Almanacco dei misteri d' Italia


Strani suicidi e strane morti
le notizie del 2004
14 gennaio 2004 - MISTERI PARMALAT E MISTERI CALVI
"Il Sole 24 Ore"
Le Coincidenze con i misteri di Calvi
Fabio Tamburini
Lussemburgo e ipotesi di riciclaggio, stretti legami con la politica, P2 e Vaticano, Sud America e Nicaragua, back to back e capitali misteriosi, società off-shore di ieri e di oggi: le inchieste sul crollo clamoroso della Parmalat stanno rivelando analogie con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Semplici coincidenze? Oppure il re del latte, ben conosciuto per la profonda fede cattolica, e il banchiere alla guida di quella che era definita "la banca dei preti" hanno percorso pezzi degli stessi percorsi, sia pure a distanza di una ventina d'anni.
Certo la sensazione che il fallimento di Parmalat non sia soltanto un caso di Caporetto industriale e finanziaria è forte e acquista peso ogni giorno che passa perché si stanno delineando circostanze inquietanti. A partire dalla difficoltà di rispondere ad una domanda molto semplice: come è possibile che il gruppo abbia accumulato perdite così gigantesche? Ecco perché, ormai da un paio di settimane, l'attenzione è rivolta a verificare se c'è dell'altro.
E ogni segnale viene vagliato con estrema attenzione sia da chi sta seguendo le vicende Parmalat al massimo livello investigativo sia dalla task force dell'americana Sec, arrivata in Italia il 1 gennaio scorso. In più contribuiscono ad alimentare i sospetti la ricostruzione delle ultime mosse di Calisto Tanzi prima dell'arresto e capitali misteriosi che risultano dalle dichiarazioni rese ai magistrati dallo stesso imprenditore.
Vicende che ricordano alla memoria proprio il crack dell'Ambrosiano. Perchè Tanzi è volato in Svizzera e in Ecuador facendo tappa in Portogallo? E perché ha accreditato con il Sanpaolo Imi e negli interrogatori la possibilità che un imprenditore, Luigi Manieri, rilevasse asset del gruppo per 3,7 miliardi di euro all'inizio del dicembre scorso? Manieri smentisce seccamente i verbali di Tanzi ma, almeno per il momento, il giallo rimane.
Così come, vent'anni dopo, rimangono oscuri i veri motivi che spiegano il viaggio a Londra di Calvi. Il banchiere, dopo l'ultima cena a cui parteciparono Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell'Eni nonché fondatore della Sasea, rilevata dal Credito svizzero e dal Vaticano, e Karl Kahane, l'uomo d'affari austriaco con interessi in mille faccende, passò gli ultimi giorni della sua vita nella capitale inglese. Con ogni probabilità, anche se non risultano conferme, cercava capitali di soccorso, stava tentando di organizzare investimenti significativi che sarebbero serviti a scongiurare, sia pure all'ultimo minuto, il crollo del gruppo. Il faccendiere Francesco Pazienza, tramite tra Calvi e l'allora capo del Sismi, Giuseppe Santovito, è arrivato ad evocare interventi dell'Opus Dei ma, in proposito, non esiste alcun riscontro.
Suscita curiosità la partecipazione di Calisto Tanzi al capitale di una finanziaria lanciata da Fiorini all'inizio degli anni Ottanta, la Sidit, Società italo-danubiana d'investimenti e trading, di cui era azionista anche l'austriaco Kahane. Proprio Sidit, come hanno scritto le cronache finanziare dell'anno 1983, doveva essere il veicolo del tentativo di salvataggio dell'Ambrosiano, di cui Fiorini è stato l'artefice. E sempre Tanzi ha rilevato dal patron di Sasea una società decotta, Odeon tv, con il carico di deficit per 90 miliardi di lire che ha rappresentato uno dei primi buchi, coperto ricorrendo a falsificazioni di bilancio.
Erano tempi in cui la triangolazione imprese, affari e politica generava rapporti perversi. Calvi, banchiere cattolico per definizione, finanziava massicciamente Pci e Psi. Tanzi, anche se non risultano prove di tangenti, ha sempre seguito passo dopo passo le campagne elettorali della Democrazia Cristiana e della opposizione. Ben conosciuti sono gli stretti legami con l'allora segretario della Dc, Ciriaco De Mita, che festeggiò nomine al vertice del potere brindando a casa di Tanzi, la cui Parmalat ha costruito una presenza industriale importante proprio nel feudo demitiano di Nusco, in provincia di Avellino.
L'elicottero dell'imprenditore era sempre disponibile per trasportare esponenti di spicco del mondo vaticano, tra cui monsignor Agostino Casaroli, in passato segretario di Stato. E Calvi aveva come partner privilegiato lo Ior, guidato da un altro monsignore influente: Paul Marcinkus, crocevia dei sospetti su una lunga serie di attività dell'Ambrosiano. Lo strumento, fin da allora, erano operazioni back to back, sospettate di coprire finanziamenti allo lor. Back to back che risultano ricorrenti, su altri versanti, tra società Parmalat. Il network di Tanzi spaziava dal Lussemburgo, sede della finanziaria capofila delle partecipazioni estere dell'Ambrosiano, utilizzata da Calvi per controllare il gruppo, al Centro e Sud America.
Nel primo caso il regno di Calvi era il Nicaragua, dove il gruppo controllava una delle maggiori banche del Paese e dove Parmalat stava considerando l'acquisto di due istituti. Per quanto riguarda il Sud America, invece, il ricordo del Banco Andino, in Perù, formidabile generatore di transazioni irregolari per conto di Calvi, è ancora ben presente, mentre Tanzi ha roccaforti in Brasile, Venezuela, Argentina, Ecuador, laboratori di operazioni sospette.
Ultime analogie: i rapporti con Giuseppe Ciarrapico e i revisori della Touche Ross, poi Deloitte Touche. Ciarrapico è stato processato per concorso in bancarotta fraudolenta nel crack dell'Ambrosiano. Tanzi ha accusato il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, di avergli fatto acquistare la società di acque minerali Ciappazzi, controllata da Ciarrapico, ad un prezzo di gran lunga superiore al valore reale. Touche Ross, secondo Pazienza, è la società di revisione che nella sede londinese ha custodito un rapporto rimasto segreto sulle società estere dell'Ambrosiano. Deloitte Toúche è una delle due società di revisione della Parmalat.

31 gennaio 2004 - BANCA D'ITALIA E TESORO IN CASI CALVI E SINDONA
"Il Riformista"
CORSI&RICORSI. QUANDO BANCA D'ITALIA E TESORO COLLABORAVANO
Prima Carli-La Malfa, poi Ciampi-Andreatta Due coppie di ferro contro Sindona e Calvi
Via Nazionale bloccò la manovra del finanziere siciliano e via XX Settembre non riunì per il mesi il Cicr
Forse il "metodo Aspen" non piace al Cavaliere. Magari più realisticamente a non gradire è l'ala democristiana di Forza Italia: teme un asse Tremonti-Ciampi "per servirci Giuliano Amato alla Banca d'Italia senza che neppure ce ne accorgiamo", stando alle parole sussurrate a margine del consiglio dei ministri di giovedì 29 gennaio. O più probabilmente sulla riforma delle autorità per il risparmio Silvio Berlusconi sfrutta il classico stop and go tipico delle fasi di verifica: l'affaire Parmalat-Cirio va infatti disgraziatamente a intrecciarsi con i problemi ministeriali di Gianfranco Fini e con le aspirazioni di Marco Follini. Resta il fatto che le modifiche al progetto iniziale rischiano di creare un rimedio peggiore del male.
Le competenze sulla concorrenza bancaria verrebbero sì trasferite all'Antitrust, ma poi ci sarebbe l'obbligo di chiedere a Bankitalia un parere preventivo (secondo An, vincolante) su tutte le operazioni. Mentre restano in dubbio i poteri della SuperConsob: potrà per esempio muovere la Guardia di Finanza? In altri termini, c'è il fondato timore che i veleni corsi a fiumi negli ultimi mesi tra Via Venti Settembre e Via Nazionale inquinino abbondantemente la riforma. Esempio: perché la vigilanza non vigilava? Ahi sì? E perché la Finanza non ispezionava?
Eppure non è affatto vero che la separazione, o peggio la incomunicabilità, tra ruoli e palazzi sia congenita a queste istituzioni, e debba perpetuarsi un meccanismo di sospettosi veti reciproci e controlli incrociati. Il problema è di sostanza. E la storia ci racconta che sulla sostanza quando un governatore e un ministro collaborano (e si armano di responsabilità senza rifugiarsi nello steccato delle competenze), si esce dalle vicende più scabrose, da scandali realmente sanguinosi, salvando sia l'onore sia la pubblica pecunia.
Può essere utile una rilettura di Cinquant'anni di vita italiana di Guido Carli, scritto in collaborazione con Paolo Peluffo (oggi consigliere e portavoce di Carlo Azeglio Ciampi: quando si dice le coincidenze). Lo scomparso governatore di Bankitalia e presidente di Confindustria dedica un capitolo alle vicende di Michele Sindona e Roberto Calvi, capitolo intitolato significativamente "Banchieri ai tempi della peste".
Nei primi anni Settanta la peste era impersonata da Sindona e dalle sue scorribande sui mercati valutari internazionali. Nel '71 il finanziere vuole scalare la Bastogi. Scrive Carli: "L'annuncio dell'Opa provocò un'ondata di entusiasmo che coinvolse Corriere della Sera, Stampa, Sole 24 Ore, Espresso, Mondo, Europeo, ed ebbe il suo più strenuo difensore nel mio amico Eugenio Scalfari, allora deputato, che presentò interrogazioni per ammonire contro eventuali ostacoli frapposti all'Opa, un'operazione tanto innovativa e dissacrante. Deputati comunisti come Ferri e Barca intervennero ostentando una certa equidistanza e chiedendo al governo di pronunciarsi sia sull'Opa di Sindona sia sul tentativo Montedison di giungere al controllo della Bastogi attraverso le partecipazioni incrociate". Ahi, quando si vanno a riaprire i vecchi armadi...
Carli non fu per nulla affascinato. "Diedi ordine al fondo pensioni della Banca d'Italia di non cedere il pacchetto Bastogi, invitando alcuni presidenti di istituti di credito pubblico a comportarsi nello stesso modo. La decisione fu oggetto di critiche senza precedenti da parte dell'Espresso. L'11 ottobre fu annunciato ufficialmente il fallimento dell'Opa".
Sindona ci riprova nell'estate 1973. Il suo veicolo è la Finambro per la quale delibera un aumento di capitale. In Bankitalia c'è ancora Carli, al Tesoro c'è Ugo La Malfa. Carli: "Sindona venne in Via Nazionale per illustrarci il progetto e le sue finalità. Lo avvertii che nessun aumento di capitale sarebbe stato autorizzato fino a quando le nuove norme sulla regolamentazione dei mercati mobiliari non fossero state approvate dal Parlamento. Del colloquio fu redatto un processo verbale. Fu letto all'avvocato Sindona. Ne fu consegnata copia al ministro del Tesoro".
E il Tesoro? Per tutta l'estate evitò di convocare il Cicr; sì, il famoso Comitato del credito e risparmio che oggi pare diventato il luogo deputato dello scaricabarile, quasi un ente inutile. Invece nel '73 La Malfa e Carli si misero d'accordo e non ci pensarono due volte ad esercitare i loro poteri in maniera molto estensiva. "Avevamo deciso di sospendere temporaneamente gli aumenti di capitale, tranne per le società direttamente produttive. La stampa si scatenò contro La Malfa". Da lì a poco, il crack delle due banche sindoniane, la Franklin e la Banca privata italiana. Un buco da 1,7 miliardi di dollari, La Federal reserve negli Usa, Bankitalia e Tesoro da noi poterono farvi fronte grazie a quelle che Carli definisce pudicamente "soluzioni amministrative". Il fine giustificò ampiamente i mezzi.
Nel 1981-82 la storia si ripete con il caso Banco Ambrosiano-Ior. Roberto Calvi, il "banchiere di Dio" a capo dell'Ambrosiano, crea un'insolvenza di mille miliardi di lire dell'epoca, dalla quale l'istituto vaticano guidato da Paul Marcinkus cerca di tirarsi fuori esibendo una serie di lettere liberatorie firmate dallo stesso Calvi. Da parte dei protagonisti politici non esiste una testimonianza diretta come quella di Carli su Sindona: al Tesoro c'era Nino Andreatta, colpito da anni da una gravissima malattia. Era comunque un dc di sinistra, che la sinistra bollava però di "rigorismo sfrenato". Alla Banca d'Italia sedeva Ciampi. E' importante notare come l'attuale capo dello Stato fosse succeduto a Paolo Baffi. Il quale nel 1979, dopo avere tra l'altro disposto ispezioni sull'Ambrosiano, era stato incriminato dal magistrato Antonio Alibrandi (Mario Sarcinelli, capo della vigilanza, venne arrestato) con l'accusa di irregolarità nelle ispezioni sui finanziamenti alla Sir.
Insomma il clima non era precisamente da comitato di accoglienza. E bisogna pensare che in quegli anni si va avanti tra liste P2, suicidi e omicidi eccellenti (tra i quello di Calvi stesso), assassinii e sequestri delle Br. E naturalmente scorribande di borsa.
Ma nonostante tutto anche allora tra laici e parte della Dc si realizza una sorta di blindatura. Giovanni Spadolini a Palazzo Chigi, Giorgio La Malfa al Bilancio, Giovanni Marcora all'Industria e naturalmente Andreatta e Ciampi mettono in piedi una specie di situation room che consente di gestire il crack ambrosiano, fino a imporre al Vaticano la restituzione di gran parte dei mille miliardi. Dopodiché Andreatta non ottenne più ministeri economici.
Altri tempi? Probabilmente. Infatti bisognerebbe per completezza tener conto dell'altra metà della luna di quel sistema politico: a cominciare dal consociativismo economico e sociale, pendant del rigore.
Eppure una Banca d'Italia e un Tesoro coraggiosi e collaborativi dimostrarono, e potrebbero dimostrarlo tuttora, due cose. Che le responsabilità, se uno anche non ce l'ha garantite da norme e pandette (e vitalizi), se le può magari prendere. E che quando il nemico è alle porte, anzi è già in casa, c'è il dovere di intendersi. Così agì, almeno in quelle circostanze, la Prima Repubblica. Possibile che la Seconda non riesca a osare altrettanto?

