11 gennaio - Il periodico "Limes"
pubblica un "botta e risposta" sull'Opus Dei tra lo studioso tedesco
Peter
Hertel e il portavoce dell' Opus Giuseppe Corigliano secondo
il quale l'Opera non ha scheletri nell'armadio. Hertel ricostruisce la
storia dell'Opus Dei e parla di una strategia che mira a "conquistare personalita'
di primo piano", a partire dalle quali "muove verso il basso" e ricorda
anche passate vicende finanziarie nelle quali si parlo' dell'Opus Dei,
che conta di solidi appoggi in Vaticano. compreso il card. Joseph Ratzinger.
Corigliano, nel replicare, ricorda tra l'altro che, nel 1982, si era diffusa
la voce che dava per certi, accordi tra il banchiere
Roberto Calvi
e membri della prelatura dell'Opus Dei "senza che se ne sia mai potuta
trovare traccia". Lo stesso vicario per l'Italia della Prelatura mons.
Mario
Lantini scrisse alla vedova Calvi chiedendo eventuali riferimenti
precisi che non c'erano altrove "ma non ebbe risposta".
3 febbraio - Guido Viola, ex sostituto
procuratore a Milano, e' stato cancellato dall'Ordine degli avvocati del
quale faceva parte dopo aver lasciato la magistratura. La cancellazione
e' stata decisa dal Consiglio nazionale dell'Ordine dopo che Viola ha patteggiato
una pena ad un anno e 10 mesi di reclusione per riciclaggio nell'ambito
di un processo per tangenti. Viola era stato mandato a giudizio insieme
ad altre persone per aver contribuito attraverso l'attivita' di una Sim,
di cui era titolare uno degli imputati, a riciclare alcune centinaia di
milioni provenienti da tangenti ricevute da Matteo Carriera nella veste
di presidente, prima, e di commissario, poi, dell' Ipab. Di Matteo Carriera,
Viola era stato difensore nei procedimenti di 'Mani pulite'. La cancellazione
e' un provvedimento meno grave della radiazione perche' permette all'interessato
di essere reinserito nell' ordine dopo 5 anni. Guido Viola e' stato per
molti anni uno dei magistrati piu' in vista della Procura di Milano: in
servizio nel capoluogo lombardo dal 1969 e fino alla fine del 1990, e il
procedimento di maggior rilievo che lo aveva visto impegnato come pm era
stato quello relativo a Michele Sindona, in due degli aspetti piu' gravi
della vicenda giudiziaria del banchiere: quello relativo all'insolvenza
della Banca Privata Italiana e quello riguardante l'accusa di omicidio
per l'uccisione del liquidatore dell'istituto, l'avvocato Giorgio Ambrosoli.
3 febbraio - Angelo Siino, collaboratore
di giustizia, sentito in un'aula del palazzo di giustizia di Roma nel processo
all' ex capo della mobile di Palermo Ignazio D' Antone accusato di concorso
in associazione mafiosa, rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo
e Anna Maria Picozzi, ammette di essere stato iscitto alla massoneria e
racconta anche che ''Bruno Contrada faceva parte della massoneria, in particolare
della loggia coperta dei 300 alla quale aderivano persone importanti di
Palermo e ufficiali delle forze dell' ordine''. Siino dice di aver saputo
dell' appartenenza di Contrada nell' ambiente massonico ''in particolare
da Angelo Randazzo e dall' ottico Di Pasquale''. Contrada sarebbe intervenuto
per evitare l' uccisione di Randazzo, condannato a morte da Cosa nostra
perche' aveva denunciato una estorsione. ''Contrada - ha detto Siino -
avrebbe chiesto e ottenuto da Stefano Bontade di non eseguire la condanna
a morte''. A Randazzo, secondo il collaboratore, era stato chiesto di trasportare
con la sua barca Michele Sindona da Atene a Palermo. ''Randazzo pero' -
ha aggiunto Siino - insceno' un guasto alla barca e Sindona fu costretto
a prendere il traghetto con Vitale e Fodera'“.
2 marzo - Al processo per la ricettazione
della borsa dell' ex presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, il
pm Maria Monteleone chiede l’ assoluzione di mons. Pavel Hnilica perche’
agi' in stato di necessita' e per non compromettere l' onore di Giovanni
Paolo II e del Vaticano quando accetto' da Flavio Carboni di entrare in
possesso di alcuni documenti contenuti nella borsa del banchiere Roberto
Calvi, trovato impiccato il 17 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri,
a Londra. Il rappresentante dell' accusa ha quindi chiesto ai giudici della
VII sezione del tribunale di Roma la condanna a sei anni di reclusione
per Carboni e a tre anni di reclusione del pregiudicato Giulio Lena (gia'
coinvolto in alcune indagini sulla banda della Magliana) perche' ritenuti
responsabili di ricettazione. Lo stesso pm ha anche chiesto al tribunale
la restituzione degli atti per procedere nei confronti di Carboni per il
reato di estorsione nei confronti dello stesso Hnilica e del Vaticano.
Secondo l' accusa, Carboni avrebbe ricevuto dal monsignore alcuni assegni
in bianco, ma questi sarebbero stati consegnati dal prelato nella convinzione
che servissero solo per finanziare una campagna di stampa a favore del
Vaticano su iniziativa di Carboni. I difensori di Carboni e di Lena hanno
invece chiesto l'assoluzione dei loro assistiti perche' il fatto non sussiste.
