Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: luglio-dicembre |
10 luglio 2003 - VEDOVA GARDINI, IL SUICIDIO DI RAUL? HO ANCORA TANTI DUBBI
ANSA:
A dieci anni dalla morte di Raul Gardini, avvenuta il 23 luglio '93 a Milano in piena epoca di Tangentopoli, la vedova Idina Ferruzzi si e' raccontata al periodico 'Ravenna In Magazine', che dedica il numero di luglio e agosto al manager romagnolo, ripercorrendone in una serie di articoli l' uomo, il padre e il marito, l' imprenditore e lo sportivo.
Idina Ferruzzi, che dopo la morte del marito si trasferi' a Lugano ma da quattro anni e' tornata a Ravenna, non parla mai di 'suicidio' o di 'morte', ma sulle circostanze della scomparsa di Gardini ha ancora "tanti dubbi. Sono piu' che convinta che non sia stato lui. In quel momento c' era Tangentopoli, non ho cercato di approfondire. Bisognerebbe farlo adesso, che sono passati dieci anni e con la possibilita' di venire in possesso di documenti e tabulati, ma... Lui era pronto per andare al funerale di Cagliari e poi, di colpo, questo fatto. Non era nella sua indole. Nella casa di Milano dove e' successo c'era solo Ivan (il figlio, ndr). Quando lo hanno chiamato, Raul era ancora vivo".
I tre figli non hanno mai piu' parlato dell' accaduto. "Piu' nessuna parola, specialmente il maschio - ricorda Idina Ferruzzi - Gli ho chiesto piu' volte come lo avesse visto in quel frangente, come era la camera, che mi hanno riferito fosse sottosopra. E' un tipo molto chiuso, che ha voluto dimenticare e io non insisto piu'. Il loro papa' e la sua filosofia di vita sono impressi nei loro pensieri". La vedova di Gardini si sente con i tre figli ogni giorno (la piu' grande, Eleonora, vive a New York, Ivan Francesco sta a Roma, Maria Speranza, per tutti Coquette, abita alla periferia di Ravenna): "Sono la mia forza. Se non avessi avuto i figli mi sarei davvero ritirata in convento, ma non si puo' essere cosi' egoisti".
"Mi capita - aggiunge nell' intervista - di essere fermata da persone che vogliono manifestarmi la loro gratitudine per quanto fece Raul in alcuni momenti di difficolta'. E' sempre stato un uomo molto generoso, molto umano. Faceva tante cose, senza dirmelo, come donazioni in beneficenza, delle quali sono venuto a conoscenza solo dopo. Manifestava la sua generosita' trovando lavoro per tutti. In particolare se si trattava di giovani in gamba e intelligenti. Considerava molto il loro futuro e non li abbandonava".17 luglio 2003 - MORTE GARDINI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
"Vi racconto il mio amico Gardini Si sparò per proteggere i Ferruzzi"
L'ACCUSA
IL TEMPERAMENTO
Parla Sergio Cusani, ex consulente di fiducia del padrone della Montedison
"Certo, era un orgoglioso. Certo, non voleva rassegnarsi all'umiliazione del carcere. Ma sono convinto che Raul Gardini si uccise soprattutto per prendere su di sé, con un gesto estremo di difesa, l'onta delle accuse che stavano per investire i Ferruzzi. E, in particolare, lo fece per amore nei confronti di sua figlia Eleonora. Erano legatissimi e anche lei stravedeva per il padre". Quel 23 luglio del 1993, un venerdì, Sergio Cusani perse un amico. E la sua vita venne sconvolta per sempre. Cominciò la giornata ai funerali di Gabriele Cagliari, l'ex presidente dell'Eni che tre giorni prima si era suicidato in carcere soffocandosi con un sacchetto di plastica. Durante le esequie, Cusani apprese che anche Gardini si era tolto la vita. E alle tre del pomeriggio, si trovò in carcere, su ordine della Procura di Milano. Dieci anni dopo, l'ex finanziere, l'uomo dei Ferruzzi, il gestore della maxi tangente Enimont ai partiti, ha finito di saldare il suo conto con la giustizia. Un prezzo salato. Di tutti i protagonisti della vicenda Enimont (banchieri, manager di Stato, industriali, politici) lui è quello che ha scontato la pena più pesante: 5 anni e 6 mesi, di cui quattro trascorsi in cella. Adesso, a dieci anni di distanza da quel colpo di pistola che spezzò la vita del suo amico Raul, Cusani ripercorre attraverso i suoi ricordi la strada che ha portato a quella tragica scelta. Racconta di guerre finanziarie e di ordinarie liti familiari. E dal suo punto di vista traccia un bilancio amaro dell'esperienza di Mani Pulite. Dottor Cusani, quando incontrò per l'ultima volta Gardini?
"Pochi giorni prima del suicidio. Era un uomo provato, mentalmente e fisicamente. Lo tenevano sulla graticola."
Chi?
"La Procura di Milano. I magistrati si rifiutavano di incontrarlo. Altri imprenditori se la erano cavata con un incontro e un memoriale. A Gardini questo non fu permesso nonostante i suoi avvocati insistessero perché andasse a fare dichiarazioni spontanee come era accaduto per altri finanzieri e industriali".
E perché ci sarebbe stato questo accanimento proprio verso Gardini?
"Era considerato un anello debole del capitalismo italiano. Dopo la rottura con la famiglia Ferruzzi aveva perso molto del suo potere, non aveva coperture politiche e non possedeva mezzi di comunicazione di massa. Insomma era vulnerabile. D'altra parte colpendo Gardini si otteneva un grande effetto mediatico".
Può spiegare meglio?
"Proprio così. Raul era un personaggio di grande popolarità. Un po' per merito del Moro di Venezia e della Coppa America di vela. E poi per il suo carattere impetuoso. Nell'immaginario collettivo era l'imprenditore che aveva osato sfidare i partiti e un gigante come l'Eni".
Sta dicendo che arrestare Gardini serviva ad alimentare giornali e televisioni?
"Quello che ho percepito subito, ma ho maturato durante la mia detenzione, è che l'inchiesta di Mani Pulite era basata sull'effetto mediatico e ogni giorno andava fornita carne fresca".
C'erano anche i reati, o no?
" Sicuramente. Io stesso ho ammesso le mie responsabilità ed ero pronto a raccontare i rapporti perversi tra industria e politica. Mi è stato detto che non interessava. Che io dovevo rispondere di falso in bilancio e finanziamento illecito dei partiti. I processi, però, dovrebbero servire a perseguire i reati, ma anche a svelare i meccanismi della corruzione per impedire che si riproducano. Questo obiettivo, purtroppo, non è stato perseguito".
Perché?
"In parte perché anche la magistratura ha giocato una battaglia di potere. In parte perché magistrati come il dottor Antonio Di Pietro non avevano determinazione sufficiente e forse mancavano degli strumenti tecnico culturali, per capire quei meccanismi occulti. Un magistrato preparato come il dottor Francesco Greco, che invece quegli strumenti li possiede, fu di fatto messo da parte".
Nelle settimane precedenti il suicidio Gardini stava cercando di rientrare in gioco unendo le sue attività con quelle dei Ferruzzi e di Sergio Cragnotti. Come andò?
"Avevamo lavorato a lungo a quel progetto. L'obiettivo della gestione di Carlo Sama, diventato leader dei Ferruzzi dopo l'uscita di Gardini, era quello di riunire tutte le attività concentrandosi sull'agroalimentare. Eridania doveva diventare la holding di tutto il gruppo. Era un ritorno alle origini agroindustriali. Ma il sistema bancario, guidato da Mediobanca, ci negò il suo appoggio. In quei giorni tutti i principali istituti chiusero i fidi al gruppo Ferruzzi. Fu un segnale preciso: il nostro progetto doveva fallire. Persa quell'opportunità, fu il crollo ".
Lei fu a fianco di Gardini durante tutta la vicenda Enimont. Che cosa significò per lui?
"Fu una sconfitta bruciante. Ne uscì molto provato nel fisico e nella mente. Subì la sconfitta e la somatizzò duramente. Si era innamorato del sogno di una chimica italiana forte su scala mondiale. Questo, per Raul era il progetto Enimont".
Enimont però fu anche la madre di tutte le tangenti, come per primo rivelò ai magistrati l'ex presidente di Montedison Giuseppe Garofano. Una confessione che precedette di poche ore il suicidio di Gardini.
"Gardini non si faceva nessun problema a pagare i partiti per raggiungere i suoi scopi. Da quanto mi diceva tutte le forze politiche, con la sola eccezione dei radicali, hanno ricevuto finanziamenti dal gruppo Ferruzzi. Questo però non vuol dire che Raul non credesse davvero a quel progetto".
Resta il fatto che il polo della chimica fu il paravento dietro al quale vennero consumate scorribande finanziarie di ogni genere.
"E' vero. E io lo so bene. So anche, però, che allora i mercati finanziari erano di fatto un far west privo di regole. E la politica evitava di regolamentare la finanza perché ne aveva un tornaconto diretto in termini di finanziamenti occulti. Adesso, a più di dieci anni di distanza, questi paletti regolamentari sono stati piantati. Molti avvenimenti recenti, però, sembrano suggerire che in questi anni gli organi di vigilanza si sono distratti in più di un'occasione".
Come nacque Enimont?
"Inizialmente l'operazione Enimont serviva soltanto a togliere da Montedison alcune attività chimiche poco redditizie. Poi, quando venne raggiunto l'accordo con l'Eni, Gardini si rese conto di quanto la chimica poteva significare in termini di potere e quanto potesse creare valore unendo Enimont alle aziende come Himont e Ausimont rimaste in Montedison".
E allora?
"Si sentì ben più di un protagonista. E la continua esposizione mediatica contribuì forse a fargli perdere il senso della misura. Ricordò che un giorno passeggiando mi disse: "Sai, sono l'uomo più fotografato dell'anno". Io risi, la presi per una battuta. Lui si offese e tagliò corto: "Guarda che non scherzo", mi disse. Gardini era un uomo di carattere molto impulsivo. Di cultura tipicamente romagnola con componenti anarcoidi e antisistema. Era un battitore libero. Non aveva arretrato di un passo nella battaglia sulla benzina ecologica all'etanolo (quella ricavata dai cereali) che metteva in discussione il potere delle multinazionali petrolifere. E anche sull'Enimont non ebbe esitazioni. Rilanciò sempre e alla fine si mise contro tutti i partiti".
Proprio tutti?
"Sì tutti, anche Craxi, che pure all'inizio vedeva con favore la scalata di Gardini alla chimica. Sono convinto però che in un secondo momento anche in Craxi prevalse il timore di consegnare troppo potere nelle mani di una famiglia in un Paese in cui il capitalismo era già dominato dalle famiglie".
Con queste premesse, la storia di Enimont non poteva che finire male.
"E sono convinto che sia stato un disastro per il sistema Paese che ha perso l'opportunità di conservare una chimica competitiva a livello mondiale. Quel poco che resta della chimica nazionale ha inghiottito migliaia di miliardi di denaro pubblico senza risultati concreti. E' un declino simile a quello che sta subendo anche il settore dell'automobile. Proprio adesso la Banca della solidarietà da me promossa si sta occupando da vicino di questo problema come consulente di Fiom-Cgil. Il sindacato vuole la salvezza della Fiat, un grande patrimonio collettivo. Per questo abbiamo proposto una via d'uscita che prevede la fusione nella nuova Fiat sia delle holding finanziarie della famiglia Agnelli sia della holding olandese che controlla Fiat auto. Una rottura con il passato per concentrare tutte le risorse sul rilancio dell'auto".
Vittorio Malagutti21 luglio 2003 - MORTE CAGLIARI E GARDINI: DAI GIORNALI
da Dagospia
TANGENTOPOLI, DIECI ANNI FA/2 - LA FALSA PROMESSA DEL PM FABIO DE PASQUALE CHE PORTO' AL SUICIDIO GABRIELE CAGLIARI: "LEI ME L'HA MESSA IN CULO, MA IO DEVO LIBERARLA..."
Filippo Facci per il Giornale
Scena prima, anno 1993. Franco Bernabè, amministratore delegato dell'Eni, era stato interrogato dalla procura di Roma per dodici ore filate: e la cosa era finita sui giornali con certa evidenza. Poi era passato a trovare Gabriele Cagliari, presidente dell'Eni: e lo aveva visto sprizzare un ottimismo che l'irritò. Furono insieme a Londra, successivamente, nel giorno in cui giunse una telefonata: diceva che Cagliari era indagato per la vicenda Enimont. Ma chi indagava? Milano o Roma? Pausa, poi Cagliari fece un gesto col braccio: non c'è problema. Roma.
Scena seconda, stesso periodo. I magistrati Gherardo Colombo e Francesco Misiani, vecchi amici, passeggiano dopo aver pranzato al nucleo dei carabinieri di via Inselci, a Roma. "Ciccio, dice Colombo, non riesco a capire come possa opporti pure tu alla nostra competenza. Se c'è una possibilità di andare in fondo a Tangentopoli, ce l'abbiamo noi milanesi, voi non potete farcela". "Le cose sono cambiate - risponde Misiani - e poi non è che ogni volta possiamo fingere che non esistano il codice e la regole sulla competenza". Colombo: "Ciccio, forse non hai capito. Qui non dobbiamo decidere chi è competente, ma chi può fare o non fare le inchieste. A Milano si possono fare".
terza. Sempre a Roma, alla Procura generale, si fronteggiano due delegazioni di magistrati milanese e romana. Da una parte Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gerardo D'ambrosio e Giulio Catelani; dall'altra Michele Coiro, Filoreto D'Agostino, Maria Cordova e poi Francesco Misiani. In ballo non c'e solo la competenza sul Enimont, ma anche su un'altra decina di inchieste. Milano voleva tutto e Gerardo D'Ambrosio scomoda persino la mozione degli affetti: il momento storico irripetibile e tutto il resto. Finisce malissimo. Tra Di Pietro e la Cordova volano maleparole e urla selvagge. Poco conta: vincerà Milano.
Sinfonia Patetica. Alla Scala, quella sera, Bruna Cagliari avrebbe dovuto ascoltare la Sesta di Tchaikovsky, la Patetica: Adagio. Allegro con grazia. Allegro molto vivace. Adagio lamentoso. Cadeva il centenario della sua morte (1893-1993) che fu causata da un suicidio orribile. Più tardi, tornando dal celebre Teatro verso le 22, Bruna Cagliari trova invece i finanzieri che suonano ben altra musica. Rovistano l'appartamento e portano via suo marito, che non vedrà mai più: finisce a San Vittore nella notte tra l'8 e il 9 marzo 1993: firmato Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Pier Camillo Davigo. Convalida di Italo Ghitti. Cagliari, il giorno dopo, ammette tutti i fatti contestati più uno che gli inquirenti ignoravano.
Il gip gli nega la libertà perché la detenzione di Cagliari avrebbe piuttosto consentito "...la ricostruzione del quadro complessivo nel quale i fatti reati si collocano, in quanto dagli accertamenti compiuti i reati contestati trovano origine e causa in un più vasto ambito che deve essere dettagliatamente ricostruito". Gli "accertamenti compiuti" erano in sostanza le confessioni di Cagliari: significa, meramente, che da Cagliari volevano sapere di più.