2 febbraio 2004 - CALVI: PERIZIE SU UN COPRIDITO E PERQUISIZIONE A FIRENZE
ANSA:
CALVI: PERIZIE SU UN COPRIDITO E PERQUISIZIONE A FIRENZE
Una perizia su un copridito sequestrato il 30 luglio 1982 a Flavio Carboni in Svizzera per verificare se sia quello che aveva in uso Roberto Calvi e una perquisizione nell' abitazione fiorentina di Caroline Wityjames, ex compagna di Sergio Vaccari, l' antiquario romano ritenuto uno dei componenti del gruppo che uccise Calvi a Londra. Sono alcune delle nuove iniziative dei magistrati nell' ambito delle due inchieste aperte sulla morte del banchiere, trovato morto sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, nel giugno 1982.
L' accertamento sul copridito e' stata disposto oggi dal gup Villoni nell' ambito dell' inchiesta che ha gia' portato alla richiesta di rinvio a giudizio di quattro persone per omicidio (Flavio Carboni, Pippo Calo', Manuela Kleinzig, Ernesto Diotallevi) il cui esame e' previsto il 16 marzo prossimo. La perizia dovra' accertare se ci siano impronte genetiche riconducibili all' ex presidente del Banco Ambrosiano, e, se possibile, verificare la presenza di impronte digitali. L' accertamento tecnico viene ritenuto importante dai magistrati perche' Calvi, pochi giorni prima di morire, si feri' ad un indice mentre faceva giardinaggio e portava quindi il copridito per protezione. Un secondo copridito fu consegnato dallo stesso Carboni ai magistrati nel corso di un interrogatorio avvenuto nel dicembre 1990. L'uomo d' affari disse che lo utilizzava per giochi di prestigio e, in quell' occasione, consegno' ai pm anche un fazzoletto rosso che usava per gli stessi scopi.
Nell' ambito dell' inchiesta stralcio, aperta contemporaneamente al deposito della richiesta di rinvio a giudizio dei quattro indagati per omicidio, sabato scorso gli uomini della Dia di Firenze hanno compiuto una perquisizione, con sequestro di agende ed altro materiale, nell' abitazione di Caroline Wityjames. La donna e' stata interrogata di recente ma non essendo soddisfatti della sua versione, i magistrati Maria Monteleone e Luca Tescaroli hanno disposto la perquisizione. La Wityjames fu la compagna dell' antiquario romano Sergio Vaccari, ucciso nella sua abitazione di Londra pochi mesi dopo la morte di Calvi, il 16 settembre 1982 dopo essere stato seviziato e torturato. La donna ebbe una relazione sentimentale con Vaccari fino al settembre 1981, ma i due continuarono a frequentarsi fino alla morte dell' antiquario. A Londra la donna lavorava nel Centro di restauro opere d' arte gestito dallo stesso Vaccari e da Renato Quattriti. Secondo quanto si e' appreso, la Wityjames avrebbe detto che nel luglio 1981 compi' un viaggio in Sicilia insieme con Vaccari e che questi si allontano' per alcuni giorni per raggiungere Roma.

1 marzo 2004 - ENRICO MATTEI: INOLTRATA DOMANDA DI BEATIFICAZIONE
ANSA:
ENRICO MATTEI: INOLTRATA DOMANDA DI BEATIFICAZIONE
Il presidente del Centro Studi Internazionale Enrico Mattei, Raffaele Morini, ha chiesto la beatificazione del fondatore dell'Eni morto nel 1962 nel disastro aereo di Bascape'. Lo ha reso noto lo stesso Morini, che e' anche presidente provinciale di Pavia dell'Associazione Partigiani Cristiani.
Morini ha detto di aver inoltrato la domanda di beatificazione di Mattei il 9 novembre scorso all'Ufficio per le Cause dei Santi della Curia di Pavia.
"La documentazione che ho raccolto in anni di lavoro pone in evidenza in modo inequivocabile le virtu' eroiche di Enrico Mattei. La proposta di beatificazione che il 9 novembre scorso ho inoltrato a don Michele Mosa nella sua qualita' di preposto all'Ufficio per la Causa dei Santi della diocesi di Pavia, elenca le ragioni di questa mia richiesta". Cosi' Raffaele Morini, presidente dell' Associazione Partigiani Cristiani e del Centro Studi Internazionale Enrico Mattei, spiega le ragioni della sua proposta.
Morini, 74 anni, attualmente residente a Sannazzaro, in provincia di Pavia e' stato all'eta' di 30 anni fra i collaboratori diretti di Enrico Mattei (lo stesso Mattei era stato partigiano cristiano). Da 40 anni Morini dedica la sua vita soprattutto alla causa del fondatore dell'Eni, morto 42 anni fa nello schianto aereo di Bascape' (Pavia) sul quale non e' mai stata fatta piena luce.
Per anni Morini ha sostenuto la tesi di Mattei vittima di un attentato. E di Mattei uomo meritevole di beatificazione. "Mattei ha compiuto, a mio avviso, tre miracoli - afferma Morini -. Il primo e' stato il miracolo economico dell' Italia, dalla meta' degli anni '50 all'inizio degli anni '60. Il secondo e' stato quello di aver fornito un contributo determinante alla salvezza del mondo dalla terza guerra mondiale all'inizio degli anni '60. Infine, da presidente dell'Eni, si prodigo' instancabilmente a costruire scuole, ospedali, e chiese in tutto il mondo".
Nessuna reazione, per il momento, da parte della Curia pavese, alla proposta avanzata da Morini.
La richiesta alla diocesi di Pavia di beatificazione di Enrico Mattei non comporta automaticamente l'apertura della causa, ma solo la verifica se si puo' avviare la prima fase della causa, appunto quella diocesana.
In casi particolari, l'apertura dalla prima fase viene comunicata in modo solenne dal vescovo. Ma solo dopo aver compiuto tutto l'iter, la pratica viene approvata e, solo a quel punto, inviata alla congregazione per le Cause dei Santi, l' organismo vaticano a cui spetta la seconda fase della beatificazione.

9 marzo 2004 - ROMANO GATTONI, LOMBARD E IL "SISTEMA SINDONA"
"Il Manifesto"
ROMANO GATTONI
Lombard e il "sistema Sindona"
GALAPAGOS
La prima volta che Guido Carli incontrò Romano Gattoni per il governatore di Bankitalia fu un piccolo shock: quel funzionario del servizio tecnologico, assieme a un altro dipendente, aveva ai piedi un paio di zoccoli bianchi, tipo quelli che abitualmente calzano i medici e gli infermieri negli ospedale. Certo, l'estate era caldo, ma quel particolare a Carli rimase impresso negli anni. A volte lo ricordava, ma su Romano cambiò presto idea: scoprì che quel giovane "barbuto" (che intanto era diventato rappresentante sindacale e aveva spesso occasione di incontrare il governatore di Bankitalia) era un fine intellettuale (a Carli piacevano molto) che si interessava non solo di economia e finanza, ma anche di architettura (la sua prima laurea), musica, letteratura. Ma anche una passione per lo sport. Anzi il calcio. Romano era un fine intellettuale, pacato e forbito, niente affatto estremista anche se Andreini, mitico ex segretario della Cgil di Bankitalia, lo chiamava "il cinese" non per gli occhi a mandorla, ma per il suo estremismo politico.
Poi Romano passò al servizio "sconti e anticipazioni" della banca centrale, mentre Carli passò il testimone a Paolo Baffi, altro governatore con il quale Romano ebbe un ottimo rapporto, consolidatosi dopo l'arresto nel `79 di Sarcinelli e il ritiro del passaporto al governatore con accuse deliranti. Erano anni difficili per l'Italia: gli anni del crack Sindona e poi di quello Calvi; gli anni di piombo e quelli della P2, cioè dell'intreccio tra politica e affari. Gli anni dell'omicidio Ambrosoli e quello di Boris Giuliano. All'inizio del 1980 in Italia fece scalpore un libro edito da Feltrinelli dal titolo "I soldi truccati: il sistema Sindona". Fu un successo editoriale clamoroso: oltre 50 mila copie solo nella prima edizione. Quel libro anticipava tutto quello che la commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Sindona avrebbe rivelato nei mesi e negli anni successivi. Il libro era firmato con uno pseudonimo: Lombard. "Lombard è un alto esponente del mondo bancario e della finanza" era scritto nella prefazione del libro. In realtà Lombard era Romano Gattoni. Era, perché alcuni giorni fa è morto.
"Sembra una riunione della carboneria", mi disse ai primi di aprile del 1981 quando andai a intervistarlo sugli svolgimenti delle indagini Sindona e in particolare sulle rivelazioni della lista dalla lista dei 500 che stava facendo l'ex braccio destro del finanziere siciliano. Il richiamo alla carboneria era tutto nella stranezza di Galapagos che intervistava Lombard: un colloquio tra pseudonimi.
Il suo, Romano l'aveva mutuato dall'autore di una famosa rubrica del Financial times. Lo pseudonimo apparve moltissime volte su Lotta continua. Più raramente sulle pagine del manifesto per il quale Romano preferiva la forma delle interviste. O più spesso con chiacchierate attraverso le quali cercavamo di decifrare gli avvenimenti e le notizie. Quando Lombard scrisse "I soldi truccati" non lavorava ancora nel servizio vigilanza della banca al quale poi dedicò gli ultimi anni della sua attività lavorativa. Lo pseudonimo fu però una necessità: non voleva coinvolgere con il suo nome via Nazionale. E scrisse quel libro proprio perché non coinvolgeva il suo lavoro.
Nei successivi anni `80 e `90 di libri ne avrebbe potuti scrivere tanti altri. La sua attività di vigilanza, infatti, lo portò a importanti ispezioni presso grandi banche. Di più: negli ultimi anni fu chiamato spesso dai tribunali per svolgere perizie presso le banche. Ma del suo lavoro diretto Romano non amava parlare. Quando lo raggiungevo telefonicamente in qualche città che non era Roma dove stava lavorando e gli chiedevo di cosa si stesse occupando mi rispondeva immancabilmente: "scoprilo".
Romano da alcuni anni era tornato a Napoli. Aveva lasciato la Banca d'Italia e non lavorava più. E' morto a 65 anni. Un abbraccio da il manifesto a Mara, Ninno e Francesca.

15 marzo 2004 - CALO', MAI ACCUSATO RIINA OMICIDI ECCELLENTI E STRAGI
ANSA:
MAFIA: CALO', MAI ACCUSATO RIINA OMICIDI ECCELLENTI E STRAGI
DOMANI PRIMA UDIENZA PRELIMINARE MORTE ROBERTO CALVI
"Io non ho mai accusato Riina, nel confronto con Salvatore Cangemi, di qualsivoglia responsabilita' di omicidio, sia eccellente o meno, sia delle stragi". La precisazione, autorizzata dai giudici di sorveglianza, giunge da Giuseppe (Pippo) Calo', detenuto nel supercarere di Marino del Tronto, e protagonista, lo scorso gennaio, di un animato confronto in videocollegamento con Cangemi, nel processo di appello per la strage di Capaci, innanzi la Corte di Assise di Appello di Catania.
Secondo Calo', la stampa avrebbe travisato il contenuto del confronto, riportando affermazioni non corrispondenti alla realta', tanto da ottenere il permesso di far pervenire una lettera di rettifica. "Quando ho detto nel confronto - scrive oggi l' ex capo mandamento di Porta Nuova - se c' era qualcuno che mi mandava a dire in carcere se ero d' accordo di uccidere il dott. Falcone, gli avrei risposto: 'chi ha deciso questo dovete portarlo in manicomio o ucciderlo'. Ma chi l' ha stabilito che io mi riferivo a Riina? E' sicuro che e' stato Riina a volere la morte del dott. Falcone? Perche' lo dicono i collaboratori?".
Calo' ha chiesto al presidente del collegio giudicante di fare una dichiarazione spontanea su quanto pubblicato dalla stampa "e cioe' che io davo la responsabilita' a Riina degli omicidi eccellenti che avevo elencato nel confronto e della strage del dott. Falcone. Mentre io - sottolinea - non ho dato nessuna responsabilita'. Ed e' stato lo stesso presidente a consigliargli di chiedere una rettifica".
Inoltre, "per quanto riguarda l' accusa che mi ha rivolto Cangemi sull' uccisione dei figli di Buscetta, il giornalista ha scritto che non ho dato risposta a questa accusa. Ma faccio presente che Cangemi non lo aveva mai detto prima di quel giorno. E poi per la scomparsa dei figli di Buscetta sono stato processato nel primo maxi processato e sono stato assolto con sentenza passata in giudicato".
Calo' figura come primo imputato anche nella prima udienza preliminare, in programma per domani al Tribunale di Roma, per il processo per la morte del banchiere Roberto Calvi. L' ex capo mandamento, assistito dagli avv. Gionni e Olivieri, seguira' l' udienza in videoconferenza. Gli altri imputati sono Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi, Manuela Kleiszig. Secondo l' accusa avrebbero agito in concorso tra loro e con persone ancora da identificare per cagionare la morte di Guido Calvi, trovato impiccato nel giugno 1982, sotto il Blackfriars Bridge a Londra per punirlo di essersi impadronito di ingenti quantita' di denaro appartenenti a Cosa Nostra. Quella di domani sara' la prima di quattro udienze gia' fissate fino alla fine di aprile, al termine delle quali il giudice decidera' se rinviare a giudizio gli imputati.

16 marzo 2004 - CALVI: PRIMA UDIENZA GUP, DEPOSITATI NUOVI ATTI
ANSA:
CALVI: PRIMA UDIENZA GUP, DEPOSITATI NUOVI ATTI
E' cominciata oggi con il deposito di 11 scatoloni e sette faldoni di nuovi atti, l' udienza preliminare per l' omicidio del banchiere, Roberto Calvi, in cui sono imputati Flavio Carboni, presente in aula, Ernesto Diotallevi, Manuela Kleinzig e Pippo Calo' collegato in videoconferenza dal carcere di Ascoli.
Davanti al giudice Orlando Villone, i Pm Maria Monteleone e Luca Tescaroli hanno fatto scaricare due carrelli di documenti tra i quali c'e' materiale sequestrato nella cantina di Emilio Pellicani, un collaboratore di Carboni, e le dichiarazioni di alcuni pentiti provenienti anche da altri processi. Sono state anche depositate questa mattina le dichiarazioni di Odette Morris, arrestata a Londra nei mesi scorsi. L' udienza e' stata rinviata al 22 aprile prossimo.
Tra i documenti depositati dai pubblici ministeri ci sono anche le trascrizioni di alcune intercettazioni telefoniche e ambientali realizzate negli anni scorsi. Per qualcuna di queste, visto che si tratta di conversazioni in tedesco, sara' necessario che un perito le traduca in italiano.
I difensori di Flavio Carboni, avv. Renato Borzone e Anselmo De Cataldo, e di Manuela Kleinzig, Ersilia Barracca, hanno chiesto di prendere visione del nuovo materiale depositato.

