Almanacco dei misteri d' Italia


Strani suicidi e strani incidenti
le notizie del 2002: agosto e settembre
8 agosto 2002 - I LATI OSCURI DELLA MORTE DEL COL.FLORIO E DEL CAP. ROSSI DELLA GUARDIA DI FINANZA
"Liberazione"
Tecnicamente, in una serie sui delitti italiani la storia che vi racconto oggi non dovrebbe entrarci. Le morti del colonnello Salvatore Florio e del capitano Luciano Rossi, entrambi appartenenti al corpo della Guardia di Finanza, sono infatti rubricate rispettivamente come incidente stradale e suicidio. Ma dovete sapere che ogni cronista ha le sue fissazioni, e una delle mie fissazioni è il "caso Florio". Forse perché quel colonnello era catanese come me, per giunta amico di famiglia, e da bambino lo vedevo come un personaggio mitico perché ogni tanto, in estate, passava in elicottero sopra la nostra casa di villeggiatura, ordinava al pilota di rallentare e si sporgeva per salutare con la mano.
Quando molti anni dopo, spulciando i volumi della Commissione sulla P2, m'imbattei nel nome del colonnello Florio, ci misi un poco a collegare quel nome con l'uomo dell'elicottero. E scoprirlo e provare dispiacere fu un tutt'uno, dato che in quelle carte del colonnello Florio si raccontava la morte: il 26 luglio del 1978, sono passati da poco 24 anni, il colonnello si svegliò di buon mattino nella caserma della Guardia di Finanza di Modena. Doveva rientrare a Roma per l'ora di pranzo, e mentre faceva colazione il suo autista stava già tirando fuori del garage l'auto di servizio, una Fiat 131. Come sempre, prima di mettersi in viaggio, il colonnello fece il giro dell'auto per controllare lo stato delle gomme, si assicurò che benzina e olio e ogni altra cosa fosse a posto, e ricevette assicurazioni in proposito. Malgrado lo ricordassi come lo spericolato uomo dell'elicottero, il colonnello Florio era un uomo pignolo e prudente fino all'eccesso, e così pure il suo autista.
I due partirono alle 8,30 in punto, come da programma. Il tempo era buono, e il viaggio s'annunciava di tutto riposo. Alcuni testimoni videro l'auto grigia avvicinarsi a velocità moderata al casello che da Carpi immette sull'autostrada, poi la videro sbandare due volte, come impazzita, e invadere la corsia opposta andando a scontrarsi con una Mercedes. Il colonnello Florio e il suo autista morirono sul colpo. Quando nel 1985 riuscii con molta fatica a procurarmi la cartella relativa all'incidente, ci trovai dentro soltanto una paginetta di verbale redatta da due agenti della polizia stradale. Si parlava d'incidente scaturito "da cause non accertate". La 131, com'è ovvio, era stata distrutta subito dopo l'incidente, senza che nessuno pensasse ad una perizia sui rottami.
All'epoca, la storia del colonnello Florio era nota a pochissimi. Solo dopo la scoperta del verminaio piduista, nel 1981, il magistrato milanese Pierluigi Dell'Osso tentò di ricostruire, tra i molti rivoli, dello scandalo anche la storia del colonnello Florio, e di quello strano incidente.
Nei primi anni '70, quando io lo vedevo passare sulla mia testa con l'elicottero, il colonnello Florio dirigeva il delicatissimo "Reparto II" della Guardia di Finanza, una sorta di "servizio informazioni" del corpo: sono gli anni della Strategia della tensione, del crack Sindona, della crescita incontrollata della P2. Un materassaio di Arezzo, di nome Licio Gelli, si fa fotografare con Andreotti e riceve file di politici, generali e imprenditori all'Hotel Excelsior di Roma. Da dove venga tanto potere non si capisce. Tra i primi a chiederselo, c'è il colonnello Florio.