Il 16 marzo l'ex Presidente dell'Eni disvela natura e meccanismi dei finanziamenti illeciti erogati dall'azienda di Stato: e descrive il ruolo centrale del banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, inopinatamente una figura chiave di Tangentopoli. Tuttavia, dopo un interrogatorio di dieci ore fatto da Di Pietro, Pacini Battaglia spedirà in galera l'intero vertice Eni e tornerà subito a casa. Cagliari invece no: due richieste di scarcerazione vengono respinte il 19 e 29 marzo, e ciascun diniego è praticamente una fotocopia dell'altro ma con una data diversa. Gabriele Cagliari ha 66 anni. È dentro da un mese.
Ne passa un altro ed ecco un nuovo ordine d'arresto: è fondato su dei fatti spontaneamente confessati da Cagliari stesso, in carcere. Il 30 aprile, nel rifiutare l'ennesima richiesta di scarcerazione, il Gip ravvisa una difformità tra quanto confessato da Cagliari e quanto detto dal banchiere Pacini Battaglia: il quale, intanto, aveva spiegato meccanismi e cifre illecite a modo suo - trovandosi in condizioni di piena libertà. Sicchè Cagliari è dentro da due mesi. Ha compiuto 67 anni.
Il 27 maggio la nuora di Cagliari muore giovanissima per un male incurabile. Alla richiesta di poter presenziare ai funerali, gli viene risposto che potrà andarvi solamente accompagnato da una scorta armata. Rifiuta.
Adagio. Dal nulla, poi, un altro ordine d'arresto: stavolta per un'indagine denominata Eni-Sai e condotta dal pubblico ministero Fabio De Pasquale. Ci fosse il tempo e lo spazio, andrebbe spiegato che De Pasquale è pure il pm della chiassosa indagine su Giorgio Strehler (chiese la pena massima, ma Strehler fu assolto con formula piena) e poi di un'altra indagine sui fondi Cee (percentuale di assoluzioni mostruosa) nonché di un'altra inchiesta sui fondi neri dell'Assolombarda che la Camera, unita come un sol uomo, sinistre comprese, giudicò "persecutoria" prima di respingere le richieste di autorizzazione a procedere per Altissimo e Sterpa (liberali) e per Del Pennino e Pellicanò (repubblicani).
A parte questo, si torna a Cagliari: le istanze di scarcerazione via via respinte non verranno neanche più menzionate. È dentro da tre mesi e intanto impazzano le prime polemiche sulla custodia cautelare: il Presidente della Repubblica ne ha criticato l'uso distorto e i magistrati del Pool hanno risposto che "noi ci atteniamo soltanto alla legge", e che "bisogna esaminare i casi concreti". La giornalista Carla Mosca, sul Il Giorno del 10 luglio, replica così: "Si chiedono casi concreti, con nomi e cognomi? I primi sono quelli di Gabriele Cagliari e Franco Nobili (...). Poco meno che settantenni, sono entrambi ex manager di Stato non potrebbero reiterare il reato neppure se lo volessero, nè - per lo stesso motivo - potrebbero inquinare le prove, dal momento che le loro carte sono state messe sotto sequestro". Parentesi: Franco Nobili sarà assolto; Gabriele Cagliari, pur colpevole, sarà giudicato in altra sede.
Il 15 luglio 1993, comunque, Cagliari chiede di essere interrogato e rende una confessione che incontra le attese di De Pasquale: spiega che Craxi era stato informato dell'accordo Eni-Sai e la parola Craxi fa sempre un certo effetto. De Pasquale pare soddisfatto. Davanti a tre persone - l'avvocato Vittorio D'Ajello, il suo collaboratore Luigi Gianzi e un militare della Guardia di Finanza - spiega che Cagliari uscirà di galera, e lo fa in questo modo: "Lei me l'ha messo in culo".
Allegro con Grazia. Piccola divagazione. Prendete uno come Marco Travaglio, presunto spulciatore di sentenze. Se costui deve scrivere che sono state archiviate le inchieste Silvio Berlusconi per le bombe del 1992 e 1993 (concorso in strage) nei suoi libri la mette così: "Archiviate per scadenza dei termini, ma con motivazioni durissime". Eccetera. Se invece deve scrivere che Fabio De Pasquale è stato assolto dall'accusa di aver indotto Cagliari al suicidio, promettendogli la scarcerazione e invece andando al mare lasciandolo in carcere, Travaglio scrive così: "è stato completamente scagionato da quei sospetti. Completamente". "Il suo comportamento fu assolutamente corretto". Assolutamente. Infine: "Chi lo accusò senza prove era un garantista all'italiana".
Ma certo. Si leggano dunque i verbali della prima indagine ministeriale (paragrafo IV) che il nostro spulciatore selettivo ha quindi omesso di citare: "è certo - scrivono gli ispettori - che il De Pasquale, all'esito dell'interrogatorio del Cagliari... ebbe a dire allo stesso, con espressioni non consone (sottolineatura nel testo, ndr), che avendo il Cagliari confessato, egli avrebbe dovuto mandarlo a casa. Sembra perciò potersi affermare che il dott. De Pasquale ha tenuto dei comportamenti certamente discutibili... soprattutto per avere promesso ad un indagato (sottolineatura nel testo, ndr) che era in carcere da oltre centotrenta giorni, di età avanzata e in condizione di grave prostrazione psichica, che avrebbe espresso parere favorevole... e di avere invece assunto una posizione negativa... senza però interrogare nuovamente lo stesso indagato, impedendogli, così, di fatto, di potersi ulteriormente difendere. "Non è azzardato ritenere che sia mancato quel massimo di prudenza, misura e serietà che deve sempre richiedersi quando si esercita il potere di incidere sulla libertà altrui".
E la frase galeotta, quella pronunciata da De Pasquale? Nei suoi libri di ottocento pagine, Travaglio la mette così: "Certo, l'indagato che confessa lo mette in culo all'accusa". Nei verbali ministeriali (22 luglio 1993) l'espressione però è un'altra, come detto: "De Pasquale disse al Cagliari che avrebbe dato parere favorevole alla sua libertà, affermando espressamente 'Lei me l'ha messo in culo, ma io devo liberarla...'".
Allegro molto vivace. Il 15 luglio Gabriele Cagliari torna in cella e dice ai compagni: è fatta. Il giorno dopo, De Pasquale riconferma le sue intenzioni davanti ad altri testimoni (lo fa due volte) sinchè a un certo punto cambia idea. Il 17 luglio l'avvocato di Cagliari, Vittorio D'Ajello, apprende che De Pasquale si è rimangiato la promessa: e lo apprende alla radio. De Pasquale intanto parte per il mare (Sicilia orientale) dopo aver espresso parere contrario alla scarcerazione. È la domenica in cui - vicenda poco nota - Cagliari tenta una prima volta il suicidio: lo si apprenderà da una lettera che Cagliari avrebbe spedito alla moglie. Lo conferma anche Vittorio Mariconti, compagno di cella: "Quel giorno si era chiuso nello stesso bagno dove poi morì. Gli mancò probabilmente il tempo, avrei dovuto capire che quel sacchetto che girava per la cella era suo".
La Stampa, sempre quella domenica, intervista Bruna Cagliari. Domanda: "³Cosa le ha detto l'ultima volta che l'ha visto?". Risposta: "Ma io non l'ho mai visto, da quando è stato arrestato: lui non vuole".
Adagio lamentoso. La mattina del 20 luglio 1993, esattamente dieci anni fa, Gabriele Cagliari trova il modo di lasciare il carcere: si suicida con un sacchetto di cellophane infilato in testa, legato con dei lacci da scarpe. Una tecnica che esige lucidità e volontà straordinarie. Ha già spedito diverse lettere una è celebre e una di queste è accompagnata da un biglietto: "Cara Bruna, non aprire la busta. Lo faremo insieme quando sarò di nuovo libero, e insieme valuteremo se strapparla o usarne il contenuto". De Pasquale, intanto, era fra Capo Peloro e Punta Faro, in una graziosa casetta bianca. Squilla il cellulare. E apprende. Chiama Borrelli. Seguono dei penosi colloqui coi giornalisti: "Non ho rimorso per quello che ho fatto. No, non mi sento in colpa. Ho svolto il mio lavoro basandomi sulla legge. E poi non ho fatto quella promessa. È paradossale: io sono contrario alla carcerazione preventiva".
È paradossale, sì. Cagliari era colpevole: un suo conto segreto celava dodici miliardi illeciti di cui neppure la moglie sapeva alcunché. Dieci anni dopo appare sempre più lampante ed è una verità ormai storica, più che giudiziaria, come l'inchiesta Enimont, complicatissima architrave di Mani pulite, venne giocata su una mera discrezionalità. Milano contro Roma. Una procura contro l'altra. Eni buono contro Eni cattivo: e Cagliari era finito tra i cattivi. In carcere, invece, era amatissimo: rifiutava ogni privilegio, soggiornava nell'ala dei detenuti comuni, insegnava il bridge agli spacciatori, mangiava il loro spezzatino. Salutò a modo suo, e quella notte gridò tutto il carcere, poi le grida sfumarono nel silenzio, e dal silenzio risalì un lento, crescente, assordante frastuono di sbarre battute fino a tarda notte.
Il giorno dopo, un altro cattivo, Raul Gardini, apprese la notizia e spedì un telegramma alla famiglia Cagliari. Stava facendo apprendistato.22 luglio 2003 - MORTE GARDINI: DAI GIORNALI
da Dagospia"
TANGENTOPOLI, DIECI ANNI FA/1 - LA MORTE DI RAUL GARDINI E QUELLO CHE SCRIVEVANO LE GRANDI FIRME (BOCCA, TURANI, BIAGI, OTTONE) QUANDO "IL CONTADINO" ERA IN AUGE...
Filippo Facci per Il Giornale
Eccoli lì. Quando applaude, la gente applaude se stessa: lo disse Francesco Saverio Borrelli in una sua uscita felice. E infatti la nuova Italia politica e mondana, il 7 dicembre 1992, si stava giusto spellando le mani alla Prima del Parsifal: cercava un angoletto nella maestosa foto di gruppo del proprio rinnovato status. Eccoli lì: Raul Gardini, all'apice della notorietà grazie al Moro di Venezia, e Francesco Saverio Borrelli, all'apice della notorietà grazie al moro di Montenero. E c'erano ovviamente i giornali, i giornalisti: "Dottor Borrelli, Di Pietro potrebbe assomigliare a Parsifal?"
I giornali, i giornalisti. Eccoli lì: un anno e mezzo dopo, nel 1994, sono tutti ad aspettare i nomi dei pennivendoli, le firme che a dire di Sergio Cusani e di Carlo Sama erano state prezzolate per rilanciare l'immagine di Gardini e della Montedison. Verrà fatto qualche nome, ma finirà in niente. Di un certo modo d'intendere il giornalismo rimarranno solo le prove scritte, niente di penalmente illecito: le agende di Gardini con gli appuntamenti fissati a Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Piero Ottone, Eugenio Scalfari, Claudio Rinaldi, Giuseppe Turani, Giancarlo Santalmassi, Gianni Locatelli, Claudio Rinaldi, Osvaldo De Paolini, Ugo Bertone, e via così. Ma significa tutto e niente. "Gardini all'inizio cercava solo grandi firme - ha raccontato Cusani - e non badava a spese. Se era necessario, un giornalista veniva prelevato manu militari con uno degli aerei o elicotteri del Gruppo, e poi riaccompagnato a casa in giornata".
Enzo Biagi nel suo libro Dinastie, Mondadori 1988: "Con l'elicottero abbiamo volato sulle campagne... tra fughe di cervi e caprioli, e corse di cavalli bradi... Debbo riconoscere che nei molti incontri della mia vita giornalistica non sono tanti i personaggi che facevano quello che un giorno, in un colloquio, avevano annunciato o promesso. Uno è Willy Brandt.. l'altro è Raul Gardini".
Giorgio Bocca su Repubblica del 12 agosto 1986: "Raul Gradini, bel viso abbronzato da velista e da cercatore di botte.. Raul mi ha presentato Eleonora, 21 anni, occhi stellanti... Raul sta naturalmente al volante, la sua ferrea mano tiene l'acceleratore, capelli candidi al vento tra i ruggiti del motore".
Piero Ottone su Epoca del 14 novembre 1990: "Le frasi recise, i giudizi taglienti, le mosse fulminanti... una personalità forte, irruente, di carattere primordiale, come se ne trovano nei libri di Verga o di Hemingway".
I giornalisti, i giornali. La famosa Enimont fu l'unione tra l'Eni (statale) e la Montedison di Raul Gardini; quest'ultimo, all'inizio degli anni Novanta e dopo mille trambusti, decise di cedere Montedison all'Eni e configurò almeno due reati: la procurata stesura di una supervalutazione della sua Montedison (ossia i soldi che avrebbe incassato dalla vendita: 2800 miliardi anziché 2000) e poi le tangenti (152 miliardi) che lo stesso Gardini avrebbe pagato ai partiti per ottenerla. Il primo reato ripetiamo - corrisponde appunto al surplus di 800 miliardi stabiliti dall'Eni e pagati a Gardini; il secondo reato corrisponde ai 152 miliardi che l'industriale versò ai politici per ottenere questo favore. Solare.
Eppure la procura di Roma, dapprima competente, sembrò concentrarsi solo sulla citata supervalutazione e su Franco Bernabè, amministratore delegato dell'Eni; mentre la procura di Milano, che in seguito si aggiudicò la competenza come sempre accadeva, lascerà invece perdere la supervalutazione e si concentrerà solo sulla tangente pagata ai partiti. La discriminante racchiude il copione di tutta Mani pulite: salvaguardare l'economia e quelli che grottescamente vengono chiamati poteri forti (tra questi Fiat, Cirm e da principio anche Fininvest, finché Berlusconi non scese in politica) e, di contro, sbaragliare buona parte della classe politica.
Il Pool di Milano risulta a chi scrive - avrebbe liquidato la faccenda della supervalutazione mettendola a cosiddetto "modello 45": uno stratagemma che permette di archiviare senza neppure passare dal giudice (il gip) e che in tal modo aggira l'obbligatorietà dell'azione penale. Mancano conferme, però. È invece certissimo che il parvenu Gardini, nel 1993, da un certo circolo di poteri, venne improvvisamente espulso: complice il cattivo momento finanziario che attraversava. Non meno certo è che nessun giornalista normale od economico figurarsi ha mai cercato di fare le pulci all'affare Enimont. C'era ben altro da scrivere.
Giuseppe Turani sull¹Espresso dell¹11 agosto 1985: "Raul Gardini è un bell'uomo".
Sergio Luciano sul Giorno del 15 marzo 1987: "Che sia calmo, lo dicono tutti. Che sia un grande ragionatore, che abbia sangue freddo da vendere, lo ha dimostrato ampiamente".
Antonio Calabrò sul Venerdì di Repubblica del 13 settembre 1991: "Rambo ora è tornato. Come Rambo, per portare sugli schermi il suo nuovo film Gardini 2. La vendetta".
Laura Laurenzi sul Venerdì di Repubblica del 30 marzo 1990: "Contadino cervello fino, furbizia e lungimiranza. È Venezia il palcoscenico ideale della sua grandeur mondana, mentre nelle sue residenze di Ravenna, Milano e Roma vive nel lusso, sì, ma con discrezione operosa".