CALVI: DOPO 22 ANNI LA PRIMA UDIENZA PRELIMINARE/ ANSA
A distanza di 22 anni dalla morte, si e' aperta questa mattina l' udienza preliminare per l' omicidio di Roberto Calvi, avvenuto nel giugno 1982, quando il banchiere fu trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra.
Questa prima udienza si e' chiusa con un rinvio (al 22 aprile) ed e' stata l' occasione perche' i pubblici ministeri - Maria Monteleone e Luca Tescaroli - depositassero otto scatoloni e undici fascicoli di nuova documentazione da mettere agli atti. Documenti che vanno ad aggiungersi alle centinaia di faldoni occorsi per istruire il procedimento.
Le difese dei quattro imputati - il cassiere della mafia Pippo Calo', Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig e l' imprenditore Ernesto Diotallevi, accusati di omicidio - hanno chiesto un congruo periodo di tempo per visionare la documentazione. Si tratta in gran parte di dichiarazioni di pentiti rilasciate nel corso di altri procedimenti giudiziari, trascrizioni di intercettazioni ambientali e telefoniche (alcune sono in tedesco e dovranno essere tradotte) nonche' delle dichiarazioni di Odette Morris, parente di Flavio Carboni, teste fondamentale nella vicenda. Fu lei a sostenere che il giorno della morte di Calvi, il 18 giugno 1982, Carboni era con lei in gita fuori Londra. La donna, nell' ambito di un piu' stretto rapporto tra le autorita' inglesi e quelle italiane, fu arrestata nei mesi scorsi dalla polizia inglese con l' accusa di falsa testimonianza e favoreggiamento. L' accusa si riferisce proprio alle dichiarazioni che scagionarono Carboni e che oggi sono ritenute false.
In aula, leggermente ingrassato, e' giunto Carboni, con i suoi difensori Renato Borzone e Anselmo De Cataldo; in videoconferenza dal carcere di Ascoli era collegato Pippo Calo', in compagnia di uno dei suoi avvocati, Mauro Gionni. Assenti gli altri imputati, rappresentati dai rispettivi avvocati difensori. All' esterno dell' aula del Gip Orlando Villoni, attendeva uno dei collaboratori di Carboni, Emilio Pellicani, nella cui cantina e' stato sequestrato materiale e documenti, portato in aula insieme con gli altri atti.
Per l' accusa i quattro avrebbero agito in concorso tra loro e con persone ancora da identificare per cagionare la morte di Guido Calvi per punirlo di essersi impadronito di ingenti quantita' di denaro appartenenti a Cosa Nostra.

23 marzo 2004 - CASO CALVI: GIUFFRE'
"La Repubblica"
le nuove rivelazioni dei pentiti Nino Giuffrè e Angelo Siino Agli atti dell´inchiesta sull´omicidio del banchiere Il buco nero dei soldi dei boss "Dopo Calvi il gruppo Ferruzzi" "Ulteriori canali utilizzati furono quelli dell´industriale del tondino Oliviero Tognoli e dell´ingegnere Giovanni Bini della Calcestruzzi Calvi era diventato inaffidabile per la mafia e per gli sponsor politici" "Nella seconda metà degli anni Ottanta il riciclaggio di denaro imboccò la strada della Svizzera Falcone l´aveva intuito, per questo fu preparato l´attentato all´Addaura quando c´era il giudice Del Ponte"
FRANCESCO VIVIANO
Dopo la morte di Michele Sindona e di Roberto Calvi, Cosa nostra cambiò cavallo e per investire e riciclare le ingenti somme di denaro provenienti dal traffico di stupefacenti, dalle estorsioni, dalle tangenti degli appalti pilotati, si rivolse alle banche svizzere e a personaggi che a quell´epoca erano al di sopra di ogni sospetto: l´ingegnere Giovanni Bini, che rappresentava il gruppo Ferruzzi in Sicilia, e l´industriale del tondino di ferro, Oliviero Tognoli. Due personaggi poi finiti in galera, processati e anche condannati per i loro rapporti con Cosa nostra.
A rivelarlo è stato nei giorni scorsi l´ultimo pentito di mafia, l´ex capomafia di Caccamo, Antonino Giuffrè, le cui dichiarazioni sono state depositate agli atti del procedimento per l´omicidio del banchiere Roberto Calvi condotto dai sostituti procuratori di Roma, Anna Maria Monteleone e Luca Tescaroli. Un verbale che ricostruisce un pezzo di storia di Cosa nostra, quello che va dagli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta, dove Giuffrè racconta i rapporti non solo economici di Cosa nostra con ambienti finanziari ma anche quelli con la massoneria e con i faccendieri Flavio Carboni (imputato con Pippo Calò e altri nel processo Calvi, ndr) e Francesco Pazienza i cui nomi ricorrono ancora nelle cronache di questi ultimi anni.
Giuffrè rivela che Roberto Calvi era stato "sponsorizzato" dal banchiere Michele Sindona (morto poi in carcere in circostanze ancora non chiare) legato alla mafia, a Cosa nostra, a Stefano Bontate e agli "americani": "Sindona aveva rapporti anche con la massoneria e lo Ior (la banca del Vaticano, ndr) e in particolare con il cardinale americano che la dirigeva, monsignor Marcinkus".
L´ex braccio destro di Bernardo Provenzano ricorda di avere appreso queste notizie da Pippo Calò, da Michele Greco e dal defunto fratello Salvatore, dal suo ex capo Francesco Intile e da altri uomini d´onore di Termini e Caccamo, Lorenzo Di Gesù e Giuseppe Gaeta.
Giuffrè racconta ancora che "il trampolino di lancio di Calvi fu il Banco Ambrosiano, che noi all´origine scherzosamente definivamo una "bancarella". Poi, Calvi e altre persone hanno contribuito a fare decollare economicamente questo banco, garantendogli una buona espansione anche grazie ad appoggi del mondo politico. Mentre Sindona si brucia, Calvi "decolla". Preciso che nel Banco Ambrosiano c´è stata un´immissione di denaro e di capitali che ha contribuito a fargli acquisire importanza, e in questo entra Cosa nostra che investe in questa banca i suoi capitali. Mi sembra di ricordare che il Banco Ambrosiano aprì anche agenzie all´estero. Per ottenere tutto questo è stata necessaria anche una buona copertura politica". E a questo proposito Giuffrè ricorda che i "protettori" politici di Calvi erano stati Giulio Andreotti e Bettino Craxi e che la Dc e il Psi avrebbero ricevuto finanziamenti da parte del Banco Ambrosiano.
Il pentito ha sostenuto che con la morte di Roberto Calvi si era chiusa una pagina importante di quel periodo e dice di non sapere chi abbia preso poi il posto del banchiere. Anche se, precisa Giuffrè, nella seconda metà degli anni Ottanta "Cosa nostra troverà un´altra strada per riciclare il denaro: la Svizzera". E a questo proposito Giuffrè ricorda che il giudice Falcone aveva individuato questo canale e per questa ragione fu messo in atto l´attentato, fallito, alla villa di Falcone all´Addaura, dove quel giorno si trovava anche il giudice svizzero Carla del Ponte. L´ex boss di Caccamo afferma poi di avere conosciuto gli ingegneri Oliviero Tognoli e Giovanni Bini del gruppo Ferruzzi: "Si tratta di ulteriori canali utilizzati per il riciclaggio dopo l´omicidio di Calvi".
Altre notizie sul ruolo di Calvi nel riciclaggio di denaro di Cosa nostra Giuffrè dice di averle apprese da Michele e Salvatore Greco. "Ricordo perfettamente che, essendo Michele Greco fino al 1982 responsabile provinciale e regionale di Cosa nostra, le notizie relative alla Chiesa e alla massoneria le ho apprese da lui e dal fratello Salvatore Greco. In quel periodo io ero ancora agli esordi perché ero stato "combinato" nel 1980, ma successivamente, con il passare del tempo, ho preso cognizione delle cose importanti, e in particolare che c´erano legami stretti tra la massoneria, Cosa nostra, la politica e la banca vaticana. Esisteva un consistente legame economico con la Chiesa. In questo modo cominciai a capire il contesto dei rapporti tra Cosa nostra e queste entità e Salvatore Greco e Stefano Bontate".
"Per quanto riguarda le motivazioni per le quali si è deciso di uccidere Calvi - continua Giuffrè - preciso che le stesse si rinvengono nella cattiva gestione dei capitali di Cosa nostra e nella sua divenuta inaffidabilità per ambienti diversi da Cosa nostra e coloro che hanno appoggiato l´ascesa di Calvi hanno avuto paura e si sono rivolti a Cosa nostra per eliminarlo. Le persone che lo avevano sostenuto fanno un passo indietro e molti cominciano a temere che potesse diventare pericoloso soprattutto se avesse cominciato a parlare. A quel punto intervenne Cosa nostra che, avuto sentore o consapevolezza dei timori di tutti, cominciò ad organizzare l´eliminazione fisica di Calvi e a risolvere il problema comune a tutti".
Secondo Giuffrè, quando Calvi era quasi "bruciato" per il crac del Banco Ambrosiano, si avvicinarono a lui "i soliti amici" che si proposero per salvarlo; e tra questi "amici" Giuffrè cita Pippo Calò, Lorenzo Di Gesù, Flavio Carboni, Ernesto Dioatallevi (imputato anche lui nel processo Calvi), Danilo Abbruciati e Domenico Balducci che facevano parte della banda della Magliana di Roma. Furono questi personaggi, secondo Giuffrè, che presero la situazione in mano proponendosi a Calvi come la soluzione a ogni suo problema: "Invece lo hanno portato alla morte". E sarebbe stato Pippo Calò a decidere la morte del banchiere, trovato impiccato nel giugno del 1982 sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Organizzatori del delitto, Carboni e Di Gesù.

LA TESTIMONIANZA
L´ex ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra incontrò il presidente dell´Ambrosiano
Siino conferma il movente "Aveva rubato i denari di tutti"
ALESSANDRA ZINITI
Calvi, Gelli, Carboni, ville in Sardegna, macchine di lusso, massoneria, maxirapine. E, naturalmente, soldi, soldi di Cosa nostra affidati nelle mani del jet set dell´alta finanza italiana. Anche Angelo Siino, l´ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra ormai da anni collaboratore di giustizia, dà il suo contributo all´inchiesta sull´omicidio del banchiere Roberto Calvi. E conferma il movente già indicato dagli altri pentiti e fatto proprio dagli investigatori: e cioè che Calvi fu ucciso per aver cercato di far sparire centinaia di miliardi di Cosa nostra.
Interrogato il 18 febbraio scorso dal sostituto procuratore di Roma Luca Tescaroli, Angelo Siino racconta: " Nel 1982, subito dopo la morte di Calvi, quando si accese l´interesse dei media, mi trovavo a Sigonella, nella mia proprietà, insieme con Nitto Santapaola. Commentando il fatto, quest´ultimo disse che non si trattava di un suicidio e fece espresso riferimento al fatto che Calvi era stato ucciso perché "s´avia fottuto i soldi di tutti". Ricordo anche che mi disse che "ci tiraru o´coddo" (gli tirarono il collo) e che si era impadronito dei soldi non solo di Cosa nostra ma anche di altri. Fece menzione dei marsigliesi e dei sudamericani".
Conferma di questa versione dei fatti, nove anni dopo, nel 1991, Siino ebbe dal boss di Caltanissetta Piddu Madonia. "Madonia - ha raccontato il pentito al pm Tescaroli - mi disse che Calvi era stato ucciso perché si era impadronito di un sacco di soldi di Cosa nostra e di altre organizzazioni criminali. La causa scatenante era stata, però, la paura che egli potesse parlare e rivelare quanto a sua conoscenza riguardo ai depositi confluiti nel Banco Ambrosiano".
Notizie quelle ricevute dai boss della Cupola che Siino incrociò con il suo casuale incontro con Roberto Calvi avvenuto nel 1980 in una chiesa sconsacrata di Santa Margherita Ligure. Siino ricostruisce così l´incontro con il banchiere. "Mi ero recato a Santa Margherita Ligure assieme a Giacomino Vitale per partecipare a una riunione della loggia massonica Camea alla quale appartenevo. Entrato nella sede della loggia, che si trovava in una chiesa sconsacrata, mi recai immediatamente a salutare Aldo Vitale, amico di Gelli e gran maestro della loggia Camea. Quando entrai nell´ufficio era presente un personaggio che io non conoscevo. Nell´occasione, Aldo Vitale, generalmente espansivo nei miei confronti, si scusò dicendomi di attendere alcuni secondi perché era impegnato. Incuriosito, domandai a Giacomino Vitale chi fosse quella persona ed egli mi rispose che era un pezzo grosso, un banchiere milanese che teneva i soldi di tutti".
Ai pm romani Siino racconta anche alcune curiosità, come la villa di Porto Rotondo, vicino a quella di Marta Marzotto, che il faccendiere Flavio Carboni metteva a disposizione di Pippo Calò per le vacanze estive. O come la Mercedes SL 500 datagli in uso da Giuseppe Moccia, la stessa prima utilizzata da Falvio Carboni e sulla quale, tempo prima, aveva perso la vita la figlia di Licio Gelli.

31 marzo 2004 - CARLO CALVI, SPERO CHE EMERGA TUTTA LA VERITA'
ANSA:
CALVI: CARLO CALVI, SPERO CHE EMERGA TUTTA LA VERITA'
ASSASSINIO E' STATO SIMBOLICO, DICE FIGLIO ALLA BBC
"Spero che (dal processo) emerga tutta la verita', ma non credo che ci stiamo avvicinando alla fine. Nessuno dei misteri dell'Italia degli anni Sessanta e Settanta e' stato risolto: perche' il nostro caso dovrebbe essere diverso?". E' quanto ha dichiarato oggi alla BBC online Carlo Calvi, il figlio del banchiere scomparso 22 anni fa Roberto Calvi.
Il figlio di Calvi non cerca vendetta. In vista dell'inizio del processo, il 50/enne ha affermato che, "come la maggior parte delle famiglie delle vittime, voglio che (dal processo) esca qualcosa di buono".
"Io non provo rancore contro gli assassini, non ho un bisogno personale che qualcuno sia condannato o mandato in prigione". E poi: "Sarebbe bene se confessassero, ma io non ho l'obiettivo di vedere che qualcuno venga punito per questo crimine. Io voglio che la gente impari qualcosa da questo processo".
Riferendosi al padre, Carlo Calvi ha poi affermato che "c'era un elemento massonico nella sua morte e ritengo che il modo in cui e' stato ucciso era simbolico". Gli assassini, ha infatti aggiunto, hanno inviato "un messaggio uccidendolo in pubblico, nel cuore della City. C'era di sicuro qualcosa di teatrale e chiaramente il messaggio valeva il rischio".