Nel marzo del 1974 il colonnello ordina a tre suoi ufficiali di svolgere indagini su Gelli. Quindici giorni dopo, sul suo tavolo ci sono i rapporti che tracciano la prima radiografia completa del fino allora sconosciuto sistema di potere piduista: in uno dei dossier si parla dei rapporti di Gelli "Con Andreotti e con altri elementi della sua corrente". In un altro si accenna a traffici d'armi e a tangenti su forniture di petrolio arabo in cui la P2 sarebbe coinvolta. A voce, gli estensori dei rapporti riferiscono al colonnello che Gelli è amico intimo di alti ufficiali di tutti i corpi dello Stato, compreso il loro.
Il colonnello Florio prende atto e stampiglia la dicitura "Riservatissimo" sui tre dossier. Ma questo non evita che Gelli ne abbia quasi subito una copia, e si metta in moto per disinnescare quei quattro impiccioni che rischiano di mettere in piazza le sue segrete manovre. Uno dei quattro, il tenente colonnello Sorrentino, va in pensione pochi mesi dopo aver firmato il suo rapporto su Gelli. Un secondo, il maggiore Antonino Di Salvo, viene avvicinato da Gelli in persona, che lo convince ad iscriversi alla P2. Restano Florio e il capitano Rossi. Per agganciare il colonnello il Venerabile manda avanti Antonino Colasanti, un medico iscritto alla P2: "Una sera il Colasanti invitò me e mio marito al ristorante romano "White Elephant" - raccontò al pm Dell'Osso la vedova Florio - al tavolo accanto c'erano delle persone, una delle quali si alzò e disse, rivolto a mio marito: 'Colonnello, lei si è fatto una cattiva opinione di me, ma si ricrederà! '".
Quell'uomo è Licio Gelli, dice il colonnello alla moglie. Il gran maestro della P2 dispiega in quel periodo tutta la sua influenza sui vertici della Finanza: nel luglio di quello stesso 1974 un generale senza titoli di merito, Raffaele Giudice, iscritto alla P2, diventa a sorpresa comandante della Guardia di Finanza. Giudice è siciliano come Florio, ma di tutt'altra pasta. A firmare la sua nomina è il ministro della Difesa Giulio Andreotti, e tutti, nell'ambiente militare, sanno che il padrino del nuovo comandante è un certo Gelli: "Questa è massoneria - commenta Florio con la moglie - vedrai che adesso mi rimuovono".
La profezia è esatta: due mesi dopo il generale Giudice convoca Florio, e gli toglie il comando del "Reparto II". Il colonnello è trasferito a Genova, ma anche lì dura poco: "Mio marito cominciò a subodorare qualcosa di poco chiaro in ordine a traffici di petrolio. Era molto turbato; rammento che una volta mi disse: qui scoppia una bomba".
La vicenda cui Florio si riferisce è quasi sicuramente lo scandalo "Mi. Fo. Biali", un'intricata storia di tangenti petrolifere, oggi dimenticata, che coinvolge pesantemente lo stesso generale Giudice. Per questo il colonnello cerca in tutti i modi di evitare il suo superiore: "Allorché vi era qualche ricevimento a Catania, mio marito non voleva assolutamente andare se vi era il generale Giudice", ricorda ancora la moglie.
Naturalmente il destino di Florio è di essere ancora trasferito: prima al comando della nona legione di Roma, poi al più inoffensivo degli incarichi, quello di comandante della scuola sottufficiali di Ostia. Parcheggiato a insegnare alle reclute il colonnello sembrerebbe inoffensivo. Eppure, sempre stando al racconto della moglie, il generale Giudice non è tranquillo. Come capo del "Reparto II" Florio ha avuto accesso ad una serie d'informazioni che gli permettono di vedere le trame piduiste come se si svolgessero in una teca di cristallo. Quel che è peggio, il colonnello ha dimostrato di non essere "avvicinabile".
La signora Florio racconta di un incontro, voluto dal generale Giudice, che si svolge a Ostia, nell'ufficio di Florio, alla presenza di un altro generale: "Mio marito disse a Giudice che avrebbe detto al più presto tutto quanto era venuto a sapere su di lui. Il generale Giudice la prese sul ridere e abbracciò per la prima volta mio marito".
