Almanacco dei misteri d' Italia


Strani suicidi e strane morti
le notizie del 2003: gennaio-giugno
15 gennaio 2003 - PROCESSO LA TORRE: PER UN TESTE AVEVA DOSSIER SU SINDONA
"La Sicilia"
Teste rivela i "segreti" di Pio La Torre
dossier su Sindona, lettera a Spadolini
Palermo. Un dossier di trenta pagine su Michele Sindona redatto da Pio La Torre e trovato pochi giorni dopo la sua morte, un carteggio con Giovanni Spadolini, allora presidente del Consiglio, a cui chiedeva l'interruzione dei finanziamenti alla Sicilia, perchè preda dei mafiosi, i sospetti all'interno del suo partito, che lo aveva di fatto isolato.
Al processo per l'omicidio di Pio La Torre, segretario regionale del Pci, ucciso nel 1982, imputati i presunti killer Giuseppe Lucchese e Nino Madonia, ieri c'è stata la deposizione di Maria Fais, compagna di partito ed amica di famiglia dell'esponente comunista assassinato: la donna ha portato in aula i sospetti, i timori, le angosce ma anche le lucide analisi di un dirigente politico che la mafia aveva condannato a morte. Condanna della quale, ha detto la Fais, La Torre era consapevole, al punto da cambiare improvvisamente appartamento e dotarsi di un fucile che teneva sempre a portata di mano.
"Andai a casa di La Torre due settimane dopo il delitto - ha detto la teste - trovai un dossier su Michele Sindona. "Fare pulizia in Sicilia ovunque, nella Dc, nel Pri, nel Psi e anche più a sinistra" scriveva La Torre secondo cui l'arrivo di Sindona in Sicilia serviva a ricompattare la cosca di Bontade, quella privilegiata dal bancarottiere per i suoi rapporti con i partiti politici, in particolare con la Dc e dell'area governativa ma anche della sinistra".
Un dossier di 30 fogli che lei lesse solo in parte, così come fugacemente l'occhio cadde su un carteggio tra il segretario del Pci e l'allora presidente del Consiglio, Spadolini: "C'è una piccola imprenditoria che non decolla per colpa della mafia, scriveva La Torre a Spadolini, interrompete i flussi finanziari perchè finiscono in mano alle cosche". "Non tutti i siciliani la pensano come te", aveva risposto Spadolini, allegando una lettera del presidente della Regione, Mario D'Acquisto, che chiedeva soldi per la Sicilia.
Infine l'isolamento dentro il Pci. "Non mi vogliono e ti faccio tre esempi, mi confidò Pio - ha detto in aula Maria Fais - La commissione di controllo del partito non aveva mai preso provvedimenti contro le coop rosse di Bagheria, Ficarazzi e Villabate per le truffe all'Aima; lui aveva esortato, senza esito, il partito ad interrompere i rapporti con i cavalieri del lavoro Costanzo; e infine mi disse che, dopo avere stabilito l'ordine del giorno nelle riunioni del gruppo parlamentare all'Ars, Michelangelo Russo non faceva niente di quello che era stato deciso".

10 febbraio 2003 - CASO MATTEI: INTERVISTA CON GRAZIANO VERZOTTO
"La Sicilia"
Intervista con Graziano Verzotto, il superstite "Tensione tra Mattei e le Sette sorelle, ma fu disgrazia"
Tony Zermo
L'unico rimasto in vita dei protagonisti di quel tempo è l'uomo dei misteri, l'ex senatore Graziano Verzotto, 80 anni. Ora si trova al "Gemelli" di Milano per curare il Parkinson. "E' inarrestabile - dice scherzando - ho chiamato i carabinieri, ma nemmeno loro ce la fanno". Però è lucido e la voce forte. Verzotto, nato a San Giustino in Colle (Padova), è stato uno dei vicerè di Sicilia: potente presidente dell'Ente minerario siciliano, segretario regionale della Dc, eletto senatore nel collegio di Noto, amico personale di Mattei e rappresentante dell'Eni in Sicilia. Suo il progetto del gasdotto algerino poi rilevato dall'Eni. Quando cercarono di incastrarlo perché aveva messo i fondi dell'Ems nella banca Privata di Michele Sindona - l'accusa era di avere lucrato interessi extra sottobanco - fuggì a Beirut dove lo intervistammo. Da quella storia uscì poi assolto. Mai chiarito invece il tentato sequestro ai suoi danni da parte di un gruppo scombiccherato di balordi capeggiato dal presunto brigatista Berardino Andreola. Verzotto venne bloccato nell'ascensore di casa a Siracusa, gli spararono (il proiettile bucò il cappotto), ma riuscì a divincolarsi. Poi i mancati sequestratori furono tutti arrestati, compreso un ambiguo avvocato agrigentino.
Qualche sospetto Verzotto se lo trascina, perché se è vero, come dice Buscetta, che l'aereo di Mattei fu sabotato da mafiosi mandati dal boss di Riesi Beppe Di Cristina, proprio Di Cristina era stato assunto da Verzotto alla "Sochimisi", società satellite dell'Ems. Ormai è acqua passata e lui uscito indenne da tutto accetta di parlare di Mattei.
"Lui era del 1906 - ricorda - e oggi avrebbe 97 anni. Io ero più giovane di una quindicina d'anni. Ci conoscevamo indirettamente perché lui era il comandante dei partigiani cattolici e operava in Lombardia e io comandavo una brigata di partigiani cattolici nell'alto padovano. Mattei faceva parte del comando generale assieme a Longo, Pertini e Parri. Mattei al principio del '46 promosse un convegno a Roma e mi sono trovato a fare da segretario del congresso. Avevo 23 anni. Facevamo tutti parte dell'Anpi, l'associazione nazionale dei partigiani italiani, ma avevamo voglia di rompere perché non sopportavamo più la prevaricazione che facevano i comunisti all'interno dell'associazione, e così abbiamo costituito la corrente dei partigiani cristiani, di cui Mattei è stato presidente".
Com'è che poi siete approdati nel campo degli idrocarburi?
"Mattei era già all'Agip, allora l'Eni non esisteva. Mi chiamarono a Milano promettendomi un posto. Per la verità avevo pensato di andare alla Rasiom di Augusta, ma il 15 maggio del '50 vado a Milano ed entro in Agip, nell'ufficio vendite metano che era stato appena creato e aveva sede in piazza Cordusio. Dovevamo convincere gli industriali lombardi a usare il metano al posto dell'olio combustibile o del carbone".
Quando venne in Sicilia?
"Mi ci mandò Mattei nel '55 sia perché la Dc mi voleva dare, come poi mi ha dato, l'incarico di commissario del partito a Siracusa, e sia perché l'interesse dell'Eni per la Sicilia cresceva e bisognava creare un ufficio per le relazioni dell'Eni con la Regione".
Ma alla luce dei problemi ambientali, complessivamente abbiamo fatto un buon investimento in Sicilia, oppure era meglio non realizzare industrie pesanti?
"Alcune località sono state scelte male. Ma allora non era facile, perché tutti gli esponenti politici delle varie Regioni cercavano di attirare un investimento programmato dell'Eni, la Sicilia fu particolarmente favorita dalla scoperta del metano a Gagliano Castelferrato e soprattutto del petrolio di Gela, scoperta che venne dopo quella del petrolio di Ragusa da parte della Gulf".
Perché dice che alcune località scelte sono state sbagliate?
"Lo dico da un punto di vista ambientale. Per la verità la Regione all'epoca non aveva maturato una coscienza ambientale. Il tasto delle disoccupazione era quello che suonava più forte e i governi Milazzo e D'Angelo pressavano per l'industrializzazione".
Sulla fine di Mattei che opinione s'è fatto?
"Ogni volta che mi fanno questa domanda vorrei astenermi. In un primo momento fui convinto come tutti gli italiani che si trattava di sabotaggio, poi la commissione governativa di indagine disse che si trattava di una disgrazia e anche la Procura di Pavia che ha riaperto le indagini non mi pare che abbia trovato molto. La verità è che avere prove di un sabotaggio non è che sia tanto facile".
All'epoca chi aveva interesse a eliminare Mattei?
"Le "sette sorelle" hanno avuto scontri notevoli con Mattei, perché la politica petrolifera dell'Eni all'estero mirava a rompere le uova nel paniere delle grandi Compagnie. Lei ricorderà la politica di Mattei del fifty-fifty (l'Eni faceva la ricerca, estraeva petrolio e dava ai Paesi la metà dei guadagni, mentre le "sette sorelle" erano abituate a concedere molto meno, ndr). L'offerta dell'Eni era pesante e provocatoria nei confronti delle "sette sorelle". Però sembrerebbe anche dai documenti che alla fine si fosse trovata un'intesa per cui se prima c'era interesse a dare fastidio a Mattei per le sue intemperanze, dopo l'intesa il motivo di colpire Mattei non c'era più".
Lei fu fortunato, nel senso che declinò l'offerta di Mattei di accompagnarlo nel volo verso Milano.
"Non c'ero solo io, ma anche il presidente D'Angelo, anche il professor Falestrini, assistente di Mattei, anche l'ing. Fornara che era il direttore dell'Eni. Mattei aveva in aereo un posto libero e voleva che qualcuno lo accompagnasse per chiacchierare. Era un privilegio viaggiare con Mattei, la gente faceva la coda. Io sono stato praticamente salvato da un convegno che avevo alla Dc di Siracusa per preparare le elezioni amministrative che ci sarebbero state da lì a poco. Falestrini aveva un impegno alla Facoltà di Economia a Milano e quindi si era già accaparrato l'altro aereo dell'Eni che stava a Gela. Lui sapeva che Mattei portava sempre ritardo e quindi preferiva andare con l'altro aereo, che era un bimotore De Havilland".
Ma perché, a Gela c'è un'altra pista?
"C'è una pista militare quasi coperta dall'erba - chiamarla pista è un po' esagerato - dove può atterrare solo un pilota molto bravo. Per l'occasione i carabinieri di Gela furono avvertiti per fornire assistenza".
Il pentito Masino Buscetta disse: "L'aereo di Mattei fu sabotato da una "squadra" mandata a Fontanarossa dal boss di Riesi Beppe Di Cristina". Ma Verzotto non ci sta a questa ricostruzione del pentito e al giudice di Pavia, Calìa, dice: "La nascita del Petrolchimico era un'idea avviata da Cefis quale direttore generale dell'Eni e dall'avv. Vito Guarrasi come responsabile del piano di sviluppo industriale della Regione siciliana. Per spiegare la morte di Mattei bisogna chiedersi a chi serviva. Non serviva più alle "sette sorelle" che avevano raggiunto con Mattei una tregua, non serviva nemmeno all'Oas e ai servizi segreti francesi perché la questione degli aiuti dell'Eni agli insorti algerini e il metanodotto Algeria-Sicilia si era risolta da sola con l'indipendenza dell'Algeria. Cefis invece si avvantaggiò della morte di Mattei perché era stato allontanato dagli incarichi che ricopriva".
Il "giallo" diventa più fumoso. Ne resta aperto un altro, la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro che cercava notizie sull'ultimo giorno di Mattei in Sicilia. "Gli feci la cronistoria della giornata - ricorda Verzotto - e gli suggerii di andare dall'avvocato Guarrasi, che però non lo volle ricevere". Che c'entra Guarrasi? "C'è una registrazione telefonica. Guarrasi da Parigi parla al telefono con il vecchio commercialista Nino Buttafuoco e gli dice di parlare di meno, di stare più cauto. Come ricorderà, Buttafuoco era andato in casa De Mauro per chiedere se lui, prima del rapimento, stesse lavorando su delle carte, gli interessavano soprattutto eventuali carte sull'Eni. Non voglio accusare nessuno, ma ci sono delle ombre nel comportamento di Buttafuoco e di Guarrasi". Anche loro defunti. I grandi "gialli" di Sicilia non si spiegano mai.

