|
novembre 2003 |
1 novembre 2003 - ARRESTO PRESUNTI BR: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Le indagini sul commando che uccise Biagi. Ordinata una perizia sulle due pistole trovate in casa del padre della Banelli Firenze, fermato il basista delle rapine E' un impiegato postale di Pisa: "Sono un fiancheggiatore". Una lista di sei nomi sospetti
dal nostro inviato
MARIO MENGHETTI
FIRENZE "E' vero, sono un fiancheggiatore delle Br". La confessione è arrivata all'improvviso, dopo oltre dieci ore di interrogatorio. Davanti ai magistrati fiorentini Giuseppe Nicolosi e Francesco Fleury. Bruno Di Giovannangelo, pisano di 44 anni, impiegato delle Poste ed ex sindacalista dei Cobas, è il decimo fermato delle Nuove Brigate rosse. L'accusa è partecipazione a banda armata, associazione sovversiva e concorso morale nelle rapine di autofinanziamento. In pratica il "postino" è stato il basista, colui che ha dato le indicazioni fondamentali, nell'organizzazione dei colpi negli uffici postali di Firenze, a cavallo fra la fine del 2002 e l'inizio di quest'anno.
L'uomo era già stato citato anche nell'ordinanza di custodia cautelare della Procura fiorentina nei confronti di Cinzia Banelli e Roberto Morandi per le stesse rapine nel capoluogo toscano. Il Gip lo inseriva "nel gruppo di estremisti toscani, in particolare pisani, che negli anni Ottanta andavano a braccetto con gli esponenti degli Ncc come Fabio Matteini e Luigi Fuccini". I due che furono arrestati a Roma nel '95, mentre stavano organizzando una rapina. Non è tutto. Di Giovannangelo avrebbe incontrato più di una volta la brigatista Nadia Desdemona Lioce, in questi ultimi anni durante la sua latitanza, contattandola più volte sulla sua utenza cellulare. Contatti telefonici che Di Giovannangelo avrebbe avuto anche con Cinzia Banelli, la "Compagna So", durante i giorni delle rapine agli uffici postali fiorentini. L'uomo corrisponde alla sigla Mu nella documentazione ricavata da uno dei due palmari sequestrati alla Lioce. La stessa sigla era stata ritrovata in una delle agende sequestrate a Cinzia Banelli con riferimento ad alcuni appuntamenti. Di Giovannangelo ha comunque affermato di non aver mai preso parte direttamente alle azioni delle Br alle quali si limitava a fornire informazioni utilizzate per le rapine. La sua abitazione era già stata perquisita in lungo e in largo nella giornata di venerdì scorso.
Il "postino" è stato portato alla Questura di Firenze, per essere sentito dagli uomini della Digos, nella tarda mattina di ieri. Insieme con la moglie (i due hanno un figlio di 9 anni) e con altre tre persone, sempre appartenenti all'area estremistica pisana. Nel frattempo la polizia stava effettuando alcune perquisizioni nelle case di altri presunti "fiancheggiatori" Br, a Pisa, Siena e Firenze. Gli investigatori stanno lavorando su una lista di almeno sei nomi sospetti. A metà pomeriggio la prima svolta, dopo cinque ore di interrogatorio. La moglie e le altre tre persone venivano rilasciate, mentre Di Giovannangelo veniva trasferito in Procura per essere interrogato davanti ai magistrati. Non prima di aver salutato la donna con un lungo e caloroso abbraccio.
In mattinata, invece, aveva avuto luogo l'interrogatorio di convalida del fermo di Simone Boccaccini, il dipendente del Comune di Firenze arrestato mercoledì scorso, sempre nell'ambito delle inchieste sulle nuove Brigate rosse. L'uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al Gip fiorentino, Rosario Lupo. Che, a sorpresa, si è riservato di decidere sul suo arresto. E' accusato di rapina, banda armata e di aver partecipato all'omicidio Biagi. Boccaccini, a detta dei suoi avvocati difensori Alessandro Guerra e Massimo Focacci, "non è per niente rassegnato. Anzi, ha una gran voglia di difendersi. Anche se ad accusarlo è la sua convivente. Vedremo". L'impiegato fiorentino, insieme alla Banelli, Morandi, Lioce e Galesi, sarebbe tra coloro che hanno organizzato l'agguato mortale al giuslavorista bolognese. Inserito in quel gruppo di brigatisti "pendolari" fra la Toscana e Bologna. Anche se i magistrati sono convinti dell'esistenza nel capoluogo emiliano di almeno due basisti locali. I brigatisti "dovevano avere se non un covo, almeno un appoggio sicuro nella cittadina emiliana", come ha scritto lo stesso Gip bolognese, Gabriella Castore, nell'ordinanza di custodia cautelare per l'omidicio del professor Biagi a Nadia Lioce. La presenza a Bologna della brigatista e del suo capo Mario Galesi "in epoca precedente all'omicidio era infatti strettamente collegata all'organizzazione, predisposizione e realizzazione dell'atto di violenza ha scritto ancora il Gip Castore mentre la successiva presenza nel capoluogo emiliano sarebbe giustificata dagli imprescindibili appoggi logistici che il gruppo doveva avere".
Ieri, intanto, è stata affidata dalla Procura fiorentina la perizia sulle due pistole sequestrate in casa del padre della Banelli, durante le perquisizioni della scorsa settimana. Per gli investigatori, infatti, sicuramente le due armi non sono state usate negli agguati ai due professori universitari, a Roma e a Bologna, però potrebbero avere avuto un loro "ruolo" nel corso delle due rapine di autofinanziamento a Firenze."Il Messaggero"
I VERBALI "Boccaccini armato, a fianco la Lioce"
dal nostro inviato
FIRENZE Simone Boccaccini, l'impiegato comunale fiorentino fermato mercoledì scorso, sarebbe fra gli autori della rapina di autofinanziamento a via Torcicoda a Firenze. Secondo quanto scritto nell'ordine di fermo emesso dalla Procura fiorentina, infatti, "l'uomo sarebbe fra i quattro che fisicamente entrarono, quella mattina, armi in pugno, dentro l'ufficio postale". Insieme a Morandi, alla Lioce e, forse, a Galesi. Che però potrebbe essere stato assente in quell'occasione, sostituito da un altro elemento. Quel giorno, precisano i magistrati fiorentini, Boccaccini risulta anche essere assente dal lavoro. Così come Cinzia Banelli, che collaborò alla rapina però esternamente. Anche lei era assente dall'ospedale in cui presta servizio in quella giornata.
Un gruppo, quello che ha organizzato le rapine di autofinanziamento fiorentine, che per gli investigatori dovrebbe aggirarsi sulle 10-12 unità. Le stesse che misero a segno, con ruoli e compiti diversi, prima l'agguato a D'Antona a Roma e poi a Biagi a Bologna. "Dobbiamo ancora mettere a punto i collegamenti e la presenza di alcune persone fermate nell'uno e nell'altro omicidio spiega un investigatore la nostra convinzione è che però quasi tutte le persone fermate o sospettate abbiano a che fare con tutte le operazioni messe a segno dalle nuove Brigate rosse".
Per la magistratura fiorentina, infatti, a questo punto sono in cinque-sei persone a mancare all'appello. "Ci sono ancora da trovare sicuramente i due basisti bolognesi continua a sottolineare l'investigatore Per quanto riguarda invece la colonna toscana si dovrebbero aggiungere almeno altre tre persone, individuate dalle telecamere poste nell'ufficio postale di via Torcicoda. Fra queste sicuramente una donna, che quel giorno teneva un'arma con la mano sinistra. Stiamo poi ricercando un'altra donna, ma questa volta a Roma. Dopodiché potremo dire di avere smantellato quasi completamente l'impianto delle nuove Br".
Continua intanto la caccia anche ai covi. Sia nella capitale che nel capoluogo fiorentino. Nella giornata di ieri si sono susseguite tutta una serie di perquisizioni nel quartiere di Scandicci, così come nel Pisano e nella provincia di Siena. Anche a Bologna, secondo gli investigatori, ci potrebbe essere stata una base d'appoggio che gli inquirenti continuano a ricercare.
Ma. Me."Liberazione"
Il legale di Persichetti: il mio cliente somiglia a Boccaccini, per questo è indagato. Nuovo fermo a Firenze Persichetti così somigliante a Boccaccini. Anche troppo, al punto che il legale dell'ex br, arrestato in Francia nell'estate 2002 per un conto in sospeso ma poi indagato per l'omicidio Biagi, avanza un'ipotesi che spiegherebbe l'incriminazione del docente da tempo estraneo alla lotta armata. Per l'avvocato Francesco Romeo, i ricci e il viso di Simone Boccaccini, fermato a Firenze con l'accusa di aver preso parte all'agguato di Via Valdonica, potrebbero essere stati scambiati da un testimone per il volto e la chioma di Paolo Persichetti, già condannato per l'omicidio del generale Licio Giorgieri. "Non so proprio cosa possa essere successo - racconta il legale - ma quella della somiglianza fra i due all'origine dell'errore è un'ipotesi plausibile. Forse già la prossima settimana presenterò la richiesta di archiviazione". Persichetti era finito sul registro degli indagati perché un testimone avrebbe riconosciuto il suo zainetto ma la sua difesa ha trovato documenti e ben 16 testimoni (giornalisti, studenti, docenti, amici) pronti a dire che Persichetti era a Parigi tra il 14 e il 19 marzo 2002. Di Boccaccini, invece, c'è traccia di almeno un passaggio fra Bologna e la Toscana il 12 marzo 2002, quando fu casualmente controllato dai carabinieri sull'Appennino insieme a Roberto Morandi, come lui dichiaratosi all'arresto prigioniero politico. Così la Digos ha ripreso a girare per Bologna con le foto degli ultimi arrestati. In mattinata, Boccaccini è stato interrogato dal gip Rosario Lupo nel carcere fiorentino di Sollicciano. Ora pare intenzionato a difendersi, almeno per quanto riguarda l'accusa di aver partecipato all'omicidio del 19 marzo 2002 per il quale sono indagati Lioce, Morandi e Banelli, coinvolti anche nel caso D'Antona ucciso a Roma il 20 maggio '99. Ancora a Firenze, due persone informate dei fatti, pare una coppia pisana, sono state sentite a lungo in questura. Poi l'uomo è stato accompagnato in Procura. Si tratta di un impiegato delle poste di 44 anni. Attualmente è in stato di fermo.
Che. Ant."Il Corriere della sera"
Il marito della Banelli: ora vivo solo per il figlio che deve nascere
Tre coppie e l'ombra della stella a cinque punte "Cinzia? Come se mi avesse tradito per 20 anni"
Daniela, maestra d'asilo, dopo l'interrgatorio di ieri ha preso il suo bambino ed è andata via
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
FIRENZE - Il giorno prima era Cinzia, la donna che ama, da cui aspetta un figlio. Il giorno dopo è la "Compagna So", accusata di omicidio. Il giorno prima è Bruno, il compagno di una vita, padre di un figlio, portalettere. Il giorno dopo è un rapinatore di uffici postali, un terrorista. Un attimo prima è Simone, l'uomo al quale stavi dedicando la tua esistenza, magazziniere e idraulico. Un attimo dopo è un "militante rivoluzionario". Cinzia e Angelo, Bruno e Daniela, Simone e Eleonora. Storie di persone che si amano ma non si conoscono, di coppie che si scoprono improvvisamente divise da un segreto di piombo.
Forse qualcuno di loro aveva intuito. Sospetti mai approfonditi, per paura che si trasformassero in realtà. Certo è che tutti vivevano una doppia vita, fuori e dentro la famiglia: Bruno Di Giovannangelo, l'ultimo dei fermati nell'inchiesta sul terrorismo, come Simone Boccaccini e Cinzia Banelli. Non si erano dati alla clandestinità, avevano scelto di continuare a lavorare e a vivere in coppia, come tanti altri. Ma le loro esistenze "normali" scorrevano su binari paralleli. Hanno viaggiato insieme inconsapevoli o quasi, fino a quando il viaggio si è interrotto bruscamente, sulla tratta Roma-Firenze.
Vite deragliate. Come quella di Angelo Vairo, il geologo che da due anni e mezzo viveva insieme con Cinzia Banelli, a Vecchiano (Pisa). Una villetta con un giardino e il gazebo, il melograno e il limone. Quattro mesi e mezzo fa la notizia che aspettavano da tempo: un figlio. Angelo lo annuncia al bar dove gioca la schedina, felice: "Abbiamo fatto l'amniocentesi, è maschio". Sulla porta c'è una targa con il disegno di una casa, il cielo azzurro striato di nuvole e due nomi scritti in caratteri tondi, leziosi: "Angelo e Cinzia". Ora Cinzia è nel carcere di Sollicciano e Angelo è nel suo carcere personale, gli occhi gonfi, gli occhiali spessi. Ha cancellato i nomi dai citofoni, abbassato le tapparelle. "Cinzia mi ha ingannato - racconta con un filo di voce - E' come scoprire di essere stato tradito dalla moglie dopo vent'anni di matrimonio. Un giorno ti svegli e ti crolla tutto addosso. Non sai più chi sei e chi era la donna con cui hai vissuto". Mai nessun sospetto, ripete disperatamente: "Non conoscevo neanche le sue idee, mai vista leggere quotidiani di estrema sinistra". Ora c'è il figlio a cui pensare: "Vivo solo per lui, mi dà la forza per andare avanti".
La villetta di Vecchiano è stata la prima a esporre la bandiera della pace. "Angelo - dice un amico - mi ha detto che era giusto mostrare quello che si pensa". Cinzia Banelli, evidentemente, non la pensava così. Eppure, forse non fingeva del tutto e il suo "tradimento" veniva da una doppia fedeltà, al marito e alle Br. Non a caso proprio lei, la "Compagna So", era sotto processo perché troppo legata alla famiglia.
Diversa la storia di Daniela, la moglie di Bruno. Lei è cresciuta nello stesso ambiente del marito e i magistrati la definiscono "un'esponente dell'estrema sinistra" con un'esperienza politica negli anni '80 negli Ncc di Fuccini e Matteini. Eppure, la sua vita sembrava essere cambiata. A Pisa la conoscono come la madre di un bambino e come maestra d'asilo. Ieri notte, dopo l'interrogatorio, Daniela ha preso il figlio, gli occhi spiritati, e lo ha portato lontano per proteggerlo.
Eleonora, invece, la compagna di Simone Boccaccini, aveva intuito. E quando la finzione si è rotta, quando lui ha cominciato a raccontargli a gesti quello che stava facendo, non ha più retto. Bisognava scegliere tra la sua vita di pacifista, volontaria per gli anziani, e l'amore per un terrorista. Così ha deciso di parlare e di tradire il suo uomo che l'aveva tradita.
