Almanacco dei misteri d' Italia


Strani suicidi e strane morti
le notizie del 2005
3 gennaio 2005 - RAITRE: GLI SCANDALI DEGLI ANNI '70 TEMA DI 'CORREVA L'ANNO'
ANSA:
RAITRE: GLI SCANDALI DEGLI ANNI '70 TEMA DI 'CORREVA L'ANNO'
Si parlera' di scandali nella puntata di 'Correva l'anno' in onda su Raitre domani alle 23.40.
Tra gli argomenti - e ' detto in un comunicato - mazzette; falsi bilanci e crolli finanziari; aste truccate, scandalo dei petroli, finanziamento illecito dei partiti e caso Sindona; scandalo Lockheed; tangenti per l'acquisto di aerei. Paolo Mieli parlera' degli scandali e della corruzione degli anni '70.

6 gennaio 2005 - CALVI: POLIZIA LONDRA VALUTA DICHIARAZIONI NUOVO TESTIMONE
ANSA:
CALVI: POLIZIA LONDRA VALUTA DICHIARAZIONI NUOVO TESTIMONE
La polizia della City di Londra sta valutando le affermazioni di un nuovo testimone che avrebbe reso dichiarazioni sulla morte del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri il 18 giugno 1982.
Dalle dichiarazioni del teste, di cui non e' stata resa nota l'identita', sarebbe emerso anche il nome dell'ex capomafia di Altofonte, Francesco Di Carlo, oggi collaboratore di giustizia. Il pentito, che ha testimoniato in diversi procedimenti su cui hanno indagato le procure di Palermo e Roma, nel 1992 fu indagato dai magistrati della capitale per la morte di Calvi. Lo scorso anno i pm hanno chiesto al gip di archiviare la sua posizione, ma per l'ex capomafia la vicenda, secondo quanto emerge da ambienti giudiziari romani, non sarebbe ancora definita.
La vicenda giudiziaria sulla morte di Calvi si e' dipanata in due direzioni. Da un lato il processo cominciato a Roma nel marzo 2004 in seguito all'inchiesta della Procura capitolina; dall'altro l'indagine della magistratura londinese, che si e' gia' pronunciata due volte, e che nel 2003 ha riaperto l'inchiesta proprio in seguito alle novita' emerse nell'indagine romana che ha portato davanti al gup quattro indagati per omicidio aggravato e premeditato: il cassiere di Cosa nostra Pippo Calo', il faccendiere Flavio Carboni, la compagna di quest'ultimo Manuela Kleinszig e il boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi.
Le dichiarazioni del nuovo testimone sono coperte da segreto istruttorio.

18 gennaio 2005 - CASSAZIONE: CONTO PROTEZIONE, CONFERMATA SENTENZA APPELLO
ANSA:
CASSAZIONE: CONTO PROTEZIONE; PG, NO A RICORSO MARTELLI
PROCURA CHIEDE CONFERMA PRESCRIZIONE PER EX MINISTRO PSI
Il sostituto procuratore generale della Cassazione, Vito Monetti, ha chiesto ai giudici della Quinta sezione penale della Suprema Corte di dichiarare "inammissibile" il ricorso di Claudio Martelli, ex Guardasigilli socialista, contro la pronuncia di prescrizione del reato di bancarotta - per concorso esterno nell'insolvenza del Banco Ambrosiano - emessa nei suoi confronti, nel processo per il 'Conto Protezione', dalla Corte di Appello di Milano il 26 marzo 2003. Il Pg Monetti - sempre in relazione allo stesso procedimento - ha inoltre chiesto alla Quinta sezione di "rigettare" il ricorso dell'ex vicepresidente dell'Eni, Leonardo Di Donna, contro la condanna a quattro anni di reclusione (pena interamente condonata).
L'avvocato di Martelli, Paolo Emilio Falaschi, nella sua arringa, ha chiesto l'assoluzione piena dell'ex esponente socialista sostenendo che contro di lui non ci sono prove di coinvolgimento. Secondo l'accusa Martelli, invece, ebbe un ruolo anche se marginale - tanto che gli sono state concesse le attenuanti generiche, dichiarate prevalenti sulle circostanze aggravanti - nella vicenda che vide transitare, nel 1981, sette milioni di dollari usciti dal Banco Ambrosiano, passati all'Eni e arrivati sul 'Conto Protezione' della banca svizzera Ubs. Il 'Conto Protezione' era stato dato in disponibilita' al Psi da Luciano Larini, amico dello scomparso leader socialista Bettino Craxi. Per l'accusa, Martelli si limito' a prendere qualche contatto con Licio Gelli consegnandogli gli estremi del 'Conto Protezione' che lui stesso, su invito di Craxi, si era appuntato su una scatola di cerini.
E' la terza volta che la Cassazione si occupa di questo processo. In precedenza - nel 1999 e nel 2002 - aveva annullato per due volte, con rinvio, il verdetto di appello, facendo sempre salvo, pero', l'impianto accusatorio. Nel 1999 l'annullamento fu dovuto all'entrata in vigore dell'articolo 513 cpp, che imponeva di ascoltare in dibattimento le dichiarazioni rese dai testi, imputati di reato connesso, fuori dal processo. La Suprema Corte dispose che fossero riascoltati Licio Gelli, Larini, Florio Fiorini (ex direttore finanziario dell'Eni) e Filippo Leoni (ex direttore aggiunto dell'Ambrosiano). La Corte di Appello di Milano non riascolto' i testi, dando per scontato il loro 'no' ad essere riascoltati e dando per implicita l'acquisizione al fascicolo delle dichiarazioni predibattimentali. Cosi' la Cassazione annullo' il verdetto di appello per la seconda volta, affermando che il principio del 'giusto processo' imponeva, per prima cosa, di riconvocare i testi e di recuperare le loro testimonianze, successivamente, solo se non si presentavano in aula.
In serata la Quinta sezione penale dovrebbe emettere il suo verdetto.

CASSAZIONE: CONTO PROTEZIONE, CONFERMATA SENTENZA APPELLO
RESPINTA RICHIESTA MARTELLI DI ANNULLARE LA PRESCRIZIONE
Sul 'Conto Protezione' cala il sipario: la Cassazione, dopo piu' di dieci anni di processi, ha reso definitiva la pronuncia di "non doversi procedere per prescrizione" nei confronti dell'ex Guardasigilli socialista Claudio Martelli e la condanna, a quattro anni di reclusione (pena condonata), per l'ex vicepresidente dell'Eni Leonardo Di Donna. In pratica la Quinta sezione penale ha confermato la sentenza emessa nell'appello-ter, dalla Corte di Appello di Milano, il 26 febbraio 2003.
Respinte, dunque, le richieste del difensori di Martelli, avvocato Paolo Emilio Falaschi, che chiedeva la pronuncia di piena assoluzione, e di Di Donna, professor Giuseppe Gianzi, che ha insistito sulla mancanza di prove testimoniali.
Il verdetto emesso dalla Quinta sezione penale di Piazza Cavour recepisce le richieste avanzate dal sostituto Procuratore generale della Suprema Corte, Vito Monetti. Il Pg, nella sua requisitoria, aveva chiesto la conferma della sentenza di appello. In particolare per quanto riguarda il ricorso di Martelli, il rappresentante della Procura della Cassazione ne aveva domandato la declaratoria di "inammissibilita"". Per quanto riguarda quello di Di Donna, aveva chiesto il "rigetto".
La camera di consiglio della Quinta sezione - che doveva decidere molti altri processi - non e' stata particolarmente lunga. E' iniziata nel pomeriggio e si e' conclusa poco dopo le diciannove e trenta di stasera.
Il reato di bancarotta - del quale Martelli e Di Donna - erano accusati - si sarebbe prescritto il prossimo 25 febbraio.

CASSAZIONE: CONTO PROTEZIONE, DIECI ANNI DI SENTENZE
CRONOLOGIA DI UN PROCESSO CON TRE APPELLI E SEI VERDETTI
Si trascinano dal 1994 le sentenze del processo sul 'Conto Protezione', un filone di indagine sul crac del banco Ambrosiano rimasto insabbiato fino al 1993,quando 'Mani pulite' ripesca il materiale sequestrato - il 17 marzo 1981 - dalla Guardia di Finanza nella dimora di 'Villa Wanda' del piduista Licio Gelli. Tra le carte emerge l' indicazione del 'Conto Protezione'. Ecco i verdetti emessi fino ad oggi.
29 LUGLIO 1994, PRIMO GRADO - Il Tribunale di Milano condanna l' ex leader socialista Bettino Craxi e il suo vice Claudio Martelli a otto anni e sei mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta e finanziamento illecito ai partiti. Licio Gelli viene condannato a sei anni e sei mesi,l'ex vicepresidente dell' Eni Leonardo Di Donna a sette anni, l'architetto socialista Silvano Larini a cinque anni e sei mesi.
7 GIUGNO 1997, APPELLO - Pene ridotte per tutti. Craxi e Gelli sono condannato a cinque anni e nove mesi. Martelli e Larini sono condannati a quattro anni interamente condonati. Di Donna a quattro anni e sei mesi (quattro anni condonati).
15 GIUGNO 1999, CASSAZIONE - Per l'entrata in vigore del nuovo articolo 513 cpp, il verdetto della Corte di Appello di Milano viene annullato - solo nei confronti di Craxi, Martelli e Di Donna - con rinvio per riascoltare i testi. Confermata la condanna per Larini a quattro anni condonati. Annullata la condanna di Gelli in quanto gia' condannato, per gli stessi fatti, nel processo sul crac del Banco Ambrosiano.
13 LUGLIO 2001, APPELLO BIS - Per Martelli pena ridotta a tre anni e otto mesi; per Di Donna rimane la condanna a quattro anni e sei mesi. Viene dichiarato il non doversi procedere per Craxi, nel frattempo morto contumace in Tunisia.
23 MARZO 2002, CASSAZIONE BIS - Annullamento con rinvio del verdetto di appello-bis perche' non sono stati riascoltati i testi e si e' data per scontata, in contrasto col 'giusto processo', l'acquisizione al fascicolo delle loro dichiarazioni.
26 FEBBRAIO 2003, APPELLO TER - Dichiarazione di prescrizione per Martelli, che ottiene il riconoscimento delle attenuanti prevalenti sulle aggravanti. Per Di Donna la condanna viene ridotta a quattro anni, interamente coperti da condono.