17 febbraio 2003 - RESTI PRIMA AUTOPSIA DI CALVI TROVATI IN ARMADIO
"Il Corriere della sera"
Calvi, l'ultimo mistero in un armadio
I resti della prima autopsia ritrovati dopo 20 anni nell'Istituto di Medicina Legale: sono stati scoperti durante un trasloco
Particolari che letti così suonano addirittura macabri, riemersi nell'aprile del 2002 sotto l'indicazione "Calvi Roberto 2-11-82", cioè la data dell'autopsia di vent'anni fa, che potrebbero rivelarsi determinanti nel lavoro del pool di periti chiamati a dare risposte un po' più certe che in passato sulle cause della morte del banchiere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, la mattina del 18 giugno '82. L'esito di oltre quattro anni di lavoro sarà reso noto nei prossimi giorni, ma le anticipazioni parlano di un verdetto a favore dell'ipotesi dell'omicidio. E forse proprio il nuovo esame dei reperti ritrovati l'anno scorso, effettuato con tecniche molto più avanzate rispetto a vent'anni prima, ha fornito elementi utili alla ricostruzione di ciò che accadde sotto quel ponte sul fiume Tamigi. Il 7 maggio 2002, infatti, il giudice delle indagini preliminari di Roma ha inviato a Milano tre ufficiali della Dia per prendere in consegna i resti di Calvi saltati fuori dall'armadio dell'Istituto: undici vasi per istologia e cinquantotto vetrini relativi ai prelievi sulla salma di Calvi effettuati nel novembre '82. Reperti conservati dalla Medicina legale oltre i cinque anni previsti dal regolamento interno "proprio perché relativi ad uno dei cosiddetti misteri italiani sul quale sono tuttora in corso indagini", come spiega il dottor Alberto Piccinini, il quale consegnò alla Dia tutto il materiale che poi fu trasmesso al professore tedesco Bernd Brinkman, incaricato dell'ultima perizia.
Piccinini dice che il medico tedesco sapeva già dell'esistenza di quel materiale. La dottoressa che trovò la scatola con i resti di Calvi ricorda di aver messo mano agli armadi degli archivi generali per un trasloco di locali, imbattendosi nella scatola con vasi e vetrini. Una scoperta casuale? Quando il gip di Roma comunicò la notizia ai pubblici ministeri che tuttora indagano sulla morte del "banchiere di Dio" si disse perfino che quei reperti non erano mai stati esaminati; cosa poco probabile, vista la cura con la quale furono catalogati proprio dai medici che effettuarono l'autopsia di vent'anni fa. Fatto sta che non erano a disposizione di chi stava svolgendo i nuovi esami, e la Procura ha intenzione di compiere ulteriori accertamenti su quanto accaduto intorno ai "frammenti" del corpo di Calvi.
La perizia appena conclusa fu decisa quasi cinque anni fa, nel marzo del '98. E nel dicembre dello stesso anno la salma dell'ex presidente del vecchio Banco Ambrosiano fu riesumata, per essere ritumulata tre giorni dopo. Da allora si sono svolti gli esami non solo autoptici e biologici, ma anche chimici e di altro tipo. Le anticipazioni sull'esito di questi accertamenti parlano di segni sul collo della vittima che non si riferirebbero solo all'impiccagione, ma anche a un possibile strangolamento; dell'assenza, dalle suole delle scarpe di Calvi, di residui dello zinco ramato che rivestiva i tubi dell'impalcatura utilizzata per appendere il cappio, il che escluderebbe la solitaria arrampicatura del banchiere; la pulizia quasi perfetta delle mani e delle unghie. Tutti indizi che farebbero propendere per l'ipotesi di un delitto del quale sono indagati il boss mafioso Pippo Calò, il faccendiere Flavio Carboni, il "pentito" di Cosa Nostra Francesco Di Carlo, un uomo considerato vicino alla banda della Magliana come Ernesto Diotallevi e altre persone.
Dell'omicidio Calvi hanno parlato diversi collaboratori di giustizia. Ultimo in ordine di tempo il neopentito della mafia siciliana Nino Giuffrè, il quale ha riferito di aver ascoltato dalla voce di Calò la rivelazione che con la sua morte il banchiere aveva "pagato" per aver sottratto alcuni miliardi di lire investiti attraverso l'Ambrosiano dai boss Riina, Provenzano e Madonia. Calò avrebbe detto ciò parlando esplicitamente di omicidio, ma il primo punto sostenuto oggi dalle difese degli indagati è proprio la tesi contraria sostenuta dalla prima autopsia svolta in Gran Bretagna subito dopo il ritrovamento del cadavere.
La relazione del professore londinese Keith Simpson concluse per una "auto-impiccagione volontaria, e non c'è motivo di sospettare di qualche imbroglio". Quella fatta a Milano tra l'82 e l'83 dai professori Pozzato, Falzi, Lodi e Marozzi sostiene che "essendo prospettabile l'eventualità sia di un omicidio sia di un suicidio, il verificarsi di un evento suicidiario è da considerarsi come probabile". Le anticipazioni sulla terza perizia ripropongono l'omicidio. Magari grazie anche ai "frammenti" di Roberto Calvi conservati per vent'anni in una scatola.
Giovanni Bianconi

17 febbraio 2003 - MORTO SILVANO SIGNORI, SENATORE PSI DAL 1972 AL 1992
ANSA:
Silvano Signori, senatore del Psi dal 1972 al 1992, e' morto stamani nella sua abitazione di Grosseto, colpito da un infarto. Nato il 4 dicembre 1929 a Tirli (una piccola frazione del comune di Castiglione della Pescaia), Signori aveva cominciato la sua lunga carriera politica nel 1953 come segretario provinciale della Cgil per poi passare all' incarico di segretario provinciale del Psi e, fino al 1970, della federazione socialista di Siena. E' stato assessore alla Provincia di Grosseto, poi vice sindaco e assessore ai lavori pubblici nel Comune di Grosseto e poi, per quattro legislature, deputato in Parlamento. E' stato segretario della Commissione Difesa, membro della Commissione d'inchiesta sul caso Sindona (1979), sottosegretario alla Difesa nel primo e nel secondo governo Craxi. I funerali si svolgeranno domani. La sua salma sara' tumulata nel cimitero di Tirli.

21 febbraio 2003 - CALVI: DEPOSITATA PERIZIA
"Il Corriere della sera"
Depositata l'ultima perizia sul banchiere trovato impiccato a Londra
"Calvi, suicidio impossibile Sul corpo i segni del delitto"
L'analisi dei cinque esperti: quella notte non poteva essere solo, forse è stato strangolato
ROMA - Esclusa la disgrazia, poiché un'impiccagione non può certo essere casuale, la morte del banchiere Roberto Calvi trovato cadavere sotto il ponte dei Franti Neri a Londra nel giugno 1982 è ancora appesa al dilemma tra suicidio e omicidio. Ma secondo l'ultima perizia depositata dopo quasi cinque anni di lavoro, le analisi sul corpo, sui vestiti e sui luoghi del misfatto cancellano la prima ipotesi: "Un suicidio è incompatibile con la totalità dei reperti". Subito dopo, i medici incaricati dai magistrati romani che ancora indagano su quella morte scrivono: "Date le condizioni deficitarie di esame, un omicidio è difficilmente dimostrabile per via diretta, pertanto si può soltanto discutere se un omicidio sia compatibile con i risultati degli esami". Conclusione: "I reperti sono compatibili con un'uccisione di Calvi". Sotto queste frasi c'è la firma di cinque professori incaricati di far luce sulle cause della morte dell'ex presidente del Banco Ambrosiano, coordinati dal medico legale tedesco Bernd Brinkman, che solo l'anno scorso ha ricevuto gli ultimi resti di Calvi, custoditi per vent'anni in un armadio dell'Istituto di Medicina Legale di Milano. A distanza di tanto tempo, scrivono i periti, risulta "difficile la valutazione delle dinamiche che hanno portato alla morte di Calvi", ma vengono fissati alcuni punti fermi che portano a escludere il suicidio. Primo fra tutti il fatto che il banchiere, la notte tra il 17 e il 19 giugno '82, non poteva essere solo. Per arrivare sotto le impalcature alle quali è stato trovato appeso, infatti, "dovrebbe essersi spostato in modo attivo" tra quei ferri. Ma tutte le prove effettuate hanno dimostrato che sulle mani e sotto le scarpe sarebbero dovute rimanere delle "componenti di colore presente sui correnti dell'impalcatura" che invece non erano né sulle suole né sui "segmenti di cute" delle dita di Calvi esaminati. Resta l'avvicinamento dal fiume con una barca, ma la perizia esclude che la vittima sia stata in grado "di condurre da solo, nella notte, un natante attraversando la corrente del Tamigi".
Altri elementi giudicati in contrasto con l'auto-impiccagione sono le lacerazioni alle tasche dei pantaloni in cui erano infilati i mattoni, evidentemente "in modo violento, da considerare atipico di un modo di procedere suicidario". E i periti aggiungono: "Indipendentemente dai reperti dei nostri esami, è difficile immaginare perché Calvi, nella cui camera di albergo sono stati rinvenuti farmaci in abbondanza, che sarebbero stati idonei per un suicidio, si sia incamminato verso il Tamigi, ma non ancora per annegarsi in questo fiume, bensì per impiccarsi all'impalcatura. Anche nell'albergo erano presenti le condizioni per un suicidio mediante impiccagione".
Escluso così il suicidio, i nuovi esami sui resti di Calvi dopo la riesumazione del cadavere del 1998 e il ritrovamento di alcuni reperti nel 2002, insieme alla rilettura delle perizie già svolte in Inghilterra e in Italia nel 1982 (la prima favorevole all'ipotesi del suicidio e la seconda a entrambe, ma con il gesto volontario considerato più probabile), ha portato alla conclusione della compatibilità con la tesi dell'omicidio. "I segni riscontrati sulla cute del collo", scrive il professor Brinkman, potrebbero derivare da una "dinamica semplice di strangolamento che deve essere avvenuta in vita... La morte può, ma non deve necessariamente essersi verificata come conseguenza dell'impiccamento finale... C'è da postulare eventualmente un'ulteriore dinamica di strangolamento avvenuta in precedenza, al massimo 30-60 minuti prima". Dunque quel banchiere legato a Sindona e alla P2, in fuga dai debiti, dal fallimento dell'Ambrosiano e forse da creditori non proprio concilianti sarebbe stato prima strangolato e poi impiccato, e i periti ipotizzano una immobilizzazione "mediante legatura e/o imbavagliamento, mediante minacce, con sostanze che all'analisi chimico-tossicologica non erano o non erano più rilevabili". I sostituti procuratori di Roma Tescaroli e Monteleone indagano su un mix affaristico-mafioso che vede coinvolti nel delitto Calvi, insieme agli "uomini d'onore" Pippo Calò e Francesco Di Carlo, il faccendiere sardo Flavio Carboni. All'udienza davanti al giudice prevista per lunedì prossimo, dove si discuteranno le conclusioni appena depositate, l'avvocato di Carboni, Renato Borzone, si prepara a dare battaglia: "Ci sono contraddizioni da mettere in luce, e denunceremo le modalità di esecuzione della perizia".
Giovanni Bianconi

24 febbraio 2003 - OMICIDIO CALVI: GIP RESPINGE RICUSAZIONE PERITO
ANSA:
E' attesa nel pomeriggio la decisione del gip di Roma Maurizio Silvestri sulla ricusazione di uno dei periti incaricati di far luce sulle cause della morte del banchiere Roberto Calvi, e sulla richiesta presentata oggi in aula dai difensori di Flavio Carboni di acquisire il testo integrale dell'intervista fatta da un giornalista tedesco al perito Brnd Brinkmann e trasmesso in ottobre nel programma "Novecento" condotto da Pippo Baudo. L'accusa, rappresentata dai pm Maria Monteleone e Luca Tescaroli, e i legali della parte offesa hanno presentato una memoria in cui la richiesta di ricusazione viene definita infondata. Secondo gli avvocati di Calvi, Renato Borzone e Oreste Flamminii Minuto, Brinkmann nell'intervista avrebbe anticipato il contenuto della perizia prima ancora che questa fosse depositata davanti al Gip. In particolare, hanno sottolineato, ci sarebbero alcune frasi relative ai segni trovati sotto le scarpe del banchiere, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra nel giugno dell'82, che sarebbero state troppo esplicite. Tracce di grassi e scanalature che possono venirsi a creare se i piedi sono a contatto con il terreno. Gli avvocati contestano il fatto che nell'intervista si parli a un certo punto di strangolamento, indicando cosi' la conclusione della perizia prima ancora del deposito. I pm hanno invece contestato che Brinkmann nell'intervista fa solo riferimenti generici senza entrare nei particolari. In aula era presente anche un traduttore dal tedesco nominato dal gip che ha tradotto con "impiccamento" la parola che nella trasmissione di Baudo era stata data come strangolamento. Oggi in aula degli indagati erano presenti Flavio Carboni e Francesco Di Carlo, mentre Pippo Calo' era in videoconferenza dal carcere di Ascoli Piceno. Gli iscritti sul registro degli indagati di Roma per l'omicidio del banchiere Roberto Calvi sono Flavio Carboni, Pippo Calo', Ernesto Diotallevi, Francesco Di Carlo, Manuela Kleinszig e altre 3 di cui non si conosce il nome. L'udienza di oggi, che si svolge in sede di incidente probatorio, serve sia per dare atto del deposito delle perizie disposte dall'allora gip Otello Lupacchini, sia per le questioni legate alla richiesta di ricusazione nei confronti di Brinkmann presentata dai difensori di Carboni. Nel caso in cui il gip dovesse accogliere la richiesta di ricusazione cambierebbe completamente lo scenario delle indagini svolte dal pm nel corso degli ultimi 5 anni e le stesse perizie potrebbero essere invalidate. Alle 15 si conoscera' la decisione del giudice.

