Almanacco dei misteri d' Italia


Strani suicidi e strani incidenti
le notizie del 2001

(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)

20 gennaio – Il quotidiano “La Stampa” pubblica una serie di servizi sulla morte di Enrico Mattei, alla luce dei nuovi possibili sviluppi emersi dall’ inchiesta:
“Enrico Mattei – scrive il giornale torinese - fu vittima di un intrigo politico. L'aereo sul quale viaggiava, insieme col pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William Mc Hale, fu sabotato con un ordigno esplosivo collegato al congegno di atterraggio. La congiura maturo' in Italia anche per quel che attiene al probabile coinvolgimento, nell'esecuzione del delitto, della mafia: a quasi quarant'anni dall'<<incidente>> di Bascape', il movente della morte del presidente dell'Eni si allontana dagli scenari internazionali popolati dai ras delle <<Sette sorelle>> del petrolio per imboccare una pista inedita. Mattei eliminato da una oscura regi'a politico-istituzionale decisa a contrastare le scelte dell'Eni in vista degli assetti che stavano per maturare con l'avvento del primo governo organico di centrosinistra. La congiura fu possibile, secondo l'inchiesta della procura di Pavia anche grazie a <<sponde>> piu' o meno interne allo stesso Eni e al conflitto tra Mattei e quello che poi sarebbe diventato il suo successore, Eugenio Cefis. Di questo si sta occupando la Procura di Pavia, competente perche' in quel territorio ricade Bascape', teatro della tragedia. Il giudice che, dal 20 settembre 1994, continua ad indagare in assoluta solitudine si chiama Vincenzo Calia. Con pazienza certosina (ha letto milioni di fogli di carta, compreso libri e giornali) ha rimesso in piedi una sceneggiatura che forse non vedra' esiti processuali ma consegna alla cronaca una ricostruzione che lascia senza fiato ribaltando verita' fino a ieri consolidate. La logica seguita dal magistrato tiene il ritmo serrato del romanzo ed ogni particolare, ogni dubbio, ogni <<depistaggio>> (e quanti se ne vedono anche in questa vicenda), viene sfrondato dall'incastro di deduzioni, di testimonianze ed ammissioni di protagonisti. Primo fra tutti quel Graziano Verzotto, senatore dc, veneto trapiantato in Sicilia, che fu presidente dell'Ente Minerario e personaggio controverso fino a essere travolto da inchieste giudiziarie che lo hanno portato a latitanze in mezzo mondo, da Parigi a Beirut. Un <<giallo>>, quello di Mattei, che sarebbe rimasto sepolto e archiviato come incidente, se non fosse sopravvenuta, nel 1970, la scomparsa del giornalista de L'Ora di Palermo, Mauro De Mauro. Proprio le indagini e - soprattutto - le omissioni su questa inchiesta palermitana hanno consentito di rileggere la fine di Mattei e di spiegare il sequestro e l'uccisione del giornalista come strettamente collegata all'incidente di Bascape', anche grazie alle decisive ammissioni dell'ex senatore dc. Perche' non e' semplice esercizio della memoria l'indagine del giudice Calia. C'e' il sangue, ci sono i morti, ci sono i silenzi, i complotti, le menzogne e la violenza del potere. E' raccapricciante la scena iniziale della tragedia, poco dopo le 19 del 27 ottobre 1962. Il Morane Saulnier I Snap si e' appena schiantato al suolo. La descrizione del recupero dei resti e' agghiacciante: <<Rinveniamo la parte posteriore di un tronco umano rivestita da una giacca di color bluastro indossata sopra la camicia azzurra, nel taschino della giacca la patente di guida del pilota Bertuzzi Irnerio... Sulla stradina che fiancheggia la buca (prodotta dall'aereo ndr) si rinviene, accanto ai resti di un'ala una mano sinistra senza pollice e portante all'anulare un anello in oro...>>. E' la fede del Presidente dell'Eni. Tanto dolore rimane chiuso, sigillato nei silenzi e negli imbarazzi dell'ufficialita'. Una perizia della Commissione ministerale certifica che l'aereo non e' stato sabotato: <<L'incidente e' da attribuire a perdita di controllo in spirale destra. Non e' stato possibile accertare le cause che hanno determinato tale perdita di controllo>>. Come dire che un uomo e' morto perche' gli si e' fermato il cuore. Il verdetto ufficiale viene sposato da una sentenza di non luogo a procedere (febbraio 1966), che funge da coperchio per otto anni, fino a quando scompare, la sera del 16 settembre 1970, il giornalista Mauro De Mauro che, per incarico del regista Francesco Rosi, aveva ricostruito in un dossier di una trentina di pagine gli ultimi due giorni di Enrico Mattei, venuto in Sicilia e da Catania ripartito verso la morte. Anche questa vicenda, tra mille bugi'e e la difesa della ragion di Stato, non avrebbe portato a nulla, senza le ammissioni di Graziano Verzotto che si fa convincere dal <<piccolo giudice>> di Pavia (rimorso o autodifesa?). Operazione riuscita grazie alla <<invenzione>> di Calia, che riesuma il caso De Mauro per rileggere le carte siciliane in funzione dell'indagine su Mattei. Il grimaldello giuridico e' la richiesta di rinvio a giudizio per il teste chiave della strage di Bascape', Mario Ronchi, il contadino che prima racconto' di aver visto l'aereo esplodere in volo - <<sento un rumore come di tuono...strano perche' anche se pioveva non mi pareva tempo da nubrifagio, il cielo era rosso, bruciava come un grande falo' e le fiammelle scendevano tutte attorno>> - ma poi, ai carabinieri, ritratta negando persino di essere stato presente in campagna mentre avveniva la tragedia : <<Verso le 19,15 del 27 andante, a bordo di trattore agricolo, facevo ritorno da Bascape' alla cascina Albaredo. Mia madre mi raccontava del rumore prima udito e quindi tentavo di avvicinarmi al luogo della sciagura...>>. Calia e' certo che Ronchi ha mentito e ritiene di dimostrarlo con una lunga serie di testimonianze: persone mai sentite prima o verbali di testi occultati. Persino tra i carabinieri vi e' oggi l'ammissione che allora qualcosa non ando' per il verso giusto. Racconta il maresciallo dei carabinieri Augusto Pelosi, che all'epoca si occupo' delle indagini: <<Io ricevevo pressioni da tutte le parti, ma ero l'ultima ruota del carro e mi accorgevo di non contare nulla. Voglio anche dirle - verbalizza al giudice Calia - che della vicenda Mattei e delle relative indagini si occuparono, come le ho gia' accennato, i servizi di sicurezza che mettevano dappertutto il naso. Secondo me sul caso Mattei e sulle relative indagini vi e' un grosso coperchio che non ha permesso di scoprire la verita'>>. Ma chi avrebbe potuto tenere premuto questo <<coperchio>>? Una possibile risposta il magistrato di Pavia la trova tra i protagonisti del caso De Mauro. Ci sono due personaggi chiave nella vicenda, entrambi morti di vecchiaia: il ragioniere Nino Buttafuoco (all'epoca commercialista della Palermo che contava e detentore di molti segreti), che nelle ore del sequestro del giornalista instaura un contatto con la famiglia chiedendo di conoscere in tempo reale gli sviluppi delle indagini in cambio di generiche assicurazioni sul <<ritorno di Mauro>>. L'altro personaggio determinante e' Vito Guarrasi, il <<Mister x>> degli intrighi siciliani, dallo sbarco degli americani ai giorni nostri, che il giudice sospetta essere stato il manovratore di Buttafuoco. Proprio l'atteggiamento in relazione alla scomparsa di De Mauro puo' dare la risposta sulla pentola non scoperchiata. Sottoscrive il 19 febbraio del '98 il magistrato Ugo Saito, all'epoca incaricato delle indagini su De Mauro: <<Noi con la Polizia ritenevamo, con assoluta certezza, che De Mauro era stato eliminato perche' aveva scoperto qualcosa di eccezionalmente rilevante relativamente alla morte di Enrico Mattei. Ritenevamo, inoltre, che il ragionier Buttafuoco non era altro che l'ultimo anello di una catena che faceva capo ad Amintore Fanfani e alla sua corrente.Ritenevamo infatti che l'eliminazione di Mattei era da ricondursi a Fanfani il quale era sostenitore di una politica petrolifera antitetica a quella di Aldo Moro. Noi ci proponevamo, naturalmente, di trasmettere i relativi atti per competenza alla Procura delle Repubblica di Pavia, perche' avesse provveduto nei confronti di Fanfani per l'omicidio di Enrico Mattei>>. Dello stesso tenore l'interrogatorio del giudice istruttore palermitano Mario Fratantonio: <<Provvidi a far estrarre copia degli atti che potevano riguardare l'inchiesta Mattei e a trasmetterli alla Procura della Repubblica di Pavia, ho anche memoria del fatto che da quegli atti potevano emergere ipotesi di responsabilita' a carico di alcuni personaggi di rilievo della vita italiana: Fanfani, Cefis e un altro, di cui non ho adesso memoria...>>. Sottolinea Calia: <<Tali documenti non sono mai giunti a Pavia>>. D'altra parte anche i familiari di Enrico Mattei non sono mai stati convinti dell'incidente. Il fratello del Presidente dell'Eni, Italo, aveva raccontato proprio al giudice Fratantonio di un incontro della figlia Rosangela con l'allora ministro Oronzo Reale, il quale <<le disse che era un peccato che Fanfani, Cefis e Girotti avessero fatto fuori mio fratello... Poco prima del disastro gli onorevoli Amintore Fanfani e Ugo La Malfa, di ritorno da un loro viaggio negli Stati Uniti, convocarono mio fratello e gli dissero di non acquistare piu' petrolio dalla Russia...In quella circostanza, mio fratello disse chiaramente a Fanfani che da quel momento gli avrebbe tolto ogni appoggio politico e che avrebbe dato tutta la forza del suo peso politico all'onorevole Moro, ritenendo costui uomo di maggiore capacita' e indipendenza>>. Se questo scenario, per certi versi incredibile, fosse quello vero, allora si capirebbe la mobilitazione di una intera macchina investigativa - dal piccolo appuntato dei carabinieri a ufficiali di tutto rispetto, come l'allora colonnello Dalla Chiesa, dai falsi testimoni gettati nella mischia dai servizi di sicurezza - messa in campo per cancellare qualsiasi indizio che potesse portare alla verita' scomoda. Anche l'inchiesta De Mauro fu sabotata, ma soltanto perche' era la chiave per arrivare alla strage di Bascape'. Sin dall'inizio la scomparsa del giornalista contrappone due fronti investigativi. Da un lato la Polizia, con i commissari Contrada e Giuliano che sposano subito la pista che porta a Mattei, dall'altra i carabinieri che per neutralizzare questa pista sposano il movente mafioso, che a giudizio unanime si dimostra inconsistente. Ma cosi' doveva andare, tanto che l'inspiegabile atteggiamento di Dalla Chiesa trova posto nella testimonianza di Elda, moglie del giornalista scomparso: <<Dopo la scomparsa di mio marito ho incontrato diverse volte il colonnello Dalla Chiesa>>... Quindi la signora De Mauro ricorda <<l'incontro che piu' mi ha turbato e offeso>>. Alla donna che insiste sulla pista Mattei, l'alto ufficiale replica: <<Signora non insista su questa tesi perche' se cosi' fosse ci troveremmo dinanzi a un delitto di Stato e io non vado contro lo Stato>>. Aggiunge la teste: <<Io mi indignai e invitai il colonnello a uscire di casa>>. E' talmente imbarazzante il doppio mistero De Mauro-Mattei che lo stesso questore di Palermo Ferdinando Li Donni, almeno nell'immediatezza del sequestro del giornalista, mette in piedi un <<doppio apparato>> investigativo impermeabile l'uno dall'altro e un doppio archivio. Allo stupefatto dottor Calia, il questore Bruno Contrada, sentito il 14 ottobre del 1998, racconta: <<Nell'ufficio politico furono formate diverse squadre, ciascuna incaricata di specifici accertamenti.... I fascicoli non dovrebbero essere andati al macero... Si trattava di indagini parallele a quelle svolte dalla Squadra mobile... Il nome di Vito Guarrasi venne fuori dalle indagini parallele. Rammento che quando il questore Li Donni parlava di Eugenio Cefis, lo metteva sempre in relazione all'avvocato Vito Guarrasi>>. Tutto puntualmente riscontrato nella deposizione di vari sottufficiali allora impegnati nelle <<indagini parallele>>. Per tutti, la testimonianza del maresciallo Antonio Zaccagni (29 ottobre 1998): <<Nel corso del lavoro era emersa una possibile connessione tra il sequestro De Mauro e i notissimi uomini palermitani Graziano Verzotto e Vito Guarrasi. Infatti su questi due personaggi si era concentrata la nostra attivita' informativa>>. A ulteriore conferma delle testimonianze dei poliziotti, la questura di Palermo ha trasmesso alla Procura di Pavia cinque distinti fascicoli cosi' intestati: 1) Inchiesta sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro; 2) Guarrasi Vito - accertamenti; 3) Guarrasi Vito; 4) Guarrasi Vito; 5) Societa' controllate da Guarrasi. Dunque, le indagini marciano spedite sulla pista Eni. Fino a un certo punto, pero'. Fino a quando da Roma arriva lo stop. Dietrologie? Sentiamo cosa racconta al giudice Calia Ugo Saito, l'ex pm dell'inchiesta De Mauro: <<Venivano a trovarmi in continuazione funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Gli uni salivano e gli altri scendevano, evitando accuratamente di incontrarsi tra loro. Improvvisamente non ho visto piu' nessuno. Cio' avvenne ai primi del mese di novembre del 1970 (neppure quaranta giorni dopo la scomparsa del giornalista, ndr). Successivamente ebbi modo di chiedere a Boris Giuliano come procedevano le indagini sulla vicenda De Mauro e come mai nessuno, improvvisamente, pareva piu' interessarsi a tale investigazione. Giuliano manifesto' il suo stupore per il fatto che io non ero a conoscenza della circostanza che a ''Villa Boscogrande'', un night club in localita' Cardillo, vi era stata una riunione alla quale avevano partecipato i vertici dei servizi segreti e i responsabili della polizia giudiziaria palermitana. In tale riunione fu impartito l'ordine di annacquare le indagini. Mi preciso' che anche era presente il direttore dei servizi segreti, facendomi anche il nome: oggi non sono piu' certo se si trattasse di Miceli o di Santovito>>. La conferma arriva da un rapporto del 17 novembre del 1970: la Polizia abbandona la pista Mattei e indica un possibile movente del sequestro De Mauro nei segreti dei cugini Ignazio e Nino Salvo, gli esattori di Salemi. Il maresciallo Zaccagni ricorda e spiega: <<Dopo quaranta giorni, o due mesi, la nostra attivita' era stata sospesa per espressa richiesta del questore>>. Un po' come era accaduto per il teste chiave di Bascape', Mario Ronchi. Per fargli cambiare idea sulla ricostruzione dell'evento, scrive il giudice Calia, viene preso, interrogato da strani funzionari dell'Eni, molto somiglianti ad agenti dei servizi segreti, e riconsegnato agli investigatori con una versione modificata tanto da supportare l'ipotesi dell'incidente. C'e' malignita' nel ricondurre la nuova versione con l'assunzione della figlia di Ronchi in una <<collegata>> dell'Eni, riconducibile a Eugenio Cefis, con lo stipendio concesso a Ronchi per la guardiania al sacrario che ricorda Mattei, con la strada che porta al podere di Ronchi costruita sempre dall'Eni? E che dire dell'efficienza con cui furono manomessi i nastri magnetici con l'intervista a Ronchi custoditi negli archivi Rai? Come valutare l'incidente che <<tolse>> l'audio alla stessa intervista proprio mentre si parlava di <<tuoni>>? Ma perche', dunque, fu ucciso Enrico Mattei e otto anni dopo scomparve Mauro De Mauro? Una risposta defintiva si potra' ottenere quando sara' finito il lavoro di Vincenzo Calia, per l'attentato di Bascape', e dei magistrati di Palermo, che si apprestano a riprendere le indagini sulla scorta delle novita' loro trasmesse da Pavia. Per il momento bisogna accontentarsi di quanto trapela dai numerosi interrogatori sottoscritti dall'ex Presidente dell'E.M.S. Graziano Verzotto. L'ex senatore dc esordisce confessando, dopo qualche titubanza, che si e' convinto che Mattei fu ucciso in un attentato. Per capire la morte del Presidente dell'Eni e' necessario <<capire l'operazione Anic-Gela, ovvero la nascita di tale stabilimento petrolchimico, ideata e avviata da Cefis e Guarrasi nel periodo del governo regionale di Silvio Milazzo: Cefis quale direttore generale dell'Eni e Guarrasi quale responsabile del piano di sviluppo regionale sostenuto dal governo Milazzo>>. <<Per spiegare la morte di Mattei - aggiunge Verzotto - e' utile chiedersi a chi essa abbia portato giovamento>>. Non alle <<Sette sorelle>>, non all'O.A.S., i servizi segreti francesi, perche' <<Mattei era gia' pervenuto ad un accordo con le societa' petrolifere>> e la questione O.A.S. era risolta <<con l'indipendenza dell'Algeria gia' ottenuta>>. E allora? <<Cefis e Guarrasi si erano sicuramente avvantaggiati della morte di Mattei: entrambi erano, infatti stati allontanati dagli incarichi che ricoprivano prima>>. Cosa sottintenda questa affermazione, e' sicuramente spiegato nella ricostruzione del contesto che Verzotto ha affidato al sostituto Calia. E sulla fine di De Mauro,Verzotto non ha dubbi: <<Ritengo che il sequestro del giornalista sia intimamente connesso al progetto per la costruzione di un metanodotto tra l'Africa e la Sicilia>>. Un progetto (nato nel 1967) che vide contrapposti l'Ente minerario siciliano e i vertici dell'Eni (Cefis e poi Girotti): una disputa motivata da interessi finanziari e di potere. Verzotto fa intendere che si potesse trattare di interessi personali (legati alla societa' armatrice delle metaniere) dello stesso Cefis e dell'allora presidente della Esso, Vincenzo Cazzaniga. Quindi passa a descrivere quanto il precedente <<caso Mattei>> servisse, in quel periodo, come strumento di pressione giornalistica. Ma cio' che Verzotto perseguiva, per raggiungere il suo scopo cioe' la costruzione del metanodotto, era la caduta di Cefis. E venuto meno l'appoggio dell'on. Gullotti - <<un vero e proprio voltafaccia, quando Cefis promise allo stesso Gullotti la presidenza del Consiglio in cambio della quota E.M.S. nella SONEMS (la societa' costituita per la realizzazione del metanodotto, ndr)>> - Verzotto fa intendere di aver pensato di utilizzare il lavoro che De Mauro stava svolgendo per conto di Rosi nella ricostruzione della fine di Mattei. Ma il giornalista commette l'errore, su indicazione dello stesso Verzotto, di parlarne con Vito Guarrasi, eminenza grigia e grande amico di Cefis. Dice Verzotto: <<L'avvocato Guarrasi sapeva perfettamente che De Mauro stava lavorando per far luce sulla morte di Enrico Mattei e che tale lavoro era praticamente concluso>>. Cosa sapeva De Mauro? E' ancora Verzotto a parlare: <<Lessi il dossier di De Mauro. Ricordo che tale sceneggiatura ricostruiva in chiave di sabotaggio la fine di Enrico Mattei e indicava quali responsabili Eugenio Cefis e Vito Guarrasi>>. Ma questo e' l'inizio dell'inchiesta giudiziaria palermitana appena iniziata, trent'anni dopo il rapimento”.
Il lungo servizio e’ accompagnato da un articolo su una parte di “Petrolio” di Pierpaolo Pasolini, intitolata “Lampi sull’ Eni”:
“Un cupo romanzo sul potere. – scrive “La Stampa” - <<La' dove il potere non solo e' fonte di senso - scrive Pier Paolo Pasolini in quel romanzo che non a caso avrebbe dovuto chiamarsi Petrolio - ma e' anche esercizio di se stesso>>. Fino all'estremo limite: il delitto. Racconta nelle sue memorie il politologo Giorgio Galli che richiesto di una consulenza storica sugli equilibri e gli squilibri fra le correnti democristiane nel 1962, anno della morte di Mattei, si vide sottoporre dal giudice Calia una specie di schemino, disegnato a mano, con tante diramazioni e alcuni nomi, tra cui quello di Cefis. Ebbene, quello specchietto lo si puo' vedere oggi, in riproduzione anastatica, fra gli appunti di lavorazione, ed e' alla base della parte piu' politica di Petrolio (Einaudi, 1992) che ha per titolo: <<Lampi sull'Eni>>. Si capisce come il giudice Calia fosse interessato. Con venticinque anni di anticipo, lo scrittore Pasolini era giunto alle conclusioni della sua lunga inchiesta. Nel romanzo Enrico Mattei viene chiamato Enrico Bonocore; mentre uno dei personaggi centrali, quello che dopo l'<<incidente>> prendera' il suo posto, e quindi Eugenio Cefis, e' senza alcun dubbio Aldo Troya, un uomo <<dal sorriso colpevole>>, <<capace di tutto>>, alla guida di un <<impero privato>>. Il delitto, o meglio il volto delittuoso del potere e' motore decisivo della trama: <<In questo preciso momento storico - si legge negli appunti preparatori di Petrolio - Troya sta per essere fatto presidente dell'Eni: e cio' implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei)>>. Ora la questione va ben al di la' di questi risvolti, per cosi' dire, letterari; e se e' consentito, forse anche di quelli giudiziari. Le carte di Pavia restituiscono infatti spessore e visibilita' a un passaggio cruciale della storia della Prima Repubblica. Come per piazza Fontana e poi per il caso Moro, la morte violenta di Mattei e' il classico evento dopo il quale tutto appare diverso. Chi vuole capire capisce: e intanto maturano nuovi equilibri (e si mettono in caldo nuovi segreti, nuovi ricatti). Da tutti quei nomi, attraverso tutte quelle circostanze meticolosamente analizzate si capisce come nell'autunno del 1962 (in piena crisi di Cuba e con il centrosinistra alle porte) lo scontro all'interno del potere sia stato al tempo stesso micidiale e sotterraneo. Mattei e' un personaggio piu' che ingombrante. Un democristiano molto particolare: ha carattere, coraggio, anzi e' spericolato, con quel tasso di megalomania che non si nega ai potenti. In Italia e anche fuori fa precisamente quello che gli pare, da' soldi a tutti, possiede suoi deputati (decisivi nell'elezione di presidenti della Repubblica), controlla ministri, inventa correnti, si mette a disposizione giornali, ha una sua politica estera (che privilegia l'Urss e i paesi arabi del post-colonialismo) e comunque non deve chiedere il permesso, ne' dire grazie a nessuno. Ma a un certo punto arriva la resa dei conti. Il suo aereo cade al momento giusto. La politica vive di affari; e questi ultimi certificano le alleanze. Al partito di Mattei, con la forza, si sostituisce quello di Cefis. A quest'ultimo si contrappone poi un altro partito che in odio a Fanfani mette insieme Andreotti, Leone e Guido Carli.Il loro Cefis e' un altro petroliere, Nino Rovelli. Lo stesso sogno del metanodotto fra la Sicilia e l'Algeria e' un simbolo della politica estera di Mattei, di cui Verzotto si sente continuatore. Cefis ha i suoi affari privati da tutelare, ma di quella linea rappresenta l'alternativa in termine di capitolazione. E infatti chiude con l'Urss e l'Algeria e apre ai petrolieri. Di tutto questo - compresi avvertimenti, ricatti e minacce - non v'e' traccia sui giornali di allora, ne' negli atti parlamentari o nei resoconti dei consigli dei ministri. Se ne avverte semmai un'eco in un giro underground di agenziucole e sospette rivistine di Palazzo - e fra i vari spettri di morti ammazzati non poteva mancare nell'inchiesta il nome di Mino Pecorelli. I governanti dc, insomma, governano; ma non ci sono solo loro. C'e' un altro livello, all'interno del potere, che non trae legittimita' da congressi o elezioni; e poche altre carte giudiziarie mettono a nudo quella dimensione occulta di cui tuttavia i potenti <<ufficiali>> debbono tenere conto. Cosi', ad esempio, suona del tutto plausibile che Mattei mandi a quel paese il presidente del Consiglio Fanfani, che di ritorno dagli Usa gli ha chiesto di chiudere i conti con i sovietici, e gli annunci anche di finanziare Moro. E allo stesso modo appare assai verosimile che Cefis, dopo aver colmato il vuoto di Mattei, possa offrire la presidenza del Consiglio a un Gullotti. Di questo potere sotterraneo e convalidato dall'astuzia, dai soldi e da altre poco simpatiche caratteristiche, l'avvocato Guarrasi, presente fin sotto la tenda ove si firmo' l'armistizio di Cassibile con gli alleati, finisce per sembrare l'emanazione piu' antica e raffinata. Una variante siciliana. Anche Pasolini, in Petrolio, partendo da Mattei arriva in Sicilia. E poi a piazza Fontana”.
“La Stampa” pubblica anche un breve profilo biografico di Enrico Mattei:
“Marchigiano, classe 1906, figlio di un sottufficiale dei Carabinieri, a 15 anni il leggendario fondatore dell'Eni abbandona gli studi e vernicia letti di ferro. Fattorino, direttore di fabbrica, commesso viaggiatore, poi industriale. Partecipa alla Resistenza nelle formazioni <<bianche>> e nel 1944 e' uno dei capi militari del movimento partigiano dc. Come tale membro della Consulta, poi eletto alla Costituente. Dal 1945 Commissario straordinario dell'Agip. Con fantasia ottiene la concessione per la ricerca e lo sfruttamento energetico nella Val Padana; con determinazione segue il cammino della legge istitutiva dll'Eni e nel 1953 ne diviene il presidente. Ha gia' contro la Confindustria e il cartello petrolifero internazionale che l'identificano come il fondatore del capitalismo di Stato, di cui Mattei incarna al massimo livello virtu' e vizi, questi ultimi invano segnalati da don Sturzo e Montanelli. E' un populista con spiccato senso del comando. Tutt'altro che colto, conquista politici, giornalisti e guerriglieri futuri capi di Stato con un fascino quasi ipnotico. Adora le belle donne e la pesca, ma soprattutto il potere. Distribuisce soldi a destra e a manca, usando i partiti <<come taxi>>; contribuisce a fare eleggere Gronchi e, dopo aver flirtato con diversi movimenti di liberazione del Terzo Mondo, in piena guerra fredda apre le vie commerciali con l'Urss e i Paesi dell'Est. Nell'autunno del 1962 dicono che si e' stufato dell'Eni e addirittura aspira al Quirinale. Quando il suo aereo <<cade>> a Bascape' ha 56 anni”.