2 maggio 2004 - CALVI: CORONER LONDRA DERUBATO A ROMA, UN FERMATO
ANSA:
CALVI: CORONER LONDRA DERUBATO A ROMA, UN FERMATO
Una persona e' stata fermata venerdi' sera dalla Dia di Roma, nell'ambito delle indagini condotte su due furti subiti nella capitale dal Coroner della City di Londra Paul Bernard Metthew.
E' molto probabile che i due furti siano in relazione alle indagini sull'omicidio di Roberto Calvi, avvenuto nel 1982, che la polizia di Londra sta compiendo insieme con la procura di Roma nell'inchiesta di cui sono titolari Luca Tescaroli e Maria Monteleone.
Il Coroner di Londra (una delle massime autorita' di polizia della capitale inglese) e' stato derubato una prima volta di un personal computer nel quale, tra l' altro, erano contenuti file inerenti alle indagini sulla morte del banchiere, e una seconda volta della borsa contenente, anche questa, documenti sull'inchiesta.
I due furti sono avvenuti rispettivamente nel corso delle due visite che ha fatto a Roma, il 19 e il 24 aprile scorsi. Entrambi i furti sarebbero avvenuti nell' hotel Habitat dove alloggiava.
Le indagini della Dia di Roma sono risalite a uno studente di ingegneria attraverso il quale si sarebbe poi individuata la persona fermata venerdi' scorso. L' accusa nei confronti di quest' ultima e' di ricettazione.
Di recente e' ripresa una intensa collaborazione tra le autorita' inquirenti italiane e quelle inglesi in merito all' omicidio di Roberto Calvi, che ha portato a importanti risultati. Pochi mesi fa, nel dicembre 2003, la City of London Police arresto' Odette Morris, parente di Flavio Carboni.
Numerosi sono stati negli ultimi mesi gli scambi di visite e di atti e documenti tra le autorita' italiane e inglesi.
Un procedimento giudiziario, nell' ambito dell' inchiesta sull' uccisione di Calvi, e' in corso da pochi mesi davanti al gup di Roma. I pm della procura di Roma Luca Pescaroli e Maria Monteleone hanno chiesto il rinvio a giudizio di quattro persone: Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig, l'imprenditore Ernesto Diotallevi e il cassiere della mafia Pippo Calo'.
Roberto Calvi fu trovato impiccato nel 1982 sotto il Ponte dei Frati Neri. Le indagini condotte dalla procura di Roma e dalla Dia della capitale, diretta dal col. Vittorio Tomasone, hanno, pero', accertato che il banchiere sarebbe stato ucciso altrove e successivamente trasportato in barca fino al ponte dove fu inscenato il suicidio.

CALVI: DOPO 22 ANNI ANCORA MISTERI CON DUE FURTI A ROMA
RUBATI COMPUTER E BORSA A CORONER DI LONDRA, ARRESTATO STRANIERO
(di Francesco De Filippo)
A distanza di 22 anni dalla morte nella vicenda di Roberto Calvi ancora si addensano i misteri. Non quelli dell' epoca ma di nuovi, a testimonianza di una storia che ancora scotta. Ma questa volta la risposta delle autorita' investigative ed inquirenti e' stata immediata.
Venerdi' scorso, ma la notizia si e' appresa soltanto oggi, la Dia di Roma, comandata dal colonnello Vittorio Tomasone, ha fermato con l' accusa di ricettazione uno straniero, sulla cui nazionalita' e identita' gli investigatori mantengono il piu' stretto riserbo. Sarebbe il responsabile di due furti compiuti, a Roma, con grande abilita' ed anche con una certa sfrontatezza ai danni del Coroner della City di Londra, Paul Bernard Matthew. A lui gli uomini della Dia sono risaliti attraverso uno studente di ingegneria, prima tappa nelle indagini.
Nelle sue due ultime visite a Roma Matthew, che alloggiava in un albergo, e' stato derubato del personal computer il 19 aprile scorso e di una borsa la settimana successiva, il 24. Sia l' apparecchiatura sia la borsa contenevano, ovviamente, documenti riservati sull'inchiesta in corso.
Le autorita' inglesi da tempo hanno ripreso una intensa collaborazione con gli omologhi italiani nell' ambito dell' inchiesta sul banchiere trovato morto impiccato nel giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri. Forse l'attivita' della magistratura e della Dia italiane ha convinto le autorita' inglesi che sul caso Calvi si stava aprendo una schiarita. Cosi' quel primo sbrigativo verdetto di suicidio emesso a Londra un anno dopo la morte, nel 1983, si e' trasformato nel corso degli anni in una sentenza di 'open virdict': sostanzialmente non si indicava la causa della morte, omicidio o suicidio. Nei mesi scorsi c'e' stato un passo ulteriore: riapertura delle indagini, incontri con i pm romani e una terza sentenza: 'unlowful killing', omicidio.
Una prima scossa si e' tradotta nell' arresto nel dicembre scorso di Odette Morris, parente di Flavio Carboni (uno degli accusati di omicidio del banchiere), al quale forni' un fondamentale alibi. L'accusa nei suoi confronti e' di favoreggiamento e falsa testimonianza e si riferiscono proprio alle dichiarazioni che servirono a scagionare Carboni all' epoca.
In Italia sono due le inchieste aperte sul caso, entrambe coordinate dai pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone e svolte dalla Dia romana. La prima inchiesta e' in sede di Gup (si e' svolta una prima udienza) al quale i pubblici ministeri hanno chiesto il rinvio a giudizio di quattro persone, l'ex cassiere della mafia Pippo Calo', Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig e l' imprenditore Ernesto Diotallevi, accusati di omicidio. Per l' accusa i quattro avrebbero agito in concorso tra loro e con persone ancora da identificare per cagionare la morte di Roberto Calvi allo scopo di punirlo di essersi impadronito di ingenti quantita' di denaro appartenenti a Cosa Nostra.
Coperta da un impenetrabile segreto e' invece l'inchiesta stralcio sul caso. Nel fascicolo sarebbero stati iscritti i nomi di una decina di persone tra le quali anche l'ex Venerabile della P2, Licio Gelli.

3 maggio 2004 - CASO CALVI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Vittima del doppio furto il coroner Matthew, a Roma per incontrarsi con i pubblici ministeri
Nuovo giallo nel caso Calvi: rubati un pc e una borsa
Ventidue anni dopo la morte del banchiere a Londra, il computer sparisce dalla stanza di un hotel all'Ostiense: indagini della Dia, arrestato un algerino
Un nuovo mistero nell'inchiesta sulla morte di Roberto Calvi, il banchiere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, nel giugno dell'82. Due furti sono stati commessi nell'ultimo mese a Roma ai danni dal coroner della City di Londra Paul Bernard Matthew che, in Gran Bretagna, indaga sulla fine dell'ex presidente dell'Ambrosiano. I ladri si sono impossessati di un computer e di un borsone con documenti legati all'istruttoria. Il coroner (una figura con funzioni giudiziarie e di medico legale) era nella Capitale per il suo corso di Diritto inglese alla Terza università e per incontrare i pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone, che hanno concluso l'inchiesta italiana sula fine di Calvi con quattro richieste di rinvio a giudizio ma che hanno ancora un filone aperto. Il furto del portatile risale al 19 aprile: Matthew è ospite dell'hotel Abitart, all'Ostiense. Alle 20.32, come accerteranno gli investigatori della Dia, diretta dal colonnello Vittorio Tomasone, qualcuno entra in camera con il badge elettronico, afferra la borsa con il computer e fugge senza toccare nulla. Dopo cinque giorni, sabato 24, il coroner è a Termini, in attesa del treno per l'aeroporto di Fiumicino: qualcuno gli sfila un borsone zeppo di appunti e documenti.
Il computer di Matthew utilizzava come modem una scheda telefonica Gprs: intercettandola, il 25 aprile la Dia individua uno studente vicino alla laurea in Ingegneria. "Ho comprato la scheda da un conoscente - spiega -, ma ora non ce l'ho più". Il venditore è O.B., 32 anni, algerino: in casa, al Tuscolano, gli agenti gli trovano una borsa da computer. Interrogato, lo straniero non apre bocca e viene fermato per ricettazione con l'aggravante di aver favorito organizzazioni mafiose.
Dove sia finita la scheda resta un mistero fino a ieri, quando viene sequestrata a un terzo giovane. Questi è accusato di ricettazione, come lo studente, ma i due sembrano estranei al furto. Per O.B., invece, la Procura, oltre alla convalida del fermo, ha chiesto la custodia cautelare in carcere.
Lavinia Di Gianvito

"Il Corriere della sera"
Vittima del doppio furto il coroner Matthew, a Roma per incontrarsi con i pubblici ministeri
Nuovo giallo nel caso Calvi: rubati un pc e una borsa
Ventidue anni dopo la morte del banchiere a Londra, il computer sparisce dalla stanza di un hotel all'Ostiense: indagini della Dia, arrestato un algerino
Un nuovo mistero nell'inchiesta sulla morte di Roberto Calvi, il banchiere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, nel giugno dell'82. Due furti sono stati commessi nell'ultimo mese a Roma ai danni dal coroner della City di Londra Paul Bernard Matthew che, in Gran Bretagna, indaga sulla fine dell'ex presidente dell'Ambrosiano. I ladri si sono impossessati di un computer e di un borsone con documenti legati all'istruttoria. Il coroner (una figura con funzioni giudiziarie e di medico legale) era nella Capitale per il suo corso di Diritto inglese alla Terza università e per incontrare i pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone, che hanno concluso l'inchiesta italiana sula fine di Calvi con quattro richieste di rinvio a giudizio ma che hanno ancora un filone aperto. Il furto del portatile risale al 19 aprile: Matthew è ospite dell'hotel Abitart, all'Ostiense. Alle 20.32, come accerteranno gli investigatori della Dia, diretta dal colonnello Vittorio Tomasone, qualcuno entra in camera con il badge elettronico, afferra la borsa con il computer e fugge senza toccare nulla. Dopo cinque giorni, sabato 24, il coroner è a Termini, in attesa del treno per l'aeroporto di Fiumicino: qualcuno gli sfila un borsone zeppo di appunti e documenti.
Il computer di Matthew utilizzava come modem una scheda telefonica Gprs: intercettandola, il 25 aprile la Dia individua uno studente vicino alla laurea in Ingegneria. "Ho comprato la scheda da un conoscente - spiega -, ma ora non ce l'ho più". Il venditore è O.B., 32 anni, algerino: in casa, al Tuscolano, gli agenti gli trovano una borsa da computer. Interrogato, lo straniero non apre bocca e viene fermato per ricettazione con l'aggravante di aver favorito organizzazioni mafiose.
Dove sia finita la scheda resta un mistero fino a ieri, quando viene sequestrata a un terzo giovane. Questi è accusato di ricettazione, come lo studente, ma i due sembrano estranei al furto. Per O.B., invece, la Procura, oltre alla convalida del fermo, ha chiesto la custodia cautelare in carcere.
Lavinia Di Gianvito

"La Stampa"
SOTTRATTA AL CAPO DEGLI INVESTIGATORI INGLESI NEL VIAGGIO IN ITALIA
Calvi, il mistero di un'altra borsa
In manette a Roma il ricettatore dei documenti rubati
Giacomo Galeazzi
ROMA
Caso Calvi: in manette il ricettatore dei documenti top secret rubati a Roma. Dopo i due misteriosi furti subiti una decina di giorni fa dal Coroner londinese, Paul Bernard Metthew (una delle massime autorità di polizia inglesi), la Direzione investigativa antimafia ha fermato uno straniero, nell'ambito dell'inchiesta sulla morte del presidente del Banco Ambrosiano. Nell'albergo romano dove era ospite, l'hotel Habitat, il super-poliziotto di Londra era stato derubato, il 19 aprile, di un personal computer in cui erano custoditi "file" riservati sulla morte del banchiere, e, il 24 aprile, di una borsa che conteneva materiale cartaceo sull'inchiesta.
La tragica vicenda di Roberto Calvi era ritornata alla ribalta nel dicembre scorso, quando, grazie alla collaborazione tra gli inquirenti italiani e britannici, si era arrivati all'arresto, da parte della polizia londinese, di Odette Morris, parente del faccendiere Flavio Carboni. Da qualche mese sulla morte del banchiere, trovato impiccato nel 1982 sotto il ponte dei Frati Neri nel centro di Londra, è stato aperto un procedimento giudiziario davanti al giudice dell'udienza preliminare (gup) di Roma. La procura della capitale ha richiesto il rinvio a giudizio per quattro persone: Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig, l'imprenditore Ernesto Diotallevi e il cassiere di Cosa Nostra, Pippo Calò, in carcere da diciannove anni, due ergastoli definitivi sulle spalle.
Riguardo ai documenti rubati, le indagini della Dia sono risalite a uno studente di Ingegneria tramite il quale si sarebbe poi individuata la persona fermata venerdì con l'accusa di ricettazione. È molto probabile che i due furti siano collegati alle indagini sull'omicidio di Calvi che la polizia di Londra sta compiendo insieme con la procura romana nell'inchiesta di cui sono titolari Luca Tescaroli e Maria Monteleone. Finora è stato accertato che il banchiere sarebbe stato ucciso altrove e successivamente trasportato in barca fino al ponte dove fu inscenato il suicidio. Sette mesi fa, a 21 anni dalla morte, è stata la polizia inglese a riaccendere i riflettori sulla complessa vicenda. Un'iniziativa che seguiva la decisione presa poco prima dalla magistratura italiana di portare avanti le accuse contro quattro personaggi coinvolti.
Dopo gli sviluppi delle inchieste in Italia, al detective sovrintendente di Scotland Yard, Trevor Smith, fu chiesto di ricostruire l'accaduto. Per la polizia londinese "le circostanze sono attualmente oggetto d'inchiesta". Alle indagini ha contribuito Carlo, il figlio del banchiere, residente in Canada, che ha fatto anche riferimento al meccanismo di triangolazione chiamato "conto deposito". Un sistema che consentiva al Banco Ambrosiano di Nassau di finanziare lo Ior (la banca vaticana guidata allora dall'arcivescovo Marcinkus) tramite la panamense United Trading Company, con conto presso l'istituto del Gottardo di Lugano.
Roberto Calvi si trovava in Inghilterra nello stesso periodo in cui era protagonista del crac della sua banca. Nella vicenda venne coinvolto anche un ex padrino di Cosa nostra, Francesco Di Carlo, poi divenuto collaboratore di giustizia: era latitante a Londra nei giorni in cui fu ucciso il banchiere. Era stata anche avanzata l'ipotesi che fosse stato proprio Di Carlo ad attirare Calvi in un tranello, per strangolarlo e simulare il suicidio.
"Poco prima della morte di Calvi fui cercato con insistenza da Pippo Calò - ha raccontato Di Carlo - alcuni giorni dopo la scoperta del cadavere impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, e io chiesi perché mi cercavano. Bernardo Brusca e Calò mi risposero che ormai tutto era stato "sistemato" ma non mi dissero che cosa era stato "sistemato"". Pippo Calò in quegli anni si era trasferito da Palermo a Roma dove si faceva chiamare Marco Favarolo: a lui facevano capo i corleonesi di Riina e Provenzano. Per questo Maria Monteleone e Luca Tescaroli, titolari dell'inchiesta sulla morte del banchiere, hanno ascoltato più volte Francesco Marino Mannoia, il pentito che, per primo, ha suggerito agli inquirenti la pista mafiosa nel caso Calvi.