Alessandro Trocino"La Gazzetta del Sud"
IL DRAMMATICO RACCONTO DELL'AUTISTA CHE PRESE A BORDO LA BANELLI
"Accompagnai in taxi una terrorista che aveva ucciso Biagi"
Piero Ceccatelli
PISTOIA - "Ho accompagnato in auto una terrorista che aveva appena partecipato all'omicidio di Marco Biagi, e sembrerà un paradosso ma non ho avuto paura. Lo spavento vero è stato la scorsa settimana, quando gli agenti mi piombarono in casa alle tre di notte fra lo sgomento dei miei familiari e misero tutto a soqquadro. Poi, mi invitarono a seguirli in questura. Per qualche ora, è stata davvero una bruttissima avventura". Agita le mani, passeggia quasi non riuscendo a sta fermo il tassista che la notte del 19 marzo 2002, inconsapevolmente accompagnò Cinzia Banelli durante la fuga del dopo-omicidio. E che la scorsa settimana, mentre a Pisa gli agenti arrestavano la presunta terrorista, passò dal sonno all'incubo con l'irruzione degli agenti nella sua casa, la perquisizione in piena notte, l'interrogatorio, la rassegna di foto segnaletiche sotto il suo sguardo stravolto. "Se sono finito in questa storia, lo devo a una maledetta telefonata, partita dal mio cellulare e diretta a quello della Banelli poche ore dopo l'omicidio Biagi. Ora ho ben chiara la ricostruzione di ciò che accadde quella sera di un anno e mezzo fa. È stato più difficile invece ricostruirne i passaggi in questura, durante l'interrogatorio dell'altra notte. Poi, per fortuna gli inquirenti si sono convinti e sono tornato a casa". Il tassista ricostruisce per flash la notte in cui senza saperlo ha accompagnato la fuga della terrorista. "Verso le 22.30 squilla il telefono del servizio taxi alla stazione dove quella sera mi trovavo a lavorare. Rispondo. Una donna mi chiede di andare a prenderla alla stazione di Porretta dove aveva perduto la coincidenza per Pistoia. Mi faccio lasciare il numero del cellulare: Porretta non è dietro l'angolo e la strada è pericolosa: volevo assicurarmi non fosse uno scherzo. Salgo in auto e chiamo. Sono le 22.30. La stessa voce di prima risponde che mi sta aspettando". Gli inquirenti un anno e mezzo dopo gli chiederanno perché non abbia richiamato dall'apparecchio fisso. "Ma che dovevo fare? Ero in macchina, faceva freddo, avevo il cellulare in mano. Non mi andava di scendere. Partii e chiamai". Nessuna parola - "A Porretta - continua il tassista - la donna era lì. Ho un flash: era bruttina. Salì sul sedile posteriore, misi in moto. Come si fa sempre col cliente, buttai là una frase: "Freddino eh, stasera?". Lei non rispose e rimanemmo in silenzio per tutto il viaggio."Il Corriere della sera"
IL DELITTO BIAGI
Il pm: "Un covo a Bologna". Aperte le email della Banelli
Paolo Giovagnoli: "Per ora non si trova, ma sono certo: qui c'è una base"
DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA - Il covo c'è. Tutti convinti, investigatori e magistrati, l'esistenza della base bolognese dei terroristi che il 19 marzo del 2002 hanno ucciso Marco Biagi non viene messa in dubbio. Ci sono troppe cose che non si possono spiegare senza questo rifugio: la sparizione del motorino usato per l'agguato, la lunga permanenza in città di Nadia Lioce e Mario Galesi, ormai provata.
Il covo c'è, è quasi un dogma.
"Personalmente, sono convinto che ci sia - dice Paolo Giovagnoli -. E' nei fatti, è altamente verosimile l'esistenza di una base bolognese. Ma purtroppo questa è soltanto una congettura". Perché anche oggi, dopo la svolta, dopo i fermi di altre tre persone (oltre a Nadia Lioce), il covo non c'è. Non si trova. "Per adesso", aggiunge il magistrato titolare dell'inchiesta.
Ogni passo in avanti dell'indagine porta con sé anche la speranza. Bologna e i "bolognesi" che avrebbero fornito appoggio logistico ai brigatisti che arrivavano da Firenze e Roma. Uno dei misteri di questa storia, forse ne è lo snodo. La speranza adesso è nel floppy disk sequestrato a Cinzia Banelli, che aveva come intestazione "Inchieste 2002". E' stato aperto nei giorni scorsi a Firenze. Parole senza senso, accanto a sequenze numeriche. Gli esperti della Polizia Postale se lo aspettavano. E' criptato, ci vuole ancora del tempo. Gli unici dati finora leggibili però potrebbero essere importanti: una lunga serie di indirizzi di posta elettronica. Non è un dettaglio. Cinzia Banelli, la radiologa dell'ospedale di Pisa arrestata nei giorni scorsi, è considerata la "postina" del delitto D'Antona. Ed è anche una dei principali protagonisti dell'"inchiesta" dei brigatisti che ha preparato l'agguato a Marco Biagi. Secondo le accuse, avrebbe partecipato ai pedinamenti, avrebbe raccolto informazioni sulle abitudini della vittima. E la rivendicazione dell'omicidio del professore bolognese è stata fatta via e-mail, lo stesso comunicato a 500 diverse caselle di posta elettronica. Quegli indirizzi nel dischetto trovato a casa della Banelli potrebbero spiegare molte cose.
Il covo bolognese è un tormento per gli investigatori. Decine di perquisizioni e di persone "attenzionate" in città. Inchieste sugli autori di volantini che "tifavano" per le Br che in realtà avevano l'obiettivo implicito di trovare un filo che portasse ai "bolognesi", a chi ha dato protezione, forse un tetto, ai brigatisti. L'ultima traccia porta a Porretta Terme e alla Statale Porrettana, una delle vie tra l'Emilia e la Toscana. Non è la più comoda, neppure la più breve, e ricorre troppe volte nelle abitudini dei brigatisti. E' da quelle parti che Mario Galesi andava a comprare il formaggio marchigiano di cui era goloso (i proprietari del negozio di Castel di Casio hanno riconosciuto lui e la Lioce, "frequentatori abituali"). E' lì che il 12 marzo i carabinieri fermano per un controllo di routine l'auto sulla quale viaggiano Roberto Morandi e Simone Boccaccini (entrambi indagati, entrambi militanti dichiarati delle Br); la sera del delitto, è alla stazione di Porretta che si riaccende il telefonino della Banelli dopo ore di silenzio.
Tante ricerche, anche un rapporto dei carabinieri sulle scritte di solidarietà a Nadia Lioce nella zona del lago di Suviana (dieci chilometri da Porretta). Finora nessun risultato. Solo ipotesi. Ma il covo bolognese c'è, dicono tutti, sempre più convinti. Soltanto che nessuno riesce a trovarlo.
Marco Imarisio"La Nazione" edizione La Spezia
Spezzina sotto torchio
Ha spiegato i suoi rapporti con la Banelli
BRIGATE ROSSE / Interrogata in qualità di testimone
LA SPEZIA - E' stata ascoltata ieri a Firenze, come "persona informata sui fatti", l'impiegata spezzina che conosceva Cinzia Banelli. La sua casa, in città, era stata perquisita la scorsa settimana dalla digos spezzina nell'ambito dell'inchiesta sulle nuove Brigate Rosse. La donna ha dovuto spiegare agli investigatori del pool antiterrorismo i suoi legami con la "Compagna 'So", ovvero la Banelli, sulla quale pesa il sospetto di aver partecipato alle ultime azioni di "lotta armata". L'impiegata ha dovuto chiarire se la sua amicizia con la sospetta brigatista, iniziata a Pisa, si sia limitata all'appartenenza ad un'associazione culturale che trattava di legami tra l'Italia ed un paese del CentroAmerica, o se vi era qualcosa di più. Lei ha negato ogni appartenenza alle Br e non si è presentata con l'avvocato, non essendo iscritta nel registro degli indagati. E' stata ascoltata per circa un'ora dai magistrati solo in veste di testimone.
Gli investigatori parlano di lei per "collegamenti oggettivi" e "ideologici", e non vanno oltre.
Dalla sua abitazione gli investigatori della digos e della polizia postale avevano portato via l'hard-disk del computer, i dischetti, i cd, materiale cartaceo, ma anche agende fitte di nomi, oltre a documenti, scontrini e ricevute. Gli agenti avevano visitato anche gli uffici di Sarzana dove la donna lavora. La spezzina coinvolta nell'inchiesta Br, che ieri sera ha fatto ritorno a casa, resta a disposizione dei magistrati per ulteriori chiarimenti.
M.B. - A.V."Il Resto del Carlino"
Concerti e rivoluzione. "Ma questo è un covo"
FIRENZE - "Giornalista? Vaffan...". Non sono per niente di buonumore al Centro popolare autogestito Firenze Sud da quando il compagno Boccaccini Simone è finito in carcere perché "militante rivoluzionario per la costruzione del partito comunista combattente". Già, perché in questo palazzone fatiscente, dove al campanello c'è ancora la targhetta del distretto scolastico numero 14, Simone contava parecchio. Anzi, per la Digos è uno dei fondatori del centro, nato negli anni '80 in una vecchia fabbrica di piastrelle.
Due bandiere rosse fanno da cornice al cancello. Qui, la sera, è tutto un fiorire di concerti, cene e dibattiti. Le mura sono decorate con la classica "A" cerchiata degli anarchici o con la falce e martello. Gli slogan sono un inno alla gioia: "Morte allo Stato" li riunisce tutti. Da questo magma borderline si sono però sfilati rivoli di lava bollente. "Compagni che sbagliano", si sarebbe detto anni fa. Ma quanti compagni vicini al Cpa hanno sbagliato in questi anni? Tanti, dicono gli investigatori. E snocciolano date, nomi ed eventi.
E' l'omicidio dell'ex sindaco di Firenze, Lando Conti, anno 1986, a rendere nota la contiguità fra l'ambiente del Cpa e il sottobosco del proletariato rivoluzionario armato. Marco Venturini, studente fiorentino, verrà condannato a trent'anni di carcere per l'assassinio Conti e dalle indagini emerge il suo rapporto diretto con il Cpa, ritenuto dagli investigatori un luogo privilegiato per far crescere il seme della nuova rivoluzione. Siamo nel piano degli anni della cosiddetta 'ritirata strategica' del terrorismo, il decennio 1989-1999, ma la procura di Firenze ha dimostrato che in quei dieci anni, in Toscana, resta vivo "un nucleo eversivo pronto a rispolverare la stella a cinque punte dopo che fosse stato deciso di alzare il tiro".
Nell'ottobre del '92, l'auto della Banelli viene segnalata davanti al Cpa.
Nel '95 viene arrestato a Roma un esponente di primo piano del Cpa fiorentino: è Fabio Matteini. Con lui in manette finisce il pisano Luigi Fuccini, la cui compagna è Nadia Lioce. Si dichiarano "militanti rivoluzionari dei Nuclei comunisti combattenti". Gli inquirenti scoprono che il Cpa Firenze Sud è l'organismo costitutivo dell'Mpa, Movimento proletario anticapitalista, attorno al quale gravitano strani soggetti, fra i quali anche il fratello di Silvano Falessi, latitante delle Br. L'Mpa nasce a Firenze e spesso si riunisce in gran segreto a Roma. I carabinieri non li mollano, ma un controllo casuale della polizia permette l'arresto dei due e allerta tutti gli altri, che entrano in clandestinità. Quattro anni più tardi (dicembre '99) e pochi mesi dopo l'omicidio D'Antona, vicino al Cpa vengono trovati manifesti che invitano alla costituzione di un "nuovo partito comunista italiano clandestino". Gli inquirenti li considerano un prodotto dei Carc, i comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo. Gli occhi sono sempre più aperti perché pochi mesi prima quattro informative della Digos avevano lanciato sospetti su possibili contatti sia fra sindacalisti dell'estrema sinistra fiorentina e terroristi stranieri, sia fra alcuni esponenti del Carc e alcune frange dei Cobas Ferrovie che avevano scelto come luogo di incontro proprio il Cpa Firenze Sud. Ne nascono due inchieste per associazione sovversiva e banda armata con una decina di indagati, fra i quali un esponente dei sindacati autonomi, un ex di Prima linea e un altro personaggio vicino a Carc ed Mpa. Ancora. Dal Cpa nel 2001, sono convinti gli investigatori, partì il plico esplosivo per l'allora prefetto Achille Serra, reo di aver dato l'ok per lo sgombero della vecchia sede del centro.
Ora l'arresto di Boccaccini mette nuovamente nel mirino il Cpa di via di Villamagna che, in una nota, sottolinea che "non può assumersi responsabilità su scelte soggettive e individuali".
Gigi Paoli"Il Messaggero"
GLI ARRESTI PER D'ANTONA La prossima settimana il verdetto del Riesame
ROMA - Bisognerà aspettare la prossima settimana per sapere come il Tribunale del riesame deciderà di valutare le posizioni di alcuni dei presunti terroristi accusati di aver partecipato al delitto del professor Massimo D'Antona. Al momento gli avvocati che hanno scelto di depositare le istanze di scarcerazione sono tre: Caterina Calia che assiste Marco Mezzasalma, Annalisa Garcea per Paolo Broccatelli e Marco Lucentini per Marco Costa, al quale, comunque, viene contestata solo la banda armata e non il concorso in omicidio. Hanno tempo fino a giovedì prossimo, invece, gli avvocati di Federica Saraceni, la cui difesa è affidata a Francesco Misiani e allo stesso padre della donna, Luigi. Anche se al momento nessun ricorso a suo nome è stato depositato.
In attesa che il Tribunale esprima un parere, le indagini, oltre alla ricerca dei possibili covi e all'individuazione dei fiancheggiatori, sono concentrate sull'analisi dei documenti recuperati. E in particolare sugli appunti sequestrati nel computer di Mezzasalma. Cinque pagine dattiloscritte, con alcune correzioni a penna, intitolate: "Impostazione del riadeguamento politico-organizzativo alle nuove condizioni dell'O.", che starebbe per organizzazione.
Nel testo si riflette sul colpo subito dalle Br-Pcc dopo la sparatoria del 2 marzo sul treno Roma-Firenze culminata con la morte di Mario Galesi e l'arresto di Nadia Desdemona Lioce. Il tecnico informatico sottolinea: "Il colpo subito dall'O. con la caduta dei suoi unici militanti complessivi è disarticolante, in quanto materialmente ha privato l'O. dei nessi che sostenevano e compattavano un quadro militante disomogeneo, muovendolo uniformemente nel processo di costruzione di un o.c.c. e di conduzione dello scontro rivoluzionario. In questo senso non si può dire che i due compagni costituissero l'O., per cui l'O. non è stata annientata, né che dirigessero le forze unicamente sul piano militare o solamente per direttive, per cui l'O. non è stata "decapitata"".
Per Mezzasalma, va messa dunque in conto la perdita sul campo di Lioce e Galesi ma bisogna ricostituirsi e "aprire uno scontro con il nemico, avviare la costituzione di un nuovo nucleo organizzato". "Nelle condizioni attuali - sottolinea nel documento - dopo la verifica ottenuta nel ripiegamento della capacità operativa, la ripresa dell'attività offensiva per le forze rimaste coincide con l'avvio della costruzione di un nuovo nucleo organizzato, che sulla base della volontà politicamente espressa nel doc. di posizionamento intende aprire uno scontro con il nemico". Dopo l'idea di una ritirata strategica, quindi, la scelta di ripresentarsi con un'azione a effetto: un attentato o un delitto.