21 gennaio – Il quotidiano “La Stampa” pubblica un articolo di Guido Ruotolo sulla morte di Mattei:
“Dice il sindaco di Cosenza, l’ex segretario del Psi Giacomo Mancini: «E’ importante che qualcuno cerchi di vedere questi misteri italiani, di affrontarli, di risolverli». Giovanni Pellegrino, presidente della commissione Stragi: «Rimpiango di essere ormai alla fine della legislatura perché la ricostruzione del caso Mattei e della scomparsa del giornalista De Mauro delinea uno scenario che è coerente con una riflessione generale che in questa legislatura abbiamo fatto in commissione». Ottaviano Del Turco, ministro delle Finanze: «Lo scenario delineato è totalmente nuovo rispetto all’idea che ci eravamo fatta in questi anni: si passa da una grande vicenda internazionale, dove si affacciava la presenza inquietante di una sorta di cupola internazionale che presiedeva le sorti dell’energia mondiale, a una questione interna dai confini più modesti ma non meno inquietanti di una faida interna». La morte del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, e la scomparsa del giornalista palermitano Mauro De Mauro non hanno mai trovato, finora, una verità processuale. Non si è mai saputo perché sono stati ammazzati e chi li ha ammazzati. Nel caso Mattei, addirittura, non si è ancora accertato, sempre processualmente, se l’aereo che si disintegrò a Bascapè fu sabotato. La ricostruzione dei due «misteri» - due tra i tanti misteri italiani -, che ci consegnano le «carte» di Pavia, sembra fornire delle risposte, non ancora delle certezze giudiziarie, e, soprattutto, rimettono in discussione quella «verità» storica che sembrava acquisita e che portava, per quanto riguarda Mattei, a individuare la pista americana, la decisione cioè delle «Sette Sorelle», il cartello monopolistico delle grandi imprese petrolifere mondiali, di eliminare un personaggio «scomodo» e «indipendente»: Enrico Mattei. Per Pavia, la decisione di ammazzare il presidente dell’Eni matura in Italia.  Le reazioni nel mondo politico al nuovo scenario delineato dalla magistratura di Pavia sono contrastanti. Guido Bodrato, storico leader della sinistra democristiana, per esempio, bolla questa ricostruzione: «Questo teorema non è convincente». Il teorema a cui si riferisce è quello secondo il quale, a un certo momento, il presidente dell’Eni Mattei rompe con Amintore Fanfani e Ugo La Malfa sulla presenza Eni nell’Urss e si lega ad Aldo Moro. Contesta Bodrato: «La strategia politica generale di Moro e Fanfani era assolutamente coincidente nei rapporti con il mondo arabo, la colpa internazionale di Enrico Mattei. I rapporti con l’Urss, in quegli anni, erano saldati da Togliattigrad più che per il petrolio. Tra i due fautori del centrosinistra, Fanfani e Moro, non c’erano contrasti. E poi Cefis, il mandante dell’omicidio Mattei? Ma Cefis era un uomo di fiducia di Mattei, aveva partecipato alla Resistenza nelle divisioni partigiane sotto il comando di Mattei. Forse, tra Cefis e Mattei c’erano solo divergenze aziendali». Sulla politica estera di Amintore Fanfani, convergente nei fatti con Mattei e con Moro, insiste anche Emanuele Macaluso. «La vicenda Mattei non può essere separata dalla vicenda internazionale - la questione delle Sette Sorelle - e dal riconoscimento che Mattei portava avanti una certa politica estera». Per Emanuele Macaluso il caso Mattei e la scomparsa di De Mauro sono destinati «a rimanere due misteri italiani irrisolti», nonostante le novità di Pavia. Sostiene l’ex esponente del Pci e giornalista siciliano: «Il nuovo scenario ipotizzato individua una responsabilità di Fanfani e di Cefis. Ma Fanfani è sempre stato indicato come chi, in politica estera, si mosse su posizioni non rigidamente atlantiste». Macaluso mette in discussione la credibilità della «fonte» Verzotto per i suoi rapporti «equivoci» con l’Eni e la mafia: «E’ stato un uomo che ha giocato molto tra la politica, gli apparati e l’utilizzo della mafia». Ma sulla figura di Amintore Fanfani, introduce elementi critici Giacomo Mancini: «Fanfani è uno degli uomini sui quali non si è mai indagato. E’ l’uomo che più degli altri ha saputo, è l’uomo che pur essendo amico dei grandi siciliani, Sindona in testa, non ha mai avuto problemi. La sua corrente in Sicilia ha contato ma non ha mai avuto problemi...».  Fa discutere la nuova ipotesi investigativa di Pavia sulla morte di Mattei e di De Mauro. A differenza di Bodrato e Macaluso, per esempio, il presidente della commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, afferma: «Per capire quel periodo storico dentro il quale ci sono Mattei e De Mauro e che si conclude negli Anni Ottanta, non possiamo fare riferimento soltanto alla frontiera Est-Ovest che attraversava un Paese in cui il Pci era il principale partito d’opposizione, ma occorre fare riferimento anche a un’altra frontiera, quella Nord-Sud che attraversava il ceto dirigente del Paese, che nel suo insieme aveva fatto la scelta atlantica determinando divisione e contrapposizioni anche aspre. Mattei e Moro sono uomini che vivono questa frontiera perché spingono la politica energetica italiana agli estremi limiti di compatibilità con la fedeltà atlantica e vengono, per questo, fortemente avversati da altri settori del ceto dirigente italiano che vivevano l’atlantismo in termini completamente diversi, di ortodossia»”.