La nota discrezione operosa di Raul Gardini: navigava i mari e la finanza ma non c'era altro da vedere. Non gli sfarzi, non l'ego, le supervalutazioni, le mazzette, l'incompetenza, le politiche economiche dissennate: espressioni che i giornalisti adotteranno post Di Pietro.
Post mortem. Nella prima estate 1993, Raul Gardini pensava di potersela cavare come avevano già fatto quelli che riteneva, non a torto, suoi pari grado: Cesare Romiti e Carlo De Benedetti. Un memoriale decoroso al momento giusto sarebbe bastato, insomma: almeno per cominciare. Ma altri segnali - i giornali, i giornalisti - erano di cattivo presagio. Giuseppe Turani, ai tempi, lo descriveva così: "Un imprenditore di tipo speciale, unico, come non se n'erano mai visti, va dritto al bersaglio. A parlargli insieme è simpatico, allegro, persino dolce. È generoso, pronto a farsi in quattro. Un'allegria contagiosa. Nessuno lo ha mai visto perplesso, meditabondo, incerto, pauroso. È più facile, semmai, vederlo furibondo. Ha visioni chiare, nette, semplici. È così pieno di vita che sconcerta".
Ora, invece, Turani scriveva questo: "Raul Gardini ha già appeso la bicicletta al chiodo. Sfortuna, imperizia? Forse". E La Repubblica scriveva quest'altro: "Gardini era un perito agrario, Carlo Sama un geometra. Non hanno mai avuto troppa dimestichezza con i bilanci e la partita doppia, il dare e l'avere, gli assets e l'attivo patrimoniali".
La morsa si strinse lentamente. Agli amici raccontava che avrebbe dato battaglia in ogni caso, e che alla peggio che sarebbe andato all'estero a piantare un casino: un po' come avrebbe fatto Bettino Craxi dieci mesi dopo. Ma la spaccatura della famiglia Ferruzzi certo non aiutava la situazione. Quando venne a sapere che il pm Fracesco Greco aveva chiesto un primo mandato d'arresto contro di lui, quasi non ci credette: ma il gip Antonio Pisapia in ogni caso rispedì tutto al mittente. Francesco Greco tornò tuttavia a lavorarci sinchè il gip, il 16 luglio, accolse il mandato di cattura. Un mandato di cottura, più che altro: il provvedimento rimase sospeso come una spada di Damocle.
Antonio Di Pietro, in un libro, l'ha messa così: "Gardini sa che è venuta la sua ora, i suoi avvocati mi chiamano e concordiamo la presentazione spontanea in procura. C'è un mandato di cattura sul suo capo e dunque i suoi uomini cominciano a cercarlo. Mi avvertono che è giunto a Milano e chiedono: lo arrestiamo? Dico di no, l'accordo con i legali fissava all'indomani mattina alle 8 e 30. Se lo avessi fatto arrestare non si sarebbe ucciso. Lì ho sbagliato". Parola di Antonio Di Pietro: vediamo dunque come andò veramente.
L'anello debole. Il 17 luglio 1993, nel giorno in cui il pm Fabio De Pasquale partiva per il mare lasciando Gabriele Cagliari in galera, Gardini viene a sapere che il mandato d¹arresto contro di lui alla fine è stato firmato: anche perché filtrano indiscrezioni su alcuni interrogatori in cui un teste importante, Giuseppe Garofano, lo chiama in causa. Gardini, coi suoi avvocati, predispone ben più di un decoroso memorialetto: si dichiara disponibile a parlare di tutta la vicenda Enimont (ma tutta davvero) e quindi anche di soldi ai partiti, contabilità parallela, paradisi fiscali, qualsiasi cosa. A margine del memoriale Gardini chiede un cosiddetto interrogatorio spontaneo, come altri avevano già ottenuto: sicché manda l'avvocato Dario De Luca in avanscoperta. Ma quest'ultimo torna con le pive nel sacco e il segnale è preciso, precisissimo: non vogliono interrogarlo, vogliono arrestarlo. Meglio: vogliono interrogarlo da galeotto. La mattina del 20 luglio, poi, Gardini apprende che Gabriele Cagliari si è suicidato nel medesimo luogo in cui Di Pietro lo vuole spedire: e questo con un mandato d'arresto che intanto è sempre lì, sospeso.
"Era considerato un anello debole del capitalismo italiano, dirà Sergio Cusani al Corriere della Sera anche perché, dopo la rottura con la famiglia Ferruzzi, aveva perso molto del suo potere, non aveva coperture politiche e non possedeva mezzi di comunicazione di massa. Insomma era vulnerabile. D'altra parte, colpendo Gardini, si otteneva un grande effetto mediatico. Mani Pulite era basata sull'effetto mediatico e ogni giorno andava fornita carne fresca".
I giornali, i giornalisti. La sera del 22 luglio le agenzie di stampa diffondono alcune anticipazioni di quanto scritto sul settimanale Il Mondo, carte che appunto chiamano in causa Gardini: il quale, pazientemente, attende gli esiti dell'ennesima sortita dei suoi avvocati. Niente da fare: Dario De Luca e Giovanni Maria Flick dicono che stanno trattando, che ci stanno ancora provando, ma che insomma il mandato d'arresto è già firmato: un po' di galera - temono - Gardini dovrà farsela. Dicono che hanno ottenuto perlomeno di rimandare l'arresto al giorno dopo: ma è un mezzo bluff, perché in realtà il proposito di arrestarlo nel pomeriggio è stato rimandato solo per evitare che le successive perquisizioni potessero proseguite sino a notte fonda. "Se entro in prigione risponde Gardini - io non esco più".
La mattina dopo, 23 luglio 1993, le esequie del suicida Gabriele Cagliari vengono celebrate in un clima da apocalisse. Il sindaco Marco Formentini ha rifiutato di presenziare. Fuori c'è gente che fischia e che sbraita: ladri, vergogna, le solite cose. Mino Martinazzoli - quel che restava di un democristiano - ha raccontato che alla sede del suo partito ricevevano centinaia di fax che invitavano al suicidio collettivo. I missini erano durissimi, li superavano solo i leghisti: la magistratura doveva procedere imperterrita recitava un loro comunicato a costo di ipotizzare l'articolo 580 per l'intera classe politica: istigazione al suicidio.
Saltiamo certa cronaca nota e stucchevole: Gardini che si alza, legge Repubblica che lo inchioda in prima pagina e si infine spara con una Walther PPK 7.65, secondo altri con una Browning 7.65. Saltiamo anche gli esiti di tutte le inchieste minuziose che hanno appurato da tempo che quello di Gardini fu un suicidio punto e basta. Soffermiamoci semmai sulla reazione di Antonio Di Pietro, quasi raggiante: "Nessuno potrà più aprire bocca... In giro non si potrà più dire che gli imputati si ammazzano perché li teniamo in carcere sperando che parlino".
La prima cosa che poi fa, Di Pietro, è mandare ad arrestare parenti e amici di Raul Gardini: tra i quali Carlo Sama e Sergio Cusani. Il gip Italo Ghitti è più che d'accordo: "Eccezionalmente, su quei provvedimenti ho indicato l'ora. Le 9 del mattino. Pochi minuti dopo il dramma. Per testimoniare che, nonostante il dolore, la giustizia deve andare avanti". Dicono che il pm Francesco Greco fosse in lacrime. Dicono che Francesco Saverio Borrelli, a palazzo di Giustizia, piangesse in un ascensore. Dicono molte cose.
Come un sacco. Raul Gardini era morto e della supervalutazione di Enimont non si occuperà mai più nessuno. I componenti del gruppo di valutazione, a parte una comodissima deposizione di Bernabè come teste, non saranno mai più ascoltati; i testimoni che parleranno della questione saranno ignorati; così pure lo saranno alcuni espliciti rapporti della Guardia di Finanza; molti dirigenti dell'Eni destinatari di fondi neri verranno risparmiati dalle rogatorie internazionali chieste per tanti altri imputati di Tangentopoli; per la supervalutazione, poi, la Corte dei conti chiederà un risarcimento alla vedova di Gabriele Cagliari: e neanche una lira a chi il famoso prezzo l'aveva stabilito.
A processo, Sergio Cusani dirà più o meno questo: Franco Bernabè non poteva non sapere, Raul Gardini fu estromesso da Enimont col ricatto, Pacini Battaglia è un uomo molto più riservato che malato. Ma non farà nessuna chiamata in correità, Cusani: "Quello che non mi potete chiedere, è di accusare qualcuno."
Nella sua arringa, infine, un Di Pietro deluso e innervosito la metterà così: Cusani è un traditore, un camaleonte, un bugiardo, tre volte un ladro. E poi dirà, perché questo è l'uomo: "Cusani è stato traditore anche con Gardini, che quella sera, prima di uccidersi, voleva venire a parlare con noi ma era disperato perché Cusani non gli aveva dato delle carte".
Raul Gardini aveva cercato di farsi interrogare, era stato respinto, aveva saputo che stavano per arrestarlo: e si era sparato. Andò così, e Di Pietro lo sa. Ma ora è lì, in tribunale, ripreso dalle telecamere; solleva di peso quel cadavere e lo getta come un sacco ai piedi di chi, quel cadavere, per diverse ragioni, ancora piangeva. E l'Italia, si diceva all'inizio, ad applaudire.
Giuseppe Turani su Sette del Corriere della Sera, 23 maggio 1992: "Altri scrutavano la faccia di Paul Cayard. Io, invece, cercavo quella di Raul Gardini. Quell'uomo alto, con i capelli bianchi, chiuso in una giacca grigia".TANGENTOPOLI, DIECI ANNI DOPO/2 - GARDINI E CAGLIARI, AMMAZZATI DALLA PROCURA DI MILANO? TRAVAGLIO ALZA UNA CORTICCHIA DI FUOCO SU "IL FOGLIO" (VINCINO COMPRESO)
Marco Travaglio per l'Unità
Ieri il Foglio ha imbrattato tre pagine di carta per rifilare ai suoi selezionati lettori la falsa storia dell'estate 1993 segnata dai suicidi di Gabriele Cagliari (in carcere) e di Raul Gardini (a casa sua). Titolo: "20-23 luglio 1993. Quattro giorni di sangue e di infamia". Tre pagine di stomachevoli speculazioni sui due cadaveri eccellenti, di nuove e vecchie menzogne costruite a tavolino, nonché di vistose omissioni e silenzi su tutti i particolari non funzionali alle tesi dell'house organ: quella secondo cui Gardini e Cagliari, ottime persone, li ha ammazzati la Procura di Milano. Giudicherà il lettore di chi sia l'"infamia".
1) "Quattro mesi e mezzo di galera per un uomo di sessantasette anni presunto innocente secondo la legge". Secondo la legge, la custodia cautelare è sempre per i presunti innocenti, e richiede "gravi indizi di colpevolezza". Cagliari era accusato (e in parte reo confesso) per complicità nei 600 e passa miliardi di fondi neri dell'Eni. I quattro mesi e mezzo derivavano da numerose misure cautelari, per numerosi episodi di corruzione. Di Pietro gli accordò la scarcerazione per l'Eni, ma intanto ne era scattata un'altra per la maxi tangente Eni-Sai. Se ne occupava il Pm Fabio De Pasquale (che non faceva parte del pool Mani Pulite) e che negò la liberazione di Cagliari perché scoprì che era riuscito a inquinare le prove addirittura dal carcere. Le prove a suo carico erano schiaccianti, come dimostrano i cinque no alla scarcerazione pronunciati da Tribunale della libertà, Corte d'Appello e Cassazione. E, soprattutto, i dodici miliardi che la vedova Bruna restituì allo Stato, andandoli a prelevare dal conto personale della famiglia in Svizzera. Ma di questo piccolo particolare, nelle tre pagine del Foglio, non si parla. Qualche lettore, altrimenti, potrebbe capire.
2) Il Foglio cita il commento di Gerardo D'Ambrosio al suicidio Moroni, nel tentativo di far passare l'ex procuratore per un feroce aguzzino: "Si vede che c'è ancora qualcuno che per la vergogna si uccide". Citazione quanto mai a sproposito, visto che Cagliari proprio alla vergogna attribuì il suo gesto, in una lettera alla moglie e in una all'avvocato D'Aiello: "La vergogna del mio stato attuale che consegue al repentino modificarsi della situazione generale del Paese è la ragione di fondo di questa decisione... l'unica soluzione che la dignità e l'orgoglio mi impongono" (10 luglio '93).
3) "Oggi, 23 luglio, giorno del suicidio di Gardini, i giornali avevano in prima pagina i resoconti delle deposizioni di Garofano contro Gardini... pubblicati dal settimanale Il Mondo dopo meno di una settimana". Scavando ancora un po', si potrebbe spiegare anche chi li passò al Mondo: il brigadiere dei carabinieri Felice Corticchia, vecchio amico di Emilio Fede che nel '96 gli procurerà un appuntamento con Silvio Berlusconi. Questo a sua volta userà Corticchia come fonte privilegiata per le sue calunnie contro Di Pietro e il Pool (le famose "notizie agghiaccianti"). Si scoprirà poi che Corticchia si era inventato tutto e aveva cercato aiuto in una amica giornalista, che nel '93 lavorava appunto al Mondo: Renata F. La ragazza racconterà tutto ai giudici: "Conosco Corticchia da anni, era lui che mi passava i verbali di Mani Pulite. Nel '95 lasciò l'Arma e si vantò di essere diventato ricco perché lavorava per il Gruppo Berlusconi. Fu allora che mi chiese di andare a Brescia ad accusare Di Pietro di molestie sessuali, promettendomi in cambio l'assunzione alla Fininvest" (appena iniziò a calunniare il Pool, Corticchia, che guadagnava due milioni al mese ed era sempre in rosso con le banche, acquistò una villa a Santo Domingo, affittò un appartamento in zona Brera, versò sui suoi conti 250 milioni in un anno. Poi fu arrestato per calunnia e patteggiò la pena. Per premio, venne assunto alla Fiera di Milano dal presidente Flavio Cattaneo, amico della famiglia Berlusconi, ora direttore generale della Rai.
4) Una ributtante vignetta di Vincino ritrae Cagliari con il sacchetto di plastica intorno al collo e, sotto, il pm Paolo Ielo che si tuffa allegramente da uno scoglio. La scritta dice: "Quale pm in quell'estate si voltò dall'altra parte? Ielo. Mica poteva interrompere i due mesi di vacanze sullo Stretto". L'anziano vignettista non sa quel che scrive: Ielo con Cagliari non c'entra nulla. Nel '93 non faceva neppure parte del Pool, al quale fu aggregato solo un anno dopo. Vergogniamoci anche per Vincino.24 luglio 2003 - CHIUSA INCHIESTA SU MORTE CALVI: QUATTRO INDAGATI
"Il Gazzettino"
CHIUSA L'INCHIESTA Pippo Calò, Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Manuela Kleinszig sono accusati di aver architettato l'omicidio del banchiere a Londra "Calvi fu ucciso per punirlo e per impedirgli ricatti" Secondo la Procura di Roma la messinscena del suicidio sotto il ponte dei Frati Neri è stata smantellata dalle perizie Roma
Ventun anni dopo il 18 giugno 1982, quando Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il caso dell'ex presidente del Banco Ambrosiano è ad una svolta. Sono state notificate ieri le comunicazioni di fine indagine ai 4 indagati dopo che i due Pm della Procura di Roma, Maria Monteleone e Luca Tescaroli, il 15 luglio, hanno chiuso l'inchiesta.