C. Man."Il Messaggero"
FINITI NELLA RETE Che errore ritenersi "invisibili" I terroristi non sapevano che le protezioni dei dati online possono essere scardinate
di UMBERTO RAPETTO
SE ACHILLE aveva un tallone fatale, quello dei mostri del terrorismo è la tecnologia. Ma, mentre il "Pelide" sapeva bene del punto debole non bagnato dalle acque miracolose dello Stige, la Lioce e i suoi - forse - non immaginavano la vulnerabilità degli strumenti che adoperavano con tanta dimestichezza e - sicuramente - hanno sottovalutato la capacità investigativa di chi sarebbe stato chiamato a duellare con loro.
Il sistema nervoso delle nuove BR, fatto di chip e codici cifrati, si è disintegrato. L'architettura organizzativa basata su connessioni telematiche e sull'impiego di strumenti evoluti è inciampata nei suoi stessi punti di forza. Palmari, telefonini, schede telefoniche e computer "normali" non regalano né l'anonimato, né l'invisibilità, né l'inaccessibilità, ma solo l'illusione di onnipotenza che acceca chi sfrutta "al meglio" la miniaturizzazione delle tecnologie.
Un palmare permette di infilare in uno spazio grande come un pacchetto di sigarette migliaia di dettagliati dossier e programmi strategici definiti nel minimo particolare. Quintali di carte, foto e appunti finiscono nel taschino, pronti ad essere consultati, condivisi con altri utenti collegati via Internet ed eventualmente blindati da coriacei sistemi di crittografia. Il prezzo di un tanto portentoso congegno? Certo non proibitivo: con nemmeno 500 euro si può disporre di un attrezzo competitivo e facile da utilizzare.
Esistono poi software che sigillano i contenuti e impediscono ai curiosi di avvicinarsi. Quanto costano? Si trovano pure gratis su Internet. E quindi i soliti PC portatili e quelli da scrivania, che non c'è bisogno di comprare perché a casa e in ufficio ormai sono quasi d'obbligo.
Il gioco sembra fatto. E invece le protezioni - specie quelle standard del prodotto e le altre di facile reperimento online - sono facili da scardinare. L'arte del "computer forensic", la medicina legale del pianeta informatico, ha arnesi in grado di polverizzare le difese crittografiche adottate da chi finisce sotto osservazione. Pozioni magiche o geni della lampada per arrivare subito ai segreti più imperscrutabili? No, semplicemente il trucco del "key escrow", ovvero la ferrea regola cui in America devono soggiacere tutti i produttori di soluzioni di cifratura: consegnare agli enti governativi il passepartout cui far ricorso in caso di necessità istituzionale. Una sorta di "Apriti Sesamo", oggetto di polemiche rimbalzate anche dalle nostre parti, che sorprende non fosse noto a chi aveva scommesso tutto su quello scrigno la cui fragilità non ha tardato a manifestarsi.
Il "solvente" digitale ha sciolto la corazza protettiva di complotti e piani di azione. C'era da aspettarselo. E se la crittografia era quella del software PGP, bastava chiedersi come mai il suo inventore Phil Zimmerman qualche anno fa da pericoloso criminale fosse improvvisamente diventato una specie di ambasciatore delle opportunità tecnologiche per conto dello stesso Governo USA che lo aveva incriminato."Il Corriere della sera"
Il documento sequestrato a casa di Marco Mezzasalma "Siamo rimasti in pochi, ma le Br non sono alla resa"
Le "prove generali" per Biagi "Quei 5 erano in via Valdonica"
Mario Galesi sparò a D'Antona La Proietti incastrata dal Dna
Un altro fermo: "Sono un fiancheggiatore"
Firenze: Bruno Di Giovannangelo, postino di Pisa, è accusato di banda armata e concorso nelle rapine. Rilasciata la moglie
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
FIRENZE - Il provvedimento di fermo arriva alle 22.30, al termine di una giornata fatta di interrogatori e controlli. Bruno Di Giovannangelo, pisano, 44 anni, dipendente delle poste, è la nona persona accusata di far parte delle nuove Brigate Rosse. Non si dichiara nè "militante rivoluzionario", ne "prigioniero politico", ma ammette di aver "fiancheggiato l'organizzazione". E confessa di aver fornito le indicazioni utili per la rapina di autofinanziamento nell'ufficio postale di via Torcicoda che il 6 febbraio del 2003 fruttò un bottino di 65.000 euro, ma anche per il colpo fallito un mese prima in via Tozzetti, sempre nel capoluogo toscano.
Anche per lui scatta l'accusa di banda armata e partecipazione all'associazione sovversiva. Anche per lui si aprono le porte del carcere di Sollicciano. L'indagine della polizia trova dunque nuove conferme. Delle nove persone finite in carcere, sette - per ora sono esclusi Di Giovannangelo e Alessandro Costa - sono sospettate di aver partecipato agli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. "Ma non è finita - assicurano gli investigatori - abbiamo già buone piste per individuarne altri". L'anello che li lega resta Nadia Desdemona Lioce, arrestata dopo la sparatoria sul treno Roma-Arezzo durante la quale persero la vita l'agente della Polfer Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi.
La decisione di trasferirlo in procura arriva a metà pomeriggio, dopo una giornata segnata da perquisizioni e controlli. Il tempo di abbracciare sua moglie Daniela Della Queva e per Bruno Di Giovannangelo comincia la parte più difficile. Deve difendersi dall'accusa di essere il "basista" delle rapine, di far parte delle nuove Brigate Rosse. Deve spiegare il suo rapporto con Cinzia Banelli, la "compagna So" arrestata la scorsa settimana e adesso sospettata di essere nel "gruppo di fuoco" che uccise Biagi. Gli indizi sono numerosi, ma prima di far scattare il fermo i magistrati vogliono interrogarlo. Passi falsi non sono consentiti. L'indagine è delicata, non si può sbagliare.
Il suo appartamento di Pisa era stato perquisito la scorsa settimana, durante l'operazione della polizia che aveva portato in carcere sette presunti brigatisti. Il suo nome in codice, "Mu", era nelle agende della Banelli, segnato accanto ad alcuni appuntamenti. Il suo numero è stato più volte contattato dalle schede prepagate e dal cellulare che "So" aveva a diposizione. La sigla è la stessa contenuta nel palmare della Lioce. "Tracce significative", secondo gli investigatori, ma ancora non sufficienti per far scattare le manette. E così, ieri mattina, Di Giovannangelo e sua moglie Daniela Della Queva vengono prelevati nella loro abitazione e portati alla questura di Firenze.
I loro nomi compaiono nell'ordinanza di custodia cautelare firmata la scorsa settimana dalla procura di Firenze. "Agli atti si rilevano pregressi della Banelli con personaggi legati ad ambienti eversivi quali i noti Di Giovannangelo, Della Queva, Maria Grazia Ciccarese e Andrea Fissoni. Questi personaggi sono esponenti dell'estrema sinistra e sono stati frequentatori, negli anni '80, degli stessi ambienti in cui si sono evidenziati Luigi Fuccini, Nadia Desdemona Lioce e altri soggetti indagati nell'ambito delle indagini sui "nuclei Comunisti Combattenti"".
Per tutto il giorno Di Giovannangelo e sua moglie restano chiusi in una stanza. Loro dentro e i poliziotti in giro per la Toscana a cercare altri riscontri. Accertano che la mattina della rapina Di Giovannangelo era al lavoro. Ma scoprono che conosceva tempi e modalità delle consegne del denaro negli uffici postali della Toscana. E dunque che poteva fornire le indicazioni giuste ai "compagni" che cercavano soldi per finanziare l'organizzazione. Nulla emerge invece nei confronti della donna. "Dobbiamo portarlo in questura - le comunicano gli agenti alle 18,30 - lei può tornare a casa da suo figlio". La macchina esce da un ingresso laterale. Sfugge a fotografi e telecamere.
Mezz'ora dopo l'uomo è seduto davanti ai pubblici ministeri. Le contestazioni sono precise, lui non si sottrae. "E' vero - confessa - ho fiancheggiato le Brigate Rosse, ho fornito alcune indicazioni all'organizzazione. Ma non ho mai partecipato alle loro azioni. Non so nulla degli omicidi". Spiega, fornisce altri particolari, racconta dei contatti, degli appuntamenti. Alle 22.30 lascia la procura, il volto nascosto dal cappuccio di un impermeabile rosso. "Non è un pesce grosso - chiariscono i magistrati - ma faceva parte a pieno titolo dell'organizzazione. Adesso dobbiamo prendere gli altri".
Mercoledì 29 viene arrestato anche Simone Boccaccini (foto) . Per l'accusa con Banelli, Morandi, Lioce e Galesi (morto durante la sparatoria del 2 marzo scorso) partecipò all'omicidio di Biagi, ucciso sotto casa in via Valdonica. Il 12 marzo 2002, una settimana prima del delitto, viene fermato insieme a Morandi sulla strada Porrettana: secondo i pm tornava dalle "prove generali" a Bologna
Durante le perquisizioni viene sequestrato in casa di Mezzasalma un documento in cui si parla di una nuova azione. Dal testo emerge che tra le priorità delle nuove Br ci sono "la costruzione di iniziative rivoluzionarie, di autofinanziamento e di aggregazione di altre forze". Nel documento si fa il punto anche sul futuro: "Le forze a disposizione sono limitanti rispetto alle prospettive politiche, anche se non sono di impedimento al progetto politico centrale". Citate le condizioni economiche "sufficienti a mantenere il livello attuale di spese per tempi medi (3 anni). Mancano però ruoli, sedi, dirigenti, militari regolari e strutture stabili. Quattro persone formavano la struttura centrale, altri "compagni" la squadra operativa
Gli investigatori sono convinti che a sparare a D'Antona (nella foto la borsa della vittima ) sia stato Mario Galesi. Sul furgone usato come base c'era anche Laura Proietti: il dna estratto da un capello trovato sul sedile combacia con con il suo. Paolo Broccatelli avrebbe invece rubato il furgone: il giorno del furto ha chiamato un taxi e ha contattato la Nissan per cambiare le serrature
Fiorenza Sarzanini"Il Manifesto"
Così vicini, così lontani. Domande in movimento
Cobas, Disobbedienti, Attac e Lilliput replicano a Segio. A Roma assemblea sull'operazione anti-Br, che ha colpito nelle case occupate e nei sindacati. "Il movimento non c'entra se qualcuno, di notte, si mette a organizzare omicidi politici"
ALESSANDRO MANTOVANI
Quelli che erano giovani negli anni settanta si sentono tirati, di colpo, nel passato, quando la lotta armata la facevano in tanti e tanti altri ancora ne discutevano. "Ma questo movimento è diverso, è cambiato tutto, di certe cose oggi non si parla neanche", si sente dire dai Cobas ai Disobbedienti e alle aree più estreme. Chi invece ha venti o trent'anni cade dalle nuvole. "Brigate rosse? Ma c'entriamo noi?", s'indignano nei centri sociali. Cadono dalle nuvole anche i pacifisti della rete Lilliput, Attac e i Social forum, che faticano persino a comprendere la necessità di una riflessione nel movimento sul tema Br. Eppure la discussione è aperta, soprattutto a Roma e a Firenze. Ieri l'altro le Rappresentanze di base (Rdb/Cub) hanno radiato Simone Boccaccini, l'impiegato comunale fiorentino (ex delegato) arrestato con l'accusa di aver pedinato Marco Biagi, e subito dichiaratosi "militante rivoluzionario": Natale Seremia, il responsabile Rdb di Palazzo Vecchio, cadeva dalle nuvole anche lui: "Mai avuto dubbi su Simone". Anche la Fiom di Pomezia ha avuto un problema simile: sospeso l'informatico Marco Mezzasalma, ex delegato e presunto "logistico" del gruppo romano delle nuove Br, che ha gravi indizi a carico ma finora ha solo dichiarato di non voler rispondere ai magistrati. E cambiando settore, a Roma è finito nella bufera lo storico Coordinamento di lotta per la casa: in uno stabile occupato da anni al Quarticciolo, periferia sud-est, viveva Alessandro Costa (arrestato per banda armata, respinge le accuse) e aveva abitato Laura Proietti, che per ora all'interrogatorio non ha risposto ed è accusata anche per D'Antona (tabultati telefonici e il famoso dna).
I due - come Federica Saraceni e alcuni indagati a piede liberi, tra i quali un disobbediente come Paolo Arioti della palestra popolare di San Lorenzo - frequentavano quindici anni fa il centro sociale Blitz di Colli Aniene (Tiburtino), insieme a quel Mario Galesi che forse ha sparato a D'Antona e a Biagi (lo dicono i pm) e di sicuro ha sparato al sovrintendente polfer Emanuele Petri, rimanendo a sua volta ucciso il 2 marzo sul treno Roma-Arezzo. Così il Blitz è diventato "il luogo di reclutamento". Anche se è chiuso dai primi anni novanta, da prima ancora che nascessero i Nuclei comunisti combattenti ('92) per dare vita (nel `99) alle nuove Br. Anche se il Blitz, in realtà, faceva argine al degrado e alla disgregazione di un territorio difficile e, finché è rimasto aperto, al massimo si registrava qualche scontro con i fascisti o con la polizia, negli anni in cui l'Autonomia operaia si sfaldava.
E' fin troppo chiaro che le nuove Br, cioè gli ex Ncc, non sembrano consistenti ma affondano le radici negli ultimi anni 80, e che gli arrestati (tutti peraltro presunti innocenti, benché alcuni siano messi maluccio) hanno rinunciato da un pezzo a fare politica a viso scoperto. Ma poco importa. Centri sociali, case occupate e sindacati di base (nonché Cgil e Fiom, bersagliate da Lega e Forza Italia) sono finiti sul banco degli imputati per le presunte "connivenze" e "contiguità", o almeno per le "infiltrazioni" nelle loro file. Su Repubblica Luca Casarini (Disobbedienti) ha dovuto difendersi dalle accuse di Sergio Segio, l'ex numero uno di Prima linea che ha appena chiuso i conti con la giustizia ma sembra averne ancora in sospeso con il suo passato sanguinoso. Dice Segio che le nuove Br sono "nel movimento" e "hanno infiltrato il sindacalismo di base". Replica Casarini che "l'esperienza politica del movimento è estranea alla categoria novecentesca della `presa del potere'. Chi ha ucciso D'Antona e Biagi è un nostro nemico - sostiene - ma in Italia non esiste un fenomeno di lotta o di propaganda armata". Quanto alla violenza, "non è un connotato del movimento, è un connotato del nostro vivere quotidiano e chi finge di non vederla è un ipocrita". E comunque "non è affatto vero - insiste il disobbediente - che dalle vetrine spaccate si passa alla P38". Inutile dire che, da Rifondazione alla Cgil passando per anime nonviolente del movimento, il Casarini-pensiero non convince.