Se Giudice era andato fino ad Ostia per essere tranquillizzato sul silenzio del sottoposto, se ne va ancora più spaventato di prima.
Se i ricordi della vedova Florio sono esatti, l'incontro risale al giugno del 1978. Un mese dopo il marito morirà in quell'incidente stradale "per cause non accertate". Come in ogni giallo "politico" che si rispetti, ci sono dei documenti che scompaiono nel nulla: "Nella cassaforte di mio marito presso la scuola sottufficiali - racconta la signora Florio - avevo avuto modo di vedere un grosso fascicolo con la scritta 'riservatissimo', ed avevo appreso da mio marito che vi teneva della documentazione riguardante fatti ed atti del generale Giudice, del colonnello...e dei loro collaboratori". Il fascicolo "riservatissimo" viene in effetti restituito alla famiglia Florio dopo la morte del colonnello, ma dentro ci sono solo tre o quattro fogli senza importanza.
C'è un personaggio che ci siamo lasciati alle spalle, il capitano Rossi: dopo l'allontanamento di Florio da Roma, è stato emarginato e dimenticato. Ma nel 1981, dopo aver interrogato la vedova del colonnello, il pm milanese Dell'Osso decide di ascoltare anche lui. L'interrogatorio viene fissato per l'8 giugno, e secondo quanto diranno poi gli amici, il capitano è ansioso d'incontrare il magistrato. Il 5 giugno Rossi va dal suo legale romano, Giovanni Zarfelli, per anticipargli in parte il contenuto della deposizione: "Mi disse che secondo lui quello di Florio era un omicidio mascherato da incidente - racconterà il legale - e aggiunse che temeva di essere pedinato e di avere il telefono sotto controllo". Affacciandosi al balcone mentre il capitano si allontana in auto, Zarfelli ha in effetti l'impressione che qualcuno segua il suo cliente.
Dopo aver parlato con il suo avvocato, il capitano Rossi va in ufficio. E' ormai sera, e il comando della Guardia di Finanza di Porta Maggiore è semideserto. Secondo la versione ufficiale, Rossi si chiude nella sua stanza, estrae la pistola d'ordinanza e si spara un colpo di pistola in bocca. Una morte senza mistero, archiviata in fretta.
Chiudo raccontando un piccolo dettaglio: qualche anno fa, trovandomi negli uffici della Guardia di Finanza di Porta Maggiore per tutt'altri motivi, chiesi di vedere la stanza appartenuta al capitano Rossi. Mi accompagnò un ufficiale che conoscevo e stimavo: restammo nella stanza in silenzio per qualche minuto e poi chiesi a bruciapelo: "Lei ci crede nel suicidio?".
L'ufficiale mi guardò, fece una specie di sorriso e non rispose. E su questo indecifrabile silenzio finisce l'indecifrabile storia dell'ufficiale gentiluomo Salvatore Florio e del suo fido capitano. L'uno morto in un banale incidente, l'altro suicidatosi per insondabili motivi.

9 agosto 2002 - FALLIMENTO BANCO AMBROSIANO: 20 ANNI DOPO
"Il Messaggero"
L'Italia dei grandi gialli/Vent'anni fa la drammatica morte
del capo dell'Ambrosiano. E il salvataggio dell'Istituto di credito
Roberto Calvi, il mistero infinito
del "banchiere di Dio"
di ROBERTO MARTINELLI
NELL'AMPIA e inquietante antologia dei misteri d'Italia la morte (e la vita) di Roberto Calvi, colui che con qualche enfasi giornalistica fu definito il "banchiere di Dio", resta una delle pagine più oscure della storia del nostro paese. Vent'anni dopo il ritrovamento del suo cadavere sotto il ponte dei Frati Neri di Londra, la giustizia italiana continua a cercare una "verità" senza farsi tuttavia troppe illusioni. Quando ormai su tutti coloro che furono i suoi amici-nemici durante gli anni che lo videro protagonista nel dare la scalata ai potentati economici e ai gruppi di pressione, non esclusa la cassaforte delle finanze cattoliche, è calato il silenzio della memoria.