23 gennaio – Sulla morte di Enrico Mattei, il “Corriere della Sera” scrive:
“Enrico Mattei vittima di un intrigo politico? Il suo aereo partito da Catania precipitato il 27 ottobre 1962 è stato oggetto di un sabotaggio che riporta a una congiura di Stato? Gli interrogativi sono emersi dalle pagine della Stampa e hanno sollevato un dibattito. Da un lato c'è chi in qualche modo accoglie i nuovi scenari. Come Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, e il ministro delle Finanze Ottaviano Del Turco. Dall'altra parte della barricata si trovano invece ex collaboratori di Mattei come Giorgio Ruffolo e Gabriele De Rosa, leader storici della sinistra Dc come Guido Bodrato: per loro si tratta di un «teorema» che non regge. Tutto parte da due pagine che il quotidiano torinese ha dedicato sabato al delicato dossier, con una ricostruzione basata sull'inchiesta riaperta il 20 settembre '94 dal procuratore di Pavia, Vincenzo Calia. Grazie a interrogatori, testimonianze e quintali di carte, le indagini avrebbero disegnato una trama di responsabilità che includerebbe Amintore Fanfani e Eugenio Cefis, prima stretto collaboratore di Mattei poi, dopo la scomparsa di quest'ultimo, numero uno del colosso petrolifero. La nuova trama, che si collega alla mafia e a un altro grande mistero d'Italia, la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro (aveva ricostruito per il regista Francesco Rosi gli ultimi giorni di Mattei) ha diviso animi e pareri. Pellegrino alla Stampa l'ha definita «coerente» con una riflessione generale fatta in commissione. Del Turco ha indicato non meno «inquietanti» i nuovi confini della «faida interna» rispetto alle ipotesi passate di complotti internazionali che vedevano dietro le quinte le famose «Sette Sorelle», le multinazionali del petrolio. Dall'altra parte, invece, Bodrato respinge il «teorema» che vede Fanfani e Mattei divisi sul petrolio russo: secondo la ricostruzione Mattei avrebbe detto a Fanfani, contrario all'accordo con i sovietici per l'importazione di greggio, che gli avrebbe tolto il sostegno politico, per consegnarlo ad Aldo Moro. Su Repubblica Mario Pirani, all'epoca collaboratore di Mattei, manifesta il timore che «si ridia vita a un altro fantasioso romanzo dietrologico sulla storia d'Italia». Pirani conferma fra l'altro i rapporti «strettissimi» tra Fanfani e il presidente dell'Eni. «Sensazionali stupidaggini» sono per Ruffolo i riferimenti a Fanfani e Cefis. Oggi parlamentare europeo (Ds), all'epoca responsabile della direzione rapporti istituzionali e relazioni esterne dell'Eni, Ruffolo ricorda che l'uomo politico aretino era «semmai accusato di avere una politica estera impostata dall'Eni». «Il teorema non regge» dice Gabriele De Rosa, oggi storico e presidente dell'Istituto Luigi Sturzo, allora all'ufficio stampa del gruppo. E concorda Marcello Colitti, ex vicepresidente Agip ed ex numero uno dell'Enichem: «Una ricostruzione tirata per i capelli». «Non ci credo» dice infine Indro Montanelli, che fu autore di articoli feroci nei confronti del «petroliere senza petrolio». «Più che scoperte, mi sembra siano stato imbastiti teoremi che non stanno in piedi». Montanelli punta il dito anzitutto su uno dei protagonisti principali della nuova ricostruzione: Graziano Verzotto, che fu senatore dc e presidente dell'Ente minerario siciliano, uomo dei tanti misteri (dal caso Mattei alla «irresistibile» ascesa del cameriere-finanziere Giancarlo Parretti), inseguito in giro per il mondo per quasi vent'anni da ordini di cattura. «Insomma, una persona del tutto inaffidabile, no?» dice Montanelli. Mentre Fanfani era «un galantuomo. Lo dico io che ho inventato per lui il "Rieccolo". E Cefis? Abile certo, ma chi lo vede in veste di mandante o asssassino?»”.

26 gennaio – Il settimanale “Panorama” pubblica un’ intervista a Mario Pirani sulla “diplomazia parallela dell' Eni” ai tempi di Mattei. Pirani e’ stato "ambasciatore" del gruppo petrolifero nel Nord Africa tra il 1961 ed il 1962 e, riferendosi alla riapertura del caso 'Mattei' da parte della procura di Pavia "esclude qualsiasi coinvolgimento di Amintore Fanfani" avanzando l'ipotesi di "un incidente". Oppure - afferma Pirani - "e' stata la Cia attraverso la mafia".

26 gennaio – Il quotidiano “La Repubblica” pubblica con grande rilievo un servizio di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano sull’ uccisione di Mauro De Mauro, che sarebbe legata non al caso Mattei, ma al legame della mafia con il principe Junio Valerio Borghese per il tentato colpo di Stato del 1970.
Il titolo del servizio e’:"De Mauro è stato ucciso perché sapeva del golpe - Il capomafia: "Lo sepellimmo alla foce dell'Oreto"
Scrive “La Repubblica”:“Dice il capomafia di Altofonte, Francesco Di Carlo: "E' qui, alla foce dell'Oreto, il cadavere di Mauro De Mauro. Io so chi lo ha ucciso, so perché è stato ucciso. Ora vi racconto...".  Così è in fondo a questa gola dove il fiume scende lentamente verso il mare di Palermo - si vedono le case popolari del villaggio di Santa Rosalia e più su le guglie della Cattedrale - che si chiuse la vita e oggi il mistero di Mauro De Mauro. Il suo cadavere è da qualche parte qui tra le alte felci e le cavità della roccia, gli antri e i cunicoli scavati dall'acqua, sepolto tra i piccoli massi trascinati dalla corrente, nascosto dentro la terra e la melma di quella che fu la Conca d'Oro. A tre chilometri dalle stanze gonfie di fumo de "L'Ora", il suo giornale in piazzale Ungheria. A sei chilometri dalla sua casa in via delle Magnolie. A due chilometri dalla strada dove poi ritrovarono la sua Bmw color blu notte. Trent'anni fa morì Mauro e aveva tra le mani lo scoop "che - diceva - avrebbe fatto tremare l'Italia" e che invece lo trascinò all'inferno. Scoop. Bisogna essere cronisti per conoscere il sapore aspro che ti dà anche soltanto la parola. Scoop. Mauro De Mauro era uno tosto, se si parla di notizie. Un paio di generazioni di cronisti in Sicilia e in Italia è cresciuta nella sua leggenda. Raccontano che, quando ancora i "pezzi" si dettavano al telefono e i giornalisti si dividevano in chi aveva dettato e chi non lo aveva ancora fatto, Mauro non lasciava chances ai concorrenti. Ora dovete immaginare Mauro De Mauro in quell'estate del 1970. Lo hanno confinato allo sport e il suo ultimo titolo a nove colonne era sul "libero" Alberto Malavasi, ingaggiato dal Palermo per 18 milioni di lire. In redazione c'era chi diceva: "Povero Mauro...". Mauro se la rideva tra sé e tirava diritto. Stava già lavorando da settimane sul suo scoop. Lo scoop era questo: i fascisti di Junio Valerio Borghese avrebbero tentato il colpo di Stato con l'aiuto di Cosa Nostra. La dannazione di notizie come queste è che hai bisogno di riscontri e di conferme e di dettagli. E, per averne, devi scoprirti. Devi fare domande in giro e sei consapevole che più domande fai, più è facile per chi ti ascolta conoscere che cosa hai già saputo e che cosa puoi già scrivere. Mauro sapeva dove cercare ciò di cui aveva bisogno. A quel tempo il Circolo della Stampa di Palermo era, più o meno, una bisca e gli "uomini d' onore" ci andavano a giocare a poker, eleganti come damerini. Mauro li avvicinò. Distrattamente buttò lì qualche domanda. Quelli avvertirono subito i loro capi. "C'è quel De Mauro che fa troppo domande sul 'fatto di Roma'". Mauro fu trascinato in una masseria a Santa Maria del Gesù. La borgata è appena dopo un antico monastero diroccato, trecentocinquanta metri dal fiume, viottoli polverosi, i confini degli orti segnati dai muretti di pietra viva, cortili, piccole piazze deserte, case basse che si confondono tra i mandarini. Lì, nel baglio di una tenuta ai piedi di monte Grifone, Mauro fu torturato e "interrogato". Lui sapeva, ma chi altro sapeva? Poi ci fu chi gli scivolò alle spalle e lo strangolò. Il corpo di Mauro fu seppellito lungo il letto del fiume, in fondo alla gola. La storia della morte di Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre del 1970, è stata raccontata per la prima volta una settimana fa da un mafioso che lo aveva conosciuto, un mafioso che ha svelato i retroscena di quella clamorosa notizia annunciata dal "segugio" de "L'Ora" di Palermo. Mauro De Mauro sapeva del golpe, sapeva che cosa stava progettando in quei mesi il "principe nero" Borghese e, con lui, alcuni boss di Cosa Nostra. Le prime voci le aveva ascoltate negli ambienti militari e in quelli neofascisti, magari gliele aveva "soffiate" un suo compagno d' armi o un vecchio "camerata". Era un mondo, quello, che De Mauro conosceva di diritto e di rovescio. Era stato un repubblichino della Decima Mas, prima di venire a vivere in Sicilia nel 1946 con sua moglie Elda. "Fu ucciso perché aveva scoperto che Borghese e la mafia si erano alleati per il golpe... il giornalista si fece scappare qualcosa con uno dei tanti boss che allora frequentavano il Circolo della Stampa che era dentro il teatro Massimo", ha ricordato giovedì 18 gennaio ai procuratori palermitani Francesco Di Carlo, il padrino di Altofonte che è in qualche modo invischiato anche nella misteriosa morte del banchiere Roberto Calvi e che ora ha deciso di vuotare il sacco. Di Carlo ha fatto i nomi dei mandanti dell'uccisione di Mauro De Mauro. E anche quelli degli assassini. C'era anche Bernardo Provenzano quella sera in via delle Magnolie, il corleonese latitante dal 1963. Era una caldissima sera di settembre, era il sedici, lo scirocco soffiava a 65 l'ora. Mauro sbrigò il suo lavoro in redazione e, come sempre solo, lasciò il palazzo di vetro dell'Ora. Si fermò a un bar di via Pirandello, comprò due etti di caffè macinato, tre pacchetti di "nazionali" senza filtro e la solita bottiglia di bourbon. Sua figlia Franca - che si sarebbe dovuta sposare il mattino seguente - stava aprendo la porta di casa e lo vide vicino alla sua Bmw "parlare con due o tre uomini". Un paio di minuti dopo, via delle Magnolie era deserta. E nessuno - fino a sette giorni fa - ha saputo più nulla di lui. Con chi andò via? Chi lo uccise, e dove? Perché fu ucciso? Mauro De Mauro parlottava sotto casa con quegli uomini e poi la sua Bmw improvvisamente ripartì. Spiega Di Carlo nel suo verbale: "Si è sempre detto che fu rapito. Non fu rapito invece né prelevato con la forza. Non ce ne fu bisogno. De Mauro conosceva bene uno di quei tre uomini, era Emanuele D'Agostino, mafioso di Santa Maria del Gesù. Gli altri due erano Bernardo Provenzano e Stefano Giaconia". Forse Mauro non si insospettì più di tanto, quando i tre gli chiesero di seguirlo. Aveva lavorato duro, alle 7 del mattino in redazione, all'una al lido dell'hotel "La Torre" di Mondello per mangiar qualcosa, nel pomeriggio ancora in redazione. Valeva la pena di lavorare ancora per ore, per tutta la notte se necessario: quell'amico - Emanuele D'Agostino - gli prometteva il pezzo mancante della "sua" storia, del suo scoop. Mauro li fece salire sulla sua auto. Si diressero dal lato opposto della città. Scesero da via Sciuti, poi da via Terrasanta, forse a quel punto svoltarono in piazza Diodoro Siculo e abbandonarono la Bmw di Mauro in via Pietro D'Asaro. Su un'altra macchina puntarono verso i giardini di Santa Maria del Gesù, verso il regno di quello che era allora il più potente mafioso della Sicilia: Stefano Bontate. I ricordi di Francesco Di Carlo sono molto nitidi: "Quando Emanuele D'Agostino seppe al Circolo della Stampa che De Mauro era a conoscenza del golpe, raccontò tutto a Stefano Bontate che era il suo capo. Stefano avvertì gli altri boss della Commissione, tra cui Giuseppe Di Cristina di Riesi e Pippo Calderone di Catania. Tutti volarono subito a Roma insieme a uno che chiamavano "l'avvocato", non esercitava la professione ma era laureato... Andarono a Roma per parlare con il principe Borghese, con un certo Miceli (il generale Vito Miceli, capo del Sid, il Servizio informazioni difesa? ndr) che forse era un militare e forse con un certo Maletti (il generale Gianadelio Maletti, capo dell'ufficio "D" del Sid? ndr)...". Generali e mafiosi si incontrarono, parlarono per ore, cercarono di saperne di più su che cosa aveva scoperto Mauro De Mauro e convennero che era troppo pericoloso per troppi di loro tenere in circolazione "quello lì". A quel punto, era chiaro a tutti i presenti quale sarebbe sato il passo successivo dell'affare. Di Carlo svela ancora chi decise di uccidere il giornalista: "Da Roma partì subito l'ordine di chiudergli la bocca... I miei amici mafiosi, quando ritornarono a Palermo, mi raccontarono che quella gente era molto preoccupata, mi dissero che avevano paura, che se fosse uscita anche la più piccola delle notizie sull'operazione che stavano preparando, loro sarebbero stati tutti arrestati...". Così morì Mauro De Mauro. Cominciò a morire al Circolo della Stampa nei saloni bui del teatro Massimo. Dove c'era sempre Tommaso Buscetta. Dove andava Masino Spadaro, che allora era il più grosso contrabbandiere di "bionde" del Mediterraneo. Dove c'era sempre Emanuele D'Agostino che era l'autista di Stefano Bontate. Era esuberante Mauro De Mauro. Curioso della vita, ciondolava in quei saloni, tra quella gente e chiacchierava volentieri, chiedeva sempre qualcosa ("Ci sono novità?") e rideva e scherzava e sapeva dar fiducia e farsi rispettare come "uomo con una sola faccia" e anche voler bene come un amico sincero. Poi tornava in redazione, infilava la testa nello stanzone della cronaca e ripeteva l'altro suo grido di guerra ai più giovani che pestavano apprensivi i tasti della macchina per scrivere: "Minchiate...sono tutte minchiate...". Mauro era scuro, alto, claudicante e con il naso ricucito per le ferite di un incidente stradale nei pressi di Verona o, come sosteneva qualcuno, per le legnate prese da un gruppo di partigiani. Un suo fratello aviatore era morto in guerra e un altro, Tullio, (l'attuale ministro della Pubblica istruzione) era già allora un autorevole linguista. Sua moglie Elda era stata anche lei braccata dai partigiani del Pavese, alla seconda figlia avevano dato il nome di Junia come quello di Borghese che era stato il suo comandante alla Decima Mas. Aveva 49 anni Mauro De Mauro, la sera che incontrò D'Agostino, Provenzano e Giaconia sotto casa. Aveva lo scoop della vita tra le mani, ma non intuì che era stato già tradito. "Gli interessi in gioco erano troppo grossi e dentro Cosa Nostra non tutti erano d'accordo con quel golpe", ha precisato meglio il mafioso Di Carlo venerdì 19 gennaio, nel suo secondo giorno di interrogatorio sul mistero della scomparsa del giornalista con il procuratore Pietro Grasso, l'aggiunto Guido Lo Forte e il sostituto Vittorio Teresi. La notizia che il principe Borghese stava progettando un colpo di Stato e che aveva chiesto un appoggio alla mafia, Mauro De Mauro la venne a sapere da un suo vecchio amico di estrema destra, uno che conosceva tutti i dettagli dell'operazione "Tora Tora", nome in codice del piano insurrezionale che sarebbe dovuto scattare la notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970. Mauro De Mauro aveva scoperto tutto tre mesi prima. Seppe che il principe Borghese aveva "arruolato" anche Cosa Nostra. In cambio di un aiuto aveva promesso di cancellare ergastoli e processi per gli uomini d'onore in gabbia. Lo torturano, ma non fece il nome di chi per primo gli "soffiò" la notizia. Ricorda Francesco Di Carlo: "Ci avevano assicurato che nessuno di noi sarebbe più andato al soggiorno obbligato né avrebbe più subito provvedimenti tipo la sorveglianza speciale, il nuovo governo avrebbe dato un colpo di spugna al passato... ma non tutta Cosa Nostra vedeva di buon occhio il piano dei fascisti". Una parte era d'accordo, altri non volevano sentire ragione di quelle promesse di Junio Valerio Borghese. Il principe pretendeva che alla vigilia del golpe la mafia consegnasse ai generali una "lista" di tutti i mafiosi dell'isola, poi per farsi riconoscere durante il colpo di Stato gli stessi mafiosi avrebbero dovuto portare una fascia al braccio. Ci fu un summit a Milano per decidere cosa fare. C'era tutta la Cupola. E c'era anche Francesco Di Carlo quel giorno con gli altri boss. Il golpe non ci fu più, ma anche Mauro De Mauro non c'era più. Era stato inghiottito nel nulla. Là dove le acque dell'Oreto seguono le colline e poi, lentamente e sempre più torbide, finiscono nel mare di Palermo”.