Le risposte a Segio sono comunque state tante. Qualcuna condita da insulti, altre più pacate ma non meno dure e ultimative. Piero Bernocchi, portavoce Cobas: "Segio non sembra accontentarsi dei danni catastrofici inferti alle lotte dei movimenti, dei lavoratori, degli antagonisti e degli anticapitalisti. Sempre, nei movimenti e fuori, abbiamo fatto il possibile, oggi come negli anni `70, perché nessuno desse ascolto e seguito alle folli proposte brigatiste". C'è chi ha un'altra storia e la rivendica: "Come Rete Lilliput abbiamo denunciato - ricorda Massimiliano Pilati - il problema della violenza nel movimento. Ma facciamo riferimento ai modi di stare in piazza, agli scontri. Ne abbiamo discusso prima durante e dopo Genova, quando dicemmo che oltre alle colpe della polizia c'erano anche colpe di una parte del movimento. Ma da qui a dire che il movimento ha commistioni con la violenza brigatista ce ne corre, e parlo del movimento nella sua interezza". E comunque, aggiunge Pilati, "la violenza omicida è talmente lontana dal nostro modo di essere che non non è un problema sul quale il movimento può impostare una riflessione".
A Roma invece si discute. Occupanti delle case (non solo il Coordinamento, anche Action e altri ), Cobas, Disobbedienti e vari centri sociali si ritroveranno giovedì 6 (ore 18) all'ex Snia Viscosa (via Prenestina) per un'assemblea unitaria su "l'operazione anti-BR in corso e il polverone gestito dal governo Berlusconi", giovedì 6 novembre (ore 18), all'ex Snia Viscosa di via Prenestina. E a Firenze, a quanto si dice almeno tra i Cobas, la questione potrebbe avere spazio all'assemblea nazionale del 9 novembre, anniversario del Forum sociale europeo.
"Non si può parlare di contiguità e connivenze, neanche se fosse appurato che il singolo occupante, il singolo frequentatore di un centro sociale, di notte si è messo a fare il brigatista - dice Guido Lutrario, Disobbedienti romani - Certo, se cercano consenso, non possono trovarlo tra noi: qui non si tratta nemmeno di lotta armata ma di gente che spara per far uscire i documenti, omicidi politici. E il tema tra noi non esiste, la distanza è abissale". "Va bene prendere le distanze, però una riflessione è necessaria. Non è stata fatta finora - osserva Bruno Papale, portavoce del Coordinamento di lotta per la casa - perché questo movimento, anche nelle lotte, non ha vere e proprie sedi di discussione collettiva e unitaria, e soprattutto perché è prevalsa una sensazione di estraneità al fenomeno, che non è paragonabile a quello di vent'anni fa"."Liberazione"
Dal quotidiano "Europa" l'intervista a Rossana Rossanda Quell'album di famiglia chiuso per sempre Rossana Rossanda "è stufa" delle Brigate rosse. beh, certo, non solo lei, e qualcuno sicuramente è anche più stufo di lei. Però la fondatrice del manifesto ha anche dei motivi suoi per reagire con fastidio alle polemiche che si sono riaperte intorno agli arresti di questi giorni: contigui, interni al movimento, reclutati nei centri sociali, uomini e donne "di sinistra". Dunque, stanno nel famoso "album di famiglia" e la sinistra dovrebbe una volta di più fare ammenda, dice la destra e non soltanto la destra... Siccome quella formula l'ha tirata fuori lei, ormai un quarto di secolo fa, non è tanto contenta di vederla piegata a questi usi. Tanto più - questa è la cosa importante é che la sua impressione è che la storia di questi anni sia tutt'altra...
Come è nata la vicenda dell'album di famiglia?
La puoi definire una "ribellione filologica". E sarà il caso di precisarla: accadde che nel pieno del sequestro Moro, commentando uno dei documenti delle Br, qualcuno - mi pare su Repubblica - scrisse che quelle parole scendevano dirette dal '68. Ma quando mai? Allora scrissi quell'articolo sul manifesto. Per ricordare che mai il '68 aveva parlato in quei termini della Dc come agente politico della borghesia e dell'imperialismo delle multinazionali. Anzi, il '68 della Dc non parlava proprio: guardava al mondo, contestava la chiusura culturale italiana... Quei termini, scrissi, venivano diretti dalle parole d'ordine del Pci del dopoguerra. E' il nostro album di famiglia, dicevo io che di quella famiglia facevo parte. Apriti cielo...
Che successe?
Che se ne ricavò l'assioma: allora i brigatisti vengono dal Pci. E, guarda, non ho le prove ma sono abbastanza convinta: la linea della fermezza di Berlinguer nasceva anche dalla paura che quando li avessero presi, qualcuno di questi brigatisti si sarebbe rivelato davvero uno del Pci, che so io, segretario di sezione di chissà dove. Ed era un timore assurdo, perché io conoscevo bene quel partito e sapevo che qualsiasi velleità insurrezionale era stata sepolta da Togliatti praticamente subito. Mai presa in considerazione alcuna ipotesi rivoluzionaria nel Pci del dopoguerra...
Ma poi, alla verifica dei fatti, davvero quei brigatisti stavano nell'album di famiglia?
Per filiazione diretta giusto quelli di Reggio Emilia, del cosiddetto "gruppo dell'appartamento". Gallinari, Franceschini, un altro paio, non di più, nipoti di partigiani... Gli altri in definitiva non c'entravano niente, pensa soltanto alle Br romane. Ne parlai a lungo con Moretti...
...hai scritto con Carla Mosca un libro-intervista con lui, "Una storia italiana"...
Sì, l'avevo avvicinato in un'aula di tribunale. "Non sapete nulla di noi", mi disse. "Ti credo, scrivete cose così assurde...", risposi. Volevo sapere, volevo capire, allora frequentare le carceri era più facile di adesso e potemmo scrivere quel libro. Comunque, alla fine la loro non era una provenienza ma una aspirazione: si erano messi in testa che la base del Pci, vedendo Moro nella "prigione del popolo", si sarebbe ribellata alla linea del partito del compromesso storico. Non avevano capito che invece proprio Moro era l'unico vero aggancio che il Pci avesse con la Dc. Lo si comprende bene adesso, per esempio con la pubblicazione degli appunti di Tonino Tatò. A parte Moro, e forse Zaccagnini, non c'era nessuno nella Dc che volesse davvero quell'avvicinamento. E pure Moro... Alla fine, in che cosa di concreto si era tradotta la sua apertura? Che cosa diede davvero al Pci, come potere reale, nelle banche o negli altri luoghi nevralgici? La sua era l'intuizione di un percorso necessario, da cui discendevano ragionamenti spesso un po' tortuosi. Ma in definitiva, a parte la nascita di gruppi dirigenti locali, democristiani e comunisti, più propensi al dialogo reciproco, tutta quella storia del consociativismo secondo me non produsse proprio niente di concreto. Il Pci non entrò mai davvero nella stanza dei bottoni, né dalla porta principale come chiedeva Amendola, né da quella di servizio.
Questo chiarisce l'errore di analisi di "quelle" Br E quelle successive?
Per me, le Br sostanzialmente finiscono quando cade il gruppo del rapimento Moro. Chiaro, ne erano rimasti fuori tanti, e quello che è successo dopo - Dozier, Conti, Tarantelli, Ruffilli, L'Ucc, il Pcc della Balzerani, il partito guerriglia di Senzani - è la lunga e sanguinosa coda di una storia chiusa, gente che non accettava di deporre le armi come era anche prevedibile che accadesse per una vicenda che era stata davvero un progetto politico che aveva coinvolto tanta gente. Pensa che a cavallo del 1980 erano più degli altri: con un totale errore di analisi e con un profondo errore morale (anche se io non sono di quelli che pensano che la violenza stia soltanto nel terrorismo), ma comunque all'interno di una esperienza politica. Come spezzone politico di una storia razionalizzabile. Non come questi qui di adesso...
Ecco, ci siamo. Neghi alle Br del duemila un progetto e una "appartenenza"?
Ma quali, ma dove? Sì, si chiamano Pcc, e scrivono documenti dai quali si evince anche una certa preparazione culturale. Tolto questo, a me sembrano quattro gatti assolutamente non in grado di tenere in piedi il minimo progetto.
In grado di ammazzare, però.
Senti: se è per ammazzare persone indifese come D'Antona e Biagi, è più facile che organizzare uno sciopero in una piccola fabbrica. E sono passati tre anni dalla morte del primo e quella del secondo... quando in Italia c'era davvero il terrorismo di morti e feriti ce n'era uno a settimana. No, se parliamo sotto il profilo organizzativo questi qui non esistono. Le Br in treno si saranno fatte controllare i documenti centinaia di volte, senza che fosse pensabile quello che hanno fatto la Lioce e Gallesi. E tenere i files nel computer portatile, usare i telefonini quando anche i ragazzini sanno che lasciano tracce dappertutto... Quanto agli obiettivi: se neanche le Br avevano capito che il cuore dello stato non era Aldo Moro, chi credono di terrorizzare questi qui? Pensano che se uccidono Biagi qualche intellettuale margheritino si tira da parte? Ma dove vivono?
Il tema di adesso sono i loro contatti con il movimento no global, il loro provenire da quel mondo...
Ma che c'entrano coi no global? Quel movimento è di grande interesse in un mondo schiacciato sul consumismo ma, francamente... non sono neanche anticapitalisti. Vanno contro le porcherie che si fanno nel Terzo mondo, contro la distribuzione ingiusta delle risorse, i loro leader sono Alex Zanotelli e Naomi Klein... Superano le strisce rosse per terra per prendersi uno sfizio simbolico. Oppure ci stanno quelli lì, i black block di Genova che rompono i bancomat: cose pesanti, non lo nego affatto, ma il terrorismo è un'altra cosa. Guarda, diciamolo chiaro: l'album di famiglia del movimento no global semplicemente non esiste.
Gli arrestati di questi giorni frequentavano i centri sociali, alcuni - la destra polemizza molto su questo - erano iscritti ai sindacati di base o alla Cgil.
E che ci vuole? dove vuoi andare la sera, se la pensi in un certo modo, se non in un centro sociale? La dimostrazione di quanto poco c'entri la politica sta nel fatto che questi qui, senza essere clandestini, avevano col mondo nel quale vivevano molti meno rapporti di quanti ne avessero le Br clandestine ai loro tempi. Quelli volantinavano, reclutavano, ricordi che a Giuliano Ferrara venne in mente di fare quel questionario a Torino? Di questi qui, nessuno stupore che nessuno che lavorasse o vivesse con loro immaginasse nulla della loro attività... Sempre ammesso - fammelo dire - che questa attività ci sia stata davvero. Mi dispiace, ma io aspetto qualche prova in più di quello che è uscito, e neanche mi basta che uno si proclami prigioniero politico per accollargli un omicidio.
Ma insomma: niente progetto politico, niente brodo di coltura, nessuna capacità organizzativa... Come li vedi, come criminali e basta?
No, io il termine criminale non lo uso se non vedo nelle azioni una motivazione bassa, di interesse personale. E neanche vedo gente che spara nei parchi come a New York o fa vandalismo metropolitano. Faccio un'altra ipotesi, da verificare però. So che in questo paese esiste uno "zoccolo oppositivo", chiamiamolo così, che mugugna molto. Se non ti senti dentro la corrente liberista che in definitiva tiene bloccato il sistema italiano, se ti senti battuto, isolato, senza nessuna politica che parli a te, io posso aspettarmi il gesto esplosivo, disperato. E' come nella Pastorale americana di Philip Roth. Ma siamo alle soglie dell'atto esistenziale, individuale, qui la politica non c'entra quasi più...
Però hanno spaventato un paese, sono diventati un fatto politico in qualche modo...
Ti pare? A me pare proprio il contrario. Questo è un paese indifferente, una spugna che assorbe tutto. Nessuna vera emozione per Biagi, nessuna vera emozione se nuotando a Lampedusa ti sfiora il cadavere di un immigrato. Solo la scena politica reagisce, ma per regolare i suoi conti, come hanno cercato di fare dopo Biagi contro la Cgil, contro Cofferati, contro il sindacato. Per il resto, è solo indifferenza.
Stefano Menichini"Il Corriere della sera"
Regolari e irregolari, i due "giuramenti" delle Br
La formula di iniziazione delle reclute trovata nel palmare della Lioce. Stabiliti tre livelli di "impegno"
ROMA - Il dibattito era in pieno svolgimento all'inizio di questo 2003 che ha visto la ricomparsa delle Brigate rosse sul treno diretto Roma-Firenze, la mattina di domenica 2 marzo, quando una pattuglia della polizia ferroviaria intercettò i "militanti complessivi" Mario Galesi e Nadia Lioce. Bisognava stabilire le regole per reclutare nuove forze e irrobustire una rete definita "troppo esigua" dagli stessi brigatisti. Cercando di ottenere, dalle persone disposte a entrare nell'organizzazione, una sorta di adesione formale, con tanto di dichiarazione d'intenti sul "livello di internità" che volevano assumere. Dal controllo della Polfer nacque lo scontro a fuoco che uccise il sovrintendente di polizia Emanuele Petri e il brigatista Galesi. Nadia Lioce finì in carcere e il suo computer tascabile, il palmare Psion serie 5MX, nelle mani degli investigatori. Con tutti i suoi documenti segreti. Compreso quello in cui si discute l'ipotesi di predisporre una formula da sottoscrivere al momento dell'ingresso nelle Br. "Viene proposto - si legge in un file del palmare - il criterio di porre nei passaggi di formalizzazione di rapporti stabili con proletari e compagni rivoluzionari che compiono il passaggio di adesione alla proposta politico-organizzativa delle Br, la dichiarazione di riconoscimento nella linea politica e nei principi organizzativi, e la dichiarazione del tipo di rapporto in cui s'intende entrare; in particolare se ci si vuole relazionare concretamente all'obiettivo della costruzione dell'organizzazione dei rivoluzionari di professione oppure se si vuole concorrere a questo fine senza assumersi in prima persona questa responsabilità, in un rapporto organizzato ma esterno". In sostanza, bisogna dire prima se si vuole essere brigatisti a tempo pieno o a mezzo servizio. Tra i partecipanti al dibattito, ce n'è uno che suggerisce perfino le domande formali e in qualche modo solenni da sottoporre all'aspirante brigatista: "Riconosci la strategia della lotta armata e la linea politica che propongono le Br? Elemento determinante di questa è il Pcc (partito comunista combattente, ndr ) e la sua costruzione; il tuo riconoscimento si qualifica come un'intenzione di costruire-fabbricare il Pcc, ossia un'organizzazione di quadri politico-militari, militanti di professione, disponendoti personalmente in funzione della realizzazione di questo obiettivo? Oppure sei intenzionato solo a partecipare allo scontro seguendo la direzione politica delle Br?". Sono domande che ricordano riti d'iniziazione dal sapore quasi mistico, ma chi le propone avverte: "Questa dichiarazione non comporterebbe nessun automatismo, le scelte di integrazione in un rapporto organico vanno prese da una sede dirigente. Questa dichiarazione non ha un carattere definitivo, ma sancisce solo una candidatura, o il tipo di relazione che s'imposta e il tipo di apporto". Evidentemente le Br sono rimaste segnate dai problemi sollevati da chi aveva promesso un certo tipo di "relazione" e poi non era stato in grado di sostenerla. Per questo la "compagna So" - che secondo gli inquirenti è la pisana Cinzia Banelli, arrestata nel blitz della scorsa settimana - è finita sotto procedimento disciplinare. Ma non solo lei ha deluso le attese dei brigatisti: "Uno spunto nasce dall'analisi sull'indisciplina di Barbara. Un altro dalle difficoltà espresse da Co.. Un altro da (...) vincoli temporali e sociali che condizionano l'attività imponendo di fare scelte dipendenti non dall'efficacia rispetto all'obiettivo, ma da questi vincoli. Un altro ancora dalla posizione espressa da Lu. sulla sua intenzione di doversi occupare della sua famiglia".