Il finto suicidio
Il 18 giugno 1982 a Londra, sotto il Blackfriars Bridge, il ponte dei Frati Neri, viene trovato impiccato il banchiere italiano Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano di Milano. È l'epilogo di una travagliata avventura finanziaria che porterà alla liquidazione dell'istituto bancario poi risorto con nuovo nome. Calvi risultava iscritto alla loggia massonica P2. I dubbi sul possibile suicidio durano poco, la tesi prevalente è quella dell'omicidio
La donna del faccendiere
Il caso Calvi era ritornato alla ribalta nel dicembre scorso, quando, grazie alla collaborazione tra gli inquirenti italiani e britannici, si era giunti all'arresto, da parte della polizia di Londra, di Odette Morris, 42 anni, parente del faccendiere Flavio Carboni. La donna era il teste chiave che aveva fornito un alibi a Carboni. Rilasciata su cauzione, è agli arresti domiciliari. È accusata di aver tentato di falsare il corso della giustizia
L'inchiesta romana
Da alcuni mesi sulla morte del banchiere è stato aperto un procedimento giudiziario davanti al giudice delle indagini preliminari di Roma, con la richiesta di rinvio a giudizio, da parte della procura della capitale, per quattro persone: il faccendiere Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig, l'imprenditore Ernesto Diotallevi e il boss mafioso Pippo Calò, rinchiuso dal 1985 nel supercarcere di Ascoli Piceno

ANSA:
CALVI: FURTI CORONER, TROVATA SCHEDA PERSONAL COMPUTER
ERA IN POSSESSO DI UNA PERSONA DIVERSA DA QUELLA FERMATA
La scheda del personal computer rubato al Coroner della city di Londra Paul Bernard Matthew il 19 aprile scorso a Roma e' stata trovata poche ore fa dagli uomini della Dia della capitale diretti dal colonnello Vittorio Tomassone. Secondo quanto si e' appreso, la scheda era in possesso di una persona diversa da quella fermata con l' accusa di ricettazione venerdi' scorso, e che e' un algerino.
Nei confronti dell'individuo che era in possesso della scheda i pm titolari dell' inchiesta, Luca Tescaroli e Maria Monteleone, secondo indiscrezioni, non avrebbero ancora emesso alcun provvedimento.
La scheda e' del tipo Gprs, che viene utilizzata per il collegamento ad internet da un computer senza bisogno di cavi.
Le indagini hanno individuato dapprima uno studente di ingegneria, che sarebbe indagato, da questi sono risaliti all' algerino fermato e successivamente alla terza persona, in possesso della scheda.
A quanto si e' appreso, sia il personal computer sia la borsa contenente i documenti sono stati rubati in albergo. Il 19 aprile scorso il Coroner Matthew si e' allontanato dalla stanza dell' albergo per il pranzo. Prima di uscire ha nascosto il personal computer, ma quando e' tornato non lo ha piu' trovato. Il computer e' l'unica cosa che mancava nella stanza, che ha trovato in perfetto ordine al rientro.
La settimana dopo, il 26, si e' ripetuto un fatto analogo a sette giorni prima, ma in un albergo diverso perche' il magistrato inglese aveva deciso di cambiare hotel. Il Coroner ha lasciato nella stanza per un breve periodo una borsa che non ha piu' trovato al suo ritorno.
Il computer e la borsa contenevano informazioni importanti riguardanti l'inchiesta sul caso della morte del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato nel giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra.

6 maggio 2004 - CONTO PROTEZIONE: MOTIVAZIONI SENTENZA
ANSA:
CONTO PROTEZIONE: GIUDICI, PERCHE' PRESCRIZIONE PER MARTELLI
LE MOTIVAZIONI DEPOSITATE A OLTRE UN ANNO DALLA SENTENZA
Il ruolo dell'imputato Claudio Martelli e' apparso alla corte abbastanza marginale nella vicenda, essendosi lo stesso limitato a prendere qualche contatto con Gelli, consegnandogli gli estremi del Conto Protezione. In ogni caso, Martelli non si occupo' piu' del finanziamento ne' dell'utilizzo dello stesso e non trasse alcuna utilita' personale dalla partecipazione al delitto.
E' quanto i giudici della quarta corte d'appello di Milano nelle motivazioni, depositate a oltre un anno dalla decisione, della sentenza dell'ultimo dei sei processi svoltisi per il 'Conto Protezione', al termine del quale l'ex ministro socialista, accusato di bancarotta aggravata, ha ottenuto la dichiarazione di prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti con prescrizione del reato che cancellava la condanna a 4 anni avuta in primo grado.
Nel processo, conclusosi nel febbraio del 2003, era coinvolto, con la stessa ipotesi di reato, Leonardo Di Donna che aveva avuto 4 anni interamente coperti dal condono. In questa vicenda erano costituiti parte civile un gruppo di azionisti del Banco Ambrosiano, assistiti dall'avvocato Gianfranco Lenzini il quale ha cosi' commentato il verdetto: "Dopo 12 anni di indagini e 6 gradi di giudizio (uno in Tribunale, due in Cassazione e tre in corte d'appello con ripetuti annullamenti) non puo' che rimanere l'amaro in bocca. Il risultato concreto per i piccoli azionisti e' stato assai modesto, soprattutto nei confronti di Di Donna e degli eredi di Craxi che non hanno voluto avviare alcuna concreta trattativa per il risarcimento del danno. Ancora una volta quindi si puo' dire che la giustizia sostanziale e' uscita sconfitta".
In primo grado i piccoli azionisti avevano avuto il riconoscimento di una provvisionale di circa 1 miliardo e 300 milioni di lire, ma in pratica sono riusciti ad incassare soltanto un quinto di quella cifra. Tra coloro che avevano accettato di contribuire al risarcimento, lo stesso Claudio Martelli, mentre nei confronti di Craxi era stato tentato anche il pignoramento della pensione come parlamentare quando l'ex presidente del Consiglio si trovava in Tunisia, prima della morte.

10 maggio 2004 - LA MORTE DI ROBERTO CALVI
"Avanti !"
L'ASCESA E IL DECLINO DI ROBERTO CALVI, L'UOMO VENUTO DAL NULLA CHE SCALò I VERTICI DELLA "BANCA DEI PRETI"
La morte che gelò la finanza italiana
10/05/2004 Ventidue anni fa un cadavere penzolava sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Era il corpo di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, allora crocevia di intrighi, affari, politica e scandali internazionali. La polizia inglese parlò subito di suicidio, ma la tesi non convinse gli inquirenti che, da Londra a Roma, non hanno mai smesso di indagare su una pagina oscura dell'alta finanza italiana. Senza mai riuscire, però, a risolvere il giallo sulla morte di quello che sarà ribattezzato il "banchiere di Dio". Anzi, nuove nubi continuano ancora oggi ad addensarsi su un caso che ha scosso persino le solide mura del Vaticano. Risale a poche settimane fa la notizia di due furti subiti dal coroner della City di Londra (una delle massime autorità di polizia della capitale inglese), Paul Bernard Metthew, che sta indagando sulla morte del banchiere. I furti sono avvenuti nel corso delle sue recenti visite a Roma. Dalla stanza d'albergo del super-poliziotto di sua maestà, nel cuore della città eterna, sono spariti il personal computer, la prima volta, e una borsa zeppa di documenti sull'inchiesta, la seconda. Al momento, le indagini condotte dalla Dia di Roma hanno portato al fermo di un algerino. L'accusa è di ricettazione. Ben poca cosa ai fini delle indagini sul caso Calvi, ma è comunque la conferma di una ritrovata collaborazione tra le autorità inglesi e italiane. Collaborazione che, pochi mesi fa, nel dicembre 2003, ha portato all'arresto, a Londra, di Odette Morris, parente di Flavio Carboni (uno degli accusati per l'omicidio del banchiere). L'accusa nei suoi confronti è di favoreggiamento e falsa testimonianza e si riferiscono proprio alle dichiarazioni che servirono a scagionare Carboni all'epoca. Titolari dell'inchiesta condotta dalla Procura di Roma sono Luca Tescaroli e Maria Monteleone, che hanno stabilti il rinvio a giudizio di quattro persone: Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig, l'imprenditore Ernesto Diotallevi e il cassiere della mafia, Pippo Calò. Ma torniamo a quel 18 giugno del 1982, a Londra, sotto il Blackfriars bridge, dove viene trovato impiccato Roberto Calvi. È questo l'epilogo di una travagliata avventura finanziaria, cominciata laddove era finita quella di un altro banchiere, Michele Sindona. Ad accomunare i due, oltre all'iscrizione alla Loggia P2, le loro capacità professionali nel sistema dei mille incroci societari, la politica delle "scatole vuote" acquistate e poi rivendute. Nel 1975 Roberto Calvi diventa presidente dell'Ambrosiano. Per impadronirsene completamente, crea una rete di strutture ad hoc, formate da filiali off shore alle Bahamas, holding in Lussemburgo, società pirata in centro-America e casseforti in Svizzera. Nel corso degli anni Calvi crea così un impero - giovandosi soprattutto dei suoi legami piduisti e delle entrature che possiede in Vaticano attraverso lo Ior di monsignor Paul Marcinkus - che si sviluppa a dismisura e che diventa punto nodale non solo del riciclaggio dei soldi sporchi della criminalità organizzata, ma anche per operazioni internazionali di vario spettro: dal traffico d'armi per la guerra delle Falkland-Malvine al sostegno di Somoza, fino al finanziamento del sindacato cattolico polacco Solidarnosc. Ma il gioco delle scatole vuote di Roberto Calvi non dura a lungo. Nel 1981, travolto dal fallimento del Banco Ambrosiano, Calvi viene arrestato. Appena scarcerato, fugge all'estero nel tentativo di salvare un impero in disfacimento con il sistema del ricatto politico: un'operazione che non gli riuscirà. Qualcuno gli legherà un cappio attorno al collo. Il suo corpo verrà trovato, penzolante dal traliccio di un ponte, macabra messinscena di un suicidio che in realtà è solo un altro delitto di potere. Il ritrovamento del cadavere del banchiere Roberto Calvi, all'alba di quel 18 giugno di ventidue anni fa, segna l'epilogo di un uomo di potere, di un uomo venuto dal nulla, divenuto nel giro di pochi anni un esponente di spicco della finanza cattolica. Ma è anche l'epilogo di una travagliata avventura finanziaria che sconvolse l'Italia. Sul finire degli anni Settanta, l'inflazione viaggiava a due cifre, i piccoli borghesi e gli operai con qualche risparmio non avevano ancora scoperto il fascino della Borsa Valori, l'avvocato Agnelli era costretto a coabitare con i funzionari di Gheddafi, avendo ceduto al "pazzo di Tripoli" un consistente pacchetto della Fiat per averne in cambio i liquidi, i comunisti si illudevano ancora circa le prospettive della "solidarietà nazionale", mai pensando alla batosta elettorale che avrebbero subito nel 1979 e dalla quale non si sarebbero più ripresi. I sindacati, dal canto loro, non avevano ancora conosciuto la sconfitta della "marcia dei quarantamila", che sarebbe stata organizzata a Torino nell'80 dal numero uno dei quadri Fiat, Arisio. Ricche erano le Banche, povere le industrie, perennemente deficitari i giornali. È in questo clima che matura quello che verrà definito "il più grande scandalo bancario del Novecento italiano", il dissesto del vecchio Banco Ambrosiano. Un crac che per la maggioranza degli italiani resta una storia nebulosa nella quale si mescolano miliardi e luoghi comuni, molta propaganda e poca verità, speculazione politica e malcostume amministrativo. Ma vediamo come Roberto Calvi riuscì a costruire il suo impero. Figlio di un funzionario della Banca Commerciale Italiana, Roberto Calvi nasce a Milano nel 1920. Dopo il diploma di ragioneria, si iscrive alla facoltà di Economia e commercio dell'Università Bocconi. E qui dirige l'ufficio stampa e propaganda dei Gruppi universitari fascisti (i Guf) fino all'entrata in guerra dell'Italia. Arruolato nella cavalleria (e più precisamente nei lancieri di Novara), partecipa alla campagna di Russia. Poi, caduto il regime, grazie al padre e agli ottimi studi trova un posto alla Comit, dove rimane soltanto due anni. Nel '47, a ventisette anni, entra, sempre come impiegato semplice, al Banco Ambrosiano: passa così dal simbolo della finanza laica e massonica a una banca senza pretese, per giunta nota come "la banca dei preti" (fondata nel 1896 da monsignor Giuseppe Tovini per incarico del cardinale arcivescovo Andrea Ferrari, e da allora controllata per decenni dalla curia milanese). La sua avventura ai vertici dell'Ambrosiano era cominciata proprio nel 1975, quando il banchiere di Patti, Michele Sindona, dopo il crac della sua Banca Privata, era riparato a New York. Ad accomunare i loro destini, oltre al decesso di entrambi in un'atmosfera quantomeno di interrogativi (il banchiere di Patti morirà infatti nel 1987 nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffé al cianuro), c'era l'indubbia spregiudicatezza professionale che aveva portato i loro affari e le loro iniziative ad incrociarsi all'interno di un sistema societario fondato sulle "scatole vuote", le società offshore alle Bahamas, le holding in Lussemburgo, le casseforti in Svizzera. Cosicché nelle inchieste su entrambi i casi non potevano che mescolarsi alla rinfusa tracce di massoneria, mafia, servizi segreti deviati, mercanti d'armi, politici, banchieri, protagonisti e comparse di vicende finanziarie i cui filoni per un po' s'intersecavano, ma poi scomparivano senza lasciare traccia. La crisi dell'impero Calvi inizia nel 1977. Sindona è il primo nemico di Calvi, lo accusa di irregolarità nella conduzione dell'Ambrosiano. Lo fa perché Calvi pochi mesi prima gli aveva rifiutato un mega prestito per tappare i buchi delle sue banche. Nel maggio del 1981 la magistratura milanese ordina l'arresto di Calvi. Iscritto alla P2 dal 1975, Calvi trae dalla massoneria ottimi benefici e ottime entrature. Gelli lo fa entrare nei salotti che contano, nel sottogoverno romano, come quello della signora Angiolillo, e gli fa fare amicizie importanti come quella con Umberto Ortolani e con Rizzoli. È Sindona a svelare una buona parte dei buoni affari fra Calvi e Gelli. Sindona, nell'ora della rovina e del bisogno, scrittura il provocatore Luigi Cavallo, un ex comunista che vive di avventurose operazioni diffamatorie. Cavallo fonda l'Agenzia A e comincia con essa a martellare Calvi con rivelazioni sempre più compromettenti. Vengono riesumati vecchi affari che giungono nelle redazioni dei giornali corredati di fotocopie. Il 25 febbraio del '78, Cavallo spara la sua bordata: è il giorno dell'assemblea degli azionisti del Banco Ambrosiano e lui fa tappezzare Milano con manifesti in cui sono riportati i numeri dei conti cifrati che Calvi ha in Svizzera e afferma che su quei conti sono finite decine di milioni di dollari, frutto delle scorribande speculative fatte da Calvi in compagnia di Sindona. Siamo al gioco al massacro. Sindona che non ha più nulla da perdere tenta la sua carta estrema, convincere Calvi ad aiutarlo come se anche un banchiere della potenza di Calvi potesse colmare la voragine dei debiti lasciati da Sindona. Interviene Gelli, fa incontrare i due all'hotel Pierre di New York. Ormai però la valanga dello scandalo si è messa in moto e appare inarrestabile. Nell'aprile del '78 la Banca d'Italia decide di ispezionare il Banco Ambrosiano e il responsabile della sezione vigilanza, Mario Sarcinelli, è del parere che sia il caso di informare la magistratura. Il rapporto finisce sul tavolo del magistrato milanese Emilio Alessandrini, il quale incarica subito la Guardia di Finanza di compiere un supplemento di istruttoria, ma, fatale combinazione, Alessandrini viene ucciso dai terroristi di Prima Linea il 29 gennaio 79. Il commento di Calvi è: "Peccato, aveva già letto tutte le carte e deciso di archiviare il caso". Non è esattamente così, l'inchiesta procede. A Calvi viene ritirato il passaporto ma interviene Gelli e glielo fa restituire. Dalla relazione della Banca d'Italia esce un'immagine del Banco Ambrosiano al tempo stesso imponente e misteriosa: nessun dubbio che si tratti di uno dei più grandi istituti di credito europei, ma la sua proprietà resta avvolta nel segreto della società fantasma: il 9,79 fa capo a sette società panamensi, il 6,80 a società del Lichtenstein. Seguono altri azionisti, in tutto 22, che controllano il 32,17 per cento delle azioni. È altrettanto certo che tramite la società Ior, il Vaticano fa parte della proprietà. Che cosa c'è dietro questo rebus azionario? Gli esperti sono dell'opinione che ci sia soltanto l'Ambrosiano, che cioè la banca sia padrona di se stessa e quindi che l'intero potere sia nella mani del suo amministratore delegato Roberto Calvi, il creatore di queste scatole cinesi. Scrive Leo Sisti sull'Espresso: "Per accertarlo basta fare un salto a Panama dove è registrata la Lantana Company inc. Il presidente è tale Pierre Walter Sieghenthaler. Questa società è questo sconosciuto possederebbero ben il 5,1 per cento dell'Ambrosiano. Questa e altre società nascono improvvisamente nel 1977 e trovano 16 miliardi per comprare il 5, 1 per cento dell'Ambrosiano dalla società Suprafin che secondo gli ispettori della Banca d'Italia fa capo allo stesso Ambrosiano". Poi si scopre che il signor Sieghentaler non è uno sconosciuto per Calvi e fa parte di molte società legate all'Ambrosiano. Giuseppe Turani riassume così l'incredibile pasticcio: "Insomma, un bel giorno sbucano quattro società panamensi che non sanno come investire; a Milano trovano una società, la Suprafin, che fa capo all'Ambrosiano, ma che ha il 5,1 per cento dello stesso Ambrosiano e che è pronta a venderlo; l'affare viene trattato da una banca di Nassau dello stesso Ambrosiano e il presidente di una delle quattro società è un abituale frequentatore dei consigli di amministrazione delle società estere del Banco Ambrosiano, un cittadino svizzero che è il console onorario di Nassau (su nomina di Aldo Moro) da tempo in rapporto di affari e di amicizia con Roberto Calvi e Michele Sindona". Nell'81, travolto dal fallimento del Banco Ambrosiano, Calvi viene arrestato. Appena scarcerato, fugge all'estero nel tentativo di salvare un impero in disfacimento con il sistema del ricatto politico: un'operazione che non gli riuscirà. Qualcuno gli legherà un cappio attorno al collo. Il suo corpo verrà trovato, penzolante dal traliccio di un ponte, macabra messinscena di un suicidio che in realtà è solo un altro delitto di potere. Carlo Calvi, figlio del banchiere, non ha mai nascosto il suo sconcerto nei confronti della polizia inglese per aver chiuso troppo in fretta le indagini: "Ho l'impressione che mio padre fosse un uomo che aveva le doti giuste per avanzare ancora in carriera, ma non aveva quelle per gestire un Ambrosiano ormai di dimensioni impensabili. Non si sapeva muovere nel mondo della finanza. Non sapeva gestire le alleanze opportune. Ma il crac dell'Ambrosiano non fu provocato da ingenuità. Secondo me, a un certo punto mio padre finì nelle mani di personaggi ambigui. Non è assurdo pensare che tramite la P2 e la mafia si siano trovati a Londra dei delinquenti comuni disposti a farlo fuori. Lo scopo: se mio padre avesse parlato, i giudici di Milano non avrebbero dovuto aspettare dieci anni prima di iniziare i processi che hanno portato a Mani Pulite. La lotta contro la corruzione sarebbe andata in maniera più veloce...Molte delle cose che accaddero all'epoca, continuano ad avere un peso anche oggi. Non si tratta di una storia morta e sepolta. Mio padre fu ucciso perché ad un certo punto qualcuno comprese che era diventato l'anello debole attraverso il quale poter scoprire già negli anni Ottanta, gli stretti legami tra mafia e politica. Quando hanno capito che attraverso di lui qualcuno di quei retroscena correva il rischio di essere svelato, ecco che lui fu costretto a fuggire a Londra e lì assassinato". I dubbi del figlio del banchiere sono più che legittimi. D'altro canto, le indagini della polizia inglese hanno lasciato a desiderare sin dalle prime battute. Sono le 7.30 del 18 giugno del 1982 quando il corpo di Roberto Calvi viene trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. è un impiegato delle poste, A.D. Huntley, a notare il cadavere del banchiere appeso ad una corda sotto la campata del Blackfriars bridge. Calvi viene trasportato da una imbarcazione della polizia fluviale presso il Dipartimento di medicina forense del Guys Hospital. La perizia necroscopica, effettuata dal professore E. K. Simpson, accerterà che la morte è avvenuta "per asfissia da impiccamento mediante costrizione violenta del collo per effetto della corda a cui è stato trovato appeso il corpo". I giudici londinesi sbrigativamente decretano: si è suicidato. Se la prima indagine londinese si chiude con il verdetto di "suicidio", la seconda, davanti al coroner e alla giuria, lascia il "verdetto aperto". Una perizia collegiale disposta dal giudice istruttore di Milano, non escluse né l'ipotesi dell'omicidio né quella del suicidio. A ritenere fondata, invece, l'ìpotesi dell'assassinio fu invece il Tribunale civile di Milano, a seguito della causa intentata dalla vedova, Clara Calvi, contro le Assicurazioni Generali. Ma le indagini paiono subito difficilissime. Al momento del rinvenimento del cadavere, Roberto Calvi aveva addosso un passaporto intestato a Roberto Calvini. Dalle tasche vennero estratti cinque frammenti di materiale edilizio del peso di 5 chilogrammi, infilato nei pantaloni e nella giacca, come zavorra. Le considerazioni medico legali da. Fornari fornite al gip Mario Almerighi nel '97 nell'ambito dell'inchiesta in cui erano imputati Flavio Carboni e Pippo Calò, concludevano che qualcuno, "stando in piedi alle spalle di Calvi, gli abbia rapidamente, e cogliendolo di sorpresa, fatto passare il cappio al di sopra del capo, stringendolo poi al collo". Secondo l'ordinanza di custodia emessa dal giudice Almerighi nei confronti di Calò e Carboni, il movente dell'omicidio poteva essere riconducibile al tentativo, da parte di Calvi, di impossessarsi del tesoro di Cosa Nostra con la promessa di investirlo. Ma alla fine, travolto dai debiti, non sarebbe più riuscito a restituirlo". Da qui, la condanna a morte, emessa dalla mafia siciliana. A fine luglio del 2003 i pm romani Maria Monteleone e Luca Tescaroli chiudono la loro inchiesta con quattro rinvii a giudizio per omicidio volontario premeditato del banchiere. Sono quelli di Flavio Carboni, Pippo Calo', Ernesto Diotallevi e Manuela Kleinszig. Le indagini sono state condotte dalla Guardia di Finanza di Milano e dalla Dia Centro operativo di Roma e ipotizzano che il banchiere morto il 18 giugno del 1982 sotto il ponte dei Frati Neri a Londra sia stato ucciso. Il 29 settembre del 2003 arriva la svolta nella indagine della polizia inglese. A ventuno anni dalla morte di Calvi, anche la poliziabritannica decide di riaprire l'inchiesta che porta all'arresto di una donna, Odette Morris, poi rilasciata su cauzione, con l'accusa di avere intralciato le indagini. Avrebbe fornito un falso alibi al compagno, Flavio Carboni, imputato per l'omicidio del banchiere.