L'accusa è omicidio aggravato e premeditato. Le notifiche sono state consegnate a Pippo Calò (dal 1985 rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno), Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Manuela Kleinszig (che si trova in Austria). Dopo che le difese avranno esperito le iniziative previste dalla legge in base all'art. 415 bis, è presumibile che i Pm chiedano il rinvio a giudizio dei quattro indagati. Ma nello sviluppo delle indagini sono stati iscritti altri nomi, una decina, che figurano in un altro procedimento per lo stesso reato: l'omicidio di Roberto Calvi. Per gli investigatori flussi finanziari transitati attraverso società estere del Banco Ambrosiano per un valore pari a un miliardo e 300 milioni di dollari Usa dell'epoca, sono stati realizzati con "tempi e modalità da risultare direttamente connesse all'uccisione di Roberto Calvi".Nel corso delle indagini i finanzieri sono riusciti ad individuare una cassetta di sicurezza, intestata a Roberto Calvi, di cui era ignota l'esistenza: il suo contenuto "è risultato significativo rispetto all'omicidio". Le indagini, avviate fin dal '94 hanno avuto un'accelerazione dopo gli esiti delle due perizie, una del Giudice delle indagini preliminari e l'altra della Procura, che propendevano entrambe per l'omicidio. I periti incaricati dal Gip, nell'aprile scorso hanno spiegato che Calvi sarebbe stato ucciso in un cantiere-discarica e il cadavere trasportato fino al vicino ponte dei Frati Neri dove sarebbe stato poi inscenato il finto suicidio. Finto, perché i tecnici non trovarono le lesioni ossee tipiche di un'impiccagione e individuarono invece tracce di un coinvolgimento dell'ex presidente dell'Ambrosiano in un'azione violenta in un luogo in cui probabilmente c'era materiale edilizio, forse, appunto, un cantiere nei pressi del ponte dei Frati Neri. Secondo la Procura il movente dei quattro indagati, in concorso con altri, sarebbe stato non solo di punire Calvi "per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro di organizzazioni criminali (come Cosa nostra e Camorra, ndr) recuperati (in tutto o in parte) prima dell'assassinio"; ma anche coprire i traffici fatti alle spalle e tramite il Banco Ambrosiano; e impedire al "banchiere di Dio" di ricattare i referenti politico-istituzionali della massoneria, della loggia 'P2' e dello Ior con i quali Calvi aveva gestito enormi investimenti e finanziamenti.
"Dopo essersi appropriato di 19 milioni di dollari - scrivono i magistrati - del Banco Ambrosiano e aver beneficiato di finanziamenti di società collegate al Banco stesso, il faccendiere Flavio Carboni, collegato alla P2, induceva Roberto Calvi ad affidarsi a lui per trovare soluzione alle pressioni giudiziarie, e per recuperare il denaro necessario a risolvere la crisi del Banco Ambrosiano. Aiutato da Ernesto Diotallevi, dalla sua compagna Manuela Kleinszig, allora 22enne, e da altri, organizzava la fuga di Calvi dall'Italia; ne curava ogni spostamento; assicurava il suo costante controllo e l'arrivo a Londra (15 giugno 1982 da Innsbruck con aereo privato) al Chelsea Cloister; faceva sì che la vittima fosse prelevata dagli esecutori materiali dell'omicidio nel momento e nel luogo convenuti".Francesco De FilippoLA VICENDA Impiccato coi sassi in tasca Il corpodi Roberto Calvi venne trovato impiccato alle 7,30 del mattino del 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri a Londra.
È un impiegato delle poste, A.D. Huntley, a vedere il cadavere del banchiere appeso a una corda sotto la campata del Blackfriars Bridge. Calvi è trasportato da un'imbarcazione della polizia fluviale al Dipartimento di medicina forense del Guys Hospital. La perizia necroscopica del prof. E. K. Simpson accerta che la morte è avvenuta "per asfissia da impiccamento mediante costrizione violenta del collo per effetto della corda a cui è stato trovato appeso il corpo".
La primaindagine londinese si chiude con il verdetto di "suicidio". Ma la seconda davanti al coroner e alla giuria lascia il "verdetto aperto". Una perizia collegiale disposta dal giudice istruttore di Milano, non escluse né l'omicidio il suicidio. A ritenere fondata, invece, la possibilità dell'assassinio fu il Tribunale civile di Milano, a seguito della causa intentata dalla vedova, Clara Calvi, contro le Assicurazioni Generali.
Il cadaveredi Calvi aveva addosso un passaporto intestato a 'Roberto Calvini', un orologio Patek Philippe da polso ed uno della stessa marca da taschino, tre paia di occhiali, diecimila dollari in banconote da cento, franchi svizzeri, scellini, tre sterline inglesi e 54 mila lire italiane. Dalle tasche vennero estratti cinque frammenti di materiale edilizio del peso di 5 chili, infilati nei pantaloni e nella giacca, come zavorra. Non fu trovata, invece, la chiave n. 881 del Chelsea Cloister, dove il banchiere aveva alloggiato fino alla sera prima della morte.
La perizia medico legale del prof. Fornari per il gip Mario Almerighi nel '97 nell'ambito dell'inchiesta in cui erano imputati Flavio Carboni e Pippo Calò, concludevano che qualcuno, "stando in piedi alle spalle di Calvi, gli abbia rapidamente, e cogliendolo di sorpresa, fatto passare il cappio al di sopra del capo, stringendolo poi al collo". Fornari indicava l'ora della morte tra l'1 e 50 e le 2 e 10 della notte del 18 giugno. La Port of London Authority ha comunicato che il livello delle acque iniziò a salire, al Blackfriars Bridge, nel pomeriggio, raggiungendo il massimo alle 23.23 per decrescere lentamente fino alle 5.36 del mattino.
L'impiccagione, quindi, avvenne quando le acque del Tamigi coprivano il greto del fiume di almeno tre metri, arrivando alle ascelle di Calvi; per raggiungere il punto dove fu fissata la corda avrebbe dovuto passare dall'alto dell'impalcatura. "Inverosimile", secondo i periti, che il banchiere abbia potuto compiere tali acrobazie aggrappandosi ai tubi dell'impalcatura con 5 chili di zavorra addosso, "anche perché il mattone infilato sotto la cintura sarebbe scivolato".
Una imbarcazione pilotata da ignoti, secondo l'ipotesi di Fornari, avrebbe condotto Calvi fino al "traliccio sotto il Blackfriars Bridge. Le imbrattature riscontrate sulla parte posteriore dei pantaloni corrispondenti alle natiche - scriveva Fornari - si conciliano col contatto con un supporto insudiciato come, ad esempio, una barca da trasporto fluviale".
Cosa Nostra, secondo l'ordinanza di custodia emessa dal giudice Almerighi nei confronti di Calò e Carboni avrebbe voluto l'omicidio perché Calvi, travolto dai debiti, non avrebbe rispettato la promessa fatta alla mafia siciliana di investire e far fruttare l'ingente tesoro a lui affidato.L'avvocato di Carboni: "Tesi fantasiose"
"Comincia una nuova battaglia per accertare la verità sulla morte di Calvi, quella che Leonardo Sciascia aveva già individuato chiaramente come suicidio". Questo il commento dell'avvocato di Flavio Carboni Renato Borzone. "Di fronte alla prova medico legale di un suicidio, mancando elementi che dimostrino un omicidio, si ricorre ai soliti pentiti e si prospettano tesi fantasiose".Gelli: storie lontane, solo Dio le giudicherà "Per me la vicenda Calvi era già chiusa. Non spetta a noi dare giudizi, solo Dio potrà dire la verità", commenta Licio Gelli, braccio, mente e anima della Loggia P2, da villa Wanda, l'abitazione aretina dove sconta ai domiciliari la condanna a otto anni per il crack del Banco Ambrosiano. "Sono vicende così lontane nel tempo - afferma l'84enne ex Venerabile - che non riscuotono il mio interesse".
Esce di scena dall' inchiesta sull' omicidio di Roberto Calvi, ucciso nel giugno 1982, il pentito di mafia Francesco Di Carlo.
Il nome dell' ex boss della cosca di Altofonte compariva tra gli indagati nell' inchiesta per l' omicidio di Calvi dal 1992 e vi sarebbe rimasto fino a pochi mesi fa. Non essendo tra le quattro persone alle quali ieri e' stata notificata la comunicazione di fine indagine, il suo nome poteva essere finito nel procedimento stralcio aperto per lo stesso reato di omicidio, e nel quale una decina di persone figurerebbero in qualita' di indagati. Secondo quanto si e' appreso, invece, Di Carlo e' completamente uscito di scena.
L' ex boss oggi pentito e', tra l' altro, uno degli accusatori di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell' Utri. Ha anche denunciato per calunnia il parlamentare di Forza Italia.L' omicidio di Roberto Calvi e' legato all' attentato contro il numero due del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone, al quale non fu estraneo lo stesso Calvi. E' la nuova chiave di lettura dell' omicidio del banchiere individuata dalla Dia di Roma, comandata dal colonnello Vittorio Tomasone, dopo nove anni di lavoro, secondo quanto riportato dall' articolo che sara' pubblicato sul nuovo numero dell' Espresso. Secondo la sezione capitolina della Direzione Investigativa Antimafia - riporta il settimanale - un camorrista avrebbe avuto un ruolo esecutivo nell' impiccagione di Roberto Calvi, Vincenzo Casillo.
L' Espresso ricorda che Rosoni fu ferito il 27 aprile 1982 dal killer della Banda della Magliana Danilo Abbruciati, il quale non riusci' a compiere il suo mandato perche' fu a sua volta ucciso da una guardia giurata. Rosone, in una telefonata intercettata dopo l' agguato "confida ad un amico - e' scritto nell' articolo - che l' attentato e' legato al finanziamento a favore di una societa', la Prato Verde, e quindi al gruppo Carboni". Una societa' di cui il parlamentare di Forza Italia e compagno di liceo Silvio Berlusconi, Romano Comincioli e' stato "amministratore unico dal novembre del 1977 al maggio del 1981". Il giornalista riporta un passo da un rapporto della Dia: "in tale lasso di tempo, Comincioli e' risultato in societa' con noti esponenti della malavita romana (...) Comincioli inoltre a meta' del 1981 entro' al 50 per cento con lo stesso Carboni nella Sofint e successivamente lo stesso Comincioli entro' in rapporti (...) con Luigi Faldetta, Lorenzo di Gesu', Gaetano Sansone e Pippo Calo"'. Nell' articolo si ricorda che Comincioli "ovviamente non ha nulla a che fare con gli omicidi di cui e' stato accusato il suo socio Carboni" e che "e' anche uscito indenne da un processo per gli affari con la malavita romana".25 luglio 2003 - OMICIDIO CALVI: IL FIGLIO PARLA DI ANDREOTTI
"Il Gazzettino"
CRACK BANCO AMBROSIANO Mentre dall'inchiesta esce il nome dell'ex boss mafioso Francesco Di Carlo, spunta il nome dell'ex premier e senatore a vita Il figlio di Calvi: "Andreotti nemico di mio padre" Gli eredi del banchiere soddisfatti dell'iniziativa della procura di Roma che, scartata l'ipotesi del suicidio, indaga per omicidio Roma
Esce di scena dall'inchiesta sull'omicidio di Roberto Calvi, ucciso nel giugno 1982, il pentito di mafia Francesco Di Carlo. Il nome dell'ex boss di Altofonte compariva tra gli indagati nell'inchiesta e vi sarebbe rimasto fino a poco fa. Non è tra i 4 cui ieri è stata notificata la comunicazione di fine indagine. L'ex boss pentito è uno degli accusatori di Berlusconi e Dell'Utri. Inatnto spunta il nome del senatore a vita Giulio Andreotti. È il figlio dell'ex presidente del vecchio Banco Ambrosiano a muovere la dura accusa contro il più volte presidente del Consiglio: "Ci sono altri mandanti dell'omicidio di mio padre - sostiene Carlo Calvi dal Canada dove attualmente è residente - Lui stesso ci raccontò che Andreotti era il principale oppositore del progetto di ristrutturazione della finanza cattolica cui stava lavorando mio padre. "Andreotti è una minaccia per la mia vita" ci diesse. Lo scorso settembre, ho ribadito questi fatti davanti ai magistrati di Roma, Maria Monteleone e Luca Tescaroli, richiamandomi alle mie vecchie deposizioni. Conto di tornare nella capitale per rendere ulteriori dichiarazioni. Mia madre - ricorda ancora Carlo Calvi - aveva raccontato tutto questo davanti alla commissione P2. Sono passati 21 anni da quando la commissione venne a Washington, ma la nostra idea non è cambiata".
"Era stato mio padre stesso che me ne aveva parlato: riteneva che Andreotti voleva farlo rimpiazzare nel ruolo che rivestiva di connessione tra finanza cattolica e Banca Vaticana nell'effettuare pagamenti a politici in Italia e all'estero. Papà sarebbe dovuto ritornare a testimoniare al processo d'appello (sulle violazioni valutarie del vecchio Banco Ambrosiano, ndr) e per difendersi avrebbe rivelato questa rete, cioè i beneficiari delle operazioni valutarie di cui era accusato".
La chiusura delle indagini da parte della procura di Roma, che ha deciso di procedere per omicidio premeditato, è stata accolta con soddisfazione dai familiari del banchiere che annunciano ora nuove iniziative. Tra queste, la richiesta dell'apertura di una terza inchiesta a Londra sulla base dei risultati della perizia collegiale, che ha stabilito che quello di Calvi non fu un suicidio, bensì un omicidio. Ai pm romani, invece, la famiglia del banchiere chiederà di sentire l'arcivescovo Marcinkus, che si trova in Arizona, e il cui nome è stato fatto più volte sia nelle indagini sul crack del vecchio Ambrosiano che in quelle sulla ricettazione della borsa di Calvi.25 luglio 2003 - AVVENIRE INTERVISTA MASSIMILIANO CENCELLI
"Avvenire"
CHE FINE HA FATTO?