Il Gip di Roma, Maurizio Silvestri, ha respinto la richiesta di ricusazione avanzata dai difensori di Flavio Carboni, nei confronti di uno dei tre periti a cui era stato affidato l' incarico di fare luce sulle cause della morte del banchiere Roberto Calvi. Per il giudice non c'e' stata nessuna anticipazione di giudizio ne' delle conclusioni dell' elaborato peritale nell' ambito dell' intervista che il perito Brinkmann ha concesso a un giornalista tedesco e poi in parte trasmessa nella trasmissione "Novecento" condotta da Pippo Baudo. Il Gip ha anche escluso che tutte le notizie apparse sugli organi di stampa fossero riferibili allo stesso Brinkmann. La decisione del Gip Silvestri esclude la paventata interruzione delle indagini degli ultimi cinque anni. Il gip ha anche respinto la richiesta dei difensori di Carboni di deposito degli atti istruttori dell'intero procedimento e in particolare di quelli che riguardano gli accertamenti medico legali. Le prossime udienze sono state fissate per i 7, 9,10 e 11 aprile, date in cui si discuteranno gli elaborati degli esperti incaricati dal gip.

25 febbraio 2003 - CASO CALVI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
"Il mattone era un messaggio a Gelli"
Leone Calvi, fratello del banchiere morto a Londra: "L'ho messo io nella cassetta di sicurezza"
ROMA - Un messaggio a Licio Gelli. Un "avvertimento" che aggiunge un nuovo mistero alla morte di Roberto Calvi, il "banchiere di Dio" trovato impiccato a Londra nel giugno dell'82. Sarebbe questo il significato del mattone che era in una cassetta di sicurezza del vecchio Banco Ambrosiano, a Milano, avvolto in una prima pagina del Corriere della Sera del 29 maggio '81. Un articolo riferiva di un'inchiesta che aveva portato all'arresto di Roberto Calvi e al sequestro di alcuni documenti negli uffici dell'ex Gran Maestro della P2. Il presidente dell'Ambrosiano sarebbe morto 13 mesi dopo e Gelli, per qualche tempo, sarebbe stato sospettato di aver avuto un ruolo nell'omicidio. I documenti, si sarebbe saputo in seguito, contenevano la famosa lista degli affiliati alla P2. E' stato Leone Calvi, fratello del banchiere, a rivelare ai sostituti Maria Monteleone e Luca Tescaroli la "verità" sul mattone, scopeto a ottobre: "Siamo stati noi, per lanciare un messaggio a Licio Gelli". Ma Leone Calvi è accusato dalla Procura di Roma di aver reso false dichiarazioni al pubblico ministero. I sostituti lo hanno iscritto nel registro degli indagati perché, in un primo momento, avrebbe mentito. O, almeno, non avrebbe detto tutta la verità sullo strano contenuto della cassetta di sicurezza. Poi ci avrebbe ripensato e avrebbe confessato il senso del mattone lasciato nell'agenzia di corso Magenta.
Oggi gli indagati per la morte del banchiere sono cinque: il faccendiere Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi (entrambi legati alla banda della Magliana), Manuela Kleinszig e il mafioso Francesco Di Carlo, indicato dal pentito Francesco Marino Mannoia come l'esecutore materiale del delitto. Per i periti incaricati di ripetere l'autopsia (Berndt Brinkmann dell'università di Munster, Luigi Capasso dell'università di Chieti e Antonella Lopez dell'università di Roma "La Sapienza") il banchiere è stato ucciso in un cantiere vicino al Tamigi e poi impiccato cento metri più in là, sotto il ponte dei Frati Neri. A sostegno di questa tesi, i tre docenti scrivono: "Si può asserire che le unghie e gli spazi sub-ungueali di Roberto Calvi non presero contatto diretto con nessuno dei frammenti lapidei trovati all'interno degli abiti che egli indossava al momento della morte". Cinque chili di pietre che, secondo il collegio, il banchiere non toccò: qualcun altro gliele mise in tasca. "E' un'ipotesi che non sta in piedi - taglia corto l'avvocato Renato Borzone, che assiste Carboni con il collega Oreste Flamminii Minuto -. I mattoni si prendono con i polpastrelli".
L'esame della perizia è iniziato ieri davanti al gip Maurizio Silvestri, ma accusa e difesa ne discuteranno il contenuto soltanto dal 7 aprile. La prima udienza è stata rinviata dopo un duro confronto sull'istanza di ricusazione di Brinkmann presentata dagli avvocati del faccendiere sardo. Borzone e Flamminii Minuto hanno contestato al perito di aver anticipato le sue conclusioni in un'intervista rilasciata a un giornalista tedesco. Il gip ha respinto la richiesta perché, secondo il traduttore dal tedesco presente in aula, il docente non ha usato la parola "strangolamento" ma "impiccamento". Se accolta, la ricusazione di Brinkmann avrebbe potuto travolgere l'intera perizia. E quattro anni di lavoro sarebbero stati gettati al vento.
Lavinia Di Gianvito

"La Stampa"
"Calvi fu ucciso, queste le quattro prove"
"Non toccò le pietre che aveva in tasca, né l´impalcatura"
ROMA
L´inchiesta sulla morte di Roberto Calvi andrà avanti senza interruzioni. La richiesta di ricusazione di uno degli esperti incaricati di far luce sulle modalità della fine del "banchiere di Dio" - trovato appeso all´impalcatura del Ponte dei Frati Neri di Londra, il 17 giugno del 1982 - è stata respinta dal gip Maurizio Silvestri al termine di una udienza che ha fatto registrare un duro scontro tra l´accusa, rappresentata dai pm Maria Monteleone e Luca Tescaroli, e i legali di Flavio Carboni e degli altri indagati. La richiesta di ricusazione era stata avanzata dagli avvocati Renato Borzone e Oreste Flamminii Minuto, dopo una intervista rilasciata ad un giornalista tedesco da uno dei periti, il docente dell´Università di Munster Berndt Brinkmann, e trasmessa durante una puntata di "Novecento". Secondo i legali di Carboni, cui si sono poi accodati gli altri difensori, il perito avrebbe in qualche modo anticipato il risultato del suo lavoro, violando l´obbligo del segreto e "tradendo" - dunque - una sorta di mancanza di serenità di giudizio. Il contenuto delle accuse dei legali è stato al centro di un aspro contrasto in aula e i rappresentanti dell´ufficio del pubblico ministero hanno "rinviato al mittente" le allusioni sulla responsabilità della fuga di notizie, ribattendo come - semmai - le anticipazioni giornalistiche sul risultato del lavoro dei tre periti (gli altri due sono Luigi Capasso, specialista di antropologia fisica dell´Università di Chieti e Antonella Lopez, docente di chimica alla Sapienza di Roma) siano state quasi incentivate per favorire una futura istanza di ricusazione. L´accoglimento della richiesta dei difensori avrebbe potuto provocare l´annullamento del lavoro investigativo degli ultimi cinque anni. Rimane nel processo, dunque, la non trascurabile novità che - secondo una perizia ufficiale - la morte di Roberto Calvi sarebbe da attribuire non ad un suicidio ma ad una macchinazione. Il banchiere impiccato sotto il ponte di Londra altro non sarebbe che una macabra rappresentazione messa in scena per nascondere un omicidio mafioso. E, dopo le anticipazioni sul lavoro eseguito dal prof. Brinkmann (in particolare le deduzioni ricavate dall´analisi delle suole delle scarpe di Calvi, che inducono a concludere che il corpo del banchiere penzolava ma coi piedi che toccavano il terreno), sono divenute di dominio pubblico le congetture del prof. Luigi Capasso che aprono uno scenario poco adatto alla tesi del suicidio. Il perito ha analizzato le mani, le unghie, il collo e la laringe di Roberto Calvi, arrivando a conclusioni clamorose: in primo luogo che le mani del banchiere "non presero mai contatto diretto con nessuno dei frammenti lapidei trovati all´interno degli abiti che egli indossava al momento della morte". Che, tradotto, significa che non fu Calvi e "zavorrare" le tasche coi mattoni. Ma c´è di più: il "suicida" non toccò "nessuna parte dell´impalcatura alla quale il suo cadavere è stato trovato appeso". E´ singolare che Calvi abbia preparato il prorpio suicidio senza mai sfiorare i tubi dove passava la corda. E ancora: le mani di Calvi sono state coinvolte "passivamente in movimenti bruschi, ripetuti e violenti, che si sono svolti in un contesto ambientale certamente diverso da quello nel quale è stato rinvenuto il cadavere". Cioè il banchiere fu ucciso altrove e poi portato sotto il ponte. Ma dove può essere avvenuto l´omicidio? Il perito ipotizza che l´ambiente è "caratterizzato dalla presenza di sostanze generalmente usate nell´edilizia". E quindi? "Potrebbe corrispondere al cantiere-discarica edile situato sulla sponda del Tamigi, circa 100 metri ad Est del Ponte dei Frati Neri. Ma le sorprese più evidenti arrivano dall´osservazione del collo e della laringe della vittima che indica, secondo il perito, "evidentemente una eteroimpiccagione di Roberto Calvi, possibilmente in condizioni di mancanza di vitalità". Quando cominciò a penzolare dal ponte, dunque, il banchiere con molta probabilità era già morto. E tornano alla mente, così, le testimonianze dei diversi collaboratori di giustizia che hanno sempre parlato di esecuzione voluta da un micidiale ingranaggio "politico-affaristico e mafioso". Da Buscetta, a Marino Mannoia, per arrivare all´ultimo dei pentiti, Nino Giuffrè, che ha confermato il movente di un interesse di Cosa nostra nell´affaire Calvi, cui la mafia rimproverava una insana gestione di soldi affidatigli dai "padrini" e usati disinvoltamente dal banchiere, persino per finanziare la politica. Un colpo di scena dopo l´altro, fino ad arrivare agli ultimi tre indagati alcuni ancora sconosciuti. Tranne uno: il fratello del finanziere ucciso a Londra, Leone, indagato per false comunicazioni al pubblico ministero in relazione alla famosa cassetta di sicurezza scoperta di recente nel caveau del nuovo "Ambrosiano". Secondo l´accusa Leone Calvi non avrebbe detto la verità circa l´esistenza di quel "nascondiglio" che conteneva soltanto un mattone ed alcune carte.
re.ro.

25 febbraio 2003 - CALO' E' NEL SUPERCARCERE DI ASCOLI
"Il Resto del Carlino"
Anche Calò al supercarcere di Marino
ASCOLI - C' un nuovo 'ospite' di tutto riguardo al super-carcere di Marino del Tronto: si tratta di Giuseppe Calò, un personaggio al centro di numerose inchieste e che è stato coimputato del senatore Andreotti nell'intricata vicenda legata all'omicidio Pecorelli. In questi giorni è al centro di un altro mistero, quello dell'omicidio Calvi. E proprio questa circostanza ha permesso di scoprire che da qualche tempo era stato trasferito ad Ascoli (in una segretezza assoluta visto che la notizia non era ancora trapelata): ha partecipato, infatti, all'udienza di ieri di fronte al Gip di Roma in video-conferenza proprio dal supercarcere di Ascoli dove c'è un locale attrezzato per questo tipo di necessità e già utilizzato anche da Reina.

25 febbraio 2003 - CALVI: PROCURA ROMA, IL FRATELLO NON E' INDAGATO
ANSA:
Leone Calvi, fratello di Roberto, il banchiere trovato impiccato a Londra nel 1982, non e' indagato dalla procura di Roma nell' ambito dell' inchiesta sulla vicenda dell' ex presidente del Banco Ambrosiano. Lo afferma il procuratore Salvatore Vecchione in relazione a notizie apparse oggi su alcuni quotidiani. "In relazione a notizie secondo le quali - afferma in una nota il procuratore della repubblica di Roma - Leone Calvi sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati" e che questi "avrebbe dichiarato di aver collocato un laterizio nella cassetta di sicurezza rinvenuta, nell' ottobre 2002, in una filiale del vecchio Banco Ambrosiano al fine di lanciare un messaggio a Licio Gelli" si puntualizza - dichiara Vecchione - che "tali circostanze non corrispondono a verita'".