Troppe questioni private, par di capire, s'intromettevano e forse s'intromettono ancora nella militanza di chi ha aderito alle Br e finisce per mettere in secondo piano le esigenze dell'organizzazione. Di qui l'idea della formula di adesione formale, con tanto d'impegno sul tipo di disponibilità che si ha intenzione di garantire. E di qui la decisione di istituire una terza categoria, intermedia tra il "regolare" a tempo pieno e l'"irregolare" part-time : "Date le condizioni storiche e la necessità di avere forze che possano essere radicate e presenti nel campo proletario, e nello stesso tempo di avere il massimo di agibilità nel lavoro militante, si riconosce la figura del semiregolare".
In un altro passo del documento, indicandoli dal basso in alto, vengono descritti i diversi gradi di adesione alle Br: "Sono identificabili tre livelli. Gli apporti attivabili in base alla loro disponibilità a occasione (gli irregolari, ndr ). Gli apporti attivabili in base a una disponibilità stabile ma vincolata e non svincolabile (i semiregolari, ndr ). Gli apporti attivabili senza riserve", cioè i regolari, che non necessariamente devono essere clandestini e sparire dalla circolazione come avevano fatto Lioce e Galesi, anche prima di diventare latitanti. I regolari non ricercati possono restare a casa con moglie e figli, svolgere anche un lavoro "pulito", ma il loro primo pensiero restano le Brigate rosse e il partito comunista combattente.
In base a ciò che hanno detto e a quel che viene fuori dalle vite vissute finora, gli investigatori ritengono che Roberto Morandi (proclamatosi "prigioniero politico" e militante delle Br-pcc) fosse un regolare, sebbene non clandestino. Simone Boccaccini, invece, sedicente "militante rivoluzionario" semplice, potrebbe essere un semiregolare o un irregolare. Dipende da quello che si accerterà sulla sua partecipazione alle azioni e alla propaganda delle Br. Adesso sono in carcere come altri presunti brigatisti, che però ancora non hanno aperto bocca con i magistrati, e forse in cella si faranno (o torneranno a farsi) la domanda dell'iniziazione: "Riconosci la strategia della lotta armata e la linea politica che propongono le Brigate rosse?".
Giovanni Bianconi"Il Messaggero"
A giugno dal Quadraro a un deposito sulla Tangenziale, il 18 ottobre un doppio viaggio: il furgone percorse in tutto 40 chilometri Il rebus dei due traslochi: al setaccio Roma Est Le venti casse di materiale portate via da Mezzasalma potrebbero essere finite in più "covi"
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - È il tassello che manca, il sigillo a un'operazione che sembra inespugnabile. Dopo gli arresti dei presunti killer di Massimo D'Antona e Marco Biagi, gli uomini della Digos non si fermano e puntano a un elemento fondamentale: il trasloco degli archivi e forse delle armi delle Brigate rosse. Parte da questo punto la seconda fase dell'inchiesta condotta dai pubblici ministeri Franco Ionta e Pietro Saviotti. Dal giorno in cui il tecnico informatico Marco Mezzasalma è finito in manette e gli investigatori hanno messo le mani sulle sue carte e le sue riflessioni, si sta cercando di ricostruire passo per passo come è stato smontato e dove è finito il "covo" dei terroristi.
Ci sono due fotogrammi che ne riprendono le fasi, e si parte da quelli. Ma ci sono anche il contratto di noleggio di un furgone, il pagamento di un magazzino tenuto in affitto da giugno a ottobre, presso il deposito "Easy box" sulla tangenziale est della Capitale, e un certo numero di chilometri percorsi e registrati. In queste ore il capo della Digos Franco Gabrielli e il suo vice Lamberto Giannini stanno calcolando tutti questi dati, con la speranza, forse, che oltre all'attività investigativa, ci possa essere anche un colpo di fortuna.
Il grande movimento di carte e scatoloni comincia nella sera tra il 31 maggio e il primo giugno. Dopo l'arresto di Nadia Desdemona Lioce, alla quale viene sequestrato anche un mazzo di chiavi, Marco Mezzasalma, che ha affittato l'appartamento in via Maia 6, al Quadraro, decide che è meglio cambiare la serratura dell'abitazione. Così se i poliziotti dovessero trovare la casa, la chiave non corrisponderebbe. La situazione, però, non va liscia. I palmari recuperati alla Lioce dopo il conflitto a fuoco sul treno Roma-Firenze contengono informazioni preziose che gli esperti stanno decodificando. Meglio sparire.
Scatta un primo trasferimento di circa venti scatoloni in un deposito della "Easy box". Per quattro mesi gli oggetti rimangono in un megazzino preso in affitto e la casa in via Maia viene ceduta a una giovane disabile che nulla sa o sospetta di Brigate rosse. Il 18 ottobre parte la seconda operazione: il tecnico informatico e una donna, ancora non individuata, si recano nel deposito sulla Circonvallazione Tiburtina ed eseguono il trasferimento. Le telecamere della ditta, però, ne riprendono i movimenti: oltre alle facce, vengono registrati gli orari e i chilometri percorsi. Tutto avviene tra le 12,44 e le 17,57, ma in due fasi diverse. Mezzasalma e l'amica caricano una prima parte degli scatoloni e partono. Dopo un paio di ore ritornano e completano l'operazione. Quando restituiscono il furgone hanno percorso una quarantina di chilometri. Per la Digos che sta cercando di circoscrivere la zona interessata è un lavoro certosino, quasi impossibile.
Da via Maia alla Tangenziale i presunti terroristi dovrebbero aver percorso all'incirca otto chilometri. Se si raffrontano i chilometri, con gli orari dello spostamento di ottobre, si arriva alla conclusione che potrebbero non essersi allontanati di molto dalla zona. Il sospetto degli inquirenti è che gli scatoloni siano stati portati in due posti differenti: magazzini o cantine. È pur vero, però, che le Br mirano a far perdere le loro tracce e quindi potrebbero aver girato a vuoto prima di raggiungere l'obiettivo finale. Del resto quando rubarono il motorino che è stato usato in una rapina in Toscana, hanno impiegato dieci ore per portarlo a destinazione, fermandosi più volte, cambiando strada, facendo staffette.
In queste ore, la polizia sta battendo le zone che potrebbero rientrare in quei chilometri. Con la foto di Mezzasalma in mano sperano che qualcuno lo riconosca. Non è detto, comunque, che il trasloco sia servito per far sparire le armi. L'esperto informatico potrebbe aver scelto di liberarsi di libri, oggetti e qualsiasi cosa potesse essere analizzata. Lo scopo potrebbe essere stato quello di cancellare in fretta ogni traccia: le possibili impronte o gli scritti sulle ultime attività delle nuove Br."Il Manifesto"
"Le mie Br? Un'altra storia"
INTERVISTA
Parla Barbara Balzerani: "Nel movimento di oggi non c'è spazio per la lotta armata. Allora era diverso"
Come venticinque anni fa. E' polemica infuocata sul rapporto tra le nuove Br e il movimento di oggi: lo stesso, sia pure in formato minore, a quello che sussisteva negli anni Settanta tra le organizzazioni armate e le aree più radicali del movimento. Una relazione che secondo l'ex militante di Prima Linea Sergio Segio è resa ambigua dal non ammettere che i nuovi brigatisti vengono dalla stessa area del sindacalismo di base e dei Disobbedienti. Un legame che viene respinto senza appello dai chiamati in causa. Ma che fa comunque discutere dentro e fuori il movimento: sul rapporto con la nonviolenza e con il passato. Barbara Balzerani, che delle Br è stata dirigente più a lungo di chiunque altro, risponde al manifesto all'ipotesi di Segio: "La differenza con gli anni `70 è abissale - dice - Anche ammettendo che i militanti delle nuove Br vengano dai centri sociali, e non è affatto detto, sempre di dieci persone si tratta. L'importante è che nel dibattito politico di questo movimento non c'è alcuno spazio per l'opzione armata. Non era così negli anni `70. Se ne parlava ovunque". Oggi, continua, "nessuno parla più di rivoluzione. Quella degli anni `70 era una mentalità rivoluzionaria, che mirava a togliere a qualcuno il potere. Questo è un movimento d'opposizione sociale e alla guerra che in alcuni momenti, come durante il conflitto contro l'Iraq, trova vasti strati di consenso. E' una differenza strutturale".
INTERVISTA
"Queste Br, non figlie nostre"
Barbara Balzerani: "Il rapporto tra movimento e organizzazioni armate è abissalmente diverso da quello dei '70. Oggi non c'è spazio alcuno per l'opzione armata. Allora se ne parlava ovunque. Noi volevamo la rivoluzione. Questa invece è un'opposizione sociale e alla guerra"
ANDREA COLOMBO
ROMA
Tra le nuove Br e il movimento di oggi ci sarebbe, stando alle dichiarazioni e alle interviste che circolano in questi giorni, un rapporto identico, sia pure in formato minore, a quello che sussisteva una trentina d'anni fa tra le organizzazioni armate e le aree più radicali del movimento. Un rapporto se non di fiancheggiamento almeno di colpevole silenzio e di omertà. Un rapporto reso ambiguo, secondo l'ex militante di Prima Linea Sergio Segio, dal non ammettere che i nuovi brigatisti vengono dalla stessa area del sindacalismo di base e dei disobbedienti. Barbara Balzerani, che delle Br è stata dirigente più a lungo di chiunque altro, non concorda.
Qual è la differenza tra il rapporto Br-movimento oggi e negli anni `70?
E' abissale. E' una differenza complessiva, di ambito, di contesto storico e culturale. Davvero non riesco a capire di cosa parli Sergio Segio.
Più specificamente?
Allora c'erano migliaia di militanti nelle organizzazioni armate, e le azioni militari erano centinaia. Non dico che i gruppi armati fossero maggioritari nel movimento. Ma i miltanti erano davvero migliaia. Dal quel che si capisce, oggi si tratta di un gruppo molto ristretto, una quindicina di persone che in 15 anni ha fatto due azioni militari. Restano fatti gravissimi, è ovvio, ma si tratta di un fenomeno residuale. In Italia non c'è un'emergenza terrorismo.
Pensi che il movimento mantenga margini di ambiguità e che dovrebbe prendere maggiormente le distanze da quelle frange residuali armate?
Ma da cosa dovrebbero prendere le distanze? Il ragionamento di Luca Casarini, nell'intervista a Repubblica, mi pare del tutto condivisibile. E non è ambiguo, dice cose molto chiare. Togliamo per favore il velo dell'ipocrisia: nel mondo si commettono crimini orrendi, qui si parla di comportamenti illegali. Non mi sembra proprio che questo movimento esprima un'attitudine politica e pratica come quella che abbiamo conosciuto negli anni `70. Anche perché è un movimento che viene da una sconfitta storica: non solo la nostra ma quella di tutta un'ipotesi rivoluzionaria.
Perché, secondo te, quella sconfitta ha modificato la natura dei movimenti d'opposizione?
Oggi nessuno parla più di rivoluzione. Quella degli anni `70 era una mentalità rivoluzionaria, che mirava a togliere a qualcuno il potere. Questo è un movimento d'opposizione sociale e alla guerra che in alcuni momenti, come durante il conflitto contro l'Iraq, trova vasti strati di consenso. E' una differenza strutturale. Oggi nemmeno quelli considerati più "cattivi" adoperano pratiche simili a quelle degli anni '70. Se qualcuno lo pensa, vuol dire che evidentemente quella storia se la sono dimenticata tutti.
Qualcuno sostiene che la limitata violenza delle manifestazioni di oggi, pur non comparabile a quella degli anni `70, abbia comunque un effetto simile e comporti gli stessi rischi di degenerazione...
Questa è la percezione di gente che è rimasta annichilita. Se non vedi le differenze tra l'oggi e l'allora, finisci, come Segio, per fare un discorso meccanicistico, per cui una cosa porta inevitabilmente all'altra. Come chi dice che è automatico passare dallo spinello all'eroina. Vedi, certe volte penso che oggi, se si guarda solo alle nefandezze del potere, le condizioni sarebbero persino più favorevoli di quelle dei `70 alla nascita di una lotta armata. Però non è così, perché le soggettività sono tutte diverse. E' la situazione sociale e politica stessa che non permetterebbe il ripetersi di quell'esperienza. Il fatto che non lo si veda, dimostra che quella storia non è stata ancora rivisitata, capita e superata.
Al movimento viene rimproverato il non riconoscere che i nuovi brigatisti vengono dalla sua stessa area politica e culturale. Come quando si parlava di voi come delle "sedicenti Brigate rosse"...
Anche ammettendo che i militanti delle nuove Br vengano dai centri sociali, e non è affatto detto, l'esiguità stessa del fenomeno gli toglie ogni rilevanza. Sempre di dieci persone si tratta. L'importante è che nel dibattito politico di questo movimento non c'è alcuno spazio per l'opzione armata. Non era così negli anni `70. Se ne parlava ovunque. Anche chi era contrario, lo era perché non riteneva maturi i tempi e non accettava le forme delle organizzazioni armate, ma l'opzione era presa in considerazione da tutti. Lo vedi persino dai testi dalle canzoni. Il rap dei centri sociali parla di rabbia sociale. Il canzoniere di Lotta continua era una manifesto politico. E allora dov'è che questa cultura della lotta armata permea quella del movimento.
Le accuse alludono apertamente a "infltrazioni nel sindacato di base"...
Secondo me parlare di infiltrazione brigatista nel sindacato di base significa dare a questo gruppo una valenza politica molto maggiore di quanto non abbia in realtà. Lo ripeto: noi non eravamo maggioritari nel movimento ma eravamo una presenza reale. Non mi pare che la situazione di oggi sia paragonabile.
Come ti spieghi che lo spettro della vostra esperienza venga agitato ancora contro ogni movimento d'opposizione che si affaccia sulla scena pubblica?
Perché si è impedito che quell'esperienza venisse discussa e ripercorsa criticamente, in modo da superare davvero un periodo storico. Si è scelta una cesura, e le cesure non servono a niente.