CASSAZIONE: CONTO PROTEZIONE; MARTELLI, PALESE INGIUSTIZIA
E' amaro il commento dell'ex Guardasigilli socialista Claudio Martelli nell'apprendere la conferma della pronuncia di prescrizione del 'Conto Protezione' - da parte della Cassazione - che ha anche respinto la sua richiesta di inviare alla Consulta le norme che regolamentano l'onere della prova in caso di reato e' prescritto. "Mentre per i reati non prescritti deve essere il pubblico ministero a fornire la prova della colpevolezza, una volta maturata la prescrizione - rileva Martelli - l'onere della prova viene invertito e spetta all'imputato dare la prova evidente della propria innocenza". "E' un caso macroscopico di violazione del principio costituzionale della uguaglianza dei cittadini davanti alla legge - aggiunge l'ex numero due del Psi - ed e' una situazione che restaura la prassi medievale della cosiddetta 'prova diabolica"". Aggiunge, infine, Martelli che "negando anche il ricorso alla Corte Costituzionale, la Cassazione si e' resa responsabile del perdurare di una vistosa anomalia e di una palese ingiustizia".
Per Paolo Emilio Falaschi, l'avvocato senese che ha sempre difeso Martelli innanzi alla Suprema Corte, il verdetto di stasera "e' pur sempre una sentenza di proscioglimento e non tanto quale legale di Martelli, ma come cittadino che crede nella giustizia, non posso non augurarmi che a questa anomalia ponga quanto prima rimedio il Legislatore".

27 gennaio 2005 - PROCURA CHIAVARI RIAPRE INCHIESTA SU MORTE SEN. BISAGLIA
ANSA:
PROCURA CHIAVARI RIAPRE INCHIESTA SU MORTE SEN. BISAGLIA
GENOVA, 27 GEN - Il procuratore della repubblica di Chiavari, Luigi Carli, ha riaperto l'inchiesta sulla morte del senatore democristiano Antonio Bisaglia, annegato nel mare di Portofino nel giugno 1984 dopo essere caduto dal panfilo Rosalu' della moglie Romilda Bollati di Saint Pierre.
La decisione del magistrato, che oggi non ha voluto commentare la notizia anticipata dal Secolo XIX, e' giunta dopo che il perito medico legale Marco Canepa, nominato dallo stesso Carli, ha consegnato alla Procura le sue considerazioni sul caso, dopo un attento studio delle carte dell'epoca. Tra gli elementi che hanno insospettito Canepa vi sono discordanze tra le testimonianze raccolte ed il tempo oggettivo che deve trascorrere tra la caduta di un uomo in mare e la morte, nonche' la frettolosita' e l'incompletezza degli atti istruttori compiuti vent'anni fa. Lo stesso procuratore non ha nascosto le critiche al modo con cui venne condotta l'inchiesta nel 1984.
Tra i presumibili atti che Carli fara' ora vi saranno nuovi interrogatori dei testimoni e probabilmente la riesumazione del corpo del leader doroteo.
Era stato il fratello del senatore, il sacerdote don Mario Bisaglia, a lanciare per primo il sospetto che Antonio Bisaglia fosse stato ucciso e non fosse morto accidentalmente. Poi anche il sacerdote fu trovato morto annegato, il 17 agosto 1992, in un lago del Cadore: suicidio fu la spiegazione dell'epoca. Recentemente anche la procura di Rovigo ha riaperto l'inchiesta sulla morte di don Mario Bisaglia.

24 marzo 2004 - TONI BISAGLIA È STATO AMMAZZATO?: INTERVISTA EX SEGRETARIO PELLEGRINI
"Il Gazzettino"
Parla il segretario del potente uomo politico democristiano morto in mare nel 1984. E chiede l'autopsia
"Non ho più dubbi: Bisaglia è stato ucciso"
"Per tutti questi anni non ho mai voluto crederci; ma l'estate scorsa ho letto un libro sull'uccisione di Aldo Moro e sui misteri di quegli anni; e alla fine sono andato dall'onorevole Zanforlin, presidente dell'associazione degli Amici di Antonio Bisaglia , e gli ho detto: Toni è stato ammazzato".
Carlo Pellegrini, rodigino, che fu a lungo segretario del potente uomo politico democristiano morto in mare nel 1984 a Portofino, in un'ampia intervista al "Gazzettino" spiega la sua conversione alla tesi dell'omicidio; e aggiunge che tutti gli amici di Bisaglia sono ormai convinti che quella misteriosa morte sia stata tutt'altro che casuale. Anche per questo l'associazione che li raggruppa ha rivolto un'esplicita richiesta al procuratore di Chiavari a disporre l'autopsia sulla salma del senatore.
In particolare il presidente, Antonio Zanforlin, spiega che uno di loro, il senatore Orsini, fu tra i pochissimi a poter vedere il cadavere all'obitorio: la parte sinistra della faccia presentava vistose tracce di lesioni. L'ipotesi è che l'uomo politico possa essere stato colpito al volto con un oggetto, causandone lo stordimento, e quindi la caduta in mare e la conseguente morte per annegamento. Quanto a Pellegrini, avanza forti dubbi anche sulla morte del fratello del senatore, don Mario, spiegando che il suicidio che gli è stato attribuito era in aperta contraddizione con la vita e i valori del sacerdote.

"Non ci avevo mai creduto ma ora sono convinto Toni è stato ammazzato" Carlo Pellegrini a lungo segretario dell'uomo politico spiega perché dopo aver letto un libro ha cambiato idea
Rovigo
NOSTRO INVIATO
Una verità "accettabile" sulla fine del senatore Antonio Bisaglia. Non una verità di comodo come si è voluto accreditare per tanti anni, dopo la frettolosa chiusura della cassa da morto, alla presenza del senatore Francesco Cossiga e del capo della segreteria del Quirinale, Antonio Maccanico. Non una assenza di verità, frutto di un'inchiesta giudiziaria assolutamente superficiale svolta a Chiavari nel 1984 e conclusa da un'archiviazione senza approfondimenti investigativi.
E neppure una verità che possa soltanto illudere, ventuno anni dopo, di aver trovato una spiegazione plausibile su ciò che accadde a bordo del "Rosalù" in un assolato pomeriggio di giugno al largo di Paraggi, quando il potente democristiano polesano cadde dal panfilo della moglie Romilda Bollati di Saint Pierre e annegò.
In questi anni Carlo Pellegrini, che di Bisaglia fu segretario e collaboratore fedele, ha parlato sempre molto poco. Perlopiù si è affidato a dichiarazioni scritte. Ma adesso sa che sta passando l'ultimo treno, con l'inchiesta riaperta a Chiavari anche grazie all'istruttoria in corso a Belluno sulla morte di don Mario Bisaglia, il fratello prete. È l'ultima occasione di trovare quella verità. Per questo ha deciso di parlare. Esternando più dubbi che certezze, più ragionamenti e aspettative che fatti. Un contributo importante, mentre gli amici del senatore hanno formalmente chiesto al procuratore di Chiavari di riesumare la salma di Toni, per scoprire se qualcuno gli ha fracassato la testa.
Perchè ha accettato di parlare?
"Perchè da vent'anni ogni volta che incontro gli amici ex democristiani o vengo avvicinato da persone anche fuori Rovigo, mi sento fare sempre la stessa domanda: "Toni Bisaglia è morto annegato o è stato ammazzato?". Io ho un solo desiderio, che si trovi una risposta. Forse il momento è arrivato".
Si riferisce alla riapertura dell'inchiesta a Chiavari?
"Esatto. È arrivato il momento per poter avere la certezza se Toni Bisaglia è stato o non è stato colpito con un corpo contundente, ovvero da quell'asta che fu recuperata in mare e consegnata alla Capitaneria di Porto".
Cosa si aspetta?
"So che è l'ultima occasione per accertare la verità. E siamo convinti - ne abbiamo scritto al procuratore di Chiavari - che sia ancora tecnicamente possibile stabilire se il cranio venne offeso, colpito...".
Solo l'autopsia può accertare se vi fu una frattura cranica, visto che le foto dell'epoca riportano un vistoso segno al volto e sulla parte occipitale sinistra.
"Le foto non le ho viste. Se l'autopsia escludesse una frattura, torneremmo nelle nebbie. Ma se confermasse lesioni tali da poter affermare che Toni Bisaglia fu colpito alla testa, la nebbia si diraderebbe. E la fisica ci può aiutare a capire se il colpo fu ricevuto mentre stava in piedi o se si sia procurato la lesione cadendo".
Perchè non si è placato il dubbio con la teoria dell'incidente?
"Se la gente, gli amici, dopo tanto tempo continuano a porsi quella domanda, è evidente che l'idea dell'evento casuale non è stata accettata. La versione è stata accreditata, ma non accettata. E se non ci sarà un'autopsia, quella domanda continueranno a porsela".
Chi?
"Tutti, l'unico che mi sembra non se la stia ponendo è l'attuale capogruppo di Forza Italia, Renzo Marangon, forse perchè è impegnato in campagna elettorale".
Lei era molto legato anche a don Mario. Cosa vi dicevate nel '92, quando riaffiorarono i dubbi del sacerdote sulla morte del fratello?
"La tragica fine di don Mario ha fatto esplodere l'attenzione e la memoria. Lui ne parlava con tutti, perchè non aveva mai creduto alla versione ufficiale. Ma dopo la morte di Toni calò un silenzio totale. Ci fu una frattura nei rapporti tra la vedova e gli amici di Toni. L'unico che teneva quei rapporti era un nipote, l'avvocato Mario Testa di Padova".
Perchè quella frattura?
"Bisaglia aveva sempre tenuto distinti i propri collaboratori, chi lavorava con lui e per la Dc, e i propri parenti. Erano due mondi vicini, ma separati. E non vedeva spesso neppure don Mario".
Quando don Mario le esternò i dubbi?
"Sempre, ne parlavamo ogni volta che ci trovavamo. Ma io lo invitavo a non vedere dappertutto streghe, servizi segreti, P2. Anzi, tentavo di farlo ragionare. Ma quando ci si ritrovava si ricominciava dagli stessi dubbi".
Quindi non la stupì l'intervista a un settimanale dei primi mesi del '92?
"No, ma dissi a don Mario di non farsi strumentalizzare da chi non aveva scrupoli".
Le disse nulla delle confidenze ricevute da un misterioso "mister X"?
"No, anche se per mesi mi sforzai di smontare i suoi dubbi. Ma ricordo che dopo la morte di don Mario ci fu un periodo in cui anche gli amici mi dicevano di stare attento, di non parlare. Ci fu un periodo di misteri".
A lungo si è pensato che don Mario potesse essersi suicidato. Anche lei lo pensò?
"Mai. Come fa ad uccidersi un sacerdote che per 15 anni, quale responsabile dell'Unitalsi, ha dedicato anima e corpo per dare una speranza impossibile a tanti malati? Il suicidio era una contraddizione assoluta".
Lei non condivideva i dubbi sulla fine di Toni Bisaglia. Da allora ha mai cambiato idea?
"La scorsa estate, ma purtroppo senza avere fatti concreti. Lessi un libro sull'uccisione di Aldo Moro, sui misteri di quegli anni, su un musicista fiorentino indicato quale grande vecchio della strategia brigatista. E alla fine della lettura sono andato dall'onorevole Zanforlin, presidente dell'Associazione degli amici di Bisaglia...".
E cosa gli disse?
""Sai cosa ti dico? Che Toni Bisaglia è stato ammazzato..."".
Da chi?
"Non lo so".
Da qualche strano "apparato"?
"Non lo so. Ma mi sono posto altre domande. Ad esempio perchè dopo la strage di Bologna Toni Bisaglia andò in consiglio dei ministri a dire che forse era servita per far dimenticare la strage di Ustica. Chi glielo aveva detto? Quale era la sua fonte?".
Altre domande?
"Più recentemente ho sentito in televisione il senatore Cossiga rispondere a un giornalista che una certa domanda andava posta a Maccanico. Possibile che un ex presidente della Repubblica non abbia il coraggio di rispondere in prima persona, quando è in gioco la morte di un suo amico?".
Ha elementi per poter affermare che Toni Bisaglia è stato ucciso?
"Se li avessi, sarei già andato in Procura. Eppure... Non so chi, ma qualcuno ce lo ha portato via".
Giuseppe Pietrobelli