8 marzo - I giudici della VII Sezione del
Tribunale di Roma (presidente Giovanni Muscara') emettono la sentenza del
processo per la ricettazione della borsa di Calvi. Per aver ricettato i
documenti contenuti nella borsa, Flavio Carboni e il pregiudicato romano
Giulio Lena sono stati condannati rispettivamente a 4 anni e sei mesi e
a 2 anni di reclusione. Assolto dalla stessa accusa, perche' il fatto non
costituisce reato, mons. Pavel Hnilica. I due imputati sono stati inoltre
condannati al pagamento delle spese processuali e di una multa: dieci milioni
di lire per Carboni, al quale e' stata inflitta anche l' interdizione dai
pubblici uffici per cinque anni, e cinque milioni per Lena. Il processo,
riguardante fatti avvenuti nel dicembre del 1985, era scaturito da un'
indagine che prese lo spunto, nell' aprile dell' anno successivo, quando,
nel corso di un programma televisivo, il giornalista Enzo Biagi mostro'
la borsa di Calvi. A ricevere la valigetta, contenente anche passaporti
e mazzi di chiavi, era stato l' ex deputato Giorgio Pisano'. Secondo l'
accusa, Carboni avrebbe ricettato i documenti ottenendo da monsignor Hnilica
alcuni assegni in bianco che il prelato avrebbe giustificato per il finanziamento
di una campagna di stampa a favore del Vaticano. E' la seconda volta che
Carboni e Lena vengono condannati in primo grado per quei fatti, ma la
prima sentenza, emessa nel 1993, fu annullata dalla Corte di Appello di
Roma per un vizio di procedura. Carboni, tra l' altro, e' indagato, insieme
col cassiere della mafia Pippo Calo' e col pentito Francesco di Carlo,
per l' omicidio di Roberto Calvi. ''Dopo la condanna odierna, in una vicenda
dalla prova inarrivabile, non si sa piu' se ridere o se piangere: ormai
e' impossibile parlare di giustizia in questo paese se si arriva persino
a spostare le date dei fatti e a modificare le accuse a processo in corso''.
Cosi' l' avvocato Renato Borzone, difensore di Flavio Carboni, commenta
l' esito del processo. Nell' annunciare che impugnera' la sentenza dei
giudici romani, il penalista ha detto: ''La sola risposta che la difesa
puo' dare e' ancora una volta quella della fiducia nel diritto''.
16 marzo - In un magazzino a Lainate, alle
porte di Milano, l'archivio della Banca Privata di Michele Sindona e' stato
recuperato e catalogato per iniziativa dell'Archivio storico della Camera
di commercio di Milano, in collaborazione con il Centro sulla storia dell'impresa
e dell'innovazione e sotto la supervisione della Soprintendenza archivistica
per la Lombardia. Milleseicento faldoni, per un totale di 6.300 fascicoli,
che raccontano la storia della Banca Privata Italiana: dalla fondazione
nel 1919 (quando si chiamava Banca Unione) agli anni di Michele Sindona,
fino al periodo della liquidazione costata la vita a Giorgio Ambrosoli.
Sono stati riordinati, tra gli altri, gli appunti manoscritti di Ambrosoli,
cosi' come i documenti della contabilita' riservata di Sindona, utilizzati
nei processi per bancarotta e nell'istruttoria sull'assassinio del commissario
liquidatore. Il materiale pero' non sara' consultabile. Con il passaggio
degli atti dall'autorita' giudiziaria a quella per gli archivi, scattano
i vincoli della legge che vietano la consultazione per 40 anni per gli
atti relativi all'attivita' bancaria e per 70 per i documenti con notizie
riservate, come sono le relazioni di Ambrosoli. Deroghe saranno possibili
- e' stato spiegato durante la presentazione dell'archivio - solo dietro
richiesta motivata alla Soprintendenza, che la girera' al ministero dell'Interno,
cui spettano le decisioni sull'accesso agli atti d'archivio. "Ma il fatto
fondamentale - hanno spiegato i curatori dell'iniziativa - e' l'atto di
civilta' che e' stato compiuto catalogando queste carte. Quaranta o 70
anni sono una vita, ma passano: l'importante era sottrarre queste carte
all'abbandono e alla dimenticanza". "E' importante per la storia di Milano
e dell'Italia - ha commentato Anna Lori Ambrosoli, vedova dell'avvocato
- che il sacrificio di mio marito e delle persone che hanno collaborato
con lui non vada disperso. La ricerca della verita' ha dato i suoi frutti,
in questi anni. C'e' ancora nel Paese la volonta' di far venir fuori la
verita"'.
28 marzo - L'ex presidente della Commissione
Difesa della Camera Falco Accame segnala che nel suo sito
Internet, Antonino Arconte, un sardo che dice di essere stato un gladiatore
dal nome in codice G71, scrive che negli anni '70 furono indetti concorsi
dal ministero della Difesa per entrare nel Sid (i servizi segreti dell'epoca)
e da qui transitare in Gladio. Scorrendo il sito, realizzato alcuni anni
fa, si legge che "Gladio era composto di tre centurie: la prima era chiamata
'Aquile', ed era composta da aviatori e para' della Folgore; la seconda
'Lupi', ed era composta da personale della Marina e dell'Esercito; la terza
era invece chiamata 'Colombe' ed era composta da civili, donne comprese".