Massimiliano Cencelli l'inventore del famoso metodo, lavora al Senato e coltiva le sue passioni:i viaggi e Napoleone In quindici faldoni custoditi i leggendari calcoli sugli incarichi
"La mia politica da manuale"
Da Roma Angelo Picariello
"Ah, Cencelli. Ma è suo padre l'autore del famoso codice?". Metà anni '90, Silvio Berlusconi riceveva a Palazzo Chigi Massimiliano Cencelli, che all'epoca curava le pubbliche relazioni del San Raffaele. "Presidente, in verità l'autore sono io in persona", fu la risposta bruciante. Toccò a Gianni Letta completare la rettifica: "Manuale, presidente, non codice". Cencelli oggi a 67 anni si gode il raro privilegio di verificare in vita l'effetto che fa passare alla storia. Con la Treccani che ha la voce "cencellizzare", e la Garzantina "Cencelli-manuale". La sua giornata ruota fra palazzo Giustiniani (il palazzo buono della Repubblica dove hanno lo studio gli ex capi di Stato e gli ex presidenti del Senato) e lo studio privato in via Pacelli 24, alle spalle del Vaticano, alternando il lavoro di collaboratore della segreteria dell'ex presidente del Senato Nicola Mancino, e gli hobby di studioso-collezionista che coltiva con meticolosità degna proprio di Cencelli. In una quindicina di faldoni è custodita una parte della memoria della Repubblica, formule, calcoli e calcoletti che, tenendo conto dei pesi delle correnti e degli spostamenti che man mano avvenivano, dovevano ispirare le nomine all'interno della Dc e le designazioni governative. Una quindicina di rompicapo ambientati in momenti storici diversi. E guai a sbagliare i conti: "Recentemente Pandolfi mi ha detto che perse Palazzo Chigi per colpa mia. Stava andando da Pertini per sciogliere positivamente la riserva, ma i conti non gli tornarono e nel tragitto decise di rinunciare". Come è noto il manuale non è che goda di buona fama: evoca la lottizzazione, il potere gestito con le alchimie. Ma quando si parla di te e sei ancora in vita c'è anche il vantaggio che puoi replicare, spiegare. Cosa che il buon Cencelli fa volentieri. Fumando una sigaretta dietro l'altra nel suo studio, in cui custodisce gelosamente oltre ai faldoni dei calcoli, volumi rarissimi e cimeli napoleonici. "Napoleone è un personaggio che m i attira tantissimo", rivela. E ci credo, un dittatore che decide tutto lui, vuoi mettere quanti calcoli risparmiati? Cencelli sorride.
Ma come è iniziata la storia del manuale?
"Mio nonno da parte di madre lavorava in Vaticano con Leone XIII, mio padre era l'autista personale di Pio XII, immaginava per me un lavoro in Vaticano e mi affidò al direttore dell'Osservatore Romano, Raimondo Manzini. Ma la mia passione era la politica, e quindi fu lo stesso Manzini a presentarmi a un giovane deputato di Cuneo, Adolfo Sarti, del quale divenni capo della segreteria. Nel 1967 Sarti, con Cossiga e Taviani, fondò al congresso di Milano la corrente dei "pontieri", cosiddetta perché doveva fare da ponte fra maggioranza e sinistra. Ottenemmo il 12% e c'era da decidere gli incarichi in direzione. Allora io proposi: se abbiamo il 12%, come nel consiglio di amministrazione di una società gli incarichi vengono divisi in base alle azioni possedute, lo stesso deve avvenire per gli incarichi di partito e di governo in base alle tessere. Sarti mi disse di lavorarci su. In quel modo Taviani mantenne l'Interno, Gaspari fu sottosegretario alle Poste, Cossiga alla Difesa, Sarti al Turismo e spettacolo. La cosa divenne di pubblico dominio perché durante le crisi di governo Sarti, che amava scherzare, rispondeva sempre ai giornalisti che volevano anticipazioni: chiedetelo a Cencelli".
Di lì in poi non si poté più fare a meno del manuale. Ma questo aumentò le difficoltà o le diminuì?
"Risolse tanti problemi. I capi corrente una volta saputi quali e quanti erano gli incarichi spettanti indicavano i nomi. Ora c'è chi rimpiange quel manuale che metteva d'accordo tutti, ma tutti in fondo continuano ad applicarlo".
Non è però che abbia giovato molto alla stabilità dei governi...
"Ma non era colpa del manuale. I governi cadevano perché non c'era una maggioranza stabile. Io resto fautore del proporzionale e dei partiti di un tempo che avevano una loro democrazia interna, una base, degli organis mi direttivi. Oggi i candidati chi li indica? E a chi rispondono?".
Ma alla formazione dei governi veniva consultato?
"No, facevo quei calcoli per mio diletto..."
E poi tutti ne tenevano conto però. C'era una classifica anche per i ministeri?
"Certo. In testa c'era l'Interno per il potere che esercita. Poi il Tesoro, per il collegamento con le banche, quindi veniva la Difesa, per il prestigio, e le Poste, soprattutto per le assunzioni".
E l'ultimo?
"Il Turismo e spettacolo".
Un ministero quanti sottosegretari valeva?
"Grosso modo tre".
Ma lei aiutava anche gli altri partiti a trovare "la quadra"?
"No, mi limitavo agli incarichi spettanti alla Dc".
C'é ancora qualcuno che la chiama per consulenza?
"Cesare Salvi, quando Massimo D'Alema formò il governo e fu accusato di aver applicato il manuale Cencelli, mi chiese la formula. Gli spiegai che non c'è una vera formula, che va applicato di volta in volta".
Quando andrà davvero in pensione a che cosa si dedicherà?
"A studiare Napoleone. E ai viaggi, che mi appassionano tantissimo. Ho visto di recente la Muraglia Cinese, le Piramidi del Messico e più di tutto la biblioteca di Efeso mi ha lasciato incantato".
Chi credeva che Cencelli, quello del manuale, fosse un grigio burocrate, è servito.26 luglio 2003 - MITROKHIN: BONDI E CICCHITTO, URGENTE PROROGA COMMISSIONE
ANSA
Il portavoce di Forza Italia, Sandro Bondi, e il vicecapogruppo alla Camera, Fabrizio Chicchitto, chiedono che entro la prossima settimana si decida sulla proroga della commissione d'inchiesta Mitrokhin.
"Rifuggendo da qualsiasi intento di strumentalizzazione politica bensi' con l'unico desiderio di ricercare la verita' storica, che tutte le forze politiche hanno il dovere di contribuire ad illuminare, si ritiene indispensabile - sottolineano - l'istituzione entro la prossima settimana della Commissione d'inchiesta Mitrokhin, rispettando la calendarizzazione - concludono - gia' prevista dai lavori parlamentari".26 luglio 2003 - STRAGE BOLOGNA E PIANO P2
"Il Resto del Carlino"
"No ai fischi
Siamo uniti"
Il piano della P2 non sarà piaciuto al ministro Carlo Giovanardi (che lo aveva ricevuto in regalo dai famigliari delle vittime della strage alla stazione), ma alla gente evidentemente sì. Per soddisfare le "numerose richieste pervenuteci", annuncia infatti Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione, il "piano di rinascita democratica", il progetto politico della loggia massonica P2, è stato messo su internet ed è disponibile sul sito www.cedost.it/testi/piano.htm "Non potevamo certo stampare tutte le copie richieste", precisa Bolognesi. Che in vista della commemorazione lancia un appello: "Per quel giorno in piazza chiediamo silenzio. No a fischi di contestazione, no a bandiere di partito, no a striscioni o scritte offensive. Solo rispetto per i nostri morti. Ci sono 364 giorni all'anno per scontrarsi, quella mattina la gente stia vicino ai famigliari, e basta".
Uno scopo che vede compatta l'associazione. "Per noi il 2 agosto dura tutto l'anno, un anno dopo l'altro - ribadisce Lidia Secci, vedova di Torquato -. Siamo uniti e Bolognesi rappresenta tutti noi familiari".
"Dal parlamento ci hanno fatto sapere - informa il presidente - che lunedì prossimo il governo andrà in aula per spiegare la sua posizione in merito al discorso della grazia a Mambro e Fioravanti. Spero venga fatta chiarezza una volta per tutte, dopodichè basta con questi discorsi. La nostra speranza è solamente una: che il 2 agosto in piazza ci sia più gente possibile".27 luglio 2003 - OMICIDIO CALVI: DAI GIORNALI
"Liberazione"
Carlo Lucarelli, certamente uno dei migliori giallisti italiani, è anche un grande conoscitore dei tanti retroscena che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora i cosiddetti "misteri d'Italia", ovvero quelle tante vicende di sangue che hanno scosso il nostro paese, quasi sempre rimaste senza colpevoli. Proprio uno di questi casi, quello riguardante Roberto Calvi, il banchiere del Banco Ambrosiano trovato ucciso a Londra nel 1982, sembra avviato a soluzione. I giorni scorsi infatti i pm romani Anna Maria Monteleone e Luca Tescaroli hanno definitivamente accertato che venne ucciso, e non si suicidò, e che tra i mandanti di quell'assassinio ci sono il boss mafioso Pippo Calò, il faccendiere Flavio Carboni, la sua amica Manuela Kleinsizig e l'imprenditore Ernesto Diotallevi. Una svolta importante di questa lunga e inquietante storia. Allo scrittore emiliano abbiamo chiesto di commentare la decisione della magistratura.
"Sicuramente si tratta di un passo avanti notevolissimo - dice Lucarelli - è stato detto qualcosa, non dico di definitivo perché ci sono ancora tanti gradi di giudizio, ma di ragionevolmente sensato in questa vicenda. C'è da dire che quello che è stato detto conferma gran parte di quello che si immaginava di sapere o che il buon senso da molto tempo ci faceva pensare: Calvi è stato ucciso, è stato ucciso in quel modo, dietro ci sono delle motivazioni che hanno a che fare con i soldi che lui muoveva, con la banca che dirigeva. Ci sono degli interessi da parte della criminalità organizzata, da parte della mafia. Sì, finalmente arriva qualcuno che dice: "Guardate che quello che avete sempre pensato molto probabilmente è vero". Anche se restano ancora dei punti oscuri e va ancora scoperto chi ci fosse ulteriormente dietro e per conto di chi venivano gestiti quei soldi.
Quella di Calvi è una vicenda intricata e tuttavia la decisione dei giudici fa emergere con chiarezza il legame inquietante tra malavita organizzata da un lato e organizzazioni eversive dall'altro, come la loggia massonica P2...
Certamente. E anche questa è una cosa che sensatamente si pensava. Bisognerebbe analizzare di più questo aspetto che sicuramente sarà l'oggetto del dibattimento. E di ulteriori indagini spero. Perché i personaggi coinvolti erano interessati anche a tutta un'altra serie di quelli che chiamiamo "misteri d'Italia". Che connessione c'è tra questi ed altri misteri, che sbocco c'è dietro, quali nuovi personaggi possiamo ancora vedere qui dentro? Comunque, ripeto, è già molto importante che si sia fatto un passo avanti come questo.
Ne L'Espresso di questa settimana, in un articolo sul caso Calvi, si sostiene che tra i soci del banchiere vi era anche un uomo che riciclava i soldi del cartello di Medellin. C'erano dunque legami anche con organizzazioni mafiose d'oltre oceano...
E' possibile perché se si seguono i fili dei soldi del Banco Ambrosiano di Calvi si arriva in Sudamerica. Ma non solo. Se si seguono i legami della P2 si arriva in Sudamerica. Certa criminalità organizzata, come la mafia per esempio, ha delle ramificazioni di affari in America latina. Questi sono i fili che andrebbero annodati. Nei "misteri d'Italia" non c'è mai una piccola cosa. E questo perché è un insieme di affari che si muove e coinvolge una enormità di interessi. L'importante, credo e spero, è muoversi per piccoli passi perché non si può dimostrare tutto contemporaneamente. Bisogna intanto cominciare da piccole verità.
Partendo dalla amara constatazione secondo la quale si comincia ad arrivare alla verità di certe vicende solo dopo decenni, come valuta in questo senso il delicato momento politico che l'Italia sta vivendo ora?
Senza dare giudizi politici stiamo ai fatti. E' vero che i segnali che si vedono non ti fanno pensare che questo clima politico porti ad un accertamento della verità su certi casi. In questo senso c'è tutta una serie di iniziative legislative che sicuramente crea dei problemi. Come cittadino dunque sono timoroso. Per quanto riguarda la lunghezza dei vari iter giudiziari ci sono due motivi: primo, la verità è più complessa qui che in un altri casi; secondo, ci sono delle persone che hanno sempre remato contro. Per esempio sulla strage di Bologna c'è voluto molto tempo per arrivare ad una sentenza definitiva, ma quando gli stessi servizi di informazione depistano le indagini è chiaro che è tutto più difficile. Allora io come cittadino mi sento autorizzato a diffidare comunque.
Cambiamo ora argomento e parliamo del suo ultimo libro "Il lato sinistro del Cuore". Quanto c'è di ciò che abbiamo trattato finora in questa pubblicazione?
Poco da questo punto di vista perché sono racconti scritti nell'arco di dieci anni. E poi sono racconti di fantasia, dove esprimo tutta la mia attività di scrittore, in cui gli spunti di cronaca entrano come spunti ma si perdono immediatamente. Devo dire per fortuna perché è una specie di momento di evasione dopo aver fatto trasmissioni televisive che hanno a che fare con la realtà in cui non puoi modificare nulla.
Dunque una scelta strettamente letteraria...
Sì, puramente narrativa. Io tutto sommato sono uno scrittore di romanzi di fantasia, sono un narratore.
Ci può anticipare qualcosa per il futuro, sia per quanto riguarda l'attività televisiva che letteraria?
Faremo più avanti, dopo l'estate, altre puntate della trasmissione "Blu notte". Come narrativa invece sto scrivendo un romanzo ambientato in Eritrea nel 1895 che mi sta affascinando molto. Non so ancora se sarà un "noir" o un romanzo storico o tutte e due le cose assieme contemporaneamente.
Vittorio Bonanni29 luglio 2003 - STRAGE BOLOGNA: 23 ANNI DOPO
ANSA:
(di Giorgia Bentivogli)
La mattina del 2 agosto 1980 una bomba esplode nella sala di aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna. E' un sabato di esodo estivo, la sala e' gremita di persone in partenza per le vacanze. Ne muoiono 85, altre 200 rimangono ferite. Per trasportare morti e feriti Bologna, subito mobilitata, utilizza anche gli autobus.
All' inizio si pensa ad un' esplosione accidentale, uno scoppio delle caldaie sottostanti o di una tubatura del gas. Ma le caldaie funzionano benissimo. Non c' e' nessuna perdita di gas.
Lo scoppio e' provocato da esplosivo, collegato ad un innesco, piazzato con ogni probabilita' attorno alle 10.10 vicino ad un muro portante. La palazzina si sbriciola completamente. L' orologio di piazza Medaglie d' Oro si ferma, quel 2 agosto 1980, alle 10.25.
Fin da subito si affaccia l' ipotesi che l' idea della strage sia nata nell' ambiente eversivo della destra romana. Fin da subito, in una Italia scossa poche settimane prima dalla strage del Dc-9 Itavia precipitato nelle acque di Ustica, iniziano i depistaggi per allontanare dalla verita' i magistrati che indagano. Informative dei servizi segreti cercano di orientare l' inchiesta sulla pista del terrorismo internazionale. Una falsa pista di cui sono ispiratori, accerteranno poi le indagini, Francesco Pazienza e Licio Gelli, il Gran Maestro della loggia massonica P2, che nei servizi segreti ha diversi affiliati.
L' 11 aprile 1981 la Digos di Roma arresta Cristiano Fioravanti e Massimo Sparti. Sparti accusa Valerio Fioravanti e Francesco Mambro di essere gli autori della strage: e' la svolta.
Parte il processo. L' 11 luglio 1988 arriva la sentenza del processo di primo grado: quattro ergastoli per gli esecutori materiali (Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco). Dieci anni per depistaggio a Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte (entrambi del Sismi). Per banda armata vengono condannati (oltre a Mambro, Fioravanti, Picciafuoco e Fachini) Paolo Signorelli, Roberto Rinani, Egidio Giuliani, Gilberto Cavallini. Due anni dopo, il 18 luglio 1990, con la sentenza di appello, vengono tutti assolti dall' accusa di strage. La Cassazione pero', il 12 febbraio 1992, stabilisce che quel processo va rifatto.