L'ASSOCIAZIONE "AMICI DI TONI"
Lettera al procuratore di Chiavari: "Indaghi sulle lesioni alla testa"
Rovigo
NOSTRO INVIATO
"Penso che con l'autopsia si possa venire a conoscenza se l'oggetto con il quale, forse, qualcuno colpì il senatore Bisaglia , ne determinò lo stordimento, la caduta in mare e la morte per annegamento". Usano parole gravi, pesanti come i dubbi che da anni macerano le loro coscienze e la loro memorie, gli amici di Toni riuniti in associazione. Il presidente Antonio Zanforlin, ex deputato Dc, ha affidato a queste righe l'istanza inviata due giorni fa a Luigi Carli, il procuratore di Chiavari che ha riaperto l'inchiesta sulla morte avvenuta il 24 giugno 1984 nelle acque del Tigullio. Chiede la riesumazione della salma, vuole che si vada fino in fondo nell'accertamento della verità e indica una pista precisa, la verifica della possibile esistenza di lesioni craniche.
L'onorevole Zanforlin cita un articolo pubblicato da "Il Gazzettino" a fine gennaio. "Illustrissimo Procuratore, mi permetto scriverle nuovamente in relazione alla morte del compianto Senatore. Ho appreso dalla stampa che lei ha riaperto l'inchiesta ed ha espresso la volontà "di ricostruire in modo completo i fatti come si sono svolti quel giorno"". E aggiunge, riferendosi all'incidente nautico avvenuto sul Rosalù, il panfilo della moglie di Bisaglia : "All'epoca della morte, si è parlato di un'asta della bandiera della barca caduta in mare, raccolta e consegnata alla Capitaneria di Porto Santa Margherita Ligure". Sollecitando l'effettuazione dell'autopsia, gli amici di Bisaglia sostengono che "un'indagine sulla testa del compianto Senatore potrebbe, forse, dare qualche ulteriore elemento teso all'accertamento della verità".
Anzi, danno per scontato che la decisione sia stata presa. Scrive l'onorevole Zanforlin al procuratore: "Immagino che lei abbia già dato indicazioni in questo senso, per l'esecuzione dell'autopsia, e mi scuso se la mia segnalazione può essere inutile. Resto, comunque, a sua disposizione per tutto ciò che possa occorrere, nella speranza che sulla triste e dolorosa vicenda venga effettuata piena luce". L'Associazione Amici Senatore Antonio Bisaglia , ritenendosi parte offesa di reato, ha nominato quale difensore l'avvocato Vielmo Duò di Badia Polesine.
L'istanza nasce anche dalla memoria di Carlo Pellegrini su ciò che avvenne nella sede della Democrazia Cristiana, in piazza del Gesù a Roma, trasformata in camera ardente. Ovvero il racconto del senatore Bruno Orsini, ligure, uno degli unici tre uomini delle istituzioni e della politica (gli altri due furono Francesco Cossiga e Antonio Maccanico) che videro il cadavere di Toni Bisaglia , nell'obitorio dell'ospedale di Santa Margherita Ligure. "Orsini ci disse che aveva tutta la parte sinistra della faccia come slabbrata. E da come lo raccontò mi immaginai una profonda lesione, diede l'idea di un trauma...".
G. P.

POTERE
"Era invidiato da Rumor perchè sapeva decidere"
(G. P.) Bisaglia e il potere. Dice Carlo Pellegrini: "Bisaglia era invidiato da Mariano Rumor perchè quando diceva sì era sì, quando diceva no era no. Sapeva decidere. E a lui interessava moltissimo il potere. Che voleva dire poter tradurre la sua visione politica e le idee nelle quali credeva. Quando si crede in qualcosa, si può arrivare a gestire il potere perfino con cinismo".

SOLDI
"L'esistenza di un tesoro è una bufala"
La ricchezza smisurata di Toni Bisaglia ? Il tesoro di cui si è favoleggiato a lungo? "Una grande, autentica bufala" risponde Carlo Pellegrini. "Nessuno dei suoi collaboratori o dei suoi familiari ha fatto fortuna o ha messo a frutto vantaggi che possano essergli venuti dal senatore. Dopo tanti anni, se fosse accaduto, qualche segnale lo avremmo visto".

"Non sapeva nuotare"
(G. P.) "Toni Bisaglia non sapeva nuotare. Anzi, aveva il terrore dell'acqua. Il suo grande amore era la montagna". Pellegrini risponde a una domanda che a Chiavari gli investigatori si stanno ponendo perchè il senatore, dopo la caduta, non chiese aiuto, non tentò di stare a galla. "Nel settembre del '73 o '74 Toni invitò nel Delta del Po la giunta regionale di Tommelleri per discutere i problemi di quell'area. A Scano Boa un'ondata bagnò il senatore come un pulcino. E lui mi disse di chiedere all'autista Luigino il cambio di vestiti che si era portato da casa. Era terrorizzato dall'acqua perchè non sapeva nuotare. In tanti anni non andò mai al mare in vacanza. Anche se poi conobbe la moglie a Capri o a Ischia". 
  
 

8 aprile 2005 - UCCISIONE DI ENRICO MATTEI FU MADRE DI TUTTI I COMPLOTTI

ANSA:

UCCISIONE DI ENRICO MATTEI FU MADRE DI TUTTI I COMPLOTTI (NOTIZIARIO LIBRI)

GIORGIO GALLI:'ENRICO MATTEI: PETROLIO E COMPLOTTO ITALIANO' (BALDINI, CASTOLDI, DALAI EDITORE; PP.440; 17,80 EURO)-

   Quasi un giallo, per ritmo e suspence, questo volume scritto da un serissimo politologo e saggista, per molti anni docente di storia delle dottrine politiche a Milano, ricercatore per la Fondazione Agnelli e per l'Istituto Cattaneo del Mulino, consulente della commissione parlamentare d'indagine sulle stragi nel '94-'95. E', come sempre i libri di Galli, un'attenta, documentata ricostruzione storica, tra l'altro basata su due precedenti volumi dello stesso autore, 'La sfida perduta, biografia politica di Enrico Mattei' del '76, e 'La regia occulta: da Enrico Mattei a piazza Fontana'. Ma la forza degli aventi narrati, tiene il lettore con il fiato sospeso, lo guida attraverso l'evolversi degli equilibri politici ed economici dagli anni '30 fino a quell'ottobre 1962 quando il piccolo aereo su cui viaggiava Enrico Mattei precipito' a Bascape'. Oggi il piccolo centro dell'oltrepo' pavese "e' un grazioso e ordinato borgo agricolo, con quell'aria compunta di austero benessere tipica dei centri contadini padani", si legge nell'epilogo, ove viene messo a raffronto con Gela, dove il fondatore dell'Eni aveva concluso la sua visita in Sicilia, in quel lontano ottobre, prima di imbarcarsi per il viaggio fatale.  "Gela non e' ne austera ne ordinata. E' stata a lungo il regno della mafia. I quotidiani del 17 ottobre 2004, in occasione di nuove proposte di condono edilizio, la segnalano come capitale italiana del mattone selvaggio: su 77mila abitanti, 17mila sono le richieste di sanatoria e l'80% della periferia e' fuori legge. L'espansione favorita dall'Eni -conclude l'autore- e' stata sfruttata da Cosa nostra". Ed e' proprio l'accertamento giudiziario del sabotaggio dell'aereo di Mattei ad opera della mafia e con "il coinvolgimento e la copertura" di uomini dello stato (procura di Pavia, Febbraio 2003, pm Vincenzo Calia), tesi sostenuta da Galli da oltre trent'anni, la novita' che ha spinto l'autore a sistematizzare ed aggiornare questa storia della madre di tutti i complotti italiani.

   Si parte dal quadretto verista di Enrico Mattei bambino, da lui stesso raccontata in occasione del conferimento della laurea ad honorem in chimica all'universita' di Camerino: "A Camerino arrivai tanti anni fa, bambino, su un carro, con mio padre, sottufficiale dei carabinieri ormai in pensione, con mia madre e con i miei fratelli. Mio padre diceva che e' brutto essere poveri perche' non si puo' studiare e senza studiare non si puo' fare strada. Cosi' ci porto' a Camerino perche' era una citta' con vita a buon mercato, con scuole medie e universita'. Girammo con il carro in lungo e in largo a cercar casa, ma anche Camerino era troppo cara per noi. Cosi' ce ne andammo....".  Sono gli anni '20. Il volume di Galli, accompagna il ragazzo Mattei a divenire l'uomo che cerco' di costruire l'autonomia energetica dell'Italia sfidando le sette sorelle, fino a che non fu fermato con il sabotaggio del suo aereo. "L'inizio di una trama che giunge sino alla Sicilia di oggi e alle inchieste giudiziarie ancora in corso" conclude Galli. Una trama il cui prezzo pagano anche le famiglie italiane di oggi visto che -riporta in un altro passo il volume- se l'Eni e' il primo gruppo industriale italiano, e' anche vero che la nostra dipendenza dal petrolio fa si' che il suo gas costi all'utente il 20% in piu' della media europea e l'energia dell'Enel costi il 50% in piu'.

11 aprile 2005 - MATTEI: ARCHIVIATA INCHIESTA. ATTENTATO, MA NIENTE PROVE

ANSA:

MATTEI: ARCHIVIATA INCHIESTA MORTE DELL'EX PRESIDENTE ENI

FU ATTENTATO, MA IMPOSSIBILE RACCOGLIERE PROVE E DIRE MANDANTI

   E' definitivamente archiviata l' inchiesta per la morte di Enrico Mattei, il presidente dell'Eni scomparso il 27 ottobre 1962 in seguito a un incidente aereo avvenuto a Bascape' (Pavia). Il giudice delle indagini preliminari di Pavia, Fabio Lambertucci, ha accolto la richiesta di archiviazione che era stata presentata dall'allora sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, il magistrato che nel 1994 ha riaperto le indagini.