Era il 15 giugno 1982 quando Roberto Calvi venne trovato impiccato sotto quel ponte che, come ha ricordato qualcuno, nel linguaggio metaforico evocava e forse indicava una fantasiosa ma non meno suggestiva pista investigativa. Come quella secondo la quale i "Frati Neri" sono gli Agostiniani dell'Ordine di Lutero. Resta il fatto che due sere dopo, nello squallido residence di Chelsea Cloister, dove aveva trovato rifugio al termine di una precipitosa fuga dall'Italia, il banchiere venne prelevato e portato in barca sotto il ponte sul Tamigi. Qui, secondo alcuni, si sarebbe ucciso. Qui, secondo altri, sarebbe stato tramortito e appeso con una corda al collo sotto un traliccio, dopo essere stato zavorrato con due mattoni nelle tasche della giacca.
Una perfetta messa in scena per simulare un suicidio, che suicidio pare non fosse e al quale tuttavia credette senza ombra di dubbio la giuria londinese che in un primo tempo si pronunciò in questo senso su richiesta dell'ufficio del Coroner. La dinamica di quel suicidio-omicidio è invece, ancora oggi, sotto la lente di ingrandimento di un magistrato italiano che ha ereditato un'inchiesta aperta nel 1997, secondo la quale la morte di Calvi fece parte di un complesso intreccio tra criminalità organizzata, riciclaggio di danaro sporco, lotte di potere tra banchieri off-shore e investimenti e finanziamenti sbagliati. Ma solo quando l'inchiesta volgerà davvero alla fine, sarà possibile leggere una "verità processuale" che giornalisti e scrittori, registi cinematografici e televisivi hanno tentato di anticipare con forte approssimazione affidandosi alle testimonianze di chi ha accettato di offrirle ad un'opinione pubblica comprensibilmente desiderosa di sapere e capire.
In realtà è una storia, quella di Roberto Calvi, che comincia assai prima di quel 17 giugno di venti anni fa e che ha tra i suoi protagonisti personaggi illustri di quella che nel bene e male fu, in Italia, la Prima Repubblica, e al di là del Tevere, il regno di Paul Casimir Marcinkus e del suo Istituto Opere di Religione. E' la storia che comincia con il tentativo di scalata alla Toro e si dipana in un incessante girovagare di azioni, obbligazioni, nascita e morte di società ombra, investimenti su banche estere , da Lima, a Nassau, a Montevideo, fino alla blindatissima Union des Banques Suisses. A metà degli anni Settanta, la magistratura milanese comincia a mettere il naso nelle scatole cinesi del "Banchiere di Dio" e subito Roberto Calvi corre ai ripari aprendo nuove filiali estere di banche panamensi.
La sua scalata al cuore dei potentati economici continua fino a quando, una mattina di marzo del 1981 la Guardia di Finanza, durante un blitz a Villa Wanda di Castiglion Fibocchi, mette le mani sulle liste della P2. Tra i mille personaggi della Loggia di Licio Gelli, generali e politici, magistrati e giornalisti, editori e finanzieri, spunta fuori anche il nome di Roberto Calvi. E comincia per lui, come per tanti altri, il calvario e l'agonia della solitudine, dell'abbandono da parte di coloro che lo avevano coccolato, protetto, aiutato durante le sue scorrerie finanziarie. I primi a voltargli le spalle sono gli uomini dello Ior.
Per il banchiere si aprono le porte del carcere, e quando ne esce con una condanna a quattro anni, è un uomo finito ma riesce ugualmente a restare miracolosamente in sella al suo Banco Ambrosiano. Ottiene da Marcinkus lettere di garanzia con le quali lo Ior si accolla apparentemente i debiti delle finanziarie panamensi dell'Istituto di credito, ma subito dopo il Vaticano rende noto che esistono altre lettere liberatorie a firma di Calvi.