Accame sottolinea che il nome di Antonino Arconte non figura nella lista
dei 622 resa nota in Parlamento, risultata comunque "del tutto inattendibile"
e che le modalita' di reclutamento "se vere, sarebbero del tutto inedite".
G71, infatti, "sarebbe stato arruolato nel '70 in un concorso di militari
per il passaggio nel Sid tenutosi a Viterbo. Ora lamenta - aggiunge Accame
- che pur essendo a libro paga fin dal 1970, non prende la pensione, ne'
ha potuto riscuotere i due terzi del suo stipendio accantonato in titoli
di Stato". In un' intervista, anche questa presente in rete e di cui inserisco
una
copia, perche' difficile da raggiungere, Arconte dice anche che Raul
Gardini era una delle 'Colombe' ed esprime forti dubbi sul suo suicidio.
2 aprile - Muore negli Stati Uniti il primo
grande pentito di mafia Tommaso Buscetta, da anni malato di cancro. Di
Michele Sindona aveva detto tra l'altro:"era un pazzo, voleva fare una
rivoluzione in Italia, per questo Bontade lo allontano'".
18 aprile - L' ex terrorista nero Valerio
Viccei, poi diventato rapinatore, muore in una sparatoria con la polizia
sulla strada provinciale per Sant'Egidio alla Vibrata (Teramo), ai confini
tra Lazio e Abruzzo. Nella sparatoria restano feriti anche un poliziotto
e Antonio Maletesta, un complice di Viccei. I due stavano forse preparando
un rapimento. Valerio Viccei, 45 anni, originario di Ascoli Piceno, era
in semiliberta' dal 10 ottobre 1996 su disposizione del Tribunale di Sorveglianza
dell' Aquila. Era stato estradato dalla Gran Bretagna dove era stato arrestato
per una rapina da 150 miliardi compiuta il 12 luglio 1987 al "Kinghtsbridge
Safe Deposits Center" di Londra. Viccei stava scontando i circa 20 anni
di pena inflittagli per vari reati, tra cui una serie di rapine e l' omicidio
di un complice. Figlio di un avvocato liberale, studente di giurisprudenza,
Viccei da giovane era stato vicino a Gianni Nardi, l'estremista nero originario
di Ascoli in un incidente stradale in Spagna, ma che “lady Golpe” Donatella
Di Rosa ha sostenuto essere ancora vivo. Nel 1993 Viccei aveva detto che
in una delle cassette di sicurezza svuotate nel 1987 nel deposito di Knightbridge
a Londra ci sarebbero stati documenti appartenenti a Roberto Calvi. Inoltre
da un'altra cassetta la banda avrebbe portato via documenti appartenenti
a Franceso Di Carlo, un boss mafioso che alcuni pentiti hanno accusato
dell' uccisione di Roberto Calvi. I documenti sarebbero un passaporto e
una carta d' identita' in bianco del Vaticano ed altre carte relative al
Banco Ambrosiano. In un primo momento i due documenti in bianco erano sembrati
molto interessanti ai magistrati, ma si era poi scoperto che risalivano
al 1984, cioe' a due anni dopo la morte di Calvi. il settimanale britannico
"Sunday Times" scrisse che le presunte rivelazioni sul caso Calvi erano
tutte invenzioni finalizzate ad ottenere gli arresti domiciliari e fuggire
in Sud America.
16 maggio - La giornalista Paola Di Giulio,
che secondo un'intercettazione telefonica agli atti dell'inchiesta sui
falsi dossier avrebbe presentato Angelo Demarcus e Alessandro D'Ortenzi,
precisa "di non avere mai direttamente
presentato i due e di non conoscere assolutamente
il caso dei falsi dossier". La Di Giulio sottolinea di non aver mai collaborato
con 'l'Avanti' e di essere stata ascoltata dai pm romani Maria Monteleone
e Giovanni Salvi come testimone nel 1998 "in relazione al possesso regolare
della sentenza sul processo relativo alla ricettazione della borsa di Calvi.
Un documento che la giornalista acquisi' "in relazione alla stesura della
biografia su padre Andrea Felix Morlion, rettore dell' universita' Pro
Deo".
29 maggio - “Il banchiere di Dio” e' il
titolo del film che ripercorrera' il periodo del fallimento del Banco Ambrosiano
del quale Roberto Calvi fu il presidente. Il regista e' Giuseppe Ferrara
che con Armenia Balducci ha scritto la sceneggiatura. Gli interpreti saranno
Omero Antonutti (Roberto Calvi), Giancarlo Giannini (Flavio Carboni), Luca
Barbareschi (Francesco Pazienza). La produzione e' di una nuova societa'
“Sistina Cinematografica” il cui amministratore unico e' l' architetto
Massimo Marconi mentre il produttore esecutivo e' Mauro Berardi e la distribuzione
sara' dalla 20th Century Fox.