Una brutta storia nei bui anni Settanta
Mafia, Loggia P2, servizi deviati, torbide fette del mondo dell'alta finanza internazionale: un coacervo di misteriosi personaggi e di ancor più segreti interessi ruota attorno all'omicidio, camuffato per suicidio, di Roberto Calvi il potente presidente del Banco Ambrosiano. Ventidue anni sono da allora passati e, come per molti altri misteri del Bel Paese, piena luce non è stata fatta su questa morte. Gli anni Ottanta si erano aperti all'insegna dell'alleanza tra Cosa Nostra e terrorismo nero con l'assassinio, avvenuto il 6 gennaio del 1980, del presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella. I gruppi armati del terrorismo rosso erano anch'essi all'attacco: in quel primo anno della decade uccidono il professor Vittorio Bachelet, il giornalista Walter Tobagi e sequestrano il giudice Giovanni D'Urso. Per non perdere la corsa, quelli dell'estrema destra ammazzano a Roma il giudice Amato. E' nel 1980 che il terrorismo stragista raggiunge il suo apice, il 2 agosto, con la bomba alla stazione di Bologna che provoca 82 morti e 200 feriti. E' nel corso delle indagini sulla strage che viene arrestato per la prima volta Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia P2, insieme al faccendiere Francesco Pazienza. Il 1981 è l'anno dell'attentato in Piazza San Pietro contro Giovanni Paolo II e del pieno svilupparsi del "caso P2" dopo che, a Castel Fibocchi, sono state scoperte le liste di parte degli aderenti alla Loggia, tra cui Michele Sindona e Roberto Calvi. A maggio il sessantunenne presidente del Banco Ambrosiano viene arrestato, insieme ad altri componenti del consiglio di amministrazione della "Centrale Finanziaria", per esportazione illecita di capitali. Un arresto che fu duramente criticato alla Camera dal socialista Bettino Craxi e dal dc Flaminio Piccoli. Il crack del Banco Ambrosiano avviene l'11 giugno e il suo presidente e amministratore delegato, Roberto Calvi, viene esautorato e fugge precipitosamente all'estero. Il 17 giugno si uccide a Milano la sua segretaria, Graziella Teresa Corrocher. Il giorno dopo viene trovato a Londra il corpo del banchiere. Un mese più tardi il vescovo Paul Marcinkus, presidente dell'Istituto opere religiose del Vaticano, che aveva collaborato strettamente con Calvi, è raggiunto da una comunicazione giudiziaria per il fallimento dell'Ambrosiano che, il 6 agosto, sarà posto in liquidazione coatta. Il processo per il crack del Banco Ambrosiano si è concluso nel 1998 con la condanna definitiva di Licio Gelli. Umberto Ortolani, Flavio Carboni e Roberto Mazzotta. Pippo Calò e Flavio Carboni sono indagati per la morte di Calvi. E non si deve dimenticare che 4 anni dopo il suo omicidio, il banchiere Michele Sindona viene ucciso nel carcere di Voghera per un caffè al cianuro 4 giorni dopo essere stato condannato all'ergastolo come mandante dell'uccisione dell' avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata dello stesso Sindona.

26 maggio 2004 - CALVI: ROGATORIA ALLA SVIZZERA
"SwissInfo"
Italia: Calvi, rogatoria alla Svizzera
BERNA - A 22 anni dalla morte del banchiere Roberto Calvi le indagini tornano ad interessare anche la Svizzera. La procura di Roma ha chiesto a Berna assistenza giudiziaria per interrograre "diverse persone", ha affermato il portavoce dell'Ufficio federale di giustizia Folco Galli confermando oggi le anticipazioni del settimanale "Facts" in edicola domani. La rogatoria è stata delegata alla procura distrettuale di Zurigo.
Presidente del Banco Ambrosiano e protagonista del più grande scandalo finanziario italiano del dopoguerra, Calvi fu trovato impiccato ad un ponte di Londra il 17 giugno 1982. In un primo tempo si pensò ad un suicidio, poi ad un omicidio. Sul crack del Banco Ambrosiano sono stati tenuti diversi processi che si sono conclusi con lunghe pene detentive. L'istituto è stato liquidato con 500 milioni di euro di debiti.
Nel dicembre scorso la procura di Roma ha avviato indagini contro Licio Gelli per l'assassinio di Calvi. L'ex capo della loggia massonica "Propaganda Due" (P2) si trova confrontato con le testimonianze incriminanti di quattro testimoni, fra cui tre cittadini inglesi. Gelli è attualmente agli arresti domiciliari.

3 giugno 2004 - MORTE DON BISAGLIA: RIESUMAZIONE SALMA RIAPRE IL CASO
ANSA:
MORTE DON BISAGLIA: RIESUMAZIONE SALMA RIAPRE IL CASO
FRATELLO DELL'EX LEADER DC MORI' ANNEGATO 12 ANNI FA IN CADORE
Non e' stata scritta ancora la parola fine sulla tragica morte di don Mario Bisaglia, il sacerdote fratello dell'ex leader Dc, Toni, trovato annegato 12 anni fa nel lago di Centro Cadore (Belluno). Ad un anno dalla riapertura della nuova inchiesta - la prima era stata archiviata nel 1997 - la Procura di Belluno ha ordinato oggi la riesumazione della salma dell'uomo. Questo per spazzare gli ultimi dubbi sulle cause della morte, imputata in un primo momento a suicidio, ma sulla quale quasi 10 anni di indagini hanno lasciato aperti ancora dubbi, da quello della disgrazia fino, in ultima ipotesi, all'omicidio.
L'inchiesta, archiviata nel 1997 dalla gip Antonella Coniglio perche' non erano emersi elementi concreti diversi da quelli favorevoli al suicidio, era stata ripresa in mano nel luglio 2003 dal Pm di Belluno Raffaele Massaro. Cio' in seguito ad una lettera-esposto di un conoscente di don Mario, che aveva esternato agli inquirenti alcuni dubbi sulle modalita' della morte del sacerdote, indicando alcuni nuovi particolari.
E sarebbero state le ulteriori testimonianze raccolte in questi mesi a far decidere al dott. Massaro la riesumazione del corpo, tumulato nel cimitero di Rovigo all'interno della cappella di famiglia, che custodisce anche le spoglie di Toni Bisaglia. Uscendo dal camposanto, il magistrato si e' limitato a dire che si tratta di una delle tappe della nuova inchiesta, che prosegue il suo iter.
Nel corso della ricognizione sulla salma di don Bisaglia (morto all'eta' di 75 anni), lo staff medico ha prelevato alcuni campioni dai resti trovati nella bara, che saranno sottoposti ad analisi nei prossimi giorni. Non e' dato sapere quali siano elementi di prova che gli inquirenti cercano. Le notizie filtrate all'epoca sul risultato dell'autopsia eseguita su don Mario, indicavano nell'asfissia da annegamento la causa della morte.
Il sacerdote era stato trovato morto nelle acque del lago bellunese il 17 agosto 1992. In tasca a Don Mario gli investigatori aveva scoperto denaro per 850 mila lire e soprattutto una grossa pietra; un elemento che aveva fatto pensare alla scelta del sacerdote di uccidersi. Ipotesi che era stata sorretta anche dal fatto che don Bisaglia aveva rischiato gia' una volta di morire, nel gennaio 1992, ingerendo una notevole quantita' di sonniferi dai quali l'aveva salvato una lavanda gastrica all'ospedale di Rovigo. Ma don Mario da anni si arrovellava con le incertezze e i dubbi sulla morte del fratello, l'ex leader doroteo annegato a sua volta nel giugno 1984 a Portofino, dopo essere caduto in acqua dallo yacth della moglie, Romilda Bollati. Il fratello prete non aveva mai creduto alla tesi dell'incidente, ed aveva confidato in piu' occasioni ad amici fidati e parenti le sue perplessita' sulla vicenda, dicendo di aver delle prove a suffragio.
Le due tragedie, quella di Mario e di Toni, erano sembrate decisamente congiungersi, allorche' nel 1993 lo stesso pm Saracini aveva chiesto in visione dai magistrati di Chiavari il fascicolo d'inchiesta sulla morte del senatore ed ex ministro democristiano. Pero' tutto era finito del nulla, e nel 1997 - cinque anni dopo la scomparsa del sacerdote - l'allora Procuratore di Belluno, Mario Fabbri, aveva chiesto al gip l'archiviazione del caso.
La complessa cronologia della vicenda della morte di don Bisaglia aveva visto nel novembre del 1993 intrecciarsi questo caso con un altro suicidio, ancora una volta di un rodigino:
Gino Mazzolaio, ex segretario amministrativo della Dc di Rovigo, arrestato nell'inchiesta veneziana su appalti e tangenti, scomparso poi da casa il 23 aprile 1993 e trovato cadavere sette giorni dopo nelle acque dell'Adige. L'uomo, era stato amico sia di Toni sia di don Mario Bisaglia, e pare che di quest'ultimo custodisse alcune confidenze. In questo caso era stato cosi' il magistrato che si occupava delle fine di Mazzolaio, il pm di Padova Bruno Cherchi, a chiedere in visione gli atti dell'inchiesta su don Bisaglia. Anche questa volta pero' non vi erano stati sviluppi, e il fascicolo su Gino Mazzolaio venne archiviato come un caso di suicidio.
Ora con la riesumazione della salma di don Mario la giustizia pare voler scrivere l'ultima pagina sul giallo della fine dei fratelli Bisaglia.