26 gennaio – La Procura di Palermo ha chiesto all' ufficio del gip la riapertura dell' inchiesta sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. L' iniziativa e' collegata ad alcuni fatti nuovi, tra cui l' acquisizione delle dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo riportate dal quotidiano "La Repubblica". Il procuratore Pietro Grasso non ha voluto commentare la pubblicazione del verbale di Di Carlo: "Coerentemente con il mio ruolo non posso violare il segreto istruttorio, contrariamente a quanto fanno i giornalisti". Quasi contestualmente la magistratura di Pavia, che indaga sull' incidente aereo di Bescape' nel quale mori' nel 1962 il presidente dell' Eni Enrico Mattei, ha inviato alla procura palermitana atti della propria inchiesta: verbali, testimonianze e rapporti. L' indagine di Pavia ipotizza un collegamento tra la caduta dell' aereo, che sarebbe stato sabotato, e la scomparsa di De Mauro: il giornalista dell' Ora se ne era occupato per la sceneggiatura di un film di Francesco Rosi. Le dichiarazioni di Francesco Di Carlo, boss di Altofonte, riaprono invece un' altra pista investigativa che conduce al golpe tentato nel 1970 dal principe Junio Valerio Borghese. Del caso Borghese avevano parlato in precedenza sia il boss Luciano Liggio in un udienza del maxiprocesso a Cosa nostra sia Tommaso Buscetta. Con diverse sfaccettature il loro racconto concordava sul fatto che i golpisti avevano chiesto l' appoggio militare della mafia. L' accordo pero' sfumo' per quella che la mafia giudico' una richiesta "molto strana": gli uomini d' onore dovevano portare una fascia verde come segno di riconoscimento. La pista Borghese, che a quanto pare sfiora anche due professionisti palermitani (uno e' morto qualche anno fa), e' stata a lungo scandagliata ma senza costrutto dalla magistratura assieme ad altre ipotesi investigative. Tanto che i giudici avevano archiviato l'inchiesta, dopo avere acquisito anche la sentenza di Roma sul tentativo di colpo di Stato. Ora le dichiarazioni del pentito Di Carlo e l' arrivo di nuovi documenti da Pavia inducono la Procura a ritornare su uno dei piu' impenetrabili misteri italiani degli anni '70.

26 gennaio - In una interpellanza al ministro della Giustizia, il vicepresidente della Camera Carlo Giovanardi, del Ccd chiede se il giudice Vincenzo Calia che ipotizza un ruolo per Amintore Fanfani ed Eugenio Cefis nell'omicidio di Enrico Mattei ha svolto le sue indagini nel tempo libero o nell'orario di ufficio. Il parlamentare vuol sapere "se il dottor Calia, che secondo “La Stampa” del 23 gennaio “ha speso gli ultimi sei anni con pazienza certosina, a rileggere milioni di fogli di carta del caso Mattei, rimettendo in piedi una sceneggiatura che forse non vedra' esiti processuali', lo ha fatto nel suo tempo libero o se viceversa ha utilizzato il suo orario di ufficio in questa maniera, sottraendolo agli impegni di lavoro, che dovrebbero essere assorbenti per i pubblici ministeri alle prese con la miriade di episodi di criminalita'".

26 gennaio - Il deputato di An Enzo Fragala', commentando le dichiarazioni del pentito Franco Di Carlo sull' uccisione del giornalista Mauro De Mauro, dichiara: "Esprimiamo grande indignazione per la credibilita' che viene data a un pentito che e' stato gia' dichiarato inattendibile su Ustica dal giudice Priore". "La storia del golpe Borghese - dice Fragala' – dichiarato inesistente da una sentenza passata in giudicato e del patto con la mafia per attuarlo sembra essere la trama di un pessimo libro di fantascienza". Il parlamentare aggiunge: "Non sappiamo perche' e per quali fini si cerchi di creare ulteriori oscuri scenari attraverso ridicole dichiarazioni di pentiti sulla tragica vicenda De Mauro. Tutto questo arreca un ulteriore oltraggio alla famiglia del giornalista assassinato".

27 gennaio - Il quotidiano "La Stampa" scrive:
"Sono passati trent'anni da quando mio marito non è più tornato a casa. Trent'anni per  sentirsi dire da un pentito che Mauro è stato ucciso per il golpe Borghese. A me sembra un  racconto strano, non vorrei che fosse un'altra azione di disturbo". Pensa al depistaggio la  signora Elda De Mauro, vedova del giornalista de "L'Ora" Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre del 1970. Da un mese la procura di Palermo ha ricevuto gli atti spediti  da Pavia, dal giudice Calia che, indagando sulla strage di Bascapè, sulla morte del presidente dell'Eni Enrico Mattei avvenuta la sera del 27 ottobre del 1962, si è imbattuto nel sequestro De Mauro. L'ipotesi di Pavia è che il giornalista siciliano sia stato eliminato perché sapeva del mistero di Bascapè. Una settimana fa la procura di Palermo ha sentito un pentito di Altofonte, Francesco Di Carlo, che ha raccontato che a uccidere De Mauro fu Cosa nostra su indicazione anche di pezzi delle istituzioni, dei servizi segreti, perché il giornalista sapeva del golpe che il Principe nero, Junio Valerio Borghese, stava preparando nell'estate del 1970.
 Signora De Mauro, crede alla storia del golpe Borghese? Suo marito, che aveva fatto parte della Decima Mas, conosceva il principe Junio Valerio Borghese?
"Non aveva questo onore. Il Principe mi scrisse una lettera, dopo la scomparsa di Mauro, augurandosi la sua liberazione. No, alla pista Borghese non ci credo. Ricordo bene quell'estate, l'ultima estate di Mauro. Mio marito era immerso nel lavoro commissionato dal regista Franco Rosi, che doveva girare un film su Mattei. Mauro non parlò altro che di Mattei, quell'estate".
Il pentito Di Carlo ha detto che suo marito andava spesso al Circolo della Stampa di Palermo, proprio per raccogliere notizie sul golpe Borghese...
"Non sta in piedi questa storia, è ridicola. Lo sanno tutti a Palermo che in agosto il Circolo è chiuso. E poi mio marito metteva piede al Circolo solo due volte l'anno, quando con le nostre bambine andavamo a prendere, a Natale, i regalini sotto l'albero, e a Pasqua l'uovo di cioccolata".
L'estate del 1970. Mauro si occupava di Mattei per Rosi: perché escludere che pensasse anche al golpe Borghese?
"Ogni pentito dice la sua. Iniziò Buscetta prima tacendo perché i tempi non erano maturi e poi, parlando di Mattei, ha ipotizzato il ruolo delle Sette Sorelle. Poi sono venuti i Mannoia e anche Mutolo a dire la loro su mio marito. Mi dispiace che qualcuno si presti a fare da megafono a questi pentiti. Sono certa che lui stava lavorando solo sul caso Mattei. Quell'estate, prima che partissi con mia figlia Junia per l'Austria - mio marito rimase a Palermo con nostra figlia più grande, con Franca - mi pare che fosse giugno, Mauro ebbe l'offerta di collaborare con Rosi. Era molto contento di farlo, ha lavorato solo a questo in quelle settimane".
Nel diario, sua figlia Junia accenna a quell'ultima volta che suo padre, suo marito, a tavola parlò della morte di Mattei. Ricorda?
"E come potrei non ricordarlo? Era quel famoso martedì. Il sabato si sarebbe dovuta sposare Franca, mio marito scomparve il mercoledì sera. Dunque, quel martedì a tavola si parlò del caso Mattei. Mauro disse che aveva finito il suo lavoro, che aveva saputo che a decidere la morte di Mattei era stato il presidente...".
Con i magistrati, Junia ha parlato del presidente Cefis.
"Mio marito stava per pronunciare quel nome quando trillò il campanello. Con il senno di poi, ci siamo convinti che il riferimento fosse a Cefis".
In quei giorni suo marito usò mai delle espressioni forti del tipo: "Ho scoperto qualcosa che farà tremare l'Italia...?".
"Qualcosa del genere lo disse un mese prima della sua scomparsa, al mare. Usò quell'espressione riferendola esclusivamente al caso Mattei".
Signora De Mauro, più di trent'anni sono passati dal 16 settembre del 1970, quando scomparve suo marito. Qual è il suo ultimo ricordo di Mauro De Mauro?
"Che sofferenza non sentire più quel campanello. Lui aveva le chiavi ma ogni sera, quando tornava a casa, si annunciava suonando il campanello. Più che una immagine, l'ultimo ricordo di mio marito è quella telefonata che mi fece. Era rattristato perché era andato allo stabilimento per farsi un bagno e sperava che Franca, nostra figlia, si fermasse con lui a fare un tuffo. E invece Franca lo lasciò solo"".
 

27 gennaio - "La Repubblica" pubblica un' intervista di Daniele Mastrogiacomo al gen. Maletti sulle ipotesi di legami tra il golpe Borghese e l' uccisione di Mauro De Mauro:
"Generale Maletti, si ricorda del giornalista Mauro De Mauro?
Dall'altro capo del telefono, a circa 7 mila chilometri di distanza, si sente solo il gracchiare della linea disturbata. Pochi secondi. Poi la voce nasale e un po' anglosassone della vecchia spia del Sid accenna ad un secco sì.
"E' un nome che non si scorda. Se ne parlò molto negli Anni 70".
Un boss mafioso, oggi collaboratore di giustizia, indica il nome del generale Vito Miceli e il suo come mandanti dell'omicidio del giornalista. De Mauro aveva scoperto i piani golpisti di Junio Valerio Borghese. Lei e Miceli, secondo il boss mafioso, avreste partecipato ad una riunione con esponenti di rilievo di Cosa nostra durante la quale sarebbe stata decretata la sua morte.
"E quando sarebbe avvenuto questo incontro?".
Nell'estate del 1970.
"Fare il nome di Gianadelio Maletti è comodo, visto che quasi tutti i dirigenti del Sid sono morti... Se vogliamo spaccare il capello, nell' agosto del 1970 non ero al Sid. Sono stato nominato capo dell'ufficio D il 15 giugno del 1971".
Ma dopo il suo ingresso al Sid non ha mai saputo qualcosa di simile?
"Mai. Erano note le divergenze tra me e Vito Miceli. Su di lui non posso certo giurare nulla. Se Miceli può essere stato il grilletto che ha esploso il colpo contro il giornalista io non avrei mai potuto essere il calcio che impugnava l'arma".
Il generale Miceli fu coinvolto nel golpe Borghese. Non è quindi inverosimile la tesi del collaboratore di giustizia.
"Il generale Miceli era anche siciliano, oltre che notoriamente su posizioni di destra estrema. Era chiuso, sospettoso e si circondava di una serie di ufficiali del Sid di cui si fidava ciecamente. Volendo credere a quella riunione è molto più facile che abbia coinvolto qualcuno di loro".
Chi, per esempio?
"Il colonnello Pace. Faceva parte di quel gruppo di ufficiali ad alto livello di impiego legatissimi a Miceli".
Nel libro "Delitto al potere", di Riccardo De Santis, pubblicato nel 1972 ma tolto dalla circolazione in poche ore, si ricostruisce la vicenda De Mauro. Si parla di un certo maggiore P., del Sid, che nei giorni precedenti l'omicidio era presente a Palermo. Potrebbe essere Cosimo Pace?
"Nel 1971, quando sono entrato al Sid, Pace era tenente colonello. Può darsi che fosse lui e che un anno prima avesse il grado di maggiore. Lui era legatissimo a Miceli, siciliano anche lui, credo di Palermo o di Trapani. Non so se sia ancora vivo".
Alla riunione, sempre secondo il pentito, avrebbe partecipato anche un ufficiale del Sid, conosciuto come "l'avvocato". Molte persone dell'epoca sostengono si tratti del colonnello Bonaventura. Lei, generale, lo conosceva?
"Certo. Era un colonnello dei carabinieri, capo del Controspionaggio di Palermo. Morì qualche anno dopo, assieme alla moglie, in un incidente stradale. Un incidente misterioso".
Il Sid si occupò mai del caso De Mauro?
"Se ne occupò in termini molto vaghi. Era scomparso, si parlava di mafia, di droga, di armi. L'ufficio indagò, raccogliendo le informazioni di routine. Tutto ciò che faceva clamore rientrava nella sfera dei nostri interessi. Il nome di Mauro De Mauro era famoso, lo ricordavano tutti. Ma quando arrivai al Sid e durante la mia permanenza a Forte Braschi non ho mai visto un rapporto, un atto ufficiale su di lui".
Il boss Francesco Di Carlo è considerato attendibile dai magistrati. Ha svelato molti retroscena su casi difficili e rimasti nell'ombra per anni.
"Non voglio mettere in discussione l'attendibilità di quel pentito. Il generale Miceli era sicuramente interessato a nascondere qualsiasi voce legata ai progetti di golpe di Junio Valerio Borghese e a coprire i promotori del colpo di Stato. In quei mesi, infatti, entrò in contatto con Remo Orlandini, l'imprenditore assai attivo nel progetto".
Lei, generale, raccolse un dossier sul golpe. Nella lista dei promotori c'era anche il nome di Miceli?
"Non lo ricordo. Un fatto è certo. Quando consegnai il famoso malloppone all'allora ministro della Difesa Giulio Andreotti, il generale Miceli figurava tra i sostenitori e i probabili protagonisti del progetto".
Quel malloppone le procurò dei guai.
"Fu l'inizio dei miei guai. Ma questa è un'altra storia. Voglio solo ricordare, a chi ha la memoria corta, che io fui l'unico tra i dirigenti del Sid ad aver svolto un lavoro di vero controspionaggio interno nei confronti dei movimenti eversivi di destra. E che segnalò all'autorità politica e poi a quella giudiziaria i nomi dei promotori dei vari golpe. Primo fra tutti quello di Junio Valerio Borghese che considero il più serio e il più pericoloso messo in atto in quel periodo".
Nel dossier non emerse il ruolo della mafia nel golpe?
"Il malloppone era soprattutto una lista di nomi. Gente coinvolta nel piano della notte dell'Immacolata. Furono processati. Il pm era Claudio Vitalone, legatissimo a Miceli, che svolse una requisitoria durissima. Credo che fosse un gioco delle parti, la soluzione era già stata trovata: vennero tutti assolti"."
"La Repubblica" pubblica anche un' intervista a Bruno Carbone, "compagno di scrivania" di Mauro De Mauro a "L'Ora":
"Sulla sua scrivania di ferro color verdastro c'erano sempre due o tre pacchetti di "nazionali" senza filtro e una bottiglia di whisky. E poi ci faceva volare su anche il solito maglione un po' largo che si sfilava ogni volta che doveva picchiare le dita sulla macchina per scrivere, cinque o sei cartelle di trenta righe l'una buttate giù in meno di un paio d'ore, fogli che scivolavano via cronaca dopo cronaca, giorno dopo giorno. "Fumava come un turco ma beveva solo dopo che avevamo chiuso, cioè solo di pomeriggio...io ho sempre creduto che l'avessero ucciso per il golpe ma ormai si sono persi 30 anni prima di seguire la pista giusta", ricorda il collega che ha vissuto a fianco di Mauro De Mauro, prima stanza a sinistra al secondo piano del palazzotto di vetro dove si stampava "L'Ora", quotidiano della sera che in quell'epoca era voce e cuore dell'altra Palermo, "L'Ora morti e feriti" venduto dagli strilloni che annunciavano sempre nuove sparatorie agli angoli delle vie. Si chiama Bruno Carbone, il giovanissimo "compagno di banco" del povero Mauro alla fine di quell'estate del 1970. Aveva cominciato con Achille Occhetto a "Nuova Generazione", l'avevano mandato giù in Sicilia a farsi le ossa affidandolo proprio a lui, il principe della "nera", quel De Mauro che era già famoso per i suoi scoop sui fatti di mafia. La memoria di Bruno Carbone - che poi sarebbe anche diventato direttore di quel giornale - torna all'estate del 1970: "Era sempre in contatto con quel mondo neofascista, io prendevo le sue telefonate, lo sentivo parlare, mi aveva detto che aveva per le mani un colpo straordinario... eppure nessun poliziotto e nessun magistrato mi ha mai ascoltato: sono stato testimone della vita e forse della morte di Mauro e nessuno mi ha mai chiesto nulla: è incredibile ma è così. Certi miei sospetti li ho confidati solo in privato, sono sempre stato convinto che De Mauro era stato ucciso perché a conoscenza di qualcosa sul quel piano militare...". Un altro ricordo: "Pochi giorni prima di sparire gli suggerii di parlare con il procuratore capo Pietro Scaglione, lui ci andò... dopo pochi mesi uccisero anche Scaglione". Il giornale era proprio al centro di Palermo, le finestre della stanza di De Mauro e di Carbone davano sul fioraio di piazzetta Napoli. "L'avevo conosciuto lì, primo servizio con lui in un paesino dove un uomo era fuggito con la cognata ma dopo poche ore li trovarono morti tutti e due: si erano suicidati. De Mauro mi portò a casa della moglie, c'era anche Gigi Petix il fotografo, appena quella aprì la porta lui la tramortì raccontandole cosa era successo al marito e alla sorella. Intanto Mauro aveva già ripulito la casa di tutte le foto e quando arrivarono quelli del "Giornale di Sicilia" non trovarono più niente. Io ero sconvolto, ma allora si faceva così...". Bruno Carbone racconta le scorribande di De Mauro cronista e poi torna a quei rapporti che aveva sempre mantenuto con i neri: "Sentiva tanta gente che era stata come lui nella Decima Mas, conosceva sicuramente bene anche quel Giacomo Micalizio che poi fu coinvolto e poi ancora assolto per il golpe Borghese... non so se ebbe contatti con lui in quegli ultimi giorni, questo non mi risulta...". Giacomo Micalizio è un medico che ha un laboratorio di analisi a Palermo. Risponde al telefono: "Non ho sentito De Mauro in quei giorni, lo frequentavo ma tantissimi anni prima. Non voglio parlare di queste cose fino a quando non capirò che piega prende tutta questa vicenda... quando capirò, e solo allora, offrirò la mia testimonianza". Caporedattore de "L'Ora" in quell'anno, il 70, era Etrio Fidora. Ricorda come se fosse ieri la mattina di quel 17 settembre, quando "quello straordinario giornalista che era Mauro" non si trovava dalla notte prima. "Non ci preoccupammo più di tanto, era già accaduto altre volte...qualche mese prima non era venuto al giornale per due giorni, io e il direttore amministrativo Giovanni Fantozzi lo trovammo a casa completamente sbronzo". Fu sempre Etrio Fidora a entrare nella stessa casa di via delle Magnolie tre giorni dopo la scomparsa, quando ritrovarono la sua auto, la Bmw blu. Accade qualcosa che non è facile dimenticare. E' sempre Fidora che parla: "Il commissario Boris Giuliano voleva prendere impronte digitali di Mauro ma in casa sua non ne aveva trovata neanche una, allora io gli dissi che c'era un posto dove sicuramente le avrebbe trovate: sui tasti della sua macchina per scrivere. Mi sbagliavo... non c'erano neppure lì sopra... in casa mi dissero che avevano pulito tutto, che era loro abitudine pulire tutto ogni mattina"."