Ma la sua fine è segnata: al suo fianco non ci sono più i politici e i finanzieri di rango, ma faccendieri e portaborse e, peggio ancora personaggi affiliati ad una delle più temibili organizzazioni criminali che nel lessico giornalistico è stata battezzata col nome della "banda della Magliana". Non a caso, due mesi prima, uno dei suoi esponenti, Danilo Abbruciati, aveva gambizzato il direttore generale del Banco Roberto Rosone, prima di essere ucciso da una guardia giurata in servizio davanti all'Istituto. Gli uomini delle istituzioni si preoccupano solo di salvare i risparmiatori che hanno affidato i loro risparmi all'Ambrosiano. Per Roberto Calvi è cominciato il conto alla rovescia che si concluderà sotto il Ponte dei frati neri. Delitto? Suicidio?
O cos'altro?

La lunga lotta contro mafia e P2
di ANTONIO MEREU
Nel week-end dal 6 all' 8 agosto di 20 anni fa si consumo' il fallimento del Banco Ambrosiano. La mattina del 9 agosto inizio' la sua resurrezione sotto la sigla di Nuovo Banco Ambrosiano. La principale banca privata d' allora, devastata dalle manovre spregiudicate di Roberto Calvi e del vescovo Marcinkus, venne risanata e rilanciata per volonta' ferma di tre protagonisti: il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, il governatore della Banca d' Italia Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Bazoli, esponente della sinistra cattolica bresciana, temprata alla scuola di Giovan Battista Montini. Andreatta e Ciampi imposero il professor Bazoli come presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, questi prese in mano una banca fallita e in vent'anni l'ha trasformata nella Intesa-Bci, la maggiore banca italiana per sportelli e raccolta. Ciampi e Bazoli (purtroppo Andreatta giace nell'incoscienza colpito da un ictus) ricordano con nostalgia quei momenti, consapevoli dei rischi corsi ma anche d'avere dato una soluzione esemplare ad una bancarotta i cui costi non sono stati pagati dai contribuenti, contrariamente a quanto è avvenuto negli Usa con le vicende delle casse di risparmio, del Fondo Ltcm, o di quanto può accadere nei casi di Enron, Worldcom, J.P. Morgan, Citygroup.
La devastazione del Banco Ambrosiano non provenne dall'invasione di Hyksos, improvvisamente apparsi e subitaneamente scomparsi. Le evoluzioni volte ad impadronirsi dei centri finanziari ed editoriali presero le mosse all'inizio degli anni Settanta e lasciarono rovine finanziarie e morali. Una sigla, P2, caratterizzò le iniziative. Le sue mire, probabilmente sotto altre specie, influenzano ancora la politica, la finanza, l'editoria, scomparendo e riaffiorando come i fiumi carsici.
Alla fine degli anni Sessanta si cercò il riassetto dei poteri industriali e finanziari, nel quadro della riorganizzazione del sistema politico-statuale e del capitalismo italiano, attraversati dalla crisi organica del blocco dominante. Erano gli anni del timore del sorpasso elettorale del Pci nei confronti della Dc. Si presentava alla ribalta Bettino Craxi, proteso ad occupare un ruolo determinante nel sistema politico-sociale-economico. Il leader del Psi cercò di erodere la forza della Dc nelle banche, nelle Partecipazioni statali, nella Rai e nell'editoria, nei rapporti con la Confindustria, mentre promuoveva l'ascesa televisiva di Silvio Berlusconi.
Era la stagione dei Cefis, Ursini, Rovelli, Sindona, Di Donna, Fiorini, Tassan Din, dei grandi affari disastrosi di finanzieri spregiudicati, di boiardi ribaldi. Gaetano Stammati, P2, venne imposto alla presidenza della Comit al posto di Raffaele Mattioli, Fausto Calabria, P2, alla presidenza della Mediobanca, Di Bella, P2, alla direzione del Corriere. Boiardi e politici puntellavano le rispettive carriere, salivano alla ribalta brasseurs d'affaires e burattinai, Gelli, Ortolani, Pazienza, Carboni, elementi di collegamento tra politica-servizi segreti-business-malavita-crimine organizzato. Nelle vicende dell'Ambrosiano ebbe un ruolo significativo la banda della Magliana, la mafia usò ed eliminò Calvi e Sindona.