4 giugno 2004 - LIBRO ARCURI SU MAURO DE MAURO E GOLPE BORGHESE
ANSA:
DAL GOLPE BORGHESE A DE MAURO, UN'INCHIESTA MAI PUBBLICATA
(NOTIZIARIO LIBRI)
CAMILLO ARCURI, 'COLPO DI STATO' (RIZZOLI, pp. 150 - 8,00 euro).
Un' inchiesta giornalistica, mai pubblicata, svelava con oltre un anno di anticipo il golpe Borghese del 1970. La cronaca censurata si incrociava, su uno sfondo comune di trame eversive, con la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Solo ora viene riproposta ormai come una pagina di storia e modello di giornalismo investigativo dal suo autore, Camillo Arcuri.
Arcuri e' un giornalista di lungo corso. E' stato inviato speciale del Corriere della Sera e collaboratore dell' Espresso.
Nel 1969 lavorava per il Giorno. Il direttore Italo Pietra lo aveva incaricato di "tenere un'antenna puntata su Genova", citta'-laboratorio e snodo fondamentale della vita politica nazionale.
Nel settembre 1969 una fonte confidenziale avverti' Arcuri che Junio Valerio Borghese, ex capo della X Mas e allora leader del movimento neofascista Fronte nazionale, aveva tenuto con alcuni esponenti dell'economia genovese riunioni segrete nel castello di Capo Santa Chiara. Lo scopo di quegli incontri riservati era puntualmente descritto in un rapporto dei carabinieri: il principe "nero" si preparava ad attuare un colpo di Stato con un' azione militare che prevedeva tra l' altro l' occupazione del Viminale, delle prefetture e delle sedi della Rai. In quei giorni era alla ricerca di appoggi ma anche di adesioni a un fantomatico "governo civile" che avrebbe dovuto nascere sulle macerie della democrazia. Come avrebbero raccontato molti anni dopo il boss Luciano Liggio, il grande pentito Tommaso Buscetta e il collaboratore Antonio Calderone, Borghese aveva cercato anche il sostegno di Cosa nostra.
Arcuri fece quello che un cronista scrupoloso puo' fare in questi casi: sviluppo' le informazioni ricevute in via confidenziale, ne verifico' la fondatezza e scrisse il primo articolo di quella che doveva essere una clamorosa inchiesta giornalistica. Il pezzo, pero', non fu mai pubblicato. In compenso il suo autore comincio' a ricevere messaggi e inviti alla prudenza. Arcuri ne parlo' anche con il ministro dell' Interno del tempo, Paolo Emilio Taviani. Neppure lui era stato informato dei progetti di Borghese, che solo nel dicembre 1970 stavano per essere attuati. Coperture, silenzi e complicita' istituzionali avevano consentito a Borghese di portare avanti il suo piano eversivo.
Negli stessi giorni in cui Arcuri seguiva a Genova le tracce del golpe in gestazione, un altro giornalista a Palermo batteva la stessa pista: Mauro De Mauro, redattore del quotidiano L'Ora, disponeva delle stesse informazioni ma scomparve nel settembre 1970, dopo avere annunciato un "servizio da fare scoppiare l'Italia". Quale scoop pensava di fare? Prima di scomparire De Mauro aveva cercato di ricostruire misteri e retroscena dell'incidente aereo dell'ottobre 1962 nel quale era morto il presidente dell'Eni, Enrico Mattei. Per molto tempo polizia e magistratura hanno seguito l'ipotesi che il giornalista fosse stato soppresso per avere messo il naso su quell'affare scottante. Solo di recente e' stato preso in considerazione un legame con il golpe Borghese.
Il libro di Arcuri ripercorre ora con un racconto avvincente come un thriller gli itinerari professionali paralleli di due giornalisti che indagavano, uno all'insaputa dell'altro, sullo stesso progetto eversivo nel quale erano coinvolti poteri occulti, mafia, settori militari e alte cariche dello Stato. Entrambi furono alla fine ridotti al silenzio con un destino diverso, che a De Mauro riservo' la censura estrema.

4 giugno 2004 - LIBRO SU BANCHIERE SILVANO PONTELLO
"Il Giornale di Vicenza"
LIBRI /1. Testimonianze sul finanziere scomparso
Il banchiere di razza che "spinse" il Nordest
Silvano Pontello in un sentito racconto a più voci
di Marino Smiderle
Uno pensa alla banca e vede tante persone ben vestite che viaggiano in ambienti ovattati portando con sé carte, cartine e soldi. Gente che porta a casa un discreto stipendio fisso, lavoro sicuro, senza sporcarsi, con poche rogne. Tanta gente. Ma solo pochi emergono, diventano i numeri uno, direttori generali, grandi banchieri, riveriti e rispettati. Come si fa a vincere? Come si fa a dimostrare di essere i migliori? Cosa ci vuole? Ci vogliono la determinazione, l'onestà, l'intelligenza, la disponibilità e la forza di uno come Silvano Pontello.
La sua storia l'ha scritta Stefano Vietina, per "Gli specchi" di Marsilio . Anzi, Vietina ha fatto qualcosa di più. Ha fatto scrivere quattro cartelline ciascuno ai personaggi che, a vario titolo, hanno avuto modo di conoscere bene e di lavorare a fianco del direttore generale dell'Antonveneta, morto a 64 anni il 10 marzo 2002. Ne è uscito un libro che setaccia la personalità di una grande banchiere, uno che, come rivela Angelo Ferro, ha strappato un commento anche al governatore della banca d'Italia, Antonio Fazio: "Che persona straordinaria, Pontello".
Vietina, giornalista toscano, ha fatto parte della segreteria di Pontello dal 1996, curandone i rapporti con la stampa. Ci ha lavorato gomito a gomito per sei anni e, si capisce dall'idea di fare un libro come questo, ne è rimasto stregato. "Chissà se il direttore approverebbe", si chiede l'autore di questa biografia a più voci. Pontello era un banchiere seguace della scuola di Enrico Cuccia, leggendario numero uno di Mediobanca: "Scappare con la cassa per un banchiere è un peccato veniale, ma è un peccato mortale lasciarsi sfuggire una notizia riservata", come ha ricordato Antonio Quaglio, caporedattore del Sole 24 Ore , tracciando il suo ricordo del banchiere di Concordia Sagittaria.
Già, Concordia Sagittaria. Di Pontello i più si ricordano il grande progetto finanziario che realizzò trasformando l'Antonveneta nel settimo gruppo bancario nazionale, col destino beffardo che lo sorprese pochi giorni prima di vedere quotato a piazza Affari il suo gioiello del Nord Est. Ma è dai racconti di Mario Travaglini, chirurgo e amico d'infanzia, e del fratello Alfio che si capisce, fin dall'inizio, perché questo ragazzino, figlio di un gastaldo (a metà strada tra mezzadro e proprietario), arriverà in alto. Divoratore di libri, studente provetto, a 16 anni Silvano Pontello fece disperare i suoi, che avrebbero voluto proseguisse i lavori nei campi, e decise di partire per Milano, in cerca di un futuro migliore. Prima il lavoro alla fornace, poi la ragioneria, infine l'ingresso alla Snia. Ecco, uno a questo punto si sarebbe accontentato. Ma non Pontello. No, lui trova un posto alla Banca Privata Finanziaria e riesce perfino, lavorando, a laurearsi in Scienze economiche all'Università Cattolica di Milano.
La svolta, non si sa se positiva o negativa, arriva per merito, o per colpa, di Guido Roberto Vitale. "Nel 1968 - ricorda il professionista - mi sono dimesso dalla Banca Privata Finanziaria per percorrere altre strade e ricordo di aver incontrato a New York, pochi mesi dopo, l'avvocato Michele Sindona, il quale mi chiese se conoscevo all'interno della Privata qualcuno in gamba che potesse prendersi come assistente. Senza un attimo di esitazione gli parlai di Silvano Pontello".
Sindona era un capitolo della sua vita di cui Pontello non amava parlare, anche se non ha mai rinnegato alcunché. I giornalisti Osvaldo de Paolini, direttore di Borsa & Mercati , e Fabio Barbieri, direttore del Mattino di Padova , ricordano che visse con comprensibile preoccupazione gli strascichi giudiziari di quel procedimento, da cui comunque uscì pulito. Ma segnato.
Eppure la sua voglia di arrivare, la sua bravura e la sua cocciutaggine gli diedero la forza di ricominciare prima da Caboto e poi, dal '76, alla banca Antoniana, assunto come assistente del direttore generale. Fu a Padova che il fior fiore dell'imprenditoria nordestina, da Ivano Beggio a Gilberto Benetton, da Mario Carraro a Giuseppe Stefanel fino a Gino Zoccai, ebbe modo di apprezzarlo. La sua ascesa fu folgorante e inarrestabile e chiunque ebbe modo di incontrarlo non poté non rimanerne impressionato. "Un banchiere a cui regalavi la tua fiducia in cambio di consigli, sostegno, condivisione dei problemi", scrive Massimo Moratti, presidente dell'Inter, nella breve ma sentita prefazione.
E se per Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corriere della sera , è stato l'epigono di una generazione che non c'è più, per Francesco Jori, del Gazzettino , Pontello "non è da commemorare, perché la morte non l'ha consegnato al passato: rimane qui con la sua ricca eredità, testimoniata dalle voci che si rincorrono in queste pagine e che fanno parlare il suo silenzio".

6 giugno 2004 - KLEINSZIG, NULLA A CHE FARE CON LA MORTE DI CALVI
ANSA:
CALVI: KLEINSZIG, NULLA A CHE FARE CON LA MORTE DEL BANCHIERE
DOMANI UN LUNGO ARTICOLO SUL PERIODICO AUSTRIACO PROFIL
"Non ho nulla a che fare con la morte del signor Calvi". A ribadirlo e' Manuela Kleinszig, all'epoca compagna di Flavio Carboni e insieme con lui ed altre due persone accusata dai magistrati italiani, Maria Monteleone e Luca Tescaroli, di aver partecipato all'omicidio del banchiere.
Una lunga intervista della Kleinszig sara' pubblica domani sul periodo austriaco 'Profil', a firma del giornalista Martin Staudinger. Il settimanale pubblica un ampio servizio sull' inchiesta giudiziaria in corso in Italia.
Kleinszig rispondendo alla domande di Staudinger, ricorda che aveva vent'anni quando giunse a Roma per imparare l'italiano e incontro' Carboni. "Mi offri' un'appartamento, era proprietario di auto di lusso - prosegue la Kleinszig - e di un jet privato, mi impressiono' con i suoi modi galanti. La morte di Calvi avvenne mentre io trascorrevo un periodo a Londra con mia sorella e con Carboni, per questo oggi sono sospettata".
La donna, che Staudinger ha incontrato in Carinzia nell' ufficio del suo legale, ricorda "di aver conosciuto Calvi durante il suo viaggio verso Londra: e' stato una notte a casa di mio padre a Klagenfurt perche' stava con Silvano Vittor che allora viveva con mia sorella". "Io non lo conoscevo prima - spiega ancora - e fui sorpresa di incontrarlo la'. Scambiai con lui solo poche parole, non sapevo nemmeno che Carboni voleva incontrarlo a Londra".
La donna ha sottolineato anche non era a conoscenza del fatto che Calvi stesse fuggendo dall'Italia: "lui e il Banco Ambrosiano mi erano sconosciuti. Io non lo accompagnai a Londra, ma accompagnai il mio amico Carboni in uno dei suoi numerosi viaggi, se Carboni avesse avuto in mente un crimine sarebbe stato assurdo portare con se mia sorella e me". La Kleinszig ha anche sostenuto di aver appreso della morte dei banchiere italiano dai giornali ed ha definito "completamente assurda" l' accusa nei suoi confronti della magistratura italiana.
Davanti al gup di Roma e' in corso da alcuni mesi l'udienza preliminare in cui la Kleinszig, Carboni, Ernesto Diotallevi e Pippo Calo', sono accusati dell' omicidio di Calvi. Il banchiere fu trovato impiccato sotto il ponte dei frate neri a Londra nel giugno del 1982.