   La procura pavese e' giunta alla certezza che il presidente dell'Eni mori' a causa di un attentato: pero' non e' stato possibile raccogliere le prove e trovare i mandanti. Tra l'altro il 5 dicembre 2001 e' scomparso Mario Ronchi, l'agricoltore di Bascape' che era stato rinviato a giudizio con l'accusa di favoreggiamento e che, secondo la tesi della procura, sarebbe stato un testimone chiave della morte di Mattei.

   La morte di Ronchi ha fatto venire meno l'unico testimone attendibile, per cui la procura si e' vista costretta a chiedere l'archiviazione del caso. Oggi il gip ha chiuso definitivamente il capitolo giudiziario di una delle vicende piu' controverse. 

12 aprile 2005 - MATTEI: ARCHIVIATA INCHIESTA; NIPOTE, RESTA DELITTO DI STATO

ANSA:

MATTEI: ARCHIVIATA INCHIESTA; NIPOTE, RESTA DELITTO DI STATO

ROSANGELA,ULTIMA A INVOCARE GIUSTIZIA DOPO MORTE FRATELLO ANGELO

   La morte di Enrico Mattei "e' stata un delitto di Stato, e per quel che immaginavo io l' inchiesta non doveva, non poteva andare in prescrizione, come non e' andata in prescrizione Ustica. Ho una sola consolazione: adesso almeno e' chiaro che mio zio e' stato ucciso". Rosangela Mattei e' la nipote dell' ex fondatore dell' Eni che insieme al fratello Angelo - morto il 12 gennaio scorso a 58 anni - si e' battuta perche' le indagini sul disastro aereo di Bascape' venissero riaperte.

   Oggi accoglie dunque con amarezza la notizia dell' archiviazione firmata dal gip di Pavia, su richiesta dell' allora pm pavese Vincenzo Calia. Lo stesso magistrato a cui Rosangela, figlia di Italo Mattei, il fratello del presidente dell' Eni, consegno' nel 1995 un pezzo di stabilizzatore dell' aereo, recuperato dal padre e per tanti anni conservato in casa a Matelica, in segreto. In seguito Angelo e Rosangela si costituirono parte civile nel processo per falsa testimonianza al contadino Mario Ronchi. Mentre la vedova di Mattei, Margherita Paulas, il fratello Umberto - ora entrambi scomparsi - e gli altri nipoti scelsero di restare lontani dalla vicenda giudiziaria. E dall' intreccio di rivelazioni e polemiche che l' ha sempre accompagnata. "La mano della politica italiana nella morte di mio zio c' e' e non sono io a dirlo", ripete ancora oggi Rosangela. E in effetti fu lo stesso Calia a ipotizzare un complotto di uomini dell' Eni e organi di sicurezza dello Stato, sullo sfondo di una battaglia per il controllo della Dc. Secondo Rosangela "pezzi del velivolo caduto furono fatti nascondere alla Saipem", e lei e i suoi familiari vennero "minacciati" perche' cercavano la verita'.

   Adesso che e' tutto finito, "l' unica speranza e' che Enrico Mattei riposi in pace. Mio zio e' morto per gli italiani, per il Paese, per dare una speranza ai giovani. E' vissuto da re ma e' morto povero, e questo non deve essere dimenticato".

12 aprile 2005 - LETTERA A DAGOSPIA SU MATTEI

"Dagospia"

Lettera 10

Caro grande D'Agostino, i giornali italiani, se fossero ancora qualcosa di serio, dovrebbero aprire stamani con questa notizia: Enrico Mattei fu ucciso in un attentato (la politica italiana del dopo guerra pesantemente condizionata da questo assassinio).

Leggo infatti pochi minuti addietro su televideo Rai che l'inchiesta sulla morte di Mattei è stata archiviata ma resta assodato ormai definitivamente che fu un attentato.

Vi rendete conto di cosa significhi questo'

L'uomo italiano più potente e temuto degli ultimi 2000 anni è stato ucciso in un attentato. Un vero è proprio colpo di stato. Di fatto la storia del nostro Paese è stata "deviata" quindi, non solo nel '64 dal rumore di sciabole e nemmeno soltanto negli anni di piombo e nel '78. Ma anche nel 1962. E non per ragioni squisitamente politiche ma evidentemente per questioni di geopolitica internazionale.

Questa verita storica cambia la prospettiva politica internazionale di tutto l'occidente.

Eppure i giornali italiani titolano stamani su Confindustria che alza il prezzo del consenso con il governo. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Un titolo che andava bene durante ogni crisi dei (delegittimati dall'evento di cui sopra) governi degli ultimi 50 anni.

Mi preme tra l'altro che questa notizia sia conosciuta perchè la verita-bufala che aleggia su tutti è che si trattò invece di qualcosa di incerto. Questa è la frase tipo: "Misteriosa fu la morte di Mattei in un incidente aereo a Bescapè...".

Misterioso una sega. Mattei fu ucciso e con lui l'aspirazione del nostro Paese di sovranita, e di svolgere un ruolo importante nel mediterraneo e non solo. L'Italia in quegli anni aveva assunto un ruolo guida per tutti i paesi non schierati del mondo, dalla Jugoslavia ai paesi arabi. Aveva acquisito leadership nella gestione delle risorse energetiche in mezzo pianeta, aveva investito su tecnologie (nucleare, gas metano, componentistica per l'industria energetica) che ne avrebbero fatto il paese più importante del pianeta, capace di scardinare gli equilibri di Yalta. Per questo fu ucciso.

Ma un paio di anni addietro Pippo Baudo (a dimostrazione di chi fa opinione - fuori dalle deontologie di verita dei giornalisti - oggi in Italia) intervistò Lino Iannuzzi. I due siciliani tra un cannolo e l'altro parlarono del Caso Mattei. Iannuzzi disse che si era trattato di un incidente aereo e che l'inchiesta aveva gia posto la parola amen. Tutto falso. Eppure nessuno smentì il giorno dopo. Che Paese è questo senza memoria' Una feccia totale.

Italiani avete ancora due neuroni funzionanti o pensate di bruciare anche quelli'

lucky

16 aprile 2005 - 'IL CASO MATTEI' PER LA SERIE 'LA STORIA SIAMO NOI'

ANSA:

RAIDUE: 'IL CASO MATTEI' PER LA SERIE 'LA STORIA SIAMO NOI' PER RAI EDUCATIONAL

   Per la serie 'La Storia Siamo Noi', Rai Educational presenta 'Il caso Mattei', in onda lunedi' su Raidue alle ore 22.50.

 27 ottobre 1962, Pavia. Cade il bireattore dell'ingegnere Enrico Mattei, presidente dell'ENI. Con lui muoiono: Irnerio Bertuzzi, pilota, William McHale, giornalista. Il 20 febbraio 2003, il procuratore di Pavia Vincenzo Calia - e' detto in un comunicato - chiude l'inchiesta per la morte di Enrico Mattei e chiede l'archiviazione del caso. Nessun colpevole e' stato individuato, ma sono state raggiunte le prove che "l'aereo fu dolosamente abbattuto". Giovanni Minoli - continua il comunicato - ricostruisce la storia di una notte di mistero, di una morte violenta, di un 'uomo contro', di una fetta della storia italiana. Un'indagine che ha come sfondo, il 'cane a sei zampe', il mercato petrolifero, le nuove regole internazionali, l'Italia del dopoguerra, colpi di stato, conflitti, assassini.  Ma cosa accadde veramente quella notte di 40 anni fa sui cieli sovrastanti l'aeroporto di Linate' Il caso Mattei e' ancora una pagina oscura della storia dçItalia, e forse e' proprio il primo mistero dell'Italia del Dopoguerra. Per questo, 'La Storia siamo noi' riapre il caso Mattei.

   Giovanni Minoli intervista in studio il professor Donato Firrao, Ordinario al Politecnico di Torino e consulente della Procura di Pavia, nell'indagine sulla morte di Enrico Mattei riaperta nel 2003. Inoltre,- conclude il comunicato  - un documento unico: la registrazione originale e inedita delle comunicazioni via radio tra la torre di controllo di Linate e l'aereo di Mattei.

18 aprile 2005 - CALVI: A GIUDIZIO CALO', CARBONI, KLEINZIG E DIOTALLEVI

ANSA:

CALVI: A GIUDIZIO CALO', CARBONI, KLEINZIG E DIOTALLEVI

   L' ex cassiere della mafia Pippo Calo', l' uomo d' affari Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinzig e l' ex boss della Banda della Magliana Ernesto Diotallevi sono stati rinviati a giudizio per rispondere dell' omicidio dell' ex presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, trovato impiccato il 18 giugno 1982 a Londra sotto il ponte dei Frati Neri.

   A disporre il rinvio a giudizio degli imputati per omicidio volontario e' stato il Gup Orlando Villoni che ha accolto le richieste dei pubblici ministeri Maria Monteleone e Luca Pescaroli. Il processo comincera' il 6 ottobre prossimo davanti alla seconda Corte di assise di Roma.

CALVI: CARBONI, CONTINUA LA BUFFONATA DELLA VICENDA

   "Continua la buffonata. Ma non della decisione del giudice, bensi' di tutta questa vicenda". Sono le prime parole pronunciate da Flavio Carboni, dopo il suo rinvio a giudizio per la morte di Roberto Calvi.

   "Secondo me - ha continuato - Calvi si e' suicidato, e spero che in giudizio verra' fuori il mio martirio personale in questa vicenda. Spero che tutto servira' a fare chiarezza. Proprio per questo, sono soddisfatto di un giudizio di questo genere che mi consentira' di dimostrare che non c' entro nulla".

CALVI: DIFESA CARBONI, FAREMO UN PROCESSO D'ATTACCO

   "Il rinvio a giudizio e' stato disposto sulla base di una motivazione che da' un esito aperto in dibattimento. Faremo un processo d' attacco". Lo ha detto l' avvocato Renato Borzone, difensore, insieme con l' avvocato Anselmo De Cataldo, di Flavio Carboni.

   "E' una decisione - ha continuato Borzone - molto significativa, che paragona questo giudizio con il verdetto di Londra con il quale i giudici dissero che non c' era certezza se la vicenda Calvi fosse inquadrabile come omicidio o suicidio.  Oggi il giudice italiano ci dice che, quando ci sono elementi favorevoli all' accusa e altri favorevoli alla difesa, occorre il dibattimento".

   Per il legale di Carboni, la difesa cerchera' in giudizio di ricostruire tutta la verita' dei fatti. "Faremo un processo d' attacco - ha concluso Borzone - C'e' una verita' parziale".