29 giugno - In un' intervista
al "Corriere della Sera" Alberto Crespi, all' epoca legale di Mediobanca,
racconta:"La verita' e' questa: Enrico Cuccia mi incarico' riferire al
giudice istruttore Ovilio Urbisci le minacce che Michele Sindona rivolse
al commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli, nel corso di un colloquio
a New York nell' aprile del 1979. Lo feci immediatamente". Cuccia successivamente
in sede processuale non avrebbe rivelato queste segnalazioni date ai giudici
per timore di ritorsioni contro la sua famiglia. "Sindona fece una forte
pressione sull' allora amministratore delegato di Mediobanca perche' lo
incontrasse" e in quel colloquio a New York del 1979 Cuccia rimase colpito
dal tono delle minacce contro Ambrosoli, anche se c'erano stati episodi
precedenti. Secondo Crespi, "erano anni che Sindona, direttamente o per
interposta persona, minacciava sia Cuccia sia Ambrosoli": i due - rivela
Crespi - si scambiarono piu' volte informazioni sugli 'avvertimenti' ricevuti.
Di questi avvertimenti - spiega Crespi - Cuccia aveva parlato con il pubblico
ministero Guido Viola: "lo accompagnai io stesso dal magistrato una sera
fra il '77 ed il '78, nella fase di istruttoria sommaria del procedimento
di bancarotta aperto dopo il crac. Ma quella volta a New York Sindona fu
particolarmente duro, determinato. Si espresse in termini aspri, minatori.
Percio' Cuccia non appena tornato mi convoco' e mi incarico' di riferire
ogni cosa al giudice Urbisci". Crespi lo fece la mattina seguente e il
giudice gli disse di essere al corrente delle minacce e che i telefoni
erano sotto controllo.
7 luglio - Presentando al festival "L'
Altrocinema" la miniserie “Le innocenti”, storia di mafia per Rai 2, il
regista Giuseppe Ferrara conferma che realizzera' un film, "Banchieri di
Dio", finanziato dal Ministero dei Beni Culturali e incentrato sulle storie
di Calvi e MarcinKus per svelare le ragioni e i retroscena dell' omicidio
Calvi.
14 ottobre – Le autorita’ britanniche hanno
consegnato all’ Italia, a fine settembre, resti biologici prelevati subito
dopo il ritrovamento del cadavere consente infatti di appurare se Calvi
sia stato avvelenato o drogato prima di morire. I nuovi esami sono stati
affidati a tre esperti nell'ambito dell'incidente probatorio disposto dal
Gip Otello Lupacchini, su richiesta dei Pm Maria Monteleone e Giovanni
Salvi, e che ha come scopo l'accertamento delle cause della morte dell'ex
presidente dell'Ambrosiano. I resti arrivati da Londra consentono anche
l'accertamento del Dna, un elemento importante per l'inchiesta poiche'
uno dei punti rimasto da sempre oscuro riguardava proprio delle tracce
biologiche, prelevate da un indumento intimo trovato sul cadavere del banchiere,
e da cui risultava la presenza di due Dna diversi. La circostanza indusse
gli inquirenti a ipotizzare alcuni scenari, non ultimo quello che il banchiere
potesseessere stato vestito da qualcuno con abiti non suoi. L'esito dei
nuovi esami dovrebbe essere consegnato ai magistrati tra una ventina di
giorni.
19 ottobre - Le Sezioni unite civili della
Cassazione confermano la cancellazione dall'ordine degli avvocati per Guido
Viola, l' ex sostituto procuratore milanese, che da magistrato si e' occupato
di inchieste sul terrorismo e su Michele Sindona. La cancellazione, che
e' un provvedimento meno grave della radiazione perche' permette all'interessato
di essere reinserito nell' ordine dopo 5 anni, era stata disposta nel febbraio
di quest'anno dal Consiglio nazionale dell'ordine degli avvocati, dopo
che l'ex magistrato - che esercita la professione forense dal 1990 - aveva
patteggiato una pena ad un anno e 10 mesi di reclusione per riciclaggio
nell'ambito di un processo per tangenti.
9 novembre - Il quotidiano "Il Tempo" pubblica
una lunga intervista di Stefano Mannucci a Antonino Arconte sulla sua esperienza
di "gladiatore". Arconte, nato a Oristano, in Sardegna, il 10 febbraio
1954, ha gia' scritto delle sua avventure in un sito
internet in cui racconta le sue esperienze in operazioni segrete "Stay
behind" in Vietnam, in Angola, in Medio Oriente, in Sudafrica. arconte
afferma anche che la Gladio rivelata da Giulio Andreotti in Parlamento
non era la vera Gladio, divisa in centurie di Aquile (composta da aviatori,
elicotteristi, paracadutisti), di Lupi (composta da truppe scelte arruolate
tra la Marina militare) e di Colombe (personale civile con compiti soprattutto
informativi e dei quali faceva parte, secondo Arconte, anche Raul Gardini,
che lui ritiene sia stato "suicidato"). Per Arconte, la struttura e' poi
stata smantellata a tradimento ealcuni gladiatori sono stati "eliminati",
tra cui anche il tenente colonnello del Sismi Mario Ferraro, trovato impiccato
in casa e sul cui suicidio ci sono stati sempre molti dubbi. Lo stesso
Arconte dice di aver subito una perquisizione con accuse ingiuste per detenzione
di stupefacenti e di essere stato oggetto di un attentato quando qualcuno
tento' di buttarlo giu' da una scogliera. Arconte fa vedere al giornalista
anche alcune lettere in cui Bettino Craxi lo invitava a tacere per il bene
del Paese. Arconte racconta anche che, pochi giorni prima del rapimento
di Aldo Moro fu mandato a Beirut, in Libano, dove doveva incontrare proprio
Ferraro. Arconte riusci' a vedere che tra gli ordini da lui portati c'
era anche quello di attivarsi per cercare contatti con gruppi terroristici
del Medio Oriente per ottenere la liberazione di Moro, che pero' non era
ancora stato rapito.