20 giugno 2004 - I CONTI DEL VATICANO
da "Dagospia"
VATICAN REPORT - FEDE, SPERANZA E FINANZA - UN LIBRO DI GIANCARLO GALLI SVELA I SEGRETI DEL BANCHIERE DEL PAPA ANGELO CALOIA, CAPO DELLO IOR - UNA LOTTA DI POTERE DEL TUTTO LAICA, SPESSO ANCHE LAIDA..
Sandro Magister per L'espresso
Non s'è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s'è arricchito. Ma Giovanni Paolo II lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano rimesso a nuovo, con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati. Sono quattro, in Vaticano, gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo Ior, Istituto per le Opere di Religione; l'Apsa, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici.
A capo di ciascuno c'è un cardinale. Ma con un'avvertenza. Perché allo Ior, la banca vaticana, c'è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un'eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e due figli, il banchiere Angelo Caloia.
Caloia è una leggenda di riservatezza ed è personaggio ai più sconosciuto. Ma per la finanza vaticana è il parallelo perfetto di quel che è il cardinale Camillo Ruini per il governo della Chiesa in Italia: l'uno e l'altro autori di una doppia rivoluzione. Anche nelle date i due hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l'uno presidente dello Ior e l'altro presidente della conferenza episcopale all'inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi.
Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto. La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco.
L'outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d'antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori a ruota del bestseller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è "Finanza bianca" e si riferisce a quell'insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d'Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi della finanza laica caduti nelle loro mani o assediati.
Caloia è parte di questa finanza bianca, è da li che è venuto. Ma nel libro non la esalta per gli attuali trionfi. Anzi. La accusa d'aver venduto l'anima per ottenerli, d'aver smarrito la sua "identità cristiana". La prova è nel coinvolgimento delle banche cattoliche nei colossali disastri di Parmalat, Cirio e simili: una "Caporetto etica" dalla quale invece, dice, è rimasto immune lo Ior. Partito isolato nella sua battaglia per ripulire e rilanciare la banca vaticana, Caloia lamenta oggi di ritrovarsi di nuovo solo, unico baluardo di una finanza moralmente corretta.
Quando Caloia inizia la sua lunga marcia, nei primi anni Ottanta, il Vaticano è in pieno dissesto, al pari dei finanzieri cattolici con i quali aveva fatto i suoi pessimi affari: Michele Sindona e Roberto Calvi. Alla testa dello Ior regnano un arcivescovo americano, Paul Marcinkus, che Caloia definisce "facilone, pressappochista, mal consigliato" e un-prelato italiano che è tra gli autori di questi cattivi consigli, Donato De Bonis.
Lo lor è assediato dai creditori, e nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, il segretario di Stato dell'epoca, li tacita una volta per tutte versando 406 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario", sfidando il parere contrario non solo di Marcinkus e De Bonis, ma di quasi tutti i dirigenti vaticani.
Quello stesso anno, a Milano, anche la buona finanza cattolica decide di risalire la china. Lo fa dando vita a un Gruppo Cultura Etica Finanza. Si riunisce in via Broletto, a pochi passi dal Duomo, e di esso fa parte anche un vescovo, Attilio Nicora, ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini. Tra i banchieri, Bazoli è il predicatore più acceso della crociata contro la finanza laica e il suo nume Enrico Cuccia.
A coordinare il tutto è Caloia, con Galli segretario. Caloia è presidente del Mediocredito Lombardo e punta più in alto, alla Cariplo, una delle più grosse Casse di Risparmio del mondo. Ma tra i cattolici c'è chi gli sbarra la strada, e nella curia di Milano gli rema contro monsignor Giuseppe Merisi. "Nemo propheta in patria", dice oggi Caloia rievocando quella battaglia perduta.
Perché invece che a Milano il suo futuro è a Roma. Nel 1987 e poi nel 1988 si presentano da lui emissari del Vaticano. A nome del cardinale Casaroli vogliono che prenda in pugno lo Ior.
Non solo. Casaroli gli chiede di riscriverne gli statuti. Caloia accetta e si mette al lavoro. È fatta. Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti, Marcinkus lascia Roma e si ritira in una parrocchia dell'Illinois, Caloia diventa presidente del nuovo consiglio di sovrintendenza dello Ior.
A nominarlo sono gli altri quattro banchieri del consiglio: un tedesco, uno svizzero, uno spagnolo e un americano. Lo svizzero è Philippe De Weck, ex presidente della banca Ubs, vicino all'Opus Dei e frequentatore a Milano del Gruppo Cultura Etica Finanza. È lui il grande elettore di Caloia.
Ma alla macchina dello Ior resiste la vecchia guardia: il prelato De Bonis, il direttore generale Luigi Mennini, il ragioniere capo Pellegrino De Strobel. Questi due sono i primi a saltare. De Bonis non cede. A norma del nuovo statuto dovrebbe fare solo assistenza spirituale, in realtà continua i suoi affari come in passato.
Si allea in Vaticano con l'allora presidente dell'Apsa, il cardinale Rosalio José Castillo Lara, e col segretario di quell'organismo, monsignor Gianni Danzi, e manovra per sostituire Caloia, al termine del suo primo quinquennio di presidenza, con un suo candidato, l'americano Virgil C. Dechant, ex presidente dei Cavalieri di Colombo e grande finanziatore di Solidarnosc in Polonia.
Castillo Lara e Danzi premono anche perché lo Ior faccia merchandising religioso. Caloia rifiuta e riceve dal cardinale una raffica di lettere al veleno. Ma alla fine la spunta. De Bonis è spedito a far da cappellano ai Cavalieri di Malta, Caloia è riconfermato presidente nel 1995 per altri cinque anni e Castillo Lara lascerà presto l'Apsa.
Nel 1999, altra manovra. Questa volta il candidato a rimpiazzare Caloia è nientemeno che il presidente uscente della Bundesbank, Hans Tietmeyer. E il suo promotore è il cardinale americano Edmund Casimir Szoka, all'epoca presidente della Prefettura degli Affari Economici del Vaticano. A mettere sull'allarme Caloia è monsignor Renato Dardozzi, dell'Opus Dei.
A una conferenza di Tietmeyer alla Pontificia Accademia delle Scienze Caloia si alza a criticarne le tesi ultraliberiste. Tra i due scoppiano scintille. Ma di nuovo è Caloia a vincere la sfida, forte anche dell'appoggio del segretario personale del papa, Stanislaw Dziwisz.
Nel 2000 è riconfermato presidente. L'ultima parola l'avrebbe detta Giovanni Paolo II: "Finché vivo io, mai un tedesco alle finanze vaticane". Ma più che il cuore polacco, a convincere il papa sono i proventi dello Ior a lui devoluti ogni anno per opere di bene. Erano 15 miliardi di lire nel 1990, all'inizio della gestione Caloia. Oggi sono "molti, molti di più".
Nel 2005 scadrà il terzo quinquennio di Caloia, e nessuno questa volta trama più contro di lui. All'Apsa c'è il suo amico Nicora, divenuto cardinale, con segretario Claudio Maria Celli, uomo di Casaroli e Sodano. Al Governatorato Szoka ha passato i limiti d'età e un candidato a succedergli è Carlo Maria Viganó, legatissimo a Sodano e Nicora. Resti o no presidente Caloia, il suo Ior, almeno questo, non passerà certo al nemico.

7 luglio 2004 - CASSAZIONE: STRAGE BOLOGNA, GELLI RIMANE AI DOMICILIARI
ANSA:
CASSAZIONE: STRAGE BOLOGNA, GELLI RIMANE AI DOMICILIARI
RESPINTO RICORSO EX CAPO P2 PER INTERRUZIONE CUMULO DI PENE
Licio Gelli dovra' rimanere ancora a lungo agli arresti domiciliari. E' l' effetto della sentenza della prima sezione penale della Cassazione che ha respinto il ricorso con il quale l' ex capo della P2 aveva chiesto l' interruzione del cumulo delle pene per la condanna per il crac del Banco Ambrosiano e per la condanna per calunnia e attivita' di depistaggio sulla strage di Bologna. Lo rende noto il suo legale, Michele Gentiloni.
Se fosse stato accolto il suo ricorso, il 'venerabile' avrebbe entro pochi mesi riacquistato pienamente la liberta' per l'avvenuta scadenza dell'espiazione della condanna per la bancarotta fraudolenta dell'Ambrosiano. Adesso Gelli proseguira' la detenzione domiciliare per scontare anche i dieci anni per calunnia e depistaggio.
"Massimo rispetto per la sentenza della Suprema Corte - ha commentato l' avvocato Gentiloni - faccio, pero', notare che e' stato dato al presidente francese Chirac il potere di annullare un precedente provvedimento del governo svizzero che vietava la detenzione di Gelli con riferimento alla calunnia e al depistaggio per la strage di Bologna".
Con il verdetto del palazzaccio esce confermata la decisione con la quale la corte di appello di Milano, l'8 luglio 2003, aveva rigettato "l'istanza di non eseguibilita' della sentenza sul cumulo delle pene" presentata da Gelli.

"Adn Kronos"
La sentenza della Prima sezione penale della Cassazione
Strage di Bologna, Gelli condannato a 10 anni
L'ex 'venerabile' giudicato colpevole di calunnia aggravata in riferimento ai depistaggi sulla strage nel capoluogo emiliano dell'agosto dell'80
Roma, 7 lug. - (Adnkronos) - Licio Gelli e' stato condannato definitivamente a dieci anni di reclusione per calunnia pluriaggravata in relazione ai depistaggi sulla strage di Bologna. Lo ha stabilito la Prima sezione penale della Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dal legale dell'ex Venerabile contro la sentenza della Corte d'appello di Milano del luglio 2003. Gelli, 85 anni, agli arresti domiciliari per la bancarotta del Banco Ambrosiano (la pena e' ormai stata scontata definitivamente) dovra' dunque ora scontare la condanna per calunnia in relazione alla strage del 2 agosto dell'80.
A fare scattare la condanna per l'ex capo della Loggia 'Propaganda 2', le dichiarazioni sugli esecutori della strage bolognese. Secondo Gelli i responsabili andavano ricercati tra i neofascisti di matrice internazionale, ma la Corte d'assise del capoluogo emiliano aveva stabilito che gli esecutori erano i neofascisti italiani. Di qui la condanna per calunnia. ''Massimo rispetto per la decisione ma in questo modo - dice l'avvocato Michele Gentiloni - la Cassazione ha dato al presidente francese il potere giuridico di annullare una decisione del governo svizzero che aveva detto no all'estradizione di Gelli''. Come spiega ancora il legale dell'ex Venerabile agli arresti domiciliari a Villa Wanda, ''la Svizzera aveva negato l'estradizione di Gelli (la Francia lo aveva invece consegnato all'Italia) per cui sostenevano che data la decisione del governo elvetico Gelli non potesse essere condannato per calunnia nel nostro Paese. La nostra tesi era fondata'', insiste Gentiloni. Gelli, che per il rigetto del ricorso e' stato condannato anche al pagamento delle spese processuali, continuera' quindi a scontare la pena a dieci anni nella sua abitazione aretina.

8 luglio 2004 - AMBROSOLI: 25 ANNI DALL' UCCISIONE
"L' Unita'"
C'era una volta un eroe borghese
di Corrado Stajano
Era la notte tra l'11 e il 12 luglio 1979: "Il signor Ambrosoli?" "Sì". "Mi scusi, signor Ambrosoli" e con una 357 Magnum l'uomo venuto dall'America, mandato da Michele Sindona, gli sparò tre colpi al petto. L'avvocato Giorgio Ambrosoli cadde nel sangue sul marciapiede della sua casa nel centro di Milano, a due passi dalla Basilica di San Vittore. Un quarto di secolo fa.
I figli dell'avvocato sono diventati grandi. Francesca, la maggiore, ha tre bambini; Filippo fa l'architetto e Umberto l'avvocato. Si è sposato anche lui, ha un bambino di 11 mesi, si chiama Giorgio, come il nonno. Annalori, moglie e madre di grande coraggio, continua a lavorare, ha tirato su i figli, ha tutelato la famiglia e la memoria con impeccabile riservatezza.
È contraddittoria la tragedia di Giorgio Ambrosoli vista all'interno della società italiana. Non si contano le strade, le piazze a lui dedicate, a Firenze, a Milano, a Roma, Varese, Alessandria, in grandi città e in piccoli centri, a Ghiffa, a Cornate d'Adda, Osimo, Scandicci, altrove. E poi le biblioteche, le scuole, le aule delle università. Non è stata dimenticata, quella morte. È rimasta come una spina dolorosa nella coscienza di molti la storia di un uomo che si fa uccidere in nome dell'onestà. Ma questo accade in un Paese dove la legalità non sembra un valore, dove le regole sono nemiche, dove un governo e una maggioranza parlamentare sono impegnate oggi per scardinare la Costituzione e hanno ingaggiato da anni una indecente battaglia contro la magistratura per salvare un presidente del Consiglio come Berlusconi che ha problemi di giustizia, si fa le leggi per sé ed è titolare di un gigantesco conflitto di interessi.
Il 23 maggio 1998, sul lungolago di Ghiffa, posto amato da Ambrosoli, l'allora ministro della giustizia (del governo Prodi) Giovanni Maria Flick chiese solennemente scusa a nome dello Stato alla famiglia della vittima. Quel governo non era di certo responsabile delle malefatte del passato, ma le parole del ministro risuonarono alte e liberatorie.
Ambrosoli scriveva ogni giorno sulle sue agende quanto gli capitava, chi vedeva, che cosa pensava, un diario minimo fatto di notazioni sommarie, nomi, appunti. Quel che lo turbava di più era il rendersi conto a ogni momento di avere nemici uomini di alto rango dello Stato - presidenti del Consiglio, ministri, generali, banchieri -, protagonisti di illegalità, trame, connivenze. Avrebbero dovuto essere naturalmente dalla sua parte di pubblico ufficiale con il compito di mettere ordine in una situazione degenerata, di corruzione protetta dal sistema politico di maggioranza e invece erano complici di Sindona e cercavano di intralciare con tutti i mezzi quel che lui stava facendo in nome della comunità. Al suo fianco si erano schierati in pochi, il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi, il responsabile della vigilanza Mario Sarcinelli e, tra i leader politici, Ugo La Malfa. Un uomo solo, Ambrosoli, con accanto il fedele maresciallo Silvio Novembre, contro un nemico potente: un intreccio formato da uomini di governo e della finanza internazionale, dalla City di Londra a Wall Street, alle banche svizzere, all'Istituto delle Opere di religione del Vaticano, ai servizi segreti italiani e americani, con la Loggia massonica P2 a fare da costante regista. Con la mafia e i poteri criminali che offrono la manovalanza.
Come mai, nel 1974, il governatore della Banca d'Italia Guido Carli sceglie giorgio Ambrosoli come commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, la banca di Sindona, ormai indifendibile, con uno stato passivo ingente? È un professionista milanese né oscuro né famoso. Ha dato buone prove, è un uomo rigido, ma prudente, non ha legami politici, è di opinioni moderate - monarchico -, è un onesto professionista che ha appena compiuto quarant'anni. Si pensa probabilmente che sia più influenzabile di quanto poi mostrerà di essere, conciliante, controllabile in una situazione così delicata, di pericolosità addirittura dirompente nei rapporti tra governo e banca centrale, tra Stato italiano e Vaticano, tra i partiti della maggioranza politica e il potente clan Sindona che ha in Giulio Andreotti il suo faro protettore.
E invece Ambrosoli si rivela un osso durissimo, non guarda in faccia nessuno, si impegna con grande passione. Le pressioni che subisce per accomodare, aggiustare, accettare il salvataggio della banca Sindona sono infinite. Risulta dalle intercettazioni telefoniche quanto Sindona, in un primo tempo, sottovaluti Ambrosoli. È sardonico, irridente, consapevole della forza delle sue protezioni.
Ambrosoli è intelligente, sa ricostruire con pazienza il verminaio sindoniano, capisce in quale modo funzionano i depositi fiduciari, la chiave di volta del "salvatore della lira", scopre le azioni della Fasco, deposito intestato alla Banca Privata Italiana. Va a Ginevra, non perde tempo, fa decadere i vecchi amministratori. Sindona s'infuria. comprende allora come aveva sbagliato a