La Banca d'Italia mise in luce i malaffari di Sindona, Calvi e Marcinkus, ma tutto fu messo a tacere. Pagarono il fio del loro corretto agire uomini coraggiosi e integerrimi che avevano a cuore la res publica. Ambrosoli fu ucciso dalla mafia italo-americana, il rimpianto Paolo Baffi e Mario Sarcinelli perseguitati.
In questa temperie Andreatta, Ciampi, Bazoli, salvarono l'Ambrosiano, impedirono l'imposizione di "protezioni" sul Corriere della Sera, che si voleva lottizzare secondo il metodo collaudato alla Rai e nelle Partecipazioni statali. La migliore borghesia lombarda (Leopoldo Pirelli, Francesco Cingano, Lucio Rondelli, Enrico Cuccia, Guido Artom, Giancarlo Lombardi) seppe reagire, seppure tardivamente, aiutando Andreatta, Ciampi, Bazoli, dinanzi alle pressioni politica-P2, nel risanamento finanziario-morale delle banche e del principale gruppo editoriale italiano.

"Il Giornale di Brescia"
Un'insolvenza superiore ai 1.000 miliardi (dell'82) e il cadavere di Calvi a Londra
BANCO AMBROSIANO
LA STORIA DEL CRAC
La vicenda del Banco Ambrosiano iniziò nell'agosto del 1982, quando il Tribunale civile di Milano mise in liquidazione coatta amministrativa il più importante istituto di credito privato dell'epoca. Due mesi prima il presidente della banca, Roberto Calvi, era stato trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi, a Londra. L'inchiesta sui risvolti penali dell'insolvenza (un crack di circa 1.000 miliardi), condotta dal Pm Pierluigi Dell'Osso, coinvolse i vertici della P2 e del Banco (tra i nomi di spicco Umberto Ortolani, Licio Gelli e Carlo De Benedetti) accusati, insieme ad alcuni faccendieri, di concorso in bancarotta. Il processo di primo grado durò quasi due anni e al termine, il 16 aprile 1992, furono inflitte 33 condanne, le più pesanti ad Ortolani e Gelli. Nella sentenza si stabiliva tra l'altro il pagamento in solido da parte degli imputati di 100 miliardi di provvisionale su quella che sarebbe stata l'entità del risarcimento. Il più solvibile del gruppo, l'ingegnere De Benedetti, fece ricorso contro l'immediata esecutività della provvisionale, ma la Corte d'Appello respinse l'istanza confermando le conclusioni del Tribunale. In secondo grado molti imputati chiesero di accedere al patteggiamento per godere dello sconto di un terzo della pena previsto dal rito alternativo. Tra coloro che uscirono in questo modo dalla causa l'ex vicepresidente e direttore generale del Banco Roberto Rosone e il direttore generale del Corriere della Sera Bruno Tassan Din. Con la sentenza di secondo grado vennero ridotte le pene a tutti gli imputati, tra i quali vi erano Giuseppe Ciarrapico, Francesco Pazienza, Flavio Carboni (accusato anche di concorso nell'omicidio di Calvi) Orazio Bagnasco, Giuseppe Prisco, Maurizio Mazzotta e Mario Valeri Manera. Infine, il 22 aprile 1998, la Cassazione ha annullato senza necessità di ulteriori processi la condanna a quattro anni e sei mesi inflitta in Appello a Carlo De Benedetti per bancarotta fraudolenta e ha invece riconosciuto definitivamente colpevoli altri 14 imputati fra i quali il banchiere Umberto Ortolani (condannato a 12 anni), il capo della loggia P2 Licio Gelli (12 anni) e il faccendiere Flavio Carboni.

Come si è arrivati all'insolvenza?