Siete accusati di non aver mai criticato pubblicamente le vostre scelte di allora...
Questo non è vero. Non abbiamo usato la formula per cui, prima ancora di inziare a discutere, dovevamo ammettere di aver commesso tutto il male del mondo. Abbiamo proposto un altro ragionamento. Abbiamo detto che noi non eravamo soli e non eravamo marziani, che se quella fase storica la si vuole capire e riattraversare, bisogna che tutti i protagonisti politici di allora lo facciano, assumendosi ciascuno le proprie responsabilità. Non è che noi non avremmo voluto affrontare una discussione profonda sulla nostra esperienza. Forse non saremmo stati in grado di farlo, ma questo è un altro discorso. Avremmo voluto, ma nessun altro era disponibile. E così si finisce per non capire, ad esempio, che questi delle nuove Br non sono figli nostri. Anche perché noi avevamo dato a tutti, anche con ragionamenti pubblici, la possibilità di cogliere la discontinuità storica.
Cosa pensi oggi della scelta della clandestinità, che ha segnato la vostra esperienza politica?
Che sia assolutamente improponibile. La vicenda delle Br è interna alla tradizione rivoluzionaria novecentesca, della quale siamo stati forse gli ultimi e magari un po' inadeguati interpreti. Il mondo adesso è cambiato. Intendiamoci: c'è ancora chi comanda e chi obbedisce, c'è ancora chi mangia e chi ha fame. Ma sono cambiate sia le forme in cui tutto questo si esprime, sia quelle in cui si esprime l'opposizione a tale realtà.ANSA:
TERRORISMO: POSTINO PISA; COBAS, NON E' NOSTRO ISCRITTO
Bruno di Giovannangelo, l'impiegato postale pisano da ieri in stato di fermo per le indagini sulle nuove Br, non ha mai aderito in passato alla Confederazione Cobas di Pisa, costituitasi solo nel 1999 e che non ha mai avuto e' ha una struttura sindacale alle poste pisane. E' quanto precisa l'esecutivo della Confederazione Cobas di Pisa.
La Confederazione Cobas e' intervenuta in merito alla notizia che Bruno Di Giovannangelo aveva svolto attivita' sindacale nei Cobas fino agli inizi degli anni '90. All'epoca in effetti esisteva un Coordinamento di base dei dipendenti delle poste di Pisa, poi scioltosi, di cui ha fatto parte per un breve periodo Di Giovannangelo. Ma quella struttura nulla ha a che vedere, si precisa, con la Confederazione Cobas di Pisa nata nel 1999.
"Di Giovannangelo - spiega la Confederazione Cobas - non e' mai stato iscritto o in qualche modo ha frequentato gli ambienti sindacali della nostra organizzazione. Come Confederazione respingiamo con fermezza e serenita' la campagna mediatica che si e' voluta montare in queste settimane contro le strutture sindacali in generale e soprattutto contro il sindacalismo di base e il movimento. La Confederazione Cobas contrasta fermamente qualsiasi scelta politica che non si esprima alla luce del sole. Abbiamo sempre considerato il brigatismo distruttivo e catastrofico per ogni prospettiva di miglioramento sociale, per i movimenti di massa, per coloro che vogliono cambiare radicalmente la societa', per chi si oppone alla societa' capitalistica e vorrebbe sparisse il dominio del profitto e della mercificazione globale".ANSA
TERRORISMO: SEGIO, NUMERI BR PIU' ALTI, MANCANO I VENETI
LOTTA ARMATA SI INSERISCE NEL MOVIMENTO QUANDO E' IN CRISI
"I numeri dei brigatisti possono forse essere reali per questo troncone dell'inchiesta che riguarda la procura di Firenze. Di certo vanno sensibilmente aumentati se si tiene conto che c'e' un altro filone che e' quello del Nord Est Veneto che proprio pochi giorni fa ha fatto ritrovare a Gorizia un documento dove si annuncia la formalizzazione di una nuova realta' delle Br". Sergio Segio, ex leader e fondatore di Prima Linea, commenta cosi' le affermazioni del procuratore aggiunto di Firenze, Francesco Fleury, secondo il quale si e' "vicini ad aver esaurito il numero dei brigatisti". Per Segio, i numerosi e diffusi episodi di attentati, su tutto il territorio nazionale in questi mesi e anni, "sono una premessa alla strategia della lotta armata" e "il grido di allarme lanciato sulle infiltrazioni dei terroristi nel movimento nasce perche' il movimento di Seattle, quello no global, e' in una fase di crisi".
"Come abbiamo gia' visto nel '78, prima del delitto Moro - spiega l'ex leader di Prima Linea - le Br si inseriscono nei momenti di crisi del movimento per parassitarne i militanti e cercare di arruolare nuovi affiliati. Quando i movimenti sono forti c'e' meno spazio per l'illusione armata, ma quando vanno in crisi e si indeboliscono, la proposta delle armi o comunque la proposta della violenza politica organizzata puo' trovare spazio e riuscire piu' convincente".
Sulle polemiche nate dopo il suo allarme sull'infiltrazione delle Br nel sindacalismo di base e nelle altre associazioni, Segio precisa che l'intervento era nato con l'intento di stimolare il dibattito interno. "C'e' stato ma soprattutto all'esterno - aggiunge -. Dentro al movimento hanno prevalso polemiche e toni insultanti e in buona sostanza non si e' accettato di confrontarsi con il merito delle cose. Si e' sottovalutata la questione".
Sulla continuita' del terrorismo negli anni, infine, l'ex leader di Prima Linea chiede alle parti in causa di interrogarsi su quanto di piu' e di diverso si poteva fare per cercare una cesura netta tra la pagina drammatica degli anni '70 e gli avvenimenti degli anni '90 fino ai giorni nostri. "Una battaglia che e' andata persa - conclude Segio - e' stata quella alla fine degli anni Ottanta di un provvedimento di indulto per i reati commessi negli anni 70', che se realizzato, avrebbe potuto contribuire a disinnescare questa continuita' che si e' riproposta sanguinosamente con i delitti D'Antona e Biagi".2 novembre 2003 - ARRESTO PRESUNTI BR: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Il br condannato per Ruffilli lavorava con Mezzasalma
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - Coincidenze. Sono tante quelle che emergono in questa inchiesta sul nuovo terrorismo e che fanno impazzire gli investigatori. Una, la più importante, riguarda Marco Mezzasalma, il tecnico informatico finito in carcere con l'accusa di aver fatto parte del commando che ha ucciso il professor Massimo D'Antona: l'uomo è stato fino al giorno precedente all'arresto, titolare di un "Nullaosta di segretezza", un documento che viene rilasciato dai servizi di sicurezza, solo a persone considerate assolutamente affidabili. L'ha ottenuto grazie al tipo di lavoro che ha sempre svolto: quello di esperto nell'industria Lital di Pomezia specializzata nella produzione di radar aerei che ha appena inviato un sistema di riferimento e di rotta destinato agli elicotteri dell'esercito Usa, Black Hawk, impiegati in Afghanistan e in Iraq. Mezzasalma era incensurato, non aveva carichi pendenti, anche se - è scritto nell'ordine di fermo - ha avuto in passato "contatti con Fabio Matteini e Luigi Fuccini, militanti negli anni '90 nei Nuclei comunisti combattenti".
L'altra coincidenza è che nella stessa industria dove l'informatico ha svolto attività sindacale per un breve periodo, negli anni '80, quando l'azienda si chiamava ancora "Litton", ha lavorato anche Antonio De Luca, l'ex brigatista rosso condannato all'ergastolo per l'omicidio del senatore Roberto Ruffilli. Famoso sindacalista di Pomezia, De Luca così come il collega Mezzasalma, era regolarmente in possesso di un "Nullaosta di segretezza", nonostante avesse meno di trent'anni. E in quella stessa industria sono in molti ad aver ottenuto quel permesso speciale che consente di accedere a documenti riservati.
Il nome di De Luca è apparso nel fascicolo dell'inchiesta D'Antona nel 2000, dopo l'arresto dell'ex terrorista Giorgio Panizzari. Più di vent'anni fa, gli inquirenti pensavano che il suo ruolo fosse quello di ricostruire i rapporti fra le diverse strutture delle Br attive in Italia dopo il colpo inferto alla colonna romana, e nei mesi che seguirono il delitto del giuslavorista, venne tenuto sotto controllo. De Luca riuscì a strappare "l'articolo 21", il beneficio di legge che prevede il lavoro all'esterno del carcere, proprio nell'aprile del '99. Un mese prima che D'Antona venisse ucciso. Per i pm romani una coincidenza da valutare, e così fecero. Nei confronti dell'ex Br, però, non sembra essere emerso nulla e quindi la sua vita e il suo lavoro in cooperativa sono continuati tranquillamente.
Il cerchio di amicizie e di casualità, comunque, ha portato De Luca a conoscere anche Giorgio Vanzini, ex marito di Luana Mancino: il primo assolto dall'accusa di far parte delle Brigate rosse, la seconda fermata e poi rilasciata per aver fornito un alibi, nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di via Salaria e sui possibili fiancheggiatori.
Riguardo al Nos concesso a Mezzasalma, bisognerà aspettare ancora un mesetto prima che il prefetto Emilio Del Mese vada in Parlamento a riferire sui risultati dell'inchiesta interna."Il Messaggero"
Gli investigatori stanno verificando al computer quello che è avvenuto negli uffici sotto osservazione nei giorni cruciali dei delitti e degli arresti L'incubo della "talpa": controlli nei ministeri Caccia ai fiancheggiatori romani: un nuovo software per scoprire assenze e movimenti sospetti
di MASSIMO MARTINELLI
ROMA - Adesso che gli investigatori si sono consumati le suole dopo chilometri di pedinamenti, sarà il computer a fornire lo spunto per tentare il colpo decisivo alle nuove Brigate Rosse. Cioè scovare, se esiste, la talpa dei delitti Biagi e D'Antona. E il vero autore delle complesse ed articolate rivendicazioni che seguirono i due omicidi.
Il lavoro degli 007 informatici è cominciato solo adesso, poco più di una settimana fa, da quando sono finite in carcere nove persone tra Roma, Firenze e Pisa. Da quel giorno hanno cominciato a girare nei computer un paio di programmi software parecchio sofisticati. Sono del genere "knowledge sharing", che significa più o meno "condivisione delle conoscenze" e "notebook analyst ", che sta per "analista delle informazioni". Negli Stati Uniti li usano da anni: il Fincen americano (il network governativo che combatte i crimini finanziari) utilizza questo tipo di programmi per scovare i riciclatori di denaro e le società coinvolte in traffici illeciti; l'FBI, per trovare i serial killer; i nostri servizi di sicurezza li fanno lavorare per cercare i collegamenti tra il crimine organizzato internazionale e il nostro Paese. Adesso, con i programmi di Knowledge Sharing e Notebook Analyst si lavora soprattutto per completare le caselle vuote nell'album di famiglia delle nuove Brigate rosse.
I due programmi utilizzano più o meno lo stesso sistema, e uno (quello di Knowledge Sharing ) è leggermente più sofisticato dell'altro. Entrambi riescono a mettere in relazione una serie di informazioni diversissime, che per un cervello umano, seppur allenato, sembrerebbero lontane anni luce. Con il Knowledge Sharing si possono comparare anche informazioni che hanno formati diversi; ad esempio foto e testi, video e musica ed altro ancora.
E in queste ore i due programmi stanno ricevendo tutte le informazioni che gli investigatori hanno raccolto nell'ultima settimana sui nove personaggi finiti nella rete, ma anche su quelli che nelle notti scorse sono stati perquisiti, fermati, interrogati e rilasciati. Nel cervellone elettronico, sono finite a cascata tutte le banche dati delle aziende dove queste persone lavorano o hanno lavorato: ministeri, ospedali, sindacati, Poste, enti pubblici. Per verificare ad esempio, le loro presenze sul posto di lavoro in giorni ritenuti critici, e poi i nomi di chi non c'era negli stessi giorni, per vedere se quelle persone ricompaiono in altre circostanze. E ancora, i nomi di tutti i frequentatori dei centri sociali dove gli arrestati si incontravano, il traffico telefonico di ognuno, le parentele, i biglietti di viaggio in comune, i verbali dei controlli casuali avvenuti per la strada e tutto quello che in qualche modo può essere collegato a un nome o a uno spostamento.
Un esempio? il collegamento di Antonio De Luca, ex brigatista irriducibile detenuto insieme ad Antonino Fosso, detto il Cobra, finito in carcere nell'88 ai tempi dell'omicidio Ruffilli e mandato in semilibertà un mese prima del delitto D'Antona, cioè ad aprile '99. De Luca lavorava alla Litton di Pomezia, che poi cambiò nome e diventò Lital, cioè la ditta che produce apparecchiature per gli elicotteri militari Usa, dove lavorava anche Marco Mezzasalma, quello che gli inquirenti ritengono essere uno dei capi delle nuove Br (vedi articolo nella stessa pagina, ndr). Ecco, di relazioni semplici di questo genere, i due software utilizzati dagli investigatori ne mettono insieme a centinaia in millesimi di secondo.