Il 16 maggio 1994 la nuova sentenza di appello conferma l' impianto accusatorio del processo di primo grado. Vengono condannati con l' accusa di aver eseguito la strage Mambro, Fioravanti e Picciafuoco. Per depistaggio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte. Per banda armata Fioravanti, Mambro, Picciafuoco, Giuliani e Cavallini.
Nel '95 la Cassazione conferma la sostanza del secondo appello: ergastolo per Mambro e Fioravanti, ritenuti gli esecutori; condanna a 10 anni per depistaggio a Gelli e Pazienza, a 8 anni e cinque mesi a Musumeci, a 7 anni e un mese a Belmonte. Per banda armata conferma di condanna a Mambro, Fioravanti, Cavallini, Giuliani.
Dall' ottobre 2000 Francesca Mambro (condannata da sei sentenze all' ergastolo e a 84 anni di reclusione) ha avuto la pena sospesa per maternita'. Anche Valerio Fiorvanti, che ha sposato in carcere Francesca Mambro, e' stato condannato all' ergastolo da sei sentenze. Oltre a quello per la morte delle 85 vittime della strage del 2 agosto, deve scontarne altri (e 134 anni di carcere) per gli omicidi di otto persone. Ora gode della semiliberta'.
Mambro e Fioravanti, che hanno ammesso altri reati loro imputati, hanno sempre negato di aver messo la bomba alla stazione di Bologna. Il loro legale, Alessandro Pellegrini, ha annunciato che non chiederanno la grazia, ma che l' anno prossimo sara' presentata una richiesta di revisione del processo. "A 19 anni dal suo deposito in Parlamento - ha scritto Paolo Bolognesi, presidente dell' associazione che riunisce vittime e loro familiari - la proposta di legge di iniziativa popolare per l' abolizione del segreto di stato per i delitti di strage e terrorismo non e' ancora stata approvata". Per quel 2 agosto 1980 non c' e' ancora ne' un mandante, ne' un perche'".La sala di attesa della seconda classe della stazione di Bologna e' stata ricostruita. Una lapide ricorda le vittime della strage 'fascista'. Senza retorica, elenca semplicemente 85 nomi. A fianco riporta l' eta' che avevano il 2 agosto 1980. Dietro, nel muro, una crepa attraversa il muro. La protegge solo il vetro. E' il segno di una ferita che non si rimargina. Un nervo scoperto, che quando viene toccato, mette in fibrillazione l' intera citta'.
Quest' anno le polemiche sono diverse. C' e' la sollevazione dell' Associazione dei familiari delle vittime che, colpita dal silenzio del governo sull' ipotesi di grazia a Mambro e Fioravanti, minaccia di disertare il palco. Ma c' e' anche il botta e risposta polemico tra l' associazione e il ministro Giovanardi sul manifesto che i parenti delle vittime porteranno in corteo. Dove i familiari hanno scritto che "sapranno ancora una volta difendere memoria, verita' e giustizia da riforme di ispirazione piduista volte a distruggerle". Giovanardi glielo ha rimandato indietro, bollando la frase come "gratuita e offensiva del Parlamento".
Paolo Bolognesi, presidente dell' Associazione, per tutta risposta, ha spedito al ministro il Piano di rinascita democratica, il progetto politico della P2."Si accorgera' - ha scritto al ministro - che il manifesto ha espresso una valutazione estremamente coerente con quanto sta avvenendo in questo momento". Giovanardi ha accusato Bolognesi di aver fatto "affermazioni da livoroso militante politico che proprio nulla hanno a che fare con la giusta battaglia dei familiari delle vittime per la ricerca della verita'".
Ma c'e' anche la polemica di alcuni esponenti di Alleanza nazionale interdetti dalla presenza nel corteo, il prossimo 2 agosto, di Heidi Giuliani, madre di Carlo, ucciso a Genova nelle manifestazioni contro il G8.
A margine anche botta e risposta tra il sindaco Giorgio Guazzaloca e Sergio Cofferati. "Saro' presente al 2 Agosto" aveva annunciato il Cinese. Guazzaloca gli ha fatto sapere che non sarebbe salito sul palco. "Non volevo salire", ha risposto il candidato sindaco del centrosinistra.
Bologna, insomma, fatica a mettere la parola 'fine' sulla strage della stazione. I rappresentanti politici che salgono sul palco per il discorso ufficiale devono, da alcuni anni, patire fischi e contestazioni. E' toccato, nel 2001, al presidente della Camera Pierferdinando Casini. L' anno scorso non sono stati risparmiati il ministro Rocco Buttiglione e il sindaco Guazzaloca. Colpevoli, secondo chi stava in piazza, di aver coperto con i loro discorsi, il fischio della sirena che ogni anno alle 10.25 introduce il rituale minuto di silenzio. Un silenzio che Bologna, in una piazza Medaglie d' Oro ogni anno sotto un sole implacabile, vuole sia osservato in modo religioso. In verita' erano stati gli applausi al discorso di Bolognesi a coprire il silenzio. Ma i fischi sono volati lo stesso.
Bologna non rinuncia ai simboli della strage. Non volle rinunciare nemmeno alla parola 'fascista' scritta sulla lapide in stazione. Filippo Berselli, ora sottosegretario alla difesa, bolognese e dirigente storico di An, propose che l' aggettivo 'fascista' fosse cancellato. Anche l' allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1991 si era dichiarato d' accordo con l' ipotesi della rimozione. Esplosero le polemiche. L' aggettivo e' rimasto li'.
Anche le Ferrovie dello stato hanno dovuto fare marcia indietro quando hanno toccato un altro simbolo della strage: l' orologio fermo alla 10.25, ora dello scoppio. Per i dirigenti Fs confondeva le idee ai viaggiatori. Nel 2001 lo rimisero in funzione. Dopo pochi giorni venne fermato di nuovo. Ora sotto le lancette immobili c' e' una targa: "Questo orologio segna le 10.25, ora della strage di Bologna. Per non dimenticare".
E Bologna non dimentica. L' anno scorso, il 28 luglio, alle 9.20, quattro boati in rapida successione svegliarono la citta'. Era esplosa la santabarbara di una ditta di munizioni. Nessun ferito. Ma i centralini dei numeri di emergenza vennero sommersi di telefonate. Mancavano pochi giorni al 22/o anniversario della strage. In molti avevano pensato che fosse stata un' altra bomba."Non chiediamo certo la fucilazione del ministro Castelli. Chiediamo solo una parola del Governo che elimini il senso di abbandono dei familiari delle vittime. Ci basta una parola. Altrimenti interpreteremo il silenzio del Governo come un silenzio fragoroso". E sara' protesta, seppure civile ed educata, sul palco delle celebrazioni della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto '80, conferma il presidente dell' Associazione familiari Paolo Bolognesi.
Sala stampa di Palazzo d' Accursio, sede del Comune. Bolognesi e i rappresentanti delle istituzioni, l' assessore regionale Luciano Vandelli, il presidente della Provincia Vittorio Prodi, il vicesindaco Giovanni Salizzoni, presentano il nutrito programma del 23/o anniversario della strage che uccise 85 persone e ne feri' 200 sotto le macerie della sala d' aspetto di seconda classe. Tutti, a partire dallo stesso Bolognesi, hanno a cuore che si parli del programma. Ma dietro le quinte di una vicenda dolorosa pesa la proposta di grazia ventilata nei giorni scorsi, dopo le polemiche su quella ad Adriano Sofri, per Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, che per quella strage stanno scontando l' ergastolo. E rischia di rinfocolare la polemica il silenzio del Governo, ieri in Senato, su questa ipotesi.
"E' come la favola di Fedro, l' agnello e il lupo. Io sono l' agnello, ma sono e rimango molto coriaceo - ha detto Bolognesi - qualcuno (anche nella maggioranza di centrodestra che governa Bologna, ndr) ha definito una farsa il processo, e vuole limitare l' evento-strage a Mambro e Fioravanti. Non ha letto gli atti, le 600.000 pagine che abbiamo messo a disposizione di tutti, anche delle difese. Se la sentenza non avesse individuato anche i ruoli della P2 e dei servizi segreti deviati, non ci saremmo permessi di richiamare nel manifesto del 23/o anniversario il riferimento al Piano di rinascita democratica di gelliana memoria. Chi vuole limitare il tutto a Mambro e Fioravanti vuole semplificare non per far capire, ma per non far capire. Ci sono stati cinque gradi di giudizio. A chi di noi familiari vive fuori Bologna, e sui giornali segue solo quello che finisce sulle pagine nazionali, resta solo un senso di dolore, di abbandono. Quello che il Governo deve eliminare".
In assenza di parole, il primo agosto, quando si riunira' il consiglio dell' Associazione familiari vittime e verra' limato il discorso da fare sul palco, verranno decise le iniziative di protesta: "Abbiamo alcune idee, altre verranno portate in quella sede. Non c' e' solo l' ipotesi che noi si scenda dal palco quando parlera' il ministro dell' Interno Pisanu. Chiarisco pero' che eventuali proteste saranno solo contro il governo, e non contro le istituzioni locali. E che comunque saranno silenziose, senza fischi e schiamazzi. Aggiungo che da sempre mandiamo copia dei nostri manifesti anche alle piu' alte cariche dello Stato. Non come atto di provocazione (il riferimento e' alla polemica col ministro Giovanardi per i riferimenti alla P2 dell' ultimo manifesto, ndr) ma come atto di deferenza verso le istituzioni".
Interpellati sulla grazia, i rappresentanti politici hanno espresso opinioni diverse: "Mettere insieme fatti slegati porta a un mercanteggiamento al di fuori della logica della grazia", ha detto Prodi. "E sarebbe incongruo e incostituzionale", ha detto Vandelli. Salizzoni, rappresentante del Comune che nel processo contro Mambro e Fioravanti era costituito parte civile, ha citato l' Aldo Moro dell' affaire Lockheed: "Quando disse 'non ci faremo processare dalle piazze' faceva una difesa delle istituzioni contro le suggestione della piazza. La grazia nasce nelle istituzioni. Il sindaco o il vicesindaco di Bologna non hanno titolo per esprimere un parere. Se qualche consigliere comunale fa delle battute sul processo, non ci trascinera' nella polemica. Io posso dire che faremo di tutto per tenere duro sulle istituzioni. E aggiungo che una sentenza e' una sentenza. La grazia e' questione di tecnicita' giuridiche e non puo' passare attraverso i fischi di una piazza".29 luglio 2003 - CIUNI E DE MITA SU P2
"Il Riformista"
Revisionismi. La storia della loggia rivisitata da Roberto Ciuni, che chiama in causa De Mita (con risposta)
La P2, galantuomini e garanti del compromesso storico
Napoli - I componenti della lista P2 ? "Fatta eccezione per Licio Gelli e qualche profittatore, erano tutti fior di galantuomini che avevano il compito di garantire agli Stati Uniti l' affidabilita' dei comunisti e quindi la liceita' del compromesso storico". Suona piu' o meno cosi' la definizione che ventidue anni dopo Roberto Ciuni da' della loggia creata dal venerabile maestro e nel cui elenco comparve anche il suo nome. Una tesi rivoluzionaria, che l' ex direttore del Mattino rivela al Corriere del Mezzogiorno in un' intervista concessa a Francesco Durante. Una dettagliata quanto inedita ricostruzione dello scandalo che sconvolse l' Italia agli inizi degli anni Ottanta. Una vicenda che Ciuni ripercorre in maniera ardita, chiamando in causa nomi tuttora noti all' opinione pubblica: da Ciriaco De Mita ("andai da lui due volte e mi chiese se dallo scandalo P2 c'erano rischi per lo Stato") al magistrato del pool milanese Gherardo Colombo, citato nella sibillina conclusione dell' intervista:"Per capire la storia politica della P2 - chiosa Ciuni - bisognerebbe sapere in virtu' di che cosa fu trovata la lista a casa di Gelli e soprattutto chi la fece uscire dall' ufficio del sostituto procuratore Gherardo Colombo. Oggi che anch' io, che ci ho rimesso quel che ci ho rimesso, posso parlarne con un certo distacco, ho chiaro che la P2 servi' a far vincere la partita ad alcuni furbi e a far sopravvivere momentaneamente gente che la storia si avviava a liquidare".
Sulla sua appartenenza alla loggia guidata da Gelli, Ciuni mantiene una discreta dose di ambiguita'. "Ho sempre detto di non aver aderito e lo ridico" tiene a precisare, per poi aggiungere:"Di sbagliato nella P2 c'era Gelli, al quale peraltro l' unico tributo giornalistico trovato fu un' intervista di Maurizio Costanzo in cui lo si definiva il gran burattinaio. Per il resto - aggiunge Ciuni - c'erano fior di galantuomini". I fior di galantuomini erano "alti funzionari dello Stato, industriali, generali, ammiragli, editori, persone in vario modo influenti, giornalisti sperimentati come sicuri non comunisti che dovevano garantire agli Usa per i comunisti". I segretari di partito e i capicorrente di centro - e' questa la tesi di Ciuni - credevano d' essere stati loro i garanti, e glielo si era lasciato credere. Per questo poi urlarono che un' associazione segreta minacciava chissa' che cosa: avevano scoperto, inorrriditi, che in Italia c' era un altro potere oltre il loro. "Un potere patriottico - parole di Ciuni - costretto a tenere in piedi, proprio per amore del paese, quattro satrapetti. Satrapetti destinati a finire come sono finiti". Della Dc Ciuni salva il solo Arnaldo Forlani ("Fu l' unico che capi' tutto, ma da personalita' sfaticata non ebbe la forza di imporsi") e chiama in causa De Mita. Ma dal suo feudo di Nusco l' imperatore della Magna Grecia nega di aver mai parlato con Ciuni di P2. E lo fa a modo suo, rilanciando alla grande. Sempre sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno, De Mita racconta di quando chiese a Ciuni di organizzargli un incontro con l' allora direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella (anch' egli piduista). L' appuntamento fu al Grand Hotel, Di Bella arrivo' in ritardo e, parole di De Mita, "appena ci sedemmo attacco' un bottone sulla Dc. Il presidente del Consiglio era Forlani, ma lui voleva convincermi che bisognava dar vita a un governo Fanfani, che a suo dire sarebbe stato appoggiato dai comunisti. Non solo - aggiunge De Mita - ma Di Bella mi disse che un governo simile sarebbe stato appoggiato anche dai carabinieri. E mentre mi diceva questo si alzo', mi saluto' e mi annuncio' che di li' a poco avrebbe proprio incontrato il comandante generale dell' Arma. Poco dopo scoppio' lo scandalo P2, Ciuni spari' nell' ombra e non lo rividi piu'". Sul presunto ruolo dlla P2 di garante per il Pci agli occhi degli Stati Uniti, De Mita e' lapidario:"Non diciamo sciocchezze". Per poi aggiungere:"E' vero che la P2 nasce prapaggine della Massoneria e in raccordo con settori dell' ambasciata americana. Cosi' come sono convinto che ebbe il sostegno di pezzi del Dipartimento di Stato nonche' di membri della Dc. Pero' la P2 non nasce per garantire il compromesso storico, bensi' per fronteggiarlo. Probabilmente pero' si esagero' nello scandalo. Fu un fatto politico, lo si trasformo' in un fatto criminale".22 agosto 2003 - A ROMA UNA STRADA SARA' INTITOLATA A GIORGIO AMBROSOLI
ANSA:
A ROMA UNA STRADA SARA' INTITOLATA A GIORGIO AMBROSOLI
Una strada della capitale sara' intitolata all'avv. Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della banca privata di Michele Sindona, che fu ucciso per ordine del bancarottiere, in seguito per questo omicidio condannato all'ergastolo, nel luglio del 1979.