4 marzo 2003 - TELE+GRIGIO SUI MISTERI D'ITALIA
ANSA:
Nel mese di marzo, il consueto appuntamento con "Dedicato a..." offre quattro storie italiane, legate tra loro dal sottile filo della denuncia politica e civile. In un marzo che ci riporta alla mente, a 25 anni di distanza, la vicenda del rapimento di Aldo Moro, sequestrato il 16 marzo del 1978 e ritrovato senza vita il 9 maggio dello stesso anno. La rassegna inizia domani, (alle 21.00 su Tele+Grigio) con "I Banchieri di Dio - Il caso Calvi" di Giuseppe Ferrara, lucida analisi di un caso sul quale la giustizia italiana non ha fatto ancora oggi piena luce, per terminare il 26 marzo con "Giovanni Falcone", precedente lavoro di denuncia dello stesso regista, che inquadra l'opera giudiziaria svolta da Giovani Falcone e la sua conseguente tragica scomparsa. Il 12 marzo andra' in onda "Un eroe borghese" dedicato al delitto Ambrosoli per la regia di Michele Placido e il 19 marzo "Il giudice ragazzino" di Alessandro Di Robilant, ispirato al libro di Nando Dalla Chiesa. A venticinque anni dalla scomparsa di Aldo Moro, a marzo Tele+ regala dunque altre quattro storie italiane per non dimenticare. Sempre su Tele+Digitale, Raisat Album dedica un'ampia rassegna all'argomento, con la messa in onda dei telegiornali che nel 1978 hanno accompagnato per oltre cinquanta giorni il tragico sequestro di Aldo Moro.

4 marzo 2003 - CONTO PROTEZIONE: INTERVISTA MARTELLI
"Il Corriere della sera"
L'INTERVISTA / L'odissea giudiziaria dell'ex ministro socialista che dal 1981 ha affrontato sette processi: "Finalmente libero, dopo 22 anni è stato tutto chiarito"
Martelli: il fantasma del Conto Protezione si è dissolto, torno in politica
"La gente non vuole risse. Non mi riferisco ai leader attuali, ma ai capetti che sgomitano per avere visibilità"
ROMA - "Ho vissuto con un fantasma accanto per 22 anni. Ho affrontato sette gradi di giudizio, sempre per gli stessi fatti, subendo accuse opposte e contraddittorie e vedendomi applicare via via leggi diverse. Ho perso tanto tempo, tanti soldi. E ora, finalmente, grazie al giusto processo che è stato scolpito nella nostra Costituzione, una riforma che ha imposto di ascoltare in pubblico i testimoni dell'accusa, di dare alla difesa e ai giudici la possibilità, il diritto e il dovere di esaminare le loro parole, di contro-interrogarli, di verificare la loro attendibilità... Finalmente sono libero, è stato tutto chiarito". Il fantasma che ha convissuto con Claudio Martelli per due decenni, l'ombra che ha appannato e ridimensionato le ambizioni e le responsabilità di uno degli uomini politici più brillanti e capaci della Prima Repubblica si chiama Conto Protezione.
La storia di questo conto corrente bancario ha inizio nella primavera del 1981.
"Sì, nelle carte sequestrate a Licio Gelli all'epoca del rinvenimento delle liste della Loggia Massonica P2, comparve un appunto con il mio nome, quello di Bettino Craxi e una sigla che rimandava ad un deposito esistente presso l'Ubs... Subito, ricevetti una comunicazione giudiziaria. Il reato ipotizzato allora fu: peculato ai danni dell'Eni. Scrissi immediatamente alla banca Ubs, liberandola del segreto allora vigente in Svizzera e i funzionari chiarirono rapidamente che quei soldi non erano né miei, né nella mia disponibilità. Fui prosciolto".
Immagino che chiese a Craxi di chi fossero, quei soldi...
"Avevo una vaga idea... Ma ero un giovane deputato, appena eletto, non mi ero mai occupato dei conti del partito socialista. Craxi mi spiegò che si trattava di un finanziamento del Banco Ambrosiano".
Ma Licio Gelli lo conosceva o no?
"L'avevo visto in due occasioni all'hotel Excelsior, prima che venisse alla luce la P2. Mi aveva consigliato di andare da lui il mio amico d'infanzia Angelo Rizzoli. Ricordo di avere protestato con Angelo per gli atteggiamenti del Corriere della Sera diretto da Di Bella, che mi sembrava troppo nostalgico del compromesso storico, una linea politica che era stata sconfitta nel 1980 da noi socialisti e dalla nuova segreteria democristiana. Rizzoli mi disse: ma io non conto più niente in via Solferino, decidono tutto Bruno Tassan Din (allora amministratore delegato, ndr .) e Gelli. E così incontrai il grande capo della massoneria, un signore che molti intervistavano e che molti, in qualche modo, ascoltavano. Domandai come mai il Corriere trattasse così male i socialisti e lui, di contro, mi chiese di far pace con Giulio Andreotti. Io gli spiegai che la linea Andreotti-Berlinguer era stata battuta nel Paese proprio da Craxi e lui fu durissimo: con le sue idee, caro Martelli, lei resterà sempre nelle terze file della politica".
Qualche anno dopo questo incontro, Gelli torna ad occuparsi di lei, nel 1986.
"Era latitante, mi mandò un capitolo di un suo futuro libro, una storia strana, con elementi falsi mescolati a circostanze di dominio pubblico. Sento odore di ricatto, lo querelo e vinco in tribunale, dopo due processi".
Arriviamo al 1993. In piena stagione di Mani Pulite, torna dalla latitanza e si consegna ad Antonio Di Pietro il tesoriere occulto del Psi, Silvano Larini. E l'accusa di avere a che fare con il Conto Protezione. Uno dei magistrati del pool di Milano annotò, molti anni più tardi: che Larini ci portasse da Craxi ce l'aspettavamo, che ci consegnasse anche Martelli è stata un regalo gratuito...
"Un regalo, o un prezzo di qualche strano patto. Ho pensato a lungo che, nelle dichiarazioni di Larini, ci fosse lo zampino di Bettino. Sbagliavo. Appena ricevo l'avviso di garanzia, mi dimetto dal Psi, da ministro della Giustizia, tre giorni prima di essere eletto segretario del mio partito dopo Craxi. Staccai la spina, per anni ho vissuto appartato, ho viaggiato in India, ho studiato alla London School of Economics... ho vissuto un esilio in patria. Prima la popolarità e il successo, poi un'enorme sofferenza e vera solitudine".
Fu anche condannato a otto anni e mezzo, per questa storia.
"Fui condannato per concorso nella bancarotta dell'Ambrosiano... Va detto che, anche se io non c'entravo, quei soldi il Psi li aveva presi. E ho risarcito gli azionisti di tasca mia, con la liquidazione della Camera, un mutuo e i soldi dei miei fratelli, ho dato 850 milioni. E così, nel 1996, mi è stata condonata la pena".
Ora il reato è stato prescritto...
"Non mi hanno assolto, forse non se la sono sentita di farlo, dopo 22 anni e sette processi. Ma in tribunale, un mese fa, quando sono arrivati - per la prima volta e soltanto grazie al giusto processo - Gelli e Larini, le loro deposizioni erano così piene di falsi e di contraddizioni... tutti hanno capito che non erano credibili".
Ora che il fantasma si è dissolto, tornerà in politica a tempo pieno?
"Ho ritrovato la mia piena libertà. E ritrovo tutti i giorni, fra la gente, il desiderio di una politica più equilibrata, il disprezzo per la rissa continua, per quella faziosità che Moro aveva individuato come uno dei difetti maggiori degli italiani... Non mi riferisco ai leader dei due schieramenti in campo, Berlusconi e Prodi, uno più americano, l'altro più europeo, ma senza estremismi, certamente più affidabili delle loro rispettive coalizioni, ma ai tanti capi e capetti che sgomitano per avere visibilità e un posto a tavola".
Da dove ricomincerà?
"Mi appassionano i rapporti fra Europa e Stati Uniti, mai così difficili, la politica europea, l'allargamento a Est, la riunificazione del Vecchio Continente. Sono nella presidenza del gruppo dei liberal-democratici e riformatori (Eldr). Qualche settimana fa, a Varsavia, ho incontrato un vecchio amico, Adam Michnik, un socialista libertario. L'ultima volta lo avevo visto nel 1988, quando eravamo andati, con Adriano Sofri, a invocare la sua liberazione dal generale Jaruzelskj. Ci siamo abbracciati e non abbiamo dovuto darci tante spiegazioni nel ritrovarci insieme fra i liberaldemocratici. A Est come in Italia i comunisti sono diventati socialisti, il giusto modo di preservare la sostanza della nostra storia e della nostra esperienza è in una politica che privilegi i diritti umani e il rispetto della persona. E' questo che voglio fare in Italia: costruire e promuovere una forza che dia voce al bisogno di libertà".
Barbara Palombelli

5 marzo 2003 - CORSIVO DI LIBERAZIONE SU INTERVISTA MARTELLI
"Liberazione"
"Non mi hanno assolto... Don Pancrazio
"Non mi hanno assolto, forse non se la sono sentita di farlo, dopo 22 anni e sette processi". Nonostante ciò - e con l'amorevole aiuto di Barbara Palombelli, che lo fa parlare per mezza paginata sul Corrierone - Claudio Martelli, "uno degli uomini politici più brillanti e capaci della Prima Repubblica", saluta con malcelato entusiasmo la fine per prescrizione della sua "odissea giudiziaria" e annuncia all'universo mondo: "Il fantasma del Conto Protezione si è dissolto, torno in politica". In definitiva ha già pagato (condanna per concorso nella bancarotta del Banco Ambrosiano e pena condonata, dopo la restituzione di 850 milioni di lire) e Licio Gelli lo aveva frequentato ""prima che venisse alla luce la P2", solo quando il capo-loggia tramava ancora nell'ombra. Ma non chiese mai a Craxi di chi fossero quei soldi depositati in Svizzera, come rivelò la busta col suo nome ritrovata fra le carte di Gelli? "Ero un giovane deputato appena eletto, non mi ero mai occupato dei conti del partito socialista". Bisogna proprio dargliene atto. Erano quei conti che si occupavano di lui.
donpancrazio@email.it

6 marzo 2003 - CASO MATTEI: ARCHIVIATA INCHIESTA
"La Provincia pavese"
Chiusa a Pavia l'inchiesta sulla tragedia di Bascapè di 40 anni fa
Mattei, complotto
Il pm è sicuro, ma deve archiviare
MISTERI D'ITALIA Non si trovano i responsabili Attentato e sospetti sui servizi segreti
PAVIA. Ieri mattina il sostituto procuratore della Repubblica Vincenzo Calia ha depositato una richiesta di archiviazione per il "caso Mattei". Alla cancelleria del Gip Fabio Lambertucci ha presentato un fascicolo gigantesco, frutto di anni di indagini che, per il pm, hanno portato a dimostrare che il presidente dell'Eni è stato vittima, il 27 ottobre del 1962, di un complotto. Sul suo aereo venne messa una piccola bomba. Un attentato - secondo l'accusa - preparato e pianificato per mesi, per cammuffare l'assassinio, per farlo sembrare un incidente aereo. Il pm chiede anche di trasferire alla procura della repubblica di Velletri gli atti relativi all'incidente aereo nel quale morì il motorista del bireattore dell'Eni, eliminato perché voleva parlare, voleva raccontare la sua verità sulla tragedia di Bascapè. La parola passa al Gip.
PAVIA. Ci sono voluti quaranta anni, quattro mesi e una settimana perché si facesse un po' di chiarezza sulla morte di Enrico Mattei, il fondatore dell'Eni, il colosso petrolifero italiano, ancora oggi unica vera grande azienda del paese. Sono solo le ipotesi dell'accusa, ma la mole di lavoro, le centinaia di documenti, le testimonianze, le fotografie e le immagini allegate alle centinaia di pagine depositate ieri dal sostituto procuratore della Repubblica di Pavia Vincenzo Calia, rappresentano il risultato della prima indagine seria e approfondita su una delle pagine più oscure della storia della Repubblica. E ancora una volta, come per le stragi più efferate (piazza Fontana, Italicus, Bologna, Ustica), troviamo servizi segreti all'opera, politici che agiscono in malafede, e "grandi burattinai" che dirigono. La stessa conclusione del lavoro condotto da Vincenzo Calia - che è una richiesta di archiviazione - è la testimonianza che la sua attività non è stato finalizzata a dimostrare un difficile e indimostrabile teorema.
Il pubblico ministero è arrivato a tre conclusioni: a) la caduta dell'aereo è stata provocata da un'attentato preparato da mesi; b) il sabotaggio è stato compiuto grazie al coinvolgimento di uomini dell'Eni e degli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano; c) per nascondere le prove dell'attentato si è fatto di tutto: omissioni, depistaggi, manipolazioni e anche omicidi. Le morti del giornalista Mauro De Mauro e dei piloti Marino e Irnerio Loretti sarebbero strettamente legate alla vicenda Mattei. Forse i morti sono di più, ma, almeno per questi, per il pm, ci sono pochi dubbi.
Per questo motivo il magistrato ha già trasmesso alla procura di Palermo gli elementi raccolti per il caso del giornalista del quotidiano l'Ora (assassinato perché aveva scoperto qualcosa di "scottante") e ora chiede la riapertura da parte dei giudici di Velletri del fascicolo relativo all'incidente aereo nel quale morirono i due Loretti. Il pm ha accertato che nel serbatoio del loro aeroplano era stata aggiunta acqua per farlo decollare e subito cadere, il 14 agosto del 1969. Marino Loretti, motorista dell'aereo di Mattei, aveva scritto poche settimane prima al fratello del fondatore dell'Eni che era disposto a dire cose decisive sulla tragedia di Bascapè.
Il fatto è noto. La sera del 27 ottobre del 1962 il presidente dell'Eni Enrico Mattei viaggia a bordo di un bireattore (marche I-Snap) di proprietà della Snam. Guida, alla sua sinistra, il comandante Irnerio Bertuzzi, un pilota molto esperto (11.260 ore di volo alle spalle, atterrato a Milano Linate 751 volte) ed è in perfette condizioni fisiche (controllo medico superato due giorni prima). Dietro al pilota siede l'inviato di "Time Life" William McHale. Il viaggio è tranquillo. Il tempo - a dispetto di quanto è stato scritto - è buono. Piove, ma non c'è temporale. La temperatura è di 10 gradi, la visibilità di 1.300 metri.