CALVI: GUP, CONSISTENZA DEL QUADRO PROBATORIO

   La necessita' di svolgere un processo per l'omicidio di Roberto Calvi trova fondamento nella insussistenza di una prova di innocenza degli indagati. Questo, in sostanza, uno dei motivi che ha indotto il Gup, Orlando Villoni, a disporre 4 rinvii a giudizio per l'omicidio di Roberto Calvi. Secondo quanto si e' appreso, nel dispositivo letto dal magistrato si parla di una consistenza del quadro probatorio.

CALVI: GUP, SITUAZIONE COMPARABILE A 'VERDETTO APERTO'

   "Ci si trova al cospetto di una situazione comparabile a quella del verdetto aperto (open virdict) che allo stato definisce l'esito del procedimento dinanzi alla giurisdizione britannica". Lo scrive il Gup Orlando Villoni nel dispositivo di rinvio a giudizio dei quattro indagati accusati dell'omicidio di Roberto Calvi.

   Citando la giurisprudenza della Corte di Cassazione, il magistrato afferma che "ai fini della sentenza di non luogo a procedere non e' necessario che vi sia la prova dell'innocenza dell'imputato o che si riscontri una totale mancanza di elementi a suo carico" circostanza, per Villoni, che impone una verifica in sede dibattimentale degli elementi probatori.

   E parlando ancora della situazione comparabile a quella del verdetto aperto, il Gup sottolinea che "diverse (cinque) tra consulenze tecniche di parte (una anche disposta dal Pm) e perizie propendono per la tesi del suicidio: i responsi di due consulenze di parte (una peraltro nell'ambito di distinto procedimento dinanzi al foro civile) e il responso peritale dei professori Brinkmann e Capasso per quella dell'omicidio".  "Peraltro - si legge ancora nel dispositivo - l'obiettiva singolarita' del contesto di fatto e spazio-temporale del rinvenimento del cadavere della vittima (tra cui vale ricordare a mero titolo esemplificativo la consistente somma di denaro rinvenuta sulla sua persona e l'ubicazione del luogo dell'impiccamento in sospensione sul letto del fiume Tamigi) impone di non scartare pregiudizialmente ricostruzioni della vicenda ispirate a logica diversa da quella suicidiaria".

CALVI: PERITI CONFERMANO, COPRIDITO NON E' DEL BANCHIERE

 OGGI DECISIONE GUP SU RICHIESTA GIUDIZIO PER OMICIDIO

   I periti nominati dal gup di Roma Orlando Villoni hanno confermato oggi, dopo un approfondimento di indagine, che non sono di Roberto Calvi le tracce genetiche scoperte su un copridito sequestrato il 30 luglio 1982 a Flavio Carboni in Svizzera. Secondo gli esperti, che hanno svolto esami del dna, i residui trovati sull' indumento non sono neanche di Carboni, ma di un' altra persona.

   Le conclusioni dei periti sono arrivate in concomitanza con il termine dell' esame della richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla procura di Roma per la morte dell' ex presidente della Banco Ambrosiano, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, nel giugno 1982. Nelle prossime ore il gup Villoni decidera' se debbano essere processati per omicidio l' ex cassiere della mafia Pippo Calo', l' uomo d' affari Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinzig e l' ex boss della Banda della Magliana Ernesto Diotallevi.

   L' accertamento tecnico sul copridito era stato ritenuto importante dai magistrati perche' Calvi, pochi giorni prima di morire, si feri' ad un indice mentre faceva giardinaggio e portava quindi il copridito per protezione.

CALVI: PM, CONFERMATA IMPOSTAZIONE DELL'ACCUSA

   "E' stata confermata l'impostazione del quadro accusatorio. Questa decisione costituisce un punto di arrivo, ma anche di partenza". Lo ha detto il Pm, Luca Tescaroli, commentando il rinvio a giudizio di Pippo Calo', Flavio Carboni, Manuela Kleinzig e Ernesto Diotallevi per l'omicidio di Roberto Calvi.

CALVI: A 23 ANNI DALLA MORTE SI FARA' UN PROCESSO

ACCUSATI DI OMICIDIO CALO', CARBONI, KLEINSZIG E DIOTALLEVI

   A 23 anni da quello che rimane uno dei misteri della storia recente italiana, la morte dell'ex presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, arriva la decisione di celebrare un processo per concorso in omicidio volontario aggravato. La firma all'ordinanza che dispone il dibattimento, che comincera' il 6 ottobre prossimo, e' del gup di Roma Orlando Villoni.

   Quattro gli imputati per i fatti culminati con il ritrovamento di Calvi impiccato il 18 luglio 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra: l'ex cassiere della mafia Pippo Calo', l'uomo d'affari Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig, e l'ex boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi. Per il gup, che si e' pronunciato a conclusione di un esame della richiesta di rinvio a giudizio durato oltre un anno, il processo e' necessario per ricostruire tutti i passaggi della vicenda e, comunque, ci "si trova - e' detto nel dispositivo di rinvio a giudizio - al cospetto di una situazione comparabile a quella del verdetto aperto".

   Bollato per anni come un caso di suicidio, il caso Calvi e' tornato d'attualita' quando alcune perizie hanno concluso per la tesi dell'omicidio. Secondo i pm Maria Monteleone e Luca Tescaroli, i magistrati che hanno chiesto il rinvio a giudizio dei quattro indagati, dietro la morte di Calvi ci sarebbe una serie di intrecci torbidi: la cattiva amministrazione del denaro di Cosa Nostra affidato al banchiere milanese, il pericolo di rivelazione dei segreti del riciclaggio attraverso il Banco Ambrosiano e la volonta', dei mandanti, di acquisire maggiore peso negoziale nei confronti di coloro che erano in rapporti con Calvi; massoneria, P2, Ior, referenti politici e istituzionali, enti pubblici nazionali.

   Una ricostruzione che i difensori degli imputati, che da sempre rivendicano (sulla base di altre consulenze) la tesi del suicidio di Calvi, definiscono "fantasiosa". "Secondo me - ha commentato oggi Carboni - Calvi si e' suicidato. Spero che in giudizio venga fuori il mio martirio personale. Tutta questa vicenda, non la decisione del gup, e' una buffonata". Per il pm Tescaroli, l'ordinanza di rinvio a giudizio conferma invece "l'impostazione del quadro accusatorio". "Questa decisione - ha aggiunto - costituisce un punto di arrivo, ma anche di partenza".

   Sulla morte di Calvi, in procura, c' e' un secondo fascicolo aperto. Un'indagine stralcio sui mandanti dell'omicidio che vede indagate una decina di persone. E anche in Inghilterra, dove l'inchiesta fu chiusa forse troppo frettolosamente dapprima con una sentenza di suicidio e poi con un verdetto piu' aperto in cui sostanzialmente non si indicavano le cause della morte di Calvi, gli accertamenti sono ripartiti lo scorso anno sulla scorta degli sviluppi giudiziari romani.

 3 maggio 2005 – AMBROSOLI JR RACCONTA IL CRACK DI SINDONA
“La Repubblica”
ISTITUTO STENSEN
Ambrosoli jr racconta il crack di Sindona
Continua allo Stensen (v. don Minzoni 25a, ore 21, ingr. lib.), «Cantieri giuridici in 35mm», viaggio in film e parole sulla Costituzione, che oggi si occupa di uno dei più mostruosi scandali della nostra storia: il crack della Banca Privata di Michele Sindona. Il film è Un eroe borghese, con Omero Antonutti e Fabrizio Bentivoglio, che Michele Placido ha tratto dal libro di Corrado Stajano per raccontare la tragica solitudine dell´avvocato Giorgio Ambrosoli incaricato di liquidare la banca di Sindona, e ucciso nel 1979 da quel cupo intreccio di interessi finanziari, politici, mafiosi e vaticani che aveva scoperto. Dopo, con Umberto Ambrosoli (figlio di Giorgio) e Riccardo Dugini della Banca Etica di Firenze, si parlerà dall´articolo 47 della Costituzione: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l´esercizio del credito. Favorisce l´accesso del risparmio popolare alla proprietà dell´abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese».

 

19 maggio 2005 - CALVI: CONCLUSA INDAGINE INGLESE, BANCHIERE FU STRANGOLATO

ANSA:

CALVI: CONCLUSA INDAGINE INGLESE, BANCHIERE FU STRANGOLATO

 Il banchiere Roberto Calvi fu strangolato da due o piu’ persone con una corda e impiccato ad un’impalcatura collocata sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. E’ questa la conclusione dell’indagine svolta dalla City of London Police sulla morte dell’ex presidente del Banco Ambrosiano.

Le conclusioni dell’inchiesta sono state rese note alla procura di Roma dall’Home Office (ministero dell’Interno) britannico. Le indagini erano riprese a Londra, dove il caso Calvi fu inizialmente bollato e archiviato come suicidio, alcuni anni fa.

Nel dicembre 2003 gli investigatori misero agli arresti domiciliari Odette Morris, parente di Flavio Carboni, per falsa testimonianza. La donna, cittadina inglese, aveva dichiarato nell’ ‘83 che Carboni era con lei in gita il 18 giugno 1982, giorno dell’omicidio del banchiere. Una versione, quella della donna, giudicata falsa sulla scorta di altri elementi emersi nel corso dell’indagine.

 

19 maggio 2005 - CALVI: CORONER DERUBATO A ROMA; CHIUSA INCHIESTA, 3 INDAGATI

ANSA:

CALVI: CORONER DERUBATO A ROMA; CHIUSA INCHIESTA, 3 INDAGATI

 Per il furto del computer e della scheda del personal computer, contenente informazioni sulla vicenda di Roberto Calvi, del Coroner della city di Londra Paul Bernard Matthew avvenuto a Roma il 19 aprile dello scorso, la procura ha concluso le indagini e depositato gli atti relativi alle posizioni di tre indagati. Si tratta dell’ italiano Pietro Gallo, dell’ algerino Omar Boutrigue e del cinese Kun Ye. Per loro, quindi, si va verso la richiesta di rinvio a giudizio.

Il pm Luca Tescaroli contesta agli indagati il reato di concorso in ricettazione per aver acquistato, o comunque ricevuto, la Vodafone Mobile, del tipo Gprs, che viene utilizzata per il collegamento ad internet da un computer senza bisogno di cavi, inserita nel computer di Matthew. Il Coroner di Londra, una delle massime autorita’ di polizia della capitale inglese, fu derubato in un hotel della capitale.

Nell’ ambito della stessa inchiesta sono coinvolte altre cinque persone accusate di aver ricettato borse di computer, pc portatili e macchine fotografiche trafugati rubate in appartamenti e nei pressi del terminal dei treni dell’ aeroporto di Fiumicino.