28 gennaio - "La Repubblica" scrive:
"Sulla morte del giornalista Mauro De Mauro le vere indagini stanno cominciando dopo trent'anni. Forse cercheranno anche i resti del suo corpo alla foce del fiume Oreto, sicuramente scaverrano di più e meglio nei misteri della sua scomparsa. Dopo aver annunciato che l'inchiesta è stata ufficialmente riaperta, ecco cosa dichiara il procuratore capo di Palermo Pietro Grasso all'agenzia Ansa: "Ci siamo resi conto che molti personaggi legati a De Mauro e al contesto in cui si muoveva non sono stati mai sentiti. Dobbiamo riprendere le fila di tutto il caso". E' stato chiaro il procuratore di Palermo: sul sequestro del 16 settembre 1970 si ricomincia daccapo. Dopo le rivelazioni del pentito Francesco Di Carlo sull'ordine venuto da Roma "di chiudere la bocca al giornalista" che aveva saputo del golpe Borghese, i magistrati del pool ripescano tutti i fascicoli, seguono tutte le piste, Mattei, le esattorie dei Salvo, naturalmente s'indaga soprattutto tra i "neri" che volevano fare il colpo di Stato con i mafiosi. S'indaga anche su quel "livello clandestino" del Fuan (l'organizzazione universitaria del Movimento sociale) di cui parlò qualche anno fa il terrorista nero palermitano Pierluigi Concutelli, si ascolteranno i giornalisti che non si sono incredibilmente mai ascoltati (i colleghi più vicini a Mauro De Mauro in quell'estate di 30 anni fa), si interrogheranno vecchi personaggi a cavallo tra ambienti neofascisti e ambienti mafiosi. Insomma, si rileggerà ogni singola carta. Ma qualcosa "agli atti" c'è già, qualcosa che nei giorni scorsi ha spinto la Procura a chiedere al giudice degli indagini preliminari la riapertura dell'inchiesta. Un paio di personaggi sono nel mirino delle ultime investigazioni. E dagli archivi blindati è già stata prelevata una bobina che era in mano ai vecchi servizi segreti, il Sid. E' un nastro dove è ricostruita la storia dell'operazione "Tora Tora", il golpe che vide - ma solo fino a un certo punto - mafiosi e fascisti a braccetto. Il contenuto delle registrazioni all'epoca non finì mai nel "rapporto" degli ufficiali del Servizio. Fu consegnato - e solo nel 1992 - dal capitano Antonio La Bruna al giudice milanese Guido Salvini che istruiva il processo sulla strage di piazza Fontana. Tre anni dopo il giudice Salvini inviò le sue carte a Palermo. Finirono in mezzo a quel milione di pagine che è diventato il processo Andreotti. Nella bobina sparita ci sono voci che parlano, ci sono nomi che si sentono, ci sono legami che riaffiorano da vicende molto lontane. Lì dentro c'è la voce di un ufficiale che chiede: "Tu mi dici che un nucleo di uomini provenienti dalla Sicilia era già stato messo a disposizione per far fuori il capo della polizia Vicari?". Risponde la voce di una fonte: "Da quello che so, c'era un'intesa mafia e...". E cita il nome di due uomini, uno di Palermo e l'altro di Catania. Il primo è Giacomo Micalizio, l'analista arrestato, processato e assolto per il colpo di Stato. Il secondo era Salvatore Drago, medico all'epoca in servizio al ministero degli Interni. Il "caso De Mauro" riparte anche da qui. Da due lunghe conversazione avvenute il 30 e il 31 maggio 1974 in un appartamento del Servizio informazione difesa in via degli Avignonesi a Roma. Presenti due ufficiali, lo stesso La Bruna e il vice del comandante Gianadelio Maletti, il tenente colonnello Sandro Romagnoli. E presenti anche due "fonti", l'avvocato romano Maurizio degli Innocenti e l'odontotecnico spezzino Torquato Nicoli. Tutti parlavano del golpe Borghese e di "quei siciliani" che erano sbarcati a Roma quattro anni prima. Alloggiavano al "Residence Cavalieri" dove non si erano fatti registrare. Torniamo a quell'intercettazione negli uffici del Sid. Raccontava ancora una delle fonti - l'odontotecnico Nicoli - al tenente colonnello Romagnoli: "Questi mafiosi avrebbero dovuto far fuori Vicari ma non avevano le armi". La voce del capitano La Bruna: "E questi mafiosi che poi conoscevano le abitudini di Vicari...". Ancora Nicoli: "A me sembrò molto impossibile... improbabile che dei mafiosi non venissero armati con i loro ferri....". Il colonello Romagnoli: "Adesso da dimostrare è questo: c'era uno al ministero degli Interni... che lì si vede che c'era una certa azione che andava fatta in una certa maniera". La chiacchierata va avanti ancora. Si parla della Forestale che avrebbe dovuto occuparsi della Rai, "degli spezzini e dei genovesi" che sarebbero dovuti entrare al ministero della Difesa, poi sempre di quei siciliani che dovevano uccidere il capo della Polizia. Scrive il giudice Salvini: "Nel discorso di Torquato Nicoli il collegamento fra il gruppo dei mafiosi e il medico catanese e l'altro importante congiurato Giacomo Micalizio non è l'elemento che basta a spiegare l'omissione operata dal rapporto...". E aggiunge: "E' probabile che il generale Maletti... aveva espunto il nome ed il ruolo di Gelli dal rapporto sul golpe censurando l'intero episodio relativo alla presenza del gruppo di mafiosi collegati allo stesso dottor Drago...". La mafia che "sparisce" dal piano golpista grazie ai servizi segreti. Saranno poi pentiti come Buscetta o boss come Liggio e per ultimo Francesco Di Carlo, a ricordare cosa in realtà era accaduto. E' tutta materia per le nuove indagini su Mauro De Mauro”.

29 gennaio – “La Stampa” pubblica un’ intervista a Graziano Verzotto, a Parigi, che ricostruisce in maniera del tutto diversa da Di Carlo lo scenario dell’ uccisione di De Mauro:
“Era mio amico, Mauro De Mauro. Ci davamo del tu. Venne a trovarmi, quell' estate, chiedendomi se fosse stato risolto il problema legato al contratto di collaborazione saltuaria che aveva chiesto all'Ente minerario siciliano, all'Ems. Ma forse era un pretesto, un modo di entrare in conversazione, per arrivare al dunque. Voleva sapere di Enrico Mattei, della sua morte, dell'incidente di Bascapè, degli ultimi due giorni di vita che il presidente dell'Eni trascorse in Sicilia, prima di schiantarsi con l'aereo. E io ho cercato di aiutarlo". Parla a fatica Graziano Verzotto, a Parigi - a lui cara tanto da averla scelta come luogo di una quindicennale latitanza – per sottoporsi ad una terapia specialistica. Fu un personaggio, in Sicilia, l'ex senatore democristiano originario di Padova ma siracusano di adozione. Prima segretario provinciale del partito, poi vicesegretario regionale, quindi segretario e presidente dell'Ems dopo essere stato responsabile, nell'Isola, per le relazioni esterne dell'Eni di Enrico Mattei. Un vero uomo di potere. E, come tale, gli sono passati davanti vicende e personaggi che hanno segnato la storia siciliana e non soltanto. Per questo stesso motivo non si può dire sia stato uomo facilmente decifrabile, almeno fino al suo inarrestabile declino, dopo un trentennio che lo vide protagonista insieme con una galleria di ritratti che vanno da Lucky Luciano al procuratore Scaglione, da Silvio Milazzo al misterioso "avvocato", Vito Guarrasi, considerato come una sorta di stratega delle intricate vicende politico-economiche (e non sempre chiare) dell'autonomia siciliana. Graziano Verzotto ancora oggi ha paura, si porta dietro le tracce indelebili di una stagione difficile, pericolosa, si porta dentro ancora oggi le "cicatrici" di quella stagione e, quando gli si chiede di affrontare alcuni temi cruciali, la sua risposta tradisce ancora il peso del passato: "Lasciatemi campare ancora qualche anno....". Certo, come dare torto a uno che - seppure tra luci e ombre, tra omissioni e silenzi – dice che si è imbattuto in un attentato dinamitardo, è stato vittima di minacce ed è rimasto ferito mentre cercavano di sequestrarlo? Senatore Verzotto, procediamo con ordine. Iniziamo da Mauro DE MAURO. Lei lo incontrò due volte, prima di quel tragico 16 settembre 1970. Cosa gli disse? "Gli raccontai tutto quello che sapevo dei due giorni di Mattei in Sicilia. Gli indicai pure le persone che potevano completare quel quadro: Vito Guarrasi, Pompeo Colajanni, partigiano con Mattei, intellettuale e dirigente comunista, e l'ex presidente della Regione Mario D'Angelo". Parlaste anche dell'attentato? "Certamente. Mi sembrò convinto che l'aereo di Mattei fosse stato sabotato. Ricordo che eravamo nel suo studio, a casa sua. Sfogliava quegli appunti che stava preparando per il regista Franco Rosi, che gli aveva commissionato una sorta di sceneggiatura degli ultimi giorni di Mattei in Sicilia. E in quegli appunti lui aveva scritto le ragioni di quell'attentato. Ne parlammo insieme, chiedendoci a chi avesse giovato la scomparsa di Mattei. La risposta portava a Cefis, che divenne presidente dell'Eni, e all'avvocato Vito Guarrasi, che era stato allontanato dall'Eni di Mattei". Senta senatore, sta dicendo che Cefis e Guarrasi hanno firmato la condanna a morte di Mauro DE MAURO e di conseguenza di Enrico Mattei? "Non riesco a convincermene neppure adesso: decidere la soppressione di Mattei per trarre vantaggi a venire... ci  vuole uno stomaco d'acciaio. Mah... tutto è possibile, mi fa fatica a crederlo... in ogni caso un conto è parlarne e un altro è provarlo in un'aula di Tribunale". Ma DE MAURO in quei giorni bussò anche alla porta di Vito Guarrasi? "Io gli suggerii di andare e Guarrasi non me lo perdonò. Credette volessi metterlo in cattiva luce e dargli un ruolo in quel contesto. Sapete perché? Perché quando Mattei venne in Sicilia in quell'ottobre del 1962, Guarrasi era stato allontanato dal Consiglio di amministrazione dell'Anic di Gela". Quindi il giornalista aveva ultimato il lavoro per Rosi? "Immagino di sì. Io vidi quello che aveva scritto". E lei condivideva il pensiero di DE MAURO sulla morte del presidente dell'Eni, Enrico Mattei? "In un primo momento credetti alle risultanze dell'inchiesta della commissione nominata dalla Difesa, e d'altra parte era impossibile non prendere atto della categoricità con cui veniva esclusa la pista dell'attentato. Nel 1970 mi convinsi che Mattei era rimasto vittima di un attentato". Come mai tanta certezza? "Ho vissuto la scomparsa di DE MAURO anche come una sorta di avvertimento nei miei confronti, tant'è che subito dopo ho cominciato ad avvertire un tam tam sotterraneo che mi coinvolgeva direttamente nei misteri di Bascapè e di Palermo. Ho avuto paura. Ricordo un giorno, appena atterrato a Punta Raisi, chiesi al mio addetto stampa, Tonino Zito, di convocare gli inviati dei grandi giornali che seguivano l'inchiesta DE MAURO, per far sapere che io con quelle vicende non c'entravo nulla". Temeva che cosa, senatore? "Avevo la sensazione che il corridoio che metteva in giro la parola d'ordine: "DE MAURO scomparso, Verzotto sa", fosse organizzato da qualcuno, un piromane che voleva incendiare Palermo". Ma chi erano i suoi nemici? "Ne ho avuti sempre tanti, sin da quando sbarcai in Sicilia. In quella terra non puoi prevedere le conseguenze di certe decisioni importanti. Ricordo quella volta che mi toccò di bloccare la nomina fatta dal ministro Emilio Colombo del presidente del Banco di Sicilia. Il governo scelse il professore Orlando Cascio. Io dovetti andare a Roma a far cambiare idea al ministro. Fu così nominato un ispettore della Banca d'Italia, mi pare si chiamasse Di Martino. E durò sedici anni". Sono stati, dunque, i nemici la causa delle sue disavventure giudiziarie? "Sono rimasto coinvolto nella vicenda dei fondi neri di Sindona. La regione Sicilia aveva stanziato un finanziamento di 20 miliardi per costituire una società con il petroliere Rovelli. Nell'attesa che il progetto partisse ci siamo trovati a dover decidere dove depositare quei finanziamenti. Scegliemmo la Banca privata di Sindona - i cui dirigenti mi erano stati indicati dall'amministratore delegato dei giornali Paese Sera e L'Ora - perché offriva il miglior tasso d'interesse. Ebbi la premonizione che qualcosa non andava per il verso giusto. E dopo solo nove mesi prelevai i depositi, proprio in tempo per non essere travolto dal crack di Sindona. Altri enti avevano fatto la nostra stessa operazione, come la Gescal di Franco Briatico (30 miliardi) o la Finmeccanica di Giorgio Tupini (40 miliardi). Un anno dopo, un'ispezione della Banca d'Italia scopre il meccanismo dei cosiddetti fondi neri ma a pagare sarò solo io. Eppure chi mi chiamò in causa, un funzionario della banca di Sindona, disse che quei soldi al nero servivano per finanziare Fanfani, Andreotti, Colombo e Verzotto. Ma a pagare fui solo io". Ma, tra amici e nemici, ha mai sentito qualcosa sulla cosiddetta pista Borghese? DE MAURO le parlò mai del tentativo di golpe di Stato del principe Junio Valerio Borghese? "Cado dalle nuvole. Con me ha sempre parlato di Mattei. E anche con altri. Dall'avvocato Guarrasi cercava risposte sui misteri siciliani di Mattei". Lei descrive Guarrasi quasi come il "Grande Vecchio" siciliano. Anch'egli un nemico? "Era un uomo abile, la sua forza stava nell'abilità con cui riusciva a trovare una soluzione giuridica per ogni problema. Conosceva tutti e tutti si rivolgevano a lui. Lui fu la grande levatrice del governo Milazzo, quella scandalosa anomalia che per la prima volta mise insieme comunisti e destra per relegare all'opposizione la Democrazia Cristiana nel governo autonomista. La sua mente ha partorito i progetti più ambiziosi, lui è stato presente, come consulente o membro dei consigli d'amministrazione, in quasi tutte le imprese e società regionali". Però Mattei lo allontana dall'Eni. "Questo resta un mistero. Non so se fu Mattei o addirittura lo stesso Cefis ad allontanare Guarrasi. E restano un mistero anche i motivi di quell'allontanamento. Forse, Giorgio Ruffolo potrebbe spiegarli e anche il dottor Gandolfi, che di Mattei era il segretario". Pure lei, però, ha qualcosa da farsi perdonare. Per esempio, l'assunzione del mafioso Beppe Di Cristina di Riesi all'Ente Minerario Siciliano... "Fu Aristide Gunnella il repubblicano ad assumerlo. Io commisi la leggerezza, da stupido "polentone", di essere il suo testimone di nozze. Me lo chiese il partito di Caltanissetta: Di Cristina sposava la figlia del segretario della sezione comunista. Alcuni anni dopo lo stesso Di Cristina venne nel mio ufficio a chiedere una promozione, gliela negai e raccontai tutto all'allora colonnello Dalla Chiesa. Mi portarono a confronto con Di Cristina, recluso all'Ucciardone. Una esperienza terrificante: quello che gridava e sputava e mi chiamava "vigliacco e traditore"". L'ha vista da vicino, la mafia. "Una volta mi volevano costringere ad assumere quattro mafiosi. Mi bloccarono per strada ma io ho resistito. Ricordo i Salvo. C'era un problema da risolvere: una concessione per lo sfruttamento del giacimento di Gagliano. L'assessore regionale D'Antoni voleva centocinquanta assunzioni in cambio della concessione. Il capogruppo della Dc all'Assemblea Regionale, all'epoca, era Alessi che mi avversava. Convinco il gruppo regionale della necessità della concessione, ma non D'Antoni, che era un repubblicano. Mi rivolsi all'amico Nino Salvo che mi suggerì la soluzione: mi portò nel giorno di San Pietro nelle terre di D'Antoni, mentre si trebbiava. Ebbi con l'assessore una discussione tanto calorosa quanto polverosa. Alla fine, D'Antoni capitolò e firmò. Questo lo devo a Nino Salvo, lo devo alla sua presenza quel giorno. Mi aspettavo qualche richiesta in cambio, ma lui non pretese nulla. Evidentemente gli bastava di aver dimostrato quanto valesse la sua presenza". Senatore Verzotto, nella Sicilia degli Anni 50 e 60, la Dc i mafiosi li aveva in lista. Erano suoi iscritti.... "E' vero, non si può negarlo. Anche Genco Russo fu candidato nelle nostre liste a Mussomeli. La cosa non piacque a Roma. Il segretario Rumor mi diede mandato di depennare quel nome. Andai a Mussomeli e portai con me il giovane Lillo Pumilia, che poi sarebbe diventato parlamentare, dicendogli: "Adesso ti faccio fare una bella esperienza". L'assemblea fu convocata al Circolo dei Nobili. Bel palazzo, spazioso, con grandi saloni. Il primo, il secondo, il terzo erano pieni di "coppole storte". La riunione si tenne in uno stanzino. Dissi senza perifrasi che volevo vedere la lista elettorale. Arrivammo al nome di Genco Russo. Chiesi a quale titolo stava in lista. Mi fu risposto che rappresentava la Confraternita del Santissimo Sacramento. Andai dal parroco che mi confidò di averlo dovuto fare presidente della Confraternita perché solo lui era capace di garantire una presenza di popolo in chiesa e nelle processioni. Convinsi il partito che un cotanto candidato andava speso per consultazioni più impegnative e il nome di Genco Russo fu cancellato". Altri "incontri ravvicinati"? "A parte il tentativo di sequestro, che è storia risaputa, ricordo una notte sulla strada di Valguarnera. Ero rimasto in panne. Una macchina sbucata dal nulla mi prende a bordo e mi porta al ristorante. Quando esco la mia auto è di nuovo in condizione di camminare. Chiedo: "Quant'è il disturbo?". E mi viene risposto: "Lei è persona conosciuta. Non ci deve nulla". Quello era il territorio di Calogero Volpe, mio grande elettore. Un'altra volta incontrai Lucky Luciano all'Hotel Des Palmes di Palermo. Mi volle incontrare per ringraziarmi di aver liberato la Sicilia e il Paese da quella iattura che era il governo Milazzo. Con me c'era Mauro De Mauro ed ero contento di poter offrire al mio amico un vero scoop. Luciano, infatti, parlò a ruota libera affermando che la mafia aveva collaborato per lo sbarco degli alleati in Sicilia. Anzi, era andata oltre eliminando nel porto di New York le spie tedesche che sabotavano le navi destinate agli Alleati. Ma DE MAURO preferì non scrivere nulla". Ci dica, senatore: è vero che lei incontrò il 4 maggio del 1971, il giorno prima che fosse assassinato da Cosa nostra, il procuratore Scaglione? "E' vero. Ci vedemmo a cena, e c'era anche il presidente del Tribunale Piraino Leto, suocero di Paolo Borsellino. Il procuratore era avido di notizie sulla storia del metanodotto. Era scomparso DE MAURO e la cosiddetta pista Eni non era ancora del tutto dimenticata". E la corruzione, Verzotto? Lei ha finanziato i partiti siciliani? "Come? Non sento bene. Il traffico di Parigi è troppo assordante".