ANSA:
Uno strano incidente avvenuto alla vigilia di Ferragosto del 1969: l'aereo 'De Havilland', con a bordo Marino Loretti ed il figlio Irnerio, precipito' nelle campagne di Sassoce Acquacetosa di Marino, non lontano da Roma e i due ai comandi morirono. Per Vincenzo Calia, il pm pavese che ha chiesto ufficialmente l'archiviazione dell'inchiesta sul caso Mattei, il velivolo fu sabotato: nel serbatoio venne aggiunta dell'acqua per farlo decollare dall'aeroporto di Roma e cadere pochi minuti dopo. Per questo Calia ha chiesto alla Procura di Velletri di aprire un'indagine.
Per Calia si tratto' di un attentato per eliminare Marino Loretti, un possibile testimone-chiave dell'inchiesta Mattei. Pochi mesi prima, Loretti aveva scritto una lettera a Italo Mattei, fratello dell'ex presidente dell'Eni, annunciandogli che era pronto a dire cose importanti sulla tragedia di Bascape' del 1962. Loretti aveva lavorato per diverso tempo all'Eni. Era uno dei motoristi che dovevano curare l'aereo sul quale si spostava Mattei.
Ma nella primavera del 1962 venne trasferito alla sede dell' Eni in Marocco: gli furono attribuite presunte responsabilita' (a quanto pare mai dimostrate) su un guasto al velivolo del presidente. Loretti torno' a lavorare in Italia solo dopo la morte di Mattei. Qualche anno dopo, insieme al figlio Irnerio (lo aveva chiamato con lo stesso nome del suo grande amico Bertuzzi, il pilota morto con Mattei), apri' una societa' di trasporti aerei acquistando il 'De Havilland' dalla Snam. Il 13 agosto su quell'aereo viaggio' l'attuale senatore a vita Emilio Colombo. L'atterraggio era previsto a Ciampino, ma in cabina arrivo' la comunicazione di dirigersi a Roma Urbe. La mattina dopo il 'De Havilland' si alzo' nuovamente in volo, ma pochi minuti dopo precipito'.
A distanza di quasi 34 anni, il pm Calia chiede alla procura di Velletri di aprire un fascicolo su quell'incidente.

7 marzo 2003 - CASO MATTEI: PARLA LA NIPOTE
"La Provincia pavese"
"Tutti sanno chi ha ucciso mio zio Enrico"
La nipote del presidente dell'Eni
rafforza l'ipotesi del complotto
Lo sfogo della donna dopo la richiesta di archiviazione presentata a Pavia
di Carlo E. Gariboldi
PAVIA. "Mio zio è stato ammazzato e lo sanno tutti chi lo ha fatto ammazzare, è inutile nascondere l'evidenza". Rosangela Mattei, nipote dell'ex fondatore dell'Eni, commenta così la notizia (anticipata ieri dalla Provincia pavese e dalla Stampa) che il pm di Pavia ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta per l'attentato di Bascapè, pur prefigurando dietro la morte di Enrico Mattei un complotto italiano.
"La verità è chiara a tutti" ha ripetuto ieri la donna all'agenzia Ansa. E ha citato un film-documentario - "Processo al silenzio" - girato tre anni fa dai registi tedeschi Bernhard Pfletschinger e Claus Bredenbrok. Il film è stato finanziato da tre tv europee, la tedesca Wdr, la Tv svizzera italiana e la francese Arte. Stranamente la Rai ha acquistato i diritti televisivi per l'Italia, ma non ha mai trasmesso quel filmato. E questo nonostante la Rai abbia dedicato ampio spazio, nella più recente programmazione, per ricordare Enrico Mattei (basti ricordare un'intera puntata di "Novecento" presentata da Pippo Baudo con in studio Lino Jannuzzi).
Con alcuni anni di anticipo rispetto all'inchiesta che il pm Calia chiede ora di archiviare, il documentario citato da Rosangela Mattei spiegava che uno dei sistemi che avrebbero dovuto salvare da possibili attentati il presidente dell'Eni era l'esistenza di un aereo gemello.
Enrico Mattei si spostava con due aerei, decidendo solo all'ultimo momento su quale salire.
L'attentato del 27 ottobre del 1962 è stato fatto sull'aereo giusto, il Morane-Saulniere 760 con marche I-Snap. Il gemello I-Snai ha viaggiato regolarmente.
Un importante amministratore dell'Eni ha cercato di nascondere l'esistenza dell'aereo gemello, forse perché temeva che avrebbero potuto sorgere sospetti su eventuali "basisti" all'interno dell'Eni.
E questo sembra essere proprio il dubbio del pubblico ministero che nelle sue conclusioni scrive: "La programmazione e l'esecuzione dell'attentato furono complesse e comporarono - quanto meno a livello di collaborazione e di copertura - il coinvolgimento di uomini inseriti nello stesso ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello stato con responsabilità non di secondo piano".
Ma Rosangela Mattei a chi pensa quando si esprime con tanta certezza? Agli atti ci sono due sue dichiarazioni. La prima, del 1971, risale alle prime indagini sulla scomparsa di Mauro De Mauro. L'ultima, del 1995, riferisce che "Cefis, Fanfani e Andreotti erano quanto meno al corrente di come si erano svolti realmente i fatti".

20 marzo 2003 - MORTE MICHELE LANDI: IL PARERE DELLA SORELLA ELENA
"Sette" del Corriere della sera
GIALLI D'ITALIA QUELLO STRANO SUICIDIO
"Mio fratello non si e ucciso"
Col ritorno delle Brigate rosse, vale forse la pena di ripercorrere la misteriosa storia della morte (un anno fa) di Michele Landi, il perito informatico, consulente nel delitto D'Antona, che indagava anche sull'omicidio di Marco Biagi "Sette" racconta fa storia con una guida d'eccezione, la sorella Elena. Che dice la sua verità.
dl Lorenzo Viganò
Il quattro aprile sarà un anno esatto. Un anno da quando Michele Landi, esperto informatico di 36 anni, consulente di parte nel caso D'Antona e collaboratore nelle indagini sull'omicidio di Marco Biagi, viene trovato impiccato nella casa di Montecelio di Guidonia, borgo medioevale vicino a Roma. Un anno di indagini e sopralluoghi, durante il quale sono stati analizzati computer, appunti, effetti personali, passando al setaccio la sua casa e il suo lavoro alla ricerca di risposte, di un indizio che potesse fare luce sulla morte misteriosa. Ma anche un anno in cui, nonostante il dispiego di forze ed energie, non si è arrivati a niente, se non a dar vita a un fumoso mix di cronaca, terrorismo e sesso, che ha fatto spegnere a poco a poco i riflettori su questo giallo, fin dall'inizio in bilico tra l'ipotesi del suicidio e quella dell'omicidio.
"Michele non si è ucciso, ne sono assolutamente sicura", afferma Elena Landi, sorella trentaquattrenne dell'esperto in computer, che da quel 4 aprile ha avuto la vita sconvolta e che insieme con i suoi genitori sta ancora aspettando una risposta dalla magistratura di Tivoli che si occupa del caso. "Mio fratello non aveva alcuna ragione per arrivare a un gesto simile. Hanno scritto che era depresso, che aveva problemi finanziari, ma non è vero. Michele era una persona vitale, appassionata, disponibile Per questo, quel giorno. ho voluto andare sul posto: per rendermi. conto direttamente d ciò che era successo Sapevo che se lo avessi visto avrei capito se davvero aveva voluto togliersi la vita, ma quella scena, che non dimenticherò mai - il corpo che penzolava dalla scala, insieme ai colori, agli odori di quella casa, mi rimarrà dentro per sempre - non ha fatto che confermare la mia idea. Nessuno avrebbe potuto uccidersi in quel modo, e tantomeno lui".
In effetti di cose che non tornano in quella morte ce ne sono molte: la innaturale posizione del corpo le cui gambe, anziché penzolare nel vuoto, appoggiavano con le ginocchia su un divano posto sotto le scale, le stampelle, che aveva usato fino a qualche giorno prima - conseguenza di una caduta in moto -, sistemate ordinatamente contro il tavolino ("ma se lui era un caotico cronico!"), l'assenza di un biglietto o di una lettera d'addio... Dubbi che fin da subito inducono più di una persona a rifiutare categoricamente l' ipotesi del suicidio. A cominciare dai suoi amici che avevano visto Michele Landi fino alla sera prima e che non avevano notato in lui nulla di anomalo, ma anche colleghi di lavoro che gli erano stati al fianco in alcune esperienze professionali. Primo fra tutti Lorenzo Matassa, pm di Palermo, che dichiara senza giri di parole che a suicidarlo sono stati i Servizi segreti. "Quando ho sentito la parola Servizi non ci volevo credere e mi sono chiesta che diavolo stesse succedendo", prosegue Elena Landi. "Noi non sapevamo nulla di tutto ciò. Sapevamo che Michele era responsabile della divisione Information technology della Luiss Management (la Libera università internazionale degli Studi sociali), che era stato interpellato nelle indagini per l'omicidio di Massimo D'Antona, ma niente di più. È sempre stato molto riservato sul lavoro, teneva alla privacy e non amava raccontare della sua vita. Lui aveva la sua, noi la nostra. E quando ci ritrovavamo insieme parlavamo d'altro".
Invece il perito informatico, ex ufficiale di complemento dell'Esercito, tenuto in grande considerazione dalle forze dell'ordine, aveva una sorta di doppia vita. Accanto alla passione per il paracadutismo, le immersioni subacquee, la vela, accanto all'impiego alla Luiss trovava anche il tempo di dedicarsi a consulenze più delicate, che a guardarle oggi non possono non far nascere inquietanti sospetti. Oltre che al caso D'Antona (di cui fu consulente di parte per Alessandro Geri, il presunto telefonista delle Brigate rosse che avrebbe rivendicato l'omicidio), Michele Landi si era infatti dedicato alla formazione degli uomini del Gat, il gruppo anticrimine tecnologico della Guardia di Finanza, era stato consulente per gli uffici giudiziari di Roma e Palermo, aveva collaborato, sembra a titolo personale, alle indagini sul delitto di Marco Biagi (dichiarò di poter risalire ai postini elettronici che avevano inviato la rivendicazione delle Br, ma quindici giorni dopo l'omicidio del professore veniva ritrovato senza vita) e a quelle sul caso Ustica; aveva avuto rapporti con il Sisde come docente di un corso di ricerca investigativa telematica, e tra l'86 e l'88, alla scuola di Artiglieria di Bracciano, aveva lavorato al sistema Catrin, lo stesso a cui si era dedicato Davide Cervia, (esperto in strategie militari sparito nel nulla nel settembre 1990.
Abbastanza per far traballare la tesi del suicidio che all'inizio era stata la pista più seguita, cui si erano mischiate via via le ipotesi di un gioco erotico finito male, forse legato alla presunta omosessualità di Michele Landi. "Mio fratello non era gay, anzi",afferma Elena Landi: "Aveva sempre molte ragazze che gli gironzolavano intorno e per quanto riguarda il gioco erotico non c'era nulla in quella scena che poteva farlo supporre e, se non sbaglio, niente lo ha confermato".
Piuttosto, in molti hanno dichiarato che in quei giorni il perito informatico era preoccupato: si sentiva spiato, seguito, e a un amico aveva confidato di essere ormai a un passo dal trovare il mittente da cui era partita la rivendicazione dell'omicidio di Marco Biagi. Così, a metà maggio 2002, nel fascicolo aperto dalla procura viene scritta come nuova ipotesi di reato quella dell'omicidio (al solo scopo, sembra però, di permettere perizie ed esami scientifici altrimenti interdetti). Un'ipotesi avvalorata dai risultati di alcune analisi del Ris di Parma, e da altri fatti poco chiari, come la violazione del sito dove Michele Landi sembrava avesse "nascosto" alcuni documenti, e le dichiarazioni di un hacker secondo il quale il perito gli aveva dato da decrittare un dischetto contenente documenti legati a Gladio, poi spariti con il dischetto. Un mix di rivelazioni che non ha fatto altro che aumentare il mistero intorno alla sua morte.
E ora, a che punto sono le indagini? "Piacerebbe anche a noi saperlo, ma siamo ormai completamente tagliati fuori", si lamenta Elena Landi. "Dalla procura ci dicono che stanno aspettando nuovi elementi, ma non ci spiegano quali. Non sappiamo su che cosa stanno lavorando, né come vogliono chiudere l'inchiesta. Tutto tace. I giornalisti pensano che noi non parliamo per paura, ma la verità è ch non sappiamo nulla. In più, la casa e tutti gli effetti personali di Michele, dai computer alla moto, sono ancora sotto sequestro, al punto che non possiamo nemmeno recuperare una sua foto, un suo libro, chiudere le utenze e disdire l'affitto. Tutto è ancora aperto, come la nostra ferita. La mia idea è che presto archivieranno il caso come suicidio, e noi, pur non condividendo questa tesi, l'accetteremo. Perché ? Perché siamo coscienti che l'intenzione è stata quella fin dall'inizio, che noi, pur lottando con tutte le nostre forze, non riusciremo mai scoprire la verità. Dopo le rivelazioni, le diverse piste, i lunghi silenzi, chi mai ci potrà assicurare che quella che alla fine sarà presentata come la verità lo sia davvero? Non è pessimismo il mio, ma realismo; la rabbia dei primi momenti ha ormai lasciato il posto alla razionalità. In più, se Michele, per proteggerci, non ha volu dirci nulla, se non ha voluto lasciarci un indizio che potesse suggerirci un' interpretazione di quel che è accaduto, è perché così voleva e noi non vogliamo violare la sua scelta. E come se mio fratello mi avesse autorizzato a non dedicare la mia vita alla ricerca di chi lo ha ucciso, se di omicidio si tratta".
Un atteggiamento quantomeno curioso, quello di Elena Landi, ma non difficile da comprendere. Anche perché dopo un anno i dubbi rimangono gli stessi, e la procura di Tivoli continua a non voler rilasciare dichiarazioni. Ciononostante un'idea, Elena Landi, se l'è fata "Io penso che Michele sia stato ucciso per le sue consulenze più delicate e rischiose. Ma, ripeto, non potrò mai saperlo con certezza. Per questo, ora, l'unica cosa che io e i miei genitori vorremmo è il dissequestro della sua casa con tutto quello che contiene. Un anno fa qualcuno ci ha portato via Michele, poi le indagini ci hanno portato via il suo mondo, la sua vita. Ora vogliamo solo che ce la ridiano"
Lorenzo Viganò