Casse vuote intrecci perversi Così morì il Banco
Come è stato possibile il crac del Banco Ambrosiano, che cosa non ha funzionato, quali intrecci si erano creati per sfuggire ai controlli della vigilanza e perchè il consiglio d'amministrazione non intervenne? Sono alcune delle domande alle quali risponde Mario Cattaneo (allora membro del comitato di sorveglianza nominato per assistere i commissari straordinari) nella sua introduzione al volume sulla Storia del Banco, della quale riportiamo un breve stralcio.
Alla sera del 10 giugno 1982 avviene la scomparsa di Roberto Calvi, seguita dalla notizia della sua morte scoperta il successivo 18 giugno. Il 4 agosto dello stesso anno i commissari straordinari del Banco - nominati da Banca d'Italia il 19 giugno 1982 dopo lo scioglimento degli organi amministrativi del Banco decretato dal ministro del Tesoro due giorni prima - inoltrano la richiesta per la messa in liquidazione del Banco, avendone constatato lo stato di decozione. È in questo breve arco di tempo che la tragedia si manifesta apertamente e si consuma fino al suo epilogo (...) Che si possa parlare di tragedia, senza forzare i termini, credo sia indubbio: la morte oscura di Roberto Calvi e il suicidio della fedele segretaria, sconvolta dalla caduta del capo, penso legittimino ampiamente una prima definizione in tal senso del crollo di una grande istituzione finanziaria che ha inciso profondamente sui mercati internazionali. Dal punto di vista strutturale l'intera vicenda dell'avvitamento delle sorti del Banco, del suo commissariamento, della sua successiva messa in liquidazione in così breve lasso di tempo è la naturale conseguenza della novità della situazione creatasi. Il punto principale da ricordare è che il Banco si trovò patrimonialmente svuotato senza che ciò fosse noto quasi ad alcuno (salvo Calvi), forse nemmeno a coloro che ne "garantivano" o che si supponeva ne garantissero, almeno fino a un certo punto, le sorti (...). L'epoca di Calvi segnalò (al di fuori dell'attività istituzionale di una banca) il massimo degli intrecci tra l'agire del Banco e quello di altri centri d'interesse, caratterizzati da poteri economici forti (tuttavia spesso discutibili), politici (palesi e occulti) e, ahimè, anche religiosi: l'uso dei rapporti con gli accennati poteri divenne, via via, non solo consueto ma anche sempre più deviante, creando le condizioni per il disastro (...).

29 settembre 2002 - FIGLIO DI CALVI: 'UNA PERIZIA CONFERMA CHE MIO PADRE FU UCCISO'
"Il Messaggero"
Calvi: "Una perizia conferma che mio padre fu ucciso"
Il figlio del banchiere: "Mai creduto al suicidio". A 20 anni dalla morte la Procura di Roma apre un'inchiesta per omicidio
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA- Oggi ha 49 anni, è un uomo mingherlino, anonimo, ma tenace e sorridente. E ha una testa piena di cattivi ricordi. Nomi, date, cifre affollano da anni la sua memoria e i suoi sentimenti. Carlo Calvi vive nel Quebec, il Canada francese, con la madre Clara e due figli piccoli, e finora ha speso venti miliardi e venti anni della sua vita per far luce sulla morte del padre. Il banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Uno dei più appassionanti, intrigati e irrisolti misteri d'Italia. La decisione dei giudici, di aprire finalmente un'inchiesta per omicidio sulla morte del presidente dell'Ambrosiano, lo ha riportato a Roma e martedì parteciperà alla trasmissione di Pippo Baudo, Novecento, per raccontare quanti e quali ostacoli sia stato necessario superare per realizzare questo primo obiettivo.
Come mai solo ora la procura di Roma apre un'indagine?
"Finora si era indagato solo sul crack dell'Ambrosiano e sulla borsa. Ma ci sono fatti nuovi. Il primo riguarda le affermazioni fatte nel '93 da Mannoia e Buscetta che hanno indicato la pista mafiosa nell'esecuzione materiale del delitto, portando diritto a Frank Di Carlo. La seconda è che la perizia, ordinata dal gip Lupacchini ai giudici inglesi, è finalmente conclusa e offre elementi che rafforzano quest'ipotesi rispetto al verdetto "aperto" che non escludeva la teoria del suicidio".