 

19 maggio 2005 - CALVI: INCHIESTA STRALCIO; 4 INDAGATI, GELLI COME MANDANTE

ANSA:

CALVI: INCHIESTA STRALCIO; 4 INDAGATI, GELLI COME MANDANTE

 Con il deposito degli atti relativi alla posizione di Silvano Vittor, rimangono quattro gli indagati della procura di Roma nell’ inchiesta stralcio sulla morte di Roberto Calvi. Tra questi Licio Gelli, ritenuto uno dei mandanti dell’ omicidio.

L’ indagine bis sul delitto avvenuto a Londra il 18 giugno 1982 e’ incentrata esclusivamente su mandanti ed esecutori le cui posizioni sono emerse successivamente alla definizione di quelle di Pippo Calo’, Flavio Carboni, Manuela Kleinzig ed Ernesto Diotallevi, recentemente rinviati a giudizio per concorso in omicidio.

Gelli, in particolare, fini’ nel registro degli indagati della procura molti anni fa in seguito alle dichiarazioni del pentito di mafia Francesco Marino Mannoia nel 1991. La posizione dell’ ex capo della P2 fu successivamente archiviata. La nuova iscrizione risale allo scorso anno in seguito agli sviluppi delle indagini ed, in particolare, alla testimonianze di tre inglesi ed un italiano.

 

CALVI: DA NEBBIE RISPUNTA IL GUARDIANO DEL BANCHIERE VITTOR

 ACCUSATO CONCORSO IN OMICIDIO, GELLI MANDANTE

 Nella vicenda dell’ omicidio di Roberto Calvi rispunta dalle nebbie un personaggio che sembrava dimenticato, ma che e’ sempre stato al centro delle indagini.  Silvano Vittor, ex contrabbandiere triestino, che dalla veste di testimone del delitto si ritrova ora in quella piu’ sgradevole di imputato di concorso in omicidio.

Secondo i magistrati di Roma Luca Tescaroli, Maria Monteleone e Frencesco Verusio, Vittor, l’ uomo che per conto di Flavio Carboni controllo’ l’ allora presidente del Banco Ambrosiano durante il suo soggiorno londinese, concorse nell’ omicidio. Il suo nominativo va ad aggiungersi a quello dell’ ex cassiere della mafia Pippo Calo’, dello stesso Carboni, dell’ ex convivente di quest’ ultimo Manuela Kleinszig e dell’ ex boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi (tutti gia’ rinviati a giudizio) tra i presunti responsabili del delitto avvenuto a Londra il 18 giugno 1982.

E dalle stesse nebbie era gia’ rispuntato, circa un anno fa, anche il nome di Licio Gelli come mandante dell’ omicidio. Il nome dell’ ex venerabile della P2, e quello di altre tre persone, fanno parte del fascicolo stralcio tuttora all’ esame dei pubblici ministeri.

L’ accusa contestata a Vittor e’ contenuta nel capo diimputazione depositato a conclusione della prima tranche dell’ inchiesta stralcio sulla morte del banchiere. Una procedura, questa, che precede la richiesta di rinvio a giudizio. Ora l’auspicio dei pm romani e’ che la posizione di Vittor possa essere definita in tempo per l’ eventuale riunione (in caso di rinvio a giudizio) al processo, che comincera’ il prossimo 6 ottobre.

Alla base dell’ imputazione gli incontri di Vittor con l’ antiquario Sergio Vaccari, ucciso a coltellate tre mesi dopo l’ assassinio di Calvi e considerato un altro responsabile del delitto, le dichiarazioni di alcuni testimoni, una serie di intercettazioni e le contraddizioni nella sua ricostruzione dei fatti quando era un semplice testimone. Accuse respinte dall’ indagato il quale ha sempre rivendicato la propria estraneita’ all’ omicidio sottolineando che il suo ruolo fu solo quello di accompagnare Calvi a Londra. Per la procura, invece, Vittor e gli gli altri quattro imputati “avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso - e’ detto nel capo di imputazione - denominate Cosa nostra e Camorra cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di: punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti ale predette organizzazioni; conseguire l’ impunita’, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all’ impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro”.

Il deposito di atti degli inquirenti romani e’ avvenuto in concomitanza con le conclusioni dell’ inchiesta londinese.  Calvi, per la City of London Police, fu strangolato da due o piu’ persone con una corda e impiccato ad un’ impalcatura collocata sotto il ponte dei Frati Neri. Nel 1982 il caso era stato archiviato come suicidio e solo a 20 anni di distanza riaperto.

 

CALVI: INCHIESTA STRALCIO; AVV. SALDARELLI, NESSUNA NOVITA’

 “Non c’ e’ alcuna novita’  e Licio Gelli non ha ricevuto alcuna notifica di atti”. Lo ha detto l’ avvocato Luca Saldarelli, legale di Licio Gelli.

L’ avvocato ha detto che la notizia lo lascia “perplesso. Si tratta della vecchia iscrizione. Ma Gelli, che ho sentito nel pomeriggio, mi ha confermato di non aver ricevuto alcuna notifica”.

 

CALVI: LE ACCUSE CONTESTATE A SILVANO VITTOR

La procura di Roma contesta a Silvano Vittor l’accusa di omicidio di Roberto Calvi in concorso con Pippo Calo’, Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi, Manuela Kleinzig e altre persone non ancora identificate.

Secondo i pm, Luca Tescaroli, Maria Monteleone e Francesco Derusio, i cinque “avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso - si legge nel capo di imputazione - denominate Cosa nostra e Camorra, cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di: punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti ale predette organizzazioni criminali e, in particolare, a Cosa Nostra recuperati (in tutto e in parte) prima dell’assassinio di Calvi; conseguire l’impunita’, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all’impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa, posti in essere tramite il Banco Ambrosiano e le societa’ collegate alle stesse; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro”. In particolare, per quanto concerne Vittor, le direttive a lui impartite da Flavio Carboni, secondo l’accusa, sarebbero state finalizzate ad assicurare ospitalita’ a Calvi nell’abitazione triestina dell’indagato; nel predisporre e curare la fuga del banchiere in Austria ed il successivo trasferimento a Londra dove Vittor, sempre in base alle istruzioni di Carboni, avrebbe controllato Calvi fino al momento del delitto commesso con altre persone.

 

CALVI: PM ROMA, VITTOR E’ UNO DEI KILLER DEL BANCHIERE

CONCLUSA INDAGINE, VERSO RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO

Per la procura di Roma l’ ex contrabbandiere triestino Silvano Vittor e’ uno degli autori dell’ omicidio di Roberto Calvi. L’ accusa, di concorso in omicidio volontario premeditato, e’ contenuta nel capo di imputazione emesso dai pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone a conclusione dell’ inchiesta stralcio sulla morte del banchiere avvenuta a Londra nel giugno 1982. L’ avviso di chiusura indagine notificata all’ indagato prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.

I pm romani sperano ora che la posizione dell’ indagato possa essere definita in tempo per l’ eventuale riunione (in caso di rinvio a giudizio) con il processo, che comincera’ il prossimo 6 ottobre, all’ ex cassiere della mafia Pippo Calo’, all’ uomo d’ affari Flavio Carboni, l’ ex convivente Manuela Kleinzig e l’ ex boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi.

Vittor e’ l’ uomo che avrebbe accompagnato Calvi a Londra nel giugno 1982 su indicazione di Carboni. I suoi incontri con Sergio Vaccari, ucciso a coltellate tre mesi dopo l’ assassinio di Calvi, considerato un altro responsabile del delitto, le dichiarazioni di alcuni testimoni, una serie di intercettazioni e le contraddizioni della sua versione sono gli elementi, per gli inquirenti, che configurano una sua responsabilita’ nella morte dell’ ex presidente del Banco Ambrosiano. Accuse respinte dall’ indagato il quale, negli interrogatori sostenuti davanti ai pm romani ed agli investigatori inglesi che si sono occupati della vicenda, ha rivendicato la propria estraneita’ ai fatti e che il suo ruolo si limito’ semplicemente ad accompagnare Calvi a Londra.

Il banchiere fu trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri.

 

20 maggio 2005 – CALVI : DAI GIORNALI

“La Repubblica”

L´inchiesta stralcio conferma le ipotesi dei pm romani. E rispunta il "quinto uomo", il triestino Vittor

"Calvi strangolato da più killer"

Svolta dalla polizia di Londra, riaperto il caso del "banchiere di Dio"

Il corpo fu appeso al Ponte dei Frati neri per simulare un suicidio. I pm: mandante Licio Gelli, capo della loggia P2

ELSA VINCI

ROMA - Ventitre anni dopo: «Fu omicidio». Il banchiere Roberto Calvi fu strangolato da due o più persone con una corda in un cantiere discarica, più tardi il suo corpo venne appeso all´impalcatura del ponte dei Frati Neri a Londra per simularne il suicidio. Le conclusioni della City police sulla morte dell´ex presidente del Banco Ambrosiano sono state trasmesse alla procura di Roma dall´Home Office, il ministero dell´Interno britannico. La seconda indagine ribalta dunque il primo verdetto della polizia londinese che chiuse il caso nel 1982 bollandolo come suicidio. Stavolta i risultati dell´inchiesta inglese convergono con quelli dei pm Maria Monteleone e Luca Tescaroli, che hanno già ottenuto il giudizio per quattro persone, il boss della mafia Pippo Calò, Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Manuela Zlenszig. Adesso spunta il "quinto uomo". Nell´inchiesta stralcio torna il "guardiano" del "banchiere di Dio": Silvano Vittor, ex contrabbandiere triestino, indagato per concorso in omicidio. Il mandante, ribadiscono in procura, è Licio Gelli, ex venerabile della Loggia P2. Il suo nome compare nel fascicolo bis con quello di altre tre persone.

L´accusa a Vittor è contenuta nel capo di imputazione depositato dai pubblici ministeri a conclusione della prima parte dell´inchiesta stralcio. Tra venti giorni la richiesta di rinvio a giudizio. L´uomo ha ammesso di avere accompagnato Roberto Calvi in hotel a Londra, aggiungendo però di averlo poi perso di vista. «L´ho lasciato alle otto per andare in aeroporto e rientrare a Vienna». Non è così per i magistrati.

Secondo i pm le direttive impartite da Flavio Carboni a Vittor sarebbero state «finalizzate ad assicurare ospitalità a Calvi nell´abitazione triestina, nel predisporre e curare la fuga del banchiere in Austria e il successivo trasferimento a Londra, dove l´ex contrabbandiere avrebbe controllato Calvi sino al momento del delitto, commesso con altre persone», almeno i quattro già rinviati a giudizio. Per loro il processo comincerà il sei ottobre prossimo, l´auspicio dei magistrati è definire in tempo la posizione di Vittor e mandarlo alla sbarra con gli altri. I cinque sotto accusa, scrivono i pm, «avvalendosi di Cosa nostra e della Camorra cagionavano la morte di Roberto Calvi per punirlo di essersi impadronito di denaro appartenente a quelle organizzazioni e conseguire l´impunità». Inoltre avrebbero ucciso il banchiere «per impedirgli di esercitare potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello Ior (la banca vaticana), con i quali (gli indagati) avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro».