2 aprile 2003 - CASO MATTEI: MARIO RONCHI MORTO DA PIU' DI UN ANNO
"La Provincia pavese"
Imputato Ronchi, giù il sipario
E' morto nel dicembre 2001, un addio nel più totale silenzio
Notizia mai arrivata in tribunale, il processo stava per riprendere
L'anziano contadino di Bascapè era l'unica persona sotto processo della maxi-inchiesta sulla morte del mitico presidente dell'Eni
BASCAPE'. Alla Procura di Pavia si stavano preparando alla riapertura del processo al testimone numero uno del caso Mattei. Dato per scontato che il gip accoglierà la richiesta di archiviazione del pm Calia per l'inchiesta principale, il processo (sospeso) al contadino Mario Ronchi avrebbe dovuto riprendere. Ronchi era l'uomo intervistato la notte del 27 ottobre del 1962 da tg e giornali. Era l'uomo che - secondo la procura - prima aveva riferito di aver visto esplodere l'aereo in aria, poi aveva ritrattato tutto. Ieri, su un giornale, è stata pubblicata la notizia della morte di Ronchi. Il suo processo, quindi, non ci sarà.
Se ce ne fosse stato bisogno è il figlio a confermare la notizia: "Sì, mio papà è morto. Il 5 dicembre del 2001, quando aveva passato gli ottant'anni. Non era malato, non aveva particolari problemi, si è spento. Anche per quel peso del processo di Pavia".
A 77 anni, davanti ai riflettori di televisioni italiane e straniere, a fianco dell'avvocato Carlo Dell'Acqua, il contadino Mario Ronchi era diventato suo malgrado una star.
L'accusa per lui era di quelle da far tremare i polsi: false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento nel reato di omicidio plurimo premeditato.
Con la sua presunta ritrattazione, Ronchi, avrebbe aiutato gli esecutori materiali e i mandanti della morte del fondatore dell'Eni Enrico Mattei, del pilota Irnerio Bertuzzi e del giornalista americano William McHale.
La storia del contadino di Bascapè, morto - ironia della sorte - nella casa di via Enrico Mattei, è quella di una persona semplice che ha avuto la sfortuna di assistere, davanti a casa, a un fatto clamoroso.
A pochi metri dall'aia della cascina Albaredo, quella che i Ronchi conducevano all'epoca, si è schiantato il Morane Saulniere dell'Eni.
La storia ricostruita dalla Procura - ma che mai sarà confermata con una sentenza - è che alla televisione Ronchi raccontò dell'esplosione in aria (prova dell'esistenza di una bomba). La mattina successiva Ronchi sarebbe stato prelevato da un'auto in borghese, portato in uno dei palazzi dell'Eni, a San Donato Milanese.
Tornato a casa, il contadino avrebbe cambiato versione dei fatti: nessuna esplosione in volo. Con qualche sfumatura questa seconda versione l'agricoltore se l'è portata nella tomba.
Il primo a sostenere il cambio di versione è stato un giornalista, Fulvio Bellini. Nel 1963 scriveva per una rivista, il XX Secolo, diretto da Giorgio Pisanò, repubblichino, futuro parlamentare del Movimento sociale.
Bellini scrisse che Ronchi per la sua ritrattazione aveva ricevuto una serie di piccoli benefici economici.
Quando Vincenzo Calia, nel 1994, riaprì il fascicolo sulla morte di Enrico Mattei, cercò di vederci chiaro. Riprese i ritagli dei giornali dell'epoca e rivide i telegiornali. Fu così che fece una scoperta clamorosa. L'intervista girata a caldo, la notte della tragedia di Bascapè, aveva l'audio tagliato proprio nel momento in cui Ronchi diceva di aver visto l'esplosione in aria.
Il taglio, evidentemente, non era casuale. La lettura labiale del video consentì al pm di riconoscere le parole originarie.
In seguito Calia confermò i piccoli vantaggi avuti da Ronchi. Tra l'altro scoprì che la figlia dell'agricoltore aveva fatto richiesta di essere assunta dall'Eni, ma era stata scelta da una società riconducibile direttamente a Eugenio Cefis, presidente dell'Ente nazionale idrocarburi.
Ai tanti che lo hanno intervistato Ronchi ha sempre negato di aver cambiato idea.
Ai giornalisti, comunque, il contadino di Bascapè appariva come una povera vittima di qualcosa di molto più grande di lui. E tale, probabilmente, lo consideravano alla procura della Repubblica.
Lo stesso processo nei suoi confronti è stato più volte spiegato come lo strumento per arrivare a stabilire attraverso una sentenza che la notte di Bascapè era stato commesso un efferato delitto.
Per poter scrivere che l'assassinio di Mattei è stato - con il caso Moro - l'omicidio politico più grave nella storia della prima Repubblica.

7 aprile 2003 - OMICIDIO CALVI: RESPINTE QUESTIONI PRELIMINARI
ANSA:
Tutte respinte dal gip di Roma Maurizio Silvestri le questioni preliminari sollevate oggi dai difensori di Flavio Carboni, uno degli indagati per l' omicidio del banchiere Roberto Calvi, durante l' udienza, che si tiene tramite incidente probatorio, per l' esame dei risultati della perizia disposta per fare luce sulla morte dell' ex presidente del Banco Ambrosiano.
In particolare, sono state rigettate le richieste di sospensione dell' udienza in attesa che la Cassazione si pronunci sulla ricusazione del medico legale tedesco Brinkmann, capo dell' equipe di periti che ha esaminato i resti di Calvi, e di acquisizione al fascicolo processuale della relazione di un medico legale inglese, Bernard Knight, consegnata ai pubblici ministeri nel 1998 nella quale, secondo gli avvocati Renato Borzone e Oreste Flammini Minuto, si affermerebbe che non esiste alcun elemento che faccia pensare ad un omicidio del banchiere.
Il gip ha ritenuto non rilevante l' acquisizione di quella relazione. Di fronte al rigetto di quest' ultima richiesta, l' avvocato Borzone, il quale ha ricusato Brinkmann ritenendo che abbia anticipato alcune conclusioni della perizia (nella quale si parla di omicidio del banchiere), ha annunciato che valutera' la possibilita' di abbandonare la difesa di Carboni. "E' un fatto di gravita' inaudita - ha detto - che non sia inserito nel fascicolo processuale un atto del procedimento".
L' udienza in incidente probatorio (oltre a Carboni sono indagati Pippo Calo', Ernesto Diotallevi, Francesco Di Carlo e Manuela Kleinszig) riprendera' il 9 aprile prossimo con l' esame dei periti.