E' questo il terzo livello delle indagini, quello che avviene dietro le quinte; perché mentre gli specialisti della Digos e del Ros cercano ancora covi, soprattutto nel centro di Roma e verso la periferia Est della città, fiancheggiatori e terroristi irregolari, gli analisti del Viminale sono alla ricerca di un paio di risposte decisive su chi ha indicato in D'Antona e Biagi gli uomini da colpire e su chi ha elaborato le complesse rivendicazioni dei due delitti. Alla prima domanda, nessun magistrato ha ancora fornito risposte. Alla seconda, sì. Ma la tesi giudiziaria, elaborata dal gip di Roma Maria Teresa Covatta, non ha mai convinto i reparti antiterrorismo dell'Intelligence. Per il magistrato romano, i due documenti potrebbero essere stati redatti con il contributo dei Br irriducibili detenuti nel carcere di Trani, soprattutto di Mazzei, Fosso e Donati. Per gli investigatori, invece, l'ipotesi di un ideologo rimasto nell'ombra, di livello culturale e politico superiore, è qualcosa di più di una suggestiva pista di indagine."Il Messaggero"
LO SFRATTO IN VIA OSTUNI E i presunti brigatisti ottennero la proroga
L'accusa é solo di appartenenza alle nuove Brigate rosse, senza coinvolgimento diretto a fatti di sangue. Ma Alessandro Costa, 33 anni, uno dei presunti brigatisti coinvolti nell'inchiesta sul delitto D'Antona, é stato fermato dalle forze dell'ordine mentre dormiva nel suo "alloggio", a via Ostuni, al Quarticciolo. Quattro dei 15 romani sotto inchiesta vivono nello stesso stabile. A fare capo a via Ostuni, anche Roberta Ripaldi, Raul Terilli e Fabrizio Antonini, sotto inchiesta per banda armata. Il palazzo, 5 piani ai civici 7 e 9, di proprietà dello Iacp, é stato fino al '98 sede del commissariato Prenestino. In quell'anno, a dicembre, chiuso definitivamente il vecchio posto di polizia, l'edificio venne occupato da 25 nuclei di famiglie, single e giovani coppie, col sostegno dei centri di lotta per la casa della sinistra antagonista. Ripercorrere le vicende recenti dell'occupazione riserva molte sorprese. Dopo due querele contro gli abusivi, il direttore dello Iacp, Mancianti, cerca di passare ai fatti per riprendere lo stabile. Il 4 giugno 2003 il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza, convocato dal Prefetto Del Mese, decide l'intervento della forza pubblica e il termine del 30 giugno per l'esecuzione dello sgombero dell'edificio. Facile prevedere, infatti, che per uno sfratto di quelle proporzioni non sarebbero bastati un paio di vigili e l'ufficiale giudiziario. La data ultima viene in seguito rinviata al 20 luglio. Ovviamente l'ordine é di non far trapelare nulla, per contare sull'effetto sorpresa. Pio desiderio. Il tam tam inizia immediatamente, sul sito internet di Indymedia si legge già il 18 giugno: "No allo sgombero del Quarticciolo, invitiamo tutti alla mobilitazione cittadina". Il 3 luglio il Pm Gloria Attanasio invia un'ulteriore informativa al Prefetto e sollecita l'intervento. Il 16 luglio la situazione precipita, su Indymedia alle ore 12,03 si legge: "Contro lo sgombero del Quarticciolo é stato occupato da pochi minuti lo Iacp, nessuno può toccare le occupazioni". Gli uffici di Lungotevere Tor di Nona sono invasi all'improvviso, con un colpo di mano. "In mia assenza gli occupanti sono stati ricevuti dal Commissario straordinario dell'Istituto, Pietro Magno - scrive in seguito Mancianti al Prefetto - Il Commissario ha siglato un accordo con una loro delegazione per prorogare al 30 novembre 2003 la data dello sgombero. Faccio notare che, trattandosi di atto riservato alla competenza del direttore generale, il Commissario, in materia, non aveva alcun potere di intervento". Su carta intestata, protocollo n 3115/2003, Magno scrive invece: "Con la delegazione di inquilini occupanti via Ostuni 7/9, si é raggiunto un accordo. L'eventuale sgombero forzoso dell'edificio, che sembra programmato per il corrente mese e ha suscitato vivo allarme presso gli inquilini presentatisi oggi in massa presso l'Istituto, viene prorogato al mese di novembre 2003". Alla sigla di Magno seguono le firme di tre occupanti. Per loro una grande vittoria. Nessuno li "disturberà" più fino ai giorni nostri.
M.V."Il Corriere della sera"
I DOCUMENTI
Una mappa di Firenze con due obiettivi cerchiati
Il mistero della militante "Roberta" e le visite nell'ospedale dell'amica di Mezzasalma
DAL NOSTRO INVIATO
FIRENZE - Il foglietto è stato trovato in un cassetto durante la perquisizione della scorsa settimana: "So 440, Io 354". Da quell'appunto i poliziotti sono partiti per collegare Bruno Di Giovannangelo a Cinzia Banelli, la "compagna So" accusata anche degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi.
I due erano amici da anni, ma soltanto nell'ultimo periodo avevano ripreso a frequentarsi. Tra maggio del 2001 e luglio del 2003 si sono parlati al telefono dieci volte. Ma, soprattutto, si sono visti spesso. Alcuni "appuntamenti strategici" sono annotati dalla Banelli nelle sue agende. Il resto lo hanno fatto i controlli sul cellulare della donna e sui telefoni di casa e di ufficio del suo amico.
Nell'appartamento di Pisa l'uomo custodiva anche altre carte definite "interessanti" dai magistrati. L'elenco è contenuto nel provvedimento di fermo per associazione sovversiva, banda armata e concorso in rapina che gli è stato consegnato l'altra sera. In particolare "una piantina della città di Firenze, con la presenza di alcuni chiari segni a penna su due zone distinte della città: via di San Gaggio, angolo via Dante da Castiglione e piazza Massimo D'Azeglio". La prima ipotesi è che fossero i luoghi prescelti per altri "espropri", ma è stata scartata perché in queste strade non ci sono uffici postali. Ora si sta accertando se in quelle aree ci fossero altri possibili obiettivi.
Di Giovannangelo conservava anche "nove biglietti ferroviari di andata e ritorno sulla tratta Pisa-Firenze, tutti emessi tra il 25 e il 29 novembre 2001". Apparentemente si tratta di date non significative, ma sono comunque stati avviati controlli. E accertamenti saranno fatti anche su "vari documenti relativi ad alcune visite oculistiche effettuate a Roma, presso l'ospedale Oftalmico da tale Besi Sabrina nelle seguenti date: 2 maggio 2000, 20 giugno 2000, 5 settembre 2000". Potrebbe essere solo una coincidenza, ma proprio all'Oftalmico lavora come infermiera Luana Mancino, l'amica di Marco Mezzasalma fermata e poi rilasciata dalla Digos di Roma quattro giorni fa.
Di Giovannangelo ha detto che la sua unica referente nell'organizzazione era Cinzia Banelli. Ma pare accertato che almeno in un'occasione incontrò anche un'altra militante, sinora identificata con il nome di battaglia "Roberta". Di questo appuntamento c'è traccia nel palmare della Lioce: "Il 30, se disponibile, alle 7.50 con Roberta finge incontro funzionale ad identificare chi è il responsabile presente la mattina nella settimana in cui si realizzerà l'iniziativa...". La spiegazione la danno ora i magistrati nel provvedimento: "Si deduce che un militante nella prima mattinata del 30 dicembre 2002, prima delle prove generali della rapina di via Torcicoda (poi rinviata a febbraio) unitamente ad un'altra brigatista con il nome di battaglia "Roberta", avrebbe dovuto fingere un incontro occasionale finalizzato ad identificare il responsabile dell'ufficio postale in servizio il giorno dell'azione".
F. Sar."Il Nuovo"
Scorta ai consulenti del Minwelfare
Il provvedimento si è reso necessario. Intanto, a Torino, sarà espulso dalla il delegato torinese che si è detto solidale con i brigatisti. Trovata una cartina di Firenze con l'indicazione della casa di un magistrato
FIRENZE - Mentre il cerchio intorno alle nuove Br si stringe, grazie alle indagini coordinate tra Roma e Firenze, un provvedimento si è reso necessario: tutti i consulenti del ministero del Lavoro sono sotto scorta. A riferirlo, dietro dichiarazioni anonime, è proprio uno di loro, un docente toscano che è stato sottoposto alla speciale misura di sicurezza. Si tratta di un insegnante già collaboratore del professore ucciso a Bologna. Lo ha detto in un'intervista al quotidiano Il Tirreno . Il docente potrebbe essere stato una delle possibile vittime di un ipotetico nuovo atto terroristico.
Nel frattempo, a Torino, verrà espulso dalla Cgil Valter Ferrarato, il delegato della Fillea (sindacato edili), militante nei Carc (Comitati d'appoggio alla Resistenza-per il comunismo), che in un'intervista a La Stampa si è dichiarato solidale con le Br: "Una decisione inevitabile - dice Vincenzo Scudiere, segretario generale della Cgil Piemonte - la sua posizione è incompatibile con il nostro sindacato". L'espulsione di Ferrarato, che ha 34 anni ed è delegato di un'azienda edile, sarà decisa nei prossimi giorni dalla Commissione di garanzia della Cgil, che "ha aperto un procedimento nei confronti di Ferrarato già all'inizio dell'estate - spiega Scudiere - dopo un'intervista al Riformista, analoga a quella della Stampa ".
Intanto, nel corso delle indagini, è emerso un altro particolare inquietante: in una delle due zone di Firenze segnate sulla cartina di Firenze trovata in casa di Bruno Di Giovannangelo (il postino presunto basista delle Br) abita un noto magistrato fiorentino. Il postino ha cercato di sminuire al massimo il peso dei suoi rapporti con le Br, ma gli inquirenti stanno indagando ulteriormente per vederci chiaro: non convince il fatto che la sigla con cui era chiamato, "compagno Mu" compare ripetutamente, fra il 2001 e il 2003, nel palmare della Lioce
A proposito della cartina, Di Giovannangelo ha spiegato alla Digos prima e ai pm dopo, che si tratterebbe di una cartina vecchia di almeno 20 anni: non conosceva la città, ha detto, e quei segni gli servivano per orientarsi quando diversi anni fa, in alcune occasioni era venuto a Firenze. In una delle zone indicate, in Via Senese, c' è comunque un ufficio postale, il numero 12, e vi abita un noto magistrato fiorentino. Stamani il procuratore aggiunto Francesco Fleury e i pm Luigi Bocciolini e Giuseppe Nicolosi hanno depositato alla cancelleria del gip la richiesta di convalida del fermo di Bruno Di Giovannangelo. L' udienza di convalida si terrà domani a Sollicciano.ANSA:
TERRORISMO: SULLA TOMBA DI GALESI UN GAROFANO ROSSO
C'e' un garofano rosso, freschissimo, sulla tomba, ancora provvisoria, di Mario Galesi, il brigatista morto il 2 marzo scorso nel conflitto a fuoco sul treno Roma-Arezzo in cui perse la vita anche il sovrintendente della polfer Emanuele Petri. Nel giorno della ricorrenza dei defunti qualcuno ha avuto un pensiero anche per quell' uomo che al momento della sepoltura - l' 11 marzo - era stato lasciato solo anche dai familiari.
Il garofano rosso e' stato piantato direttamente nel cumulo di terra che copre il feretro di Galesi, tumulato nel riquadro Q di uno dei campi di Trespiano, il piu' grande cimitero di Firenze (120 mila salme). Il fiore e' stato lasciato davanti alla croce in legno su cui e' stata affissa la targhetta, che identifica chi li' e' sepolto con le date di nascita (23 agosto 1966) e di morte, in parte coperta da un foulard rosso e nero annodato alla croce dal giorno della sua tumulazione.
La tomba di Galesi non e' trascurata: ai piedi della croce c'e' un piccolissimo vaso di crisantemi gialli, e immersi nella terra ci sono anche due vasi di ciclamini viola che sembrano essere li' gia' da tempo. La compagna di Galesi, Nadia Desdemona Lioce, che venne arrestata il 2 marzo su quel treno dove il brigatista venne colpito a morte dai proiettili dei poliziotti, ha dato incarico alla sua famiglia di curare la tomba dell' uomo che gli inquirenti ritengono abbia partecipato agli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi.3 novembre 2003 - ARRESTO PRESUNTI BR: DAI GIORNALI
"La Nazione"
Un cerchio dei terroristi sulla cartina: lì abitava Vigna
FIRENZE - In una delle due zone di Firenze segnate sulla cartina trovata in casa di Bruno Di Giovannangelo, l'impiegato delle Poste pisano fermato venerdì per banda armata e rapina, abitava Piero Luigi Vigna, capo della Direzione investigativa antimafia che ora risiede a Roma. L'impiegato ha cercato di sminuire al massimo il peso dei suoi rapporti con le Br, ma gli inquirenti rilevano che la sua sigla ('Compagno Mu') compare ripetutamente, fra il 2001 e il 2003, nel palmare della Lioce. A proposito della cartina, cui fa riferimento anche il provvedimento di fermo della procura fiorentina, Di Giovannangelo avrebbe spiegato agli inquirenti che sarebbe vecchia di almeno vent'anni: non conosceva la città, ha detto, e quei segni gli servivano per orientarsi quando diversi anni fa, in alcune occasioni era venuto a Firenze. Un segno indica piazza D'Azeglio, zona residenziale dei viali; l'altro un tratto fra via Dante da Castiglione e San Gaggio: lì vive ancora adesso la famiglia Vigna, in un villino a due piani. Il 'compagno Mu' non ha saputo spiegare il riferimento alla prima zona. Per quanto riguarda la seconda, ha detto che una volta era stato accompagnato dalla sorella a un corso e una seconda volta era venuto a Firenze per il concorso nelle Poste. Nella zona, in via Senese, c'è comunque l'ufficio postale numero 12. Gli investigatori stanno cercando di verificare anche il riferimento a un appuntamento col 'compagno Mu' a Siena (il testo è 'Siena 4') ricavato dalla parte già decrittata del palmare della Lioce. Si tratta di capire se quell'appuntamento era finalizzato a un'altra rapina, o se si riferiva a un'inchiesta su un possibile obiettivo da colpire. Ipotesi quest'ultima che gli inquirenti ritengono plausibile: a un docente dell'Università senese, ex collaboratore di Marco Biagi e consulente del ministero del Lavoro, è stata rafforzata la scorta. Ieri il procuratore aggiunto Francesco Fleury e i pm Luigi Bocciolini e Giuseppe Nicolosi hanno depositato la richiesta di convalida del fermo di Bruno Di Giovannangelo. L'udienza di convalida si terrà oggi."Il Messaggero"
I FILE DELL'EVERSIONE Roma, un altro computer pieno di segreti E' quello di Mezzasalma, gli esperti proveranno ad "aprirlo". Potrebbe rivelare dove sono i covi
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - I primi risultati sono arrivati grazie alle schede telefoniche trovate nella casa di Marco Mezzasalma, l'uomo che avrebbe ereditato la leadership della colonna romana dopo la morte di Mario Galesi e l'arresto di Nadia Desdemona Lioce. E ora gli uomini della Digos sperano che dalla lettura dei dati contenuti nel computer sequestrato, ci siano nuove rivelazioni. È proprio tra quei file che gli investigatori potrebbero trovare indicazioni sul covo romano delle Brigate rosse. Il luogo dove l'esperto informatico dovrebbe aver portato, aiutato da una donna, l'archivio delle Br e forse anche le armi.
Il computer, poi, potrebbe contenere dati sui probabili fiancheggiatori, ma per potere accedere alle informazioni bisognerà aspettare che i magistrati fissino un'udienza durante la quale le parti prenderanno visione del contenuto. Si tratta di un accertamento irripetibile e, proprio per questo, è necessario che siano presenti anche gli avvocati e i periti incaricati da Mezzasalma.
Durante questa settimana l'attività investigativa sarà concentrata anche sull'analisi dell'ingente mole di documenti sequestrati in occasione del blitz contro i presunti appartenenti all'organizzazione terroristica. La sensazione è che potrebbero esserci novità già tra qualche giorno. La Digos non ha smesso un attimo di cercare il covo, o comunque dei luoghi, dove Marco Mezzasalma avrebbe traslocato una ventina di scatoloni che erano custoditi nell'appartamento di via Maia. L'attenzione dei magistrati romani, in particolare, è incentrata sul diario trovato nella sua abitazione in via Pescaglia, alla Magliana. Nel diario ci sono indicazioni su zone di frequentazione, modalità degli incontri e percorsi da seguire, oltre ad un'analisi politica sullo stato del gruppo e le prospettive all'orizzonte. Si tratta di elementi che, oltre a confermare che le nuove Br avevano radicato nella capitale il loro nucleo centrale, potrebbero fornire spunti investigativi e portare presto all'adozione di nuovi provvedimenti da parte dei pm Franco Ionta e Pietro Saviotti.