23 novembre - In un'intervista al "Corriere
della sera", Angelo Siino, ex 'ministro dei Lavori Pubblici' di Cosa Nostra
e attualmente collaboratore di giustizia" dice che Bernardo Provenzano
continua ad essere il capo della mafia, il principale referente di un gruppo
di potere che in Sicilia gestisce il sistema degli appalti esattamente
come prima". Secondo Siino, in questo momento l'interesse di Provenzano
"e' lo stesso dei politici: tenere bassa la pressione e far cadere la mafia
nel dimenticatoio. Solo cosi' l'emergenza sara' del tutto superata e in
Sicilia torneranno i soldi e gli affari che si facevano prima". Siino afferma
poi che se Provenzano venisse arrestato "non si pentirebbe, come non s'e'
pentito Riina, ma manderebbe segnali e messaggi, come pure sta facendo
Riina, per mantenere integro il suo patrimonio, che probabilmente e' gia'
in gran parte all'estero". "Se invece resta libero", aggiunge, "allora
ricomincera' ad arrivare il denaro pubblico in Sicilia", "e si correrebbe
un altro rischio, il ritorno della violenza". Siino interviene poi sul
suicidio di Raul Gardini, affermando: "Io credo che abbia avuto paura per
le pressioni sempre piu' insistenti del gruppo mafioso sul carro sul quale
era stato costretto a salire, quello dei fratelli Nino e Salvatore Buscemi".
In particolare, Siino racconta: "Quando si tratto' di assegnare l'appalto
per la costruzione della strada San Mauro-Ganci, Nino Buscemi mi disse
che il 60 per cento dei lavori doveva essere assegnato alle imprese del
gruppo Ferruzzi". Il collaboratore di giustizia, infine, rivela: "Di Maggio
venne a chiedermi se potevo confermare la storia del bacio tra Riina e
Andreotti mentre ero agli arresti ospedalieri". La procura di Palermo aveva
indagato ancora prima della collaborazione di Angelo Siino sui rapporti
tra Antonino Buscemi, titolare della "Calcestruzzi Palermo spa", con la
"Calcestruzzi spa", il cui presidente era l' imprenditore Lorenzo Panzavolta
e che faceva parte del gruppo Ferruzzi. Secondo un' indagine del Ros, Buscemi
potrebbe essere un prestanome dei boss Riina e Provenzano, e dichiarazioni
in questo senso sono giunte dai pentiti Leonardo Messina e Giovanni Brusca.
Quest' ultimo ha poi affermato che Buscemi aveva rapporti diretti con Raul
Gardini, il presidente di Montedison morto suicida. Secondo Sergio Cusani,
stretto collaboratore di Raul Gardini, le dichiarazioni di Siino sono "Una
disgustosa fandonia di chi vuole agguantare dei benefici". Intervistato
da Primo piano del Tg3, Cusani ricostruisce il contesto che porto' il gruppo
in Sicilia: "La Calcestruzzi, con altre imprese, aveva deciso di entrare
nel mercato siciliano che era considerato un mercato ricco. Per questo,
aveva comprato una societa' di calcestruzzo a Palermo. La calcestruzzi
- prosegue Cusani - godeva di una autonomia assoluta perche' Panzavolta
l'aveva creata e la gestiva come un autocrate. Ad un certo punto, dopo
un attentato, salto' fuori il nome di questo Buscemi (Buscemi secondo Siino
era nella sfera di Toto' Riina). Gardini fu molto seccato da questa storia
- ricorda Cusani - e all' interno del gruppo si apri' un'inchiesta. Cusani
ricorda che Panzavolta presento' Buscemi come un manager dell'azienda comprata
in Sicilia". Quel passaggio, ricorda Cusani, turbo' tanto Gardini da spingerlo
a pensare di liberarsi della Calcestruzzi: "vendo la Calcestruzzi
e cosi' vendo anche Panzavolta". Cusani conclude escludendo "rapporti diretti
di Gardini con la mafia" ed escludendo, quindi, che possa essersi suicidato
per le pressioni esercitate da ambienti mafiosi.