L´inchiesta bis sul delitto avvenuto a Londra il 18 giugno 1982 guarda anche ai mandanti. Gelli finì sul registro degli indagati molti anni fa in seguito alle dichiarazioni del pentito di mafia Francesco Marino Mannoia, ma fu prosciolto. Il nuovo coinvolgimento dell´ex capo della P2 risale allo scorso anno. Contro di lui le testimonianze di tre inglesi e un italiano.

 

16 giugno 2005 - CALVI: PROCURA ROMA CHIEDE GIUDIZIO PER SILVANO VITTOR

ANSA:

CALVI: PROCURA ROMA CHIEDE GIUDIZIO PER SILVANO VITTOR

Dovra’ affrontare presumibilmente il processo Silvano Vittor, accusato di concorso nell’omicidio di Roberto Calvi, il banchiere ex presidente del Banco Ambrosiano trovato morto, impiccato a Londra sotto il ponte dei Frati Neri, nel giugno del 1982.

I pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone hanno chiesto il giudizio per l’ex ‘guardiano’ di Calvi dopo aver chiuso l’indagine nei giorni scorsi.

Silvano Vittor, ex contrabbandiere triestino, originariamente testimone del delitto, e’ ora ufficialmente imputato di concorso in omicidio. Vittor e’ considerato dall’accusa l’ uomo che per conto di Flavio Carboni controllo’ l’ allora presidente del Banco Ambrosiano durante il suo soggiorno londinese, e che concorse nell’ omicidio. Il suo nominativo va ad aggiungersi a quello dell’ ex cassiere della mafia Pippo Calo’, dello stesso Carboni, dell’ ex convivente di quest’ ultimo Manuela Kleinszig e dell’ ex boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi (tutti gia’ rinviati a giudizio) tra i presunti responsabili del delitto avvenuto a Londra il 18 giugno 1982. E dalle stesse nebbie era gia’ rispuntato, circa un anno fa, anche il nome di Licio Gelli come mandante dell’ omicidio. Il nome dell’ ex venerabile della P2, e quello di altre tre persone, fanno parte del fascicolo stralcio tuttora all’ esame dei pubblici ministeri. L’ accusa contestata a Vittor e’ contenuta nel capo di imputazione depositato a conclusione della prima tranche dell’ inchiesta stralcio sulla morte del banchiere. Ora l’ auspicio dei pm romani e’ che la posizione di Vittor possa essere definita in tempo per l’ eventuale riunione (in caso di rinvio a giudizio) al processo, che comincera’ il prossimo 6 ottobre davanti alla II Corte d’Assise. Alla base dell’ imputazione vi sono gli incontri di Vittor con l’ antiquario Sergio Vaccari, ucciso a coltellate tre mesi dopo l’ assassinio di Calvi e considerato un altro responsabile del delitto, le dichiarazioni di alcuni testimoni, una serie di intercettazioni e le contraddizioni nella sua ricostruzione dei fatti quando era un semplice testimone. Accuse respinte dall’ indagato il quale ha sempre rivendicato la propria estraneita’ all’ omicidio sottolineando che il suo ruolo fu solo quello di accompagnare Calvi a Londra. Per la procura, invece, Vittor e gli gli altri quattro imputati “avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso - e’ detto nel capo di imputazione - denominate Cosa nostra e Camorra cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di: punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti ale predette organizzazioni; conseguire l’ impunita’, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all’ impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro”. La richiesta di giudizio per Vittor e’ successiva alle conclusioni dell’ inchiesta londinese. Calvi, per la City of London Police, fu strangolato da due o piu’ persone con una corda e impiccato ad un’ impalcatura collocata sotto il ponte dei Frati Neri. Nel 1982 il caso era stato archiviato come suicidio e solo a 20 anni di distanza riaperto.

 

19 giugno 2005 – CASO DE MAURO, «RIINA MANDANTE»

“La Sicilia”

Caso De Mauro, «Riina mandante»

L'accusa della Procura.

Il boss corleonese è l'unico sopravvissuto della Cupola. Le rivelazioni del pentito Gaetano Grado

Giorgio Petta

Palermo.  Giro di boa dell'inchiesta sulla scomparsa di Mauro De Mauro, il giornalista del quotidiano «L'Ora» sequestrato il 18 settembre del 1970 ed eliminato con il metodo della «lupara bianca». Ci sono voluti 35 anni, ma finalmente c'è una novità – con la richiesta di processare Salvatore Riina da parte dei sostituti procuratori della Dda di Palermo Gioacchino Natoli e Antonio Ingroia – in una vicenda che resta comunque fortemente condizionata dal mistero. Giovedì sera a «Totò u curtu» è stato notificato nel carcere milanese di Opera il provvedimento di chiusura indagini.

Due sono i «contesti» in cui, secondo la Procura, sarebbe maturata la scomparsa di De Mauro: la morte a Bescapé (Pavia) il 27 ottobre 1962 di Enrico Mattei e il fallito golpe del principe Julio Valerio Borghese, l'8 dicembre 1970. Scenari confermati da diversi collaboratori di giustizia fra cui Gaetano Grado, il quale sulla fine del giornalista avrebbe riferito vari particolari per averli appresi da suo fratello Nino, uno dei killer.

I magistrati hanno invece stralciato la posizione del boss latitante Bernardo Provenzano, per il quale stanno preparando la richiesta di archiviazione per mancanza di prove. «Binnu u tratturi», era sospettato di avere avuto un ruolo nel rapimento e nell'interrogatorio a cui De Mauro sarebbe stato sottoposto prima di essere ucciso.

La decisione di chiudere l'inchiesta è stata presa al termine di una lunga riunione che si è svolta mercoledì mattina fra il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone ed i pm Ingroia e Natoli, titolari del procedimento.

«La possibilità di uno sbocco processuale dell'indagine sulla morte di Mauro De Mauro è positiva ed apre la prospettiva d'individuare responsabilità concrete e di fare chiarezza su una vicenda che aspetta da troppi anni una risposta. La chiusura delle indagini è senza dubbio un atto importante. Ora bisognerà vedere se gli elementi raccolti dalla Procura consentiranno una verifica dibattimentale», ha affermato l'avvocato Francesco Crescimanno, legale di parte civile dei familiari del giornalista. «Naturalmente – ha aggiunto – bisognerà vedere se i magistrati hanno trovato indicazioni schiaccianti contro i mafiosi e Riina in particolare tali da essere propedeutiche ad una definitiva soluzione della vicenda. La prossima settimana andrò in Procura per chiedere elementi concreti sul procedimento».

Il «caso» De Mauro muove i primi passi alle 20,30 circa del 16 settembre 1970 quando il giornalista lascia la sede de «L'Ora» e alla guida della sua «Bmw» raggiunge il bar-tabacchi Spatola, locale da lui frequentato abitualmente prima di recarsi a casa. Dopo avere consumato una bibita e acquistato caffè, sigarette e una bottiglia di vino, risale sull'auto e raggiunge viale delle Magnolie. Qui parcheggia l'auto vicino al marciapiedi, proprio di fronte la sua abitazione. Nello stesso momento, la figlia Franca e il suo fidanzato, Salvo Mirto, stanno tornando a casa e notano una persona claudicante – probabilmente lo stesso De Mauro – che si siede sul posto di guida della «Bmw» mentre due o tre persone si trovano già a bordo e un'altra sale dallo sportello destro. Franca e il fidanzato sentono dire «amuninni». La ragazza pensa di riconoscere in chi parla un vicino di casa e pur non dando peso all'episodio, in tono scherzoso dice al fidanzato: «Vuoi vedere che stanno rapendo mio padre?».

Salita in casa, Franca De Mauro e il fidanzato poco dopo escono. La ragazza torna verso l'una di notte e alla madre, Elda, preoccupata per il mancato ritorno del padre, riferisce ciò che aveva visto. La donna alle 6 telefona alla redazione de «L'Ora» per avere notizie del marito ma nessuno è in grado di dirle qualcosa. Di Mauro non c'è traccia e alle 7,30 telefona alla polizia. Alle 9 è alla Squadra Mobile per denunciare la scomparsa del marito.

Iniziano, senza esito, le ricerche in tutta la città. Decine e decine di poliziotti e carabinieri e gli stessi colleghi de «L'Ora» setacciano Palermo. Alle 22, in via Pietro D'Asaro, una traversa della centrale via Dante, viene trovata la «Bmw» di De Mauro. L'auto è leggermente impolverata, il vetro della portiera lato guida è abbassato, non ci sono le chiavi di avviamento del motore e manca una rubrica tascabile dal cassetto del cruscotto.

Per gli investigatori, a questo punto, non ci sono dubbi: il giornalista è stato sequestrato. E visto che a bordo dell'auto non ci sono segni di lotta o violenza è chiaro che al rapimento ha partecipato una persona che Mauro De Mauro conosceva e di cui si fidava. Senza questo éscamotage, nessuno lo avrebbe mai convinto a fare qualcosa per forza. Si sarebbe fatto ammazzare piuttosto.

La circostanza del ritrovamento della «Bmw» in via D'Asaro, secondo gli investigatori, fa presumere che il giornalista sia stato fatto trasbordare su un'altra auto oppure accompagnato in un luogo non molto lontano, in modo da facilitare il compito di chi ha avuto l'incarico di abbandonarla successivamente. Infine, il fatto che nessuna delle persone con cui si è allontanato fosse travisata, fa ritenere agli inquirenti che l'uccisione di De Mauro è stata già decisa. Insomma, non ci vuole molto per capire che il cronista di punta de «L'Ora» non farà mai più ritorno.

 

Le quattro piste: ma una sola è quella giusta

Tony Zermo

La vita e la morte di Mauro De Mauro sono piene di misteri. E adesso dopo 35 anni si cerca la verità, non più il cadavere ormai dissolto dal tempo. Le ipotesi fondamentali sono quattro: il caso Mattei, il mancato golpe Borghese, la scoperta di un traffico di droga, la pista dei cugini Nino e Ignazio Salvo, i grandi esattori di Sicilia. Vediamo quale di queste piste è la più valida:

CASO MATTEI - Il regista Rosi per il film sulla morte del presidente dell'Eni aveva chiesto a De Mauro di raccogliere informazioni sugli ultimi giorni di Mattei in Sicilia, morte attribuita al sabotaggio del suo aereo sulla pista di Fontanarossa da parte di una «squadra» del boss riesino Beppe Di Cristina su mandato del cartello petrolifero internazionale (fonte Buscetta). De Mauro, vecchia razza di giornalista indagatore, sentì tutti, compreso il senatore Graziano Verzotto, uomo di Mattei in Sicilia (e tuttora vivo e vegeto a Milano), ma in realtà non riuscì a scoprire nulla di nuovo. Quindi attribuire l'uccisione di De Mauro al caso Mattei non avrebbe una logica.