Sempre in questa settimana il Tribunale della libertà comincerà ad esaminare le richieste di revoca delle ordinanze di custodia cautelare presentate dai difensori degli indagati. A Roma, finora, hanno deciso di ricorrere contro le misure restrittive Mezzasalma, Paolo Broccatelli (entrambi accusati dell'omicidio di Massimo D'Antona) e Alessandro Costa (indagato per la sola banda armata). Ancora indecisi se presentare il ricorso i difensori di Federica Saraceni."Il Messaggero"
L'inchiesta di Firenze/ Sulla cartina indicato anche un ufficio postale. Caccia a "Roberta", la terrorista mancina filmata durante le rapine Su una mappa le case di due magistrati Sequestrata al "compagno Mu": è la zona dove abitano il pm Nicolosi e il superprocuratore Vigna
dal nostro inviato
MARIO MENGHETTI
FIRENZE Non solo un "fiancheggiatore". Ma un militante vero e proprio con ruoli che pare siano andati ben al di là delle semplici informazioni per le rapine ai due uffici postali fiorentini, tra la fine del 2002 e l'inizio del 2003. Bruno Di Giovannangelo, 44 anni, il "compagno Mu", aveva conservato accuratamente nel suo appartamento di Pisa una cartina di Firenze. L'hanno trovata gli uomini della Digos durante una perquisizione. Una mappa, questa, con due "obiettivi cerchiati". Uno indica via D'Azeglio, l'altro un tratto nella zona di Poggio Imperiale. In quest'ultima parte della città esiste un ufficio postale e, soprattutto, vi abitano due noti magistrati fiorentini, il superprocuratore antimafia Pierluigi Vigna e Giuseppe Nicolosi. Quest'ultimo è uno dei pm che sta conducendo le inchieste fiorentine sulle nuove Br. Da qui l'immediato allarme: le Br stavano organizzando un altro colpo alle Poste o un attentato? Lui, il "compagno Mu", non ha saputo dare una risposta efficace. Limitandosi a precisare che "forse quella cartina l'ho usata una decina di anni prima, quando conoscevo poco Firenze, per partecipare a un concorso delle Poste. In uno dei luoghi segnati ci abitava anche un mio parente, dove io ho alloggiato".
L'attività del "postino" non si è però fermata qui. Ha infatti avuto contatti continui con Cinzia Banelli, la "compagna So". Personali e via telefono cellulare. L'uomo incontrò però un paio di volte anche un'altra militante delle nuove Br, nome in codice "Roberta". Come emerge dai file codificati dalla polizia dal palmare sequestrato a Nadia Desdemona Lioce, il 2 marzo scorso. La incontrò esattamente "la mattina del 30 dicembre 2002, per le prove generali alla rapina di via Torcicoda, a Firenze", come è scritto nel provvedimento di fermo dai magistrati fiorentini. Rapina che fu poi messa a segno all'inizio del febbraio successivo.
E' un indizio a cui gli investigatori hanno dato molta importanza. Perché significa che il "compagno Mu" era ben dentro l'organizzazione delle nuove Br, che conosceva più di un militante. Soprattutto conosceva "Roberta", che per gli investigatori corrisponderebbe alla terrorista che nelle irruzioni dentro l'ufficio postale fiorentino di via Torcicoda, teneva la pistola con la mano sinistra. Fu filmata dalle telecamere. E' lei l'attuale grande ricercata dagli investigatori e dalla magistratura di Firenze. "E' uno dei pochi militanti che manca ancora all'appello per completare la colonna toscana delle nuove Brigate rosse", come ama ripetere il Procuratore aggiunto, Francesco Flory. Non è tutto. Il "compagno Mu" potrebbe sapere qualcosa anche dell'organizzazione del delitto Biagi. Si incontrò infatti con la Banelli a Bologna, il pomeriggio del 5 febbraio del 2002. Quando l'organizzazione stava effettuando i pedinamenti al professore emiliano. Un incontro dedotto dagli appunti che la "compagna So" era solita appuntare nella sua agenda. Proprio a questo proposito sembra che i magistrati bolognesi, il Pm Giovagnoli in persona, abbiano già chiesto di poter sentire Di Giovannangelo. Proprio per porgli delle domande sull'agguato del 19 marzo 2002.
E mentre questa mattina al carcere fiorentino di Sollicciano si svolge l'udienza di convalida del suo fermo, la Cgil di Pisa (a cui era iscritto il "compagno Mu") ha annunciato attraverso il segretario provinciale Paolo Graziani, un'iniziativa unitaria con Cisl e Uil "per ribadire che il sindacato è assolutamente estraneo a ogni forma di terrorismo. Le forze dell'ordine stanno smantellando la rete e noi, nel nostro possibile faremo di tutto per dar loro una mano". Intanto, un consulente del ministero del Lavoro in anonimato ha dichiarato a un giornale locale fiorentino che dopo l'uccisione di Marco Biagi tutti i consulenti di questo stesso dicastero sono sotto scorta. Una curiosità: c'è un garofano rosso, freschissimo, sulla tomba, ancora provvisoria, di Mario Galesi. Il brigatista morto il 2 marzo scorso in un conflitto a fuoco sul treno Roma-Arezzo in cui perse la vita anche il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri."Il Gazzettino"
TERRORISMO Inedita analisi degli investigatori che tra Bologna, Firenze e Roma hanno messo alle corde le Br-Partito Comunista Combattente Quei brigatisti assomigliano ai serial killer "In preda a un'ossessione collettiva, seguono una ritualità maniacale. A differenza dei criminali comuni lasciano montagne di documenti" di GIUSEPPE PIETROBELLI
"Pensi alle loro azioni, ai loro comportamenti, alle tracce che hanno lasciato, alla loro ossessione... Non le pare che assomiglino più a deiserial killer che non a dei criminali comuni o politici?". Ora che il cerchio si sta irrimediabilmente stringendo attorno alle cellule terorristiche e sta andando finalmente in attivo il conto aperto della giustizia con le Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente, uno degli inquirenti che hanno reso possibili i successi di questi giorni può permettersi un lampo di riflessione. E offrire uno squarcio illuminante, ed inedito, sulle modalità di analisi che hanno fatto da sfondo alle indagini e sulla connotazione criminal-ideologica degli irriducibili armati.
Ma cosa c'entra il riferimento alserial killer in una storia come questa, fatta di radici politiche, gruppetti compartimentati, messaggi con il cellulare, pedinamenti, mentre l'assassino seriale è per sua natura un solitario, uccide per il gusto di farlo? La risposta alla domanda non può venire da un unico interlocutore, ma dall'analisi di quello che gli investigatori hanno fatto tra Roma, Bologna e Firenze.
POLIZIOTTI PLURICOMPETENTI.Non serve conoscere le strutture della Polizia di Stato per capire che il lavoro svolto soprattutto a Bologna con la "squadra Biagi" e a Roma ha consentito di mettere assieme tre approcci investigativi diversi, che hanno saputo integrarsi ottimamente. Pensiamo agli uomini delle Squadre Mobili (da Venezia è stato distaccato a Bologna il dirigente Vittorio Rizzi), che in gergo vengono chiamati i "mobilieri". Hanno una notevole esperienza sul campo, i morti li vedono per davvero, di omicidi se ne occupano quasi quotidianamente, hanno metabolizzato alla perfezione le metodiche di analisi della scena del crimine, di monitoraggio sulla vittima, di raffronto delle testimonianze. Sanno cosa cercare, chi interrogare e come. E siccome gli omicidi di Massimo D'Antona (20 maggio 1999 a Roma, 8.30 del mattino, non lontano dall'abitazione della vittima) e di Marco Biagi (19 marzo 2002 a Bologna, ore 20, davanti a casa) sono innanzitutto degli assassinii premeditati, sono stati guardati così, in primo luogo, come se si fosse danti a un delitto non politico.
Gli uomini delle Digos (gli ex Uffici Politici delle Questure) lavorano in modo diverso. Sono allenati all'analisi dei documenti, conoscono vita, morte e miracoli delle organizzazioni estremistiche, reagiscono con riflesso condizionato quando appare una sigla, conoscono gli ambienti da tenere sotto controllo. Ma le leve operative oggi non hanno mai visto un morto, prima di D'Antona o Biagi, a differenza dei poliziotti della Mobile. Quelli della Polizia delle Comunicazioni, invece, hanno competenze di valore assoluto sulle tecnologie e sulla capacità di condurre inchieste sulla nuove frontiere delle telematica e della telefonia. Mettendo assieme queste tre competenze le Br sono state sconfitte.
"QUANTE TRACCE DOCUMENTALI"."Ha mai visto un criminale comune lasciare così tante tracce come i brigatisti sul modo con cui hanno operato? Per lui l'azione si conclude con il raggiungimento dello scopo, non rischierebbe di lasciare prove dietro di sè". Il nostro interlocutore compie un passo in avanti nella definizione criminologica dei terroristi. L'osservazione è cruciale. Avete mai visto un narcotrafficante scrivere su un computer che il complice X si è mosso dalla città A alla città B portando con sè il tal tipo di merce? O un rapinatore indicare pedantemente come si usano i cellulari per parlare in conferenza mentre si va all'assalto di un ufficio postale? Avete mai visto un killer di professione annotare pseudonimi o sigle dei complici? I brigatisti lo fanno abitualmente, nient'affatto preoccupati per l'uso giudiziario che gli si può ritorcere contro se i documenti (cartacei o elettronici) vengono scoperti. Hanno lasciato una mole impressionante di appunti, seguendo un vezzo antico delle Br, convinte che il loro agire entrerà nella storia del movimento rivoluzionario.
UCCIDERE PER VIVERE, VIVERE PER UCCIDERE.Ed eccoci alle analogie con iserial killer, che uccidono perché in tal modo trovano una ragione della loro esistenza e finiscono per farne uno scopo assoluto di vita. I brigatisti, secondo un'analisi alquanto originale degli investigatori, sono simili agli assassini seriali proprio perché fanno dell'omicidio - a fine politico - un'ossessione, collettiva e non individuale (come accadeva a Stevanin o a Bilancia che uccidevano le prostitute). Ma pur sempre di ossessione si tratta. In questo caso è ancora più evidente se si considerano non solo le vite assolutamente normali, ma nel fondo frustrate, di molti militanti, ma anche l'assenza assoluta di senso storico che fa ritenere ai praticabile - e utile ai fini ideologici che professano - la pratica dello scontro armato.
UNA RITUALITÀ MANIACALE.Tutti iserial killerseguono rituali gratificanti, anzi si appagano nella reiterazione dei gesti. Lo stesso viene fatto dai brigatisti che seguono modalità per loro altamente significative, ma inutili ai fini del raggiungimento dei fini. Qualche esempio? Le annotazioni pedisseque, il lasciar traccia di ogni passaggio organizzativo o di dibattito interno, lo stesso linguaggio "brigatese" così difficile da capire, così incapace di comunicare. L'esempio più clamoroso (e inedito nella storia brigatista) è la formula del giuramento trovata nel palmare della Lioce, una specie di adesione ideologica, dichiarazione iniziatica, impegno verbale a condividere metodi di lotta e patrimonio ideologico del partito armato. Una cosca, una loggia. Comunque, una struttura che si compiace della propria segretezza, dei labirinti in cui un pugno di uomini e di donne si illudono di fare qualcosa che possa cambiare il mondo."Il Gazzettino"
CHI SONO Un gruppo di trentenni dove anche le donne fanno carriera Dieci giorni fa le Brigate Rosse erano un'organizzazione di imprendibili. Se ne poteva intuire il numero (ridotto), la centralità romana e toscana, qualche collegamento con i latitanti in Francia. Dal 24 ottobre sappiamo molte più cose, conosciamo l'identità di almeno una decina di persone che avrebbero aderito al progetto rivoluzionario armato. Non è poco, visto che il nucleo delle Br-Pcc non dovrebbe superare le 20-30 persone. Ecco chi sono e cosa sappiamo di loro.
Nomi & misfatti.Per tutti gli arrestati c'è l'accusa di partecipazione o organizzazione della banda armata Br-Pcc. Per ildelitto Biagi(un commando di 12 persone) sono indagati in cinque (ne mancano almeno 7): Mario Galesi (del '66, romano, ucciso nella sparatoria del 2 marzo ad Arezzo; faceva parte del commando), Nadia Lioce (44 anni, dalla Puglia trapiantata in Toscana, latitante da 8 anni), Cinzia Banelli (40 anni, Pisa), Roberto Morandi (40, Firenze), Simone Boccaccini (45 anni, Firenze). Per ildelitto D'Antona, oltre a Galesi (esecutore materiale), Lioce, Banelli (rivendicazione) e Morandi, anche i romani Paolo Broccatelli (32 anni, pedinamenti), Laura Proietti (30, era sul furgone del commando), Marco Mezzasalma (44, nuovo ideologo), Federica Saraceni (34 anni, maestra d'asilo, figlia di un deputato Verde). Per lerapine a Firenze (2002-2003) sono indagati Galesi, Lioce, Banelli, Morandi, Boccaccini e Bruno Di Giovannangelo (44 anni, postino, concorso morale). Per il soloreato associativo è indagato a Roma Alessandro Costa (33, sommelier).
Parità sessuale. Le Br non hanno mai fatto differenza di sesso neppure nella scala gerarchica. Degli undici arrestati, anche in questo caso, 7 sono uomini e 4 donne. Ma una di queste (Lioce) ha un ruolo di assoluta preminenza nell'organizzazione.
Trenta-quarantenni. Non è il partito dei ragazzini, nè di coloro che erano coinvolti con le vecchie Br. Il più vecchio ha 45 anni (Boccaccini), il più giovane 30 anni (Proietti). Hanno abbracciato la causa quando ormai il partito armato dei Moretti e dei Gallinari era sconfitto da più di dieci anni. Molti sono sposati o convivono. Hanno figli. La Banelli è incinta.
Gente qualunque.Lavori normali, anzi modesti. Un dipendente delle pulizie, una cameriera, un sommelier, una maestra d'asilo, un tecnico di radiologia, un'analista d'ospedale, un magazziniere comunale, un postino. L'unico laureato è l'ingegner Mezzasalma. Potrebbe essere il nuovo capo. Due di professione facevano i latitanti (Lioce e Galesi).
Toscana & Lazio. È sull'asse Roma-Firenze che è riattecchito il nuovo terrorismo. Sei terroristi vengono dalla capitale, cinque dalla Toscana."Il Corriere della sera"
Brigate rosse, una "staffetta" porta i documenti in carcere
Frasi del palmare della Lioce compaiono nel testo diffuso mesi dopo dalle celle
ROMA - Finora il percorso dei documenti era stato immaginato e parzialmente provato dal carcere verso l'esterno, dai "militanti prigionieri" alla "guerriglia in attività". Sulla base di quei sospetti è scattata l'accusa, per alcuni brigatisti irriducibili detenuti, di aver contribuito alla stesura della rivendicazione dell