Sul rapporto Gardini-mafia, il periodico "Antimafia
duemila" nel numero di maggio, aveva gia' scritto:
"Il direttore dello SCO, Alessandro Pansa è
intervenuto proprio su questo tema sempre in occasione della
presentazione del libro di Lodato a Bologna, “...i grandi interessi
economici in una realtà criminale come Cosa Nostra hanno come
esigenza assoluta elementi di mediazione, di coloro cioè che
mettono in contatto il criminale con il mondo economico. Se guardiamo
al territorio nazionale, ad esempio, la Sicilia scopriamo che i
collegamenti fra i livelli più bassi a quelli più elevati
che si sono stabiliti tra il mondo economico e il mondo criminale
sono stati quelli della politica. Nel momento in cui
le inchieste del passato sono state mirate ad individuare questa
relazione tra politica e mafia, senza considerare che il ruolo della
politica era un ruolo intermedio, strumentale, non era lo scopo finale,
si scopre forse anche il perché alcune inchieste sono fallite
e il livello economico non è stato interamente perseguito
e perché ancora oggi noi non ci siamo spiegati bene perché
Calvi si è suicidato o è stato ammazzato, perché
Sindona si è suicidato o è stato ammazzato e forse
oggi sorge anche il dubbio di altri personaggi come Raul Gardini
che si è suicidato o è morto perché è
morto.”
1 dicembre - Potrebbe essere riaperta l'
inchiesta sul caso di Mauro De Mauro, il giornalista siciliano rapito il
16 settembre 1970 e mai piu' ritrovato: nell' ambito dell' inchiesta sulla
morte del presidente dell' Eni Enrico Mattei, la Procura di Pavia avrebbe
raccolto diversi elementi utili. La notizia verra' pubblicata, domani,
sul quotidiano 'La provincia pavese'. Un dossier raccolto da Vincenzo Calia,
il pm pavese che indaga sulla morte di Mattei, precipitato con il suo aereo
a Bescape' (Pavia) il 27 ottobre 1962, sarebbe da alcuni giorni sul tavolo
del procuratore aggiunto di Palermo, Guido Lo Forte. Dalle indagini emergerebbe,
in particolare, che De Mauro sarebbe stato ucciso per avere collaborato
con il regista Francesco Rosi alla sceneggiatura del film 'Il caso Mattei'.
Inoltre, secondo alcune testimonianze, De Mauro sarebbe stato assassinato
poiche' riteneva che responsabili della morte di Mattei fossero Eugenio
Cefis (allora vicepresidente dell' Eni) e l' avvocato Vito Guarrasi (morto
lo scorso anno e considerato uno dei personaggi piu' influenti della vita
pubblica siciliana). Secondo altre testimonianze, i giudici che all' epoca
indagarono sulla scomparsa di De Mauro (il pm Ugo Saito e il giudice istruttore
Mario Fratantoni), si erano convinti che dietro alla morte di Mattei ci
fosse stato anche Amintore Fanfani, sostenitore di una politica petrolifera
antitetica a quella del presidente dell' Eni e di Aldo Moro. La Procura
della Repubblica di Palermo sta valutando se riaprire o meno l' inchiesta
su Mauro De Mauro.”Posso solo dire che c'e' stato uno scambio di atti con
i colleghi di Pavia - dice il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo
Forte - e al momento nessuna iniziativa e' stata adottata dal nostro ufficio”.
I pm di Palermo hanno fornito ai colleghi lombardi tutta una serie di dati
e verbali attinenti alla morte di Enrico Mattei e alla misteriosa scomparsa
del giornalista del quotidiano L' Ora”, Mauro De Mauro. Dopo lunghi anni
nei quali soltanto poche volte aveva detto qualcosa sulla fine fatta fare
al fratello, il ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro recentemente
e' tornato a parlarne pubblicamente in piu' di un' occasione.
3 dicembre - In una intervista alla "Provincia
Pavese", Elda De Mauro, vedova di Mauro De Mauro, il giornalista scomparso
il 16 settembre 1970 e mai piu' ritrovato, dice: "Io non so se vivro' ancora
poco o tanto. Magari non ci sono piu' quelli che materialmente hanno portato
via mio marito. Magari saranno in America o sono morti. Ma ho sempre fiducia
che la verita' salti fuori". Nell'ambito dell'inchiesta (ancora aperta)
sulla morte del presidente dell'Eni Enrico Mattei, la Procura di Pavia
ha raccolto elementi sul caso De Mauro. Un dossier di informazioni, raccolto
dal pm Vincenzo Calia (che indaga sulla morte di Mattei), e' da alcuni
giorni sul tavolo del procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte. Dalle
indagini condotte dalla Procura pavese emergerebbe, in particolare, che
De Mauro sarebbe stato ucciso per avere collaborato con il regista Francesco
Rosi nella sceneggiatura del film 'Il caso Mattei'. Inoltre, secondo alcune
testimonianze, De Mauro sarebbe stato assassinato perche' riteneva che
nella morte di Mattei fossero coinvolti anche Eugenio Cefis (ex vicepresidente
dell'Eni) e l' avv.Vito Guarrasi (morto lo scorso anno e ritenuto personaggio
influente della vita pubblica siciliana). Per altri testi, i giudici che
indagarono all'epoca sulla scomparsa di De Mauro si erano convinti che
dietro la morte di Mattei ci sarebbe stato anche Amintore Fanfani, sostenitore
di una politica petrolifera antitetica a quella del presidente dell'Eni
e di Moro. Nell' intervista, la vedova di Mauro De Mauro riferisce in particolare
di una visita che fece a casa sua il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,
all'epoca della scomparsa di suo marito comandante dei carabinieri per
la Legione Sicilia. "Ricordo che un giorno - racconta Elda De Mauro - Dalla
Chiesa era arrivato a casa mia con il colonnello Ninni Russo. Gli spiegai
dell'Eni e del lavoro di mio marito su Mattei. Il generale Dalla Chiesa
mi disse: 'Signora, e' delitto di Stato e io contro lo Stato non vado'.