GOLPE BORGHESE - Questa pista sembra più seria della prima. Secondo il pentito Francesco Di Carlo, boss di Altofonte, De Mauro sarebbe stato coinvolto nel progettato golpe del principe Valerio Junio Borghese, essendo stato da giovane un repubblichino molto vicino al «principe nero». Forse non era stato giudicato affidabile, forse si temeva che sarebbe stato tentato di fare uno scoop giornalistico, e per questo la mafia l'avrebbe tolto di mezzo? Il piano Borghese doveva scattare la notte del «Tora tora» tra il 7 e l'8 dicembre 1970 (De Mauro, 49 anni, era stato rapito una cinquantina di giorni prima, il 16 settembre 1970). Anche gli Stati Uniti erano stati contattati dal principe e pare che nella notte del «Tora tora» ci sarebbero dovute essere delle navi da guerra americane nel Tirreno. Invece il golpe fallì miseramente e Junio Valerio Borghese si rifugiò a Catania, esattamente a Valcorrente, dove il fratello aveva dei possedimenti. Nel preparare l'attacco, Borghese aveva chiesto l'appoggio della mafia siciliana, ci fu una riunione a Catania in una casa di Via Etnea con Buscetta, Giuseppe Calderone, Salvatore Greco «Cicchiteddu» e Luciano Liggio latitante nella zona etnea. Ma l'accordo non si trovò perché il principe voleva che i mafiosi per essere riconosciuti dovessero portare una fascia al braccio e Liggio disse di no. Come curiosità c'è da ricordare che l'allora «primula rossa» della mafia, scappato nel Catanese, si rifugiò in una villetta di campagna procuratagli da Provenzano e che un giorno venne sorpreso su denuncia di una vicina perché stava nudo a prendere il sole: Il carabiniere che lo invitò a rivestirsi non suppose mai di essersi trovato di fronte il padrino di Cosa Nostra.

Questa pista del golpe è intrigante soprattutto se messa in relazione a un viaggio di De Mauro sino a Ragusa per parlare con un parlamentare di destra, ma non c'è uno straccio di riscontri.

PISTA ESATTORI SALVO - Questa ipotesi ha dei riscontri seri e ce l'ha suggerita l'ex poliziotto numero uno di Palermo, Bruno Contrada, in un intervista che ci rilasciò il 26 gennaio 2001. Dice Contrada: «La pista dei Salvo era seguita con particolare interesse dal commissario Giorgio Boris Giuliano soprattutto dopo l'uccisione del procuratore Pietro Scaglione il 5 maggio '71. Boris Giuliano era riuscito a sapere che De Mauro aveva svolto presso la cancelleria commerciale del Tribunale di Palermo degli accertamenti sulle società dei Salvo, le esattorie Satris e società collegate. Deve avere scoperto qualche grossa evasione fiscale da parte dei cugini Salvo che incameravano le tasse di tutti i siciliani con un aggio esattoriale il più alto d'Italia. Abbiamo accertato che De Mauro incontrò al bar Nobel il consigliere istruttore Rocco Chinnici e gli parlò di una enorme evasione fiscale dei Salvo. E Chinnici gli rispose: «Queste cose devi andarle a dire a Scaglione». Abbiamo anche accertato che il giornalista effettivamente andò da Scaglione, come confermato dal suo scudiero brigadiere D'Agostino, ma interrogato da noi il procuratore negò di avere mai incontrato in quei giorni il giornalista. Ci sono altri riscontri, c'è soprattutto quell'anziano commercialista dei Salvo, Nino Buttafuoco, che subito dopo il rapimento va in casa del giornalista, fa un sacco di domande e chiede con insistenza se De Mauro avesse lasciato delle carte».

Questa pista, che ha un fondamento, si collega in qualche modo all'uccisione di Scaglione e del commissario Giuliano. Scaglione, da 25 anni potentissimo procuratore, era stato «promosso» procuratore generale a Lecce, «promoveatur ut amoveatur», e lui non gradiva per nulla questo trasferimento. E siccome era depositario dei grandi segreti di Palermo, nel timore che potesse «sfogarsi» per quella promozione non richiesta, venne assassinato nei pressi del cimitero dei Cappuccini mentre portava fiori sulla tomba della moglie. Anche Boris Giuliano venne ucciso da Leoluca Bagarella mentre prendeva un caffè al bar.

E' questa la pista giusta? E' per questo che De Mauro disse alla moglie: «Mi dovrebbero dare la laurea ad honorem in giornalismo per una cosa che ho saputo»? Probabilmente sì, perché scoprire una maxievasione in danno di tutti i siciliani, resa certamente possibile da coperture politiche e amministrative, sarebbe stato clamoroso.

IL FILONE DELLA DROGA - Mentre la polizia seguiva la pista dei Salvo, grandi gabellieri di Sicilia, i carabinieri battevano quella della droga. Secondo l'Arma, De Mauro era venuto a conoscere i segreti di uno dei primi grossi traffici di quegli anni tra la Sicilia e le Americhe. Per avvalorare questa ipotesi si disse anche che il giornalista era andato a trovare nella sua villa il principe Vanni Calvello di San Vincenzo, che qualcosa doveva pur sapere, visto che venne condannato per essere entrato nel giro dei fratelli-boss Di Carlo di Altofonte. Pista possibile, ma anche questa senza riscontri e quindi destinata a finire su binario morto.

Ci sarebbero altre piste sussidiarie, come quella secondo cui De Mauro scoprì gli autori della clamorosa strage di Viale Lazio e la presenza a Palermo della mafia corleonese: e i «viddani» gliela fecero pagare. E furono sempre loro a uccidere Boris Giuliano, il colonnello Ninni Russo, l'altro giornalista Mario Francese. Una catena lunghissima di morti proseguita con la faida del 1980.

Ora dopo 35 anni si cerca la verità, ma è tardi, anche se forse si farà un processo al «superstite» Totò Riina, che però al tempo era solo portaordini di Liggio.

 

Incredibile affermazione del Cremlino finita nel dossier Mitrokhin

E Mosca scrisse: «De Mauro un nostro agente»

Aurelio Bruno

Palermo. Il «caso» De Mauro non finisce mai di stupire. Quasi trentacinque anni dopo il clamoroso rapimento dell'intraprendente e discusso giornalista del quotidiano «L'Ora», avvenuto sotto casa, in viale delle Magnolie, la sera del 16 settembre 1970, la vicenda infinita e da sempre oscura del cronista originario di Foggia e arrivato a Palermo nel dopoguerra ha attraversato, addirittura, persino la ex Cortina di Ferro. Finendo, con la riproduzione del tesserino professionale con allegata fotografia, sulle pagine di un libro edito lo scorso anno a Mosca e dall'accattivante titolo «Inviato speciale del Kgb», i servizi segreti dell'ex Unione Sovietica. Nella didascalia che accompagna la foto del cronista scomparso si legge la seguente e altrettanto sconcertante quanto imprevedibile frase: «Tessera di giornalista dell'agente del compagno Lescov, Mauro De Mauro, che ha pagato con la vita la sua capacità d'indagine».

Non è una notizia né di ieri né dell'altro ieri, perché, per la prima e ultima volta – tra l'inspiegabile sottovalutazione della stampa e delle tv italiane – l'unico a parlarne, in un articolo pubblicato il 17 giugno 2003, è stato Massimo Caprara nel contesto di un articolo sulla ambiguità del presunto golpe De Lorenzo-Sifar dei primi anni Sessanta.

È possibile, peraltro, che il volume moscovita non sia stato mai tradotto in italiano e pertanto non è stato in circolazione nel nostro Paese. In ogni caso, attraverso giri che a noi non interessa sapere, «Inviato speciale del Kgb» si trova tra i documenti in cassaforte della Commissione parlamentare d'inchiesta Mitrokhin da qualche anno impegnata in un esame storico approfondito e – se possibile – completo sull'attività svolta dai servizi segreti sovietici nel nostro Paese all'epoca della Guerra Fredda.

Riteniamo, comunque, che sia il caso – per completezza di informazione – spendere due parole sull'autore dell'ormai introvabile volume, il quale non è una persona qualsiasi. Nato nel 1926 da una famiglia operaia, compagno Lescov è il nome in codice del colonnello del Kgb Leonid Kolossov, ora in pensione. Dal 1962 al 1972 è stato in Italia come inviato speciale del quotidiano sovietico «Izsvetija» diretto da Alexei Ivanovic Adijubei, genero di Nikita Kuscev. Come giornalista, Kolossov aveva facilmente accesso alle più alte sfere politiche romane, compreso il Vaticano, favorito – tra l'altro – dalla qualifica ufficiale di vice addetto commerciale dell'Urss. Pochissimi, in verità, conoscevano la sua vera attività. Il compagno Lescov, infatti, oltre ad indossare sotto i panni borghesi la divisa di ufficiale dell'Armata Rossa e di colonnello del Kgb, era il numero 2 della «residentura», l'apparato spionistico sovietico, nel nostro Paese.

Resta ora da capire e spiegare cosa in effetti il colonnello Kolossov – ascoltato dalla Commissione d'indagine – abbia voluto dire, tra i tanti «non ricordo» e le tante contraddizioni, nell'inciso della didascalia dedicata all'agente del compagno Lescov, Mauro De Mauro. Infatti, la lettura sia pure superficiale dell'inciso, si presta a svariate interpretazioni e comunque non fa che arricchire la già complessa e mai del tutto decifrata personalità del giornalista scomparso. Kolossov ai commissari, a specifica domanda, ha risposto che De Mauro era soltanto un amico. Ma Mauro De Mauro fu uno e cento personaggi non in cerca d'autore e senza volerlo Leonid Kolossov – pur definendolo solo un amico di cui non conosceva, anche se ne sospettava, la sua vera attività – ha aperto un oscuro e sicuramente improbabile spiraglio sulla sua vicenda umana e professionale. Tanto da fargli meritare, a pieno diritto, la «laurea in giornalismo», titolo che tra il serio e il sornione, il povero De Mauro amava spesso ripetere ai colleghi proprio poco prima di quella tragica sera del 16 settembre 1970. E sempre senza volerlo – ma pensiamo con una punta di malizia – l'ex numero 2 del Kgb in Italia ha voluto rifilare una «chicca» alla Commissione e cioé l'interesse di Stalin per la mafia siciliana. Kolossov, infatti, riuscì a contattare, tramite il giornalista Felice Chilanti di «Paese Sera», il boss italo-americano Nick Gentile il quale gli confidò, tra l'altro, che «la mafia non è nata oggi e non morirà domani perché ha radici ovunque e non perdona niente a nessuno. E anche perché è il nostro modo di vivere».

 

 



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