8 aprile 2003 - CASO CALVI: RIAPPARE VITTOR
"Il Piccolo"
Processato l'ex contrabbandiere triestino che accompagnò il banchiere a Londra dove poi venne ucciso
Riappare Vittor, l'uomo di Calvi
Ha patteggiato una pena di 850 euro per aver fatto lavorare un clandestino
Soltanto nell'ottobre scorso, oltre vent'anni dopo la scoperta del cadavere impiccato sotto il ponte dei Blackfriars a Londra, i magistrati sono giunti alla conclusione che Roberto Calvi, l'allora presidente del Banco Ambrosiano, fu ucciso e il suicidio non fu altro che una messa in scena. Sono state queste le conclusioni dei periti incaricati dal giudice per le indagini preliminari di Roma Otello Lupacchini dopo la riesumazione del cadavere. L'omicidio sarebbe stato compiuto a un centinaio di metri di distanza.
L'uomo più vicino a Calvi nei suoi ultimi giorni di vita fu Silvano Vittor. Alle sei di pomeriggio dell'11 giugno 1982 Vittor è nella hall dell'hotel Excelsior. Attende che Emilio Pellacani, il braccio destro di Carboni, si faccia vivo assieme a Calvi. "Uscimmo sulle rive - dichiarerà qualche tempo dopo Vittor - e mi fu presentato un signore vestito di scuro con un abito pesante, quasi invernale. Mi chiesi come faceva a resistere con quel caldo. Mi tese la mano: piacere Roberto Calvi."
Vittor aveva conosciuto Carboni due anni prima grazie alla fidanzata Michaela sorella di Manù che era la ragazza di Carboni. Le due sorelle austriache abitavano in una villa a Klagenfurt. "Avevo chiesto a Carboni di trovarmi un lavoro più redditizio - racconterà ancora Vittor che ammise di aver cominciato con il contrabbando, ma di essere allora 'in affari' - e lui mi aveva detto che c'era la possibilità di avvicinare un ricco e potente banchiere." "Calvi aveva bisogno di qualcuno che gli stesse vicino, guardia del corpo e uomo di fiducia assieme - spiegherà Carboni - non si fidava neppure della sua scorta e voleva andare a Zurigo per riscuotere una somma ingente, più di metà di quanto gli serviva per rimettersi in sesto. Pensai che Vittor fosse l'accompagnatore giusto per una missione del genere."
Sulle rive i tre salgono su una Mercedes che li porta nella casa di Vittor, alle "Agavi", a Valmaura. In quel momento il Tg1 delle 20 annuncia che il presidente dell'Ambrosiano è sparito da Roma. Calvi è in preda al panico e decide di lasciare subito l'Italia. Sale sul più potente dei motoscafi dell'ex contrabbandiere Vittor, l'"Ouragan", un entrobordo da 650 cavalli che mette la prua verso l'Istria. Sul "Cessna 500 Icuna" di proprietà di Carboni atterrato a Ronchi sembra che Ernesto Diotallevi, uomo del clan mafioso Balducci-Abbruciati, abbia portato per Calvi il passaporto falso intestato a Gian Roberto Calvini che in Istria un doganiere compiacente timbra. Il 12 giugno Calvi arriva alla villa di Klagenfurt delle sorelle Kleinzing, Vittor lo raggiunge la sera stessa dopo aver assistito alla cresima del figlio.
Il 14 giugno Calvi decide di non andare a Zurigo, temendo di venir arrestato in Svizzera. Attorno al tavolo di un ristorante di Bregenz sono in quattro: Calvi, Vittor, Carboni e il banchiere Kunz. "Partimmo per Londra io e Calvi - racconterà ancora Vittor - dall'aeroporto di Innsbruck con un Cessna messoci a disposizione da tale McDonald, grosso industriale amico di Kunz." Dei giorni a Londra, Vittor ricordava solo che Calvi faceva molte telefonate e che gli ordinò di spegnere la Tv non permettendogli nemmeno di vedere le partite del Mundial. "Una sera uscii poco prima di mezzanotte per andare con Carboni, giunto nel frattempo a Londra, a recuperare le nostre due ragazze - raccontò ancora Vittor - Quando tornai, Calvi non c'era più. La mattina dopo decisi di tagliare la corda. Peccato, mi aveva detto: ti porto con me in America, sarai sempre al mio fianco".
Vittor invece tornò a Trieste e ieri è stato di nuovo processato.
Silvio Maranzana

9 aprile 2003 - CALVI: PERITI RIBADISCONO, ELEMENTI COMPATIBILI CON OMICIDIO
ANSA:
Il collegio di periti incaricati dall' ufficio del gip di Roma di stabilire le cause della morte di Roberto Calvi hanno ribadito in aula oggi che gli elementi da loro raccolti sono compatibili con la tesi dell' omicidio.
Rispondendo alle domande dei pm Maria Monteleone e Luca Tescaroli davanti al gip Maurizio Silvestri, l' equipe di medici legali capeggiata dal tedesco Bernd Brinkmann ha illustrato le modalita' di esecuzione degli accertamenti e la natura delle conclusioni. L' audizione dei periti e' tuttora in corso e si tiene in camera di consiglio sotto forma di incidente probatorio. L' esito degli esami compiuto sui resti dell' ex presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato a Londra sotto il ponte dei Frati Neri nel giugno '82 e' stato depositato nei mesi scorsi. Secondo gli esperti medico-legali, Calvi sarebbe stato ucciso in un cantiere-discarica e il cadavere trasportato nel vicino ponte dei Frati Neri dove sarebbe stato poi inscenato il finto suicidio. Gli esperti avrebbero, inoltre, verificato l' assenza di lesioni ossee sul collo e l' assenza sulle mani di Calvi di tracce dei mattoni che furono poi trovati nelle tasche del suo vestito. Le mani e le unghie del banchiere, secondo gli stessi periti, presenterebbero inoltre segni di movimenti bruschi compiuti in una zona diversa da quella del ritrovamento del cadavere.
L' audizione dei periti si concludera' probabilmente nei prossimi giorni: il loro interrogatorio da parte dei legali degli indagati comincera' nel pomeriggio e si preannuncia piuttosto lungo. Si tratta dei difensori di Flavio Carboni, Pippo Calo', Ernesto Diotallevi, Francesco Di Carlo e Manuela Kleinszig.

17 aprile 2003 - MORTE MICHELE LANDI: UCCISO DA GIOCO AUTOEROTICO ?
"La Repubblica"
CASO LANDI: UCCISO DA UN "GIOCO"
Rapporto del Ris sulla morte del perito informatico: si impicco involontariamente durante una pratica erotica
Decisive le analisi sugli indumenti intimi che indossava
FEDERICA ANGELI EMILIO RADICE
NÉ DELITTO né suicidio, ma sembra egualmente destinato a risolversi il giallo della morte del perito informatico Michele Landi, trovato impiccato in casa sua il 4 aprile dello scorso anno. Un caso che si è prestato a mille illazioni inquietanti, fino all'ipotesi dell'omicidio politico camuffato da incidente. Poi, negli ultimi giorni, il colpo di scena: le perizie tecniche e di laboratorio eseguite dai carabinieri del Ris, che in tutto questo tempo hanno continuato a lavorare in tandem con i militari del gruppo di Frascati e i magistrati della Procura di Tivoli, hanno dato forza a una delle possibilità ventilate a pochi giorni dal ritrovamento del corpo: morte da asfissia causata da pratiche solitarie di autoerotismo.
Proprio così, un suicidio accidentale. Il perito pisano, esperto informatico e docente a contratto alla divisione " Information Technology" dell'università Luiss di Roma, già perito di parte per la difesa di Alessandro Geri, l'ex indagato per l'omicidio brigatista di Massimo D'Antona, sarebbe morto per un gioco autoerotico che gli è sfuggito di mano. h cappio nodo che lui stesso aveva realizzato, unendo due funi, gli avrebbe permesso facilmente di liberarsi dalla morsa dell'impiccagione. Gli sarebbe bastato tirare il capo di una delle due corde, la più corta, per liberare il corpo dalla pressione esercitata da quella più lunga sulla carotide. Ma, secondo gli investigatori, il trentaseienne non fece in tempo a evitare il peggio.
Il corpo di Landi venne trovato la notte del 4 aprile del 2002 all'interno della sua abitazione, al numero 22 di via Lucera, un viottolo di Guidonia Montecelio. Fu la fidanzata a dare l'allarme al 112: da diverse ore Landi non rispondeva ne' al telefono di casa ne' sul cellulare. Eppure le luci di varie stanze della villetta erano accese, quindi lui doveva essere dentro. E poi il suo carattere scrupoloso non si conciliava con una dimenticanza simile. Quando gli uomini del colonnello Emanuele Saltalamacchia sfondarono la porta trovarono Landi con una corda al collo legata alla scala a chiocciola che collegava i due piani della casa. Il perito aveva le ginocchia ripiegate, che sfioravano il divano nell'ingresso dell'abitazione. Tutto all'interno era in perfetto ordine: nessun oggetto fuori posto.
II nodo scorsoio che stringeva la gola di Landi non era di tipo comune, solo una mano abile come quella del perito - esperto anche di nodi - sarebbe stata in grado di farlo. E questo fu quasi immediatamente confermato dalle indagini. Ma nessuno, secondo gli investigatori, lo avrebbe costretto. Sebbene Michele Landi stesse lavorando ad un caso molto delicato - si disse che poteva avere imboccato una buona pista per risalire al computer dal quale erano partite le rivendicazioni per l'omicidio di Marco Biagi - non si tratterebbe, dunque, di un omicidio mascherato da suicidio.
Come escludere, dunque, che proprio di questo si sia trattato: suicidio? Gli investigatori hanno tenuto senz'altro conto delle indicazioni dei familiari del giovane che, conoscendolo, si sarebbero quanto meno aspettati un messaggio, una lettera, poche righe che spiegassero. Ma anche qui la perizia del Ris sembra aver portato chiarezza. Decisive sarebbero state alcune tracce biologiche rilevate sugli indumenti intimi del perito, che avrebbero dato un senso definitivo alla dinamica del decesso, alle numerose videocassette pornografiche trovate nell'abitazione e all' analisi della scena. La relazione del Ris e' sul tavolo del pm che segue la vicenda. Salvo colpi di scena tutto fa pensare che l'indagine vada ormai verso l'archiviazione.

25 aprile 2003 - MORTA ANNA BONOMI BOLCHINI
"Il Nuovo"
Morta Anna Bonomi, la signora della finanza milanese
Si è spenta a Milano, Anna Bonomi Bolchini, 92 anni, per mezzo secolo la donna più ricca d'Italia. Il suo impero, partito da un'eredità di 154 palazzi, comprendeva banche e assicurazioni
MILANO - E' morta martedì sera nella sua casa di via Fatebenefratelli, a Milano, Anna Bonomi Bolchini, 92 anni, per quarant'anni protagonista della vita finanziaria milanese. E' quanto si legge in una nota diffusa, per espresso desiderio della famiglia, a funerali avvenuti, anche se la notizia è stata anticipata stamani dal Corriere della Sera. Le esequie - da quanto si è appreso - si sono svolte questa mattina nella Chiesa di San Marco, in forma strettamente privata, presenti i tre figli, Carla, Alfredo e Carlo, con le rispettive famiglie. La salma è stata tumulata al cimitero Monumentale di Milano.
Figlia di Carlo Bonomi, re nel campo dell'edilizia, si sposa nel '29 con Dino Campanili, famoso architetto dell'epoca Liberty. In seguito, dopo l'annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota, sposerà l'avvocato Gisueppe Bolchini. Nel 1940, quando Anna ha più o meno 30 anni, arriva l'eredità: 154 palazzi, una bella fetta di Milano, concentrata tra la Stazione Centrale e Piazza Cinque Giornate. Ma anche se l'edilizia non è in quegli anni un settore da "donne", lei non molla il timone, e assume la guida di Beni Immobili Italia, fondata dal padre nel 1918. Su questa base fonderà la propria ascesa nella finanza degli anni '60 e '70. Costruisce il grattacielo Pirelli e Milano San Felice. Poi diversifica: nel 1960 inventa Postal Market, nuovo modo di interpretare i consumi made in Italy. E poi piano piano diventa regina di un impero di cui fanno parte banche (Credito varesino), finanziarie (Invest), industrie (Mira Lanza) assicurazioni (Fondiaria, Milano, Italia). Fino al grande salto: la Montedison. Di sé diceva: "Sono la Greta Garbo della finanza italia": Una vera primadonna.