30 gennaio - Giovanni Pellegrino, presidente della commissione Stragi, parlando con i giornalisti a Palermo a margine di una lezione sui poteri occulti organizzata dall' Accademia di studi politici presieduta da Bartolo Sammartino, dice:”La mafia? E' stata una Gladio siciliana, e' riuscita a tenere fuori l'isola dalle tensioni che hanno attraversato il Paese". Pellegrino ha detto di ritenere le due piste (golpe Borghese e caso Mattei) della scomparsa del cronista de L'Ora Mauro De Mauro entrambe 'verosimili', ma di ritenere 'piu' intrigante la seconda, perche' la colloco nelle tensioni generate dall'asse nord-sud del mondo, piuttosto che sulle contrapposizioni est-ovest". "Certo - ha aggiunto - e' difficile credere ad un incontro di Vito Miceli con il vertice mafioso". Alla lezione ha partecipato anche l'on. Enzo Fragala', di An, anch'egli componente della commissione Stragi, che ha detto di non credere che la strage di Capaci possa essere organizzata dai mafiosi. "E' un'organizzazione militare - ha detto – della quale i contadini di Corleone potevano avere idea solo andando al cinema". Fragala' ha denunciato che "nessuna indagine e' stata fatta sull' archivio Mitrokhin" ed ha aggiunto: "Come pensate che la storia occulta del Paese si possa disvelare se Francesco De Martino, confidente del KGB a detta dell'archivio, e' ancora senatore a vita della Repubblica".

3 febbraio - Su Raiuno va in onda uno speciale Tv7 sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, con interviste a Graziano Verzotto, segretario della Dc siciliana e presidente dell' Ems negli anni '70, a Bruno Contrada, il funzionario di polizia ai vertici investigativi siciliani per oltre venti anni, a Vittorio Nistico', che e' stato direttore del quotidiano palermitano L' Ora. Il giornalista Giuseppe Crapanzano ricostruisce la vicenda di De Mauro basandosi sulle testimonianze di chi lo ha conosciuto, di articoli di giornale e del diario di un giornalista palermitano, Gianni Lo Monaco, amico dei De Mauro, che per conto de L' Ora segui' la vicenda subito dopo la scomparsa di quello che era uno dei piu' noti cronisti siciliani. Nello speciale vengono ipotizzati collegamenti tra la scomparsa di De Mauro e l' omicidio del procuratore Pietro Scaglione e viene messa a fuoco la figura del commercialista Nino Buttafuoco, unico indagato per la scomparsa di Mauro De Mauro. Per Bruno Contrada, Mauro De Mauro forse aveva scoperto tanti anni prima, rispetto a investigatori e magistrati, il ruolo dei cugini Nino e Ignazio Salvo che avevano la gestione delle societa' per la riscossione dei tributi. "Dopo l'uccisione del procuratore Pietro Scaglione - dice Contrada - nel maggio '71, scoprimmo che De Mauro nell'estate del '70 era andato a trovare il magistrato e i due avevano parlato per venti minuti. Scaglione a noi investigatori non parlo' mai di quel colloquio. Lo apprendemmo dopo la sua morte dal vicebrigadiere D'Agostino che era il suo uomo di fiducia". La Mobile scopri' anche che De Mauro era andato nella cancelleria commerciale del tribunale per esaminare fascicoli delle societa' che si occupavano dei tributi. Non e' escluso, secondo Contrada, che De Mauro scopri' una maxievasione fiscale dei cugini Salvo che solo nell'84 vennero incriminati per mafia da Giovanni Falcone. "Il giudice istruttore Rocco Chinnici - aggiunge Contrada - ci disse che una volta De Mauro s'incontro' con lui nel caffe' Nobel e gli disse di aver scoperto 'intrallazzi negli uffici tributari'. Chinnici consiglio' a De Mauro di parlare di quelle cose con Scaglione". "Ricordo - continua - che quando arrestammo Nino Buttafuco, che aveva uno degli studi tributaristi piu' importanti di Palermo, Scaglione organizzo' una conferenza stampa in cui disse che quella pista era quella giusta. E' stata la prima e unica volta che il procuratore ha fatto dichiarazioni pubbliche alla stampa. Non aveva mai parlato". La polizia esamino' tutta la vita di De Mauro "dalla nascita fino al giorno del rapimento". "Sapevamo quasi tutto - dice - Ricordo che seguimmo tutte le piste possibili, tutti i moventi. Le indagini piu' serie erano tre: golpe Borghese, caso Mattei, la mafia. Mi occupai della pista Mattei: il regista Rosi che aveva incaricato De Mauro di fare un'indagine sulla morte del presidente dell'Eni minimizzo' dicendo che il giornalista doveva solo fargli un informativa sull'ultimo giorno di Mattei. Non ho mai creduto alla pista del golpe Borghese e non credo neanche alle ultime rivelazioni del pentito Di Carlo". "Nei mesi successivi al rapimento - conclude - arrivarono in questura centinaia di anonimi. Riempii tre faldoni con quei fogli e con quelli delle indagini che facemmo su ogni segnalazione".

11 febbraio - "Il Corriere della Sera" pubblica la recensione del libro "Enrico Mattei" di Nico Perrone, edito dal Mulino. L'autore  insegna "Storia dell'America" a Bari, ha lavorato nello staff dell'Eni, su Mattei ha già pubblicato un libro. "La chiave interpretativa - scrive il Corriere - della personalità, delle opere e diciamo pure del pensiero di una delle figure più  discusse delle nostre vicende economiche e politiche dal dopoguerra agli anni '60 è qui il costante antiamericanismo. Per certi aspetti effettivo protagonista della "modernizzazione italiana", il fondatore dell'Ente Nazionale Idrocarburi, lo stratega di una politica energetica  italiana (ma anche l'ispiratore di una politica estera e condizionatore della politica tout court) aveva di mira l'autonomia, la lotta alle grandi compagnie petrolifere (le famose "Sette  sorelle"), i costosi accordi terzomondisti con i Paesi produttori, la collaborazione con l'Urss nel  bel mezzo della guerra fredda. Piccolo industriale, rappresentante dei partigiani cattolici, nel '45  sfila a Milano accanto a Cadorna, Parri e Longo. Quasi per caso commissario dell'Agip, che  dovrebbe liquidare come carrozzone autarchico, deputato dc anticomunista, mescola una  visione da "posto al sole" con gli impulsi sociali, antiliberali e statalisti dei "professorini" (da  Dossetti a La Pira, ma soprattutto a Fanfani, già sostenitore dell'economia corporativa). Puntando sui fantasticati giacimenti della Pianura Padana, ottiene per l'Eni, istituito nel 1953, la nazionalizzazione degli idrocarburi, sostenuto da proclami anticapitalistici. Lo fronteggiano memorabili articoli di Indro Montanelli e Luigi Sturzo. Il nuovo colosso pubblico acquisisce e crea tecnologia avanzata, una poderosa rete di metanodotti (con gas importato) fa da propellente sia allo sviluppo economico italiano, sia alle rendite metanifere gestite con spregiudicatezza, si espande dovunque. L'ingresso nella petrolchimica fa saltare la Montecatini e, dopo la nazionalizzazione elettrica, innesca disastri e scandali futuri. Mattei muore nel '62, in un misterioso disastro aereo. Ma nel '61 la petroliera con il primo carico di petrolio iraniano prendeva nome dal mancato giacimento fatto eruttare con orgoglio davanti a De Gasperi: da "Supercortemaggiore, la potente benzina italiana" era partita l'imponente avventura statalista del "cane a sei zampe". Quella del suo artefice era un'identità arciitaliana di metà Novecento".

14 febbraio - In un' intervista al Tg3, Maria Calaciuria, vedova di Ezio Calaciura, giornalista agrigentino, che mori' in un incidente stradale nel 1973 in Calabria, adombra il sospetto che il marito sia stato assassinato. Calacioria era amico di Mauro De Mauro e stava indagando sulla sua scomparsa. La donna afferma di non aver mai creduto alla tesi dell' incidente e ricorda che subito dopo la morte del coniuge due uomini le avrebbero offerto un somma consistente per i rottami della macchina. "Provai a indagare - sostiene - sul motivo di tanta generosita', ma presto fui fermata, qualcuno mi disse che quelli erano mafiosi e che era meglio lasciare perdere". La vedova aggiunge che dopo la morte del marito subi' un furto in casa: i ladri si limitarono a rubare soltanto documenti e molti articoli a firma di Ezio Calaciura, materiale mai ritrovato.

22 febbraio - Muore l'ex direttore della Banca Rothschild di Zurigo Jurg Heer, 65 anni. Heer, detto anche il 'banchiere dei misteri', colpito dal virus hiv, ha trascorso le ultime settimane della sua vita al 'Lighthouse', un ospizio per malati di aids in fin di vita. Ex responsabile della sezione crediti della Banca Rothschild di Zurigo, dalla quale fu licenziato in tronco con accuse di frode e irregolarita', Heer usci' allo scoperto nel novembre 1992 con rivelazioni al settimanale tedesco "Bild" e al "Wall Street Journal". "Facevo parte di un sistema criminale", disse Heer, aggiungendo che "il barone Rothschild copriva una gigantesca fuga di capitali dall' Italia" con "collegamenti con la mafia nel nord d' Italia". Heer sosteneva anche di aver consegnato personalmente, con un sistema di riconoscimento basato su una banconota da 100 dollari tagliata a meta', una valigetta che, a quanto avrebbe saputo dopo, conteneva 5 milioni di dollari per i killer di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato nel 1982 sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra. A dicembre 1992, in un' intervista a "Panorama", Heer aggiungeva che la banca Rothschild aveva costituito una struttura parallela proprio per le operazioni "delicate" (la "Orion") e aveva legami di affari con la "P2". E sulla vicenda Calvi precisava che l' ordine di consegnare la valigia era partito da "una persona con funzione elevata nella P2", "una persona di fiducia di Gelli". Heer, che possedeva diverse ville, aveva collezionato una ottantina di vetture d'epoca ed aveva un livello di vita estremamente lussuoso, era stato arrestato nel luglio 1992 su ordine della magistratura elvetica per aver causato perdite all' istituto di credito per oltre 200 milioni di franchi svizzeri con la concessione di crediti "scoperti". Due mesi dopo venne scarcerato e scomparve. Venne' segnalato in Italia, in Turchia e in Azerbaigian e fu arrestato di nuovo nell' ottobre 1997 a Hat Yai, in Thailandia. Nell' ottobre 1998, la Corte distrettuale di Zurigo lo riconobbe colpevole di appropriazione indebita per 55 milioni di franchi e lo condanno' a quattro anni di reclusione e a 10 mila franchi d'ammenda. Stanco, invecchiato e malato di aids, Heer rinuncio' a presentare appello.