Che cosa afferma la perizia?
"Non è ancora depositata, ma è possibile leggerla su Internet. Ci sono particolari inediti: uno ad esempio conferma che sulle mani di mio padre non c'erano tracce di mattoni o altro materiale pietroso, come anche che sulle braccia e sul torace le ecchimosi proverebbero che è stato trascinato fin sulla palizzata dov'è poi stato trovato impiccato".
I mattoni...si fecero molte ipotesi suggestive su questo strano reperto trovato nelle tasche della giacca.
"Partiamo dal significato simbolico, il mattone starebbe a rappresentare l'aspirante massone. E la vicenda di mio padre non avrebbe mai suscitato tanto interesse se non fosse sostenuta dall'aspetto scenografico, romanzesco: la fuga, l'impiccaggione, il mistero...Io in realtà ho sempre pensato che i mattoni servissero a tenerlo sott'acqua, via via che saliva la marea. Ma c'è un altro giallo: sembra che i sei pompieri che lo tirarono su, nell'operazione fecero cadere i sassi dalle tasche. La polizia li sostituì con dei mattoni prelevati da un vicino cantiere. Il giudice convocò i pompieri, ma tutti e sei nel frattempo avevano cambiato mestiere, erano divenuti tassisti e non è mai stato possibile interrogarli".
In famiglia avete mai creduto all'ipotesi del suicidio?
"Mai, non si sarebbe mai ucciso per non danneggiarci e negli ultimi tempi ce lo diceva spesso che volevano farlo fuori. Anzi temeva anche per noi".
Cosa si attende da questo processo? La verità?
"Non ho mai pensato di poter uscire da un aula di tribunale e dire: "Giustizia è fatta". La verità c'è già, pezzo dopo pezzo, è stata ricostruita. Quello su mio padre sarà la fotocopia, per scenari e protagonisti, del processo Pecorelli. Ma, come dicono i magistrati, serve più a ricostruire la storia che le responsabilità".
Ma a cosa serve una giustizia che non individua i colpevoli?
"La giustizia attraversa fasi, come la credibilità dei pentiti. Di Carlo in una certa fase è stato creduto, domani non so. Eppure il boss ha detto la verità: ad uccidere mio padre è stata la camorra e quel Casillo saltato in aria. C'era già arrivata la Kroll investigazioni nella nostra controinchiesta grazie ad un supertestimone, un funzionario dell'Interpol ora in pensione. Un documento che avevo consegnato ai magistrati italiani, ma ora è scomparso. Pazienza, sono in grado di recuperarne la copia".

30 settembre 2002 - IL CASO CALVI A 'NOVECENTO'
ANSA:
Si parlera' di Roberto Calvi, di Maria Callas e dell'Italia in treno nella puntata di 'Novecento', condotta da Pippo Baudo, in onda domani alle 21.00 su Raiuno. Carlo Lucarelli e Carlo Calvi, figlio del banchiere trovato morto il 17 giugno 1982 a Londra in circostanze non ancora del tutto chiarite, saranno in studio per raccontare alcuni aspetti inediti della vicenda. Franco Zeffirelli e, in collegamento da Parigi, Fanny Ardant, ricordano Maria Callas, sulla quale il regista ha realizzato la cine-biografia 'Callas Forever'. In collegamento dalla stazione Termini, con Roberta Lanfranchi, si potra' visitare il treno Presidenziale. Da Torino, Luciano Moggi, ex addetto alle Ferrovie dello Stato e oggi direttore generale della Juventus oltre che "re" del calciomercato, raccontera' la sua esperienza di lavoro. Altri ospiti: Barbara Palombelli, Michele Placido, Lucrezia Lante Della Rovere e Beppe Fiorello, che gareggeranno per la conquista della coppa di 'Novecento'. Dal 'Teatro delle Vittorie', saranno proposte le musiche piu' significative legate alle storie che si racconteranno, con i 'Novecento' diretti da Pippo Caruso, con la partecipazione di Silvia Specchio.
 
 

 

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