A quel punto io lo mandai fuori casa". In un'altra dichiarazione Elda Di
Mauro afferma che "quasi tutti coloro che si interessarono di mio marito
sono morti ammazzati". La donna fa poi l'elenco: "Il commissario Boris
Giuliano, il procuratore Pietro Scaglione, il generale Dalla Chiesa, il
colonnello Ninni Russo e anche il giudice Cesare Terranova. Aveva appena
finito la sua esperienza da parlamentare quando mi disse che per prima
cosa si sarebbe occupato della scomparsa di mio marito. Ma non fece in
tempo perche' la prima volta che usci' di casa per andare a Palazzo di
Giustizia, venne ucciso".
9 dicembre - La Procura di Roma ha detto
di non essere a conoscenza di indagini in Gran Bretagna che avrebbero
portato alla conclusione che il banchiere Roberto Calvi fu assassinato.
“Non si e' a conoscenza di indagini condotte da autorita' britanniche”,
ha precisato la Procura in relazione a un articolo
che sara' pubblicato domani dal quotidiano britannico "Sunday Times", del
quale sono state date anticipazioni a alcuni organi di stampa. “Pertanto
- sottolinea la Procura - si ritiene che la notizia sia destituita di fondamento.
Per quanto concerne gli accertamenti condotti in Italia, occorrera' attendere
l'esito della perizia disposta dal gip il cui deposito e' previsto nei
prossimi mesi”. Gli accertamenti di natura medico legale per stabilire
le cause della morte del banchiere trovato impiccato nel giugno 1982 sotto
il ponte dei Frati Neri, a Londra, erano stati disposti dal gip Otello
Lupacchini nell'ambito di un incidente probatorio sollevato dai legali
degli indagati. Il “Sunday Times” scrive che tre periti, che hanno eseguiti
modernissimi esami sul cadavere di Calvi, esumato dal cimitero di Drezzo,
sono arrivati alla conclusione che Calvi fu assassinato. Il rapporto dovrebbe
essere consegnato in gennaio alla magistratura di Roma.
10 dicembre - Il domenicale britannico
"Sunday Times" scrive che una perizia
condotta da tre esperti per conto del tribunale di Roma e quasi ultimata,
dimostrerebbe che il banchiere Roberto Calvi trovato morto con una corda
al collo sotto il ponte dei Frati Neri di Londra nel giugno 1982, non si
suicido' ma fu assassinato. I tre esperti, uno studioso di diritto, un
chimico e un antropologo, consegneranno il mese prossimo al Tribunale di
Roma la loro perizia basata sull'autopsia del cadavere del 'banchiere di
Dio' avvenuta dopo la riesumazione dal cimitero di Drezzo, su test del
Dna e altre prove documentali trovate sul luogo della morte. Secondo lo
studioso di diritto Antonio Fornari, ingaggiato dalla famiglia Calvi, i
tre esperti hanno concluso che "nulla contraddice all'ipotesi dell'omicidio
e molti elementi la dimostrano positivamente". Tra le prove a sostegno
dell'ipotesi dell'assassinio, un livido profondo e chiaramente visibile
sul polso della mano destra di Calvi, risultato incompatibile con la corda
usata per la presunta impiccagione e causato verosimilmente da qualcuno
che gli afferrro' il polso prima della morte. Secondo il settimanale britannico,
il figlio del banchiere, Carlo, attualmente in Canada dove lavora come
uomo d'affari, ha espresso soddisfazione per le conclusioni della perizia
che dimostrano quanto sia stata giusta la "dolorosa" decisione di riesumare
la salma del padre. " ia madre ed io abbiamo combattuto per 18 anni nel
tentativo di dare un significato alla morte di mio padre. Sono molte le
prove che dimostrano come sia stato ucciso per ordine della mafia. Aveva
anche molti nemici in Vaticano". Sempre secondo il 'Sunday Times', la procura
di Roma, una volta ricevuto il rapporto dei tre esperti, dovrebbe chiedere
di rinviare a processo per l'omicidio di Calvi il faccendiere sardo Flavio
Carboni, il 'cassiere della mafia' Pippo Calo' e Francesco Di Carlo "lo
Strangolatore", un trafficante di droga legato alla mafia. Il prof.Antonio
Fornari, medico legale incaricato dalla famiglia del banchiere di stabilire
le cause della morte di Calvi dice:"Sono sempre stato convinto che Roberto
Calvi fu ucciso, ma non ho alcun elemento per sostenere che anche i periti
incaricati da Gip di Roma condividano la mia opinione". "Non ho avuto alcun
contatto - spiega Fornari - con i periti incaricati dal Gip e non so nulla
delle loro conclusioni". "Quanto e' stato trovato - aggiunge Fornari -
su corpo e vestiti di Calvi da piu' esperti e' ritenuto compatibile piu'
con un omicidio piuttosto che con un suicidio. L' ho ripetuto spesso. Quando
parlo di esperti, pero', non mi riferisco ai periti del tribunale di Roma,
delle cui opinioni non so nulla". L' avvocato Renato Borzone, difensore
di Flavio Carboni, uno dei tre indagati per l' omicidio del banchiere Roberto
Calvi, lamenta la continua diffusione di indiscrezioni, "sempre infondate",
sull' esito della perizia medico - legale, riconducibili "a fonti vicine
alla famiglia" dell' ex presidente del Banco Ambrosiano. Gli accertamenti,
affidati dal gip di Roma Otello Lupacchini ad un collegio di esperti composto
dal professor Brinkmann, uno dei medici legali tedeschi piu' noti, da un
chimico e da un antropologo italiani, da "quanto risulta alla difesa -
afferma Borzone - e agli stessi consulenti tecnici, Angelo Fiori e Silvio
Merli, sono ancora in corso e non sono stati depositati". Per il difensore
di Carboni "due sono le possibilita': o tali notizie, com' e' altamente
probabile, sono del tutto infondate e determinano obbiettivamente un condizionamento
degli sviluppi della perizia, o hanno un qualche fondamento e allora porranno
il problema di individuare di quali fonti preferenziali di informazione
nei confronti dei periti d' ufficio dispongano alcune parti del procedimento".