26 febbraio - Presentato in Francia il libro "Revelations", di Denis Robert, un giornalista non nuovo ad inchieste sul mondo della finanza e sui paradisi fiscali. Il libro parla di una "camera di compensazione" finanziaria, con base a Lussemburgo, che sarebbe diventata in qualche anno base di un vorticoso giro di conti segreti per centinaia di miliardi di dollari. Il libro, che uscira' in settimana in Francia, cita banche ed imprese di molti paesi che sarebbero coinvolte, lasciando intendere che quei conti segreti servivano per loschi affari, come il riciclaggio di denaro e si basa quasi esclusivamente sulla testimonianza di Ernest Backes, che fu dirigente della Cedel (la "camera di compensazione" lussemburghese che adesso si chiama Clearstream) e che fu poi licenziato. Backes sostiene di essere in possesso di un'impressionante documentazione fatta di dischetti, videocassette, roba da "riempire decine di metri di scaffali" e che rappresenta "un'assicurazione sulla vita". C'e' di tutto, dalla Elf all'Ambrosiano, dalla banca spagnola Banesto ai fondi pensione Chrysler Canada, ai pesos d'oro messicani del dittatore cubano Batista. Per 'Le Figaro', che ha aperto la sua prima pagina con la presentazione del libro, il sistema della Cedel-Clearstream potrebbe essere "la piu' grande macchina di riciclaggio di denaro sporco al mondo". Da parte della finanziaria lussemburghese e' giunta subito una secca smentita, che parla di controlli "draconiani" sui propri conti. La Cedel nacque alla fine degli anni Sessanta per venire incontro alla legittima esigenza delle banche internazionali di minimizzare i tempi e i costi per i trasferimenti di documenti contabili, annullando fra l'altro le somme che gli istituti dovrebbero ogni volta versarsi l'un l'altro. Ma, all'inizio degli anni Novanta, questa la tesi di 'Revelations', si sviluppo' in poco tempo la pratica dei "conti segreti". Prima ogni banca aveva un conto presso Cedel, da un certo momento in poi tutte - comprese quelle con sede nei paradisi fiscali o un'esercito di neonate banche russe di dubbia origine - sono state autorizzate ad aprire dei "sottoconti" in codice. In alcuni casi, grandi gruppi industriali avevano accesso diretto a questi conti. Denis Robert, quando parla di coinvolgimenti italiani, cita praticamente tutti i grandi misteri e scandali italiani degli ultimi anni, da Calvi alla P2, dallo IOR a Gladio, sempre affidandosi a documentazioni gia' note e pubblicate. I conti delle banche italiane, secondo lui, erano particolarmente numerosi (a fine anni Settanta apportavano il 60% del volume di affari trattati da Cedel) in quanto "nel loro paese erano sottomesse a pesanti tassazioni di capitali". "Le Monde", che giudica relativamente affidabilel'inchiesta, scrive pero' oggi che "i fatti che 'Revelations' denuncia restano da provare".

27 febbraio - Il quotidiano online "Il Nuovo" pubblica un altro articolo di Gianni Cipriani sulle carte dell' archivio Cogliandro. Le rivelazioni riguardano i giornalisti e le testate spiate dal Sismi:
"Spie in redazione
Nome per nome, tutti i giornalisti schedati dal Sismi negli anni della gestione Santovito-Cogliandro. Notizie su testate di ogni tendenza e colore finivano negli archivi di Forte Braschi.
ROMA - Quando un giorno sarà scritta una prima storia dello spionaggio in Italia, sicuramente una delle categorie che raggiungerà il vertice tra quelle che hanno prestato ai servizi segreti agenti, informatori, fiduciari e spie, sarà quella dei giornalisti i quali, per la natura stessa del loro mestiere che li autorizza a muoversi e a "domandare", sono sempre stati considerati dagli esperti di intelligence una delle principali fonti. E come tali utilizzati, spesso con il consenso del giornalista stesso. Ma i giornalisti, proprio per la delicatezza del loro ruolo - si pensi solo ai vaticanisti, ai giudiziari e a quelli dei servizi politici - sono stati molte volte anche vittime di attività spionistiche dei servizi segreti stessi, i quali avevano interesse a raccogliere ogni tipo di informazione soprattutto sui personaggi più "scomodi" e, comunque, su ogni persona che, in un futuro indefinito, avrebbe potuto essere avvicinata e convinta a collaborare con le lusinghe o con il ricatto. Ed in effetti l'esame del carteggio del Controspionaggio a suo tempo sequestrato dal giudice Rosario Priore nell'ambito della maxi-inchiesta sulla strage di Ustica, fa emergere una vera e propria schedatura di massa che vede, tra testate e giornalisti, circa 100 fascicoli aperti dal Sismi, molti dei quali sono stati opportunamente distrutti perché, c'è da ritenere, contevano informazioni di natura privata o raccolte in maniera illegittima. Proprio perché la schedatura è di massa, è difficile individuare uno dei criteri seguiti dal servizio segreto, che ha inserito nelle sue liste giornalisti e testate di ogni tendenza politica, con particolare riferimento alle "personalità" e ai cronisti d'inchiesta. Ad ogni modo, da un rapporto, è possibile comprendere che uno degli interessi del Sismi, come detto, era quello di non escludere di poter tentare di "agganciare" in futuro il giornalista, se ciò fosse stato ritenuto utile. Naturalmente i giornalisti nulla sapevano di questo interesse degli 007. La vicenda più significativa, in questo caso, è quella di Jas Gawronsky , corrispondente della Rai da Mosca, sul quale, al momento della nomina, fu preparata una velina. Le indicazioni a margine erano assai eloquenti: "E' possibile avvicinarlo?". Il nome di Gawronsky, tra l'altro, era finito anche all'interno del dossier Mitrokhin sulle spie sovietiche in Italia, ma il dossier, nonostante l'infinita polemica politica, si è dimostrato largamente inattendibile, pieno di imprecisioni. E comunque è da escludere che il giornalista della Rai fosse una spia russa. Al contrario, è evidente come il ruolo di corrispondente da Mosca fosse considerato, sia dal Sismi che dal Kgb, come un posto privilegiato per inserire un informatore. Un "blocco" di giornalisti schedati riguarda, come detto, quelli che si sono più di altri misurati con il terrorismo e i "misteri d'Italia". Molti i nomi di rilievo che non hanno bisogno di presentazioni: Chiara Beria D'Argentine ; Pietro Calderoni; Romano Cantore ; Roberto Chiodi; Roberto Fabiani; Francesco Paolo Giustolisi; Fabio Isman, il giornalista del Messaggero che fu arrestato per aver pubblicato i verbali segreti di Patrizio Peci che gli erano stati dati dal vice-capo del Sisde, Silvano Russomanno; Giulio Obici, inviato di punta di Paese Sera; Mario Scialoia, che realizzò l'intevista-scoop con il brigatista Giovanni Senzani mentre questi era latitante; Pino Bongiorno; Andrea Santini di Paese Sera, "monitorato" per una sua inchiesta sulle Forze Armate e poi Mino Pecorelli, il suo primo direttore Franco Simeoni e Paolo Senise, che negli anni successivi avrebbe collaborato proprio con il colonnello del Sismi, Demetrio Cogliandro. In questo elenco c'era anche Marco Ligini, l'autore del libro-inchiesta Strage di Stato su piazza Fontana, il quale "godeva" di una sorveglianza continua. Nutrito anche il "pacchetto" dei direttori di giornale o di coloro i quali lo sarebbero diventati: Rodolfo Brancoli, per un breve periodo alla guida del Tg1; Ugo Stille del Corriere della Sera; Livio Zanetti ; Emilio Fede, all'epoca celebrato giornalista Rai e adesso alla guida del Tg4; Giuseppe Fiori, di Paese Sera; Antonio Ghirelli, già collaboratore di Pertini; Claudio Rinaldi, finito all'Espresso; Gaetano Scardocchia della Stampa; Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica ; Luigi d'Amato, direttore di Vita; Giano Accame, direttore del Secolo d'Italia. Molti anche i giornalisti autorevoli e famosi tra cui (con la qualifica di giornalista-scrittore) era stato inserito anche Alberto Moravia. Tra loro Giorgio Bocca, Gianni Corbi, Barbara Spinelli, Giulietto Chiesa (chiamato dal Sismi Lucietto, ndr) il vaticanista Alceste Santini, vero e proprio "ambasciatore" del Pci presso la Santa Sede, Giancesare Flesca e Antonio Gambino, Paolo Guzzanti, Alberto Jacoviello, ex Unità passato a Repubblica e Ulderico Munzi . L'elenco, ad ogni modo, è sterminato. Vi compaiono i nomi di molti giornalisti ancora oggi - ma non sempre - in piena attività: Pino Barile, Vincenzo Piero Baroni , Stefano Brusadelli, Matteo Spina, Rosy Talamone, Michele Topa, Paolo Torresani, Massimo Tosti, Massimo Uffreduzzi, Ernesto Viglione, Giuseppe Catalano, Sergio Cecchini, Paolo Cichero, Fabrizio Coisson, Lionello Colozza, Gabriele Invernizzi, Nino Longobardi, Gianni Lazotti, Marcella Leone, Goffredo Parise, Rita Porena, Giorgio Porreca, Eric Salerno, Francesco Lisi, Paolo Torresani , Giuseppe Catalano, Lionello Calozza, Sergio Cecchini e Gianni Rossi. Ciascuno di loro aveva un fascicolo. Anche in questo caso, come era accaduto per i rapporti su Papa Giovanni Paolo II, molte delle carte sono andate distrutte, altre ancora sono conservate negli archivi di Forte Braschi. Infine, tra le persone titolari di un fascicolo, era stato inserito Giorgio Boatti, studioso delle Forze Armate e autore di molti libri sulla strategia della tensione, nonché gli esperti di questioni militari e strategiche Stefano Silvestri ed Enrico Iacchia. Ma non è finita: nella schedatura di massa fatta dal Sismi dell'epoca non solo erano previsti i dossier sui singoli giornalisti, ma anche le pratiche su ogni singola testata. Così, nel carteggio non solo erano finiti i faldoni relativi all'organo del Pci, l'Unità , o al giornale filo-comunista Paese Sera o a Lotta Continua o, ancora, al settimanale satirico il Male , ma anche giornali i quali, almeno secondo le logiche dell'epoca, avrebbero dovuto essere considerati più affidabili. Ecco così che era stata fatta una schedatura addirittura sul quotidiano della Santa Sede l'Osservatore Romano e sull'altro periodico Civiltà Cattolica (forse l'attività era parte integrante dello spionaggio verso il Vaticano) e verso le principali agenzie di stampa: l'Ansa, la Kronos, Radiocor. Tra i quotidiani il Corriere della Sera, il Giorno, il Giornale d'Italia, il quotidiano di Napoli, Roma e il Messaggero. E infine l'Occhio, diretto da Maurizio Costanzo che ebbe vita breve. Non potevano, naturalmente, mancare i settimanali. L'Europeo, il Mondo , l'Espresso e Rivista Confidenziale. E infine Panorama. Una redazione, all'epoca, particolarmente controllata: a margine del registro, infatti, c'era scritto a proposito di un rapporto datato 4 gennaio 1980: collusioni tra giornalisti e presunti capi delle Brigate Rosse. Le accuse non sarebbero mai state provate. Eppure quella "maldicenza" ha continuato a circolare per molto tempo. Tant'è che le stesse cose sarebbero state ripetute, circa dieci anni dopo, da un informatore (un giornalista) del Sismi, che lavorava proprio per il colonnello Cogliandro. Ossia per il responsabile dell'archivio del Controspionaggio."

11 marzo - “Il caso Mattei” torna alla ribalta televisiva con un documentario realizzato da due autori tedeschi, Calus Bredenbrock e Bernhard Pfletschinger, che verra' trasmesso dalla Arte/WDR di Colonia e la TSI di Lugano. Il filmato, che dura 60 minuti, si intitola “Processo contro il silenzio. Il mistero della morte di Enrico Mattei” e racconta la vita e la tragica morte del presidente dell'Eni, caduto con il suo aereo privato il 27 ottobre 1962, vittima - secondo molti osservatori - di un attentato. Verra' presentato in anteprima dal Goethe Institute di Roma, il 15 marzo, e commentato in una tavola rotonda dai due autori, dal loro consulente, lo storico Nico Perrone, dal giornalista Mario Pirani che fu collaboratore di Mattei e da Francesco La Licata della Stampa di Torino. I due documentaristi tedeschi hanno pensato di tornare sull'argomento, quando, nella primavera del 1995, a Pavia si apri' un processo contro un anziano contadino testimone della caduta dell'aereo di Mattei, accusato di “favoreggiamento personale aggravato” per non aver riferito alcuni particolare della sciagura. Conoscendo gia' la vicenda, attraverso il film di Rosi e la biografia scritta da Perrone, i due si chiesero come fosse possibile che dopo quaranta anni le inchieste non fossero ancora state chiuse e i processi celebrati. Da li' sono partiti per la loro ricostruzione, che e' anche la ricostruzione di un pezzo d'Italia dal dopoguerra agli anni Sessanta. Fra le interviste da loro realizzate anche quelle con il figlio del giornalista americano William McHale, che si trovava sull'aereo con Mattei; e con Arnaldo Bertuzzi, figlio del pilota caduto.

17 aprile - Ezio Mauro, direttore di "La Repubblica", e Rossana Rossanda presentano il libro "Ricordi tristi e civili" di Cesare Garboli, edito da Einaudi, che raccoglie una serie di scritti vari, che cominciano con il rapimento di Aldo Moro (1978) e terminano nel 1993. Oltre che di Moro, nel libro si parla del caso Tortora, del conflitto arabo-israeliano, della vicenda di Serena Cruz, dei suicidi speculari di Cagliari e di Gardini, e di altro.

25 aprile - E' morto mons. Donato De Bonis, attuale prelato dell' Ordine di Malta, l' uomo che fu il successore di mons. Paul Marcinkus alla guida dello Ior, la banca del Vaticano. Lo si e' appreso dai necrologi apparsi su alcuni organi di stampa a tumulazione avvenuta, come da sua espressa volonta'. Mons. Donato De Bonis, che aveva 71 anni, e' stato nello Ior per 34 anni, dal 1959 al 1993, quando era stato fatto vescovo e nominato prelato dell' Ordine di Malta. E' stato l'unico dei massimi dirigenti dello Ior ad essere uscito indenne dalla vicenda del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nella quale furono invece coinvolti mons. Paul Marcinkus, allora presidente dell' Istituto per le opere di religione (Ior), e gli altri esponenti di spicco dell’ Istituto. Mons. De Bonis era considerato 'nemico' di mons. Marcinkus, del quale ha sempre detto di avere personalmente stima, e della sua gestione dello Ior: si schiero’ con coloro che sostenevano il “dovere morale” del Vaticano di risarcire quanti erano rimasti coinvolti nella vicenda del Banco Ambrosiano. Nato il 13 aprile 1930 a Pietragalla, in Basilicata, mons. De Bonis era stato ordinato sacerdote a 23 anni e a 29, nel 1959, era entrato nell' amministrazione dello Ior, percorrendone tutti i gradi della carriera: entrato come officiale (funzionario), ne era divenuto sostituto nel 1969 e segretario generale nel 1970. Quando, in seguito alla vicenda dell’ Ambrosiano, il Vaticano decise la ristutturazione dello Ior e accolse le dimissioni da presidente di mons. Marcinkus, mons. De Bonis divenne, nel 1989, il prelato dell’ Istituto per le opere di religione. La figura del prelato, nata con la nuova struttura della banca, che vedeva sostanzialmente suddivisi i poteri che erano stati del presidente, non aveva compiti esecutivi ne' responsabilita' di firma, e tuttavia era una figura di spicco, essendo l’ anello di congiunzione tra il Consiglio dei cardinali, ai quali spettano lþindirizzo e il controllo, e quello dei cinque laici componenti il Consiglio di sovraintendenza, l’ organo tecnico di guida dell’ Istituto.