Lo ha reso noto oggi il Comune di Roma, precisando che a Giorgio Ambrosoli, nelle prossime settimane, verra' intitolata una strada all'interno di Villa Celimontana e alla cerimonia sono invitati i suoi familiari e collaboratori.
Il sindaco Veltroni lo aveva preannunciato lo scorso anno: con l'intitolazione di una strada a Giorgio Ambrosoli aveva anticipato anche analoghi riconoscimenti per altri personaggi, nell'ambito dell'impegno che una citta' "che vuole davvero sentirsi comunita' deve spendere per tenere viva la memoria del suo passato".
Sara' l'omaggio della capitale all'avvocato Ambrosoli, che, come e' stato ricordato in questi anni nelle diverse cerimonie a lui dedicate, lavoro' sempre nell'interesse dello Stato e fu ucciso perche' cercava di tutelare le vittime del dissesto degli istituti di credito di Sindona.
Ad Ambrosoli e' gia' intitolata una strada a Firenze e un'aula della facolta' di giurisprudenza dell'universita'statale di Milano. Il Comune di Napoli ha dedicato alla sua memoria un premio per gli studi giuridici. Anche il vice presidente del Csm, Virginio Rognoni, quest'anno, nel suo discorso di inaugurazione dell'anno giudiziario a Milano, lo ha ricordato insieme a Emilio Alessandrini e Guido Galli per la professionalita' con cui hanno esercitato la loro funzione.17 settembre 2003 - LE INDAGINI SULLA SCOMPARSA DI DE MAURO
"La Gazzetta del sud"
Il Caso De Mauro
Come si decise di "seppellire" le indagini sulla scomparsa del giornalista de L'Ora
Un'inchiesta da annacquare
Dall'entrata in scena di Buttafuoco alla chiamata in causa di Guarrasi
Enzo Raffaele
Nei primi giorni di settembre De Mauro trascorre molte ore in casa e, secondo la moglie Elda, non fa altro che riascoltare ossessivamente il nastro dell'ultimo discorso di Enrico Mattei a Gagliano, bloccandolo su alcune frasi precise. Un'ssessione giustificata, forse dal fatto che De Mauro sta attraversando un momento professionale difficile con "L'Ora". Vuole approdare a Roma a "Paese Sera", ma non ci riesce. Ha perduto la collaborazione con "Il Giorno". È inviato a Messina, per organizzare la redazione locale de "L'Ora", e poi è richiamato a Palermo come capo-servizio alle pagine sportive. Certo non c'è nulla di male di stancarsi del giornale a cui si è dato anima e corpo. Succede spesso soprattutto in coloro che questo mestiere lo interpretano come motivo di vita, come giustificazione della propria esistenza, sacerdoti di una religione che ha i suoi comandamenti e i suoi sacramenti e nessun dio al di fuori di essa. Di certo De Mauro dice a più di una persona di aver per le mani "qualcosa di grosso" che riguarda le sue indagini sugli ultimi due giorni di vita di Enrico Mattei. Lo riferisce all'editore e libraio Fausto Flaccovio, lo confida a un'amica architetto, ne accenna alla figlia Junia, ne parla con il collega dell'Ansa Lucio Galluzzo a cui dice che si sta occupando "di un soggetto per un film di Rosi". E aggiunge: "È una cosa grossa, molto grossa. Roba da far tremare l'Italia". S'incontrerà pochi giorni prima del sequestro con il procuratore Scaglione, nell'inaccessibile ufficio del magistrato. Cosa si siano detti nessuno lo sa. Ne parla anche a casa. Il 14 settembre, come ricostruisce esemplarmente Griner, De Mauro confida ai familiari un fatto grossissimo relativo alla vicenda Mattei. Dichiarò Junia agli inquirenti: "in quell' occasione mi ricordo che disse che Mattei, pur tenendo abitualmente nascosto l'orario della partenza, aveva informato dell'esatta ora di partenza con l'aereo, oltre il pilota, soltanto due persone, di cui mi fece i nomi, che mi suonarono familiari e conosciuti, ma che in atto non ricordo. Per uno di essi mio padre aggiunse la carica o il titolo, che allora attualmente portava o porta". Nel marzo del 1971, quando si è trasferita a Roma, Junia De Mauro pronunzierà ad alta voce uno dei nomi che il padre le aveva fatto: Eugenio Cefis, il successore di Mattei, l'uomo che scalò la Montedison, al centro di furiose campagne di stampa. Cefis a livello nazionale si traduceva in Fanfani, a livello siciliano in Vito Guarrasi. Già Guarrasi, l'avvocato che non amava i riflettori e la cui ombra è stata intravista in tutte le vicende politiche del dopoguerra. Consulente delle imprese a capitale pubblico che operano in Sicilia, darà vita a un duello mortale con la sinistra e con quel giornale L'Ora di cui era stato consigliere d'amministrazione dal luglio al dicembre del '57: con la stessa carica era rimasto nel Cda dell'immobiliare L'Ora dal '57 al '64. Ma Guarrasi non può entrare in scena subito. Prima bisogna fare spazio a quello che le cronache del tempo definiscono uno strano personaggio, che tutto è tranne che questo. La sua irruzione nel caso De Mauro avviene la sera del 17 settembre quando telefona a casa del giornalista chiedendo se ci fossero delle novità, nonostante ancora la notizia della scomparsa non fosse ufficiale. Lo "strano personaggio" è il cavalier Nino Buttafuoco, un commercialista molto conosciuto a Palermo, spadaccino e massone, l'unico che finirà all'Ucciardone per la vicenda del sequestro. La sera del 17 settembre inizia quella che Griner definisce la "calcolata, abile intromissione" del commercialista nella vita dei De Mauro, soprattutto in quella di Tullio, fratello di Mauro, filologo, ex ministro della pubblica istruzione del Governo D'Alema, allora docente all'università di Palermo. Il 20 settembre Buttafuoco annunzia il suo arrivo in casa De Mauro dove chiede apertamente "notizie e se sono state toccate carte", per poi sentenziare: Agrigento (caso Tandoj; ndr) no, droga no, mafia no. Eni, senza interrogativi senza negazioni" Tullio replica: "Cavaliere, perché dice Eni?". Risposta: "l'ho letto dai giornali" Che non l'avevano ancora scritto. Tutto il dialogo è a conoscenza di Giuliano e Contrada che hanno conquistato la piena fiducia soprattutto di Tullio. Si decide di assecondare il Cavaliere. Il 22 settembre Buttafuoco telefona e spiega che un medico sarebbe venuto da fuori per visitare il "malato" e soltanto dopo la visita "si sarebbe potuto concludere l'affare". Aggiungendo: "la faccenda avrà buon esito al 98, 99 per cento". Il 26 settembre a Piazzale Ungheria arriva un nastro magnetico. Non si sente bene, ma una voce (che Elda, a differenza d'allora, giura che fosse quella del marito) sembra dire "Mauro è vivo, non gli facciamo del male, vogliamo solo chiacchierargli bene". Del nastro sono a conoscenza pochissime persone. A mezzanotte telefona Buttafuoco. Voleva sapere se era arrivato qualcosa. E specificò: "Messaggi orali, verbali?". "Nastro?", chiese Tullio. "Nastro", confermò il Cavaliere. Il 29 settembre c'è una telefonata istruttiva. Buttafuoco vuole sapere se è stata trovata la "busta del barbiere". Si tratta di una busta commerciale che De Mauro portava con sé il giorno del sequestro, nascosta all'interno di un giornale, come aveva notato un testimone, e che è sparita, cercata invano da carabinieri e polizia. Buttafuoco chiede inoltre di sapere se De Mauro ha fatto confidenze ai familiari sul caso Mattei. E fa un'ipotetica ricostruzione del movente del sequestro: "Buttafuoco dice una cosa a Mauro De Mauro. Mauro fa capire a un altro di sapere questa cosa. Quello fa rapire De Mauro per sapere cosa Nino Buttafuoco gli ha detto e per mettere paura a Nino Buttafuoco". Il 30 settembre Buttafuoco convoca Elda nel suo studio e le chiede di dargli una copia del nastro arrivato a L'Ora e la busta che lo conteneva. Deve fare una perizia calligrafica per sapere se la scrittura è Di Mauro. E inoltre aggiunge che vuol saper quali sono le domande che le rivolgono Giuliano e Contrada. Elda riferisce alla polizia che le raccomanda di assecondare il commercialista. Il 4 ottobre altro incontro tra i due. Buttafuoco dice a Elda: "Mauro si è fatto scaltro e ora pesa bene le parole". Il 6 ottobre chiede alla moglie di De Mauro di farsi consegnare dalla polizia gli elementi di cui dispone. Li vuole vagliare per capire. L'ennesima mossa azzardata da parte di un uomo che è super controllato e che pur sapendolo (chiama i De Mauro solo da cabine telefoniche) continua il suo gioco. Il 7 ottobre è il giorno dell'ultimo faccia a faccia tra Elda, Tullio De Mauro e il cavaliere Nino Buttafuoco. Si svolge nello studio del commercialista. Il suo tono è freddo e distaccato, dice di non sapere nulla e poi, che cosa si vuole da lui? Tullio lo rimbrotta esasperato. Ed ecco che Buttafuoco si trasforma. Diventa una furia. Aggredisce i De Mauro, li butta fuori dallo studio. Un'aggressione di tale violenza può essere stata costruita solo con la premeditazione. Insomma, come si suol dire, "teatro". La polizia abbozza. Continua a intercettare il commercialista e il 19 ottobre il pubblico ministero Ugo Saito lo fa arrestare per concorso in sequestro di persona. L'inchiesta dunque decolla? No, si affossa. Attenzione alle date: dal 19 ottobre al 4 novembre succedono cose strane. Intanto l'arresto di Buttafuoco scatena tutta una serie di articoli in settimanali di secondo piano, dove si fanno allusioni tra la morte di Mattei, la scomparsa di De Mauro e l'ascesa di Cefis, con allusioni a Fanfani. A fronte di questa campagna si registra l' alt alle indagini. Avviene a novembre e il pm Saito lo scopre per caso, come racconta nel 1998 al procuratore della repubblica di Pavia che ha riaperto il fascicolo sulla morte di Mattei. Saito incontra Boris Giuliano in procura e gli chiede a che punto sono le ricerche. Giuliano gli risponde: come non lo sa? A Villa Boscogrande, in un night club, i servizi segreti, presente il suo direttore Vito Miceli, e la polizia giudiziaria palermitana si riunirono e fu impartito l'ordine di "annacquare" l'inchiesta. Detto fatto. In questura si blocca tutto e in un rapporto di novembre si banalizza la pista Mattei. Poco ci manca che qualcuno non affermi che De Mauro si è allontanato volontariamente da casa e non c'è stato nessun sequestro. Il 3 novembre il questore Ferdinando Li Donni convoca una conferenza stampa. Dice e non dice. Allude, soprattutto. Buttafuoco? Sta in mezzo, tra i mandanti e gli esecutori del sequestro. E fa capire che esiste un altro personaggio al centro dell'intrigo. Il nome non lo da. Meglio definirlo semplicemente Mister X. Ma chi è Mister X? Giampaolo Pansa ne fa un ritratto, ma il nome non lo fa. Lo fa invece L'Ora, al termine di una riunione travagliata che viene ricostruita in un appunto dell'allora "Ufficio affari riservati del ministero dell'Interno". Quell'ufficio era la creatura di Federico Umberto D'Amato, Grand commis dello Stato fino agli anni '80, il cui nome spunta sempre nelle vicende più delicate dei primi 35 anni della Repubblica. Nell'appunto si insinua che lo stesso Guarrasi avesse spinto Nisticò a far pubblicare il nome. La querela che seguirà alla pubblicazione, il lungo processo ai vertici e ai giornalisti dell'Ora, tutti assolti, gli articoli dedicati alla figura di Guarrasi da quel quotidiano, sono la migliore smentita. Ma come è finito Guarrasi nel calderone De Mauro? Per una incauta telefonata che Buttafuoco gli avrebbe fatto a Parigi dove Guarrasi si trovava. Telefonata intercettata dalla polizia che aggrava la posizione di Buttafuoco e non quella di Guarrasi, il quale, nonostante le allusioni del questore Li Donni e il lavoro investigativo della polizia - si disse che erano stati raccolti elementi che legavano Mister X alla sparizione di De Mauro- gli unici fastidi li ebbe dalle numerose querele che diede a mezza stampa italiana. Rimediando brutte figure. A Milano, ad esempio, nel processo alla direzione de "il Mondo" quando, di fronte alla richiesta di esibire il passaporto per stabilire se effettivamente si trovasse a Parigi nel giorno della telefonata di Buttafuoco, preferì ritirare la querela. In ogni caso Guarrasi rimarrà sempre ostaggio di questa storia, anche se ciò non gli ha impedito di essere il punto di riferimento della vita politico-economica siciliana. Meno fastidi ebbe Buttafuoco il quale il 5 gennaio 1971 venne scarcerato. La sua posizione verrà definitivamente archiviata nel 1983. Nel 1988 la procura di Pavia decide di recuperare i nastri delle intercettazioni di Buttafuoco. Non esistono più, tranne quelli delle conversazioni tra il commercialista e i De Mauro. Men che mai le trascrizioni. Di sparizioni in fondo questo caso è pieno. Ad esempio dovè finì il materiale che De Mauro conservava nel cassetto della sua scrivania in redazione, che fu forzato? Non si trovarono più il nastro magnetico con la registrazione della manifestazione di Gagliano cui Mattei partecipò, mentre dal bloc-notes con gli appunti furono strappate due pagine. Infine, c'è la sparizione principale: quella di Mauro De Mauro, caposcuola di cronaca che ebbe tanti discepoli, non solo tra coloro che lavorarono con lui. De Mauro che aveva una faccia un po' così senza un osso a posto e un gamba spezzata che lo faceva arrancare senza per questo impedirgli di arrivare primo quando c'era da bruciare gli altri. De Mauro che era geloso delle proprie fonti e che sognava un colpo che "avrebbe fatto tremare l'Italia". E che forse scoprì qualcosa. O forse s'inventò tutto, nell'ennesimo bluff della sua esistenza che gli costò la vita. De Mauro sul cui fantasma si giocò una partita durissima tra servitori dello Stato e uomini dei corpi separati dello Stato, tra grandi manager e oscuri faccendieri, tra governanti e mezze tacche. Si dirà è storia di ieri, buona per i libri. Errato: il caso Mauro De Mauro è sempre attuale. Perché narra di un giornalista improvvisamente scomparso dalla terra in una Paese democratico. Perché ci dimostra che non sempre si indaga per risolvere il mistero ma per costruirne altri. Perché rafforza il dubbio che, ammesso e non concesso, che non esista il "terzo livello", ci sono poteri forti, non mafiosi, in grado di poter chiedere o ordinare alla mafia di agire. Come è stato fatto con De Mauro e probabilmente con le stragi Falcone e Borsellino e, ancor prima con Scaglione e Terranova. Poteri che condizionano la politica (e non viceversa) e quindi la nostra vita. Poteri che non hanno volti ma strutture: dunque, difficili da individuare e da smantellare. Però se Tommaso Buscetta avesse raccontato la verità, null'altro che la verità, allora la Storia d'Italia oggi sarebbe diversa.30 settembre 2003 - MORTE CALVI: SCOTLAND YARD RIAPRE LE INDAGINI
"Il Nuovo"
Mistero Calvi, Scotland Yard riapre le indagini
Su richiesta dei magistrati romani la polizia londinese riapre le indagini sulla morte del banchiere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, sul Tamigi, nel giugno del 1982.