"In ogni caso - conclude Borzone - in attesa di comprendere con precisione
i fatti, la difesa di Carboni continuera' (ma nelle sedi proprie)
le sue iniziative per dimostrare il suicidio di Roberto Calvi, cosi' come
uno dei massimi esperti di medicina legale mondiali, il professor Keith
Simpson, aveva gia' stabilito al momento dei fatti". La perizia medico-legale
e' stata disposta dal gip Lupacchini nell' ambito di un incidente probatorio
sollevato dai magistrati titolari dell' inchiesta, i pm Giovanni Salvi
e Maria Monteleone. Recentemente il gip ha chiesto ai periti di accertare
anche se Calvi sia stato avvelenato o drogato prima di morire.
11 dicembre - In un' intervista pubblicata
dal quotidiano online "Il Nuovo", il prof. Antonio Fornari, 77 anni e direttore
dell’Istituto di medicina legale del Policlinico San Matteo di Pavia, con
un passato di “autopsie illustri” che spaziano da Pinelli a Sindona fino
a Feltrinelli, dal 1982 difende la tesi dell' omicidio. “Sono stato il
primo – racconta – a sostenere che Calvi non poteva essersi suicidato.
La famiglia mi aveva incaricato di stabilire le reali cause della morte,
nominandomi loro medico ufficiale. E io, da subito, ho detto che si trattava
di omicidio”.
Una sentenza senza esitazioni.
Perché non poteva essere suicidio?
“Calvi è morto tra mezzanotte e l’una.
A quell’ora l’acqua del Tamigi arrivava alle spalle dell’uomo. E non è
certo possibile impiccarsi nell’acqua”.
Perché?
“Beh, è il principio di Archimede: un
corpo immerso nell’acqua riceve una spinta uguale e contraria al proprio
peso che finisce per spingerlo in superficie”.
Un principio elementare. Com’è possibile,
quindi, che il medico legale che ha eseguito la prima autopsia non ne ha
tenuto conto?
“Quando il cadavere è stato trovato, la
mattina, l’acqua del fiume arrivava ai piedi del banchiere. Ma non è
tanto questo. Londra è una città di dodicimilioni di abitanti.
E mi deve credere: di suicidi ne avvengono talmente tanti che accertarne
uno in più è solo questione di routine. Calvi aveva con sé
documenti falsi, e per Simpson non era altro che un anonimo suicida qualunque.
In Inghilterra, poi, le procedure per stabilire la morte di qualcuno sono
davvero molto più sbrigative rispetto alle nostre”.
Solo questo?
“Va beh. Le racconto un aneddoto. Si dice che
Simspon, un vecchio medico legale londinese, proprio la mattina di giugno
in cui hanno ritrovato il corpo di Calvi si dovesse sposare. Aveva trovato
una giovanissima ragazza che gli aveva fatto perdere la testa e non vedeva
l’ora di passare con lei la prima notte di nozze”.
Il caso Calvi ostacolato dalla passione di un
uomo?
“E’ un aneddoto. Però così è.
Grazie alla perizia del dottor Simpson la Corte di Londra aveva chiuso
il caso, la prima volta, con il verdetto del suicidio”.
E poi cosa è successo?
“Io e i medici Pozzetto e Ritucci abbiamo riesaminato
la salma. L’esito, alla fine, è stato incerto. E la Corte ha accettato
entrambe le ipotesi come possibili: suicidio o omicidio. Io, però,
ho sempre sostenuto solo quest’ultima ipotesi come possibile”.
Come sarebbe stato ucciso Roberto Calvi?
”Secondo me il banchiere sarebbe stato strangolato.
Il suo cadavere sarebbe poi stato portato sotto il ponte dei Frati Neri
su un’imbarcazione. E poi appeso a un traliccio”.
A 18 anni di distanza il Sunday Times le dà
ragione.
“Ora aspetto con curiosità le conclusioni
della perizia del professor Briekmann. E’ un medico tedesco molto bravo
e sta lavorando sulla salma di Calvi da circa un anno”.