30 aprile - Il regista Giuseppe Ferrara sta preparando il film sulle vicende del Banco Ambrosiano di Milano che portarono alla morte di Roberto Calvi, interpretato da Omero Antonutti. Il film sara' girato a Roma, Milano, New York, Londra ed il primo ciak e' previsto per la fine di giugno e sara' prodotto dalla Metropolis Film di Enzo Gallo. Gli attori finora scelti sono, oltre ad Antonutti (che ha gia' interpretato Michele Sindona nel film di Michele Placido "Un eroe borghese"), Pamela Villoresi nel ruolo della moglie di Calvi e Giancarlo Giannini che interpretera' un gangster. Il titolo provvisorio del film e' "Il banchiere di Dio".

9 maggio - A 19 anni dalla dichiarazione di insolvenza del Banco Ambrosiano la vicenda torna in un'aula giudiziaria. E' stata fissata al 12 giugno, davanti al giudice civile Bianca La Monica, la causa avviata da una sessantina di piccoli azionisti dell'istituto di credito di Roberto Calvi, contro Lanfranco Gerini, liquidatore del banco, la Banca d'Italia e Licio Gelli. Attraverso l'avvocato Gianfranco Lenzini, i promotori della causa chiedono il risarcimento del danno come stabilito gia' in sede legale quando venne loro riconosciuta una provvisionale di 2 miliardi, con cifra complessiva da decidere presso il separato giudizio civile. La Banca d' Italia viene chiamata come organo di vigilanza, mentre Gelli, che aveva offerto un risarcimento di 300 milioni, ritenuto incongruo, finora non ha versato nulla ai piccoli azionisti. Nell'atto di citazione, l'avvocato Lenzini chiede in particolare che Gelli venga condannato a restituire "le ingenti somme ricevute con il consenso della liquidazione senzaopposizione della Banca d' Italia e al risarcimento dei danni morali e patrimoniali oltre ad interessi e rivalutazione monetaria". Lo stesso legale ha poi lanciato una sorta di appello al figlio di Licio Gelli, Raffaello, dopo avere appreso che lo stesso ha ottenuto un seggio all' Onu in rappresentanza di una organizzazione umanitaria."Non sarebbe il caso - ha esclamato il legale - che Raffaello Gelli spendesse una parola presso il genitore affinche' intervenga per una transazione con i miei clienti, che finora non hanno ricevuto una lira?". Al riguardo l'avvocato Lenzini ha ricordato l'accordo di Lugano del 15 aprile 1996 che aveva consentito la restituzione all'ex 'maestro venerabile' della P2 di 60 miliardi di lire, della villa Villefranche sur Mar, in Costa Azzurra e dei 165 chilogrammi d'oro in lingotti. Oltre all'atto di citazione a una utrita documentazione, il legale dei piccoli azionisti ha depositato anche una memoria dello studio legale Gentiloni-Silveri, mandata alla corte di Cassazione e nella quale si ricostruisce nei particolari l'accordo di Lugano. Nel tentativo di recuperare qualcosa, i piccoli azionisti avevano anche chiesto il pignoramento di beni a suo tempo riconducibili a Bettino Craxi.

12 maggio - "La Repubblica"
Il figlio di Calvi: "La chiave del giallo nello scandalo Ior"
"C'è relazione tra l'agguato al pontefice e l'omicidio di  mio padre"
L'INTERVISTA
ANNA MARIA TURI
Il 18 giugno 1982 sotto il ponte di Black Friars, nel cuore di Londra, viene trovato morto, impiccato, il presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi. Il processo per il crac dell'istituto di credito era cominciato un anno prima. La
magistratura britannica archiviò la pratica come un caso di suicidio. Solo di recente nuove perizie hanno accertato che Calvi venne assassinato.
ROMA - L'anniversario dell'attentato a Giovanni Paolo II segna un mistero lungo vent'anni. Dal 13 maggio 1981, tre inchieste della magistratura, e nessuna risposta all'interrogativo sui mandanti di un crimine senza precedenti nella storia moderna. Ma ecco giungere dalla Turchia le dichiarazioni di Oral Celik, boss mafioso che dava ordini ad Agca nella sua lunga marcia verso piazza San Pietro: né l'Est né l'Ovest - dice il "lupo grigio" - hanno complottato ai danni di Wojtyla, perché i mandanti vanno ricercati in certi ambienti vaticani, sostenuti da ambienti dei Servizi segreti italiani. E' bene ricordare che all'epoca il Vaticano doveva risolvere il problema del colossale "buco" nelle sue finanze, creatosi per l'aggrovigliata storia dei suoi rapporti con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. E' perciò a Carlo Calvi, figlio del banchiere assassinato a Londra il 18 giugno 1982, che chiediamo di parlarci dei retroscena a sua conoscenza riguardanti quei crimini e di quanto, eventualmente, è rimasto finora sepolto nel patrimonio dei ricordi di famiglia. Dottor Calvi, torniamo alla fine degli anni Settanta e agli inizi degli anni Ottanta, fitti di delitti e di misteri, i cui nodi sono ancora da sciogliere. Per la parte che ne ebbe suo padre, lei cosa ne sa? "L'omicidio di mio padre, come l'attentato al Papa dell'anno prima, servirono a scongiurare la rivelazione dei rapporti tra politica, economia e crimine. Quando più violenta si fece la pressione esercitata su mio padre affinché mantenesse il segreto sull'uso che si faceva dell'Ambrosiano, e quindi dello Ior, per finanziare attività politiche e progetti occulti, lui pensò di difendersi informandone il nuovo Papa. E lo fece all' insaputa di tutti, anche di Marcinkus. Giovanni Paolo II, una volta eletto, fu per qualche tempo all'oscuro delle attività coperte dei due Istituti, mentre papa Montini ne era stato sempre perfettamente al corrente. Così papa Wojtyla venne informato da mio padre del complesso meccanismo di triangolazione chiamato "conto deposito", che consentiva al Banco Ambrosiano di Nassau di finanziare lo IOR tramite la panamense United Trading Company con conto presso la Banca del Gottardo di Lugano". A questo punto iniziò una guerra a Calvi e al Papa? "Esattamente. Io allora vivevo a Washington e mi sono rimasti particolarmente impressi gli incontri con mio padre che a volte, per raggiungermi, rimandava impegni importantissimi. Lo scopo era di trasmettermi il senso del pericolo incombente sulla nostra famiglia. A me, a dir la verità, quei presagi allora sembravano esagerati. Ma poco prima dell'attentato al Papa, mio padre volle che ci ritrovassimo tutti insieme in Svizzera: e fu allora che lui, fortemente preoccupato per la nostra incolumità, fece pressioni affinché anche mia madre e mia sorella lasciassero l'Italia". A lei raccomandava di guardarsi da qualcuno in particolare? "Da Umberto Ortolani, per esempio, cui attribuiva un potere sinistro, e dal suo giro. Dopo il 13 maggio, mio padre cominciò le pratiche per trasferire mia madre e mia sorella in Canada". Lei dunque sostiene che i mandanti dell'attentato al Papa e quelli che, un anno dopo, uccisero suo padre furono gli stessi? "Esattamente. Concordo, in questo, con le dichiarazioni di Oral Celik. Molti si sentivano assediati da un Papa che ormai "sapeva"". Ma suo padre, all'indomani del 13 maggio, accennò ai nomi dei presunti mandanti? "Mio padre era un uomo riservato. D'altro canto, si guardava bene dal renderci depositari di verità particolarmente scottanti. Comunque, sì, li collocava all'interno del Vaticano, lacerato dalle lotte di potere, dove i rapporti, esasperati, assumevano forme di vera e propria violenza". Prima che si accasciasse sotto i colpi di Ali Agca, quali pensieri avevano angustiato il Santo Padre al quale, come lei ci dice, Roberto Calvi parlava da solo e in confidenza? "Lo angustiavano appunto le divisioni, le lotte, e le posizioni ideologiche e di potere da cui traevano origine". E il debito? "Il Papa non era afflitto tanto dal debito in sé". Suo padre le disse chiaramente: "Hanno colpito il Papa gli stessi che stanno facendo la guerra a me?" "Sì, inquadrò gli eventi nello stesso contesto in cui avvenivano gli episodi di aggiotaggio miranti a colpire lui personalmente. Stesso contesto, stessa regia". A soli sei giorni dall'attentato, un rapporto dei servizi segreti italiani menzionava fatti e circostanze che misero gli inquirenti sulla pista dell'Est. "Ricordo che all'indomani di quel 13 maggio '81 Francesco Pazienza corse da me alle Bahamas e, invitandomi a cena la sera stessa del suo arrivo, non fece che parlarmi dell'attentato suggerendo, ambiguamente, quella che sarebbe diventata la pista bulgara". Parliamo degli esecutori materiali. I magistrati hanno scoperto tracce dei contatti tra Agca e la mafia siciliana. La polizia ha accertato che il turco, pochi mesi prima dell'attentato, soggiornò a Palermo dove giunse dalla Tunisia. Adesso Celik svela che nel capoluogo siciliano avvennero contatti determinanti per l'esecuzione dell'attentato. Questo le fa venire in mente qualcosa? "Mi fa venire in mente l'impiego del crimine organizzato, per esempio, nell'attentato a Roberto Rosone, direttore generale dell'Ambrosiano, da parte di Danilo Abbruciati, boss della banda della Magliana. La caratteristica della banda era di accomunare criminali e terroristi, come gli "espatriati" di estrema destra a Londra, legati al mondo degli antiquari". Il 20 maggio '81 suo padre è arrestato nella casa di Milano. Il 10 giugno inizia il processo per il crac dell'Ambrosiano. Allora lui comincia a rivelare parte dell'intreccio che lega i due Istituti. Questo ne prepara la fine? "Voglio che si sappia che la rogatoria che prese le mosse il 20 maggio fu una vera e propria pallottola assimilabile a quella dell'attentatore, in tutti i sensi. Certamente vi furono anche altre cause della tragedia di mio padre, il quale in quel periodo cercava interlocutori, per sé e per lo Ior, per salvare la sua Banca e l'Istituto vaticano, e per quest'ultima li cercava in quanti erano più vicini alle posizioni ideologiche del Papa. Fino a quel momento la Banca vaticana era stata una torre impenetrabile, ma il processo l'aveva resa penetrabile. Ora l'Opus Dei prometteva un suo intervento per ridurre la posizione debitoria dell'Istituto; in cambio, ovviamente, di un aumento del peso della sua influenza su di esso".

4 giugno - La Corte d'Appello, nel processo di secondo grado per la vicenda del "conto protezione", decide una parziale riapertura del dibattimento per ascoltare, come testimone, l'ex direttore finanziario dell'Eni, Florio Fiorini, mentre invece non sara' sentito Licio Gelli. Il processo vede imputati l'ex ministro Claudio Martelli e l'ex vicepresidente dell'Eni, Leonardo Di Donna, accusati di concorso in bancarotta per l'insolvenza del Banco Ambrosiano. Sul frontespizio del fascicolo c'e' anche il nome di Bettino Craxi, ma l'ex segretario del Psi e' morto da oltre un anno e dovrebbe uscire dalla causa anche se il suo difensore, l'avvocato Giannino Guiso, ha chiesto per lui il proscioglimento nel merito. Sull'istanza difensiva per il momento la corte non si e' espressa. L'avvocato Gianfranco Lenzini, patrono di parte civile insieme con il collega Federico Sinicato per un gruppo di piccoli azionisti dell'istituto di credito, ha sostenuto l'impossibilita' per Guiso di stare nella causa, non avendo potuto avere da Craxi la relativa procura per rappresentarlo. In primo grado Craxi era stato condannato a 5 anni di reclusione, Martelli a 4 anni interamente condonati. Mentre il segretario del Psi non aveva effettuato alcun risarcimento, Martelli aveva tacitato i piccoli azionisti che non si sono costituiti contro di lui. Gli stessi ex soci del Banco, attraverso il loro legale, avevano avviato procedure di pignoramento sulla pensione di Craxi e poi, dopo la morte dell'uomo politico, hanno rivolto le loro attenzioni agli eredi. In quest'ottica sono stati fatti pignorare 4 miliardi, a suo tempo sequestrati alla contessa Francesca Agusta e al suo convivente Maurizio Raggio. Quel denaro e' considerato "riferibile" al cosiddetto tesoro di Bettino Craxi.

28 giugno - Il presidente del Senato, Marcello Pera, ha nominato i componenti del suo staff. La giornalista Maria Antonietta Calabro' e’ la sua portavoce e capo ufficio stampa. Maria Antonietta Calabro' e' nata a Roma ed e' giornalista professionista dal 1983. Lavora dal 1985 al Corriere della sera e si e' sempre occupata di rapporti istituzionali, di politica giudiziaria e di commissioni di inchiesta. Ha pubblicato "Le mani della mafia: 20 anni di finanza e politica attraverso la storia del Banco Ambrosiano" e "In prima linea", nove ritratti autobiografici dei piu' importanti magistrati italiani. Nel 1999 ha vinto uno dei premi Saint Vincent per il giornalismo.

9 luglio - Processo d'Appello a Milano per la vicenda del conto protezione: parlano i legali delle parti civili e cominciano le arringhe difensive. Per i piccoli azionisti del Banco Ambrosiano sono intervenuti gli avvocati Giuliani Balestrino, Federico Sinicato e Gianfranco Lenzini. In precedenza aveva parlato l'avvocato Mario Pisani, per conto della liquidazione dell'istituto di credito all'epoca presieduto da Roberto Calvi. Tutti hanno chiesto la condanna dei due imputati rimasti nel processo: l'ex ministro Claudio Martelli e l'ex vicepresidente dell'Eni Leonardo Di Donna, condannati in primo grado rispettivamente a 4 anni e 4 anni e 6 mesi per concorso in bancarotta. Il sostituto Pg Armando Perrone aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado. A conclusione del suo intervento, l'avvocato Lenzini ha consegnato alla Corte un documento di 22 pagine in cui sono contenute le sue argomentazioni, oltre ad una lettera scritta a suo tempo da Bettino Craxi alla Procura della Repubblica. Craxi figura formalmente tra gli imputati di questa causa, essendo stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione, ma e' morto oltre un anno fa e quasi certamente la Corte di limitera' a disporre il non doversi procedere per decesso dell'imputato. Nel documento Craxi ammetteva il ricevimento da parte del Psi «di un finanziamento politico motivato con ragioni esclusivamente di carattere politico generale». L'avvocato Lenzini ha ricordato di avere scritto a sua volta a Craxi una lettera per invitarlo a seguire l'esempio dell'onorevole Martelli che risarci' il danno senza che quel gesto fosse da considerare una confessione di responsabilita'. A quella lettera l'ex segretario del Psi - ha detto il legale - non diede alcuna risposta. Anche per questo, prima del decesso dell'uomo politico, l'avvocato Lenzini aveva avviato nei suoi confronti la procedura per pignorare, a favore dei suoi assisti, almeno una parte della pensione da parlamentare.

9 luglio – A Torino , il regista Giuseppe Ferrara batte il primo ciak del film «Il banchiere di Dio», la storia di Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra nel giugno 1982. Omero Antonutti interpreta il ruolo principale inizialmente destinato a Gianmaria Volonte'. Tra i 164 attori che compongono il cast ci sono anche Giancarlo Giannini (Flavio Carboni), Rutger Hauer (mons. Marcinkus), Pamela Villoresi (Clara Calvi) e Alessandro Gassman. A Torino, la prima scena girata e' nella ricostruita casa Calvi: Giulio Andreotti va a trovare Calvi per riferire di pressioni ricevute per convincere il banchiere a dimettersi dal banco Ambrosiano, che sotto la sua presidenza era diventata la piu' grossa banca privata italiana e che in seguito fu al centro di indagini e processi per operazioni finanziarie sospette. Con la vicenda di Calvi sono stati via via ipotizzati convolgimenti con la mafia, con la loggia massonica P2 d