ANSA:
Il nome di Anna Bonomi Bolchini era riapparso solo recentemente nelle cronache mondane, quando diede in affitto parte del suo castello di Paraggi, a Portofino, a Silvio Berlusconi. Se ne ricordo' in quella circostanza il titolo di contessa, dimenticando quello ben piu' celebre di 'signora della finanza' conquistato sul campo quattro decenni prima.
Tra i maggiori contribuenti milanesi per diverso tempo, il Cavaliere del Lavoro Anna Bonomi si era fatto largo nella finanza meneghina con l'avvio delle prime nazionalizzazioni, rimanendo al centro delle cronache di Borsa per oltre una ventina d'anni fino al ritiro nell'81 dalla gestione diretta delle proprie aziende.
Nata a Milano nel 1910, la Bonomi aveva sposato nel 1929 Dino Campanini, dal quale ha avuto tre figli (Carla, Alfredo e Carlo), per poi unirsi all'avvocato Giuseppe Bolchini dopo l'annullamento del primo matrimonio da parte della Sacra Rota. Figlia di una portinaia milanese e di Carlo Bonomi, proprietario di immobili di lusso nel capoluogo lombardo, si deve proprio alla 'regina di denari' la costruzione del Pirellone, simbolo stesso dell'epoca in cui si e' mossa la Bonomi. Suoi anche altri complessi immobiliari a Parigi, a Montecarlo e a Citta' del Messico e la realizzazione della prima citta' satellite del capoluogo lombardo, Milano San Felice. Alla morte del padre naturale, nel 1940, Anna ne aveva ereditato le enormi sostanze assumendo direttamente la presidenza della societa' fondata nel 1918, Beni Immobili Italia.
Sul finire degli anni '60, sulle ceneri di un'Italia in piena ricostruzione nel dopoguerra, aveva fondato tra l'altro la Postalmarket, in cui la famiglia fini' col passare la mano nel 1988. Ma il suo nome e' legato anche a societa' come Brioschi, Rimmel e Durbans, oppure la Saffa, industria del settore chimico e cartario. Personalita' forte e volitiva - lei stessa aveva ricordato che in quegli anni quando batteva i pugni sul tavolo la Borsa si fermava þ racconto' in una recente intervista di aver deciso di acquistare la Miralanza e i suoi detersivi mentre faceva il bagno, osservando il dentifricio.
Fu pero' con il salto nel mondo della finanza, dove la famiglia Bonomi era in realta' gia' presente con quote nel Credito Varesino e nella Banca Prealpina di Lugano, che le societa' orbitanti attorno ad Anna Bonomi assunsero il profilo di un vero e proprio impero, che oltre alle attivita' industriali comprendeva compagnie di assicurazioni come Milano, Italia e Fondiaria, nonche' la Montedison, da cui aveva acquistato tra l'altro la finanziaria Invest, poi fusa con la Beni Immobili Italia per diventare Bi-Invest.
Fu cosi', che divenne irreparabile il contraccolpo subito dai Bonomi quando nel 1985 la cassaforte di famiglia, allora sotto le redini del figlio Carlo, le venne sfilata dal presidente di Montedison Mario Schimberni, impegnato ad allungare la presa sulla stessa societa' di Foro Buonaparte, controllata per oltre il 17% dalla Bi-Invest tramite Gemina. Fu la prima scalata ostile registrata sulla Borsa italiana, con un rastrellamento di azioni attuato da due emergenti della piazza milanese: Francesco Micheli (allora alla guida di Finarte), e Paolo Mario Leati (Lombardfin). Ma fu anche la fine di un'epoca, non solo per i Bonomi. Lo sgambetto di Schimberni fu un affronto a tutte le grandi famiglie del capitalismo italiano fatto proprio dall'ex pupillo di Enrico Cuccia, e di li' a poco fu lo stesso astro di Schimberni a tramontare, estromesso dalla Montedison da Raul Gardini meno di due anni dopo, dopo l'azzardo finale su Fondiaria. "Bi-Invest humanum est, Fondiaria diabolicum" riassunse con efficacia Gianni Agnelli, di cui ancora nell'autunno del 2002, in un'intervista rilasciata al 'Secolo XIX', Anna Bonomi Bolchini ricordava con gratitudine la vicinanza in quegli anni.
Un decennio dopo, nella meta' degli anni '90, il nome della Bonomi ricorreva con frequenza in un contesto del tutto diverso, quello cioe' delle cronache del Palazzo di Giustizia di Milano e degli sviluppi giudiziari della complessa vicenda del crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, da cui Anna usci' con un patteggiamento nel processo di appello. A far incrociare le sue sorti con quelle Calvi era stato direttamente Michele Sindona, che ancora recentemente la Bonomi aveva definito il miglior finanziere del dopoguerra, "uomo di un'intelligenza spettacolare, al di la' di tutte le vicende che sono successe". Negli ultimi anni Anna Bonomi si dedicava soprattutto agli impegni sociali prendendo tra l'altro parte attiva al Consiglio direttivo dell'Associazione Italiana per la promozione delle Ricerche sul Cancro. Sin dal 1941, per onorare la memoria del padre, aveva creato l'istituto 'Le Carline' che accoglie e ospita oltre 60 bambine provvedendo alla loro completa assistenza sino alla maggiore eta', iniziativa che venne menzionata anche nel 1968 tra le motivazioni che le valsero l'onorificenza di Cavaliere del Lavoro.

30 aprile 2003 - CALVI: CONSULENTI CARBONI, PERIZIA BRINKMANN BASATA SU IPOTESI
ANSA:
Errori metodologici, valutazioni del tutto ipotetiche e non sorrette da "adeguati elementi oggettivi tecnici e di fatto", conclusioni basate sull' "irrituale 'libero convincimento' dei periti". Sono alcune delle considerazioni che i medici legali Angelo Fiori e Silvio Merli, consulenti per conto di Flavio Carboni, fanno in merito ai risultati della perizia disposta dal gip di Roma per fare luce sulla morte di Roberto Calvi, l' ex presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto un ponte londinese il 18 giugno 1982.
Le osservazioni dei due esperti medico legali nominati dall' avvocato Renato Borzone sono state acquisite dal gip Maurizio Silvestri, di fronte al quale erano state discusse, in sede di incidente probatorio, le conclusioni della perizia svolta da un' equipe di esperti capeggiata dal tedesco Bernd Brinkmann. Questi si erano pronunciati per la compatibilita' degli elementi in loro possesso con la tesi dell' omicidio.
Una compatibilita' messa in discussione dai consulenti di Carboni, uno degli indagati per la morte del banchiere, i quali sostengono la tesi del suicidio. "La perizia Brinkmann - si legge nel documento consegnato al gip - ha di fatto rovesciato la sequenza dell' analisi in modo da condizionarne tutto l' andamento. Infatti essa parte dal presupposto che sia da escludere il suicidio anche se non sa dire, perche' manca qualsiasi elemento tecnico, come sia stato eseguito il presunto ed immaginato omicidio e su questo presupposto di partenza si infila quindi in un inestricabile dedalo di ipotesi sia sulle cause della morte sia sulla dinamica dell' evento che possono figurare degnamente nella letteratura romanzesca, ma nulla hanno a che vedere con le prove medico-legali, richieste dai quesiti anche con richiamo all' aggiornato e rigoroso criterio dell' 'oltre il ragionevole dubbio'".
"E' di lampante evidenza - scrivono Fiori e Merli - che fondare la prova di un omicidio, come fa Brinkmann, sul mancato reperto di tracce di vernice verde (dell' impalcatura sulla quale fu trovato il banchiere ndr) sulle scarpe di Calvi (tracce che a suo tempo erano state rinvenute dalla polizia inglese) ignorando altre tracce come quelle di ruggine sugli abiti, e' assolutamente incredibile e fuori della realta'".
Altre osservazioni sono dedicate alla questione della presenza di terriccio sui pantaloni di Calvi, che per i periti indica la possibilita' che sia stato ucciso in un cantiere adiacente al ponte dei Frati Neri, ma che per i consulenti di Carboni e' rintracciabile anche sul greto del fiume attraversato dall' uomo prima di impiccarsi. Non mancano, infine, considerazioni sull' assenza di lesioni ossee sul collo dell' allora presidente del Banco Ambrosiano: circostanza che per i periti indica l' assenza di un contraccolpo tipico di chi si suicida, ma che Fiori e Merli definiscono compatibile per chi si impicca lasciandosi andare evitando, cosi', un colpo brusco.

7 giugno 2003 - PENTITO CALCARA SU CALVI, MARCINKUS E ANDREOTTI
"La Sicilia"
Il pentito Calcara rilancia
"Posso dirvi la verità sui rapporti
fra Andreotti, Marcinkus e Calvi"
Roma. "Conosco tutta la verità su Andreotti. So tutto sul vassoio regalato alla figlia di Nino Salvo per il suo matrimonio. So dei rapporti tra Andreotti e il notaio Albano che gestiva i soldi del primo, così come buona parte di quelli di Cosa Nostra di cui curava gli interessi. Roberto Calvi aveva il compito di ''ripulire'' il denaro sporco come si deve. E' una verità genuina e pura la mia che avrei voluto raccontare ai giudici di Palermo". Dice di sapere tante cose il pentito di mafia Vincenzo Calcara, che ieri a Roma è stato assolto dai giudici della nona sezione del tribunale, "perchè il fatto non sussiste", dall'accusa di calunnia nei confronti di un maresciallo dei carabinieri, Giorgio Donato, indicato tra i partecipanti al cosiddetto viaggio dei dieci miliardi di lire, conclusosi a Roma a casa del notaio Albano alla presenza, tra gli altri, a detta dello stesso Calcara, del cardinale Marcinkus e di Roberto Calvi, e avvenuto alcuni mesi prima dell'attentato al Papa del 13 maggio 1981.
"Io so se Andreotti era a conoscenza che i suoi soldi erano investiti illecitamente tramite Calvi oppure no - prosegue Calcara euforico per l'assoluzione che gli riconosce una patente di attendibilità - io so se era Albano che sfruttava la potenza di Andreotti così come manipolava Marcinkus o se Andreotti era consapevole delle operazioni losche, ma non poteva agire in prima persona. Aspetto di essere convocato per dire come stanno le cose".
Era stato lo stesso pm d'udienza, Laura Vaccaro, a sollecitare l'assoluzione dell'imputato ritenendo che le sue dichiarazioni fossero dettagliate e connotate da sviluppo logico nel tempo, nello spazio e in merito ai fatti narrati. Aveva fatto eco al pm, il difensore di Calcara, l'avvocato Sante Foresta, secondo cui il racconto del suo assistito sul viaggio "ha avuto riscontri micidiali". Il penalista aveva chiesto al tribunale, alla fine del suo intervento, "un piccolo atto di coraggio" e cioè la trasmissione degli atti alla procura. E così ha fatto il collegio, presieduto da Mario Almerighi, lo stesso magistrato che, nella veste di giudice istruttore, firmò l'ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Flavio Carboni e Pippo Calò per l'omicidio dell'ex presidente del vecchio Banco Ambrosiano. Gli atti finiranno probabilmente ai pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone, titolari dell'inchiesta sull'omicidio di Calvi.

13 giugno 2003 - ESCE UNA BIOGRAFIA DI MAURO DE MAURO
"L' Espresso"
Biografie - Mistero De Mauro
Una vita misteriosa, una morte misteriosa. Sono quelle di un personaggio, Mauro De Mauro, di cui fa il ritratto approfondito Massimiliano Griner nel volume "Nell' ingranaggio" (Vallecchi). Racconta del passato repubblichino di De Mauro, prima con le SS italiane a fianco di Kappler, poi con la X Mas di Junio Valerio Borghese, il principe nero. Ne era tanto entusiasta da dare alle sue due figlie il nome di Junia e di Valeria. Nell' immediato dopoguerra "Il Popolo", quotidiano della Dc, scrisse di lui che aveva partecipato come esecutore al massacro delle Ardeatine. Un altro fervente nazifascista, il torturatore Pietro Koch, capo dell' omonima banda, smenti' prima di essere giustiziato. Ma lo stesso De Mauro confido' ad un' amica di avere sulla coscienza perlomeno due romani che fece arrestare e che finirono alle Ardeatine. Al processo, che si tenne a Bologna, fu assolto per insufficienza di prove. Fu poi imprigionato, ma riusci' ad evadere finche' non ricomparve come giornalista all' "Ora" di Palermo, finanziato dal Pci. Poi la sua sparizione nel settembre '70. Era forse arrivato, con le sue indubbie capacita' di cronista, a svelare uno dei tanti misteri italiani: la morte del presidente dell' Eni, Enrico Mattei, il mancato golpe di Borghese, qualche delitto eccellente di mafia ? Non c'e' risposta.

27 giugno 2003 - MORTE LANDI: A LOS ANGELES SI INDAGA SU SITO MANOMESSO
ANSA
Non e' chiuso il caso di Michele Landi, il super informatico, perito nelle indagini sugli omicidi D'Antona e Biagi, trovato impiccato nella sua casa di Montecelio, alle porte di Roma, il 4 aprile 2002. La Procura di Tivoli non ha ancora chiuso la fase dell'indagine preliminare. C'e' ancora un aspetto da chiarire: le manipolazioni su un sito web di Landi. Se ne stanno occupando a Los Angeles, in un laboratorio che raccoglie tutto cio' che avviene nel circuito informatico internazionale.
''Dopodiche' - spiegano in ambienti della Procura - il caso si potra' ritenere definitivamente chiuso''. La perizia e' stata depositata da un pezzo. Due le conclusioni: Michele Landi sarebbe morto durante un gioco erotico o suicida. Escluso, quindi, l'omicidio.
Ad incanalare gli inquirenti verso la prima ipotesi sono gli elementi raccolti nella casa presa in affitto da Landi in via Lucera, a Montecelio: il perito avrebbe avuto una doppia personalita'. Nella casa gli investigatori hanno trovato registrazioni, filmati, abiti, parrucche, trucchi. Restano comunque tre nodi da sciogliere: chi ha manomesso il sito di Landi, facendo sparire materiale fotografico, quando e perche'.
Ad accertare le manomissioni erano stati i carabinieri del Comando investigazioni scientifiche (Cis) che per mesi hanno indagato sui computer, i portatili e il resto del materiale informatico sequestrato in casa e nell'ufficio di Landi. La Procura ha aperto un altro filone d'inchiesta. Ed ora e' in attesa dell'esito di una rogatoria internazionale che e' stata formulata tramite il ministero di grazia e giustizia all' autorita' giudiziaria americana.
La casa di Montecelio di Landi, intanto, resta ancora sotto sequestro.
 
 

 
 


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