ROMA - Si ricomincia da zero. Ventun anni dopo la morte del banchiere Roberto Calvi, Scotland Yard riapre l'indagine sul misterioso decesso del banchiere, trovato impiccato il 19 giugno 1982 sotto il ponte di Blackfriars sul Tamigi. L'iniziativa fa seguito alla decisione della magistratura italiana che alcuni mesi fa ha incriminato quattro persone per la morte. Il commissario Trevor Smith è stato incaricato di svolgere l'indagine su richiesta del pubblico ministero romano Luca Tescaroli che conduce l'inchiesta. Commentando la notizia, Carlo Calvi, figlio del banchiere che vive in Canada, ha detto a Bbc News On Line che si tratta di uno sviluppo "molto incoraggiante" e di essere pronto a recarsi a Londra per collaborare all'indagine. Calvi fu trovato impiccato ad un'impalcatura sotto il ponte di Blackfriars con in tasca dei mattoni e 15.000 dollari. Nel luglio del 1982 il coroner concluse che si era trattato di suicidio, ma l'anno successivo ci fu una nuova inchiesta che si concluse con un verdetto aperto.
"Le indagini per accertare la verità non sono mai state abbandonate", si spiega dalla Procura di Roma. La stessa iniziativa annunciata dalla polizia britannica, è recente: risale al 23 luglio scorso, con l' indicazione di quattro possibili prossimi imputati e una decina di indagati iscritti in un altro procedimento per lo stesso reato. Il 23 luglio sono state infatti notificate ai quattro indagati le comunicazioni di fine indagine dopo che i due pm della Procura di Roma Maria Monteleone e Luca Tescaroli il 15 luglio scorso hanno tratto le conclusioni della loro inchiesta: l'accusa è omicidio aggravato e premeditato. Le notifiche sono state consegnate a Pippo Calò (dal 1985 rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno), Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Manuela Kleinszig (che si trova in Austria). Facile, che dopo la procedura di rito, i pm chiedano il rinvio a giudizio dei quattro indagati.
Ma non sono i soli a rischiare. Per gli investigatori flussi finanziari transitati attraverso società estere del Banco Ambrosiano, per un valore pari a un miliardo e 300 milioni di dollari Usa dell'epoca, sono stati realizzati con "tempi e modalità da risultare direttamente connesse all'uccisione". Fondamentale per il completamento di questo quadro è stata la scoperta recente di una cassetta di sicurezza, intestata a Roberto Calvi, della quale era ignota l'esistenza. I periti incaricati dall'ufficio del Gip di stabilire le cause della morte nell'aprile scorso hanno spiegato che Calvi sarebbe stato ucciso in un cantiere-discarica e il cadavere trasportato fino al vicino ponte dei Frati Neri dove sarebbe stato poi inscenato il finto suicidio. Finto perché i tecnici non trovarono le lesioni ossee che si verificano in caso di impiccagione e individuarono invece le tracce di un coinvolgimento dell'ex presidente dell' Ambrosiano in un'azione violenta in un luogo in cui probabilmente c'era materiale edilizio, forse, appunto, un cantiere a un centinaio di metri dal ponte.ANSA:
CALVI: PENTITO CALCARA ASCOLTATO IERI DA MAGISTRATI
Il pentito Vincenzo Calcara e' stato sentito ieri in una localita' segreta dai magistrati Maria Monteleone e Luca Tescaroli, che indagano sulla morte del banchiere Roberto Calvi, nel corso di un incontro il cui contenuto e' stato secretato.
Il pentito, che e' in liberta', era accompagnato dal suo avvocato. Secondo quanto si e' appreso, il colloquio sarebbe stato esauriente ed i magistrati non intenderebbero piu' ascoltare il pentito.CALVI: A GIORNI I PM CHIEDERANNO 4 RINVII A GIUDIZIO
(di Francesco De Filippo)
Questione di pochi giorni, forse non oltre dieci, e, se non ci saranno colpi di scena, i pubblici ministeri di Roma Maria Monteleone e Luca Tescaroli chiederanno al Gip il rinvio a giudizio per quattro persone, accusate di omicidio aggravato e premeditato ai danni del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra.
Dia di Roma e Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano, in base all' art. 415, hanno notificato gli atti di fine indagine a loro carico al cassiere della mafia Pippo Calo' (dal 1985 rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno), al faccendiere Flavio Carboni, alla sua compagna Manuela Kleinszig (che si trova in Austria) ed al boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi.
Nelle more della scadenza dei termini dalla deposizione degli atti di fine indagine (deposito avvenuto nel luglio scorso), l' attivita' dei magistrati non si e' mai fermata. Ieri, ad esempio, e' stato sentito ancora una volta, forse l' ultima, il pentito Vincenzo Calcara. Un colloquio esauriente - il cui contenuto e' stato secretato - che potrebbe essere l' ultimo atto prima che partano le richieste di rinvio delle indagini condotte dalla Dia di Roma, diretta dal colonnello Vittorio Tomasone. Indagini che stringono il cerchio intorno ad una vicenda cominciata 21 anni fa.
Ultimi giorni dunque ma febbrili, visto che l' attivita' dei magistrati italiani proprio ieri ha ottenuto un risultato molto importante: la riapertura dell' inchiesta da parte delle autorita' giudiziarie inglesi. Gli investigatori londinesi troppo frettolosamente, nel giro di un anno dal ritrovamento del corpo di Calvi, sostennero che il banchiere si era suicidato. Successivamente il Coroner corresse il tiro e, al termine di una seconda inchiesta, emise un 'open virdict': sostanzialmente non si indicava la causa della morte, omicidio o suicidio. Adesso Scotland Yard e Metropolitan Police, sulla scorta di quanto accertato dagli inquirenti italiani, si sono convinti ad un passo ulteriore: riapertura delle indagini, incontri con i pm romani e una sentenza annunciata, 'unlowful killing', omicidio.
Non sara' una semplice presa d' atto del lavoro svolto a Roma: gli 'sherlock holmes' potranno compiere indagini autonomamente. Anche se la ricostruzione italiana della vicenda - Calvi ucciso in un cantiere edile e successivamente portato sotto il ponte dove e' stato inscenato il finto suicidio - sembra essere sufficientemente convincente.
Le quattro persone alle quali sono stati notificati gli atti di fine indagine, non sono le sole coinvolte nell' inchiesta: un' altra decina di nomi risultano iscritti nel registro degli indagati e figurano in un altro procedimento, sempre per l' omicidio di Roberto Calvi. Non fa parte dell' elenco il pentito di mafia Francesco Di Carlo, ex boss della cosca di Altofonte, il cui nome compariva tra gli indagati nell' inchiesta per l' omicidio di Calvi dal 1992 dove e' rimasto a lungo fino a uscire completamente di scena.CALVI: FIGLIO BANCHIERE, SODDISFATTO PER RIAPERTURA CASO
'ORA BISOGNEREBBE SENTIRE ANCHE ANDREOTTI E MARCINKUS'
E' "estremamente soddisfatto" e ritiene che ora la magistratura dovrebbe sentire sia Andreotti che Marcinkus : e' il commento di Carlo Calvi, figlio del banchiere Roberto, alla riapertura da parte di Scotland Yard delle indagini sulla morte del padre, avvenuta nel 1982 a Londra.
"La decisione ci conforta, perche' sostenevamo da tempo questa esigenza" afferma Calvi in un'intervista al Tgcom, quotidiano online di Mediaset. Il figlio dell'ex presidente del Banco Ambrosiano, che si trova in Canada, commentando le recenti dichiarazioni del pentito di mafia Vincenzo Calcara, afferma che le sue rivelazioni gli hanno ricordato "il periodo delle Bahamas" e "quanto era emerso dalla commissione d'inchiesta sulla filiale dell'Ambrosiano di Nassau: era venuto fuori il nome di Marcinkus". Secondo Calvi, bisognerebbe sentire il cardinale "che attualmente e' a Phoenix, in Arizona". Quanto al coinvolgimento di Andreotti, secondo Calvi "il suo nome era gia' stato fatto da mia madre fin dai tempi della commissione d'inchiesta sulla Loggia P2 e in tutto questo tempo non abbiamo cambiato idea".
"Papa' stesso - continua - ce lo aveva detto negli ultimi mesi di vita, esistono dei collegamenti tra il gruppo di Flavio Carboni e persone prossime al senatore Andreotti". "Per questo - conclude - il pm romano Luca Tescaroli, che sta conducendo le indagini, mi ha chiesto di tornare a Roma per integrare le mie dichiarazioni".1 ottobre 2003 - CASO CALVI: DAI GIORNALI
"La Sicilia"
Calvi, un "giallo" col solito Giulio
Tony Zermo
Attenzione alle date: 18 giugno '82, uccisione del banchiere Roberto Calvi a Londra; 20 marzo '86, muore per un caffè alla stricnina Michele Sindona nel supercarcere di Voghera. Il movente? Entrambi avevano sperperato i denari di Cosa Nostra ed avevano pagato con la vita. Il presidente del vecchio Banco Ambrosiano, il banchiere dagli occhi di ghiaccio, aveva perduto centinaia di miliardi di lire finanziando lo Ior vaticano che a sua volta sosteneva Solidarnosc in Polonia, il bancarottiere di Patti aveva bruciato altre grandi somme in operazioni sbagliate, aveva finto un rapimento, era approdato in Sicilia con il tabulato dei 500 che attraverso la sua Banca Privata avevano imboscato fortune all'estero, voleva ricattarli per pagare la mafia, ma non c'era riuscito. E la mafia gli aveva servito il caffè avvelenato. Sembrano romanzi gialli, invece è tutto vero perché all'epoca Cosa Nostra uccideva chi voleva e quando voleva. Erano gli anni in cui cadevano banchieri, presidenti della Regione, magistrati, politici, commissari di polizia.
Ad agevolare le indagini romane dei pm Maria Monteleone e Luca Tescaroli è stato soprattutto il killer trapanese pentito Vincenzo Calcara, quello stesso che disse a Borsellino: "Dottore, ho avuto l'incarico di ucciderla, mi metta al sicuro da qualche parte perché non ho intenzione di farlo". Ma c'è anche nell'inchiesta un testimone inglese che assistette all'ultima cena di Calvi prima di essere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri. A quella cena c'erano il faccendiere sardo Flavio Carboni e l'antiquario romano Sergio Vaccari, eliminato due mesi dopo Calvi per togliere di mezzo un testimone scomodo. Quindi è un "giallo" con due omicidi.
I pm hanno concluso le indagini accusando Carboni, Pippo Calò, l'imprenditore romano Ernesto Diotallevi e l'austriaca Manuela Kleinszig, amica di Carboni, che avrebbero convinto il banchiere a fuggire a Londra (non aveva più il passaporto) dove gli era stata preparata la trappola. Ma starebbero per partire altri quattro avvisi di garanzia. Secondo i pubblici ministeri romani il pentito sarebbe affidabile, anche se cita Andreotti come partecipante al summit che decise la morte di Calvi. Probabilmente questo collaborante come gli altri cerca di accreditarsi e di ottenere benefici sparando alto. Nessuno con un po' di logica potrebbe mai credere che il sette volte presidente del Consiglio possa essersi seduto assieme ai capi della criminalità.
Calcara dice di avere portato nello studio romano del notaio Albano due valigie con dieci miliardi di lire in contanti destinati all'ex presidente della banca vaticana dello Ior, cardinale Marcinkus. E questo racconto avrebbe avuto dei riscontri, ma questo non basta per ingoiare tutte le panzane di cui è infarcito il suo racconto.
Il collaborante è un fiume in piena: "La decisione di uccidere Calvi è stata presa nell'estate dell'81 a Paderno Dugnano nella casa dell'imprenditore Michele Lucchese. C'erano i rappresentanti di cinque Entità: Cosa Nostra, 'Ndrangheta, massoneria, pezzi deviati dello Stato e soprattutto dei servizi segreti, più pericolosi della stessa Cosa Nostra, e personaggi vicini al Vaticano". Tra i presenti cita i boss mafiosi Bernardo Provenzano, Francesco Messina Denaro di Trapani, il sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino, un cardinale assieme al notaio Albano, Francesco Nirta della 'ndrina di San Luca e un noto esponente politico che in passato ebbe incarichi di governo, appunto Andreotti. "Ero presente anch'io con il compito di portare bevande e caffè e non potevo fare a meno di ascoltare certe frasi quando entravo e uscivo dalla stanza. Poi Lucchese e Vaccarino mi hanno riferito i dettagli. Ogni Entità aveva una commissione come quella di Cosa Nostra composta da 12 persone al massimo (tranne Cosa Nostra che ne ha 15), al vertice delle commissioni un triumvirato con il capo assoluto e altri due. Ogni Entità era autonoma, ma quando si doveva decidere un delitto eccellente che poteva danneggiare un'altra Entità i triumvirati si riunivano. Queste cose le ho dette al dottor Borsellino, ha preso appunti su un'agenda e non so dove è andata a finire. A lui lo hanno ucciso e non ha potuto approfondire quelle cose che gli ho riferito".
Il discorso può filare per quanto riguarda Roberto Calvi, perché qualcuno deve avere deciso la sua fine. E siccome si trattava di un personaggio importante non è escluso che quella riunione a Paderno Dugnano ci sia effettivamente stata, ma aggiungere nel mazzo anche Andreotti ci pare una grossa scemenza.
L'inchiesta romana può comunque avere ancora sviluppi clamorosi. E anche a Londra dopo 21 anni si sono decisi a riaprire il caso che era stato frettolosamente archiviato come "suicidio di un barbone". E poi parlano della magistratura italiana...7 ottobre 2003 - CALVI: FIGLIO PENSA DI INCONTRARE INVESTIGATORI A LONDRA
ANSA:
CALVI: GB, FIGLIO PENSA DI INCONTRARE INVESTIGATORI A LONDRA
Carlo Calvi sta considerando di volare a Londra per incontrare Trevor Smith, il commissario responsabile nel Regno Unito delle indagini sul banchiere trovato impiccato il 19 giugno 1982 sotto al ponte dei Frati Neri.
"Individui coinvolti nell'omicidio sono ancora in giro", ha raccontato il figlio di Calvi al pomeridiano Evening Standard. "Non penso che potro' mai uscire da un tribunale dicendo 'giustizia e' stata fatta' - ha aggiunto - ma dovrebbe essere possibile identificare il colpevole".
Lo scorso 29 settembre, 21 anni dopo la morte di Roberto Calvi, la polizia della City di Londra ha riaperto le indagini sul misterioso decesso del banchiere. Un'iniziativa presa in seguito alla decisione della magistratura italiana, che qualche mese fa ha incri